Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.

Domande agli Operatori

Cerca nell'archivio di 26786 risposte, o fai una nuova domanda, anche in forma anonima.

Scrivi una domanda e clicca su Invia (max. 250 caratteri).
  • Un nostro Operatore autorizzato (vedi chi siamo) risponderà presto alla tua domanda.
  • Il tempo di risposta potrebbe variare a seconda della difficoltà del quesito.
  • La domanda sarà nascosta a tutti finché non verrà pubblicata assieme alla risposta.
  • Una volta pubblicata, la risposta sarà leggibile a tutti nell'archivio. Se preferisci una risposta privata, usa il modulo di contatto.
Facoltativo: inserisci il tuo indirizzo email se vuoi ricevere un avviso quando verrà pubblicata la risposta.
Type the characters you see in this picture. (verifica con audio)
Inserisci il testo che vedi nell'immagine qui sopra. Se non riesci a leggerli, invia il modulo e una nuova immagine sarà generata. È indifferente a maiuscole e minuscole.
Annulla
Cliccando su Invia autorizzi il trattamento dei tuoi dati personali solo ed esclusivamente per rendere possibile questo servizio, secondo la policy del sito. Tali dati sono strettamente confidenziali e non saranno divulgati in alcun modo.

Novità altro

Contenuto Redazionale Autobiografia delle Dipendenze - Anghiari 11-14 settembre "Festival dell'Autobiografia"

Storie di emozioni, riti, miti, viaggi estatici …ma anche paure, sofferenze, perdite, malattie e morti, esperienze non previste, nuove consapevolezze, infine valori, aspettative, progetti .
Per quanto diverse le storie mettono in comune dei significati che possono orientare nella realtà dei consumi che molti giudicano senza conoscere. Il poter comprenderne i vari passaggi che le droghe inducono una volta assunte dagli iniziali aspetti positivi ai successivi preponderanti negativi, permette di prendere coscienza che ognuno presenta le proprie vulnerabilità, questa consapevolezza dovrebbe aiutare a potersi meglio proteggere o comunque vedere possibile progetti di cambiamento e rigenerazione.                                                                                  
(...) dieci storie di persone del nostro tempo che hanno trovato nel loro percorso di vita le droghe e l’alcol. Le storie evidenziano come quest'incontro influenzi i comportamenti, gli stili di vita, i contesti d'appartenenza, e come quest'influenza si esprima diversamente nei vari individui, in relazione alle sostanze usate, alle persone che le assumevano, alle varie fasi della loro vita, al contesto socioculturale d'appartenenza, con diverse evoluzioni e conclusioni, esprimendo da una parte la complessità e dall'altra come in tempi brevi vi siano veloci mutamenti del fenomeno dei consumi.

La raccolta di storie è stata un ulteriore occasione d’incontro tra persone che da anni lavorano insieme in progetti di sviluppo di comunità con obiettivi di prevenzione e recupero, ma soprattutto di processi di cambiamento culturale .

Marco Baldi, Responsabile Ser.T. zona Valtiberina- ASL8 Arezzo

qua trovi tutto il materiale relativo al Festival www.lua.it/index.php

I finti buoni del volontariato (c'entra anche Don Ciotti?)

 Nelle redazioni è arrivato un romanzo che nessuno prende per fiction, bensì come un'inchiesta giornalistica mascherata sull'operato (malevolo) di don Luigi Ciotti e dell'associazione antimafia "Libera". Il romanzo si intitola "I buoni" - nel senso: i finti buoni - e il suo autore, il giornalista torinese Luca Rastello, ha davvero lavorato per Libera ("ma vent'anni fa") e Adriano Sofri ha scritto che quel sacerdote dal maglione sdrucito a capo della ong descritta nel libro è proprio don Ciotti.

Per questo motivo molto probabilmente "I buoni" (Chiarelettere, pp 224) andrà a ruba nelle librerie, e diventerà la lettura sbigottita di coloro che non avrebbero mai immaginato che un'icona del mondo del volontariato, che soltanto qualche giorno fapasseggiava mano nella mano con papa Francesco, possa pagare una miseria gli operatori, truccare i bilanci e sbattere la porta in faccia a coloro che hanno ricevuto la promessa di un posto di lavoro all'interno della onlus. E sarà letto voracemente anche dagli indifferenti, da chi odia la sinistra e trova insopportabili i buoni e i caritatevoli, i pasoliniani.

Eppure Rastello giura e spergiura che don Silvano, uno dei personaggi del romanzo,non è affatto il fondatore del Gruppo Abele. E lo ha ribadito anche a Gian Carlo Caselli e Nando dalla Chiesa, che nei giorni scorsi lo hanno ferocemente criticato su Il Fatto quotidiano per aver sporcato l'immagine di un uomo buono e giusto.

"Se avessi voluto fare un'inchiesta giornalistica non avrei avuto problemi a fare nomi e cognomi", mi spiega Rastello, che in passato ha scritto inchieste vere e importanti sulla Tav e la guerra in Bosnia. E allora, viene da pensare, se quell'uomo di chiesa con le mani da contadino e le modalità mafiose non è don Ciotti, la faccenda è ancora più grave. Rastello decide di non collocare geograficamente l'onlus malandrina perché il marcio è presente in molti templi del volontariato nostrano.

Lo aveva descritto con efficacia il libro di Valentina Furlanetto, "L'industria della carità". "I buoni" è il racconto letterario di quella disillusione: "Il male del romanzo accade quando le buone intenzioni incrociano il narcisismo, il marketing e il modello-impresa. E sono dinamiche che scattano ovunque". "Ma la mia", dice Rastello, "non è una operazione distruttiva. Non voglio dire che il volontariato sia tutto malato, ma adoriamo idoli che dobbiamo avere il coraggio di abbattere per fare posto a una azione davvero caritatevole e discreta, non autoritaria né totalitaria. Dobbiamo poter criticare il mondo solidale che funziona secondo criteri neoliberisti, devoto al marketing e al profitto, che vende un brand come fosse un'azienda".

Molte onlus sono gestite senza chiarezza, dove gli operatori non hanno orario, la paga è misera e il prete amico di attori e rockstar riceve i bisognosi facendo intendere di avere un potere speciale, il potere di cambiare la loro vita. "E' anche questo paternalismo ad aver infiltrato il volontariato, la convinzione che le vittime da aiutare non hanno voce in capitolo sul proprio destino e devono soltanto ubbidire senza ribellarsi". Chi si è avvicinato al mondo del volontariato conosce bene questa dinamica di infantilizzazione delle vittime, che siano rom, donne maltrattate, rifugiati o poveri, raramente resi protagonisti delle battaglie sociali, al loro posto parlano "i buoni", gli organizzatori della carità, e le motivazioni sono implicite: i bisognosi sono e devono rimanere deboli per alimentare il potere di coloro che spendono la vita per aiutarli.

Quello di Rastello è un colpo potente anche alla (falsa) buona coscienza della sinistra. Di quella sinistra che si impegna in prima linea per "un altro mondo è possibile": "Siamo stanchi della sinistra che ci dice cosa dobbiamo pensare e ci spiega quello che è giusto pensare, come se fossimo bambini senza criterio". Bambini che parlano e pensano male come se non conoscessimo la lingua, come fossimo tutti rifugiati appena sbarcati a Lampedusa, odiati dalla destra che ci vede come clandestini e coccolati dalla sinistra che ci vorrebbe tutti buoni.

Laura Eduati, L' Huffington Post www.huffingtonpost.it/laura-eduati/i-finti-buoni-del-volontariato-il-romanzo-di-luca-rastello_b_5069137.html

L’assassino della villa dell’Eur aveva preso la droga di Wall Street

ROMA - Nel gergo dei tossici anni 70 era «la pillola della felicità». Le quantità industriali che ne assume il Jordan Belfort con le fattezze di Leonardo DiCaprio le hanno dato lustro recente come la «droga di Wall Street». Fuori dal linguaggio dei consumatori, il metaqualone o quaalude è un potente farmaco antidepressivo con effetti allucinogeni. Gli stessi che avrebbero guidato la mano del 35enne romano Federico Leonelli quando domenica mattina ha decapitato la 38enne colf ucraina nella villa all’Eur che lo ospitava.

 l killer, poi ucciso dalla polizia, era un paziente psichiatrico fuori controllo. Abusava dei medicinali che gli erano stati prescritti, rifiutava le preoccupate raccomandazioni del suo medico, sfuggiva ai tentativi della famiglia di farlo curare forzosamente. Saranno gli esami tossicologici, nei prossimi giorni, a determinare quanta di questa sostanza avesse in corpo Leonelli (ed abbinata a cos’altro). I prelievi necessari sono stati effettuati ieri nel corso dell’autopsia svolta all’istituto di medicina legale a Tor Vergata. Su richiesta dell’avvocato della sorella Laura, Pina Tenga, ad affiancare i periti ci sono anche due consulenti di parte, tra cui un esperto di balistica.

I primi risultati dicono che il 35enne è stato raggiunto frontalmente da due proiettili, uno al cuore, un altro poco sotto la spalla sinistra. La traiettoria d’ingresso sembra dall’alto verso il basso e questo si spiegherebbe con la posizione sopraelevata dei due agenti, sui quattro presenti, che hanno fatto fuoco. Scendevano dagli scalini che dal giardino portano verso la piazzetta della villa, dove Leonelli provava a raggiungere la sua auto qui parcheggiata con la parte posteriore verso l’uscita in lieve discesa. Dal punto di vista giuridico, la posizione dei poliziotti è invece ancora sospesa in attesa di ulteriori accertamenti. Le telecamere di sorveglianza dovrebbero aver ripreso tutte le «esterne» di questo film dell’orrore. Sia l’aggressione di Leonelli alla donna, prima che la trascinasse nel seminterrato per farla a pezzi, sia il suo breve confronto con la polizia dopo esserne uscito armato di coltello e insanguinato, il volto coperto da occhialoni e maschera filtro.

«L’iscrizione degli agenti tra gli indagati è scontata - dice il segretario del Sindacato autonomo di polizia, Gianni Tonelli - anche in un caso come questo di palese autodifesa. Ne seguirà in automatico l’apertura di una azione disciplinare e non importa se poi tutto verrà archiviato. Al trauma dell’uccisione si aggiungerà il peso psicologico di un’inchiesta. La legge andrebbe cambiata con le “garanzie funzionali” presenti ad esempio nell’ordinamento francese, che non vogliono dire impunità per i poliziotti, ma tutele per il loro lavoro».

Più complessi gli esami su Oksana Martseniuk, previsti per oggi: «Non ho mai visto una cosa del genere - commenta il capo dell’equipe, Giovanni Arcudi, dopo l’esame esterno del cadavere -. Sono rimasto impressionato dallo strazio subito dalla donna. Un’atrocità che sorprende anche chi, come me, ha fatto molte autopsie di vittime di armi bianche». Dirimente sarà capire quando è morta la 38enne. Se nel tentativo di difendersi o se per quel lungo taglio alla gola e la decapitazione.

La colf era rientrata da tre giorni nella villa. La presenza di quell’uomo, che grazie all’ospitalità di un collega si era isolato fisicamente e mentalmente dal mondo, l’aveva subito inquietata. Sono due gli sms inviati a breve distanza uno dall’altro al proprietario e suo datore di lavoro, Giovanni Ciallella, la sera prima di essere uccisa. «Li ho visti solo il giorno dopo e non ho fatto in tempo a rispondere», ha detto il dirigente d’azienda agli inquirenti. L’uomo ha poi raccontato di quella ossessione mistico/militaresca di Leonelli, che due volte aveva provato ad entrare in Israele per combattere contro i palestinesi. Il visto gli era stato negato. L’arrivo della donna nel rifugio che si era creato potrebbe aver infiammato il suo allucinato delirio. 

http://www.sostanze.info/node/add/articolo?destination=data

Summer School 2014 Verso un modello operativo per l’autoregolazione dei consumi

Nuovi trend e nuovi modi di guardare ai consumi, nuove risposte della rete dei servizi

Firenze, 4, 5, 6 settembre 2014
Centro Studi CISL, via della Piazzola 71

Anche quest’anno la Summer School si avvarrà di un contributo a livello europeo, con la presenza di Adam Winstock (Global Drug Survey, UK), fondatore di Drugs Meter, un servizio on line che offre ai consumatori la possibilità di ricevere un feed back sul loro modello di consumo.

E’ ormai senso comune che i trend dei consumi di droghe si stiano rapidamente modificando: si tratti dell’entrata in campo di nuove sostanze, soprattutto stimolanti – le Nuove sostanze psicoattive (NSP) su cui l’Europa concentra oggi la sua attenzione; oppure dell’affermarsi di nuove modalità d’uso come nel caso degli oppiacei; oppure ancora di uso abbinato di sostanze legali e illegali relativo a specifici rituali e setting d’uso (impropriamente appiattito dietro la dizione “policonsumo”). Ancora più importante è il mutamento della percezione sociale circa la pluralità dei modelli di consumo e la variabilità delle traiettorie d’uso, di cui il consumo problematico/dipendente rappresenta solo una fetta (minoritaria). Su questa percezione ha influito la ricerca nei setting naturali, che ha evidenziato le capacità dei consumatori di apprendere e applicare regole informali (i cosiddetti “controlli sociali”) miranti a modulare/ porre confini ai consumi, al fine di preservare gli impegni di vita quotidiana e le relazioni significative.

Il mutamento di panorama richiede da un lato una valutazione pragmatica dell’adeguatezza/inadeguatezza delle risposte dell’intera rete e dei modelli operativi dominanti; dall’altro, chiama all’innovazione nel campo dei modelli operativi.

Negli ultimi anni è stato compiuto a livello italiano ed europeo uno sforzo di connettere i risultati della ricerca nei setting naturali, volta a cogliere il punto di vista dei consumatori e a studiare i meccanismi sociali di controllo, con l’elaborazione di un nuovo modello operativo da introdurre nei servizi. Un passaggio di questa elaborazione è avvenuto anche qui in Italia, attraverso il progetto toscanoNuovi modelli operativi per giovani consumatori “invisibili” di Forum Droghe e CTCAe il successivo ampliamento al progetto europeo NADPI – Innovative cocaine and poly-drug abuse prevention programme, di TNI, IDPC, Forum Droghe, De Diogenis Association.

Ciò ha permesso non solo una riflessione condivisa in ambito scientifico europeo, ma anche la costruzione di linee guida per un nuovo modello operativo finalizzato al supporto dei meccanismi “naturali” di controllo dei consumatori. Il percorso di ricerca si è snodato attraverso tappe quali: il confronto fra la prospettiva dei consumatori e quella dei servizi dipendenze; la rilettura critica dei modelli operativi presenti sia negli interventi più “informali” di Rdd che nei servizi più “formali”, come i Sert; l’esame di detti modelli alla ricerca di convergenze/dissonanze con principi e costrutti convalidati dalla ricerca psicologica e ormai consolidati nelle pratiche di altri settori sociosanitari (come i concetti di self efficacy e self control, il ruolo delle aspettative e credenze dell’utente, la formulazione degli obiettivi e la declinazione di “alleanza terapeutica”); l’inquadramento del nuovo modello di autoregolazione all’interno delle più recenti elaborazioni in tema di promozione della salute; l’articolazione del nuovo modello operativo rispetto ai differenti livelli di intensità dei consumi, alle differenti fasi nell’evoluzione dei consumi, ai differenti contesti di vita in cui si inserisce l’uso di droghe.

Circa la cornice storica e teorica in cui si inserisce il modello di autoregolazione, esso si rifà con evidenza alla Riduzione del danno (Rdd), che sin dal suo esordio negli anni Ottanta ha enfatizzato la centralità delle competenze e delle strategie dei consumatori nel ridurre i danni correlati al consumo di sostanze. Questo approccio significativamente proattivo della Rdd, centrato sulle potenzialità di autoregolazione dei consumatori più che sui loro deficit, è andato tuttavia sbiadendo nel tempo – e soprattutto in Italia – a favore di un approccio “patologico” (e patologizzante), così finendo per sottrarre all’approccio di Rdd uno dei suoi maggiori punti di forza: il consumatore come soggetto attivo, titolare di apprendimento e cambiamento. In altri termini, la Riduzione del danno è stata confinata in una serie di pratiche e interventi specifici, perdendo la potenzialità di “approccio” al problema droga, come tale in grado di influenzare l’insieme delle politiche e l’insieme delle pratiche nell’intera rete dei servizi. Il nuovo modello di autoregolazione si inserisce nel solco della Rdd, contribuendo a rilanciarlo come “approccio” dell’intero sistema sociosanitario, ben oltre gli interventi di “prevenzione secondaria”.

Il percorso formativo della Summer School 2014, per il quale sono stati richiesti crediti ECMper la professioni sanitarie, intende offrire ai corsisti l’opportunità di rivedere criticamente i modelli operativi esistenti alla luce dei nuovi trend; di conoscere e inquadrare teoricamente la proposta di un nuovo modello operativo di Rdd finalizzato al sostegno dell’autoregolazione e del controllo dei consumi; di ricevere strumenti per l’operatività nei diversi setting di lavoro, compreso il lavoro via web.

 

così abbiamo fatto pace con il cibo

 Padre e figlia sono in vacanza al mare, è estate. Durante l’anno la figlia è spesso ai fornelli, orari e gravosi impegni scolastici permettendo. Così in queste vacanze i due hanno deciso che ci si prende una pausa sia dalla cucina che dallo studio. Per cui battono la riviera in cerca di squisitezze gastronomiche, senza preclusioni di genere: sagre popolari, ristoranti stellati, umili e veraci trattorie sono mete alla pari. Hanno un consigliere, Pilade, il titolare della simpatica palestra dove i due vanno al mattino. Un conoscitore enogastronomico della costa e dell’entroterra di tutto rispetto.

Le cose non sono sempre andate così. Pochi anni prima la ragazza, che oggi è maggiorenne, era caduta in quel dedalo molto intricato che è l’anoressia adolescenziale femminile. I genitori, come usualmente accade, si erano trovati con lei nello stesso spaesamento. Era una situazione di intenso dolore in cui i genitori ben presto, di fronte al costante perdere peso della figlia, non avevano saputo più cosa fare. Alla progressiva rinuncia al cibo rispondevano perlopiù con una progressiva insistenza a farla mangiare. Se la ragazza reagisce a questa insistenza mangiando ancora meno, ecco che un circolo vizioso ha preso il comando delle relazioni familiari, un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Paradossalmente, come oggi la ragazza vede con chiarezza, l’unica che sapeva bene cosa fare era proprio lei: mangiare sempre meno, fino a non mangiare più. In una situazione dove tutto era fuori controllo, l’unica che sembrava controllare qualcosa, cioè il cibo, era la ragazza.

Dal suo punto di vista la preoccupazione e l’ansia dei genitori in un primo momento erano esagerazioni ingiustificate. Quando in seguito si era resa conto che invece erano giustificate dal proprio stato fisico, aveva però sentito che ormai il suo comportamento si era consolidato in qualcosa che non poteva più essere cambiato.

Da questo punto di stallo non sembrava possibile muoversi in nessuna direzione. Oggi la ragazza dice che a un certo punto aveva deciso di uscire da quella situazione senza tuttavia sapere come farlo, ma che già questa decisione era stata l’inizio della soluzione. Ribadisce che, senza una decisione presa in prima persona, tutti i tentativi che altri possono fare risultano privi di forza. Solo in seguito a questo passo la ragazza è stata in grado di chiedere e ricevere aiuto, solo da questo momento in poi gli interventi terapeutici del medico nutrizionista e della psicologa, e persino quello della psicologa di sostegno ai genitori, sono diventati operativi. Lo smarrimento e la rete di colpevolizzazioni e autocolpevolizzazioni in cui tutto il nucleo familiare era caduto veniva a poco a poco sostituito da un senso di collaborazione di fronte al problema.

La via d’uscita dal dedalo è stata complicata, ha avuto accelerazioni e momenti di arresto, è costata fatica e impegno, come una battaglia che ha alti e bassi. Ma di quale battaglia si parla? Chi l’ha vissuta, chi ne è stato testimone, quale vittoria ha riportato, di quale successo è stato testimone? Può sembrare paradossale, parlando di una battaglia, ma la descrizione e la spiegazione più calzanti riguardo a questo percorso accidentato mi sembra che possano stare in un libro che è fondamentalmente un libro di pace. L’autore è il medico e psicoterapeuta Lorenzo Bracco e il libro si intitola Anoressia. I veri colpevoli. Pubblicato nel 2012 da BookSprint Edizioni, ha vinto il Premio Cesare Pavese 2013 Medici Scrittori Saggistica ed è recentemente stato tradotto in America.

Ciascun familiare della ragazza che oggi sta viaggiando per la costa in vacanza vi si è ritrovato, in una collocazione non conflittuale rispetto agli altri. La ragazza soprattutto.

L’autore, mentre riconosce la multifattorialità delle cause che concorrono all’insorgere dell’anoressia nelle adolescenti e quindi ribadisce come diversi percorsi terapeutici possano essere risolutivi, si concentra sui traumi avvenuti molto precocemente nello sviluppo della persona, quando era ancora nel grembo della mamma e/o avvenuti durante la nascita. In particolare, se in seguito a un evento traumatico il sangue del feto e quello della mamma vengono in contatto e se la mamma e il feto non hanno lo stesso gruppo sanguigno e i due gruppi sanguigni non sono compatibili, scatta un allarme biologico tra la mamma e la creatura che porta in sé. Secondo questa lettura, le future difficoltà della ragazza quando sarà adolescente nei confronti della mamma e viceversa si basano su questo allarme biologico.

Spiegata in questo modo, la differenza fra la mamma e la figlia diventa un semplice fatto di cui nessuno ha colpa alcuna e un’adeguata terapia del trauma originario può ricondurla a essere una ricchezza e non un conflitto, come normalmente è quando non sia scattato l’allarme biologico dovuto al contatto di due gruppi sanguigni incompatibili.

Oltre alle argomentazioni scientifiche e alle ipotesi terapeutiche che contiene, come ad esempio la possibilità di interventi preventivi sull’anoressia adolescenziale femminile, il libro ha un’anima rasserenante e vitale.

Per tornare alla domanda su quale battaglia la ragazza abbia combattuto e della curiosa circostanza che proprio in un racconto di pace questa battaglia è vista con tale chiarezza che la ragazza leggendolo si è subito ritrovata (e, si può dire, accolta), il dato più evidente è che qui si parla di una battaglia che non è combattuta contro qualcuno o qualcosa, ma al contrario è combattuta per qualcosa: la ragazza si batte in mezzo a mille difficoltà perché è alla ricerca della propria identità.

I familiari così possono vedere la ragazza in una prospettiva che è di crescita e di evoluzione, per quanto doloroso e complicato sia oggi crescere ed evolvere, e non di blocco, di stallo, di paralisi.

A questo riguardo la ragazza ribadisce, e chi le sta vicino può testimoniare come sia vero, che quel momento in cui aveva preso la decisione di uscire dal dedalo anche se non sapeva come farlo è stato un momento di passaggio, come fosse una cruna stretta stretta.

È stata una tappa nella sua ricerca, come lo è stata per i suoi familiari. Ora dice che così l’ha vissuta lei, che nel libro ha trovato bene espressa e chiarita questa sua storia. Ha trovato che ci sono spiegazioni a comportamenti, sensazioni e emozioni che possono altrimenti apparire privi di logica e così aumentare il disorientamento. Che ci siano al contrario delle ragioni, dei perché, è invece molto rasserenante. Ci tiene ad aggiungere che si tratta di un percorso personale, anzi personalissimo, ed è certa che ciascuna ragazza in quelle circostanze trova le proprie vie, che sono, o forse addirittura devono essere, differenti da quelle di ciascun’altra.

Ora, nel racconto della ragazza così come nel racconto del libro di Lorenzo Bracco si trova la stessa convinzione che le differenze sono una ricchezza. E questo, sebbene spesso appaia come molto difficile da raggiungere, ha tutto l’aspetto di essere un buon punto di arrivo.

Evelina e Dario Voltolini 

La Lettura lettura.corriere.it/cosi-abbiamo-fatto-pace-con-il-cibo/

"In cella chi incita all'anoressia", è polemica

Proposta di legge bipartisan per introdurre un nuovo reato: agli istigatori fino due anni di carcere e centomila euro di multa. Nel mirino blog e pagine web  che consigliano come mangiare sempre meno. Ma piovono i no: inutile proibizionismo 

ROMA - In carcere chi incita all'anoressia. Pene altissime per chi gestisce, o pubblicizza, quei siti che spingono le ragazzine ad entrare nel tunnel della magrezza senza ritorno. Fa discutere e divide la proposta di legge scritta dalla deputata Pd Michela Marzano, ma firmata "bipartisan" da esponenti di tutte le forze politiche (Carfagna, Vezzali, Binetti) sulla lotta ai disturbi alimentari. Un testo approdato da poche settimane in Parlamento ma già diventato un "caso". Il primo articolo prevede infatti l'estensione del reato di "istigazione al suicidio", articolo 580 del codice penale, per quei siti (centinaia, ma i più famosi si chiamano "pro-Ana" e "pro-Mia") dove giovanissime e spesso gravi anoressiche si scambiano consigli per mangiare sempre meno. Con "tecniche" che prevedono farmaci, vomito, digiuni. Esaltando un ideale di magrezza sempre più estremo, un controllo del cibo così ossessivo, che non di rado porta ragazzine giovanissime sulla soglia dell'addio alla vita. Il testo si compone di tre articoli: il primo ipotizza appunto l'istigazione al suicidio, gli altri due chiedono misure e fondi per la prevenzione e la cura dei disturbi alimentari. Un'epidemia, una vera e propria piaga sociale, oltre due milioni gli adolescenti che ne soffrono (molti in modo passeggero per fortuna), ma anoressia e bulimia stanno iniziando a contagiare anche bambine tra i 9 e i 10 anni. 


Ma si può colpire chi ospita e gestisce un sito Internet, con l'accusa di istigazione al suicidio, ritenendolo responsabile di un fenomeno giovanile così radicato e diffuso? In Rete la polemica è esplosa, tra chi difende la legge Marzano, e chiede provvedimenti simili a quelli della Polizia Postale contro la pedopornografia. C'è chi invece la definisce figlia di un "inutile proibizionismo" come tutti i tentativi di imbavagliare Internet. Una polemica nota. Ma a sorpresa, a favore della legge Marzano, si schierano alcuni medici in prima linea nella cura di giovanissime e giovanissimi pazienti. Armando Cotugno, psichiatra, dirige il centro sui disturbi alimentari della Asl Roma E. Un centro di eccellenza nella spesso dissestata sanità romana. Mille adolescenti in cura, uno staff di 13 persone, e un approccio quasi tutto basato sulla terapia familiare. "Il messaggio della legge può sembrare estremo, ma da psichiatra lo appoggio pienamente, anzi ho raccolto le firme a favore. È chiaro che non sono questi siti ad indurre la malattia - spiega Cotugno - ma ho visto quanto è difficile curare chi li frequenta. Rinforzate ed esaltate dal gruppo le ragazzine anoressiche diventano più aggressive, spesso impermeabili alle cure". 

Nel centro della Asl RomaE le adolescenti (pochissimi i maschi) vengono prese in carico insieme a tutta la famiglia. "E il metodo funziona. Una volta che hanno recuperato il peso, che il loro quadro clinico è migliorato, inizia il percorso psicologico vero e proprio. Ebbene, se in questo delicato momento il loro cammino si intreccia con i gruppi pro-Ana noi vediamo delle gravissime regressioni". Conclude Armando Cotugno: "Quindi ben vengano misure così forti. Nessuno di noi si illude: non è certo chiudendo un sito Internet che risolveremo il dramma dei disturbi alimentari, ma almeno il nostro lavoro non sarà vanificato". Maria Novella De Luca, Repubblica.it www.repubblica.it/cronaca/2014/08/07/news/reato_incitamento_a_anoressia-93292889/
 

Contenuto Redazionale BUON FERRAGOSTO!

 

E' morto don Gelmini, il prete anti-droga amico di Berlusconi

 

 
E' morto don Gelmini, il prete anti-droga amico di BerlusconiÈ MORTO a 89 anni don Pierino Gelmini, il fondatore della Comunità Incontro di Amelia. Da tempo malato  -  lo scorso 5 agosto si era sottoposto a un intervento per la sostituzione di un pacemaker - e da sempre impegnato nel recupero dei tossicodipendenti, è spirato nelle sue stanze di Molino Silla di Amelia (Terni). "Don Pierino Gelmini è stato assistito fino all'ultimo dai ragazzi che ha seguito per una vita", ha fatto sapere nella notte Gianpaolo Nicolasi, uno dei suoi più stretti collaboratori. La camera ardente è stata aperta alle 12 a Molino Silla di Amelia. La salma di Don Gelmini è stata trasportata sulle note dell'Alleluia di Haendel.
 
C'è riserbo sui nomi dei politici italiani e di altre figure note che domani prenderanno parte ai funerali di Don Pierino Gelmini, fissati per le 10:30 nella chiesa della Comunità Incontro nella struttura di Molino Silla, a qualche chilometro da Amelia.

Una vita al fianco dei tossicodipendenti. La lotta alla droga per don Gelmini era iniziata nel 1963 dopo un incontro casuale con Alfredo, un tossicodipendente romano: "Zì prete, dammi una mano, non voglio soldi, ma sto male" implorava il ragazzo in piazza Navona. Don Gelmini lo portò quindi a casa sua, cominciando la sua attività di recupero dei tossicodipendenti, poi concretizzatasi dalla Comunità Incontro. Con l'apertura del Centro di Molino Silla, nel 1979, nasceva la prima realtà di oltre cento future strutture legate, in Italia e all'estero, che hanno seguito circa 300mila ragazzi sinora.

Ma Pietro Gelmini, nato a Pozzuolo Martesana (Milano) nel 1925 e chiamato "don" fino all'ultimo anche se ridotto allo Stato laicale, su sua richiesta, da papa Ratzinger nel 2008, è stato in vita una figura controversa. Già sacerdote della Chiesa Cattolica e vescovo di quella Greco-Melichita, è stato amato da molti per il suo impegno sociale, ma accusato da altri per presunte molestie sessuali. Un'ombra che lo ha accompagnato costantemente negli ultimi anni: "Sono stato incastrato da toghe rosse e poliziotti infami", fu la sua reazione iniziale. Così, nel 2010, don Gelmini è stato rinviato a giudizio per presunti abusi. "Sono innocente, addolorato e incredulo, tante menzogne non fanno una verità. Come posso aver fatto certe cose orrende alla mia età?", ripeté più volte all'epoca. 

Gli episodi contestati spaziano dal 1997 al 2007. Tutto era cominciato nel 2000 quando il ragazzino "Michele I." aveva denunciato Don Gelmini per molestie sessuali. In un primo tempo, il caso era stato archiviato. Cinque anni dopo, però, l'aria alla procura di Terni era cambiata. Gli investigatori e il pm Barbara Mazzullo sostenevano di aver raccolto le prove di almeno dodici episodi di pesanti molestie. Un processo, quello a Gelmini, a estremo singhiozzo. Lo scorso primo luglio, del resto, la perizia medico-legale disposta dal tribunale di Terni ha stabilito che l'ex religioso non era in grado di "partecipare coscientemente" al procedimento a suo carico a causa dell'aggravamento delle sue condizioni di salute. Per questo il processo era stato temporaneamente sospeso. La nuova udienza era stata fissata al 4 marzo 2015. Inutilmente.

Ma Don Gelmini, fratello di un altro celebre ecclesiastico (padre Eligio Gelmini) e ordinato prete nel 1949, era anche un "prete star", molto inserito nel tessuto politico e della società che conta. Indimenticabile la festa dei suoi ottant'anni, nel 2005, con ospiti d'onore Gigi D'Alessio, Amedeo Minghi e Mogol. Vicino alla destra italiana, fu lui a celebrare la messa per Bettino Craxi a un anno dalla sua morte. Condannato nel 1971 per truffa e bancarotta fraudolenta e protagonista vent'anni dopo di un celebre scontro con il sindaco di Amelia e storico leader della Cgil Luciano Lama che lo accusava di abusi edilizi (si candidò per succedergli e perse), Gelmini, inoltre, è stato anche un carissimo amico di Berlusconi, tanto che l'ex Cavaliere lo voleva addirittura ministro nel 1994 (non accadde) e gli donò cinque milioni di euro nel 2005 per la sua associazione. 

Un anno dopo, don Gelmini fu uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi che equiparò le droghe leggere a quelle pesanti. E del resto già nel 2000 aveva partecipato al "manifesto" di Alleanza Nazionale "Valori e idee senza compromessi" come testimonial della lotta alle sostanze stupefacenti. In quella circostanza, però, rilasciò una dichiarazione che fece arrabbiare molti: "I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15 per cento della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d'ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all'Islam. Bisogna bloccare questo germe".

Le reazioni. Numerosi i pensieri e i ricordi dal mondo ecclesiastico e politico. Silvio Berlusconi, che è sempre stato un sostenitore delle sue attività, ha espresso la propria vicinanza alla Comunità per la morte del fondatore. Berlusconi ha assicurato la propria solidarietà anche per il futuro, ma ha spiegato che non potrà partecipare al funerale.

Il presidente della commissione Affari esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini: "Ricordo con profonda commozione e tristezza don pierino gelmini che è stato indubbiamente un protagonista discusso ma coraggioso nella lotta contro la droga. E' affidato oggi, come tutti, al giudizio divino ma certamente le sue opere in terra rimangono e hanno significato la riconquista della vita per tante centinaia di giovani". 

"Don Pierino Gelmini ha strappato alla morte migliaia di vite - dice Maurizio Gasparri (Fi) - non solo combattendo in Italia e nel mondo il flagello della droga, ma dando un ricovero in Asia o in America Latina a chi sarebbe morto di stenti, fame e povertà. Ha mobilitato energie enormi, scosso palazzi della politica troppe volte sordi, restituito un sorriso e una speranza a tante famiglie alle quali lo Stato non ha dato né ascolto, né risposte. Tanti giovani usciti dalle sue comunità hanno creato famiglie nelle quali sono nati e cresciuti bambini che non esisterebbero se Don Pierino non avesse strappato alla morte i loro genitori. Don Pierino ha difeso e alimentato la vita, sempre e ovunque". 

Monsignor Giovanni D'Ercole, nuovo vescovo di Ascoli Piceno, ricorda don Pierino con le seguenti parole: "Ha vissuto con dignità il suo calvario, ha conservato sempre la sua serenità e non ha mai smesso di essere ottimista".

 www.repubblica.it/cronaca/2014/08/13/news/don_pierino_gelmini_morto-93664360/

Stranieri e gioco d’azzardo

Il rapporto tra gioco d’azzardo e popolazione straniera in Italia è un fenomeno poco o nulla studiato. Eppure riveste un’importanza considerevole per comprendere la struttura sociale e culturale dei gruppi etnici presenti sul nostro territorio. Il rapporto può essere studiato dal lato della “domanda”, cioè dal lato dei giocatori, o dal lato dell’offerta, cioè della struttura distributiva. In questo articolo ci concentreremo sulla composizione etnica dei proprietari degli esercizi all’interno dei quali è stata autorizzata la presenza di apparecchi per il gioco d’azzardo. Senza voler anticipare le conclusioni, si confermano i risultati e l’evidenza aneddotica circa la diversa propensione imprenditoriale dei vari gruppi etnici, in particolare dei cinesi presenti nelle regioni più dinamiche del Paese. Da notare che nella cultura cinese il gioco d’azzardo non ha connotazioni negative (o perlomeno non così negative come nelle culture occidentali e nelle religioni monoteiste).
Nelle tabelle messe a disposizione dall’AAMS sul proprio sito web, nel 2013 risultano censite 65.256 persone fisiche, titolari di licenza per il gioco d’azzardo. Di queste, stimiamo che 7.120 (il 10,9%) siano nate fuori dall’Italia.
Come si può notare in 5 Regioni (tutte del Nord) la percentuale di titolari stranieri supera il 10% e in Lombardia è addirittura superiore al 20%. E’ interessante notare che nelle grandi regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Emilia-Romagna) prevalgono i soggetti provenienti dall’Asia. Mentre in Friuli e Liguria si riscontra un pattern più equilibrato tra Europa e Asia, simile a quello delle grandi regioni del Centro Italia (Lazio e Toscana). Nelle regioni del Sud e nell’Italia centro-adriatica prevalgono invece i soggetti stranieri nati in Europa.
I soggetti nati all’estero sono quasi l’11%. Il gruppo più numeroso è quello dei Cinesi, seguito da Rumeni, Svizzeri, Tedeschi e Albanesi. In realtà, per quanto riguarda Svizzeri e Tedeschi si tratta in grandissima parte di soggetti con nome e cognome italiani, quindi probabilmente figli di emigrati che sono rientrati in patria e con le rimesse dei genitori hanno acquistato un esercizio e le licenze.
Viceversa nelle Regioni più dinamiche la prevalenza di “veri” cognomi esteri è prevalente. Una curiosità. Analizzando i cognomi dei soggetti si nota la prevalenza dei cognomi cinesi più diffusi rispetto agli omologhi italiani . In questa peculiare classifica dei cognomi con più di 100 occorrenze, resistono solo i Russo, Rossi, Esposito e Ferrari.
Il pattern è ragionevole. Gli stranieri “veri”, quelli cioè che non hanno alcun legame affettivo precedente con un territorio italiano, vengono in Italia per lavorare e si insediano dove c’è “business” e quindi nelle regioni del Nord Italia. I figli degli emigranti italiani, invece, tendono a ritornare nelle zone d’origine dei loro avi, dove magari hanno ancora legami affettivi e familiari.

blog.vita.it/economicamente/2014/08/09/stranieri-e-gioco-dazzardo/

Steward annuncia, gettate droga

 In Australia, passeggeri da festival musicale. Scuse compagnia

(ANSA) - SYDNEY - L'aerolinea interna australiana Jetstar, affiliata alla Qantas, ha presentato le sue scuse dopo che un assistente di volo aveva consigliato in un annuncio ai passeggeri diretti a Sydney di disfarsi nella toilette di eventuali droghe prima dell'atterraggio. Alcuni passeggeri tornavano dal festival di musica "Splendour in the Grass" presso la località turistica di Byron Bay e l'annuncio avrebbe fatto scattare una corsa ai gabinetti. Lo steward è stato ammonito.

Droga, troppe coincidenze nella ricerca

Olimpia de Gouges tenta di aprire le scatole cinesi dei progetti DPA per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto.

Sulle accuse mosse all’ex Direttore del Dipartimento Politiche Antidroga, di affidare a privati la realizzazione di studi epidemiologici, sottraendoli a centri di ricerca pubblici (si veda il capitolo “Serpelloni vs CNR” nel 5° Libro bianco sulla legge Fini-Giovanardi), basta fare un giro in rete e trovare informazioni interessanti e sufficienti per far sorgere il sospetto che non siano proprio infondate.
Così a spulciare sul sito dell’amministrazione trasparente del Governo (www.governo.it) si trovano gli ultimi “Accordi tra amministrazioni (art. 15 legge n.241/1990)” conclusi dal DPA con vari enti e organismi. Tra questi, ben tre conclusi con il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna per la realizzazione di indagini campionarie sulla popolazione generale (GPS-DPA 2014, finanziato per € 212.000) e studentesca (SPS-DPA, € 132.000) e per la stima dei consumatori con bisogno di trattamento (PDU-DPA 2014, € 100.050). E sul sito dell’Università (www.sde.unibo.it) vi sono informazioni che sembrano confermare il sospetto che, pur attraverso il “filtro” del Dipartimento di Sociologia, a realizzare le indagini per il DPA siano sempre gli stessi soggetti e cioè la Società Explora s.n.c. di Vittadello Fabio & c. Ricerca analisi statistica, di Vigodarzere (Padova) e il Consorzio Universitario di Economia e Management – CUEIM di Verona. Per una strana coincidenza o bizzarria del destino, infatti, i vincitori dei bandi di selezione per assegni di ricerca e incarichi di collaborazione indetti dal Dipartimento di Sociologia per la realizzazione dei progetti del DPA sono “vicini” appunto alla Explora e al CUEIM. Così per il Progetto GPS-DPA 2014, l'incarico di 5 mesi, per un corrispettivo di € 32.000, è stato affidato al Dr. Fabio Vittadello, socio della Società Explora, già ente executive del progetto DPA “Survey 2011-2012 – ITALY” e risultante tra i fondatori del CUEIM di Verona (affidatario dello stesso progetto “Survey2011-2012–ITALY e di numerosi altri) http://www.cameradicommerciolatina.it/it/component/k2/item/4702-cueim.html.
Per il Progetto SPS-DPA il primo incarico (5 mesi, € 32.000) è stato assegnato al Dr. Paolo Vian, anche lui socio della Società Explora (http://www.centroexplora.it/nota_legale.htm); il secondo incarico (5 mesi per € 12.100), all’ing. Ermanno Ancona, titolare della AWB Informatica di E. Ancona & C. S.a.s. di Verona (http://www.awbinformatica.it/chi_siamo.html), già collaboratore del dr. Serpelloni in numerosi progetti (Dronet, Dream on, Portale Drog@news) e nella realizzazione dell’Area riservata per rilevazione dati NNIDAC e del questionario on line www.drugfreedu.org. In questi ultimi due casi, inoltre, il committente del progetto è il CUEIM in collaborazione con la Explora (http://www.awbinformatica.it/progetti.html). Per il progetto PDU-DPA 2014, infine, l’incarico (5 mesi, € 32.000), è stato affidato al Dr. Bruno Genetti, il quale è: socio della Società Explora, consulente del CUEIM (ad es. nel Progetto SIND del DPA), consulente ed esperto del DPA per la realizzazione di progetti (come NetOutcome) e per l’area epidemiologica del portale Drog@news; è membro del Gruppo di Lavoro “NIDA Collaboration” e della Consulta degli esperti e degli operatori sociali sulle tossicodipendenze; è esperto nazionale dell’indicatore Treatment Demand Indicator del Punto Focale Italiano del DPA e referente presso l’EMCDDA.
Confidiamo che Patrizia De Rosa, appena nominata dirigente amministrativo del DPA, faccia rapidamente chiarezza in questo intrico di scatole cinesi.

www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/droga-troppe-coincidenze-nella-ricerca

Droga e soprusi quando l'Utopia diventa incubo

ANDREA Delogu è nata trent'anni fa a San Patrignano, dove ha vissuto i suoi primi dieci anni e dove entrambi i suoi genitori (si erano conosciuti là) si erano disintossicati. Negli ultimi tre anni lei e lo sceneggiatore Andrea Cedrola hanno intervistato ex ospiti della comunità fondata da Vincenzo Muccioli, hanno ricostruito storie belle e bruttissime e le hanno scritte. Il libro dei due Andrea si intitola La collina ( Fandango) ed è un romanzo in parte autobiografico e in parte corale. A narrare in prima persona è la bambina Valentina, o in qualche capitolo il padre Ivan; altre parti sono in terza persona, a narrare è la sintesi impersonale delle voci intervistate dai due autori prima della stesura del libro. È un libro potente, scritto quasi tutto al tempo presente, in un'alternanza cinematografica di scene, grande ritmo e secchezza.

La storia di tutti, nella Collina, è la trafila di dipendenza, redenzione e infine (per chi ci arriva) libertà. È la storia degli ex tossicodipendenti che in qualche modo passano l'astinenza e lavorano in comunità sino a che Riccardo Mannoni, il fondatore e capo — paterno e brusco — della Collina non li lascerà andare (chi prova a fuggire viene ripreso e punito, come la magistratura ha acconsentito si facesse). Ma anche per lo stesso Mannoni fondare la Collina ha costituito il riscatto da un periodo di lavori umilianti e rapporti famigliari frustranti.

Non è certo questa, però, la storia di Valentina, la bambina per la quale la Collina è un Eden in cui può muoversi senza rischi, allevare animali, non avere preoccupazioni materiali di alcun tipo e che solo col tempo si renderà conto della follia utopistica che regge la vita comunitaria, all'ombra del dispotico carisma di Mannoni.

Per un verso il purgatorio della Collina si scambia con il paradiso: verde, natura, animali, non manca niente, non si usa denaro e la dipendenza dalle sostanze viene sostituita dalla dipendenza dalla Collina stessa («La Collina, non ne potrai fare più a meno», dicono alcuni personaggi, prima di accorgersi che non è uno solo un possibile e scherzoso slogan pubblicitario): il vero purgatorio è la vita reale, con le sue tentazioni e la necessità di guadagnarsi da vivere. Per un altro verso, la Collina è un inferno, fatto di soprusi, regole oppressive, violenze psicologiche e fisiche, giustificate dalla necessità terapeutica. Nel libro le violenze ci sono: ma viste con gli occhi ingenui di Valentina o con quelli neutri di una sorta di narratore-cinepresa si ammantano di un'apparente normalità, che sgomenta il lettore più di un'eventuale resa narrativa esclamativa e splatter. La Collina è un libro potente perché elude ogni tentazione di cedere alla morbosità della rappresentazione o a quella, non meno ambigua, dell'indignazione.

L'inchiesta di Delogu e Cedrola non ha portato al romanzo-denuncia ma al più serrato degli storytelling . Del resto dipendenza e carisma sono gli argomenti di molta letteratura degli ultimi anni. Vuole dire che a San Patrignano erano presenti i prodromi di una contemporaneità di cui avremmo tutti imparato a preoccuparci. Contro la totale impotenza di politica e cultura, solo il carisma individuale si seppe allora opporre all'eroina. Non era un'eccezione, ma un modello in cui la comunità carismatica sostituisce la società. Peccato che, come spiega Umberto Eco nella sua Storia delle terre e dei luoghi leggendari (e la Collina, come anche San Patrignano, è per molti versi una terra leggendaria), ogni città di Utopia non può che configurarsi come tirannia e assolutismo, perché richiede obbedienza supina a regole date per sempre.

 

Il romanzo è in parte autobiografico in parte corale. A raccontare sono una bambina nata nella comunità di recupero e suo padre

Andrea Delogu e Andrea Cedrola, La Collina ( Fandango, pagg. 345, euro 18)

La Repubblica ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/07/19/droga-e-soprusi-quando-lutopia-diventa-incubo42.html

Condividi contenuti