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Anoressia, un misterioso modo per sparire

 

Anoressia, un misterioso modo per sparire

Premessa. Scrivo al femminile perché la storia ha finora visto principalmente delle anoressiche femmine. Ma le cose stanno cambiando ed i maschi sono sempre di più. Quindi un’avvertenza: si legga il femminile di questi articoli contemporaneamente al maschile ed al femminile.

L'anoressia e' un crocevia di tensioni e di contraddizioni. Ed è densa di mistero. Sembra una sfida in cui la persona vince, anzi domina. Domina il corpo, le sue pulsioni, i bisogni più comuni e profondi. Sentire, e soffrire, duramente la fame offre il destro per sentirsi più potenti. Dominare la fame da' la vertigine del supremo potere, nulla può essermi imposto se neppure la fame più dolorosa mi piega. Ci si sente esaltati da questa lotta: più la fame cresce e morde e più ci si sente forti. Chi le incontra spesso ne è spaventato: le vere anoressie formano corpi emaciati, macerati dal digiuno che camminano spediti ed energici a dispetto dell'apparenza.

Tante volte si sente apostrofare qualche persona che per rabbia o disperazione rinuncia a mangiare e dimagrisce vistosamente con un “sei proprio una anoressica”. Ma non è sempre vero che i magri o chi digiuna sia anoressico. Ci vogliono vari criteri per essere anoressici, non basta la magrezza.

A proposito, hai notato che scrivo al maschile e non al femminile? A dispetto della tradizione che vedeva le femmine prevalere largamente sui maschi ormai sono parecchi i soggetti di sesso maschile che sviluppano l’anoressia. Recentissime ricerche dimostrano che in certe aree degli Stati Uniti maschi e femmine si equivalgono per numero e che anzi i maschi hanno sintomi ancora più gravi. E’ facile prevedere che il medesimo trend epidemiologico si realizzi presto anche da noi. In una ricerca fatta quando ero in Ausl con il valente ricercatore sociale Agostino Giovannini, scoprimmo che anche in Italia gruppi di persone con volontà di diventare anoressiche si galvanizzavano a vicenda tramite i social network. Una rete di chat e forum aderenti alla filosofia dei pro-Ana, una specie di religione che esalta l’anoressia e spinge a seguire una serie di criteri per esaltarla e spingerla alle estreme conseguenze. Per alcuni è uno spiegare agli altri l'arte del digiuno. L’esaltazione dell’Io di chi si riconosce in questi obiettivi è davvero grande. Il distacco dalle condizioni di realtà ne consegue. Sul tema c’è un fiorire in tutto il mondo di persone che forti della loro esperienza, raccontano come diventarono anoressiche e come poterono uscirne. Io consiglio alle mie pazienti ormai recuperate di rendere la loro esperienza fruibile agli altri in una forma di restituzione che serve a prevenire in altri la sofferenza che loro vissero. Raccontarsi non è però facile, si potrebbe non essere capiti. Ci sono però alcuni che lo fanno, anche con ostentazione; specie di eroi che sono potuti rientrare da un’avventura che poteva portarli al decesso. Infatti l’anoressia, quella vera, è anche un gioco con la morte, una sfida.

Chi non l’ha sperimentata non può riuscire affatto a capire, dicono alcuni di costoro. I più possono solo leggere, ascoltare e rimanere infreddoliti da tanto rischio. Alcuni raccontano, si raccontano, come fenomeni da festa degli zombie. D’altronde, va riconosciuto, rifiutare il cibo a scapito delle funzioni corporee non è una dipendenza facile da strutturare. E in tutte le dipendenze trovi persone che ti sbattono in faccia: cosa vuoi capire tu che non l’hai avuta? Vogliono sentirsi speciali. Gina Bellafante ha messo bene in chiaro tutto ciò in un suo articolo per il New York Times: "L'anoressia è una malattia piena di contraddizioni: esige disciplina e indulgenza .... L'anoressica scompare per essere vista, lavora per l'auto- miglioramento, per la perfezione, mentre si auto- annienta". L'anoressia è una condizione di "allucinazione intellettualizzata".

Questa definizione sintetica è la migliore di quelle che ho letto, e punta al modo conflittuale in cui si parla della malattia: la nostra intenzione è critica, ma il linguaggio è (purtroppo) celebrativo. L’anoressia affascina per il suo invilato ideale di magrezza. Trovo stimolante le riflessioni che avanza Kelsey Osgood nel suo libro “How to Disappear Completely: On Modern Anorexia”: vi analizza questi paradossi, commentando criticamente gli scritti delle anoressiche sulle anoressiche. Il suo progetto è apertamente un volere andare contro corrente, per esporre l'ipocrisia delle memorie pseudo - redentrici scritte da coloro che si considerano recuperati e dopo avere stupito per la magrezza adesso vogliono stupire coi loro racconti. La Osgood crede che il merito di questi autori, che sono spesso chiamati rigorosi ed onesti oltre che coraggiosi ed altruisti, sia in realtà ingenuità, forse anche voluta: in realtà, i loro libri spesso non fanno altro che insegnare ai lettori a seguire una dieta e a pensare all'anoressia come a una malattia densa di aspirazioni. E' una bella critica soprattutto perché viene da qualcuno che ha passato più di un decennio dentro e fuori dagli ospedali sempre sull'orlo della morte, una che dovrebbe essere presa sul serio. Infatti Osgood contrasse la malattia da adolescente copiando le abitudini di altre anoressiche, utilizzando proprio quei libri che pretendevano di essere mirati verso il recupero, quelli scritti da ex anoressiche. Lei li prese alla lettera, didattica come fossero manuali per fare la dieta. Ricorda il pensiero dell’anoressia non come una grave malattia, ma come il più logico progresso per il completo auto-controllo. Ecco il contributo fondamentale di Osgood: bisogna vedere il difetto di questa logica perché non può essere che per migliorarsi ci si rovini.

DI UMBERTO NIZZOLI www.progettouomo.net/index.php

Nuove sostanze, un approccio razionale

sostanze-piscoattive.jpg Nuove Sostanze Psicoattive: comunemente conosciute come Nps (New Psychoactive Substances) sono la nuova “emergenza droga”. Tanto che, alla vigilia delle elezioni di primavera, il Parlamento Europeo ha approvato una proposta per una più rapida risposta all’incombente minaccia. Prima di entrare nel merito della decisione, è opportuno discutere la definizione stessa. Il termine Nps comprende sostanze dalle caratteristiche chimiche e dagli effetti assolutamente diversi (dagli stimolanti anfetaminici, alla ketamina dagli effetti sedativi, ai cannabinoidi sintetici). Se è vero che il mercato sforna in continuazione prodotti sintetici inediti, una sostanza come la ketamina, anestetico ampiamente usato sia in veterinaria che sull’uomo, non è davvero un prodotto “nuovo”. In più, la diffusione delle varie sostanze racchiuse sotto la denominazione di Nps è assolutamente ineguale: se nell’ultimo anno ben 82 nuove sostanze si sono affacciate al mercato, relativamente poche sono entrate nelle abitudini dei consumatori. A ben guardare, solo alcune hanno un certo impatto: la ketamina, il mefedrone (uno stimolante sintetico della famiglia delle anfetamine) e i cannabinoidi sintetici. Con notevoli differenze fra paese e paese: ad esempio, in Romania gli stimolanti hanno preso il posto dell’eroina come la droga più comunemente assunta per via iniettiva, mentre in Ungheria la cannabis sintetica è la seconda sostanza più usata.

L’unico fattore che accomuna le Nps è il fatto di essere “nuove” alla proibizione, non essendo ovviamente contenute nelle tabelle delle droghe illegali al momento della loro comparsa sul mercato.

Dunque il termine Nps tradisce l’ottica da cui si guarda al problema: rispetto alla presenza/ assenza di controllo legale, nella forma estrema rappresentata dalla proibizione. Col rischio di affrontare il problema del controllo prima ancora di una riflessione seria sul fenomeno. Per non dire che ancora una volta l’attenzione si concentra unicamente sulle (caratteristiche chimiche delle) sostanze, dimenticando l’importanza dei modelli di consumo, dei rituali e delle culture dell’uso nel determinare i rischi cui possono andare incontro i consumatori.

Proviamo invece a ragionare sulla fortuna delle droghe sintetiche, sul perché della continua innovazione dei prodotti psicoattivi che vengono immessi sul mercato. In parte, la differenziazione è un effetto del mercato stesso, così come accade per molte altre merci; in parte, è effetto della proibizione stessa, che stimola a ricercare sempre nuove formule chimiche per aggirare il divieto. Fanno parte delle misure repressive da evitare i temuti e sempre più diffusi test antidroga: da qui la fortuna dei cannabinoidi sintetici, che poi si sono conquistati una nicchia nel menu dei consumatori per i loro effetti assai diversi dai cannabinoidi naturali. Altra conseguenza dell’illegalità del mercato è la produzione di preparati sempre più potenti e sempre più concentrati, con maggior danno per la salute.

La proposta Ue si muove su due coordinate: l’accorciamento dei tempi per valutare la pericolosità di una sostanza e inserirla se del caso nelle tabelle delle droghe proibite, da un lato; dall’altro, una maggiore gradualità nel controllo, che dovrà essere proporzionato al rischio: con la possibilità di optare per forme diverse di regolazione del mercato, mentre il divieto assoluto con le relative previsioni penali sarebbe riservato alle sostanze più pericolose. E’ un approccio più razionale dell’opzione unica della proibizione attualmente in vigore per le sostanze naturali. C’è da augurarsi che ciò inneschi un ripensamento globale del governo delle sostanze psicoattive, con maggiore attenzione alla salute pubblica.

Salvina Rissa per la prima parte dell'inchiesta sulle Nps per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto dell'11 dicembre 2014.

Epatite C, per il superfarmaco un miliardo e mezzo dalla Legge di stabilità

Via libera anche in Italia al sofosbuvir, emendamento dal ministero per assicurare cure gratuite nei casi più gravi. In farmacia un ciclo terapeutico completo costerà 74.286 euro di MICHELE BOCCI, La Repubblica

 
ROMA - Un miliardo e mezzo di euro in due anni per curare le persone malate di epatite C con i nuovi superfarmaci della generazione Sofosbuvir. Quelle nelle condizioni di salute più gravi. Il ministero della Salute ha proposto un emendamento nella legge di Stabilità per mettere a disposizione dei cittadini il medicinale gratuitamente. I soldi utilizzati sono quelli che verrebbero risparmiati grazie alla eliminazione della malattia, che ovviamente ha i suoi costi. Il sofosbuvir (nome commerciale Sovaldi), infatti, è un principio attivo nuovo e rivoluzionario, in grado in una altissima percentuale di casi di cancellare l'epatite C, come hanno mostrato le sperimentazioni.

Per questo l'azienda che lo produce, la Gilead Siences, fa prezzi molto alti; così alti che, dato il milione e mezzo di malati stimati in Italia (dei quali almeno 3-400 mila avrebbero bisogno del medicinale), l'assistenza globale a carico dello stato avrebbe un effetto dirompente per le finanze pubbliche.

L'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, nei mesi scorsi ha così iniziato a trattare con il produttore e la conclusione del suo lavoro è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5 dicembre con il via libera all'ingresso ufficiale del farmaco nel sistema sanitario italiano. Nella determina, però, l'Agenzia mantiene la riservatezza sul prezzo finale del medicinale. O meglio, si scrive che la terapia di 12 settimane costa al sistema sanitario nazionale 45 mila euro, praticamente il prezzo di partenza, ma si prevede anche uno "sconto obbligatorio alle Strutture pubbliche come da condizioni negoziali".

Evidentemente nell'accordo con il produttore si è deciso di non rendere noto il prezzo finale, forse per non far conoscere agli altri Paesi quanto spende l'Italia. Le indiscrezioni comunque parlano di un costo per il sistema sanitario tra i 35mila e i 40mila euro, a seconda del volume dei pazienti. Per questo con il miliardo e mezzo che potrebbe essere stanziato nella Legge di Stabilità si potrebbero curare circa 22mila persone l'anno per due anni. E solo, dunque, i casi più gravi, quelli a un passo dal trapianto o dal decesso. Le Regioni probabilmente dovranno finanziare ulteriori acquisti di altri farmaci, e più in generale andrà sviluppato un piano pluriennale di intervento, dividendo i pazienti per gravità.

Nella Gazzetta Ufficiale viene previsto anche il prezzo di vendita al pubblico, cioè per chi non vuole aspettare di essere chiamato dalla Asl nei prossimi mesi o anni, ma vuole curarsi subito. Bisogna essere ricchi per permettersi in questo modo il sofosbuvir: un ciclo terapeutico completo, della durata di 12 settimane, costa 74.286 euro.

Intanto dall'Aifa hanno spiegato di aver raccolto la disponibilità di Gilead a garantire la fornitura gratuita del farmaco per l'intera durata di trattamento dei pazienti per i quali le richieste e i via libera dei Comitati etici siano state rilasciate in tempi utili, cioè prima dell'ingresso del farmaco nella lista dei rimborsabili di fascia A formalizzata dalla Gazzetta Ufficiale. Si tratta del cosiddetto utilizzo compassionevole, che si può fare prima che un medicinale sia approvato.

Farmaci, un mercato regolato

E' giusto che una bottiglia di Brunello di Montalcino costi 130 euro? La domanda c'entra poco con la giustizia. Chi andrebbe a indagare quanto è costato produrlo, e quanto è il margine di profitto? Tanto la maggior parte di noi si accontenta di un ottimo rosso Toscano che costa 8-10 euro. Ben diversa è la questione quando si tratta di un farmaco: se un malato ha una setticemia non si può usare l'aspirina al posto dell'amoxicillina, o in alcuni casi di un antibiotico anche assai più costoso.
È per noi una fortuna che a pagare in Italia, e in molti Paesi dell'Europa sia il Servizio sanitario nazionale (che giustamente vive delle nostre tasse); e sinora relativamente poche domande sono state fatte su che cosa determini i prezzi dei farmaci. È stato accettato, stranamente per alcuni di noi, che valgano per i farmaci le stesse leggi di libero mercato che valgono per il vino. Eppure almeno due differenze sono lampanti. 1) Nel caso del vino abbiamo una scelta: possiamo comprare il Brunello, o un vino meno caro, o rimanere astemi; nel caso dei farmaci, invece, sovente ne va della vita. 2) Nel caso del vino la concorrenza è palese e vivace: per rimanere nel settore lusso, il Brunello compete con il Barolo o l'Amarone; nel caso dei farmaci, invece, sono sempre più i casi di malattie, rare o meno rare, nelle quali il farmaco veramente efficace è uno solo, e per 10-20 anni è protetto da esclusività. Pertanto, se due cardini del libero mercato sono la libertà dei prezzi e la concorrenza, si vede subito che per i farmaci uno dei due già manca.
La spirale della spesa farmaceutica è preoccupante, non solo per gli esperti di farmaco-economia. In pratica c'è stato sinora un certo grado di dicotomia non scritta: farmaci per malattie comuni che costano relativamente poco (anche se sempre di più); e farmaci per malattie rare che costano moltissimo (fino a 330mila euro all'anno per una malattia che dura molti anni). Alcuni mesi fa questa dicotomia è stata infranta, quando in Usa la Fda ha approvato il sofosbuvir (prodotto dalla Gilead con il nome commerciale Sovaldi), attualmente l'unico farmaco che, in combinazione con altri pre-esistenti, può non solo curare, ma guarire l'epatite C: ve ne sono circa 2,7 milioni di casi negli Usa, e circa un milione in Italia. Prezzo: 1.000 dollari per pasticca; un ciclo di cura (e non sempre basta) ne richiede 84 (per 84mila dollari). Alcuni di noi pensano da tempo che il libero mercato dei farmaci dovrebbe essere temperato da regole; ora ci giunge un assist da fonte impensata: il Senato degli Stati Uniti. Il Chairman del Finance Committee del Senato americano ha dato 60 giorni di tempo alla Gilead per rispondere a dozzine di domande, che vanno dal loro business plan, alla rendicontazione delle spese sostenute in passato e attualmente per la produzione del farmaco, alle modalità di promozione, e via dicendo.
È chiaro che il movente della lettera del Senato è di carattere economico. Anche facendo una selezione dei casi più urgenti da trattare, si contemplano spese di miliardi di dollari. Il «Financial Times» di Londra, che in un documentato articolo di luglio ha dato ampio rilievo a questa lettera, cita altri elementi che hanno causato il risentimento del Senato: soprattutto che il sofosbuvir verrà venduto con uno "sconto" del 30% in Gran Bretagna e del 99% in Egitto, dove una pasticca costerà 11 dollari anziché 1.000 dollari. Significa che il prezzo in Usa è enormemente gonfiato, o che gli americani pagano per lo "sconto" concesso ad altri Paesi? A noi sembra che il punto centrale sia questo: il prezzo di un farmaco non può più essere arbitrario; deve essere giustificato dalle spese effettivamente sostenute, pur concedendo un ragionevole margine di profitto. In altre parole, questo caso limite ha portato alla ribalta il fatto che sinora, nel decidere il prezzo, le industrie si sono basate su un solo criterio: quanto il "mercato" è disposto a pagare. Hanno applicato la legge del Brunello; con la differenza che se nessuno compra più il Brunello il prezzo calerà, mentre i pazienti con epatite C non hanno l'opzione di fare a meno di sofosbuvir se vogliono guarire.
Negli ultimi anni Aifa (Agenzia italiana farmaci) ed Ema (European Medicine Agency) hanno lavorato spesso assai bene e hanno imposto norme più stringenti per ottimizzare l'impiego dei farmaci, ivi compresi quelli più costosi; e si sono fatti progressi nella cultura dei medici. Sinora, per contenere la spesa farmaceutica, più che cercare di far diminuire i prezzi, la parola d'ordine è stata appropriatezza nella prescrizione dei farmaci, perché gli abusi e gli sprechi erano frequenti e quasi sfrenati. Ora che l'appropriatezza è migliorata, è tempo di affrontare un'anomalia macroscopica: Ema approva i nuovi farmaci per tutta l'Europa, ma non ha da questa il mandato di negoziare i prezzi. Per correggere questa anomalia non occorre attendere gli Stati Uniti d'Europa (che alcuni di noi auspicano): si tratta di una decisione politico-economica che si potrebbe prendere subito, e che farebbe dell'Europa il più grosso cliente del mondo per qualunque farmaco.

Il Sole24ore www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-09-07/farmaci-mercato-regolato-081452.shtml

Sesso, droga e web: lo sballo a chilometro zero

L'Espresso espresso.repubblica.it/inchieste/2014/11/28/news/sesso-droga-e-web-ecco-lo-sballo-a-chilometro-zero-1.189885

Sesso estremo, pasticche e Web. Per nottate esagerate è sufficiente collegarsi e andare a caccia di avventure erotiche grazie a “bombe chimiche” che abbattono i freni inibitori.

È cambiato molto e in pochi anni, il mondo dello spaccio. Oggi la nuova frontiera è il co-marketing: i siti che vendono materiale porno o organizzano incontri a luci rosse hanno capito che i loro clienti sono spesso anche consumatori di Viagra e Cialis. Quindi, perché non fornire anche questo servizio? Il pacchetto del piacere in un’unica spedizione. Pochi click per soddisfare ogni desiderio. Sono migliaia le pagine hot che ospitano bacheche di inserzioni, forum e punti vendita online. Mentre per la cocaina prodotta in Sud America la filiera del traffico internazionale coinvolge decine di persone, per le droghe sintetiche lo spazio tra produzione e consumo si è accorciato: un mercato a “chilometro zero virtuale”. Che preoccupa molto l’osservatorio europeo delle droghe. I rischi sono sottolineati anche nel rapporto annuale sull’uso di stupefacenti presentato al Parlamento a settembre.

L' allarme ha un nome: “smart drugs”, droghe furbe perché vendute legalmente per altri usi. Centinaia di prodotti nati come fertilizzanti, sali da bagno, integratori alimentari. Poco conosciuti e poco riconoscibili (negli ultimi quattro anni sono stati registrati solo 66 casi di intossicazione), ma facilmente reperibili via internet. Potenti e tossiche, questo l’identikit delle migliaia di sostanze intercettate in tutta Europa. Un mercato di oltre due milioni di consumatori. Il dossier di Palazzo Chigi è allarmante: provate anche solo una volta, possono provocare malattie psichiche, perdita di memoria, paranoia, disturbi della personalità. I consumatori finiscono per rivolgersi al medico perché si accorgono di non essere più gli stessi. Vivono in uno stato di post-sbornia permanente: il cuoco non ricorda più le ricette, il camionista si perde nella sua città, l’universitario con i comportamenti di un bambino. Per le donne non sono rare lacerazioni agli organi sessuali, dopo vere e proprie maratone sessuali. Quando arrivano in ospedale nessuno sa come curarli né a quali altre conseguenze andranno incontro. Le notti di trasgressione finiscono con allucinazioni, rapine, violenze e ricatti. Una filiera criminale incontrollabile.

NOMI AMMICCANTI EFFETTI DEVASTANTI
Nel magma dello spaccio tradizionale, oggi, si trova cocaina a prezzi stracciati (30 euro per un quarto di grammo) e alcol consumato come fosse un collirio: negli occhi la sbronza sale in tempo zero. In rete abbondano invece pillole, gocce, bevande, ma anche decotti e infusi da preparare. Tra la comunità omosessuale è diffusissimo l’Mdpv, uno stimolante con effetti superiori alla “bamba” e costo inferiore. Le sostanze vengono pubblicizzate con fantasiosi nomi commerciali, accompagnati da confezioni colorate. Brand che somigliano a scioglilingua:“Fefé”, “Meow Meow”,“Bonzai”,“Ivory Wave”,“Katy Pus”. Possono essere ingerite, sniffate, inalate, fumate, iniettate e perfino assunte per via rettale, per raggiungere subito lo sballo. Su Zamnesia.com, uno dei principali siti di spaccio online, si possono trovare questo genere di annunci:«Mdaa con due capsule, fai il pieno di energia. Xtcy ti dà una sensazione di caldo euforico. Lsd è un liquido a base di erbe che accende un viaggio di quattro ore. Se non ti piacciono gli allucinogeni è un’alternativa». Il mix di molecole buttate giù non è dichiarato sulle etichette delle confezioni. Consumatori ignari - dai 15 ai 55 anni - si “calano” bombe chimiche dagli effetti sconosciuti. Che portano all’aumento di espansività, eccitazione sessuale e socievolezza, ma di fatto producono sull’organismo effetti pesanti e in alcuni casi fatali. «Le potenze di questi cocktail sono in continuo aumento, per non parlare delle conseguenze. Devastanti: malattie psichiche, perdita di sonno e di memoria, potenza sessuale azzerata», sottolinea Riccardo Gatti, direttore del dipartimento dipendenze dell’Asl di Milano: «In particolare sono pericolose perché chi le usa ha la sensazione di stare meglio e difficilmente ne vuole fare a meno. E purtroppo sta crescendo la familiarità dei nativi digitali con questo mondo».

OCCHIO AL SESSO ESTREMO
Il consumo sfrenato di erbe e pillole sintetiche ha gioco facile con gli amanti di pratiche sadomasochiste e prestazioni a pagamento. I sex addicted scendono nell’inferno di violenza, paranoia e disturbi della personalità perché vogliono superare un tabù con pratiche erotiche estreme. Cercano piacere attraverso la sottomissione. Praticano giochi scioccanti, anche per la voglia di raccontarli. Di essere protagonisti del voyeurismo ai tempi dei social media. «Sesso e droga, dal punto di vista relazionale, vanno a braccetto: entrambi aiutano a superare gli schemi. In particolare quelle sintetiche hanno grande potere disinibente», conferma Marco Selvaggi, psicologo esperto in sessuologia. Per questo è facile arrivare a sadomasochismo, dominazione totale, pratiche traumatizzanti, soffocamenti, dolore umiliante. Alla completa “deumanizzazione” dei soggetti, coinvolti in sedute di gruppo molto simili agli stupri. Dagli Stati Uniti si diffonde una “moda” molto pericolosa: una vittima viene immobilizzata e diventa oggetto erotico per gli altri. Visti i rischi che si corrono, i partecipanti si scrivono sulle mani o sui piedi un numero di telefono. Se qualcosa va storto, quello è il numero da chiamare in fretta. «Sicuramente c’è una forte componente di aggressività», continua Selvaggi: «Ma non sono una devianza quanto un comportamento sessuale problematico. Chi partecipa lo vive come piacere. È raro che si faccia curare». Si corre ai ripari solo quando si viene scoperti o si mette a rischio la vita familiare e lavorativa. I profili sono vari: c’è chi aspetta il week-end per sfogarsi con sedute estenuanti in location appartate e chi incappa in una perversione che lo spinge a dosi di metanfetamine (un super stimolante) sempre più massicce e frequenti.

EFFETTO AMAZON
Come procurasele? Facile, anche in questo caso. Basta andare su uno dei tanti siti di e-commerce che vendono arredi o vestiti, ed ecco spuntare la pubblicità di mefedrone o ketamina, stupefacenti dagli effetti stimolanti, allucinogeni e anestetici. Letali, ma piazzati come tanti altri prodotti. Nessuna registrazione dell’inserzionista e pochi rischi di essere beccati. Anonima, discreta, la merce arriva ovunque, grazie ai pagamenti elettronici e a corrieri che ignari consegnano quello che sulla bolla è descritto come “giocattolo” o “articolo di erboristeria”. Oggi le società di spedizione possono far arrivare tutto ovunque, così composti illegali arrivano comodamente a casa in maniera legale. L’effetto Amazon, il più grande negozio online, anche per le droghe. Altra strada per procurarsele sono le serate con le escort. Attraverso annunci in rete (vedi box a pagina 129) scelgo l’accompagnatrice, fisso l’incontro e - se ho bisogno anche di un eccitante - chiedo la sostanza giusta. Nell’ambiente ne gira a fiumi. Altro canale di smercio i sexy shop, dove ai clienti abituali i pusher offrono gli stupefacenti.

SPACCIATORI 2.0
A monte di tutto questo, gli spacciatori 2.0. Si muovono senza limiti geografici, generando un mercato a sé per la vendita delle smart drugs. Le materie prime, prodotte da industrie chimiche legali in Cina, India e Usa, arrivano in laboratori clandestini italiani e olandesi, dove vengono lavorate e miscelate con altri ingredienti e messe all’interno di confezioni all’apparenza innocue. «La fantasia nel packaging non manca: camuffati da erbe per infusioni, integratori alimentari, cosmetici, deodoranti e aromatizzanti per ambienti, vengono comprati a 20 euro al grammo e, dopo il taglio con altri prodotti chimici, rivenduti a 200 euro. Il guadagnano è enorme», commenta il capitano dei Nas dei carabinieri Francesco Saggio. 

Secondo l’European monitoring centre, i siti online creati apposta per questo business erano 314 nel 2011, un anno dopo sono diventati 693, oggi sono migliaia. In Italia, in un anno di monitoraggio, i carabinieri hanno scoperto e chiuso 500 pagine Web e intercettato oltre mille annunci. «Chiudere un sito o una casella mail non equivale però alla sua scomparsa. Spesso i server sono in Estremo Oriente o nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, dove alcuni componenti non sono vietati», spiega Saggio. Le indagini sono decine. Spesso partite dalla scoperta di piccoli spacciatori che, per esempio a Padova e Firenze, fornivano Mefedrone (narcotico con effetti elettrizzanti, un mix tra cocaina ed ecstasy) per piacevoli incontri di sesso tra sconosciuti. In Veneto è stato smascherato un operaio che acquistava a cinque euro e rivendeva a 20 la dose. Dalla sua casa di Domegge di Cadore compilava l’ordine via email, comprava in Repubblica Ceca, effettuava il pagamento attraverso i circuiti internazionali e contattava i clienti su WhatsApp. Il prezioso carico, il bellunese se l’è fatto trovare da una pattuglia mentre guidava. Alle analisi la polvere biancastra piazzata a chili si è rivelata Alphapvp, stupefacente a base anfetaminica utilizzato per “sballare”, particolarmente indicato a scopo erotico. Per il ritiro dei pacchi dall’estero gli acquirenti più scaltri registrano il proprio cellulare con falsi nomi e indirizzi. In questo modo il corriere, non trovando il destinatario, telefona al compratore che chiede di organizzare un incontro per strada: così non appare alcun nome, nessuno vede e il gioco è fatto.

In poche settimane con una buona rete di consumatori si fanno migliaia di euro. Il protagonista del cult televisivo “Breaking Bad”, Walter White, il Crystal meth e lo Speed se li “cucina” in casa, mischiando molecole, principi attivi e dosaggi. E le reazioni collaterali (suona così in italiano il titolo della serie tv americana) chi se le becca? Il cervello di chi li usa.


Perché non legalizzare le droghe. Una buona ragione: tutti i trafficanti vogliono fare soldi, in qualunque modo

articolo di Javier Pérez de Cuéllar*

 
Non ho dubbi: e' chiaro che i danni causati dal traffico di droghe sono molto superiori a quelli che sarebbero causati da una loro completa legalizzazione. Con il totale collasso della giustizia e delle prigioni, coi costi che questo comporta, il narcotraffico crea una serie di mafie, organizzazioni parallele e situazioni di associazioni di malfattori che penetrano molto profondamente nella struttura degli Stati, alimentando una spirale di corruzione molto difficile da individuare, cosi' come si sta tristemente vivendo in Messico.
È la proibizione delle droghe, quindi, un atto di testardaggine? Proibire le droghe, e' un errore di calcolo o una semplice cecita'? Puo' darsi, ma non e' cosi' semplice.
Nella sua stupenda opera “Dalla genesi al genocidio” Stepehan Chrover analizza, come primo approccio, il motivo per cui i governi preferiscono mantenere le droghe nella clandestinita', con la consapevolezza dei problemi che vengono creati. Dopo questo libro, mi sono interessato anche ad altri del genere, e vorrei ora spiegare l'idea:
Sembra fuori di ogni dubbio che in qualunque societa' ci sono individui disposti ad osservare le norme di convivenza e altri che preferiscono sfruttare i propri concittadini per ottenere vantaggi personali nell'ambito della vita quotidiana. Uno dei principali compiti dello Stato e' identificare questi ultimi e rendere la loro vita piu' difficile possibile, in difesa dell'interesse generale.
La criminalizzazione del traffico di droghe serve essenzialmente per identificare i soggetti antisociali che considerano piu' facile e lucrativo vivere ai margini della legge che cercare di integrarsi nel sistema economico. Il traffico di droghe e' rischioso (soprattutto perche' e' perseguito penalmente) ma e' comodo, e molto lucrativo. L'idea dello Stato e', precisamente, identificare e condannare coloro che hanno un modo di vivere al di fuori della legge, ma lucrativo e senza lavorare. Questo serve per segnalare i potenziali delinquenti.
Coloro che vivono del traffico di droghe, secondo questa tesi, non si trasformerebbero in onorati cittadini qualora le droghe fossero legalizzate: dopo queste, troveranno un altro modo per procurarsi molto denaro senza sforzi, per cui e' molto probabile che passerebbero direttamente a scassinare appartamenti, sequestri e altri reati. Quindi, legalizzare le droghe non farebbe diventare onorate queste persone ma le porterebbe a commettere reati piu' gravi pur di conseguire maggiori introiti.
E perche'? Perche' il fine ultimo di buona parte di queste persone non e' trafficare con le droghe, ma di guadagnare molto denaro con pochi sforzi. Se si consente il traffico, le droghe finiranno per non essere interessanti per loro, perche' non erano il loro scopo, e si indirizzeranno a guadagnare in altri ambiti criminali con altre modalita' sempre da parassiti, socialmente piu' pericolose.
La tesi che sostiene questa dinamica e' che nei luoghi in cui e' stato consentito il traffico, sono aumentati i sequestri, le estorsioni e le rapine. E perche'? Perche' le organizzazioni criminali che si dedicavano ai traffici sono riuscite ad avere i propri introiti con altre attivita'. Nello stesso modo, quando fu levata la Legge Seca in Usa, le organizzazioni mafiose non si dissolsero, poiche' il loro obiettivo non era vendere whisky, ma guadagnare denaro, e cosi' passarono alle droghe, alla prostituzione o direttamente alle estorsioni nei confronti di piccoli commercianti.
Per cui, quando sosteniamo che legalizzando le droghe si ridurrebbe la delinquenza, dobbiamo pensare che i trafficanti, o parte di essi, si dedicheranno ad altre attivita' con cui la delinquenza dovra' far riferimento ad articoli del Codice Penale piu' nocivi, pericolosi e violenti.
Perche' alla fine e dopo, gli importa a qualcuno che la' fuori si vendano pochi grammi di cocaina? Quello che importa e' avere un motivo per mettere in galera chi e' disposto a convivere con questo.

* gia' segretario generale Onu dal 1982 al 1991, gia' capo del Governo e ministro degli Esteri del Peru' dal 2000 al 2001

(articolo pubblicato sul quotidiano L'Opinion de Zamora del 23/11/2014)

Chi dorme poco è incline all’internet-dipendenza

 Si diventa insonni perché non ci si riesce a staccare da computer, tablet e smartphone, o si è già insonni e allora anche di notte si rimane incollati a schermi e tastiere? Questi strumenti sono importanti mezzi di stimolo cognitivo, ma se il loro uso interferisce con qualità e quantità di sonno, allora potrebbero avere un effetto negativo sull’apprendimento, che invece necessita di un buon riposo. Secondo una ricerca realizzata da psicologi canadesi e pubblicata sul Journal of Sleep Research, chi tende a usare fino a tardi i media elettronici ha già per proprio conto difficoltà a prendere sonno. La ricerca inverte la tendenza rispetto a studi precedenti, che avevano attribuito l’aumento delle insonnie alla difficoltà a separarsi da Facebook o Twitter, da altri social network, e più in generale dai diversivi offerti dall’elettronica. Dicono gli autori dello studio, Royette Tavernier e Teena Willoughby del Department of Psychology della Brock University di St Catharines, nell’Ontario: «Il nostro studio longitudinale su un campione di universitari è durato tre anni ed è stato il primo a esaminare la direzione dell’effetto tra due importanti caratteristiche del sonno (la sua durata e la presenza di disturbi del sonno) e due indici di utilizzo di media (uso di televisione e social network)».

A un migliaio di studenti universitari tra i 17 e i 25 anni è stato sottoposto un questionario, rilevando le loro abitudini nel corso della settimana e durante il weekend, momenti che hanno differenti pattern sia per il tempo dedicato al sonno sia per le modalità d’uso dei media elettronici. «Lo studio - spiegano gli autori - ha indicato che le preesistenza di problemi del sonno era in grado di predire la quantità di tempo trascorsa guardando la tv o sui social network. Al contrario, il tempo trascorso davanti ai media elettronici non era in grado di predire l’eventuale presenza di disturbi del sonno». Ciò a cui la ricerca sembra non rispondere è come se la passassero gli insonni quando ancora non esisteva l’elettronica, quando non ci si poteva collegare a internet 24 ore su 24. Ad esempio, se un buon libro potesse tenere loro compagnia, ma anche tenere sveglio chi altrimenti avrebbe dormito. «D’altra parte, il periodo degli studi universitari rappresenta per molti il momento in cui ci si allontana dalle abitudini familiari - dice il professor Giuseppe Plazzi, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, IRCCS Scienze Neurologiche Ausl di Bologna -. Molti prediligono lo studio notturno e questo potrebbe rappresentare l’espressione di una particolare attitudine circadiana, ossia di un loro specifico cronotipo».

 

 

Un altro studio ha poi esplorato il rapporto tra l’utilizzo di Facebook e la qualità del sonno. È noto che questo social network può generare forme più o meno intense di dipendenza perché rappresenta una sorta di finestra sui fatti degli altri. Lo studio è stato effettuato da ricercatori della Scuola di Medicina dell’Universitad Peruana de Ciencias Aplicadas di Lima, in Perù, guidati da Isabella Wolniczak, ed è stato pubblicato su PLOS One. Si tratta di uno studio “trasversale”, metodologia che rileva l’associazione tra un fenomeno e un altro, senza che sia possibile capire quale dei due sia la causa. La ricerca ha messo in evidenza che tra gli oltre 400 universitari analizzati, un sonno di scarsa qualità era presente in circa il 50per cento dei soggetti. L’uso smodato di Facebook era invece presente in circa il 9 per cento dei soggetti. Tra questi ultimi la frequenza dei disturbi del sonno era però decisamente superiore. Gli autori propongono diverse possibili spiegazioni di questa associazione: forse alcuni studenti avviano Facebook quando hanno terminato le attività quotidiane, un momento che facilmente corrisponde con quello del sonno; oppure si sviluppa dipendenza per alcune attività di Facebook, come i messaggi e i giochi online. Infine, l’uso smodato di Facebook potrebbe essere responsabile di vissuti di solitudine e isolamento, che già in precedenza altre ricerche hanno dimostrato essere esse stesse causa di insonnia.

www.corriere.it/salute/speciali/2014/sonno/notizie/chi-dorme-poco-incline-all-internet-dipendenza-f3e001f4-5ab8-11e4-a20c-1c0cce31a000.shtml

 

 

 

GRAN BRETAGNA - Tossicodipendenti. Come procurasi i soldi per la droga senza commettere reati

 Consentire ai tossicodipendenti di procurarsi legalmente dei soldi per acquistare la propria droga. Questa e' l'ambizione della rivista “Illegal!” che e' appena uscita per la strade di Londra. Questa pubblicazione e' nata gia' un anno fa a Copenaghen sotto l'egida di un gruppo danese impegnato per una revisione della legislazione in materia.
Michael Lodlberg Olsen, che guida questo progetto come capo redattore, ha spiegato come funziona al quotidiano britannico “The Guardian”: “I primi tempi, la rivista viene distribuita gratuitamente ai consumatori di droghe perche' essi stessi la vendano al prezzo di 3,50 Lst (4,40 euro). Se le vendite funzionano, essi devono versare 1,50 Lst (1,80 euro) per ogni numero, si' da coprire i osti di pubblicazione”.
Opponendosi alla “guerra” che viene condotta contro i consumatori di oppiacei, Olsen spera che la propria rivista “sulla cultura della droga, sia essa positiva o negativa”, consenta di aprire un dibattito in merito: “Non ci si puo' comportare come se si ignorasse che la droga e' ovunque e che nelle strade ci sono delle persone che abitualmente finanziano la propria dipendenza con il furto o la prostituzione. La nostra iniziativa da' loro un'alternativa. Lo scopo e' di rompere il legame tra tossicodipendenza e criminalita”.
Il primo numero, realizzato in collaborazione con un organismo di ricerca sulle droghe, propone “una guida per un consumatore con piu' sicurezza e tranquillita'”. La versione danese della rivista e' gia' diffusa in 15.000 copie. A Londra e' prevista una tiratura di 2.000 copie.

ADUC Droghe

GLOBAL DRUGS SURVEY 2015

 

Global Drug Survey (GDS), la più vasta  ricerca indipendente sui consumi di droghe è ora accessibile anche ai consumatori italiani.
Grazie alla collaborazione di Forum Droghe, dal 17 novembre al 20 dicembre 2014 sarà on line la versione in italiano della Global Drug Survey e potrai partecipare al più vasto monitoraggio sui consumi di droghe promosso da ricercatori indipendenti, basato su informazioni fornite da consumatori di tutta Europa e del mondo in modo anonimo e diretto.
Il sito: www.globaldrugsurvey.com/GDS2015

Nas sequestrano a Firenze integratori alimentari con sostanze proibite e pericolose per gli atleti. La DMAA è vietata in Italia ma è venduta regolarmente via internet

 

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Sequestrate 141 confezioni di un integratore alimentare contenente dimetilammina (DMAA)

I Carabinieri dei Nas di Firenze e Bologna hanno sequestrato 141 confezioni di un integratore alimentare contenente dimetilammina ( DMAA) e 93 etichette a tre aziende che importano e vendono questi prodotti agli sportivi. L’inchiesta è stata avviata dopo la denuncia presentata da un atleta risultato positivo ad un controllo antidoping alle olimpiadi invernali di Sochi, a causa di un integratore alimentare prodotto in USA ma venduto in Italia. Il preparato conteneva dimetilamilammina che però  non era dichiarata in etichetta.

Il DMAA è una sostanza fortemente stimolanteinclusa nell’elenco dei farmaci considerati dopanti, famosa per i numerosi effetti avversi, tanto da essere vietata un po’ in tutto il mondo. Nonostante queste premesse tre atleti su sei alle ultime olimpiadi (il giocatore di hockey lituano Vitalijs Pavlovs, la fondista e biatleta Evi Sachenbacher-Stehle e il bobbista italiano William Frullani) sono risultati positivi al DMAA . L’aspetto curioso è che tutti gli atleti hanno ammesso di assumere un non meglio definito “integratore alimentare”

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Questi integratori alimentari vietati sono venduti liberamente su internet da grandi e grandissimi operatori dell’e-commerce

Non siamo però di fronte a farmaci venduti sotto banco in alcune palestre, ma a prodotti venduti liberamente su internet da grandi e grandissimi operatori dell’e-commerce, anche se non rispondono ai requisiti di sicurezza stabiliti in Europa e negli USA.

Il problema vero non riguarda l’impiego di sostanze dopanti da parte di atleti poco avveduti, ma l’e-commerce portato avanti da alcuni siti americani ed europei che continuano ad operare al di fuori di ogni regola, compresa la normativa anti-doping. Questi siti si presentano in maniera del tutto rispettabile al consumatore, in lingua italiana, a volte sfidando apertamente le normative nazionali e comunitarie. Purtroppo i controlli mancano, per cui oggi procurarsi un  integratore  vietato nella stragrande maggioranza dei paesi  acquistandolo in un sito apparentemente legale è un’operazione semplicissima.

 

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Per stroncare questo commercio illegale basterebbe applicare norme e sanzioni che esistono

Le leggi ci sono. Chi vende via internet integratori destinati anche a cittadini italiani deve rispettare le norme europee e quelle in vigore nel nostro paese oltre che notificare, come fanno gli altri operatori, la lista dei prodotti al Ministero della salute. Per stroncare questo commercio illegale basterebbe applicare norme e sanzioni che esistono senza timidezza e temporeggiamenti, come accade di solito. Il Fatto Alimentare da anni porta avanti una campagna contro la vendita di integratori a base di DMAA. Questo intervento dei Nas forse poteva essere fatto due anni fa,  ma va finalmente  nella direzione giusta

Roberto La Pira e Luca Bucchini www.ilfattoalimentare.it/nas-integratori.html

Tossicodipendenza curata con l'ayahuasca in Amazzonia

 

Lontano dalle cliniche di disintossicazione occidentali, il rustico centro di Takiwasi a Tarapoto, nell'alta Amazzonia peruviana, accoglie pazienti dal mondo intero per il trattamento della tossicodipendenza basato sull'ayahuasca, pianta da cui si estrae una medicina tradizionale millenaria. Ancora poco tempo fa, questa regione del Peru' era una delle principali zone di produzione della pasta-base della cocaina e Tarapoto era una delle tre citta' in cui il consumo di droghe di tutto il Paese era il piu' alto. Una cura di disintossicazione a Takiwasi e' preceduta da una selezione, un contatto diretto con il paziente e la sua storia clinica, e “dura nove mesi, come una gravidanza”, dice all'agenzia France Presse (AFP) Jacques Mabit, direttore e fondatore del centro. Il medico francese arriva in Peru' negli anni 80 con Médecins Sans Frontières e si stabilizza nella regione dove nel 1992 ha creato questo centro di medicina tradizionale e alternativa, che si estende su piu' di due ettari di vegetazione tropicale e che e' anche dotato di una riserva botanica e un laboratorio. Il centro, che funziona come un dispensario ed ha il sostegno delle autorita' locali, non accetta, in modo stanziale, piu' di una quindicina di persone alla volta per i trattamenti contro la dipendenza da prodotti legali e illegali, o per comportamenti “come se fosse un tossicodipendente” (gioco, denaro, sesso). L'assunzione ritualizzata dell'ayahuasca avviene sotto forma di bevanda, sorbita in gruppo sotto controllo di medici psicologi e psicoterapeuti; se la bevanda e' “adeguata, consente al paziente di visualizzare il proprio mondo interiore e di connettersi con visioni, sensazioni, percezioni ed un'intelligenza accresciuta”, “come passare da un film in bianco e nero ad un film in 3D”, dice Mabit. “Quando si prende l'ayahuasca, tutti i sensi sono amplificati, la vista, l'udito, l'odorato, fino alle funzioni psichiche”, “e' uno strumento di conoscenza per arrivare a riconciliarsi ed essere in pace con se stessi”. La liana di ayahuasca e delle foglie di un'altra pianta (chacruna) sono mescolate in una pozione attraverso un processo biochimico che provoca gli effetti medicinali. Accompagnata da “diete” di isolamento, da purghe, la cura include anche una vita quotidiana in comune con i ritmi di alcune attivita' dove ogni paziente impara a cucinare, fare il pane, lavare la propria roba e prendersi cura di se'. La cura costa circa 1.000 dollari al mese, ma il centro, in accordo con il ministero della Sanita', accetta anche pazienti peruviani indigenti. Un terzo dei pazienti, secondo Mabit, dopo la cura abbandona o ha una ricaduta. L'ayahuasca, in questi ultimi anni, ha dato vita ad un notevole “turismo sciamanico”, attirando occidentali avidi di sensazioni forti che talvolta possono essere negative. Per questo l'ambasciata francese, sul proprio sito web ha messo un avviso di messa in guardia ai viaggiatori “contro il consumo di ayahuasca, pianta allucinogena utilizzata dagli sciamani in Amazzonia, iscritta in Francia nel registro degli stupefacenti". “La raccolta e' reale -dice Mabit- ma se e' male inquadrata, puo' essere pericolosa, occorre una preparazione a monte, un percorso terapeutico”. Il medico, che anch'esso prende della ayahuasca da diversi anni, valuta che “fintanto che non ha sperimentato la ayahuasca, non ha risolto i suoi dubbi. Questa medicina e' usata da migliaia di anni in Amazzonia e non provoca  dipendenza”. In questi ultimi anni, il centro e' stato oggetto di diversi studi ed ha partecipato ad un progetto di valutazione dei trattamenti contro la tossicodipendenza con la ayahuasca con ricercatori internazionali di diverse universita' occidentali. Alla fine del trattamento, un paziente francese, in quarantena, sostiene che la sua vita sia cambiata. “La ayahuasca e' come uno spirito che valuta le nostre possibilita' e cio' che si e' capaci di sopportare”. “E' una forma di intelligenza con una considerevole efficacia, serve a vedere completamente diversi i propri orientamenti”. Ricercatore e antropologo medico, Roger, un norvegese, valuta che le settimane passate a Takiwasi “gli hanno fatto cambiare opinione sulla medicina tradizionale”. “Ho acquisito piu' rispetto verso questo sapere”. Robinson Pai, un “curandero” (guaritore) della comunita' Awa, di Nariño in Colombia, ha soggiornato a Takiwasi. “Siamo venuti per conoscere e condividere l'uso delle piante medicinali che utilizziamo anche nei nostri territori”. “Per noi, l'ayahuasca e' una pianta sacre e potente, che guarisce, che insegna e apre i nostri pensieri”.

(reportage di Marie Sanze, per l'agenzia France Presse – AFP del 02/07/2013)

Silk Road 2.0. Operazione polizia americana ed Europol fa arrestare 17 persone

 

 Diciassette persone accusate di “mercato nero” su Internet, dove sono stati vendute armi e droga, sono state arrestate dalla polizia americana e da quelle di 16 Paesi europei. Lo ha fatto sapere l'Ufficio europeo di polizia, Europol. L'operazione in comune, lanciata giovedi' scorso 6 novembre, era contro il “Dark web”, le vendite effettuate nella parte invisibile del web, dove l'anonimato e' assicurato dal software Tor. The Onion Router impedisce l'identificazione dell'indirizzo Internet di chi lo sta utilizzando, transitando attraverso diversi router nel mondo.
Questo tipo di programma e' utilizzato anche per attivita' legali, come i blogger e gli oppositori dei regimi autoritari, giornalisti che stanno facendo reportage in Paesi in cui potrebbe essere pericoloso essere identificati, corrispondenti locali di organismi non governativi.
L'operazione contro i criminali del Web e' stata messa in atto dalla polizia francese, tedesca e britannica. Lo scopo era di fermare la vendita, la distribuzione e la promozione di oggetti illegali e pericolosi, tra cui armi e droga, che erano venduti su mercati neri online.
“Noi non facciamo altro che ritirare questa roba dall'Internet pubblico -ha detto Troels Oerting, capo dell'unita dei crimini in Internet di Europol-. Questa volta abbiamo toccato anche i server del Darknet, dove da diverso tempo i criminali sono considerati come degli intoccabili. Ora siamo in grado di dimostrare che loro non sono ne invisibili ne' intoccabili”.
Quattrocentoquattordici (414) sono stati posti sotto sequestro, ma non e' stato fatto sapere come i poliziotti siano riusciti ad individuare i venditori e gli amministratori dei siti. Anche dei bitcoin (la moneta virtuale), per un valore di 1 milione di Usd,sono stati sequestrati, insieme a droga e denaro contante in euro.
Aduc Droghe
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