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Novità altro

Chi dorme poco è incline all’internet-dipendenza

 Si diventa insonni perché non ci si riesce a staccare da computer, tablet e smartphone, o si è già insonni e allora anche di notte si rimane incollati a schermi e tastiere? Questi strumenti sono importanti mezzi di stimolo cognitivo, ma se il loro uso interferisce con qualità e quantità di sonno, allora potrebbero avere un effetto negativo sull’apprendimento, che invece necessita di un buon riposo. Secondo una ricerca realizzata da psicologi canadesi e pubblicata sul Journal of Sleep Research, chi tende a usare fino a tardi i media elettronici ha già per proprio conto difficoltà a prendere sonno. La ricerca inverte la tendenza rispetto a studi precedenti, che avevano attribuito l’aumento delle insonnie alla difficoltà a separarsi da Facebook o Twitter, da altri social network, e più in generale dai diversivi offerti dall’elettronica. Dicono gli autori dello studio, Royette Tavernier e Teena Willoughby del Department of Psychology della Brock University di St Catharines, nell’Ontario: «Il nostro studio longitudinale su un campione di universitari è durato tre anni ed è stato il primo a esaminare la direzione dell’effetto tra due importanti caratteristiche del sonno (la sua durata e la presenza di disturbi del sonno) e due indici di utilizzo di media (uso di televisione e social network)».

A un migliaio di studenti universitari tra i 17 e i 25 anni è stato sottoposto un questionario, rilevando le loro abitudini nel corso della settimana e durante il weekend, momenti che hanno differenti pattern sia per il tempo dedicato al sonno sia per le modalità d’uso dei media elettronici. «Lo studio - spiegano gli autori - ha indicato che le preesistenza di problemi del sonno era in grado di predire la quantità di tempo trascorsa guardando la tv o sui social network. Al contrario, il tempo trascorso davanti ai media elettronici non era in grado di predire l’eventuale presenza di disturbi del sonno». Ciò a cui la ricerca sembra non rispondere è come se la passassero gli insonni quando ancora non esisteva l’elettronica, quando non ci si poteva collegare a internet 24 ore su 24. Ad esempio, se un buon libro potesse tenere loro compagnia, ma anche tenere sveglio chi altrimenti avrebbe dormito. «D’altra parte, il periodo degli studi universitari rappresenta per molti il momento in cui ci si allontana dalle abitudini familiari - dice il professor Giuseppe Plazzi, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, IRCCS Scienze Neurologiche Ausl di Bologna -. Molti prediligono lo studio notturno e questo potrebbe rappresentare l’espressione di una particolare attitudine circadiana, ossia di un loro specifico cronotipo».

 

 

Un altro studio ha poi esplorato il rapporto tra l’utilizzo di Facebook e la qualità del sonno. È noto che questo social network può generare forme più o meno intense di dipendenza perché rappresenta una sorta di finestra sui fatti degli altri. Lo studio è stato effettuato da ricercatori della Scuola di Medicina dell’Universitad Peruana de Ciencias Aplicadas di Lima, in Perù, guidati da Isabella Wolniczak, ed è stato pubblicato su PLOS One. Si tratta di uno studio “trasversale”, metodologia che rileva l’associazione tra un fenomeno e un altro, senza che sia possibile capire quale dei due sia la causa. La ricerca ha messo in evidenza che tra gli oltre 400 universitari analizzati, un sonno di scarsa qualità era presente in circa il 50per cento dei soggetti. L’uso smodato di Facebook era invece presente in circa il 9 per cento dei soggetti. Tra questi ultimi la frequenza dei disturbi del sonno era però decisamente superiore. Gli autori propongono diverse possibili spiegazioni di questa associazione: forse alcuni studenti avviano Facebook quando hanno terminato le attività quotidiane, un momento che facilmente corrisponde con quello del sonno; oppure si sviluppa dipendenza per alcune attività di Facebook, come i messaggi e i giochi online. Infine, l’uso smodato di Facebook potrebbe essere responsabile di vissuti di solitudine e isolamento, che già in precedenza altre ricerche hanno dimostrato essere esse stesse causa di insonnia.

www.corriere.it/salute/speciali/2014/sonno/notizie/chi-dorme-poco-incline-all-internet-dipendenza-f3e001f4-5ab8-11e4-a20c-1c0cce31a000.shtml

 

 

 

GRAN BRETAGNA - Tossicodipendenti. Come procurasi i soldi per la droga senza commettere reati

 Consentire ai tossicodipendenti di procurarsi legalmente dei soldi per acquistare la propria droga. Questa e' l'ambizione della rivista “Illegal!” che e' appena uscita per la strade di Londra. Questa pubblicazione e' nata gia' un anno fa a Copenaghen sotto l'egida di un gruppo danese impegnato per una revisione della legislazione in materia.
Michael Lodlberg Olsen, che guida questo progetto come capo redattore, ha spiegato come funziona al quotidiano britannico “The Guardian”: “I primi tempi, la rivista viene distribuita gratuitamente ai consumatori di droghe perche' essi stessi la vendano al prezzo di 3,50 Lst (4,40 euro). Se le vendite funzionano, essi devono versare 1,50 Lst (1,80 euro) per ogni numero, si' da coprire i osti di pubblicazione”.
Opponendosi alla “guerra” che viene condotta contro i consumatori di oppiacei, Olsen spera che la propria rivista “sulla cultura della droga, sia essa positiva o negativa”, consenta di aprire un dibattito in merito: “Non ci si puo' comportare come se si ignorasse che la droga e' ovunque e che nelle strade ci sono delle persone che abitualmente finanziano la propria dipendenza con il furto o la prostituzione. La nostra iniziativa da' loro un'alternativa. Lo scopo e' di rompere il legame tra tossicodipendenza e criminalita”.
Il primo numero, realizzato in collaborazione con un organismo di ricerca sulle droghe, propone “una guida per un consumatore con piu' sicurezza e tranquillita'”. La versione danese della rivista e' gia' diffusa in 15.000 copie. A Londra e' prevista una tiratura di 2.000 copie.

ADUC Droghe

GLOBAL DRUGS SURVEY 2015

 

Global Drug Survey (GDS), la più vasta  ricerca indipendente sui consumi di droghe è ora accessibile anche ai consumatori italiani.
Grazie alla collaborazione di Forum Droghe, dal 17 novembre al 20 dicembre 2014 sarà on line la versione in italiano della Global Drug Survey e potrai partecipare al più vasto monitoraggio sui consumi di droghe promosso da ricercatori indipendenti, basato su informazioni fornite da consumatori di tutta Europa e del mondo in modo anonimo e diretto.
Il sito: www.globaldrugsurvey.com/GDS2015

Nas sequestrano a Firenze integratori alimentari con sostanze proibite e pericolose per gli atleti. La DMAA è vietata in Italia ma è venduta regolarmente via internet

 

NAS integratori

Sequestrate 141 confezioni di un integratore alimentare contenente dimetilammina (DMAA)

I Carabinieri dei Nas di Firenze e Bologna hanno sequestrato 141 confezioni di un integratore alimentare contenente dimetilammina ( DMAA) e 93 etichette a tre aziende che importano e vendono questi prodotti agli sportivi. L’inchiesta è stata avviata dopo la denuncia presentata da un atleta risultato positivo ad un controllo antidoping alle olimpiadi invernali di Sochi, a causa di un integratore alimentare prodotto in USA ma venduto in Italia. Il preparato conteneva dimetilamilammina che però  non era dichiarata in etichetta.

Il DMAA è una sostanza fortemente stimolanteinclusa nell’elenco dei farmaci considerati dopanti, famosa per i numerosi effetti avversi, tanto da essere vietata un po’ in tutto il mondo. Nonostante queste premesse tre atleti su sei alle ultime olimpiadi (il giocatore di hockey lituano Vitalijs Pavlovs, la fondista e biatleta Evi Sachenbacher-Stehle e il bobbista italiano William Frullani) sono risultati positivi al DMAA . L’aspetto curioso è che tutti gli atleti hanno ammesso di assumere un non meglio definito “integratore alimentare”

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Questi integratori alimentari vietati sono venduti liberamente su internet da grandi e grandissimi operatori dell’e-commerce

Non siamo però di fronte a farmaci venduti sotto banco in alcune palestre, ma a prodotti venduti liberamente su internet da grandi e grandissimi operatori dell’e-commerce, anche se non rispondono ai requisiti di sicurezza stabiliti in Europa e negli USA.

Il problema vero non riguarda l’impiego di sostanze dopanti da parte di atleti poco avveduti, ma l’e-commerce portato avanti da alcuni siti americani ed europei che continuano ad operare al di fuori di ogni regola, compresa la normativa anti-doping. Questi siti si presentano in maniera del tutto rispettabile al consumatore, in lingua italiana, a volte sfidando apertamente le normative nazionali e comunitarie. Purtroppo i controlli mancano, per cui oggi procurarsi un  integratore  vietato nella stragrande maggioranza dei paesi  acquistandolo in un sito apparentemente legale è un’operazione semplicissima.

 

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Per stroncare questo commercio illegale basterebbe applicare norme e sanzioni che esistono

Le leggi ci sono. Chi vende via internet integratori destinati anche a cittadini italiani deve rispettare le norme europee e quelle in vigore nel nostro paese oltre che notificare, come fanno gli altri operatori, la lista dei prodotti al Ministero della salute. Per stroncare questo commercio illegale basterebbe applicare norme e sanzioni che esistono senza timidezza e temporeggiamenti, come accade di solito. Il Fatto Alimentare da anni porta avanti una campagna contro la vendita di integratori a base di DMAA. Questo intervento dei Nas forse poteva essere fatto due anni fa,  ma va finalmente  nella direzione giusta

Roberto La Pira e Luca Bucchini www.ilfattoalimentare.it/nas-integratori.html

Tossicodipendenza curata con l'ayahuasca in Amazzonia

 

Lontano dalle cliniche di disintossicazione occidentali, il rustico centro di Takiwasi a Tarapoto, nell'alta Amazzonia peruviana, accoglie pazienti dal mondo intero per il trattamento della tossicodipendenza basato sull'ayahuasca, pianta da cui si estrae una medicina tradizionale millenaria. Ancora poco tempo fa, questa regione del Peru' era una delle principali zone di produzione della pasta-base della cocaina e Tarapoto era una delle tre citta' in cui il consumo di droghe di tutto il Paese era il piu' alto. Una cura di disintossicazione a Takiwasi e' preceduta da una selezione, un contatto diretto con il paziente e la sua storia clinica, e “dura nove mesi, come una gravidanza”, dice all'agenzia France Presse (AFP) Jacques Mabit, direttore e fondatore del centro. Il medico francese arriva in Peru' negli anni 80 con Médecins Sans Frontières e si stabilizza nella regione dove nel 1992 ha creato questo centro di medicina tradizionale e alternativa, che si estende su piu' di due ettari di vegetazione tropicale e che e' anche dotato di una riserva botanica e un laboratorio. Il centro, che funziona come un dispensario ed ha il sostegno delle autorita' locali, non accetta, in modo stanziale, piu' di una quindicina di persone alla volta per i trattamenti contro la dipendenza da prodotti legali e illegali, o per comportamenti “come se fosse un tossicodipendente” (gioco, denaro, sesso). L'assunzione ritualizzata dell'ayahuasca avviene sotto forma di bevanda, sorbita in gruppo sotto controllo di medici psicologi e psicoterapeuti; se la bevanda e' “adeguata, consente al paziente di visualizzare il proprio mondo interiore e di connettersi con visioni, sensazioni, percezioni ed un'intelligenza accresciuta”, “come passare da un film in bianco e nero ad un film in 3D”, dice Mabit. “Quando si prende l'ayahuasca, tutti i sensi sono amplificati, la vista, l'udito, l'odorato, fino alle funzioni psichiche”, “e' uno strumento di conoscenza per arrivare a riconciliarsi ed essere in pace con se stessi”. La liana di ayahuasca e delle foglie di un'altra pianta (chacruna) sono mescolate in una pozione attraverso un processo biochimico che provoca gli effetti medicinali. Accompagnata da “diete” di isolamento, da purghe, la cura include anche una vita quotidiana in comune con i ritmi di alcune attivita' dove ogni paziente impara a cucinare, fare il pane, lavare la propria roba e prendersi cura di se'. La cura costa circa 1.000 dollari al mese, ma il centro, in accordo con il ministero della Sanita', accetta anche pazienti peruviani indigenti. Un terzo dei pazienti, secondo Mabit, dopo la cura abbandona o ha una ricaduta. L'ayahuasca, in questi ultimi anni, ha dato vita ad un notevole “turismo sciamanico”, attirando occidentali avidi di sensazioni forti che talvolta possono essere negative. Per questo l'ambasciata francese, sul proprio sito web ha messo un avviso di messa in guardia ai viaggiatori “contro il consumo di ayahuasca, pianta allucinogena utilizzata dagli sciamani in Amazzonia, iscritta in Francia nel registro degli stupefacenti". “La raccolta e' reale -dice Mabit- ma se e' male inquadrata, puo' essere pericolosa, occorre una preparazione a monte, un percorso terapeutico”. Il medico, che anch'esso prende della ayahuasca da diversi anni, valuta che “fintanto che non ha sperimentato la ayahuasca, non ha risolto i suoi dubbi. Questa medicina e' usata da migliaia di anni in Amazzonia e non provoca  dipendenza”. In questi ultimi anni, il centro e' stato oggetto di diversi studi ed ha partecipato ad un progetto di valutazione dei trattamenti contro la tossicodipendenza con la ayahuasca con ricercatori internazionali di diverse universita' occidentali. Alla fine del trattamento, un paziente francese, in quarantena, sostiene che la sua vita sia cambiata. “La ayahuasca e' come uno spirito che valuta le nostre possibilita' e cio' che si e' capaci di sopportare”. “E' una forma di intelligenza con una considerevole efficacia, serve a vedere completamente diversi i propri orientamenti”. Ricercatore e antropologo medico, Roger, un norvegese, valuta che le settimane passate a Takiwasi “gli hanno fatto cambiare opinione sulla medicina tradizionale”. “Ho acquisito piu' rispetto verso questo sapere”. Robinson Pai, un “curandero” (guaritore) della comunita' Awa, di Nariño in Colombia, ha soggiornato a Takiwasi. “Siamo venuti per conoscere e condividere l'uso delle piante medicinali che utilizziamo anche nei nostri territori”. “Per noi, l'ayahuasca e' una pianta sacre e potente, che guarisce, che insegna e apre i nostri pensieri”.

(reportage di Marie Sanze, per l'agenzia France Presse – AFP del 02/07/2013)

Silk Road 2.0. Operazione polizia americana ed Europol fa arrestare 17 persone

 

 Diciassette persone accusate di “mercato nero” su Internet, dove sono stati vendute armi e droga, sono state arrestate dalla polizia americana e da quelle di 16 Paesi europei. Lo ha fatto sapere l'Ufficio europeo di polizia, Europol. L'operazione in comune, lanciata giovedi' scorso 6 novembre, era contro il “Dark web”, le vendite effettuate nella parte invisibile del web, dove l'anonimato e' assicurato dal software Tor. The Onion Router impedisce l'identificazione dell'indirizzo Internet di chi lo sta utilizzando, transitando attraverso diversi router nel mondo.
Questo tipo di programma e' utilizzato anche per attivita' legali, come i blogger e gli oppositori dei regimi autoritari, giornalisti che stanno facendo reportage in Paesi in cui potrebbe essere pericoloso essere identificati, corrispondenti locali di organismi non governativi.
L'operazione contro i criminali del Web e' stata messa in atto dalla polizia francese, tedesca e britannica. Lo scopo era di fermare la vendita, la distribuzione e la promozione di oggetti illegali e pericolosi, tra cui armi e droga, che erano venduti su mercati neri online.
“Noi non facciamo altro che ritirare questa roba dall'Internet pubblico -ha detto Troels Oerting, capo dell'unita dei crimini in Internet di Europol-. Questa volta abbiamo toccato anche i server del Darknet, dove da diverso tempo i criminali sono considerati come degli intoccabili. Ora siamo in grado di dimostrare che loro non sono ne invisibili ne' intoccabili”.
Quattrocentoquattordici (414) sono stati posti sotto sequestro, ma non e' stato fatto sapere come i poliziotti siano riusciti ad individuare i venditori e gli amministratori dei siti. Anche dei bitcoin (la moneta virtuale), per un valore di 1 milione di Usd,sono stati sequestrati, insieme a droga e denaro contante in euro.
Aduc Droghe

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Caso Cucchi: non è successo nulla. Concita De Gregorio. Repubblica

QUINDI non è stato nessuno. Quindi, come dice sua madre guardandoti diritto negli occhi, "visto che non è successo niente stasera torniamo a casa e lo troviamo vivo che ci aspetta".

Perché la questione è molto semplice, ed è tutta qui. Non c'è da ripercorrere le indagini, sostituirsi a chi le ha fatte, commentare la sentenza provare a indovinarne le ragioni. Meno, molto meno. Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente. 

Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno. 

Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. Questo è un esercizio più facile per chi voglia provare a mettersi nei panni: nessuna madre, né padre, né sorella può dimenticare né darsi pace del fatto che un figlio debole, infragilito dalla droga come migliaia di ragazzi sono, ma deciso a uscirne, un figlio amato, smarrito, accudito possa essere arrestato una sera al parco con 20 grammi di hashish, portato in caserma e restituito cadavere una settimana dopo. È anche difficile sopportare in aula l'esultanza e il giubilo dei medici e degli infermieri assolti, perché comunque quel ragazzo stava male, è morto che pesava 37 chili e quando è entrato ne pesava venti di più. Sembra impossibile poter perdere 20 chili in sei giorni ma se non mangi e non bevi perché pretendi un legale che non ti danno, se hai un problema al cuore e vomiti per le botte forse succede, di fatto è successo e qualcuno deve aiutarti a restare in vita. Uno a caso, dei cento che sono passati davanti ai tuoi occhi in quei giorni e hanno richiuso la cella. È difficile per un padre leggere il comunicato di polizia Sap che con soddisfazione dice "se uno conduce una vita dissoluta ne paga le conseguenze senza che altri, medici o poliziotti, paghino per colpe non proprie". Perché, ricorda sommessamente Giovanni Cucchi, "ho rispetto per tutti, ma vorrei precisare che chi ha perso il figlio siamo noi". 

Delle immagini di ieri, sentenza di assoluzione, restano le grida di esultanza degli imputati le lacrime dei familiari e i volti chiusi dei magistrati tra cui molte donne, volti rigidi. Dicono, da palazzo di giustizia, che le prove fossero "scivolose", le perizie e le consulenze decine, tutte contraddittorie. Dev'essere stato difficile anche per i magistrati, è lecito e necessario supporre, prendere una decisione così. Ci si augura che sia stato un rovello terribile, una via per qualche ragione patita e obbligata. Perché altrimenti diventa difficilissimo per ciascuno di noi continuare ad esercitare con scrupolo e dovizia la strada impopolare e impervia, ma giusta, della responsabilità individuale e personale. Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto. 

Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. Bisogna essere sicuri che se sono io ad ammazzare di botte una persona inerme prendo l'ergastolo e che se lo fa un esponente dello Stato in nome del diritto prende l'ergastolo lo stesso. Perché altrimenti, se così non è, viene meno in un luogo remoto e profondissimo il senso del rispetto delle regole e le conseguenze non si possono neppure immaginare. Altrimenti vale la legge del più forte e non si sa domani in quale terra di nessuno ci potremmo svegliare, tutti e ciascuno di noi, in quale selva che ci conduce dove. Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.

Un normale antidolorifico è efficace contro la depressione

Una nuova meta-analisi pubblicata su JAMA Psychiatry svela che dei normali farmaci da banco antidolorifici e gli antinfiammatori possono essere d’utilità nel trattamento della depressione, specie se combinati con gli antidepressivi

 Un largo studio revisionale che ha coinvolto più di 6.000 pazienti suggerisce che dei normali antidolorifici da banco e altri farmaci antinfiammatori possono aiutare nel trattamento della depressione, facendo aumentare l’efficacia della cura, specie se assunti in combinazione con gli antidepressivi.
Ad aver scoperto che gli analgesici e farmaci antinfiammatori utilizzati contro i dolori muscolari e l’artrite possono avere un effetto benefico sui sintomi della depressione, sono stati i ricercatori della Aarhus University, in Danimarca, che hanno pubblicato i risultati di questa meta-analisi sulla rivista JAMA Psychiatry.
Qui, i ricercatori hanno valutato 14 studi internazionali, per un totale di 6.262 pazienti coinvolti che avevano o sofferto di depressione o presentavano singoli sintomi di depressione.

La revisione ha mostrato che vi sono forti motivazioni per supportare l’effetto del trattamento con i farmaci antinfiammatori.
«La meta-analisi supporta questa correlazione e inoltre dimostra che i farmaci antinfiammatori in associazione con antidepressivi possono avere un effetto sul trattamento della depressione – spiega Ole Köhler, primo autore – Quando combinati, offrono un risultato importante che, nel lungo termine, rafforza la possibilità di essere in grado di fornire al singolo paziente opzioni più personalizzate di trattamento».

La depressione è una malattia mentale sempre più diffusa. E anche l’età in cui si manifesta è sempre più bassa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ritiene che la depressione sia uno dei primi cinque motivi per la perdita della qualità della vita e anche di anni di vita.
Se dunque è possibile trovare opzioni di trattamento più efficaci è un grande vantaggio per tutti coloro che ne soffrono.
Ma, nonostante i risultati promettenti di questa meta-analisi, i ricercatori avvertono che «tuttavia, questi effetti devono sempre essere valutati rispetto ai possibili effetti collaterali dei farmaci antinfiammatori. Abbiamo ancora bisogno di chiarire quali pazienti beneficeranno del farmaco e la relazione dose-dimensioni richieste».

Poiché diversi studi hanno suggerito come proprio un campione di sangue, che magari mostri la presenza di un’infiammazione sottostante, possa essere utilizzato come linea guida per un trattamento della depressione, i ricercatori ritengono che questo sia utile per i medici, che devono essere a conoscenza di una eventuale infiammazione.
«Il problema più grande con la depressione – sottolinea Köhler – è che non conosciamo le cause che scatenano la condizione nel singolo paziente. Alcuni studi suggeriscono che la scelta di un farmaco antidepressivo può essere guidata da un campione di sangue che misura se vi è una condizione infiammatoria nel corpo». Se così fosse, allora un trattamento combinato con farmaci antinfiammatori e antidepressivi potrebbe essere un metodo appropriato di trattamento.

Gli autori dello studio avvertono che non è possibile concludere sulla base della meta-analisi che uno stato infiammatorio possa essere l’unica spiegazione per la depressione.
«L’analisi dovrebbe essere vista come una pietra miliare significativa in un contesto di ricerca, e questo potrebbe essere un punto di riferimento su cui si dovranno concentrare i futuri progetti di ricerca e di trattamento», conclude Köhler.

La Stampa salute www.lastampa.it/2014/10/24/scienza/benessere/medicina/un-normale-antidolorifico-efficace-contro-la-depressione-XtLBucSzm8xkEoOPbhMfMJ/pagina.html

Come il porno online può rovinare la tua vita sessuale

Non ha più senso parlare di educazione sessuale. La vera istruzione che i nostri figli dovrebbero ricevere a scuola come in casa, è alla pornografia. Perché ormai il porno online è accessibile a tutti.

È questa la conclusione di un articolo pubblicato sull’Indipendentche indaga il rapporto che i giovani hanno col sesso. Un articolo che profila una situazione per certi versi coincidente con i dati del rapporto Steve sui nativi digitali e il sesso, pubblicati qualche tempo fa.

I nomi sono di fantasia, ma le storie tutte vere e dovrebbero far riflettere.
Chris, 24 anni, racconta di aver cominciato a guardare porno online a 13 anni e di essersi fissato col sesso anale. Quando ha insistito con la sua ex per provarlo nella realtà, non ha ottenuto ciò che si aspettava.
Una ragazza parla della sua scoperta del sesso condizionata dalla pornografia che l’aveva “educata” a proporsi agli uomini- spesso più vecchi di lei – come un oggetto.

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L’articolo parla anche della violenza come ingrediente ricorrente nella pornografia in rete e in grado di innescare un consumo ossessivo. La fantasia di chi guarda vuole alimentarsi di scene sempre più estreme. Quando poi si spegne il computer e bisogna adeguarsi a una situazione condivisa con il partner fisicamente ed emotivamente meno scontata di un video pornodove si può saltare (o skippare) da una scena all’altra in cerca del momento preferito, sorgono le difficoltà.

Certo, non tutta la pornografia online è violenta, ma un consumo eccessivo può portare a un rilascio di dopamina tale nel cervello, da causare un intorpidimento del piacere in altre situazioni, quando non si naviga online.
È questa la tesi di un neuroscienziato statunitense che nel suo sito, Yourbrainonporn.com raccoglie diverse testimonianze.

Se l’articolo dell’Indipendent inizia lanciando il grido d’allarme, conclude chiedendosi quanto sia veramente utile aggiungere filtri che frenino la navigazione a siti porno. Vietare qualcosa è sempre stato il modo migliore per mitizzarla e renderla desiderabile.
Forse è ora che papà e mamma spieghino ai loro figli che cos’è la pornografia (non necessariamente un male) e cosa il sesso (non necessariamente pornografia).

WIRED www.wired.it/internet/web/2014/10/29/porno-online-perche-fa-male/

Hanno cambiato il nome al "gioco d'azzardo", una gaffe svela la strategia delle concessionarie

Immaginiamo che un giorno le associazioni che combattono l'alcolismo si mettano d'accordo con i principali produttori di superalcolici per lottare assieme contro il fenomeno. E prima di tutto concordino sull'opportunità di non utilizzare più la parola alcolismo, che suono male ed evoca una terribile condizione di dipendenza. E decidano di sostituirla con una lungo circonlocuzione. Del tipo: “Campagna contro rischi derivanti dalla non corretta assunzione di bevande che contengano etanolo in quantità superiore al 22 per cento”.
E' quanto è successo nei giorni scorsi nel mondo del gioco d'azzardo quando – in un protocollo d'intesa tra le associazioni aderenti alla campagna “Mettiamoci in gioco” (che ha come sottotitolo “Campagna nazionale contro i rischi del gioco d'azzardo”) e “Sistema gioco Italia” (l'associazione, aderente alla Confindustria, che unisce i principali imprenditori del settore) – si è convenuto di sostituire l'espressione “gioco d'azzardo” con l'edulcorante locuzione “Gioco con alea con posta in denaro”.
Il protocollo è stato sottoscritto il 15 di questo mese e la sua pubblicazione ha immediatamente scatenato un autentico psicodramma all'interno delle associazioni anti-azzardo determinando una sfilza di autorevoli dissociazioni e prese di distanza. Ma soprattutto ha svelato definitivamente la strategia di comunicazione, e anche la raffinata politica di lobbing, messa in atto dai concessionari. I quali – mentre continuano a sfornare nuovi 'Gratta e vinci' – tentano di presentarsi alla stregua di un indispensabile servizio ai cittadini che si preoccupa della loro salute e vuole metterli al riparo dai commercianti disonesti. Stando nella metafora iniziale, sarebbe un po' come se i produttori di superalcolici tentassero di accreditare l'idea che si rischia veramente l'alcolismo solo se si bevono prodotti realizzati senza licenza.
Non è stato un fulmine a ciel sereno. La discussione all'interno delle associazioni anti-azzardo era partita fin da un mese fa, quando dalla lettura dei loro bilanci si scoprì che Sisal e Lottomatica nel 2013 avevano destinato quasi 13 milioni di euro a “sponsorizzazioni, aiuti, liberalità e beneficenza”, sostenendo economicamente, tra gli altri, Save the children, Emergency, la Fondazione Umberto Veronesi e la Comunità di Sant'Egidio. Ci si domandò se fosse eticamente ammissibile la collaborazione di associazioni umanitarie con questa autentica macchine per fare soldi a spese di cittadini sprovveduti e a volte disperati. Che arrivano a rovinare se stessi e le loro famiglie acquistando tagliandi che promettono vincite milionarie e mascherano la realtà dei fatti: che, cioè, le possibilità di diventare “mega-milionari”, o “turisti per sempre”, o addirittura di vincere una casa, sono irrisorie. Per esempio, si afferma che esiste una possibilità di vittoria ogni quattro tagliandi, rendendo invisibile il fatto che la maggior parte di questi tagliandi “vincenti” hanno un valore identica al loro costo. E in definitiva servono solo a creare l'illusione della vincita, a indurre a nuove giocate e a favorire la dipendenza. Ma questa volta, col “protocollo d'intesa”, il bubbone è scoppiato in modo evidente e clamoroso. Il tentativo di chiamare il “gioco d'azzardo” con un altro nome, tra l'altro oscuro, ha confermato i sospetti sulla politica delle concessionarie.
La campagna “Mettiamoci in gioco” è nata nel 2012 per “sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulle reali caratteristiche del gioco d’azzardo nel nostro Paese e sulle sue conseguenze sociali, sanitarie ed economiche, avanzare proposte di regolamentazione del fenomeno, fornire dati e informazioni, catalizzare l’impegno di tanti soggetti che – a livello nazionale e locale – si mobilitano per gli stessi fini”. Vi aderisce una lunghissima serie di associazioni, le più importanti: Tutti i sindacati confederali, l'Arci, le Acli, la Federconsumatori, Libera, l'Azione Cattolica, il gruppo Abele e molte altre.
Dal giorno in cui è esplosa la polemica, sul sito di “Mettiamoci in gioco”, campeggia la scritta: “Nessuna alleanza con i concessionari di Confindustria” Quindi un lungo comunicato dove si precisa che “l’opportunità di aprire un confronto con le imprese di Confindustria nasce esclusivamente dalla volontà di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo”. Già, ma per fare questo era necessario smettere di chiamare il gioco d'azzardo col suo nome e inserire nel protocollo una clausola di riservatezza?
Gli autori dell'iniziativa banalizzano. La clausola di riservatezza, dicono, è stata introdotta solo per garantire le parti “dal rischio di strumentalizzazioni reciproche”. E La decisione di utilizzare quella lunga circonlocuzione è stata presa solo perché l'espressione “gioco d'azzardo” nel codice penale è utilizzata con riferimento alle attività illegali. Vero, ma si è appunto nell'ambito del codice penale. Anche l'espressione “armi da fuoco” nel codice penale è usata per punirne l'uso illegale, ma non per questo i loro produttori hanno ottenuto di poterle chiamare “oggetti atti a espellere ad altissima velocità proiettili”.
E non a caso nell'imbarazzata nota pubblicata sul sito di “Mettiamoci in gioco” si precisa: “La campagna continuerà anche in futuro a etichettare il fenomeno come “gioco d’azzardo”, perché – a nostro avviso – di questo si tratta. Anche su questo punto, dunque, la posizione della campagna non è cambiata: non è problematico solo il gioco “illegale” (la posizione tradizionale dei concessionari), ma anche quello “legale”. Bene, ma allora perché accettare di chiamarlo in un altro modo proprio in un protocollo d'intesa finalizzato a elaborare una 'legge quadro'. Forse si ipotizza di consacrare per legge questa modifica del vocabolario?
La prima a dissociarsi è stata Daniela Capitanucci di Alea: “Non sapevo nulla, è stato un filmine a ciel sereno”. Poi è stata la volta delle sue associazioni che fanno capo a don Luigi Ciotti, “Libera”, e il Gruppo Abele che, pur ribadendo la stima verso don Armando Zappolini (il coordinatore della campagna “Mettiamoci in gioco”), “ ritengono doveroso precisare la loro estraneità a quanto accaduto, non essendo a conoscenza di tale accordo e della relativa firma se non attraverso articoli di stampa”. Precisazione definita “sorprendente” dai responsabili della campagna i quali hanno fatto sapere che un rappresentante di Libera ha partecipato alla stesura del protocollo e l'ha anche sottoscritto”. La verità è che è stato commesso un errore che ha messo in imbarazzo tutte le associazioni anzi-azzardo. Efficace la sintesi di Riccardo Bonacina in un editoriale apparso su Vita.it: “Mettiamoci in gioco, o mettiamoci in ginocchio?”. Ieri la nota dell'Auser, altra associazione promotrice della campagna, che “prende le distanze” dal protocollo del 15 ottobre perché ritiene la gestione dei suoi contenuti “un fatto non condivisibile e contraddittorio rispetto a quanto sostenuto fino a oggi”. Se il protocollo sarà portato avanti, è l'avvertimento, ciò “determinerà l'uscita dell'Auser dalla campagna”.

notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/21/gioco-azzardo-linguaggio.html

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