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Novità altro

IL GIOCO D’AZZARDO tra normativa e cura. Alfio Lucchini e Annalisa Pistuddi, Cerco Edizioni

 Il tema del gioco d’azzardo è al centro degli interessi non solo dei professionisti della salute , ma anche delle istituzioni, dell’economia, dei cittadini e delle famiglie.

Il gioco d’azzzardo patologico è un comportamento compulsivo, prodotto di spinte istintuali, di problematiche psicologiche, psichiatriche, relazionali, affettive e di condizionamenti sociali e ambientali.

La comprensione di tutti gli elementi che intervengono nel generare la dipendenza rende imprescindibile un’osservazione multifattoriale.

Aspetti storici, evolutivi, normativi, epidemiologici, diagnostici e terapeutici sono ampiamente trattati.

Il nostro quotidiano con le droghe illegali

A Palermo, un bimbo di tre anni, all'asilo dice: “mio padre vende il fumo”. Un uomo armato di coltello fa irruzione al pronto soccorso di Montecchio Emilia pretendendo morfina. Un ragazzo di 16 anni, a Como, ha la sua centrale di spaccio di droga dentro la sua stessa scuola. 
Sono solo alcuni episodi di cronaca di questi ultimi giorni che hanno a che fare con le droghe illegali. Crediamo che ce ne potrebbero essere a iosa, ma questi tre sono significativi per tipologia e dislocazione geografica. Un bimbo, un ragazzo minorenne e (presumibilmente) un malato.
Il bimbo -come dicono gli inquirenti che hanno rivelato l'affermazione grazie ad una intercettazione telefonica sul babbo dello stesso bimbo- "fa ben comprendere come l'attivita' di spaccio in queste famiglie sia spregiudicata e intrinsecamente legata alla quotidianita'". 
Il ragazzo minorenne e' un segnale di come il fenomeno spaccio di sostanze illegali sia diffuso, al punto che la spregiudicatezza dei luoghi e dei modi si fa gioco anche di quelle che dovrebbero essere le piu' semplici precauzioni in un mercato altrettanto illegale: sedicenne e scuola come centrale operativa..
Il malato -che non puo' essere altro che tale- e' preso dalla disperazione per l'insopportabilita' del dolore e la difficolta' della prescrizione medica oppure per la sua tossicodipendenza che si nutre sempre nell'illegalita'.
 

Quello che probabilmente avra' meno danni nel suo futuro e' il bimbo.
Tre episodi figli dell'illegalita' in cui certe sostanze diffusissime sono mantenute. Sostanze proibite, bandite, messe all'indice ma che sono ad un livello tale di penetrazione sociale ed economica che e' impensabile poterle buttare fuori della nostra quotidianita'. Milioni di persone in tutto il mondo sono come i protagonisti dei nostri tre episodi. Ed altrettanti milioni di persone al mondo vivono grazie a questo mercato illegale: dal contadino marocchino o colombiano o afghano ai vari livelli di trafficanti. Impensabile, senza danni che probabilmente sarebbero peggiori di quelli attuali, dare segnali e fare 
azioni di maggiore fermezza: cioe' combattere in modo piu' agguerrito produttori, coltivatori, narcotrafficanti, trafficanti, spacciatori, consumatori. Pensabile, invece, appropriarsi -noi Stato, noi societa' non clandestina- del mercato e gestirlo nella legalita', coi relativi risvolti culturali e comportamentali perche' ognuno sia consapevole -ed aiutato ad esserlo in un clima sereno solo come la legalita' puo' produrre- di cio' che decide di mettere dentro il proprio corpo e il proprio cervello.

Un invito alla riflessione che speriamo si estenda anche all'azione di ognuno in questo senso.Azione civica e culturale, sociale e politica. Perche' stiamo parlando di un fenomeno che, in tutti questi anni in cui e' stato affrontato coi metodi attuali, ha contaminato tutti gli ambiti della nostra vita pubblica e privata.

Vincenzo Donvito, aduc droghe

Carcere e droghe, la svolta americana

 Risalendo dagli abissi di Poggioreale, Napolitano ha anticipato i contenuti di un messaggio che intende rivolgere alle Camere, perché valutino la possibilità di approvare un provvedimento di amnistia-indulto per porre termine – almeno temporaneamente –al gravissimo sovraffollamento che affligge le nostre carceri e chi vi è costretto. Il messaggio viene dopo ripetute sollecitazioni del Capo dello Stato e i vani tentativi messi in opera dal precedente governo e da quello in carica che per ben due volte hanno tentato di ridurre il sovraffollamento attraverso il ricorso a decreti, consapevolmente limitati in origine e ulteriormente spuntati nel corso dell’esame parlamentare di conversione in legge. La popolazione detenuta non cresce più da tempo, ma non riesce a diminuire in maniera significativa. E allora il Presidente della Repubblica chiede che si faccia qualcosa subito, con gli strumenti che la Costituzione affida al Parlamento: un provvedimento di amnistia-indulto, per esempio.

Non sappiamo se in questo Parlamento potrà esserci una maggioranza così ampia da poter corrispondere alla sollecitazione di Napolitano. Certo è che un nuovo provvedimento di amnistia-indulto, per quanto necessario e urgente, non sarebbe sufficiente a calmierare nel tempo la popolazione detenuta e a risolvere strutturalmente il sovraffollamento penitenziario. Prima o poi bisognerà fare i conti con i fattori di produzione dell’incarcerazione di massa in Italia, che sono sostanzialmente tre: l’abuso della custodia cautelare, le limitazioni alle alternative al carcere e la criminalizzazione dei migranti e dei consumatori di droghe.

Se riuscissimo, talvolta, ad alzare lo sguardo oltre il cortile di casa, scopriremmo che il problema di come uscire dall’epoca dell’incarcerazione di massa non è un problema soltanto nostro. La crisi del dominio occidentale sulla globalizzazione neo-liberista ha portato con sé anche il fallimento del modello di controllo sociale fondato sul trasferimento di risorse materiali e simboliche dal sociale al penale. Il sovraffollamento ingovernabile in Italia corrisponde all’incapacità degli Stati Uniti di reggere politicamente, socialmente ed economicamente l’onda dell’incarcerazione di massa dopo la crisi del 2008. E’ da allora che la popolazione detenuta non cresce più (in Italia dal 2010). E’ dal 2009 che il sistema penitenziario statunitense è sotto processo per l’incapacità di garantire i diritti fondamentali dei detenuti. Quest’estate i primi segni di una svolta: l’amministrazione Obama sceglie di aggredire uno dei capisaldi dell’incarcerazione di massa, la war on drugs, attraverso misure di decriminalizzazione del piccolo spaccio di droghe. Nel suo discorso al Meeting annuale dell’American Bar Association, l’Attorney General dell’amministrazione Obama, Eric J. Holder, ha parlato di un circolo vizioso di povertà, criminalità e incarcerazione che colpisce troppi cittadini americani: troppe persone vanno in carcere troppe volte e troppo a lungo, e non per buone ragioni. Il risultato è quello che è: il record mondiale delle incarcerazioni e una dissipazione di risorse nel perseguimento di reati non violenti. Così, nello stesso giorno del suo discorso davanti all’ABA, Holder ha inviato nuove indicazioni ai procuratori federali, chiedendo loro di evitare di sottoporre alla rigida legislazione sulla droga gli arrestati che non siano autori di reati violenti e che non abbiano legami significativi con le organizzazioni criminali. Vedremo che ne uscirà. Certo è che, in Italia come negli Usa, se si vuole affrontare il problema dell’incarcerazione di massa bisogna passare attraverso la revisione della legislazione sulla droga.

stefano anastasia, il manifesto/fuoriluogo

Le illusorie pillole del cervello

PSICOSTIMOLANTI - Le anfetamine fanno parte di una categoria, gli psicostimolanti, su cui si addensano non poche leggende metropolitane: molte vengono usate dai ragazzi in vista degli esami, corroborate da robuste dosi di caffè, per “rendere di più”. Sono chiamate stimolanti cognitivi, ma, anche qui, si tratta di un equivoco: «A oggi non conosciamo nessun farmaco davvero in grado di aumentare le performance del cervello in un soggetto normale, in condizioni basali - spiega Di Chiara -. In altri termini, gli psicostimolanti aumentano l’allerta e riducono il senso di fatica, riportando a una prestazione decente una persona altrimenti morta di sonno e di stanchezza: aiutano a tirare tardi e a studiare a più non posso, ma non migliorano un bel niente. Anche perché si può fare mattina sui libri, ma se si arriva all’esame in fase calante, perché è finito l’effetto dei farmaci, il rendimento resta inferiore. Senza contare il prezzo da pagare per queste abitudini rischiose: pure gli psicostimolanti possono dare dipendenza e in astinenza i sintomi sono particolarmente pesanti. Il tono dell’umore crolla. Non a caso, fra i giovanissimi si inverte il rapporto maschi/femmine in relazione alla depressione: nelle diverse età è un problema più frequente nelle donne, salvo attorno ai vent’anni, periodo della vita in cui sono i maschi a soffrirne di più, proprio perché più delle loro coetanee fanno uso di psicostimolanti e droghe in genere».

SERVE IL SONNO - Inoltre, usare psicostimolanti fa male anche solo per il fatto che priva del sonno e del riposo di cui il cervello ha bisogno per funzionare al meglio, come spiega Federica Provini, neurologa del Centro di Medicina del Sonno dell’Università di Bologna: «Sono molti i farmaci attivi sul sistema nervoso centrale assunti per ridurre la necessità di sonno nell’illusione di “rendere” di più. Negli ultimi anni la spinta a una società iperattiva 24 ore su 24 è stata sempre più forte, ma ora la tendenza si sta invertendo anche negli Usa, dove in passato c’è stata assai più apertura verso farmaci per potenziare le attività cognitive. Ciò che ne fa le spese infatti è spesso proprio un buon sonno, da molti ritenuto una perdita di tempo. Invece, il nostro cervello per funzionare bene ha bisogno di riposare a sufficienza: spingerlo oltre il limite fa soltanto male».

www.corriere.it/salute/neuroscienze/13_ottobre_18/illusorie-pillole-il-cervello-e9b9b376-37f7-11e3-91d2-925f0f42e180.shtml

MESSICO - Cannabis terapeutica. Il Dalai Lama e' favorevole


Notiziario ADUC - Il Dalai Lama, leader spirituale del Tibet, ha partecipato ieri 15 ottobre ad una dibattito sulla legalizzazione della marijuana in Messico, ed ha sostenuto che appoggia questa proposta a fini medici.
L'incontro era organizzato dall'ex-presidente Vicente Fox, e il leader tibetano ha detto che l'eccezione per il consumo legale della marijuana dovrebbe essere valido solo per uso terapeutico.
Se “il suo uso e' per essere storditi, non va bene”, ha aggiunto di fronte a 4.000 persone.
Fox e' da tempo che sta portando avanti una campagna per la legalizzazione, sostenendo che le attuali normative non hanno fatto altro che aumentare business e potere dei cartelli di narcotrafficanti.

Il mio corpo esagerato

Per milioni di persone quella contro l'obesità  è una lunga battaglia. E c'è chi per vincerla sceglie la chirurgia

di Paola Scaccabarozzi, D Repubblica
Le sedie sono sempre troppo strette, i vestiti introvabili (a meno di rivolgersi a rare e costose sartorie), gli ingressi angusti e gli sguardi altrui mortificanti. Colpa della ciccia che ti strappa il sorriso, e anche la salute. Trecento milioni nel mondo, dodici milioni in Europa e cinque milioni nel nostro Paese.
Sono i dati dell'obesità  forniti dall'Organizzazione mondiale della sanità .
«Quelli di una malattia», spiega il professor Luigi Angrisani, presidente della Ifso (Federazione mondiale per la chirurgia dell'obesità), direttore dell'Unità  operativa complessa di chirurgia laparoscopica e generale dell'Ospedale San Giovanni Bosco di Napoli, «che costituisce la seconda ragione di morte dopo il fumo, e la cui causa è di origine organica (cioè determinata da altre malattie) solo nel 5% dei casi».
Un'epidemia che miete vittime nei paesi occidentali e ipernutriti, ma non solo. «Anche in India, in Brasile e in Cina», prosegue Angrisani, «il problema è molto diffuso. Lì colpisce le classi più abbienti. In Italia e negli Usa, invece, è vero esattamente il contrario.
Sono i più poveri a consumare junk food, il cibo spazzatura che costa poco e fa diventare over-size». Il risultato è che più che di obesità  si dovrebbe parlare di "globesità ", con tutti i suoi annessi e connessi. «Perchè i chili di troppo, soprattutto per le taglie extra ed extra large», spiega il dottor Alessandro Giovanelli, chirurgo bariatrico e responsabile Inco (Istituto nazionale chirurgia obesità), Istituto Clinico Sant'Ambrogio Milano, «predispongono a un elevato rischio di malattie che vanno dal diabete alle patologie cardiovascolari, da problemi alle articolazioni a gravi ripercussioni sul sistema respiratorio. Fino a una maggior incidenza di tumori e disturbi psicologici anche invalidanti». Dunque, che fare? Diete, esercizio fisico, rieducazione alimentare, psicoterapia e farmaci. Ma a volte tutti i tentativi falliscono miseramente. E le ragioni sono tante, comprensibili e, soprattutto, personalissime.
E’ evidente però che su un corpo di 170 chili perderne 20 è spesso una fatica immane che, magari, non viene neppure riconosciuta e percepita da se stessi e dal resto del mondo», dice Emanuel Mian, psicologo presso l'Istituto nazionale per la chirurgia dell'obesità . Quindi è facile che, demotivati, si torni ad abbuffarsi. «Poi», prosegue Giovannelli, «c'è anche una questione fisiologica. La colpa è delle adipochine, molecole sintetizzate e secrete dal tessuto adiposo, che inducono gli obesi a introdurre nel proprio corpo un numero sempre maggiore di calorie». Il concetto è che, in qualche modo, grasso richiama grasso. Anche a livello psicologico, il meccanismo è facilmente intuibile: ingrasso, mi deprimo, quindi mangio di nuovo e metto su altro peso. «Proverò senso di colpa e lo so in anticipo», spiega Mian, «ma non importa. E’ peggio sprofondare nel vuoto che mi attanaglia prima dell'abbuffata, che conoscere già  la colpa che sperimenterò a posteriori». Così, percorse tutte le strade, fortunatamente c'è chi non si arrende e bussa alla porta del chirurgo bariatrico (dal greco baros, peso, più iatros, medico), che, nei centri migliori e più seri, lavora in equipe, cioè a stretto contatto con nutrizionisti, psicologi, dietisti, e medici di varie specialità.
Ma qual’è l'identikit del paziente tipo, cioè di colui che può essere sottoposto all'intervento? «Gli obesi che hanno un indice di massa corporea superiore a 35 o 30 e associato ad altre malattie (come il diabete) e hanno alle spalle numerosi tentativi di diete fallite», spiega Giovanelli. «Ma anche», sottolinea Angrisani, «pazienti con obesità  iniziale e moderata. I rischi dell'intervento sono minori e maggiori le percentuali di successo». «L'importante, però, concordano i due esperti, è che la chirurgia dell'obesità  venga fortemente personalizzata in base alle caratteristiche individuali, affincè chirurgo e paziente scelgano insieme l'intervento più idoneo. E ce ne sono di vario tipo. «Quelli», spiega Giovanelli, «che riducono la capacità dello stomaco, inducendo una sazietà  precoce (palloncino intragastrico, che in realtà  più che un intervento è una tecnica endoscopica; bendaggio gastrico regolabile, gastroplastica verticale); operazioni che diminuiscono il volume  dello stomaco e, al tempo stesso, accelerano il metabolismo (gastrectomia verticale, bypass gastrico) e interventi che agiscono sui processi digestivi riducendo l'assorbimento dei cibi (diversione intestinale, bypass biliointestinale)». Ma quali allora gli interventi più eseguiti? «I dati italiani», spiega Giovanelli, «mettono il bendaggio gastrico regolabile al primo posto. Si tratta di un intervento che riduce il volume dello stomaco, trasformandolo in una sorta di clessidra. Si esegue inserendo un anello di silicone nella parte superiore dello stomaco che dà  luogo a una tasca di dimensioni ridotte. Il funzionamento è intuitivo: basta ingerire una piccola quantità di cibo per riempirla. L'intervento si esegue in 20 minuti, non è invasivo (in laparoscopia), è reversibile (la protesi può essere rimossa) ed è regolabile dall'esterno, il che significa che il chirurgo può stringere o allentare l'anello periodicamente». «In rapida diffusione in Italia e nel mondo», prosegue Angrisani, «anche la gastrectomia verticale (Sleeve Gastrectomy). Lo stomaco viene sezionato verticalmente, asportato per circa l'80% e trasformato in una sorta di "canalino". Questo intervento di "lifting gastrico" agisce anche sul metabolismo, perchè diminuiscono nel sangue i livelli di grelina, un ormone  (prodotto da alcune cellule giacenti sul fondo dello stomaco) che regola il senso di fame».
E i rischi? I più frequenti, affermano gli esperti, sono quelli connessi all'anestesia totale, sanguinamenti ed emorragie . «Comunque», precisa Giovanelli, «con l'utilizzo della tecnica laparoscopica i rischi si sono notevolmente ridotti. E se un obeso su 100 muore per le complicazioni della chirurgia, non dobbiamo dimenticare che il 4% degli obesi non operati muore per le malattie connesse all'obesità». «Numerosi studi», prosegue Angrisani, «sottolineano, infatti, gli eccezionali benefici della chirurgia nel migliorare o guarire condizioni patologiche associate all'obesità  specie nel diabete, prevenendo e curando le sue terribili complicanze come la cecità , l'insufficienza renale e le ischemie degli arti inferiori».
Ma gli interventi sono risolutivi e definitivi? «Gli interventi», afferma Angrisani, «sono risolutivi nel 60-80% dei casi, che è una percentuale enorme, considerando che non vi sono altre possibilità  di cura con metodiche conservative. Anche perchè l'obesità  è una malattia cronica e degenerativa e, come tale, tende a ripresentarsi dopo 3-5 o 10 anni, ovviamente in relazione alla tipologia dell'intervento e alla "bravura" del paziente nell'attenersi agli schemi e ai consigli nutrizionali post-operatori. Anche l'esercizio fisico per almeno 45 minuti al giorno è fondamentale per il mantenimento del peso perso»
Dunque, una volta usciti dalla sala operatoria dopo una breve degenza (in genere di 48-72 ore) la sfida continua. I pazienti vengono costantemente seguiti, monitorati e accompagnati in un percorso che prevede, spesso, anche la chirurgia plastica ricostruttiva. La ragione è semplice, basta immaginare un corpo che cambia completamente fisionomia, che si svuota e deve fare i conti con tessuti molli e cadenti. «Gli inestetismi cutanei», spiega Angrisani, «possono e devono essere corretti dopo almeno 6 mesi di stabilità  del peso perso. Addome, braccia, seno e cosce le zone del corpo in cui normalmente si interviene di più».
Anche dal punto di vista psicologico, l'impatto del post intervento non è certo a costo zero. «Una drastica perdita di peso», spiega il professor Antonino Minervino, direttore del Dipartimento salute mentale dell'Azienda ospedaliera di Cremona e docente di tecniche conversazionali all'Università  Cattolica di   Milano, «implica un radicale cambiamento della propria immagine. A volte ciò porta a esaltazione ed euforia, con il rischio di abbassare la guardia e di cadere di nuovo nella trappola delle abbuffate, oppure, al contrario, può essere causa di depressione».
Paradossale? Solo in apparenza. « Quel corpo   nuovo  con meno chili addosso, esteticamente più piacevole, insieme alla ciccia ha perduto una parte di, quello spazio così ampio che assicurava il suo esserci nel mondo. Allora si fa strada la nostalgia che spinge l'ex obeso nel vortice dal quale è appena uscito. Ma se il paziente è stato ben motivato dai medici e dello  psicologo  e viene seguito anche in famiglia, le probabilità  di successo aumentano esponenzialmente.

          

Giorgio Samorini, il “drogologo” contemporaneo

Giorgio Samorini, famoso e attivo ricercatore nel campo dell’etnobotanica e dell’etnomicologia, è conosciuto in tutto il mondo per aver studiato le relazioni di vari popoli con le droghe facendo delle scoperte a dir poco illuminanti. “Animali che si drogano” è uno dei suoi libri più conosciuti e apprezzati, pubblicato recentemente in edizione aggiornata dopo 13 anni. Ho avuto l’onore di approfondire il lavoro di Samorini, maggiore esponente della 3° generazione di studiosi del settore, che vanta dei predecessori di tutto rispetto come Mantegazza e Hofmann.prosegue qua http://www.enjoint.info/?p=9297

Droga: il business della contraffazione. Più care e meno pure.

Meno pure, più costose. E ancora più pericolose. Oltralpe l'Osservatorio francese per le droghe e la tossicodipendenza (Ofdt) ha portato alla luce una realtà che inquieta tutta Europa.
Negli ultimi anni i prezzi delle droghe - cocaina, eroina, ecstasy e cannabis - appaiono in drastico e continuo aumento: un business che ingrossa le tasche trafficanti, di pari passo con il deterioramento della qualità di gran parte degli stupefacenti.
In gergo, l'alterazione delle sostanze si chiama sofisticazione. Una truffa nella truffa, che rende i consumatori sempre più ostaggio del mercato illegale dello spaccio.
COCA IMPURA A 75 EURO. Nell'ultimo rapporto di settembre 2013, il barometro sugli stupefacenti in Francia ha registrato infatti un aumento del costo medio della cocaina dai 63 euro a grammo del 2011 ai 70 euro del 2012. Nei centri urbani, la “neve” può arrivare a costare fino a 75 euro a grammo.
Ma il rincaro non corrisponde a una polvere più pregiata. Anzi. L'Ofdt ha appurato che in generale la «qualità della cocaina tende a deteriorarsi»: al contrario degli anni passati, il suo grado di purezza sul mercato è «sceso dal 30 a una percentuale che oscilla tra il 10 e il 20% del totale, in netta diminuzione».
EROINA DEGRADATA. La stranezza è che, dal 2011 al 2012, la disponibilità di cocaina è «rimasta stabile». E per l'ecstasy, balzata da 7,6 euro a 11 euro a scatoletta, dopo la penuria del 2009 le pasticche sulla piazza sono addirittura aumentate.
Nel caso dell'eroina, invece, il costo è rimasto invariato a 40 euro a grammo. Ma il grado di purezza si è «degradato» al 7% della “roba” in circolazione, la soglia più bassa negli ultimi 12 anni: un trend spiegabile con il progressivo smantellamento dei grossi importatori di eroina, a livello europeo, che ne ha limitato la circolazione.
«Ampiamente reperibile» sul mercato, invece, resta la cannabis, la cui qualità resta molto buona. Il suo prezzo, però, è in aumento da 9,7 a 10 euro al grammo.

Aggiunti paracetamolo, caffeina e antidepressivi: il business della sofisticazione

Tagliare o diluire le droghe è un classico per le sostanze in polvere, ma resta una pratica ancora poco diffusa nello spaccio della marijuana.
Gli adulteranti impiegati dai trafficanti sono innumerevoli e con varianti sempre nuove. Di conseguenza, difficilmente catalogabili nei laboratori di analisi anche se i rischi per la salute di chi li consuma sono spesso potenzialmente letali.
Per le forze dell'ordine, tracciare le sostanze psicoattive richiede aggiornamenti continui e ha costi elevati: le liste, nonostante gli sforzi nei mezzi e nella ricerca, sono quasi sempre incomplete. O comunque differiscono da Stato a Stato.
Tra le sostanze chimiche stupefacenti, il maggiore grado di contraffazione è stato rintracciato tra le anfetamine: la droga sintetica (vietata in commercio in Italia) sequestrata Oltralpe negli ultimi 10 anni, si è rivelata spesso contenere meno del 10% del farmaco. Con punte minime del 5%.
I prodotti aggiunti erano, nella maggioranza dei casi, caffé e paracetamolo.
ORMONI  ED ECSTASY. Dalle analisi, l'anfetamina è risultata invece finire, talvolta, nelle pasticche di ecstasy: raramente in quantità significative, ma pur sempre significative per aumentare la neurotossicità della droga.
Antimalarici, ormoni steroidi, anti-Parkinson e anche antidepressivi sono invece sempre più spesso miscelati e spacciati come Mdma, la metanfetamina psichedelica che dà il nome scientifico dell'ecstasy. A sua volta “annacquata” da paracetamolo e caffeina.
La cocaina alterata è invece composta nel 50% dei casi da fenacetina (analgesico a base di paracetamolo). Ma anche da farmaci anti-ipertensione come il diltiazem, l'antinfiammatorio levamisolo o l'anestetico lidocaina e da diversi tipi di zuccheri.
Casi di “neve” tagliata male con l'atropina - alcaloide che in dosi elevate provoca la paralisi del sistema nervoso centrale - hanno portato a decine di ricoveri d'emergenza in ospedale.
EROINA E XANAX. L'eroina marrone, sempre più scarsa in circolazione, viene invece mescolata in dosi massicce (circa il 90%) con caffeina, paracetamolo, zuccheri vari e non di rado barbiturici.
Un cocktail micidiale perché, soprattutto la caffeina, amplifica il passaggio della droga nei polmoni. Ma ancora più devastanti sono gli effetti di eroina bianca, pura al 30-40%, e mischiata con lo Xanax: ansiolitico che manda in overdose.
C'è da stare poco tranquilli anche con l'hashish che in Marocco (una delle maggiori zone di provenienza) viene adulterato con sostanze che spaziano dal polline, alla resina, all'henné. Raramente - ma è capitato – la marijuana è stata resa più pesante da microparticelle di vetro.
I consumatori non sono morti, ma i polmoni non ne hanno certo goduto.

www.lettera43.it/cronaca/droga-il-business-della-contraffazione_43675110315.htm

scommesse sbagliate

 La ludopatia, cioè il gioco d’azzardo patologico, colpisce in Italia circa 800mila persone (il 40% donne). Sotto accusa il proliferare di slot machine e sale online. Mentre in Parlamento si studia la riforma del settore, parte una raccolta di firme di Marta Matteini

Quando sono lì non penso a niente», «è solo una         pausa», «mi allontano dai miei problemi». DiCONO questo le donne italiane, in media over-40, che cercano aiuto perché affette dal Gap: il gioco d’azzardo patologico. Approdano alla terapia senza il sostegno del partner o di un familiare, schiacciate da un marchio infamante. «E non è solo colpa della crisi economica. Il gioco è un punto d’arrivo dopo sofferenze e storie difficili», spiega Daniela Capitanucci, psicoterapeuta e presidente di Alea (Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio). Non esiste un’indagine sugli stimati 800mila “addicted” - uomini, ma clamorosamente anche donne: ormai oltre il 40% del totale - ma la ludopatia, vero e proprio disturbo del comportamento, di certo ha enormi costi sociali. Ov- vero 7 miliardi di euro l’anno, più degli incassi denuncia il Codacons. E la gestione statale non argina criminalità organizzata e usura. Da uno studio del Cnr risulta che le donne che hanno puntato denaro almeno una volta nell’ul- timo anno sono state 7,5 milioni, pari al 38% degli scom- mettitori italiani. Il gioco d’azzardo, oggi dilagante anche tra i più giovani, quando sfocia in patologia porta intere famiglie alla rovina. Sotto accusa un’offerta capillare e diversificata di giochi legali: tabaccherie come piccoli casinò bar pieni di slot machine.      

Sul fronte politico l’Idv raccoglie firme per un referendum che vieti il gioco d’azzardo, mentre l’intergruppo promosso da deputati di diversa appartenenza invoca una riforma del settore: «Il fenomeno che negli ultimi 10 anni ha avuto una crescita senza paragoni, stimolata dalla proliferazione di slot machines, sale da gioco e on line», dicono i promotori. Fra loro, Lorenzo Basso, Pd, aggiunge: «Dobbiamo dare una risposta culturale, a partire dal divieto di pubblicità del gioco d’azzardo, anche sul web».

Il decreto Balduzzi del 2012 stabiliva che le macchinette mangiasoldi fossero a 200 metri da scuole e altri luoghi sensibili, ma non basta. È stata da poco approvata in Senato una mozione della Lega Nord che vieta per un anno l’apertura di videolottery e portali di scommesse on line. Per un maggiore controllo sul territorio bisogna dare più potere ai sindaci, recita il Manifesto contro il gioco d’azzardo, promosso dalla Scuola delle buone pratiche e sottoscritto da 285 amministratori di tutta Italia. Obiettivi: limitare gli orari dei minicasinò e aprire sportelli per le famiglie.

Marta Matteini D Repubblica, 5 ottobre 2013

USA - Chiuso il web Silk Road, dove si acquistavano liberamente droga e armi

 

Silk Road, il più famoso tra i siti «sotterranei» di commercio on line, nascosto e accessibile solo in modalità anonima, e' stato chiuso dalle autorità Usa. Lo fa sapere l’Fbi, sottolineando di aver anche arrestato il gestore Ross William Ulbricht, accusato di traffico di narcotici e riciclaggio di denaro. Ulbricht, è stato arrestato in una biblioteca pubblica di San Francisco, operazione avvenuta «senza incidenti». Avrebbe anche compiuto altre azioni illegali, come complotti hacker e riciclaggio di denaro. «Silk Road serviva come bazaar del mercato nero, dove venivano regolarmente acquistati e venduti droghe illegali e altri beni illeciti’», si legge nella denuncia. Silk Road era operativo dal 2011 . Secondo le accuse, Ulbricht avrebbe anche cercato di assoldare dei killer per uccidere un utente che minacciava di rivelare le identità di alcune persone che utilizzavano il sito. 
Alla ricerca di MDMA, eroina, LSD e cannabis, pornografia, documenti falsi e perfino armi, acquirenti e venditori conducevano tutte le transazioni con i Bitcoin, una moneta elettronica che consentiva riservatezza e discrezione, che le autorità hanno posto sotto sequestro per un valore di 3,6 milioni di dollari. 
La fortuna del bitcoin si è mossa di pari passo con l’interesse post crisi per l’oro come «bene rifugio». Ma l’attenzione sulla valuta virtuale è salita nei mesi scorsi, quando il suo prezzo è raddoppiato e poi crollato in poche settimane: il prezzo si è di recente stabilizzato sui 136 dollari, in calo rispetto al picco di 250 dollari di aprile. 
Si stima che nel 2012 il volume d’affari di Silk Road si aggirasse intorno al milione e novecento mila dollari al mese. Per entrare in questo mondo virtuale parallelo si utilizza «Tor», un programma che rende anonima la navigazione, prezioso strumento per gli attivisti dei diritti umani che voglio sfuggire alla censura dei regimi. 
 

Negli ultimi vent’anni in Europa e Stati Uniti più pura e a prezzi dimezzati

Per i  ricercatori canadesi della University of British Columbia, "questi dati sono la dimostrazione che la guerra al narcotraffico non ha avuto successo". E intanto il Perù supera la Colombia come primo produttore di cocaina al mondo

La guerra globale alla droga è fallita: in Europa e negli Stati Uniti le sostanze in circolazione sono molto più pure e assai meno costose rispetto a venti anni fa. Lo stabilisce uno studio di ricercatori canadesi della University of British Columbia, in una ricerca commissionata dall’International Centre for Science in Drug Policy e pubblicata su varie riviste specializzate (qui la open version del prestigioso British Medical Journal). Nel periodo compreso dal 1990 al 2010 il prezzo di eroina,cocaina e hashish nelle strade europee e statunitensi è calato vertiginosamente dell’80%, mentre la purezza di queste sostanze è aumentata rispettivamente del 60, del 10 e del 160 percento. “Questi dati sono la dimostrazione che la guerra alla droga non ha avuto successo – spiega Evan Wood, capo dei ricercatori della British Columbia – Bisogna cominciare a pensare politiche che tutelino il benessere delle comunità, e considerare il consumo di droga come un problema di salute pubblica e non un comportamento criminale”.

I ricercatori spiegano di aver analizzato i dati in possesso delle autorità dei vari paesi e delle organizzazioni internazionali deputate alla lotta alla droga. E avvertono come l’aumento dellapurezza e l’abbassamento del prezzo, adeguato all’inflazione e ai salari, sono avvenuti nonostante rispetto a venti anni fa vengano sequestrate mediamente il doppio delle partite di droga legate alnarcotraffico. Le conclusioni di questa ricerca sono state recepite favorevolmente da tutte le organizzazioni che si battono per la liberalizzazione o la depenalizzazione della droga, come laDrug Policy Alliance il cui presidente Ethan Nadelmann ha detto: “L’approccio proibizionista alla droga si è rivelato inefficace, inutilmente costoso e controproducente. Ha generato altissimi livelli dicorruzione, di violenza e criminalità fallendo nel suo obiettivo principale, ovvero ridurre la disponibilità di droghe nelle strade”.

La ricerca segue di pochi giorni un report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc) che descrive uno spostamento nella mappa della produzione di cocaina. Per la prima volta negli ultimi vent’anni il Perù supera la Colombia. Nel 2012 infatti sono stati piantati oltre 24mila ettari di piante di coca in Perù, soprattutto nella zona andina orientale prossima a quella amazzonica di Brasile e Colombia. E benché in Perù ci sia stata una diminuzione del 3,4% su scala nazionale, il crollo del quasi 25% delle terre colombiane adibite alla coltivazione di coca fa diventare il Perù il maggior produttore a livello mondiale. La Colombia, che nei primi anni del secolo esportava il 90% della coca avendo raggiunto quasi 67mila ettari, è oggi seconda con 48mila. Segue la Bolivia con 10mila ettari circa.

Il motivo di questo spostamento geografico, secondo gli esperti è dovuto a due fattori. Il primo è che da una parte c’è il tentativo di accordi di pace tra le Farc e il governo colombiano, e una riforma agraria che porta alla minor utilità delle piantagioni. Mentre dall’altra c’è una radicalizzazione del dissenso in Perù, dove la crescita territoriale degli eredi dei guerriglieri maoisti di Sendero Luminoso va di pari passo con l’aumento delle piantagioni. Il secondo motivo è che una volta la cocaina aveva un filo diretto tra Colombia e Stati Uniti, primo consumatore mondiale con gran godimento delle organizzazioni criminali, della politica e delle banche statunitensi, alla faccia del sanguinario Plan Colombia. Oggi invece con la crescita economica del Brasile c’è una nuova classe media brasiliana vogliosa di ‘sballarsi’ secondo i canoni occidentali. E per loro è più comodo prendere la merce dal Perù.

Luca Pisapia, www.ilfattoquotidiano.it/2013/10/03/negli-ultimi-ventanni-in-europa-e-stati-uniti-droga-piu-pura-e-a-prezzi-dimezzati/730831/ 

Traffico droga tra America Latina ed Europa. Rapporto Ameripol


Notiziario ADUC - L'Africa occidentale si e' trasformata, negli ultimi dieci anni, nella nuova rotta della cocaina prodotta in America Latina, per poi andare in Europa. La Spagna, per la sua vicinanza alle coste africane, si e' consolidata come una zona chiave per l'entrata della droga che si consuma nel continente. Questa e' la principale conclusione di un rapporto presentato a Bogota' dalla Comunidad de Policías de América, Ameripol, in collaborazione con la UE.
Ameripol fa sapere che il consolidamento della rotta africana “non deve essere sovradimensionato, poiche' in generale la maggior parte della cocaina che viene introdotta in Europa, e in particolare in Spagna, vi giunge via mare direttamente dal Sudamerica”. Diverse fonti di intelligence citate nel rapporto, considerano che per la rotta africana passi un 30% del totale della cocaina con l'Europa come destinazione finale.
Le autorita' europee devono focalizzare la loro attenzione sulle isole Canarie, perche' sono tra i piu' “importanti approdi per l'ingresso di cocaina” proveniente da Bolivia, Colombia, Peru' e Venezuela, diretta verso l'Africa. Il rapporto definisce l'occidente africano come “il magazzino dei narcotrafficanti”.
Citando i dati dell'Osservatorio europeo su droga e tossicodipendenze, Ameripol conferma che la Spagna e' il principale punto di entrata di cocaina e cannabis per tutto il continente. “E' nel contempo il Paese con il maggior livello di consumo nella UE”, dopo “Italia, Regno Unito e Germania”.
La “zona calda” di ingresso della droga in Africa, e' composta dal Burkina Faso, Capo Verde, Costa di Marfil, Gambia, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Senegal ,Sierra Leone e Togo, e i narcotrafficanti cambiano le loro strategie in funzione dei momenti politici convulsi che ci sono in questi Paesi, cosi' evitano che vi sia coinvolto il loro business.
Nel caso dei narcos colombiani, Ameripol rileva che hanno cinque rotte per introdurre la propria coca in Europa. Due di queste sono nuove, una e' quella del Canale di Suez, dove la droga arriva dal Sudafrica ed entra nel continente attraverso la Romania. L'altra e' quella dei Balcani che, procedendo sempre attraverso il Canale di Suez, continua attraverso Turchia, Romania, Bulgaria e Italia.
Le altre tre rotte, piu' tradizionali, e che continuano ad essere importanti per il narcotraffico, sono quella che passa dal mar dei Caraibi, Portogallo e approda in Spagna e che coinvolge il 40% della merce; l'altra e' quella che fa scalo in Capo Verde e Canarie e da qui va in tutta Europa; l'ultima e' la rotta africana, che utilizza come ponti i Paesi dell'Africa occidentale per giungere in Spagna e da qui in tutta Europa.
Il rapporto e' anche uno studio dettagliato della situazione del narcotraffico in Colombia, Brasile, Peru', Bolivia, Equador e Panama. Tra i dati piu' interessanti ci sono quelli che indicano Argentina, Venezuela e Brasile come primo ponte che viene usato dai narcos per distribuire la droga in Africa ed Europa.
Il Centroamerica e le isole del mar dei Caraibi sono utilizzati come luogo di appoggio e punto di distribuzione per arrivare poi in Usa.
In virtu' di queste informazioni, che dimostrano cio' che Ameripol chiama il “comportamento di globalizzazione delle organizzazioni delinquenziali”, il rapporto mette in risalto che la Spagna e' la nazione europea che ha sequestrato piu' droga, sottolineando come l'eccellente collaborazione tra le polizie dell'America e dell'Europa consente diversi sequestri alle frontiere dei Paesi produttori.
Ameripol conclude il suo rapporto evidenziando come sia molto difficile quantificare la droga che passa per l'Africa per poi giungere in Europa. Pero' dice che e' sicura che “ogni volta che ci sono nuovi mercati, nuove rotte, nuove organizzazioni delinquenziali che aumentano i loro soci, senza una cooperazione internazionale congiunta delle polizie non si potra' dare una risposta adeguata e ferma a questo fenomeno penale”.

(articolo di Elizabeth Reyes L, pubblicato sul quotidiano El Pais del 02/10/2013)

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