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Dipendenza e astinenza da cibo spazzatura, lo studio canadese
Ingusto.it - Quante volte vi è capitato di ingurgitare biscotti, patatine, hamburger e cioccolate e poi provare a spiegare, al vostro cervello, quello che vorrebbe che le cose venissero fatte con una logica e un motivo razionale, che è solo un modo di combattere la tristezza, la noia, la malinconia, la depressione e chi più ne ha più ne metta? Sicuramente moltissime.
Soprattutto le donne, che si nascondono dietro ad un "sono triste" per dare motivo al cucchiaino ripetutamente immerso nel vasetto di Nutella. E se questa non fosse solo una scusa, ma la dimostrazione che il cibo grasso, dolce, quello che genericamente viene definito cibo spazzatura, crei in qualche modo dipendenza? Secondo una ricerca effettuata dagli esperti dell'Università di Montreal è così: stare a dieta può dare vita a episodi molto simili a quelli che accadono a chi è in astinenza da sostanze stupefacenti.
Aids, il vaccino che non c'è
ilsole24ore.com -In un articolo ricevuto da «Plos One» il 15 maggio e pubblicato il 13 novembre scorso, quarantacinque ricercatori descrivono l'interazione tra Env e Tat, due proteine del virus Hiv, osservata nelle cellule di macachi infettati con un virus simile. «Potrebbe spiegare la bassa efficacia di vaccini basati sull'Env... Siccome la Tat si lega all'Env» e si sarebbe mostrata efficace in trial clinici di fase 1 e 2, «nuove strategie dovrebbero fruttare quelle interazioni sia per i vaccini preventivi che per quelli terapeutici».
L'efficacia della Tat è ignota finché non usciranno i risultati della fase 1 conclusa nel 2005, e della fase 2 tuttora in corso. Eppure «in base a questi risultati, un nuovo esperimento clinico di fase 2 è iniziato in Sudafrica su pazienti» e «complessi Tat-Env sono provati come prevenzione in fase 1 in Italia», anche se «questi risultati» erano inediti fino a due settimane fa e nessuno li ha confermati.
USA - Mangiare troppo fa cedere alle droghe. Studio

Notiziario Aduc - Mangiare troppo moltiplica il rischio di cedere alla tentazione della droga. A dimostrare il legame tra disturbi del comportamento alimentare e rischio dipendenza e' uno studio pubblicato su 'Archives of Pediatrics & Adolescent Medicine', rivista del gruppo Jama, condotto dal team di Kendrin R. Sonneville del Boston Children's Hospital-universita' di Harvard. Dalla ricerca emerge che nei giovani consumare cibo in modo eccessivo, oppure soffrire di quello che gli anglosassoni chiamano 'binge eating' e cioe' un'alimentazione complusiva in cui si perde completamente il controllo di quanto si mangia, aumenta la probabilita' di sperimentare marijuana o altri stupefacenti.
La ricerca ha coinvolto 16.882 ragazzi e ragazze che nel 1996, quando avevano un'eta' compresa tra 9 e 15 anni, sono stati inseriti nello studio 'Growing Up Today'. L'abitudine di mangiare eccessivamente conservando pero' il controllo di quanto si consuma (overeating) o di binge eating sono state valutate periodicamente, attraverso questionari ad hoc somministrati ogni 12-24 mesi tra il '96 e il 2005. Il team Usa ha quindi analizzato l'eventuale associazione tra questi problemi alimentari e condizioni come sovrappeso-obesita', depressione, consumo compulsivo di alcol (binge drinking), utilizzo di marijuana o altre sostanze.
Il primo dato che emerge e' che l'alimentazione compulsiva e' piu' diffusa tra le femmine che fra i maschi: il disturbo e' stato infatti riscontrato in una percentuale di casi compresa tra il 2,3 e l'3,1% nelle ragazze 16 anni ai 24 anni, contro un range 0,3-1% nei ragazzi. Gli studiosi hanno inoltre osservato che l'alimentazione eccessiva, sotto forma sia di overeating sia di binge eating, e' un fattore predittivo dell'inizio del consumo di marijuana o altre droghe. E' risultato invece che il binge eating, ma non l'overeating, si associa a un maggior rischio di sovrappeso e obesita', nonche' a un peggioramento dei sintomi della depressione. Infine, nessuna forma di alimentazione eccessiva e' risultata correlata al rischio di binge drinking. "Considerato che il binge eating si associa in modo peculiare ad alcuni altri comportamenti a rischio, ed e' un problema sul quale e' possibile intervenire - commentano gli autori - i medici dovrebbero essere incoraggiati a sottoporre gli adolescenti che assistono a valutazioni mirate a intercettare questo disturbo".
“La guerra alla droga è un fallimento”, dice Laura Carlsen
ll modello di lotta contro il traffico di droga e la criminalità organizzata proposto dagli Stati Uniti in America Centrale non solo ha miseramente fallito, ma ha portato ad una intensificazione della violenza contro le popolazioni locali e alla rimilitarizzazione del territorio
Informarexresistere - Questa situazione ha rivelato gli interessi occulti degli Stati Uniti, che puntano a monitorare e intervenire nei processi di emancipazione dei paesi ed in quelli di unificazione regionale.
Sulla base di questa analisi, la politologa e direttrice del Programma delle Americhe del CPI (Centro di Politica Internazionale), Laura Carlsen, ci ha detto che l’unico modo per combattere e sconfiggere le narco-attività è attraverso la promozione di un modello che parta dal basso, con la partecipazione dei cittadini e con l’obiettivo di riparare il tessuto sociale distrutto dalle politiche neoliberiste degli ultimi due decenni.
Quali sono le caratteristiche del modello di lotta contro il traffico di droga proposta dagli Stati Uniti in Messico e ora esportato in America Centrale?
Laura Carlsen: è un modello basato sulla militarizzazione del territorio e sullo scontro diretto per intercettare e mettere sotto sequestro grossi contingenti di droghe illegali, ma anche per arrestare o eliminare i membri dei cartelli della droga. Tutto ciò, per definizione, implica affrontare la violenza con maggior violenza e il risultato è l’aumento esponenziale dei morti. Ad oggi, si stima che la lotta contro il traffico di droga e la criminalità organizzata in Messico ha fatto più di 60mila morti.
Qual è il bilancio di questo modello?
E’ stato un fallimento totale. Ha generato tassi molto elevati di violenza, non ha fermato il flusso di droghe illegali che entrano negli Stati Uniti e anche l’arresto dei ‘signori della droga’ non ha contribuito a frenare il ‘business’. Al contrario, il loro arresto ha scatenato una guerra tra i cartelli per assumere il controllo del territorio, generando un incremento della violenza e delle morti.
Narcosale. Come la Francia sta per istituirle
Notiziario ADUC - Il ministro della Sanita' lo ha affermato a piu' riprese: ci saranno sperimentazioni di narcosale nel 2013. “Si puo' avere una politica estremamente ferma (…) di lotta contro il consumo, e nello stesso tempo curare quelli che si drogano, perche' si tratta di una malattia”, ha dichiarato Marisol Touraine a novembre. Il governo e' lacerato tra la volonta' di scegliere le citta' che si impegneranno nell'esperimento, prendendo tempo sui tempi di concertazione, e il bisogno di far presto perche' le elezioni municipali del 2014 si avvicinano a grandi passi.
Le narcosale sono dei luoghi in cui i tossicodipendenti possono iniettarsi degli stupefacenti sotto sorveglianza medica. Uno studio di fattibilita' e' in corso presso la Mission interministérielle de lutte contre la drogue et la toxicomanie (MILDT), che, ai tempi di Sarkozy, vi si era opposta. La sua nuova presidentessa, Danièle Jourdain-Menninger, nominata lo scorso settembre, si basa su un dato pubblico dell'Istituto nazionale della Sanita' e della ricerca medica (Inserm), che aveva stimato, nel 2010, che queste sale avevano mostrato la loro efficacia: esse permettono di limitare le infezioni dei tossicodipendenti, avere un approccio con quelli piu' precari, proporre loro una guida medica e sociale. Non sottovalutando che le narcosale permetterebbero di ridurre i fastidi che in genere sono connessi ai tossicodipendenti. Infine, l'Istituto ritiene che la politica di riduzione dei danni -scambio di siringhe, prodotti sostitutivi dell'eroina- era riuscita a raggiungere anche le persone piu' disinserite.
“Le narcosale devono essere un'opportunita' per i residenti e un mezzo per i consumatori”, ha detto M.me Jourdain-Menninger. Il MILDT prende in esame, col ministero della Sanita', della Giustizia e dell'Interno, i criteri per la futura valutazione scientifica, nonche' le questioni tecniche e giuridiche: ambito di non-intervento delle forze di polizia, protezione del personale che non rimanga vittima del reato di incitazione al consumo di droghe... Il piu' delicato per il governo sara' di scegliere le due o tre citta' che parteciperanno all'esperimento. Le citta' candidate sono di destra come di sinistra, e il governo ha tutto l'interesse a scegliere in entrambi i campi. Le necessita' maggiori ci sono a Marsiglia e a Parigi.
La scelta della capitale sembra acquisita. Per il resto, e' tutto aperto. Se la destra e' piuttosto ostile alle narcosale, alcuni eletti locali, spesso medici, ritengono che vanno sperimentate. Quattro progetti presentati dalle associazioni sono giunti al MILDT: uno di Parigi, uno di Marsiglia, due di Bordeaux. Marsiglia e' molto motivata, ma la situazione politica e sociale e' tesa. La scelta di Bordeaux, il cui Sindaco e' Alain Juppé (ndr.: leader e fondatore dell'UMP, il partito dell'ex.presidente Sarkozy, della opposizione di centro-destra) potrebbe rappresentare un forte simbolo... Il metodo del governo e' per ora oggetto di dibattito. “E' stato maldestro aver avviato la discussione pubblica prima che fosse stato fissato un minimo di punti fermi. Potrebbe fallire prima di fare gli annunci dell'avvio”, dice Alexandra Siarri, assessore per la lotta alla precarieta' di Bordeaux. Da quando il nome di Bordeaux e' circolato come citta' candidata, gli abitanti hanno chiesto spiegazioni, senza che il Sindaco potesse loro fornirle. Percio', al momento, dice l'assessore, non c'e' stato alcun contatto con la Prefettura, il MILDT o il ministero. Tra i due progetti, la citta' ha chiaramente una preferenza per quello che propone una struttura mobile. L'altro, una sala aperta nel centro citta', suscita' gia' la disapprovazione dei residenti.
La moda e' tossica: Zara, Armani e Benetton tra i 20 marchi sotto accusa da greenpeace

La moda è ancora tossica. Attenzione ai capi d'abbigliamento di alcune delle più note case di moda e catene di negozi diffuse in tutto il mondo, anche in Italia. Alcuni di essi possono infatti rilasciare nell'ambiente sostanze nocive in grado di interferire con gli ormoni umani o di provocare il cancro. Si tratta delle accuse lanciate da parte di Greenpeace Internationalattraverso la campagna "Detox 2012". I marchi d'abbigliamento sotto accusa sono alcuni tra i più noti, molti dei quali si trovano presenti nel nostro Paese in numerosi punti vendita. Si tratta di nomi di spicco, come si evince dal seguente elenco: Benetton, Jack & Jones, Only, Vero Moda, Blažek, C&A, Diesel, Esprit, Gap, Armani, H&M, Zara, Levi's, Victoria's Secret, Mango, Marks & Spencer, Metersbonwe, Calvin Klein, Tommy Hilfiger, and Vancl.
Sostanze chimiche pericolose sono state individuate da parte di Greenpeace tramite analisi di laboratorio degli indumenti provenienti da un totale di 20 marchi di abbigliamento, tra i quali emerge negativamente il nome di Zara, l'unico tra i marchi in alcuni dei cui capi d'abbigliamento sono state individuate sostanze chimiche sia in grado di agire negativamente sugli ormoni, sia ritenute cancerogene.
All'interno del dossier "Toxic Threads - The Big Fashion Stitch-Up", Greenpeace riporta I dati relative ai 141 capi d'abbigliamento analizzati e spiega la correlazione tra l'impiego di sostanze chimiche pericolose nelle fasi di produzione degli abiti e la loro permanenza nei tessuti una volta che ogni abito è stato ultimato.
L'articolo continua su www.greenme.it/consumare/mode-e-abbigliamento/9064-moda-tossica-zara-armani-benetton
IV Conferencia Latinoamericana sobre Políticas de Drogas. L'altra faccia del proibizionismo sulle droghe e' il massacro
Notiziario Aduc - “C'e' un rapporto tra la violenza e il metodo delle politiche sulle droghe. Il proibizionismo ha costruito diverse strade di commercio illegale che puo' essere organizzato solo a partire dallo sterminio degli esseri umani.. L'altra faccia del proibizionismo e' il massacro”. Cosi' Gustavo Petro, Sindaco di Bogota' durante l'inaugurazione della IV Conferencia Latinoamericana sobre Políticas de Drogas, il piu' importante incontro in materia nella regione, che si e' tenuto il 5 e 6 dicembre a Bogota'.
All'inaugurazione sono intervenuti anche Bo Mathiasen, direttore della Oficina de Naciones Unidas para las Drogas y el Delito en Colombia (UNODC / ONUDD), Farid Samir Benavides Vanegas, viceministro della Política Criminal y Justicia Restaurativa del Ministerio de Justicia y del Derecho de Colombia, Coletta Youngers, rappresentante del Consorcio Internacional sobre Políticas de Drogas (IDPC), il direttore della Corporación Acción Técnica Social (ATS), Julián Quintero, organizzatrice locale dell'incontro e Graciela Touzé, presidentessa di Intercambios, organizzatrice regionale della Conferenza.
Nello spiegare i motivi per cui si e' tenuta questa Conferenza, Touzé ha detto: “Intendiamo promuovere un dibattito e fare uso del diritto democratico a dissentire con i discorsi e le pratiche dominanti nell'ambito delle droghe. E chiediamo di fare uso di questo diritto con l'intenzione di trasformare una realta' che non ci piace e che ci addolora”.
“Noi siamo qui per discutere sul fallimento della 'war on drugs' che tutti conosciamo, per concentrarci su come e in che modo dobbiamo cambiare questo paradigma”, ha detto Julian Quintero, direttore della Corporación Acción Técnica Social (ATS) de Colombia.
Quintero' ha formalizzato alcune priorita': “Ci interessa definire cosa fare quando c'e' un 9% di infettati da HIV tra chi usa droghe da iniezione, ricordare la crescita del 75% di consumo di cocaina tra gli scolari e riflettere sul fatto che sono di piu' i morti per la politiche sulle droghe che non i morti per l'uso delle medesime droghe”.
Dalla sua parte, Bo Mathiasen, direttore della Oficina de Naciones Unidas para las Drogas y el Delito en Colombia (UNODC / ONUDD), ha insistito perche' non “si criminalizzino le persone che consumano droghe” Secondo le statistiche del suo Ufficio, solo il 5% della popolazione mondiale consuma una qualche droga illegale una volta nella propria vita, mentre lo 0,6% della popolazione adulta mondiale ha un consumo problematico delle droghe. “La grande sfida oggi e' la prevenzione e il trattamento”.
Il Sindaco di Bogota' ha portato come esempio la politica di regolamentazione del consumo di droghe a Vancouver, Canada, e l'ha confrontata con l'iniziativa dei Centros de Atención Médica para Adictos a las Drogas (Camad) che hanno cominciato a funzionare nella sua citta': “ I nostri piccoli centri di consumo controllato sono serviti a fare qualche piccola cosa, ma sono un luogo dove piu' di seimila persone hanno potuto parlare del loro rapporto con le droghe”.
Il vice-ministro della Política Criminal y Justicia Restaurativa del Ministerio de Justicia y del Derecho, Farid Samir Benavides Vanegas, ha riferito sul vincolo tra l'illegalita' e la violenza sia nel caso delle droghe che in altri ambiti illegali. “Abbiamo intenzione di superare i ritardi allo sviluppo che sono causati dal traffico”.
Per il Consorcio Internacional sobre Políticas de Drogas (IDPC), Coletta Youngers, ha spiegato come questa coalizione di organizzazioni non-governative di tutto il mondo, condivide le critiche sugli effetti delle Convenzioni sugli Stupefacenti approvate dall'ONU nel 1961, convenzioni che “non hanno dato gli effetti desiderati e, al contrario, hanno risultati non voluti”.
Youngers ha segnalato che “E' la prima volta che sento che c'e' un dibattito reale e non solo tra ex-prresidenti, ma anche tra presidenti in carica, come Juan Manuel Santos e Otto Pérez Molina”.
Durante la prima giornata della Conferenza, era previsto il dibattito su “droghe e sviluppo socio-economico” e “salute pubblica e diritti umani”, nonche' la consegna dei premi per il Segundo Premio Latinoamericano de Periodismo sobre Drogas.
Droghe e sviluppo socio-economico. Panel
Che rapporto ha il fenomeno delle droghe con i processi di sviluppo nella regione? Quali politiche sono state elaborate per affrontare il problema? Come i vari attori coinvolti ne valutano gli effetti? Queste sono state le domande con cui il ricercatore del Programma Droghe e Democrazia del Transnational Institute (TNI) dei Paesi Bassi, Tom Blickman, ha iniziato questo panel.
Javier Gonzales Skaric, segretario tecnico dell'Observatorio de Cultivos declarados Ilícitos (OCI) della Bolivia, ha rimarcato l'importanza di “creare processi di inclusione delle organizzazioni e movimenti sociali dei contadini e degli indigeni, come veri interlocutori coi loro governi locali, nazionali e con gli organismi internazionali”.
La partecipazione dei contadini
“Non chiediamo intermediari, chiediamo un dialogo diretto”, ha detto Gonzales Skaric: “promuovere uno sviluppo alternativo per i produttori di coltivazioni illegali, deve essere un compito degli Stati”.
Tra le proposte dell'Osservatorio c'e' il riconoscimento degli usi tradizionali delle piante proibite e il problema delle eradicazioni forzate nell'ambito della guerra globale contro le droghe.
Lo Espacio del Observatorio de los Cultivos Declarados Ilícitos e' stato creato in seguito ad un forum mondiale che si e' tenuto a Barcelona nel 2009, con l'obiettivo di dare una risposta ai produttori contadini e indigeni di coltivazioni illegali “che sono state criminalizzate in modo intenzionale negli ultimi anni”, ha detto Skaric. L'iniziativa intende giungere ad “un confronto interlocutorio come uno degli strumenti piu' importanti per dar vita a partecipazione e dialogo tra agricoltori e governi”.
Il problema del possesso della terra
Guillermo García Miranda, capo del Programa de Desarrollo Alternativo all'Oficina de Naciones Unidas contra las Drogas y el Delito (UNODC/ONUDD) in Colombia, ha sostenuto che “il meccanismo piu' efficace, efficiente e sostenibile di eradicazione e' lo sviluppo”.
Per Garcia Miranda, la Colombia “sa molto bene come eradicare le coltivazioni illegali, essa e' il campione mondiale nell'eliminazione delle coltivazioni di coca, ma il problema e' che nessuno sa come fare perche' non siano reimpiantate”. Il funzionario ha spiegato che il problema di fondo sono le condizioni di vulnerbilita' ,che fanno si' che queste siano le zone piu' vulnerabili: poverta', deficit di presenza dello Stato, conflitti e violazioni delle proprieta'.
“Se in Colombia c'e' coca in tutte le regioni del Paese e' perche' non ci sono terre di proprieta'. Noi siamo piu' preoccupati a produrre introiti che a produrre introiti attivi”.
Rodrigo Velaides, ingegnere agronomo, leader e referente contadino della organizzazione Chocauán della zona Caquetá, Colombia, ha precisato: “Il 100% dei contadini che producono foglia di coca, lo fa per la mancanza di altre opportunita'”. Esistono situazioni in cui, anche se i contadini hanno guadagni da altri lavori alternativi, si sta comunque affermando la coltivazione della coca. “Lo sviluppo dovrebbe creare occasioni perche' il contadino possa far fronte alle proprie spese con altri introiti. E' per questo che decidono di produrre la foglia di coca”.
Coca, cibo degli dei
Fabiola Piñacue Achicué, fondatrice e rappresentante legale di Coca Nasa e facente parte del Consejo Andino de Productores de hoja de coca de Colombia, sostiene che “la coca e' un cibo degli dei. Le dobbiamo rispetto per questo. La coca fa parte dei popoli antichi e della natura stessa. Non capisco perche' l'uomo voglia eliminare la foglia di coca”.
Attraverso Coca Nasa “intendiamo creare un'alternativa per poter arrivare coi nostri prodotti a ogni cittadino colombiano. E' nostro il compito di ulteriormente nobilitare la foglia di coca. Che e' parte della nostra geografia. Cosa che fa si' che il Plan Colombia presenti la coca come se fosse il diavolo”. “La foglia di coca non puo' continuare ad essere attaccata dalla politica internazionale. Abbiamo bisogno di autonomia nella difesa delle nostre risorse naturali poiche' la foglia di coca e' uno dei pilastri della costruzione collettiva del sapere e delle tradizioni”.
Piñacue Achicué invita ad una riflessione: “C'e' da rilevare che 'droga' e' una parola nuova per noi della cultura andina. La foglia di coca e' una pianta sacra, e' un alimento. Il problema e' l'uso che si fa di questa pianta. La foglia di coca viene lavorata e trasformata in qualcosa di diverso. La foglia di coca ha un obiettivo, ma quando e' trasformata, l'obiettivo diventa un altro”.
Il problema sanitario
“E' impossibile pensare ad un mondo senza droghe. Per questo motivo, i trattamenti non possono avere come punto di partenza l'astinenza del consumatore. Lo Stato deve provvedere perche' il consumo sia meno pericoloso possibile”. Cosi' Juan Carlos Celis, direttore generale della Fundación Procrear di Colombia. “Si deve passare da un'impostazione basata sulla riabilitazione del dipendente ad un altra che stimoli la partecipazione attiva della comunita', organizzazioni e cittadini che modifichino i rapporti con i consumatori di droghe”. Nella situazione attuale “il procacciamento delle sostanze illegali colloca chi consuma queste ultime in una situazione di illegalita' e nella necessita' di avere rapporti con organizzazioni criminali, aumentando cosi' i rischi. Nel contempo non si possono informare su come sono fatte le sostanze, una situazione che aumenta il pericolo per la loro salute”. “Il sistema educativo non fa si' che gli studenti siano preparati ad un approccio con le sostanze psicoattive, ma espelle gli stessi quando sono evidenti le conseguenze di un abuso di queste sostanze”.
L'alcool, il principale problema sanitario della regione
Hugo Cohen, consigliere subregionale alla Salud Mental para Sudamérica della Organización Panamericana de la Salud (OPS/OMS), ha riferito sulle raccomandazioni di questo organismo ed ha mostrato alcuni dati sulla situazione del continente: “Si comincia a riconoscere che l'alcool e' un problema sanitario. Ed e' il primo problema sanitario della regione, non solo di salute mentale. Tra i fattori di rischio che impediscono una vita serena nelle Americhe, il primo e' l'alcool, il secondo e' il tabacco, il terzo l'obesita', e bisogna andare fino al nono per trovarci le droghe illegali”. Cohen ha poi rilevato il deficit della sanita' in merito: “Non c'e' una preparazione adeguata per i professioni della sanita' davanti alle problematiche del consumo di droghe. Una persona accede al proprio diritto solo quando ha la possibilita' di scegliere: se le uniche opzioni sono l'ospedale psichiatrico o la strada, non puo' esercitare il proprio diritto. La sfida e' creare nuove offerte rispetto alle quali le persone possano scegliere”.
Narcosale in Europa
Un'analisi sopra il funzionamento delle narcosale che sono state aperte negli ultimi venti anni in diversi Paesi come Germania, Australia, Canada, Spagna, Lussemburgo, Norvegia, Paesi Bassi e Svizzera, e' stat fata da Marie Nougier, responsabile delle ricerche e delle pubblicazioni del Consorzio Internazionale sulle politiche delle droghe (IDPC).
Gli obiettivi di queste narcosale sono: migliorare l'accesso ai servizi di attenzione per la salute a favore dei gruppi piu' vulnerabili di persone che consumano droghe, migliorare la lora salute di base, contribuire alla sicurezza e alla qualita' di vita delle comunita' locali e diminuire l'impatto delle comunita' col consumo di droghe in spazi pubblici.
In quanto ai risultati che si sono ottenuti fino ad oggi, Nougier si e' basata su due estesi rapporti elaborati dall'Osservatorio europeo sulle Droghe e i Tossicomani, secondo i quali le narcosale “sono accettate dai gruppi a cui sono rivolte (le persone vulnerabili), comunita' e altri attori chiave, aiutano a migliorare il livello di salute delle persone che consumano droghe, riducono i comportamenti ad alto rischio, possono diminuire il numero di morti da overdose e ripercuotersi sugli indici di infezione da HIV ed epatite C, anche se sarebbero necessarie migliori indagini per questi ultimi risultati”. Inoltre, “possono diminuire il consumo di droghe in luoghi pubblici e i problemi di ordine pubblico ad esso relazionati, solo se questo metodo e' parte integrante di una strategia locale complessiva”.
Il consumo in Colombia
Aldemar Parra Espitia, coordinatore del reparto di riduzione del consumo di sostanze psicoattive del Ministerio de Salud y Protección Social de la República de Colombia, si e' riferito alla situazione attuale del proprio Paese.
Il primo obiettivo della sua esposizione e' stato di mettere in chiaro che “se si parla sempre della Colombia come produttore, si tratta di un Paese che e' anche consumatore. L'averlo considerato come un Paese il cui unico rapporto con le droghe e' la produzione, ha determinato uno stigma che impedisce di credere che, qui, anche si consuma”.
Il funzionario ha fatto conoscere i dati statistici del 2011: “tra le persone di 18/24 anni c'e' un 6% che consuma droghe illegali, mentre la percentuale diventa del 2,7 in tutta la popolazione, dato che colloca la Colombia come un Paese di medio consumo nella regione”. A consumare sono piu' gli uomini che le donne, e “circa 300.000 persone tra 18 e 60 anni fanno parte della categoria considerata come forti consumatori e dipendenti”. Una cifra che da' idea di quale sia l'impegno e i costi a cui lo Stato vede far fronte per far si' che tutti possano usufruire della Sanita' pubblica”.
“Dobbiamo implementare politiche sulle droghe che includano riduzione del danno. Senza questo, nessuna politica sulle droghe potra' essere completa”. Cosi' Guillermo Alfonso Jaramillo Martinez, Secretario de Salud de la Alcaldía Mayor (Comune, ndr) di Bogotá. Il funzionario della capitale colombiana ha partecipato al panel su “Politiche delle droghe negli scenari locali”, ed ha rimarcato che “lo Stato ha come mandato etico quello di dover garantire la dignita' umana, e la restituzione ai cittadini dei diritti persi o in procinto di esserlo. Non dobbiamo nascondere i problemi, ma renderli visibili e affrontarli. Il nostro presidente ha detto che ce n'e' abbastanza per farsi carico del problema. La soluzione e' la legalizzazione. Dobbiamo abbandonare le politiche perorate dagli Usa, basate sulla repressione, che ci sono costate molti morti”. “Uno degli obiettivi prioritari e' provvedere ad alternative terapeutiche che non si limitino ad una ospedalizzazione forzata e prolungata, ne' sull'astinenza come unica opzione. Durante otto anni, il presidente Uribe ha preteso di negare che il consumo di droghe fosse un problema di salute pubblica, ed ha cercato di risolvere tutto con il proibizionismo e la repressione. Per fortuna, le nuove autorita' hanno una diversa visione in merito, cosi' come il nostro Sindaco Gustavo Petro”.
Liberta' e unicita'
Lumena Almeida Castro Furtado, segretario aggiunto alla Salud e coordinatrice della Política de Atención en la Red Alcohol y Drogas del Comune di Sao Bernardo do Campo, Brasil, ha presentato i principi che sono alla base del suo organismo.
“Il primo di questi principi e' la liberta', trovando sempre strategie che aiutino ad ampliare l'autonomia di ogni individuo. Il secondo e' la creazione di vincoli, che ci aiutino a non abbandonare le persone quando a qualcuna di loro sembra molto difficile cambiare la propria qualita' di vita. Poi c'e' l'unicita': non c'e' un modello da seguire che sia uguale per tutti. E per ultimo il lavoro in Rete, perche' non ci sia un solo servizio che non sia capace di dar conto di tutto”. “Bisogna poi conoscere il territorio in cui ci sono questi servizi. Camminare per le strade, conoscere le persone importanti del luogo e stabilire relazioni e vincoli con le organizzazioni sociali. Per noi e' molto importante il connubio con i movimenti sociali. Tutto questo ci aiuta a comprendere le situazioni di vulnerabilita' tra la gente”.
Da uguale ad uguale
Iván Fornís Espinosa, Tecnico specializzato del Servicio de análisis de drogas de Energy Control, Spagna, ha descritto il lavoro della propria organizzazione che, di base, consiste nell'informare i consumatori di droghe ricreative e sull'analisi delle sostanze che questi consumano.
"Abbiamo degli stand nelle feste, rave, discoteche, spettacoli e altri luoghi di divertimento dove i consumaori incontrano persone come loro che le accolgono amabilmente e danno loro informazioni. E' quello che si dice “un consumo con meno danni”.. L'équipe e' composta da professionisti e volontari. Questi ultimi sono relazionati con questi luoghi di divertimento, per cui per loro e' un lavoro da uguale ad uguale”. In quanto alle analisi “c'e' ignoranza sui componenti delle sostanze. Ma, al di la' dei casi mortali, che sono i piu' gravi, ci sono casi di adulterazioni, Ci sono intossicazioni acute che fanno si' che la gente passi male la notte. Facciamo analisi delle droghe nell'ambito di una strategia di riduzione del danno, non e' un controllo di qualita'”.
Iniezioni sicure
Un'altra partecipante al panel e' stata Liz Evans, direttrice esecutiva e fondatrice di PHS Community Services Society - Insite, Vancouver, Canada. Insite e' l'unico luogo in cui si fanno iniezioni nell'America del Nord, ha fatto sapere, mostrando soddisfazione perche', dopo i molti ostacoli che hanno dovuto superare per poterlo avviare, “la gente della nostra comunita' ha una prospettiva di vita di 10 anni maggiori rispetto ad altri”. Dopo un inizio in cui la maggior parte della popolazione era avversa, “c'e' stato un cambio di opinione e si comincio' a vederlo come un servizio comunitario. E alla fine fu appoggiato dal governo e dalla polizia locale”.
Le iniezioni si effettuano con sitringhe pulite e con l'assistenza di infermieri. “La soluzione e' in un compromesso con le persone ed essere consapevoli che hanno necessita' d recuperare la propria dignita'. La nostra politica e' basata sul recupero della dignita' e su come fare per aiutare ognuno”.
GIOCATORI E TIPO DI GIOCO
CeSDA - E’ ormai condiviso dai ricercatori che si occupano di gambling che ogni gioco presenta delle caratteristiche diverse e diventa fonte di attrazione per gruppi di giocatori che differiscono in termini di personalità, motivazione e caratteristiche demografiche.
Inoltre la scelta del gioco da praticare è condizionata anche dall’ambiente nel quale ci si trova (casa, scuola, o altri ambienti) e dall’accessibilità di ogni gioco nello specifico contesto in cui si vive. Non sempre però si è giunti a tracciare in modo univoco un profilo della persona che pratica una specifica forma di gioco.
I fattori demografici principalmente presi in considerazione sono il sesso e l’età.
Le donne sembrano prediligere giochi come lotterie, il bingo, i video games, i gratta e vinci e le slot machine. Partecipano a meno tipo di gioco rispetto agli uomini e so concentrano principalmente sui giochi determinati dal caso. Le slot machine offrono loro, probabilmente, l’opportunità di sfuggire da relazioni familiari e lavorative impegnative e di trovare un luogo nel quale rilassarsi e socializzare.
Sempre più uomini soffrono di dipendenza sessuale
social-news.net1news.org - Per molti italiani il fluire incontrollato di fantasie erotiche nell’arco della giornata assume i connotati di una dipendenza, nella stessa misura in cui si abusa delle sostanze stupefacenti. Secondo una ricerca messa a punto da Annalisa Pistuddi, psicoterapeuta della Asl di Milano 2, 6 italiani su 100 soffrirebbero di sexual addiction e la maggioranza di essi è composta da giovani uomini. La studiosa che dal 2007, assieme al collega Franco Avenia, ha intervistato un campione di 1.046 soggetti, ha affermato: «Purtroppo non ci sono molti dati nel nostro Paese su questo fenomeno, ma è bene chiarire che la sexual addiction è diversa dal desiderio sessuale iperattivo. Quando si ha la dipendenza, ci si mette in situazioni di rischio per sé e per gli altri. Il sesso e le sue fantasie permeano tutta la vita e la giornata, e non si riesce a controllarle.
Guerra alle droghe, troppi errori: l'appello delle star
Star del calibro di Kate Winslet, Morgan Freeman e Richard Branson mettono la loro faccia nel promo che annuncia la prossima uscita di un documentario dal titolo "Breaking the Taboo", che denuncia il fallimento della guerra alla droga, portata avanti dai governi. La politica dei governi è fallita, dicono i proponenti dell’iniziativa, bisogna legalizzare le droghe, tassarle e controllarne a vendita. Nel film che debutterà su You tube il prossimo 7 dicembre, compariranno anche i due ex presidenti statunitensi, Jimmy Carter e Bill Clinton
VIDEO REPUBBLICA.IT
http://video.repubblica.it/mondo/guerra-alle-droghe-troppi-errori-l-appello-delle-star/112484/110881
Nfl, il boom del Viagra "Ci aiuta nelle partite"
La rivelazione arriva da un giocatore professionista. Uno dei migliori nel suo ruolo: il ricevitore Brandon Marshall. Un attaccante di talento, capace di correre perfettamente le traiettorie più complesse e così difficile da buttar giù per la sua particolare abilità nel rompere i placcaggi. "E' un difensore travestito da wide receiver", hanno detto più volte gli avversari per indicare le sue qualità fisiche.
Una stella della Nfl che adesso, candidamente, afferma: "E' un campionato tremendamente competitivo, lo sappiamo, e ci sono dei ragazzi che fanno di tutto per ottenere un vantaggio. Io ho la fortuna, direi la benedizione, di poter contare sulla mia naturale forza e sulla mia testa, combinazioni che mi danno quel vantaggio. Mah...devo dire che ho sentito in giro di storie pazze: di ragazzi che usano il Viagra perché, dicono, fa qualcosa sul sangue o roba del genere, insomma li aiuta. Io dico attenzione: bisogna essere molto cauti con le pillole e con quello che contengono, non sai mai cosa ti possano fare, se ti danneggiano la salute, in seguito".
Doping-Viagra nella National football league? Le parole di Marshall allarmano il fronte della Nfl impegnato in una difficile (e qualcuno dice impossibile) battaglia contro gli "aiuti-extra" e arrivano dopo la sanzione inflitta a Eric Wright, di Tampa Bay e in vista di quelle che toccheranno a Brandon Browner e Richard Sherman, di Seattle, per l'uso di una sostanza dopante chiamata Adderrall.
Ed è proprio rispondendo a una domanda su questo stimolante in grado di far superare all'atleta la fatica e le sensazioni di stanchezza in campo, che il giocatore attualmente in forza ai Chicago Bears ha tirato in ballo il Viagra. "Non so molto di questo Adderrall, ma so del Viagra, perchè alcuni ragazzi...", così il buon Brandon ha spiazzato i cronisti. Affrettandosi ad aggiungere che lui certe cose non le fa, anche perchè non ne ha bisogno per via del suo talento naturale, fisico e tecnico.
Va detto che, anche se non specificamente per il football americano, non è la prima volta che la pillola blu viene associata allo sport. Secondo i medici, infatti, lo stesso meccanismo che permette di superare l'impotenza, può aumentare la resistenza di uomini impegnati in una attività agonistica. Più nel dettaglio, gli specialisti spiegano che, migliorando la ossigenazione dell'organismo, indirettamente porta al top tutte le prestazioni.
Inevitabilmente le parole di Marshall sono state rilanciate su Facebook e Twitter suscitando i commenti più disparati. Sopresa la stessa National football league: stava per partire una campagna anti Adderrall e adesso bisogna vigilare sulla pillola del sesso...
Effetti collaterali di un gioco e di un torneo, quello della Nfl, dove molti, come ha detto il giocatore dei Bears, cercano un aiuto per migliorarsi
Repubblica.it
AIDS, battaglia finale
Andrea (non è il suo vero nome) arriva in ambulanza al pronto soccorso del Policlinico — a Roma — una sera d’estate del 1979. Febbrone da tre settimane, i farmaci fanno poco o nulla e il suo medico non sa più che pesci prendere. «Facile — dice ai suoi studenti il primo dottore che lo vede —. Febbre, linfoghiandole palpabili dappertutto, milza grande e cellule “mononucleate” nel sangue: mononucleosi, facciamo i test». Li fanno: negativi. E allora? Andrea ha 24 anni, sta male, con la sensazione dolorosa che in quell’ospedale non abbiano le idee chiare, nonostante tutti gli esami che gli hanno fatto fare. «Possibile che non ci sia nessuno che ci capisce qualcosa?», pensa. Di lì a poco arriva da lui Giuseppe Giunchi — «il professore» — con una ventina di camici bianchi al seguito. Gli fanno vedere esami e lastre. Giunchi guarda tutto, poi mette la manona sulla pancia del ragazzo: «È una malattia nuova» dice rivolto a Pietro Serra. «Nuova?». «Io una malattia così non l’ho mai vista». Andrea muore nell’87. Di Aids. È il primo in Italia. Giunchi ci aveva visto giusto (come sempre): era «una malattia nuova». Giovani adulti con infezioni mai viste prima e senza difese immunitarie — omosessuali e tossicodipendenti soprattutto — morivano e nessuno sapeva perché. Siamo dovuti arrivare all’83 prima che Françoise Barré-Sinoussi, nel laboratorio di Luc Montagnier a Parigi, isolasse il virus responsabile dell’epidemia. Un anno dopo Margaret Heckler annunciava negli Stati Uniti che il vaccino contro il virus dell’Hiv sarebbe stato pronto in due anni. Intanto chi si ammalava continuava a morire; e la malattia si diffondeva come nessun’altra prima di allora. Nell’87 arriva il primo farmaco Azt (sta per Azidotimidina). I risultati di due anni di trattamento autorizzano a sperare, ma le cure vanno fatte ogni giorno e più volte al giorno e hanno un sacco di effetti negativi: molti pazienti rinunciano, meglio la malattia dei farmaci insomma. Fra l’altro dopo 5 o 6 anni tutti quelli che si ammalano di Aids muoiono come prima, con o senza Azt. Si prova a combinarla con altri farmaci, più nuovi. Così è meglio, la cura è meno difficile da seguire e di Aids si comincia a morire di meno. E si spera sempre nel vaccino: ci lavorano in tanti in ogni parte del mondo, ma non c’è verso di averne uno efficace. Un po’ perché l’Hiv cambia continuamente e sfugge al controllo del sistema immunitario. Un po’ perché il virus vive proprio nelle cellule responsabili della risposta immune, le uccide e questo rende tutto più difficile. Non basta, studi su un gruppo di volontari fanno comprendere che se uno si vaccina, ha persino più probabilità di ammalarsi. Insomma sul vaccino per ora non ci si può contare. L’Aids esce dalla cerchia degli omosessuali e dei tossicodipendenti. Comincia ad ammalarsi chi non è mai stato considerato «a rischio». Persone di 40-50 anni, quasi sempre senza problemi economici, si infettano dopo incontri occasionali, senza la minima idea di aver preso l’Hiv: stanno bene per anni e così infettano altri — spesso il partner, quasi sempre la moglie, sempre all’oscuro di tutto. Il vero passo avanti arriva alla metà degli anni Novanta: farmaci davvero efficaci — il Lamivudina inibisce l’enzima che serve al virus per moltiplicarsi — che, se combinati con qualcuno della stagione precedente, si possono prendere anche una volta sola al giorno e nemmeno tutti i giorni, secondo certi studi. Non solo: queste pillole, date in gravidanza a donne infette, evitano che il bambino prenda l’Hiv durante il parto, cosa che fino a pochi anni prima nessuno poteva immaginare. Stessa cosa per l’allattamento al seno: il virus col latte di solito passa dalla mamma al bambino; se la mamma prende quei farmaci, questo non succede più. E c’è una buona notizia per chi lavora negli ospedali a contatto con i malati di Aids. Se medici e infermieri si feriscono accidentalmente con aghi o ferri chirurgici contaminati, basta che prendano subito i farmaci per evitare il contagio. Qualche anno dopo arrivano Tenofovir ed Emtricitabina: i ricercatori dimostrano che l’assunzione per tempo di questi farmaci — appena il virus entra nel sangue o subito dopo — evita l’infezione e — di conseguenza — la sua trasmissione. Adesso cosa resta da fare? Incoraggiare sempre, comunque, l’uso del profilattico. Chi si prostituisce, chi ha più di un partner o rapporti occasionali con persone che non conosce ha il dovere morale di proteggere se stesso e ancora di più altri, e lo si fa con il preservativo, che resta il modo più efficace per evitare il contagio. E poi va fatto il test in tutte le occasioni possibili. Certamente a chi è a rischio — omosessuali, drogati per endovena, chi si prostituisce — ma anche a tutti gli altri, giovani e adulti fino a 65 anni. Chi ha fatto il test e sa di essere positivo è più attento. E poi bisogna curare i sieropositivi prima che si ammalino. Questo da noi. E nei Paesi poveri? C’è stata una grande mobilitazione per portare i farmaci anche a chi èmeno fortunato di noi e oggi al mondo almeno 4 milioni di persone ammalate di Aids ricevono i farmaci anti-retrovirali. Ma ce ne sono 8 milioni — e tanti sono bambini — che ne avrebbero bisogno, e non riusciamo a farglieli avere. Per curare quelli che si sono già infettati con il virus dell’Hiv, servirebbero almeno 30 miliardi di dollari, ce ne sono solo 15 che vengono un po’ da grandi donatori privati un po’ dai governi (soprattutto Stati Uniti, Inghilterra e Giappone). Al meeting dell’Aids del 2011 Hillary Clinton ha parlato di «Aids- free generation»: stiamo andando verso una generazione finalmente libera dall’Aids, insomma. Qualche anno fa la rivista «Lancet» ha pubblicato un lavoro molto importante: «Test per l’Hiv volontario per tutti come strategia per eliminare l’Hiv». Se lo si facesse in una popolazione vulnerabile come quella del Sud Africa, la trasmissione del virus si ridurrebbe a meno di un caso per mille persone, per anno. Alla lunga le persone non si ammalerebbero più e si risparmierebbero un sacco di soldi. Prima però devono cadere pregiudizi e paure che circondano Aids e ammalati di Aids da più di trent’anni. Per la gente se uno ha l’Aids è quasi sempre perché se l’è cercata. Così chi teme di aver contratto l’infezione si isola, non trova mai il momento giusto per fare il test, di fatto preferisce non sapere. E quando si decide a farlo, se poi scopre di essere sieropositivo, preferisce non andare dal medico o quanto meno non andarci subito. E così prima o poi infetta qualcuno. E poi c’è il caso delle donne: le donne che sono state infettate dal marito sono discriminate allo stesso modo di chi contrae il virus per comportamenti a rischio. In realtà quello dell’Aids è un virus come tutti gli altri, come quelli del morbillo e della poliomielite. Ce l’avevano addosso gli scimpanzé e altre scimmie, ma le scimmie di solito non si ammalano. All’uomo il virus è arrivato dopo che in certi primati si sono ricombinati diversi ceppi di virus, fino ad arrivare all’Hiv-1. Deve essere successo dalle parti del Gabon e i primi a infettarsi sono stati i cacciatori che uccidevano e scuoiavano le scimmie per mangiarle. Un tempo quei cacciatori vivevano in aree remote rispetto alle grandi città, aree poco popolate. E per moltissimi anni l’infezione è stata confinata in quelle regioni. Chi si ammalava prima o poi moriva e con lui morivano i virus che aveva addosso. Poi, con un po’ di progresso, anche in quelle zone dell’Africa sono arrivate le strade, che hanno portato piccoli insediamenti abitativi e mercati dove succede un po’ di tutto: si macella carne di scimmia, fra l’altro, e la si vende. C’è molta più gente che vive insieme, a volte in spazi piccoli, e la malattia si diffonde, il virus passa da una persona all’altra col sangue e ancor più con l’attività sessuale. Il resto lo fa la facilità con cui si viaggia da un capo all’altro della Terra. Il virus dell’Hiv s’era già diffuso dappertutto dai primi anni Ottanta, gli anni di Andrea e del professor Giunchi. E allora furono in molti a temere che avrebbe vinto il virus. Non è stato così, ha vinto la scienza. Ma la retromarcia dell’Aids, uno dei successi più importanti della medicina di oggi, non finisce qua. Adesso tocca alla società civile, alla gente di buona volontà, alle multinazionali del farmaco e ai potenti del mondo. La prossima generazione siamo noi a doverla liberare dall’Aids. Il modo c’è. Giuseppe Remuzzi lettura.corriere.it/aids-battaglia-finale



