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Epatite C, ecco la pillola-miracolo, ma costerà mille dollari al giorno

 NEW YORK - "È una rivoluzione, una grande notizia per tutti quelli che soffrono di epatite C". I medici americani non hanno dubbi: il farmaco, approvato ora dalla Food and Drug Administration, è destinato ad aprire una nuova frontiera nella lotta ad una delle malattie più pericolose e diffuse. La medicina miracolosa è una pillola da prendere una sola volta al giorno, si chiama Sovaldi e il principio attivo che combatte il virus è il sofosvubir, una molecola in grado di sconfiggere anche i ceppi più resistenti. In questo modo diventano inutili le punture di interferone, sino ad oggi l'unico rimedio efficace, ma che porta con sé pesanti effetti collaterali: insonnia, nausea, depressione, sintomi influenzali. E oltre ad essere molto meno invasiva la cura promette percentuali di successo altissime: attorno all'80% secondo gli ultimi test, che però necessitano di altre conferme. "È un passo avanti eccezionale nella lotta all'epatite, riusciremo a sconfiggere con molta più facilità il virus soprattutto nei pazienti cronici": dice al New York Times, Edward Cox uno dei membri della commissione Fda. 

C'è però una controindicazione destinata a riaccendere le polemiche sull'accesso ai farmaci, ovvero il costo della pillola. Per quattro settimane di cura servono 28mila dollari, che diventano 84mila per il ciclo consigliato di 12 settimane. E si arriva a quota 168mila per le 24 che sono necessarie per battere le infezioni più resistenti. "È inaccettabile e vergognoso: non c'è alcuna logica che giustifichi questi prezzi. Una follia sulla pelle dei pazienti di tutto il mondo": attacca Michael Weinstein presidente di una delle maggiori organizzazioni che aiutano i malati di Aids, protagonista in passato di altri scontri durissimi con Big Pharma sul prezzo dei medicinali. La Gilead Science, la società che produce la pillola reagisce con la consueta tranquillità: "Il prezzo è in linea con il mercato, anzi se confrontato con altri concorrenti che sono meno efficaci e innovativi è persino basso. Cercheremo poi di attuare dei programmi per aiutare i malati che non hanno i mezzi". Per la società è un successo annunciato, secondo gli analisti di Wall Street, il farmaco è destinato a superare tutti i record di vendita e ricompenserà ampiamente gli 11 miliardi di dollari investiti nel progetto.

La Gilead batte tutte le altre grandi compagnie farmaceutiche che stanno lavorando nella ricerca di cure simili. "Nei prossimi 18 mesi arriveranno altre medicine che semplificheranno di molto la cura dell'epatite, saranno meno invasive e soprattutto porteranno il tasso di guarigione oltre il 90%", dice ancora Cox. Novità che arriva proprio in uno dei picchi più alti di ammalati: nel mondo sono 180 milioni, quasi quattro negli Stati Uniti, quasi due in Italia, anche se sono pochissimi quelli che si curano. "Si sta manifestando il virus in quei pazienti che l'hanno contratto anche molti anni fa, quando ancora non si conoscevano tutti i pericoli di comportamenti a rischio: come i rapporti sessuali non protetti o lo scambio di siringhe", spiegano gli esperti. Numeri che adesso sembrano destinati a diminuire con le nuove cure, anche se prima di venire importate in Italia e in Europa ci vorranno ancora un paio di mesi. L'epatite C inizia a far meno paura, a patto di aver qualche migliaio di dollari in tasca.  

www.repubblica.it/salute/2013/12/08/news/epatite_c_ecco_la_pillola-miracolo_ma_coster_mille_dollari_al_giorno-72984830/

QAT, pianta tradizionale o droga globale?


 

Il qat è una droga quasi sconosciuta in Italia. Classificata come catha edulis, le foglie di questa pianta vengono masticate per sprigionare un principio chiamato cathinone, che provoca effetti simili a quelli dell'anfetamina. La Direzione Centrale per i Servizi Antidroga indica che in Italia sono stati sequestrati 660 kg di qat nel 2010, e 867 kg nel 2011; ma il carico da una tonnellata sequestrato all'aeroporto di Fiumicino il 20 Maggio scorso fa presagire un incremento delle esportazioni. I cartoni pieni di qat erano stipati su un volo proveniente da Addis Abeba e diretto a Londra.


Il traffico internazionale di qat è esploso negli anni Novanta, quando il crollo del prezzo del caffè ha spinto milioni di contadini in Etiopia e in Kenya ad abbandonare le coltivazioni di tipo coloniale, trasformando l'altopiano etiope e le pendici del Monte Kenya (dove il qat era già una tradizione millenaria) in immensi drug fields. A differenza del caffè e del tè, infatti, il qat ha i suoi vantaggi: può essere raccolto tutto l'anno, viene pagato all'istante e frutta molto più denaro dei suoi vecchi concorrenti. Le guerre civili degli anni Novanta hanno fatto il resto. Milioni di Etiopi, Somali e Kenioti si sono rifugiati in Europa e in Nord America, aprendo le nuove rotte del traffico internazionale.


Kenya ed Etiopia sono i maggiori esportatori. Partendo da lì, i sacchi di qat raggiungono le zone più remote del pianeta: sfrecciano sulle autostrade polverose del deserto del Danakil ammassati sul retro dei pick-up, attraversano il golfo di Tagiura su piccoli gozzi modificati, e volano verso i quattro angoli del deserto dell'Ogaden stipati sugli aerei privati dei grandi trafficanti. Quella del qat è una corsa contro il tempo: gli effetti della pianta svaniscono in meno di 48 ore dopo la raccolta. "Il nostro sistema di traffico non è efficiente: è perfetto" dice Mark Odinga, un commerciante keniota. "Sai quanto ci mette una pianta ad arrivare a Londra? Meno di 16 ore".


Ma ci sono anche molte voci contro. "Il Kenya e l'Etiopia stanno opprimendo il mio paese con un nuovo tipo di schiavitù", dice Abukar Awale, leader del movimento somalo anti-qat. La battaglia di Abukar è partita dall'Inghilterra, dove il consumo è legale e in continua crescita tra i giovani disoccupati di origine somala ed etiope. Lì il mercato di qat genera più di 400 milioni di sternine in tasse, per un traffico quasi impossibile da quantificare. Abukar ha convinto Theresa May (ministro degli Interni conservatore) a vietare la droga, nonostante il consiglio di esperti convocato dallo stesso governo si fosse opposto alla messa al bando. Secondo recenti studi, il qat non è dannoso alla salute di chi non ne abusa.


Oltre a un approccio generale di stampo conservatore, alla base della decisione inglese c'è il timore che Londra diventi il fulcro di un traffico internazionale, laddove la droga è vietata nella maggior parte dei paesi europei e nordamericani. Un'altra ragione sono i sospetti fondati che dietro al traffico internazionale di qat si nascondano organizzazioni terroristiche e fondamentaliste islamiche come al-Shebaab, che se da una parte condannano l'uso di droga per motivi religiosi, dall'altra godono dei proventi derivati dal traffico.


Ma in Kenya si occupano soprattutto di proteggere il qat. "La nostra priorità è evitare che il qat venga processato chimicamente", dice Leandro Bario, presidente di Nyamita, l'associazione degli esportatori di qat del Monte Kenya. "Le foglie di qat vengono portate in Cina, dove vengono processate sinteticamente per produrre delle pillole rivendute poi in Europa". Nel 2010 il governo Britannico ha deciso la messa al bando del mephedrone, una droga sintetica derivata dal cathinone, dopo che 26 persone sembrano essere morte in seguito all'assunzione della droga. "Per noi il qat è una tradizione, oltre che un business. Vogliamo difendere la sua purezza".

inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/12/05/news/qat_l_oro_verde_dell_africa-72739026/

Anoressia e bulimia: in Italia sono 2 milioni i giovani con disturbi alimentari

 Il 40% dei casi tra i 15 e i 19 anni

Anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata. Il 40% dei disturbi del comportamento alimentare - che solo in Italia interessano 2 milioni di giovani - si manifesta tra i 15 e i 19 anni, ma negli ultimi anni si è assistito a un notevole abbassamento dell’età: i primi "segnali" possono comparire anche nella preadolescenza, tra gli 8 e i 12 anni. A soffrirne sono in particolare le ragazze: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le patologie di tipo anoressico e bulimico rappresentano tra le teenager la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Il punto della situazione sull'argomento è stato fatto a Bologna nel corso dell'incontro nazionale dellaSocietà italiana di medicina dell'adolescenza (Sima), durante il quale è stata presentata la “Monografia sui disturbi del comportamento alimentare negli adolescenti”. 

"Abbiamo deciso di pubblicare una monografia sui disturbi del comportamento alimentare - spiega  Piernicola Garofalo, presidente Sima - perché sotto gli occhi di tutti sono presenti alcuni dati epidemiologici di incidenza, prevalenza, co-morbilità, mortalità, pur se carenti per mancanza di omogeneità. Chi vive a contatto con i ragazzi e le famiglie ha la netta percezione che si tratti di un complesso ambito che merita attenzione, conoscenza e interventi precoci adeguati: vi è, infatti, una sottostima del fenomeno clinico, relativo soprattutto al mancato riconoscimento di quei disturbi minori che costituiscono spesso la porta di ingresso, non riconosciuta, verso comportamenti patologici strutturati". 

I fattori di rischio per lo sviluppo di questi disturbi sono diversi: si va dai fattori di tipo biologico, a quelli psicologici, a quelli sociali. Il rischio maggiore viene corso dagli adolescenti che hanno genitori affetti da disturbi psichiatrici - in particolare sembra influire molto la presenza di stati depressivi materni - o una storia familiare di disturbi affettivi. E spesso un ruolo importante viene giocato anche dall’abuso di sostanze illegali. 

Diversi sono i campanelli di allarme che devono far tenere alta la guardia sulla possibilità di sviluppo di un disturbo alimentare, spiegano gli esperti. Tra questi: preoccupazione per il cibo e il peso; dieta eccessiva; conto delle calorie; pesarsi più volte al giorno; sentimenti di colpa e di vergogna relativamente all’alimentazione; comportamenti bulimici; sentirsi grassi pur avendo un peso normale; eccessiva attenzione all’esteriorità; ipersensibilità verso qualsiasi tipo di critica; cambiamenti emotivi.

SALUTE 24 salute24.ilsole24ore.com/articles/16214-anoressia-e-bulimia-in-italia-sono-2-milioni-i-giovani-con-disturbi-alimentari

"Un caffè se togliete le slot": Il movimento che premia i bar dove l'azzardo è al bando

Togli la slot machine, caffè pagato. Cento caffè pagati. Ti premio perché hai rinunciato alla "macchinetta", e magari provo a risarcirti del danno economico. I baristi per primi, e i gestori di bar, si sono accorti da tempo dell'effetto tragico della presenza di slot, videolotteries, videopoker nei loro locali. Stretti dalla crisi, spesso però non hanno avuto il coraggio di staccare la spina alla mangiasoldi: tre slot machine garantiscono da sole un incasso di 1.300 euro. Così il volontariato urbano ha deciso di dar loro una mano, avviando un'azione di obbedienza civile.

"Città per città proviamo a portare nuovi clienti a chi sceglie di rinunciare alle slot", racconta Carlo Cefaloni, creatore insieme a Gabriele Mandolesi di un'iniziativa che oggi ha 94 associazioni a sostegno. Sul sito "senzaslot" ci si autosegnala (sono già in 240 ad averlo fatto), poi il gruppo SlotMob (vuol dire: facciamo un mob, un happening, una festa a chi rinuncia al guadagno derivante dal gioco d'azzardo) coordina via Facebook gli eventi da costruire attorno al bar che ha deciso di rinunciare alle macchinette.

Si è partiti dal Freedom Bar di fronte al liceo classico di Biella, il 27 settembre: gruppi solidali a ordinare il caffè al bancone e novecento persone in piazza. Si è arrivati, fin qui, a Massa Carrara. Undici tappe, dodici bar toccati (a Genova sono stati disinfestati due locali in via Cairoli uno davanti all'altro, il Barpagianni e l'Apèritif, 35 e al 47 rosso) e quattordici giorni di "mob". A Cagliari è accaduto che quando il Bar Valentina di via Pessina ha festeggiato l'evento, il concorrente ha abbassato la saracinesca partecipando alla festa. "Per ora io non posso permetterlo", ha detto al collega, "ma voglio farti sapere che ammiro la tua scelta".

Il neomovimento, che party dopo party vuole arrivare fino a maggio, con un mob conclusivo nella capitale, ora dice che era necessaria una rivolta dal basso: "In Parlamento le lobby del gioco hanno mostrato tutta la loro forza al tempo di Balducci ministro della Sanità e i ricorsi ai Tar vengono puntualmente vinti dalle società d'azzardo", dice ancora Cefaloni, giornalista a Città Nuova. Servivano i baristi coraggiosi, cresciuti in un clima cambiato: negli ultimi due anni nelle città è cresciuta la conflittualità verso la diffusione sregolata delle macchinette. "I caffè e i cappuccini in più portati dalla nostra iniziativa non riescono a colmare l'ammanco legato alla rinuncia a un profitto certo, ma per quel bar riparte un ciclo virtuoso che migliora il livello della clientela e ripropone una nuova socialità nel locale". Se escono le slot, infatti, è facile rientri un calciobalilla, un tavolo da ping pong. "Lo SlotMob è un modo per premiare le virtù civili e fare opinione: renderemo la scelta di questi esercenti visibile e imitabile attraverso un marchio etico".

Betty, 34 anni, madre di due figli di dieci e tre anni, neoattivista di SlotMob da Sassari, racconta: "Mio marito ha toccato il fondo da dipendenza da slot machine. Per tre anni con me ha recitato e ha perso tutto: il lavoro, l'autostima. Ho ottenuto la sua firma dopo dieci mesi di Sert e ora è in comunità. Sta molto meglio, ma io sono una madre disoccupata con il mutuo sulla schiena. Odio le slot più della mia vita e sono disposta a tutto pur di farle eliminare dalla mia Sassari".

La battaglia dal basso è larga. Il Comune di Piove di Sacco, nel Padovano, ha scelto di togliere l'Imu ai bar che non installano slot machine. E a Palermo il sindaco Leoluca Orlando è andato a premiare il titolare del Bar del Kassaro. "Dieci anni fa ho buttato fuori dal locale chi ha tentato di impormi una macchinetta, loro e la macchinetta", racconta il gestore. A San Giuliano provincia di Pisa Gloria Tenconi ha accettato l'assunzione come barista solo a patto che togliessero le slot machine dalla sala. "Le hanno tolte".

repubblica.it www.repubblica.it/cronaca/2013/12/05/news/un_caff_se_togliete_le_slot_il_movimento_che_premia_i_bar_dove_l_azzardo_al_bando-72726905/

Documento Onu sulla guerra alle droghe: "Il proibizionismo non ha funzionato"

 

Il periodico britannico 'The Observer' è entrato in possesso della bozza di un testo delle Nazioni Unite che analizza le strategie a lungo termine contro il traffico dei narcotici illeciti. Scritta a settembre, mette in evidenza le prime falle alla politica proibizionista guidata soprattutto dagli Stati Uniti

 

Repubblica.it - LONDRA - Non funziona. La politica globale adottata per il controllo degli stupefacenti dell'Onu non ha avuto i risultati sperati. E su questo tema le nazioni iniziano a non essere più tanto unite. La guerra alle droghe non sta avendo vinti né vincitori, e proibire così come punire non sembra più essere la soluzione giusta, forse neanche la sola possibile. L'Observer, il periodico britannico della domenica edito dallo stesso gruppo del Guardian, è entrato in possesso della bozza di un documento Onu che ristabilisce le strategie a lungo termine contro l'espansione e il traffico dei narcotici illeciti. La bozza, scritta a settembre, mette in evidenza le prime falle alla politica proibizionista guidata soprattutto dagli Stati Uniti. E' un documento importante. Mostra l'insofferenza e le richieste degli altri Paesi.


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PORNO-DIPENDENZA E COPPIA. I vissuti delle donne partner di uomini porno-dipendenti.


CeSDA - Sono stati condotti pochi studi che affrontano la questione della dipendenza sessuale online, e ancora meno sono quelli che si concentrano sulle conseguenze nella partner e nella coppia della dipendenza sessuale online.

Prima di concentrare l’attenzione sui risultati dello studio esaminato, è utile specificare la metodologia della ricerca. Sono stati monitorati e analizzati messaggi di testo online provenienti da due siti italiani di auto-aiuto, gestiti in un caso da uomini porno-dipendenti e nell’altro caso da donne i cui partner vivono problemi di dipendenza dal sesso online. Entrambi i siti sono stati fondati da persone direttamente coinvolte dal problema e ospitano ricche discussioni basate sulle storie di vita e sul confronto fra partecipanti. I messaggi sono filtrati da un amministratore, che ha il delicato compito di creare un clima di sicurezza e di confidenza nel forum. I ricercatori hanno utilizzato un metodo qualitativo basato sull’analisi narrativa e su un approccio interpretativo, giudicati maggiormente efficaci per interpretare la grande quantità di testi contenuti nei due siti di auto-aiuto.

 

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Contenuto Redazionale Oltre il rave, il sommerso dei consumi


infojava-org.pngLa Toscana, per almeno un decennio, è stata punto di convergenza di molte tribe italiane e  non, di giovani che nei capannoni in disuso delle zone industriali hanno dato vita a numerosi rave e teknival. Dalla metà del 2000 però, abbiamo assistito alla repressione della scena rave. Per gli operatori della riduzione del danno, come quelli del progetto Extreme di Firenze, questo ha rappresentato la fine di un osservatorio privilegiato sugli stili di consumo di sostanze psicoattive. Nei rave, l’area

 

della Chill--Out diventava infatti lo spazio di confronto per quella comunità (seppur temporanea) di consumatori/sperimentatori di sostanze che nel non-luogo senza spazio e senza tempo dell’evento trovavano un contesto di elezione. La repressione del movimento rave sulla scia della war on drugs ha però prodotto un effetto paradosso. Se è vero che è riuscita a disgregare quella comunità di consumatori/sperimentatori, non ha però posto fine all'uso di sostanze, anche di quelle tipiche dei contesti legati alle feste illegali (col  conseguente maggior rischio per la salute delle persone dei consumi in solitario e senza alcun supporto di interventi sociosanitari) .

A Firenze, abbiamo avuto la possibilità di verificare questa tendenza attraverso il lavoro del Centro Java, un infoshop nel cuore della città. Il centro da sempre contribuisce alla creazione di relazioni con i consumatori incontrati nel mondo della notte, ma negli ultimi tempi sembra ancor di più connotarsi come luogo d’incontro di tutti coloro che si sono visti privare dello spazio collettivo della sperimentazione legata ai consumi.
Abbiamo osservato un utilizzo di sostanze in precedenza di elezione nei rave (in particolare Ketamina e Oppio) come antidoto alla depressione e alla noia, una specie di “psicofarmaco autogestito”: in assenza del contesto privilegiato dell’evento, il consumo si “scioglie” nella vita quotidiana.
Abbiamo pensato di organizzare dei focus group con consumatori di alcune sostanze, con l’obiettivo di arricchire il materiale informativo da divulgare; ma anche per aprire una riflessione con loro sulla possibilità di “autoregolare” il consumo. Per la ketamina, abbiamo deciso di svolgere due incontri con tipologie diverse di consumatori: chi la consuma facendone un uso più ludico e ricreativo e chi invece ne fa quasi un utilizzo quotidiano, come se fosse una sorta di autocura. Durante l’autunno 2012, il centro Java si è caratterizzato ancor di più in luogo di confronto sul consumo, in un modo che ci ha ricordato lo scambio spontaneo di informazioni e supporto tra consumatori all’interno di un rave. Stava infatti entrando sul mercato illegale la metoxetamina, sostanza venduta come ketamina, con effetti della durata media di 7-8 ore, che produce effetti acuti dissociatori e paranoidi piuttosto intensi, tali da spaventare anche i consumatori più assidui.  Varie persone sono venute al Java per sapere, capire e confrontarsi rispetto a ciò che avevano assunto. In questo caso abbiamo rilevato due diverse tendenze: se da un lato i consumatori esperti, gli evergreen della ketamina, riportavano un basso gradimento della metoxetamina, dall’altro giovanissimi sperimentatori (ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni), utenti del servizio di consulenze psicologiche, ne riferivano un consumo quasi quotidiano.
Servizi come quelli offerti dal centro Java rappresentano oggi l’unico punto di contatto con un mondo di “nuovo sommerso” di giovani consumatori, altrimenti lasciati nell’isolamento con tutti i rischi connessi.

 

Federica Gamberale e Nicoletta Zocco per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 27 novembre 2013

Per info www.infojava.org

 

I cartelli messicani sbarcano sui social network

Selfie è stata dichiarata parola dell’anno dall’Oxford English Dictionary. La criminalità, come (quasi) sempre accade, è arrivata prima. Basta osservare i movimenti virtuali di un qualsiasi trafficante di droga messicano, che sembra saperne più di un raffinato social media strategist quanto a gestione del brand dei cartelli su internet. Una tattica che si sviluppa sfruttando contenuti di ogni tipo: video sia intimidatori che concilianti (magari in sostegno alle vittime di qualche disastro naturale), conferenze stampa e profili su Facebook, Instagram e Twitter farciti da una cascata di selfie zeppi di armi, macchine, droga, soldi.

A mettere sotto la lente il fenomeno è stato, fra gli altri, Antoine Nouvet, un ricercatore canadese che ha dato una mano alla polizia locale a muoversi nella selva elettronica di questo nuovo, almeno in questo settore criminale, fronte quotidiano di battaglia. L’obiettivo, ha chiarito Nouvet, è ovviamente uno solo: dare lustro e celebrare la potenza finanziaria e di fuoco delle gang. Lo studioso fa parte del gruppo di ricercatori della SecDev Foundation con cui, insieme al think-tank brasiliano Igarapé Institute, ha dato vita a un progetto piuttosto visionario battezzato Open Empowerment Initiative. Qual è lo scopo? Portare la lotta a certi fenomeni su un altro livello, quello del Web. E capire “come il cyberspazio stia creando nuove forme di legittimazione e ristrutturando le relazioni in America Latina. Con il 40 per cento della popolazione della regione sbarcata online, la connettività si sta espandendo più velocemente che in ogni altra parte del mondo. Buona parte di questa diffusione coinvolge i giovani, nativi digitali che vogliono cambiare e migliorare le proprie vite”. Da questa cornice più ampia è saltata fuori, un po’ paradossalmente, la sorprendente indagine su come i narcos si muovano su internet.

Un’abilità, quella dei messicani, paragonabile al modo in cui per decenni i dipartimenti di pubbliche relazioni delle grandi compagnie hanno guardato alla tv: “Pubblicizzano le loro attività, organizzano iniziative di pubbliche relazioni e in sostanza si sono trasformati in una sorta di media company di sé stessi” ha spiegato Nouvet. “I gruppi colombiani o i trafficanti in Myanmar degli anni Novanta erano sì sofisticati in questo settore, ma non avevano a disposizione una massiccia piattaforma di diffusione”. Ecco dunque che le strategie si diversificano. Non a tutti i cartelli, per esempio, interessa dare una pessima immagine di sé. Emblematico il caso dell’uragano Ingrid del settembre scorso: il cartello del Golfo ha caricato un video su YouTube che mostra le azioni messe in campo dai membri del gruppo per distribuire aiuti alle persone in difficoltà. Ha raccolto in un batter d’occhio quasi mezzo milione di visualizzazioni.

D’altra parte, oltre ai selfie sparsi un po’ su tutte le piattaforme, proprio YouTube è diventato il quartier generale da cui i narcos lanciano annunci bypassando la sacrosanta censura dei media ufficiali, per quanto anche questi spesso conniventi. Basti pensare a un discorso di La Tuta, leader del cartello dei Cavalieri templari a quanto pare ex maestro elementare, con un milione di visualizzazioni. Sessanta volte i clic incassati dalla clip del presidente messicano per l’ultimo intervento sullo stato dell’unione. Proprio questo gruppo sembra uno dei più attivi sui social network: ha per esempio sfoggiato per molti mesi una pagina Facebook con migliaia di fan, poi chiusa. E allora si continua sulle pagine personali. Altri cartelli, invece, gestiscono un account Twitter, anche questi zeppi d’immagini, dal cucciolo di tigre del cartello di Sinaloa agli AK-47 che spuntano dai Suv. Profili pubblici che umiliano forze dell’ordine ed esercito e promuovono l’azione dei gruppi criminali spargendo intorno a essi un’aura d’invincibilità.

Non basta. Secondo le indagini dell’Open Empowerment Initiative i cartelli hanno a libro paga persone che si dedicano alla gestione dei social media. Narcospecialisti del Web che monitorano in generale ciò “che i messicani dicono” e nel dettaglio “controllano i movimenti delle truppe” nelle zone d’interesse. Insomma, a volte anche il coordinamento degli uomini passa da internet, sfruttando senza problemi reti criptate come Tor. Allo stesso modo, non hanno problemi a ripulire il Web dalle voci contrastanti alle loro. È stato il caso, nel maggio scorso, di un amministratore del Blog del Narco, fra i più letti nel Paese a occuparsi di guerra ai trafficanti: sparito nel nulla. La socia, invece, costretta a lasciare il Messico. Insomma, dal virtual al reale. Senza ritorno.

Ma c’è un però. Questa fortissima presenza in Rete e la competenza nell’uso delle tecnologie – spesso sfruttata, ad esempio, per i rapimenti lampo portati a termine quasi senza sporcarsi le mani – “potrebbe presto ritorcersi contro”, racconta Nouvet. Una vulnerabilità già testimoniata dagli attacchi di Anonymous allo spietato cartello dei Los Zetas, due anni fa. Ma i narcos non sembrano spaventarsi troppo: solo nel 2012 hanno rapito 36 ingegneri, incluso un impiegato dell’Ibm. Esperti assoldati a forza nella nuova guerra digitale delle bande messicane. Per le quali i selfie sono solo la ciliegina sulla torta di coca.

daily.wired.it/news/internet/2013/11/26/messico-cartelli-droga-social-network-923843.html

COLOMBIA - Il narcotraffico e la Colombia. Analisi del maggiore quotidiano


Notiziario ADUC - Piu' di 20.000 vittime, 5.200 delle quali poliziotti. Sono i numeri del narcotraffico in Colombia negli ultimi 30 anni, che hanno portato lo Stato ad investire energie milionarie (10 mila milioni di dollari) per farvi fronte. Cosi' i dati diffusi e commentati dal quotidiano “El Tiempo”.
L'occasione per diffondere questi dati e' stata quella dei venti anni dalla morte i Pablo Escobar, capo del cartello di Medellin.
“La peggiore piaga della Colombia e' nei corpi e nelle esistenze delle vittime degli anni oscuri del cartello di Medellin. Piu' di 46 milioni di persone ne sono state coinvolte direttamente o indirettamente”.
La guerra del narcotraffico contro lo Stato colombiano ha fatto piu' d 20.000 vittime, piu' di 10 milioni di dollari sono stati utilizzati per le eradicazioni negli ultimi trenta anni, oltre ad uno stigma mondiale che e' difficile da annullare.
La Colombia ha condotto ampie e gloriose battaglie, ma non ha vinto la guerra. Documentare questa vicenda e' un obbligo per uscire da questo terribile incubo.
Il narcotraffico ha creato modelli di vita, ha fatto nascere le guerriglie, ha alimentato i paramilitari, ha creato un modello di sicari che e' stato esportato in tutto il mondo, ha introdotto nella mente dei giovani l'idea del denaro facile ed ha corrotto la politica.
Nello stesso tempo ha fatto emergere le persone piu' degne della Forza Pubblica, che sono diventate il combustibile del conflitto armato interno, che ha infiammato la Colombia per cinquanta anni.
Per 31 anni la Policia Nacional, con l'appoggio delle Forze Armate, la Procura e altre istituzioni, sono stati alla guida della lotta contro il narcotraffico, essenzialmente per cercare di disarticolare il cartello di Medellin.
La battaglia contro questo cartello e' terminata il 2 dicembre 1993, quando fu abbattuto Pablo Escobar, poi nel 1995 con la guerra contro il cartello di Cali e nel 2008 contro il cartello del “norte del Valle”.
Tutta la droga che finiva nelle mani dei narcos era coltivata nelle zone controllate dalla guerriglia e dai paramilitari, tant'e' che nel 2000 il numero di terreni coltivata a coca, era oltre i 162.000 ettari.
La strategia messa in atto dalla Colombia per frenare questo business, le ha consentito di catturare tra 831 e 832 mila persone per narcotraffico, sequestrare 187 tonnellate di cocaina e ridurre a 47.790 le zone coltivate di coca.
E' cosi' che la Colombia e' diventata il modello di lotta contro le droghe per tutto il mondo, la sua polizia oggi fa parte di piu' di 15 istituzioni in America, Europa e Africa.

HIV/AIDS: pubblicati i dati ufficiali COA aggiornati al 2012


 

CeSDA - In seguito alle sollecitazioni provenienti dalla Consulta delle associazioni di lotta all’AIDS, il Ministero della Salute ha rilasciato il 12 novembre i dati aggiornati al 31 dicembre 2012 relativi alle nuove diagnosi di infezione da HIV e ai casi di AIDS.

I dati, elaborati dal Centro Operativo AIDS diretto da Barbara Suligoi, sono pubblicati e scaricabili:
Volume 26 – Numero 9
Supplemento 1 – 2013 dell’Istituto Superiore di Sanità

Stupefacenti, lettera al Governo: rivedere politiche, dati DPA sono fuorvianti

Articolo di Giorgio Gatti *
 
Sull'indagine conoscitiva riguardo l'esame delle proposte di legge di modifica al testo unico sulla disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.
All'attenzione del Consiglio dei Ministri,
Onorevoli Ministri, l'attuale indagine, in corso di verifica, riguardo la normativa vigente sugli stupefacenti, non può non tenere in considerazione quanto affermato dal direttore del DPA dott. Giovanni Serpelloni.
Infatti quanto da lui affermato sulla possibilità che malati che usano cannabis per scopi terapeutici non abbiano la possibilità di coltivare canapa, va altamente tenuto in considerazione al fine di essere completamente ignorato.
La posizione del Governo Italiano sul tema degli stupefacenti va completamente rivista.
Il problema del sovraffollamento carcerario è dato, sostanzialmente, dall' attuale normativa sugli stupefacenti. La strenua difesa del direttore Giovanni Serpelloni, per quanto riguarda i principi fondanti questa normativa, su tutti il principio della disapprovazione sociale, sono la prima causa dell'esplosione della popolazione carceraria.
I dati divulgati dal direttore del DPA nella sua audizione sono fuorvianti, incuranti dell'evoluzione del panorama mondiale nella lotta al narco traffico, nella riduzione del danno delle tossicodipendenze e nella limitazione alla diffusione di stupefacenti. I dati sono falsi e la loro interpretazione è data da un punto di vista disinteressato al controllo del fenomeno (la diffusione degli stupefacenti) ed alla sua riduzione, ma interessato solo al controllo della posizione istituzionale acquisita.
I dati, volutamente, tacciono riguardo il disastro riversatosi sul sistema penitenziario a causa di una legge ottusa, anacronistica e ideologica.
Quando Serpelloni afferma "dobbiamo considerare un parametro molto importante: la disapprovazione sociale. Quando essa diminuisce, aumenta l'uso di droghe leggere." Serpelloni mente.
Gli esempi più eclatanti di come tale affermazione sia una menzogna vengono proprio dall' Europa.
Il caso del Portogallo è un caso “scolastico”, che però Serpelloni non conosce, e sarebbe gravissimo vista la sua posizione, o fa finta di non conoscere, e dimostrerebbe dunque malafede nell’ esporre affermazioni come quella sopra riportata. In entrambi i casi, questa sua “ignoranza”, rende la sua persona inadeguata al ruolo istituzionale che ricopre.
Da quando è stato depenalizzato il consumo di stupefacenti, nel 2001, il Portogallo ha assistito ad una diminuzione dell'uso di stupefacenti. Cosa ne è dunque della disapprovazione sociale?
Come è possibile che la persona che dovrebbe essere più informata su questo argomento adduca argomentazioni false a sostegno di una posizione scientificamente infondata?
La posizione che il dott. Serpelloni tenta di difendere, nel silenzio complice dei media italiani sul totale fallimento della "war on drugs", è una posizione che presto scomparirà, come il firmatario della attuale “legge sulla droga” Gianfranco Fini e come presto farà l’“innovatore” Carlo Giovanardi.
Negli Usa sono già diciannove gli stati dove è possibile acquistare cannabis con una semplice prescrizione medica, due sono gli stati che tra poco più di un mese inaugureranno un nuovo capitolo della storia degli USA: la fine del proibizionismo sulla cannabis.
Sono già in atto campagne sulla sensibilizzazione per altri referendum che renderanno legali la vendita, la coltivazione e il consumo della cannabis in altri stati della confederazione nord americana, non solo a scopo terapeutico; a sostegno di questo cambio di rotta basti pensare al recente sondaggio Gallup, che vede favorevoli alla legalizzazione della cannabis il 58% degli americani.
Gli Stati Uniti non sono, però, l'unica nazione che guarda con curiosità a soluzioni alternative al fallimento della proibizione.
L' Uruguay ha dato il via alla produzione di cannabis di stato per eliminare il mercato illegale della cannabis.
In tutto il Sud America c' è fermento per nuove strade che possano finalmente eliminare la violenza legata al narco traffico, di cui la cannabis è la sostanza illegalmente più trattata, essendo la sostanza illegale più diffusa al mondo.
Questo dato è sostenuto dal EU Drug Markerts Reports 2013 che evidenzia come la cannabis "non solo è la sostanza illecita più consumata al mondo, ma anche prodotta su scala mondiale"1. "L' UNDOC ha stimato che, tra il 2002 e il 2006, le infiorescenze di cannabis erano prodotte in 122 nazioni e la resina in 65"2.
Di fronte al panorama internazionale quale è la posizione del governo Italiano?
Serpelloni afferma: ''Negli ultimi tre anni, il trend europeo dell'uso di droghe leggere e' calato del 25%. Solo nella fascia di eta' tra i 15 e i 18 anni, e solo per quanto riguarda l'uso di canne, esso e' aumentato''
La riforma del testo unico sugli stupefacenti dovrebbe tenere in considerazione i rapporti ufficiali redatti da istituzioni internazionali, non i deliri di un folle abbarbicato sulla sua torre d’avorio. Per esempio, sempre nel EU Drug Markerts Reports 2013, redatto dall’EMCDDA in collaborazione con EUROPOL, si riporta come, riguardo al consumo di cannabis “relativi alti livelli ad inizio del nuovo secolo hanno dato spazio a periodi di stabilizzazione o declino in molti paesi Europei. Questo cammino non è evidente per tutti i paesi e in alcuni, come la Bulgaria, l’Estonia e l’Italia, studi nazionali mostrano un deciso incremento nell’ ultimo anno prevalentemente tra la popolazione più giovane”3.
Dunque, l’uso di “canne” è sì aumentato nelle fasce tra i 15 e i 18 anni, ma solo in Bulgaria Estonia e, guarda caso, l’Italia, mentre è diminuito o si è stabilizzato in qualsiasi altra nazione dell’UE.
Questo a dimostrazione di come l’attuale politica sugli stupefacenti italiana, non solo è inefficace nel diminuire i consumi tra la popolazione, ma espone al rischio di assunzione, in maniera maggiore, le fasce dei più giovani, quelle che andrebbero più tutelate.
Sempre dall’ intervento di Serpelloni: 'Noi non riteniamo che la coltivazione domestica di marijuana possa essere affidata al malato, poiche' ci sono alcuni punti che restano oscuri nella loro definizione: ad esempio, come si accerta la percentuale del 5 o del 55%? E ancora: che uso ne fara' il malato? L'auto-uso non fa parte di alcun codice medico''
Se l’auto uso non fa parte di alcun codice medico, cosa si può dire della ricerca scientifica legata all’ utilizzo di cannabis? L’ attuale normativa impedisce la ricerca e la divulgazione di informazioni a riguardo. Perchè la coltivazione per uso personale non può essere tutelata, al fine di garantire al malato la fornitura a costo zero di un medicinale fondamentale per alcune patologie e sviluppare ricerche mediche in questo campo? Anche L’ EUROPOL e l’EMCDDA riconoscono tra le motivazioni della coltivazione “domestica” la “necessità di fornitura personale o sociale al fine di garantire la qualità e l’integrità del prodotto ed evitare l’esposizione all’ elemento criminale del mercato”4
Con quale credibilità Serpelloni vuole impedire un facile accesso ad un medicinale al momento difficilmente accessibile, per costi, burocrazia e difficoltà nel reperimento (che può avvenire solo per importazione, a fronte di autorizzazione ministeriale, a costi fuori mercato)?
Gentili Ministri, la revisione della normativa sugli stupefacenti potrà diventare davvero efficace solo nel momento in cui si prenderanno seriamente in considerazione l’evoluzione del fenomeno a livello globale e le sue implicazioni sociali e si eviterà di dare fiato alle trombe che hanno causato l’attuale sfacelo sociale.
Gli attuali risultati della normativa vigente sugli stupefacenti sono: l’esplosione della popolazione carceraria, l’aumento della diffusione di stupefacenti tra i minori, l’impossibilità di utilizzo della cannabis come farmaco.
Se questo non è il momento per porre fine alla criminalizzazione dei consumatori di cannabis, la creazione di un industria farmaceutica, la riduzione della diffusione degli stupefacenti tra i giovani e concedere la possibilità della coltivazione per uso personale, quanti danni ancora dovremo sopportare perché si giunga ad una nuova politica che prenda in considerazione l’uso di stupefacenti, un problema sanitario, anziché penale?

* Dr. Giorgio Gatti, consulente in sviluppo economico ed economia della sicurezza pubblica

 

fonte ADUC Droghe

Silk Road, ecco tutti i retroscena

Confiscato, sequestrato, oscurato e poi tornato online. La storia di Silk Road – il portale anonimo famoso per lo spaccio online di sostanze stupefacenti ( ma non solo) è degna di una spy novel 2.0. Una vicenda che ha coinvolto le forze di polizia di mezzo mondo. E che sembra essere ancora lontana dalla fine. Siamo però finalmente in grado di raccontarvi qualcosa di più, grazie a un'inchiesta di Wired.com, che è riuscita a parlare con alcuni agenti coinvolti nella storia (naturalmente hanno preferito rimanere anonimi) e a mettere le mani sui documenti presentati in tribunale.

L'intera vicenda sarebbe iniziata a metà 2011, quando un informatore contattò gli investigatori del Department of Homeland Security (Dhs) del Maryland, avvisandoli dell'esistenza di un negozio online di droga, in cui andavano impunemente avanti vendite internazionali di sostanze stupefacenti illegali: “Fate parte di quelli che fanno rispettare la legge. Dovreste dare un'occhiata a Silk Road”, scriveva l'informatore alle forze dell'ordine due anni e mezzo fa. Il sito era accessibile solo attraverso la rete anonima Tor e le transazioni erano perfezionate usando i bitcoin, la discreta moneta online.

Oltre alla droga, spiegava l'informatore, sul portale si potevano trovare anche numeri di carte di credito rubate, documenti falsi, banconote contraffatte e credenziali di accesso a numerosi account. Un bel po' di roba interessante, insomma. In risposta, le forze dell'ordine istituirono Marco Polo, una task force con sede a Baltimora che comprendeva investigatori di Fbi, Dea, servizi segreti, polizia postale e il Bureau of Alcohol, Tobacco, Firearms and Explosives. Gli agenti si concentrarono sull'identificazione e l'arresto di due tipologie di persone che operavano su Silk Road: i cosiddetti top sellers e gli amministratori di sistema, i cui computer, una volta sequestrati, avrebbero permesso di accedere alle comunicazioni private del sito e ai dettagli di tutti gli iscritti: “Moderatori e amministratori erano i nostri obiettivi principali”, dice un funzionario di polizia. “Ne identificammo alcuni, che ci fornirono informazioni importanti per definire il cerchio interno di Silk Road [cioè fondatori e gestori del sito, nda] . Prendemmo anche trafficanti di droga e venditori di documenti falsi, da cui ottenemmo altre prove sulle persone coinvolte”.

Il vero obiettivo, continua Wired.com, era comunque il misterioso pirata Roberts, proprietario e gestore del sito. Meglio noto con il suo vero nome, Ross Ulbricht. Per arrivare a lui, gli agenti operarono in silenzio, tacendo gli arresti iniziali e lavorando sotto copertura. Sei mesi dopo l'inizio dell'indagine arrivarono i primi risultati, con il fermo di Jacob George. Un trentaduenne comparso nel forum di Silk Road con lo pseudonimo di digitalink e diventato presto un venditore top grazie a “offerte per sostanze stupefacenti del tipo 'compra due, paghi uno' ”. Il suo inventario includeva eroina, scramble (un mix di eroina e chinino) e methylone, una droga sintetica che importava dalla Cina. Il 25 gennaio 2012 gli investigatori lo intercettarono e arrestarono in Maryland: grazie al suo account, ricco di messaggi di posta elettronica, registrazioni di spedizioni e dettagli finanziari sulle sue operazioni, riuscirono a identificare altri potenziali obiettivi.

Nel frattempo, proseguivano attività analoghe anche oltreoceano. A luglio 2012, i funzionari australiani beccarono Paul Leslie Howard, che su Silk Road spacciava cocaina, Mdma, Lsd, mefamfetamine e marijuana. Ma mancava ancora all'appello il pesce più grosso. Un agente sotto copertura riuscì a negoziare la vendita di un chilo di cocaina con il pirata Roberts, che lo indirizzò a un amministratore del sito che avrebbe dovuto aiutarlo a trovare un venditore con cui perfezionare la transazione. L'indirizzo di destinazione portò gli inquirenti all'abitazione di tale Curtis Clark Green: il suo arresto consentì alla polizia di ottenere dettagli importanti sugli account di altri utenti del sito, tra cui Ross Ulbricht – il pirata – in persona. Putroppo, questi in qulche modo riuscì a sapere dell'arresto di Green, il che aprì la strada a un curioso caso di tentato omicidio nella saga di Silk Road. Temendo che l'amministratore cantasse alla polizia e sostenendo che aveva anche rubato dei soldi, il pirata Roberts chiese all'agente sotto copertura di uccidere Green, pagando ben 80mila dollari per l'operazione. Gli investigatori, allora, inviarono a Roberts-Ulbricht alcune foto di quello che spacciavano come il cadavere di Green.

A questo punto, la rete era pronta. E il resto è storia recente: a ottobre gli agenti hanno catturato il pirata a San Francisco, accusandolo di traffico internazionale di droga, riciclaggio di denaro e tentato omicidio. Ma, come avevamo anticipato, ancora non è arrivato il momento di mettere la parola fine. Perché Ulbricht reclama a gran voce, da dietro le sbarre, di non essere il pirata. E, soprattutto, Silk Road è ancora online.

fonte daily.wired.it/news/internet/2013/11/19/silk-road-droga-retroscena-293473.html

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