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Novità altro

Udine si fuma il festival del reggae

 

di ANDREA ROSSI

 

La Stampa, OSOPPO (Udine) - «Bob Marley non si processa», hanno gridato contro il cielo che minacciava pioggia. Può darsi, però la sua musica se ne è andata da Osoppo, e chissà se tornerà. Il signor Giovanni è rimasto a fissare la vetrina del suo negozio di alimentari, nel centro di questo paese di tremila anime a trenta chilometri da Udine. «Avremo i nostri problemi, adesso. Una settimana di festival valeva sei mesi di lavoro». Questa non è solo la storia di una comunità messa in ginocchio. È la storia del più grande festival reggae d’Europa cacciato dall’Italia e costretto a trovare rifugio all’estero perché i suoi seguaci fumano troppi spinelli. Era il 1994 quando il Rototom Sunsplash si accampò lungo le sponde del Tagliamento e ne fece un angolo di Giamaica: dieci giorni di musica, grandi nomi e gruppi emergenti, 200 mila spettatori l’anno da ogni parte del continente. Tutto finito, ora che la procura di Tolmezzo ha messo sotto indagine per agevolazione all’uso di stupefacenti Filippo Giunta, 48 anni, inventore del festival. Secondo i magistrati ha violato l’articolo 79 della legge Fini-Giovanardi: avrebbe favorito il consumo di droghe nell’area del festival. Rischia fino a dieci anni di carcere. Ha letto le carte, dice che qualcosa non torna: «Mi sembra un provvedimento ideologico. Non si contesta un fatto. Si disegna uno scenario: il Rototom è un festival reggae, il reggae è la musica dei rasta, i rasta usano la marijuana. E io, che sono l’organizzatore, avrei costruito l’ambiente adatto». Si difenderà in tribunale. Però il festival chiude. Il Comune ha negato l’autorizzazione all’edizione del 2010. «E che cosa dovevo fare?», dice Luigino Bottoni, avvocato di 44 anni, sindaco da sei, in quota Pdl. «Crede che mi faccia piacere mandare in malora l’economia di tutta la zona? Ma sono costretto: c’è un’inchiesta». Le ha provate tutte: appelli, petizioni, lettere. Ha difeso la creatura degli osoppani: «Portava un ritorno economico di due milioni di euro sul territorio, ma soprattutto giovani da tutto il mondo, cultura, colore. Aveva trasformato una terra sconosciuta in una meta turistica. Per noi è una perdita devastante». Forse ha provato a spiegarlo anche al suo collega di partito, il sottosegretario con delega alla lotta alle tossicodipendenze Carlo Giovanardi, che ha salutato la chiusura di un «evento in cui si spacciava droga in quantità industriali». «Sugli stupefacenti la penso esattamente come lui», racconta il sindaco, «ma credo che bisognerebbe scendere dalla cattedra e andare a toccare le cose con mano prima di parlare». La fuga del Rototom ha spaccato il Pdl - contro Giovanardi si è mobilitato pure il senatore Ferruccio Saro - e scatenato una gara di solidarietà: la friulana Elisa, Vinicio Capossela, i Subsonica, don Ciotti, Beppe Grillo, l’europarlamentare Pd Debora Serracchiani e tanti altri, una petizione con quasi 10 mila firme e una raffica di manifestazioni. Non è servito. Il macigno che pesa sul festival sono i 340 arresti per spaccio di droga negli ultimi nove anni, 18 chili di marijuana sequestrati, 11 di hashish, 2.400 pasticche di ecstasy, 4 etti di cocaina e 37 grammi di eroina, più funghi allucinogeni, Lsd, popper e amfetamina. Per Filippo Giunta quei numeri sono il pilastro su cui fondare la difesa: «In sedici anni mai avuto problemi di ordine pubblico. Ogni giorno, per 15-20 mila spettatori, c’erano 200 addetti alla sicurezza. E le forze dell’ordine hanno sempre avuto libero accesso all’area, come dimostrano arresti e sequestri». E ancora: «Ogni anno ospitavamo incontri con tossicologi, psicologi e sociologi proprio sul tema degli stupefacenti. E io sarei uno che ne incentiva l’uso? La verità è che in Italia tira una brutta aria per chi fa musica». Non è l’unico a pensarla così. E, forse, se Arezzo Wawe, l’Heineken Jammin e il Rototom sono scomparsi, e il Traffic di Torino è stato spostato contro il volere degli organizzatori, un motivo ci sarà. «Io non lo so - dice Giunta - Però da un po’ ti rendono la vita impossibile: lavori un anno per organizzare tutto e fino all’ultimo non sai se i permessi arriveranno. Così i festival moriranno uno dietro l’altro. O si trasferiranno all’estero». Lui da una settimana batte la Spagna palmo a palmo. Ha già ricevuto decine di offerte. Là Bob Marley non si processa.

 

www.lastampa.it

Videopoker-dipendenza: 700mila i malati del gioco

ROMA - I giochi si rivelano sempre di più una nuova droga per gli italiani. Oltre 3 milioni di persone, stimano infatti gli esperti, sono a serio rischio di dipendenza mentre più di 700.000 sono i ludopatici gravi, ovvero coloro per i quali la mania del gioco si trasforma in una vera e propria patologia.

UN ESERCITO DI GIOCATORI D'AZZARDO: circa 15 milioni di italiani, il 38,3% delle persone tra 15 e 64 anni, almeno una volta nella vita hanno giocato d'azzardo, il 50% dei maschi, il 29,2% delle donne. Lo evidenzia un'indagine condotta dall'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Ifc-Cnr) di Pisa, basata su dati 2007-2008.

GIOVANI E GIOVANISSIMI MALATI DI GIOCO: il gioco è più diffuso tra i giovani: il 55,1% dei maschi e il 34,5% delle femmine tra 25 e 34 anni dichiarano di avere giocato almeno una volta e il 40% dei ragazzi di scuola superiore. Tra i giochi preferiti dai giovani di entrambi i sessi risultano in pole position i gratta e vinci, poi lotto, superenalotto e simili. Tipicamente maschili, invece i videopoker (ci ha giocato almeno una volta il 14% dei maschi e il 4% delle ragazze) e le scommesse sportive (30% dei ragazzi e appena il 3% delle studentesse). Tra gli studenti giocatori, il 69% ha speso nell'ultimo mese fino a 10 euro, il 24% tra gli 11 e i 50 euro e il 7% dai 51 euro in su. Inoltre, il 10,8% dei giocatori ha l'impulso di giocare somme di denaro sempre maggiori, il 13,1% degli uomini e l'8% delle femmine.

3 MILIONI A RISCHIO DIPENDENZA: Il 19,8% dei giocatori, 3 milioni di persone, è a rischio dipendenza da gioco (gambling). Il giocatore più a rischio gambling è di solito un individuo impulsivo e poco prudente, che non percepisce né teme il pericolo e, per questo, tende a giocare anche grosse somme senza capire a cosa va incontro. Il gambling è una vera e propria dipendenza come le droghe ed è sempre più diffusa, complici anche i videopoker e i giochi online.

ESPERTI, GIOCO E' SINDROME PERICOLOSA: potenziare le comunità e i servizi per il recupero dei giocatori è l'obiettivo cui lavora la Società italiana di intervento sulle patologie compulsive (Siipac).Quella del gioco, rilevano gli esperti, è una sindrome pericolosa perché lo stato di euforia del giocatore d'azzardo è paragonabile a quello prodotto dall'assunzione di droghe, e come nella dipendenza da droghe possono manifestarsi nei giocatori crisi gravi di astinenza.

Gaetano Fidanzati, il boss creato dal proibizionismo

  Gaetano Fidanzati, 74 anni, condannato a 12 anni di carcere nel primo maxi processo a Cosa nostra, e' il boss storico dell' quartiere Arenella a Palermo. Il suo nome si legge in inchieste su traffici di droga di diverse procure italiane e nei dossier della Dea americana. Insomma, uno dei tanti Al Capone arricchitisi grazie al proibizionismo sulle droghe. E' il mafioso che porto' fiumi e fiumi di cocaina sulla piazza milanese. E il suo arresto nel capoluogo lombardo prova che il mafioso li' si sentiva come a casa propria. Di lui si persero le tracce dall'ottobre 2008 dopo la morte di Giovanni Bucaro, uno spacciatore ucciso per strada a Palermo da cinque uomini che lo massacrarono con pugni, calci e spranghe. Dietro al delitto, hanno accertato gli investigatori, anche grazie alla confessione di Francesco Tarantino che partecipo' al pestaggio, vi era Tanino Fidanzati che voleva dare una sonora lezione a Bucaro perche' aveva picchiato sua figlia, convivente del pusher. Il boss era presente quando i cinque picchiarono Bucaro che mori' a causa delle botte. Libero dal 2006, dopo aver scontato tutte le pene, Fidanzati rientro' a Palermo e due mesi dopo essersi reso irreperibile per la morte di Bucaro, nel dicembre 2008, venne raggiunto da un nuovo ordine di custodia cautelare per mafia nell'ambito dell'operazione Perseo. Don Tanino pero' era gia' fuggito, forse proprio a Milano dove certamente negli anni del suo fulgore mafioso aveva stretto alleanze anche con esponenti della criminalita' locale. Dopo le condanne in alcuni processi e al maxiprocesso, nel febbraio '90, Fidanzati venne arrestato in Argentina dagli uomini dell'Alto commissariato per la lotta alla mafia diretto da Domenico Sica. In Sud America venne condannato a 3 anni di reclusione per aver utilizzato documenti falsi per entrare nel Paese. Fidanzati si era reso latitante, in Italia, pochi giorni prima dell'omicidio dell' agente di polizia Natale Mondo, ucciso il 14 gennaio 1988 davanti al negozio di giocattoli della moglie, nel cuore del quartiere Arenella. Dopo l' arresto in Argentina Giovanni Falcone ando' a interrogarlo, ma il boss si limito a' sostenere di essere un perseguitato politico. Il capomafia fu estradato dall' Argentina il 18 aprile '93. Dopo avere scontato le condanne per droga e mafia inflittegli in Italia, nel 2006 gli venne imposto un anno di affidamento in casa lavoro. Nel maggio scorso venne arrestato il fratello del boss, Stefano Fidanzati, anch'egli narcotrafficante. fonte: ADUC Droghe

Scienziato russo inventa la vodka in pillola

Notizia divertente da ASYLUM ITALIA

 

Un professore russo ha scoperto il modo di ridurre qualsiasi bevanda alcolica in polvere, per poi trasformarla in pillola. Il prof. Evgeny Moskalev dell'Istituto Tecnologico di San Pietroburgo ha creato delle pillole che permetterebbero di misurare con precisione la quantità di alcol assunta. Moskalev afferma: "Abbiamo creato una tecnologia che ci permette di trasformare qualsiasi soluzione liquida in polvere". Si tratta di una tecnica che permette di convertire bevande alcoliche con una percentuale di alcol vicina al 96%.

World Drug Report 2009. Cambiano i pattern di uso di droga a livello globale e le politiche di risposta al traffico di droghe illecite

Il rapporto World Drug Report 2009 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), oltre a presentare le statistiche aggiornate sulla produzione, traffico e uso dei principali tipi di droga, pone un’enfasi speciale sulla relazione esistente fra i meccanismi di controllo e il mercato nero criminale.

Dalla prefazione del Direttore Esecutivo dell’Ufficio dell’ONU nel World Drug Report 2009, emerge la volontà di cambiamento nell’approccio verso l’uso di droghe illecite, che continua a essere diffuso in tutto il mondo e a porre seri problemi di salute pubblica.

Nelle prime pagine del rapporto, l’italiano Antonio Costa riconosce che il controllo esercitato fino ad ora sul mercato e sull’uso della droga non sta funzionando. Tale controllo ha infatti generato un mercato nero di dimensioni macroeconomiche, inserito in dinamiche di corruzione, violenza e crimine organizzato, che non può essere disconosciuto.

Il Direttore di UNODC mette però in guardia sulle possibili generalizzazioni della problematica e la ricerca di soluzioni semplicistiche. La possibilità della legalizzazione del mercato delle droghe viene definita un “errore storico”, alla base del quale vi è il fatto che le droghe rappresentano un serio pericolo per la salute pubblica, e legalizzarne il mercato potrebbe porre il rischio di un’epidemia della tossicodipendenza.

Secondo Costa, “le società non dovrebbero scegliere fra la protezione della salute pubblica e quella della sicurezza, ma possono e devono perseguire entrambi”. La soluzione proposta dal Rapporto è quindi quella di un miglioramento del policy mix, con un passaggio dei meccanismi di controllo attuati dalle forze dell’ordine dagli utilizzatori ai trafficanti di droga accentuando le politiche repressive nei confronti dei trafficanti, rispetto al controllo sugli utilizzatori, e incrementando gli investimenti nei servizi di trattamento e prevenzione: la tossicodipendenza viene quindi riconosciuta come un problema di salute, e viene sottolineato come l’arresto e incarceramento degli utilizzatori di droga si mostri raramente efficace nel promuovere la loro riabilitazione. Si suggerisce inoltre di porre maggiore attenzione sulla problematica delle grandi città, dove si concentra la maggior parte del traffico illecito di droghe, aumentando investimenti sulle infrastrutture e sulle persone, in particolare i giovani. Infine, si richiama l’attenzione dei Governi verso la ratifica e la messa in atto della Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato (TOC) e della Convenzione contro la Corruzione, e dei relativi protocolli contro il traffico di esseri umani, armi e migranti.

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World Drug Report 2009. Cambiano i pattern di uso di droga a livello globale e le politiche di risposta al traffico di droghe illecite

Il rapporto World Drug Report 2009 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), oltre a presentare le statistiche aggiornate sulla produzione, traffico e uso dei principali tipi di droga, pone un’enfasi speciale sulla relazione esistente fra i meccanismi di controllo e il mercato nero criminale.

Dalla prefazione del Direttore Esecutivo dell’Ufficio dell’ONU nel World Drug Report 2009, emerge la volontà di cambiamento nell’approccio verso l’uso di droghe illecite, che continua a essere diffuso in tutto il mondo e a porre seri problemi di salute pubblica.

Nelle prime pagine del rapporto, l’italiano Antonio Costa riconosce che il controllo esercitato fino ad ora sul mercato e sull’uso della droga non sta funzionando. Tale controllo ha infatti generato un mercato nero di dimensioni macroeconomiche, inserito in dinamiche di corruzione, violenza e crimine organizzato, che non può essere disconosciuto.

Il Direttore di UNODC mette però in guardia sulle possibili generalizzazioni della problematica e la ricerca di soluzioni semplicistiche. La possibilità della legalizzazione del mercato delle droghe viene definita un “errore storico”, alla base del quale vi è il fatto che le droghe rappresentano un serio pericolo per la salute pubblica, e legalizzarne il mercato potrebbe porre il rischio di un’epidemia della tossicodipendenza.

Secondo Costa, “le società non dovrebbero scegliere fra la protezione della salute pubblica e quella della sicurezza, ma possono e devono perseguire entrambi”. La soluzione proposta dal Rapporto è quindi quella di un miglioramento del policy mix, con un passaggio dei meccanismi di controllo attuati dalle forze dell’ordine dagli utilizzatori ai trafficanti di droga accentuando le politiche repressive nei confronti dei trafficanti, rispetto al controllo sugli utilizzatori, e incrementando gli investimenti nei servizi di trattamento e prevenzione: la tossicodipendenza viene quindi riconosciuta come un problema di salute, e viene sottolineato come l’arresto e incarceramento degli utilizzatori di droga si mostri raramente efficace nel promuovere la loro riabilitazione. Si suggerisce inoltre di porre maggiore attenzione sulla problematica delle grandi città, dove si concentra la maggior parte del traffico illecito di droghe, aumentando investimenti sulle infrastrutture e sulle persone, in particolare i giovani. Infine, si richiama l’attenzione dei Governi verso la ratifica e la messa in atto della Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato (TOC) e della Convenzione contro la Corruzione, e dei relativi protocolli contro il traffico di esseri umani, armi e migranti.

Per quanto l’approccio proposto da UNODC sia innovativo e abbia le potenzialità di tradursi in un miglioramento del controllo della tossicodipendenza, tradurre in un reale cambiamento di politica le raccomandazioni del Rapporto sarà comunque un processo difficile da realizzare, in un mondo in cui le politiche antidroga sembrano continuare a concentrarsi su approcci di tipo repressivo. Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, con l’approvazione nel 2006 della legge 49/96, anche conosciuta come legge Fini/Giovanardi[1], si è optato per un inasprimento delle sanzioni relative alle condotte di produzione, traffico, detenzione illecita ed uso di sostanze stupefacenti, e per la contestuale abolizione di ogni distinzione tra droghe leggere , quali la cannabis, e droghe pesanti, quali eroina o cocaina.

Si è scelto di punire non solo la detenzione e cessione ma anche il consumo di sostanze stupefacenti, ed è improbabile un cambiamento di politica a breve termine, in linea con quanto proposto da UNODC.

Quanto ai contenuti del rapporto, il risultato dell’analisi dei trend globali nella produzione, traffico e uso di droga ha messo in luce una stabilizzazione, e in alcuni casi una riduzione nel mercato degli oppiacei, cocaina e cannabis, ma un preoccupante aumento nella diffusione delle droghe sintetiche, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

UNODC stima che fra 172 e 250 milioni di persone abbiano fatto uso di droghe illegali almeno una volta nel 2007. Fra questi, il numero di “problematic drug users” (coloro che consumano la maggior parte di queste droghe ogni anno e che sono a rischio di dipendenza) oscillava nel 2007 fra i 18 e 38 milioni di persone di età compresa fra i 15 e i 64 anni.

L’uso problematico dei diversi tipi di droghe, stimato dal rapporto sulla base del numero di persone in trattamento per dipendenza, ha una variazione regionale piuttosto chiara (vedi Figura 1). In Africa e Oceania la maggior parte delle persone che hanno ricorso a un trattamento per dipendenza da droghe l’ha fatto per l’uso di cannabis. Dagli anni 90, i derivati della cannabis stanno occupando un ruolo crescente nella dipendenza da droghe anche in Europa e Sud America.

Per quanto riguarda gli oppiacei, questi hanno rappresentato la causa principale di dipendenza in Asia ed Europa, mentre la cocaina ha un ruolo prominente rispetto alle altre droghe in Nord e Sud America. Gli stimolanti sono responsabili di dipendenza principalmente in Asia, Nord America e Oceania, e il loro peso sta aumentando anche in Sud America.

 

Annalisa Rosso

 

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Binge eating e dipendenza da droghe, possibile relazione?

    Fonte: Proceedings of the National Academy of Sciences, invia articolo. DRONET Ricerca compulsiva, difficoltà a smettere, gratificazione e ricaduta: i meccanismi che caratterizzano la dipendenza da sostanze si ripropongono anche in chi soffre di disturbi alimentari, soprattutto se sottoposto a regime alimentare ipocalorico. Cibo come droga? Un team di ricercatori della Boston University Medical School guidato da Pietro Cottone, in collaborazione con importanti centri di ricerca internazionali (Scripps Research Institute, Università di Roma La Sapienza, National Institute on Drug Abuse e il National Institute on Alcohol Abuse e Alcoholism) sta analizzando i meccanismi che accomunano la dipendenza da cibo e quella da droghe. L’attenzione è rivolta in particolare alla ricerca compulsiva di cibo (binge eating) e di alimenti appetitosi grassi e calorici, molto efficaci in termini di ricompensa e piacere. Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, è stato condotto su animali da laboratorio, ratti sottoposti ciclicamente a diversi regimi dietetici. Gli animali per cinque giorni potevano mangiare mangime tradizionale, mentre per due giorni avevano accesso a cibo molto appetitoso (high palatable) costituito da grassi, zuccheri, cioccolata. Un secondo gruppo di animali, nutrito con cibo per roditori, è stato usato come gruppo di controllo. I ricercatori hanno osservato che, in presenza di cibo standard, gli animali a cui era stato precedentemente somministrato cibo appetitoso non mangiavano molto e presentavano segnali di stress. Aumentava inoltre l’espressione del gene CRF (fattore di rilascio della corticotropina) nell’amigdala, una zona del cervello coinvolta nelle situazioni di paura, ansia e stress. Ripristinando l’accesso al cibo appetitoso, i livelli del CRF nel cervello degli animali tornavano alla normalità. I risultati dello studio dimostrerebbero quindi che la privazione da cibo appetitoso e gratificante durante la dieta potrebbe risultare difficoltosa proprio a causa di meccanismi simili a quelli dell’astinenza da droghe. Ansia e stress procurati dallo stato di privazione indurrebbero facilmente alla ricaduta e alla ricerca compulsiva della sostanza gratificante.

Contenuto Redazionale Conferenza nazionale ''La governance nel settore delle dipendenze'' (Torino, 1-2 dicembre)

La Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome - Commissione per la Salute in collaborazione con la Regione Piemonte Assessorato alla Tutela della Salute e Sanità ha promosso per il 1 e 2 dicembre 2009 una conferenza nazionale dal titolo


LA GOVERNANCE NEL SETTORE DELLE DIPENDENZE:

Il Ruolo delle Regioni e P.A. - Scenari Attuali e Prospettive Future

Centro Congressi della Regione Piemonte

C.so Stati Uniti, n°23 - TORINO


Per partecipare l'iscrizione è obbligatoria e gratuita e potrà essere effettuata dal 24 ottobre al 24 novembre 2009 compilando il modulo disponibile online sul sito www.publieditweb.it.


Per l'evento è stato richiesto l'accreditamento ECM per le figure professionali: Medico, Psicologo, Educatore professionale, Infermiere, Assistente Sanitario.

Tutte le informazioni e gli aggiornamenti sono disponibili sul sito www.publieditweb.it alla Sezione Attività avanzate / Publiedit ECM / Eventi

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Morte Cucchi, indagine parlamentare: morto per abbandono terapeutico. La famiglia: ma è stato pestato

'Stefano Cucchi e' morto per abbandono terapeutico': non usano mezzi termini i cinque parlamentari, di maggioranza e di opposizione, che ieri mattina hanno visitato la struttura detentiva dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, dove il geometra di 31 anni, arrestato una settimana prima nel parco degli Acquedotti per droga, e' deceduto lo scorso 22 ottobre e sulla cui fine indaga la Procura. I risultati dell'ispezione sono stati presentati alla Camera, nel corso di una conferenza stampa presieduta dal coordinatore del comitato 'Verita' per Stefano Cucchi', Luigi Manconi. La visita e' durata circa un'ora e mezza, nel corso della quale i parlamentari hanno parlato con medici, infermieri e responsabili della struttura, definita 'molto pulita e dignitosa per la media italiana', dalla quale pero' sono emersi molti aspetti che evidenziano, per Manconi, 'una grave sottovalutazione dello stato di salute' di Cucchi. A provarlo sarebbero' gia' le circostanze della morte, 'l'unica non chiara delle quattro avvenute nella struttura dalla sua inaugurazione nel 2005' ha spiegato Melania Rizzoli, parlamentare e medico ospedaliero. 'Non e' morto circondato da medici che cercavano di rianimarlo. Lo hanno trovato morto gli infermieri di mattina presto. La rianimazione e' stata inefficace, segno che l'ora della morte va anticipata almeno di un'ora rispetto al referto delle 6' ha aggiunto Rizzoli. Altro punto chiave il digiuno di Stefano: 'Ci sono ben due documenti - ha riferito Manconi - nei quali un medico attesta che Cucchi si sarebbe rifiutato di assumere cibo e acqua finche' non avesse parlato con il suo avvocato'. I medici, insomma, e' la conclusione di Manconi, erano a conoscenza del fatto che si trattava di una forma di protesta 'per la violazione del suo diritto alla difesa'. E i dubbi non si fermano qua: Rita Bernardini (radicali) ha sottolineato come 'nel suo calvario dal tribunale al Pertini Stefano sia stato visitato e refertato sei volte. Tutti i medici riscontrarono lesioni ed ecchimosi: perche' nessuno avviso' l'autorita' giudiziaria? Ne chiederemo conto in Parlamento'. Lesioni, specie all'osso sacro, che secondo Renato Farina (Pdl), anche lui al Pertini insieme con Jean-Leonard Touadi' (Pd), 'erano risultate evidenti agli agenti di custodia di Regina Coeli'. Anche il 'burocratismo che al Pertini ha vinto sul buonsenso' avrebbe fatto la sua parte, ha aggiunto Guido Melis, ricordando 'il mancato accesso alle informazioni sanitarie da parte della famiglia'. La quale ieri ha parlato in conferenza stampa per voce della sorella di Cucchi, Ilaria: 'Basta con le insinuazioni sul passato di Stefano o sui rapporti che aveva con noi, che erano ottimi. Non si e' suicidato e non lo abbiamo ucciso noi. Il suo corpo parla da solo'. E di 'colpevolizzazione della vittima' ha parlato anche Manconi, affermando come la Procura non abbia finora scoraggiato questo atteggiamento. 'Noi - ha concluso Ilaria Cucchi - fin dal primo momento avevamo sottolineato la responsabilita' dei medici. Ma senza quelle lesioni, Stefano al Pertini non sarebbe arrivato affatto'.

fonte: ADUC Droghe

I vip raccontano la dipendenza da droga e alcol

di Antonella Silvestri

 da www.affaritaliani.it

Artisti in incognito che descrivono la loro esperienza di "schiavitù" dalla droga, dall'alcol e dall'ossessione dei sentimenti. Ecco "Schiavi per non morire – Le dipendenze nel mondo del jet-set", l'ultimo libro di Alessandro Gatta

 

 

AlcolSchiavi per non morire – Le dipendenze nel mondo del jet-set” è il titolo dell'ultimo libro di Alessandro Gatta,  giornalista e conduttore Rai, costituito da una serie di interviste esclusive fatte ai più grandi personaggi del mondo della musica, dello spettacolo, dello sport le del gossip mondiale. I personaggi sono artisti in incognito anche se talora alcune identità trapelano involontariamente a causa di una certa familiarità che il pubblico ha con la loro vita grazie ad un uso-abuso del tam-tam mediatico (Michael Jackson, George Michael, Whitney Houston, ecc). I protagonisti raccontano loro esperienza di "schiavitù" dalla droga, dall'alcool e dall'ossessione dei sentimenti. Ecco il punto focale dell'opera: è così difficile rinunciare alla propria identità, alla stessa esistenza, solo per paura di vivere, di affrontare le insicurezze profonde che la società contemporanea ci impone giorno per giorno? La risposta dell'autore è sì.

Il mondo narrato è quello lucente dello spettacolo, un mondo che attrae, affascina chi non lo vive da dentro ma che può nascondere insidie pesanti per chi non ha la scorza dura utile a porre dei confini difensivi tra la sacralità dell'essere e il dover apparire nelle formule che "bucano lo schermo". Le persone, che si sono liberate di un peso enorme raccontandosi al giornalista Rai, hanno ripercorso lucidamente e dolorosamente il cammino della propria catastrofe: dalle cadute alle ricadute, hanno rivissuto attraverso le parole raccolte dall'autore momenti di vita che forse se ne stavano volutamente nascosti nel cassetto della memoria, nel sacrosanto terrore di un´ennesima identificazione con il mostro che puo' covare in ogni individuo. Le dipendenze devastano la vita di chi ne è vittima e anche di chi gli sta intorno.

Tutto questo pathos, narrato dall'autore con dovizia di dettagli tanto crudi quanto veri, coinvolge il lettore e gli impone un´analisi dell'opera attenta, consapevole, partecipe di una realtà che può toccare tutti. Gatta, che collabora da oltre venti anni con la Rai, ha condotto programmi radiofonici ed ha collaborato ai più importanti programmi di Rai Uno: da Fantastico al Festival di Sanremo che segue dal 1996. Dal 2002 è inviato di "La vita in diretta" dove si occupa di musica e segue da vicino le vicende di vita e artistiche dei più importanti cantanti italiani.

Tre anni di legge antidroga, una ricerca valutativa

Riportiamo un articolo di Patrizia Meringolo, docente di Psicologia di comunità all'Università di Firenze, che riporta alcuni elementi della discussione sull'impatto penale della legge antidroga tenutasi a Firenze il 19 novembre.

 

 

di Patrizia Meringolo, fonte: Ce.S.D.A.

A tre anni di distanza dall'approvazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe n. 49/2006, è stata svolta una ricerca valutativa sui dati della Toscana, a cura della Fondazione Michelucci e di Forum Droghe - che sarà presentata in un dibattito pubblico martedì 19 novembre a Firenze - focalizzata sull'impatto penale e sanzionatorio della nuova normativa. I risultati sono stati discussi in un panel di esperti, per evidenziarne le criticità in ambito giuridico e nella presa in carico psicosociale del fenomeno.Come notazione di fondo, si osserva che viene declamata la lotta al traffico per stroncare il consumo, ma realizzata nei fatti una guerra al consumo o tutt'al più al piccolo spaccio. La legge ha degli aspetti fortemente ambigui: da una parte un'apparenza di «alleggerimento» della carcerazione - con l'innalzamento del limite di pena da 4 a 6 anni per accedere alle misure alternative e all'affidamento ai servizi; dall'altra la realtà - documentata dalla ricerca - di una maggiore «afflittività», sia per l'aumento delle pene, dovuta all'unificazione di queste al livello più alto per tutte le sostanze, pesanti e leggere, sia per l' irrigidimento dei parametri per concedere le stesse misure alternative, col risultato di una loro tendenziale diminuzione. A ciò ha contribuito anche il maggiore rigore nella certificazione e nel controllo dello stato di tossicodipendenza, nonché della «idoneità» del programma terapeutico proposto: per la prima si attribuisce una importanza quasi esclusiva al mantenimento dell'astinenza tramite le verifiche di laboratorio, senza valutare la possibile integrazione sociale dei soggetti; per la seconda, si tende a legittimare maggiormente i programmi svolti in comunità terapeutiche, sottovalutando gli interventi dei servizi territoriali (SerT). Si osserva in particolare un accesso molto modesto alle misure sostitutive da parte dei detenuti tossicodipendenti stranieri privi del titolo di soggiorno, e soprattutto il non accesso, da parte degli stranieri titolari del codice regionale STP (Straniero Temporaneamente Presente), alle prestazioni dei SerT. Probabilmente, una buona parte dei reati perseguiti riguarda l'ipotesi di «lieve entità» dello spaccio (art.73, comma 5), ma risulta difficile verificarlo perché questo tipo di distinzione non viene riconosciuta al momento dell'arresto, ma solo in sede di sentenza. Tuttavia, da una ricerca nel carcere fiorentino di Sollicciano sui certificati penali dei detenuti, risulta che il 25% sono stati condannati per piccolo spaccio. Inoltre, c'è da presumere che con l'accusa di spaccio di «lieve entità» si colpisca spesso il consumo, poiché la semplice detenzione al di sopra dei limiti quantitativi previsti dalle tabelle è considerata spaccio presunto. La prassi dell'arresto obbligatorio in flagranza di reato, anche in presenza di modesti quantitativi di sostanza stupefacente e soprattutto se l'arrestato è straniero, può aver influito sull'aumento dei tossicodipendenti in carcere. Dati più certi provengono dalle segnalazioni alle prefetture: la detenzione di stupefacenti per uso personale ha riguardato in stragrande maggioranza l'uso di cannabinoidi. Ancora una volta viene colpito un bersaglio «inferiore», ritenendo erroneamente che colpendo i comportamenti meno pericolosi si dissuada dalla condotta più grave. Emergono altre criticità della legge: è stata eliminata la possibilità di sospendere le sanzioni per favorire l'invio al Sert del segnalato, sostituita da un invito generico a seguire un programma terapeutico, che, solo se concluso positivamente, può portare alla revoca della sanzione. Perciò le persone sono disincentivate a recarsi ai servizi, anche perché i tempi d'applicazione della sanzione sono inferiori alla durata media di un programma terapeutico. Infine, gli esperti hanno indicato possibili interventi di competenza regionale, quali la promozione delle politiche di riduzione del danno e il minor ricorso alla carcerazione per i tossicodipendenti, il rilancio dei servizi pubblici, il potenziamento dei SerT interni ai carceri per cittadini italiani e immigrati; infine, un lavoro di rete tra i soggetti istituzionali coinvolti, con forme di coordinamento non episodiche e non puramente formali.

Paolo Mantegazza Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze, 1871

In questo sito è pubblicata la versione integrale del testo di Paolo Mantegazza Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze, opera in due volumi del 1871 rara e poco nota fra gli studiosi moderni. La prima parte del testo tratta dei vari modi coi quali l'uomo celebra le feste collettive e individuali, ed è seguita da un più voluminoso trattato sulle droghe psicoattive.

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