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Novità altro

Ingerisce del metadone in casa, grave un bambino di 2 anni

Figlio di ex tossicodipendenti, stava giocando quando è successo il fatto VALDARNO (Firenze)Un bimbo di circa due anni, figlio di una coppia italiana di ex tossicodipendenti, è in gravi condizioni per aver ingerito - secondo quanto reso noto dai carabineri - del metadone in casa mentre stava giocando. Il fatto è accaduto questa sera presso la loro abitazione a Figline Valdarno (Firenze). Dopo essersi accorti di quanto era successo, i genitori hanno chiamato il 118 e il bimbo è stato precedentemente portato in un presidio ospedaliero di Figline dove è stato intubato e poi all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Secondo quanto reso noto dai medici, si trova in osservazione a Pronto Soccorso, dove, costantemente monitorato, gli è stato somministrato il Narcan, un antagonista del metadone. Le sue condizioni sono gravi al momento, bisognerà attendere per avere un più chiaro quadro clinico.

 

lastampa.it

Giovanardi a Beppe Grillo: il consumo di droga e' gia' depenalizzato

 

"Devo subito ribadire per la millesima volta che, al contrario di quanto da lei affermato, in Italia non e' reato penale utilizzare droghe, come risulta chiaramente dalla legge specifica in materia, e che nessuno e' mai stato perseguito penalmente per il consumo personale ma esclusivamente per traffico, spaccio o condotte ad esso collegate o coltivazione". Carlo Giovanardi risponde cosi' a Beppe Grillo che dal suo blog gli aveva indirizzato ieri una lettera aperta in quanto reponsabile del Dipartimento delle Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri. "A chi fa uso personale di droga viene esclusivamente erogata -aggiunge Giovarnardi- una sanzione amministrativa con ritiro della patente, del passaporto e del porto d'armi". "Non si capisce pertanto cosa lei voglia dire quando chiede di depenalizzare una fattispecie che nel nostro ordinamento e' gia' stata da tempo depenalizzata. Non si ritiene assolutamente necessario inoltre riaprire alcun dibattito sulla normativa in vigore, cosi come e' emerso anche molto chiaramente dalla V Conferenza Nazionale sulle droghe di Trieste, dove tutti gli operatori riuniti -prosegue Giovanardi- hanno indicato, politici dell'opposizione compresi, che stante la gravita' del fenomeno e della diffusione fosse meglio concentrarsi e coordinarsi tutti, in uno sforzo comune, sui reali problemi della lotta alla droga, in sinergia e fuori delle sterili e strumentali polemiche sulla legge, orientando soprattutto i nostri sforzi alla prevenzione dell'uso di qualsiasi tipo di droghe". "Per quanto riguarda le pene previste per la coltivazione non autorizzata di cannabis, si ricorda che la pena per la coltivazione di lieve entita' e' la reclusione da uno a sei a anni e la multa da euro 3.000 a euro 26.000 e non, come da lei riferito, con la reclusione da 6 a 20 anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000. Tali pene sono previste invece -specifica Giovanardi- per quantitativi piu' considerevoli, commisurando appunto la pena al reato. Ricordo inoltre che la pena puo' essere convertita in misure alternative se l'arrestato e' anche tossicodipendente, prevedendo, quindi, l'uscita dal carcere per intraprendere idonei trattamenti. La coltivazione di cannabis non autorizzata e' reato anche in Olanda come in Italia". DROGA: GIOVANARDI A GRILLO, CONSUMO GIA' DEPENALIZZATO DA TEMPO (2) = (Adnkronos) - "Relativamente ai due casi da lei segnalati di persone decedute in carcere, va chiarito che dopo opportune verifiche con i magistrati di competenza, e per quello che risulta agli atti, le persone arrestate, da lei menzionate, non erano in carcere per consumo di droga o per il possesso di modiche quantita' di marijuana, bensi' -sottolinea Giovanardi- erano state arrestate, sulla base dell'art. 73 del DPR 309/90 e s.m., in quanto ambedue le persone furono colte in flagranza di reato". "Nello specifico, per quanto riguarda Aldo Bianzino, risulta agli atti -spiega Giovanardi- che l'arresto avvenne 'nella fragranza del reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti'. All'interno della sua abitazione, infatti, sono stati rinvenuti circa 2 kg di marijuana, 15 involucri di carte per il confezionamento e circa 2 g di hashish. Inoltre, in un piccolo pezzo di terreno di proprieta' del sig. Bianzino, venivano inoltre rinvenute 103 piante di marijuana. Purtroppo, il processo a carico dell'imputato non si e' potuto celebrare per l'avvenuto decesso in carcere, sulle cause del quale e' ancora aperta un'inchiesta". "Analoga situazione e' stata riscontrata per il sig. Stefano Frapporti -prosegue Giovanardi- per cui, dopo una perquisizione domiciliare, sono stati ritrovate quantita' di hashish e marijuana in dosi gia' preparate, bilancino per la preparazione di tali dosi, arnesi e materiali per il confezionamento, denaro in contanti. Oltre a questo, erano state documentate anche attivita' di spaccio sul territorio. Anche in questo caso, purtroppo, si trattava quindi di un arresto in seguito ad attivita' documentata di spaccio". "Converra' con me che questi dolorosissimi episodi di decesso o suicidio in carcere non dovrebbero mai avvenire, ma purtroppo non ho mai avuto molta solidarieta' quando ho ripetutamente segnalato la necessita' di evidenziare che la custodia cautelare debba essere un'eccezione rispetto alla regola di scontare la pena in carcere, quando un giudice terzo arrivi con ragionevole rapidita' ad una sentenza di condanna. La saluto -conclude Giovanardi- con la speranza che si voglia affiancare a noi nell'indicare ai giovani e ai meno giovani la pericolosita' per loro e per gli altri dell'uso di qualsiasi tipo di droghe e della necessita' di non utilizzarle in nessun caso".

Vietare i rave party? Servira' solo a spingerli ancor piu' nella clandestinita'

Pietro Yates Moretti, aduc droghe 

Vietare i rave party? Servira' solo a spingerli ancor piu' nella clandestinita', esponendo i partecipanti a rischi ancora maggiori.

Come un eterno disco rotto, la politica risponde alle morti per overdose annunciando misure ancor piu' repressive e proibizioniste (1) e attuando una politica che chiaramente non funziona.

Una politica basata sulla razionalita' e sull'efficacia abbandonerebbe i propositi da Stato etico e affronterebbe la questione con laica pragmaticita': come prevenire la morte dei giovani che assumono sostanze illegali alle feste? E la risposta non puo' che essere: con presidi sanitari che non solo assistano prontamente in caso di overdose, ma prevengano attraverso l'analisi delle sostanze prima dell'assunzione.

Da quarant'anni la risposta e' quella di inviare poliziotti invece di medici, e questi sono i risultati. Fino a quando continueremo a farci del male?

Contenuto Redazionale ciao Nanda

  

Allen Ginsberg URLO
Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,
trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa,
hipsters dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevatede vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,
che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,
che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,
che mangiavano fuocoin alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso
con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire,
incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale in balzi verso i poli di Canada & Paterson, illuminando tutto il mondo immobile del Tempo in mezzo,
solidità Peyotadi corridoi, albe cimiteri alberi verdi retro cortili, sbronze di vino sopra i tetti, rioni di botteghe in gioiose corse drogate neon balenio di semafori, vibrazioni di sole e luna e alberi nei rombanti crepuscoli invernali di Brooklyn, fracasso di pattumiere e dolce regale luce della mente,
che si incatenavano ai subways in corse interminabili dal Battery al santo Bronx pieni di simpamina finché lo strepito di ruote e bambini li faceva scendere tremanti a bocca pesta e scassati stremati nella mente svuotata di fantasia nella luce desolata dello Zoo,
che affondavano tutta la notte nella luce sottomarina di Bickford fluttuavano fuori e passavano un pomeriggio di birra svanita nel desolato Fugazzi ascoltando lo spacco del destino al jukebox all'idrogeno,
 

segue in http://www.gianniferretti.it/urlo.htm

 

«Pace e musica»: adesso i ragazzi di Woodstock sognano la pensione

Quarant'anni fa il raduno che rivoluzionò musica e costume. L'idea di cambiare il mondo è tramontata, ma lo «spirito dei tre giorni di Bethel» non è mai morto

 

BETHEL (New York) —«Tutto nella mia vita e in quella di tanti della mia generazione è rimasto attaccato a quel treno», ha detto Richie Havens, il chitarrista che il 15 agosto di 40 anni fa, con la sua «Freedom», inaugurò Woodstock, un’adunata rock senza precedenti per l’America: un concerto lungo tre giorni sotto una pioggia battente davanti a quasi mezzo milioni di giovani che uscirono trasformati da quell’esperienza. Un treno di desideri evaporati e speranze infrante che ha perso quasi tutti i suoi pezzi per strada. Eppure per molti ragazzi della generazione del «baby boom», che celebrano l’anniversario di quello straordinario raduno insieme al loro sessantesimo compleanno — gente che da tempo non pensa più a come cambiare il mondo e che ora si preoccupa soprattutto di andare in pensione con un assegno decente — lo spirito della «Woodstock Nation» non è mai morto.

Quando il cronista del New York TimesBarnard Collier cominciò a mandare i suoi racconti di un evento incredibilmente ordinato e pacifico, i capi del giornale e lo stesso direttore James Reston si infuriarono, spiegandogli che il tono degli articoli doveva essere quello dell’incombente catastrofe provocata da una folla di drogati che si rotolavano nel fango e negli escrementi. Collier tenne duro e alla fine, dopo aver pubblicato un editoriale contro il concerto, il «Times» cambiò rotta, riconoscendo che a Woodstock era successo qualcosa di nuovo e importante. Molta droga e sesso libero sì, niente cibo e condizioni sanitarie disastrose, certo. Ma anche un evento colossale, svoltosi in condizioni di estremo disagio, che era filato via liscio, senza incidenti, in un’era molto violenta: un’epoca di scontri razziali, con gli idoli dei giovani — Robert Kennedy e Martin Luther King — appena uccisi, la guerra nel Vietnam, i disordini alla convention democratica dell’anno prima, concerti che finivano spesso in rissa e l’America scioccata dallo «hippismo criminale» della setta di Charles Manson che una settimana prima di Woodstock aveva fatto strage in California, assassinando Sharon Tate e altri sette in un rito folle.

Per leggere tutto l'articolo:

http://www.corriere.it/spettacoli/09_agosto_11/woodstock-1969-gaggi_36f75fa6-86a1-11de-a11a-00144f02aabc.shtml

 

Dallo sballo alla morte, sei vittime in due anni

ANSA.IT

ROMA  - Sei morti, danni per milioni di euro, centinaia di fermati e arrestati, incidenti stradali. E' il bilancio degli ultimi due anni di rave party in Italia, dove la moda delle feste da sballo è arrivata a metà degli anni Novanta, importata dai paesi anglosassoni (Usa e Gran Bretagna) e dell'Europa del Nord, dove il fenomeno è nato qualche anno prima. Musica, in particolare l'acid music e techno, sparata a tutto volume da mega impianti di amplificazione, tanta gente, ballo fino o oltre l'alba per più giorni, insieme a tanto alcol e droga. Il tam tam del rave, organizzati quasi sempre senza alcuna autorizzazione, si diffonde con il passaparola, gli sms o via internet. Solitamente si svolgono non prima delle 23, senza obbligo di biglietto di ingresso o consumazione. * Due le vittime di oggi. Nelle campagne tra Castro Marina e Marittima di Diso, in provincia di Lecce, circa 2.000 giovani hanno occupato terreni privati, per dar vita alla festa non autorizzata costata la vita, per probabile overdose, ad una giovane donna potentina di 23 anni. La seconda vittima è un 26enne di origini israeliane morto durante un rave party chiamato 'legal tecnica' in località Bocca della Selva in Molise. Il giovane ha avvertito un malore ed è stato soccorso da due suoi amici che lo hanno accompagnato all'ospedale di Campobasso dove, però, è arrivato già morto. * Il 14 settembre dello scorso anno una studentessa ventenne di Siena è morta all'ospedale cittadino dopo aver partecipato a un 'rave party'a Sovicille (Siena). La ragazza aveva ingerito una massiccia dose di ketamina che avrebbe provocato prima il malore e poi l'arresto cardiocircolatorio. * Il 20 luglio del 2008, una studentessa di sedici anni è morta in ospedale per l'assunzione di ecstasy puro insieme ad alcol mentre assisteva dalla spiaggia dei "Murazzi", agli Alberoni di Venezia, ai fuochi d'artificio della Festa del Redentore. La festa che da decenni si festeggia in laguna si era trasformata ben presto in rave party con la presenza di 1.500 giovani e tre camion, due per la musica techno sparata a tutto volume e uno per le bibite.* Il 23 marzo 2008, nell'area dell'ex dogana delle Ferrovie dello Stato a Segrate (Milano), è morto un giovane di 19 anni della provincia di Varese. Il ragazzo, trasportato dal 118 in ospedale, ha subito quattro arresti cardiaci. I medici erano riusciti ogni volta a rianimarlo. * Nel novembre del 2007 uno studente universitario di 23 anni, Pasquale Russo, è morto a Napoli dopo aver ingerito un cocktail di droghe, farmaci e alcol, durante una festa organizzata per la notte di Halloween alla Mostra d'oltremare, per un concerto presto diventato un rave party. Le feste da sballo possono provocare anche vittime indirette: il 10 agosto del 2008, è morto Juri Benassi, 28 anni di Boretto (Reggio Emilia) a bordo del suo motorino. E' stato investito frontalmente da una Fiat Panda guidata da un giovane torinese, Simone Gecchele che guidava sotto effetti di stupefacenti. Gecchele, insieme con altre quattro persone, a bordo dell'auto stava tornando nel torinese dopo il rave party di Guastalla, sulle rive del Po.

morire di rave

Nelle campagne del Salento una giovane di 23 anni è stata stroncata da un'overdoseVicino a Campobasso ha perso la vita un giovane israeliano ventiseienne

Repubblica.it

Due giovani hanno perso la vita durante dei rave party. Una ventitreenne lucana è stata stroncata da un'overdose nelle campagne salentine e un ventiseienne israeliano è morto in Molise. Due casi in poche ore che hanno portato Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al contrasto delle tossicodipendenze, a sostenere che bisogna identificare e perseguire gli organizzatori dei raduni come quelli nel Salento e in Molise durante i quali sono morti i due giovani. Overdose nel Salento. La ragazza, Laura Lamberti di Potenza stava partecipando a un rave tra Castro Marina e Marittima di Diso. Dai primi accertamenti a causare il decesso sarebbe stata un'overdose ma gli inquirenti non escludono l'ipotesi di un collasso provocato dal caldo e dall'abuso di alcol. La certezza si avrà soltanto con l'autopsia che si svolgerà domani. Al raduno partecipavano circa duemila giovani che si erano dati appuntamento tramite sms o internet. Un rave estemporaneo, spiegano i carabinieri, con i ragazzi che hanno occupato terreni privati, uliveti e campi incolti e hanno montato un impianto da 30mila megawat, che faceva risuonare la musica fino a Lecce, a 40 chilometri di distanza. Da ieri mattina ballavano sotto al sole cocente, secondo gli investigatori, senza mangiare e bevendo alcolici. La ragazza è morta questa mattina. Un giovane che non la conosceva ma che ha visto che stava male ha chiamato il 118, ma quando i medici sono arrivati era già troppo tardi. Qualche anno fa era stata in comunità per problemi di tossicodipendenza. I proprietari finora non hanno sporto denuncia per occupazione dei terreni e i carabinieri con un accordo con i partecipanti sono riusciti a far sgomberare i giovani in tutta tranquillità. Sono stati convocati in caserma alcuni ragazzi con i quali la vittima si era intrattenuta. I militari stanno identificando gli organizzatori del rave: la posizione di una decina di persone è al vaglio degli inquirenti.

Tra ieri e questa mattina, durante i controlli su strada in provincia di Lecce sono stati segnalati almeno 100 giovani per guida sotto effetto di sostanze stupefacenti o in possesso di droga per uso personale. Mentre stanotte cinque persone, sempre in provincia di Lecce, sono state arrestate per spaccio di droga. Tragedia vicino a Campobasso. Il giovane israeliano, N. I., è morto in località Bocca della Selva, tra Guardiaregia (Campobasso) e Castello del Metese (Caserta). Ha avvertito un malore ed è stato soccorso da due suoi amici, due connazionali con cui era arrivato venerdì in Molise, che lo hanno accompagnato all'ospedale di Campobasso dove però è arrivato privo di vita. I soccorritori sono stati interrogati dagli agenti della squadra mobile del capoluogo molisano per capire cosa sia accaduto durante il rave party. Al pronto soccorso i medici hanno avuto qualche difficoltà a comunicare con i ragazzi che parlavano solo inglese. Il sostituto procuratore Fabio Papa ha già disposto l'autopsia che dovrebbe essere eseguita domani all'obitorio dell'ospedale molisano. Tutto lascerebbe pensare a una morte dovuta all'assunzione di sostanze stupefacenti, anche perché stamattina al pronto soccorso di Campobasso sono arrivati altri due ragazzi che partecipavano allo stesso rave, ai quali sono state riscontrate intossicazioni. Entrambi sono tenuti sotto stretta osservazione nel reparto di rianimazione. Giovanardi: "Perseguire organizzatori". "L'ennesimo decesso nell'ambito di un cosiddetto rave party dimostra quanto sia necessaria una continua opera di prevenzione e di repressione dei fenomeni collegati alla droga - ha spiegato Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega al contrasto delle tossicodipendenze. Si tratta ora, ha aggiunto, "di identificare e di perseguire con la massima severità gli organizzatori di questi happening, che devono in qualche modo rispondere delle conseguenze derivanti dalla violazione delle regole previste dall'ordinamento, per garantire la sicurezza nei concerti e nelle manifestazioni musicali".

 

Contenuto Redazionale BUON FERRAGOSTO

BUON FERRAGOSTO

RAVE PARTY ABUSIVI: INDAGINE AGENZIA ENTRATE DI GENOVA

(AGI) - Genova - Discoteche e organizzatori di rave party nel mirino dell'Agenzia delle Entrate. Gli "007" del fisco hanno infatti scoperto che due eventi notturni promossi in una discoteca del ponente della Liguria e una in un forte alle spalle del capoluogo hanno nel complesso coinvolto 225 persone e fruttato la somma di 36mila euro, cifra su cui gli organizzatori non hanno pagato neanche un centesimo di tasse.   Nel primo caso (che frutto' 16mila euro) l'evento era stato organizzato da un imprenditore del settore dell'intrattenimento attraverso una societa' dichiarata fallita nel 2001. La societa' gli aveva consentito di stipulare i contratti con i fornitori ed i professionisti necessari a realizzare l'evento.   Nel caso dell'evento genovese, l'organizzazione era stata del tutto "artigianale": gli organizzatori non avevano la partita Iva avevano organizzato il rave party, vendendo 1500 biglietti, senza averne alcun diritto. In quel caso erano stati identificati 18 lavoratori irregolari.

 

Londra, vietata la "Spice" l'erba profumata che si fuma

Fuorilegge la miscela che, bruciata, dovrebbe servire a profumare gli ambientiDa tempo, molti la utilizzano come droga perché contiene Thc, il principio attivo della cannabisLondra, vietata la "Spice"l'erba profumata che si fumaSi vende nei negozietti "new age". Secondo il Consiglio sulle droghegli effetti sono molto più forti e meno controllabili di quelli dell'hashishdall'inviato GIAMPAOLO CADALANULondra, vietata la "Spice" l'erba profumata che si fumaUn pacchetto di "Spice"LONDRA - "Spice fuori legge". No, non è che il governo inglese ha deciso di mettere al bando i vecchi cd di Victoria Beckham e compagne. La Spice che deve sparire dai negozi è una miscela di erbe importata dalla Cina e venduta per 30 sterline il pacchetto da un'oncia (cioè circa 36 euro per poco meno di trenta grammi). Formalmente serve per profumare gli ambienti, come un incenso particolarmente aromatico. Sul pacchetto si legge che il contenuto è "una miscela di incenso esotico che rilascia un aroma ricco quando viene bruciata". E si aggiunge la precisazione che "non è adatta per consumo umano". Però nei negozi specializzati e nei siti web si vende accanto a materiali new age e pipe di vetro, per il sottinteso scopo di utilizzo personale. E su internet gli stessi siti la propongono sottolineando che "contiene erbe che in alcuni paesi vengono utilizzate come sostituto della cannabis".Effettivamente, nella miscela, accanto a innumerevoli erbe più o meno rare, sembra sia presente anche una sostanza sintetica che riproduce gli effetti del tetraidrocannabinolo, l'ormai famoso Thc, principio attivo della cannabis. Il problema però, sostiene il ministero britannico, è che l'euforia prodotta da questa sostanza è quattro-cinque volte più forte di quella naturale, per cui i suoi effetti sono ritardati, poco controllabili e spesso molto sgraditi.Oggi il Consiglio di consulenza sull'abuso di droghe suggerirà il divieto al ministero degli Interni. Ma già all'inizio dell'anno l'allora ministro degli Interni Jaqui Smith (la stessa che aveva ammesso di aver fumato spinelli da ragazza) aveva espresso preoccupazione e fatto sapere che intendeva seguire l'esempio di Germania, Austria e Francia, dove la Spice è già illegale.Nei negozi londinesi, scrive il Times, i commercianti cercano di vendere le ultime rimanenze e fanno sapere che il fornitore è sparito da un po'. Ma l'allarme sta circolando: "Vediamo con particolare preoccupazione questo materiale: è un prodotto abilmente venduto come miscela di erbe cinesi, ma contiene sostanze chimiche che possono essere molto più potenti della cannabis", dice lo studioso Leslie Iversen: "Gli utenti non hanno nemmeno un'idea di quello che stanno assumendo. E come risultato corrono serissimi rischi di overdose, il che non è solo sgradevole, ma anche molto pericoloso".(12 agosto 2009)http://www.repubblica.it/2009/08/sezioni/esteri/londra-spice-vietata/lon...

Caccia ai narcos nel Tirreno

di Gianluca di Feo

 

Arrivano dalla Colombia o dal Marocco con barconi o scafi carichi di droga. La Finanza li spia dall'alto per settimane con sofisticate tecnologie. Poi, di notte, parte l'arrembaggio. La parte più difficile è sempre l'abbordaggio. Quando nel buio, pistola alla mano, devi salire sullo scafo dei narcos e non puoi sapere se i nuovi corsari del Mediterraneo intendono vendere cara la pelle. Non puoi sapere se ti hanno visto mentre nella notte ti stavi avvicinando, non puoi sapere se sono proprietari di parte del carico e quindi lo difenderanno con i denti, non puoi sapere se ti stanno aspettando con un fucile a pompa spianato. A maggio, poi, a largo di Alghero c'è stato pure un altro ostacolo: bisognava evitare che li individuasse la vedetta, mettendo in allarme gli skipper della coca. I finanzieri si sono fatti bucanieri, su un canotto hanno fatto manovre spericolate nel buio più assoluto, rimanendo a distanza di sicurezza per poi entrare nella scia perfetta della preda, laddove il radar non vede. Quindi hanno impugnato il mitra e sono saltati sul piccolo veliero che cullava 3 quintali di polvere bianca. Ma questo è stato solo l'ultimo di decine di duelli che avvengono nel Mediterraneo, ormai crocevia delle rotte che inondano l'Europa di droghe d'ogni genere. Situazioni sorprendenti, come le piccole enclave dei trafficanti marocchini che sempre più spesso oltre all'hashish imbarcano anche la cocaina. Ma ci sono anche capitani coraggiosi che varcano l'Atlantico su yacht minuscoli dal doppio fondo narcotico, o pescherecci che riempiono le stive con una pesca stupefacente. Anche i tesori bianchi dei cartelli colombiani o messicani adesso usano sempre meno l'aereo. Vanno verso le coste dell'Africa occidentale, proseguono in camion attraverso il Sahel lungo le rotte dell'immigrazione fino alle coste del Maghreb e di lì si imbarcano verso l'Italia e la Spagna. Molti analisti pensano che poco alla volta le organizzazioni di schiavisti lasceranno stare i clandestini per concentrarsi sui carichi di droga, come è già accaduto per gli scafisti che facevano la spola tra Albania e Puglia: oggi a bordo ci sono sempre meno uomini e molta più polvere. Qualche cifra? In mare o nei porti fino al 2004 si intercettava meno del 10 per cento delle spedizioni, adesso quella percentuale continua ad aumentare ed è raddoppiata nel 2005 e 2006.

I referenti italiani dei narcocorsari sono soprattutto i pescatori siciliani e campani, affiancati da una scuola criminale: quella degli skipper laziali, stimati per l'abilità con cui sfidano i mari. I due arrestati ad Alghero erano partiti dalle coste del Sud America, avevano affrontato una tempesta di quelle vere e una lunghissima bonaccia. Solo una sosta alle Canarie per riparare il pilota automatico e via verso le Colonne d'Ercole. E le manette. In questa guerra di vele e motori, la Guardia di Finanza è l'unico corpo europeo ad avere creato una squadra specializzata - il Gruppo Esplorazione aeromarittima, Gea - dove aerei, elicotteri e vedette agiscono in totale cooperazione, formando un team d'assalto. Nella base di Pratica di Mare vivono tutti indossando la tuta di volo, incluso il generale Mennato Possemato, comandante in capo delle operazioni: sono sempre pronti al decollo. Si addestrano a lavorare fianco a fianco, colpendo soprattutto nel buio e con il mare grosso, quando navigare e volare si fa più difficile: è quello il momento in cui i trafficanti si sentono tranquilli e abbassano le difese. L'arma segreta delle Fiamme Gialle è un falco tecnologico unico al mondo, l'Atr 42 Mp: un velivolo zeppo di radar per inseguire le navi della droga. Loro parlano di 'ombreggiare', perché devono spiare il bersaglio da lontano e da molto in alto, senza che si insospettisca, preferibilmente di notte. L'occhio elettronico più efficace è una telecamera a infrarossi - il Flir - che da dieci chilometri riesce a leggere i nomi delle unità, scrutarne la bandiera e, soprattutto, vigilare sulle mosse degli equipaggi. Dopo l'ingaggio del target sospetto, a bordo il colonnello Camillo Passalacqua - un top gun di questi raid - molla la cloche al secondo pilota e passa nella fusoliera per guidare la caccia. Il radar volante coordina i motoscafi e gli elicotteri, può seguire anche dieci prede per volta. Perché accade anche questo: che nello schermo finiscano intere flotte di filibustiere. La Finanza spesso presta la sua squadra speciale ai governi del Mediterraneo che hanno lo stesso problema: non è solo generosità, ma il tentativo di bloccare l'onda di droga più lontano possibile dall'Italia.

 

Il fronte più caldo è quello tra Spagna e Marocco, dove avvengono tutte le notti sfide incredibili. Lì passano i tre quinti della produzione mondiale di hashish, ma c'è il sospetto che anche la cocaina sudamericana che transita dalla Guinea Bissau e dal Senegal punti sempre di più in quella direzione. Gli scafisti marocchini sono rapidi e invisibili, arroganti e determinati. Non temono le polizie e sanno sfruttare i limiti della legge iberica: se riescono a gettare il carico in mare prima dell'abbordaggio, vengono rilasciati con tante scuse. È una beffa che si ripete spesso. L'Atr delle Fiamme Gialle vede da molto lontano la batteria di Go-Fast, velocissimi, con sei motori fuoribordo e la pancia imbottita con tre tonnellate di merce che scotta. Per distrarre le polizie spesso partono in sciami: scattano in sei o addirittura otto per volta. Intercettarli tutti diventa impossibile. Il lungo inseguimento nella notte, con ogni genere di acrobazia o di tentativo di speronamento, è un vero duello da Caraibi di altri tempi, con le eliche che vanno però a manetta. E dopo avere rischiato di capovolgersi tra le onde, spesso il finale è irritante: i pacchi che volano in acqua, i trafficanti con il sorrisetto. Uno di loro, si era persino filmato e aveva messo le immagini su Youtube: ma ha esagerato e gli è andata male, perché il suo fuoribordo è finito speronato e ora sconta vent'anni in un carcere spagnolo. Quando la trappola viene lanciata sul litorale italiano le cose in genere vanno meglio. Grazie a un network di informazioni che si trasforma in rete. Le indagini delle singole procure possono contare sul coordinamento tecnologico dello Scico, uno degli organismi centrali della Finanza guidato dal colonnello Umberto Sirico, che nel momento del blitz affida la missione ai cacciatori di pirati. Dall'aeroporto di Pratica di Mare decollano gli Atr e se serve anche aerei più piccoli: i Piaggio 166 o i veloci biturbina Piaggio 180 che stanno ricevendo un apparato per monitorare i movimenti dei mercantili. Nella zona delle operazioni si preparano vedette ed elicotteri, poi si aspetta la notte propizia per l'abbordaggio: senza luna e meglio ancora senza nuvole. Due anni fa per il motopeschereccio Altomare guardacoste e velivoli si sono dati il cambio per tutto il tragitto da Ceuta a Mazara del Vallo, controllando che non ci fossero trasbordi. L'irruzione è avvenuta alle 4, tenendo la nave sotto tiro della mitragliera. Poi è cominciato il nascondino. Perché il problema nei casi di imbarcazioni grandi è trovare dove viene occultata la merce. A prima vista, l'Altomare era a posto. Le reti, però, non erano mai state calate in acqua e le cassette per il pescato erano vuote. In un doppiofondo sono cominciati a comparire i panetti di hashish. Altri si sono materializzati in cambusa, altri ancora nelle cuccette dei dieci pescatori: alla fine il bilancio della perquisizione è stato di cinque tonnellate e mezzo. Un carico che, secondo gli investigatori, portava la bandiera di Cosa nostra. Più complicata a marzo è stata la cattura dell'Ittinè, un elegante sloop per marinai esperti. Pedinare un veliero senza farsi notare, in mare aperto, non è uno scherzo: i motori dell'aereo potrebbero tradirti. I tre uomini a bordo, poi, avevano investito i loro soldi in quella droga e non intendevano certo mollarla. Si sono mossi con attenzione tripla, cambiando rotta e abitudini: più volte l'operazione ha rischiato di fallire. L'abbordaggio alla fine è avvenuto quando sono entrati in acque italiane, davanti a Talamone. Ma il bottino è stato meno ricco del solito: 'soltanto' 260 chili di hashish. La partita più difficile però è stata giocata a febbraio, ed è stata decisiva per i consumi di cocaina in Europa e tutte le loro ricadute sociali. Il coordinamento internazionale dell'antinarcotici a Lisbona ha segnalato l'arrivo dal Sud America di una spedizione record. Gli unici in grado di intercettarla erano i finanzieri italiani: da Pratica di Mare l'Atr è partito verso le Azzorre. Giusto il tempo di fare il pieno e gli uomini del tenente colonnello Passalacqua si sono messi sulla scia del target. 'Dona Fortuna', il nome del corriere, che questa volta non ha portato bene ai narcos. Li hanno seguiti per tre notti, stando attenti che la droga non venisse trasbordata. Infine l'assalto, condotto in alto mare da una nave da guerra spagnola. E il risultato da Guinness: 5.536 chili di cocaina. Ogni colpo messo a segno costa mesi di indagini. Alcuni successi vengono taciuti, per non smascherare informatori e talpe: i trafficanti potrebbero rattoppare la copertura e impedire altre intercettazioni. Le difficoltà sono tante: ci sono mercantili che sfuggono al controllo e navi ancora più grandi che possono ospitare nascondigli a prova di ispezione. E poi i narcos sono velocissimi a studiare contromosse. Ad esempio si pensa che, come nei Caraibi, presto anche nel Mediterraneo esordiranno i sottomarini per il narcotraffico: già cinque anni fa i boss albanesi ne parlavano tra loro al telefono. Prenderli, se lo faranno davvero, sarà ancora più difficile.

"L'Espresso", 30 luglio 2009

 

LETIZIA MORATTI E I POTERI DEL SINDACO SULLA REPRESSIONE DELLA CRIMINALITÀ

ARTICOLO DA  IMGPress

 

(11/08/2009) - Se le forze dell'ordine hanno potuto aprire un varco nel fortino della droga nei sei caseggiati di Milano in Via Fulvio testi e in Viale Sarca, lo dobbiamo anzitutto all'operazione "Reset 2006" della Procura della Repubblica di Reggio Calabria coordinata dal Procuratore aggiunto dott. Nicola Gratteri e ai carabinieri di Melito di Porto Salvo e quelli del Comando provinciale coordinati dal capitano Onofrio Panebianco e dal Col. Alestra. Infatti in quelle zone c'è un insediamento di rom italiani che era dedito al furto sistematico di scooter, automobili e altri veicoli. Le vittime non andavano a fare denuncia alla locale stazione dei carabinieri ma si rivolgevano ad un emissario dei rom, pagavano il pizzo, e, in cambio, gli venivano restituite le chiavi del bene rubato. Questo furto viene chiamato in gergo "cavallo di ritorno". Dopo una serie di indagini si è scoperto che erano i nomadi italiani gli autori di questi furti il cui capo è il nomade italiano Enzo Bevilacqua. E attraverso le intercettazioni, Procura e Carabinieri, hanno scoperto che c'era anche un traffico di cocaina: ben 7 chili l'anno, con collegamenti con la 'ndrangheta. L'otto luglio 2009 scatta l'operazione Reset 2006 con l'impiego di elicotteri, unità cinofile, macchine di carabinieri, e centinaia di uomini. In tutto l'operazione porterà in carcere 17 persone fra cui molti nomadi ed esponenti locali della n'drangheta che avevano collegamenti, guarda caso, con il fortino della droga a Milano controllato dai tre fratelli Porcino (Salvatore, Carlo e Andrea) originari di Melito Porto Salvo e dalle famiglie nomadi Hudorovich e Braidic. I trafficanti di droga abitanti nei 6 caseggiati di Milano facevano arrivare la cocaina dal Venezuela e dalla Bolivia e una parte andava a Melito Porto Salvo (Rc). Il business era garantito: a Milano un grammo di coca costa mediamente 70 euro ma non è purissima: c'è aspirina, stricnina e gesso. Da qui il ricorso alla fortino della droga della periferia nord di Milano vicino a Sesto San Giovanni. Qui la droga viene venduta a 100 euro al grammo, ma gli acquirenti hanno la certezza che è pura all'84%. Ecco allora che questo business doveva essere protetto per conseguire i suoi frutti per i trafficanti di droga. Bambini sentinelle pagati 30 euro la settimana, incensurati che nascondevano la coca in casa per 400 euro la settimana, la coca nascosta nelle cantine, nei pali della luce e nei muri delle case, pitbull feroci che venivano tenuti appesi sugli alberi una notte e un giorno per addestrarli ad aggredire e servivano da attacco verso curiosi, forze dell'ordine e giornalisti. Una organizzazione perfetta. Fino a quando la DDA di Reggio Calabria coordinata dal Pm Nicola Gratteri e dai Carabinieri ha portato alla luce questa realtà terribile nel fortino della droga dove vivono ben 216 famiglie in 6 caseggiati popolari. Parlare di paura e di terrore è poco. Tutti i residenti tacciono rigorosamente, obbediscono alle regole dei Porcino e dei nomadi Hudorovich e Braidic, e chi sgarra paga. Come il custode dei caseggiati che ha pagato di persona con gravi lesioni alla testa, percosse e la faccia pesta solo perché c'era il dubbio che fosse in contatto con la Polizia e i Carabinieri. Risultato: il custode è andato ad abitare altrove, e i delinquenti spacciatori e ladri sono sempre nella loro fortezza. Sul Corriere della Sera di ieri il PM Gratteri rilascia un'intervista e dice a chiare lettere che: «L'attività delle forze dell'ordi­ne può arginare i fenomeni, in­terrompere i traffici, ma a que­sti bambini cosa si può dare? Si devono dare delle scuole che non siano fatiscenti, con profes­sori ben pagati, interventi socia­li, bisogna fare in modo che stia­no il meno possibile con le fami­glie, evitare che apprendano i linguaggi mafiosi dei genitori, dei fratelli». Una sfida educativa che per il dottor Gratteri, deve far leva sulla «convenienza»: «Ci vogliono in­terventi, educatori, che spieghi­no ai ragazzini che diventare un boss, uno spaccia­tore non è conveniente, che se ne paghe­ranno con le conseguenze. Ma le affermazioni devono essere vere anche nei fatti». Invece nella pratica la rispo­sta è spesso diversa: «Le fami­glie mafiose che comandano a Milano sono le stesse di vent'an­ni fa. Ci sono figli e nipoti dei boss in carcere, il legame fami­liare è fortissimo, il potere si passa da padre in figlio». E cosi conclude: «Fa­re indagini di mafia non è faci­le. Il 416 bis (l'associazione ma­fiosa) è difficile da dimostrare quanto il reato di riciclaggio. I tempi sono lunghi. Milano ha magistrati, poliziotti e carabinie­ri di alto livello, ma le risorse so­no poche. Troppo. Le priorità della sicurezza e della politica sono altre». dalle intercettazioni in mano alla DDA di Reggio Calabria i Porcino vantano amicizie con alcuni agenti della polizia penitenziaria. Di fronte a questa situazione di degrado, di pericolosità sociale e di pesanti collusioni mafiose il ministro La Russa ha dichiarato: "Siamo a Milano, non nel Sud. Nel giro di qualche settimana il problema sarà risolto". Dal canto suo Il Sindaco di Milano Letizia Moratti se ne lava le mani e dice che l'ordine pubblico è un problema dello Stato e non già del Comune. Probabilmente la signora Moratti non sa che da un anno è in vigore il Decreto 5 agosto 2008 del Ministero dell'Interno pubblicato sulla GU n. 186 del 9--8-2008 sui poteri del sindaco e che all'articolo 2 recita testualmente: " il Sindaco interviene per prevenire e contrastare: a) le situazioni urbane di degrado o di isolamento che favoriscono l'insorgere di fenomeni criminosi, quali lo spaccio di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione, l'accattonaggio con impiego di minori e disabili e i fenomeni di violenza legati anche all'abuso di alcool; b) le situazioni in cui si verificano comportamenti quali il danneggiamento al patrimonio pubblico e privato o che ne impediscono la fruibilita' e determinano lo scadimento della qualità urbana; c) l'incuria, il degrado e l'occupazione abusiva di immobili tali da favorire le situazioni indicate ai punti a) e b)." Ma di questa legge la signora Moratti si è occupata prevalentemente di prevenzione di abuso di alcool fra i giovani, ma non puo' e non deve delegare situazioni di illegalità, criminalità solo allo Stato. E' lei, come Sindaco, in base a questo decreto pubblicato sulla GU, a prevenire e a contrastare. Due verbi chiarissimi che non danno adito ad equivoci o a interpretazioni. Onori ed oneri, signora Moratti. I cittadini sono stufi di questa situazione. Lei, poi, come ex ministro non ha certo difficoltà a trovare soluzioni e una strategia d'intesa con Questore, Prefetto e Forze dell'Ordine. Se ella avesse dedicato il suo tempo al fortino della droga come l'ha dedicato all'Expo, Milano sarebbe liberata dalla criminalità già da due anni. Invece i Consoli di 100 Paesi del mondo, residenti a Milano, sono sconcertati e restano attoniti per lo spaccio di droga a cielo aperto che avviene in Via Fulvio Testi e in Viale Sarca e in altre zone della città. Nonostante 500 soldati, centinaia di poliziotti, carabinieri, finanzieri e polizia muncipale. Alberto Giannino

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