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Binge eating e dipendenza da droghe, possibile relazione?

    Fonte: Proceedings of the National Academy of Sciences, invia articolo. DRONET Ricerca compulsiva, difficoltà a smettere, gratificazione e ricaduta: i meccanismi che caratterizzano la dipendenza da sostanze si ripropongono anche in chi soffre di disturbi alimentari, soprattutto se sottoposto a regime alimentare ipocalorico. Cibo come droga? Un team di ricercatori della Boston University Medical School guidato da Pietro Cottone, in collaborazione con importanti centri di ricerca internazionali (Scripps Research Institute, Università di Roma La Sapienza, National Institute on Drug Abuse e il National Institute on Alcohol Abuse e Alcoholism) sta analizzando i meccanismi che accomunano la dipendenza da cibo e quella da droghe. L’attenzione è rivolta in particolare alla ricerca compulsiva di cibo (binge eating) e di alimenti appetitosi grassi e calorici, molto efficaci in termini di ricompensa e piacere. Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, è stato condotto su animali da laboratorio, ratti sottoposti ciclicamente a diversi regimi dietetici. Gli animali per cinque giorni potevano mangiare mangime tradizionale, mentre per due giorni avevano accesso a cibo molto appetitoso (high palatable) costituito da grassi, zuccheri, cioccolata. Un secondo gruppo di animali, nutrito con cibo per roditori, è stato usato come gruppo di controllo. I ricercatori hanno osservato che, in presenza di cibo standard, gli animali a cui era stato precedentemente somministrato cibo appetitoso non mangiavano molto e presentavano segnali di stress. Aumentava inoltre l’espressione del gene CRF (fattore di rilascio della corticotropina) nell’amigdala, una zona del cervello coinvolta nelle situazioni di paura, ansia e stress. Ripristinando l’accesso al cibo appetitoso, i livelli del CRF nel cervello degli animali tornavano alla normalità. I risultati dello studio dimostrerebbero quindi che la privazione da cibo appetitoso e gratificante durante la dieta potrebbe risultare difficoltosa proprio a causa di meccanismi simili a quelli dell’astinenza da droghe. Ansia e stress procurati dallo stato di privazione indurrebbero facilmente alla ricaduta e alla ricerca compulsiva della sostanza gratificante.

Contenuto Redazionale Conferenza nazionale ''La governance nel settore delle dipendenze'' (Torino, 1-2 dicembre)

La Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome - Commissione per la Salute in collaborazione con la Regione Piemonte Assessorato alla Tutela della Salute e Sanità ha promosso per il 1 e 2 dicembre 2009 una conferenza nazionale dal titolo


LA GOVERNANCE NEL SETTORE DELLE DIPENDENZE:

Il Ruolo delle Regioni e P.A. - Scenari Attuali e Prospettive Future

Centro Congressi della Regione Piemonte

C.so Stati Uniti, n°23 - TORINO


Per partecipare l'iscrizione è obbligatoria e gratuita e potrà essere effettuata dal 24 ottobre al 24 novembre 2009 compilando il modulo disponibile online sul sito www.publieditweb.it.


Per l'evento è stato richiesto l'accreditamento ECM per le figure professionali: Medico, Psicologo, Educatore professionale, Infermiere, Assistente Sanitario.

Tutte le informazioni e gli aggiornamenti sono disponibili sul sito www.publieditweb.it alla Sezione Attività avanzate / Publiedit ECM / Eventi

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Morte Cucchi, indagine parlamentare: morto per abbandono terapeutico. La famiglia: ma è stato pestato

'Stefano Cucchi e' morto per abbandono terapeutico': non usano mezzi termini i cinque parlamentari, di maggioranza e di opposizione, che ieri mattina hanno visitato la struttura detentiva dell'ospedale Sandro Pertini di Roma, dove il geometra di 31 anni, arrestato una settimana prima nel parco degli Acquedotti per droga, e' deceduto lo scorso 22 ottobre e sulla cui fine indaga la Procura. I risultati dell'ispezione sono stati presentati alla Camera, nel corso di una conferenza stampa presieduta dal coordinatore del comitato 'Verita' per Stefano Cucchi', Luigi Manconi. La visita e' durata circa un'ora e mezza, nel corso della quale i parlamentari hanno parlato con medici, infermieri e responsabili della struttura, definita 'molto pulita e dignitosa per la media italiana', dalla quale pero' sono emersi molti aspetti che evidenziano, per Manconi, 'una grave sottovalutazione dello stato di salute' di Cucchi. A provarlo sarebbero' gia' le circostanze della morte, 'l'unica non chiara delle quattro avvenute nella struttura dalla sua inaugurazione nel 2005' ha spiegato Melania Rizzoli, parlamentare e medico ospedaliero. 'Non e' morto circondato da medici che cercavano di rianimarlo. Lo hanno trovato morto gli infermieri di mattina presto. La rianimazione e' stata inefficace, segno che l'ora della morte va anticipata almeno di un'ora rispetto al referto delle 6' ha aggiunto Rizzoli. Altro punto chiave il digiuno di Stefano: 'Ci sono ben due documenti - ha riferito Manconi - nei quali un medico attesta che Cucchi si sarebbe rifiutato di assumere cibo e acqua finche' non avesse parlato con il suo avvocato'. I medici, insomma, e' la conclusione di Manconi, erano a conoscenza del fatto che si trattava di una forma di protesta 'per la violazione del suo diritto alla difesa'. E i dubbi non si fermano qua: Rita Bernardini (radicali) ha sottolineato come 'nel suo calvario dal tribunale al Pertini Stefano sia stato visitato e refertato sei volte. Tutti i medici riscontrarono lesioni ed ecchimosi: perche' nessuno avviso' l'autorita' giudiziaria? Ne chiederemo conto in Parlamento'. Lesioni, specie all'osso sacro, che secondo Renato Farina (Pdl), anche lui al Pertini insieme con Jean-Leonard Touadi' (Pd), 'erano risultate evidenti agli agenti di custodia di Regina Coeli'. Anche il 'burocratismo che al Pertini ha vinto sul buonsenso' avrebbe fatto la sua parte, ha aggiunto Guido Melis, ricordando 'il mancato accesso alle informazioni sanitarie da parte della famiglia'. La quale ieri ha parlato in conferenza stampa per voce della sorella di Cucchi, Ilaria: 'Basta con le insinuazioni sul passato di Stefano o sui rapporti che aveva con noi, che erano ottimi. Non si e' suicidato e non lo abbiamo ucciso noi. Il suo corpo parla da solo'. E di 'colpevolizzazione della vittima' ha parlato anche Manconi, affermando come la Procura non abbia finora scoraggiato questo atteggiamento. 'Noi - ha concluso Ilaria Cucchi - fin dal primo momento avevamo sottolineato la responsabilita' dei medici. Ma senza quelle lesioni, Stefano al Pertini non sarebbe arrivato affatto'.

fonte: ADUC Droghe

I vip raccontano la dipendenza da droga e alcol

di Antonella Silvestri

 da www.affaritaliani.it

Artisti in incognito che descrivono la loro esperienza di "schiavitù" dalla droga, dall'alcol e dall'ossessione dei sentimenti. Ecco "Schiavi per non morire – Le dipendenze nel mondo del jet-set", l'ultimo libro di Alessandro Gatta

 

 

AlcolSchiavi per non morire – Le dipendenze nel mondo del jet-set” è il titolo dell'ultimo libro di Alessandro Gatta,  giornalista e conduttore Rai, costituito da una serie di interviste esclusive fatte ai più grandi personaggi del mondo della musica, dello spettacolo, dello sport le del gossip mondiale. I personaggi sono artisti in incognito anche se talora alcune identità trapelano involontariamente a causa di una certa familiarità che il pubblico ha con la loro vita grazie ad un uso-abuso del tam-tam mediatico (Michael Jackson, George Michael, Whitney Houston, ecc). I protagonisti raccontano loro esperienza di "schiavitù" dalla droga, dall'alcool e dall'ossessione dei sentimenti. Ecco il punto focale dell'opera: è così difficile rinunciare alla propria identità, alla stessa esistenza, solo per paura di vivere, di affrontare le insicurezze profonde che la società contemporanea ci impone giorno per giorno? La risposta dell'autore è sì.

Il mondo narrato è quello lucente dello spettacolo, un mondo che attrae, affascina chi non lo vive da dentro ma che può nascondere insidie pesanti per chi non ha la scorza dura utile a porre dei confini difensivi tra la sacralità dell'essere e il dover apparire nelle formule che "bucano lo schermo". Le persone, che si sono liberate di un peso enorme raccontandosi al giornalista Rai, hanno ripercorso lucidamente e dolorosamente il cammino della propria catastrofe: dalle cadute alle ricadute, hanno rivissuto attraverso le parole raccolte dall'autore momenti di vita che forse se ne stavano volutamente nascosti nel cassetto della memoria, nel sacrosanto terrore di un´ennesima identificazione con il mostro che puo' covare in ogni individuo. Le dipendenze devastano la vita di chi ne è vittima e anche di chi gli sta intorno.

Tutto questo pathos, narrato dall'autore con dovizia di dettagli tanto crudi quanto veri, coinvolge il lettore e gli impone un´analisi dell'opera attenta, consapevole, partecipe di una realtà che può toccare tutti. Gatta, che collabora da oltre venti anni con la Rai, ha condotto programmi radiofonici ed ha collaborato ai più importanti programmi di Rai Uno: da Fantastico al Festival di Sanremo che segue dal 1996. Dal 2002 è inviato di "La vita in diretta" dove si occupa di musica e segue da vicino le vicende di vita e artistiche dei più importanti cantanti italiani.

Tre anni di legge antidroga, una ricerca valutativa

Riportiamo un articolo di Patrizia Meringolo, docente di Psicologia di comunità all'Università di Firenze, che riporta alcuni elementi della discussione sull'impatto penale della legge antidroga tenutasi a Firenze il 19 novembre.

 

 

di Patrizia Meringolo, fonte: Ce.S.D.A.

A tre anni di distanza dall'approvazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe n. 49/2006, è stata svolta una ricerca valutativa sui dati della Toscana, a cura della Fondazione Michelucci e di Forum Droghe - che sarà presentata in un dibattito pubblico martedì 19 novembre a Firenze - focalizzata sull'impatto penale e sanzionatorio della nuova normativa. I risultati sono stati discussi in un panel di esperti, per evidenziarne le criticità in ambito giuridico e nella presa in carico psicosociale del fenomeno.Come notazione di fondo, si osserva che viene declamata la lotta al traffico per stroncare il consumo, ma realizzata nei fatti una guerra al consumo o tutt'al più al piccolo spaccio. La legge ha degli aspetti fortemente ambigui: da una parte un'apparenza di «alleggerimento» della carcerazione - con l'innalzamento del limite di pena da 4 a 6 anni per accedere alle misure alternative e all'affidamento ai servizi; dall'altra la realtà - documentata dalla ricerca - di una maggiore «afflittività», sia per l'aumento delle pene, dovuta all'unificazione di queste al livello più alto per tutte le sostanze, pesanti e leggere, sia per l' irrigidimento dei parametri per concedere le stesse misure alternative, col risultato di una loro tendenziale diminuzione. A ciò ha contribuito anche il maggiore rigore nella certificazione e nel controllo dello stato di tossicodipendenza, nonché della «idoneità» del programma terapeutico proposto: per la prima si attribuisce una importanza quasi esclusiva al mantenimento dell'astinenza tramite le verifiche di laboratorio, senza valutare la possibile integrazione sociale dei soggetti; per la seconda, si tende a legittimare maggiormente i programmi svolti in comunità terapeutiche, sottovalutando gli interventi dei servizi territoriali (SerT). Si osserva in particolare un accesso molto modesto alle misure sostitutive da parte dei detenuti tossicodipendenti stranieri privi del titolo di soggiorno, e soprattutto il non accesso, da parte degli stranieri titolari del codice regionale STP (Straniero Temporaneamente Presente), alle prestazioni dei SerT. Probabilmente, una buona parte dei reati perseguiti riguarda l'ipotesi di «lieve entità» dello spaccio (art.73, comma 5), ma risulta difficile verificarlo perché questo tipo di distinzione non viene riconosciuta al momento dell'arresto, ma solo in sede di sentenza. Tuttavia, da una ricerca nel carcere fiorentino di Sollicciano sui certificati penali dei detenuti, risulta che il 25% sono stati condannati per piccolo spaccio. Inoltre, c'è da presumere che con l'accusa di spaccio di «lieve entità» si colpisca spesso il consumo, poiché la semplice detenzione al di sopra dei limiti quantitativi previsti dalle tabelle è considerata spaccio presunto. La prassi dell'arresto obbligatorio in flagranza di reato, anche in presenza di modesti quantitativi di sostanza stupefacente e soprattutto se l'arrestato è straniero, può aver influito sull'aumento dei tossicodipendenti in carcere. Dati più certi provengono dalle segnalazioni alle prefetture: la detenzione di stupefacenti per uso personale ha riguardato in stragrande maggioranza l'uso di cannabinoidi. Ancora una volta viene colpito un bersaglio «inferiore», ritenendo erroneamente che colpendo i comportamenti meno pericolosi si dissuada dalla condotta più grave. Emergono altre criticità della legge: è stata eliminata la possibilità di sospendere le sanzioni per favorire l'invio al Sert del segnalato, sostituita da un invito generico a seguire un programma terapeutico, che, solo se concluso positivamente, può portare alla revoca della sanzione. Perciò le persone sono disincentivate a recarsi ai servizi, anche perché i tempi d'applicazione della sanzione sono inferiori alla durata media di un programma terapeutico. Infine, gli esperti hanno indicato possibili interventi di competenza regionale, quali la promozione delle politiche di riduzione del danno e il minor ricorso alla carcerazione per i tossicodipendenti, il rilancio dei servizi pubblici, il potenziamento dei SerT interni ai carceri per cittadini italiani e immigrati; infine, un lavoro di rete tra i soggetti istituzionali coinvolti, con forme di coordinamento non episodiche e non puramente formali.

Paolo Mantegazza Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze, 1871

In questo sito è pubblicata la versione integrale del testo di Paolo Mantegazza Quadri della natura umana - Feste ed ebbrezze, opera in due volumi del 1871 rara e poco nota fra gli studiosi moderni. La prima parte del testo tratta dei vari modi coi quali l'uomo celebra le feste collettive e individuali, ed è seguita da un più voluminoso trattato sulle droghe psicoattive.

test dipendenza da Internet

Solo uno specialista può disgnosticare la dipendenza da internet, ma il test realizzato dalla psicologa Kimberley S. Young può costituire un primo indicatore. Eccolo: "Per determinare il livello della vostra dipendenza rispondete alle seguenti domande dando un punteggio alle vostre risposte in base a questa scala". 1 = mai 2 = raramente 3 = ogni tanto 4 = spesso 5 = sempre 1. Quante volte vi siete accorti di essere rimasti online più a lungo di quanto intendevate? 2. Vi capita di trascurare le faccende domestiche per passare più tempo online? 3. Vi capita di preferire l’eccitazione offerta da Internet all’intimità con il vostro partner? 4. Vi capita di stabilire nuovi rapporti con altri utenti online? 5. Accade che le persone attorno a voi si lamentino per la quantità di tempo che passate online? 6. Accade che i vostri studi risentano negativamente della quantità di tempo che passate online? 7. Vi capita di controllare la vostra e-mail prima di fare qualche altra cosa importante? 8. La vostra resa sul lavoro o la vostra produttività sono influenzate negativamente da Internet? 9. Vi capita di stare sulla difensiva o di minimizzare quando qualcuno vi chiede cosa fate online? 10. Quante volte vi ritrovate a scacciare pensieri negativi sulla vostra vita con il pensiero consolatorio di Internet? 11. Vi capita di scoprirvi a pregustare il momento in cui andrete nuovamente online? 12. Vi succede di temere che la vita senza Internet sarebbe noiosa, vuota e senza gioia? 13. Vi capita di scattare, alzare la voce o rispondere male se qualcuno vi disturba mentre siete collegati? 14. Perdete ore di sonno perché restate alzati fino a tardi davanti al computer? 15. Vi capita di concentrarvi col pensiero su Internet quando non siete al computer, o di fantasticare di essere collegati? 16. Vi capita di scoprirvi a dire "ancora qualche minuto e spengo"quando siete online? 17. Avete già tentato di ridurre la quantità di tempo che passate online senza riuscirvi? 18. Cercate di nascondere quanto tempo passate online? 19. Vi capita di scegliere di passare più tempo online anziché uscire con gli altri? 20. Vi capita di sentirvi depressi, irritabili o nervosi quando non siete collegati, mentre state benissimo quando siete nuovamente davanti al computer? "Dopo aver risposto a tutte le domande, fate la somma delle cifre assegnate ad ogni risposta per il vostro punteggio. Più alto è il punteggio, maggiore è il livello di dipendenza e più numerosi i problemi causati dall’abuso di Internet. Questa scala vi aiuterà a misurare il vostro punteggio". 20 – 39 punti: siete utenti "normali". A volte vi può capitare di navigare in rete un po’ troppo a lungo, ma avete il controllo della situazione 40 – 69 punti: avete già diversi problemi a causa di Internet. Dovreste soffermarvi a riflettere sull’impatto di questa tecnologia nella vostra vita. 70 – 100 punti: il vostro abuso di Internet sta causando problemi notevoli nella vostra vita. È opportuno che li affrontiate adesso

Fvg. Nuova frontiera della guerra alla droga: test obbligatori nelle scuole?

Il gruppo consiliare Pdl del Friuli Venezia Giulia chiede alla Giunta di effettuare test anonimi nelle scuole per conoscere come i giovani si pongono nei confronti della droga, fumo e alcol. Lo chiedono, in una mozione, i consiglieri regionali Roberto Novelli, Paolo Ciani, Franco Baritussio, Maurizio Bucci e Luigi Cacitti. Gli esiti dei test, secondo i consiglieri, dovrebbero consentire di creare un database nazionale per indirizzare opportune campagne di sensibilizzazione e istituire la Giornata nazionale per la lotta alla droga. 'Nel nostro Paese - afferma Novelli in una nota - assistiamo a una vera e propria emergenza legata al consumo di sostanze stupefacenti, alcol e fumo da parte dei giovani. Una situazione cosi' allarmante va fronteggiata gia' nelle scuole primarie e secondarie mediante l'introduzione di test informatizzati anonimi. Il Friuli Venezia Giulia attraverso una sperimentazione potrebbe essere - conclude - la regione apripista per questo progetto avviando i test nelle scuole del territorio'.

 

aduc droghe

Droga: allarme metropoli, abuso maschera disturbi psichiatrici

Milano, 18 nov. (Adnkronos Salute) - All'inizio è un pensiero negativo, un disturbo quasi sotterraneo. Poi comincia il tormento, l'ansia che stringe il cuore e invade la vita di ogni giorno. "E il sassolino diventa una valanga inarrestabile". Carlo Altamura, direttore dell'Unità operativa di Psichiatria del Policlinico di Milano, lancia l'allarme: "Passa troppo tempo fra l'esordio di un disturbo psichiatrico e l'inizio delle cure". Specie nelle metropoli, dove l'abuso di droga 'maschera' il disagio. Ma "così rischiamo che questi pazienti non trattati, lasciati soli, peggiorino inesorabilmente, fino ad andare incontro al suicidio o alla dipendenza cronica da stupefacenti", spiega l'esperto oggi nel capoluogo lombardo, dove è in corso il terzo forum internazionale di psichiatria 'Innopsy 09' (a Fieramilanocity di via Gattamelata fino a venerdì).

 

Succede ancora oggi: possono passare fino 4 anni prima di approdare a una diagnosi di depressione, schizofrenia, disturbi bipolari e dell'umore, ansia patologica. I pazienti, inconsapevoli, vagano in cerca di una spiegazione, attanagliati da un problema di cui non capiscono l'origine. Passano dai rimedi dell'erboristeria al lettino dello psicologo. Senza risultati. "Intanto, il disturbo non viene curato adeguatamente e continua a peggiorare", incalza Altamura.

 

Nelle metropoli come Milano va anche peggio: c'è più solitudine, meno controllo sociale e, soprattutto, ci sono 'rumori di sottofondo' che creano confusione. Qui la diagnosi arriva ancora più tardi. "Si tende a male interpretare i campanelli d'allarme. Un ragazzo fa uso di hashish o cocaina? Chi gli sta intorno si focalizza sul problema 'droga', senza pensare che quella è la punta dell'iceberg, spesso la conseguenza di un disturbo più profondo e che, scavando, si arriva a portare alla luce disturbi psichiatrici ignorati". Il gruppo di Altamura ha condotto diversi studi su questo fronte e ha scoperto che "il riconoscimento precoce di questi disturbi avviene solo in due casi su 10. Per gli altri la diagnosi è tardiva". Solo il 5-10% inizia il trattamento e nella gran parte dei casi (80-90%) è inadeguato. L'ansia è il disturbo che, spesso grazie all'intervento del medico di famiglia, viene riconosciuta prima, ma si parla sempre di almeno un anno di ritardo. Molto più problematico è approdare a una diagnosi di schizofrenia o bipolarità, in questi casi si parla anche di 4 anni. E spesso "ci si mette nelle mani di figure non specialistiche, con conseguenze drammatiche sul lavoro e nella vita familiare", dice lo psichiatra.

 

In molti casi lo psicologo non basta, avverte. "Il rischio è che curi un problema passeggero e un disturbo grave allo stesso modo. E succede che patologie psichiatriche a buona prognosi, come il panico o i disturbi dell'umore, diventino molto più gravi. Abbiamo osservato, per esempio, che l'ansia patologica non riconosciuta e non trattata sfocia nella depressione nel 70-80% dei casi".

 

Quello che bisogna evitare, ribadisce Altamura, "è che si inneschino processi distruttivi. Un intervento tempestivo con i farmaci o le terapie giuste, e il monitoraggio del paziente nel tempo, possono ridurre la cronicità e i rischi". Di questo aspetto discuteranno a lungo gli esperti internazionali riuniti a Milano per l'evento sponsorizzato dalla Società mondiale di psichiatria biologica e dall'università degli Studi cittadina. "In uno studio recente - continua Altamura - abbiamo sottolineato come in un gruppo di circa 300 pazienti con disturbi d'ansia il primo trattamento farmacologico venisse iniziato a distanza di 4-8 anni dall'esordio. Un'altra ricerca in corso di pubblicazione, invece, ci ha permesso di verificare che la latenza nella somministrazione di un trattamento con stabilizzanti dell'umore in circa 250 pazienti con disturbo bipolare si correla a un maggior rischio di suicidio".

 

Nei pazienti con schizofrenia e disturbo bipolare la diagnosi precoce è fondamentale: "Con le tecniche di neuroimaging abbiamo infatti osservato che a una cronicità della malattia si associano una serie di cambiamenti nel cervello, come la perdita di sostanza grigia e l'assottigliamento degli stati corticali in alcune aree dell'encefalo".

 

L'uso tempestivo di nuovi farmaci antipsicotici atipici, conclude lo specialista, "può bloccare questo processo neurodegenerativo. Per questo bisogna ottimizzare gli strumenti diagnostici estendendoli alla medicina di base e creare una rete di monitoraggio sul territorio per cogliere in tempo l'inizio di fenomeni patologici".

Il supermercato della droga PT2

 

Il supermercato della droga PT1

 La droga ai tempi di crisi - C’è chi fuma uno spinello dopo il caffè e chi tira una striscia di cocaina dopo un caffè doppio. Sono questi rituali che fannno presto a trasformarsi in vere e proprie abitudini quotidiane. E in Italia – si sa – la pausa caffè scandisce i diversi momenti di una giornata tanto che oggi circa il 5,5 percento dei giovani del Belpaese sniffa coca come fosse un tazza di caffè ristretto.La cocaina si aggiudca infatti il primo posto sul podio delle sostanze diffuse in Italia. Ma non è certamente l’unica. Se la cosiddetta “polvere bianca” riscuote tanto successo per le sue proprietà stimolanti sia tra gli adolescenti sia tra i più-che-trentenni, gli allucinogeni ed i narcotici trovano ampi spazi di “competenza” tra i giovani alla ricerca dello sballo. Nei discopub del centro della Milano-da-bere come nei rave party illegali nelle fabbriche dismesse alle porte della città, la ketamina, l’anfetamina e l’estasi sono le parole chiave di un nuovo linguaggio. Dolori addominali e muscolari, fase down e depressione per rilascio di dopamina eccessiva sono le conseguenze fisiche di una serata passata ad assumere droghe sintetiche. La contropartita per una serata all’insegna dell’anfetamina e dell’MDMA e quindi della sensazione di pace ed intesa perfetta con l’ambiente intorno.Un linguaggio che si articola sulla struttura della società cotemporanea che è di per sé una società “additiva”, in cui il ritmo di marcia richiede prestazioni che spesso vanno oltre le capacità dell’individuo sia sul piano professionale sia sul piano del divertimento. L’immagine dell’eroinomane degli anni Ottanta come linea di confine tra la società ed il borderline è stata rimpiazzata dal ragazzo che oggi beve e tira coca per essere "a livello" della compagnia. In questo processo di “normalizzazione” delllo stupefacente ha giocato un ruolo fondamentale anche la nuova struttura del mercato delle sostanze. Innanzitutto le piazze della “roba” hanno una diffusione capillare su tutto il territorio nazionale. Oltre alle zone di spaccio conosciute da una città all’altra, la vendita al dettaglio di coca, estasi, metanfetamina e quant’altro avviene all’interno degli stessi locali. C’è chi vende per “sballarsi” a costo zero e chi ne fa una professione a pieno titolo e chi offre una dose in cambio di un’ora di amore. Tuttavia anche sugli scaffali di un qualunque supermercato delle nostre città si trovano sostanze potenzialmente allucinogene come i chiodi di garofano. Su questo tipo di sostanze naturali e legali si struttura un altro tipo di mercato che vive in sostanza attraverso la vendita online.Ovviamente il corebusiness degli stupefacenti rimane una prerogativa del mercato illegale, del sommerso. Ma chi investe nel traffico di droga, al pari di ogni imprenditore che si rispetti, è in cerca di garanzie. Con il crollo dei titoli a Wall Street e il taglio degli esuberi nel paese i manger degli stupefacenti hanno deciso di puntare sui cosiddetti titoli forti investendo ingenti somme sull’eroina. current.com

Hezbollah usa i cartelli della droga messicani per sconfinare negli Usa

 E’ da Laredo, in Texas, al confine con il Messico, che transitano gli uomini di Hezbollah diretti negli Stati Uniti. El Paso e San Diego sono altri due punti di accesso usati dal "Partito di Dio" per raggiungere le città degli Usa e muoversi a nord verso il Canada. Sono le stesse rotte in mano ai cartelli del narcotraffico messicano. 

Hezbollah usa il traffico di droga e dei clandestini per finanziare le sue operazioni e minacciare la sicurezza nazionale americana, spiegano la magistratura, gli esperti della difesa e del controterrorismo Usa. Secondo laDrug Enforcement Administration (DEA), "Mafiosi messicani e terroristi di Hezbollah lavorano insieme. In un modo o nell’altro sono connessi e stanno rafforzando la loro alleanza per avere dei benefici comuni”. Sebbene non ci siano fonti certe che confermino l’organizzazione di attentati contro gli Usa, Hezbollah si è incuneato nella guerra dei narcotrafficanti sudamericani che, solo lo scorso anno, ha fatto qualcosa come 7.000 morti, destabilizzando il confine tra Messico e Stati Uniti. Una decina di giorni fa, il segretario di Stato Clinton è andata in Messico per cercare di venire a capo della questione.

L’obiettivo di Hezbollah è cercare fondi nella vasta comunità libanese e della diaspora sciita che unisce il Medio Oriente, l’Africa e le Americhe. Una fetta consistente degli introiti provenienti dal confine tra Messico e Usa vengono da attività illecite. Milioni di dollari che finiranno nelle tasche della dirigenza libanese per finanziare il ‘welfare’ e il riarmo di Hezbollah.    L’anno scorso la giustizia messicana ha condannato a 60 anni di carcere Salim Boughader Mucharrafille per traffico di droga e immigrazione clandestina. Aveva fatto entrare negli Usa almeno 200 clandestini, compresi elementi di Hezbollah. Mucharrafille è un messicano di origini libanesi, proprietario di una caffetteria nella città di Tijuana al confine con San Diego.

Per la magistratura americana “non è una novità” che i membri di Hezbollah scelgano le rotte della droga per entrare negli Usa. “I cartelli messicani non sono fedeli a nessuno – ha detto un investigatore al Washington Times – Possono dare aiuto a tutti i più nefasti gruppi che vogliono raggiungere gli Stati Uniti. Ecco perché i nostri confini sono una seria questione di sicurezza nazionale”. Un altro ufficiale della Difesa americana ha sottolineato che Al Qaeda potrebbe usare le stesse rotte per infiltrare i suoi operativi negli Usa. “Se avessi i soldi per farlo, sarebbe questo il modo in cui lo farei”. L’amministrazione Obama si sta preparando a inviare decine di agenti federali al confine con il Messico per rafforzare la guerra contro i cartelli della droga: avranno il compito di identificare i clandestini, monitorare e smantellare la rete finanziaria e logistica delle mafie sudamericane, scoprire quali sono i link tra i gruppi dei narcotrafficanti e gli sponsor del terrorismo islamico. Secondo la DEA dietro a Hezbollah si nascondono anche gli interessi di altre organizzazioni mediorientali, come le Guardie della Rivoluzione iraniana. Circa il 60 per cento delle organizzazioni terroristiche mondiali avrebbe rapporti con il narcotraffico messicano, a leggere i dati forniti dal portavoce dell’agenzia Courtney. I cartelli hanno ammassato miliardi di dollari grazie al traffico di cocaina (il 90 per cento della polvere bianca che entra negli Usa), e si stima che i boss messicani possano fare affidamento su almeno 100.000 uomini. Fonte: l'Occidentale

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