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10 motivi per non drogarsi alla guida

Tassare è meglio che proibire, i conti degli economisti

L'articolo di Marco Rossi dell'Università La Sapienza, Roma per la rubrica settimanale di fuoriluogo sul Manifesto. Lo studio “Il costo fiscale del proibizionismo in Italia” presto on line su www.fuoriluogo.it. Altri approfondimenti su Fuoriluogo di luglio 2004 (Becchi, Cappuccino).

Il dibattito sul fallimento del proibizionismo e la possibilità di sperimentare la legalizzazione delle droghe è stato rilanciato nell’aprile scorso dal periodico britannico The Economist. Recentemente il governatore della California, Arnold Schwarzenegger, ha ripreso la proposta di non punire il possesso e la coltivazione della canapa e di assoggettarla a un regime di tassazione, ipotizzando un ricavo di 1,3 miliardi di dollari utili per evitare la bancarotta dello Stato. Anche autorevoli economisti americani, tra cui Jeffrey Miron dell’Università di Harvard, sono scesi in campo per sostenere un corso diverso dalla war on drugs , che comporterebbe un risparmio di 13 miliardi di dollari all’anno in spese di polizia e giudiziarie a fronte di un incasso di 7 miliardi all’anno di tasse.

L’intervento pubblico volto a contenere il consumo di droghe è motivato dalle conseguenze negative che questa pratica comporta per la collettività.La teoria economica suggerisce che un livello di consumo socialmente ottimale può essere ottenuto tramite due diversi strumenti: il primo consiste nell’imposizione di vincoli allo scambio, fino al divieto totale; il secondo nell’imposizione di una tassazione sulle vendite. In un recente studio del 2006 , Becker, Grossman e Murphy sostengono la superiorità dello strumento fiscale (la tassazione) per controllare i consumi di droghe, rispetto all’imposizione di una forma estrema di contingentamento, quale il proibizionismo.

La maggiore efficienza dello strumento fiscale deriva dalla rigidità della domanda e/o dell’offerta di droghe, che sembrano poco risentire del controllo legale. Assunte tali rigidità, il livello di consumo socialmente ottimale sarebbe minore nel caso di legalizzazione delle droghe e tassazione dei loro scambi rispetto al caso di ottimale applicazione di una normativa proibizionista. I minori consumi sarebbero indotti da un prezzo di equilibrio sul mercato legale maggiore rispetto al prezzo di equilibrio delle droghe sul mercato nero.

L’adozione dello strumento della tassazione comporterebbe, inoltre, dei benefici per l’erario nazionale rispetto all’utilizzo dello strumento proibizionista. In primo luogo, la legalizzazione delle droghe darebbe agli agenti di questo mercato l’opzione di emergere dal mercato nero, cioè di produrre legalmente e di pagare le tasse. In aggiunta alle entrate fiscali derivanti dalla tassazione degli scambi, la legalizzazione implicherebbe anche una riduzione dei costi di contrasto.

La regolamentazione italiana del mercato di alcune droghe (cannabis, cocaina, eroina, ecc.) consiste nel divieto della loro produzione e vendita, mentre il consumo di altre droghe (tabacco, alcol, ecc.) è scoraggiato tramite l’imposizione di elevate tasse sul loro prezzo di vendita.

Si possono stimare i benefici fiscali che l’erario italiano avrebbe avuto nel periodo 2000-05, nel caso la regolamentazione applicata al mercato dei tabacchi fosse stata estesa anche al mercato delle altre droghe. In altri termini, si può condurre una sorta di simulazione contabile volta a stimare quale sia il costo fiscale del proibizionismo in Italia.

Applicando il metodo di stima suggerito da Miron (2006), i costi del proibizionismo sono identificati sia nelle spese per l’applicazione della normativa (risorse di polizia, magistratura e carceri), sia nella mancata opportunità delle tasse non riscosse; senza considerare l’impatto fiscale dei cambiamenti nelle politiche educative e sanitarie connessi all’eventuale legalizzazione del mercato delle droghe. Secondo questo calcolo, in Italia il costo del proibizionismo nel periodo 2000 - 2005 ammonterebbe a circa 60 miliardi di euro, in media circa 10 miliardi di euro l’anno.

La legalizzazione del commercio delle droghe avrebbe fatto risparmiare circa 2 miliardi all’anno di spese connesse all’applicazione della normativa proibizionista. Inoltre, estendendo al mercato delle droghe la normativa fiscale applicata ai tabacchi, l’erario nazionale avrebbe incassato altri 8 miliardi all’anno dalla tassazione sulle vendite. Rispetto alle singole sostanze, la proibizione della cannabis ha implicato un costo fiscale di circa 38 miliardi di euro, a fronte di 15 miliardi per la cocaina e di 6 miliardi per l’eroina.

fuoriluogo

http://www.fuoriluogo.it/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/t...

ITALIA - La dipendenza dal gioco d'azzardo si cura al Sert

E' al via in Piemonte una campagna sponsorizzata dall'assessorato regionale alla Sanita' contro il gioco d'azzardo patologico. Obiettivo, far sapere ai giocatori compulsivi che sono affetti da una dipendenza del tutto simile a quella da droghe, e che per curarsi possono chiedere aiuto al servizio sanitario regionale. In questo modo l'assessore Eleonora Artesio conta di stanare almeno una parte dei circa 80 mila casi a rischio che si stima esistano fra i giocatori subalpini. I soggetti nel mirino, suggerisce un identikit messo a punto dai servizi contro le dipendenze (Sert) del Piemonte, sono maschi fra i 40 e i 49 anni, con licenza di scuola media inferiore, regolare occupazione e famiglia. Soggetti all'apparenza del tutto normali, che potrebbero nascondere ai loro stessi familiari la loro quotidiana battaglia contro 'la febbre da gioco'. Ma il problema e' reale, spiega Artesio, e puo' avere conseguenze gravi su finanze ed equilibirio psichico delle persone colpite. Per offrire un aiuto efficace pero' occorrono risorse. Allo scopo di reperirle, questa la provocazione lanciata oggi da Artesio, si potrebbe ipotizzare di 'destinare alle Regioni una quota dei 47,5 miliardi di euro che lo stato italiano incassa dal gioco pubblico, vincolando il trasferimento all'utilizzo nel potenziamento dei servizi contro le dipendenze'.

 

aduc.droghe

"Cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", diretto da Werner Herzog.

Eva Mendes e Nicolas Cage

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VENEZIA - Sulla Laguna è sbarcata già da qualche giorno, la sua presenza alla cerimonia di inaugurazione non è passata inosservata. Ma è solo oggi che Eva Mendes - la più caliente e la più lanciata, tra le star latine a Hollyewood - è assoluta protagonista festivaliera. Grazie al suo ruolo nel "Cattivo tenente - Ultima chiamata New Orleans", diretto da Werner Herzog. In cui interpreta uno dei suoi ruoli più maledetti: prostituta tossicodipendente e vittima dei suoi clienti, innamorata del poliziotto strafatto Nicolas Cage. "Mi piace il personaggio - rivela - è una donna che si tortura, ma che vuole sopravvivere. E che, malgrado il lato oscuro in cui si muove, conserva una sua innocenza". Alta ma non stangona, forme morbide, affascinante sullo schermo così come dal vivo, Eva - sobrio abito blu a pois - non è di quelle bellezze create ad arte. E con la sua linea snella, ma non scheletrica, è anche un antidoto all'anoressia imperante a Hollywood. Quanto al film che interpreta, "Il cattivo tenente" (presentato oggi in concorso) è, come il titolo già suggerisce, liberamente ispirato all'omonima pellicola di Abel Ferrara con Harvey Keitel. Ambientato però a New Orleans, e non più a New York, ha come eroe tenebroso Nicolas Cage, nei panni di Terence McDonagh. Un poliziotto che subito dopo Katryna decide di fare la cosa giusta, tuffandosi in acqua per salvare un detenuto destinato ad annegare. Risultato: una promozione a tenente, ma anche forti dolori di schiena, e una veloce dipendenza non solo dagli antidolorifici, ma dalla cocaina e da qualsiasi altro tipo di droga. E schiava della tossicodipendenza è pure la sua, diciamo così, fidanzata, la prostituta Frankie (Eva Mendes). Incaricato di scoprire i colpevoli di un massacro compiuto per controllare lo spaccio, Terence tenta di districarsi tra la fame sempre crescente di stupefacenti, il desiderio di acciuffare i criminali e una serie di guai collaterali, che coinvolgono anche la sua amata... Un film che è un ritratto cupo dell'America: "Ma io sono ottimista - precisa il regista - negli Usa dopo i periodi bui arrivano sempre ere di speranza, così come dopo Bush è arrivato Obama". Poi la replica a Ferrara, autore del primo film, che ha lanciato pesanti maledizioni a questa nuova pellicola: "Spero che questa gente muoia all'inferno - ha dichiarato in passato - magari perché la loro macchina salta in aria". Una polemica che però Herzog respinge al mittente: "Spero di incontrare Abel qui a Venezia e che davanti a una bottiglia di whisky si chiarisca tutto. Comunque Ferrara non so chi sia, e non ho visto nemmeno una delle sue opere". E lei, la bella Eva? Richiestissima a Hollywood, reduce anche da un periodo trascorso in "rehab" (per problemi di alcol), la diva parla così del suo coinvolgimento nel film: "Non ho letto nemmeno la sceneggiatura: quando ho saputo che ridigeva Herzog ho detto 'sì!', quando mi hanno detto che c'era Nic Cage ho detto 'sì, sì!'... E così, eccomi qua". Ma i riflettori sono anche per lui, la star Cage. L'attore spiega di aver potuto interpretare credibilmente un personaggio così borderline "ricordando il mio periodo di non sobrietà, risalente a decenni fa. Ora sono sobrio, ma attingendo a quelle esperienze sono riuscito a fornire un ritratto impressionistico di un tossicodipendente". E sul rapporto con la Mendes, con cui ha già lavorato in passato: "Per me è come una sorella. E poi in questi ultimi tempi, artisticamente, ha avuto una trasformazione incredibile, una maturazione". E lei, soddisfatta, annuisce. (4 settembre 2009)  http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/spettacoli_e_cultura/cinema/venezia/mendes-cage/mendes-cage/mendes-cage.html

 

Giovani da rave party: voci dal girone dell’autodistruzione

(da http://psiconautica.forumfree.net)

 

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In principio il raduno del delirio doveva essere nelle campagne di Torvaianica. No: troppo in vetrina. Allora a Maccarese, dentro un hangar vicino al lido di Fregene. No: troppo caldo. Ultima possibilità dell’inferno ballato: in un vecchio magazzino di Nettuno. Poi alle 7 di sera il tam tam degli sms ha urlato che la polizia era all’erta. Che dopo la morte dei due ragazzi nel giorno di ferragosto c’era il pericolo di un blitz nemmeno tanto pacifico. Così la folla del rave ha deciso di disperdersi “come una mandria di bufali infuriati”.Ma prima di tornare alla “noia di quest’estate”, qualcuno dei ragazzi ha voluto raccontare cos’è per loro un rave party. Ha voluto dire come “questo paradiso di anime libere può diventare un inferno che ti fa sputare il diavolo”. Un inferno che negli ultimi anni ha bruciato dieci morti. Compresi i ragazzi del Salento e di Bocca della Selva in Molise. Ecco i sogni spezzati e le agghiaccianti verità di Stefano, Marco, Arianna, Simona e Cipriana.

 

Stefano, 20 anni, primo anno di economia

 

“Chiamateci pure nomadi dello sballo. Ci muoviamo dalla spiaggia all’hangar come un’onda di ratti che strisciano lungo i muri. Che cambiano ogni ora l’appuntamento. Sempre col terrore di essere beccati dalla pula. Ci prendono oppure li imburriamo? È come entrare dentro la gabbia del leone sperando di trovarci il paradiso con Kate Moss vestita da Eva. Però sai che la fiera è sempre nei pressi, e che può tornare da un momento all’altro per sbranarti. Il rave diventa una pera psicologica, ma alla fine si rivela sempre una bugia sordida. Quello che ti promette prima il falco (così si chiama l’organizzatore) è sballo, alcol e musica più forte della velocità del sole. Insomma tu credi di viverti una notte di “bella raffa” (cioè di libertà assoluta) e invece quei tuoni musicali battono il ritmo del tuo prossimo funerale. “La prima ora è trascinante. Sono note di piacere che ti entrano nelle vene. Poi cominci ad assetare il tuo corpo, a perdere liquidi e allora devi concimare la tua fatica. Si comincia con l’alcol. Uno, due, tre bicchieri. Poi non li conti più. Entri in orbita e se reggi rum e vodka duri anche 6 o 7 ore. Poi schianti e devi fermarti. Quelli che tirano mattina, invece, sono tutti pompati di cocaina mista a qualunque schifo. Li vedi subito: dalle tascha e dagli zaini tirano fuori perfino i sacchetti per vomitare. Svuotano lo stomaco e ricominciano. Il rave come un volo di libertà? Il rave è un sabba dove il giorno si fonde nella notte, dove la bellezza della giovinezza si perde dentro la dannazione della droga. Perché ci torno e ci ritorno? Perché alla fine è una sfida tra me e quel mostro sonoro. Perché tanti di loro vengono annientati dentro le sue spire e invece io lo frego sempre. Ogni volta mi dico: questa è l’ultima. Ma poi lui mi risucchia dentro al suo ritmo. L’immersione dentro quella caverna oscura è una partita di poker dove la posta in gioco è la tua pelle. Niente di più eccitante. Nulla di più fesso”. 

 

Marco, 20 anni

 

“La verità è che al rave non ci vai per ballare né per fare sesso né per liberarti. Ci vai per scaricare la bile di un fegato zeppo di rabbia. Per buttar fuori la paura di vivere, ma anche quella di morire. Per schizzare via tutto l’odio per Stefania che ti ha lasciato, ma anche tutto l’amore disperato per lei. Al rave non ci vai per stare con gli altri. Ma contro gli altri. Io, per esempio, ci vado contro mio padre: lui fa l’avvocato dei palazzinari romani e guadagna miliardi. A me invece piacciono la musica techno sparata, la playstation e i Simpson. Così per lui sono solo uno zero. Allora per convincerlo che ha ragione vado a gonfiarmi d’alcol. Fino a cadere per terra con la bava alla bocca. Niente paura: quando sei caduto una, due, tre volte ti si fa il callo sull’anima. Non senti più niente. Il rave party è nuotare disperatamente nell’aria con le mani e con i piedi come fanno i cani vivisezionati. Ma tu non senti niente. “Devi metterti il silenziatore per sopravvivere a 30 megawatt di musica che ti strappano i timpani. Ti svegli solo quando qualcuno vicino a te rischia di crepare. Mi è successo due mesi fa. Eravamo in Abruzzo. Una ragazza continuava a uscire dall’hangar nel campo dove ballavamo. “Per riposarmi” diceva. La seconda volta però le sono andato dietro. Stava appoggiata a un albero per farsi di ketamina. Mentre tirava su quel veleno dall’ampolla i suoi denti hanno cominciato a battere come quelli di un teschio da film horror. D’improvviso era tutta vecchia. Gli occhi strizzati, il naso incartapecorito, la bocca grinzosa… Poi dopo 5 minuti quella benzina velenosa ha rimesso in moto il suo motore marcio. E allora si è stropicciata le due fessure rosse degli occhi ed è tornata a dondolare tra i moribondi come lei. Ma si è fatta così almeno cinque volte. Troppo anche per lei. Così a un certo punto ha perso conoscenza.“L’ho strattonata: perdeva liquidi gialli da tutte le parti. Nessuno badava a noi. Allora barcollando l’ho portata in macchina e ho cercato di bagnarle la faccia. Nel frattempo erano arrivati altri quattro zombie. Uno di quelli, vecchio di 30 anni, ha estratto una puntura. Era coramina. Quella poveraccia si è ripresa. Ha aperto gli occhi e si è messa a piangere. “Siamo arrivati su una stella, dimmi se è vero?” mi chiedeva con un filo di voce. “Allora siamo sulla luna?”. Era andata fuori. Ma l’unica cosa che sapevano fare quei mostri intorno a lei era riprenderla con il telefonino”. 

Piste di cocaina

Arianna, 17 anni, quarta liceo scientifico

 

“Io credo che il rave porti a galla il tuo stato d’animo del momento. Se ci vai pensando di essere una merda e vuoi sentirti potente almeno una notte allora sono guai. Io invece ci vado per conoscere. Vedi: il rave ti apre la testa perché incontri persone diverse. Sto da due anni con un ragazzo di Berlino incontrato proprio a un rave. Lui è arrivato con la sua ragazza ed è uscito con tutte e due noi. Abbiamo fatto sesso sotto un albero di mimosa. Aveva un tatuaggio sugli addominali: una mano di donna che gli entrava nei pantaloni. Il ritmo folle della techno ci ha accompagnato fino alla fine… Poi lui ha scelto me.“C’è un altro bene nel rave: ti porta fuori dalle mode stupide come gli aperitivi nei bar fighi, il dondolio davanti alle discoteche. Al rave balli, bevi e voli altrove. Se vuoi farti accompagnare dalla vodka o da uno “speed” sono affari tuoi. Se hai il cervello non te lo lasci certo schizzare per una nottata di sballo. Il rave più bello l’ho fatto quest’estate in un’isola delle Eolie. È l’ultima moda: abbiamo riunito in fila tutte le barche degli amici, comprato due casse di vodka, Coca-Cola e Red Bull. Abbiamo ballato dalle 7 di sera alla mattina. Al mio fidanzato non l’ho raccontato. Ma lui lo ha scoperto da You Tube. Ci siamo lasciati. Pazienza”. 

 

Simona, 22 anni

 

“Mi fanno ridere quelli che dicono che fanno i rave per cogliere con migliaia di giovani il respiro del mondo… Balle! Durante il rave balli da sola. Con la tua ombra. Con la vergogna della paura. E, quando sei lì, senti più che mai la solitudine degli altri. Con l’alcol poi si va su e giù. Su: dentro un’euforia che ti fa sentire Lara Croft; giù quando le ginocchia si piegano e torni una bambina che chiama la mamma. L’alcol toglie le difese e ti fa andare indietro. Diventi un feto che nuota nel liquido amniotico. Tutt’altra musica se ti fai di roba. Balli con Biancaneve se hai fatto flash con la pasticca da 15 euro intinta nella vodka. Ritorni col primo amore se ne hai spesi almeno 50 per farti d’eroina. Se hai preso la coca invece “ravi” tutta la sera con Brad Pitt che, per una volta, ha dimenticato Angelina Jolie e i suoi mocciosi marmocchi a casa”. 

 

Cipriana, 23 anni

 

“La verità è che il rave ha bruciato il suo motore vero per diventare solo un rito per marcioni. Dalla Norvegia alla Francia, dall’Italia al Canada, la celebrazione della techno music era lo sballo che urlava la rabbia dei diciottenni, il rito della crescita. Stavamo insieme a ballare, a ridere, a fare sesso per sputare in faccia a questo mondo di manichini la nostra sete di rivolta. Portavamo sulla carne i tatuaggi scritti sui nostri cuori (Cipriana ha un tatuaggio sull’avanbraccio che urla “Vergogna”, ndr). Oggi, invece, i piercing e gli aghi sono solo i nostri sogni infilzati. Sogni di giustizia, sogni di uguaglianza, sogni morti. Oggi il serpente della droga comanda il branco.“Certi poveracci si fanno di quest’ultima lebbra che si chiama “superpill”, un miscuglio di ecstasy e amfetamine che arriva dall’Olanda e che promette ai polli superprestazioni sessuali. Queste ultime menzogne della chimica acchiappano i più piccoli, quelli che pur di stare nel branco si calano giù di tutto. Ne ho visto uno. Avrà avuto 16 anni: si era portato perfino il cambio povero signorino… Al principio faceva piroette, poi le sue mascelle ruminavano come quelle di un asino sfiancato. Denti lunghi, cercava disperatamente di fermare i muscoli della faccia, sputava bava. Allora gli ho detto di infilare la testa sotto l’acqua fredda e di andarsene. Quelli come lui si illudono che il rave sia il luna park del sesso e poi crepano soli su un prato. I tossici incalliti, invece, se la cavano quasi sempre: sanno dosare la roba e i pericoli. Rimangono degli avanzi di umanità però, perché dopo sette ore di droga e di alcol la tua bocca è impastata di muschio verde. Non parli. Non ridi. Non ami”.

 

http://blog.panorama.it/italia/2009/09/03/...utodistruzione/

Fare footing può creare dipendenza come l'eroina

http://www.veneziasi.it/images/stories/venezia/eventi/eventi_speciali/certosa_corsa_campestre.jpgLivelli estremi di esercizio cardiovascolare possono portare a crisi d'astinenza simili a quelli causate da dipendenza da droga.I ricercatori hanno iniettato del naloxone, una sostanza usata per bloccare gli effetti dell'eroina, in topi da laboratorio che erano stati osservati mentre correvano ossessivamente sulla ruota. I topi hanno quindi avuto i medesimi sintomi di chi è in astinenza da droghe come lo stridere dei denti e il tremore.Un gruppo di controllo che invece non si esercitava all'estremo non ha sofferto gli stessi sintomi dopo l'iniezione provando così che i topi-atleti avevano subito cambiamenti nella parte del cervello che regola il sistema di ricompensa, simile a quello che accade con l'uso di droghe.Questa è una buona notizia, come tutte quelle che su base scientifica giustificano una vita sedentaria!

 

 

www.asylumitalia.it

boom di internet-dipendenti, cosi' ci si cura in Italia

Milano, 20 ago. (Adnkronos Salute) - Restano incollati allo schermo per ore, fino a perdere il controllo della loro mente. Rapiti dalla Rete, condannati a navigare ininterrottamente nel 'mare magnum' di Internet, saltando da un sito all'altro senza riposo. Sono i cyber-dipendenti: adolescenti drogati di web che non staccano gli occhi dal computer e finiscono per preferire il mondo virtuale a quello reale. Una forma di "dipendenza comportamentale" (non legata a sostanze) in netta crescita in Italia, avvertono gli esperti.

Tanto che gli scienziati si stanno organizzando per fronteggiare l'ondata di pazienti. Sono tre i centri di riferimento della Penisola, che studiano il fenomeno della 'Internet addiction' e sono all'avanguardia sul fronte delle terapie: il Dipartimento di Neuroscienze cliniche dell'università di Palermo, il Policlinico Gemelli di Roma e l'università D'Annunzio di Chieti. "Quello che ancora non esiste sono cliniche di disintossicazione ad hoc" per cyber-dipendenti, spiega all'ADNKRONOS SALUTE Massimo Di Giannantonio, ordinario di psichiatria all'università D'Annunzio di Chieti. Cliniche come quelle finite nella bufera in questi giorni in Cina, per il caso di un ragazzino in cura in un centro di Qihang (nella regione meridionale del Guangxi) picchiato a morte. In Italia, sottolinea lo specialista, il fenomeno dei teenager Internet-dipendenti è ancora poco conosciuto, ma nelle corsie delle cliniche di psichiatria di molti ospedali italiani si vedono sempre più spesso casi di giovani 'risucchiati' dal web.

 

A Milano, conferma Claudio Mencacci, primario di psichiatria all'ospedale Fatebenefratelli, "ne abbiamo in cura un paio. E cominciano a vedersi anche casi di isolamento grave" dalla realtà. "Con sintomi simili alla cosiddetta sindrome di Hikikomori, fenomeno giapponese".

 

Adolescenti che, all'improvviso, tagliano i ponti con il mondo, si barricano in camera e si astraggono dalla realtà anche per anni. Niente più scuola, uscite con gli amici, chiacchierate in famiglia. Unico chiodo fisso: la Rete, o un videogioco. Una malattia che porta con sé alterazioni del ritmo sonno-veglia e totale limitazione dei contatti interpersonali. "Sono ragazzi che si nutrono solo di relazioni virtuali e si rifiutano di interagire fisicamente con persone in carne ed ossa", racconta Mencacci. Prigionieri del web difficili da curare. E' questa la versione occidentale della sindrome del Sol Levante. Età media degli 'addicted': dai 16 ai 24 anni.

 

I tre gruppi di lavoro che in Italia si occupano di nuove dipendenze, coordinati dagli psichiatri Massimo Di Giannantonio (Chieti), Luigi Janiri (Roma) e Daniele La Barbera (Palermo), hanno visitato, nell'ambito di uno studio, oltre 100 mila ragazzi fra i 15 e i 21 anni. "Di questi il 3,7% ha mostrato una forma grave di 'dipendenza comportamentale'", spiega Di Giannantonio. Ma al momento, precisa, "non esistono dati epidemiologici sicuri che permettano di stimare l'incidenza della dipendenza da Internet in Italia". Quello che gli esperti stanno osservando è l'aumento di dipendenze comportamentali fra i giovani: "Dipendenza dal gioco d'azzardo, da Internet, dallo shopping", elenca lo specialista. Uno studio dell'università di Chieti, finanziato dal ministero della Salute, punta a far luce sul grado di diffusione di queste patologie fra gli adolescenti delle scuole superiori, ritenuti le 'vittime ideali' di disturbi come la cosiddetta 'dipendenza transdissociativa da videoterminale'.

 

Fra i progetti in cantiere in Italia c'è anche l'idea di creare cliniche ad hoc per il trattamento delle nuove 'droghe' dei teenager. L'idea è di riservare posti letto in day hospital a questa tipologia di pazienti. Obiettivo: garantire loro percorsi di riabilitazione efficaci, dalla psicoterapia alle cure farmacologiche.

 

www.adnkronos.com

Portogallo, depenalizzazione della droga: i risultati positivi delle scelte di Lisbona

eroinaA distanza di otto anni il Portogallo raccoglie i frutti delle sue scelte in materia di lotta alla droga. Il paese ha depenalizzato l’uso personale e il possesso di stupefacenti nel 2001, eroina e cocaina comprese. L’opinione pubblica di tutto il mondo si era indignata davanti a una scelta legislativa così estrema.

Dati alla mano la politica di Lisbona sembra avere portato a risultati eccellenti nella lotta alla droga, perché il parlamento ha decriminalizzato e non legalizzato gli stupefacenti.

Chi viene trovato in possesso deve presentarsi di fronte alla cosiddetta “Commissione di dissuasione”, composta da due medici, tre esperti e un legale. I tossicodipendenti vengono portati in centri specializzati nel recupero dei soggetti a rischio, mentre gli utilizzatori occasionali sono costretti a pagare delle multe.

Ciò che temevano gli oppositori della nuova politica era proprio il turismo dello sballo, quello alimentato dagli avventori di droghe di tutta Europa che si sarebbero riversati nel paese.

Secondo un’indagine condotta dal Cato Institute «non si è verificato nessuno degli scenari nefasti prospettati all’inizio, ma la situazione nel paese è migliorata». Il numero degli eroinomani è drasticamente sceso dopo la depenalizzazione degli stupefacenti, dal 45% al 17 %, mentre sono aumentati i soggetti che si sottopongono a terapie di riabilitazione: nel 1990 erano solo 6 mila, nel 2008 sono saliti a 24 mila.

http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/portogallo-depenalizzazi...

 

I miei rave erano suoni e sogni

Le feste illegali come espressione di libertà. Tribù che vivevano sui camion attraversando l'Europa e occupavano fabbriche con musiche e luci. Il racconto anonimo di uno dei pionieri di quella stagione. Mentre ora dominano spaccio e business

 

Una partecipante a un raveFoto di Mattia Zoppellaro

Adesso quando si parla di rave è solo questione di cronaca nera: notizie drammatiche, ragazzi che muoiono per overdose o per una pasticca avvelenata. Un tempo il rave era altro: quello che ne resta è solo il contorno marcio che negli anni è cresciuto ai margini, fino a fagocitarlo e distruggerlo. È per questo che ho accettato di raccontarlo: un tempo parlarne sarebbe stato un tradimento. La sua forza è sempre stata l'alone di mistero che lo circondava e lo rendeva impalpabile al modo esterno. Adesso questo non serve più, anzi, penso che per tutte quelle persone che come me ci hanno creduto, che più di me li hanno fatti nascere e crescere, sia giusto distaccarsi dalla degenerazione di oggi. Non trovo più quella coscienza che gli dava ragion d'essere, che rendeva i free party non solo un'occasione di ballare e sballare, senza limiti e senza regole: adesso vedo situazioni dove qualcuno si può arricchire, trasformandole solamente in business. Quando tredici anni fa ho conosciuto i rave party ero poco più che adolescente, in un mondo un po' più accessibile ai ragazzi di quanto lo sia oggi. Che lasciava più libertà e più possibilità di espressione. Non era ancora nata la stagione dei divieti, della guerra alla movida e della demonizzazione di ogni divertimento giovanile. Il rave era distante da tutto: totale distacco dal sistema in cui viviamo, senza cercare di combatterlo ma neanche di confrontarsi con le sue regole. Lo si capiva già dalla scelta degli spazi. Riportava la vita in quegli edifici diventati fantasmi: i luoghi dove in passato i lavoratori smettevano di essere persone e venivano usati come ingranaggi. Fabbriche abbandonate, capannoni industriali ridotti a scheletro, senza più il cuore meccanico, pulsante, produttivo. Lì volevamo andare, per l'enorme disponibilità di spazio, per l'acustica particolare, per la possibilità di crearci dentro un altro mondo fatto di persone, musica, cani. Al centro, come fosse un nuovo cuore, c'era il sound system: un muro di casse potente migliaia di watt. Il resto sorgeva come d'incanto. Spuntavano fontane di fiamme e giocolieri che illuminavano il buio con il fuoco, installazioni meccaniche colossali e performance che contaminavano tutte le arti. Questo magma partoriva la Taz, acronimo inglese per 'zona temporaneamente autonoma', totalmente libera. Per un periodo da tre a sette giorni nasceva un altro universo, con i suoi equilibri. Equilibri che percepivi solo vivendoci dentro. E una sola regola dominante: 'La festa sei tu!'.

Era l'espressione di una nuova cultura: quella dei traveller, un movimento nato in Inghilterra alla fine degli anni '80. Persone che le feste le organizzavano, le facevano muovere di paese in paese, di cultura in cultura. Spostando generatori, impianti audio, video, strutture meccaniche; viaggiando su veicoli militari, vecchi camion e autobus trasformati in case o magazzini mobili. Tutto questo era una tribe: una comunità di persone, cani, bambini, che viveva su quei mezzi e si spostava come fosse un circo, in carovana. Ognuno aveva un suo ruolo: chi suonava, chi costruiva le casse, chi montava l'impianto del suono, chi riparava i camion, chi creava le performance. Non esisteva il profitto. Tutti i ricavi, quelli degli alcolici venduti nei giorni del party e quelli delle droghe, servivano solo per vivere: per viaggiare, organizzare altre feste, migliorare le attrezzature. Le tribe si spostavano in continuazione per tutta Europa e talvolta anche oltre, coinvolgendo sempre più persone, creando sempre più Taz. Così altre tribù sono entrate in contatto inventando i teknival, la massima espressione di questa stagione: enormi feste che fondevano un miscuglio di giovani diversi fino a farne un'unica cosa, legate dallo stesso spirito anarchico ma non ideologico, dalla musica di più sound system. Intorno, fuori, lo stupore: l'impossibilità di bloccare questo movimento. La polizia? Era confusa, impreparata. Quando una pattuglia fermava quella carovana, si scatenava il caos. Una confusione senza violenza, semplicemente disarmante. Dai camion scendevano in massa ragazzi vestiti di nero, coperti di tatuaggi e piercing, con moltitudini di cani: c'era chi cominciava a mettere musica, che parlava inglese, francese, spagnolo, ceco, italiano. Quei camion avevano targhe e documenti di altri paesi, forse falsi, impossibili da controllare. Un incubo per gli agenti d'ogni nazionalità che preferivano lasciarci passare. Tanto - pensavano - finché rimangono ai margini, finché stanno lontani dal sistema civile che fastidio danno?

Questo caos era libertà: di spostarsi, occupare temporaneamente spazi inutilizzati e anche di far girare sostanze stupefacenti. Droghe che venivano prese in Olanda, in Inghilterra, alla fonte, là dove venivano fabbricate e non ancora manipolate. Si vendevano a prezzi politici, la qualità era garantita e a nessuno conveniva tirare pacchi: avresti perso rispetto e credibilità. Non era permesso ad esterni di venire a fare il proprio business, mettendo in circolazione acidi sballati, ecstasy tagliata male. Eroina e cocaina restavano fuori. Infatti in Campania la camorra ha vietato subito i rave, sparando contro i camion, per non vedere crollare il suo monopolio e i suoi prezzi. I luoghi venivano scelti con attenzione: fabbriche senza più proprietari che potessero sporgere denuncia, lontane dai centri abitati, senza ambienti pericolanti. Poi si organizzava la festa. All'inizio il Web non esisteva. Le informazioni giravano a voce o attraverso i flyer: manifestini che venivano distribuiti solo in quegli ambienti. Indicazioni che comunque non segnalavano il luogo, ma un meeting point in cui trovarsi, per poi partire insieme. Questo sistema garantiva la sicurezza e la riuscita della festa. Proteggeva lo spirito dei partecipanti: un equilibrio che funziona fino a quando ognuno è cosciente dei grandi rischi ma anche delle grandi possibilità che incarna una situazione così libera. Se qualcuno si sente male o si prende male, la festa si trasforma in un bad trip per tutti. Quella forte empatia trasmetteva felicità, serenità, complicità ma al tempo stesso poteva diventare un canale riservato alle paure, alle paranoie e all'aggressività. Dentro il rave le parole e le formalità lasciavano spazio agli sguardi, alle sensazioni vissute da tutti. In tutto questo la musica ha un ruolo fondamentale: è veloce (da 180 a 200 battiti per minuto), scandita da bassi martellanti, arricchiti da suoni quasi psichedelici. Tutti ballano in una trance collettiva. La musica non si interrompe mai, occupa tutto il rave, ne scandisce il ritmo: si sostituisce al tempo, fino a farne perdere la cognizione, fino a trasmettere un senso di libertà totale. Nella festa si può ballare fino a crollare, ma anche mangiare, dormire, esplorare ogni angolo della Taz . Mettersi in macchina e uscirne solo quando ce la si sente. Tutti insieme, proteggendo la tribe dalla polizia con la forza del gruppo.Mi ricordo un teknival organizzato nel 2001 sul Monte Grappa, nell'ex base Nato, durato più di una settimana, con tribe provenienti da Italia, Francia, Inghilterra, Cecoslovacchia, Spagna: decine di migliaia i partecipanti. La Digos arrivò a festa iniziata, senza sapere che fare. Stupiti, aspettavano fuori. B. - una di quelle persone che i rave li aveva fatte nascere, li viveva, ci suonava - gli andò incontrò con piglio milanese e li accompagnò dentro. La ricordo mentre mostrava agli agenti il muro di casse alto 4 metri, mentre gli presentava i gruppi stranieri: "È un festival di musica elettronica e di incontro tra realtà underground europee". Loro increduli, chiesero solo che entro una settimana tutto scomparisse, nello stesso modo in cui era comparso: 'E senza casini!'. E così fu.Alcune tribe si spinsero in Bosnia prima e in Serbia più tardi sfidando guerre etniche e raid della Nato, per portare la loro energia nei palazzi dilaniati dalle bombe. Il movimento continuava ad allargarsi. E questa crescita poco alla volta ha segnato la fine della stagione che ho conosciuto. Le notizie diffuse su Internet hanno aperto le porte dei rave a chi non ne condivideva i valori. Cominciarono a nascere decine di nuove tribe, che però avevano perso la filosofia libertaria diventando solo organizzatori di eventi illegali. Occasioni di profitto e divertimento, nulla di più. Iniziarono a comparire sempre più spacciatori di professione, ladri, malintenzionati, felici di poter approfittare di persone troppo 'fatte' per proteggersi. Diventò presto un fenomeno sociale: in Francia ogni fine settimana venivano intasate autostrade, deturpate zone verdi, o distrutte strutture. Erano all'ordine del giorno gli stupri, le violenze, i ragazzi morti. Le tribe delle origini sono fuggite, in cerca di terre vergini: nel nuovo mondo, in Sudamerica. Altri si sono dati alla musica creando etichette indipendenti. O al circo. E di quel mondo adesso è rimasto poco o nulla.testo raccolto da Gianluca Di Feo, L’Espresso.it

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-miei-rave-erano-suoni-e-sogni/...

 

Dj AM: morte a New York

Il celebre disc-jockey di New York DJ AM, nome d'arte di Adam Goldstein, è stato ritrovato morto nella sua casa di Manhattan. Lo ha annunciato la sua agente Jenni Weinman citata dalla Cnn, spiegando che non sono chiare le circostanze della sua morte. Secondo il quotidiano "The New York Post", accanto al cadavere sono stati ritrovati farmaci che si vendono solo con la ricetta medica e droga. La polizia di New York ha precisato che sul corpo del 36enne DJ AM verranno eseguiti test tossicologici per determinare le cause del decesso. Al momento nulla farebbe pensare che si sia trattato di un delitto. Goldstein era famoso anche per le sue passate relazioni con donne famose. Qualche anno fa era stato in coppia con l'attrice tv Nicole Richie e poi aveva frequentato Mandy Moore. Nel settembre scorso Goldstein e l'ex batterista del gruppo Blink-182, Travis Barker, erano sopravvissuti a un incidente aereo in cui avevano perso la vita 4 persone. Il prossimo ottobre doveva uscire su Mtv un video di Goldstein sui pericoli del consumo di droga

Contro lo stress arriva il profumo di prato

http://imworld.aufeminin.com/profil/D20090115/9524507_700_prato55_H012637_S.jpg Roma - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Battezzato 'Serenascent' dagli studiosi australiani che lo hanno elaborato in 4 anni di studi, lo spray all'odore di erba appena tagliata promette serenità ed efficienza mentale al modico prezzo di poco più di 4 euro e mezzo al flacone. Agirebbe su ippocampo ed amigdala, le zone del cervello deputate ad emozioni e ricordi. Una valida alternativa 'naturale' agli psico-farmaci?

 

Annusare l'erba, non quella dello 'sballo' ma la comune erba di prato, allevia lo stress e addirittura migliora la memoria. Ne sono convinti i ricercatori australiani che hanno creato uno speciale spray al profumo di erba appena tagliata, che promette di 'spegnere' lo stress. Dopo sette anni di studi, i ricercatori della Queensland University di Brisbane sostengono che l''eau di prato' agisce direttamente sul cervello, in particolare sulle aree che governano emozioni e memoria. Cosi' hanno realizzato lo speciale profumo, battezzato Serenascent, che sa di erba tagliata e foglie: dovrebbe entrare in produzione il mese prossimo, per arrivare sul mercato a circa 4 sterline a flacone, intorno ai 4 euro e mezzo.Quando l'erba e le foglie verdi vengono tagliate, spiegano i ricercatori sul quotidiano britannico 'Daily Mail', emettono sostanze chimiche anti-stress. L'idea di indagare su questo fenomeno è venuta per la prima volta al neuroscienziato Nick Lavidis venti anni fa, dopo un'escursione in una foresta americana. "Tre giorni nello Yosemite National Park mi hanno fatto sentire come dopo tre mesi di vacanza - ricorda - Allora non avevo capito che erano la combinazione delle sostanze chimiche benefiche rilasciate dai pini, la vegetazione lussureggiante e l'erba tagliata a farmi sentire cosi' rilassato. Ma a distanza di anni il mio vicino mi parlò del meraviglioso profumo dell'erba tagliata, dopo che io avevo falciato il prato, e tutto è andato al suo posto".

 

Secondo Lavidis l'arma olfattiva agisce su

ippocampo e amigdala, zone sede della memoria e delle emozioni. "Queste due aree sono responsabili delle risposte del sistema endocrino, che controlla il rilascio degliormoni dello stress come i corticosteroidi". Certo, non tutto lo stress è negativo, aggiunge il ricercatore. C'è quello positivo che ci spinge a dare il massimo, ad esempio durante una prova d'esame. "Malo stress cronico è negativo, ed è associato a unaumento della pressione, a problemi di memoria e a un indebolimento del sistema immunitario", prosegue.

 

Studenti universitari che hanno lavorato al progetto australiano hanno scoperto che gli animali esposti al Serenascent - che combina tre sostanze chimiche rilasciate dall'erba appena tagliata - evitavano i danni all'ippocampo legati allo stress cronico. Problemi che, alla fine, portano a una riduzione della memoria. Secondo gli ideatori il profumo ha un "piacevole aroma di erba tagliata di fresco, o di una passeggiata in una foresta rigogliosa". E stando a Lavidis, che ha lavorato al progetto con la farmacologa Rosemary Einstein, l'essenza può essere usata come spray per gli ambienti o anche sulle lenzuola, i cuscini o i vestiti. "Cercheremo diincorporare le sostanze chimiche del benessere anche in altri prodotti", promette.

 

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