Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.

Domande agli Operatori

Cerca nell'archivio di 30448 risposte, o fai una nuova domanda, anche in forma anonima.

Scrivi una domanda e clicca su Invia (max. 250 caratteri).
  • Un nostro Operatore autorizzato (vedi chi siamo) risponderà presto alla tua domanda.
  • Il tempo di risposta potrebbe variare a seconda della difficoltà del quesito.
  • La domanda sarà nascosta a tutti finché non verrà pubblicata assieme alla risposta.
  • Una volta pubblicata, la risposta sarà leggibile a tutti nell'archivio. Se preferisci una risposta privata, usa il modulo di contatto.
Facoltativo: inserisci il tuo indirizzo email se vuoi ricevere un avviso quando verrà pubblicata la risposta.
Type the characters you see in this picture. (verifica con audio)
Inserisci il testo che vedi nell'immagine qui sopra. Se non riesci a leggerli, invia il modulo e una nuova immagine sarà generata. È indifferente a maiuscole e minuscole.
Annulla
Cliccando su Invia autorizzi il trattamento dei tuoi dati personali solo ed esclusivamente per rendere possibile questo servizio, secondo la policy del sito. Tali dati sono strettamente confidenziali e non saranno divulgati in alcun modo.

Novità altro

LA DIPENDENZA DAL CELLULARE

http://static.sftcdn.net/it/scrn/21000/21534/2t_Spruce_Draw_thumb.jpg(Da:Benessere.com) Come la televisione ed il computer, anche il telefonino rappresenta uno strumento tecnologico di crescente utilizzo che, come dimostrano recenti e numerosi studi, è anche un oggetto verso il quale si può sviluppare una vera e propria forma di dipendenza. Con la crescita del numero e dei modelli di cellulari, nonché dei servizi offerti attraverso il telefonino, si assiste infatti all’incremento di casi di quella che, in alcuni paesi, è già diventata una “malattia sociale” e che è stata definita “telefonino-dipendenza”, “cellularomania” o “cellulare-addiction”. Dal telefono al telefonino: cambiamenti socio-psicologici della comunicazione telefonica.

La nascita e lo sviluppo del mercato della telefonia mobile ha avviato profonde trasformazioni sociali, attribuendo nuove funzioni psicologiche al telefonino rispetto a quelle assolte dal telefono tradizionale. La tendenza di questo moderno e trasportabile strumento di comunicazione telefonica a diventare nel giro di poco tempo alla portata di tutti, indipendentemente dall’età o dallo status socio-economico, insieme allo sviluppo di crescenti ed innumerevoli caratteristiche tecniche, implicano delle riflessioni relative alle principali funzioni sociali e psicologiche che il telefonino attualmente assolve.

Inizialmente, infatti, il cellulare era uno strumento essenziale, alla portata di pochi, il cui possesso assolveva alla funzione di rendere costantemente rintracciabili in tempo reale un numero privilegiato di utenti “socialmente impegnati ed importanti”.

Ben presto il cellulare ha cominciato a rispondere e ad alimentare il bisogno comune di essere vicini, superando i confini dello spazio e del tempo, trasformando profondamente le possibilità delle relazioni quotidiane, favorendo la possibilità di aumentare le occasioni di intimità e, talvolta, anche quelle di violazione della libertà e degli spazi personali.

Così, di pari passo alla moltiplicazione delle funzioni tecniche di un telefonino si sono trasformate anche le sue funzioni sociali e psicologiche: il cellulare oggi è uno strumento che accompagna ogni momento della giornata e che aiuta ad organizzare ed a gestire ogni momento della vita, dal lavoro (con le agende, le sveglie, le rubriche, l’orologio) ai momenti di svago (con i giochi, le fotocamere, le videocamere).

Conseguentemente all’evoluzione del mondo della telefonia mobile oggi, oltre alla generica e tradizionale funzione di comunicazione, il telefonino rappresenta uno strumento che riveste almeno tre importanti funzioni psicologiche relative sia alla sfera individuale, che a quella relazionale.

 

Una delle principali funzioni psicologiche del cellulare è quella di regolare la distanza nella comunicazione e nelle relazioni . Attraverso il telefonino, infatti, ci si può avvicinare o allontanare dagli altri: ci si può proteggere dai rischi dell’impatto emotivo diretto, trovando una risposta alle proprie insicurezze relazionali, alla paura del rifiuto ed ai sentimenti di insicurezza; ma ci si può altresì mantenere vicini e presenti costantemente alle persone a cui si è legati affettivamente, gestendo l’ansia da separazione e la distanza, costruendo un “ponte telefonico” che attraversa infiniti spazi in pochissimo tempo. Gli adolescenti sono più spesso esempio dell’utilizzo del telefonino come strumento di difesa per affrontare le insicurezze nella comunicazione, sia nella fase di iniziale di conoscenza che in quelle di trasformazione e gestione delle relazioni. I genitori invece, sempre più spesso sostenitori del precoce possesso del telefonino da parte dei bambini e ragazzi, trovano nel telefonino una risposta al proprio bisogno di restare costantemente presenti nella vita dei propri figli, adoperando il cellulare come ciò che è stato definito un “guinzaglio tematico” (Carlini R., Cozzolino G.).

Un rischio della estremizzazione della telefonino-mediazione delle relazioni è che il cellulare, piuttosto che diventare uno strumento di sostegno per affrontare le difficoltà di confronto con gli altri, diventi uno strumento per gestire abitualmente le relazioni. In tal modo è possibile che la “comunicazione telefonica” diventi un sostituto della “comunicazione reale” , che lo strumento tecnico prenda il sopravvento e finisca per sostituirsi alla realtà, creando e alimentando una equazione “comunicazione telefonica = comunicazione reale”.

Un altro rischio intimamente connesso al precedente è la possibilità che il contatto-distacco finisca per far idealizzare il referente delle comunicazioni telefoniche o via sms , sulla base di meccanismi di proiezione di desideri che possono innescarsi facilmente su comunicazioni fatte di brevi conversazioni o di pochi caratteri. È altrettanto possibile che con l’abuso di comunicazione via cellulare si finisca per vivere relazioni esclusivamente legate alla sfera mentale-emotiva , che alimentano una frammentazione e un disconoscimento del corpo come irrinunciabile mezzo di contatto nelle relazioni interpersonali.

Infine, esiste il rischio che la facilità a prendere le distanze, quanto quella ad avvicinarsi, acceleri eccessivamente alcuni processi di distacco emotivo che prima avevano tempi più “umani” rispetto a quelli tecnologici offerti dal telefono mobile, nel corso dei quali gli irrinunciabili scambi faccia-a-faccia potevano portare a riflessioni importanti, oggi talvolta impossibili.

 

Un’altra importante moderna funzione psicologica del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per gestire la solitudine e l’isolamento , assumendo quasi il ruolo di “antidepressivo o ansiolitico multimediale”, nei confronti del quale diviene ben presto facile diventare dipendenti. In questo senso il telefonino diventa il simbolo della “presenza dell’altro”, che è un’entità sempre a portata di mano. Da ciò nasce conseguentemente un estremo investimento affettivo del telefonino che può trasformarlo in una specie di oggetto-feticcio ed il suo possesso può essere ribaltato verso la dimensione dell’“essere posseduti”, in cui spegnere il cellulare diventa quasi come diventare trasparenti e incapaci di entrare in altro modo in relazione. In tal modo, gli altri e la realtà, mantenuti costantemente presenti, non sono conseguentemente mai vissuti come assenti; ciò genera una mancanza della possibilità di sperimentare la dimensione del lutto e la sua possibile elaborazione , una esperienza centrale per la differenziazione tra “mondo interno” e “mondo esterno” che, soprattutto fra i giovani, può rendere confusi e persino “fusi”, con possibili conseguenze negative sulla capacità di mentalizzazione e di interiorizzare l’altro attraverso la rappresentazione fantastica della realtà. Si rischia altresì di trovare con difficoltà una separazione tra “pubblico” e “privato”, tra “intimo” e “condiviso” , una distinzione che è invece un aspetto fondamentale per la costruzione della propria identità attraverso la possibilità di stabilire dei confini che sono la base delle capacità di entrare in contatto.

Una terza funzione ormai crescente del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per vivere e dominare la realtà , con le sue innumerevoli possibilità tecniche in grado di regalare l’idea di poter essere presente e capace di “fermare il tempo”, con una o più immagini, un’illusione di potere che può essere spinta fino alla sensazione estrema di onnipotenza.

I rischi dell’abuso di queste funzioni sono maggiori nei ragazzi, in quanto l’età evolutiva è il momento dell’apprendimento delle modalità di contatto sociale reale e delle capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni. La comunicazione attraverso il telefonino, infatti, potrebbe finire per divenire l’unica capacità di mettersi in relazione e contemporaneamente la sua perpetua possibilità di contatto non stimola né la capacità di controllare il rinvio della soddisfazione dei bisogni che si concretizza nell’attesa, né la conseguente creatività che si sviluppa nell’attesa. In tal modo, il pensiero lascia sempre più spazio all’azione, al prezzo dell’incapacità crescente di reggere la lontananza e il distacco, perdendo di vista che essi non sono esclusivamente pesi da alleviare, ma anche spazi che è possibile colmare coltivando quelle importanti dimensioni psicologiche rappresentate dalla fantasia e dalle immagini interiori. Inoltre, l’abuso della possibilità di superare le barriere spazio-temporali sembra rendere sempre di più approssimativi, ossia incapaci di prendere decisioni e impegni precisi, in virtù della possibilità di rinviare le scelte e gli appuntamenti a momenti successivi di contatto.

Le importanti possibilità di risposta a bisogni psicologici da parte del telefonino sottolineano come l’uso del cellulare si può muovere lungo il continuum “elemento risorsa – fattore di rischio”, in modo simile a molti altri strumenti multimediali.

La dipendenza da telefonino: un fenomeno complesso

Secondo i crescenti studi condotti in tutto il mondo sull’argomento, il “keichu”, come è stato definito in Cina il fenomeno sociale della dipendenza dal cellulare, è un problema che colpisce principalmente i giovani. L’uso quotidiano e comune del telefonino rende spesso difficile tracciare un confine diagnostico tra “comportamento normale” e “comportamento aberrante”. Per questa ragione, per l’individuazione di tale problematica è importante osservare tanto gli aspetti quantitativi quanto quelli qualitativi del rapporto con il cellulare. Dal punto di vista quantitativo , generalmente si parla di “cellularomania” quando il traffico telefonico quotidiano di un individuo, costituito da chiamate e sms sia in entrata che in uscita, ammonta all’incirca a 300 contatti. Tuttavia, il problema quantitativo potrebbe anche essere manifestato in termini di lunghe conversazioni con poche persone o ancora l’utilizzo eccessivo potrebbe essere legato all’abuso di altre funzioni presenti nel cellulare.

Inoltre, al di là della quantità di comunicazioni o del tempo passato al cellulare, si può ipotizzare una “dipendenza da telefonino” quando una persona presenta alcuni dei seguenti atteggiamenti-spia:

 

  • dedica la maggior parte del proprio tempo ad attività connesse all’utilizzo del telefonino (telefonate, sms, giochi, consultazioni, uso di foto-videocamere, ecc.), svolte in modo esclusivo o in concomitanza con altre attività;
  • manifesta senso di stordimento, mal di testa, vertigini, dolori al viso o all’orecchio o altri sintomi fisici che possono essere collegati all’abuso del telefonino;
  • manifesta un atteggiamento di estrema affettività verso l’oggetto telefonico che si evidenzia principalmente con la resistenza ad allontanarsi da esso anche per poco tempo;
  • mostra un utilizzo del telefonino non giustificato da necessità, bensì come strumento per soddisfare bisogni di ordine affettivo-relazionale e come principale mezzo per comunicare con gli altri rispetto ad altre forme di comunicazione;
  • tende ad entrare in ansia o perfino in panico, o comunque a sperimentare stati emotivi spiacevoli, se il telefonino è scarico o se non funziona;
  • utilizza il telefonino come mezzo di protezione e di intermediazione per entrare in rapporto con altri con i quali altrimenti non si riuscirebbe a comunicare in modo diretto;
  • propende ad utilizzare il cellulare come strumento di controllo nelle relazioni sentimentali e affettive;
  • è incapace di mantenere dei momenti di assenza di contatto e di comunicazione con qualcuno;
  • tende a giustificare l’incapacità a staccarsi dal telefonino con l’uso di alibi (es. ragioni di sicurezza);
  • tende ad utilizzare il telefonino per tenere sotto controllo alcune paure o insicurezze (paura della solitudine, fobie specifiche, crisi d’ansia, ecc.);
  • tende ad usare più telefonini, spesso linee separate in base all’utenza (es. lavoro/amici);
  • ha l’abitudine di mantenere il telefono acceso anche di notte e di effettuare eventuali risvegli notturni per controllare l’arrivo di short message o di chiamate.

 

Come tutte le cosiddette “nuove dipendenze”, anche la “cellularomania” tende a innestarsi ed a manifestarsi soprattutto in relazione agli aspetti più fragili della persona. Se, ad esempio, la persona ha dei problemi di autostima il telefonino, rispondendo al bisogno di compensare tale problema, tenderà ad essere utilizzato come strumento per affrontarlo. Allo stesso modo avviene per le persone con predisposizione alle dipendenze nei confronti delle persone, in cui esso diviene strumento per gestire i bisogni emotivi. Spesso la dipendenza dal telefonino si associa ad altre tradizionali o moderne dipendenze che sono secondarie alla cellularomania, quali ad esempio la sindrome da shopping, la dipendenza affettiva e la videomania. Queste ultime possono essere considerate conseguenza della “cellular addiction” quando si manifestano in relazione ad essa, ossia rispettivamente con acquisti compulsivi nel settore della telefonia (telefonini, accessori e offerte telefoniche), con l’uso del cellulare per assecondare comportamenti di dipendenza affettiva (controllo e continuo contatto) e con l’abuso di videogiochi presenti tra le funzioni del telefonino stesso.

Dipendenza da sms

Il sistema dei messaggini telefonici ha trovato ben presto grande diffusione in relazione alle possibilità di conciliare un mezzo di comunicazione economico, scritto (e quindi conservabile) e indiretto quanto una lettera. Prima, infatti, chi non riusciva ad esprimere qualcosa verbalmente, poteva farlo attraverso una cartolina o con una lettera. Oggi ciò è possibile attraverso una e-mail o, più velocemente e più alla portata di tutti, attraverso un sms. Ben presto la necessità di esprimere tanto attraverso uno short message ha portato allo sviluppo di un linguaggio sintetico, fatto di abbreviazioni e codici che è indubbiamente più diffuso tra i giovani e che rappresenta il vero rischio della dipendenza da sms, soprattutto in età evolutiva. Il linguaggio sintetico infatti rischia di prendere il sopravvento tra le funzioni cognitive ed emotive in via di sviluppo, predisponendo alla strutturazione di una forma di pensiero eccessivamente sintetico.

L'intervento sulla dipendenza da cellulare: prevenire è importante quanto curare

Il rapporto con il cellulare è potenzialmente rischioso per tutti, perché spesso solo parzialmente controllabile, dal momento che si possono gestire soprattutto le chiamate effettuate e meno quelle ricevute. È per questo che la prevenzione di questa forma di dipendenza è importante quanto l’intervento su di essa nella sua forma più acuta. Esiste infatti la possibilità che, in un periodo particolarmente difficile della vita il telefonino diventi un oggetto su cui canalizzare uno stato di disagio (affettivo, relazionale, ecc.). Pertanto, è importante allenarsi ad un rapporto equilibrato con il cellulare, limitato nel tempo e capace di autocontrollarsi, concedendosi talvolta qualche pausa dalla sua presenza rassicurante.

 

dott.ssa Monaco

 

 

ALCUNI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

  • AAVV (2005) Nell’era del T.V.T.B. (ti voglio tanto bene). In Benefit, 32, 132 - 136.
  • Di Gregorio L. (2003). Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonin o, Franco Angeli, Milano.
  • Guerreschi C. (2005). New addictions. Le nuove dipendenz e, Edizioni San Paolo, Milano.
  • Lacohèe H., Wakeford N., Pearson I. (2003). A social history of teh mobile telephone with a view of its future . In Technology journal, 21, 203-211.

Giornata Mondiale Contro l'AIDS - Ferrara 09

GIORNATA MONDIALE CONTRO L'AIDS
1 DICEMBRE 2009
dalle ore 11 alle ore 23
Sala Estense
Piazza del Municipio
FERRARA

Evento culturale, di comunicazione sociale e scientifica organizzato da
Ser.T Ferrara (servizio pubblico per la prevenzione cura, riabilitazione delle dipendenze patologiche), la Commissione inter-aziendale di coordinamento delle azioni contro la diffusione dell'HIV (Azienda USL/Azienda Ospedaliera di Ferrara)
con il patrocinio e la collaborazione di Regione Emilia Romagna, Comune di Ferrara, Provincia di Ferrara, Azienda Ospedaliera e Azienda USL di Ferrara e con l'adesione di CSV(centro servizio volontariato, AVIS, l’Ufficio Scolastico Provinciale, Università, Promeco.

Nel cuore della città, si svolgerà un intenso programma di iniziative aperte a tutti con l'unico obiettivo di accendere l'attenzione, stimolare la riflessione e la partecipazione dei cittadini intorno alla questione HIV/AIDS.

Programma della Giornata e Concorso giornalistico “WRITE-AIDS”

ore 11-13
Conferenza stampa aperta al pubblico con esperti che a vario titolo sono coinvolti sul tema HIV/AIDS.
Interverranno il Direttore del Reparto di Malattie Infettive di Ferrara Dott. Florio Ghinelli, Dott.ssa Laura Sighinolfi infettivologa, Dott. Riccardo Gavioli ricercatore, Dott.ssa Garofani direttore Ser.T Ferrara e altri...
Nell’occasione verranno presentati i dati, le ultime novità in campo medico scientifico, il punto sulla ricerca, le terapie e i comportamenti corretti.

Al termine della Conferenza: presentazione del Concorso giornalistico “WRITE-AIDS””: rivolto a tutti le persone che hanno compiuto la maggiore età che hanno voglia di produrre un articolo di 3000 battute sul tema HIV-AIDS, o qualsiasi altro prodotto mediale che sviluppi il tema (video, fumetti, poster, vignette, fotografie). Sotto potete trovare il Bando del Concorso.

BREAK

Nel corso della manifestazione sarà dato ampio spazio al problema HIV/AIDS in Africa.
ore 15 (Sala Estense)
“ EYES WIDE OPEN” presentazione di un film documentario girato in Africa sulla nascita delle prime associazioni di prevenzione e cura dell’aids, a cui seguirà un incontro con gli autori.

ore 21 (Sala Estense)
Spettacolo di musica, danza e recitazione ispirato al tema e alle sue implicazioni antropologiche, di cultura e di costume.
Lo spettacolo si avvarrà di interventi videoregistrati di testimonial del mondo della cultura e dell’arte che porteranno il loro contributo di partecipazione e di lotta all’isolamento e allo stigma che ancora patiscono le persone sieropositive.

Le Autorità cittadine, premieranno i vincitori del concorso “WRITE-AIDS” alla chiusura della serata.

BANDO DEL CONCORSO “WRITE-AIDS”

«WRITE - AIDS»
IL CONCORSO PER AUTORI DI TUTTE LE ETA'

«WRITE - AIDS» è realizzato e promosso, in occasione della giornata mondiale contro l'Aids, dal
Sert dell’Azienda USL di Ferrara e dalla Commissione Interaziendale AIDS (Azienda USL e Azienda
Ospedaliera di Ferrara) con cadenza annuale.

PERCHE' WRITE AIDS?
Da alcuni anni si ha la sensazione che sia calato un silenzio sul problema: nonostante il virus dell'Hiv sia in
continua crescita e in Italia sono stimati (fonte Iss) 140mila sieropositivi e 3/4000 nuove infezioni l'anno.
L'attenzione dei media e della società civile è decisamente bassa: siamo di fronte ad uno strano fenomeno
per cui i più giovani non sanno di cosa si stia parlando e le generazioni più vecchie pensano che il virus
dell'Hiv sia scomparso o guaribile, dimenticando che ogni giorno in Italia 10 persone diventano sieropositive.

IL BANDO DEL PREMIO «WRITE - AIDS»

ART.1 SCRIVERE, DISEGNARE, FILMARE, FOTOGRAFARE
WRITE AIDS si rivolge a tutti, chiunque può partecipare scrivendo un articolo, un’inchiesta, un racconto, una
testimonianza; può realizzare disegni, fumetti, foto o altre forme artistiche a propria discrezione (canzoni,
poesie, opere d’arte, ecc...,) filmati con qualsiasi strumento dalla telecamera al telefonino.
I testi scritti, dovranno essere al massimo di 3.000 battute -spazi compresi-, le video e audio produzioni
dovranno avere durata massima di 2 minuti (eventuali titoli di testa e sigle finali compresi).

ART.2 IL TEMA DEL CONCORSO HIV-AIDS. Lo svolgimento è libero: riflessioni e commenti sulla
prevenzione, la storia della diffusione dell'Hiv, luoghi comuni, pregiudizi, campagne di sensibilizzazione.
Potrà avere forma di intervista, testimonianza, approfondimenti sui cambiamenti che l'infezione ha
determinato nei comportamenti sociali e personali.

ART.3 REQUISITI, MODALITA' E SCADENZA
Il concorso è rivolto a tutti, la partecipazione è gratuita.
Si richiede materiale inedito in lingua italiana, mai premiato né presentato ad altri concorsi o già pubblicato.
Ogni concorrente potrà partecipare con una sola opera.
La scadenza per la presentazione dei lavori è fissata alle ore 12.00 del 20 Novembre 2009.
Il materiale può pervenire a mezzo raccomandata a: Azienda USL Ferrara - Ser.T. Via Francesco del
Cossa, 18 - 44121 Ferrara, oppure direttamente all'indirizzo indicato dal Lunedì al Venerdì dalle 10
alle 12.

ART.4 PRESENTAZIONE E INVIO MATERIALI
Le opere dovranno essere inviate in formato cartaceo, e o digitale.
Per il formato video o audio, è possibile consegnare le opere su chiavette Usb, supporto dvd.
Il materiale dovrà essere accompagnato da una breve autobiografia dell'autore, con precisi riferimenti:
anagrafici, residenza, indirizzo e-mail, telefono per i successivi contatti.

ART.5 GIURIA
Il premio sarà assegnato da una giuria composta da giornalisti di quotidiani, periodici, delle televisioni, radio,
agenzie di stampa, new media, uffici stampa e da un rappresentante del comitato scientifico della
Commissione Interaziendale AIDS.
Per lo svolgimento delle sue attività la commissione può indicare un segretario verbalizzante anche esterno.
La Giuria si riserva di esprimere proprie valutazioni ed eventualmente assegnare menzioni speciali o premi
aggiuntivi.

ART.6 PREMI
Il primo classificato riceverà un premio in denaro di 1.000 (mille) euro, la pubblicazione del pezzo o delle
opere sui quotidiani (Tv, radio, media on line, o altro). Due premi pari-merito del valore di 500 (cinquecento)
euro. Verranno pubblicati successivamente in forma di quaderno di informazione, i lavori più significativi.

ART.7 LA PREMIAZIONE
La cerimonia di premiazione si terrà il giorno 1 Dicembre 2009 presso la Sala Estense alla fine dello
spettacolo serale in presenza delle Autorità Cittadine.

ART.8 LIBERATORIA
Il concorrente con la sua partecipazione autorizza l'organizzazione del Premio ad usare e diffondere il
materiale pervenuto. Ogni autore è responsabile dei contenuti delle opere inviate al concorso anche nei
confronti di eventuali diritti d’autore di terzi soggetti. Le opere non saranno restituite ma resteranno in
dotazione e conservate a cura della segreteria del Ser.T. Via Francesco del Cossa, 18 – 44121 Ferrara

Quella è droga e va proibita

alberto gaino

La Stampa-Torino

Gli smart shop «Alkemico» sono entrati nel mirino di Guariniello che non si è accontentato di indagare per frode commerciale il titolare del centro torinese della catena in franchising - cento locali fra Torino e Rimini - dopo aver fatto sequestrare e analizzare il vasto campionario di «droghe legali», prezzi popolari, giovani e giovanissimi come clientela. Anche se cliccando sul sito della casa madre, un avvocato come rappresentante legale, compare l’avvertenza «Puoi connetterti solo se sei maggiorenne». Ma poi? Ricevuto un allarmante rapporto per la salute dal consulente che aveva incaricato di esaminare queste «droghe furbe», definite low cost, il magistrato ha deciso di fare di più e di inviarne una copia al ministro Carlo Giovanardi, che in seno al governo ha la delega per la lotta alla droga: «Egregio onorevole, questi prodotti non compaiono in alcun elenco di sostanze proibite in Italia, ma sono a tutti gli effetti farmaci con effetti pericolosi o sostanze psicoattive in grado di provocare dipendenza psicologica, danni alla memoria, di ridurre le sensazioni di fame, fatica, sonno». Il caso della ragazza morta dopo uno sballo con lo spray per pulire le tastiere dei computer è un allarme su come i giovanissimi si arrangiano con la cultura della droga, e questi smart shop e, più ancora, il sito Alkemico costituiscono per Guariniello un’impresa commerciale che gioca sull’ambiguità di prodotti borderline e dei messaggi di cui «li si circonda». Nel rapporto ci sono 10 prodotti a rischio. Cat mint è uno di questi. Il consulente: «Si tratta di un’erba che i gatti cercano per le sue proprietà inebrianti... un allucinogeno...». Il sito dell’organizzazione: «La Nepeta cataria è un’erba che attira (e sballa piacevolmente) i felini di tutte le razze. Sembra che abbia un potere rilassante su di loro simile a quello che la cannabis ha....». Alludere e promettere, alludendo, «maggiore efficienza mentale» per ogni situazione di socializzazione giovanile. Categoria «disco party»: «Esplosiva collezione di polveri, pastikke, resine». Ma negli smart shop, segnala Guariniello, i medesimi prodotti vengono venduti ufficialmente come innocui «profumatori ambientali» e «incensi», o addirittura «semi da collezione». L’Amanita muscaria gold è, con il Kraton liquido, in cima alla lista di Guariniello per rischio salute. Il sito «Alkemico» la presenta così: «E’ il fungo allucinogeno per eccellenza, il più noto e appariscente, al quale sono associati i più antichi rituali di natura etnomicologica». Suggestivo, ma la consulenza di Guariniello evidenzia il suo contenuto di Muscarina «che ha dato luogo, segnalati in letteratura medica, a casi di prolungata psicosi». Negli smart shop è in vendita invece come «profumatore» eccetera. Con questa avvertenza: «Da non usare in gravidanza». Il Kraton liquido è «un estratto di foglie di una pianta thailandese masticato nel Sud est asiatico come sostituto dell’oppio. Contiene Mytragina, alcaloide con spiccata azione farmacologica simile a quella della morfina. In Thailandia e Australia è proibito». In Italia è in libera vendita, senza nemmeno autorizzazione ministeriale. Guariniello: «Ad alte dosi può provocare effetti tossici». Come le Superkikke, confezioni da «30 cuoricini rosa contenenti ciascuno 220 mg di caffeina». Sette volte di più di una tazzina di moka.

Procura di Torino a Giovanardi: occhio alle smart drug

 

Le cosiddette 'smart drug', che si possono acquistare liberamente su internet o trovare in alcuni negozi specializzati hanno effetti stupefacenti, debbono essere considerate farmaci e, soprattutto, possono essere pericolosi per chi le consuma: questo il senso di un rapporto consegnato dalla procura di Torino a Carlo Giovanardi, sottosegretario della Presidenza del consiglio dei ministri con delega alle politiche antidroga. Il documento illustra i risultati di un'inchiesta su un negozio aperto nel centro storico di Torino, Alkemico-Craziest, specializzato nella vendita di questi prodotti. Il procuratore Raffaele Guariniello, sulla scorta delle ispezioni dei carabinieri del Nas e del lavoro di un suo consulente tecnico, ritiene che sia stato violato il testo unico sui farmaci e che sia stato commesso il reato di frode in commercio: per questo ha iscritto nel registro degli indagati il nome di un responsabile del punto vendita.   Il rapporto trasmesso da Guariniello a Giovanardi, riprendendo le conclusioni di uno studio dell'Istituto Superiore di Sanita', contiene alcune considerazioni generali sul fatto che le smart drug, soprannominate 'droghe furbe' e assai diffuse tra i giovani per il basso costo e la facilita' di reperimento, possono diventare pericolose: procurano una dipendenza di tipo psicologico, creano danni alla memoria e riducono le sensazioni di fame, fatica, sonno. Alcuni dei prodotti sono stati individuati e descritti: Sixt Sens, Canna Pvd, Cat Mint, Wild Lettuce (in italiano 'Lattuga selvaggia') e soprattutto i due considerati meno raccomandabili, il Kraton Liquido e l'Amanita Muscaria Gold. Il primo, come riporta il consulente della procura, e' estratto dalle foglie di una pianta thailandese che, nel Sud Est asiatico, i consumatori masticano per ricavarne effetti analoghi a quelli dell'oppio; in Thailandia e in Australia e' stata vietata perche' ha un'azione analgesica simile a quella provocata dalla morfina. L'Amanita e' un fungo che, in alcuni paesi, e' considerato - a dosi elevate - un allucinogeno. fonte: ADUCDROGHE Ufficialmente i prodotti sono presentati come incensi, profumatori d'ambiente, semi da collezione: da qui l'ipotesi di frode in commercio. Inoltre hanno dei componenti (come la mitragnina per il Kraton Liquido) che non sono ancora inclusi nell'elenco delle sostanze stupefacenti: non sono, quindi, perseguibili come droghe ma, avendo effetti analoghi a quelle dei farmaci, richiedono specifiche autorizzazioni.

Colle, smalti e gas Gli stupefacenti da pomeriggio

L'esperto: «Le forze dell'ordine da sole non possono far nulla per arginare questa moda»

francesco moscatelli

torino

Sono droghe da metà pomeriggio. Droghe da ragazzini. Droghe invisibili. I loro nomi non stanno scritti nelle tabelle delle sostanze psicotrope del Ministero della salute, il loro consumo non è illegale e per procurarsele non c’è nemmeno bisogno di un pusher. Basta frugare nel ripostiglio, farsi un giro al supermercato o nel negozio di vernici sotto casa. L’elenco è lungo: colle, smalti per unghie, benzina, bombolette di butano da campeggio, trielina, acqua ragia. Ma spesso i baby-consumatori di «sniffing drugs», inalano direttamente il Protossido d’azoto (il gas esilarante) e i gas contenuti nelle bombolette di panna montata o nei palloncini colorati. Niente da fare: le forze dell’ordine non possono intervenire. Il principio che sta alla base dello sballo è sempre lo stesso: la carenza di ossigeno al cervello provoca una sensazione di stordimento e poi di euforia. L’effetto dura qualche minuto. Difficile che qualche mamma se ne accorga. Ma possono essere letali. A Milano, nel 2005, un quattordicenne è stato ritrovato senza vita in un parco: di fianco al corpo c’erano due bombole di butano. «Si tratta di comportamenti trasgressivi che il più delle volte assumono il significato di un rito d’iniziazione di gruppo - spiega Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università “La Sapienza” di Roma - A farne le spese sono gli adolescenti perché a 15 anni ci si sente invulnerabili e si cercano esperienze eccitanti. L’unica prevenzione possibile è organizzare dei corsi per i ragazzini di 10 e 11 anni, che ancora ascoltano e si fidano degli adulti». Ma quanti sono i quindicenni italiani che si sballano come i loro coetanei delle favelas brasiliane o delle fogne di Bucarest? «Non esistono dati o statistiche. Sono fenomeni difficili da intercettare - spiega Filippo Bellavia, psicologo e responsabile del “Servizio Onda” dell’Asl 1 di Torino, che si occupa proprio di nuove droghe e dipendenze giovanili - Al limite arriva qualche segnalazione dagli operatori del privato sociale. Qualche tempo fa, ad esempio, ci hanno detto che alcuni giovani immigrati di San Salvario sniffavano colla. Noi cerchiamo di raccogliere informazioni e di fare prevenzione nelle scuole con i medici di base. Ma se la compatibilità sociale non viene compromessa è difficile che qualcuno intervenga». Parlare di «sniffing drugs» vuol dire entrare in un limbo sconosciuto agli stessi operatori del Sert e dei servizi sociali. «Di sostanze del genere ce ne sono tantissime ma noi possiamo lavorare solo sulla punta dell’iceberg - continua Bellavia - Basti pensare che a Torino il 2% della popolazione compresa fra i 15 e i 30 anni vive situazioni al limite: ragazzini di 16-17 anni che fumano l’eroina come sedativo dopo aver assunto crack e cocaina, liceali che si fanno di ecstasy, ketamina e piperazina, uno psicoattivo molto di moda negli ultimi mesi che non è ancora stato inserito nelle tabelle ministeriali».

 

 

www.lastampa.it

Ricerca di valutazione sulla legge su droghe e dipendenze!

Dal blog di fuoriluogo - Dopo l’assordante silenzio della conferenza nazionale di Trieste su esiti ed effetti della legge Fini Giovanardi, è stata presentata a Roma, nell’ambito del “Sistema permanente di confronto e consultazione (Post-Trieste) promosso dal Dipartimento, la ricerca “L’ART. 75 DEL D.P.R. 309/90 E IL CONSUMO DI DROGHE ILLEGALI. UNA RICERCA SU PRASSI APPLICATIVE, ESPERIENZE, INNOVAZIONI“, curata da ricercatori di sei università italiane. La ricerca – centrata sui dispositivi previsti dall’articolo 75 per come modificato dalla legge Fini Giovanardi e dunque sugli esiti delle sanzioni amministrative – era stata promossa dal precedente governo, su input dell’allora Comitato scientifico presso il Ministero della Solidarietà sociale e con il forte sostegno dell’allora Consulta per le tossicodipendenze, che avevano voluto così colmare uno storico vuoto di analisi e valutazione. Apprendiamo dalle agenzie di stampa che sulla ricerca – per altro ad oggi non pubblica, se non in questo abstract pubblicato dal sito dello stesso Dipartimento -  sia Giovanni Serpelloni che Carlo Giovanardi hanno espresso giudizi non solo negativi sui risultati, ma di forte squalifica metodologica e scientifica. Non abbiamo letto la ricerca, e non abbiamo pertanto opinioni sui risultati. Ma conosciamo da anni il lavoro scientifico di alcuni dei ricercatori, e sentire sparare a zero sul loro valore ci muove ad essere sospettosi: non è che valutare, da un osservatorio indipendente, una legge divenuta un manifesto politico appaia al governo troppo rischioso? Più che disposti a rivedere i nostri pregiudizi: basta che il rapporto di ricerca sia reso subito integralmente pubblico e sia possibile discuterlo a viso aperto in riunioni non così d’elite come quella tenutasi a Roma lo scorso 7 ottobre. Lo diciamo come operatori, come ricercatori e come cittadini: valutare una legge di così grande impatto è un dovere per chi l’ha elaborata e votata e un diritto per chi si trova ad operare o a vivere nell’ambito delle sue maglie.

Scarica la sintesi in formato pdf: http://www.fuoriluogo.it/home/mappamondo/europa/italia/rapporti_e_ricerche/sintesi_sanzioni_amministrative.pdf

Usa. La guerra alla droga e gli abusi della polizia

 

Un adolescente che tenta di entrare nel suo appartamento, dopo essere uscito da scuola, si trova di fronte la polizia. Un uomo che esce da lavoro e sceglie una strada diversa per tornare a casa al fine di evitare di incontrare la polizia. Questi e centinaia di migliaia di altri cittadini americani che popolano le grandi città sono stati fermati e perquisiti in strada dalla polizia. Una pratica chiamata "stop-and-frisk" che sta allarmando le associazioni per le libertà civili, ma che è difesa dalle autorità in quanto ridurrebbe la criminalità.  La polizia nelle principali città degli Stati Uniti ferma più di un milione di persone ogni anno, un numero nettamente superiore a pochi anni fa. La maggior parte è costituita da uomini neri e ispanici. Molti sono perquisiti, e quasi tutti sono immediatamente rilasciati perché innocenti. Queste le cifre raccolte dalla Associated Press.  E i controlli aumentano nonostante il tasso di criminalità si stia riducendo.  La vicenda di Ronnie Carr è tipica: stava armeggiando con la porta di casa sua dopo essere tornato da scuola, a Brooklyn, quando dei poliziotti in borghese hanno tirato fuori il distintivo.  "Che ci fai qui?" ha chiesto un poliziotto, che poi ha proceduto a frugare nello zaino e nelle tasche del ragazzo. L'adolescente, nero, è rimasto lì, nervoso e umiliato.  Carr ha riferito che la polizia si sarebbe fermata perché lo riteneva un soggetto sospetto. Ha spiegato loro di aver perso le chiavi di casa. Venti minuti dopo la polizia lo ha lasciato in pace. Carr non è stato arrestato o denunciato per alcunché.  "Mi sono sentito male, avevo paura di aver fatto qualcosa di sbagliato", ha detto.  Le associazioni per le libertà civili sostengono che la pratica è razzista, in quanto colpisce in modo sproporzionato le minoranze, e non riduce la criminalità. I dipartimenti di polizia invece dicono che è uno strumento necessario per intercettare armi non registrate e droga prima che sia commesso un reato più grave.  I verbali della polizia indicano che gli ufficiali sono attratti da comportamenti sospetti: movimenti furtivi, coloro che sembrano fare da palo ad uno spacciatore, o persone che trasportano attrezzi da scasso o che appaiono troppo curiose.  Il New York Police Department è tra i maggiori sostenitori della pratica. Il commissario Raymond Kelly ha recentemente dichiarato che in questo modo sono state fermare 600.000 persone solo nel 2009. Circa il 10 per cento di queste sono state arrestate. "E' una pratica di polizia collaudata per combattere e scoraggiare la criminalità, autorizzata dalla legge", ha detto.  La pratica è legale. Con una sentenza storica del 1968, la Corte Suprema ha stabilito che per fermare e perquisire basta il "ragionevole sospetto", mentre per procedere all'arresto è necessaria una "causa probabile".  Ma a metà degli anni 1990, l'allora sindaco Rudy Giuliani e il Commissario della NYPD William Bratton hanno adottato lo "stop-and-frisk" quale strumento ordinario di controllo del territorio, basandosi sulla teoria della "finestra rotta": si mira a un basso livello di criminalità per prevenire reati più gravi.  L'anno scorso, la polizia di New York ha fermato 531.159 persone, un numero cinque volte superiore a quello del 2002. Il 51% dei fermati era di razza nera, il 32% ispanica e solo l'11% bianca.  Non tutti i fermi sono uguali. Alcune persone vengono appena fermate e interrogate. Altre subiscono la perquisizione della loro borsa o dello zaino. E talvolta la polizia fa anche una perquisizione corporea.  David Harris, professore di diritto all'Università di Pittsburgh e esperto sulle leggi di polizia, ha detto che sono pochissime le perquisizioni del genere che producono armi e droga. E più si estende questo tipo di ricerca indiscriminata, maggiore è il numero di persone innocenti che vengono importunate dalle forze dell'ordine.  "Meno sei selettivo nell'individuazione delle persone da fermare e perquisire, più diminuisce l'efficacia dei controlli. Tutto questo ha un costo. Non è gratis", ha detto Harris.  Quando gli agenti eseguono un fermo, sono tenuti a compilare un verbale, che include l'ora e il luogo oltre al ragionevole sospetto sulla base di cui si è proceduto. Sono verbalizzati anche l'età, la razza e l'eventuale perquisizione.  L'agenzia indipendente di ricerca Rand, assunta dal New York Police Department per analizzare i dati dello 'stop-and-frisk' nel 2007 a seguito di alcune proteste, non ha riscontrato la presenza di pratiche di "racial profiling" (razzismo istituzionale) da parte della polizia. Ha detto che le statistiche "hanno distorto l'ampiezza e, a volte, l'esistenza di razzismo di parte della polizia."  Ma le associazioni per le libertà civili criticano anche il fatto che la polizia di New York mantenga un database di tutti i fermati, anche quelli innocenti. Una schedatura che espone tutti loro a future indagini, sostiene Christopher Dunn, direttore della New York Civil Liberties Union (Aclu). Uno studio commissionato dall'Aclu nel 2008, condotto da Ian Ayres, docente di diritto a Yale, dimostra che le minoranze sono maggiormente soggette a fermo rispetto ai bianchi.  La pratica di 'stop-and-frisk' è talmente diffusa in alcune aree di New York, che alcune associazioni hanno iniziato ad offrire corsi su come difendersi quando si è fermati dalla polizia. Courtney Bennett, dell'associazione no-profit City Mission Society, ospita regolarmente gruppi di 30 uomini, di tutte le età, che si sentono impotenti perché continuamente fermati dalla polizia per nessun valido motivo. "Vedete questi ragazzi?", si chiede Paul Hawkins, un giovane di 22 anni che partecipa ad uno di questi seminari.  "Sono ragazzi normali, sai? Persone oneste. Eppure sono stati tutti colpiti da questa pratica in un modo o nell'altro. O loro, o i loro papà o i loro amici sono stati perquisiti. Eppure non sono criminali". (Associated Press) fonte: aduc droghe

Esperti tedeschi: è benefico il 'doping' cerebrale?

  Sette ricercatori tedeschi hanno preso posizione sul "doping cerebrale", e in un memorandum chiedono di discutere in modo neutrale di opportunità e rischi insiti nel fenomeno. Oggi molte persone sane ricorrono a farmaci per potenziare le prestazioni del cervello. Ma non c'è nessuna sostanza la cui efficacia sia stata effettivamente dimostrata da studi scientifici, scrivono i sette nel promemoria pubblicato dalla rivista specializzata Gehirn und Geist (cervello e mente). Il riferimento è agli effetti di Ritalin, Modafinil o certi psicofarmaci. Eppure, il dibattito sui "potenziatori di prestazioni" e le "pillole della felicità" dovrebbe essere aperto, spiega il gruppo formato da medici, filosofi e giuristi. "Siamo dell'avviso che non esistano obiezioni fondate e convicenti contro un miglioramento farmacologico del cervello o della psiche". In fin dei conti, uno Stato liberale dovrebbe garantire il diritto di ciascuno di decidere per se stesso, mentre un divieto dev'essere solo l'ultima via d'uscita. Tuttavia, la società e lo Stato dovrebbero osservare il fenomeno con più attenzione, sostiene il filosofo e coordinatore del progetto Thorsten Galert della Europaeische Akademie GmbH. "Se qualcuno prende queste sostanze solo perché lo fanno tutti e ha l'impressione che senza non ce la possa fare, allora un problema esiste". Ma non del farmaco, bensì della richiesta sociale di prestazioni sempre superiori.  Una delle preoccupazioni espresse è l'assenza di dati documentati sulle conseguenze e la sicurezza a lungo termine degli psicofarmaci in circolazione. E' dunque urgente che si pubblicizzino le ricerche tenute all'oscuro, in modo che si possano fare i dovuti controlli.  Accanto ai potenziali rischi, gli autori del memorandum non perdono di vista gli aspetti positivi per il singolo e la società di questo tipo di farmaci, purché esenti da effetti nocivi e assunti non sotto condizionamento ma in modo autodeterminato e mirato.

Una risposta europea alla guida sotto l’effetto di droghe

  Fonte: Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze Più di 10000 morti all’anno sulle strade europee sono causate dall’assunzione di alcol, costituendo circa un quarto del totale dei decessi. In contrasto, nonostante gli incidenti stradali dovuti all’effetto di droghe abbiano una elevata risonanza mediatica, non sono disponibili dati statistici rilevanti sull’effetto delle sostanze psicotrope sulla guida relativi agli stati membri dell’Unione Europea. Una delle principali difficoltà è riconducibile alla mancanza di una disciplina normativa unica a livello europeo, in quanto la definizione giuridica del reato di guida sotto l’effetto di droghe è diversa tra gli stati. Di conseguenza, solo in alcuni paesi è possibile effettuare test antidroga in seguito ad incidente stradale e un’ulteriore complicazione è dovuta alla difficoltà, per la polizia stradale, di stabilire in modo rapido e preciso se il conducente fermato sia o meno sotto l’effetto di droghe. Risulta quindi difficile dimostrare da un punto di vista scientifico gli effetti comportamentali, la prevalenza di guida sotto l’effetto di droghe e il rischio di incidenti, in quanto molti degli studi esistenti si basano su campioni ridotti. Anche l’uso di farmaci psicoattivi costituisce un problema rilevante. Queste sostanze oltre ad essere usate per scopi terapeutici, possono venir utilizzate anche come sostanze di abuso. Inoltre, quando consumate legalmente, non sempre i pazienti sono al corrente del loro effetto sulle capacità di guida, costituendo quindi un potenziale pericolo. L’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze ha dedicato un approfondimento dal titolo “Una risposta europea alla guida sotto l’effetto di droghe” che evidenzia l’importanza di sviluppare metodologie di controllo efficaci per identificare i conducenti sotto l’effetto di droghe, in modo da attuare una risposta preventiva efficace nella riduzione degli incidenti stradali. Il direttore dell’OEDT Wolfgang Götz, conclude ribadendo che “per ridurre il numero di perdite umane causate dalla guida sotto l’effetto di sostanze psicoattive sono necessarie misure fondate su una comprensione scientifica di tale complesso fenomeno. Compito del legislatore è quello di elaborare leggi valide, efficaci e applicabili che diano anche un messaggio chiaro al pubblico”. Redattore: Staff Dronet

Contenuto Redazionale NON È UN PAESE PER GIOVANI

Parte IV – I figli degli altri.

link: prima parte - seconda parte - terza parte

di Claudio Cippitelli

http://4.bp.blogspot.com/_feN03mU_g7w/RZBM81A2kBI/AAAAAAAAAC4/-TeZJIi_jQI/s320/potere-di-tutti-vs-potere-d.gifI giovani. Anzi, i giovani in generale, ovvero i figli degli altri, come scrivono Tito Boeri e Vincenzo Galasso.  

Nella società del giovanimento di Agostinelli, mentre l'icona del giovane e della giovane rappresenta il più efficace motore di vendita e il riferimento ideale del desiderabile, i corpi, le culture e bisogni dei giovani reali divengono oggetto di continua stigmatizzazione e riprovazione.

Nessuna generazione sfugge a questa legge, cambiano solo gli accenti e i giudizi che evocano negli adulti: negli anni Settanta paura (giovani divenuti classe pericolosa), negli anni Ottanta delusione e irrisione (edonisti, disimpegnati paninari...), dagli anni Novanta ansia (bamboccioni, senza futuro, bulli, veline/tronisti, tifosi violenti, drogati...). Nella realtà, da oltre quattro lustri, la giovinezza si va estendendo progressivamente, colonizzando altre età, in particolare quella età adulta il cui raggiungimento s'allontana sempre più. Di fronte a tali cambiamenti societari e antropologici, invece d'avviare efficaci politiche proattive orientate da rigorose attività di monitoraggio e ricerca, si tende troppo spesso a generalizzare, a fare dei giovani non tanto l'osservatorio privilegiato da cui guardare la società, quanto il luogo demografico dove si cristallizzano i problemi e i difetti societari.

L'episodio di cronaca che ha coinvolto un gruppo di ragazzi intenti ad angariare violentemente un ragazzo down ha un particolare significato per il medium utilizzato, la ripresa con il telefonino e la collocazione del prodotto su un noto sito internet: ma il gesto in se stesso non può essere considerata una novità. Come non è una novità la ricerca delle motivazioni nella nota litania delle assenze e del troppo: assenza di valori, assenza di regole, famiglia assente, scuola assente, assenza di modelli; troppo consumo, troppa violenza sui media, troppi miti di facile successo, troppo amore...

Nelle cronache giornalistiche del 2006, "bullismo" è il termine più usato accanto alla parola "giovane".

Napoli, in certe cronache, diviene una città dove il vero problema non è la camorra (che, si sa, fa parte del panorama come il Vesuvio e la pizza) ma i giovani bulli che inseguono i miti della società dei consumi. Eppure, secondo il nuovo rapporto Ocse sull'istruzione, in Italia un adolescente su cinque non va a scuola e non lavora e ben il 22% dei giovani italiani tra i 15 e i 19 anni non ha una scolarizzazione secondaria. E nel Mezzogiorno la percentuale di abbandoni scolastici sale al 43% (Redattore sociale, 18 maggio 2006).

A completare il quadro del peso specifico che i giovani sembrano avere nella società italiana, è assai esplicativo un articolo del Sole 24 Ore di Palmerini, significativamente titolato "L'élite negata ai giovani", che mette in evidenza un fenomeno squisitamente italiano, ovvero l'esclusione degli under 40 da qualsiasi posto "rilevante":

“Non è solo una questione di età. È che l'invecchiamento si abbina all'immobilismo. La classe dirigente italiana è fatta di questo impasto: ultrasessantenni che restano e si moltiplicano al comando. Fa effetto la traduzione numerica di questo identikit. Fa effetto sapere che dal '98 al 2004, il peso dei settantenni nelle élite è cresciuto dal 18,8 al 23,4%: quasi quattro punti in più nella scala del successo. Un po' più indietro gli ultrasessantenni che aumentano dal 27,4 al 30,4%, di appena tre punti. Ovviamente c'è chi sale e chi scende. E a scendere sono i giovani”.

Nella "società del giovanimento", dove vige l'insana costrizione a essere giovani per forza, chi è giovane rischia di fare una lunga anticamera e, contemporaneamente, di competere per un buon piazzamento nella classifica dei soggetti individuati come colpevoli.

Se gli stranieri, nelle paure diffuse e nelle rappresentazioni sociali, rappresentano l'esterno che penetra, infiltra, colonizza il nostro territorio, i giovani in generale, ovvero i figli degli altri, sembrano rappresentare una quinta colonna sconosciuta e ansiogena.

 

 

 

Facebook? Può diventare una droga A Roma si cura l’amico-dipendenza

di Carla Massi

ROMA (11 ottobre) - Se la leggiamo in modo positivo la chiamiamo “friendship addiction” (“amico dipendenza”), se invece, la leggiamo con gli occhiali degli psichiatri la chiamiamo dipendenza e basta. Da Internet. Comunque sia, si tratta di una nuova patologia, quasi un’epidemia che ormai si diffonde di video in video tra i contatti dei social network. Con Facebook, per esempio. Il primo sintomo si insinua come una biscia tra i sassi. Sta lì, sotto il peso, mangia, cresce poi mette la testa fuori quando uno meno se l’aspetta. Quando si manifesta un’insicurezza esagerata, quando non si è in grado di staccarsi dal sito. E l’astinenza flagella il cervello. E non si riesce neppure a lavorare con la mente lucida. Non si riesce neppure a fare il ladro come si deve. E’ accaduto qualche giorno fa ai Castelli Romani: un giovane di 26 anni ha pensato bene, durante un furto in appartamento, di utilizzare un computer aperto per connettersi con i suoi amici on line. Una debolezza che ha portato i carabinieri direttamente da lui. La “amico dipendenza”, insomma, comincia ad avere i contorni come una vera malattia da diagnosticare e, possibilmente, curare. Diagnosi e terapia. Come fosse un disturbo dello stomaco o degli occhi. Come fosse, in realtà come è, un segno evidente di un danno alla psiche. Una dipendenza alla stregua della droga, del gioco d’azzardo, dell’acquisto compulsivo o delle abbuffate notturne. L’incapacità (perché impossibilitati a fermare la pulsione) a rinviare una serata di contatti con gli “amici” di Facebook rischia, insomma, di essere sovrapposta all’ineluttabilità, per un tossico, di un pomeriggio offuscato dalla polvere di coca. Il nuovo dipendente da casa al lavoro o da casa a scuola ha una precisa mappa mentale delle zone franche in cui si può rubare una rete non protetta e così, anche con il cellulare, continuare a ricordare al mondo che si esiste. Nessuno stupore, dunque, se tra gli addetti ai lavori si comincia a parlare della necessità di far nascere centri dedicati solo alla dipendenza da Internet. All’università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma aprirà tra poche settimane. Un ambulatorio all’interno del Day hospital in Psichiatria con la collaborazione dell’associazione “La promessa”. I primi pazienti, già lo sanno i medici, saranno giovani e giovanissimi. Ma, con il tempo, anche gli adulti maledettamente stregati dai salotti on line busseranno a quella porta. Entro qualche settimana, le prime visite ad hoc. «Stiamo parlando di un nuovo modo di drogarsi - spiega Federico Tonioni, lo psichiatra che coordinerà l’ambulatorio -. Si tratta di una tossicodipendenza in qualche modo attesa. Visiteremo i figli legittimi della multimedialità che ci ha sopraffatto negli ultimi anni. Che li ha sopraffatti e inghiottiti senza permettere loro di dosare i mezzi». La multimedialità che ha dato loro la possibilità di aprire mille contatti. Ma non gli strumenti per gestirli. «Molti contano tanti amici, ma in teoria - aggiunge Tonioni -. In una piazza virtuale dove tempo e spazio non hanno limiti. Lontani dalla terra, dall’aria che si respira, da quella stanza dove sta in computer. Una piazza che, se non confrontata con il reale, regala una straordinaria onnipotenza mentale, e illude di poter controllare ogni cosa. Si sa che sotto mentite spoglie puoi seguire qualcuno, puoi nasconderti, puoi inventarti una seconda vita». Bello, tutto bello gioiso e divertente. Ma che accade quando, nei modi più diversi, ci si accorge che la relazione con il mondo passa solo attraverso quel canale? E quando, su Internet, si finge di essere una donna e invece si è un maschio? E quando un ragazzo, sotto mentite spoglie, entra contatto con la fidanzata per vedere se lei, con uno sconosciuto, ci sta o no? «Si inanellano fenomeni paranoidei - spiega ancora lo psichiatra -. Si incrociano, nei casi limite ovviamente, quelli che vogliono controllare, quelli che si sentono controllati, quelli che non riescono a non contare quanti nuovi amici si sono aggiunti nella giornata, quelli che si fanno di coca e poi passano la nottata a navigare da soli». Certo è, concordano esperti di tutto il mondo, che l’abuso di Internet, Facebook eccetera può diventare un «attivatore di paranoia». Un rifugio sicuro per inguattare le insicurezze, per avere sempre ragione, per sentirsi in compagnia. Ma se si spegne il video tutto si spegne e l’astinenza da video si presenta esattamente come l’astinenza da gioco d’azzardo o da droga. Un malessere psicofisico che non lascia spazio alla riflessione, all’attesa, alla relazione umana. Alla serenità. La cura? Un colloquio, una visita, l’entrata in un gruppo di pazienti con lo stesso problema. Nei casi estremi anche i farmaci. Per contenere quel malessere che, per molti durante l’astinenza, si trasforma in ansia, sudorazione, paura di perdere il controllo. David Smallwood è uno dei principali psicologi inglesi esperti di dipendenze: «Alcune donne sono particolarmente a rischio anche da adulte. Sono quelle la cui autostima deriva dai rapporti che instaurano con gli altri. E Facebook aumenta questa peculiarità emotiva obbligando gli utenti ad acquisire centinaia di amici». Il “reclutare” amici, dunque, può trasformarsi in una fissazione. Nei casi estremi si rischia di sentirsi giudicati sul numero di amici on line. E se spesso si viene respinti? «Pensiamo tutto questo che cosa scatena in personalità non ben strutturate - è ancora Tonioni a parlare - come quelle dei giovani. O pensiamo a persone che si tuffano in Internet per compensare altre situazioni. No, non si accorgono della dipendenza ma, quando parlano con noi del loro malessere o della dipendenza da droga esce fuori anche l’anomalo attaccamento ad Internet». L’impossibilità a fermarsi. A non controllare, giocare, navigare, mettersi in contatto, “frugare”, guardare e farsi guardare. Fino ad essere costretti a disintossicarsi. Con un clic. Magari creando un gruppo di dipendenti in astinenza proprio su Facebook?

www.ilmessaggero.it

Condividi contenuti