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I miei rave erano suoni e sogni

Le feste illegali come espressione di libertà. Tribù che vivevano sui camion attraversando l'Europa e occupavano fabbriche con musiche e luci. Il racconto anonimo di uno dei pionieri di quella stagione. Mentre ora dominano spaccio e business

 

Una partecipante a un raveFoto di Mattia Zoppellaro

Adesso quando si parla di rave è solo questione di cronaca nera: notizie drammatiche, ragazzi che muoiono per overdose o per una pasticca avvelenata. Un tempo il rave era altro: quello che ne resta è solo il contorno marcio che negli anni è cresciuto ai margini, fino a fagocitarlo e distruggerlo. È per questo che ho accettato di raccontarlo: un tempo parlarne sarebbe stato un tradimento. La sua forza è sempre stata l'alone di mistero che lo circondava e lo rendeva impalpabile al modo esterno. Adesso questo non serve più, anzi, penso che per tutte quelle persone che come me ci hanno creduto, che più di me li hanno fatti nascere e crescere, sia giusto distaccarsi dalla degenerazione di oggi. Non trovo più quella coscienza che gli dava ragion d'essere, che rendeva i free party non solo un'occasione di ballare e sballare, senza limiti e senza regole: adesso vedo situazioni dove qualcuno si può arricchire, trasformandole solamente in business. Quando tredici anni fa ho conosciuto i rave party ero poco più che adolescente, in un mondo un po' più accessibile ai ragazzi di quanto lo sia oggi. Che lasciava più libertà e più possibilità di espressione. Non era ancora nata la stagione dei divieti, della guerra alla movida e della demonizzazione di ogni divertimento giovanile. Il rave era distante da tutto: totale distacco dal sistema in cui viviamo, senza cercare di combatterlo ma neanche di confrontarsi con le sue regole. Lo si capiva già dalla scelta degli spazi. Riportava la vita in quegli edifici diventati fantasmi: i luoghi dove in passato i lavoratori smettevano di essere persone e venivano usati come ingranaggi. Fabbriche abbandonate, capannoni industriali ridotti a scheletro, senza più il cuore meccanico, pulsante, produttivo. Lì volevamo andare, per l'enorme disponibilità di spazio, per l'acustica particolare, per la possibilità di crearci dentro un altro mondo fatto di persone, musica, cani. Al centro, come fosse un nuovo cuore, c'era il sound system: un muro di casse potente migliaia di watt. Il resto sorgeva come d'incanto. Spuntavano fontane di fiamme e giocolieri che illuminavano il buio con il fuoco, installazioni meccaniche colossali e performance che contaminavano tutte le arti. Questo magma partoriva la Taz, acronimo inglese per 'zona temporaneamente autonoma', totalmente libera. Per un periodo da tre a sette giorni nasceva un altro universo, con i suoi equilibri. Equilibri che percepivi solo vivendoci dentro. E una sola regola dominante: 'La festa sei tu!'.

Era l'espressione di una nuova cultura: quella dei traveller, un movimento nato in Inghilterra alla fine degli anni '80. Persone che le feste le organizzavano, le facevano muovere di paese in paese, di cultura in cultura. Spostando generatori, impianti audio, video, strutture meccaniche; viaggiando su veicoli militari, vecchi camion e autobus trasformati in case o magazzini mobili. Tutto questo era una tribe: una comunità di persone, cani, bambini, che viveva su quei mezzi e si spostava come fosse un circo, in carovana. Ognuno aveva un suo ruolo: chi suonava, chi costruiva le casse, chi montava l'impianto del suono, chi riparava i camion, chi creava le performance. Non esisteva il profitto. Tutti i ricavi, quelli degli alcolici venduti nei giorni del party e quelli delle droghe, servivano solo per vivere: per viaggiare, organizzare altre feste, migliorare le attrezzature. Le tribe si spostavano in continuazione per tutta Europa e talvolta anche oltre, coinvolgendo sempre più persone, creando sempre più Taz. Così altre tribù sono entrate in contatto inventando i teknival, la massima espressione di questa stagione: enormi feste che fondevano un miscuglio di giovani diversi fino a farne un'unica cosa, legate dallo stesso spirito anarchico ma non ideologico, dalla musica di più sound system. Intorno, fuori, lo stupore: l'impossibilità di bloccare questo movimento. La polizia? Era confusa, impreparata. Quando una pattuglia fermava quella carovana, si scatenava il caos. Una confusione senza violenza, semplicemente disarmante. Dai camion scendevano in massa ragazzi vestiti di nero, coperti di tatuaggi e piercing, con moltitudini di cani: c'era chi cominciava a mettere musica, che parlava inglese, francese, spagnolo, ceco, italiano. Quei camion avevano targhe e documenti di altri paesi, forse falsi, impossibili da controllare. Un incubo per gli agenti d'ogni nazionalità che preferivano lasciarci passare. Tanto - pensavano - finché rimangono ai margini, finché stanno lontani dal sistema civile che fastidio danno?

Questo caos era libertà: di spostarsi, occupare temporaneamente spazi inutilizzati e anche di far girare sostanze stupefacenti. Droghe che venivano prese in Olanda, in Inghilterra, alla fonte, là dove venivano fabbricate e non ancora manipolate. Si vendevano a prezzi politici, la qualità era garantita e a nessuno conveniva tirare pacchi: avresti perso rispetto e credibilità. Non era permesso ad esterni di venire a fare il proprio business, mettendo in circolazione acidi sballati, ecstasy tagliata male. Eroina e cocaina restavano fuori. Infatti in Campania la camorra ha vietato subito i rave, sparando contro i camion, per non vedere crollare il suo monopolio e i suoi prezzi. I luoghi venivano scelti con attenzione: fabbriche senza più proprietari che potessero sporgere denuncia, lontane dai centri abitati, senza ambienti pericolanti. Poi si organizzava la festa. All'inizio il Web non esisteva. Le informazioni giravano a voce o attraverso i flyer: manifestini che venivano distribuiti solo in quegli ambienti. Indicazioni che comunque non segnalavano il luogo, ma un meeting point in cui trovarsi, per poi partire insieme. Questo sistema garantiva la sicurezza e la riuscita della festa. Proteggeva lo spirito dei partecipanti: un equilibrio che funziona fino a quando ognuno è cosciente dei grandi rischi ma anche delle grandi possibilità che incarna una situazione così libera. Se qualcuno si sente male o si prende male, la festa si trasforma in un bad trip per tutti. Quella forte empatia trasmetteva felicità, serenità, complicità ma al tempo stesso poteva diventare un canale riservato alle paure, alle paranoie e all'aggressività. Dentro il rave le parole e le formalità lasciavano spazio agli sguardi, alle sensazioni vissute da tutti. In tutto questo la musica ha un ruolo fondamentale: è veloce (da 180 a 200 battiti per minuto), scandita da bassi martellanti, arricchiti da suoni quasi psichedelici. Tutti ballano in una trance collettiva. La musica non si interrompe mai, occupa tutto il rave, ne scandisce il ritmo: si sostituisce al tempo, fino a farne perdere la cognizione, fino a trasmettere un senso di libertà totale. Nella festa si può ballare fino a crollare, ma anche mangiare, dormire, esplorare ogni angolo della Taz . Mettersi in macchina e uscirne solo quando ce la si sente. Tutti insieme, proteggendo la tribe dalla polizia con la forza del gruppo.Mi ricordo un teknival organizzato nel 2001 sul Monte Grappa, nell'ex base Nato, durato più di una settimana, con tribe provenienti da Italia, Francia, Inghilterra, Cecoslovacchia, Spagna: decine di migliaia i partecipanti. La Digos arrivò a festa iniziata, senza sapere che fare. Stupiti, aspettavano fuori. B. - una di quelle persone che i rave li aveva fatte nascere, li viveva, ci suonava - gli andò incontrò con piglio milanese e li accompagnò dentro. La ricordo mentre mostrava agli agenti il muro di casse alto 4 metri, mentre gli presentava i gruppi stranieri: "È un festival di musica elettronica e di incontro tra realtà underground europee". Loro increduli, chiesero solo che entro una settimana tutto scomparisse, nello stesso modo in cui era comparso: 'E senza casini!'. E così fu.Alcune tribe si spinsero in Bosnia prima e in Serbia più tardi sfidando guerre etniche e raid della Nato, per portare la loro energia nei palazzi dilaniati dalle bombe. Il movimento continuava ad allargarsi. E questa crescita poco alla volta ha segnato la fine della stagione che ho conosciuto. Le notizie diffuse su Internet hanno aperto le porte dei rave a chi non ne condivideva i valori. Cominciarono a nascere decine di nuove tribe, che però avevano perso la filosofia libertaria diventando solo organizzatori di eventi illegali. Occasioni di profitto e divertimento, nulla di più. Iniziarono a comparire sempre più spacciatori di professione, ladri, malintenzionati, felici di poter approfittare di persone troppo 'fatte' per proteggersi. Diventò presto un fenomeno sociale: in Francia ogni fine settimana venivano intasate autostrade, deturpate zone verdi, o distrutte strutture. Erano all'ordine del giorno gli stupri, le violenze, i ragazzi morti. Le tribe delle origini sono fuggite, in cerca di terre vergini: nel nuovo mondo, in Sudamerica. Altri si sono dati alla musica creando etichette indipendenti. O al circo. E di quel mondo adesso è rimasto poco o nulla.testo raccolto da Gianluca Di Feo, L’Espresso.it

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/i-miei-rave-erano-suoni-e-sogni/...

 

Dj AM: morte a New York

Il celebre disc-jockey di New York DJ AM, nome d'arte di Adam Goldstein, è stato ritrovato morto nella sua casa di Manhattan. Lo ha annunciato la sua agente Jenni Weinman citata dalla Cnn, spiegando che non sono chiare le circostanze della sua morte. Secondo il quotidiano "The New York Post", accanto al cadavere sono stati ritrovati farmaci che si vendono solo con la ricetta medica e droga. La polizia di New York ha precisato che sul corpo del 36enne DJ AM verranno eseguiti test tossicologici per determinare le cause del decesso. Al momento nulla farebbe pensare che si sia trattato di un delitto. Goldstein era famoso anche per le sue passate relazioni con donne famose. Qualche anno fa era stato in coppia con l'attrice tv Nicole Richie e poi aveva frequentato Mandy Moore. Nel settembre scorso Goldstein e l'ex batterista del gruppo Blink-182, Travis Barker, erano sopravvissuti a un incidente aereo in cui avevano perso la vita 4 persone. Il prossimo ottobre doveva uscire su Mtv un video di Goldstein sui pericoli del consumo di droga

Contro lo stress arriva il profumo di prato

http://imworld.aufeminin.com/profil/D20090115/9524507_700_prato55_H012637_S.jpg Roma - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Battezzato 'Serenascent' dagli studiosi australiani che lo hanno elaborato in 4 anni di studi, lo spray all'odore di erba appena tagliata promette serenità ed efficienza mentale al modico prezzo di poco più di 4 euro e mezzo al flacone. Agirebbe su ippocampo ed amigdala, le zone del cervello deputate ad emozioni e ricordi. Una valida alternativa 'naturale' agli psico-farmaci?

 

Annusare l'erba, non quella dello 'sballo' ma la comune erba di prato, allevia lo stress e addirittura migliora la memoria. Ne sono convinti i ricercatori australiani che hanno creato uno speciale spray al profumo di erba appena tagliata, che promette di 'spegnere' lo stress. Dopo sette anni di studi, i ricercatori della Queensland University di Brisbane sostengono che l''eau di prato' agisce direttamente sul cervello, in particolare sulle aree che governano emozioni e memoria. Cosi' hanno realizzato lo speciale profumo, battezzato Serenascent, che sa di erba tagliata e foglie: dovrebbe entrare in produzione il mese prossimo, per arrivare sul mercato a circa 4 sterline a flacone, intorno ai 4 euro e mezzo.Quando l'erba e le foglie verdi vengono tagliate, spiegano i ricercatori sul quotidiano britannico 'Daily Mail', emettono sostanze chimiche anti-stress. L'idea di indagare su questo fenomeno è venuta per la prima volta al neuroscienziato Nick Lavidis venti anni fa, dopo un'escursione in una foresta americana. "Tre giorni nello Yosemite National Park mi hanno fatto sentire come dopo tre mesi di vacanza - ricorda - Allora non avevo capito che erano la combinazione delle sostanze chimiche benefiche rilasciate dai pini, la vegetazione lussureggiante e l'erba tagliata a farmi sentire cosi' rilassato. Ma a distanza di anni il mio vicino mi parlò del meraviglioso profumo dell'erba tagliata, dopo che io avevo falciato il prato, e tutto è andato al suo posto".

 

Secondo Lavidis l'arma olfattiva agisce su

ippocampo e amigdala, zone sede della memoria e delle emozioni. "Queste due aree sono responsabili delle risposte del sistema endocrino, che controlla il rilascio degliormoni dello stress come i corticosteroidi". Certo, non tutto lo stress è negativo, aggiunge il ricercatore. C'è quello positivo che ci spinge a dare il massimo, ad esempio durante una prova d'esame. "Malo stress cronico è negativo, ed è associato a unaumento della pressione, a problemi di memoria e a un indebolimento del sistema immunitario", prosegue.

 

Studenti universitari che hanno lavorato al progetto australiano hanno scoperto che gli animali esposti al Serenascent - che combina tre sostanze chimiche rilasciate dall'erba appena tagliata - evitavano i danni all'ippocampo legati allo stress cronico. Problemi che, alla fine, portano a una riduzione della memoria. Secondo gli ideatori il profumo ha un "piacevole aroma di erba tagliata di fresco, o di una passeggiata in una foresta rigogliosa". E stando a Lavidis, che ha lavorato al progetto con la farmacologa Rosemary Einstein, l'essenza può essere usata come spray per gli ambienti o anche sulle lenzuola, i cuscini o i vestiti. "Cercheremo diincorporare le sostanze chimiche del benessere anche in altri prodotti", promette.

 

Ispirazioni Da Baudelaire alla Beat generation, un vizio diventato classico

«Gli uomini non desiderano tanto che la loro consapevolezza operi nel modo giusto, quanto piuttosto che a loro sembri che sia giusto quel che essi fanno, e perciò essi ricorrono a sostanze che alterano il giusto operare della consapevolezza». La firma è autorevole: Lev Nikolaevic Tolstoj. E il titolo del saggio in cui compare la frase (che suona come una sentenza - o come una diagnosi) parla da solo: Perché la gente si droga? Ciò che l’autore di Guerra e pace afferma in generale, vale anche nel particolare. Per esempio in letteratura. Lo scrittore, quando non lavora dichiaratamente sotto l’insegna del moralismo, nella sua opera non mette il «giusto», bensì ciò che tale gli «sembra». E per dare un aspetto più verosimile, eccentrico, accattivante a quel che «sembra», spesso ricorre alle sostanze proibite. Caso eclatante dell’eccezione diventata regola è la Beat Generation, replica statunitense novecentesca degli ottocenteschi maudit con la erre roulant. I vari Jack Kerouac, Allen Ginsberg, William Burroughs e Co., infatti, imposero l’uso della droga come moda. Così il passo da «maestri» a «cattivi maestri» fu brevissimo, addirittura impercettibile. E sul carro vincente della poesia e della prosa psichedeliche, alimentato da mescalina e Lsd, salirono folle di pecoroni i quali, più che scrittori drogati, erano poveri drogati che s’atteggiavano a scrittori... Ma per poeti e narratori non esiste un organo come la World anti-doping agency, la Wada, cioè l’Agenzia mondiale che stila la lista nera degli «aiutini» chimici destinati agli atleti. Quindi, trattandosi di mettere nero su bianco, ognuno si arrangia come vuole, o come può. L’elenco è lungo, soprattutto pensando agli ultimi due secoli. Ecco alcuni casi eclatanti e conclamati. Grande sponsor (e consumatore) di oppio fu Thomas de Quincey: ne era ghiotto, al punto da metterlo nel titolo delle sue Confessioni di un oppiomane: un’autobiografia davvero stupefacente. L’oppio era molto apprezzato inoltre da Samuel Taylor Coleridge: pare che La ballata del vecchio marinaio, capolavoro della letteratura inglese, sia stata composta sull’onda di un’ebbrezza diciamo così... indotta. Pure Charles Baudelaire colse e ingollò abitualmente il più maligno dei «fiori del male». Intanto, dall’altra parte dell’Oceano, Edgar Allan Poe, per dar corpo agli orrori che lo tormentavano ricorreva allo stesso metodo. Annaffiando il tutto con litri e litri di gin: una miscela da paura, in tutti i sensi. Prima e dopo questi classici dell’eccesso, abbiamo avuto Aldous Huxley che aprì Le porte della percezione usando il grimaldello della mescalina; Dino Segre alias Pitigrilli che alla Cocaina dedicò un romanzo; e Novalis, e Bulgakov, e Artaud... E se Jean-Paul Sartre si preparava miscele esplosive con ogni genere di euforizzante per lenire la sua luna storta di esistenzialista, Sigmund Freud s’infarinò di polvere bianca ed Ernst Jünger, dotato di una tempra fuori dal comune (visse 103 anni) passò indenne attraverso i paradisi artificiali. Quanto a Michel Foucault, scoprì l’Lsd nel 1975. C’è da sorprendersi se si presentava a far lezione in minigonna?

Daniele Abbiati, Il Giornale.it

Droga, sesso e psicoanalisi in una torrida estate newyorkese

Le avventure di uno psichiatra fuori di testa e un ragazzino spacciatoretra follie, amori, e tanto hip hop. Un esempio dell'attuale revival degli anni '90   di CLAUDIA MORGOGLIONE, repubblica.it

 Droga, sesso e psicoanalisi in una torrida estate newyorkese

Arriva nei cinema "Fa' la cosa sbagliata", commedia drammatica (con Ben Kingsley grande mattatore) che ha conquistato il pubblico del Sundance.

A NEW YORK era l'estate del 1994, esattamente quindici anni fa: l'era del trionfo dell'hip hop e della politica zero tolerance voluta dal sindaco Rudy Giuliani; dei graffiti con l'immagine di Kurt Cobain, morto suicida pochi mesi prima, e della droga venduta a ogni angolo di strada. Ed è proprio lì, in una Grande Mela caldissima e vista con la lente un po' deformante della nostalgia, che si svolge Fa' la cosa sbagliata. Film indipendente diretto da Jonathan Levine, con un cast in cui svetta un grande Ben Kingsley. Vero mattatore della storia nel suo ruolo di psichiatra tossicodipendente, avido di sesso e di affetto, il cui migliore amico è un ragazzino. Suo paziente, e suo pusher. Il tutto in una commedia drammatica - vincitrice del premio del pubblico al Sundance Festival, e distribuita qui in Italia da Fandango da venerdì 28 - onirica, psichedelica, in apparenza politicamente scorretta, ma sotto sotto sentimentale. Nel descrivere le dinamiche che scattano tra il gruppetto di personaggi protagonisti. A cominciare, appunto, dal dottor Squires (Ben Kingsley), sposato infelicemente con la bella ma spenta e livorosa Famke Janssen (la Jane Grey della saga X-Men), e affezionatissimo alla figliastra Stephanie (l'astro nascente Olivia Thirlby). Gran consumatore di pillole di ogni genere, il nostro eroe si rifornisce di cannabis da un ragazzino spacciatore timido e impacciato, Luke (Josh Peck), che ripaga con sedute di terapia. Entrambi un po' fuori di testa, dottore e paziente decidono che la formula magica per superare i problemi è per entrambi una bella dose di sesso: il più anziano, perché non ne fa da tempo; il giovane, perché è ancora vergine. E se Squires sembra accontentarsi di un rapporto mordi e fuggi con una ragazzina sballata (Mary-Kate Olsen), Luke si innamora della bella e disinibita Stephanie. Così, malgrado i consigli del patrigno, decide di provarci con lei... e chissà se, al termine della torrida estate in cui è ambientata la storia - tra sesso, psicanalisi, massime esistenziali e quantità industriali di droghe più o meno leggere - i due protagonisti maschili riusciranno a trovare la loro strada. Ma Fa' la cosa sbagliata, al di là del suo valore, è anche la testimonianza del fenomeno revival anni Novanta che si registra negli ultimi tempi, soprattutto negli Stati Uniti. E che, nel film, si manifesta sopratutto attraverso la scelta delle musiche: tanti brani hip hop dell'epoca (nella prima metà di quel decennio il rap ha raggiunto forse la sua massima maturità e popolarità), in particolare quelli dell'eroe newyorkese del genere, Notorius B.I.G. Un'operazione nostalgia fatta per chi era ragazzino allora, orfano precoce del grunge e del suo profeta Kurt Cobain; ma che strizza l'occhio - attraverso il personaggio di Kingsley, affetto da sindrome di Peter Pan - anche ai cinquanta-sessantenni. Quelli che erano o che avrebbero voluto essere a Woddstock, insomma: esattamente quarant'anni fa.

Mandare sms alla guida piu' pericoloso di uno spinello

 

'Messaggiare' mentre si e' al volante e' piu' pericoloso che guidare dopo aver fumato uno spinello o aver bevuto troppo. E' quanto emerge da uno studio pubblicato dall'autorevole Ward's Auto, secondo cui il tempo di reazione di chi guida aumenta ben del 35% quando si sta mandando un Sms, peggio dell'effetto che comporta l'abuso di alcool (+12%) e perfino peggio di quanto accade se si fa uso di Cannabis (+24%). Analoghi problemi si ripropongono, secondo gli esperti americani che si occupano della sicurezza nella circolazione, quando si cerca sul menu' di un lettore come l'iPod o si interagisce con altri dispositivi elettronici, quali i sistemi multimediali 'on board' o i navigatori satellitari. A riprova di cio' e' visibile su YouTube un 'video-choc', realizzato in Inghilterra dalla Polizia per essere diffuso nelle scuole che evidenzia, inequivocabilmente, la leggerezza con cui si utilizza il cellulare mentre si guida un'auto e la spietata concretezza dei rischi, spesso mortali, che ne derivano. La situazione e' cosi' grave che il Dipartimento dei Trasporti Usa ha deciso di riunirsi in settembre in seduta straordinaria con le Case automobilistiche e altri soggetti istituzionali. L'opinione pubblica americana e' infatti ancora sotto shock dopo alcuni gravissimi incidenti verificatisi negli ultimi mesi negli Stati Uniti ed e' preoccupata per le accuse rivolte dal Center for Auto Safety (Cas) circa una presunta negligenza da parte della National Highway Traffic Safety Administration che, secondo la CAS, avrebbe taciuto sulla reale consistenza del rischio derivante dalla presenza nelle auto di complessi sistemi multimediali. Un dato, su tutti, mette in guardia sulla pericolosita' dell'uso dei telefonini in auto: secondo uno studio del Virginia Tech Transportation Institute realizzato negli Usa con riprese tv a bordo di veicoli da trasporto, per un totale di 6 milioni di miglia percorse, la scrittura dei messaggini sul cellulare moltiplica per 23 il rischio di avere un incidente, mentre il solo utilizzo in voce del telefonino comporta un fattore di rischio pari a 6.

 

aduc droghe

Ingerisce del metadone in casa, grave un bambino di 2 anni

Figlio di ex tossicodipendenti, stava giocando quando è successo il fatto VALDARNO (Firenze)Un bimbo di circa due anni, figlio di una coppia italiana di ex tossicodipendenti, è in gravi condizioni per aver ingerito - secondo quanto reso noto dai carabineri - del metadone in casa mentre stava giocando. Il fatto è accaduto questa sera presso la loro abitazione a Figline Valdarno (Firenze). Dopo essersi accorti di quanto era successo, i genitori hanno chiamato il 118 e il bimbo è stato precedentemente portato in un presidio ospedaliero di Figline dove è stato intubato e poi all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. Secondo quanto reso noto dai medici, si trova in osservazione a Pronto Soccorso, dove, costantemente monitorato, gli è stato somministrato il Narcan, un antagonista del metadone. Le sue condizioni sono gravi al momento, bisognerà attendere per avere un più chiaro quadro clinico.

 

lastampa.it

Giovanardi a Beppe Grillo: il consumo di droga e' gia' depenalizzato

 

"Devo subito ribadire per la millesima volta che, al contrario di quanto da lei affermato, in Italia non e' reato penale utilizzare droghe, come risulta chiaramente dalla legge specifica in materia, e che nessuno e' mai stato perseguito penalmente per il consumo personale ma esclusivamente per traffico, spaccio o condotte ad esso collegate o coltivazione". Carlo Giovanardi risponde cosi' a Beppe Grillo che dal suo blog gli aveva indirizzato ieri una lettera aperta in quanto reponsabile del Dipartimento delle Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio dei ministri. "A chi fa uso personale di droga viene esclusivamente erogata -aggiunge Giovarnardi- una sanzione amministrativa con ritiro della patente, del passaporto e del porto d'armi". "Non si capisce pertanto cosa lei voglia dire quando chiede di depenalizzare una fattispecie che nel nostro ordinamento e' gia' stata da tempo depenalizzata. Non si ritiene assolutamente necessario inoltre riaprire alcun dibattito sulla normativa in vigore, cosi come e' emerso anche molto chiaramente dalla V Conferenza Nazionale sulle droghe di Trieste, dove tutti gli operatori riuniti -prosegue Giovanardi- hanno indicato, politici dell'opposizione compresi, che stante la gravita' del fenomeno e della diffusione fosse meglio concentrarsi e coordinarsi tutti, in uno sforzo comune, sui reali problemi della lotta alla droga, in sinergia e fuori delle sterili e strumentali polemiche sulla legge, orientando soprattutto i nostri sforzi alla prevenzione dell'uso di qualsiasi tipo di droghe". "Per quanto riguarda le pene previste per la coltivazione non autorizzata di cannabis, si ricorda che la pena per la coltivazione di lieve entita' e' la reclusione da uno a sei a anni e la multa da euro 3.000 a euro 26.000 e non, come da lei riferito, con la reclusione da 6 a 20 anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000. Tali pene sono previste invece -specifica Giovanardi- per quantitativi piu' considerevoli, commisurando appunto la pena al reato. Ricordo inoltre che la pena puo' essere convertita in misure alternative se l'arrestato e' anche tossicodipendente, prevedendo, quindi, l'uscita dal carcere per intraprendere idonei trattamenti. La coltivazione di cannabis non autorizzata e' reato anche in Olanda come in Italia". DROGA: GIOVANARDI A GRILLO, CONSUMO GIA' DEPENALIZZATO DA TEMPO (2) = (Adnkronos) - "Relativamente ai due casi da lei segnalati di persone decedute in carcere, va chiarito che dopo opportune verifiche con i magistrati di competenza, e per quello che risulta agli atti, le persone arrestate, da lei menzionate, non erano in carcere per consumo di droga o per il possesso di modiche quantita' di marijuana, bensi' -sottolinea Giovanardi- erano state arrestate, sulla base dell'art. 73 del DPR 309/90 e s.m., in quanto ambedue le persone furono colte in flagranza di reato". "Nello specifico, per quanto riguarda Aldo Bianzino, risulta agli atti -spiega Giovanardi- che l'arresto avvenne 'nella fragranza del reato di detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti'. All'interno della sua abitazione, infatti, sono stati rinvenuti circa 2 kg di marijuana, 15 involucri di carte per il confezionamento e circa 2 g di hashish. Inoltre, in un piccolo pezzo di terreno di proprieta' del sig. Bianzino, venivano inoltre rinvenute 103 piante di marijuana. Purtroppo, il processo a carico dell'imputato non si e' potuto celebrare per l'avvenuto decesso in carcere, sulle cause del quale e' ancora aperta un'inchiesta". "Analoga situazione e' stata riscontrata per il sig. Stefano Frapporti -prosegue Giovanardi- per cui, dopo una perquisizione domiciliare, sono stati ritrovate quantita' di hashish e marijuana in dosi gia' preparate, bilancino per la preparazione di tali dosi, arnesi e materiali per il confezionamento, denaro in contanti. Oltre a questo, erano state documentate anche attivita' di spaccio sul territorio. Anche in questo caso, purtroppo, si trattava quindi di un arresto in seguito ad attivita' documentata di spaccio". "Converra' con me che questi dolorosissimi episodi di decesso o suicidio in carcere non dovrebbero mai avvenire, ma purtroppo non ho mai avuto molta solidarieta' quando ho ripetutamente segnalato la necessita' di evidenziare che la custodia cautelare debba essere un'eccezione rispetto alla regola di scontare la pena in carcere, quando un giudice terzo arrivi con ragionevole rapidita' ad una sentenza di condanna. La saluto -conclude Giovanardi- con la speranza che si voglia affiancare a noi nell'indicare ai giovani e ai meno giovani la pericolosita' per loro e per gli altri dell'uso di qualsiasi tipo di droghe e della necessita' di non utilizzarle in nessun caso".

Vietare i rave party? Servira' solo a spingerli ancor piu' nella clandestinita'

Pietro Yates Moretti, aduc droghe 

Vietare i rave party? Servira' solo a spingerli ancor piu' nella clandestinita', esponendo i partecipanti a rischi ancora maggiori.

Come un eterno disco rotto, la politica risponde alle morti per overdose annunciando misure ancor piu' repressive e proibizioniste (1) e attuando una politica che chiaramente non funziona.

Una politica basata sulla razionalita' e sull'efficacia abbandonerebbe i propositi da Stato etico e affronterebbe la questione con laica pragmaticita': come prevenire la morte dei giovani che assumono sostanze illegali alle feste? E la risposta non puo' che essere: con presidi sanitari che non solo assistano prontamente in caso di overdose, ma prevengano attraverso l'analisi delle sostanze prima dell'assunzione.

Da quarant'anni la risposta e' quella di inviare poliziotti invece di medici, e questi sono i risultati. Fino a quando continueremo a farci del male?

Contenuto Redazionale ciao Nanda

  

Allen Ginsberg URLO
Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche,
trascinarsi per strade di negri all'alba in cerca di droga rabbiosa,
hipsters dal capo d'angelo ardenti per l'antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte,
che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz,
che mostravano il cervello al Cielo sotto la Elevatede vedevano angeli Maomettani illuminati barcollanti su tetti di casermette
che passavano per le università con freddi occhi radiosi allucinati di Arkansas e tragedie blakiane fra gli eruditi della guerra,
che venivano espulsi dalle accademie come pazzi & per aver pubblicato odi oscene sulle finestre del teschio,
che si accucciavano in mutande in stanze non sbarbate, bruciando denaro nella spazzatura e ascoltando il Terrore attraverso il muro,
che erano arrestati nelle loro barbe pubiche ritornando da Laredo con una cintura di marijuana per New York,
che mangiavano fuocoin alberghi vernice o bevevano trementina nella Paradise Alley, morte, o notte dopo notte si purgatoratizzavano il torso
con sogni, droghe, incubi di risveglio, alcool e uccello e sbronze a non finire,
incomparabili strade cieche di nebbia tremante e folgore mentale in balzi verso i poli di Canada & Paterson, illuminando tutto il mondo immobile del Tempo in mezzo,
solidità Peyotadi corridoi, albe cimiteri alberi verdi retro cortili, sbronze di vino sopra i tetti, rioni di botteghe in gioiose corse drogate neon balenio di semafori, vibrazioni di sole e luna e alberi nei rombanti crepuscoli invernali di Brooklyn, fracasso di pattumiere e dolce regale luce della mente,
che si incatenavano ai subways in corse interminabili dal Battery al santo Bronx pieni di simpamina finché lo strepito di ruote e bambini li faceva scendere tremanti a bocca pesta e scassati stremati nella mente svuotata di fantasia nella luce desolata dello Zoo,
che affondavano tutta la notte nella luce sottomarina di Bickford fluttuavano fuori e passavano un pomeriggio di birra svanita nel desolato Fugazzi ascoltando lo spacco del destino al jukebox all'idrogeno,
 

segue in http://www.gianniferretti.it/urlo.htm

 

«Pace e musica»: adesso i ragazzi di Woodstock sognano la pensione

Quarant'anni fa il raduno che rivoluzionò musica e costume. L'idea di cambiare il mondo è tramontata, ma lo «spirito dei tre giorni di Bethel» non è mai morto

 

BETHEL (New York) —«Tutto nella mia vita e in quella di tanti della mia generazione è rimasto attaccato a quel treno», ha detto Richie Havens, il chitarrista che il 15 agosto di 40 anni fa, con la sua «Freedom», inaugurò Woodstock, un’adunata rock senza precedenti per l’America: un concerto lungo tre giorni sotto una pioggia battente davanti a quasi mezzo milioni di giovani che uscirono trasformati da quell’esperienza. Un treno di desideri evaporati e speranze infrante che ha perso quasi tutti i suoi pezzi per strada. Eppure per molti ragazzi della generazione del «baby boom», che celebrano l’anniversario di quello straordinario raduno insieme al loro sessantesimo compleanno — gente che da tempo non pensa più a come cambiare il mondo e che ora si preoccupa soprattutto di andare in pensione con un assegno decente — lo spirito della «Woodstock Nation» non è mai morto.

Quando il cronista del New York TimesBarnard Collier cominciò a mandare i suoi racconti di un evento incredibilmente ordinato e pacifico, i capi del giornale e lo stesso direttore James Reston si infuriarono, spiegandogli che il tono degli articoli doveva essere quello dell’incombente catastrofe provocata da una folla di drogati che si rotolavano nel fango e negli escrementi. Collier tenne duro e alla fine, dopo aver pubblicato un editoriale contro il concerto, il «Times» cambiò rotta, riconoscendo che a Woodstock era successo qualcosa di nuovo e importante. Molta droga e sesso libero sì, niente cibo e condizioni sanitarie disastrose, certo. Ma anche un evento colossale, svoltosi in condizioni di estremo disagio, che era filato via liscio, senza incidenti, in un’era molto violenta: un’epoca di scontri razziali, con gli idoli dei giovani — Robert Kennedy e Martin Luther King — appena uccisi, la guerra nel Vietnam, i disordini alla convention democratica dell’anno prima, concerti che finivano spesso in rissa e l’America scioccata dallo «hippismo criminale» della setta di Charles Manson che una settimana prima di Woodstock aveva fatto strage in California, assassinando Sharon Tate e altri sette in un rito folle.

Per leggere tutto l'articolo:

http://www.corriere.it/spettacoli/09_agosto_11/woodstock-1969-gaggi_36f75fa6-86a1-11de-a11a-00144f02aabc.shtml

 

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