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Così vi truffano i venditori di speranza. Ecco le dieci bufale sul cancro

Vi hanno detto che è colpa di una dieta troppo acida, che si può curare col bicarbonato o col THC, che le cure ci sono ma Big Pharma le nasconde. Ecco le dieci più diffuse bugie sul cancro. Che fanno male ai malati e bene a chi le racconta

Se cercate in internet la parola “cancro”, vi troverete davanti a milioni di pagine web e non meno numerosi saranno i video di You Tube che troverete digitando “cura per il cancro”.

Nella migliore delle ipotesi, le informazioni che si recuperano in rete sono imprecise e nel peggiore dei casi pericolosamente ingannevoli. Ci sono molte pagine web sul cancro supportate da prove scientifiche e facili da comprendere, ma ce ne sono altrettante, se non di più, che alimentano falsi miti.

Risulta spesso difficile distinguere la realtà dalla finzione, anche perché le notizie che si reperiscono, pur essendo imprecise, suonano del tutto plausibili. Se si scava in profondità e si cercano delle prove, però, molte supposte “verità” vengono smascherate.

Ecco allora dieci falsi miti sul cancro in cui ci si può frequentemente imbattere.

MITO 1. Il cancro è una malattia artificiale dei tempi moderni

Questa è una credenza più viva oggi che in passato, ma il cancro non è solo una patologia moderna e prodotta artificialmente dalla società occidentale. Il cancro esiste da quando esiste l’uomo. È stato descritto migliaia di anni fa da medici egizi e greci e dei ricercatori hanno scoperto dei segni distintivi di questa malattia in uno scheletro vecchio di 3.000 anni.

Pur essendo vero che le patologie correlate ai moderni stili di vita, come i tumori, sono in aumento, il più grande fattore di rischio per il cancro resta l’età.

Grazie ai successi ottenuti nel contrastare le malattie infettive e altre storiche cause di morte come la malnutrizione, le persone ormai vivono abbastanza a lungo per sviluppare il cancro. Con l’invecchiamento, infatti, il Dna ha il tempo di subire danni che possono portare poi alla formazione di un tumore.

Inoltre, oggi siamo anche capaci di individuare il cancro in modo più accurato rispetto al passato, grazie ai programmi di screening e ai progressi compiuti nel campo della diagnostica.

La dieta, gli stili di vita e anche l’inquinamento hanno sicuramente una grande influenza sul rischio per il cancro, ma ciò non significa che le patologie neoplastiche siano esclusivamente legate alle attività umane e ai nostri tempi. Ci sono anche molte cause naturali per questa malattia, per esempio, a livello mondiale, un caso di cancro su sei è dovuto a virus e batteri.

MITO 2. I supercibi che prevengono il cancro

Mirtilli, barbabietole, broccoli, aglio, tè verde…..e molti altri. Nonostante tanti siti web continuino a propagandarlo, non esistono “supercibi”. Questo è solo un termine coniato dalle agenzie di marketing per far vendere più prodotti, ma non ha alcuna base scientifica.

Ciò non significa che non si debba badare a cosa si mangia. Certi cibi sono più salutari di altri. Una ciotola di mirtilli e una tazza di tè verde contribuiscono a rendere la dieta più sana e bilanciata. Fare il pieno di frutta e verdura è senz’altro una buona idea, come pure variare il più possibile il tipo di vegetali nella dieta, ma non ha importanza quale tipo specifico di ortaggio o frutto si sceglie.

Il nostro corpo è complesso e lo è anche il cancro. È dunque una grossolana semplificazione sostenere che un singolo cibo possa avere, di per sé, un’influenza sulla possibilità di sviluppare una neoplasia.

Nel corso dei decenni si sono raccolte molte prove sul semplice, ma ritenuto poco interessante, miglior modo di ridurre il rischio di tumore: seguire a lungo alcuni comportamenti salutari come non fumare, fare esercizio fisico, mantenere un sano peso corporeo e ridurre il consumo di alcol.

MITO 3. La dieta “acida”causa il cancro 

Alcuni miti sul cancro persistono in maniera sorprendente, in barba alla biologia di base. Uno di questi è l’idea che seguire una dieta “acida” faccia diventare il sangue “troppo acido” contribuendo così ad aumentare il rischio di cancro. La contromisura, in questo caso, sarebbe aumentare il consumo di cibi “alcalini” come verdure verdi e frutta (compresi, paradossalmente, i limoni).

Questa è una vera e propria sciocchezza biologica. È vero che le cellule tumorali non riescono a sopravvivere in un ambiente eccessivamente alcalino, ma non riescono a farlo nemmeno le altre cellule del nostro corpo.

Il sangue è, in genere, leggermente alcalino. Il suo pH è regolato dai reni che lo mantengono in uno stretto e corretto intervallo. Questo non può essere modificato, per un tempo apprezzabile, dall’alimentazione e ogni eccesso di acidi o di alcali viene eliminato con l’urina. Per mantenere il giusto equilibrio all’interno del corpo, l’urina cambia il suo pH a seconda di cosa si mangia. Questo fatto può essere verificato misurando il suo grado di acidità in seguito all’assunzione di cibi diversi ed è anche alla base dell’errata credenza secondo cui la dieta può “rendere il corpo alcalino”. 

Mangiare molta verdura verde è certamente salutare, ma non per il suo effetto sull’alcalinità del corpo.

Esiste una condizione chiamata “acidosi”. Si tratta di uno stato fisiologico che sopraggiunge quando reni e polmoni non riescono a mantenere il pH del corpo in equilibrio. Spesso è causata da una grave malattia o da un avvelenamento. Può essere molto pericolosa e richiede cure urgenti, ma non certo per colpa di diete eccessivamente acide.

L’ambiente nelle immediate vicinanze delle cellule cancerose può diventare acido per via del modo diverso, rispetto a quello seguito dal tessuto sano, con cui i tumori producono energia e usano l’ossigeno. Alcuni ricercatori stanno cercando di capire a fondo come ciò accada con lo scopo di sviluppare potenziali trattamenti più efficaci per le patologie neoplastiche.

Non esistono prove, però, che la dieta possa cambiare il pH dell’intero corpo o che questo abbia un impatto sul cancro.

MITO 4. Il cancro ha un debole per i dolci

Un’altra idea molto diffusa è che lo zucchero “nutra le cellule tumorali”, da qui il suggerimento di bandirlo completamente dalla dieta del paziente.

Si tratta di un’eccessiva semplificazione in un campo molto complesso che solo ora si sta iniziando a comprendere.

“Zucchero” è un termine polivalente. Si riferisce a una serie di molecole tra cui gli zuccheri semplici presenti nelle piante, il glucosio e il fruttosio. La polvere bianca nella ciotola che mettiamo in tavola si chiama saccarosio, sostanza formata da glucosio e fruttosio attaccati insieme. Tutti gli zuccheri sono carboidrati, cioè molecole costituite da carbonio, idrogeno e ossigeno.

I carboidrati, sia che provengano da una torta sia da una carota, vengono demoliti dal nostro sistema digestivo per rilasciare glucosio e fruttosio. Questi vengono poi assorbiti dal flusso sanguigno per fornire l’energia che consente la vita.

Tutte le nostre cellule, tumorali o no, usano glucosio come fonte di energia. Poiché le cellule neoplastiche crescono molto più velocemente di quelle sane richiedono una quantità particolarmente alta di questo carburante. È stato dimostrato che esse utilizzano glucosio e producono energia in modo diverso dalle cellule sane e i ricercatori stanno studiando queste differenze con l’idea di sfruttarle per sviluppare trattamenti migliori. 

Questo però non significa che gli zuccheri di torte, biscotti e altri alimenti dolci nutrano in modo specifico le cellule tumorali a differenza di qualsiasi altro tipo di carboidrato. Il nostro organismo non sceglie a quali cellule fornire un determinato carburante. Esso converte tutti i carboidrati che mangiamo in glucosio, fruttosio e altri zuccheri semplici che vengono, in seguito, prelevati dai tessuti quando hanno bisogno di energia.

Ha senso limitare gli zuccheri nell’ottica si seguire una dieta equilibrata ed evitare di guadagnare peso, ma questo che è ben diverso dall’affermare che gli alimenti zuccherati nutrono in modo specifico le cellule tumorali.

Sia la “dieta acida” sia “lo zucchero nutre il cancro” sono falsi miti che snaturano il senso dei consigli dietetici, anche se ciò non significa che seguire una sana alimentazione non abbia importanza quando si tratta di cancro.

Le indicazioni su ciò che è meglio mangiare, però, devono basarsi su dati nutrizionali e scientifici. Quando si tratta di dispensare raccomandazioni dietetiche per ridurre il rischio di cancro, i ricercatori mostrano che il solito vecchio consiglio di una sana alimentazione è ancora valido. Ok a frutta, verdura, fibre, carne bianca, e pesce, mentre è meglio limitare grassi, sale, zuccheri, carne rossa o lavorata e alcol. 

MITO 5. Il cancro è un fungo e il bicarbonato di sodio è la cura 

Questa teoria nasce dalla constatazione, a dire il vero non molto attenta, che il “cancro è sempre bianco”.

Una palese obiezione a questa idea, a parte il fatto che le cellule tumorali non hanno chiaramente un’origine fungina, è che il cancro non è sempre bianco. Alcuni tumori lo sono, ma altri no. Per verificarlo basta chiederlo a qualsiasi patologo o chirurgo oncologo oppure ricercare delle immagini su Google.

I sostenitori di questa teoria affermano che il cancro è causato dall’infezione del fungo candida e che i tumori sono, in realtà, il tentativo del corpo di proteggersi da questa infezione.

Non ci sono, però, prove che lo dimostrano.

Inoltre, molte persone perfettamente sane possono essere infettate dalla candida, un fungo che è parte della gamma di microbi che vive normalmente nel nostro corpo e sopra la nostra pelle. Di solito il sistema immunitario mantiene la candida sotto controllo, ma nelle persone che hanno tali difese compromesse, come chi è positivo per l’Hiv, le infezioni possono diventare più gravi e frequenti.

La semplice soluzione a tale problema, a quanto pare, sarebbe iniettare bicarbonato di sodio nel tumore. Ma questo non è nemmeno il trattamento usato per contrastare le infezioni fungine vere e proprie, figurarsi per il cancro. Al contrario, ci sono forti evidenze che alte dosi di bicarbonato di sodio possono portare a gravi conseguenze, anche fatali.

Alcuni studi ipotizzano che il bicarbonato di sodio possa avere effetti sui tumori trapiantati nei topi o sulle cellule coltivate in laboratorio poiché neutralizza l’acidità del microambiente attorno al tumore stesso. Alcuni ricercatori statunitensi stanno inoltre conducendo un piccolo studio clinico per verificare se capsule di bicarbonato di sodio possano aiutare a ridurre il dolore associato al cancro e per cercare la dose massima di questa sostanza che può essere tollerata. Non stanno, però, testando se abbia in realtà un vero effetto sui tumori.

Per quanto si conosce, non sono stati ancora pubblicati studi clinici sul bicarbonato di sodio come trattamento per il cancro.

Vale anche la pena sottolineare che non è ancora chiaro se è possibile somministrare nell’uomo dosi di bicarbonato di sodio che possono avere un qualche significativo effetto sul cancro, anche se alcuni ricercatori stanno studiando la questione.

Poiché il corpo resiste con forza ai tentativi di modificarne il pH, solitamente sbarazzandosi del bicarbonato attraverso i reni, c’è il rischio che quantità di questa sostanza, sufficientemente grandi da influenzare il grado di acidità attorno al tumore, possano causare una grave condizione chiamata alcalosi.

È stato stimato che una dose di circa 12 grammi di bicarbonato di sodio al giorno (in un adulto di 65 kg) sarebbe capace di contrastare l’acido prodotto da un tumore grande all’incirca solo un millimetro cubo. Ma dosi superiori a circa 30 grammi al giorno possono provocare gravi problemi di salute, fate voi i conti.

MITO 6. C’è una cura miracolosa per il cancro…

Dalla cannabis ai clisteri di caffè. Internet è piena di video e aneddoti personali su cure miracolose e “naturali” per il cancro.

Ma affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie e i video di YouTube e i post su Facebook non sono prove scientifiche attentamente revisionate. 

In molti casi è impossibile dire se i pazienti presenti in tali fonti aneddotiche sono stati “guariti” da un particolare trattamento alternativo oppure no. Non si conosce nulla sulla loro diagnosi medica, sullo stadio della malattia e sulla loro prognosi. E non si sa neppure se e quali altri trattamenti per il cancro hanno ricevuto in precedenza. 

Inoltre vengono divulgate solo le storie di successo, mentre nulla si sa sulle persone che hanno provato il trattamento “miracoloso”e non sono sopravvissute. Spesso chi proclama affermazioni sensazionali su cure prodigiose sceglie solo i casi migliori, senza presentare il quadro completo.

Questo evidenzia ancor di più l’importanza dei dati revisionati e pubblicati, di una ricerca di laboratorio scientificamente rigorosa e degli studi clinici. Lo svolgimento di adeguate e disciplinate sperimentazioni consente ai ricercatori di dimostrare che un potenziale trattamento per il cancro è sicuro ed efficace. Inoltre, la pubblicazione dei dati ottenuti permette ai medici di tutto il mondo di venirne a conoscenza e di usarli per il beneficio dei propri pazienti. 

Questo è lo standard cui tutti i trattamenti per il cancro dovrebbero attenersi.

Ciò non significa che il mondo naturale non sia una fonte di potenziali terapie. La storia dell’aspirina (corteccia del salice) e della penicillina (muffa) lo dimostra. Per citare un altro importante esempio, il farmaco per il cancro taxolo fu per la prima volta estratto dalla corteccia e dagli aghi di un albero: il tasso del Pacifico. 

Ma questo è ben lontano dal dire che si dovrebbe masticare corteccia per combattere il tumore. Si tratta di un trattamento efficace perché il principio attivo è stato purificato e testato in studi clinici. Questo ha permesso di capire che è una sostanza utile e sicura e a quali dosi può essere somministrata. 

Ovviamente chi ha un cancro desidera sconfiggere la malattia con ogni mezzo possibile. Ed è perfettamente comprensibile la tendenza a cercare, in ogni campo, potenziali cure. Ma il consiglio degli esperti è di diffidare di ciò che viene etichettato come “cura miracolosa”, specialmente se qualcuno sta cercando di venderlo.

Su Wikipedia esiste un’esauriente lista di trattamenti inefficaci contro il cancro, spesso propagandati come prodigiosi, che può valer la pena consultare. 

Si possono reperire, inoltre, serie informazioni riguardanti le evidenze scientifiche e le sperimentazioni cliniche sull’uso di cannabis e cannabinoidi contro il cancro. 

MITO 7….e Big Pharma la sta nascondendo

Di pari passo con l’idea che esiste una cornucopia di “cure miracolose”, c’è l’idea che i governi, l’industria farmaceutica e anche le associazioni di beneficenza si sono accordate per occultare la terapia per il cancro perché guadagnano molti soldi con i trattamenti esistenti.

Qualunque sia la particolare “cura” che viene propagandata la logica è sempre la stessa: è facilmente reperibile, economica e non può essere brevettata. Ecco perché la classe medica la nasconde, per continuare a riempirsi le tasche con farmaci più costosi e coperti da brevetto. Ma, in realtà, non c’è nessun complotto, a volte, semplicemente, la terapia non funziona. 

Non c’è dubbio che l’industria farmaceutica debba affrontare questioni sulla trasparenza e la sperimentazione clinica che hanno bisogno di essere risolte. Le varie associazioni incalzano gli enti regolatori e le compagnie farmaceutiche per fare in modo che i farmaci efficaci siano disponibili a un prezzo equo per il sistema sanitario nazionale. È comunque importante ricordare che lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi farmaci richiedono molto denaro che le compagnie hanno bisogno di recuperare. 

Ma i problemi esistenti con la medicina tradizionale non dimostrano automaticamente che le “cure” alternative funzionano.

Non ha senso sostenere che le aziende farmaceutiche nascondano deliberatamente una potenziale cura per il cancro. Scoprire una terapia efficace, infatti, garantirebbe loro enormi vendite a livello mondiale. 

E anche la tesi secondo cui i trattamenti non possono essere brevettati non regge. Le aziende farmaceutiche non sono stupide, sono pronte a imboccare strade promettenti che possono portare a terapie efficaci. Ci sono molti modi per riconfezionare e brevettare molecole che, se risultassero efficaci, darebbero loro un ritorno economico sugli investimenti fatti per svilupparle e testarle in studi clinici (un costo che può essere anche di vari milioni). 

Occorre poi aggiungere che ricercatori finanziati dalle varie associazioni o dal governo compiono studi su trattamenti promettenti senza scopo di lucro. È anche difficile comprendere per quale ragione i medici, che spesso prescrivono farmaci generici fuori brevetto, non dovrebbero utilizzare terapie a basso costo se fosse stata dimostrata la loro efficacia negli studi clinici. 

Affermare che si stia nascondendo “la cura” per il cancro non è solo assurdo, ma è anche offensivo per la comunità di medici e scienziati che si dedicano allo studio di questa patologia, per il personale e i sostenitori delle associazioni di ricerca sul cancro e, soprattutto, per i malati e le loro famiglie.

MITO 8. I trattamenti contro il cancro uccidono più di quanto guariscano

Tanto per essere chiari, la cura per il cancro, sia essa chemioterapia, radioterapia o chirurgia, non è una passeggiata nel parco. Gli effetti collaterali possono essere molto pesanti. D’altra parte, le terapie che hanno lo scopo di uccidere le cellule tumorali, inevitabilmente, influenzano anche quelle sane. 

E qualche volta, purtroppo, la cura non funziona. È molto difficile trattare un tumore in fase avanzata che si è diffuso in tutto il corpo e se la terapia può dare sollievo dai sintomi e prolungare la vita, non è detto che riesca a guarire definitivamente il paziente.

La chirurgia è ancora il trattamento più efficace a disposizione per il cancro, a condizione che questo sia diagnosticato sufficientemente presto per consentire l’operazione. La radioterapia, inoltre, aiuta a curare più persone di quanto facciano i farmaci antitumorali. 

Tuttavia la chemioterapia e altri medicinali contro il cancro svolgono un ruolo molto importante nella cura delle neoplasie. In alcuni casi contribuiscono a guarire la malattia e in altri a prolungare la sopravvivenza. 

Le affermazioni presenti su internet secondo cui la chemioterapia è “efficace solo per il tre per cento dei casi” sono altamente fuorvianti e superate. Così come quelle in cui si sostiene che queste cure potrebbero addirittura "promuovere il cancro".

È importante evidenziare che, in un numero sempre più alto di casi, i farmaci sono efficaci. Ad esempio, oltre il 96 per cento degli uomini malati riesce oggi a guarire dal cancro ai testicoli, grazie anche a un farmaco chiamato cisplatino. Nel 1970 tale percentuale era inferiore al 70 per cento. Inoltre, sul finire degli anni sessanta solo un quarto dei bambini malati di tumore poteva essere curato, oggi il loro numero è triplicato e la maggior parte di loro ora è viva grazie anche alla chemioterapia.

La strada da percorrere per avere dei trattamenti efficaci per tutti i tipi di cancro nei bambini è, però, ancora lunga.  È quindi importante che i medici, i pazienti e le loro famiglie siano realistici nel valutare le migliori opzioni terapeutiche, specialmente quando il cancro è in fase molto avanzata. 

Potrebbe essere meglio scegliere una cura in grado di ridurre il dolore e i sintomi piuttosto che tentare di guarire la malattia (cure palliative). Trovare il giusto equilibrio tra la qualità e la quantità della vita sta diventando una questione sempre più preponderante quando si tratta di curare un tumore e, in questo, il ruolo del paziente è diventato centrale.

MITO 9. Non abbiamo fatto alcun progresso nella lotta contro il cancro 

Questo semplicemente non è vero. Grazie ai passi avanti compiuti dalla ricerca, negli ultimi 40 anni la sopravvivenza per cancro è mediamente raddoppiata. Inoltre, i tassi odierni di mortalità sono diminuiti del 10 per cento rispetto a quelli che si registravano un decennio fa. Oggi, la metà di tutti i pazienti sopravvive almeno dieci anni. 

Questi, però, sono dati che si riferiscono a persone trattate in passato. È probabile che i pazienti diagnosticati e curati oggi, anche grazie all’avvento dei nuovi farmaci “intelligenti”, abbiano una probabilità di sopravvivenza ancora più alta.

Ma c'è ancora molta strada da fare. Nella cura di alcuni tipi di cancro i progressi sono stati più lenti, come ad esempio quelli relativi al tumore del polmone, del cervello, del pancreas e ai tumori esofagei. E quando si perde una persona cara per colpa del cancro, è comprensibile pensare che la medicina non abbia fatto alcun passo in avanti.

MITO 10. Gli squali non si ammalano di cancro

Sì, invece si ammalano.

L'articolo è tratto da Cancer Research UK, una delle più importanti charities al mondo impegnate nella lotta al cancro. Lo scorso anno ha destinato l'equivalente di più di 500 milioni di euro alla ricerca contro il cancro.

www.healthdesk.it/medicina/cos_vi_truffano_i_venditori_di_speranza_ecco_le_dieci_bufale_sul_cancro/1415152800

Prevenzione. L'Ungheria ha scelto le maniere 'forti'

 In via Magdolna, nel cuore dell'8o arrondissment di Budapest, l'unita' antiterrorismo TEK ha condotto, dallo scorso mese di ottobre, una operazione “muscolosa”, arrestando una decina di spacciatori, Durante il regime comunista, questo quartiere operaio era stato lasciato all'abbandono, punito per essere stato uno dei focolai dell'insurrezione del 1956. Dopo venti anni, delle famiglie povere si sono installate nelle case piu' antiche.
Cosi' come i drogati, anche gli indigenti contribuiscono all'immagine che il Sindaco di questo 8o arrondissement. Maté Kocsis, cerca di dare di questo quartiere ben impiantato nella capitale. Alcuni lavori sono in corso in alcuni immobili decadenti che la municipalita' guidata dal Fidenz (destra nazionalista) sta facendo fare grazie a fondi dell'Unione Europea.
Dal 2010 il Sindaco ha dichiarato guerra ai clochard, ormai passibili di prigione se dormono in luoghi pubblici. A 33 anni, Kocsis e' un uomo influente. E' presidente della commissione parlamentare su difesa e sicurezza, ed e' il portavoce del Fidesz.
“Peste del XXI secolo”
La sua ultima proposta di legge ha creato polemica ed attirato l'attenzione ben oltre le frontiere dell'Ungheria: obbligare di fatto i giovani da 12 a 18 anni ad un test annuale per rilevare l'eventuale consumo di droga. Il Fidesz, che controlla i due terzi del Parlamento, sostiene questo controverso testo.
“Chi si oppone ai test sulla droga difende le droghe”, ha detto il capo del gruppo parlamentare Fidesz, Antal Rogan. Kocsis vorrebbe anche estendere i test alle personalita' politiche ed ai giornalisti, un'idea che la maggior parte dei giuristi reputa inapplicabile. Ma un sondaggio, pubblicato a meta' dicembre, indica che il 57% degli ungheresi e' favorevole ai test, e che circa i due terzi ritiene ancora troppo lassista la legislazione sugli stupefacenti che la destra aveva indurito nel 2012, soprattutto tagliando i fondi per la prevenzione.
Dopo la rielezione del suo partito alle legislative dello scorso aprile, Maté Kocsis ha attaccato l'ONG Blue Point, specializzata nell'accoglienza dei drogati e che nel suo arrondissemnt ha fatto degli incontri tra tossicodipendenti perche' chi volesse potesse scambiare siringhe usate con siringhe nuove. Circa 1.500 tossicodipendenti frequentavano i locali di Blue Point, fino a quando, a meta' agosto, li hanno fatti chiudere. “Il nostro affitto e' stato aumentato dal Comune in modo enorme”, dice Roland Gyekiss, animatore del centro. E Kocsis ci ha accusato di attirare tossicodipendenti da altri quartieri, in violazione dei nostri permessi. E sosteneva che le strade erano piene di siringhe, che e' falso”.
Questo approccio repressivo sulla tossicodipendenza si e' diffuso da quando la poverta' sta rodendo le zone agricole, dove il consumo di droghe si sta molto espandendo. “Io la chiamo la peste del XII secolo, dice Gyula Horvart, capo della comunita' rom di Domony, 2.000 abitanti a 40 Km dalla capitale. Questo uomo solido, incontrato in un cantiere di Budapest dove guadagna 4.500 fiorini (14,50 euro) per dieci ore di lavoro, manifesta il suo disappunto dopo che ha visto gli adolescenti del suo quartiere consumare ogni tipo di stupefacente. “La miseria si diffonde talmente presso i Rom -dice- che non ha mai visto un tale nulla, una tale disperazione. La droga sta creando degli zombie”.
Nelle campagne
Un numero crescente di Rom consuma droghe con effetti devastanti: la “musica” che danno a chi se le inietta, con potenti effetti allucinogeni visivi a auditivi. Il loro potere di dipendenza e' tale che chi le usa ha bisogno di dieci o quindici buchi al giorno. Non si sa quanta gente ne faccia uso”. “Non abbiamo nessuna possibilita' di condurre uno studio serio per mancanza di mezzi finanziari. Il budget attuale e' il 10% di quello di cui disponevamo”, dice Akos Topolanszky, che dal 1999 al 2003 e' stato Segretario di Stato, vice-coordinatore per la prevenzione antidroga. La sola certezza, per questo esperto, e' che c'e' un aumento drammatico del numero di tossicodipendenti in Ungheria, e che il fenomeno e' gravissimo nelle campagne, dove non esiste nessun servizio specializzato. Dopo aver visitato in autunno delle regioni diseredate, e' rimasto colpito dall'enorme numero di droghe consumate per via endovenosa: “questo avra' delle dure conseguenze sulla salute pubblica”.
Il partito ecologista LMP (Lehet Mas a Politika, “un'altra politica e' possibile”), ha calcolato che i test annuali “volontari” voluti dalla maggioranza di destra, costeranno 13,6 milioni di euro, quanto il budget pubblico prevede per aiutare gli indigenti in tutta l'Ungheria. Il ministro delle Capacita' Umane (che comprende sanita', educazione e cultura), precisa al quotidiano Le Monde che nel 2013, “29 organizzazione che erano impegnate per lo scambio di siringhe operavano in 20 citta' ungheresi”, e che “spera vivamente” che una ventina di programmi di prevenzione possano presto prendere il via nelle scuole.

(articolo di Joelle Stolz, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 28/12/2014)

Test fai da te per scoprire se fa uso di sostanze

PISTOIA. Sempre più genitori si rivolgono alle farmacie per sapere come riconoscere l’eventuale presenza di abusi di droghe da parte dei loro figli. Da questa emergenza nasce “At home drug test”, il test fai da te che consente di verificare l’uso di stupefacenti, prodotto e promosso da Farcom spa (la partecipata che riunisce 7farmacie comunali della provincia pistoiese) in collaborazione con i comuni di Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano.

 Il test, che avrà un costo di 22euro, verrà distribuito in via eccezionale gratuitamente durante la tre giorni contro droga e abuso di alcol, che si terrà il 6-7 e 8 dicembre presso la farmacia comunale di viale Adua a Pistoia. At home drug test è un prodotto che verifica la presenza di droghe (cocaina, anfetamina, cannabis, eroina e estasy) tramite una veloce analisi delle urine. “Ci sono cinque finestrelle, corrispondenti ad ognuna delle sostanze stupefacenti elencate – spiega la dottoressa Aladina Moncini, durante la presentazione che si è tenuta ieri mattina presso la farmacia comunale di viale Adua – basta immergere la striscia reattiva nelle urine, e il test in pochi minuti rileverà l’eventuale presenza o assenza di droghe”.

Il prodotto, che ha un’attendibilità del 100%, è pensato soprattutto per le famiglie: “spesso i genitori portano in farmacia pasticche o sostanze trovate in casa, per sapere cosa sono - spiega Simona Laing, amministratore unico di Farcom spa – sono richieste che aumentano sempre di più. Dai dati di Ars Toscana sul consumo di alcol e droga tra gli adolescenti, emerge che 1 ragazzo su 3 ha consumato almeno una volta una sostanza stupefacente, e circa 1 su 5 ha consumato almeno una sostanza illegale negli ultimi 30 giorni – continua Laing - per questo abbiamo deciso di andare incontro alle famiglie”. Alla presentazione hanno partecipato anche due testimonial d’eccezione: Giacomo Galanda mitica ala-pivot e vicecampione olimpico di basket con la nazionale italiana e Daniele Magro centrale della Giorgio Tesi Group Pistoia e giocatore della nazionale.

iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2014/12/03/news/test-fai-da-te-per-scoprire-se-i-figli-fanno-uso-di-droghe-1.10427545

Consumi sicuri, una Carta delle città

Stefano Vecchio, coordinamento Itardd, scrive sulla Carta delle Città dai Consumi Sicuri per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 26 novembre 2014.

Il 14 e 15 novembre, Napoli ha ospitato per la seconda volta il seminario della Rete Italiana di Riduzione del Danno, Itardd, dal titolo “Il triangolo del signor Zinberg. Riduzione del danno e contesti urbani”. Il seminario si è ispirato allo studioso di Harvard Norman Zinberg e al suo modello di spiegazione dei consumi di droga fondato sulla triade drug, set and setting (sostanza-individuo-contesto): che indica in modo efficace ed immediato quanto sia riduttiva e fuorviante la concezione farmacocentrica, solo incentrata sulle caratteristiche additive delle sostanze. Al centro del seminario, è stata posto il “setting”: con specifico riferimento ai consumi di sostanze psicoattive nei molteplici contesti del divertimento e alle città intese sia come scenari dei consumi che come istituzioni locali da interrogare per un cambio di rotta politico. Sono stati analizzati a fondo i continui cambiamenti nel mondo dei consumi di sostanze, legali e illegali, individuando le specificità ma anche i tratti comuni dei diversi ambienti: dalle piazze, alle discoteche, ai club, ai grandi eventi legali (festival, concerti etc.) e auto organizzati (freeparty, teknival etc…), fino alla cosiddetta movida urbana.

La discussione in plenaria e nei gruppi di lavoro ha documentato la qualità e l’efficacia delle numerose esperienze italiane di riduzione del danno: trovando tutti concordi sull’importanza della messa in sicurezza dei diversi contesti, risultato delle sinergie tra gli organizzatori, i gestori, le organizzazioni dei consumatori, gli operatori (pubblici e del terzo settore), i servizi socio-sanitari, le iniziative concordate con gli enti locali.

E’ stato poi affrontato il tema delle città. Le esperienze nelle città italiane si sono confrontate con quella francese, presentata da Thierry Charlois, consulente "per la vita della notte" della città di Parigi.

Il ruolo che si richiede alle città, come contesto dei contesti, in una prospettiva radicalmente alternativa a quella incentrata sull’ordine pubblico, è di promuovere, in una logica di sistema, una strategia di “messa in sicurezza” dell’insieme dei contesti cittadini dei consumi di sostanze psicoattive, da quelli più marginali a quelli del divertimento giovanile: ripensando i modelli attuali dei servizi e prevedendo sperimentazioni innovative, quali le “stanze del consumo”, l’analisi chimica delle sostanze, ambienti per il consumo sicuro della cannabis (cannabis social club, coffee shop).

La sfida che la Riduzione del Danno, dal seminario di Napoli, lancia alla “polis” è quella di un nuovo protagonismo delle città italiane per un cambio di rotta nelle politiche rivolte ai consumatori di droghe, favorendo il governo e la regolazione sociale dei fenomeni, piuttosto che puntando sulla repressione: città disponibili a occuparsi dei conflitti, interessate a evitare che si trasformino in “guerre”, pronte a promuovere azioni di mediazione tra i diversi attori coinvolti.

Una città sicura è anche una città ospitale, che garantisce i diritti di cittadinanza di tutti, che attiva politiche per superare i processi di stigmatizzazione culturale che colpiscono i consumatori e non solo, che promuove processi di partecipazione dei cittadini alle scelte politiche.

Itardd lancia una sfida alle città italiane per un cambio radicale di rotta politica. Costruiamo e realizziamo insieme una “Carta delle Città dai Consumi Sicuri”.

Relazioni e sintesi finali sono reperibili sul sito www.itardd.net.

Anoressia, un misterioso modo per sparire

 

Anoressia, un misterioso modo per sparire

Premessa. Scrivo al femminile perché la storia ha finora visto principalmente delle anoressiche femmine. Ma le cose stanno cambiando ed i maschi sono sempre di più. Quindi un’avvertenza: si legga il femminile di questi articoli contemporaneamente al maschile ed al femminile.

L'anoressia e' un crocevia di tensioni e di contraddizioni. Ed è densa di mistero. Sembra una sfida in cui la persona vince, anzi domina. Domina il corpo, le sue pulsioni, i bisogni più comuni e profondi. Sentire, e soffrire, duramente la fame offre il destro per sentirsi più potenti. Dominare la fame da' la vertigine del supremo potere, nulla può essermi imposto se neppure la fame più dolorosa mi piega. Ci si sente esaltati da questa lotta: più la fame cresce e morde e più ci si sente forti. Chi le incontra spesso ne è spaventato: le vere anoressie formano corpi emaciati, macerati dal digiuno che camminano spediti ed energici a dispetto dell'apparenza.

Tante volte si sente apostrofare qualche persona che per rabbia o disperazione rinuncia a mangiare e dimagrisce vistosamente con un “sei proprio una anoressica”. Ma non è sempre vero che i magri o chi digiuna sia anoressico. Ci vogliono vari criteri per essere anoressici, non basta la magrezza.

A proposito, hai notato che scrivo al maschile e non al femminile? A dispetto della tradizione che vedeva le femmine prevalere largamente sui maschi ormai sono parecchi i soggetti di sesso maschile che sviluppano l’anoressia. Recentissime ricerche dimostrano che in certe aree degli Stati Uniti maschi e femmine si equivalgono per numero e che anzi i maschi hanno sintomi ancora più gravi. E’ facile prevedere che il medesimo trend epidemiologico si realizzi presto anche da noi. In una ricerca fatta quando ero in Ausl con il valente ricercatore sociale Agostino Giovannini, scoprimmo che anche in Italia gruppi di persone con volontà di diventare anoressiche si galvanizzavano a vicenda tramite i social network. Una rete di chat e forum aderenti alla filosofia dei pro-Ana, una specie di religione che esalta l’anoressia e spinge a seguire una serie di criteri per esaltarla e spingerla alle estreme conseguenze. Per alcuni è uno spiegare agli altri l'arte del digiuno. L’esaltazione dell’Io di chi si riconosce in questi obiettivi è davvero grande. Il distacco dalle condizioni di realtà ne consegue. Sul tema c’è un fiorire in tutto il mondo di persone che forti della loro esperienza, raccontano come diventarono anoressiche e come poterono uscirne. Io consiglio alle mie pazienti ormai recuperate di rendere la loro esperienza fruibile agli altri in una forma di restituzione che serve a prevenire in altri la sofferenza che loro vissero. Raccontarsi non è però facile, si potrebbe non essere capiti. Ci sono però alcuni che lo fanno, anche con ostentazione; specie di eroi che sono potuti rientrare da un’avventura che poteva portarli al decesso. Infatti l’anoressia, quella vera, è anche un gioco con la morte, una sfida.

Chi non l’ha sperimentata non può riuscire affatto a capire, dicono alcuni di costoro. I più possono solo leggere, ascoltare e rimanere infreddoliti da tanto rischio. Alcuni raccontano, si raccontano, come fenomeni da festa degli zombie. D’altronde, va riconosciuto, rifiutare il cibo a scapito delle funzioni corporee non è una dipendenza facile da strutturare. E in tutte le dipendenze trovi persone che ti sbattono in faccia: cosa vuoi capire tu che non l’hai avuta? Vogliono sentirsi speciali. Gina Bellafante ha messo bene in chiaro tutto ciò in un suo articolo per il New York Times: "L'anoressia è una malattia piena di contraddizioni: esige disciplina e indulgenza .... L'anoressica scompare per essere vista, lavora per l'auto- miglioramento, per la perfezione, mentre si auto- annienta". L'anoressia è una condizione di "allucinazione intellettualizzata".

Questa definizione sintetica è la migliore di quelle che ho letto, e punta al modo conflittuale in cui si parla della malattia: la nostra intenzione è critica, ma il linguaggio è (purtroppo) celebrativo. L’anoressia affascina per il suo invilato ideale di magrezza. Trovo stimolante le riflessioni che avanza Kelsey Osgood nel suo libro “How to Disappear Completely: On Modern Anorexia”: vi analizza questi paradossi, commentando criticamente gli scritti delle anoressiche sulle anoressiche. Il suo progetto è apertamente un volere andare contro corrente, per esporre l'ipocrisia delle memorie pseudo - redentrici scritte da coloro che si considerano recuperati e dopo avere stupito per la magrezza adesso vogliono stupire coi loro racconti. La Osgood crede che il merito di questi autori, che sono spesso chiamati rigorosi ed onesti oltre che coraggiosi ed altruisti, sia in realtà ingenuità, forse anche voluta: in realtà, i loro libri spesso non fanno altro che insegnare ai lettori a seguire una dieta e a pensare all'anoressia come a una malattia densa di aspirazioni. E' una bella critica soprattutto perché viene da qualcuno che ha passato più di un decennio dentro e fuori dagli ospedali sempre sull'orlo della morte, una che dovrebbe essere presa sul serio. Infatti Osgood contrasse la malattia da adolescente copiando le abitudini di altre anoressiche, utilizzando proprio quei libri che pretendevano di essere mirati verso il recupero, quelli scritti da ex anoressiche. Lei li prese alla lettera, didattica come fossero manuali per fare la dieta. Ricorda il pensiero dell’anoressia non come una grave malattia, ma come il più logico progresso per il completo auto-controllo. Ecco il contributo fondamentale di Osgood: bisogna vedere il difetto di questa logica perché non può essere che per migliorarsi ci si rovini.

DI UMBERTO NIZZOLI www.progettouomo.net/index.php

Nuove sostanze, un approccio razionale

sostanze-piscoattive.jpg Nuove Sostanze Psicoattive: comunemente conosciute come Nps (New Psychoactive Substances) sono la nuova “emergenza droga”. Tanto che, alla vigilia delle elezioni di primavera, il Parlamento Europeo ha approvato una proposta per una più rapida risposta all’incombente minaccia. Prima di entrare nel merito della decisione, è opportuno discutere la definizione stessa. Il termine Nps comprende sostanze dalle caratteristiche chimiche e dagli effetti assolutamente diversi (dagli stimolanti anfetaminici, alla ketamina dagli effetti sedativi, ai cannabinoidi sintetici). Se è vero che il mercato sforna in continuazione prodotti sintetici inediti, una sostanza come la ketamina, anestetico ampiamente usato sia in veterinaria che sull’uomo, non è davvero un prodotto “nuovo”. In più, la diffusione delle varie sostanze racchiuse sotto la denominazione di Nps è assolutamente ineguale: se nell’ultimo anno ben 82 nuove sostanze si sono affacciate al mercato, relativamente poche sono entrate nelle abitudini dei consumatori. A ben guardare, solo alcune hanno un certo impatto: la ketamina, il mefedrone (uno stimolante sintetico della famiglia delle anfetamine) e i cannabinoidi sintetici. Con notevoli differenze fra paese e paese: ad esempio, in Romania gli stimolanti hanno preso il posto dell’eroina come la droga più comunemente assunta per via iniettiva, mentre in Ungheria la cannabis sintetica è la seconda sostanza più usata.

L’unico fattore che accomuna le Nps è il fatto di essere “nuove” alla proibizione, non essendo ovviamente contenute nelle tabelle delle droghe illegali al momento della loro comparsa sul mercato.

Dunque il termine Nps tradisce l’ottica da cui si guarda al problema: rispetto alla presenza/ assenza di controllo legale, nella forma estrema rappresentata dalla proibizione. Col rischio di affrontare il problema del controllo prima ancora di una riflessione seria sul fenomeno. Per non dire che ancora una volta l’attenzione si concentra unicamente sulle (caratteristiche chimiche delle) sostanze, dimenticando l’importanza dei modelli di consumo, dei rituali e delle culture dell’uso nel determinare i rischi cui possono andare incontro i consumatori.

Proviamo invece a ragionare sulla fortuna delle droghe sintetiche, sul perché della continua innovazione dei prodotti psicoattivi che vengono immessi sul mercato. In parte, la differenziazione è un effetto del mercato stesso, così come accade per molte altre merci; in parte, è effetto della proibizione stessa, che stimola a ricercare sempre nuove formule chimiche per aggirare il divieto. Fanno parte delle misure repressive da evitare i temuti e sempre più diffusi test antidroga: da qui la fortuna dei cannabinoidi sintetici, che poi si sono conquistati una nicchia nel menu dei consumatori per i loro effetti assai diversi dai cannabinoidi naturali. Altra conseguenza dell’illegalità del mercato è la produzione di preparati sempre più potenti e sempre più concentrati, con maggior danno per la salute.

La proposta Ue si muove su due coordinate: l’accorciamento dei tempi per valutare la pericolosità di una sostanza e inserirla se del caso nelle tabelle delle droghe proibite, da un lato; dall’altro, una maggiore gradualità nel controllo, che dovrà essere proporzionato al rischio: con la possibilità di optare per forme diverse di regolazione del mercato, mentre il divieto assoluto con le relative previsioni penali sarebbe riservato alle sostanze più pericolose. E’ un approccio più razionale dell’opzione unica della proibizione attualmente in vigore per le sostanze naturali. C’è da augurarsi che ciò inneschi un ripensamento globale del governo delle sostanze psicoattive, con maggiore attenzione alla salute pubblica.

Salvina Rissa per la prima parte dell'inchiesta sulle Nps per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto dell'11 dicembre 2014.

Epatite C, per il superfarmaco un miliardo e mezzo dalla Legge di stabilità

Via libera anche in Italia al sofosbuvir, emendamento dal ministero per assicurare cure gratuite nei casi più gravi. In farmacia un ciclo terapeutico completo costerà 74.286 euro di MICHELE BOCCI, La Repubblica

 
ROMA - Un miliardo e mezzo di euro in due anni per curare le persone malate di epatite C con i nuovi superfarmaci della generazione Sofosbuvir. Quelle nelle condizioni di salute più gravi. Il ministero della Salute ha proposto un emendamento nella legge di Stabilità per mettere a disposizione dei cittadini il medicinale gratuitamente. I soldi utilizzati sono quelli che verrebbero risparmiati grazie alla eliminazione della malattia, che ovviamente ha i suoi costi. Il sofosbuvir (nome commerciale Sovaldi), infatti, è un principio attivo nuovo e rivoluzionario, in grado in una altissima percentuale di casi di cancellare l'epatite C, come hanno mostrato le sperimentazioni.

Per questo l'azienda che lo produce, la Gilead Siences, fa prezzi molto alti; così alti che, dato il milione e mezzo di malati stimati in Italia (dei quali almeno 3-400 mila avrebbero bisogno del medicinale), l'assistenza globale a carico dello stato avrebbe un effetto dirompente per le finanze pubbliche.

L'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, nei mesi scorsi ha così iniziato a trattare con il produttore e la conclusione del suo lavoro è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5 dicembre con il via libera all'ingresso ufficiale del farmaco nel sistema sanitario italiano. Nella determina, però, l'Agenzia mantiene la riservatezza sul prezzo finale del medicinale. O meglio, si scrive che la terapia di 12 settimane costa al sistema sanitario nazionale 45 mila euro, praticamente il prezzo di partenza, ma si prevede anche uno "sconto obbligatorio alle Strutture pubbliche come da condizioni negoziali".

Evidentemente nell'accordo con il produttore si è deciso di non rendere noto il prezzo finale, forse per non far conoscere agli altri Paesi quanto spende l'Italia. Le indiscrezioni comunque parlano di un costo per il sistema sanitario tra i 35mila e i 40mila euro, a seconda del volume dei pazienti. Per questo con il miliardo e mezzo che potrebbe essere stanziato nella Legge di Stabilità si potrebbero curare circa 22mila persone l'anno per due anni. E solo, dunque, i casi più gravi, quelli a un passo dal trapianto o dal decesso. Le Regioni probabilmente dovranno finanziare ulteriori acquisti di altri farmaci, e più in generale andrà sviluppato un piano pluriennale di intervento, dividendo i pazienti per gravità.

Nella Gazzetta Ufficiale viene previsto anche il prezzo di vendita al pubblico, cioè per chi non vuole aspettare di essere chiamato dalla Asl nei prossimi mesi o anni, ma vuole curarsi subito. Bisogna essere ricchi per permettersi in questo modo il sofosbuvir: un ciclo terapeutico completo, della durata di 12 settimane, costa 74.286 euro.

Intanto dall'Aifa hanno spiegato di aver raccolto la disponibilità di Gilead a garantire la fornitura gratuita del farmaco per l'intera durata di trattamento dei pazienti per i quali le richieste e i via libera dei Comitati etici siano state rilasciate in tempi utili, cioè prima dell'ingresso del farmaco nella lista dei rimborsabili di fascia A formalizzata dalla Gazzetta Ufficiale. Si tratta del cosiddetto utilizzo compassionevole, che si può fare prima che un medicinale sia approvato.

Farmaci, un mercato regolato

E' giusto che una bottiglia di Brunello di Montalcino costi 130 euro? La domanda c'entra poco con la giustizia. Chi andrebbe a indagare quanto è costato produrlo, e quanto è il margine di profitto? Tanto la maggior parte di noi si accontenta di un ottimo rosso Toscano che costa 8-10 euro. Ben diversa è la questione quando si tratta di un farmaco: se un malato ha una setticemia non si può usare l'aspirina al posto dell'amoxicillina, o in alcuni casi di un antibiotico anche assai più costoso.
È per noi una fortuna che a pagare in Italia, e in molti Paesi dell'Europa sia il Servizio sanitario nazionale (che giustamente vive delle nostre tasse); e sinora relativamente poche domande sono state fatte su che cosa determini i prezzi dei farmaci. È stato accettato, stranamente per alcuni di noi, che valgano per i farmaci le stesse leggi di libero mercato che valgono per il vino. Eppure almeno due differenze sono lampanti. 1) Nel caso del vino abbiamo una scelta: possiamo comprare il Brunello, o un vino meno caro, o rimanere astemi; nel caso dei farmaci, invece, sovente ne va della vita. 2) Nel caso del vino la concorrenza è palese e vivace: per rimanere nel settore lusso, il Brunello compete con il Barolo o l'Amarone; nel caso dei farmaci, invece, sono sempre più i casi di malattie, rare o meno rare, nelle quali il farmaco veramente efficace è uno solo, e per 10-20 anni è protetto da esclusività. Pertanto, se due cardini del libero mercato sono la libertà dei prezzi e la concorrenza, si vede subito che per i farmaci uno dei due già manca.
La spirale della spesa farmaceutica è preoccupante, non solo per gli esperti di farmaco-economia. In pratica c'è stato sinora un certo grado di dicotomia non scritta: farmaci per malattie comuni che costano relativamente poco (anche se sempre di più); e farmaci per malattie rare che costano moltissimo (fino a 330mila euro all'anno per una malattia che dura molti anni). Alcuni mesi fa questa dicotomia è stata infranta, quando in Usa la Fda ha approvato il sofosbuvir (prodotto dalla Gilead con il nome commerciale Sovaldi), attualmente l'unico farmaco che, in combinazione con altri pre-esistenti, può non solo curare, ma guarire l'epatite C: ve ne sono circa 2,7 milioni di casi negli Usa, e circa un milione in Italia. Prezzo: 1.000 dollari per pasticca; un ciclo di cura (e non sempre basta) ne richiede 84 (per 84mila dollari). Alcuni di noi pensano da tempo che il libero mercato dei farmaci dovrebbe essere temperato da regole; ora ci giunge un assist da fonte impensata: il Senato degli Stati Uniti. Il Chairman del Finance Committee del Senato americano ha dato 60 giorni di tempo alla Gilead per rispondere a dozzine di domande, che vanno dal loro business plan, alla rendicontazione delle spese sostenute in passato e attualmente per la produzione del farmaco, alle modalità di promozione, e via dicendo.
È chiaro che il movente della lettera del Senato è di carattere economico. Anche facendo una selezione dei casi più urgenti da trattare, si contemplano spese di miliardi di dollari. Il «Financial Times» di Londra, che in un documentato articolo di luglio ha dato ampio rilievo a questa lettera, cita altri elementi che hanno causato il risentimento del Senato: soprattutto che il sofosbuvir verrà venduto con uno "sconto" del 30% in Gran Bretagna e del 99% in Egitto, dove una pasticca costerà 11 dollari anziché 1.000 dollari. Significa che il prezzo in Usa è enormemente gonfiato, o che gli americani pagano per lo "sconto" concesso ad altri Paesi? A noi sembra che il punto centrale sia questo: il prezzo di un farmaco non può più essere arbitrario; deve essere giustificato dalle spese effettivamente sostenute, pur concedendo un ragionevole margine di profitto. In altre parole, questo caso limite ha portato alla ribalta il fatto che sinora, nel decidere il prezzo, le industrie si sono basate su un solo criterio: quanto il "mercato" è disposto a pagare. Hanno applicato la legge del Brunello; con la differenza che se nessuno compra più il Brunello il prezzo calerà, mentre i pazienti con epatite C non hanno l'opzione di fare a meno di sofosbuvir se vogliono guarire.
Negli ultimi anni Aifa (Agenzia italiana farmaci) ed Ema (European Medicine Agency) hanno lavorato spesso assai bene e hanno imposto norme più stringenti per ottimizzare l'impiego dei farmaci, ivi compresi quelli più costosi; e si sono fatti progressi nella cultura dei medici. Sinora, per contenere la spesa farmaceutica, più che cercare di far diminuire i prezzi, la parola d'ordine è stata appropriatezza nella prescrizione dei farmaci, perché gli abusi e gli sprechi erano frequenti e quasi sfrenati. Ora che l'appropriatezza è migliorata, è tempo di affrontare un'anomalia macroscopica: Ema approva i nuovi farmaci per tutta l'Europa, ma non ha da questa il mandato di negoziare i prezzi. Per correggere questa anomalia non occorre attendere gli Stati Uniti d'Europa (che alcuni di noi auspicano): si tratta di una decisione politico-economica che si potrebbe prendere subito, e che farebbe dell'Europa il più grosso cliente del mondo per qualunque farmaco.

Il Sole24ore www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-09-07/farmaci-mercato-regolato-081452.shtml

Sesso, droga e web: lo sballo a chilometro zero

L'Espresso espresso.repubblica.it/inchieste/2014/11/28/news/sesso-droga-e-web-ecco-lo-sballo-a-chilometro-zero-1.189885

Sesso estremo, pasticche e Web. Per nottate esagerate è sufficiente collegarsi e andare a caccia di avventure erotiche grazie a “bombe chimiche” che abbattono i freni inibitori.

È cambiato molto e in pochi anni, il mondo dello spaccio. Oggi la nuova frontiera è il co-marketing: i siti che vendono materiale porno o organizzano incontri a luci rosse hanno capito che i loro clienti sono spesso anche consumatori di Viagra e Cialis. Quindi, perché non fornire anche questo servizio? Il pacchetto del piacere in un’unica spedizione. Pochi click per soddisfare ogni desiderio. Sono migliaia le pagine hot che ospitano bacheche di inserzioni, forum e punti vendita online. Mentre per la cocaina prodotta in Sud America la filiera del traffico internazionale coinvolge decine di persone, per le droghe sintetiche lo spazio tra produzione e consumo si è accorciato: un mercato a “chilometro zero virtuale”. Che preoccupa molto l’osservatorio europeo delle droghe. I rischi sono sottolineati anche nel rapporto annuale sull’uso di stupefacenti presentato al Parlamento a settembre.

L' allarme ha un nome: “smart drugs”, droghe furbe perché vendute legalmente per altri usi. Centinaia di prodotti nati come fertilizzanti, sali da bagno, integratori alimentari. Poco conosciuti e poco riconoscibili (negli ultimi quattro anni sono stati registrati solo 66 casi di intossicazione), ma facilmente reperibili via internet. Potenti e tossiche, questo l’identikit delle migliaia di sostanze intercettate in tutta Europa. Un mercato di oltre due milioni di consumatori. Il dossier di Palazzo Chigi è allarmante: provate anche solo una volta, possono provocare malattie psichiche, perdita di memoria, paranoia, disturbi della personalità. I consumatori finiscono per rivolgersi al medico perché si accorgono di non essere più gli stessi. Vivono in uno stato di post-sbornia permanente: il cuoco non ricorda più le ricette, il camionista si perde nella sua città, l’universitario con i comportamenti di un bambino. Per le donne non sono rare lacerazioni agli organi sessuali, dopo vere e proprie maratone sessuali. Quando arrivano in ospedale nessuno sa come curarli né a quali altre conseguenze andranno incontro. Le notti di trasgressione finiscono con allucinazioni, rapine, violenze e ricatti. Una filiera criminale incontrollabile.

NOMI AMMICCANTI EFFETTI DEVASTANTI
Nel magma dello spaccio tradizionale, oggi, si trova cocaina a prezzi stracciati (30 euro per un quarto di grammo) e alcol consumato come fosse un collirio: negli occhi la sbronza sale in tempo zero. In rete abbondano invece pillole, gocce, bevande, ma anche decotti e infusi da preparare. Tra la comunità omosessuale è diffusissimo l’Mdpv, uno stimolante con effetti superiori alla “bamba” e costo inferiore. Le sostanze vengono pubblicizzate con fantasiosi nomi commerciali, accompagnati da confezioni colorate. Brand che somigliano a scioglilingua:“Fefé”, “Meow Meow”,“Bonzai”,“Ivory Wave”,“Katy Pus”. Possono essere ingerite, sniffate, inalate, fumate, iniettate e perfino assunte per via rettale, per raggiungere subito lo sballo. Su Zamnesia.com, uno dei principali siti di spaccio online, si possono trovare questo genere di annunci:«Mdaa con due capsule, fai il pieno di energia. Xtcy ti dà una sensazione di caldo euforico. Lsd è un liquido a base di erbe che accende un viaggio di quattro ore. Se non ti piacciono gli allucinogeni è un’alternativa». Il mix di molecole buttate giù non è dichiarato sulle etichette delle confezioni. Consumatori ignari - dai 15 ai 55 anni - si “calano” bombe chimiche dagli effetti sconosciuti. Che portano all’aumento di espansività, eccitazione sessuale e socievolezza, ma di fatto producono sull’organismo effetti pesanti e in alcuni casi fatali. «Le potenze di questi cocktail sono in continuo aumento, per non parlare delle conseguenze. Devastanti: malattie psichiche, perdita di sonno e di memoria, potenza sessuale azzerata», sottolinea Riccardo Gatti, direttore del dipartimento dipendenze dell’Asl di Milano: «In particolare sono pericolose perché chi le usa ha la sensazione di stare meglio e difficilmente ne vuole fare a meno. E purtroppo sta crescendo la familiarità dei nativi digitali con questo mondo».

OCCHIO AL SESSO ESTREMO
Il consumo sfrenato di erbe e pillole sintetiche ha gioco facile con gli amanti di pratiche sadomasochiste e prestazioni a pagamento. I sex addicted scendono nell’inferno di violenza, paranoia e disturbi della personalità perché vogliono superare un tabù con pratiche erotiche estreme. Cercano piacere attraverso la sottomissione. Praticano giochi scioccanti, anche per la voglia di raccontarli. Di essere protagonisti del voyeurismo ai tempi dei social media. «Sesso e droga, dal punto di vista relazionale, vanno a braccetto: entrambi aiutano a superare gli schemi. In particolare quelle sintetiche hanno grande potere disinibente», conferma Marco Selvaggi, psicologo esperto in sessuologia. Per questo è facile arrivare a sadomasochismo, dominazione totale, pratiche traumatizzanti, soffocamenti, dolore umiliante. Alla completa “deumanizzazione” dei soggetti, coinvolti in sedute di gruppo molto simili agli stupri. Dagli Stati Uniti si diffonde una “moda” molto pericolosa: una vittima viene immobilizzata e diventa oggetto erotico per gli altri. Visti i rischi che si corrono, i partecipanti si scrivono sulle mani o sui piedi un numero di telefono. Se qualcosa va storto, quello è il numero da chiamare in fretta. «Sicuramente c’è una forte componente di aggressività», continua Selvaggi: «Ma non sono una devianza quanto un comportamento sessuale problematico. Chi partecipa lo vive come piacere. È raro che si faccia curare». Si corre ai ripari solo quando si viene scoperti o si mette a rischio la vita familiare e lavorativa. I profili sono vari: c’è chi aspetta il week-end per sfogarsi con sedute estenuanti in location appartate e chi incappa in una perversione che lo spinge a dosi di metanfetamine (un super stimolante) sempre più massicce e frequenti.

EFFETTO AMAZON
Come procurasele? Facile, anche in questo caso. Basta andare su uno dei tanti siti di e-commerce che vendono arredi o vestiti, ed ecco spuntare la pubblicità di mefedrone o ketamina, stupefacenti dagli effetti stimolanti, allucinogeni e anestetici. Letali, ma piazzati come tanti altri prodotti. Nessuna registrazione dell’inserzionista e pochi rischi di essere beccati. Anonima, discreta, la merce arriva ovunque, grazie ai pagamenti elettronici e a corrieri che ignari consegnano quello che sulla bolla è descritto come “giocattolo” o “articolo di erboristeria”. Oggi le società di spedizione possono far arrivare tutto ovunque, così composti illegali arrivano comodamente a casa in maniera legale. L’effetto Amazon, il più grande negozio online, anche per le droghe. Altra strada per procurarsele sono le serate con le escort. Attraverso annunci in rete (vedi box a pagina 129) scelgo l’accompagnatrice, fisso l’incontro e - se ho bisogno anche di un eccitante - chiedo la sostanza giusta. Nell’ambiente ne gira a fiumi. Altro canale di smercio i sexy shop, dove ai clienti abituali i pusher offrono gli stupefacenti.

SPACCIATORI 2.0
A monte di tutto questo, gli spacciatori 2.0. Si muovono senza limiti geografici, generando un mercato a sé per la vendita delle smart drugs. Le materie prime, prodotte da industrie chimiche legali in Cina, India e Usa, arrivano in laboratori clandestini italiani e olandesi, dove vengono lavorate e miscelate con altri ingredienti e messe all’interno di confezioni all’apparenza innocue. «La fantasia nel packaging non manca: camuffati da erbe per infusioni, integratori alimentari, cosmetici, deodoranti e aromatizzanti per ambienti, vengono comprati a 20 euro al grammo e, dopo il taglio con altri prodotti chimici, rivenduti a 200 euro. Il guadagnano è enorme», commenta il capitano dei Nas dei carabinieri Francesco Saggio. 

Secondo l’European monitoring centre, i siti online creati apposta per questo business erano 314 nel 2011, un anno dopo sono diventati 693, oggi sono migliaia. In Italia, in un anno di monitoraggio, i carabinieri hanno scoperto e chiuso 500 pagine Web e intercettato oltre mille annunci. «Chiudere un sito o una casella mail non equivale però alla sua scomparsa. Spesso i server sono in Estremo Oriente o nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, dove alcuni componenti non sono vietati», spiega Saggio. Le indagini sono decine. Spesso partite dalla scoperta di piccoli spacciatori che, per esempio a Padova e Firenze, fornivano Mefedrone (narcotico con effetti elettrizzanti, un mix tra cocaina ed ecstasy) per piacevoli incontri di sesso tra sconosciuti. In Veneto è stato smascherato un operaio che acquistava a cinque euro e rivendeva a 20 la dose. Dalla sua casa di Domegge di Cadore compilava l’ordine via email, comprava in Repubblica Ceca, effettuava il pagamento attraverso i circuiti internazionali e contattava i clienti su WhatsApp. Il prezioso carico, il bellunese se l’è fatto trovare da una pattuglia mentre guidava. Alle analisi la polvere biancastra piazzata a chili si è rivelata Alphapvp, stupefacente a base anfetaminica utilizzato per “sballare”, particolarmente indicato a scopo erotico. Per il ritiro dei pacchi dall’estero gli acquirenti più scaltri registrano il proprio cellulare con falsi nomi e indirizzi. In questo modo il corriere, non trovando il destinatario, telefona al compratore che chiede di organizzare un incontro per strada: così non appare alcun nome, nessuno vede e il gioco è fatto.

In poche settimane con una buona rete di consumatori si fanno migliaia di euro. Il protagonista del cult televisivo “Breaking Bad”, Walter White, il Crystal meth e lo Speed se li “cucina” in casa, mischiando molecole, principi attivi e dosaggi. E le reazioni collaterali (suona così in italiano il titolo della serie tv americana) chi se le becca? Il cervello di chi li usa.


Perché non legalizzare le droghe. Una buona ragione: tutti i trafficanti vogliono fare soldi, in qualunque modo

articolo di Javier Pérez de Cuéllar*

 
Non ho dubbi: e' chiaro che i danni causati dal traffico di droghe sono molto superiori a quelli che sarebbero causati da una loro completa legalizzazione. Con il totale collasso della giustizia e delle prigioni, coi costi che questo comporta, il narcotraffico crea una serie di mafie, organizzazioni parallele e situazioni di associazioni di malfattori che penetrano molto profondamente nella struttura degli Stati, alimentando una spirale di corruzione molto difficile da individuare, cosi' come si sta tristemente vivendo in Messico.
È la proibizione delle droghe, quindi, un atto di testardaggine? Proibire le droghe, e' un errore di calcolo o una semplice cecita'? Puo' darsi, ma non e' cosi' semplice.
Nella sua stupenda opera “Dalla genesi al genocidio” Stepehan Chrover analizza, come primo approccio, il motivo per cui i governi preferiscono mantenere le droghe nella clandestinita', con la consapevolezza dei problemi che vengono creati. Dopo questo libro, mi sono interessato anche ad altri del genere, e vorrei ora spiegare l'idea:
Sembra fuori di ogni dubbio che in qualunque societa' ci sono individui disposti ad osservare le norme di convivenza e altri che preferiscono sfruttare i propri concittadini per ottenere vantaggi personali nell'ambito della vita quotidiana. Uno dei principali compiti dello Stato e' identificare questi ultimi e rendere la loro vita piu' difficile possibile, in difesa dell'interesse generale.
La criminalizzazione del traffico di droghe serve essenzialmente per identificare i soggetti antisociali che considerano piu' facile e lucrativo vivere ai margini della legge che cercare di integrarsi nel sistema economico. Il traffico di droghe e' rischioso (soprattutto perche' e' perseguito penalmente) ma e' comodo, e molto lucrativo. L'idea dello Stato e', precisamente, identificare e condannare coloro che hanno un modo di vivere al di fuori della legge, ma lucrativo e senza lavorare. Questo serve per segnalare i potenziali delinquenti.
Coloro che vivono del traffico di droghe, secondo questa tesi, non si trasformerebbero in onorati cittadini qualora le droghe fossero legalizzate: dopo queste, troveranno un altro modo per procurarsi molto denaro senza sforzi, per cui e' molto probabile che passerebbero direttamente a scassinare appartamenti, sequestri e altri reati. Quindi, legalizzare le droghe non farebbe diventare onorate queste persone ma le porterebbe a commettere reati piu' gravi pur di conseguire maggiori introiti.
E perche'? Perche' il fine ultimo di buona parte di queste persone non e' trafficare con le droghe, ma di guadagnare molto denaro con pochi sforzi. Se si consente il traffico, le droghe finiranno per non essere interessanti per loro, perche' non erano il loro scopo, e si indirizzeranno a guadagnare in altri ambiti criminali con altre modalita' sempre da parassiti, socialmente piu' pericolose.
La tesi che sostiene questa dinamica e' che nei luoghi in cui e' stato consentito il traffico, sono aumentati i sequestri, le estorsioni e le rapine. E perche'? Perche' le organizzazioni criminali che si dedicavano ai traffici sono riuscite ad avere i propri introiti con altre attivita'. Nello stesso modo, quando fu levata la Legge Seca in Usa, le organizzazioni mafiose non si dissolsero, poiche' il loro obiettivo non era vendere whisky, ma guadagnare denaro, e cosi' passarono alle droghe, alla prostituzione o direttamente alle estorsioni nei confronti di piccoli commercianti.
Per cui, quando sosteniamo che legalizzando le droghe si ridurrebbe la delinquenza, dobbiamo pensare che i trafficanti, o parte di essi, si dedicheranno ad altre attivita' con cui la delinquenza dovra' far riferimento ad articoli del Codice Penale piu' nocivi, pericolosi e violenti.
Perche' alla fine e dopo, gli importa a qualcuno che la' fuori si vendano pochi grammi di cocaina? Quello che importa e' avere un motivo per mettere in galera chi e' disposto a convivere con questo.

* gia' segretario generale Onu dal 1982 al 1991, gia' capo del Governo e ministro degli Esteri del Peru' dal 2000 al 2001

(articolo pubblicato sul quotidiano L'Opinion de Zamora del 23/11/2014)

Chi dorme poco è incline all’internet-dipendenza

 Si diventa insonni perché non ci si riesce a staccare da computer, tablet e smartphone, o si è già insonni e allora anche di notte si rimane incollati a schermi e tastiere? Questi strumenti sono importanti mezzi di stimolo cognitivo, ma se il loro uso interferisce con qualità e quantità di sonno, allora potrebbero avere un effetto negativo sull’apprendimento, che invece necessita di un buon riposo. Secondo una ricerca realizzata da psicologi canadesi e pubblicata sul Journal of Sleep Research, chi tende a usare fino a tardi i media elettronici ha già per proprio conto difficoltà a prendere sonno. La ricerca inverte la tendenza rispetto a studi precedenti, che avevano attribuito l’aumento delle insonnie alla difficoltà a separarsi da Facebook o Twitter, da altri social network, e più in generale dai diversivi offerti dall’elettronica. Dicono gli autori dello studio, Royette Tavernier e Teena Willoughby del Department of Psychology della Brock University di St Catharines, nell’Ontario: «Il nostro studio longitudinale su un campione di universitari è durato tre anni ed è stato il primo a esaminare la direzione dell’effetto tra due importanti caratteristiche del sonno (la sua durata e la presenza di disturbi del sonno) e due indici di utilizzo di media (uso di televisione e social network)».

A un migliaio di studenti universitari tra i 17 e i 25 anni è stato sottoposto un questionario, rilevando le loro abitudini nel corso della settimana e durante il weekend, momenti che hanno differenti pattern sia per il tempo dedicato al sonno sia per le modalità d’uso dei media elettronici. «Lo studio - spiegano gli autori - ha indicato che le preesistenza di problemi del sonno era in grado di predire la quantità di tempo trascorsa guardando la tv o sui social network. Al contrario, il tempo trascorso davanti ai media elettronici non era in grado di predire l’eventuale presenza di disturbi del sonno». Ciò a cui la ricerca sembra non rispondere è come se la passassero gli insonni quando ancora non esisteva l’elettronica, quando non ci si poteva collegare a internet 24 ore su 24. Ad esempio, se un buon libro potesse tenere loro compagnia, ma anche tenere sveglio chi altrimenti avrebbe dormito. «D’altra parte, il periodo degli studi universitari rappresenta per molti il momento in cui ci si allontana dalle abitudini familiari - dice il professor Giuseppe Plazzi, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, IRCCS Scienze Neurologiche Ausl di Bologna -. Molti prediligono lo studio notturno e questo potrebbe rappresentare l’espressione di una particolare attitudine circadiana, ossia di un loro specifico cronotipo».

 

 

Un altro studio ha poi esplorato il rapporto tra l’utilizzo di Facebook e la qualità del sonno. È noto che questo social network può generare forme più o meno intense di dipendenza perché rappresenta una sorta di finestra sui fatti degli altri. Lo studio è stato effettuato da ricercatori della Scuola di Medicina dell’Universitad Peruana de Ciencias Aplicadas di Lima, in Perù, guidati da Isabella Wolniczak, ed è stato pubblicato su PLOS One. Si tratta di uno studio “trasversale”, metodologia che rileva l’associazione tra un fenomeno e un altro, senza che sia possibile capire quale dei due sia la causa. La ricerca ha messo in evidenza che tra gli oltre 400 universitari analizzati, un sonno di scarsa qualità era presente in circa il 50per cento dei soggetti. L’uso smodato di Facebook era invece presente in circa il 9 per cento dei soggetti. Tra questi ultimi la frequenza dei disturbi del sonno era però decisamente superiore. Gli autori propongono diverse possibili spiegazioni di questa associazione: forse alcuni studenti avviano Facebook quando hanno terminato le attività quotidiane, un momento che facilmente corrisponde con quello del sonno; oppure si sviluppa dipendenza per alcune attività di Facebook, come i messaggi e i giochi online. Infine, l’uso smodato di Facebook potrebbe essere responsabile di vissuti di solitudine e isolamento, che già in precedenza altre ricerche hanno dimostrato essere esse stesse causa di insonnia.

www.corriere.it/salute/speciali/2014/sonno/notizie/chi-dorme-poco-incline-all-internet-dipendenza-f3e001f4-5ab8-11e4-a20c-1c0cce31a000.shtml

 

 

 

GRAN BRETAGNA - Tossicodipendenti. Come procurasi i soldi per la droga senza commettere reati

 Consentire ai tossicodipendenti di procurarsi legalmente dei soldi per acquistare la propria droga. Questa e' l'ambizione della rivista “Illegal!” che e' appena uscita per la strade di Londra. Questa pubblicazione e' nata gia' un anno fa a Copenaghen sotto l'egida di un gruppo danese impegnato per una revisione della legislazione in materia.
Michael Lodlberg Olsen, che guida questo progetto come capo redattore, ha spiegato come funziona al quotidiano britannico “The Guardian”: “I primi tempi, la rivista viene distribuita gratuitamente ai consumatori di droghe perche' essi stessi la vendano al prezzo di 3,50 Lst (4,40 euro). Se le vendite funzionano, essi devono versare 1,50 Lst (1,80 euro) per ogni numero, si' da coprire i osti di pubblicazione”.
Opponendosi alla “guerra” che viene condotta contro i consumatori di oppiacei, Olsen spera che la propria rivista “sulla cultura della droga, sia essa positiva o negativa”, consenta di aprire un dibattito in merito: “Non ci si puo' comportare come se si ignorasse che la droga e' ovunque e che nelle strade ci sono delle persone che abitualmente finanziano la propria dipendenza con il furto o la prostituzione. La nostra iniziativa da' loro un'alternativa. Lo scopo e' di rompere il legame tra tossicodipendenza e criminalita”.
Il primo numero, realizzato in collaborazione con un organismo di ricerca sulle droghe, propone “una guida per un consumatore con piu' sicurezza e tranquillita'”. La versione danese della rivista e' gia' diffusa in 15.000 copie. A Londra e' prevista una tiratura di 2.000 copie.

ADUC Droghe

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