Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.

Domande agli Operatori

Cerca nell'archivio di 42126 risposte, o fai una nuova domanda, anche in forma anonima.

Scrivi una domanda e clicca su Invia (max. 250 caratteri).
  • Un nostro Operatore autorizzato (vedi chi siamo) risponderà presto alla tua domanda.
  • Il tempo di risposta potrebbe variare a seconda della difficoltà del quesito.
  • La domanda sarà nascosta a tutti finché non verrà pubblicata assieme alla risposta.
  • Una volta pubblicata, la risposta sarà leggibile a tutti nell'archivio. Se preferisci una risposta privata, usa il modulo di contatto.
Facoltativo: inserisci il tuo indirizzo email se vuoi ricevere un avviso quando verrà pubblicata la risposta.
Refresh Type the characters you see in this picture. Type the characters you see in the picture; if you can't read them, submit the form and a new image will be generated. Not case sensitive.
Annulla
Cliccando su Invia autorizzi il trattamento dei tuoi dati personali solo ed esclusivamente per rendere possibile questo servizio, secondo la policy del sito. Tali dati sono strettamente confidenziali e non saranno divulgati in alcun modo.

Novità altro

Epatite C, primo ricorso contro linee guida Aifa. Tre malati: "Subito anche a noi e a carico Asl"

 ROMA - La distribuzione del sofosbuvir, il costosissimo farmaco anti-epatite C, va a rilento nelle Regioni e iniziano i ricorsi ai giudici da parte di pazienti che vogliono subito il medicinale. C'è un nuovo passaggio, che coinvolge la magistratura ed era per certi versi prevedibile, nella storia italiana del medicinale in grado di debellare una malattia diffusissima, da cui molti non sanno nemmeno di essere colpiti. 

Dopo mesi di attesa per la contrattazione del prezzo tra Aifa e la farmaceutica Gilead Science e dopo le esitazioni delle amministrazioni locali, arrivano anche i giudici. Un avvocato di Parma ha annunciato di assistere tre persone, anziani in condizioni di salute precarie, che vogliono subito il medicinale. 

L'avvocato Claudio Defilippi ha presentato ricorso per tre malati in base all'articolo 700 del codice di procedura civile, quello per ottenere provvedimenti di urgenza. I suoi assistiti, probabilmente, avrebbero diritto ad ottenere il farmaco dalla loro Regione ma evidentemente non vogliono aspettare e nemmeno pagare 70.000 euro di tasca propria. L'Emilia Romagna tra l'altro è una delle amministrazioni che hanno già iniziato a consegnare il medicinale. 

È stata Aifa a stabilire, sentiti gli esperti, quali sono i malati gravi da curare prima. L'obiettivo è di trattare circa 50mila persone in un anno e mezzo. La spesa del servizio pubblico per il farmaco inizialmente sarà di circa 43.000 euro, e scenderà via via che aumenterà il numero di dosi acquistate, fino a circa 4.000 euro. Il sofosbuvir è nel prontuario da dicembre, il ministero ha promesso un miliardo di euro alle Regioni per acquistarlo ma molte sono indietro.

Mentre Toscana, Emilia, Veneto, Lombardia e altre hanno iniziato la somministrazione "ci sono Calabria, Sicilia, Campania e Molise che non hanno nemmeno individuato i centri che dovranno prescriverlo", dice Ivan Gardini dell'associazione di malati Epac. "È una cosa vergognosa, stanno violando la legge, questo è un farmaco innovativo che doveva essere reso disponibile immediatamente. E invece abbiamo realtà che anche se partite lo somministrano lentamente e altre che ancora non si sono mosse. Mi aspettavo che arrivassero dei ricorsi".
Repubblica www.repubblica.it/salute/interattivi/2015/02/07/news/epatite_c_primo_ricorso_contro_le_linee_guida_aifa_lo_vogliamo_rimborsato_anche_noi-106780082/

Cibo malato: storia dei disturbi alimentari

www.linkiesta.it/anoressia-bulimia-ossessione-cibo-state-of-mind

Anoressia e bulimia vengono categorizzate nell’800, ma il boom è negli edonistici anni ’80

Giovanni M. Ruggiero

Le difficoltà psicologiche, le ossessioni per il controllo e l’autostima rendono la magrezza un fine e non un mezzo

Immagine tratta da Flickr, di timshortt

In collaborazione con il sito State of Mind

Non so quando precisamente il cibo sia entrato a far parte della cultura di massa ed è diventato un oggetto di culto popolare, cult e pop. Più che le ricette in sé forse furono importanti i libri di ricette che diffusero il sapere dalle cucine aristocratiche a quelle borghesi. Oppure certi segnali, come le frasi celebri. Forse prima di Oscar Wilde a nessun letterato sarebbe venuto in mente un aforisma su quanto sia importante il cibo e, soprattutto, quanto siano irrimediabilmente noiosi quelli che non prendono sul serio il cibo. Wilde stava seminando il terreno delle foto di piatti disseminate sui social. Non sono un esperto di storia delle idee, ma ho l’impressione che il cibo è diventato “borghese” nell’800 e “pop” negli anni ’80 del secolo scorso.

Forse la stessa cosa è accaduta ai disturbi psicologici legati al cibo. Nell’ottocento la cultura medica “borghese” li individua e li definisce. Nel 1873 il medico francese Charles Lasègue, riportò otto casi di emaciazione e deprivazione alimentare su base psicologica, e pose grande enfasi sulla sofferenza emotiva dei pazienti. In quello stesso 1873 a Londra William Gull descrisse tre casi e li denominò per la prima volta con il termine che poi si sarebbe universalmente affermato: anoressia nervosa. Due anni dopo, nel 1875, in Italia a Bologna Giovanni Brugnoli descrisse altri due casi.

Dopo queste prime segnalazioni si assiste a un silenzio prolungato per alcuni decenni, in cui si cercano spiegazioni neurologiche per questi disturbi. A ridosso degli anni ‘80 Hilde Bruch (1973) e Mara Selvini-Palazzoli (1963) riaffermano la natura psicologica dei disturbi alimentari e li descrivono come un paralizzante senso di inadeguatezza e di insufficienza di fronte agli impegni della vita adulta a cui si unisce la restrizione alimentare come surrogato illusorio di quel carente senso di competenza, efficacia e autonomia personale di queste pazienti. Ancor più chiaro il legame della bulimia con gli anni ’80. Questa sindrome è stata definita nel 1979 dallo psichiatra inglese Gerald Russell.

È negli anni ’80 del ’900 che anoressia e bulimia entrano a far parte della cultura di massa e diventano un oggetto quasi pop di campagne pubblicitarie di sensibilizzazione. Fino a quel momento si trattava di curiosità psichiatriche da circo, stramberie simile alle isteriche del maestro di Freud, il professor Charcot della Salpetrière di Parigi. Poi improvvisamente sembrarono diventare quasi un’epidemia e soprattutto assunsero un valore simbolico. Che trasformazione! Da residuo polveroso della psichiatria ottocentesca a malessere psicologico legato al consumismo degli anni ’80.

Quegli anni – ricordate? – furono il tempo del ritorno al privato e di un rinnovato edonismo. Cambiati i valori, improvvisamente l’ideale non era più rinnovare il mondo ma affermarsi personalmente, realizzarsi. Le professioni economiche diventarono appetibili. Gordon Gekko, pescecane della Borsa di New York, rubava la scena e si impadroniva del film “Wall Street” di Oliver Stone. Un ideale neopagano di bellezza, forza, potere e splendore personale prendeva possesso dell’immaginario pubblico.

 

Breve annotazione: cosa s’intende per anoressia e bulimia? La prima è la repulsione volontaria e ossessiva nei confronti del cibo generata da un intenso timore di poter diventare grassi o addirittura dalla convinzione erronea di essere sovrappeso. La bulimia è invece contraddistinta da episodi di abbuffate (consumo rapido di abbondanti quantità di cibo a elevato contenuto calorico) accompagnati da comportamenti di compenso, tra i quali il più diffuso è il vomito autoindotto, oltre all’uso smodato di diuretici e lassativi, il digiuno e l’attività fisica eccessiva. Il fine di questi comportamenti è attenuare il senso di colpa e l’aumento di peso procurati dall'abbuffata.

L’associazione d’idee tra edonismo e l’emergere dei disturbi alimentari non è intuitiva. Il rifiuto del cibo dell’anoressica sembra piuttosto una negazione di sé. Eppure non è così. Anoressia e bulimia sono tentativi di affermazione di sé nel campo del controllo del cibo e dell’aspetto fisico. I disturbi alimentari iniziano per lo più al limitare dell’adolescenza, quando si entra in un mondo sociale e competitivo di giovani adulti, dove occorre conquistare l’attenzione e la considerazione altrui. La giovane età ci rende particolarmente sensibili al giudizio altrui e ai piccoli e grandi dispiaceri delle competizioni di rango imposte dalla vita sociale. A quell’età il ruolo svolto dalla bellezza fisica è incisivo e per le donne lo è ancor di più. Il timore di non riuscire ad affermarsi, il timore di essere socialmente invisibili può generare il desiderio parossistico di aderire a un ideale fisico accettato, come è la magrezza, fino alle forme grottesche dell’estremo sottopeso dell’anoressia o al continuo vomitare quel che si mangia nella bulimia. Salvo poi riempirsi di nuovo di cibo quando si è in preda alla fame e all’insicurezza. Il cibo è fonte di angoscia, ma anche di consolazione. Mangiare ci calma, abbuffarci ancora di più.

L’individuo così cade preda di convinzioni che si definiscono, in gergo psicologico, maladattative e distorte: la convinzione di non essere all’altezza, di non avere il controllo delle situazioni e, ancora peggio, di non avere il controllo dei propri stati d’animo e delle emozioni, che appaiono assumere un carattere di intensità ingestibile (Sassaroli e Ruggiero, 2010).

I disturbi alimentari diventano simbolici di questa svolta culturale individualistica e “pop” non solo per l’ossessione verso il cibo o l’aspetto corporeo, ma ancor di più per alcuni temi psicologici più nascosti: l’ossessione per il controllo sulla realtà e per la perfezione dello sviluppo individuale e la centralità della cosiddetta autostima personale su cui fondare il proprio benessere.

Nelle epoche pre-industriali, aristocratiche e non consumistiche, questi fenomeni non erano assenti, ma assumevano significati diversi. Eppure con alcune consonanze con la modernità risuonano. In un’economia di sussistenza pochi avevano accesso al consumismo alimentare che permette il lusso oppositivo dell’astinenza dal cibo. E quando avveniva, essa assumeva un carattere religioso, come nel caso di Santa Caterina. L’astinenza dal cibo della santa aveva un valore di rinuncia, di mortificazione e di autodisciplina.

Nella santa medievale mancava il carattere di affermazione individualistica della moderna anoressia. Però è anche vero che nelle sante medievali l’astensione dal cibo era una componente di una scelta religiosa ampia e complessa che consentiva alle donne un ruolo sociale incisivo. Santa Caterina poté, grazie alla rinuncia al mondo, sottrarsi al matrimonio e attingere a una formazione culturale che altrimenti le sarebbe stata preclusa. Imparò a leggere e a scrivere e poté svolgere un ruolo sociale e politico di primo piano nella società del tempo. Partecipò a missioni diplomatiche presso la sede papale, contribuendo a far sì che il Papa tornasse a Roma da Avignone. Tutto questo può essere interpretato, in termini moderni, come segno di affermazione personale per Santa Caterina (Bell, 1985).

Tuttavia in Caterina e in altre donne l’astensione dal mondo era un percorso efficace, che effettivamente portò le sante ascetiche medievali a diventare delle personalità di primo piano. Nell’anoressia moderna il desiderio di autonomia e di affermazione è molto più problematico e contradittorio e molto meno efficace. L’anoressica è al tempo stesso attratta e intimorita dal mondo adulto delle relazioni sociali e dell’affermazione di sé. Incapace di accettare e di gestire la precarietà e la mobilità della competizione pubblica, va alla ricerca di un parametro quantificabile e controllabile e al tempo stesso carico di valore simbolico. Il peso è un numero, un parametro quantificabile. Il peso poi rimanda all’aspetto corporeo, naturalmente. E non si tratta affatto soltanto di un rimando soltanto simbolico. Con il nostro corpo, con la sua bellezza, ci presentiamo e ci facciamo accogliere, accettare e giudicare dagli altri e dal mondo. Un bell’aspetto è un buon biglietto da visita. Tuttavia, si tratta di una logorante e difficile negoziazione continua con gli altri.

La sensazione di mancanza di controllo è quindi massima, ed è proprio ciò che teme l’anoressica. Di qui la scelta paradossale del disturbo alimentare: Il controllo del corpo diventa fine a se stesso, una corsa autodistruttiva in cui lo scopo iniziale, cioè poter essere accettati e piacere agli altri, è dimenticato a favore della magrezza e del controllo, che subentrano e diventano, da soli, un valore in sé.

Verona, Serpelloni licenziato dalla Ulss: fu uomo di Giovanardi a Palazzo Chigi

Fino al 2014 a capo del dipartimento Politiche antidroga della presidenza del Consiglio, dove era stato chiamato dall'ex sottosegretario a Droga e famiglia, il dirigente non è più responsabile del Sert dell'unità sanitaria veronese: allontanato "per giusta causa".

Licenziato in tronco. Come non accade praticamente mai nella pubblica amministrazione. E il suo è pure un nome di quelli che contano. Giovanni Serpelloni da ieri non è più responsabile del dipartimento Dipendenze dell’Ulss di Verona, ovvero l’Unità locale socio sanitaria chiamata altrove Asl. Il provvedimento disciplinare, preso “per giusta causa” dal direttore generale Maria Giuseppina Bonavina, non va a colpire un dirigente qualunque. Serpelloni è stato infatti a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi dal 2008 fino all’anno scorso. Chiamato a Roma da Carlo Giovanardi, ex sottosegretario a Droga e famiglia, in passato è stato al centro di polemiche perché da responsabile del dipartimento ha fatto da spalla alle politiche proibizionistiche inaugurate dalla Fini-Giovanardi. Dopo che lo scorso aprile non è stato riconfermato nel suo ruolo dal governo Renzi, Serpelloni è tornato da dove era venuto, a Verona. Ha ripreso la sua posizione al vertice del Sert, fino al licenziamento di ieri, che arriva in seguito a un’intricata vicenda sulla proprietà intellettuale di un software. E segue analoghi provvedimenti presi contro altri due medici, entrambi storici collaboratori di Serpelloni, uno dei quali è stato lasciato a casa dopo le indagini che hanno portato la Guardia di Finanza a ispezionare nei mesi scorsi gli uffici dell’Ulss per alcune collaborazioni attivate dal servizio Dipendenze.

 Il software conteso

Al centro del caso Serpelloni c’è un software, chiamato Mfp, sviluppato nel corso degli anni all’Ulss di Verona, ma utilizzato anche in altre aziende sanitarie pergestire i dati sui consumatori di stupefacenti. Serpelloni e i suoi collaboratori ne hanno rivendicato i diritti intellettuali, scontrandosi con la direzione generale dell’Ulss. La vicenda a luglio aveva già portato alla sospensione di sei medici, tra cui Serpelloni, che aveva poi convertito la sospensione dal servizio per due mesi e mezzo in una sanzione da 23mila euro. Nelle settimane successive il conflitto non si è per nulla placato, visto che Serpelloni e alcuni colleghi, con l’appoggio del Codacons, hanno presentato un ricorso al Tar per lesione dei diritti degli autori e un esposto in procura contro i provvedimenti disciplinari. E proprio quanto riportato nella querela è stato causa del licenziamento di ieri, visto che, secondo la direzione generale, ha consentito di venire a conoscenza di irregolarità commesse contro l’amministrazione. Serpelloni definisce il provvedimento “un atto del tutto illegittimo, adottato con chiaro abuso di potere“. Dall’Ulss fanno sapere che i licenziamenti sono arrivati dopo quattro mesi di verifiche, il cui esito ha portato alla “risoluzione del rapporto di lavoro per giusta causa”.

Le indagini della Guardia di finanza
Il licenziamento di Serpelloni, come detto, non è l’unico che ha colpito il dipartimento Dipendenze veronese. Tre giorni fa è stato cacciato il dirigente medico Oliviero Bosco, mentre è di novembre l’allontanamento di Maurizio Gomma, che aveva diretto il Sert negli anni in cui Serpelloni era a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi. Se il licenziamento di Bosco è anch’esso legato all’esposto presentato insieme al Codacons, quello di Gomma è scaturito da una serie di verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza su mandato della procura, che secondo i vertici dell’Ulss hanno portato alla luce anomalie amministrative. In particolare sotto accusa è finita una convenzione con l’associazione European institute for health promotion di Verona, il cui comitato scientifico è costituito, tra gli altri, da Bosco e Gomma, oltre che da Bruno Genetti, consulente del dipartimento politiche antidroga e socio di Explora, una società che ha collaborato in alcuni progetti voluti da Serpelloni nel periodo romano. È questo un periodo in cui Serpelloni poteva contare per le politiche antidroga su finanziamenti da svariati milioni di euro. Almeno 52 milioni tra il 2010 e il 2013, secondo quanto dichiarato da lui stesso nel curriculum, molti dei quali investiti in progetti il cui coordinamento operativo era affidato proprio alla Ulss di Verona. Con lo svolgimento di alcuni servizi finito ‘in appaltato’ anche allo European institute for health promotion.

www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/31/verona-serpelloni-licenziato-dalla-ulss-fu-uomo-giovanardi-palazzo-chigi/1387197/

Nuggets

Kiwi tastes a golden nugget. It's delicious.Script, direction, animation: Andreas Hykade

Contenuto Redazionale "Le dipendenze patologiche, Clinica e psicopatologia" di V. Caretti - D. La Barbera, Cortina Editore

Il volume raccoglie i contributi dei principali ricercatori italiani sulle più attuali forme di dipendenza - dalle nuove droghe alle dipendenze sessuali e al cybersesso, dal gioco d'azzardo compulsivo alle dipendenze tecnologiche -, con una particolare attenzione agli aspetti clinici e psicopatologici. I singoli capitoli prendono in esame le varie tipologie della dipendenza, indagate sotto il profilo dei sintomi, del decorso e dei possibili interventi terapeutici. Vengono inoltre approfonditi gli aspetti evolutivi, al fine di chiarire le cause dei differenti disturbi comportamentali.

Gli autori

Vincenzo Caretti insegna Psicopatologia dello sviluppo presso il dipartimento di Psicologia dell'Università di Palermo. Con N. Dazzi e R. Rossi ha curato l'edizione italiana del "DSM-IV. Guida alla diagnosi dei disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza" (Milano, 2000).

Daniele La Barbera insegna Psicologia clinica presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università di Palermo.

Contenuto Redazionale El observatorio de drogas del ‘Doctor X’

 

El experto en drogas Fernando Caudevilla cerca del centro de salud en que trabaja. / SANTI BURGOS,

El Pais, sociedad.elpais.com/sociedad/2012/08/25/actualidad/1345903587_168033.html

Fernando Caudevilla es un facultativo experto en drogas que navega a contracorriente. Su discurso se aleja del de muchos otros médicos, y por eso recibe consultas de los consumidores de drogas. Hace dos meses una mujer de 57 años con cáncer de pulmón le pidió consejo. La señora había probado con la marihuana para evitar los vómitos que le producía la quimioterapia, le iba bien, pero no sabía si debía seguir consumiendo. Su oncólogo no se pronunciaba. “Quería la opinión de un médico, pero sin juicios morales”, explica Caudevilla cerca del Centro de Salud Puerta Bonita, en Carabanchel, Madrid, donde está realizando una suplencia este verano. El médico madrileño, de 38 años, informó a la mujer de los pros y los contras de su consumo y le dijo que, en caso de que decidiera seguir con la marihuana, usara un vaporizador en vez de fumarla.

A Caudevilla ya se le conoce como el Doctor X . Así le han bautizado en Energy Control, la organización con la que colabora desde hace 12 años. El apelativo, que surgió como una broma —equis es como popularmente se denomina al éxtasis, droga de diseño—, ha acabado dando nombre al consultorio online que mantiene en la web de este colectivo. Allí, los consumidores de drogas le plantean sus dudas.

Energy Control, proyecto de la ONG Asociación Bienestar y Desarrollo, es una plataforma que colabora con el Plan Nacional sobre Drogas y que trabaja en el análisis de las sustancias y en la reducción de riesgos. Su labor se desarrolla en la primera línea, por lo que suelen ser los primeros en enterarse de los cambios que se producen en el mercado. Instalan puestos en fiestas, raves y festivales para que la gente que se dispone a consumir drogas pueda obtener información in situ de qué es lo que va a tomar. En su sede de Barcelona, además, cuentan con un laboratorio en el que analizan muestras que les llevan los consumidores. Energy Control no está a favor ni en contra del consumo; asumen que este se va a producir y, por tanto, procuran ofrecer la máxima información posible al usuario.

El llamado Doctor X es médico de familia y colabora con la Sociedad Española de Medicina Familiar y Comunitaria (Semfyc). Coautor de un estudio sobre la droga 2C-B publicado en la revista científica Journal of Psychopharmacology, ya ha podido comprobar, con sus compañeros de Energy Control, que este verano han vuelto con fuerza las pastillas de éxtasis, un fenómeno que se viene registrando en el último año y medio. “El éxtasis que circula ahora es más potente”, asegura. “Se vuelven a ver pastillas con dosis medias elevadas. Contienen entre 80 y 120 miligramos de MDMA [metilendioximetanfetamina]”. Es decir, si uno consume la misma dosis que hace dos años, tiene más probabilidades de entrar en niveles que implican toxicidad. Tras dos años con gran presencia de cristal (MDMA en polvo), reaparecen las pastis. Entre otras cosas, porque es menos fácil adulterarlas.

Aàrecen nuevas drogas en el mercado como la metoxetamina

Aparecen nuevas legal highs, esas drogas que nadan en el limbo de la alegalidad y que se adquieren por Internet. Sustancias que son fruto de experimentos de laboratorio, no probadas en humanos, y que para cuando son detectadas e ilegalizadas por las autoridades europeas han sido sustituidas por una nueva versión de la que se ha modificado algún componente.

Entre ellas, la metoxetamina, droga similar a la ketamina, que produce, a dosis bajas, una ligera sedación y euforia; y cannabinoides sintéticos como el JWH-250 y el JWH-021. “Potencialmente, estas drogas son mucho más peligrosas que la cocaína, el éxtasis y el cannabis, que conocemos desde hace 80 años. Pasan directamente de la probeta a la pista de baile, y en cualquier momento, aparece una sustancia rara, y mueren cinco personas”, explica. “La solución de siempre, que es ilegalizarlas, no sirve de nada: a la siguiente semana sale otra que es aún más desconocida”.

La otra tendencia que se mantiene es la adulteración de la cocaína con levamisol, un antiparasitario que debilita las defensas y genera un descenso de los glóbulos blancos y problemas en la piel: entre el 50% y el 70% de las cocaínas están adulteradas con esta sustancia (algunas en un 10%; otras, en un 50%), asegura.

Caudevilla, que tiene previsto abrir una consulta en Madrid en otoño, recibe todo tipo de preguntas en su consultorio online de Energy Control. Entre las más frecuentes: compatibilidad de uso cuando se toman otros medicamentos; posibilidades de detección del consumo en análisis rutinarios; e interacciones entre anticonceptivos y drogas.

Contenuto Redazionale "Così cerchiamo di ricostruire le nostre vite devastate dal gioco"

Jacopo Storni, Corriere dell Sera

Monteroni D’Arbia (Siena) - Hanno perso tutto: la casa, la macchina, il lavoro, gli affetti. Hanno perso la fiducia dei familiari, hanno perso mogli e mariti, nessuno crede più a quello che dicono. Qualcuno di loro ha tentato il suicidio. E allora si giocano l’ultima carta. Non certo quella del gioco, che li ha ridotti sul lastrico, ma quella della salvezza. Per molti di loro l’asso nella manica si chiama Orthos, la prima ed unica casa d’accoglienza in Italia per dipendenti da gioco d’azzardo. Si trasferiscono qui per tre settimane, qualcuno per molto di più. Mangiano, vivono, lavorano e dormono qui. C’è chi lo chiama l’albergo dei ludopatici, è una comunità residenziale per giocatori d’azzardo, un podere incantevole fuori dal mondo, incastonato tra i vigneti e gli uliveti della campagna senese, nel Comune di Monteroni d’Arbia. 

Qui i ludopatici tentano di cambiare vita. Via il computer, incubatore di tentazioni, via il telefonino, dove chiamano spesso i debitori, via i collegamenti col mondo esterno. Si ritorna alla terra, alla vita nei campi, al sapore delle cose semplici. “Tentiamo di riscoprire il piacere della natura, di un libro, della musica e della relazione con l’altro, tutte cose che sono state perdute e che hanno comportato la caduta negli abissi del gioco, che spesso è causato da perdite o mancanze affettive ed è portatore di gravi crisi esistenziali”. Lo psichiatra Riccardo Zerbetto è il direttore di Orthos. Ha ristrutturato di sua iniziativa questi casolari grazie al contributo dell’assessorato al sociale della Regione Toscana. Crede molto nell’unicità di questo progetto: “Il trattamento ambulatoriale dei Sert spesso non è sufficiente perché i giocatori non riescono mai a staccarsi completamente dalle tentazioni materiali del gioco”. Il lavoro nei campi comprende potatura delle piante, taglio della legna, raccolta delle olive e produzione di olio. 

 

A tutto questo viene affiancato un intensivo programma terapeutico: sedute psicologiche di gruppo, incontri personalizzati, tecniche di drammatizzazione delle emozioni negative. E poi disegni di gruppo in cui raffigurare le paure inespresse, meditazione, passeggiate nel bosco e letture collettive. E ancora: il pranzo tutti assieme, i turni in cucina e nelle pulizie. Vite da condividere. Nella comunità non ci sono cuochi e non ci sono colf, gli ospiti autogestiscono la loro permanenza e questo, a detta dei responsabili, è assolutamente terapeutico. “Proviamo a riconsiderare e ricostruire l’esistenza dei nostri ospiti, questa esperienza è l’occasione per intervenire su quei fenomeni compulsivi e ossessivi che interferiscono con la capacità di regolare i propri impulsi e di realizzare un soddisfacente progetto di vita”. Gli ospiti sono seguiti da dodici operatori specializzati tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Quando i pazienti arrivano in questo casolare, non hanno più niente da perdere. “Avevo una casa e me la sono giocata, avevo una macchina e me la sono giocata. Mia moglie mi ha messo alla porta”. E allora Andrea, dopo 500mila euro buttati nel vortice dell’azzardo, è arrivato quassù, dove ha incontrato Francesco, 1 milione di debiti con l’ippica, padre di una figlia che neppure conosce: “Non conosco mia figlia, non so quali siano i suoi gusti, quali siano le materie scolastiche che preferisce. Grazie a Orthos ho conosciuto me stesso e anche i miei familiari. Prima ero un fantasma, vivevo soltanto per le corse dei cavalli, non lavoravo, non parlavo con nessuno, non curavo il mio corpo. Adesso finalmente ho una vita sociale”. Storie simili e così diverse. Avvocati e operai, ingegneri e disoccupati. 

 

Tutti possono cadere nella spirale del gioco, chiunque può arrivare a Orthos. Giovani e anziani, uomini e donne, come Angela: “Tutti i week end li trascorrevo alle slot machine. Entravo al casinò all’ora di cena e uscivo alle 5 della mattina successiva. Oppure al bar, la sera e anche la mattina per colazione. Quelle ore davanti alle slot, così piene di colori e false emozioni, erano gli unici momenti della giornata in cui mi sentivo bene. Orthos mi ha permesso di attribuire un valore diverso ai soldi, mi ha insegnato a stare con gli altri, a capire perché sono arrivata a buttare tutti i miei risparmi nel gioco. Mi riempivo la vita di azzardo perché ero vuota in tutto il resto, rifiutavo i sentimenti e su questo ha inciso pesantemente la mia infanzia, quando per due anni di fila sono stata abusata”. Anime alla deriva, stritolate dal gioco, persone che hanno perso qualsiasi etica e razionalità: “Rubavo l’incasso del ristorante a cui lavoravo per andare a giocare alle slot e alle Vlt (Video Lottery Terminal ndr),” racconta Paolo. Gli fa eco Francesco: “Chiedevo prestiti a mia moglie raccontandole che mi servivano per pagare i fornitori della mia azienda. I miei familiari non sapevano che invece mi servivano per giocare. Per nove anni ho fatto una doppia vita”. Nella comunità di Orthos ci si mette a nudo raccontando se stessi, si fanno i conti con il proprio passato, si ride ma soprattutto si piange, ritornano a galla gli scheletri del passato. Si intrecciano storie drammatiche e traumi sotterrati. Dice Lorenzo, uno dei giocatori passato da questa comunità: “Forse dovevo proprio toccare il fondo… quasi morire… per poter rinascere”.

Contenuto Redazionale L'irriverente fiorentino. Droghe a scuola. L'illusione 'consapevole' dei soliti responsabili

  di Vincenzo Donvito, Aduc Droghe            Le forze dell'ordine di Firenze pare abbiano sgominato un giro articolato di spaccio di droghe con al centro alcuni istituti scolastici superiori, coinvolti anche alcuni studenti. Il contesto e' il solito a cui siamo abituati dalle cronache nazionali, che ora magari “toccano” di piu' perche' vedono coinvolti i nostri figli, i loro compagni di scuola, insomma un contesto in cui tutti, prima o poi, ci passano, e dove tutti -spacciatori o meno che siano- sanno di cosa si stia parlando. Ecco quindi le immagini di rito: divise all'ingresso delle scuole, cani che sniffano tra banchi e zaini degli studenti, dichiarazioni di genitori affranti e di altrettanto affranti amministratori locali, fino ai politici locali che -visto che ora ce ne sono diversi fiorentini con responsabilita' nazionali- in veste di governanti del nostro Stivale, tessono le lodi dell'azione delle forze dell'ordine, auspicando una maggiore e costante presenza (1).
Ognuno, si potrebbe dire, fa il proprio mestiere. E sono per questo confortati dalle leggi che vietano e sanzionano/puniscono spaccio e consumo di droghe illegali.
A parte le forze dell'ordine che svolgono una mera e meritevole azione esecutiva, consegnando al giudizio dei togati il loro operato, ci lascia basiti la -scontata- reazione dei genitori e la -non-scontata- reazione dei politici, amministratori e governanti.
I genitori -si sa- vorrebbero i propri figli fuori da ogni questione che non sia legalita'. Come dargli torto. Ma devono comunque fare i conti con cultura e modi dei loro pargoli che, di fronte al proibito e alla possibilita' di provare le sfide della propria mente e del proprio corpo, difficilmente si tirano indietro. Auspichiamo che questi genitori ne facciano tesoro e non si comportino come spesso hanno fatto i loro altrettanto genitori (per scelta o condizionamento socio-culturale, poco importa), educandoli ed informandoli come se il fenomeno droghe non esistesse oppure presentandolo come il diavolo (un lucifero che -soprattutto nell'eta' adolescenziale- e' difficile da temere nelle diverse sfaccettature in cui viene presentato). Comunque, un fatto privato tra genitori e figli.
I politici -anche qui si sa- spesso affrontano i problemi piu' per mantenere e accrescere consensi che non per intervenire e prevenire i problemi. Non tutti i politici, per carita'. Ma nella fattispecie non abbiamo sentito o letto voci differenti che non quelle legate all'elogio (scontato e socialmente facile) delle forze dell'ordine e dell'attuale assetto normativo in materia di stupefacenti.
Domanda: ma dove vivono questi politici? Sembra che alberghino in un mondo diverso dalla nostra quotidianita'. Altrimenti non potrebbero non vedere che, nonostante le leggi e le loro reiterate “raccomandazioni” a rispettarle, soprattutto tra gli adolescenti/giovani, in materia di droghe avviene il perfetto contrario. E quel che ancor di piu' preoccupa e che non pochi di questi politici non sono incoscienti di questo scollamento tra realta' e leggi, ma fanno finta che non ci sia, nascondendo che quasi sempre il rimedio (la legge punizionista) e' origine del male (il consumo di droghe).
Noi riteniamo che le droghe oggi illegali dovrebbero essere trattate come quelle legali (alcool e tabacco, nella fattispecie), e che di conseguenza il fenomeno -in ogni contesto sociale e generazionale- sarebbe arginato grazie ad un'informazione ed una prevenzione non affidata alla mera confidenza del compagno di scuola “piu' esperto” o di improbabili manuali e circolari scolastiche che -per l'appunto- parlano di droghe come il diavolo di cui sopra. Noi, che siamo tra color che credono che responsabilita', conoscenza e informazione siano appaganti ad ogni livello (compreso il sesso e il piacere dell'alimentazione), non possiamo tacere di fronte a tanta codardia di coloro che potrebbero e che invece volontariamente tacciono.
Siamo consapevoli che non e' possibile che il politico e l'amministratore cambino le leggi nazionali (e internazionali) a margine di questi contesti scolastici. Ma pensieri, parole e azioni quantomeno per ridurre i danni dell'attuale legislazione (danni che negare significa essere “strani”) piuttosto che lodare la stessa, ci sembrano proprio opportune. O forse c'e' qualcuno che crede che dopo questi blitz domani in queste scuole non circoleranno piu' spinelli? 

(1) il sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi, in primis

Contenuto Redazionale C’è un dottore nel Dark Web?

Ad oggi gli eredi di Silk Road sono stati più di 50. Oltre a dottori con ambulatorio nei mercati online della droga. E persino giornali delle darknet

droghe_CC0

Doctor X è nel giro da più di un anno ma quando a inizio dicembre è sbarcato sul forum di Evolution, uno dei principali mercati della droga del Dark Web, è stato un tripudio di commenti entusiasti. Il suo thread sul forum ha raccolto 25mila visite in tre settimane. E subito sono arrivate le domande: “Quali danni e rischi ci sono a usare Mdma in piccole dosi (150mg) a intervalli di un mese?”. Ma anche: “Uso anfetamina, Dmt, Mdma. Che interazioni ci possono essere con gli antidepressivi?”. Domande non facili da fare e a cui è ancora più difficile rispondere. Ma che non fanno paura a Fernando Caudevilla, medico di famiglia spagnolo di base a Madrid che la sera lascia l’ambulatorio per entrare in uno studio particolare: quello delle darknet, dove è conosciuto da tempo come Doctor X.

doctorX_evolutionpic

Caudevilla si occupa da anni, anche nella sua attività offline, di consumo di stupefacenti e ha un approccio molto laico e pragmatico, di riduzione del danno. Nell’aprile 2013 è comparso anche sul forum della prima Silk Road, il famoso bazar di droghe online chiuso dall’FBI nell’ottobre 2013, e successivamente su altri due siti del genere, Silk Road 2.0 e the Hub, dove ha risposto a più di mille domande sul consumo di sostanze psicotrope. Ora da qualche settimana è approdato su Evolution, uno dei mercati neri online più attivi fioriti negli ultimi anni sulle darknet – reti che garantiscono l’anonimato sia agli operatori di un sito che ai suoi utenti (sui media ormai si usa anche il termine Deep Web, anche se originariamente ha un significato più ampio) – rimasto in piedi dopo la retata di qualche mese fa dell’Operazione Onymous (di cui abbiamo scritto qua).

“Mi fanno domande su qualsiasi sostanza psicoattiva, per la maggior parte su cannabis, cocaina, anfetamina, Mdma, LSD”, racconta a Wired.it Caudevilla. “Vogliono avere informazioni sulle dosi, la frequenza d’uso, gli effetti collaterali, la tossicità e le interazioni con altre droghe o medicine. Ovviamente ci sono anche domande che si riferiscono a situazioni molto complesse a cui è difficile rispondere su Internet. In generale tutti i miei consigli non vanno considerati come un surrogato di una visita dal medico”. Il fatto è, prosegue Doctor X, che molti consumatori di sostanze sono riluttanti a parlare faccia a faccia con i camici bianchi dei loro comportamenti, anche per paura di essere giudicati. Dunque l’anonimato delle darknet e soprattutto dei mercati online della droga diventano per il dottore spagnolo il luogo ideale per avvicinare questo tipo di persone. Caudevilla dice di farlo gratuitamente, nel suo tempo libero, e di non essere coinvolto in altri tipi di attività, anche se accetta qualche donazione in Bitcoin (“alcuni utenti sono molto generosi”, spiega). In pratica si pone un po’ come un medico di strada, battendo con i suoi thread di consigli i vicoli del Deep Web, e arrivando a considerare in modo positivo le piattaforme alla Silk Road. Considerazione con cui non sembrano essere affatto d’accordo le polizie e agenzie investigative di molti Paesi, che negli ultimi tempi hanno messo nelle loro priorità la lotta a questo fenomeno.

“I mercati online hanno dei vantaggi: riducono la criminalitàpoiché evitano il contatto diretto con gli spacciatori”, sostiene Caudevilla. “Inoltre sono ambienti competitivi in cui si esercita un certo controllo sulla qualità dei prodotti attraverso il sistema di feedback dei siti”. In pratica i mercati, i forum e le comunità di amministratori, utenti e venditori creerebbero una interazione e un ambiente diversi rispetto alla compravendita offline. Doctor X ritiene che sia una realtà in crescita e i numeri in parte gli danno ragione, anche se si tratta di un ecosistema complesso e fragile.

Sono infatti ben 56, i mercati neri online di una certa rilevanza aperti fino ad oggi, secondo i dati raccolti sul sito Gwern. Andando ad analizzare in dettaglio, si nota che di questi ben 17 hanno chiuso perché erano scam, cioè truffe (uno per tutti, Atlantis, comparso con una aggressiva campagna di marketing che contava perfino un video su YouTube e poi scomparso insieme a un bel gruzzolo di depositi degli utenti rimasti sul sito); 10 hanno fermato le attività in seguito ad hackeraggi (è il caso di Black Market Reloaded, che godeva di discreta reputazione e sembrava dovesse essere “l’erede morale”della prima Silk Road); 7 sono stati sequestrati dalle polizie di vari Stati (Silk Road, Silk Road 2, Utopia, e il gruppo recentemente fatto fuori con l’operazione Onymous di FBI/Europol: ovvero, Hydra, Cloud Nine, Blue Sky, TorBazaar). Infine ci sono ben 10 mercati che hanno chiuso più o meno volontariamente, ma di cui si sa poco sulle ragioni effettive della chiusura e se si siano stati rubati o meno i fondi dei clienti.

Attualmente ne restano 12 ancora in piedi (alcuni sono nati molto di recente): tra i più noti ci sono Agora ed Evolution. Il primo, oltre a essere il più grande, è considerato tra i più affidabili dagli addetti ai lavori. Solo di droghe conta oltre 13mila inserzioni. Incassa il quattro per cento dalle transazioni. Vende anche prodotti di elettronica, libri, documenti contraffatti e armi (perlopiù pistole, anche se sono poche decine). Come il vecchio Silk Road, ha un suo codice d’onore o quanto meno un regolamento: non è ammessa la compravendita di armi di distruzione di massa (esplosivi, o armi chimiche ecc); veleni; contenuti pedopornografici; video reali di uccisioni o torture; e nemmeno di carte di credito o conti PayPal rubati.

agora_homepic

Evolution è in un testa a testa per volume d’affari, ed è in crescita tumultuosa. Ha 15mila inserzioni di droghe, più vari altri servizi o merci contraffatte. Qui, diversamente da Agora, si trovano anche dati di carte di credito.

Entrambi hanno funzioni avanzate come l’autenticazione a due fattori dei conti con chiave PGP e servizi di deposito (escrow) delle transazioni multifirma. Si tratta di funzioni che cercano di aggiungere degli strati di sicurezza – nel caso dei servizi multifirma (che sono adottati sempre di più anche dai portafogli Bitcoin come BitGo) richiedono più di una chiave privata, che vanno usate in combinazione e che possono essere distribuite a più soggetti. I servizi di escrow permettono agli utenti di depositare momentaneamente i soldi di una transazione sul sito finché non ricevono quanto comprato; a quel punto sbloccano i soldi. Servono per tutelare i compratori dal rischio truffe e sono uno dei capisaldi dei mercati neri.

evolution_dettaglioPIC

Mercati che sono stati messi a dura prova non solo dalle truffe e gli hackeraggi comunque molto diffusi, come abbiamo visto nelle cifre sopra esposte, ma anche dalle operazioni delle forze dell’ordine. Dopo il plateale sequestro della prima Silk Road e l’arresto del suo presunto fondatore Ross Ulbricht (che online sarebbe stato noto come Dread Pirate Roberts), sono seguiti infatti molti altri interventi. Lo scorso dicembre l’FBI arrestò ad esempio tre amministratori di Silk Road 2.0, il sito che era rinato dalle ceneri della prima Via della Seta, addirittura guidato da un nuovo e sedicente Dread Pirate Roberts (se, come ritengono gli inquirenti, il primo era davvero Ulbricht). Costui però dopo qualche tempo, forse fiutando l’aria che tirava, se n’è andato in pensione lasciando il comando al suo braccio destro Defcon. Il quale però ha fatto una brutta fine. Dietro il nickname si celava infatti Blake Benthall, un 26enne di San Francisco, che è stato arrestato dall’FBI lo scorso 6 novembre, nel corso di una retata contro i mercati del Deep Web, la cosiddetta operazione Onymous, un’azione euroamericana coordinata da FBI e Centro Europeo contro il Cybercrimine (EC3) dell’Europol, e risultata in 17 arresti di venditori e amministratori di mercati neri. Oltre alla chiusura di molti siti e servizi nascosti delle darknet. Tuttavia, malgrado le prime cifre diffuse, senza adeguati riscontri, fossero notevoli (si parlava addirittura di 410 servizi nascosti sequestrati), alla fine si è capito che di mercati neri effettivamente funzionanti – che non fossero cioè cloni o truffe plateali – ne sono stati chiusi solo una manciata, come abbiamo visto.

“I mercati vanno e vengono e le persone si limitano a seguire i loro venditori di fiducia da un sito all’altro. Le truffe ci sono sempre state e ci saranno sempre a causa della natura anonima di questi mercati e dei Bitcoin. Ma almeno oggi è più semplice evitare le fregature se gli utenti fanno le loro ricerche per informarsi. Anche perché ci sono sempre più siti e forum dedicati a questi temi”.
A parlare è l’anonimo amministratore di DeepDotWeb, contattato da Wired.it via mail. Si tratta di un sito di informazione, in chiaro e accessibile da chiunque, dedicato solo all’andamento, agli sviluppi e alle traversie dei mercati neri delle darknet. Quali sono quelli appena nati, i più quotati, quali a rischio truffa, ma vi si trovano anche articoli più generali sulle funzioni di sicurezza e la crittografia. DeepDotWeb è il New York Times delle darknet, specie in riferimento ai suoi siti di ecommerce. “Di lavoro mi occupo di una azienda di marketing e di alcune attività online, e DeepDotWeb è un mio progetto laterale, anche se mi assorbe molto tempo”, spiega il fondatore e factotum della testata.

“I mercati neri delle darknet sono un fenomeno in crescita senza ombra di dubbio”, commenta l’amministratore, che avrebbe fondato DeepDotWeb come risposta all’arresto di alcuni amici online che operavano nel settore. “Lo si vede dal numero di inserzioni, di siti, di utenti, dalla quantità di ricerche, dall’interesse dei media. E continueranno a crescere finché non ci sarà qualcosa che cambierà le carte in tavola: nuove piattaforme decentralizzate ad esempio. Oppure se dovesse succedere qualcosa di irreparabile alla rete Tor” – su cui si basa l’anonimato delle darknet.

Le funzioni più avanzate introdotte ultimamente? I depositi (escrow), il supporto clienti, i forum, l’attenzione alla sicurezza nonché il marketing. “Insomma quello che ci si aspetterebbe da un qualsiasi sito di ecommerce”, ragiona l’editore di DeepDotWeb. “Anche perché la fiducia è comunque molto difficile da costruire ora, specie dopo l’operazione Onymous”.

su wired.it www.wired.it/internet/web/2015/01/14/dottore-dark-web/

MBRP – MINDFULNESS BASED RELAPSE PREVENTION per la prevenzione delle ricadute nelle dipendenze

Nell'ambito delle problematiche legate alle tossicodipendenze, un approccio che ha dato prove di efficacia è il MBRP – Mindfulness Based Relapse Prevention (Bowen, Chawla & Marlatt, 2010) sviluppato nel Centro di Ricerca Addictive Behaviour dell’Università di Washington.

Simile al Mindfulness-Based Cognitive Therapy per la depressione (MBCT) per alcuni aspetti centrali, il MBRP è concepito come un programma di integrazione delle pratiche di mindfulness con i principi della terapia cognitivo-comportamentale applicati alle dipendenze.

Le pratiche di cui è composto il programma MBRP hanno lo scopo di promuovere e favorire maggiore consapevolezza dei trigger legati all’uso di sostanze, agli schemi abituali implicati nei comportamenti di dipendenza e delle reazioni “da pilota automatico” che portano a mettere in atto comportamenti disfunzionali di uso e abuso. Le pratiche di mindfulness previste del MBRP sono progettate per promuovere l’osservazione dell’esperienza presente e portare consapevolezza rispetto alla gamma di scelte che ognuno può mettere in atto.

 l lavoro con la mindfulness è volto, quindi, ad aumentare la possibilità dell’individuo di rispondere agli impulsi attraverso comportamenti “utili” e adeguati e a non re-agire con modalità dannose per la salute e per il benessere psicologico.

Gli obiettivi principali del MBRP sono:

1. Sviluppare la consapevolezza dei trigger personali e delle re-azioni abituali in modo da individuare quando si agisce con il “pilota automatico” e imparare a creare un “tempo di consapevolezza”, una pausa tra questi processi percepiti come automatici;

2. Modificare il rapporto con la sofferenza, riconoscendo e gestendo in modo funzionale e utile le esperienze emotive difficili;

3. Promuovere una modalità basata sulla compassione e sulla sospensione del giudizio verso la propria esperienza.

Tra le pratiche più interessanti utilizzate nel MBRP credo sia importante ricordare il SOBER, di cui abbiamo brevemente parlato su State of Mind.

La pratica SOBER permette ai partecipanti di riconoscere nella quotidianità un momento difficile emotivamente. Ad esempio, situazioni relazionali difficili, in cui si è abituati a re-agire in modo impulsivo, situazioni di ansia, tristezza, rabbia o altre emozioni percepite come difficili da gestire.

In breve, nella pratica del SOBER si consegna al partecipante una scheda che lo guiderà nella pratica quotidiana.

 La pratica del SOBER, molto felice se letta nell’acronimo inglese (sober=sobrio), consiste nella messa in pratica dei seguenti passaggi:

S (stop) – Stop – Prenditi qualche istante per interrompere il pilota automatico e per riconoscere che ti trovi in una situazione per te difficile.

O (observe) – Osserva – Osserva e nota cosa sta avvenendo nel tuo momento presente, descrivi le sensazioni del corpo, le emozioni e i pensieri che la tua mente fa in questo momento presente.

B (breath)- Il Respiro – Scegli e porta in modo deciso e gentile tutta la tua consapevolezza sul respiro, semplicemente notando il tuo respiro.

E (expand) – Espandi la consapevolezza – Espandi la consapevolezza a tutto il corpo, nota il tuo corpo che respira. Allarga ancora la tua consapevolezza all’ambiente in cui ti trovi e alle sensazioni del momento presente.

R (respond) – Rispondi – Scegli quale risposta dare in questo momento presente, che sia utile per te e non dannosa (considera anche il “non-agire” come risposta).

La pratica, che viene di frequente provata dai partecipanti e letta come “quella più utile”, può essere estesa anche a ambiti diversi dal campo delle dipendenze. Potrebbe essere uno strumento utile da utilizzare anche in setting individuali (o di gruppo) quando ci si trova di fronte a persone che riportano difficoltà legate alla gestione dell’impulsività e della reattività.
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2013/07/mindfulness-prevenzione-ricadute-dipendenze/

 

in carcere per droghe, si uccide

in carcere per droghe, si uccide

Così vi truffano i venditori di speranza. Ecco le dieci bufale sul cancro

Vi hanno detto che è colpa di una dieta troppo acida, che si può curare col bicarbonato o col THC, che le cure ci sono ma Big Pharma le nasconde. Ecco le dieci più diffuse bugie sul cancro. Che fanno male ai malati e bene a chi le racconta

Se cercate in internet la parola “cancro”, vi troverete davanti a milioni di pagine web e non meno numerosi saranno i video di You Tube che troverete digitando “cura per il cancro”.

Nella migliore delle ipotesi, le informazioni che si recuperano in rete sono imprecise e nel peggiore dei casi pericolosamente ingannevoli. Ci sono molte pagine web sul cancro supportate da prove scientifiche e facili da comprendere, ma ce ne sono altrettante, se non di più, che alimentano falsi miti.

Risulta spesso difficile distinguere la realtà dalla finzione, anche perché le notizie che si reperiscono, pur essendo imprecise, suonano del tutto plausibili. Se si scava in profondità e si cercano delle prove, però, molte supposte “verità” vengono smascherate.

Ecco allora dieci falsi miti sul cancro in cui ci si può frequentemente imbattere.

MITO 1. Il cancro è una malattia artificiale dei tempi moderni

Questa è una credenza più viva oggi che in passato, ma il cancro non è solo una patologia moderna e prodotta artificialmente dalla società occidentale. Il cancro esiste da quando esiste l’uomo. È stato descritto migliaia di anni fa da medici egizi e greci e dei ricercatori hanno scoperto dei segni distintivi di questa malattia in uno scheletro vecchio di 3.000 anni.

Pur essendo vero che le patologie correlate ai moderni stili di vita, come i tumori, sono in aumento, il più grande fattore di rischio per il cancro resta l’età.

Grazie ai successi ottenuti nel contrastare le malattie infettive e altre storiche cause di morte come la malnutrizione, le persone ormai vivono abbastanza a lungo per sviluppare il cancro. Con l’invecchiamento, infatti, il Dna ha il tempo di subire danni che possono portare poi alla formazione di un tumore.

Inoltre, oggi siamo anche capaci di individuare il cancro in modo più accurato rispetto al passato, grazie ai programmi di screening e ai progressi compiuti nel campo della diagnostica.

La dieta, gli stili di vita e anche l’inquinamento hanno sicuramente una grande influenza sul rischio per il cancro, ma ciò non significa che le patologie neoplastiche siano esclusivamente legate alle attività umane e ai nostri tempi. Ci sono anche molte cause naturali per questa malattia, per esempio, a livello mondiale, un caso di cancro su sei è dovuto a virus e batteri.

MITO 2. I supercibi che prevengono il cancro

Mirtilli, barbabietole, broccoli, aglio, tè verde…..e molti altri. Nonostante tanti siti web continuino a propagandarlo, non esistono “supercibi”. Questo è solo un termine coniato dalle agenzie di marketing per far vendere più prodotti, ma non ha alcuna base scientifica.

Ciò non significa che non si debba badare a cosa si mangia. Certi cibi sono più salutari di altri. Una ciotola di mirtilli e una tazza di tè verde contribuiscono a rendere la dieta più sana e bilanciata. Fare il pieno di frutta e verdura è senz’altro una buona idea, come pure variare il più possibile il tipo di vegetali nella dieta, ma non ha importanza quale tipo specifico di ortaggio o frutto si sceglie.

Il nostro corpo è complesso e lo è anche il cancro. È dunque una grossolana semplificazione sostenere che un singolo cibo possa avere, di per sé, un’influenza sulla possibilità di sviluppare una neoplasia.

Nel corso dei decenni si sono raccolte molte prove sul semplice, ma ritenuto poco interessante, miglior modo di ridurre il rischio di tumore: seguire a lungo alcuni comportamenti salutari come non fumare, fare esercizio fisico, mantenere un sano peso corporeo e ridurre il consumo di alcol.

MITO 3. La dieta “acida”causa il cancro 

Alcuni miti sul cancro persistono in maniera sorprendente, in barba alla biologia di base. Uno di questi è l’idea che seguire una dieta “acida” faccia diventare il sangue “troppo acido” contribuendo così ad aumentare il rischio di cancro. La contromisura, in questo caso, sarebbe aumentare il consumo di cibi “alcalini” come verdure verdi e frutta (compresi, paradossalmente, i limoni).

Questa è una vera e propria sciocchezza biologica. È vero che le cellule tumorali non riescono a sopravvivere in un ambiente eccessivamente alcalino, ma non riescono a farlo nemmeno le altre cellule del nostro corpo.

Il sangue è, in genere, leggermente alcalino. Il suo pH è regolato dai reni che lo mantengono in uno stretto e corretto intervallo. Questo non può essere modificato, per un tempo apprezzabile, dall’alimentazione e ogni eccesso di acidi o di alcali viene eliminato con l’urina. Per mantenere il giusto equilibrio all’interno del corpo, l’urina cambia il suo pH a seconda di cosa si mangia. Questo fatto può essere verificato misurando il suo grado di acidità in seguito all’assunzione di cibi diversi ed è anche alla base dell’errata credenza secondo cui la dieta può “rendere il corpo alcalino”. 

Mangiare molta verdura verde è certamente salutare, ma non per il suo effetto sull’alcalinità del corpo.

Esiste una condizione chiamata “acidosi”. Si tratta di uno stato fisiologico che sopraggiunge quando reni e polmoni non riescono a mantenere il pH del corpo in equilibrio. Spesso è causata da una grave malattia o da un avvelenamento. Può essere molto pericolosa e richiede cure urgenti, ma non certo per colpa di diete eccessivamente acide.

L’ambiente nelle immediate vicinanze delle cellule cancerose può diventare acido per via del modo diverso, rispetto a quello seguito dal tessuto sano, con cui i tumori producono energia e usano l’ossigeno. Alcuni ricercatori stanno cercando di capire a fondo come ciò accada con lo scopo di sviluppare potenziali trattamenti più efficaci per le patologie neoplastiche.

Non esistono prove, però, che la dieta possa cambiare il pH dell’intero corpo o che questo abbia un impatto sul cancro.

MITO 4. Il cancro ha un debole per i dolci

Un’altra idea molto diffusa è che lo zucchero “nutra le cellule tumorali”, da qui il suggerimento di bandirlo completamente dalla dieta del paziente.

Si tratta di un’eccessiva semplificazione in un campo molto complesso che solo ora si sta iniziando a comprendere.

“Zucchero” è un termine polivalente. Si riferisce a una serie di molecole tra cui gli zuccheri semplici presenti nelle piante, il glucosio e il fruttosio. La polvere bianca nella ciotola che mettiamo in tavola si chiama saccarosio, sostanza formata da glucosio e fruttosio attaccati insieme. Tutti gli zuccheri sono carboidrati, cioè molecole costituite da carbonio, idrogeno e ossigeno.

I carboidrati, sia che provengano da una torta sia da una carota, vengono demoliti dal nostro sistema digestivo per rilasciare glucosio e fruttosio. Questi vengono poi assorbiti dal flusso sanguigno per fornire l’energia che consente la vita.

Tutte le nostre cellule, tumorali o no, usano glucosio come fonte di energia. Poiché le cellule neoplastiche crescono molto più velocemente di quelle sane richiedono una quantità particolarmente alta di questo carburante. È stato dimostrato che esse utilizzano glucosio e producono energia in modo diverso dalle cellule sane e i ricercatori stanno studiando queste differenze con l’idea di sfruttarle per sviluppare trattamenti migliori. 

Questo però non significa che gli zuccheri di torte, biscotti e altri alimenti dolci nutrano in modo specifico le cellule tumorali a differenza di qualsiasi altro tipo di carboidrato. Il nostro organismo non sceglie a quali cellule fornire un determinato carburante. Esso converte tutti i carboidrati che mangiamo in glucosio, fruttosio e altri zuccheri semplici che vengono, in seguito, prelevati dai tessuti quando hanno bisogno di energia.

Ha senso limitare gli zuccheri nell’ottica si seguire una dieta equilibrata ed evitare di guadagnare peso, ma questo che è ben diverso dall’affermare che gli alimenti zuccherati nutrono in modo specifico le cellule tumorali.

Sia la “dieta acida” sia “lo zucchero nutre il cancro” sono falsi miti che snaturano il senso dei consigli dietetici, anche se ciò non significa che seguire una sana alimentazione non abbia importanza quando si tratta di cancro.

Le indicazioni su ciò che è meglio mangiare, però, devono basarsi su dati nutrizionali e scientifici. Quando si tratta di dispensare raccomandazioni dietetiche per ridurre il rischio di cancro, i ricercatori mostrano che il solito vecchio consiglio di una sana alimentazione è ancora valido. Ok a frutta, verdura, fibre, carne bianca, e pesce, mentre è meglio limitare grassi, sale, zuccheri, carne rossa o lavorata e alcol. 

MITO 5. Il cancro è un fungo e il bicarbonato di sodio è la cura 

Questa teoria nasce dalla constatazione, a dire il vero non molto attenta, che il “cancro è sempre bianco”.

Una palese obiezione a questa idea, a parte il fatto che le cellule tumorali non hanno chiaramente un’origine fungina, è che il cancro non è sempre bianco. Alcuni tumori lo sono, ma altri no. Per verificarlo basta chiederlo a qualsiasi patologo o chirurgo oncologo oppure ricercare delle immagini su Google.

I sostenitori di questa teoria affermano che il cancro è causato dall’infezione del fungo candida e che i tumori sono, in realtà, il tentativo del corpo di proteggersi da questa infezione.

Non ci sono, però, prove che lo dimostrano.

Inoltre, molte persone perfettamente sane possono essere infettate dalla candida, un fungo che è parte della gamma di microbi che vive normalmente nel nostro corpo e sopra la nostra pelle. Di solito il sistema immunitario mantiene la candida sotto controllo, ma nelle persone che hanno tali difese compromesse, come chi è positivo per l’Hiv, le infezioni possono diventare più gravi e frequenti.

La semplice soluzione a tale problema, a quanto pare, sarebbe iniettare bicarbonato di sodio nel tumore. Ma questo non è nemmeno il trattamento usato per contrastare le infezioni fungine vere e proprie, figurarsi per il cancro. Al contrario, ci sono forti evidenze che alte dosi di bicarbonato di sodio possono portare a gravi conseguenze, anche fatali.

Alcuni studi ipotizzano che il bicarbonato di sodio possa avere effetti sui tumori trapiantati nei topi o sulle cellule coltivate in laboratorio poiché neutralizza l’acidità del microambiente attorno al tumore stesso. Alcuni ricercatori statunitensi stanno inoltre conducendo un piccolo studio clinico per verificare se capsule di bicarbonato di sodio possano aiutare a ridurre il dolore associato al cancro e per cercare la dose massima di questa sostanza che può essere tollerata. Non stanno, però, testando se abbia in realtà un vero effetto sui tumori.

Per quanto si conosce, non sono stati ancora pubblicati studi clinici sul bicarbonato di sodio come trattamento per il cancro.

Vale anche la pena sottolineare che non è ancora chiaro se è possibile somministrare nell’uomo dosi di bicarbonato di sodio che possono avere un qualche significativo effetto sul cancro, anche se alcuni ricercatori stanno studiando la questione.

Poiché il corpo resiste con forza ai tentativi di modificarne il pH, solitamente sbarazzandosi del bicarbonato attraverso i reni, c’è il rischio che quantità di questa sostanza, sufficientemente grandi da influenzare il grado di acidità attorno al tumore, possano causare una grave condizione chiamata alcalosi.

È stato stimato che una dose di circa 12 grammi di bicarbonato di sodio al giorno (in un adulto di 65 kg) sarebbe capace di contrastare l’acido prodotto da un tumore grande all’incirca solo un millimetro cubo. Ma dosi superiori a circa 30 grammi al giorno possono provocare gravi problemi di salute, fate voi i conti.

MITO 6. C’è una cura miracolosa per il cancro…

Dalla cannabis ai clisteri di caffè. Internet è piena di video e aneddoti personali su cure miracolose e “naturali” per il cancro.

Ma affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie e i video di YouTube e i post su Facebook non sono prove scientifiche attentamente revisionate. 

In molti casi è impossibile dire se i pazienti presenti in tali fonti aneddotiche sono stati “guariti” da un particolare trattamento alternativo oppure no. Non si conosce nulla sulla loro diagnosi medica, sullo stadio della malattia e sulla loro prognosi. E non si sa neppure se e quali altri trattamenti per il cancro hanno ricevuto in precedenza. 

Inoltre vengono divulgate solo le storie di successo, mentre nulla si sa sulle persone che hanno provato il trattamento “miracoloso”e non sono sopravvissute. Spesso chi proclama affermazioni sensazionali su cure prodigiose sceglie solo i casi migliori, senza presentare il quadro completo.

Questo evidenzia ancor di più l’importanza dei dati revisionati e pubblicati, di una ricerca di laboratorio scientificamente rigorosa e degli studi clinici. Lo svolgimento di adeguate e disciplinate sperimentazioni consente ai ricercatori di dimostrare che un potenziale trattamento per il cancro è sicuro ed efficace. Inoltre, la pubblicazione dei dati ottenuti permette ai medici di tutto il mondo di venirne a conoscenza e di usarli per il beneficio dei propri pazienti. 

Questo è lo standard cui tutti i trattamenti per il cancro dovrebbero attenersi.

Ciò non significa che il mondo naturale non sia una fonte di potenziali terapie. La storia dell’aspirina (corteccia del salice) e della penicillina (muffa) lo dimostra. Per citare un altro importante esempio, il farmaco per il cancro taxolo fu per la prima volta estratto dalla corteccia e dagli aghi di un albero: il tasso del Pacifico. 

Ma questo è ben lontano dal dire che si dovrebbe masticare corteccia per combattere il tumore. Si tratta di un trattamento efficace perché il principio attivo è stato purificato e testato in studi clinici. Questo ha permesso di capire che è una sostanza utile e sicura e a quali dosi può essere somministrata. 

Ovviamente chi ha un cancro desidera sconfiggere la malattia con ogni mezzo possibile. Ed è perfettamente comprensibile la tendenza a cercare, in ogni campo, potenziali cure. Ma il consiglio degli esperti è di diffidare di ciò che viene etichettato come “cura miracolosa”, specialmente se qualcuno sta cercando di venderlo.

Su Wikipedia esiste un’esauriente lista di trattamenti inefficaci contro il cancro, spesso propagandati come prodigiosi, che può valer la pena consultare. 

Si possono reperire, inoltre, serie informazioni riguardanti le evidenze scientifiche e le sperimentazioni cliniche sull’uso di cannabis e cannabinoidi contro il cancro. 

MITO 7….e Big Pharma la sta nascondendo

Di pari passo con l’idea che esiste una cornucopia di “cure miracolose”, c’è l’idea che i governi, l’industria farmaceutica e anche le associazioni di beneficenza si sono accordate per occultare la terapia per il cancro perché guadagnano molti soldi con i trattamenti esistenti.

Qualunque sia la particolare “cura” che viene propagandata la logica è sempre la stessa: è facilmente reperibile, economica e non può essere brevettata. Ecco perché la classe medica la nasconde, per continuare a riempirsi le tasche con farmaci più costosi e coperti da brevetto. Ma, in realtà, non c’è nessun complotto, a volte, semplicemente, la terapia non funziona. 

Non c’è dubbio che l’industria farmaceutica debba affrontare questioni sulla trasparenza e la sperimentazione clinica che hanno bisogno di essere risolte. Le varie associazioni incalzano gli enti regolatori e le compagnie farmaceutiche per fare in modo che i farmaci efficaci siano disponibili a un prezzo equo per il sistema sanitario nazionale. È comunque importante ricordare che lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi farmaci richiedono molto denaro che le compagnie hanno bisogno di recuperare. 

Ma i problemi esistenti con la medicina tradizionale non dimostrano automaticamente che le “cure” alternative funzionano.

Non ha senso sostenere che le aziende farmaceutiche nascondano deliberatamente una potenziale cura per il cancro. Scoprire una terapia efficace, infatti, garantirebbe loro enormi vendite a livello mondiale. 

E anche la tesi secondo cui i trattamenti non possono essere brevettati non regge. Le aziende farmaceutiche non sono stupide, sono pronte a imboccare strade promettenti che possono portare a terapie efficaci. Ci sono molti modi per riconfezionare e brevettare molecole che, se risultassero efficaci, darebbero loro un ritorno economico sugli investimenti fatti per svilupparle e testarle in studi clinici (un costo che può essere anche di vari milioni). 

Occorre poi aggiungere che ricercatori finanziati dalle varie associazioni o dal governo compiono studi su trattamenti promettenti senza scopo di lucro. È anche difficile comprendere per quale ragione i medici, che spesso prescrivono farmaci generici fuori brevetto, non dovrebbero utilizzare terapie a basso costo se fosse stata dimostrata la loro efficacia negli studi clinici. 

Affermare che si stia nascondendo “la cura” per il cancro non è solo assurdo, ma è anche offensivo per la comunità di medici e scienziati che si dedicano allo studio di questa patologia, per il personale e i sostenitori delle associazioni di ricerca sul cancro e, soprattutto, per i malati e le loro famiglie.

MITO 8. I trattamenti contro il cancro uccidono più di quanto guariscano

Tanto per essere chiari, la cura per il cancro, sia essa chemioterapia, radioterapia o chirurgia, non è una passeggiata nel parco. Gli effetti collaterali possono essere molto pesanti. D’altra parte, le terapie che hanno lo scopo di uccidere le cellule tumorali, inevitabilmente, influenzano anche quelle sane. 

E qualche volta, purtroppo, la cura non funziona. È molto difficile trattare un tumore in fase avanzata che si è diffuso in tutto il corpo e se la terapia può dare sollievo dai sintomi e prolungare la vita, non è detto che riesca a guarire definitivamente il paziente.

La chirurgia è ancora il trattamento più efficace a disposizione per il cancro, a condizione che questo sia diagnosticato sufficientemente presto per consentire l’operazione. La radioterapia, inoltre, aiuta a curare più persone di quanto facciano i farmaci antitumorali. 

Tuttavia la chemioterapia e altri medicinali contro il cancro svolgono un ruolo molto importante nella cura delle neoplasie. In alcuni casi contribuiscono a guarire la malattia e in altri a prolungare la sopravvivenza. 

Le affermazioni presenti su internet secondo cui la chemioterapia è “efficace solo per il tre per cento dei casi” sono altamente fuorvianti e superate. Così come quelle in cui si sostiene che queste cure potrebbero addirittura "promuovere il cancro".

È importante evidenziare che, in un numero sempre più alto di casi, i farmaci sono efficaci. Ad esempio, oltre il 96 per cento degli uomini malati riesce oggi a guarire dal cancro ai testicoli, grazie anche a un farmaco chiamato cisplatino. Nel 1970 tale percentuale era inferiore al 70 per cento. Inoltre, sul finire degli anni sessanta solo un quarto dei bambini malati di tumore poteva essere curato, oggi il loro numero è triplicato e la maggior parte di loro ora è viva grazie anche alla chemioterapia.

La strada da percorrere per avere dei trattamenti efficaci per tutti i tipi di cancro nei bambini è, però, ancora lunga.  È quindi importante che i medici, i pazienti e le loro famiglie siano realistici nel valutare le migliori opzioni terapeutiche, specialmente quando il cancro è in fase molto avanzata. 

Potrebbe essere meglio scegliere una cura in grado di ridurre il dolore e i sintomi piuttosto che tentare di guarire la malattia (cure palliative). Trovare il giusto equilibrio tra la qualità e la quantità della vita sta diventando una questione sempre più preponderante quando si tratta di curare un tumore e, in questo, il ruolo del paziente è diventato centrale.

MITO 9. Non abbiamo fatto alcun progresso nella lotta contro il cancro 

Questo semplicemente non è vero. Grazie ai passi avanti compiuti dalla ricerca, negli ultimi 40 anni la sopravvivenza per cancro è mediamente raddoppiata. Inoltre, i tassi odierni di mortalità sono diminuiti del 10 per cento rispetto a quelli che si registravano un decennio fa. Oggi, la metà di tutti i pazienti sopravvive almeno dieci anni. 

Questi, però, sono dati che si riferiscono a persone trattate in passato. È probabile che i pazienti diagnosticati e curati oggi, anche grazie all’avvento dei nuovi farmaci “intelligenti”, abbiano una probabilità di sopravvivenza ancora più alta.

Ma c'è ancora molta strada da fare. Nella cura di alcuni tipi di cancro i progressi sono stati più lenti, come ad esempio quelli relativi al tumore del polmone, del cervello, del pancreas e ai tumori esofagei. E quando si perde una persona cara per colpa del cancro, è comprensibile pensare che la medicina non abbia fatto alcun passo in avanti.

MITO 10. Gli squali non si ammalano di cancro

Sì, invece si ammalano.

L'articolo è tratto da Cancer Research UK, una delle più importanti charities al mondo impegnate nella lotta al cancro. Lo scorso anno ha destinato l'equivalente di più di 500 milioni di euro alla ricerca contro il cancro.

www.healthdesk.it/medicina/cos_vi_truffano_i_venditori_di_speranza_ecco_le_dieci_bufale_sul_cancro/1415152800

Condividi contenuti