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Contenuto Redazionale "Così cerchiamo di ricostruire le nostre vite devastate dal gioco"

Jacopo Storni, Corriere dell Sera

Monteroni D’Arbia (Siena) - Hanno perso tutto: la casa, la macchina, il lavoro, gli affetti. Hanno perso la fiducia dei familiari, hanno perso mogli e mariti, nessuno crede più a quello che dicono. Qualcuno di loro ha tentato il suicidio. E allora si giocano l’ultima carta. Non certo quella del gioco, che li ha ridotti sul lastrico, ma quella della salvezza. Per molti di loro l’asso nella manica si chiama Orthos, la prima ed unica casa d’accoglienza in Italia per dipendenti da gioco d’azzardo. Si trasferiscono qui per tre settimane, qualcuno per molto di più. Mangiano, vivono, lavorano e dormono qui. C’è chi lo chiama l’albergo dei ludopatici, è una comunità residenziale per giocatori d’azzardo, un podere incantevole fuori dal mondo, incastonato tra i vigneti e gli uliveti della campagna senese, nel Comune di Monteroni d’Arbia. 

Qui i ludopatici tentano di cambiare vita. Via il computer, incubatore di tentazioni, via il telefonino, dove chiamano spesso i debitori, via i collegamenti col mondo esterno. Si ritorna alla terra, alla vita nei campi, al sapore delle cose semplici. “Tentiamo di riscoprire il piacere della natura, di un libro, della musica e della relazione con l’altro, tutte cose che sono state perdute e che hanno comportato la caduta negli abissi del gioco, che spesso è causato da perdite o mancanze affettive ed è portatore di gravi crisi esistenziali”. Lo psichiatra Riccardo Zerbetto è il direttore di Orthos. Ha ristrutturato di sua iniziativa questi casolari grazie al contributo dell’assessorato al sociale della Regione Toscana. Crede molto nell’unicità di questo progetto: “Il trattamento ambulatoriale dei Sert spesso non è sufficiente perché i giocatori non riescono mai a staccarsi completamente dalle tentazioni materiali del gioco”. Il lavoro nei campi comprende potatura delle piante, taglio della legna, raccolta delle olive e produzione di olio. 

 

A tutto questo viene affiancato un intensivo programma terapeutico: sedute psicologiche di gruppo, incontri personalizzati, tecniche di drammatizzazione delle emozioni negative. E poi disegni di gruppo in cui raffigurare le paure inespresse, meditazione, passeggiate nel bosco e letture collettive. E ancora: il pranzo tutti assieme, i turni in cucina e nelle pulizie. Vite da condividere. Nella comunità non ci sono cuochi e non ci sono colf, gli ospiti autogestiscono la loro permanenza e questo, a detta dei responsabili, è assolutamente terapeutico. “Proviamo a riconsiderare e ricostruire l’esistenza dei nostri ospiti, questa esperienza è l’occasione per intervenire su quei fenomeni compulsivi e ossessivi che interferiscono con la capacità di regolare i propri impulsi e di realizzare un soddisfacente progetto di vita”. Gli ospiti sono seguiti da dodici operatori specializzati tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Quando i pazienti arrivano in questo casolare, non hanno più niente da perdere. “Avevo una casa e me la sono giocata, avevo una macchina e me la sono giocata. Mia moglie mi ha messo alla porta”. E allora Andrea, dopo 500mila euro buttati nel vortice dell’azzardo, è arrivato quassù, dove ha incontrato Francesco, 1 milione di debiti con l’ippica, padre di una figlia che neppure conosce: “Non conosco mia figlia, non so quali siano i suoi gusti, quali siano le materie scolastiche che preferisce. Grazie a Orthos ho conosciuto me stesso e anche i miei familiari. Prima ero un fantasma, vivevo soltanto per le corse dei cavalli, non lavoravo, non parlavo con nessuno, non curavo il mio corpo. Adesso finalmente ho una vita sociale”. Storie simili e così diverse. Avvocati e operai, ingegneri e disoccupati. 

 

Tutti possono cadere nella spirale del gioco, chiunque può arrivare a Orthos. Giovani e anziani, uomini e donne, come Angela: “Tutti i week end li trascorrevo alle slot machine. Entravo al casinò all’ora di cena e uscivo alle 5 della mattina successiva. Oppure al bar, la sera e anche la mattina per colazione. Quelle ore davanti alle slot, così piene di colori e false emozioni, erano gli unici momenti della giornata in cui mi sentivo bene. Orthos mi ha permesso di attribuire un valore diverso ai soldi, mi ha insegnato a stare con gli altri, a capire perché sono arrivata a buttare tutti i miei risparmi nel gioco. Mi riempivo la vita di azzardo perché ero vuota in tutto il resto, rifiutavo i sentimenti e su questo ha inciso pesantemente la mia infanzia, quando per due anni di fila sono stata abusata”. Anime alla deriva, stritolate dal gioco, persone che hanno perso qualsiasi etica e razionalità: “Rubavo l’incasso del ristorante a cui lavoravo per andare a giocare alle slot e alle Vlt (Video Lottery Terminal ndr),” racconta Paolo. Gli fa eco Francesco: “Chiedevo prestiti a mia moglie raccontandole che mi servivano per pagare i fornitori della mia azienda. I miei familiari non sapevano che invece mi servivano per giocare. Per nove anni ho fatto una doppia vita”. Nella comunità di Orthos ci si mette a nudo raccontando se stessi, si fanno i conti con il proprio passato, si ride ma soprattutto si piange, ritornano a galla gli scheletri del passato. Si intrecciano storie drammatiche e traumi sotterrati. Dice Lorenzo, uno dei giocatori passato da questa comunità: “Forse dovevo proprio toccare il fondo… quasi morire… per poter rinascere”.

Contenuto Redazionale L'irriverente fiorentino. Droghe a scuola. L'illusione 'consapevole' dei soliti responsabili

  di Vincenzo Donvito, Aduc Droghe            Le forze dell'ordine di Firenze pare abbiano sgominato un giro articolato di spaccio di droghe con al centro alcuni istituti scolastici superiori, coinvolti anche alcuni studenti. Il contesto e' il solito a cui siamo abituati dalle cronache nazionali, che ora magari “toccano” di piu' perche' vedono coinvolti i nostri figli, i loro compagni di scuola, insomma un contesto in cui tutti, prima o poi, ci passano, e dove tutti -spacciatori o meno che siano- sanno di cosa si stia parlando. Ecco quindi le immagini di rito: divise all'ingresso delle scuole, cani che sniffano tra banchi e zaini degli studenti, dichiarazioni di genitori affranti e di altrettanto affranti amministratori locali, fino ai politici locali che -visto che ora ce ne sono diversi fiorentini con responsabilita' nazionali- in veste di governanti del nostro Stivale, tessono le lodi dell'azione delle forze dell'ordine, auspicando una maggiore e costante presenza (1).
Ognuno, si potrebbe dire, fa il proprio mestiere. E sono per questo confortati dalle leggi che vietano e sanzionano/puniscono spaccio e consumo di droghe illegali.
A parte le forze dell'ordine che svolgono una mera e meritevole azione esecutiva, consegnando al giudizio dei togati il loro operato, ci lascia basiti la -scontata- reazione dei genitori e la -non-scontata- reazione dei politici, amministratori e governanti.
I genitori -si sa- vorrebbero i propri figli fuori da ogni questione che non sia legalita'. Come dargli torto. Ma devono comunque fare i conti con cultura e modi dei loro pargoli che, di fronte al proibito e alla possibilita' di provare le sfide della propria mente e del proprio corpo, difficilmente si tirano indietro. Auspichiamo che questi genitori ne facciano tesoro e non si comportino come spesso hanno fatto i loro altrettanto genitori (per scelta o condizionamento socio-culturale, poco importa), educandoli ed informandoli come se il fenomeno droghe non esistesse oppure presentandolo come il diavolo (un lucifero che -soprattutto nell'eta' adolescenziale- e' difficile da temere nelle diverse sfaccettature in cui viene presentato). Comunque, un fatto privato tra genitori e figli.
I politici -anche qui si sa- spesso affrontano i problemi piu' per mantenere e accrescere consensi che non per intervenire e prevenire i problemi. Non tutti i politici, per carita'. Ma nella fattispecie non abbiamo sentito o letto voci differenti che non quelle legate all'elogio (scontato e socialmente facile) delle forze dell'ordine e dell'attuale assetto normativo in materia di stupefacenti.
Domanda: ma dove vivono questi politici? Sembra che alberghino in un mondo diverso dalla nostra quotidianita'. Altrimenti non potrebbero non vedere che, nonostante le leggi e le loro reiterate “raccomandazioni” a rispettarle, soprattutto tra gli adolescenti/giovani, in materia di droghe avviene il perfetto contrario. E quel che ancor di piu' preoccupa e che non pochi di questi politici non sono incoscienti di questo scollamento tra realta' e leggi, ma fanno finta che non ci sia, nascondendo che quasi sempre il rimedio (la legge punizionista) e' origine del male (il consumo di droghe).
Noi riteniamo che le droghe oggi illegali dovrebbero essere trattate come quelle legali (alcool e tabacco, nella fattispecie), e che di conseguenza il fenomeno -in ogni contesto sociale e generazionale- sarebbe arginato grazie ad un'informazione ed una prevenzione non affidata alla mera confidenza del compagno di scuola “piu' esperto” o di improbabili manuali e circolari scolastiche che -per l'appunto- parlano di droghe come il diavolo di cui sopra. Noi, che siamo tra color che credono che responsabilita', conoscenza e informazione siano appaganti ad ogni livello (compreso il sesso e il piacere dell'alimentazione), non possiamo tacere di fronte a tanta codardia di coloro che potrebbero e che invece volontariamente tacciono.
Siamo consapevoli che non e' possibile che il politico e l'amministratore cambino le leggi nazionali (e internazionali) a margine di questi contesti scolastici. Ma pensieri, parole e azioni quantomeno per ridurre i danni dell'attuale legislazione (danni che negare significa essere “strani”) piuttosto che lodare la stessa, ci sembrano proprio opportune. O forse c'e' qualcuno che crede che dopo questi blitz domani in queste scuole non circoleranno piu' spinelli? 

(1) il sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi, in primis

Contenuto Redazionale C’è un dottore nel Dark Web?

Ad oggi gli eredi di Silk Road sono stati più di 50. Oltre a dottori con ambulatorio nei mercati online della droga. E persino giornali delle darknet

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Doctor X è nel giro da più di un anno ma quando a inizio dicembre è sbarcato sul forum di Evolution, uno dei principali mercati della droga del Dark Web, è stato un tripudio di commenti entusiasti. Il suo thread sul forum ha raccolto 25mila visite in tre settimane. E subito sono arrivate le domande: “Quali danni e rischi ci sono a usare Mdma in piccole dosi (150mg) a intervalli di un mese?”. Ma anche: “Uso anfetamina, Dmt, Mdma. Che interazioni ci possono essere con gli antidepressivi?”. Domande non facili da fare e a cui è ancora più difficile rispondere. Ma che non fanno paura a Fernando Caudevilla, medico di famiglia spagnolo di base a Madrid che la sera lascia l’ambulatorio per entrare in uno studio particolare: quello delle darknet, dove è conosciuto da tempo come Doctor X.

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Caudevilla si occupa da anni, anche nella sua attività offline, di consumo di stupefacenti e ha un approccio molto laico e pragmatico, di riduzione del danno. Nell’aprile 2013 è comparso anche sul forum della prima Silk Road, il famoso bazar di droghe online chiuso dall’FBI nell’ottobre 2013, e successivamente su altri due siti del genere, Silk Road 2.0 e the Hub, dove ha risposto a più di mille domande sul consumo di sostanze psicotrope. Ora da qualche settimana è approdato su Evolution, uno dei mercati neri online più attivi fioriti negli ultimi anni sulle darknet – reti che garantiscono l’anonimato sia agli operatori di un sito che ai suoi utenti (sui media ormai si usa anche il termine Deep Web, anche se originariamente ha un significato più ampio) – rimasto in piedi dopo la retata di qualche mese fa dell’Operazione Onymous (di cui abbiamo scritto qua).

“Mi fanno domande su qualsiasi sostanza psicoattiva, per la maggior parte su cannabis, cocaina, anfetamina, Mdma, LSD”, racconta a Wired.it Caudevilla. “Vogliono avere informazioni sulle dosi, la frequenza d’uso, gli effetti collaterali, la tossicità e le interazioni con altre droghe o medicine. Ovviamente ci sono anche domande che si riferiscono a situazioni molto complesse a cui è difficile rispondere su Internet. In generale tutti i miei consigli non vanno considerati come un surrogato di una visita dal medico”. Il fatto è, prosegue Doctor X, che molti consumatori di sostanze sono riluttanti a parlare faccia a faccia con i camici bianchi dei loro comportamenti, anche per paura di essere giudicati. Dunque l’anonimato delle darknet e soprattutto dei mercati online della droga diventano per il dottore spagnolo il luogo ideale per avvicinare questo tipo di persone. Caudevilla dice di farlo gratuitamente, nel suo tempo libero, e di non essere coinvolto in altri tipi di attività, anche se accetta qualche donazione in Bitcoin (“alcuni utenti sono molto generosi”, spiega). In pratica si pone un po’ come un medico di strada, battendo con i suoi thread di consigli i vicoli del Deep Web, e arrivando a considerare in modo positivo le piattaforme alla Silk Road. Considerazione con cui non sembrano essere affatto d’accordo le polizie e agenzie investigative di molti Paesi, che negli ultimi tempi hanno messo nelle loro priorità la lotta a questo fenomeno.

“I mercati online hanno dei vantaggi: riducono la criminalitàpoiché evitano il contatto diretto con gli spacciatori”, sostiene Caudevilla. “Inoltre sono ambienti competitivi in cui si esercita un certo controllo sulla qualità dei prodotti attraverso il sistema di feedback dei siti”. In pratica i mercati, i forum e le comunità di amministratori, utenti e venditori creerebbero una interazione e un ambiente diversi rispetto alla compravendita offline. Doctor X ritiene che sia una realtà in crescita e i numeri in parte gli danno ragione, anche se si tratta di un ecosistema complesso e fragile.

Sono infatti ben 56, i mercati neri online di una certa rilevanza aperti fino ad oggi, secondo i dati raccolti sul sito Gwern. Andando ad analizzare in dettaglio, si nota che di questi ben 17 hanno chiuso perché erano scam, cioè truffe (uno per tutti, Atlantis, comparso con una aggressiva campagna di marketing che contava perfino un video su YouTube e poi scomparso insieme a un bel gruzzolo di depositi degli utenti rimasti sul sito); 10 hanno fermato le attività in seguito ad hackeraggi (è il caso di Black Market Reloaded, che godeva di discreta reputazione e sembrava dovesse essere “l’erede morale”della prima Silk Road); 7 sono stati sequestrati dalle polizie di vari Stati (Silk Road, Silk Road 2, Utopia, e il gruppo recentemente fatto fuori con l’operazione Onymous di FBI/Europol: ovvero, Hydra, Cloud Nine, Blue Sky, TorBazaar). Infine ci sono ben 10 mercati che hanno chiuso più o meno volontariamente, ma di cui si sa poco sulle ragioni effettive della chiusura e se si siano stati rubati o meno i fondi dei clienti.

Attualmente ne restano 12 ancora in piedi (alcuni sono nati molto di recente): tra i più noti ci sono Agora ed Evolution. Il primo, oltre a essere il più grande, è considerato tra i più affidabili dagli addetti ai lavori. Solo di droghe conta oltre 13mila inserzioni. Incassa il quattro per cento dalle transazioni. Vende anche prodotti di elettronica, libri, documenti contraffatti e armi (perlopiù pistole, anche se sono poche decine). Come il vecchio Silk Road, ha un suo codice d’onore o quanto meno un regolamento: non è ammessa la compravendita di armi di distruzione di massa (esplosivi, o armi chimiche ecc); veleni; contenuti pedopornografici; video reali di uccisioni o torture; e nemmeno di carte di credito o conti PayPal rubati.

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Evolution è in un testa a testa per volume d’affari, ed è in crescita tumultuosa. Ha 15mila inserzioni di droghe, più vari altri servizi o merci contraffatte. Qui, diversamente da Agora, si trovano anche dati di carte di credito.

Entrambi hanno funzioni avanzate come l’autenticazione a due fattori dei conti con chiave PGP e servizi di deposito (escrow) delle transazioni multifirma. Si tratta di funzioni che cercano di aggiungere degli strati di sicurezza – nel caso dei servizi multifirma (che sono adottati sempre di più anche dai portafogli Bitcoin come BitGo) richiedono più di una chiave privata, che vanno usate in combinazione e che possono essere distribuite a più soggetti. I servizi di escrow permettono agli utenti di depositare momentaneamente i soldi di una transazione sul sito finché non ricevono quanto comprato; a quel punto sbloccano i soldi. Servono per tutelare i compratori dal rischio truffe e sono uno dei capisaldi dei mercati neri.

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Mercati che sono stati messi a dura prova non solo dalle truffe e gli hackeraggi comunque molto diffusi, come abbiamo visto nelle cifre sopra esposte, ma anche dalle operazioni delle forze dell’ordine. Dopo il plateale sequestro della prima Silk Road e l’arresto del suo presunto fondatore Ross Ulbricht (che online sarebbe stato noto come Dread Pirate Roberts), sono seguiti infatti molti altri interventi. Lo scorso dicembre l’FBI arrestò ad esempio tre amministratori di Silk Road 2.0, il sito che era rinato dalle ceneri della prima Via della Seta, addirittura guidato da un nuovo e sedicente Dread Pirate Roberts (se, come ritengono gli inquirenti, il primo era davvero Ulbricht). Costui però dopo qualche tempo, forse fiutando l’aria che tirava, se n’è andato in pensione lasciando il comando al suo braccio destro Defcon. Il quale però ha fatto una brutta fine. Dietro il nickname si celava infatti Blake Benthall, un 26enne di San Francisco, che è stato arrestato dall’FBI lo scorso 6 novembre, nel corso di una retata contro i mercati del Deep Web, la cosiddetta operazione Onymous, un’azione euroamericana coordinata da FBI e Centro Europeo contro il Cybercrimine (EC3) dell’Europol, e risultata in 17 arresti di venditori e amministratori di mercati neri. Oltre alla chiusura di molti siti e servizi nascosti delle darknet. Tuttavia, malgrado le prime cifre diffuse, senza adeguati riscontri, fossero notevoli (si parlava addirittura di 410 servizi nascosti sequestrati), alla fine si è capito che di mercati neri effettivamente funzionanti – che non fossero cioè cloni o truffe plateali – ne sono stati chiusi solo una manciata, come abbiamo visto.

“I mercati vanno e vengono e le persone si limitano a seguire i loro venditori di fiducia da un sito all’altro. Le truffe ci sono sempre state e ci saranno sempre a causa della natura anonima di questi mercati e dei Bitcoin. Ma almeno oggi è più semplice evitare le fregature se gli utenti fanno le loro ricerche per informarsi. Anche perché ci sono sempre più siti e forum dedicati a questi temi”.
A parlare è l’anonimo amministratore di DeepDotWeb, contattato da Wired.it via mail. Si tratta di un sito di informazione, in chiaro e accessibile da chiunque, dedicato solo all’andamento, agli sviluppi e alle traversie dei mercati neri delle darknet. Quali sono quelli appena nati, i più quotati, quali a rischio truffa, ma vi si trovano anche articoli più generali sulle funzioni di sicurezza e la crittografia. DeepDotWeb è il New York Times delle darknet, specie in riferimento ai suoi siti di ecommerce. “Di lavoro mi occupo di una azienda di marketing e di alcune attività online, e DeepDotWeb è un mio progetto laterale, anche se mi assorbe molto tempo”, spiega il fondatore e factotum della testata.

“I mercati neri delle darknet sono un fenomeno in crescita senza ombra di dubbio”, commenta l’amministratore, che avrebbe fondato DeepDotWeb come risposta all’arresto di alcuni amici online che operavano nel settore. “Lo si vede dal numero di inserzioni, di siti, di utenti, dalla quantità di ricerche, dall’interesse dei media. E continueranno a crescere finché non ci sarà qualcosa che cambierà le carte in tavola: nuove piattaforme decentralizzate ad esempio. Oppure se dovesse succedere qualcosa di irreparabile alla rete Tor” – su cui si basa l’anonimato delle darknet.

Le funzioni più avanzate introdotte ultimamente? I depositi (escrow), il supporto clienti, i forum, l’attenzione alla sicurezza nonché il marketing. “Insomma quello che ci si aspetterebbe da un qualsiasi sito di ecommerce”, ragiona l’editore di DeepDotWeb. “Anche perché la fiducia è comunque molto difficile da costruire ora, specie dopo l’operazione Onymous”.

su wired.it www.wired.it/internet/web/2015/01/14/dottore-dark-web/

MBRP – MINDFULNESS BASED RELAPSE PREVENTION per la prevenzione delle ricadute nelle dipendenze

Nell'ambito delle problematiche legate alle tossicodipendenze, un approccio che ha dato prove di efficacia è il MBRP – Mindfulness Based Relapse Prevention (Bowen, Chawla & Marlatt, 2010) sviluppato nel Centro di Ricerca Addictive Behaviour dell’Università di Washington.

Simile al Mindfulness-Based Cognitive Therapy per la depressione (MBCT) per alcuni aspetti centrali, il MBRP è concepito come un programma di integrazione delle pratiche di mindfulness con i principi della terapia cognitivo-comportamentale applicati alle dipendenze.

Le pratiche di cui è composto il programma MBRP hanno lo scopo di promuovere e favorire maggiore consapevolezza dei trigger legati all’uso di sostanze, agli schemi abituali implicati nei comportamenti di dipendenza e delle reazioni “da pilota automatico” che portano a mettere in atto comportamenti disfunzionali di uso e abuso. Le pratiche di mindfulness previste del MBRP sono progettate per promuovere l’osservazione dell’esperienza presente e portare consapevolezza rispetto alla gamma di scelte che ognuno può mettere in atto.

 l lavoro con la mindfulness è volto, quindi, ad aumentare la possibilità dell’individuo di rispondere agli impulsi attraverso comportamenti “utili” e adeguati e a non re-agire con modalità dannose per la salute e per il benessere psicologico.

Gli obiettivi principali del MBRP sono:

1. Sviluppare la consapevolezza dei trigger personali e delle re-azioni abituali in modo da individuare quando si agisce con il “pilota automatico” e imparare a creare un “tempo di consapevolezza”, una pausa tra questi processi percepiti come automatici;

2. Modificare il rapporto con la sofferenza, riconoscendo e gestendo in modo funzionale e utile le esperienze emotive difficili;

3. Promuovere una modalità basata sulla compassione e sulla sospensione del giudizio verso la propria esperienza.

Tra le pratiche più interessanti utilizzate nel MBRP credo sia importante ricordare il SOBER, di cui abbiamo brevemente parlato su State of Mind.

La pratica SOBER permette ai partecipanti di riconoscere nella quotidianità un momento difficile emotivamente. Ad esempio, situazioni relazionali difficili, in cui si è abituati a re-agire in modo impulsivo, situazioni di ansia, tristezza, rabbia o altre emozioni percepite come difficili da gestire.

In breve, nella pratica del SOBER si consegna al partecipante una scheda che lo guiderà nella pratica quotidiana.

 La pratica del SOBER, molto felice se letta nell’acronimo inglese (sober=sobrio), consiste nella messa in pratica dei seguenti passaggi:

S (stop) – Stop – Prenditi qualche istante per interrompere il pilota automatico e per riconoscere che ti trovi in una situazione per te difficile.

O (observe) – Osserva – Osserva e nota cosa sta avvenendo nel tuo momento presente, descrivi le sensazioni del corpo, le emozioni e i pensieri che la tua mente fa in questo momento presente.

B (breath)- Il Respiro – Scegli e porta in modo deciso e gentile tutta la tua consapevolezza sul respiro, semplicemente notando il tuo respiro.

E (expand) – Espandi la consapevolezza – Espandi la consapevolezza a tutto il corpo, nota il tuo corpo che respira. Allarga ancora la tua consapevolezza all’ambiente in cui ti trovi e alle sensazioni del momento presente.

R (respond) – Rispondi – Scegli quale risposta dare in questo momento presente, che sia utile per te e non dannosa (considera anche il “non-agire” come risposta).

La pratica, che viene di frequente provata dai partecipanti e letta come “quella più utile”, può essere estesa anche a ambiti diversi dal campo delle dipendenze. Potrebbe essere uno strumento utile da utilizzare anche in setting individuali (o di gruppo) quando ci si trova di fronte a persone che riportano difficoltà legate alla gestione dell’impulsività e della reattività.
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2013/07/mindfulness-prevenzione-ricadute-dipendenze/

 

Così vi truffano i venditori di speranza. Ecco le dieci bufale sul cancro

Vi hanno detto che è colpa di una dieta troppo acida, che si può curare col bicarbonato o col THC, che le cure ci sono ma Big Pharma le nasconde. Ecco le dieci più diffuse bugie sul cancro. Che fanno male ai malati e bene a chi le racconta

Se cercate in internet la parola “cancro”, vi troverete davanti a milioni di pagine web e non meno numerosi saranno i video di You Tube che troverete digitando “cura per il cancro”.

Nella migliore delle ipotesi, le informazioni che si recuperano in rete sono imprecise e nel peggiore dei casi pericolosamente ingannevoli. Ci sono molte pagine web sul cancro supportate da prove scientifiche e facili da comprendere, ma ce ne sono altrettante, se non di più, che alimentano falsi miti.

Risulta spesso difficile distinguere la realtà dalla finzione, anche perché le notizie che si reperiscono, pur essendo imprecise, suonano del tutto plausibili. Se si scava in profondità e si cercano delle prove, però, molte supposte “verità” vengono smascherate.

Ecco allora dieci falsi miti sul cancro in cui ci si può frequentemente imbattere.

MITO 1. Il cancro è una malattia artificiale dei tempi moderni

Questa è una credenza più viva oggi che in passato, ma il cancro non è solo una patologia moderna e prodotta artificialmente dalla società occidentale. Il cancro esiste da quando esiste l’uomo. È stato descritto migliaia di anni fa da medici egizi e greci e dei ricercatori hanno scoperto dei segni distintivi di questa malattia in uno scheletro vecchio di 3.000 anni.

Pur essendo vero che le patologie correlate ai moderni stili di vita, come i tumori, sono in aumento, il più grande fattore di rischio per il cancro resta l’età.

Grazie ai successi ottenuti nel contrastare le malattie infettive e altre storiche cause di morte come la malnutrizione, le persone ormai vivono abbastanza a lungo per sviluppare il cancro. Con l’invecchiamento, infatti, il Dna ha il tempo di subire danni che possono portare poi alla formazione di un tumore.

Inoltre, oggi siamo anche capaci di individuare il cancro in modo più accurato rispetto al passato, grazie ai programmi di screening e ai progressi compiuti nel campo della diagnostica.

La dieta, gli stili di vita e anche l’inquinamento hanno sicuramente una grande influenza sul rischio per il cancro, ma ciò non significa che le patologie neoplastiche siano esclusivamente legate alle attività umane e ai nostri tempi. Ci sono anche molte cause naturali per questa malattia, per esempio, a livello mondiale, un caso di cancro su sei è dovuto a virus e batteri.

MITO 2. I supercibi che prevengono il cancro

Mirtilli, barbabietole, broccoli, aglio, tè verde…..e molti altri. Nonostante tanti siti web continuino a propagandarlo, non esistono “supercibi”. Questo è solo un termine coniato dalle agenzie di marketing per far vendere più prodotti, ma non ha alcuna base scientifica.

Ciò non significa che non si debba badare a cosa si mangia. Certi cibi sono più salutari di altri. Una ciotola di mirtilli e una tazza di tè verde contribuiscono a rendere la dieta più sana e bilanciata. Fare il pieno di frutta e verdura è senz’altro una buona idea, come pure variare il più possibile il tipo di vegetali nella dieta, ma non ha importanza quale tipo specifico di ortaggio o frutto si sceglie.

Il nostro corpo è complesso e lo è anche il cancro. È dunque una grossolana semplificazione sostenere che un singolo cibo possa avere, di per sé, un’influenza sulla possibilità di sviluppare una neoplasia.

Nel corso dei decenni si sono raccolte molte prove sul semplice, ma ritenuto poco interessante, miglior modo di ridurre il rischio di tumore: seguire a lungo alcuni comportamenti salutari come non fumare, fare esercizio fisico, mantenere un sano peso corporeo e ridurre il consumo di alcol.

MITO 3. La dieta “acida”causa il cancro 

Alcuni miti sul cancro persistono in maniera sorprendente, in barba alla biologia di base. Uno di questi è l’idea che seguire una dieta “acida” faccia diventare il sangue “troppo acido” contribuendo così ad aumentare il rischio di cancro. La contromisura, in questo caso, sarebbe aumentare il consumo di cibi “alcalini” come verdure verdi e frutta (compresi, paradossalmente, i limoni).

Questa è una vera e propria sciocchezza biologica. È vero che le cellule tumorali non riescono a sopravvivere in un ambiente eccessivamente alcalino, ma non riescono a farlo nemmeno le altre cellule del nostro corpo.

Il sangue è, in genere, leggermente alcalino. Il suo pH è regolato dai reni che lo mantengono in uno stretto e corretto intervallo. Questo non può essere modificato, per un tempo apprezzabile, dall’alimentazione e ogni eccesso di acidi o di alcali viene eliminato con l’urina. Per mantenere il giusto equilibrio all’interno del corpo, l’urina cambia il suo pH a seconda di cosa si mangia. Questo fatto può essere verificato misurando il suo grado di acidità in seguito all’assunzione di cibi diversi ed è anche alla base dell’errata credenza secondo cui la dieta può “rendere il corpo alcalino”. 

Mangiare molta verdura verde è certamente salutare, ma non per il suo effetto sull’alcalinità del corpo.

Esiste una condizione chiamata “acidosi”. Si tratta di uno stato fisiologico che sopraggiunge quando reni e polmoni non riescono a mantenere il pH del corpo in equilibrio. Spesso è causata da una grave malattia o da un avvelenamento. Può essere molto pericolosa e richiede cure urgenti, ma non certo per colpa di diete eccessivamente acide.

L’ambiente nelle immediate vicinanze delle cellule cancerose può diventare acido per via del modo diverso, rispetto a quello seguito dal tessuto sano, con cui i tumori producono energia e usano l’ossigeno. Alcuni ricercatori stanno cercando di capire a fondo come ciò accada con lo scopo di sviluppare potenziali trattamenti più efficaci per le patologie neoplastiche.

Non esistono prove, però, che la dieta possa cambiare il pH dell’intero corpo o che questo abbia un impatto sul cancro.

MITO 4. Il cancro ha un debole per i dolci

Un’altra idea molto diffusa è che lo zucchero “nutra le cellule tumorali”, da qui il suggerimento di bandirlo completamente dalla dieta del paziente.

Si tratta di un’eccessiva semplificazione in un campo molto complesso che solo ora si sta iniziando a comprendere.

“Zucchero” è un termine polivalente. Si riferisce a una serie di molecole tra cui gli zuccheri semplici presenti nelle piante, il glucosio e il fruttosio. La polvere bianca nella ciotola che mettiamo in tavola si chiama saccarosio, sostanza formata da glucosio e fruttosio attaccati insieme. Tutti gli zuccheri sono carboidrati, cioè molecole costituite da carbonio, idrogeno e ossigeno.

I carboidrati, sia che provengano da una torta sia da una carota, vengono demoliti dal nostro sistema digestivo per rilasciare glucosio e fruttosio. Questi vengono poi assorbiti dal flusso sanguigno per fornire l’energia che consente la vita.

Tutte le nostre cellule, tumorali o no, usano glucosio come fonte di energia. Poiché le cellule neoplastiche crescono molto più velocemente di quelle sane richiedono una quantità particolarmente alta di questo carburante. È stato dimostrato che esse utilizzano glucosio e producono energia in modo diverso dalle cellule sane e i ricercatori stanno studiando queste differenze con l’idea di sfruttarle per sviluppare trattamenti migliori. 

Questo però non significa che gli zuccheri di torte, biscotti e altri alimenti dolci nutrano in modo specifico le cellule tumorali a differenza di qualsiasi altro tipo di carboidrato. Il nostro organismo non sceglie a quali cellule fornire un determinato carburante. Esso converte tutti i carboidrati che mangiamo in glucosio, fruttosio e altri zuccheri semplici che vengono, in seguito, prelevati dai tessuti quando hanno bisogno di energia.

Ha senso limitare gli zuccheri nell’ottica si seguire una dieta equilibrata ed evitare di guadagnare peso, ma questo che è ben diverso dall’affermare che gli alimenti zuccherati nutrono in modo specifico le cellule tumorali.

Sia la “dieta acida” sia “lo zucchero nutre il cancro” sono falsi miti che snaturano il senso dei consigli dietetici, anche se ciò non significa che seguire una sana alimentazione non abbia importanza quando si tratta di cancro.

Le indicazioni su ciò che è meglio mangiare, però, devono basarsi su dati nutrizionali e scientifici. Quando si tratta di dispensare raccomandazioni dietetiche per ridurre il rischio di cancro, i ricercatori mostrano che il solito vecchio consiglio di una sana alimentazione è ancora valido. Ok a frutta, verdura, fibre, carne bianca, e pesce, mentre è meglio limitare grassi, sale, zuccheri, carne rossa o lavorata e alcol. 

MITO 5. Il cancro è un fungo e il bicarbonato di sodio è la cura 

Questa teoria nasce dalla constatazione, a dire il vero non molto attenta, che il “cancro è sempre bianco”.

Una palese obiezione a questa idea, a parte il fatto che le cellule tumorali non hanno chiaramente un’origine fungina, è che il cancro non è sempre bianco. Alcuni tumori lo sono, ma altri no. Per verificarlo basta chiederlo a qualsiasi patologo o chirurgo oncologo oppure ricercare delle immagini su Google.

I sostenitori di questa teoria affermano che il cancro è causato dall’infezione del fungo candida e che i tumori sono, in realtà, il tentativo del corpo di proteggersi da questa infezione.

Non ci sono, però, prove che lo dimostrano.

Inoltre, molte persone perfettamente sane possono essere infettate dalla candida, un fungo che è parte della gamma di microbi che vive normalmente nel nostro corpo e sopra la nostra pelle. Di solito il sistema immunitario mantiene la candida sotto controllo, ma nelle persone che hanno tali difese compromesse, come chi è positivo per l’Hiv, le infezioni possono diventare più gravi e frequenti.

La semplice soluzione a tale problema, a quanto pare, sarebbe iniettare bicarbonato di sodio nel tumore. Ma questo non è nemmeno il trattamento usato per contrastare le infezioni fungine vere e proprie, figurarsi per il cancro. Al contrario, ci sono forti evidenze che alte dosi di bicarbonato di sodio possono portare a gravi conseguenze, anche fatali.

Alcuni studi ipotizzano che il bicarbonato di sodio possa avere effetti sui tumori trapiantati nei topi o sulle cellule coltivate in laboratorio poiché neutralizza l’acidità del microambiente attorno al tumore stesso. Alcuni ricercatori statunitensi stanno inoltre conducendo un piccolo studio clinico per verificare se capsule di bicarbonato di sodio possano aiutare a ridurre il dolore associato al cancro e per cercare la dose massima di questa sostanza che può essere tollerata. Non stanno, però, testando se abbia in realtà un vero effetto sui tumori.

Per quanto si conosce, non sono stati ancora pubblicati studi clinici sul bicarbonato di sodio come trattamento per il cancro.

Vale anche la pena sottolineare che non è ancora chiaro se è possibile somministrare nell’uomo dosi di bicarbonato di sodio che possono avere un qualche significativo effetto sul cancro, anche se alcuni ricercatori stanno studiando la questione.

Poiché il corpo resiste con forza ai tentativi di modificarne il pH, solitamente sbarazzandosi del bicarbonato attraverso i reni, c’è il rischio che quantità di questa sostanza, sufficientemente grandi da influenzare il grado di acidità attorno al tumore, possano causare una grave condizione chiamata alcalosi.

È stato stimato che una dose di circa 12 grammi di bicarbonato di sodio al giorno (in un adulto di 65 kg) sarebbe capace di contrastare l’acido prodotto da un tumore grande all’incirca solo un millimetro cubo. Ma dosi superiori a circa 30 grammi al giorno possono provocare gravi problemi di salute, fate voi i conti.

MITO 6. C’è una cura miracolosa per il cancro…

Dalla cannabis ai clisteri di caffè. Internet è piena di video e aneddoti personali su cure miracolose e “naturali” per il cancro.

Ma affermazioni straordinarie richiedono prove straordinarie e i video di YouTube e i post su Facebook non sono prove scientifiche attentamente revisionate. 

In molti casi è impossibile dire se i pazienti presenti in tali fonti aneddotiche sono stati “guariti” da un particolare trattamento alternativo oppure no. Non si conosce nulla sulla loro diagnosi medica, sullo stadio della malattia e sulla loro prognosi. E non si sa neppure se e quali altri trattamenti per il cancro hanno ricevuto in precedenza. 

Inoltre vengono divulgate solo le storie di successo, mentre nulla si sa sulle persone che hanno provato il trattamento “miracoloso”e non sono sopravvissute. Spesso chi proclama affermazioni sensazionali su cure prodigiose sceglie solo i casi migliori, senza presentare il quadro completo.

Questo evidenzia ancor di più l’importanza dei dati revisionati e pubblicati, di una ricerca di laboratorio scientificamente rigorosa e degli studi clinici. Lo svolgimento di adeguate e disciplinate sperimentazioni consente ai ricercatori di dimostrare che un potenziale trattamento per il cancro è sicuro ed efficace. Inoltre, la pubblicazione dei dati ottenuti permette ai medici di tutto il mondo di venirne a conoscenza e di usarli per il beneficio dei propri pazienti. 

Questo è lo standard cui tutti i trattamenti per il cancro dovrebbero attenersi.

Ciò non significa che il mondo naturale non sia una fonte di potenziali terapie. La storia dell’aspirina (corteccia del salice) e della penicillina (muffa) lo dimostra. Per citare un altro importante esempio, il farmaco per il cancro taxolo fu per la prima volta estratto dalla corteccia e dagli aghi di un albero: il tasso del Pacifico. 

Ma questo è ben lontano dal dire che si dovrebbe masticare corteccia per combattere il tumore. Si tratta di un trattamento efficace perché il principio attivo è stato purificato e testato in studi clinici. Questo ha permesso di capire che è una sostanza utile e sicura e a quali dosi può essere somministrata. 

Ovviamente chi ha un cancro desidera sconfiggere la malattia con ogni mezzo possibile. Ed è perfettamente comprensibile la tendenza a cercare, in ogni campo, potenziali cure. Ma il consiglio degli esperti è di diffidare di ciò che viene etichettato come “cura miracolosa”, specialmente se qualcuno sta cercando di venderlo.

Su Wikipedia esiste un’esauriente lista di trattamenti inefficaci contro il cancro, spesso propagandati come prodigiosi, che può valer la pena consultare. 

Si possono reperire, inoltre, serie informazioni riguardanti le evidenze scientifiche e le sperimentazioni cliniche sull’uso di cannabis e cannabinoidi contro il cancro. 

MITO 7….e Big Pharma la sta nascondendo

Di pari passo con l’idea che esiste una cornucopia di “cure miracolose”, c’è l’idea che i governi, l’industria farmaceutica e anche le associazioni di beneficenza si sono accordate per occultare la terapia per il cancro perché guadagnano molti soldi con i trattamenti esistenti.

Qualunque sia la particolare “cura” che viene propagandata la logica è sempre la stessa: è facilmente reperibile, economica e non può essere brevettata. Ecco perché la classe medica la nasconde, per continuare a riempirsi le tasche con farmaci più costosi e coperti da brevetto. Ma, in realtà, non c’è nessun complotto, a volte, semplicemente, la terapia non funziona. 

Non c’è dubbio che l’industria farmaceutica debba affrontare questioni sulla trasparenza e la sperimentazione clinica che hanno bisogno di essere risolte. Le varie associazioni incalzano gli enti regolatori e le compagnie farmaceutiche per fare in modo che i farmaci efficaci siano disponibili a un prezzo equo per il sistema sanitario nazionale. È comunque importante ricordare che lo sviluppo e la sperimentazione di nuovi farmaci richiedono molto denaro che le compagnie hanno bisogno di recuperare. 

Ma i problemi esistenti con la medicina tradizionale non dimostrano automaticamente che le “cure” alternative funzionano.

Non ha senso sostenere che le aziende farmaceutiche nascondano deliberatamente una potenziale cura per il cancro. Scoprire una terapia efficace, infatti, garantirebbe loro enormi vendite a livello mondiale. 

E anche la tesi secondo cui i trattamenti non possono essere brevettati non regge. Le aziende farmaceutiche non sono stupide, sono pronte a imboccare strade promettenti che possono portare a terapie efficaci. Ci sono molti modi per riconfezionare e brevettare molecole che, se risultassero efficaci, darebbero loro un ritorno economico sugli investimenti fatti per svilupparle e testarle in studi clinici (un costo che può essere anche di vari milioni). 

Occorre poi aggiungere che ricercatori finanziati dalle varie associazioni o dal governo compiono studi su trattamenti promettenti senza scopo di lucro. È anche difficile comprendere per quale ragione i medici, che spesso prescrivono farmaci generici fuori brevetto, non dovrebbero utilizzare terapie a basso costo se fosse stata dimostrata la loro efficacia negli studi clinici. 

Affermare che si stia nascondendo “la cura” per il cancro non è solo assurdo, ma è anche offensivo per la comunità di medici e scienziati che si dedicano allo studio di questa patologia, per il personale e i sostenitori delle associazioni di ricerca sul cancro e, soprattutto, per i malati e le loro famiglie.

MITO 8. I trattamenti contro il cancro uccidono più di quanto guariscano

Tanto per essere chiari, la cura per il cancro, sia essa chemioterapia, radioterapia o chirurgia, non è una passeggiata nel parco. Gli effetti collaterali possono essere molto pesanti. D’altra parte, le terapie che hanno lo scopo di uccidere le cellule tumorali, inevitabilmente, influenzano anche quelle sane. 

E qualche volta, purtroppo, la cura non funziona. È molto difficile trattare un tumore in fase avanzata che si è diffuso in tutto il corpo e se la terapia può dare sollievo dai sintomi e prolungare la vita, non è detto che riesca a guarire definitivamente il paziente.

La chirurgia è ancora il trattamento più efficace a disposizione per il cancro, a condizione che questo sia diagnosticato sufficientemente presto per consentire l’operazione. La radioterapia, inoltre, aiuta a curare più persone di quanto facciano i farmaci antitumorali. 

Tuttavia la chemioterapia e altri medicinali contro il cancro svolgono un ruolo molto importante nella cura delle neoplasie. In alcuni casi contribuiscono a guarire la malattia e in altri a prolungare la sopravvivenza. 

Le affermazioni presenti su internet secondo cui la chemioterapia è “efficace solo per il tre per cento dei casi” sono altamente fuorvianti e superate. Così come quelle in cui si sostiene che queste cure potrebbero addirittura "promuovere il cancro".

È importante evidenziare che, in un numero sempre più alto di casi, i farmaci sono efficaci. Ad esempio, oltre il 96 per cento degli uomini malati riesce oggi a guarire dal cancro ai testicoli, grazie anche a un farmaco chiamato cisplatino. Nel 1970 tale percentuale era inferiore al 70 per cento. Inoltre, sul finire degli anni sessanta solo un quarto dei bambini malati di tumore poteva essere curato, oggi il loro numero è triplicato e la maggior parte di loro ora è viva grazie anche alla chemioterapia.

La strada da percorrere per avere dei trattamenti efficaci per tutti i tipi di cancro nei bambini è, però, ancora lunga.  È quindi importante che i medici, i pazienti e le loro famiglie siano realistici nel valutare le migliori opzioni terapeutiche, specialmente quando il cancro è in fase molto avanzata. 

Potrebbe essere meglio scegliere una cura in grado di ridurre il dolore e i sintomi piuttosto che tentare di guarire la malattia (cure palliative). Trovare il giusto equilibrio tra la qualità e la quantità della vita sta diventando una questione sempre più preponderante quando si tratta di curare un tumore e, in questo, il ruolo del paziente è diventato centrale.

MITO 9. Non abbiamo fatto alcun progresso nella lotta contro il cancro 

Questo semplicemente non è vero. Grazie ai passi avanti compiuti dalla ricerca, negli ultimi 40 anni la sopravvivenza per cancro è mediamente raddoppiata. Inoltre, i tassi odierni di mortalità sono diminuiti del 10 per cento rispetto a quelli che si registravano un decennio fa. Oggi, la metà di tutti i pazienti sopravvive almeno dieci anni. 

Questi, però, sono dati che si riferiscono a persone trattate in passato. È probabile che i pazienti diagnosticati e curati oggi, anche grazie all’avvento dei nuovi farmaci “intelligenti”, abbiano una probabilità di sopravvivenza ancora più alta.

Ma c'è ancora molta strada da fare. Nella cura di alcuni tipi di cancro i progressi sono stati più lenti, come ad esempio quelli relativi al tumore del polmone, del cervello, del pancreas e ai tumori esofagei. E quando si perde una persona cara per colpa del cancro, è comprensibile pensare che la medicina non abbia fatto alcun passo in avanti.

MITO 10. Gli squali non si ammalano di cancro

Sì, invece si ammalano.

L'articolo è tratto da Cancer Research UK, una delle più importanti charities al mondo impegnate nella lotta al cancro. Lo scorso anno ha destinato l'equivalente di più di 500 milioni di euro alla ricerca contro il cancro.

www.healthdesk.it/medicina/cos_vi_truffano_i_venditori_di_speranza_ecco_le_dieci_bufale_sul_cancro/1415152800

Prevenzione. L'Ungheria ha scelto le maniere 'forti'

 In via Magdolna, nel cuore dell'8o arrondissment di Budapest, l'unita' antiterrorismo TEK ha condotto, dallo scorso mese di ottobre, una operazione “muscolosa”, arrestando una decina di spacciatori, Durante il regime comunista, questo quartiere operaio era stato lasciato all'abbandono, punito per essere stato uno dei focolai dell'insurrezione del 1956. Dopo venti anni, delle famiglie povere si sono installate nelle case piu' antiche.
Cosi' come i drogati, anche gli indigenti contribuiscono all'immagine che il Sindaco di questo 8o arrondissement. Maté Kocsis, cerca di dare di questo quartiere ben impiantato nella capitale. Alcuni lavori sono in corso in alcuni immobili decadenti che la municipalita' guidata dal Fidenz (destra nazionalista) sta facendo fare grazie a fondi dell'Unione Europea.
Dal 2010 il Sindaco ha dichiarato guerra ai clochard, ormai passibili di prigione se dormono in luoghi pubblici. A 33 anni, Kocsis e' un uomo influente. E' presidente della commissione parlamentare su difesa e sicurezza, ed e' il portavoce del Fidesz.
“Peste del XXI secolo”
La sua ultima proposta di legge ha creato polemica ed attirato l'attenzione ben oltre le frontiere dell'Ungheria: obbligare di fatto i giovani da 12 a 18 anni ad un test annuale per rilevare l'eventuale consumo di droga. Il Fidesz, che controlla i due terzi del Parlamento, sostiene questo controverso testo.
“Chi si oppone ai test sulla droga difende le droghe”, ha detto il capo del gruppo parlamentare Fidesz, Antal Rogan. Kocsis vorrebbe anche estendere i test alle personalita' politiche ed ai giornalisti, un'idea che la maggior parte dei giuristi reputa inapplicabile. Ma un sondaggio, pubblicato a meta' dicembre, indica che il 57% degli ungheresi e' favorevole ai test, e che circa i due terzi ritiene ancora troppo lassista la legislazione sugli stupefacenti che la destra aveva indurito nel 2012, soprattutto tagliando i fondi per la prevenzione.
Dopo la rielezione del suo partito alle legislative dello scorso aprile, Maté Kocsis ha attaccato l'ONG Blue Point, specializzata nell'accoglienza dei drogati e che nel suo arrondissemnt ha fatto degli incontri tra tossicodipendenti perche' chi volesse potesse scambiare siringhe usate con siringhe nuove. Circa 1.500 tossicodipendenti frequentavano i locali di Blue Point, fino a quando, a meta' agosto, li hanno fatti chiudere. “Il nostro affitto e' stato aumentato dal Comune in modo enorme”, dice Roland Gyekiss, animatore del centro. E Kocsis ci ha accusato di attirare tossicodipendenti da altri quartieri, in violazione dei nostri permessi. E sosteneva che le strade erano piene di siringhe, che e' falso”.
Questo approccio repressivo sulla tossicodipendenza si e' diffuso da quando la poverta' sta rodendo le zone agricole, dove il consumo di droghe si sta molto espandendo. “Io la chiamo la peste del XII secolo, dice Gyula Horvart, capo della comunita' rom di Domony, 2.000 abitanti a 40 Km dalla capitale. Questo uomo solido, incontrato in un cantiere di Budapest dove guadagna 4.500 fiorini (14,50 euro) per dieci ore di lavoro, manifesta il suo disappunto dopo che ha visto gli adolescenti del suo quartiere consumare ogni tipo di stupefacente. “La miseria si diffonde talmente presso i Rom -dice- che non ha mai visto un tale nulla, una tale disperazione. La droga sta creando degli zombie”.
Nelle campagne
Un numero crescente di Rom consuma droghe con effetti devastanti: la “musica” che danno a chi se le inietta, con potenti effetti allucinogeni visivi a auditivi. Il loro potere di dipendenza e' tale che chi le usa ha bisogno di dieci o quindici buchi al giorno. Non si sa quanta gente ne faccia uso”. “Non abbiamo nessuna possibilita' di condurre uno studio serio per mancanza di mezzi finanziari. Il budget attuale e' il 10% di quello di cui disponevamo”, dice Akos Topolanszky, che dal 1999 al 2003 e' stato Segretario di Stato, vice-coordinatore per la prevenzione antidroga. La sola certezza, per questo esperto, e' che c'e' un aumento drammatico del numero di tossicodipendenti in Ungheria, e che il fenomeno e' gravissimo nelle campagne, dove non esiste nessun servizio specializzato. Dopo aver visitato in autunno delle regioni diseredate, e' rimasto colpito dall'enorme numero di droghe consumate per via endovenosa: “questo avra' delle dure conseguenze sulla salute pubblica”.
Il partito ecologista LMP (Lehet Mas a Politika, “un'altra politica e' possibile”), ha calcolato che i test annuali “volontari” voluti dalla maggioranza di destra, costeranno 13,6 milioni di euro, quanto il budget pubblico prevede per aiutare gli indigenti in tutta l'Ungheria. Il ministro delle Capacita' Umane (che comprende sanita', educazione e cultura), precisa al quotidiano Le Monde che nel 2013, “29 organizzazione che erano impegnate per lo scambio di siringhe operavano in 20 citta' ungheresi”, e che “spera vivamente” che una ventina di programmi di prevenzione possano presto prendere il via nelle scuole.

(articolo di Joelle Stolz, pubblicato sul quotidiano Le Monde del 28/12/2014)

Test fai da te per scoprire se fa uso di sostanze

PISTOIA. Sempre più genitori si rivolgono alle farmacie per sapere come riconoscere l’eventuale presenza di abusi di droghe da parte dei loro figli. Da questa emergenza nasce “At home drug test”, il test fai da te che consente di verificare l’uso di stupefacenti, prodotto e promosso da Farcom spa (la partecipata che riunisce 7farmacie comunali della provincia pistoiese) in collaborazione con i comuni di Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano.

 Il test, che avrà un costo di 22euro, verrà distribuito in via eccezionale gratuitamente durante la tre giorni contro droga e abuso di alcol, che si terrà il 6-7 e 8 dicembre presso la farmacia comunale di viale Adua a Pistoia. At home drug test è un prodotto che verifica la presenza di droghe (cocaina, anfetamina, cannabis, eroina e estasy) tramite una veloce analisi delle urine. “Ci sono cinque finestrelle, corrispondenti ad ognuna delle sostanze stupefacenti elencate – spiega la dottoressa Aladina Moncini, durante la presentazione che si è tenuta ieri mattina presso la farmacia comunale di viale Adua – basta immergere la striscia reattiva nelle urine, e il test in pochi minuti rileverà l’eventuale presenza o assenza di droghe”.

Il prodotto, che ha un’attendibilità del 100%, è pensato soprattutto per le famiglie: “spesso i genitori portano in farmacia pasticche o sostanze trovate in casa, per sapere cosa sono - spiega Simona Laing, amministratore unico di Farcom spa – sono richieste che aumentano sempre di più. Dai dati di Ars Toscana sul consumo di alcol e droga tra gli adolescenti, emerge che 1 ragazzo su 3 ha consumato almeno una volta una sostanza stupefacente, e circa 1 su 5 ha consumato almeno una sostanza illegale negli ultimi 30 giorni – continua Laing - per questo abbiamo deciso di andare incontro alle famiglie”. Alla presentazione hanno partecipato anche due testimonial d’eccezione: Giacomo Galanda mitica ala-pivot e vicecampione olimpico di basket con la nazionale italiana e Daniele Magro centrale della Giorgio Tesi Group Pistoia e giocatore della nazionale.

iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2014/12/03/news/test-fai-da-te-per-scoprire-se-i-figli-fanno-uso-di-droghe-1.10427545

Consumi sicuri, una Carta delle città

Stefano Vecchio, coordinamento Itardd, scrive sulla Carta delle Città dai Consumi Sicuri per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 26 novembre 2014.

Il 14 e 15 novembre, Napoli ha ospitato per la seconda volta il seminario della Rete Italiana di Riduzione del Danno, Itardd, dal titolo “Il triangolo del signor Zinberg. Riduzione del danno e contesti urbani”. Il seminario si è ispirato allo studioso di Harvard Norman Zinberg e al suo modello di spiegazione dei consumi di droga fondato sulla triade drug, set and setting (sostanza-individuo-contesto): che indica in modo efficace ed immediato quanto sia riduttiva e fuorviante la concezione farmacocentrica, solo incentrata sulle caratteristiche additive delle sostanze. Al centro del seminario, è stata posto il “setting”: con specifico riferimento ai consumi di sostanze psicoattive nei molteplici contesti del divertimento e alle città intese sia come scenari dei consumi che come istituzioni locali da interrogare per un cambio di rotta politico. Sono stati analizzati a fondo i continui cambiamenti nel mondo dei consumi di sostanze, legali e illegali, individuando le specificità ma anche i tratti comuni dei diversi ambienti: dalle piazze, alle discoteche, ai club, ai grandi eventi legali (festival, concerti etc.) e auto organizzati (freeparty, teknival etc…), fino alla cosiddetta movida urbana.

La discussione in plenaria e nei gruppi di lavoro ha documentato la qualità e l’efficacia delle numerose esperienze italiane di riduzione del danno: trovando tutti concordi sull’importanza della messa in sicurezza dei diversi contesti, risultato delle sinergie tra gli organizzatori, i gestori, le organizzazioni dei consumatori, gli operatori (pubblici e del terzo settore), i servizi socio-sanitari, le iniziative concordate con gli enti locali.

E’ stato poi affrontato il tema delle città. Le esperienze nelle città italiane si sono confrontate con quella francese, presentata da Thierry Charlois, consulente "per la vita della notte" della città di Parigi.

Il ruolo che si richiede alle città, come contesto dei contesti, in una prospettiva radicalmente alternativa a quella incentrata sull’ordine pubblico, è di promuovere, in una logica di sistema, una strategia di “messa in sicurezza” dell’insieme dei contesti cittadini dei consumi di sostanze psicoattive, da quelli più marginali a quelli del divertimento giovanile: ripensando i modelli attuali dei servizi e prevedendo sperimentazioni innovative, quali le “stanze del consumo”, l’analisi chimica delle sostanze, ambienti per il consumo sicuro della cannabis (cannabis social club, coffee shop).

La sfida che la Riduzione del Danno, dal seminario di Napoli, lancia alla “polis” è quella di un nuovo protagonismo delle città italiane per un cambio di rotta nelle politiche rivolte ai consumatori di droghe, favorendo il governo e la regolazione sociale dei fenomeni, piuttosto che puntando sulla repressione: città disponibili a occuparsi dei conflitti, interessate a evitare che si trasformino in “guerre”, pronte a promuovere azioni di mediazione tra i diversi attori coinvolti.

Una città sicura è anche una città ospitale, che garantisce i diritti di cittadinanza di tutti, che attiva politiche per superare i processi di stigmatizzazione culturale che colpiscono i consumatori e non solo, che promuove processi di partecipazione dei cittadini alle scelte politiche.

Itardd lancia una sfida alle città italiane per un cambio radicale di rotta politica. Costruiamo e realizziamo insieme una “Carta delle Città dai Consumi Sicuri”.

Relazioni e sintesi finali sono reperibili sul sito www.itardd.net.

Anoressia, un misterioso modo per sparire

 

Anoressia, un misterioso modo per sparire

Premessa. Scrivo al femminile perché la storia ha finora visto principalmente delle anoressiche femmine. Ma le cose stanno cambiando ed i maschi sono sempre di più. Quindi un’avvertenza: si legga il femminile di questi articoli contemporaneamente al maschile ed al femminile.

L'anoressia e' un crocevia di tensioni e di contraddizioni. Ed è densa di mistero. Sembra una sfida in cui la persona vince, anzi domina. Domina il corpo, le sue pulsioni, i bisogni più comuni e profondi. Sentire, e soffrire, duramente la fame offre il destro per sentirsi più potenti. Dominare la fame da' la vertigine del supremo potere, nulla può essermi imposto se neppure la fame più dolorosa mi piega. Ci si sente esaltati da questa lotta: più la fame cresce e morde e più ci si sente forti. Chi le incontra spesso ne è spaventato: le vere anoressie formano corpi emaciati, macerati dal digiuno che camminano spediti ed energici a dispetto dell'apparenza.

Tante volte si sente apostrofare qualche persona che per rabbia o disperazione rinuncia a mangiare e dimagrisce vistosamente con un “sei proprio una anoressica”. Ma non è sempre vero che i magri o chi digiuna sia anoressico. Ci vogliono vari criteri per essere anoressici, non basta la magrezza.

A proposito, hai notato che scrivo al maschile e non al femminile? A dispetto della tradizione che vedeva le femmine prevalere largamente sui maschi ormai sono parecchi i soggetti di sesso maschile che sviluppano l’anoressia. Recentissime ricerche dimostrano che in certe aree degli Stati Uniti maschi e femmine si equivalgono per numero e che anzi i maschi hanno sintomi ancora più gravi. E’ facile prevedere che il medesimo trend epidemiologico si realizzi presto anche da noi. In una ricerca fatta quando ero in Ausl con il valente ricercatore sociale Agostino Giovannini, scoprimmo che anche in Italia gruppi di persone con volontà di diventare anoressiche si galvanizzavano a vicenda tramite i social network. Una rete di chat e forum aderenti alla filosofia dei pro-Ana, una specie di religione che esalta l’anoressia e spinge a seguire una serie di criteri per esaltarla e spingerla alle estreme conseguenze. Per alcuni è uno spiegare agli altri l'arte del digiuno. L’esaltazione dell’Io di chi si riconosce in questi obiettivi è davvero grande. Il distacco dalle condizioni di realtà ne consegue. Sul tema c’è un fiorire in tutto il mondo di persone che forti della loro esperienza, raccontano come diventarono anoressiche e come poterono uscirne. Io consiglio alle mie pazienti ormai recuperate di rendere la loro esperienza fruibile agli altri in una forma di restituzione che serve a prevenire in altri la sofferenza che loro vissero. Raccontarsi non è però facile, si potrebbe non essere capiti. Ci sono però alcuni che lo fanno, anche con ostentazione; specie di eroi che sono potuti rientrare da un’avventura che poteva portarli al decesso. Infatti l’anoressia, quella vera, è anche un gioco con la morte, una sfida.

Chi non l’ha sperimentata non può riuscire affatto a capire, dicono alcuni di costoro. I più possono solo leggere, ascoltare e rimanere infreddoliti da tanto rischio. Alcuni raccontano, si raccontano, come fenomeni da festa degli zombie. D’altronde, va riconosciuto, rifiutare il cibo a scapito delle funzioni corporee non è una dipendenza facile da strutturare. E in tutte le dipendenze trovi persone che ti sbattono in faccia: cosa vuoi capire tu che non l’hai avuta? Vogliono sentirsi speciali. Gina Bellafante ha messo bene in chiaro tutto ciò in un suo articolo per il New York Times: "L'anoressia è una malattia piena di contraddizioni: esige disciplina e indulgenza .... L'anoressica scompare per essere vista, lavora per l'auto- miglioramento, per la perfezione, mentre si auto- annienta". L'anoressia è una condizione di "allucinazione intellettualizzata".

Questa definizione sintetica è la migliore di quelle che ho letto, e punta al modo conflittuale in cui si parla della malattia: la nostra intenzione è critica, ma il linguaggio è (purtroppo) celebrativo. L’anoressia affascina per il suo invilato ideale di magrezza. Trovo stimolante le riflessioni che avanza Kelsey Osgood nel suo libro “How to Disappear Completely: On Modern Anorexia”: vi analizza questi paradossi, commentando criticamente gli scritti delle anoressiche sulle anoressiche. Il suo progetto è apertamente un volere andare contro corrente, per esporre l'ipocrisia delle memorie pseudo - redentrici scritte da coloro che si considerano recuperati e dopo avere stupito per la magrezza adesso vogliono stupire coi loro racconti. La Osgood crede che il merito di questi autori, che sono spesso chiamati rigorosi ed onesti oltre che coraggiosi ed altruisti, sia in realtà ingenuità, forse anche voluta: in realtà, i loro libri spesso non fanno altro che insegnare ai lettori a seguire una dieta e a pensare all'anoressia come a una malattia densa di aspirazioni. E' una bella critica soprattutto perché viene da qualcuno che ha passato più di un decennio dentro e fuori dagli ospedali sempre sull'orlo della morte, una che dovrebbe essere presa sul serio. Infatti Osgood contrasse la malattia da adolescente copiando le abitudini di altre anoressiche, utilizzando proprio quei libri che pretendevano di essere mirati verso il recupero, quelli scritti da ex anoressiche. Lei li prese alla lettera, didattica come fossero manuali per fare la dieta. Ricorda il pensiero dell’anoressia non come una grave malattia, ma come il più logico progresso per il completo auto-controllo. Ecco il contributo fondamentale di Osgood: bisogna vedere il difetto di questa logica perché non può essere che per migliorarsi ci si rovini.

DI UMBERTO NIZZOLI www.progettouomo.net/index.php

Nuove sostanze, un approccio razionale

sostanze-piscoattive.jpg Nuove Sostanze Psicoattive: comunemente conosciute come Nps (New Psychoactive Substances) sono la nuova “emergenza droga”. Tanto che, alla vigilia delle elezioni di primavera, il Parlamento Europeo ha approvato una proposta per una più rapida risposta all’incombente minaccia. Prima di entrare nel merito della decisione, è opportuno discutere la definizione stessa. Il termine Nps comprende sostanze dalle caratteristiche chimiche e dagli effetti assolutamente diversi (dagli stimolanti anfetaminici, alla ketamina dagli effetti sedativi, ai cannabinoidi sintetici). Se è vero che il mercato sforna in continuazione prodotti sintetici inediti, una sostanza come la ketamina, anestetico ampiamente usato sia in veterinaria che sull’uomo, non è davvero un prodotto “nuovo”. In più, la diffusione delle varie sostanze racchiuse sotto la denominazione di Nps è assolutamente ineguale: se nell’ultimo anno ben 82 nuove sostanze si sono affacciate al mercato, relativamente poche sono entrate nelle abitudini dei consumatori. A ben guardare, solo alcune hanno un certo impatto: la ketamina, il mefedrone (uno stimolante sintetico della famiglia delle anfetamine) e i cannabinoidi sintetici. Con notevoli differenze fra paese e paese: ad esempio, in Romania gli stimolanti hanno preso il posto dell’eroina come la droga più comunemente assunta per via iniettiva, mentre in Ungheria la cannabis sintetica è la seconda sostanza più usata.

L’unico fattore che accomuna le Nps è il fatto di essere “nuove” alla proibizione, non essendo ovviamente contenute nelle tabelle delle droghe illegali al momento della loro comparsa sul mercato.

Dunque il termine Nps tradisce l’ottica da cui si guarda al problema: rispetto alla presenza/ assenza di controllo legale, nella forma estrema rappresentata dalla proibizione. Col rischio di affrontare il problema del controllo prima ancora di una riflessione seria sul fenomeno. Per non dire che ancora una volta l’attenzione si concentra unicamente sulle (caratteristiche chimiche delle) sostanze, dimenticando l’importanza dei modelli di consumo, dei rituali e delle culture dell’uso nel determinare i rischi cui possono andare incontro i consumatori.

Proviamo invece a ragionare sulla fortuna delle droghe sintetiche, sul perché della continua innovazione dei prodotti psicoattivi che vengono immessi sul mercato. In parte, la differenziazione è un effetto del mercato stesso, così come accade per molte altre merci; in parte, è effetto della proibizione stessa, che stimola a ricercare sempre nuove formule chimiche per aggirare il divieto. Fanno parte delle misure repressive da evitare i temuti e sempre più diffusi test antidroga: da qui la fortuna dei cannabinoidi sintetici, che poi si sono conquistati una nicchia nel menu dei consumatori per i loro effetti assai diversi dai cannabinoidi naturali. Altra conseguenza dell’illegalità del mercato è la produzione di preparati sempre più potenti e sempre più concentrati, con maggior danno per la salute.

La proposta Ue si muove su due coordinate: l’accorciamento dei tempi per valutare la pericolosità di una sostanza e inserirla se del caso nelle tabelle delle droghe proibite, da un lato; dall’altro, una maggiore gradualità nel controllo, che dovrà essere proporzionato al rischio: con la possibilità di optare per forme diverse di regolazione del mercato, mentre il divieto assoluto con le relative previsioni penali sarebbe riservato alle sostanze più pericolose. E’ un approccio più razionale dell’opzione unica della proibizione attualmente in vigore per le sostanze naturali. C’è da augurarsi che ciò inneschi un ripensamento globale del governo delle sostanze psicoattive, con maggiore attenzione alla salute pubblica.

Salvina Rissa per la prima parte dell'inchiesta sulle Nps per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto dell'11 dicembre 2014.

Epatite C, per il superfarmaco un miliardo e mezzo dalla Legge di stabilità

Via libera anche in Italia al sofosbuvir, emendamento dal ministero per assicurare cure gratuite nei casi più gravi. In farmacia un ciclo terapeutico completo costerà 74.286 euro di MICHELE BOCCI, La Repubblica

 
ROMA - Un miliardo e mezzo di euro in due anni per curare le persone malate di epatite C con i nuovi superfarmaci della generazione Sofosbuvir. Quelle nelle condizioni di salute più gravi. Il ministero della Salute ha proposto un emendamento nella legge di Stabilità per mettere a disposizione dei cittadini il medicinale gratuitamente. I soldi utilizzati sono quelli che verrebbero risparmiati grazie alla eliminazione della malattia, che ovviamente ha i suoi costi. Il sofosbuvir (nome commerciale Sovaldi), infatti, è un principio attivo nuovo e rivoluzionario, in grado in una altissima percentuale di casi di cancellare l'epatite C, come hanno mostrato le sperimentazioni.

Per questo l'azienda che lo produce, la Gilead Siences, fa prezzi molto alti; così alti che, dato il milione e mezzo di malati stimati in Italia (dei quali almeno 3-400 mila avrebbero bisogno del medicinale), l'assistenza globale a carico dello stato avrebbe un effetto dirompente per le finanze pubbliche.

L'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, nei mesi scorsi ha così iniziato a trattare con il produttore e la conclusione del suo lavoro è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5 dicembre con il via libera all'ingresso ufficiale del farmaco nel sistema sanitario italiano. Nella determina, però, l'Agenzia mantiene la riservatezza sul prezzo finale del medicinale. O meglio, si scrive che la terapia di 12 settimane costa al sistema sanitario nazionale 45 mila euro, praticamente il prezzo di partenza, ma si prevede anche uno "sconto obbligatorio alle Strutture pubbliche come da condizioni negoziali".

Evidentemente nell'accordo con il produttore si è deciso di non rendere noto il prezzo finale, forse per non far conoscere agli altri Paesi quanto spende l'Italia. Le indiscrezioni comunque parlano di un costo per il sistema sanitario tra i 35mila e i 40mila euro, a seconda del volume dei pazienti. Per questo con il miliardo e mezzo che potrebbe essere stanziato nella Legge di Stabilità si potrebbero curare circa 22mila persone l'anno per due anni. E solo, dunque, i casi più gravi, quelli a un passo dal trapianto o dal decesso. Le Regioni probabilmente dovranno finanziare ulteriori acquisti di altri farmaci, e più in generale andrà sviluppato un piano pluriennale di intervento, dividendo i pazienti per gravità.

Nella Gazzetta Ufficiale viene previsto anche il prezzo di vendita al pubblico, cioè per chi non vuole aspettare di essere chiamato dalla Asl nei prossimi mesi o anni, ma vuole curarsi subito. Bisogna essere ricchi per permettersi in questo modo il sofosbuvir: un ciclo terapeutico completo, della durata di 12 settimane, costa 74.286 euro.

Intanto dall'Aifa hanno spiegato di aver raccolto la disponibilità di Gilead a garantire la fornitura gratuita del farmaco per l'intera durata di trattamento dei pazienti per i quali le richieste e i via libera dei Comitati etici siano state rilasciate in tempi utili, cioè prima dell'ingresso del farmaco nella lista dei rimborsabili di fascia A formalizzata dalla Gazzetta Ufficiale. Si tratta del cosiddetto utilizzo compassionevole, che si può fare prima che un medicinale sia approvato.

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