Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.

Domande agli Operatori

Cerca nell'archivio di 33296 risposte, o fai una nuova domanda, anche in forma anonima.

Scrivi una domanda e clicca su Invia (max. 250 caratteri).
  • Un nostro Operatore autorizzato (vedi chi siamo) risponderà presto alla tua domanda.
  • Il tempo di risposta potrebbe variare a seconda della difficoltà del quesito.
  • La domanda sarà nascosta a tutti finché non verrà pubblicata assieme alla risposta.
  • Una volta pubblicata, la risposta sarà leggibile a tutti nell'archivio. Se preferisci una risposta privata, usa il modulo di contatto.
Facoltativo: inserisci il tuo indirizzo email se vuoi ricevere un avviso quando verrà pubblicata la risposta.
Type the characters you see in this picture. (verifica con audio)
Inserisci il testo che vedi nell'immagine qui sopra. Se non riesci a leggerli, invia il modulo e una nuova immagine sarà generata. È indifferente a maiuscole e minuscole.
Annulla
Cliccando su Invia autorizzi il trattamento dei tuoi dati personali solo ed esclusivamente per rendere possibile questo servizio, secondo la policy del sito. Tali dati sono strettamente confidenziali e non saranno divulgati in alcun modo.

Novità altro

Diagnosticata per la prima volta la dipendenza da Google Glass

Il paziente è un 31enne della marina militare americana con precedenti disturbi dell'umore. Dopo aver smesso di indossare il dispositivo per 18 al giorno per molto tempo, ha presentato i primi sintomi

 MENTRE IL DOTTORE gli parlava per capire come aiutarlo, lui si toccava continuamente la tempia con la mano destra come ad attivare le funzioni degli occhiali di Google. È così che il suo medico ha potuto diagnosticare la sua dipendenza da Google Glass. Il protagonista della storia è un 31enne americano in servizio nella marina militare. L'uomo, che in passato aveva presentato disturbi dell'umore, si trovava dal medico per curarsi da un'altra dipendenza: quella da alcol. Ma lo specialista si è accorto che nel giovane militare c'erano segni di un altro disagio: dopo l'uso intensivo del dispositivo, 18 ore al giorno, infatti, aveva iniziato a presentare dei disturbi.

Il suo caso ora è esaminato in uno studio condotto dal ricercatore Kathryn Yung e da un gruppo di colleghi. Ed è stato pubblicato su Addictive Behaviors: racconta l'esperienza di un uomo "con precedenti di disturbi dell'umore". Un quadro clinico un po' complesso, quindi, non solo imputabile all'uso intensivo del dispositivo indossabile. Quando l'uomo si è presentato nel centro che lo aveva in cura per i problemi già manifestati, i dottori hanno notato atteggiamenti un po' anomali: nel parlare si toccava spesso la tempia con la mano destra riproducendo lo stesso movimento che serve ad attivare alcune funzioni dei Glass. L'uomo è poi entrato in cura per 35 giorni e il dispositivo gli è stato vietato. "L'astinenza è stata peggiore di quando ho smesso con l'alcool", ha spiegato il 31enne che ha raccontato anche di aver visto i suoi sogni come filtrati dalla piccola lente a destra del dispositivo. L'uomo ha visto diminuire la sua irritabilità e migliorare la memoria. Fatta la premessa che i disturbi possono essere la somma del complesso dei problemi presentati dal paziente, secondo i ricercatori "questo può essere considerato il primo caso di dipendenza da Internet legato all'uso dei Google Glass".

Repubblica www.repubblica.it/tecnologia/2014/10/15/news/diagnosticata_per_la_prima_volta_la_dipendenza_da_google_glass-98186532/

Prevenzione e cura Gap, il modello italiano fa scuola

 l decimo Congresso europeo su Gambling Studies and Policy Issues: What’s next? Who’s next? New directions in Gaming and Gambling tenutosi a Helsinki in Finlandia dal 9 al 12 settembre 2014, ha rappresentato un’importante occasione di scambio e di confronto tra concessionari delle attività di gioco e operatori che si occupano di gioco patologico non solo in Europa, ma anche in Canada, Usa, Australia e Asia.

Ne sono emerse alcune tematiche di particolare attualità come l’importanza di differenziare il gioco sociale che non incide negativamente sul benessere dei giocatori che oggi si avvicinano alle molteplici occasioni di gioco con denaro, e l’importanza di evidenziare i segnali che indichino il rischio di cadere in forme di gioco compulsivo in persone più fragili e predisposte. Molte relazioni hanno riguardato, in particolare, il rischio che corrono oggi gli adolescenti esposti massicciamente alla seduzione di una cultura consumistica e all’uso generalizzato di sistemi informatico-telefonici di acccesso a possibilitò di gioco.

Di fronte a una leggera flessione di alcuni giochi più tradizionali, si assiste infatti ad una costante crescita dei giochi online la cui accessibilità è praticamente ubiquitaria e senza reali possibilità di contenimento. A tale proposito si è molto discusso, anche grazie ad un autorevole intervento della italiana Valérie Peano della agenzia Egla, dell’importanza di sviluppare una legislazione europea che, seppure non può avere ancora carattere cogente sugli stati membri, possa comunque fornire una cornice normativa di riferimento alla quale le legislazioni nazionali possano ispirarsi in una sostanziale omogeneità di indirizzi. 

DONNE IN GIOCO - È stato anche sviluppato il tema della diffusione del gioco tra le donne anche grazie a ricerche scientifiche condotte congiuntamente in Italia ed altri paesi europei con il coordinamento di Fulvia Prever di Milano.

Fabio Lucchini, di Federserd, ha inoltre presentato interessanti dati statistici a seguito dell’esperienza condotta attraverso il servizio di consulenza online www.giocaresponsabile.it.

ITALIA IN POLE NELLA PREVENZIONE - Un versante nel quale l’Italia si presenta come portatrice di esperienze avanzate è anche quella dei trattamenti residenziali previsti per giocatori. Su tale argomento, sono stati riportati i risultati emersi da una ricerca sugli outcomes dei primi cinque anni di sperimentazione del trattamento in ambito residenziale del Programma Orthos per giocatori d’azzardo patologico.

Il nostro Paese si distingue per la ricchezza di trattamenti ambulatoriali e residenziali mirati al superamento delle condizioni di tossicodipendenza. Tale condizione patologica è collegata nella stragrande maggioranza dei casi alla dipendenza da eroina e, in minor misura da cocaina e alcool. Mancano allo stato attuale risorse di trattamento per altre patologie che, pur avendo all’origine una struttura di personalità predisposta alla dipendenza (addiction prone personality), si diversificano in una gamma di diverse espressioni fenomeniche che vanno dal gioco d’azzardo patologico, alla sex addiction, all’abuso di Internet, all’abuso di ecstasy, cocaina ed altri stimolanti.

Per tali condizioni morbose, risultano talvolta insufficienti sia gli interventi medico-psicologici in ambito ambulatoriale offerti dai Ser.T., per la scarsa incisività in situazioni di comportamento compulsivo grave ed inveterato, sia di tipo comunitario a causa dei lunghi periodi generalmente previsti per i programmi di recupero.

La tipologia dei ‘nuovi dipendenti’ si esprime inoltre in una gamma estremamente diversificata a livello sociale, culturale, di età e di censo rendendo difficile un inserimento in contesti terapeutici predisposti per popolazioni target assai più omogenee e quindi meno adatte ad immissioni da parte di soggetti con storie personali e problematiche socio-adattive diverse e fortemente diversificate.

Ne deriva un forte disagio nella possibilità di offrire utili e realistici sbocchi terapeutici in situazioni che, seppure non ricalcano la devastante drammaticità di quadri di eroinomania primaria, comportano comunque forti elementi di sofferenza psico-adattiva ai singoli, alle famiglie ed alla collettività.

Si rende pertanto urgente sviluppare nuove forme di intervento che si confrontino con la recente evoluzione dei quadri patologico collegati alle nuove forme di dipendenza e che abbiano, a mio parere, le seguenti caratteristiche:

- Essere di durata più breve e comunque tale da rendersi compatibile con la permanenza di un inserimento nel tessuto sociale, lavorativo e familiare del soggetto;

- Avere una alta specificità di intervento sulla patologia specifica;

- Dotarsi di programmi a prevalente orientamento psicoterapico, più che medico, e articolati in modelli intensivi e fortemente strutturati al fine di poter incidere in profondità, pur in un arco di tempo limitato, sul comportamento disadattivo e sui nuclei problematici della personalità del soggetto;

- Prevedere una fase diagnostica accurata di intake in collegamento con i servizi sul territorio;

- Prevedere una fase di accompagnamento e consolidamento del lavoro psicoterapeutico collegato alla fase residenziale che sia sufficientemente strutturata e tale da non vanificare i risultati ottenuti.

LA SPERIMENTAZIONE - Su tali linee progettuali è stata avviata una sperimentazione a partire dalla 2007 su proposta della Associazione Orthos e finanziata dalla Regione Toscana. Per la sua “messa a norma” si rende tuttavia indispensabile l’inclusione della ludopatia tra i Lea (livelli essenziali di assistenza) senza la quale non sono previsti finanziamenti mirati ad affrontare questa patologia specifica.

Il programma Orthos, avviatosi sulla base di un progetto sperimentale da me proposto, è stato finanziato dalla Regione Toscana a partire dal 2007.

Il Programma consiste in 21 giorni di intervento intensivo di psicoterapia a orientamento umanistico-esistenziale integrativo (con elementi di carattere psicodinamico, relazionale e cognitivo) e counseling professionale in ambito residenziale centrato su 12 aree di criticità identificate come maggiormente presenti in questo tipo di patologia.

La scelta per una sede residenziale sita in un contesto a forte caratterizzazione naturalistica e lontana da centri abitati risponde ad una serie di motivazioni tra cui:

• Importanza di interrompere anche a livello concreto, oltre che simbolico, un ripetersi di comportamenti coattivi ed autolesivi

• Possibilità di affrontare quell’horror vacui a cui tanti comportamenti assuntivi si riconducono. Stare con il “vuoto” può rappresentare quel punto di svolta da una continua “fuga dalla propria ombra” verso una ritrovata familiarità con se stessi, le proprie paure, i propri mostri persecutori che tali non sono più se solo siamo aiutati ad affrontarli e a conoscerli con l’aiuto di un terapeuta formato e di compagni di viaggio con cui condividere l’esperienza di un nuovo incontro con se stessi.

La comunità residenziale Orthos è ospitata in una casa colonica della campagna senese sita nel comune di Monteroni d’Arbia.  La sua particolare ubicazione consente un piacevole soggiorno ai pazienti in un ambiente tranquillo e confortevole.  La struttura dispone di stanze da letto, spazi comuni, biblioteca specializzata e ambienti per lo studio, ambiente per le attività terapeutiche, atelier per le attività di espressione artistica e corporea, spazi per attività occupazionale e pc.

Gli obiettivi terapeutici si identificano nei seguenti punti:

• Esplorazione della storia personale e identificazione di eventuali disturbi della personalità che hanno messo in atto e successivamente perpetuato l’incapacità di regolare i propri impulsi e di realizzazione di un soddisfacente progetto di vita

• Riappropriazione delle componenti emozionali, cognitive, relazionali e comportamentali disfunzionali assumendone la personale responsabilità come individui adulti evitando la attribuzione a situazioni esterne, il mondo, gli altri

• Rivisitazione della storia affettiva e analisi dei possibili meccanismi di compensazione – attraverso i gioco compulsivo ed altri comportamenti di dipendenza o a rischio - della possibilità di strutturare soddisfacenti rapporti di intimità e di relazione costruttiva

• Messa a punto della situazione economico-lavorativa con programma di rientro di eventuali situazioni debitorie e di reinvestimento su possibili prospettive di lavoro

Sono candidati a tale forma intensiva di intervento soggetti di ambo i sessi e di maggiore età che risultano sostanzialmente inseriti nel tessuto socio-economico e che ancora dispongano minimamente di una rete di legami familiari. Si richiede inoltre una struttura di personalità non fortemente compromessa da elementi caratterologici disturbati ed una forma di dipendenza non gravemente invalidante.

Sono stati realizzati sino ad ora 24 moduli residenziali di tre settimane ciascuno per un totale di 260  utenti. Al programma residenziale sono seguiti incontri mensili in aggiunta all’intervento terapeutico condotto presso i SerD di competenza a livelli individuale, familiare e di gruppo laddove disponibili. Con entrambi cerchiamo di mantenere un contatto di verifica sull’evoluzione del quadro clinico anche a distanza di anni. I dati della ricerca condotta sulla esperienza sono stati pubblicati sull’Italian Journal of Addiction Vol.2 Numero 3-4, 2012  edita dal Ministero della salute e Dipartimento per le politiche antidroga con il titolo “ Ricerca sugli outcomes di Orthos: programma residenziale di psicoterapia intensiva per giocatori d’azzardo” con articolo consultabile in forma completa su www.dpascientificcommunity.it. Dalla ricerca, coordinata da V. Caretti e A. Schimmenti delle università di Roma e Palermo, risulta come “i risultati osservati significano che l’intervento Orthos ha come effetto una riduzione molto importante e duratura dei sintomi GAP (qui misurati attraverso i punteggi al SOGS); ugualmente, l’intervento Orthos migliora assai significativamente il funzionamento globale del soggetto e la sua condizione psicologica generale (VGF) anche a distanza di un anno e oltre”.

L’impostazione fortemente orientata alla responsabilizzazione dei residenti non consentirà l’accettazione di utenti affetti da patologie di tipo grave, sia sul versante delle dipendenze multiple che dei disturbi di personalità

Riccardo Zerbetto www.gioconews.it/esteri/71-generale19/41523-prevenzione-e-cura-gap-il-modello-italiano-fa-scuola-all-easg-2014

Giappone, gioco d’azzardo in crisi: lo Stato punta tutto sul pubblico femminile

 TOKYO – Gioco d’azzardo in crisi in Giappone: questo è il motivo per cui lo Stato ha deciso di puntare tutto sulla clientela femminile, soprattutto per quanto riguarda il “pachinko” (le slot nipponiche). Le 12mila sale presenti nel Paese verranno attrezzate per rispondere alle esigenze delle giocatrici pronte a spendere i loro soldi tra rulette e flipper. Si punterà su sale riservate, tappezzeria, candelieri, specchi e servizi nuovi e innovativi.

Come scrive Edoardo Vigna su Sette:

“In un Paese schiantato dalla sconfitta, ma desideroso di risorgere, le sale avevano aperto a catena, finendo- c’è da stupirsi? è sempre così..- nelle mani delle potenti famiglie della Yakuza, la mafia giapponese. Negli anni 90, al massimo del successo, decine di migliaia di sale fumose attiravano 30 milioni di giocatori l’anno, per lo più di mezza età. Poi però, le mille luci del pachinko hanno cominciato ad appannarsi. L’anno scorso i giocatori erano ridotti a un terzo, una decina di milioni, anche se il bottino rimasto nelle casse del banco era tutto sommato ricco: 180 miliardi di dollari. Così le 12mila sale residue hanno deciso di cambiare, per sopravvivere, puntando sulla clientela femminile”.

AIDS: scoperto luogo di origine della pandemia. Quali fattori determinarono la diffusione del virus dell’HIV?

Un team internazionale di scienziati, provenienti dall'Università di Oxford e dall'Università di Leuven, è convinto di aver trovato il luogo di origine della pandemia di AIDS. La città incriminata è quella di Kinshasa, attualmente nel territorio della Repubblica Democratica del Congo, ma un tempo sotto il controllo del Belgio. Nonostante la pericolosità del virus dell'HIV sia balzata all'attenzione di scienziati e politici solamente negli anni '80, l'origine di quella che era un'epidemia circoscritta all'Africa e che poi divenne una vera e propria pandemia deve essere rintracciata negli anni '20.  

 Le prove utilizzate per la formulazione di questa teoria si basano su alcuni esempi di DNA risalenti a quel periodo conservati in speciali archivi. Attraverso una mappatura del codice genetico, gli scienziati sono riusciti a risalire al luogo di origine della malattia. La città di Kinshasa. Negli ultimi 80 anni il virus dell'HIV ha subito una serie di mutazioni che, tuttavia, possono essere identificate tramite un esame del genoma, così come spiegato dal professor Oliver Pybus dell'Università di Oxford. Esaminando queste mutazioni l'equipe di scienziati è riuscito a ricostruire l'albero filogenetico del virus e a identificarne il punto di origine. Come noto ormai da diverso tempo, il virus dell'HIV è una mutazione del virus di immunodeficienza delle scimmie (normalmente abbreviato in SIV acronimo per Simian immunodeficiency virus). Il così detto "salto inter-specie" si realizzò in più di un'occasione portando alla nascita di diversi ceppi di HIV differenziati in vari sottogruppi. Fu solamente il virus HIV-1 sottogruppo M che si diffuse su scala mondiale causando una pandemia di AIDS.

Trovare le motivazioni per cui la città di Kinshasa fu determinante nella diffusione del virus ha richiesto un passo indietro da parte degli scienziati che hanno lasciato spazio a sociologi e storici esperti del periodo coloniale africano. Negli anni '20 Kinshasa faceva parte del Congo Belga, una colonia africana che rimase sotto il controllo del Belgio tra il 1908 e il 1960. All'inizio degli anni '20 numerosi lavoratori vennero inviati a Kinshasa al fine di garantirne un rapido sviluppo. Ciò determinò un aumento esponenziale della popolazione maschile fino a raggiungere un rapporto di 2 a 1 rispetto a quella femminile. Ciò alimentò un fiorente mercato basato sulla vendita di prestazioni sessuali che accelerò la diffusione del virus a cui contribuì anche l'abitudine delle cliniche mediche di effettuare iniezioni utilizzando siringhe non sterilizzate. Ciò, tuttavia, spiega solo in parte la rapida diffusione del virus che causò, in fine, una vera e propria pandemia di AIDS. Stando agli esperti un fattore determinante fu la costruzione di ferrovie da parte delle autorità belghe, che negli anni '40 venivano utilizzate da oltre un milione di individui. Il rapido spostamento di persone sia all'interno del paese ma soprattutto verso l'estero garantì la diffusione del virus su scala mondiale.

Da tutti questi elementi il professor Jonathan Ball concluse che la diffusione del virus dell'HIV fu dovuta, probabilmente, più all'esistenza delle giuste condizioni che permisero prima l'epidemia e poi la pandemia, piuttosto che alle caratteristiche stesse del virus. Uno studio che a detta degli accademici susciterà molte discussioni ma che rappresenta un traguardo importante nella definizione delle origini di un virus che ad oggi affligge oltre 30 milioni di persone.

it.ibtimes.com/articles/70973/20141003/aids-hiv-virus-pandemia-epidemia-malattia.htm

13% teenager gioca d'azzardo online

Sempre più diffuso su Internet, il gioco d'azzardo online seduce anche i teenager. Il 13% dei dei ragazzi di terza media, dichiara di averlo praticato, pur se, teoricamente, vietato ai minori. E' questo, secondo i dati raccolti dalla Società italiana di Pediatria (SIP) uno degli "effetti collaterali" della massiccia permanenza in rete degli adolescenti.

La sempre maggior offerta di siti internet dove provare il Gambling, in cui si gioca sul web utilizzando soldi 'veri', è una tentazione molto forte tanto quanto a rischio dipendenza, specie tra i maschi: il 17% di loro lo ha fatto, una o più volte, da solo o insieme ad amici. E, ancora più grave, il 32% è orientato a ripetere l'esperienza.

"Da un lato", commenta il curatore dell'indagine Maurizio Tucci, "dobbiamo constatare la pressoché nulla deterrenza rappresentata dai 'divieti ai minori' di cui il web è pieno. Il 'divieto' passa dall'essere totalmente ignorato ad essere 'una traccia' da seguire". Dall'altro, aggiunge, i meccanismi di accesso al gioco on-line, che pure dovrebbero prevedere uno stretto controllo sull'identità, "sono tali per cui non è difficile, anche per un minorenne, magari grazie ad un maggiorenne compiacente, avere esperienze di gioco".
   

Dipendenze patologiche: nuove prospettive e tecniche: Marinai, terapeuti e balene. Genova settembre 2014

L’esperienza di craving non è qualitativamente diversa dall’esperienza del desiderio ed è è molto simile tra le diverse persone dipendenti, indipendentemente dal tipo di sostanza implicata. Il craving risulta quindi essere l’estremizzazione di una normale esperienza di desiderio che tutti possiamo provare: quale è allora la differenza tra chi prova una normale esperienza di desiderio e chi prova un’esperienza di craving? 

Il simposio che vede il Dr. Popolo nel ruolo di Chairman e il Dr. Caselli nel ruolo di Discussant si apre con la presentazione di quest’ultimo, che introduce il tema delle dipendenze e del craving, inserito nel recente DSM-5 come criterio diagnostico.

L’esperienza di craving non è qualitativamente diversa dall’esperienza del desiderio ed è è molto simile tra le diverse persone dipendenti, indipendentemente dal tipo di sostanza implicata. Il craving risulta quindi essere l’estremizzazione di una normale esperienza di desiderio che tutti possiamo provare: quale è allora la differenza tra chi prova una normale esperienza di desiderio e chi prova un’esperienza di craving?

La differenza sembra farla il modo in cui le persone rispondono cognitivamente quando le immagini legate al desiderio giungono alla coscienza: questa esperienza può diventare transitoria se decidiamo che non è il momento di soddisfare quel desiderio oppure può diventare pensiero desiderante se la persona vi si sofferma in modo attivo.

continua qua www.stateofmind.it/2014/09/dipendenze-patologiche-nuove-prospettive-sitcc-2014/

Epatite C, c'è l'accordo tra Aifa e produttore: sì al rimborso nuovo farmaco

Il prezzo del medicinale aveva scatenato le proteste delle associazioni di malati 

 sì al rimborso nuovo farmacoROMA - L'Agenzia Italiana del Farmaco e Gilead Sciences hanno raggiunto l'accordo per la rimborsabilità del farmaco Sovaldi (sofosbuvir) per il trattamento dei pazienti affetti da epatite cronica C. L'accordo consentirà di trattare il più grande numero di pazienti in Europa, tenuto conto della più alta prevalenza della patologia in Italia.

Funziona nel 90% dei casi. Il Sovaldi è il primo farmaco in grado di eradicare il virus dell'epatite C con percentuali di successo sul 90% dei pazienti. Si tratta di una terapia molto costosa, però,  che negli Stati uniti viene venduta a  84mila dollari a paziente (circa 66mila euro). Ogni pillola costa infatti circa 600 euro e per un ciclo di terapia servono almeno 60.000 euro. Cifre inaccessibili per gran parte dei malati, ma che assicurano percentuali altissime di guarigione. In Europa alcuni paesi come la Germania, che hanno relativamente pochi casi, l'hanno adottata subito, mentre altri 14, fra cui l'Italia e la Francia, hanno iniziato una trattativa per poter abbassare il prezzo, troppo alto per chi deve curare decine o centinaia di migliaia di persone come si spera di fare da noi.

I casi in Italia. Secondo il comunicato dell'Aifa ora verrà somministrato secondo criteri di appropriatezza definiti dalla Commissione Tecnico-Scientifica della stessa agenzia, sulla base della gravità della patologia. "In realtà su 1,5 milioni di persone infette in Italia potenzialmente quelle trattabili sono 300-400mila - spiega Antonio Gasbarrini, uno dei fondatori di Alleanza contro l'Epatite, associazione che riunisce medici e pazienti - di questi però ce ne sono circa 30mila che avrebbero bisogno del farmaco subito, perchè hanno una cirrosi avanzata ma non al punto da non avere più alcun beneficio dalla terapia".

Le proteste. Il prezzo del farmaco, molto alto, aveva scatenato le proteste delle associazioni di malati. Epac onlus, Lila onlus, Nadir onlus, Plus onlus, in rappresentanza e di concerto con numerosi network europei di pazienti, avevano organizzato un sit-in a Milano la settimana scorsa. Chiedevano che la politica comprendesse l'urgenza di trovare soluzioni immediate e concrete per consentire l'accesso alle cure a tutti i malati d'Italia e d'Europa. 

La trattativa. In Italia la trattativa, che in origine doveva concludersi prima dell'estate, è stata bloccata una prima volta dall'azienda lo scorso luglio, pur garantendo il farmaco in via compassionevole ai pazienti più gravi. Nel frattempo negli Usa il farmaco è stato oggetto di una interrogazione di due senatori, che hanno chiesto la ragione del prezzo così alto, mentre in Egitto e in altri paesi in via di sviluppo è stato offerto, sotto forma di generico, a costi molto più bassi.

Altri farmaci. L'accordo appena concluso dall'Aifa dovrebbe fare da paradigma per quelle successive, che già si affacciano all'orizzonte. Sono in arrivo nel giro di due o tre anni altri cinque o sei farmaci della stessa classe, tutti egualmente promettenti, una 'abbondanza' che dovrebbe far scendere il prezzo dello stessoSofosbuvir. Negli Usa, il Sofosbuvir è diventato in soli tre mesi la terapia che ha guadagnato di più nella storia. 

La drug policy che funziona

Giorgio Bignami presenta il rapporto della Global Commission on Drug Policy per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto        

kofi-annan.jpgNel 2011 il rapporto della Global Commission on Drug Policy, denunciando i fallimenti della War on Drugs, analizzando i disastri di questa guerra, fece tremare i palazzi proibizionisti nazionali e planetari. Questo, sia per i suoi contenuti, sia per le firme di molti pezzi grossi dell'establishment internazionale, a partire dall'ex segretario generale dell'Onu Kofi Annan, assistiti da una scelta schiera di esperti. Dopo il rapporto del 201, la Commissione ha seguitato a lavorare su specifici problemi, per esempio i costi dell’applicazione della legge penale e la riduzione del danno (vedi il rapporto fra droghe, Hiv/Aids ed epatite C; v. www.globalcommissionondrugs.org). Finché il 9 settembre scorso è stato pubblicato il nuovo rapporto Taking Control: Pathways to Drug Politics that Work - "Prendere il controllo: percorsi verso politiche delle droghe che funzionino".

Qui solo qualche rapido cenno ai contenuti del rapporto, a partire dalle raccomandazioni finali: 1. spostare il più possibile risorse dalle azioni repressive e punitive agli interventi sanitari e sociali di provata efficacia; 2. porre fine sia alla criminalizzazione dell'uso e del possesso di droghe per uso personale (l'italica depenalizzazione di uso e possesso è il più delle volte una tragica frode, almeno dalla Jervolino-Vassalli in poi e ancor più negli anni della Fini-Giovanardi), sia ai trattamenti obbligatori (quasi una allusione a certe nostre comunità terapeutiche); 3. cogliere l'opportunità della prossima assemblea generale Onu sulle droghe (Ungass) del 2016 per cambiare le convenzioni internazionali, sinora ricalcate sul modello proibizionista varato a Vienna nel 1961; 4. puntare sulle alternative al carcere per i "pesci piccoli" del narcotraffico (piccoli produttori, corrieri al dettaglio, piccoli spacciatori); 5. permettere e incoraggiare i diversi esperimenti di legalizzazione controllata, a partire da (ma non fermandosi a) cannabis, foglie di coca e parte delle nuove sostanze psicoattive; quindi 6. puntare a una riduzione del potere delle organizzazioni criminali per ridurre la violenza e l'insicurezza alimentate dalle competizioni tra di loro e con lo Stato; infine 7. assicurare l'equo accesso ai farmaci essenziali, in particolare gli oppiacei per il dolore (per incidens, l'ultima relazione ad hoc al Parlamento del nostro Ministero della salute mostra qualche progresso, ma anche quanto siamo ancora lontani dagli standard di altri paesi soprattutto del centro e nord-Europa e del nord-America www.grusol.it/apriInformazioni.asp?id=3791). Poco spazio resta per le parti analitiche del rapporto. Il fallimento delle strategie di controllo è documentato dagli aumenti di produzioni e consumi di droghe pesanti; il danno alla salute pubblica e alla sicurezza dalla frequenza delle adulterazioni e delle morti da overdose, dalle restrizioni alle strategie di riduzione del danno (solo in Russia 1.800.000 iniettori sono infetti da virus Hiv); l'attacco ai diritti umani dagli oltre mille giustiziati all'anno per reati di droghe, dagli innumerevoli carcerati e reclusi in "centri speciali", dalle gravi discriminazioni a danno delle minoranze etniche e razziali; l'incentivazione della criminalità e dell'arricchimento dei criminali dai quasi quattrocento miliardi di dollari annui di vendite al dettaglio, dall'escalation della violenza e del finanziamento del terrorismo; giù giù, sino ai dati sul dilagare della corruzione, sull'inquinamento dell'economia legale, e chi più ha più ne metta. Insomma, conclude la Commissione, vi supplichiamo, potenti della terra, facciamola finita; e per fortuna, aggiunge, qualcuno qua e là ha iniziato a capire l'antifona.

Leggi il sommario del rapporto della Global Commission on Drug Policy: Prendere il controllo: percorsi verso politiche delle droghe che funzionino (traduzione a cura di Giorgio Bignami)

Scarica il rapporto della Global Commission on Drug Policy: global_commission_EN.pdf. (lingua inglese)

Droghe, persone non molecole

Susanna Ronconi racconta la Summer School 2014 per la rubrica di Fuoriluogo

Nei lunghi anni della Fini Giovanardi e del “suo” Dipartimento antidroga, c’è stato, come si sa,  un  mondo  di operatori, scienziati, consumatori e cittadini che non ha mai smesso di opporsi e lottare per una alternativa. Meno forse si sa che dentro questo mondo c’è stato chi, diverso per ruolo e competenze, in “direzione ostinata e contraria” ha continuato a lavorare  sul piano della ricerca e  dell’operatività, per un diverso modo di leggere i fenomeni del consumo di droghe e di intervenire. Un lavoro  di controtendenza sul piano nazionale ma fortemente ancorato  ai contesti  internazionali ed  europei,  un lavoro caparbio   caratterizzato da risorse materiali fragili compensate da impegno e competenza. Appartiene a questo  mondo  di  minoranza - se paragonato al pensiero dominante della “malattia del cervello” - quello che, per iniziativa di Forum Droghe e CNCA,  si è incontrato a Firenze tra il 4 e il 6 settembre per proporre, discutere e sviluppare con oltre cento operatori del pubblico e del privato sociale un nuovo modello operativo in tema di consumi di droghe,  un “Modello operativo ecologico verso il controllo del consumo”.  Di cosa si tratta e perché sta riscuotendo tanto interesse? Si tratta innanzitutto di uno sviluppo dell’approccio di riduzione del danno, e già questo lo mette all’ordine del giorno, dopo anni di ostracismo del “quarto pilastro” delle politiche sulle droghe. Ma soprattutto si tratta di una sfida scientifica e operativa, che innova su tre piani principali. Il primo, lo sguardo: il percorso che ha portato a questa proposta (un processo di ricerca e  sperimentazione durato  oltre 3 anni, incluso un progetto europeo) ha riattraversato decenni di ricerca internazionale sui consumi e ne ha sviluppata a livello locale, evidenziando come i consumatori di qualsiasi sostanza - che, è bene ricordarlo, per la stragrande maggioranza hanno un consumo non problematico - mettono in atto strategie efficaci di autocontrollo del proprio consumo, e che anche quando arrivano a momenti di “fuori controllo” sanno poi ritornare a consumi più moderati. E che, inoltre, apprendono dalla propria esperienza in modo evolutivo. Insomma, semplificando, la “malattia cronica  recidivante” non è il  destino, come sostiene  il dominante sguardo medico. Secondo, gli interventi. La protezione dall’abuso e da un uso dannoso punta a sostenere le pratiche “naturali” di autoregolazione, verso un consumo il cui grado di “controllo” non è dettato da standard ma da ciò che il consumatore pensa sia bene per sé. Questa prospettiva suggerisce che l’astinenza non sia il solo buon obiettivo, ma che lo sia riuscire a sostenere uno stile di vita desiderabile. Terzo, il contesto: quel “ecologico” significa  che il consumatore va pensato nel suo ambiente e non solo di fronte a una molecola, e  che questo ambiente a sua volta è (può essere) fattore di protezione e sostegno all’autoregolazione. Il confronto serrato tra operatori, ricercatori, consumatori ha aperto una prospettiva, che ruota non attorno al “deficit” di chi consuma ma alle sue risorse e apprendimenti (come del resto avviene in tutta la promozione della salute), attorno a obiettivi non pre-stabiliti da servizi e politiche  ma   legittimamente restituiti alla sovranità del soggetto (come del resto dettano le migliori metodologie della relazione di aiuto). Sostenere l’autocontrollo, insomma, è una prospettiva e una pratica che include, dopo un lungo ostracismo morale coperto da ragioni pseudoscientifiche, il consumatore tra i cittadini, quelli che hanno sovranità sulla propria salute e sul proprio stile di vita.
Tutti i materiali su formazione.fuoriluogo.it

l'Italia a rovescio – sospeso il professore che ha difeso i suoi ragazzi da un'irruzione immotivata

12 giorni di sospensione sono stati inflitti a Franco Coppoli, il docente e sindacalista dei Cobas Scuola che si oppose ad una irruzione in classe di un gruppo di poliziotti dell’antidroga (Qui potete trovare la notizia dello scorso 4 aprile) durante l’orario di lezione.  Quel gesto gli costò un deferimento disciplinare da parte della Preside.

Il Miur ha deciso, lo scorso mese di luglio, di sospenderlo 12 giorni per quel gesto, da scontare all’inizio dell’anno scolastico, ovvero dal 15 al 27 settembre prossimo.

Contattato da noi telefonicamente ha annunciato che farà ricorso contro questa sanzione, e in questa intervista ripercorre i fatti, ci offre le valutazioni su quanto accaduto e ricorda anche di avere ricevuto numerosi attestati di solidarietà dentro e fuori la scuola.

Ascolta o scarica l’intervista

qui invece s'incazza abbestia

 

Condividi contenuti