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Tossicodipendenza curata con l'ayahuasca in Amazzonia

 

Lontano dalle cliniche di disintossicazione occidentali, il rustico centro di Takiwasi a Tarapoto, nell'alta Amazzonia peruviana, accoglie pazienti dal mondo intero per il trattamento della tossicodipendenza basato sull'ayahuasca, pianta da cui si estrae una medicina tradizionale millenaria. Ancora poco tempo fa, questa regione del Peru' era una delle principali zone di produzione della pasta-base della cocaina e Tarapoto era una delle tre citta' in cui il consumo di droghe di tutto il Paese era il piu' alto. Una cura di disintossicazione a Takiwasi e' preceduta da una selezione, un contatto diretto con il paziente e la sua storia clinica, e “dura nove mesi, come una gravidanza”, dice all'agenzia France Presse (AFP) Jacques Mabit, direttore e fondatore del centro. Il medico francese arriva in Peru' negli anni 80 con Médecins Sans Frontières e si stabilizza nella regione dove nel 1992 ha creato questo centro di medicina tradizionale e alternativa, che si estende su piu' di due ettari di vegetazione tropicale e che e' anche dotato di una riserva botanica e un laboratorio. Il centro, che funziona come un dispensario ed ha il sostegno delle autorita' locali, non accetta, in modo stanziale, piu' di una quindicina di persone alla volta per i trattamenti contro la dipendenza da prodotti legali e illegali, o per comportamenti “come se fosse un tossicodipendente” (gioco, denaro, sesso). L'assunzione ritualizzata dell'ayahuasca avviene sotto forma di bevanda, sorbita in gruppo sotto controllo di medici psicologi e psicoterapeuti; se la bevanda e' “adeguata, consente al paziente di visualizzare il proprio mondo interiore e di connettersi con visioni, sensazioni, percezioni ed un'intelligenza accresciuta”, “come passare da un film in bianco e nero ad un film in 3D”, dice Mabit. “Quando si prende l'ayahuasca, tutti i sensi sono amplificati, la vista, l'udito, l'odorato, fino alle funzioni psichiche”, “e' uno strumento di conoscenza per arrivare a riconciliarsi ed essere in pace con se stessi”. La liana di ayahuasca e delle foglie di un'altra pianta (chacruna) sono mescolate in una pozione attraverso un processo biochimico che provoca gli effetti medicinali. Accompagnata da “diete” di isolamento, da purghe, la cura include anche una vita quotidiana in comune con i ritmi di alcune attivita' dove ogni paziente impara a cucinare, fare il pane, lavare la propria roba e prendersi cura di se'. La cura costa circa 1.000 dollari al mese, ma il centro, in accordo con il ministero della Sanita', accetta anche pazienti peruviani indigenti. Un terzo dei pazienti, secondo Mabit, dopo la cura abbandona o ha una ricaduta. L'ayahuasca, in questi ultimi anni, ha dato vita ad un notevole “turismo sciamanico”, attirando occidentali avidi di sensazioni forti che talvolta possono essere negative. Per questo l'ambasciata francese, sul proprio sito web ha messo un avviso di messa in guardia ai viaggiatori “contro il consumo di ayahuasca, pianta allucinogena utilizzata dagli sciamani in Amazzonia, iscritta in Francia nel registro degli stupefacenti". “La raccolta e' reale -dice Mabit- ma se e' male inquadrata, puo' essere pericolosa, occorre una preparazione a monte, un percorso terapeutico”. Il medico, che anch'esso prende della ayahuasca da diversi anni, valuta che “fintanto che non ha sperimentato la ayahuasca, non ha risolto i suoi dubbi. Questa medicina e' usata da migliaia di anni in Amazzonia e non provoca  dipendenza”. In questi ultimi anni, il centro e' stato oggetto di diversi studi ed ha partecipato ad un progetto di valutazione dei trattamenti contro la tossicodipendenza con la ayahuasca con ricercatori internazionali di diverse universita' occidentali. Alla fine del trattamento, un paziente francese, in quarantena, sostiene che la sua vita sia cambiata. “La ayahuasca e' come uno spirito che valuta le nostre possibilita' e cio' che si e' capaci di sopportare”. “E' una forma di intelligenza con una considerevole efficacia, serve a vedere completamente diversi i propri orientamenti”. Ricercatore e antropologo medico, Roger, un norvegese, valuta che le settimane passate a Takiwasi “gli hanno fatto cambiare opinione sulla medicina tradizionale”. “Ho acquisito piu' rispetto verso questo sapere”. Robinson Pai, un “curandero” (guaritore) della comunita' Awa, di Nariño in Colombia, ha soggiornato a Takiwasi. “Siamo venuti per conoscere e condividere l'uso delle piante medicinali che utilizziamo anche nei nostri territori”. “Per noi, l'ayahuasca e' una pianta sacre e potente, che guarisce, che insegna e apre i nostri pensieri”.

(reportage di Marie Sanze, per l'agenzia France Presse – AFP del 02/07/2013)

Silk Road 2.0. Operazione polizia americana ed Europol fa arrestare 17 persone

 

 Diciassette persone accusate di “mercato nero” su Internet, dove sono stati vendute armi e droga, sono state arrestate dalla polizia americana e da quelle di 16 Paesi europei. Lo ha fatto sapere l'Ufficio europeo di polizia, Europol. L'operazione in comune, lanciata giovedi' scorso 6 novembre, era contro il “Dark web”, le vendite effettuate nella parte invisibile del web, dove l'anonimato e' assicurato dal software Tor. The Onion Router impedisce l'identificazione dell'indirizzo Internet di chi lo sta utilizzando, transitando attraverso diversi router nel mondo.
Questo tipo di programma e' utilizzato anche per attivita' legali, come i blogger e gli oppositori dei regimi autoritari, giornalisti che stanno facendo reportage in Paesi in cui potrebbe essere pericoloso essere identificati, corrispondenti locali di organismi non governativi.
L'operazione contro i criminali del Web e' stata messa in atto dalla polizia francese, tedesca e britannica. Lo scopo era di fermare la vendita, la distribuzione e la promozione di oggetti illegali e pericolosi, tra cui armi e droga, che erano venduti su mercati neri online.
“Noi non facciamo altro che ritirare questa roba dall'Internet pubblico -ha detto Troels Oerting, capo dell'unita dei crimini in Internet di Europol-. Questa volta abbiamo toccato anche i server del Darknet, dove da diverso tempo i criminali sono considerati come degli intoccabili. Ora siamo in grado di dimostrare che loro non sono ne invisibili ne' intoccabili”.
Quattrocentoquattordici (414) sono stati posti sotto sequestro, ma non e' stato fatto sapere come i poliziotti siano riusciti ad individuare i venditori e gli amministratori dei siti. Anche dei bitcoin (la moneta virtuale), per un valore di 1 milione di Usd,sono stati sequestrati, insieme a droga e denaro contante in euro.
Aduc Droghe

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Caso Cucchi: non è successo nulla. Concita De Gregorio. Repubblica

QUINDI non è stato nessuno. Quindi, come dice sua madre guardandoti diritto negli occhi, "visto che non è successo niente stasera torniamo a casa e lo troviamo vivo che ci aspetta".

Perché la questione è molto semplice, ed è tutta qui. Non c'è da ripercorrere le indagini, sostituirsi a chi le ha fatte, commentare la sentenza provare a indovinarne le ragioni. Meno, molto meno. Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente. 

Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno. 

Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. Questo è un esercizio più facile per chi voglia provare a mettersi nei panni: nessuna madre, né padre, né sorella può dimenticare né darsi pace del fatto che un figlio debole, infragilito dalla droga come migliaia di ragazzi sono, ma deciso a uscirne, un figlio amato, smarrito, accudito possa essere arrestato una sera al parco con 20 grammi di hashish, portato in caserma e restituito cadavere una settimana dopo. È anche difficile sopportare in aula l'esultanza e il giubilo dei medici e degli infermieri assolti, perché comunque quel ragazzo stava male, è morto che pesava 37 chili e quando è entrato ne pesava venti di più. Sembra impossibile poter perdere 20 chili in sei giorni ma se non mangi e non bevi perché pretendi un legale che non ti danno, se hai un problema al cuore e vomiti per le botte forse succede, di fatto è successo e qualcuno deve aiutarti a restare in vita. Uno a caso, dei cento che sono passati davanti ai tuoi occhi in quei giorni e hanno richiuso la cella. È difficile per un padre leggere il comunicato di polizia Sap che con soddisfazione dice "se uno conduce una vita dissoluta ne paga le conseguenze senza che altri, medici o poliziotti, paghino per colpe non proprie". Perché, ricorda sommessamente Giovanni Cucchi, "ho rispetto per tutti, ma vorrei precisare che chi ha perso il figlio siamo noi". 

Delle immagini di ieri, sentenza di assoluzione, restano le grida di esultanza degli imputati le lacrime dei familiari e i volti chiusi dei magistrati tra cui molte donne, volti rigidi. Dicono, da palazzo di giustizia, che le prove fossero "scivolose", le perizie e le consulenze decine, tutte contraddittorie. Dev'essere stato difficile anche per i magistrati, è lecito e necessario supporre, prendere una decisione così. Ci si augura che sia stato un rovello terribile, una via per qualche ragione patita e obbligata. Perché altrimenti diventa difficilissimo per ciascuno di noi continuare ad esercitare con scrupolo e dovizia la strada impopolare e impervia, ma giusta, della responsabilità individuale e personale. Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto. 

Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. Bisogna essere sicuri che se sono io ad ammazzare di botte una persona inerme prendo l'ergastolo e che se lo fa un esponente dello Stato in nome del diritto prende l'ergastolo lo stesso. Perché altrimenti, se così non è, viene meno in un luogo remoto e profondissimo il senso del rispetto delle regole e le conseguenze non si possono neppure immaginare. Altrimenti vale la legge del più forte e non si sa domani in quale terra di nessuno ci potremmo svegliare, tutti e ciascuno di noi, in quale selva che ci conduce dove. Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.

Un normale antidolorifico è efficace contro la depressione

Una nuova meta-analisi pubblicata su JAMA Psychiatry svela che dei normali farmaci da banco antidolorifici e gli antinfiammatori possono essere d’utilità nel trattamento della depressione, specie se combinati con gli antidepressivi

 Un largo studio revisionale che ha coinvolto più di 6.000 pazienti suggerisce che dei normali antidolorifici da banco e altri farmaci antinfiammatori possono aiutare nel trattamento della depressione, facendo aumentare l’efficacia della cura, specie se assunti in combinazione con gli antidepressivi.
Ad aver scoperto che gli analgesici e farmaci antinfiammatori utilizzati contro i dolori muscolari e l’artrite possono avere un effetto benefico sui sintomi della depressione, sono stati i ricercatori della Aarhus University, in Danimarca, che hanno pubblicato i risultati di questa meta-analisi sulla rivista JAMA Psychiatry.
Qui, i ricercatori hanno valutato 14 studi internazionali, per un totale di 6.262 pazienti coinvolti che avevano o sofferto di depressione o presentavano singoli sintomi di depressione.

La revisione ha mostrato che vi sono forti motivazioni per supportare l’effetto del trattamento con i farmaci antinfiammatori.
«La meta-analisi supporta questa correlazione e inoltre dimostra che i farmaci antinfiammatori in associazione con antidepressivi possono avere un effetto sul trattamento della depressione – spiega Ole Köhler, primo autore – Quando combinati, offrono un risultato importante che, nel lungo termine, rafforza la possibilità di essere in grado di fornire al singolo paziente opzioni più personalizzate di trattamento».

La depressione è una malattia mentale sempre più diffusa. E anche l’età in cui si manifesta è sempre più bassa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ritiene che la depressione sia uno dei primi cinque motivi per la perdita della qualità della vita e anche di anni di vita.
Se dunque è possibile trovare opzioni di trattamento più efficaci è un grande vantaggio per tutti coloro che ne soffrono.
Ma, nonostante i risultati promettenti di questa meta-analisi, i ricercatori avvertono che «tuttavia, questi effetti devono sempre essere valutati rispetto ai possibili effetti collaterali dei farmaci antinfiammatori. Abbiamo ancora bisogno di chiarire quali pazienti beneficeranno del farmaco e la relazione dose-dimensioni richieste».

Poiché diversi studi hanno suggerito come proprio un campione di sangue, che magari mostri la presenza di un’infiammazione sottostante, possa essere utilizzato come linea guida per un trattamento della depressione, i ricercatori ritengono che questo sia utile per i medici, che devono essere a conoscenza di una eventuale infiammazione.
«Il problema più grande con la depressione – sottolinea Köhler – è che non conosciamo le cause che scatenano la condizione nel singolo paziente. Alcuni studi suggeriscono che la scelta di un farmaco antidepressivo può essere guidata da un campione di sangue che misura se vi è una condizione infiammatoria nel corpo». Se così fosse, allora un trattamento combinato con farmaci antinfiammatori e antidepressivi potrebbe essere un metodo appropriato di trattamento.

Gli autori dello studio avvertono che non è possibile concludere sulla base della meta-analisi che uno stato infiammatorio possa essere l’unica spiegazione per la depressione.
«L’analisi dovrebbe essere vista come una pietra miliare significativa in un contesto di ricerca, e questo potrebbe essere un punto di riferimento su cui si dovranno concentrare i futuri progetti di ricerca e di trattamento», conclude Köhler.

La Stampa salute www.lastampa.it/2014/10/24/scienza/benessere/medicina/un-normale-antidolorifico-efficace-contro-la-depressione-XtLBucSzm8xkEoOPbhMfMJ/pagina.html

Come il porno online può rovinare la tua vita sessuale

Non ha più senso parlare di educazione sessuale. La vera istruzione che i nostri figli dovrebbero ricevere a scuola come in casa, è alla pornografia. Perché ormai il porno online è accessibile a tutti.

È questa la conclusione di un articolo pubblicato sull’Indipendentche indaga il rapporto che i giovani hanno col sesso. Un articolo che profila una situazione per certi versi coincidente con i dati del rapporto Steve sui nativi digitali e il sesso, pubblicati qualche tempo fa.

I nomi sono di fantasia, ma le storie tutte vere e dovrebbero far riflettere.
Chris, 24 anni, racconta di aver cominciato a guardare porno online a 13 anni e di essersi fissato col sesso anale. Quando ha insistito con la sua ex per provarlo nella realtà, non ha ottenuto ciò che si aspettava.
Una ragazza parla della sua scoperta del sesso condizionata dalla pornografia che l’aveva “educata” a proporsi agli uomini- spesso più vecchi di lei – come un oggetto.

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L’articolo parla anche della violenza come ingrediente ricorrente nella pornografia in rete e in grado di innescare un consumo ossessivo. La fantasia di chi guarda vuole alimentarsi di scene sempre più estreme. Quando poi si spegne il computer e bisogna adeguarsi a una situazione condivisa con il partner fisicamente ed emotivamente meno scontata di un video pornodove si può saltare (o skippare) da una scena all’altra in cerca del momento preferito, sorgono le difficoltà.

Certo, non tutta la pornografia online è violenta, ma un consumo eccessivo può portare a un rilascio di dopamina tale nel cervello, da causare un intorpidimento del piacere in altre situazioni, quando non si naviga online.
È questa la tesi di un neuroscienziato statunitense che nel suo sito, Yourbrainonporn.com raccoglie diverse testimonianze.

Se l’articolo dell’Indipendent inizia lanciando il grido d’allarme, conclude chiedendosi quanto sia veramente utile aggiungere filtri che frenino la navigazione a siti porno. Vietare qualcosa è sempre stato il modo migliore per mitizzarla e renderla desiderabile.
Forse è ora che papà e mamma spieghino ai loro figli che cos’è la pornografia (non necessariamente un male) e cosa il sesso (non necessariamente pornografia).

WIRED www.wired.it/internet/web/2014/10/29/porno-online-perche-fa-male/

Hanno cambiato il nome al "gioco d'azzardo", una gaffe svela la strategia delle concessionarie

Immaginiamo che un giorno le associazioni che combattono l'alcolismo si mettano d'accordo con i principali produttori di superalcolici per lottare assieme contro il fenomeno. E prima di tutto concordino sull'opportunità di non utilizzare più la parola alcolismo, che suono male ed evoca una terribile condizione di dipendenza. E decidano di sostituirla con una lungo circonlocuzione. Del tipo: “Campagna contro rischi derivanti dalla non corretta assunzione di bevande che contengano etanolo in quantità superiore al 22 per cento”.
E' quanto è successo nei giorni scorsi nel mondo del gioco d'azzardo quando – in un protocollo d'intesa tra le associazioni aderenti alla campagna “Mettiamoci in gioco” (che ha come sottotitolo “Campagna nazionale contro i rischi del gioco d'azzardo”) e “Sistema gioco Italia” (l'associazione, aderente alla Confindustria, che unisce i principali imprenditori del settore) – si è convenuto di sostituire l'espressione “gioco d'azzardo” con l'edulcorante locuzione “Gioco con alea con posta in denaro”.
Il protocollo è stato sottoscritto il 15 di questo mese e la sua pubblicazione ha immediatamente scatenato un autentico psicodramma all'interno delle associazioni anti-azzardo determinando una sfilza di autorevoli dissociazioni e prese di distanza. Ma soprattutto ha svelato definitivamente la strategia di comunicazione, e anche la raffinata politica di lobbing, messa in atto dai concessionari. I quali – mentre continuano a sfornare nuovi 'Gratta e vinci' – tentano di presentarsi alla stregua di un indispensabile servizio ai cittadini che si preoccupa della loro salute e vuole metterli al riparo dai commercianti disonesti. Stando nella metafora iniziale, sarebbe un po' come se i produttori di superalcolici tentassero di accreditare l'idea che si rischia veramente l'alcolismo solo se si bevono prodotti realizzati senza licenza.
Non è stato un fulmine a ciel sereno. La discussione all'interno delle associazioni anti-azzardo era partita fin da un mese fa, quando dalla lettura dei loro bilanci si scoprì che Sisal e Lottomatica nel 2013 avevano destinato quasi 13 milioni di euro a “sponsorizzazioni, aiuti, liberalità e beneficenza”, sostenendo economicamente, tra gli altri, Save the children, Emergency, la Fondazione Umberto Veronesi e la Comunità di Sant'Egidio. Ci si domandò se fosse eticamente ammissibile la collaborazione di associazioni umanitarie con questa autentica macchine per fare soldi a spese di cittadini sprovveduti e a volte disperati. Che arrivano a rovinare se stessi e le loro famiglie acquistando tagliandi che promettono vincite milionarie e mascherano la realtà dei fatti: che, cioè, le possibilità di diventare “mega-milionari”, o “turisti per sempre”, o addirittura di vincere una casa, sono irrisorie. Per esempio, si afferma che esiste una possibilità di vittoria ogni quattro tagliandi, rendendo invisibile il fatto che la maggior parte di questi tagliandi “vincenti” hanno un valore identica al loro costo. E in definitiva servono solo a creare l'illusione della vincita, a indurre a nuove giocate e a favorire la dipendenza. Ma questa volta, col “protocollo d'intesa”, il bubbone è scoppiato in modo evidente e clamoroso. Il tentativo di chiamare il “gioco d'azzardo” con un altro nome, tra l'altro oscuro, ha confermato i sospetti sulla politica delle concessionarie.
La campagna “Mettiamoci in gioco” è nata nel 2012 per “sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulle reali caratteristiche del gioco d’azzardo nel nostro Paese e sulle sue conseguenze sociali, sanitarie ed economiche, avanzare proposte di regolamentazione del fenomeno, fornire dati e informazioni, catalizzare l’impegno di tanti soggetti che – a livello nazionale e locale – si mobilitano per gli stessi fini”. Vi aderisce una lunghissima serie di associazioni, le più importanti: Tutti i sindacati confederali, l'Arci, le Acli, la Federconsumatori, Libera, l'Azione Cattolica, il gruppo Abele e molte altre.
Dal giorno in cui è esplosa la polemica, sul sito di “Mettiamoci in gioco”, campeggia la scritta: “Nessuna alleanza con i concessionari di Confindustria” Quindi un lungo comunicato dove si precisa che “l’opportunità di aprire un confronto con le imprese di Confindustria nasce esclusivamente dalla volontà di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo”. Già, ma per fare questo era necessario smettere di chiamare il gioco d'azzardo col suo nome e inserire nel protocollo una clausola di riservatezza?
Gli autori dell'iniziativa banalizzano. La clausola di riservatezza, dicono, è stata introdotta solo per garantire le parti “dal rischio di strumentalizzazioni reciproche”. E La decisione di utilizzare quella lunga circonlocuzione è stata presa solo perché l'espressione “gioco d'azzardo” nel codice penale è utilizzata con riferimento alle attività illegali. Vero, ma si è appunto nell'ambito del codice penale. Anche l'espressione “armi da fuoco” nel codice penale è usata per punirne l'uso illegale, ma non per questo i loro produttori hanno ottenuto di poterle chiamare “oggetti atti a espellere ad altissima velocità proiettili”.
E non a caso nell'imbarazzata nota pubblicata sul sito di “Mettiamoci in gioco” si precisa: “La campagna continuerà anche in futuro a etichettare il fenomeno come “gioco d’azzardo”, perché – a nostro avviso – di questo si tratta. Anche su questo punto, dunque, la posizione della campagna non è cambiata: non è problematico solo il gioco “illegale” (la posizione tradizionale dei concessionari), ma anche quello “legale”. Bene, ma allora perché accettare di chiamarlo in un altro modo proprio in un protocollo d'intesa finalizzato a elaborare una 'legge quadro'. Forse si ipotizza di consacrare per legge questa modifica del vocabolario?
La prima a dissociarsi è stata Daniela Capitanucci di Alea: “Non sapevo nulla, è stato un filmine a ciel sereno”. Poi è stata la volta delle sue associazioni che fanno capo a don Luigi Ciotti, “Libera”, e il Gruppo Abele che, pur ribadendo la stima verso don Armando Zappolini (il coordinatore della campagna “Mettiamoci in gioco”), “ ritengono doveroso precisare la loro estraneità a quanto accaduto, non essendo a conoscenza di tale accordo e della relativa firma se non attraverso articoli di stampa”. Precisazione definita “sorprendente” dai responsabili della campagna i quali hanno fatto sapere che un rappresentante di Libera ha partecipato alla stesura del protocollo e l'ha anche sottoscritto”. La verità è che è stato commesso un errore che ha messo in imbarazzo tutte le associazioni anzi-azzardo. Efficace la sintesi di Riccardo Bonacina in un editoriale apparso su Vita.it: “Mettiamoci in gioco, o mettiamoci in ginocchio?”. Ieri la nota dell'Auser, altra associazione promotrice della campagna, che “prende le distanze” dal protocollo del 15 ottobre perché ritiene la gestione dei suoi contenuti “un fatto non condivisibile e contraddittorio rispetto a quanto sostenuto fino a oggi”. Se il protocollo sarà portato avanti, è l'avvertimento, ciò “determinerà l'uscita dell'Auser dalla campagna”.

notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/21/gioco-azzardo-linguaggio.html

pop-hulisti

 ogni volta che vedo o leggo una intervista a Fedez penso che Giovanardi non abbia tutti i torti...

anche in italia ora si sniffa oki

E' un farmaco, un antidolorifico: in moltissime case è disponibile, lì nel cassetto dei medicinali di mamma e papà. Ma anche se non ci fosse, è semplicissimo procurarselo fuori, dal momento che l'Oki si trova facilmente in commercio sia in farmacia sia nei "mercati paralleli" degli adolescenti. E sono proprio loro ad essere diventati consumatori, a volte anche abituali, di questo medicinale, che viene "sniffato", per procurarsi un po' di sballo. "Sempre più giovani mi confermano l'abitudine ad usare questi medicinali come sostituti a buon mercato di droghe, seguendo un trend diffuso negli Usa" spiega a Panorama.itEnrico Comi, esperto di prevenzione, che gira per le scuole a informare i ragazzi sui rischi che si corrono.

Qualche settimana fa aveva fatto scalpore la notizia di una scuola di Martellago, in provincia di Venezia, dove alcuni studenti dell'Istituto Matteotti erano stati colti in flagranza a "sniffare" l'Oki. Ma non si tratta di un episodio isolato, perché nella vicina scuola media ragazzini poco più che 12enni hanno confermato questa "moda". Anche dalla Puglia arrivano conferme, con segnalazioni da parte di genitori, che hanno scoperto che le bustine di antidolorifico custodite in casa erano sparite. "Anche nella provincia di Milano questa nuova tendenza è diffusissima: solo un anno fa, quando ne parlavo coi ragazzi delle scuole dove faccio prevenzione, mi sentivo rispondere che ne avevano sentito solo accennare. Ora, invece, mi confermano di conoscere molto bene questa nuova frontiera dello "sniffo", con cenni di consenso" racconta ancora Comi.

Eppure l'Oki non è l'unica "droga da strada" a cui ormai fanno ricorso i ragazzi per procurarsi lo "sballo". Enrico Comi, 47 anni, padre di tre figli, lascia infatti intendere che di "polvere bianca" da inalare ne esiste anche altra, a portata di mano, anche in casa dei genitori. Ma i ragazzi sono consapevoli dei rischi che corrono?

No, per niente. Sono invece convinti di poter smettere in qualsiasi momento. Quando però chiedo loro se conoscono qualcuno che ha smesso, rimangono spiazzati.  

Pensa che questa nuova "moda" sia l'anticamera dell'uso di droghe vere e proprie?

Non proprio, nel senso che ormai i ragazzi si accontentano di qualsiasi cosa trovino in circolazione: se trovano la marijuanafumano quella, se c'è cocaina a disposizione ne assumono, altrimenti si accontentano delle bustine di Oki. Non esiste più una droga prevalente, si adattano a qualunque sostanza sia reperibile e si abituano a un po' di tutto.

L'importante è trovare un po' di "sballo"?

Sì e proprio questo è l'aspetto più preoccupante: i ragazzi si stanno abituando (e in alcuni casi si sono già abituati) a vivere usando qualcosa per avere delle emozioni, che altrimenti non sono in grado di provare. E questo nonostante lo "sballo" provocato, ad esempio, dall'Oki sia relativo: gli studenti mi raccontano che dura poco, dà un po' di ebrezza, ma niente di più.

Eppure gli effetti collaterali possono essere anche molto gravi, dalle irritazioni alla mucosa ai disturbi gastrici, ecc. Si tratta comunque di una "moda" importata dall'estero, dagli Usa?

Sì, i primi casi sono stati segnalati lì e, tramite internet, è stato facile fare lo stesso anche qui.

Comi, dopo un passato da tossicodipendente e la riabilitazione in comunità, è riuscito a cambiare vita. Di sé dice di "aver riaconquistato la capacità di amare se stesso" e "la volontà di amare gli altrie la vita". E' padre di tre figli e co-autore dell'opera teatrale StupeFatto,premiata nel 2013 dal Presidente della Repubblica con la medaglia per l'impegno civile e sociale . Nel 2008 è stato nominato ambasciatore di Pace dalla Universal Peace Federation e nel 2006 ha ricevuto il premio della Fundation for Grug Free Europe di Bruxelles.

Cosa dice ai suoi tre figli e ai ragazzi che incontra quotidianamente?

Ai ragazzi parlo dei rischi per la salute, con un taglio scientifico, ma cerco anche e soprattutto di stimolarli e di farli ragionare.

Cosa ne pensa della liberalizzazione della marijuana?

Molti ritengono che si possa smettere di "farsi le canne" quando si vuole, ma non è così. Non sono contrario alla legalizzazione in se stessa, ma penso che ci siano dei forti interessi che spingono in questa direzione. La quantità ad uso personale già consentita oggi non è affatto bassa, al contrario è importante. Vede, se viene approvato l'uso di cannabis a livello terapeutico, è poi più semplice approvarne anche l'uso ricreativo. In quasi tutti i Paesi dove è consentito l'uso terapeutico, si è poi arrivati alla legalizzazione anche ad uso personale. Penso che ci sia una strategia ben precisa da parte di qualcuno che ha forti interessi a che ciò avvenga.

Panorama www.panorama.it/scienza/salute/droga-anche-in-italia-si-sniffa-oki/

Diagnosticata per la prima volta la dipendenza da Google Glass

Il paziente è un 31enne della marina militare americana con precedenti disturbi dell'umore. Dopo aver smesso di indossare il dispositivo per 18 al giorno per molto tempo, ha presentato i primi sintomi

 MENTRE IL DOTTORE gli parlava per capire come aiutarlo, lui si toccava continuamente la tempia con la mano destra come ad attivare le funzioni degli occhiali di Google. È così che il suo medico ha potuto diagnosticare la sua dipendenza da Google Glass. Il protagonista della storia è un 31enne americano in servizio nella marina militare. L'uomo, che in passato aveva presentato disturbi dell'umore, si trovava dal medico per curarsi da un'altra dipendenza: quella da alcol. Ma lo specialista si è accorto che nel giovane militare c'erano segni di un altro disagio: dopo l'uso intensivo del dispositivo, 18 ore al giorno, infatti, aveva iniziato a presentare dei disturbi.

Il suo caso ora è esaminato in uno studio condotto dal ricercatore Kathryn Yung e da un gruppo di colleghi. Ed è stato pubblicato su Addictive Behaviors: racconta l'esperienza di un uomo "con precedenti di disturbi dell'umore". Un quadro clinico un po' complesso, quindi, non solo imputabile all'uso intensivo del dispositivo indossabile. Quando l'uomo si è presentato nel centro che lo aveva in cura per i problemi già manifestati, i dottori hanno notato atteggiamenti un po' anomali: nel parlare si toccava spesso la tempia con la mano destra riproducendo lo stesso movimento che serve ad attivare alcune funzioni dei Glass. L'uomo è poi entrato in cura per 35 giorni e il dispositivo gli è stato vietato. "L'astinenza è stata peggiore di quando ho smesso con l'alcool", ha spiegato il 31enne che ha raccontato anche di aver visto i suoi sogni come filtrati dalla piccola lente a destra del dispositivo. L'uomo ha visto diminuire la sua irritabilità e migliorare la memoria. Fatta la premessa che i disturbi possono essere la somma del complesso dei problemi presentati dal paziente, secondo i ricercatori "questo può essere considerato il primo caso di dipendenza da Internet legato all'uso dei Google Glass".

Repubblica www.repubblica.it/tecnologia/2014/10/15/news/diagnosticata_per_la_prima_volta_la_dipendenza_da_google_glass-98186532/

Prevenzione e cura Gap, il modello italiano fa scuola

 l decimo Congresso europeo su Gambling Studies and Policy Issues: What’s next? Who’s next? New directions in Gaming and Gambling tenutosi a Helsinki in Finlandia dal 9 al 12 settembre 2014, ha rappresentato un’importante occasione di scambio e di confronto tra concessionari delle attività di gioco e operatori che si occupano di gioco patologico non solo in Europa, ma anche in Canada, Usa, Australia e Asia.

Ne sono emerse alcune tematiche di particolare attualità come l’importanza di differenziare il gioco sociale che non incide negativamente sul benessere dei giocatori che oggi si avvicinano alle molteplici occasioni di gioco con denaro, e l’importanza di evidenziare i segnali che indichino il rischio di cadere in forme di gioco compulsivo in persone più fragili e predisposte. Molte relazioni hanno riguardato, in particolare, il rischio che corrono oggi gli adolescenti esposti massicciamente alla seduzione di una cultura consumistica e all’uso generalizzato di sistemi informatico-telefonici di acccesso a possibilitò di gioco.

Di fronte a una leggera flessione di alcuni giochi più tradizionali, si assiste infatti ad una costante crescita dei giochi online la cui accessibilità è praticamente ubiquitaria e senza reali possibilità di contenimento. A tale proposito si è molto discusso, anche grazie ad un autorevole intervento della italiana Valérie Peano della agenzia Egla, dell’importanza di sviluppare una legislazione europea che, seppure non può avere ancora carattere cogente sugli stati membri, possa comunque fornire una cornice normativa di riferimento alla quale le legislazioni nazionali possano ispirarsi in una sostanziale omogeneità di indirizzi. 

DONNE IN GIOCO - È stato anche sviluppato il tema della diffusione del gioco tra le donne anche grazie a ricerche scientifiche condotte congiuntamente in Italia ed altri paesi europei con il coordinamento di Fulvia Prever di Milano.

Fabio Lucchini, di Federserd, ha inoltre presentato interessanti dati statistici a seguito dell’esperienza condotta attraverso il servizio di consulenza online www.giocaresponsabile.it.

ITALIA IN POLE NELLA PREVENZIONE - Un versante nel quale l’Italia si presenta come portatrice di esperienze avanzate è anche quella dei trattamenti residenziali previsti per giocatori. Su tale argomento, sono stati riportati i risultati emersi da una ricerca sugli outcomes dei primi cinque anni di sperimentazione del trattamento in ambito residenziale del Programma Orthos per giocatori d’azzardo patologico.

Il nostro Paese si distingue per la ricchezza di trattamenti ambulatoriali e residenziali mirati al superamento delle condizioni di tossicodipendenza. Tale condizione patologica è collegata nella stragrande maggioranza dei casi alla dipendenza da eroina e, in minor misura da cocaina e alcool. Mancano allo stato attuale risorse di trattamento per altre patologie che, pur avendo all’origine una struttura di personalità predisposta alla dipendenza (addiction prone personality), si diversificano in una gamma di diverse espressioni fenomeniche che vanno dal gioco d’azzardo patologico, alla sex addiction, all’abuso di Internet, all’abuso di ecstasy, cocaina ed altri stimolanti.

Per tali condizioni morbose, risultano talvolta insufficienti sia gli interventi medico-psicologici in ambito ambulatoriale offerti dai Ser.T., per la scarsa incisività in situazioni di comportamento compulsivo grave ed inveterato, sia di tipo comunitario a causa dei lunghi periodi generalmente previsti per i programmi di recupero.

La tipologia dei ‘nuovi dipendenti’ si esprime inoltre in una gamma estremamente diversificata a livello sociale, culturale, di età e di censo rendendo difficile un inserimento in contesti terapeutici predisposti per popolazioni target assai più omogenee e quindi meno adatte ad immissioni da parte di soggetti con storie personali e problematiche socio-adattive diverse e fortemente diversificate.

Ne deriva un forte disagio nella possibilità di offrire utili e realistici sbocchi terapeutici in situazioni che, seppure non ricalcano la devastante drammaticità di quadri di eroinomania primaria, comportano comunque forti elementi di sofferenza psico-adattiva ai singoli, alle famiglie ed alla collettività.

Si rende pertanto urgente sviluppare nuove forme di intervento che si confrontino con la recente evoluzione dei quadri patologico collegati alle nuove forme di dipendenza e che abbiano, a mio parere, le seguenti caratteristiche:

- Essere di durata più breve e comunque tale da rendersi compatibile con la permanenza di un inserimento nel tessuto sociale, lavorativo e familiare del soggetto;

- Avere una alta specificità di intervento sulla patologia specifica;

- Dotarsi di programmi a prevalente orientamento psicoterapico, più che medico, e articolati in modelli intensivi e fortemente strutturati al fine di poter incidere in profondità, pur in un arco di tempo limitato, sul comportamento disadattivo e sui nuclei problematici della personalità del soggetto;

- Prevedere una fase diagnostica accurata di intake in collegamento con i servizi sul territorio;

- Prevedere una fase di accompagnamento e consolidamento del lavoro psicoterapeutico collegato alla fase residenziale che sia sufficientemente strutturata e tale da non vanificare i risultati ottenuti.

LA SPERIMENTAZIONE - Su tali linee progettuali è stata avviata una sperimentazione a partire dalla 2007 su proposta della Associazione Orthos e finanziata dalla Regione Toscana. Per la sua “messa a norma” si rende tuttavia indispensabile l’inclusione della ludopatia tra i Lea (livelli essenziali di assistenza) senza la quale non sono previsti finanziamenti mirati ad affrontare questa patologia specifica.

Il programma Orthos, avviatosi sulla base di un progetto sperimentale da me proposto, è stato finanziato dalla Regione Toscana a partire dal 2007.

Il Programma consiste in 21 giorni di intervento intensivo di psicoterapia a orientamento umanistico-esistenziale integrativo (con elementi di carattere psicodinamico, relazionale e cognitivo) e counseling professionale in ambito residenziale centrato su 12 aree di criticità identificate come maggiormente presenti in questo tipo di patologia.

La scelta per una sede residenziale sita in un contesto a forte caratterizzazione naturalistica e lontana da centri abitati risponde ad una serie di motivazioni tra cui:

• Importanza di interrompere anche a livello concreto, oltre che simbolico, un ripetersi di comportamenti coattivi ed autolesivi

• Possibilità di affrontare quell’horror vacui a cui tanti comportamenti assuntivi si riconducono. Stare con il “vuoto” può rappresentare quel punto di svolta da una continua “fuga dalla propria ombra” verso una ritrovata familiarità con se stessi, le proprie paure, i propri mostri persecutori che tali non sono più se solo siamo aiutati ad affrontarli e a conoscerli con l’aiuto di un terapeuta formato e di compagni di viaggio con cui condividere l’esperienza di un nuovo incontro con se stessi.

La comunità residenziale Orthos è ospitata in una casa colonica della campagna senese sita nel comune di Monteroni d’Arbia.  La sua particolare ubicazione consente un piacevole soggiorno ai pazienti in un ambiente tranquillo e confortevole.  La struttura dispone di stanze da letto, spazi comuni, biblioteca specializzata e ambienti per lo studio, ambiente per le attività terapeutiche, atelier per le attività di espressione artistica e corporea, spazi per attività occupazionale e pc.

Gli obiettivi terapeutici si identificano nei seguenti punti:

• Esplorazione della storia personale e identificazione di eventuali disturbi della personalità che hanno messo in atto e successivamente perpetuato l’incapacità di regolare i propri impulsi e di realizzazione di un soddisfacente progetto di vita

• Riappropriazione delle componenti emozionali, cognitive, relazionali e comportamentali disfunzionali assumendone la personale responsabilità come individui adulti evitando la attribuzione a situazioni esterne, il mondo, gli altri

• Rivisitazione della storia affettiva e analisi dei possibili meccanismi di compensazione – attraverso i gioco compulsivo ed altri comportamenti di dipendenza o a rischio - della possibilità di strutturare soddisfacenti rapporti di intimità e di relazione costruttiva

• Messa a punto della situazione economico-lavorativa con programma di rientro di eventuali situazioni debitorie e di reinvestimento su possibili prospettive di lavoro

Sono candidati a tale forma intensiva di intervento soggetti di ambo i sessi e di maggiore età che risultano sostanzialmente inseriti nel tessuto socio-economico e che ancora dispongano minimamente di una rete di legami familiari. Si richiede inoltre una struttura di personalità non fortemente compromessa da elementi caratterologici disturbati ed una forma di dipendenza non gravemente invalidante.

Sono stati realizzati sino ad ora 24 moduli residenziali di tre settimane ciascuno per un totale di 260  utenti. Al programma residenziale sono seguiti incontri mensili in aggiunta all’intervento terapeutico condotto presso i SerD di competenza a livelli individuale, familiare e di gruppo laddove disponibili. Con entrambi cerchiamo di mantenere un contatto di verifica sull’evoluzione del quadro clinico anche a distanza di anni. I dati della ricerca condotta sulla esperienza sono stati pubblicati sull’Italian Journal of Addiction Vol.2 Numero 3-4, 2012  edita dal Ministero della salute e Dipartimento per le politiche antidroga con il titolo “ Ricerca sugli outcomes di Orthos: programma residenziale di psicoterapia intensiva per giocatori d’azzardo” con articolo consultabile in forma completa su www.dpascientificcommunity.it. Dalla ricerca, coordinata da V. Caretti e A. Schimmenti delle università di Roma e Palermo, risulta come “i risultati osservati significano che l’intervento Orthos ha come effetto una riduzione molto importante e duratura dei sintomi GAP (qui misurati attraverso i punteggi al SOGS); ugualmente, l’intervento Orthos migliora assai significativamente il funzionamento globale del soggetto e la sua condizione psicologica generale (VGF) anche a distanza di un anno e oltre”.

L’impostazione fortemente orientata alla responsabilizzazione dei residenti non consentirà l’accettazione di utenti affetti da patologie di tipo grave, sia sul versante delle dipendenze multiple che dei disturbi di personalità

Riccardo Zerbetto www.gioconews.it/esteri/71-generale19/41523-prevenzione-e-cura-gap-il-modello-italiano-fa-scuola-all-easg-2014

Giappone, gioco d’azzardo in crisi: lo Stato punta tutto sul pubblico femminile

 TOKYO – Gioco d’azzardo in crisi in Giappone: questo è il motivo per cui lo Stato ha deciso di puntare tutto sulla clientela femminile, soprattutto per quanto riguarda il “pachinko” (le slot nipponiche). Le 12mila sale presenti nel Paese verranno attrezzate per rispondere alle esigenze delle giocatrici pronte a spendere i loro soldi tra rulette e flipper. Si punterà su sale riservate, tappezzeria, candelieri, specchi e servizi nuovi e innovativi.

Come scrive Edoardo Vigna su Sette:

“In un Paese schiantato dalla sconfitta, ma desideroso di risorgere, le sale avevano aperto a catena, finendo- c’è da stupirsi? è sempre così..- nelle mani delle potenti famiglie della Yakuza, la mafia giapponese. Negli anni 90, al massimo del successo, decine di migliaia di sale fumose attiravano 30 milioni di giocatori l’anno, per lo più di mezza età. Poi però, le mille luci del pachinko hanno cominciato ad appannarsi. L’anno scorso i giocatori erano ridotti a un terzo, una decina di milioni, anche se il bottino rimasto nelle casse del banco era tutto sommato ricco: 180 miliardi di dollari. Così le 12mila sale residue hanno deciso di cambiare, per sopravvivere, puntando sulla clientela femminile”.

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