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Relatore sulla droga: il trionfo di Giovanardi fa infuriare Gassman

Uno dei più arrabbiati sembra l’attore Alessandro Gassman, che prima ha twittato: «Mettere Giovanardi a decidere su legge sulle droghe, come mettere allergico ai latticini all’assaggio mozzarelle». E poi ha rilanciato: «Buongiorno Presidente...ma Giovanardi alla legge sulle droghe?...ma veramente?! Ahahahahahahahahahah».. Scherzano.

La Rete, insomma, come sempre avviene in questi casi, tende a mascherare l’indignazione con l’ironia: «Dopo #Giovanardi relatore per il dl sulle droghe suggerisco Torquemada per la riforma della giustizia e Attila curatore del verde pubblico», si legge in un altro tweet. Oppure: «Nominare Giovanardi relatore al senato del DL sugli stupefacenti è come affidare un asilo nido ad Annamaria Franzoni». E via cinguettando..

Certo è che la nomina del padre della legge Fini-Giovanardi sulle droghe leggere a co-relatore (con Amedeo Bianco del Pd) al Senato del decreto sugli stupefacenti, suona un po’ come una provocazione non soltanto nei confronti di chi sulle droghe leggere ha posizioni assai differenti, ma anche verso la Corte Costituzionale, che aveva bocciato la vecchia legge firmata proprio da Carlo Giovanardi. Ma il Pd ogni tanto deve dare qualche soddisfazione al Ncd, il partito con cui è alleato, che sta cercando anche con il ministro Beatrice Lorenzin di fornire un’idea di severità anche nei confronti delle droghe leggere.

Non leggero è andato lo stesso Carlo Giovanardi, che in commissione affari sociali e giustizia, ha detto: «E’ un decreto legge in scadenza, quindi i tempi devono essere rapidi. Ritengo si possa approvare così com’è».

Alla fine il nodo del contendere sono le tabelle in cui vengono suddivise le droghe. Il partito di Giovanardi e della Lorenzin avrebbe voluto inserire la cannabis nella stessa categoria delle droghe pesanti. Ma il decreto prevede invece una suddivisione in 5 categorie e reintroduce la distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere, cancellata dalla legge Fini-Giovanardi. La I e III tabella raggruppano le droghe pesanti, la II e la IV quelle leggere. La V riguarda le droghe a uso terapeutico. Le tabelle regolano le circa 500 sostanze classificate dal 2006. Nella tabella I (droghe pesanti) rientrano gli oppiacei naturali o sintetici; le foglie di coca e gli alcaloidi derivati; le anfetamine; tutte le droghe sintetiche a base di tetraidrocannabinolo (Thc, principio attivo della cannabis) e ogni altra sostanza che produca effetti sul sistema nervoso centrale e abbia capacità di determinare dipendenza fisica o psichica. Nella tabella II (droghe leggere) rientra la cannabis senza distinzione tra indica, sativa, ruderalis o ibrida.

www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/05/07/ARZHdf-relatore_infuriare_giovanardi.shtml

Droga: Giovanardi relatore Decreto Lorenzin nomina spudorata

Il Coordinamento Nazionale delle Comunita' di Accoglienza (Cnca) esprime il proprio sconcerto per la nomina di Carlo Giovanardi a relatore in Senato sul provvedimento di conversione in legge del decreto Lorenzin sulle droghe. ''Siamo stupefatti - dichiara don Armando Zappolini, presidente del Cnca. - Al principale responsabile del fallimento italiano nel campo delle droghe - l'autore di una legge che e' stata dichiarata incostituzionale dalla Consulta e che ha solo riempito le carceri, l'ispiratore tramite il Dipartimento politiche antidroga del blocco del sistema dei servizi per le tossicodipendenze - viene ora affidato un ruolo cruciale nella revisione della legge che porta il suo nome. Una nomina spudorata che desta una fortissima preoccupazione. Se le istituzioni vorranno insistere con una politica ideologica e repressiva troveranno la nostra piu' ferma opposizione''.
www.asca.it/news-Droga__Giovanardi_relatore_Decreto_Lorenzin_nomina_spudorata-1385819-ATT.html

Cosa prevede il decreto legge sulle droghe

 Il 28 aprile la ministra delle riforme e per i rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi ha annunciato che il governo ha posto la fiducia sul decreto legge sugli stufepacenti e i farmaci off-label in discussione alla camera.

La fiducia sarà votata alle 18 del 29 aprile, mentre la votazione finale sul decreto dovrebbe slittare al 30 aprile alle 12.30.

Il decreto propone delle misure migliorative della legge Iervolino-Vassalli del 1990(Testo unico sugli stupefacenti) sull’uso di stupefacenti che è stata riportata in vigore dopo la sentenza della corte costituzionale che a febbraio del 2014 ha definito la legge Fini-Giovanardi incostituzionale.

Il decreto legge è composto da quattro articoli che sono stati esaminati dalla commissione giustizia e affari sociali della camera. Il decreto è in discussione in aula dal 24 aprile.

Ecco cosa prevede il decreto legge:

  • Il decreto prevede l’introduzione di nuove tabelle (cinque in totale) per la classificazione delle droghe e reintroduce la distinzione tra droghe pesanti e droghe leggere, abolita dalla legge Fini-Giovanardi. La I e III tabella raggruppano le droghe pesanti, la II e la IV quelle leggere. La V riguarda le droghe a uso terapeutico. Le tabelle regolano le circa 500 sostanze classificate dal 2006.
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  • Nella tabella I (droghe pesanti) rientrano gli oppiacei naturali o sintetici; le foglie di coca e gli alcaloidi derivati; le anfetamine; tutte le droghe sintetiche a base di tetraidrocannabinolo (Thc, principio attivo della cannabis) e ogni altra sostanza che produca effetti sul sistema nervoso centrale e abbia capacità di determinare dipendenza fisica o psichica.
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  • Nella tabella II (droghe leggere) rientra la cannabis senza distinzione tra indica, sativa, ruderalis o ibrida.
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  • È vietata la vendita e la coltivazione di queste sostanze sul territorio nazionale. Mentre l’acquisto o la detenzione di sostanze per uso personale non ha rilevanza penale. Rimangono in piedi le sanzioni amministrative che avranno però durata variabile a seconda che si tratti di droghe pesanti (da 2 mesi a un anno) o leggere (da uno a 3 mesi).
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  • La vendita di piccole quantità di droga prevede la reclusione da 6 mesi a 4 anni e una multa da mille a 15mila euro. L’arresto sarà possibile solo in caso di flagranza. Il reato non distingue tra droghe leggere e pesanti, spetterà al giudice decidere l’entità della pena in base alla qualità e alla quantità della sostanza e alle altre circostanze di ogni signolo caso. La riduzione della pena prevista per lo spaccio di droga permette di ricorrere alle pene alternative al carcere, previste dal decreto approvato a febbraio del 2014 sulle politiche carcerarie. Chi è condannato per questo reato potrà accedere alla messa alla prova, quindi all’affidamento ai servizi sociali.

www.internazionale.it/news/italia/2014/04/29/cosa-prevede-il-decreto-legge-sulle-droghe/

Nuovo mondo rave

Una volta in Gran Bretagna erano spontanei e si tenevano nei campi o nelle ex fabbriche. oggi sono organizzati, costosi, sponsorizzati. E invece dell’ecstasy circolano bibite vitaminiche e caffè

Mara Accettura D Repubblica. Alla Roundhouse di Camden, a Londra, l’evento è tutto esaurito da due mesi. Imperdibile, secondo i punters, i bene informati: 50 sterline per il party più bello del fine settimana. Ci sono il dj guru James Murphy (LCD Soundsystem) e i Dewaele Brothers, alias 2ManyDjs, con “Despacio Soundsystem,” il sistema di amplificazione appositamente disegnato per immergere la tribù di ravers nel ritmo ossessivo di house, electropop, soul e disco. Nella sala circolare dove sono stati piazzati sette speaker, mostri McIntosh alti tre metri e mezzo da 50mila watt, 48 amplificatori, i tre dj sono invisibili e i vinili risuonano potenti come se il suono remixato e rallentato (despacio significa “lento”) di Talking Heads,The Orb, Bill Wyman, Mr. Fingers, si potesse toccare. Gente di tutte le età sgomita e si abbraccia sulla pista appiccicosa di birra mentre i dealer di pasticche passano ogni venti minuti, il tempo di sussurrare «MDMA mate?» e scomparire nella folla. Quando gli amplificatori rimbombano con la leggendaria Here Comes the Sun, tutti alzano le braccia al cielo come ipnotizzati e all’im- provviso siamo avvolti nel riverbero di un sole artificiale, raggi stroboscopici e una luce calda e accecante degna della migliore installazione di Olafur Eliasson. Le T-shirt in vendita nel corner del merchandising dicono a caratteri cubitali: «Despacio is Happiness».

Dall’altra parte della città, verso Shoreditch, hipster con maschere da gorilla, tutù e calze zebrate si agitano al ritmo di funk, house e ska accanto a tipi regolari in camicia bianca e cravatta e genitori con la prole. In pista c’è chi ondeggia l’hula hoop sui fianchi e in un angolo chi tenta una posa di yoga. Stavolta sotto la luce di un sole vero. Il Morning Glory, un tributo agli Oasis, è un rave che parte mercoledì mattina alle 6.30 e si chiude alle 10.30, non per niente il motto è «The early bird catches the rave», l’uccello mattutino acchiappa il rave! In giro i cartelli sono chiari: chiunque sia trovato con droghe illegali verrà accompagnato fuori. Invece di MDMA e alcolici il bar offre caffè e smoothies. Poi ci si riveste e si va al lavoro. La mancanza di alcol e chimica non raffredda gli animi. «C’è un sacco di energia», commenta una ragazza bionda, «è diverso da un normale nightclub, la gente è felice. Tutti ballano e sudano un sacco!». Quando a Samantha Moyo e Nico Thoemmes è venuta l’idea tutti pensavano che fossero matti. Invece Morning Glory è stato un successo, con la gente che fa la coda. Chissà cosa ne avrebbe pensato FrankieKnuckles, il dj del leggendario Warehouse appena morto a Chicago, uno dei guru a cui viene attribuita la nascita di questa controcultura.

Quando l’acid house (nata appunto a Chicago) arrivò nel Regno Unito insieme all’Ecstasy, un’intera generazione la abbracciò: «La più grande rivoluzione giovanile dagli anni 60», la definisce Luke Bainbridge, critico musicale dell’Observer e autore di TheTrue Story of Acid House (Omnibus Press). «Prima i nightclub erano posti deprimenti dove ci si andava a ubriacare, a incontrare qualcuno del sesso opposto o a picchiare qualcuno dello stesso sesso. L’acid house trasformò i club in posti in cui ballare». A Londra ci si ritrovava allo Shoom, a The Trip, all’Apocalypse Now, a Manchester a The Hacienda. L’ecstasy sostituì eroina, anfetamina e alcol, liberò le inibizioni, eliminò le divisioni sociali, abbassò il tasso di violenza. Per una notte erano tutti amici con una gran voglia di divertirsi.

I rave imperversavano anche fuori. «Erano spontanei, celebravano l’assoluta libertà di ritrovarsi nei campi, nei capannoni. industriali per perdersi nel ritmo ossessivo della musica, ballare e connettersi agli altri. Palchi e band vennero sostituiti da dj, sistemi di amplificazione e musica elettronica», dice Tom Hunter, che ha rievocato il periodo nel libro The Crowbar (Here Press). «Avevamo ereditato dal punk la cultura DIY: non era necessario saper suonare per formare una band, o mixare per fare il dj. Il messaggio era chiaro: crea tu la tua musica, la tua arte. La povertà sprigionò una enorme energia. In quel periodo vennero fuori le riviste Dazed & Confused, ID, fotografi come Rankin, Damien Hirst e gli Young British Artists».

Il fenomeno culminò nel maggio ’92 a Castlemorton, in Worcestershire, un baccanale spontaneo di una settimana che attirò 25mila persone allarmando i media e il potere. «Un movimento nato a favore dell’edonismo piuttosto che contro l’autorità diventò all’improvviso una questione politica», dice Bainbridge. La rivoluzione doveva essere controllata: nel ’94 si varò una legge draconiana, il Criminal Justice Act, che dava alla polizia il diritto di «sciogliere eventi caratterizzati dall’emissione di beat ripetitivi». In UK il rave sembrava finito. Hunter comprò un bus a due piani, ci caricò un sistema di amplificazione e con una banda di amici girò l’Europa per due anni. «Da una settimana all’altra non sapevamo dove saremmo andati. Inseguivamo i festival per sentito dire, mantenendoci con un servizio bar: birre, superalcolici e panini. Partimmo senza soldi e tornammo senza soldi».

Oggi il panorama è radicalmente mutato. «Si è perso molto in termini di identità e libertà. Nessuno si sarebbe sognato di pagare 50 sterline per una discoteca, e tanto meno per drink e maglietta!», dice Hunter. I festival sono diventati eventi chiusi, sponsorizzati, venduti con mesi di anticipo, presi diati da eserciti di security. I club propongono serate costose e piene di merchandising, dj come Sasha e ChrisTofu sono delle star, la musica è entrata in classifica. L’underground è diventato socialmente accettabile, vedi Despacio o megaclub come il Fabric o il Ministry of Sound. O si è polverizzato in una miriade di eventi come il Morning Glory, pubblicizzati dai social me- dia, in spazi piccoli che sfuggono al controllo, in casa persino. La scena è più calma, meno affollata e le autorità chiudono un occhio. Ma qualcosa dello spirito estatico della “generazione chimica” continua a vivere. «Nei campi intorno al festival di Glastonsbury si tengono party che vanno avanti tutta la notte per migliaia di persone come Shangri-La, The Common, Arcadia e Block 9», dice Hunter. «In questa Glastonsbury alternativa, lontana dai palchi delle popstar, musica undeground e performance art si fondono spontaneamente. Julien Temple ci ha girato un documentario, Last On. È una sorta di utopia organizzata dagli stessi protagonisti di quella cultura che la politica di vent’anni fa ha cercato di sradicare».

 

 

Droga, la Camera dà l'ok al decreto. Ora passerà al Senato

via libera dell'aula al dl Lorenzin sulle tossicodipendenze dopo che ieri il testo aveva incassato la fiducia imposta dal governo: il ministro della Salute lo aveva emanato d'urgenza dopo la scure della Consulta sulla Fini-Giovanardi. A Palazzo Madama, però, già si annuncia battaglia: Ncd contesta il diverso trattamento riservato alla cannabis

ROMA - Sì dell'aula della Camera al decreto legge Lorenzin sulle tossicodipendenze. Il testo è stato approvato con 280 sì, 146 no e due astenuti, e ora passerà al Senato non senza polemiche di merito.

Ieri il medesimo decreto aveva incassato a Montecitorio la fiducia posta dal governo (la settima da quando Matteo Renziè diventato premier): 335 voti favorevoli e 186 contrari. Ma già si annunciava battaglia a Palazzo Madama: il Nuovo centro destra aveva contestato, infatti, il diverso trattamento riservato alla cannabis: inserita nella tabella delle droghe pesanti se ottenuta da sintesi di laboratorio, ma collocata tra le droghe leggere se 'naturale' ogm, e contenente quindi - secondo Ncd - una analoga quantità, rispetto alla cannabis di sintesi, di principio attivo dannoso. Il provvedimento potrebbe dunque subire modifiche nel passaggio al Senato. Tuttavia, ha affermato ieri il ministro della Salute,Beatrice Lorenzin, in conferenza stampa insieme agli altri esponenti Ncd Roccella, Giovanardi, De Girolamo e Pagano: "Siamo giunti ad un buon risultato e ad un testo equilibrato". Il punto, ha spiegato, è che "c'è la necessità di dare un messaggio forte al Paese, e cioè che drogarsi non è normale e dobbiamo sconfiggere la cultura della normalizzazione del drogarsi che sta provocando danni enormi sia agli adulti sia ai giovani".
 
La titolare della Salute aveva preso l'iniziativa di emanare d'urgenza il decreto a fine marzo 2014 dopo che la Consulta aveva dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi (49/2006). Con la sentenza della Corte Costituzionale erano infatti venute a cadere le modifiche più importanti della legge quadro sulle droghe (dpr 309/90): in particolare, quelle riguardanti la classificazione delle sostanze stupefacenti (dall'eroina alla cannabis) in un'unica tabella e il conseguente trattamento penale o amministrativo per spaccio e consumo.

www.repubblica.it/politica/2014/04/30/news/droga_la_camera_d_l_ok_al_decreto_ora_passer_al_senato-84856475/

“Sigarette elettroniche danno dipendenza”: limiti e leggi in arrivo dagli Usa

Blitzquotidiano.it - ROMA – Le sigarette elettroniche, proprio come le “classiche”, danno dipendenza da nicotina. Per questo motivo la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha annunciato l’arrivo di limiti e leggi per la regolamentazione della vendita e dell’uso delle e-cig.

Le sigarette elettroniche, scrive il Wall Street Journal, potrebbero essere vietate ai minori di 18 anni e i produttori saranno costretti a dichiarare le sostanze chimiche usate nelle ricariche e ricordare che contengono nicotina, sostanza che dà dipendenza.

 

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Gioco d'azzardo, allarme dei pediatri: coinvolge 1,2 milioni di minori

(AGI) - Roma, 26 apr. - C'era una volta il mercante in fiera, il monopoli, la tombola in famiglia con i fagioli per segnare i numeri. Oggi ci sono le luci dei videopoker e delle slot-machine, i colori dei gratta e vinci, le combinazioni del superenalotto. Perche' gli italiani sono "malati di scommesse" prima ancora di prendere la patente: almeno 800.000 ragazzini italiani fra i 10 e i 17 anni giocano d'azzardo, addirittura 400.000 bimbi fra i 7 e i 9 anni hanno gia' scommesso la paghetta su lotterie e bingo. Mentre gli adulti nascondono la testa sotto la sabbia: uno su tre afferma di non ricordare o non sapere se i propri figli giochino, nonostante oltre la meta' abbia paura che i ragazzi vengano contagiati dal virus delle scommesse. Sono gli allarmanti risultati di un' indagine realizzata in Italia sul gioco d'azzardo nei minori, promossa dall'Osservatorio Nazionale sulla salute dell'infanzia e dell'adolescenza (Paido'ss) e presentata in anteprima durante l'International Pediatric Congress on Environment, Nutrition and Skin Diseases, a Marrakech dal 24 al 26 aprile.


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Oltre il cane Pando verso la drug education

IL professor Franco Coppoli si è rifiutato di far entrare i cani antidroga nella sua classe mentre faceva lezione. Si ritrova oggi con un provvedimento disciplinare incombente sulla sua testa. Susanna Ronconi prova a spiegare perchè con i giovani  l'approccio deterrente non funziona e che bisogna ritornare ad educare.

 

franco-coppoli.jpg26 marzo, Istituto per geometri Sangallo di Terni. Il cane Pando fa il suo ingresso in classe, è un cane antidroga, lavora per la Questura, e fa i suo mestiere. Ma anche il professor Franco Coppoli sta facendo il suo, di mestiere, insegna, dichiara agli agenti di non voler interrompere il suo “pubblico servizio” e li invita a uscire. Un gesto, quello del professore, che non finisce lì, e che il 29 aprile, all’Ufficio Scolastico regionale dell’Umbria, sarà giudicato e sanzionato con un provvedimento disciplinare per non aver interrotto le lezioni (sic!) e aver impedito il controllo in aula della polizia. La contestazione è per un atto “ non conforme alle responsabilità, ai doveri, e alla correttezza inerenti alla funzione o per gravi negligenze in servizio”, il che significa fino a sei mesi di sospensione da insegnamento e stipendio.

Quello di Terni non è un episodio nuovo e tantomeno isolato, si è ripetuto spesso anche in questi mesi di post Fini Giovanardi (una inerzia?) l’assunto che la repressione, meglio se esibita e con forte impatto, come i supplizi del medioevo, serva alla dissuasione fa parte del senso comune, di quello della politica e anche di quello di certi “scienziati” embedded. Ma vale la pena riparlarne per almeno tre motivi.

Primo: Pando oggi non sta più fuori dai cancelli ad annusare, entra nelle aule, l’impatto è forte, il linguaggio non è quello del mero controllo ma quello della deterrenza, e il rapporto che si cerca così con li mondo degli educatori non è una alleanza, è una sudditanza ancillare e muta. Un approccio che rende pedagogicamente ridicola la tesi di un discorso che presume di essere efficace alternando parole educative a parole repressive: Pando non apre uno spazio educativo, Pando lo chiude (del resto sa solo abbaiare). Che il professor Coppoli si sia sentito espropriare di parola e ruolo è il minimo.

Secondo: la sconcertante impermeabilità nel tempo di queste prassi alla “evidenza” della loro inefficacia: la santa alleanza tra “educare e punire” - manifesto della nostra legislazione nazionale -  ha dimostrato nei decenni la sua pochezza (vedere gli andamenti dei consumi per credere). Lo “scared approach”, approccio deterrente, di reganiana memoria (do you remember “Just say no!” e la Zero tollerance?) ha avuto proprio negli States, dove ha drenato milioni di dollari per un semplice bluff, la sua più radicale critica. Da un lungo elenco: gli studi di Rodney Skager, California, sul fatto che, repressione o no, i ragazzi consumano comunque, quello della Università del Michigan, che ha indagato sulla inutilità dei test sui ragazzi, fino al modello educativo “La sicurezza al primo posto: un approccio basato sulla realtà” della pedagogista Marsha Rosenbaum, San Francisco, che così sintetizza il suo pensiero: «La realtà, secondo le ricerche promosse dallo stesso governo degli Stati uniti, è che oltre la metà dei giovani adolescenti americani sperimenta l’uso di droghe illegali nel periodo in cui frequenta le scuole medie superiori. Tuttavia, l’obiettivo principale della gran parte dei programmi è quello di prevenire il consumo. Al contrario, un approccio realistico dovrebbe concentrare le nostre energie sulla prevenzione dei comportamenti d’abuso. Continuiamo a enfatizzare il valore dell’astinenza, a supportare quegli studenti che dicono “no alle droghe”, mentre dovremmo offrire un’informazione onesta e scientificamente corretta a tutti coloro che dicono “forse”, o “qualche volta” o “sì”».

E qui sta il terzo punto: è ora che gli educatori (tutti, dai genitori agli insegnanti al mondo adulto) si riprendano parola e responsabilità. Il gesto di Franco, dei colleghi e dei genitori che hanno solidarizzato con lui, ha senso se si restituisce alla “normalità” delle relazioni quotidiane il discorso sull’uso di sostanze da parte dei ragazzi. Si chiama “drug education”, significa consapevolezza, ascolto, informazione corretta. Significa, con Marsha Rosembaum, prevenire l’abuso e contenere i rischi. Ma “drug ediation” non ha una traduzione in italiano, noi abbiamo preferito, grazie al Dipartimento antidroga, puntare su “early detection” (questa sì, tradotta) che significa individuare – magari invitando i genitori ad effettuare i test sui figli o mandando i cani - i consumi per avviare i ragazzi/e alla patologizzazione e alla repressione. Un suicidio educativo.

www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/oltre-il-cane-pando-verso-la-drug-education

Dipartimento antidroga, l’ora dell’addio

 Franco Corleone scrive per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 23 aprile 2014.

Il fallimento della guerra alla droga porta con sé enormi conseguenze, dal ripensamento della costruzione ideologica del proibizionismo all’archiviazione degli strumenti utilizzati per combattere una battaglia insensata che ha prodotto milioni di vittime nel mondo. Il modello organizzativo dello zar antidroga come struttura autocratica, da combattimento, va dunque cancellato, anche in Italia.

Giovanni Serpelloni, capo indiscusso del Dipartimento antidroga dal 2008, il 15 aprile ha rilasciato un’intervista a Redattore sociale per rivendicare il suo ruolo e per indicare una nuova prospettiva, candidandosi, magari solo per sei mesi, a dirigere il cambiamento. Un’intervista patetica, condotta su un registro alternante, da protagonista arrogante a sconfitto rassegnato. Serpelloni, dopo aver ricevuto la lettera dalla presidenza del Consiglio il 9 aprile con la notifica del rientro alla Asl 20 di Verona, si è messo in ferie e da Roma continua la sua lotta per discutere della riorganizzazione del Dipartimento e chiede, sconsolato, se i suoi uffici  servano ancora oppure no.

Pare che Serpelloni abbia suggerito di mantenere il Dipartimento presso la Presidenza del Consiglio in alternativa a una possibile collocazione nei ministeri della Salute, degli Interni o del Welfare.

Una impostazione di questo genere è arretrata e fuori contesto. Dopo la sentenza fondamentale della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la legge Fini-Giovanardi, occorre davvero considerare finita l’era dell’oltranzismo ideologico e voltare pagina. Da questo punto di vista il decreto Lorenzin in discussione alla Camera rappresenta solo il segno del passato che non si arrende, tra contorsionismi  e  tentazioni di improbabili colpi di coda.

Ripensare dalle fondamenta la politica delle droghe, dopo decenni di indigestione di paccottiglia pseudo scientifica e di rimasticature neolombrosiane sulla potenza incontrollata delle sostanze e l’incapacitazione degli individui, è un compito che richiede intelligenza e rigore.

Il Manifesto di Genova, documento sottoscritto da un ampio cartello di Ong italiane, offre un’analisi politica ampia e indicazioni operative convincenti. Invece di uno zar antidroga, è urgente costituire una “cabina di regia”, un team di persone competenti che sappia individuare linee di intervento  e obiettivi condivisi da un mondo vasto, di servizi pubblici e del  privato sociale, di operatori e di consumatori, di giuristi e di amministratori.

Va quindi smantellata dalle fondamenta la struttura di potere del Dipartimento e va cancellato il Comitato Scientifico amerikano, del tutto subalterno allo statunitense  Nida (National Institute for Drug Abuse), di nome organismo scientifico, ma di fatto un “ministero della propaganda antidroga”, così come è irriverentemente soprannominato negli ambienti scientifici. Va invece ricostituita una Consulta snella ed efficiente per preparare una Conferenza nazionale sulle droghe che riprenda il filo strappato di quella di Genova del 2000.

In quella sede si dovrà sviluppare il confronto con la politica per definire le linee di una nuova legge sulle droghe che disegni un regime di piena depenalizzazione del consumo personale e di spazio per sperimentazioni innovative. Altro grande tema dovrebbe essere la definizione del ruolo dell’Italia e dell’Unione Europea in vista dell’Assemblea generale Onu sulla droga (Ungass) prevista nel 2016. E’ tempo di fare i conti con la nuova frontiera indicata dai paesi del sud America, Uruguay e Bolivia in testa, che hanno scelto di sperimentare una regolamentazione per le sostanze meno rischiose.

Cambiamo verso, ora.

Lattuga, il viagra naturale degli Egizi

La pianta che dette origine alle nostre insalate contiene una sostanza afrodisiaca


Il Corriere della sera - Da oltre un secolo gli archeologi cercavano di spiegare un' associazione apparentemente insensata: negli antichi bassorilievi egiziani, il dio della fertilità Min è sempre raffigurato sessualmente eccitato; davanti a lui i fedeli ( maschi) invocano il suo miracoloso aiuto offrendogli cespi di lattuga, una verdura adatta a propiziare sonni tranquilli piuttosto che brillanti prestazioni sessuali. Eppure, quei bassorilievi parlano chiaro: Min è inequivocabilmente « itifallico » e i geroglifici sottolineano che il suo membro si accendeva di visibile desiderio e la sua faccia si illuminava di entusiasmo proprio perché i fedeli gli offrivano della lattuga. Insomma, al dio Min la lattuga faceva un « effetto Viagra » e gli antichi egizi lo sapevano così bene che quando nemmeno la lattuga faceva l' effetto sperato, si rivolgevano al dio per chiedere il suo miracoloso intervento. Naturalmente, portandogli in dono cespi di lattuga. Già nell' antichità questa preziosa conoscenza andò perduta e nel mondo greco romano si diffuse l' idea contraria, cioè che la lattuga fosse un ottimo calmante sessuale.

 

Leggi tutto l'articolo sul sito del Corriere

Che cosa sta succedendo nella politica mondiale della lotta contro le droghe, e perche' emergono le Americhe in questa insolita svolta?

José Mujica, presidente dell'Uruguay, ha fatto si' che il Congresso del suo Paese approvasse la legalizzazione di produzione, distribuzione e consumo di marijuana. Evo Morales, presidente della Bolivia, ha ottenuto una eclatante vittoria presso l'Agenzia degli stupefacenti dell'Onu (Unodc) che ha accettato il consumo culturale della coca come norma internazionale. Otto Pérez, presidente del Guatemala, ha lanciato una politica alternativa di lotta contro le droghe per far fronte alla crescita delle organizzazioni criminali del narcotraffico che operano in Centroamerica. Barack Obama, presidente degli Stati Uniti, ha accettato di sedersi, nell'ultimo vertice delle Americhe che si e' tenuto a Cartagena de Indias, per discutere, con gli inviati dei Paesi della regione, su percorsi alternativi all'attuale politica repressiva contro le droghe che ha narcotizzato le relazioni degli Usa con il resto del mondo. Nel medesimo contesto, Juan Manuel Santos, presidente della Colombia, ha proposto di tassare i profitti dei narcotrafficanti, si' da farli uscire dal mercato. Nel contempo, gli Stati di Washington e Colorado hanno approvato referendum che, in base allo spirito di Proposition 19 che in California ha ottenuto il sostegno del 48% dei cittadini, hanno approvato la legalizzazione di coltivazione, produzione e consumo di marijuana. Di fronte a questa realta', che solo dieci anni fa sarebbe stata considerata un racconto di Gabriel Garcia Marquez, e' logico domandarsi: che cosa sta succedendo nella politica mondiale della lotta contro le droghe, e perche' emergono le Americhe in questa insolita svolta?
La risposta e' semplice: la politica proibizionista, come strategia di lotta internazionale contro produzione, vendita e uso di droghe illegali e' fallita e l'America Latina e' diventata leader di questa denuncia. Il fallimento e' dimostrato dal fatto che oggi esistono 300 milioni di consumatori di stupefacenti e che il mondo non e' piu' diviso, come lo era in precedenza, tra Paesi produttori e Paesi consumatori, poiche' ci sono alcuni di questi ultimi che si trasformano in produttori, come gli Usa, che produce il 60% della marijuana, e Paesi produttori che oggi sono grandi consumatori, come il Brasile.
Non deve sembrare un paradosso che questo accada dopo cento anni dalla nascita della attuale politica di controllo, che e' stata avviata quando furono siglati i trattati di lotta contro l'oppio all'inizio del secolo XX. Di conseguenza si e' sviluppata una forte politica di divieti per un'ampia lista di sostante proibite, incluse nell'”indice” dell'Inquisizione.
Questa dinamica interventista ha prodotto la propria inefficacia: i signori della droga vivono i pericoli creati dalle autorita' incaricate di combatterli, e a maggior pericolo corrispondono maggiori utili. I modelli economici preparati da economisti di un certo livello, come il premio Nobel Gary Backer, hanno dimostrato che, insistendo nel progettare politiche di controllo delle droghe illegali rifacendosi ai metodi usati per i beni legali, conduce la materia all'irragionevolezza del mito di Sisifo, la cui punizione non era tanto lo sforzo fisico di spingere un masso pesante dalla base alla cima di un monte (ndr. masso che poi rotolava di nuovo alla base) ma l'inutilita' psicologica di doverlo fare per sempre. I prezzi delle droghe non si adeguano alle offerte di mercato delle stesse ma procedono al contrario di queste offerte: quando si sequestra un carico di droghe illegali, le regole del mercato sotterraneo in cui si muovono queste merci stabiliscono che i prezzi non crescano, altrimenti disincentiverebbero il loro consumo, ma si mantengano ancor piu' bassi poiche' i narcotrafficanti fanno uso delle proprie scorte oppure mescolano le droghe con altre sostanze pericolose, e in questo modo riescono a far fronte ai violenti divieti del mercato.
Cosa fare di fronte a questa realta'? La soluzione non è semplicemente la legalizzazione. Non si puo' saltare dal fondamentalismo proibizionista al fondamentalismo legalizzatore, che ognuno possa consumare cio' che vuole e nel modo che piu' gli aggrada. La soluzione e' la depenalizzazione. Mantenere il carattere asociale del consumo di droghe nocive, ma darle un trattamento meno punitivo e piu' preventivo come risposta: meno polizia e carcere e piu' educazione e medici. Si tratta, quindi, di stabilire le differenze tra i diversi tipi di droghe (partendo con la marijuana), i diversi tipi di consumatore (proteggendo i minorenni), i diversi livelli di consumo (salute pubblica per i tossicodipendenti, educazione per i consumatori ricreativi) e interventi specifici dello Stato attraverso imposte, campagne di prevenzione e assistenza psicosociale, come nel caso del tabacco, che ha dimostrato di avere molti piu' effetti che non i controlli punitivi. Si tratta, in sintesi, di una nuova politica per rimpiazzare la vecchia strategia penale, che e' molto costosa e con pochi risultati, cosi' come suggerito dalla teoria di Enstein per cui la forma piu' sofisticata di follia e' pretendere che facendo sempre le stesse cose si possano conseguire risultati diversi.

(articolo di Ernesto Samper Pizano, ex-presidente della Colombia, edito dal quotidiano El Comercio del 20/04/2014)
 

Droghe, lo "sceriffo" di Giovanardi silurato dal governo...

Anna Tarquini, L'Unità

Dopo la Fini-Giovanardi cade un altro simbolo della politica proibizionista degli ultimi sei anni. È Giovanni Serpelloni, lo zar del Dipartimento politiche antidroga, più potente di un ministro, pluri-finanziato, longevo tre legislature, la «creatura» di Giovanardi, acerrimo nemico delle droghe leggere, l’uomo che nessuno fino ad oggi era riuscito a rimuovere. Lui nega e parla di «notizie di gossip», ma la sua sostituzione a capo del Dipartimento è qualcosa i più di una voce di corridoio. Intanto c’è una lettera firmata dalla Presidenza del Consiglio che lo trasferisce d’ufficio alla Asl di Verona, la stessa da dove era arrivato quando venne chiamato a Roma. Poi ci sono gli incontri istituzionali avvenuti in questi giorni per trovare una soluzione morbida alla sua uscita di scena.

Che il vento è cambiato dopo la sentenza della Consulta che ha bocciato per incostituzionalità la Fini Giovanardi e che il governo Renzi ha intenzione di accogliere le nuove direttive se non anti-proibizioniste almeno in linea con gli altri Paesi europei è nell’aria da tempo. Prima è arrivata la decisione del Presidente del Consiglio di tenere per sé le deleghe sulla droga sottraendole al ministero della Salute, adesso si affronta il nodo Serpelloni. Le deleghe andranno, si dice, al ministro del Lavoro Poletti, ma prima si deve risolvere la questione Dipartimento.

Se ne sarebbe occupato, in persona, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Graziano Delrio. Nei giorni scorsi Delrio avrebbe incontrato Serpelloni per offrirgli due mesi di proroga al mandato, giusto il tempo di occuparsi della relazione annuale al Parlamento sulle droghe, poi basta. Bisogna dire che il mandato di Serpelloni è già in scadenza e che è prassi per il capo del Dipartimento, come era accaduto nelle precedenti legislature, fare un passo indietro per poi essere riconfermato. Questa volta però non sarà così. Perché l’esistenza del nuovo incarico è scritta in calce dalla Presidenza del Consiglio e la destinazione è Verona. Anche se nei giorni scorsi a chi gli domandava se fossero vere le voci di un cambio della guardia Serpelloni ha risposto netto: «Sto continuando a lavorare per assicurare la continuità della funzionalità del Dipartimento antidroga. Il resto è gossip che non mi appartiene».
Giovanni Serpelloni in questi anni è riuscito a farsi più di un nemico. Nominato nel 2008 dall’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Carlo Giovanardi, ha condiviso con lui la linea più dura sulle droghe, soprattutto sulla cannabis. Da anni le associazioni del settore chiedono invano la sua rimozione e questo per diversi motivi: la stoica convinzione proibizionista, perché è accusato di manipolare le statistiche sul consumo di droga, per gli studi internazionali che sceglie a discrezione per dimostrare solo la assoluta nocività della cannabis.

Nell’ordine e negli anni pubblica: la ricerca della University of Southern della California per dire che la marijuana aumenta il rischio di tumore ai testicoli; quello dellUniversity of Melbourne che «prova» come la cannabis istiga al suicidio; e ancora «aumenta gli incidenti» (e questo è plausibile); aumenta di 4 volte il rischio di schizofrenia; crea un notevole danno alla fisiologica maturazione cerebrale al livello di corteccia e di materia bianca. Lo chiamano anche il castigatore dei rave party che lui monitora grazie al sistema di «allerta precoce» un progetto del suo Dipartimento e ne registra, tra il 2010 e il 2012, ben 113 illegali.

Riceve in tre anni ben 43 milioni di euro per le politiche del Dipartimento che usa per ricerche, statistiche, prevenzione. Ma proprio sulle ricerche cade. È di qualche giorno fa un’inchiesta dell’Espresso che mette il dito nella piaga. Giovanni Serpelloni, dice, è soprattutto accusato di manipolare i dati. Le sue relazioni al Parlamento sono così inattendibili che anche l’allora ministro Andrea Riccardi, che aveva la delega al contrasto delle tossicodipendenze, prese le distanze. Era il 2012. Serpelloni inviò per posta 60mila questionari, ne tornarono indietro con le risposte solo il 33,4 per cento. «Nella relazione al Parlamento del 2013 - scrive l’Espresso - questo dato parziale diventa indicatore del consumo di droghe in Italia». Riccardi punta i piedi. E impone che nella relazione venga inserito un inciso che «certifica la non validità statistica del dato».

www.unita.it/italia/droghe-lo-sceriffo-di-giovanardi-br-silurato-dal-governo-1.563659

 

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