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Novità altro

La drug policy che funziona

Giorgio Bignami presenta il rapporto della Global Commission on Drug Policy per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto        

kofi-annan.jpgNel 2011 il rapporto della Global Commission on Drug Policy, denunciando i fallimenti della War on Drugs, analizzando i disastri di questa guerra, fece tremare i palazzi proibizionisti nazionali e planetari. Questo, sia per i suoi contenuti, sia per le firme di molti pezzi grossi dell'establishment internazionale, a partire dall'ex segretario generale dell'Onu Kofi Annan, assistiti da una scelta schiera di esperti. Dopo il rapporto del 201, la Commissione ha seguitato a lavorare su specifici problemi, per esempio i costi dell’applicazione della legge penale e la riduzione del danno (vedi il rapporto fra droghe, Hiv/Aids ed epatite C; v. www.globalcommissionondrugs.org). Finché il 9 settembre scorso è stato pubblicato il nuovo rapporto Taking Control: Pathways to Drug Politics that Work - "Prendere il controllo: percorsi verso politiche delle droghe che funzionino".

Qui solo qualche rapido cenno ai contenuti del rapporto, a partire dalle raccomandazioni finali: 1. spostare il più possibile risorse dalle azioni repressive e punitive agli interventi sanitari e sociali di provata efficacia; 2. porre fine sia alla criminalizzazione dell'uso e del possesso di droghe per uso personale (l'italica depenalizzazione di uso e possesso è il più delle volte una tragica frode, almeno dalla Jervolino-Vassalli in poi e ancor più negli anni della Fini-Giovanardi), sia ai trattamenti obbligatori (quasi una allusione a certe nostre comunità terapeutiche); 3. cogliere l'opportunità della prossima assemblea generale Onu sulle droghe (Ungass) del 2016 per cambiare le convenzioni internazionali, sinora ricalcate sul modello proibizionista varato a Vienna nel 1961; 4. puntare sulle alternative al carcere per i "pesci piccoli" del narcotraffico (piccoli produttori, corrieri al dettaglio, piccoli spacciatori); 5. permettere e incoraggiare i diversi esperimenti di legalizzazione controllata, a partire da (ma non fermandosi a) cannabis, foglie di coca e parte delle nuove sostanze psicoattive; quindi 6. puntare a una riduzione del potere delle organizzazioni criminali per ridurre la violenza e l'insicurezza alimentate dalle competizioni tra di loro e con lo Stato; infine 7. assicurare l'equo accesso ai farmaci essenziali, in particolare gli oppiacei per il dolore (per incidens, l'ultima relazione ad hoc al Parlamento del nostro Ministero della salute mostra qualche progresso, ma anche quanto siamo ancora lontani dagli standard di altri paesi soprattutto del centro e nord-Europa e del nord-America www.grusol.it/apriInformazioni.asp?id=3791). Poco spazio resta per le parti analitiche del rapporto. Il fallimento delle strategie di controllo è documentato dagli aumenti di produzioni e consumi di droghe pesanti; il danno alla salute pubblica e alla sicurezza dalla frequenza delle adulterazioni e delle morti da overdose, dalle restrizioni alle strategie di riduzione del danno (solo in Russia 1.800.000 iniettori sono infetti da virus Hiv); l'attacco ai diritti umani dagli oltre mille giustiziati all'anno per reati di droghe, dagli innumerevoli carcerati e reclusi in "centri speciali", dalle gravi discriminazioni a danno delle minoranze etniche e razziali; l'incentivazione della criminalità e dell'arricchimento dei criminali dai quasi quattrocento miliardi di dollari annui di vendite al dettaglio, dall'escalation della violenza e del finanziamento del terrorismo; giù giù, sino ai dati sul dilagare della corruzione, sull'inquinamento dell'economia legale, e chi più ha più ne metta. Insomma, conclude la Commissione, vi supplichiamo, potenti della terra, facciamola finita; e per fortuna, aggiunge, qualcuno qua e là ha iniziato a capire l'antifona.

Leggi il sommario del rapporto della Global Commission on Drug Policy: Prendere il controllo: percorsi verso politiche delle droghe che funzionino (traduzione a cura di Giorgio Bignami)

Scarica il rapporto della Global Commission on Drug Policy: global_commission_EN.pdf. (lingua inglese)

Droghe, persone non molecole

Susanna Ronconi racconta la Summer School 2014 per la rubrica di Fuoriluogo

Nei lunghi anni della Fini Giovanardi e del “suo” Dipartimento antidroga, c’è stato, come si sa,  un  mondo  di operatori, scienziati, consumatori e cittadini che non ha mai smesso di opporsi e lottare per una alternativa. Meno forse si sa che dentro questo mondo c’è stato chi, diverso per ruolo e competenze, in “direzione ostinata e contraria” ha continuato a lavorare  sul piano della ricerca e  dell’operatività, per un diverso modo di leggere i fenomeni del consumo di droghe e di intervenire. Un lavoro  di controtendenza sul piano nazionale ma fortemente ancorato  ai contesti  internazionali ed  europei,  un lavoro caparbio   caratterizzato da risorse materiali fragili compensate da impegno e competenza. Appartiene a questo  mondo  di  minoranza - se paragonato al pensiero dominante della “malattia del cervello” - quello che, per iniziativa di Forum Droghe e CNCA,  si è incontrato a Firenze tra il 4 e il 6 settembre per proporre, discutere e sviluppare con oltre cento operatori del pubblico e del privato sociale un nuovo modello operativo in tema di consumi di droghe,  un “Modello operativo ecologico verso il controllo del consumo”.  Di cosa si tratta e perché sta riscuotendo tanto interesse? Si tratta innanzitutto di uno sviluppo dell’approccio di riduzione del danno, e già questo lo mette all’ordine del giorno, dopo anni di ostracismo del “quarto pilastro” delle politiche sulle droghe. Ma soprattutto si tratta di una sfida scientifica e operativa, che innova su tre piani principali. Il primo, lo sguardo: il percorso che ha portato a questa proposta (un processo di ricerca e  sperimentazione durato  oltre 3 anni, incluso un progetto europeo) ha riattraversato decenni di ricerca internazionale sui consumi e ne ha sviluppata a livello locale, evidenziando come i consumatori di qualsiasi sostanza - che, è bene ricordarlo, per la stragrande maggioranza hanno un consumo non problematico - mettono in atto strategie efficaci di autocontrollo del proprio consumo, e che anche quando arrivano a momenti di “fuori controllo” sanno poi ritornare a consumi più moderati. E che, inoltre, apprendono dalla propria esperienza in modo evolutivo. Insomma, semplificando, la “malattia cronica  recidivante” non è il  destino, come sostiene  il dominante sguardo medico. Secondo, gli interventi. La protezione dall’abuso e da un uso dannoso punta a sostenere le pratiche “naturali” di autoregolazione, verso un consumo il cui grado di “controllo” non è dettato da standard ma da ciò che il consumatore pensa sia bene per sé. Questa prospettiva suggerisce che l’astinenza non sia il solo buon obiettivo, ma che lo sia riuscire a sostenere uno stile di vita desiderabile. Terzo, il contesto: quel “ecologico” significa  che il consumatore va pensato nel suo ambiente e non solo di fronte a una molecola, e  che questo ambiente a sua volta è (può essere) fattore di protezione e sostegno all’autoregolazione. Il confronto serrato tra operatori, ricercatori, consumatori ha aperto una prospettiva, che ruota non attorno al “deficit” di chi consuma ma alle sue risorse e apprendimenti (come del resto avviene in tutta la promozione della salute), attorno a obiettivi non pre-stabiliti da servizi e politiche  ma   legittimamente restituiti alla sovranità del soggetto (come del resto dettano le migliori metodologie della relazione di aiuto). Sostenere l’autocontrollo, insomma, è una prospettiva e una pratica che include, dopo un lungo ostracismo morale coperto da ragioni pseudoscientifiche, il consumatore tra i cittadini, quelli che hanno sovranità sulla propria salute e sul proprio stile di vita.
Tutti i materiali su formazione.fuoriluogo.it

l'Italia a rovescio – sospeso il professore che ha difeso i suoi ragazzi da un'irruzione immotivata

12 giorni di sospensione sono stati inflitti a Franco Coppoli, il docente e sindacalista dei Cobas Scuola che si oppose ad una irruzione in classe di un gruppo di poliziotti dell’antidroga (Qui potete trovare la notizia dello scorso 4 aprile) durante l’orario di lezione.  Quel gesto gli costò un deferimento disciplinare da parte della Preside.

Il Miur ha deciso, lo scorso mese di luglio, di sospenderlo 12 giorni per quel gesto, da scontare all’inizio dell’anno scolastico, ovvero dal 15 al 27 settembre prossimo.

Contattato da noi telefonicamente ha annunciato che farà ricorso contro questa sanzione, e in questa intervista ripercorre i fatti, ci offre le valutazioni su quanto accaduto e ricorda anche di avere ricevuto numerosi attestati di solidarietà dentro e fuori la scuola.

Ascolta o scarica l’intervista

qui invece s'incazza abbestia

 

Gioco d’azzardo, bloccati i pagamenti online con carta di credito

 Banca Popolare dell’Emilia Romagna ha bloccato le proprie carte di credito in modo che non sia possibile effettuare pagamenti sui siti di giochi d’azzardo.

Le carte di credito sono uno strumento davvero comodo ed utile: grazie ad esse possiamo effettuare transazioni rapidamente e senza bisogno di avere con noi troppo denaro contante, una scelta peraltro poco sicura. Grazie all’ampia varietà di proposte, ciascuno potrà trovare la carta di credito su misura in base alle proprie esigenze. Tutto ciò che occorre fare è porre i prodotti CartaSi a confronto con quelli American Express, Visa e così via, in modo da riuscire poi a compiere una scelta consapevole vantaggiosa.

Con la nostra carta di credito potremo anche effettuare acquisti online: in questo caso però, è beneinformarsi su cosa sia il phishing, così da poter difendere i propri dati in modo efficace. La facilità con cui si possono eseguire queste operazioni di pagamento può però essere controproducente per alcuni soggetti. Chi ad esempio ha difficoltà nel limitare le proprie spese potrebbe trovare difficoltà nell’autocontrollarsi, così come gli habitué dei siti di giochi d’azzardo.

C’è però una buona notizia: una banca sembra essersi accorta dei danni che il gioco d’azzardo online provoca ed ha pertanto deciso di bloccare l’accesso a tali siti per le proprie carte di credito. È ciò che ha fatto Banca Popolare dell’Emilia Romagna con oltre 480mila carte di credito tradizionali. “Siamo una banca cooperativa con un forte radicamento territoriale e siamo consapevoli che ogni decisione che prendiamo o non prendiamo avrà conseguenze sulla comunità” ha spiegato Andrea Cavazzoli, del settore Responsabilità Sociale d’Impresa della suddetta banca. Questo non significa giudicare o condannare il giocatore d’azzardo, ma semplicemente aiutarlo nella lotta contro quella che è a tutti gli effetti una patologia.

Patologia che sembra particolarmente diffusa nel nostro paese: l’Italia è infatti la nazione europea nella quale si registrano più giocate su siti di questo tipo e la terza a livello mondiale. Nonostante la crisi, infatti, il gioco d’azzardo è un settore in costante crescita con un giro d’affari stimato di circa 76 mld di euro.

Banca Popolare dell’Emilia Romagna non è nuova ad iniziative in questo ambito. Già nel luglio 2013, la banca aveva inviato ai propri dipendenti (circa 11.200) una circolare in cui veniva trattato il problema del gioco d’azzardo come patologia, fornendo anche una lista di centri che proponevano percorsi di recupero. Inoltre, al contrario di quanto avviene negli uffici postali, Bper no propone ‘gratta e vinci’ agli sportelli. Prossimamente, la banca confezionerà anche un vademecum dedicato appositamente alle famiglie di giocatori d’azzardo patologici.

www.buonenotizie.it/economia-e-lavoro/2014/09/05/gioco-dazzardo-bloccati-pagamenti-online-con-carta-di-credito/

sempre più anoressia senza magrezza, 'esplosione' di casi

 L'anoressia cambia 'forma'. Sempre più spesso il problema riguarda adolescenti che non mostrano i segni dell'estrema magrezza tipica della malattia. Un fenomeno al centro di uno studio australiano pubblicato su Pediatrics e guidato da Melissa Whitelaw, del Royal Children's Hospital di Melbourne, in cui la studiosa registra un aumento delle adolescenti 'normopeso' ricoverati tra il 2005 e il 2009 , la cui proporzione si è moltiplicata nel periodo studiato per 6 volte.

"Ci ha sorpreso - ha spiegato la studiosa al quotidiano francese Le Figaro - vedere un numero così elevato di adolescenti anoressiche (9 volte su 10 si tratta di ragazze) con questo nuovo profilo, in un periodo di tempo così limitato". Nel centro australiano le persone 'normopeso' rappresentavano l'8% del totale ma, ora, sono quasi il 50%. Spesso, prima dell'anoressia, questi ragazzi e ragazze hanno qualche chilo di più.

I ricercatori raccomandano, nel caso di adolescenti prima in sovrappeso poi dimagrite rapidamente, di fare attenzione ai comportamenti alimentari e, comunque, di far seguire da un medico tutti i ragazzi che si mettono a dieta. Nessuno di quelli ricoverati nel centro australiano dove è stato eseguito lo studio era stato seguito da un camice bianco durante il dimagrimento.

I comportamenti alimentari, la percezione irreale del proprio corpo, il rapporto con il cibo sono gli stessi nei pazienti anoressici magri e in quelli di peso standard. E anche i rischi sono gli stessi. Per questo Melissa Whitelaw invita i pediatri e i medici ad una visione 'aggiornata' dell'anoressia, centrando la diagnosi in particolare sui comportamenti irrealistici verso il cibo e sulla percezione corporea, più che sul peso.

www.adnkronos.com/salute/2014/08/29/ricerca-sempre-piu-anoressia-senza-magrezza-esplosione-casi-inquieta_CXkoCKH1Cf08CuB5WVZIoO.html

Contenuto Redazionale Autobiografia delle Dipendenze - Anghiari 11-14 settembre "Festival dell'Autobiografia"

Storie di emozioni, riti, miti, viaggi estatici …ma anche paure, sofferenze, perdite, malattie e morti, esperienze non previste, nuove consapevolezze, infine valori, aspettative, progetti .
Per quanto diverse le storie mettono in comune dei significati che possono orientare nella realtà dei consumi che molti giudicano senza conoscere. Il poter comprenderne i vari passaggi che le droghe inducono una volta assunte dagli iniziali aspetti positivi ai successivi preponderanti negativi, permette di prendere coscienza che ognuno presenta le proprie vulnerabilità, questa consapevolezza dovrebbe aiutare a potersi meglio proteggere o comunque vedere possibile progetti di cambiamento e rigenerazione.                                                                                  
(...) dieci storie di persone del nostro tempo che hanno trovato nel loro percorso di vita le droghe e l’alcol. Le storie evidenziano come quest'incontro influenzi i comportamenti, gli stili di vita, i contesti d'appartenenza, e come quest'influenza si esprima diversamente nei vari individui, in relazione alle sostanze usate, alle persone che le assumevano, alle varie fasi della loro vita, al contesto socioculturale d'appartenenza, con diverse evoluzioni e conclusioni, esprimendo da una parte la complessità e dall'altra come in tempi brevi vi siano veloci mutamenti del fenomeno dei consumi.

La raccolta di storie è stata un ulteriore occasione d’incontro tra persone che da anni lavorano insieme in progetti di sviluppo di comunità con obiettivi di prevenzione e recupero, ma soprattutto di processi di cambiamento culturale .

Marco Baldi, Responsabile Ser.T. zona Valtiberina- ASL8 Arezzo

qua trovi tutto il materiale relativo al Festival www.lua.it/index.php

I finti buoni del volontariato (c'entra anche Don Ciotti?)

 Nelle redazioni è arrivato un romanzo che nessuno prende per fiction, bensì come un'inchiesta giornalistica mascherata sull'operato (malevolo) di don Luigi Ciotti e dell'associazione antimafia "Libera". Il romanzo si intitola "I buoni" - nel senso: i finti buoni - e il suo autore, il giornalista torinese Luca Rastello, ha davvero lavorato per Libera ("ma vent'anni fa") e Adriano Sofri ha scritto che quel sacerdote dal maglione sdrucito a capo della ong descritta nel libro è proprio don Ciotti.

Per questo motivo molto probabilmente "I buoni" (Chiarelettere, pp 224) andrà a ruba nelle librerie, e diventerà la lettura sbigottita di coloro che non avrebbero mai immaginato che un'icona del mondo del volontariato, che soltanto qualche giorno fapasseggiava mano nella mano con papa Francesco, possa pagare una miseria gli operatori, truccare i bilanci e sbattere la porta in faccia a coloro che hanno ricevuto la promessa di un posto di lavoro all'interno della onlus. E sarà letto voracemente anche dagli indifferenti, da chi odia la sinistra e trova insopportabili i buoni e i caritatevoli, i pasoliniani.

Eppure Rastello giura e spergiura che don Silvano, uno dei personaggi del romanzo,non è affatto il fondatore del Gruppo Abele. E lo ha ribadito anche a Gian Carlo Caselli e Nando dalla Chiesa, che nei giorni scorsi lo hanno ferocemente criticato su Il Fatto quotidiano per aver sporcato l'immagine di un uomo buono e giusto.

"Se avessi voluto fare un'inchiesta giornalistica non avrei avuto problemi a fare nomi e cognomi", mi spiega Rastello, che in passato ha scritto inchieste vere e importanti sulla Tav e la guerra in Bosnia. E allora, viene da pensare, se quell'uomo di chiesa con le mani da contadino e le modalità mafiose non è don Ciotti, la faccenda è ancora più grave. Rastello decide di non collocare geograficamente l'onlus malandrina perché il marcio è presente in molti templi del volontariato nostrano.

Lo aveva descritto con efficacia il libro di Valentina Furlanetto, "L'industria della carità". "I buoni" è il racconto letterario di quella disillusione: "Il male del romanzo accade quando le buone intenzioni incrociano il narcisismo, il marketing e il modello-impresa. E sono dinamiche che scattano ovunque". "Ma la mia", dice Rastello, "non è una operazione distruttiva. Non voglio dire che il volontariato sia tutto malato, ma adoriamo idoli che dobbiamo avere il coraggio di abbattere per fare posto a una azione davvero caritatevole e discreta, non autoritaria né totalitaria. Dobbiamo poter criticare il mondo solidale che funziona secondo criteri neoliberisti, devoto al marketing e al profitto, che vende un brand come fosse un'azienda".

Molte onlus sono gestite senza chiarezza, dove gli operatori non hanno orario, la paga è misera e il prete amico di attori e rockstar riceve i bisognosi facendo intendere di avere un potere speciale, il potere di cambiare la loro vita. "E' anche questo paternalismo ad aver infiltrato il volontariato, la convinzione che le vittime da aiutare non hanno voce in capitolo sul proprio destino e devono soltanto ubbidire senza ribellarsi". Chi si è avvicinato al mondo del volontariato conosce bene questa dinamica di infantilizzazione delle vittime, che siano rom, donne maltrattate, rifugiati o poveri, raramente resi protagonisti delle battaglie sociali, al loro posto parlano "i buoni", gli organizzatori della carità, e le motivazioni sono implicite: i bisognosi sono e devono rimanere deboli per alimentare il potere di coloro che spendono la vita per aiutarli.

Quello di Rastello è un colpo potente anche alla (falsa) buona coscienza della sinistra. Di quella sinistra che si impegna in prima linea per "un altro mondo è possibile": "Siamo stanchi della sinistra che ci dice cosa dobbiamo pensare e ci spiega quello che è giusto pensare, come se fossimo bambini senza criterio". Bambini che parlano e pensano male come se non conoscessimo la lingua, come fossimo tutti rifugiati appena sbarcati a Lampedusa, odiati dalla destra che ci vede come clandestini e coccolati dalla sinistra che ci vorrebbe tutti buoni.

Laura Eduati, L' Huffington Post www.huffingtonpost.it/laura-eduati/i-finti-buoni-del-volontariato-il-romanzo-di-luca-rastello_b_5069137.html

L’assassino della villa dell’Eur aveva preso la droga di Wall Street

ROMA - Nel gergo dei tossici anni 70 era «la pillola della felicità». Le quantità industriali che ne assume il Jordan Belfort con le fattezze di Leonardo DiCaprio le hanno dato lustro recente come la «droga di Wall Street». Fuori dal linguaggio dei consumatori, il metaqualone o quaalude è un potente farmaco antidepressivo con effetti allucinogeni. Gli stessi che avrebbero guidato la mano del 35enne romano Federico Leonelli quando domenica mattina ha decapitato la 38enne colf ucraina nella villa all’Eur che lo ospitava.

 l killer, poi ucciso dalla polizia, era un paziente psichiatrico fuori controllo. Abusava dei medicinali che gli erano stati prescritti, rifiutava le preoccupate raccomandazioni del suo medico, sfuggiva ai tentativi della famiglia di farlo curare forzosamente. Saranno gli esami tossicologici, nei prossimi giorni, a determinare quanta di questa sostanza avesse in corpo Leonelli (ed abbinata a cos’altro). I prelievi necessari sono stati effettuati ieri nel corso dell’autopsia svolta all’istituto di medicina legale a Tor Vergata. Su richiesta dell’avvocato della sorella Laura, Pina Tenga, ad affiancare i periti ci sono anche due consulenti di parte, tra cui un esperto di balistica.

I primi risultati dicono che il 35enne è stato raggiunto frontalmente da due proiettili, uno al cuore, un altro poco sotto la spalla sinistra. La traiettoria d’ingresso sembra dall’alto verso il basso e questo si spiegherebbe con la posizione sopraelevata dei due agenti, sui quattro presenti, che hanno fatto fuoco. Scendevano dagli scalini che dal giardino portano verso la piazzetta della villa, dove Leonelli provava a raggiungere la sua auto qui parcheggiata con la parte posteriore verso l’uscita in lieve discesa. Dal punto di vista giuridico, la posizione dei poliziotti è invece ancora sospesa in attesa di ulteriori accertamenti. Le telecamere di sorveglianza dovrebbero aver ripreso tutte le «esterne» di questo film dell’orrore. Sia l’aggressione di Leonelli alla donna, prima che la trascinasse nel seminterrato per farla a pezzi, sia il suo breve confronto con la polizia dopo esserne uscito armato di coltello e insanguinato, il volto coperto da occhialoni e maschera filtro.

«L’iscrizione degli agenti tra gli indagati è scontata - dice il segretario del Sindacato autonomo di polizia, Gianni Tonelli - anche in un caso come questo di palese autodifesa. Ne seguirà in automatico l’apertura di una azione disciplinare e non importa se poi tutto verrà archiviato. Al trauma dell’uccisione si aggiungerà il peso psicologico di un’inchiesta. La legge andrebbe cambiata con le “garanzie funzionali” presenti ad esempio nell’ordinamento francese, che non vogliono dire impunità per i poliziotti, ma tutele per il loro lavoro».

Più complessi gli esami su Oksana Martseniuk, previsti per oggi: «Non ho mai visto una cosa del genere - commenta il capo dell’equipe, Giovanni Arcudi, dopo l’esame esterno del cadavere -. Sono rimasto impressionato dallo strazio subito dalla donna. Un’atrocità che sorprende anche chi, come me, ha fatto molte autopsie di vittime di armi bianche». Dirimente sarà capire quando è morta la 38enne. Se nel tentativo di difendersi o se per quel lungo taglio alla gola e la decapitazione.

La colf era rientrata da tre giorni nella villa. La presenza di quell’uomo, che grazie all’ospitalità di un collega si era isolato fisicamente e mentalmente dal mondo, l’aveva subito inquietata. Sono due gli sms inviati a breve distanza uno dall’altro al proprietario e suo datore di lavoro, Giovanni Ciallella, la sera prima di essere uccisa. «Li ho visti solo il giorno dopo e non ho fatto in tempo a rispondere», ha detto il dirigente d’azienda agli inquirenti. L’uomo ha poi raccontato di quella ossessione mistico/militaresca di Leonelli, che due volte aveva provato ad entrare in Israele per combattere contro i palestinesi. Il visto gli era stato negato. L’arrivo della donna nel rifugio che si era creato potrebbe aver infiammato il suo allucinato delirio. 

http://www.sostanze.info/node/add/articolo?destination=data

Summer School 2014 Verso un modello operativo per l’autoregolazione dei consumi

Nuovi trend e nuovi modi di guardare ai consumi, nuove risposte della rete dei servizi

Firenze, 4, 5, 6 settembre 2014
Centro Studi CISL, via della Piazzola 71

Anche quest’anno la Summer School si avvarrà di un contributo a livello europeo, con la presenza di Adam Winstock (Global Drug Survey, UK), fondatore di Drugs Meter, un servizio on line che offre ai consumatori la possibilità di ricevere un feed back sul loro modello di consumo.

E’ ormai senso comune che i trend dei consumi di droghe si stiano rapidamente modificando: si tratti dell’entrata in campo di nuove sostanze, soprattutto stimolanti – le Nuove sostanze psicoattive (NSP) su cui l’Europa concentra oggi la sua attenzione; oppure dell’affermarsi di nuove modalità d’uso come nel caso degli oppiacei; oppure ancora di uso abbinato di sostanze legali e illegali relativo a specifici rituali e setting d’uso (impropriamente appiattito dietro la dizione “policonsumo”). Ancora più importante è il mutamento della percezione sociale circa la pluralità dei modelli di consumo e la variabilità delle traiettorie d’uso, di cui il consumo problematico/dipendente rappresenta solo una fetta (minoritaria). Su questa percezione ha influito la ricerca nei setting naturali, che ha evidenziato le capacità dei consumatori di apprendere e applicare regole informali (i cosiddetti “controlli sociali”) miranti a modulare/ porre confini ai consumi, al fine di preservare gli impegni di vita quotidiana e le relazioni significative.

Il mutamento di panorama richiede da un lato una valutazione pragmatica dell’adeguatezza/inadeguatezza delle risposte dell’intera rete e dei modelli operativi dominanti; dall’altro, chiama all’innovazione nel campo dei modelli operativi.

Negli ultimi anni è stato compiuto a livello italiano ed europeo uno sforzo di connettere i risultati della ricerca nei setting naturali, volta a cogliere il punto di vista dei consumatori e a studiare i meccanismi sociali di controllo, con l’elaborazione di un nuovo modello operativo da introdurre nei servizi. Un passaggio di questa elaborazione è avvenuto anche qui in Italia, attraverso il progetto toscanoNuovi modelli operativi per giovani consumatori “invisibili” di Forum Droghe e CTCAe il successivo ampliamento al progetto europeo NADPI – Innovative cocaine and poly-drug abuse prevention programme, di TNI, IDPC, Forum Droghe, De Diogenis Association.

Ciò ha permesso non solo una riflessione condivisa in ambito scientifico europeo, ma anche la costruzione di linee guida per un nuovo modello operativo finalizzato al supporto dei meccanismi “naturali” di controllo dei consumatori. Il percorso di ricerca si è snodato attraverso tappe quali: il confronto fra la prospettiva dei consumatori e quella dei servizi dipendenze; la rilettura critica dei modelli operativi presenti sia negli interventi più “informali” di Rdd che nei servizi più “formali”, come i Sert; l’esame di detti modelli alla ricerca di convergenze/dissonanze con principi e costrutti convalidati dalla ricerca psicologica e ormai consolidati nelle pratiche di altri settori sociosanitari (come i concetti di self efficacy e self control, il ruolo delle aspettative e credenze dell’utente, la formulazione degli obiettivi e la declinazione di “alleanza terapeutica”); l’inquadramento del nuovo modello di autoregolazione all’interno delle più recenti elaborazioni in tema di promozione della salute; l’articolazione del nuovo modello operativo rispetto ai differenti livelli di intensità dei consumi, alle differenti fasi nell’evoluzione dei consumi, ai differenti contesti di vita in cui si inserisce l’uso di droghe.

Circa la cornice storica e teorica in cui si inserisce il modello di autoregolazione, esso si rifà con evidenza alla Riduzione del danno (Rdd), che sin dal suo esordio negli anni Ottanta ha enfatizzato la centralità delle competenze e delle strategie dei consumatori nel ridurre i danni correlati al consumo di sostanze. Questo approccio significativamente proattivo della Rdd, centrato sulle potenzialità di autoregolazione dei consumatori più che sui loro deficit, è andato tuttavia sbiadendo nel tempo – e soprattutto in Italia – a favore di un approccio “patologico” (e patologizzante), così finendo per sottrarre all’approccio di Rdd uno dei suoi maggiori punti di forza: il consumatore come soggetto attivo, titolare di apprendimento e cambiamento. In altri termini, la Riduzione del danno è stata confinata in una serie di pratiche e interventi specifici, perdendo la potenzialità di “approccio” al problema droga, come tale in grado di influenzare l’insieme delle politiche e l’insieme delle pratiche nell’intera rete dei servizi. Il nuovo modello di autoregolazione si inserisce nel solco della Rdd, contribuendo a rilanciarlo come “approccio” dell’intero sistema sociosanitario, ben oltre gli interventi di “prevenzione secondaria”.

Il percorso formativo della Summer School 2014, per il quale sono stati richiesti crediti ECMper la professioni sanitarie, intende offrire ai corsisti l’opportunità di rivedere criticamente i modelli operativi esistenti alla luce dei nuovi trend; di conoscere e inquadrare teoricamente la proposta di un nuovo modello operativo di Rdd finalizzato al sostegno dell’autoregolazione e del controllo dei consumi; di ricevere strumenti per l’operatività nei diversi setting di lavoro, compreso il lavoro via web.

 

così abbiamo fatto pace con il cibo

 Padre e figlia sono in vacanza al mare, è estate. Durante l’anno la figlia è spesso ai fornelli, orari e gravosi impegni scolastici permettendo. Così in queste vacanze i due hanno deciso che ci si prende una pausa sia dalla cucina che dallo studio. Per cui battono la riviera in cerca di squisitezze gastronomiche, senza preclusioni di genere: sagre popolari, ristoranti stellati, umili e veraci trattorie sono mete alla pari. Hanno un consigliere, Pilade, il titolare della simpatica palestra dove i due vanno al mattino. Un conoscitore enogastronomico della costa e dell’entroterra di tutto rispetto.

Le cose non sono sempre andate così. Pochi anni prima la ragazza, che oggi è maggiorenne, era caduta in quel dedalo molto intricato che è l’anoressia adolescenziale femminile. I genitori, come usualmente accade, si erano trovati con lei nello stesso spaesamento. Era una situazione di intenso dolore in cui i genitori ben presto, di fronte al costante perdere peso della figlia, non avevano saputo più cosa fare. Alla progressiva rinuncia al cibo rispondevano perlopiù con una progressiva insistenza a farla mangiare. Se la ragazza reagisce a questa insistenza mangiando ancora meno, ecco che un circolo vizioso ha preso il comando delle relazioni familiari, un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Paradossalmente, come oggi la ragazza vede con chiarezza, l’unica che sapeva bene cosa fare era proprio lei: mangiare sempre meno, fino a non mangiare più. In una situazione dove tutto era fuori controllo, l’unica che sembrava controllare qualcosa, cioè il cibo, era la ragazza.

Dal suo punto di vista la preoccupazione e l’ansia dei genitori in un primo momento erano esagerazioni ingiustificate. Quando in seguito si era resa conto che invece erano giustificate dal proprio stato fisico, aveva però sentito che ormai il suo comportamento si era consolidato in qualcosa che non poteva più essere cambiato.

Da questo punto di stallo non sembrava possibile muoversi in nessuna direzione. Oggi la ragazza dice che a un certo punto aveva deciso di uscire da quella situazione senza tuttavia sapere come farlo, ma che già questa decisione era stata l’inizio della soluzione. Ribadisce che, senza una decisione presa in prima persona, tutti i tentativi che altri possono fare risultano privi di forza. Solo in seguito a questo passo la ragazza è stata in grado di chiedere e ricevere aiuto, solo da questo momento in poi gli interventi terapeutici del medico nutrizionista e della psicologa, e persino quello della psicologa di sostegno ai genitori, sono diventati operativi. Lo smarrimento e la rete di colpevolizzazioni e autocolpevolizzazioni in cui tutto il nucleo familiare era caduto veniva a poco a poco sostituito da un senso di collaborazione di fronte al problema.

La via d’uscita dal dedalo è stata complicata, ha avuto accelerazioni e momenti di arresto, è costata fatica e impegno, come una battaglia che ha alti e bassi. Ma di quale battaglia si parla? Chi l’ha vissuta, chi ne è stato testimone, quale vittoria ha riportato, di quale successo è stato testimone? Può sembrare paradossale, parlando di una battaglia, ma la descrizione e la spiegazione più calzanti riguardo a questo percorso accidentato mi sembra che possano stare in un libro che è fondamentalmente un libro di pace. L’autore è il medico e psicoterapeuta Lorenzo Bracco e il libro si intitola Anoressia. I veri colpevoli. Pubblicato nel 2012 da BookSprint Edizioni, ha vinto il Premio Cesare Pavese 2013 Medici Scrittori Saggistica ed è recentemente stato tradotto in America.

Ciascun familiare della ragazza che oggi sta viaggiando per la costa in vacanza vi si è ritrovato, in una collocazione non conflittuale rispetto agli altri. La ragazza soprattutto.

L’autore, mentre riconosce la multifattorialità delle cause che concorrono all’insorgere dell’anoressia nelle adolescenti e quindi ribadisce come diversi percorsi terapeutici possano essere risolutivi, si concentra sui traumi avvenuti molto precocemente nello sviluppo della persona, quando era ancora nel grembo della mamma e/o avvenuti durante la nascita. In particolare, se in seguito a un evento traumatico il sangue del feto e quello della mamma vengono in contatto e se la mamma e il feto non hanno lo stesso gruppo sanguigno e i due gruppi sanguigni non sono compatibili, scatta un allarme biologico tra la mamma e la creatura che porta in sé. Secondo questa lettura, le future difficoltà della ragazza quando sarà adolescente nei confronti della mamma e viceversa si basano su questo allarme biologico.

Spiegata in questo modo, la differenza fra la mamma e la figlia diventa un semplice fatto di cui nessuno ha colpa alcuna e un’adeguata terapia del trauma originario può ricondurla a essere una ricchezza e non un conflitto, come normalmente è quando non sia scattato l’allarme biologico dovuto al contatto di due gruppi sanguigni incompatibili.

Oltre alle argomentazioni scientifiche e alle ipotesi terapeutiche che contiene, come ad esempio la possibilità di interventi preventivi sull’anoressia adolescenziale femminile, il libro ha un’anima rasserenante e vitale.

Per tornare alla domanda su quale battaglia la ragazza abbia combattuto e della curiosa circostanza che proprio in un racconto di pace questa battaglia è vista con tale chiarezza che la ragazza leggendolo si è subito ritrovata (e, si può dire, accolta), il dato più evidente è che qui si parla di una battaglia che non è combattuta contro qualcuno o qualcosa, ma al contrario è combattuta per qualcosa: la ragazza si batte in mezzo a mille difficoltà perché è alla ricerca della propria identità.

I familiari così possono vedere la ragazza in una prospettiva che è di crescita e di evoluzione, per quanto doloroso e complicato sia oggi crescere ed evolvere, e non di blocco, di stallo, di paralisi.

A questo riguardo la ragazza ribadisce, e chi le sta vicino può testimoniare come sia vero, che quel momento in cui aveva preso la decisione di uscire dal dedalo anche se non sapeva come farlo è stato un momento di passaggio, come fosse una cruna stretta stretta.

È stata una tappa nella sua ricerca, come lo è stata per i suoi familiari. Ora dice che così l’ha vissuta lei, che nel libro ha trovato bene espressa e chiarita questa sua storia. Ha trovato che ci sono spiegazioni a comportamenti, sensazioni e emozioni che possono altrimenti apparire privi di logica e così aumentare il disorientamento. Che ci siano al contrario delle ragioni, dei perché, è invece molto rasserenante. Ci tiene ad aggiungere che si tratta di un percorso personale, anzi personalissimo, ed è certa che ciascuna ragazza in quelle circostanze trova le proprie vie, che sono, o forse addirittura devono essere, differenti da quelle di ciascun’altra.

Ora, nel racconto della ragazza così come nel racconto del libro di Lorenzo Bracco si trova la stessa convinzione che le differenze sono una ricchezza. E questo, sebbene spesso appaia come molto difficile da raggiungere, ha tutto l’aspetto di essere un buon punto di arrivo.

Evelina e Dario Voltolini 

La Lettura lettura.corriere.it/cosi-abbiamo-fatto-pace-con-il-cibo/

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