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Shaboo, la droga filippina adesso spaventa l’Italia

Fino a pochi anni fa veniva considerata «la droga dei filippini», perché il suo uso era limitato alla cerchia ristretta della comunità orientale. Poi le caratteristiche dello shaboo, una metanfetamina purissima, capace di tenere svegli e iperattivi per tutta la notte, l’hanno spinta anche negli ambienti delle discoteche più estreme.  Nel 2010 un ragazzo di 19 anni di Carpi, Enrico Rumolo, è morto fuori da un locale bolognese per aver ingoiato un mix micidiale di shaboo e ketamina. Ma secondo un investigatore che negli ultimi dieci anni ha seguito le crescenti fortune internazionali della sostanza, la metanfetamina potrebbe diffondersi ancora di più: «Dall’analisi dei dati mondiali, la produzione appare in crescita, e così il consumo. All’inizio veniva prodotta solo nelle Filippine e in Indonesia e veniva consumata esclusivamente dagli orientali. Negli ultimi dieci anni sono sorti laboratori in Repubblica Ceca, il consumo si è allargato a paesi come l’Iran e ci sono stati diversi sequestri anche in Italia, nell’ordine di centinaia di grammi–mezzo chilo ogni volta».  

Il segnale più preoccupante però è il progressivo abbassamento dei prezzi, indice della penetrazione del prodotto sul mercato delle droghe: in un primo tempo lo shaboo costava fra i 300 e i 400 euro al grammo, dopodiché, a quanto risulta al nostro investigatore, la tariffa è scesa a 200 e, in certi casi, fino a cento euro al grammo. Se la quantità aumenta, con acquisti all’ingrosso, il prezzo cala ulteriormente. Se poi si pensa che da un grammo si possono ricavare più di dieci dosi, si capisce che i prezzi diventano veramente popolari. A fare il successo della metanfetamina è anche la circostanza che può essere prodotta «in pochissimo tempo e in ambiente domestico: i laboratori possono essere realizzati ovunque».  

Ieri intanto i carabinieri della compagnia di Borgo Panigale hanno reso noti i dettagli di un’operazione che ha smantellato un’organizzazione che trafficava in shaboo nelle province di Bologna e Modena: sei persone, tutte di nazionalità filippina e tutte incensurate, sono finite in carcere, mentre per una settima la misura cautelare firmata dal gip Bruno Perla non è stata eseguita perché il destinatario, con ogni probabilità, è tornato nel paese d’origine. Per tre degli indagati le accuse sono anche rapina e sequestro di persona: avrebbero costretto un cliente che si era indebitato per 20mila euro con la banda, sempre per la droga, a prelevare denaro con il bancomat della fidanzata. E proprio dalla denuncia di quest’ultimo, un 27enne di origine siciliana residente a Casalecchio, alla fine del 2012 è partita l’indagine coordinata dal pm Massimiliano Rossi.  

Un’attività investigativa costellata da undici arresti in flagranza (sette dei quali sono poi stati convalidati dal Gip) che ha portato alla luce una gang di insospettabili: tutti gli arrestati lavoravano come badanti o colf nelle case di persone anziane, e lo spaccio avveniva nelle immediate vicinanze delle abitazioni, dove venivano organizzati gli appuntamenti con la clientela a caccia di metanfetamina. Mentre gli spacciatori erano filippini, gli acquirenti erano molto spesso italiani, di età compresa fra i venti e i trent’anni.  

I trafficanti si rifornivano a Roma e a Milano, perché qui si trovano gli aeroporti con voli diretti per le Filippine, dove lo shaboo veniva sintetizzato. I quantitativi sequestrati durante le indagini non sono ingenti, circa 25 grammi. Meno del mezz’etto sequestrato a Modena lo scorso maggio, e molto meno dei 330 grammi su cui le forze dell’ordine hanno messo le mani a Milano nel 2012, o dei due chili rinvenuti nel Modenese lo stesso anno. A seconda dell’etnia dei consumatori, mutano le modalità di assunzione: mentre i filippini ne inalano i vapori dopo averla scaldata, con effetti devastanti per la pelle, gli italiani preferiscono scioglierla in acqua. 

La Stampa.it

Il Padrino proibizionista. Di Roberto Saviano

www.repubblica.it/politica/2014/01/09/news/padrino_proibizionista-75455346/

Ho sempre detestato droghe leggere e pesanti. Sono quasi astemio, un occasionale bevitore di alcolici. Ma sono, invece, profondamente antiproibizionista. Indipendentemente dal mio rapporto con qualunque tipo di sostanza, dal mio stile di vita, dalle mie passioni e dalle mie repulsioni. Si ritiene, sbagliando, che essere antiproibizionisti significhi tifare per le droghe. Sottovalutarne gli effetti, incentivarne il consumo. Niente di più falso. Spesso, in Italia, le discussioni sui temi più delicati sono travolte da un furore ideologico che oscura i fatti e impedisce un dibattito sereno. È successo con l'aborto, con l'eutanasia, succede con le droghe. E non è possibile che una parte dei cittadini, che la parte maggiore delle istituzioni religiose - con il peso che la Chiesa Cattolica ha in Italia - e che la politica tutta, tranne pochissime eccezioni, si rifiutino di affrontare seriamente e con responsabilità questo tema. Non è possibile che la risposta alla tossicodipendenza sia nella maggior parte dei casi il carcere, che tracima di spacciatori e consumatori, ultimi ingranaggi di un meccanismo che irrora di danaro l'intero nostro Paese.

Proprio dalle pagine di Repubblica un grande giornalista scomparso prematuramente, Carlo Rivolta, raccontava di come la prima generazione di tossicodipendenti veri in Italia, quella degli anni Ottanta, fosse stata abbandonata a se stessa da uno Stato patrigno e non padre. Da uno Stato che preferiva considerare quei ragazzi zombie, morti viventi, tossici colpevoli. Ai quali nessuna mano andava tesa, e dei quali si aspettava solo la morte. Erano causa del loro male. Ci si domanda cosa sia cambiato a distanza di trent'anni, se nemmeno nel dibattito pubblico questi temi hanno trovato posto.

So che la legalizzazione delle droghe è un tema complicato, difficile da proporre e da affrontare. So che pone molti problemi soprattutto di carattere morale, ma un Paese come il nostro, che ha le mafie più potenti del mondo, non può eluderlo. Con tutti i problemi che ha il paese dobbiamo pensare alle canne, ai tossici e ai fattoni? Nulla di più superficiale che questo commento.

Bisognerebbe partire da una semplice, elementare constatazione: tre sono le forze proibizioniste più forti, e sono camorra, 'ndrangheta e Cosa nostra. Del resto Maurizio Prestieri, boss di Secondigliano (rione Monterosa per la precisione) ora collaboratore di giustizia, mi disse una volta durante un'intervista: con tutto il fumo che i ragazzi "alternativi"  napoletani compravano da noi, sostenevamo le campagne elettorali di politici di centrodestra in provincia.

Il proibizionismo (degli alcolici) ha già condotto l'uomo e lo Stato nell'abisso cento anni fa: non ha senso ripetere errori già commessi. La legalizzazione non è un inno al consumo, anzi, è l'unico modo per sottrarre mercato ai narcotrafficanti che, da sempre, sostengono il proibizionismo. D'altronde, è grazie ai divieti che guidano l'azienda più florida al mondo con oltre 400 miliardi di dollari di fatturato annuo. Più della Shell, più della Samsung. Se esiste una merce che non resta invenduta è proprio la droga. L'unica che non conosce crisi, che nonostante sia illegale ha punti vendita ovunque. È la merce più reperibile del mondo disponibile a qualsiasi ora del giorno e della notte.

Nonostante questo, quando in Italia si arriva finalmente a discutere di antiproibizionismo, mancando la consuetudine, mancano finanche le informazioni basilari. I nostri ministri, sul narcotraffico, si limitano a fare encomi quando ci sono sequestri di droga, a elencare latitanti finiti in manette o ancora da arrestare. Eppure l'economia della droga è la prima economia: cemento, trasporti, negozi di ogni genere, grande distribuzione, appalti, camion, banche, compro oro, campagne elettorali - e l'elenco sarebbe interminabile - vengono alimentati dalle arterie del narcotraffico.

Gran parte della politica italiana (con poche eccezioni tra cui i Radicali da decenni impegnati nella lotta al proibizionismo) ritiene la questione legata esclusivamente alla repressione o alle dipendenze. Il dibattito si riduce a un problema di "drogati" o di "mafiosi" e in definitiva - questo è lo sbaglio maggiore - non si vede in che modo possa incidere nella vita quotidiana delle persone. Nulla di più falso.

La verità è che non abbiamo scelta: la situazione attuale impone un'analisi accurata del mercato delle droghe e l'attuazione di un programma che non sarà la soluzione definitiva e immediata, e che forse sarà un male minore, ma necessario. Lasciare il mercato delle droghe nelle mani delle organizzazioni criminali non renderà immacolate le coscienze di quanti ritengono che lo Stato non possa farsi carico di produrre e distribuire sostanze stupefacenti. È proprio questo il punto da affrontare e l'inganno da sfatare. Ad avere occhi per vedere.

Umberto Veronesi da anni si dichiara favorevole alla legalizzazione delle droghe leggere, pur nella consapevolezza di quanto queste possano essere dannose per gli organismi. Ma adduce ragioni di buon senso che condivido. La proibizione di qualsiasi sostanza crea mercato nero, quindi guadagni esponenziali per le mafie. Fa aumentare il costo delle sostanze stupefacenti, quindi chi ha dipendenza ma non i mezzi economici, finisce per rubare, prostituirsi o spacciare a sua volta. In ultimo le sostanze provenienti dal mercato nero non hanno alcun tipo di controllo e le morti spesso sono causate non da dosi eccessive, ma da sostanze letali usate per i tagli. All'altro capo del mondo, il magistrato brasiliano Maria Lucia Karam, membro del Leap (Law enforcement against prohibition), esprime, a favore della legalizzazione, le stesse motivazioni. Del resto, non dimenticherò mai quanto mi disse una assistente sociale del Nucleo Operativo Tossicodipendenze di Napoli riguardo ai danni che anche semplicemente l'assunzione prolungata di hashish e marijuana possono avere su individui sani. Mi disse che non si trattava semplicemente di capire che effetti avessero hashish e marijuana, ma un cocktail di sostanze incredibilmente varie spesso utilizzate per pompare i panetti di fumo o per rendere gli effetti dell'erba più pesanti. Plastica, cera per scarpe, grassi animali, pezzetti di vetro, ammoniaca. Esistono studi sugli effetti che le sostanze stupefacenti - allo stato puro - hanno sugli organismi; non esistono ovviamente studi per capire che effetti hanno sugli organismi la cera per scarpe o l'ammoniaca, se assunte regolarmente seppure in piccole dosi, ma per anni. E la risposta non può essere "che smettano di farsi se non vogliono essere avvelenati, se non vogliono morire".

Ad aprile del 2012 a Cartagena, in Colombia, si è tenuta la sesta "Cumbre de las Americas" (Vertice delle Americhe) e si è discusso anche di legalizzazione delle droghe. Gli Usa, al tavolo del confronto - come Onu e Ue -, si sono dichiarati contrari alla legalizzazione. Ma hanno però preso atto che le "wars on drugs" sono destinate a fallire. Del resto in alcuni stati federali, la distribuzione di marijuana a scopi terapeutici è stata legalizzata, e a Denver la vendita è stata permessa tout court. 

Secondo molti paesi latinoamericani, direttamente interessati dal fenomeno, la strada del proibizionismo non è quella giusta: per comprendere le loro posizioni bisognerebbe studiare a fondo le loro economie e mappare il peso che produzione e distribuzione di sostanze stupefacenti hanno al loro interno.

La Colombia vive una fase di crescita economica inaspettata. Se da un lato ha certamente contato la diminuzione della corruzione delle istituzioni, dall'altro la pressione dei cartelli e della guerriglia è diminuita non per gli interventi del governo americano, ma dei cartelli messicani che oggi sono i padroni delle piantagioni in Colombia distruggendo di fatto i più potenti narcos colombiani. Il presidente uruguayano José Mujica è arrivato alla legalizzazione perché si è reso conto che l'invasione dei cartelli messicani già avvenuta in Colombia, Cile e in Argentina avrebbe compromesso la vita sociale in Uruguay, come sta accadendo al Guatemala, al Belize, all'Honduras, al Salvador, al Perù, dove le fragili democrazie sono totalmente compromesse dal potere dei narcos. La legalizzazione è stato il gesto del governo uruguayano più determinante nel senso della salvaguardia dei propri mercati.

Io credo che la legalizzazione, e non la liberalizzazione, sia l'unica strada. Due termini simili che spesso vengono confusi, ma che indicano due visioni completamente diverse. Legalizzare significa spostare tutto quanto riguarda la produzione, la distribuzione e la vendita di stupefacenti sotto il controllo dello Stato. Significa creare un tessuto di regole, diritti e doveri. Liberalizzazione è tutt'altro. È privare il commercio e l'uso di ogni significatività giuridica, lasciarlo senza vincoli, disinteressarsi del problema, zona franca. Invece legalizzare è l'unico modo per fermare quel silenzioso, smisurato, violento potere che oggi condiziona tutto il mondo: il narco-capitalismo.

Anche i delfini nel loro piccolo si drogano

 

Un documentario rivela come usino e si passino i pesci palla per ricavarne effetti piscoattivi


Giornalettismo - Il delfino è un animale sociale, ma nessuno sospettava che si drogasse in compagnia dei suoi simili, passandosi i pesci-palla come gli spinelli.

I DELFINI DROGATI - Le straordinarie immagini di un nuovo documentario prodotto dal pluri-premiato John Downer. per BBC, mostrano un’attività sociale dei delfini mai registrata prima. Le immagini, ottenute usando telecamere-spia dissimulate all’interno di speciali robot che riproducono animali acquatici (tartarughe, PESCI etc.), mostrano i giovani delfini che masticano con attenzione un pesce-palla e poi se lo passano, dopo di che si godono l’effetto psicoattivo del veleno della loro vittima.


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Sisa, la droga killer che viene dalla Grecia: fatta con l'acido delle batterie e lo shampoo

ATENE - La crisi si fa sentire in tutta Europa, ci sono paesi dove si avverte di più, in altri di meno. LaGrecia, sicuramente, è uno di quegli Stati che se la sta vedendo peggio. E a peggiorare è anche la qualità della vita dei propri abitanti: i poveri si stanno moltiplicando e i tossicodipendenti aumentano a vista d'occhio in tutta la nazione. Ma, avendo a disposizione pochi soldi, e cercando di 'evadere' mentalmente dallo scenario apocalittico della forte crisi, si aveva bisogno di una droga low cost, assimilata con ingredienti di riciclo, di basso costo.
È nata così la Sisa, denominata appunto la 'metanfetamina dei poveri', fatta con l'acido delle batterie, con il sale, con lo shampoo e con l'olio del motore. Un mix letale, insomma.

 “Negli ultimi due anni i tossicodipendenti sono diventati più autodistruttivi - commentano ifunzionari di governo greco - soprattutto nella periferia di Atene dove la crisi è più forte”.

“La Sisa è una droga di strada - dice CharalamposPoulopoulos, direttore di KETHEA, un'organizzazione che si dedica al recupero dei tossicodipendenti - Spesso la Sisa viene prodotta in laboratori casarecci”.

Dopo la Krokodil, sviluppata in Siberia e i sali da bagno, che ha letteralmente spopolato negli StatiUniti e in Canada, ora bisognerà fare i conti anche con la Sisa, una nuova, letale, pericolosissimadroga killer.

www.ilmattino.it/primopiano/esteri/sisa_droga_killer_grecia_acido_batterie/notizie/414123.shtml

Qualità della vita, Padova tra le province peggiori per spaccio di droga

L' edizione 2013 del rapporto sulla qualità della vita realizzato dall'Università La Sapienza: Treviso e Belluno al top 

ROMA. L'Italia della qualità della vita, che anche quest'anno ha visto primeggiare nelle classifiche le province del nord e in parte quelle del centro, si rovescia improvvisamente se si accendono i riflettori sul capitolo criminalità. In questo caso, informa l'edizione 2013 del rapporto sulla qualità della vita realizzato dall'Università La Sapienza per Italia Oggi, al gradino più basso della classifica (110/o posto), troviamo la provincia di Milano, preceduta da quelle di Rimini, Prato e Imperia. Poco più su troviamo Firenze (103), Roma (101), Napoli (99) e Torino (96). Appare al contrario decisamente più variegata, rispetto al contesto generale dello studio, la mappa geografica delle più virtuose. Pordenone apre la classifica, confermando così i buoni piazzamenti conseguiti in passato, tra l'altro scalando ben 3 posizioni.

Quasi a ruota troviamo Treviso (terza nel 2012) e sull'ultimo gradino del podio Matera, che è riuscita a risalire ben 10 posti. Quarto posto per Udine, seguita da Belluno, Oristano, Ogliastra, Nuoro, Vicenza e Campobasso. Da segnalare, sempre alla voce 'criminalità', Rieti, che è riuscita a scalare 44 posizioni piazzandosi all'11/o posto, Ascoli Piceno, che dopo il distacco dalla provincia di Fermo ha guadagnato 25 posti attestandosi al 16/o posto, La Spezia, risalita di 55 posti (22/a) e Gorizia, che ne ha scalate 44 (26/a). Tuttavia, osservano i ricercatori, quest'anno sono state in tutto 60 le province in cui la situazione è risultata essere 'buonà o 'accettabilè, contro le 49 del 2012. Delle 26 province 'di eccellenzà 6 sono del nord-ovest (Cuneo in Piemonte; Sondrio, Lecco e Monza in Lombardia), 8 nel nord-est (Trento in Trentino Alto Adige; Treviso, Belluno, Vicenza e Rovigo in Veneto; Pordenone, Udine e la new entry Gorizia in Friuli Venezia Giulia), 2 al centro (Ascoli nelle Marche e Rieti nel Lazio) e 10 nel Mezzogiorno (Chieti in Abruzzo, Campobasso in Molise, Benevento in Campania, Matera e Potenza in Basilicata, Crotone in Calabria e infine Oristano, Ogliastra, Nuoro e Cagliari in Sardegna).

Varie le sottocategorie presenti nello studio: tra queste in quella dei reati per la persona le province peggiori sono risultate essere quelle di Imperia, Ravenna e Pescara; sui reati contro il patrimonio Milano, Rimini e Prato; per omicidi volontari (per 100 mila abitanti), Vibo Valentia, Crotone e Reggio Calabria; per violenze sessuali Rimini, Imperia e Ravenna, per reati connessi al traffico di stupefacenti Imperia, Padova e Alessandria e per sfruttamento della prostituzione Ravenna, l'Aquila e Trieste.

mattinopadova.gelocal.it/cronaca/2013/12/29/news/qualita-della-vita-padova-tra-le-province-peggiori-per-spaccio-di-droga-1.8377857

Politica della droga come fuga dalla razionalità

 L'incriminazione del festival musicale Rototom in Italia. Saggio di Peter Cohen in regalo per il lettori di Fuoriluogo.it. Traduzione dall'inglese di Giorgio Bignami.

cohen_low.jpgQuesto saggio è una reazione all'incriminazione degli organizzatori del festival musicale italiano Rototom Sunsplash. Ogni primavera, verso maggio, il festival si teneva nelle magiche colline del Friuli in Nord-Italia, vicino all'antica città-fortezza di Tolmezzo e in vista delle Alpi italiane. Per tre giorni i principali gruppi musicali, suonando soprattutto reggae, sparavano decibel dal grande palco all'aperto. Il festival organizzava conferenze ed esposizioni, fornendo un contesto culturale accogliente e variegato che attirava migliaia di giovani italiani. Come visitatore-conferenziere sono stato alcune volte testimone del festival e ho potuto apprezzarne la sua complessa infrastruttura. Nel 2011 il festival è stato proibito poiché "i visitatori avrebbero fumato cannabis". Inoltre la strana notizia, verso la fine del 2011, che gli organizzatori del festival musicale si sarebbero dovuti difendere dall'accusa di "facilitare l'uso di droghe illecite" creò una situazione nella quale la città di Udine, capitale del Friuli, disposta ad aiutare gli organizzatori del festival offrì di ospitare nella sua solenne Sala Comunale una manifestazione con una vasta gamma di relatori [1]. Questo convegno di una intera giornata, all'inizio di giugno del 2012, venne organizzato da una associazione che si batte per la riforma della politica della droga, Forum Droghe (cui corrisponde il sito web www.fuoriluogo.it). Il testo che segue è il mio contributo alle riflessioni di quel giorno. Ho usato questa occasione per andare oltre un mio precedente articolo, nel quale avevo spiegato la profonda medievale irrazionalità delle politiche della droga (Cohen 2004).

Politica della droga come libertà dalla razionalità
La politica della droga, oltre a essere ridicola e bizzarra, è anche stupida? La mia risposta a tale domanda è ciò di cui si tratta in questo saggio; e la conclusione sarà che la politica della droga non tanto è stupida, ma assai peggio. La moderna politica della droga è arretrata, è basata sull'assurdo, sulla magia e sulla superstizione. Per difendere questo forte verdetto non posso far nulla di meglio che introdurre il lettore nel mondo di una religione particolare e molto importante, che si chiama Vudù [2].
Il confronto tra il Vudù e la politica della droga illustrerà in quale disastrosa situazione ci troviamo riguardo alla moderna politica della droga. Discuterò alcuni dettagli del Vudù poichè questa informazione mi consente di mostrare in quale catastrofico stato mentale si trovino gli artefici della politica della droga.

Il Vudu, l'arte di navigare tra gli spiriti
Va ricordato in primo luogo che la religione Vudù non costituisce un'entità monolitica.
Si sono sviluppate molte diverse versioni del Vudù, dopo che la versione meglio conosciuta venne esportata insieme agli schiavi africani dal Benin al Nord- e al Sud America nel XVII secolo. Tuttavia, come hanno notato molti osservatori, alcune caratteristiche sono comuni a tutte le versioni del Vudù, come la credenza che una moltitudine di spiriti siano attivi nella quotidianità nella quale viviamo noi umani. Gli spiriti non solo partecipano alla vita degli umani, ma anche stabiliscono tutto ciò che accade ad essi. Perciò, secondo il Vudù, non è possibile vivere la propria vita senza
l'intervento degli spiriti; si deve sempre visitare il mondo degli spiriti per tentare di persuaderli a stare dalla nostra parte.
Gli spiriti sono pericolosi e traditori, se non vengono avvicinati nel modo giusto essi sono invincibili. Solo adottando rituali complessi e praticandoli gli spiriti possono essere tenuti a distanza. Alcuni spiriti sono capaci di fare sia il bene sia il male, altri sono quasi esclusivamente maligni. Tuttavia le varie comunità Vudù differiscono riguardo a quali spiriti siano benigni, o maligni, o ambedue le cose insieme. In altre parole, le varie versioni della religione Vudù hanno alcune somiglianze generali in comune, ma oltre a tali caratteristiche generali o universali esistono molte differenze nell'esecuzione quotidiana dei riti della religione.
La pratica di cosa fare per combattere gli spiriti può essere assai diversa tra sciamani e sacerdoti, o tra luoghi e periodi. Per fronteggiare il potere degli spiriti si deve sacrificare un pollo, oppure costruire e poi distruggere un particolare tipo di bambola? Va reclutato un particolare insieme di spiriti o soltanto uno spirito? Si deve identificare come causa di malattia uno specifico antenato maschile o femminile? Molti diversi approcci sono possibili: e non c'è nulla che assomigli a una verifica scientifica, poiché ciò non fa parte della religione Vudù: ogni versione del Vudù è libera di sviluppare la sua pratica, i suoi sottostanti simbolismi e le sue linee di causalità.

prosegue su FUORILUOGO www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/politica-della-droga-come-fuga-dalla-razionalit

Contenuto Redazionale AUGURI!!!

 

Stupefacenti e spaccio di lieve entità, la modifica del Governo alla legge Fini-Giovanardi è nata già morta?

 Il Governo ha pomposamente licenziato, fra le altre norme che dovrebbero lenire l'emergenza carceri, la modifica del comma 5 dell'art. 73 DPR 309/90, intervenendo sulla natura dell'istituto in questione, che da circostanza attenuante ad effetto speciale e' divenuto autonoma forma. 
L'art. 2, nello schema sottoposto dal governo, prevede le “Modifiche al testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope” e il “delitto di condotte illecite in tema di sostanze stupefacenti o psicotrope di lieve entità”. 
Ricordo che Il tema della lieve entità costituisce uno dei punti più controversi della legge 309 del ’90. Ora viene abrogato il quinto comma dell’art. 73, sostituito dalla dicitura: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti dal presente articolo che, per i mezzi, la modalità o le circostanze dell'azione ovvero per la qualità e quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione da uno a cinque anni e della multa da euro 3.000 a euro 26.000”.
L'idea in se' avrebbero potuto essere indubbiamente valida, ma devo osservare che alla evidente tardività' dell'intervento legislativo (sono almeno 10 anni che sostengo la necessità di riconoscere la lieve entità quale espressione di un reato di minore gravità rispetto all'ipotesi ordinaria del comma 1 ed 1 bis del l' art. 73), si abbina un' intempestività senza precedenti.

Si tratta di una modifica normativa che presenta, infatti, profili genetici di incostituzionalità propri della Fini-Giovanardi: ossia anche questa norma di allinea alla mancata distinzione giuridica tra droghe leggere e droghe pesanti, distinzione in contrasto sia con i principi indicati nella decisione 2004/757/GAI del Consiglio dell'Unione Europea, che prevede come le sanzioni concernenti le condotte illecite in materia di stupefacenti devono ispirarsi ai principi diefficacia, proporzionalità e dissuasività.
Poiché l'11 ed il 12 febbraio prossimi la Corte Costituzionale sarà riunita per giudicare sulle eccezioni di legittimità costituzionale sollevate da plurimi giudici sia ci merito, che di legittimità, invito a considerare la concreta possibilità di inapplicabilità (o di limitatissima applicabilità) della disposizione, nell'ipotesi in cui l'impianto della citata L. 49/2006 venisse in tutto od anche solo in parte disatteso ed abrogato.
E' quasi diurno che ci si possa trovare dinanzi ad una norma nata morta, in quanto destinata - a propria volta - a venire sanzionata di incostituzionalità, con la conseguenza che ci si troverebbe senza più l' effettiva operatività della ipotesi lieve e con un vuoto normativo di proporzioni enormi.

La fretta del Governo appare, quindi, gravemente superficiale e francamente irresponsabile, perché sarebbe stato sufficiente attendere il pronunciamento della Consulta per evitare i paventati rischi.
Consiglio, comunque, subito di eccepire la questione e chiedere la sospensione del giudizio.

Carlo Alberto Zaina ADUC Droghe

droghe.aduc.it/articolo/stupefacenti+spaccio+lieve+entita+modifica+governo_21859.php



 

Droga no grazie, il sito per i giovani sulle droghe

 

 A cura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, dipartimento delle politiche antidroga e del  Programma Regionale sulle Dipendenze - Regione Veneto Dipartimento Dipendenze Azienda Ulss20 - Verona Centro di Medicina Preventiva Azienda Ulss20 - Verona

www.droganograzie.it/video.html

Il paese dell’anno secondo l’Economist


La redazione lo ha scelto per la prima volta nella sua storia, in base a un criterio particolare: e per il 2013 ha premiato chi ha legalizzato la vendita di marijuana


Ilpost - Per la prima volta nella sua storia, il settimanale britannico Economist ha deciso di nominare “il paese dell’anno”. Nell’editoriale in cui l’Economist annuncia il paese scelto si fa implicitamente riferimento alla tradizione del settimanale statunitense Time, che dal 1927 dedica il numero di fine anno a una persona: la “persona dell’anno”, appunto. Scrive l’Economist:

"Come ogni anno, anche il 2013 è stato testimone di glorie e disgrazie. Quando arriva il momento dei rendiconti di fine anno, sia i successi che i disastri tendono a essere giudicati come i figli di singoli egocentrici o santi, piuttosto che come il risultato congiunto che caratterizza lo sforzo umano..."


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Il diavolo veste Prada - Dialogo immaginario su narcisismo e potere. La realtà del DPA

- Mi sembra che il capo del DPA sia sempre più nervoso ultimamente.
- Beh è comprensibile. Gli danno del manipolatore di dati, sostengono che la scientificità di cui tanto parla sia discutibile e soprattutto tutt'altro che neutrale. La Federserd, il CNCA e altre realtà  del mondo delle dipendenze chiedono da tempo un cambio di rotta nella direzione del DPA...
- Si, mettici poi la petizione che gira sul web in cui più di 1600 persone hanno firmato la richiesta di sue dimissioni....
- Già … anche questo mi sembra un fatto unico. Quando mai è successo che venissero raccolte firme per mandare a casa un funzionario pubblico.
- Non ricordo nulla del genere.
- Tieni presente poi che il suo mito per eccellenza, gli Stati Uniti, stanno aprendo alla legalizzazione della marijuana ….
- C'è di che essere nervosi e infastiditi.
- Poi sai, si dice che lui sia uno di quegli uomini che non amano essere contraddetti, di quegli che vogliono aver sempre ragione, perché si sentono i più intelligenti, i più capaci, i più bravi ….
- Beh se è così, devono pesargli ancora di più tutti questi attacchi.
- Penso di si … sai come sono i narcisi vorrebbero solo essere amati e riconosciuti nella loro grandezza. Insomma vogliono che gli venga riconosciuto che sono i migliori.
- Si sentirà assediato e solo chiuso nella sua torre d'avorio a covare sentimenti di rabbia e vendetta.
- Probabile.
- Dovrebbe parlare con qualcuno. Un aiuto psicologico. Ci sarà qualcuno nel suo mondo che potrebbe aiutarlo a valutare la realtà delle cose in modo da capire come si sia venuta a creare questa situazione di ostilità nei suoi confronti.
- Ma sai … mette soggezione, chi gli sta vicino lo descrive un po' come Miranda nel film Il diavolo veste Prada. Ti ricordi il film?
- Come no. Una Meryl Streep in gran forma che ha reso benissimo l'immagine della manager, fredda, gelida e spietata, che non guarda in faccia nessuno.
- Ecco lo descrivono un po' così.
- Mi sa che allora non ci sono molte speranze.
- Temo proprio di no.

www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/il-diavolo-veste-prada

Videogiochi, per evitare le tecnopatie serve un timer per l'uso

Non vanno demonizzati, ma è bene seguire alcune regole per tutelare la propria salute. Ed evitare le dipendenze di ANNA RITA CILLIS


LaRepubblica - LA FELICITA' di plastica. La racchiude in queste due parole Roberto Baiocco, ricercatore del dipartimento di psicologia dell’università La Sapienza, quella sensazione di appagamento che provano i ragazzi giocando online nelle room «le stanze dove convergono coetanei da ogni parte del mondo». Games dove ognuno ha un «potere negoziato e riconosciuto dagli altri, un mondo virtuale che si nutre di se stesso e che può portare all’isolamento sociale», aggiunge Baiocco, autore di diversi studi sull’argomento.


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