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Contenuto Redazionale BUON FERRAGOSTO!

 

E' morto don Gelmini, il prete anti-droga amico di Berlusconi

 

 
E' morto don Gelmini, il prete anti-droga amico di BerlusconiÈ MORTO a 89 anni don Pierino Gelmini, il fondatore della Comunità Incontro di Amelia. Da tempo malato  -  lo scorso 5 agosto si era sottoposto a un intervento per la sostituzione di un pacemaker - e da sempre impegnato nel recupero dei tossicodipendenti, è spirato nelle sue stanze di Molino Silla di Amelia (Terni). "Don Pierino Gelmini è stato assistito fino all'ultimo dai ragazzi che ha seguito per una vita", ha fatto sapere nella notte Gianpaolo Nicolasi, uno dei suoi più stretti collaboratori. La camera ardente è stata aperta alle 12 a Molino Silla di Amelia. La salma di Don Gelmini è stata trasportata sulle note dell'Alleluia di Haendel.
 
C'è riserbo sui nomi dei politici italiani e di altre figure note che domani prenderanno parte ai funerali di Don Pierino Gelmini, fissati per le 10:30 nella chiesa della Comunità Incontro nella struttura di Molino Silla, a qualche chilometro da Amelia.

Una vita al fianco dei tossicodipendenti. La lotta alla droga per don Gelmini era iniziata nel 1963 dopo un incontro casuale con Alfredo, un tossicodipendente romano: "Zì prete, dammi una mano, non voglio soldi, ma sto male" implorava il ragazzo in piazza Navona. Don Gelmini lo portò quindi a casa sua, cominciando la sua attività di recupero dei tossicodipendenti, poi concretizzatasi dalla Comunità Incontro. Con l'apertura del Centro di Molino Silla, nel 1979, nasceva la prima realtà di oltre cento future strutture legate, in Italia e all'estero, che hanno seguito circa 300mila ragazzi sinora.

Ma Pietro Gelmini, nato a Pozzuolo Martesana (Milano) nel 1925 e chiamato "don" fino all'ultimo anche se ridotto allo Stato laicale, su sua richiesta, da papa Ratzinger nel 2008, è stato in vita una figura controversa. Già sacerdote della Chiesa Cattolica e vescovo di quella Greco-Melichita, è stato amato da molti per il suo impegno sociale, ma accusato da altri per presunte molestie sessuali. Un'ombra che lo ha accompagnato costantemente negli ultimi anni: "Sono stato incastrato da toghe rosse e poliziotti infami", fu la sua reazione iniziale. Così, nel 2010, don Gelmini è stato rinviato a giudizio per presunti abusi. "Sono innocente, addolorato e incredulo, tante menzogne non fanno una verità. Come posso aver fatto certe cose orrende alla mia età?", ripeté più volte all'epoca. 

Gli episodi contestati spaziano dal 1997 al 2007. Tutto era cominciato nel 2000 quando il ragazzino "Michele I." aveva denunciato Don Gelmini per molestie sessuali. In un primo tempo, il caso era stato archiviato. Cinque anni dopo, però, l'aria alla procura di Terni era cambiata. Gli investigatori e il pm Barbara Mazzullo sostenevano di aver raccolto le prove di almeno dodici episodi di pesanti molestie. Un processo, quello a Gelmini, a estremo singhiozzo. Lo scorso primo luglio, del resto, la perizia medico-legale disposta dal tribunale di Terni ha stabilito che l'ex religioso non era in grado di "partecipare coscientemente" al procedimento a suo carico a causa dell'aggravamento delle sue condizioni di salute. Per questo il processo era stato temporaneamente sospeso. La nuova udienza era stata fissata al 4 marzo 2015. Inutilmente.

Ma Don Gelmini, fratello di un altro celebre ecclesiastico (padre Eligio Gelmini) e ordinato prete nel 1949, era anche un "prete star", molto inserito nel tessuto politico e della società che conta. Indimenticabile la festa dei suoi ottant'anni, nel 2005, con ospiti d'onore Gigi D'Alessio, Amedeo Minghi e Mogol. Vicino alla destra italiana, fu lui a celebrare la messa per Bettino Craxi a un anno dalla sua morte. Condannato nel 1971 per truffa e bancarotta fraudolenta e protagonista vent'anni dopo di un celebre scontro con il sindaco di Amelia e storico leader della Cgil Luciano Lama che lo accusava di abusi edilizi (si candidò per succedergli e perse), Gelmini, inoltre, è stato anche un carissimo amico di Berlusconi, tanto che l'ex Cavaliere lo voleva addirittura ministro nel 1994 (non accadde) e gli donò cinque milioni di euro nel 2005 per la sua associazione. 

Un anno dopo, don Gelmini fu uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi che equiparò le droghe leggere a quelle pesanti. E del resto già nel 2000 aveva partecipato al "manifesto" di Alleanza Nazionale "Valori e idee senza compromessi" come testimonial della lotta alle sostanze stupefacenti. In quella circostanza, però, rilasciò una dichiarazione che fece arrabbiare molti: "I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15 per cento della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d'ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all'Islam. Bisogna bloccare questo germe".

Le reazioni. Numerosi i pensieri e i ricordi dal mondo ecclesiastico e politico. Silvio Berlusconi, che è sempre stato un sostenitore delle sue attività, ha espresso la propria vicinanza alla Comunità per la morte del fondatore. Berlusconi ha assicurato la propria solidarietà anche per il futuro, ma ha spiegato che non potrà partecipare al funerale.

Il presidente della commissione Affari esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini: "Ricordo con profonda commozione e tristezza don pierino gelmini che è stato indubbiamente un protagonista discusso ma coraggioso nella lotta contro la droga. E' affidato oggi, come tutti, al giudizio divino ma certamente le sue opere in terra rimangono e hanno significato la riconquista della vita per tante centinaia di giovani". 

"Don Pierino Gelmini ha strappato alla morte migliaia di vite - dice Maurizio Gasparri (Fi) - non solo combattendo in Italia e nel mondo il flagello della droga, ma dando un ricovero in Asia o in America Latina a chi sarebbe morto di stenti, fame e povertà. Ha mobilitato energie enormi, scosso palazzi della politica troppe volte sordi, restituito un sorriso e una speranza a tante famiglie alle quali lo Stato non ha dato né ascolto, né risposte. Tanti giovani usciti dalle sue comunità hanno creato famiglie nelle quali sono nati e cresciuti bambini che non esisterebbero se Don Pierino non avesse strappato alla morte i loro genitori. Don Pierino ha difeso e alimentato la vita, sempre e ovunque". 

Monsignor Giovanni D'Ercole, nuovo vescovo di Ascoli Piceno, ricorda don Pierino con le seguenti parole: "Ha vissuto con dignità il suo calvario, ha conservato sempre la sua serenità e non ha mai smesso di essere ottimista".

 www.repubblica.it/cronaca/2014/08/13/news/don_pierino_gelmini_morto-93664360/

Stranieri e gioco d’azzardo

Il rapporto tra gioco d’azzardo e popolazione straniera in Italia è un fenomeno poco o nulla studiato. Eppure riveste un’importanza considerevole per comprendere la struttura sociale e culturale dei gruppi etnici presenti sul nostro territorio. Il rapporto può essere studiato dal lato della “domanda”, cioè dal lato dei giocatori, o dal lato dell’offerta, cioè della struttura distributiva. In questo articolo ci concentreremo sulla composizione etnica dei proprietari degli esercizi all’interno dei quali è stata autorizzata la presenza di apparecchi per il gioco d’azzardo. Senza voler anticipare le conclusioni, si confermano i risultati e l’evidenza aneddotica circa la diversa propensione imprenditoriale dei vari gruppi etnici, in particolare dei cinesi presenti nelle regioni più dinamiche del Paese. Da notare che nella cultura cinese il gioco d’azzardo non ha connotazioni negative (o perlomeno non così negative come nelle culture occidentali e nelle religioni monoteiste).
Nelle tabelle messe a disposizione dall’AAMS sul proprio sito web, nel 2013 risultano censite 65.256 persone fisiche, titolari di licenza per il gioco d’azzardo. Di queste, stimiamo che 7.120 (il 10,9%) siano nate fuori dall’Italia.
Come si può notare in 5 Regioni (tutte del Nord) la percentuale di titolari stranieri supera il 10% e in Lombardia è addirittura superiore al 20%. E’ interessante notare che nelle grandi regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Emilia-Romagna) prevalgono i soggetti provenienti dall’Asia. Mentre in Friuli e Liguria si riscontra un pattern più equilibrato tra Europa e Asia, simile a quello delle grandi regioni del Centro Italia (Lazio e Toscana). Nelle regioni del Sud e nell’Italia centro-adriatica prevalgono invece i soggetti stranieri nati in Europa.
I soggetti nati all’estero sono quasi l’11%. Il gruppo più numeroso è quello dei Cinesi, seguito da Rumeni, Svizzeri, Tedeschi e Albanesi. In realtà, per quanto riguarda Svizzeri e Tedeschi si tratta in grandissima parte di soggetti con nome e cognome italiani, quindi probabilmente figli di emigrati che sono rientrati in patria e con le rimesse dei genitori hanno acquistato un esercizio e le licenze.
Viceversa nelle Regioni più dinamiche la prevalenza di “veri” cognomi esteri è prevalente. Una curiosità. Analizzando i cognomi dei soggetti si nota la prevalenza dei cognomi cinesi più diffusi rispetto agli omologhi italiani . In questa peculiare classifica dei cognomi con più di 100 occorrenze, resistono solo i Russo, Rossi, Esposito e Ferrari.
Il pattern è ragionevole. Gli stranieri “veri”, quelli cioè che non hanno alcun legame affettivo precedente con un territorio italiano, vengono in Italia per lavorare e si insediano dove c’è “business” e quindi nelle regioni del Nord Italia. I figli degli emigranti italiani, invece, tendono a ritornare nelle zone d’origine dei loro avi, dove magari hanno ancora legami affettivi e familiari.

blog.vita.it/economicamente/2014/08/09/stranieri-e-gioco-dazzardo/

Steward annuncia, gettate droga

 In Australia, passeggeri da festival musicale. Scuse compagnia

(ANSA) - SYDNEY - L'aerolinea interna australiana Jetstar, affiliata alla Qantas, ha presentato le sue scuse dopo che un assistente di volo aveva consigliato in un annuncio ai passeggeri diretti a Sydney di disfarsi nella toilette di eventuali droghe prima dell'atterraggio. Alcuni passeggeri tornavano dal festival di musica "Splendour in the Grass" presso la località turistica di Byron Bay e l'annuncio avrebbe fatto scattare una corsa ai gabinetti. Lo steward è stato ammonito.

Droga, troppe coincidenze nella ricerca

Olimpia de Gouges tenta di aprire le scatole cinesi dei progetti DPA per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto.

Sulle accuse mosse all’ex Direttore del Dipartimento Politiche Antidroga, di affidare a privati la realizzazione di studi epidemiologici, sottraendoli a centri di ricerca pubblici (si veda il capitolo “Serpelloni vs CNR” nel 5° Libro bianco sulla legge Fini-Giovanardi), basta fare un giro in rete e trovare informazioni interessanti e sufficienti per far sorgere il sospetto che non siano proprio infondate.
Così a spulciare sul sito dell’amministrazione trasparente del Governo (www.governo.it) si trovano gli ultimi “Accordi tra amministrazioni (art. 15 legge n.241/1990)” conclusi dal DPA con vari enti e organismi. Tra questi, ben tre conclusi con il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna per la realizzazione di indagini campionarie sulla popolazione generale (GPS-DPA 2014, finanziato per € 212.000) e studentesca (SPS-DPA, € 132.000) e per la stima dei consumatori con bisogno di trattamento (PDU-DPA 2014, € 100.050). E sul sito dell’Università (www.sde.unibo.it) vi sono informazioni che sembrano confermare il sospetto che, pur attraverso il “filtro” del Dipartimento di Sociologia, a realizzare le indagini per il DPA siano sempre gli stessi soggetti e cioè la Società Explora s.n.c. di Vittadello Fabio & c. Ricerca analisi statistica, di Vigodarzere (Padova) e il Consorzio Universitario di Economia e Management – CUEIM di Verona. Per una strana coincidenza o bizzarria del destino, infatti, i vincitori dei bandi di selezione per assegni di ricerca e incarichi di collaborazione indetti dal Dipartimento di Sociologia per la realizzazione dei progetti del DPA sono “vicini” appunto alla Explora e al CUEIM. Così per il Progetto GPS-DPA 2014, l'incarico di 5 mesi, per un corrispettivo di € 32.000, è stato affidato al Dr. Fabio Vittadello, socio della Società Explora, già ente executive del progetto DPA “Survey 2011-2012 – ITALY” e risultante tra i fondatori del CUEIM di Verona (affidatario dello stesso progetto “Survey2011-2012–ITALY e di numerosi altri) http://www.cameradicommerciolatina.it/it/component/k2/item/4702-cueim.html.
Per il Progetto SPS-DPA il primo incarico (5 mesi, € 32.000) è stato assegnato al Dr. Paolo Vian, anche lui socio della Società Explora (http://www.centroexplora.it/nota_legale.htm); il secondo incarico (5 mesi per € 12.100), all’ing. Ermanno Ancona, titolare della AWB Informatica di E. Ancona & C. S.a.s. di Verona (http://www.awbinformatica.it/chi_siamo.html), già collaboratore del dr. Serpelloni in numerosi progetti (Dronet, Dream on, Portale Drog@news) e nella realizzazione dell’Area riservata per rilevazione dati NNIDAC e del questionario on line www.drugfreedu.org. In questi ultimi due casi, inoltre, il committente del progetto è il CUEIM in collaborazione con la Explora (http://www.awbinformatica.it/progetti.html). Per il progetto PDU-DPA 2014, infine, l’incarico (5 mesi, € 32.000), è stato affidato al Dr. Bruno Genetti, il quale è: socio della Società Explora, consulente del CUEIM (ad es. nel Progetto SIND del DPA), consulente ed esperto del DPA per la realizzazione di progetti (come NetOutcome) e per l’area epidemiologica del portale Drog@news; è membro del Gruppo di Lavoro “NIDA Collaboration” e della Consulta degli esperti e degli operatori sociali sulle tossicodipendenze; è esperto nazionale dell’indicatore Treatment Demand Indicator del Punto Focale Italiano del DPA e referente presso l’EMCDDA.
Confidiamo che Patrizia De Rosa, appena nominata dirigente amministrativo del DPA, faccia rapidamente chiarezza in questo intrico di scatole cinesi.

www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/droga-troppe-coincidenze-nella-ricerca

Droga e soprusi quando l'Utopia diventa incubo

ANDREA Delogu è nata trent'anni fa a San Patrignano, dove ha vissuto i suoi primi dieci anni e dove entrambi i suoi genitori (si erano conosciuti là) si erano disintossicati. Negli ultimi tre anni lei e lo sceneggiatore Andrea Cedrola hanno intervistato ex ospiti della comunità fondata da Vincenzo Muccioli, hanno ricostruito storie belle e bruttissime e le hanno scritte. Il libro dei due Andrea si intitola La collina ( Fandango) ed è un romanzo in parte autobiografico e in parte corale. A narrare in prima persona è la bambina Valentina, o in qualche capitolo il padre Ivan; altre parti sono in terza persona, a narrare è la sintesi impersonale delle voci intervistate dai due autori prima della stesura del libro. È un libro potente, scritto quasi tutto al tempo presente, in un'alternanza cinematografica di scene, grande ritmo e secchezza.

La storia di tutti, nella Collina, è la trafila di dipendenza, redenzione e infine (per chi ci arriva) libertà. È la storia degli ex tossicodipendenti che in qualche modo passano l'astinenza e lavorano in comunità sino a che Riccardo Mannoni, il fondatore e capo — paterno e brusco — della Collina non li lascerà andare (chi prova a fuggire viene ripreso e punito, come la magistratura ha acconsentito si facesse). Ma anche per lo stesso Mannoni fondare la Collina ha costituito il riscatto da un periodo di lavori umilianti e rapporti famigliari frustranti.

Non è certo questa, però, la storia di Valentina, la bambina per la quale la Collina è un Eden in cui può muoversi senza rischi, allevare animali, non avere preoccupazioni materiali di alcun tipo e che solo col tempo si renderà conto della follia utopistica che regge la vita comunitaria, all'ombra del dispotico carisma di Mannoni.

Per un verso il purgatorio della Collina si scambia con il paradiso: verde, natura, animali, non manca niente, non si usa denaro e la dipendenza dalle sostanze viene sostituita dalla dipendenza dalla Collina stessa («La Collina, non ne potrai fare più a meno», dicono alcuni personaggi, prima di accorgersi che non è uno solo un possibile e scherzoso slogan pubblicitario): il vero purgatorio è la vita reale, con le sue tentazioni e la necessità di guadagnarsi da vivere. Per un altro verso, la Collina è un inferno, fatto di soprusi, regole oppressive, violenze psicologiche e fisiche, giustificate dalla necessità terapeutica. Nel libro le violenze ci sono: ma viste con gli occhi ingenui di Valentina o con quelli neutri di una sorta di narratore-cinepresa si ammantano di un'apparente normalità, che sgomenta il lettore più di un'eventuale resa narrativa esclamativa e splatter. La Collina è un libro potente perché elude ogni tentazione di cedere alla morbosità della rappresentazione o a quella, non meno ambigua, dell'indignazione.

L'inchiesta di Delogu e Cedrola non ha portato al romanzo-denuncia ma al più serrato degli storytelling . Del resto dipendenza e carisma sono gli argomenti di molta letteratura degli ultimi anni. Vuole dire che a San Patrignano erano presenti i prodromi di una contemporaneità di cui avremmo tutti imparato a preoccuparci. Contro la totale impotenza di politica e cultura, solo il carisma individuale si seppe allora opporre all'eroina. Non era un'eccezione, ma un modello in cui la comunità carismatica sostituisce la società. Peccato che, come spiega Umberto Eco nella sua Storia delle terre e dei luoghi leggendari (e la Collina, come anche San Patrignano, è per molti versi una terra leggendaria), ogni città di Utopia non può che configurarsi come tirannia e assolutismo, perché richiede obbedienza supina a regole date per sempre.

 

Il romanzo è in parte autobiografico in parte corale. A raccontare sono una bambina nata nella comunità di recupero e suo padre

Andrea Delogu e Andrea Cedrola, La Collina ( Fandango, pagg. 345, euro 18)

La Repubblica ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/07/19/droga-e-soprusi-quando-lutopia-diventa-incubo42.html

Aereo abbattuto, morti esperti di Hiv: "Un colpo a lotta contro Aids"

 Un centinaio fra volontari e ricercatori dovevano partecipare alla 20esima Conferenza internazionale contro la malattia. "Fatto devastante per la ricerca". Fra le vittime Joep Lange, uno dei pionieri della lotta all'Hiv

 
 
 "Un colpo a lotta contro Aids"Joep Lange, ricercatore olandese fra i pionieri della lotta all'Hiv, morto sul volo malese abbattuto in Ucraina
 GRABOVO - L'aereo malese abbattuto in Ucraina  cancella 289 vite. Ma la notizia che da ore rimbalza sui notiziari di tutto il mondo nasconde un altro dramma. Su quel volo viaggiavano 108 esperti di fama mondiale per la lotta all'Aids. Fra loro c'erano ricercatori, rappresentanti delle Ong e volontari. Dovevano partecipare alla 20esima Conferenza internazionale contro la malattia, che si apre domenica a Melbourne, in Australia. Un lutto definito "devastante per la ricerca contro l'Aids" dai rappresentanti dell'International Aids Society,che organizza l'incontro di Melbourne. Sul Boeing c'era Joep Lange, ricercatore olandese fra i pionieri della lotta all'Hiv ed ex presidente dellaInternational Aids Society. Nel 2001 Lange aveva fondato la Ong internazionale Pharmaccess per l'accesso alle cure. 

Il pioniere degli studi sull'Hiv. Era partito da Amsterdam con la moglie per condividere con altri colleghi gli studi che seguiva da una vita. Lascia quattro figli. "Il  professor Lange è stato uno degli artefici dello studio dell'Aids e dell'impatto sociale che questa malattia ha comportato a livello mondiale - afferma Umberto Tirelli, direttore scientifico del Cro di Aviano - ed è stato il paladino dei pazienti con Hiv, spesso penalizzati e senza voce in capitolo almeno nelle prime fasi della epidemia". Viaggiava con la moglie, aveva più di 350 pubblicazioni nel campo delle terapie antiretrovirali. "Per me Joep era come un fratello - ricorda da Melbourne Stefano Vella, ricercatore dell'Istituto Superiore di Sanità e fra gli estensori delle linee guida Oms sull'Aids - abbiamo collaborato per molti anni, e lui era diventato presidente della società subito dopo di me, ci conoscevamo bene. Era un paladino dell'accesso alle cure e del riconoscimento dei diritti umani, paradossalmente non garantiti in Russia e Ucraina". Per Vella la tragedia non fermerà la ricerca, pur avendo posto fine alla vita "di tante persone impegnate in una battaglia che finora ha avuto molti successi. Il movimento e l'impegno a livello mondiale sull'Aids è grandissimo, e forse quanto è accaduto servirà a dare nuovo vigore a chi resta".

Il portavoce dell'Oms. Tra le vittime c'è anche un portavoce dell'Organizzazione mondiale della Sanità, il 49enne britannico Glenn Thomas. Vite spezzate. Fra gli esperti in lutto c'è chi dice che forse fra i ricercatori in viaggio, c'era qualcuno che portava alla Conferenza il risultato di uno studio. Dati e analisi, che potrebbero essere andati distrutti su quell'aereo precipitato nell'est dell'Ucraina. Speranze che si cancellano. Una cosa è certa, con loro spariscono anni di studi sul tema. Sul  volo MH17 della Malaysia Airlines diretto a Kuala Lumpur, c'erano volontari, attivisti delle Ong, ma soprattutto molti studiosi di Hiv. Saranno ricordati in queste ore da diverse istituzioni scientifiche internazionali, dall'Ecdc all'Oms, che su twitter saluta Thomas. "Spariscono anni di conoscenza". "C'è un enorme sentimento di tristezza qui, le persone sono in un mare di lacrime nei corridoi - spiega Clive Aspin, uno dei ricercatori australiani della conferenza - . Queste persone erano le migliori e le più brillanti, gente che ha dedicato gran parte della propria carriera a combattere questo virus terribile. Tutto questo è devastante". Per molti colleghi che si preparano alla conferenza "la conoscenza andata perduta è insostituibile". "Su quel volo c'erano degli scienziati che guidavano la ricerca mondiale", dicono.  "La cura per l'Aids poteva essere su quell'aereo, semplicemente non lo sappiamo", ha detto al network Abc, Trevor Stratton, da anni impegnato nella lotta alla malattia. La conferenza si terrà regolarmente, con la partecipazione anche di Bill Clinton e Bob Geldof.

Smartphone e dipendenza, uno studio cinese

 

CesDop - In Cina, é stato condotto uno studio con l'obiettivo di sviluppare e validare una scala auto-somministrabile per la valutazione della dipendenza da smartphone, la Smartphone Addiction Inventory (SPAI). Due esperti nel campo delle dipendenze, hanno infatti modificato la Chen Internet Addiction Scale (CIAS), un questionario per la dipendenza da internet, adattandola alla dipendenza da smartphone. La SPAI é stata strutturata con l'obiettivo di indagare quattro aspetti relativi alla dipendenza: il comportamento compulsivo, la compromissione funzionale, il ritiro sociale e la tolleranza. Sono state inoltre aggiunte domande per valutare la sindrome della vibrazione fantasma e la sindrome da suoneria. Nello studio sono stati coinvolti 283 giovani adulti (260 maschi e 23 femmine, studenti di due università di Taiwan e utilizzatori di smartphone. L'analisi fattoriale esplorativa, il test per la coerenza interna, il test-retest e l'analisi di correlazione sono stati condotti per verificare l'affidabilità e la validità della SPAI. Inoltre, le correlazioni tra ogni sottoscala, vibrazioni fantasma e suoneria suono sono stati esplorati. Dai risultati é emerso che i sintomi della dipendenza da smartphone possono differire da quelli della dipendenza da Internet. Inoltre, data la bassa correlazione emersa, la vibrazione fantasma e sindrome da suoneria sembrerebbero essere entità indipendenti dalla dipendenza smartphone. E' stata infine dimostrata l'affidabilità e la validità della SPAI che può essere considerato uno valido e affidabile strumento di screening auto-somministrato per identificare la dipendenza da smartphone.

(Plosone)

Dipartimento antidroga, De Rose nuova responsabile

 Nomina ancora non ufficializzata, ma sulla figura della dirigente, già capo dipartimento alle Pari Opportunità, non ci sono più dubbi. Nel nuovo Dpa post-Serpelloni sarà affiancata da un team di esperti e da un comitato permanente

derose.jpgROMA – Sarà Patrizia De Rose a guidare il Dipartimento politiche antidroga (Dpa) del governo Renzi. Dopo quasi 3 mesi di incertezza sul futuro del Dpa con la mancata riconferma di Giovanni Serpelloni l’8 aprile scorso, trapela finalmente la notizia della futura nomina. Avvocato, gà capo dipartimento alle Pari Opportunità dal 2011 al 2013 e con diversi incarichi ricoperti nelle istituzioni (qui il curriculum vitae pubblicato sul sito della Presidenza del Consiglio), De Rose avrà il compito di creare un team di esperti che la affiancherà al Dipartimento, anche se non è ancora chiaro se il suo ruolo sarà quello di Capo dipartimento o dirigente amministrativo. Quel che è certo è che il Dipartimento non sarà più una fortezza inespugnabile per le realtà che in Italia si occupano di droghe e dipendenze. A caratterizzare il futuro del Dipartimento, infatti, proprio la volontà di istituire una sorta di comitato scientifico permanente che sarà composto da esperti provenienti dal mondo delle dipendenze, della società civile e delle istituzioni, sia locali che ministeriali. Tuttavia, gli incontri per l’istituzione del comitato non sono ancora avvenuti. Pare si stia aspettando la nomina ufficiale e la completa definizione del nuovo Dpa.

Non è chiaro se la nomina di De Rose sarà a scadenza e per un tempo determinato e utile per portare il governo ad una nuova Conferenza nazionale sulle dipendenze. L’ultima, infatti, si è tenuta a Trieste nel 2009 sotto la ferrea organizzazione voluta da Carlo Giovanardi, allora sottosegretario con delega alle politiche antidroga e l’ex capo dipartimento, Giovanni Serpelloni. Mentre a Palazzo Chigi si studiano gli ultimi dettagli sull’imminente nomina, però, secondo alcune voci De Rose starebbe già selezionando un altro gruppo di una decina di esperti che farebbero da “consulenti ombra”, per portare nel Dpa le competenze di chi lavora da anni nel settore. Finisce così l’era Serpelloni, così come aveva già anticipato lo stesso Federico Gelli, deputato e responsabile nazionale Sanità del Partito democratico, che durante un convegno tenutosi a Roma in occasione della Giornata mondiale contro le droghe di alcuni giorni fa aveva affermato: “È chiuso un periodo in cui un uomo solo al comando imponeva all’intero sistema un’idea di risposta al fenomeno delle droghe con un approccio che era molto personalistico. Un approccio che lui utilizzava a fini del controllo del sistema”.

GRAN BRETAGNA - La dipendenza da sesso e' come la tossicodipendenza

 La dipendenza dal sesso può scatenare nel cervello meccanismi analoghi a quelli che si attivano nelle tossicodipendenze, al punto che la reazione a stimoli sessuali come quelli della pornografia può ricalcare quella di un tossicodipendente alla vista della droga. E' quanto dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Plos One e condotto dagli psichiatri dell'università britannica di Cambridge diretti da Valerie Voon. Il comportamento sessuale compulsivo può riguardare fino a una persona ogni 25, con differenti gradi di 'gravità' e conseguenti difficoltà a vivere una normale vita di relazione. Queste persone possono essere decisamente ossessionate dal sesso al punto da non poter fare a meno di pensarci e di desiderare di fare attività sessuale in ogni momento della giornata. I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica per analizzare le reazioni cerebrali di due gruppi di soggetti (uno con una vita sessuale normale e l'altro con comportamenti sessuali compulsivi) di fronte a video pornografici e a video sessualmente neutri, come gare sportive. E' emerso così che i video pornografici attivavano nel gruppo con comportamenti sessuali compulsivi le stesse aree cerebrali (il corpo striato ventrale e l'amigdala) attivate nel cervello dei tossicodipendenti dalla visione della droga.

ADUC Droghe

Nuove Sostanze Psicoattive, i rischi per la salute


DRONET - Le nuove sostanze psicoattive (NPS) sono un ampio gruppo di sostanze non ancora completamente controllato attraverso le convenzioni internazionali in materia di droga, cui sono associati seri rischi per la salute. L’elevata variabilità della concentrazione di principi attivi, la mancanza di etichette che descrivono il contenuto, la presenza di diversi tipi di sostanze psicoattive in un unico prodotto, rappresentano solo alcuni degli aspetti che mettono a rischio la salute dei consumatori. Un nuovo studio a firma italiana, pubblicato sulla rivista Toxicology Letters, ha affrontato e descritto il fenomeno.
I ricercatori hanno presentato tre casi clinici tra quelli trattati presso il Laboratorio di Igiene Ambientale e Tossicologia Forense (LIATF) di Venezia, per discutere ed evidenziare i rischi di possibili effetti collaterali derivanti dall’uso di NSP. In particolare, i rischi derivanti da difficoltà a: quantificare l'effettivo dosaggio consumato, individuare gli effettivi principi attivi contenuti nel prodotto, prevedere le interazioni farmacologiche e tossicologiche di diversi principi psicoattivi. Secondo gli autori i tre casi selezionati sono rappresentativi e utili ad una valutazione complessiva dei rischi associati al consumo di NSP, poiché ciascuno affronta una potenziale problematica, anche se devono essere valutati nel loro insieme.
Il primo caso, relativo ad un giovane (18 anni) ricoverato in ospedale per l’assunzione di una polvere non identificata che, a seguito di analisi, è risultata contenere un mix di mefedrone e MDPV. Il secondo caso, relativo ad un sequestro di capsule contenenti una polvere gialla risultante contenere benzilpiperazine (BZP), ingrediente che non veniva riportato in etichetta. Infine, il terzo caso relativo ad un sequestro di miscele vegetali contenenti cannabinoidi sintetici (JWH-015, JWH-018, JWH-073, JWH-122, JWH-200, JWH-250, JWH-307) evidenziando la poliassunzione attraverso un unico prodotto.

La guerra di Luxuria agli spacciatori tra i grazie delle mamme del Pigneto

In giro con l’ex deputata prc. Insulti di un’antagonista: togli libertà. Lo scenario Il quartiere che fece da sfondo a celebri film ora fa i conti con le vedette della mala.

di Goffredo Buccini, il Corriere.it

ROMA - Scalpiccìo concitato, fiatone. «Pìjalo, pìjalo!». Via del Pigneto, sera tarda: l’inseguimento taglia la folla ciondolante del dopocena. Un poliziotto nero rincorre un giovanissimo spacciatore, nero pure lui; e, prima che quello riesca a saltare su una Vespa, lo agguanta. La folla si ricompatta e, dal capannello di teste inquiete, una ragazza dei centri sociali (dall’ex Snia Viscosa in giù l’irrequietudine è qui tradizione radicale e radicata) strilla: «Sbirro razzista». Il poliziotto nero si distoglie dal groviglio con l’arrestato, indica la propria pelle e dice in buon romanesco: «Ma de che? E’ la gente che s’è rotta le scatole di questi qua». La piccola antagonista non molla: «La gente o Luxuria?». Già, questo è il dilemma, certe notti.

Mezzo secolo fa, al tempo di Accattone era tutto chiaro. I pezzenti gramscianamente santi di qua, crocifissi in quelle borgate che Pasolini chiamava «la corona di spine che cinge la città di Dio», e gli estroversi, i fighetti, gli artistoidi di là, ammessi dentro la città di Dio con tanto di residenza. Adesso al Pigneto, la Belleville de noantri, certe notti non si capisce più un accidente. Capita che Vladimir Luxuria, multiforme transgender da taluni amata, da altri detestata, comunque nota come modello di trasgressivo stile di vita, passi da queste parti per paladina di law and order, meglio (o peggio) del primo Tony Blair. Lei ridacchia: «Abito qui da venticinque anni! Mica sono ‘na santa! Anzi sarei pure antiproibizionista. Ma questo è un problema di sopraffazione. E io mi ribello». Succede che da un anno le bande di pusher si combattano in questo fazzoletto di piazze e viette tra Prenestina e Casalina, un tempo quartiere gloriosamente operaio, carico di medaglie d’oro della Resistenza, caro - oltre che a Pasolini - a Visconti e Germi, a Rossellini e Monicelli, sfondo di una filmografia che contiene tutto il nostro Dna dal dopoguerra in avanti, Roma Città aperta al Borghese piccolo piccolo: da un anno, con vedette della mala agli angoli, coltellate, persino due morti ammazzati nella vicina via Macerata; l’ultima rissa, a bottigliate, giovedì sera, tra i tavolini dei bar pieni di fricchettoni e pariolini in trasferta. La tradizione popolana e malandrina, per cui in via Fivizzano taroccavano quasi tutte le moto rubate a Roma, con la crisi s’è irrancidita. «Si scontrano senegalesi e maghrebini, ma dietro ci sono i camorristi», ci spiega un altro ragazzo dei centri sociali.

La battaglia

E succede che Luxuria abbia deciso di farsi paladina di mamme e vecchiette («se non gli compri la droga ti saltano addosso pure se spingi un passeggino»), e abbia cominciato a denunciare gli spacciatori al commissariato di zona. Una settimana fa, i pusher l’hanno aggredita per strada («t’ammazziamo»), le hanno sbattuto le bustine di droga in faccia, («tu vendi il c..., noi vendiamo questa»). La faccenda è apparsa sui giornali - si è perfino detto che lei fosse finita sotto scorta, ma non è vero - in perfetta ma casuale concomitanza con la decisione di Alfano di dare una robusta spazzolata alla delinquenza spicciola e al narcotraffico delle periferie. Risultato: pattuglie, retate, un furgone della polizia nel crocevia dove talvolta i malacarne della zona decidevano di giocare a pallone bloccando il traffico in segno di sfida. Qui molti - i ragazzi dei centri sociali e i consiglieri municipali in singolare assonanza - temono che, passato luglio e spente le telecamere, torni tutto come prima. Il parco del Torrione è stato chiuso. «Scioglievano il crac sugli scivoli dei bambini», sostiene Giulia Pietroletti, assessore al Decoro: «Riapriremo presto con una festa per i cittadini». Molti temono che l’estate passi senza riavere l’unico polmone verde della zona. 
Vuoi per caso vuoi per dedizione, Luxuria è diventata infine simbolo di legalità. Ci fermiamo davanti all’Infernotto, lo storico ristorante del suo amico Dario. Un giovanissimo nero senegalese la manda al diavolo, «l’altra sera mi hai detto spacciatore!», «bugiaaa!», replica lei. Un poeta somalo l’abbraccia: «Sono contento di vederti bene, l’erba cattiva non muore mai». Un operaio sudamericano si complimenta: «Hai fegato». Lei gongola: «Dovresti vedere di giorno, quante madri e quanti anziani vengono a dirmi brava». 

Nella Storia

Naturalmente ridurre un quartiere simile a questione di ordine pubblico sarebbe segno di imbecillità. E questo Luxuria lo sa meglio di altri, avendone accompagnato la crescita. Qui ci sono strade che attraversano anche due o tre volte l’incrocio con la Storia. In via Montecuccoli, Rossellini girò la scena di Pina-Anna Magnani, mitragliata dai nazisti, e si scoprì il covo delle nuove Br. In via Fanfulla da Lodi, il mitico bar Necci è stato incendiato due volte ma è sempre risorto; nel ‘60 ospitò il casting di Accattone. Lì accanto ha brillato la stella del Fanfulla, un circolo Arci che ha attratto i talenti e gli irregolari prima di mezza Roma e poi di mezzo mondo. «Tana degli animaletti suburbani», ha scritto Paola Micalizzi in un commosso pezzo sulla festa d’addio per la chiusura del locale, durata otto giorni ininterrotti (dal 23 al 30 giugno). Un quartiere che ancora oggi coltiva underground i propri cantanti (Edoardo Calcutta) e i propri registi (Fabio Morichini), dunque una propria cultura, mischiata tuttavia ad avanzi di un passato che non passa, come Daniele Pifano che ancora fa il capetto nel comitato di zona manco avesse vent’anni. Che produce uno sceriffo alle vongole come Dario Chianelli (suo il raid anti immigrati del 2008) e i volantini antagonisti di ieri «contro la caccia all’uomo». Luxuria in fondo ammortizza molte contraddizioni. L’altra sera, durante un blitz con quindici arresti, una ragazzina dei centri sociali l’ha insultata: «Colpa tua! E ti avevo pure votata! Ci tolgono la libertà». Lei l’ha incenerita: «Se una donna non può girare di notte senza paura, non c’è libertà!». Se la sicurezza sia di destra o di sinistra potrebbe essere infine il grande enigma sciolto nelle strade che Pasolini ci insegnò a guardare. 

roma.corriere.it/notizie/14_luglio_06/guerra-luxuria-spacciatori-grazie-mamme-pigneto-3e3b7ad0-04ec-11e4-915b-77c91b2dfa50.shtml

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