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Novità altro

Le amicizie online possono influenzare l’uso di alcol e fumo nei teenager

 

Secondo uno studio, sarebbero più propensi a cadere negli stessi vizi, se vedono le foto postate sui social network. Differenze tra gli utenti di Facebook e Myspace


LaStampa - Una foto di un amico su Facebook o su Myspace con in mano una sigaretta o un drink potrebbe rivelarsi quasi un invito al fumo e all’alcol per i teenager. Almeno secondo quanto emerge da uno studio dell’University of Southern California (Usc), pubblicato sull’edizione online del Journal of Adolescent Health . Gli scienziati hanno condotto un sondaggio su 1.563 studenti dell’Union High School District di El Monte, al tempo dello studio (fra il 2010 e il 2011) la nona città per grandezza nella contea di Los Angeles, con una popolazione di circa 113.500 persone. E hanno concluso che gli adolescenti che vedono gli amici fumare o bere alcol nelle foto postate sui social network sono più propensi a cadere nella rete del vizio loro stessi. 


Leggi l'articolo sul sito de La Stampa

GRAN BRETAGNA - Droghe in Internet. Allarme da 'think tank'


Notiziario ADUC - Secondo un think tank britannico il Regno Unito e' da considerarsi l''hub' europeo per la circolazione di sostanze stupefacenti che in misura crescente e allarmante vengono vendute via web e diffuse anche con semplici spedizioni postali e segnala livelli di dipendenza da record. Uno studio del Centre for Social Justice (Csj) mostra infatti che uno su 12 giovani in Gran Bretagna ammette di aver fatto uso di sostanze stupefacenti, in particolare quelle droghe cosiddette 'ricreative' spesso sintetiche che vengono associate alla frequentazione di club e discoteche. Piu' di qualsiasi altro Paese europeo e un quarto del totale registrato nel vecchio continente. Preoccupanti, secondo la ricerca, sono anche i dati sulla diffusione di droghe pesanti come eroina e cocaina sempre piu' spesso vendute anche su Internet. Il Csj critica cosi' l'operato del governo di Londra, giudicando inadeguate le sue politiche per la lotta alla tossicodipendenza, mentre nota che anche la dipendenza da alcol sta raggiungendo dimensioni epidemiche: dal 1991 - nota lo studio - sono raddoppiate nel Regno Unito le morti per malattie collegate all'abuso di alcol.

Droghe: la legalizzazione illustrata agli adulti

i Radicali provano a sensibilizzare l'opinione pubblica sui vantaggi economici e sociali della legalizzazione delle droghe con un video

Germania, medicine per migliorare prestazioni sul lavoro. Boom del 400% nei consumi

L'economia tedesca continua a galoppare, quale sarà il suo segreto? Tanti fattori combinati senz'altro, ma chissà che uno di questi non sia il boom del cosddetto "Viagra da lavoro", il doping utilizzato nel proprio impiego per mantenere alte le proprie prestazioni lavorative. In dieci anni, scrive oggi Repubblica citando un articolo di Die Welt, il consumo è cresciuto del 400 per cento.

I Viagra da lavoro, gli psicofarmaci che aiutano a sentirsi più sicuri e in forma e a lavorare con più energia, sono consumati da sempre più persone. Medicine legalmente prescritte, non droghe vietate. Ma le conseguenze sono terribili: tossicodipendenza ed effetti collaterali - che i medici non sempre spiegano prima - che finiscono per incatenarti, per ammalarti con la conseguenza che i giorni di congedo per malattia si moltipilicano. (..) Secondo i calcoli della AOK, la più importante cassa malattia pubblica tedesca, e delle altre principali mutue statali, dal 2002 al 2012 il consumo del Viagra da lavoro è aumentato di una cifra da capogiro, tra il 300 e il 400 per cento.

Medicinali, questi, "che contengono elementi di anfetamine, di speed, del Ritalin" e la cui dipendenza, una volta accertata deve essere a sua volta curata con altri psicofarmaci. E a cui fa ricorso anche un piccola fetta del mondo accademico. Tra gli accademici qui, scriveva ieri la Frankfurter Rundschau citando uno studio del' Hochschul-Informations-System (l'ente di controllo e informazione sulla vita nelle università e scuole superiori) uno su venti dichiara e ammette di ricorrere ai viagra del lavoro.

Riccione, chiusa per spaccio di droga la discoteca Cocoricò

Il famoso locale sulla Riviera Adriatica è finito nel mirino dei carabinieri dopo numerosi episodi di malori, denunce e arresti. Noto in tutta Italia per le sue serate, verrà chiuso per tre settimane. L'ultimo caso a destare preoccupazione, il presunto stupro di una ragazza

A Riccione è stretta sullo sballo. Chiude dal 25 agosto fino al 15 di settembre la storica discoteca “Cocoricò“. Il provvedimento, emesso dal questore di Rimini Alfonso Terribile, è stato notificato alla società di gestione Piramide srl., alla quale è stata anche ritirata la licenza. Microcriminalità e soprattutto spaccio reiterati sono i reati che hanno motivato la chiusura del locale. E non è la prima volta. Già nel dicembre del 2011 il Cocoricò venne chiuso per due settimane: allora era finito in coma per aver assunto mdma all’interno del locale un ragazzo diciottenne di Cattolica.

“Il numero di persone colte da malore, le denunce, le segnalazioni e gli arresti nei confronti di detentori e spacciatori di droga individuati all’interno e nelle immediate adiacenze del locale -si legge in una nota del comando provinciale dell’arma dei Carabinieri- sono in crescita ed hanno superato il livello di guardia, nonostante la fitta collaborazione con le forze dell’ordine riconosciuta ai gestori e agli operatori della discoteca stessa. Nel corso dell’ultimo anno -prosegue la nota- il numero di arresti operato dai Carabinieri di Riccione è di oltre 60 persone tra reati contro la persona, contro il patrimonio e per spaccio di stupefacenti”: 350 sono i grammi di droga sequestrati tra hashish, marijuana, cocaina, mdma e ketamina, 50 le pasticche di ecstasy.

Movida violenta, addio rotonde sul mare e dischi che suonano. Quella che sta andando in soffitta è stata un'estate ad alto tasso di tensione tra gestori di locali e forze dell'ordine, con i sindaci costretti a fare da sceriffi a suon di ordinanze puntualmente contestate dagli addetti ai lavori e infrante dagli avventori: ordinanza anti alcol, anti bivacchi, anti spaccio, anti stupro e in alcuni casi anti falò e anti vetro sulla spiaggia.
Ogni comune marittimo ne ha dovuta adottare una. L'episodio del mitico Cocoricò arriva appena dopo la parola fine agli happy hour sulla spiaggia messa da sindaco e prefetto di Gallipoli. Droga e tentati stupri. Per la perla salentina, meta tra le più gettonate dei vip dell'estate 2013, è stato davvero troppo. Quello dell'allarme violenze sessuali, nell'estate della «stub», la droga dello stupro che allenta i freni inibitori, pare una costante.
A Massa nella settimana ferragostana le cronache dei giornali erano occupate da una vicenda drammatica. Un locale chiuso, il Merida, già oggetto di limitazioni nella somministrazione di alcolici e superalcolici, dopo una notte di movida finita con un come etilico per alcuni minorenni e una ragazzina di 15 anni in ospedale che racconta di essere stata vittima di un'aggressione a sfondo sessuale. Si sospetta che qualcuno le abbia sciolto nel bicchiere il potente allucinogeno. La magistratura indaga. Mentre, all'italiana, a causa delle lungaggini burocratiche, soltanto il giorno dopo la festa il Comune ha formalizzato l'ordinanza di cessazione dell'attività del locale, dopo la visita della Gdf in luglio.
Il girone dantesco prosegue a Marina di Ravenna dove è nato addirittura un comitato per far rispettare l'ordinanza del sindaco contro le bottiglie di vetro. Mentre, tornando sul Tirreno, a Sabaudia, il day after ferragostano, con cocci, legna carbonizzata, cartacce e bottiglie vuote ha fatto impallidire il sindaco che aveva appena firmato un dispositivo anti bivacco e anti degrado. Poco più a sud il sindaco di Ponza ha dovuto attendere l'arrivo dei carabinieri per avere la meglio sullo Sporting Frontone, mega ritrovo di giovani romani che da inizio estate disattende le disposizioni del primo cittadino su balli e serate in riva al mare.
C'è voluto invece il Tar per intervenire su alcuni bar di Marina di Ragusa, sanzionati numerose volte dai vigili urbani perché non in regola con le emissioni sonore, mentre a Palermo i gestori di molti locali del centro si lamentano con l'amministrazione per le ordinanze anti movida che avrebbero portato al licenziamento di barman e un calo delle vendite fino al 70%.
Nel Cilento, a Moio della Civitella, la serata «Rewine» è finita in rissa con decine di ragazzi ubriachi. Ci mancava in questo crescendo rossiniano la festa della Canapa a Castelnovo Monti (RE), che il Comune ha patrocinato fino allo scorso anno. Qui, secondo il consigliere regionale Pdl Fabio Filippi, che ha presentato un esposto, si cede droga ai minorenni.
E questo è solo il bilancio delle ultime due settimane. Sufficiente per concludere che il divertimento estivo era un'altra cosa.

www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/24/riccione-chiusa-per-spaccio-di-droga-discoteca-cocorico/691478/

www.ilgiornale.it/news/interni/droga-alcol-e-violenze-citt-chiuse-sballo-945404.html

Droga, risse e boom di omicidi Marsiglia come nei noir di Izzo

 

«Aveva solo l'indirizzo, Rue des Pistoles, nel Vieux Quartier. Erano anni che non tornava a Marsiglia. Ora non aveva più scelta. Era il 2 giugno, pioveva. Nonostante la pioggia, il tassista rifiutò di inoltrarsi nei vicoli.

 

Lo fece scendere davanti a Montée-des-Accoules. Un centinaio e più di scalini da salire e un dedalo di strade fino a rue des Pistoles. Il suolo era cosparso di sacchi di spazzatura sventrati e dalle strade saliva un odore acre, un misto di piscio, umidità e muffa».

Se non avete ancora letto la trilogia marsigliese di Jean-Claude Izzo (Casino totale, Chourmo, il cuore di Marsiglia, Solea)questo finale di stagione, con la vecchia Marsiglia e il suo milieu tornati alla ribalta della cronaca nera potrebbe essere quello giusto.

I «quartieri nord» in fiamme, le Vieux Port teatro ogni sera di regolamenti di conti fra bande rivali, droga a gogò in mano a giovanissimi, commercianti piegati dal racket: da cinque anni la spirale del crimine, scrivono le agenzie, sta «inghiottendo» Marsiglia. Ci sarà un po' d'esagerazione, probabilmente, in questa descrizione; ma forse non tanta se è vero che mezzo governo francese è calato sul Panier, il quartiere più antico della città, e a Notre Dame de la Garde per una di quelle riunioni d'emergenza che hanno lo scopo più di tacitare l'opinione pubblica e di far pubblicità ai ministri in crisi d'astinenza estiva da telecamere che di risolvere davvero il problema di una criminalità tornata di nuovo spavalda e sanguinaria, come ai tempi di personaggi leggendari come Paul Carbone, i fratelli Guérini e Francis Vanverberghe, detto «Francis le Belge».

Ma se cercate un Jean Gabin, indimenticabile protagonista con Alain Delon e Lino Ventura di quel Clan dei siciliani in cui a farla da padrone era la mala francese, quella siciliana essendo solo un pretesto, restereste delusi. Ci vorrebbe Jean Renoir, o Marcel Carné per raccontare gli ultimi giorni di Marsiglia. Ma se fossero davvero in cerca di un Jean Gabin, di un Alain Delon o di un Belmondo (ricordate Il clan dei marsigliesi, con la Cardinale?) forse resterebbero delusi e rinuncerebbero al progetto. Perché non c'è rimasto niente di romantico, niente di quell'atmosfera noir nella nuova mala che imperversa a Marsiglia. Ecco il motivo. Inutile cercare il protagonista semplice e rude, l'eroe romantico-popolare inseguito da un destino ineluttabile che quando finisce in carcere la gente in sala si commuove. Ora sono solo agguati alla pistola e morti ammazzati sui marciapiedi, stuoli di ragazze dell'Est che passano da una all'altra delle bande che gestiscono il giro della prostituzione e cocaina a chili.

«Marsiglia non è una città per turisti. Non c'è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente», scriveva Jean-Claude Izzo. Ecco, quella Marsiglia è tornata, ma senza il «colore» d'un tempo, senza l'odore della bouillabaisse che sale dalle trattorie del porto vecchio, quando il sole cala all'orizzonte.

Tredici morti dall'inizio dell'anno in una guerra per bande che non accenna a placarsi, e un agosto fitto di risse, rapine, accoltellamenti; un infermiere aggredito domenica all'interno di un ospedale, un venticinquenne investito da una gragnuola di colpi di pistola nel cuore dell'Estaque, il vecchio villaggio di pescatori dipinto da Cézanne. Ce n'era abbastanza per smuovere da Parigi il ministro dell'Interno Manuel Valls, che ha preceduto il primo ministro Jean-Marc Ayrault. A seguire, e a infoltire il defilé ecco anche Christiane Taubira (Giustizia), Marisol Touraine (Affari sociali), Cecile Duflot (Casa) e Marie-Arlette Carlotti (Handicap ed esclusione). Molte chiacchiere, naturalmente, e molte promesse. Ma a Parigi sanno che gestire l'affaire non sarà facile, come non lo è a Palermo e a Napoli. «Sono tornati i marsigliesi», dicono a Parigi. «E non è come al cinema».

http://www.ilgiornale.it/news/esteri/droga-risse-e-boom-omicidi-marsiglia-nei-noir-izzo-gauche-944667.html

Gambling. Se il pusher è lo Stato

Leopoldo Grosso, Vice presidente del Gruppo Abele, scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 14 agosto 2013

L’estensione dei danni provocati dal gioco d’azzardo patologico è largamente sconosciuta. Non si dispone in Italia – lo dice anche l’ultima relazione del Dpa al Parlamento - di alcuna rilevazione sistematica su questo e i numeri cui ci si affida sono mutuati per analogia dagli studi di altri paesi, oppure indiziari, oppure estrapolati da qualche volonteroso studio locale. Valutare l’impatto del GAP (gioco d’azzardo patologico) è invece importante, perché significa sapere come attrezzare i servizi, capire quali investimenti effettuare per le cure, significa soprattutto voler “vedere” il problema e smascherare l’ipocrisia che fino ad ora, sul gioco d’azzardo, ha consentito di capitalizzare i tanti profitti (dell’industria delle scommesse, dello Stato, della criminalità) ignorando i costi della dipendenza.

Non c’è giocatore d’azzardo patologico che non si sia indebitato con qualche finanziaria per decine di migliaia di euro. Alcuni sono diventati facile preda degli usurai. Altri sono andati in rosso coi conti bancari, poi hanno chiesto tutti i prestiti possibili a parenti e amici, e infine hanno dilapidato i risparmi di casa, lacerando i rapporti familiari. Quando subentra la patologia, le sicurezze affettive consolidate sono messe in crisi dall’irrompere di emozioni negative e dall’insinuarsi di sentimenti ostili: all’inizio lo shock, quando la famiglia scopre l’impensabile, poi lo spavento e lo sgomento di fronte all’ammanco economico, la delusione per il tradimento del patto di lealtà domestica; poi la rabbia per il danno subito e il rancore di fronte alla difficile quotidianità dei debiti da sanare. Si instaura in famiglia un clima di tormentato sospetto, che cresce di fronte alle reiterate e disattese promesse di smettere, avvelenando così i rapporti. La vergogna, ancora più che la colpa, getta un’ombra di fallimento che tramite il giocatore avvolge l’intera famiglia. E’ la cronaca a dirci che, ogni tanto, qualcuno “non regge”, e si ammazza.

E sempre la cronaca ci ha recentemente raccontato la notizia di un bambino trovato chiuso in auto dai suoi genitori, totalmente “presi” dalle “slot-machines”: è il tipo di episodio che generalmente costituisce la classica “prova manifesta”, la “pistola fumante”, in base alla quale i Tribunali dei Minori sottraggono la potestà genitoriale a madri e padri tossicodipendenti da eroina.

Il Codice Penale (artt. 718-723) vieta il gioco d’azzardo, ma la legislazione in deroga, tramite le concessioni rilasciate da Monopoli di Stato, fa dell’Italia una delle nazioni al vertice mondiale per il fatturato del settore. Se si applicasse all’azzardo la terminologia utilizzata per le droghe illegali, si parlerebbe di “pusher” per chi ne favorisce la diffusione e di “cupole” per quanti ne traggono profitti, spesso illeciti. Forse è per questo che si vuole continuare a negare la realtà della dipendenza da gioco, chiaramente indotta dall’abnorme espansione dell’offerta, a sua volta resa possibile dalla progressiva “liberalizzazione” del settore, avallata da 15 anni di governi, che si sono succeduti continuando a marciare nella direzione del profitto (nel 2011, circa 80 miliardi di euro di fatturato legale, di cui quasi 9 miliardi sono andati allo Stato). Le richieste di porre un freno, di correggere il tiro, di assumersi la responsabilità delle conseguenze e di cambiare rotta poste dalle associazioni “che raccolgono i cocci” di questa dipendenza indotta, sono rimaste puntualmente e totalmente inevase. Al contrario, sulle droghe si mantiene il “pugno duro” e la “Fini-Giovanardi” non si tocca. Consentiteci una domanda ingenua: qual’è la logica di tutto questo?

Intervista all’uomo di Silk Road. "The Dread Pirate Roberts" intervistato da Forbes

Da più di un anno ormai si parla della facilità con cui è possibile trovare qualunque tipo di droga e sostanza stupefacente su internet.

Silk Road è uno dei siti più famosi al mondo per il commercio di eroina, crack, anfetamine, metanfetamine, cocaina, lsd, ecxtasy. Come avviene per altri portali simili, l’accesso si effettua attraverso un programma criptato che garantisce l’anonimato agli utenti e impedisce alla polizia di raggiungere sia i responsabili del sito che i suoi frequentatori abituali.

Sessanta mila visite al giorno, per un volume di affari pari a più di 45 milioni di dollari: Silk Road è punto di riferimento per spacciatori e consumatori e il suo proprietario, “the Dread Pirate Roberts” ha rilasciato un’interessante intervista a Forbes proprio qualche giorno fa.

“Ho conosciuto il fondatore di Silk Road attraverso il sito. Avevo scoperto una grossa vulnerabilità nella configurazione del Bitcoin principale (il Bitcoin è una valuta elettronica creata nel 2009) utilizzato per i depositi e i prelievi sul sito- spiega Roberts raccontando come ne è diventato il proprietario- In un primo momento mi ha ignorato, ma io ho persistito e mi sono guadagnato la sua fiducia. Da lì siamo diventati amici, abbiamo lavorato insieme, e ora eccomi qua”.

Secondo quanto riferito da Roberts, “Silk Road non è altro che un modo per aggirare le regole dello Stato” che “cerca di controllare quasi ogni aspetto della nostra vita”. Poi l’uomo fa qualche esempio di quelle che potrebbero essere gli scenari possibili per il futuro del sito.

“Esiste un sito chiamato ‘The Armory’ specializzato nella vendita di armi che ha avuto grande successo. Noi vogliamo trovare un modello funzionante in cui le persone possano comprare le attrezzature di cui hanno bisogno per difendere loro stessi e la propria famiglia, al di là delle leggi dello Stato. Se non era ancora chiaro- continua- che lo Stato è nemico del popolo, dovrebbe esserlo adesso dopo il caso della più grande agenzia di intelligence del mondo che ha rubato, sotto copertura, le comunicazioni private di tutto il pianeta. Per questo- secondo Roberts - un sistema di comunicazione anonima per internet, che protegge gli utenti dall’analisi del traffico- dovrebbe diventare lo standard per le comunicazioni a livello globale. E se Silk Road può essere d’aiuto in questa fase di transizione, noi ne saremo molto felici”.

Grazie ai Bitcoin, infine, “la società si sta trasformando. Abbiamo vinto la guerra contro lo Stato in materia di droga proprio grazie ai Bitcoin, Ed è solo l’inizio- prosegue Roberts- E’ davvero in atto una trasformazione guidata dalla tecnologia peer-to-peer e da internet in generale. Io voglio essere libero di seguire i miei sogni e di vivere la mia vita senza essere ostacolato dagli altri. E voglio che gli altri abbiano la mia stessa libertà”.

“E sono fiero- conclude. Di quello che faccio. Non esistono droghe che non hanno effetti nocivi, ma il punto non è questo. La gente ha il diritto di mettere nel proprio corpo quello che vuole. Non sono io, né il governo, a dover dire alle persone cosa fare o non fare con il loro corpo”.


 

Contenuto Redazionale BUON FERRAGOSTO!

 

Anche gli animali giocano d'azzardo: lo rivela uno studio dell’Università del Kentucky

Un gruppo di ricercatori, diretti dallo psicologo dell’Università del Kentucky Thomas Zentall, ha deciso di indagare sul rapporto fra animali e gioco.

Secondo gli ecologi di indirizzo comportamentista, afferma Zentall, gli animali non dovrebbero mai giocare d’azzardo perché nel corso di migliaia di anni l’evoluzione ha affinato in modo ottimale la loro capacità di procurarsi il cibo. Gli animali dovrebbero cioè consumare la minor quantità di energia e di tempo possibili nelle attività che richiedono il consumo maggiore di calorie. Ma in una recente serie di esperimenti, Zentall ha scoperto che i piccioni a volte commettono gli stessi, comuni errori di ragionamento degli esseri umani. Per esempio, mostrano una forte tendenza a scegliere un’opzione rischiosa al posto di una gratificazione più piccola ma più sicura.  In una versione aviaria di un casinò, alcuni piccioni dovevano scegliere tra un guadagno poco probabile di 10 palline di cibo (contro zero) e un guadagno molto probabile di tre sole palline. In un primo momento, gli uccelli hanno scelto la più redditizia opzione a tre palline, ma nel corso del tempo hanno cambiato strategia, tentando e ritentando di conquistarne 10. La ricerca sui giocatori umani rivela una tendenza analoga: i giocatori compulsivi prestano poca attenzione alle loro perdite, tendendo a ricordare le vincite, ma non la frequenza con cui esse avvengono. 

Viaggio nei segreti del più grande sito di spaccio al mondo

Gabriele Martini, Torino La Stampa

Come Scampia, più di Scampia. C’è una piazza di spaccio aperta 24 ore su 24, sette giorni su sette, dove migliaia di pusher vendono, impuniti, qualsiasi tipo di droga. Possibile? Sì, possibile. Provare per credere. 

Il Paese dei balocchi per tossici è un sito internet. Si chiama «Silk Road», via della seta. Intendiamoci: arrivarci non è facile. Questo ebay della droga all’apparenza non esiste: se si digita l’indirizzo sul browser non si ottiene nulla. Ma il sito esiste, eccome. Sta nascosto in un angolo buio della rete: l’Internet sommerso, il «Darknet». Per entrare in questo mondo virtuale parallelo bisogna utilizzare «Tor», un software gratuito che rende anonima la navigazione. È lo stesso sistema che permette agli attivisti iraniani di scambiare informazioni o ai blogger cinesi di aggirare la censura. Si carica il programma e dopo pochi minuti il gioco è fatto: si naviga nell’immensa zona franca senza controlli né regole, dove nessuno sa chi fa cosa. 

Silk Road sembra Amazon. Ci sono foto della merce, prezzi, tempi di consegna e recensioni dei compratori. Il logo è un beduino su un cammello. Da qualche mese sono sparite le armi. Bandite. Tutto il resto è lì, a portata di clic. Abiti contraffatti, medicine, sostanze dopanti, passaporti falsi, materiale pornografico. Briciole rispetto alle 4.400 droghe in vendita. La moda del momento sono le nuove sostanze sintetiche: 4-MMC e Crystal meth. Incolori, inodori e insapori. Preparate in modo artigianale, a volte si rivelano mix letali. Falciano giovani vite nelle periferie di Mosca, nelle discoteche di Ibiza e ai rave party sulle spiagge brasiliane. E’ lo sballo globalizzato: abbatte frontiere e viaggia in piccoli pacchi da un continente all’altro seminando dipendenza.  

Su Silk Road i pagamenti avvengono in Bitcoin, la moneta elettronica che non lascia tracce. Si tratta di soldi virtuali generati automaticamente da una serie di computer in rete tra loro. Per comprarli basta una carta di credito. Si versiamo i Bitcoin sull’account ed ecco che tutto è pronto per l’acquisto, protetti dall’anonimato più assoluto. Molti spacciatori rifiutano di spedire ai nuovi arrivati. Non sempre il primo tentativo funziona: il rischio è finire nella lista nera dei «compratori sospetti». Ma conquistata la fiducia dei venditori, non resta che passare allo shopping. Dopo qualche giorno i pacchetti di droga arrivano a destinazione.  

«Quello di Silk Road è un contesto smaterializzato, difficilmente aggredibile», ammettono gli investigatori. L’offerta di droga cresce con trend esponenziale. C’è chi spaccia pochi grammi di erba, ma c’è anche chi vende fino a un chilo di cocaina o centinaia di pasticche di ecstasy alla volta. Non sono numeri da piccoli spacciatori. Andrea Ceccobelli, Capitano del Nucleo frodi tecnologiche della Finanza, lancia l’allarme: «C’è il rischio concreto che la criminalità organizzata utilizzi questi nuovi canali. In altri Paesi sta già succedendo: in Russia da anni le mafie arruolano laureati in informatica». Carlo Solimene, direttore della Divisione investigativa della Polizia Postale e delle Comunicazioni, non si sbilancia: «Il fenomeno nel nostro Paese non sembra ancora particolarmente esteso». Sui trafficanti italiani il riserbo è massimo: «Posso solo dire – spiega Solimene – che ci sono attività investigative in corso».  

In sei mesi il numero di venditori su «Silk Road» è più che che raddoppiato. Secondo uno studio della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, il volume d’affari nel primo semestre del 2012 è stato di 1,5 milioni di euro al mese. Sarà felice il misterioso amministratore del sito, che incassa una commissione del 6% su ogni transazione. Si fa chiamare «Dread Pirate Roberts» (come il simpatico pirata di un film fantasy). Definisce «eroi» i venditori. Da mesi l’Agenzia federale antidroga Usa gli dà la caccia. Inutilmente. Anche lui è un nickname su un sito che non esiste.  

www.lastampa.it/2013/01/10/italia/cronache/l-e-commerce-della-droga-funziona-vi-spieghiamo-come-oyrxE537TMWqtSS4GqPVnJ/pagina.html

Anoressia e Autismo: prove scientifiche dei tratti comuni

Il Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Cambridge, attraverso il proprio Centro di Ricerca sull'Autismo (Autism Research Center) ha pubblicato a fine luglio del 2013 i risultati di uno studio, particolarmente interessante, condotto dall'equipe diretta dal Prof. Simon Baron-Choen, già docente di psicopatologia dello sviluppo presso lo stesso istituto e noto studioso dell'autismo.

Secondo lo studio del Prof. Baron-Choen, è stato dimostrato che le ragazze anoressiche presentano dei tratti comportamentali in comune con le persone affette da sindrome autistica.

In realtà i clinici che si occupano di anoressia già sapevano bene quanto fossero radicati nel comportamento anoressico tratti come: rigidità, mancanza di empatia, tendenza all'isolamento, attenzione eccessiva ai particolari. Ciò che appare nuovo, è il fatto che vi siano finalmente le prove scientifiche dell'intuizione clinica di molti terapeuti, il che li incoraggerà a proseguire su questa strada sia per quanto riguarda la diagnosi che nel trattamento dell'anoressia.

La ricerca è stata condotta su un campione particolarmente rappresentativo composto da circa 1.600 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni.

Un'altro elemento rilevante emerso dallo studio riguarda la sostanziale differenza nel tratto di manifestazione dei comportamenti anoressici, in quanto sembrano emergere due "stili" di comportamento prevalenti (tra i tratti in comune con l'autismo) tra le pazienti anoressiche: uno tendente all'isolamento affettivo e all'auto-centratura cognitiva, l'altro più incline allo sviluppo di tendenze e pensieri di tipo ossessivo. Anche questi dati potranno contribuire ad indirizzare il lavoro dei terapeuti che trattano questo disagio.

Fonti:

www.molecularautism.com

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