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Novità altro

Germania, medicine per migliorare prestazioni sul lavoro. Boom del 400% nei consumi

L'economia tedesca continua a galoppare, quale sarà il suo segreto? Tanti fattori combinati senz'altro, ma chissà che uno di questi non sia il boom del cosddetto "Viagra da lavoro", il doping utilizzato nel proprio impiego per mantenere alte le proprie prestazioni lavorative. In dieci anni, scrive oggi Repubblica citando un articolo di Die Welt, il consumo è cresciuto del 400 per cento.

I Viagra da lavoro, gli psicofarmaci che aiutano a sentirsi più sicuri e in forma e a lavorare con più energia, sono consumati da sempre più persone. Medicine legalmente prescritte, non droghe vietate. Ma le conseguenze sono terribili: tossicodipendenza ed effetti collaterali - che i medici non sempre spiegano prima - che finiscono per incatenarti, per ammalarti con la conseguenza che i giorni di congedo per malattia si moltipilicano. (..) Secondo i calcoli della AOK, la più importante cassa malattia pubblica tedesca, e delle altre principali mutue statali, dal 2002 al 2012 il consumo del Viagra da lavoro è aumentato di una cifra da capogiro, tra il 300 e il 400 per cento.

Medicinali, questi, "che contengono elementi di anfetamine, di speed, del Ritalin" e la cui dipendenza, una volta accertata deve essere a sua volta curata con altri psicofarmaci. E a cui fa ricorso anche un piccola fetta del mondo accademico. Tra gli accademici qui, scriveva ieri la Frankfurter Rundschau citando uno studio del' Hochschul-Informations-System (l'ente di controllo e informazione sulla vita nelle università e scuole superiori) uno su venti dichiara e ammette di ricorrere ai viagra del lavoro.

Riccione, chiusa per spaccio di droga la discoteca Cocoricò

Il famoso locale sulla Riviera Adriatica è finito nel mirino dei carabinieri dopo numerosi episodi di malori, denunce e arresti. Noto in tutta Italia per le sue serate, verrà chiuso per tre settimane. L'ultimo caso a destare preoccupazione, il presunto stupro di una ragazza

A Riccione è stretta sullo sballo. Chiude dal 25 agosto fino al 15 di settembre la storica discoteca “Cocoricò“. Il provvedimento, emesso dal questore di Rimini Alfonso Terribile, è stato notificato alla società di gestione Piramide srl., alla quale è stata anche ritirata la licenza. Microcriminalità e soprattutto spaccio reiterati sono i reati che hanno motivato la chiusura del locale. E non è la prima volta. Già nel dicembre del 2011 il Cocoricò venne chiuso per due settimane: allora era finito in coma per aver assunto mdma all’interno del locale un ragazzo diciottenne di Cattolica.

“Il numero di persone colte da malore, le denunce, le segnalazioni e gli arresti nei confronti di detentori e spacciatori di droga individuati all’interno e nelle immediate adiacenze del locale -si legge in una nota del comando provinciale dell’arma dei Carabinieri- sono in crescita ed hanno superato il livello di guardia, nonostante la fitta collaborazione con le forze dell’ordine riconosciuta ai gestori e agli operatori della discoteca stessa. Nel corso dell’ultimo anno -prosegue la nota- il numero di arresti operato dai Carabinieri di Riccione è di oltre 60 persone tra reati contro la persona, contro il patrimonio e per spaccio di stupefacenti”: 350 sono i grammi di droga sequestrati tra hashish, marijuana, cocaina, mdma e ketamina, 50 le pasticche di ecstasy.

Movida violenta, addio rotonde sul mare e dischi che suonano. Quella che sta andando in soffitta è stata un'estate ad alto tasso di tensione tra gestori di locali e forze dell'ordine, con i sindaci costretti a fare da sceriffi a suon di ordinanze puntualmente contestate dagli addetti ai lavori e infrante dagli avventori: ordinanza anti alcol, anti bivacchi, anti spaccio, anti stupro e in alcuni casi anti falò e anti vetro sulla spiaggia.
Ogni comune marittimo ne ha dovuta adottare una. L'episodio del mitico Cocoricò arriva appena dopo la parola fine agli happy hour sulla spiaggia messa da sindaco e prefetto di Gallipoli. Droga e tentati stupri. Per la perla salentina, meta tra le più gettonate dei vip dell'estate 2013, è stato davvero troppo. Quello dell'allarme violenze sessuali, nell'estate della «stub», la droga dello stupro che allenta i freni inibitori, pare una costante.
A Massa nella settimana ferragostana le cronache dei giornali erano occupate da una vicenda drammatica. Un locale chiuso, il Merida, già oggetto di limitazioni nella somministrazione di alcolici e superalcolici, dopo una notte di movida finita con un come etilico per alcuni minorenni e una ragazzina di 15 anni in ospedale che racconta di essere stata vittima di un'aggressione a sfondo sessuale. Si sospetta che qualcuno le abbia sciolto nel bicchiere il potente allucinogeno. La magistratura indaga. Mentre, all'italiana, a causa delle lungaggini burocratiche, soltanto il giorno dopo la festa il Comune ha formalizzato l'ordinanza di cessazione dell'attività del locale, dopo la visita della Gdf in luglio.
Il girone dantesco prosegue a Marina di Ravenna dove è nato addirittura un comitato per far rispettare l'ordinanza del sindaco contro le bottiglie di vetro. Mentre, tornando sul Tirreno, a Sabaudia, il day after ferragostano, con cocci, legna carbonizzata, cartacce e bottiglie vuote ha fatto impallidire il sindaco che aveva appena firmato un dispositivo anti bivacco e anti degrado. Poco più a sud il sindaco di Ponza ha dovuto attendere l'arrivo dei carabinieri per avere la meglio sullo Sporting Frontone, mega ritrovo di giovani romani che da inizio estate disattende le disposizioni del primo cittadino su balli e serate in riva al mare.
C'è voluto invece il Tar per intervenire su alcuni bar di Marina di Ragusa, sanzionati numerose volte dai vigili urbani perché non in regola con le emissioni sonore, mentre a Palermo i gestori di molti locali del centro si lamentano con l'amministrazione per le ordinanze anti movida che avrebbero portato al licenziamento di barman e un calo delle vendite fino al 70%.
Nel Cilento, a Moio della Civitella, la serata «Rewine» è finita in rissa con decine di ragazzi ubriachi. Ci mancava in questo crescendo rossiniano la festa della Canapa a Castelnovo Monti (RE), che il Comune ha patrocinato fino allo scorso anno. Qui, secondo il consigliere regionale Pdl Fabio Filippi, che ha presentato un esposto, si cede droga ai minorenni.
E questo è solo il bilancio delle ultime due settimane. Sufficiente per concludere che il divertimento estivo era un'altra cosa.

www.ilfattoquotidiano.it/2013/08/24/riccione-chiusa-per-spaccio-di-droga-discoteca-cocorico/691478/

www.ilgiornale.it/news/interni/droga-alcol-e-violenze-citt-chiuse-sballo-945404.html

Droga, risse e boom di omicidi Marsiglia come nei noir di Izzo

 

«Aveva solo l'indirizzo, Rue des Pistoles, nel Vieux Quartier. Erano anni che non tornava a Marsiglia. Ora non aveva più scelta. Era il 2 giugno, pioveva. Nonostante la pioggia, il tassista rifiutò di inoltrarsi nei vicoli.

 

Lo fece scendere davanti a Montée-des-Accoules. Un centinaio e più di scalini da salire e un dedalo di strade fino a rue des Pistoles. Il suolo era cosparso di sacchi di spazzatura sventrati e dalle strade saliva un odore acre, un misto di piscio, umidità e muffa».

Se non avete ancora letto la trilogia marsigliese di Jean-Claude Izzo (Casino totale, Chourmo, il cuore di Marsiglia, Solea)questo finale di stagione, con la vecchia Marsiglia e il suo milieu tornati alla ribalta della cronaca nera potrebbe essere quello giusto.

I «quartieri nord» in fiamme, le Vieux Port teatro ogni sera di regolamenti di conti fra bande rivali, droga a gogò in mano a giovanissimi, commercianti piegati dal racket: da cinque anni la spirale del crimine, scrivono le agenzie, sta «inghiottendo» Marsiglia. Ci sarà un po' d'esagerazione, probabilmente, in questa descrizione; ma forse non tanta se è vero che mezzo governo francese è calato sul Panier, il quartiere più antico della città, e a Notre Dame de la Garde per una di quelle riunioni d'emergenza che hanno lo scopo più di tacitare l'opinione pubblica e di far pubblicità ai ministri in crisi d'astinenza estiva da telecamere che di risolvere davvero il problema di una criminalità tornata di nuovo spavalda e sanguinaria, come ai tempi di personaggi leggendari come Paul Carbone, i fratelli Guérini e Francis Vanverberghe, detto «Francis le Belge».

Ma se cercate un Jean Gabin, indimenticabile protagonista con Alain Delon e Lino Ventura di quel Clan dei siciliani in cui a farla da padrone era la mala francese, quella siciliana essendo solo un pretesto, restereste delusi. Ci vorrebbe Jean Renoir, o Marcel Carné per raccontare gli ultimi giorni di Marsiglia. Ma se fossero davvero in cerca di un Jean Gabin, di un Alain Delon o di un Belmondo (ricordate Il clan dei marsigliesi, con la Cardinale?) forse resterebbero delusi e rinuncerebbero al progetto. Perché non c'è rimasto niente di romantico, niente di quell'atmosfera noir nella nuova mala che imperversa a Marsiglia. Ecco il motivo. Inutile cercare il protagonista semplice e rude, l'eroe romantico-popolare inseguito da un destino ineluttabile che quando finisce in carcere la gente in sala si commuove. Ora sono solo agguati alla pistola e morti ammazzati sui marciapiedi, stuoli di ragazze dell'Est che passano da una all'altra delle bande che gestiscono il giro della prostituzione e cocaina a chili.

«Marsiglia non è una città per turisti. Non c'è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente», scriveva Jean-Claude Izzo. Ecco, quella Marsiglia è tornata, ma senza il «colore» d'un tempo, senza l'odore della bouillabaisse che sale dalle trattorie del porto vecchio, quando il sole cala all'orizzonte.

Tredici morti dall'inizio dell'anno in una guerra per bande che non accenna a placarsi, e un agosto fitto di risse, rapine, accoltellamenti; un infermiere aggredito domenica all'interno di un ospedale, un venticinquenne investito da una gragnuola di colpi di pistola nel cuore dell'Estaque, il vecchio villaggio di pescatori dipinto da Cézanne. Ce n'era abbastanza per smuovere da Parigi il ministro dell'Interno Manuel Valls, che ha preceduto il primo ministro Jean-Marc Ayrault. A seguire, e a infoltire il defilé ecco anche Christiane Taubira (Giustizia), Marisol Touraine (Affari sociali), Cecile Duflot (Casa) e Marie-Arlette Carlotti (Handicap ed esclusione). Molte chiacchiere, naturalmente, e molte promesse. Ma a Parigi sanno che gestire l'affaire non sarà facile, come non lo è a Palermo e a Napoli. «Sono tornati i marsigliesi», dicono a Parigi. «E non è come al cinema».

http://www.ilgiornale.it/news/esteri/droga-risse-e-boom-omicidi-marsiglia-nei-noir-izzo-gauche-944667.html

Gambling. Se il pusher è lo Stato

Leopoldo Grosso, Vice presidente del Gruppo Abele, scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 14 agosto 2013

L’estensione dei danni provocati dal gioco d’azzardo patologico è largamente sconosciuta. Non si dispone in Italia – lo dice anche l’ultima relazione del Dpa al Parlamento - di alcuna rilevazione sistematica su questo e i numeri cui ci si affida sono mutuati per analogia dagli studi di altri paesi, oppure indiziari, oppure estrapolati da qualche volonteroso studio locale. Valutare l’impatto del GAP (gioco d’azzardo patologico) è invece importante, perché significa sapere come attrezzare i servizi, capire quali investimenti effettuare per le cure, significa soprattutto voler “vedere” il problema e smascherare l’ipocrisia che fino ad ora, sul gioco d’azzardo, ha consentito di capitalizzare i tanti profitti (dell’industria delle scommesse, dello Stato, della criminalità) ignorando i costi della dipendenza.

Non c’è giocatore d’azzardo patologico che non si sia indebitato con qualche finanziaria per decine di migliaia di euro. Alcuni sono diventati facile preda degli usurai. Altri sono andati in rosso coi conti bancari, poi hanno chiesto tutti i prestiti possibili a parenti e amici, e infine hanno dilapidato i risparmi di casa, lacerando i rapporti familiari. Quando subentra la patologia, le sicurezze affettive consolidate sono messe in crisi dall’irrompere di emozioni negative e dall’insinuarsi di sentimenti ostili: all’inizio lo shock, quando la famiglia scopre l’impensabile, poi lo spavento e lo sgomento di fronte all’ammanco economico, la delusione per il tradimento del patto di lealtà domestica; poi la rabbia per il danno subito e il rancore di fronte alla difficile quotidianità dei debiti da sanare. Si instaura in famiglia un clima di tormentato sospetto, che cresce di fronte alle reiterate e disattese promesse di smettere, avvelenando così i rapporti. La vergogna, ancora più che la colpa, getta un’ombra di fallimento che tramite il giocatore avvolge l’intera famiglia. E’ la cronaca a dirci che, ogni tanto, qualcuno “non regge”, e si ammazza.

E sempre la cronaca ci ha recentemente raccontato la notizia di un bambino trovato chiuso in auto dai suoi genitori, totalmente “presi” dalle “slot-machines”: è il tipo di episodio che generalmente costituisce la classica “prova manifesta”, la “pistola fumante”, in base alla quale i Tribunali dei Minori sottraggono la potestà genitoriale a madri e padri tossicodipendenti da eroina.

Il Codice Penale (artt. 718-723) vieta il gioco d’azzardo, ma la legislazione in deroga, tramite le concessioni rilasciate da Monopoli di Stato, fa dell’Italia una delle nazioni al vertice mondiale per il fatturato del settore. Se si applicasse all’azzardo la terminologia utilizzata per le droghe illegali, si parlerebbe di “pusher” per chi ne favorisce la diffusione e di “cupole” per quanti ne traggono profitti, spesso illeciti. Forse è per questo che si vuole continuare a negare la realtà della dipendenza da gioco, chiaramente indotta dall’abnorme espansione dell’offerta, a sua volta resa possibile dalla progressiva “liberalizzazione” del settore, avallata da 15 anni di governi, che si sono succeduti continuando a marciare nella direzione del profitto (nel 2011, circa 80 miliardi di euro di fatturato legale, di cui quasi 9 miliardi sono andati allo Stato). Le richieste di porre un freno, di correggere il tiro, di assumersi la responsabilità delle conseguenze e di cambiare rotta poste dalle associazioni “che raccolgono i cocci” di questa dipendenza indotta, sono rimaste puntualmente e totalmente inevase. Al contrario, sulle droghe si mantiene il “pugno duro” e la “Fini-Giovanardi” non si tocca. Consentiteci una domanda ingenua: qual’è la logica di tutto questo?

Intervista all’uomo di Silk Road. "The Dread Pirate Roberts" intervistato da Forbes

Da più di un anno ormai si parla della facilità con cui è possibile trovare qualunque tipo di droga e sostanza stupefacente su internet.

Silk Road è uno dei siti più famosi al mondo per il commercio di eroina, crack, anfetamine, metanfetamine, cocaina, lsd, ecxtasy. Come avviene per altri portali simili, l’accesso si effettua attraverso un programma criptato che garantisce l’anonimato agli utenti e impedisce alla polizia di raggiungere sia i responsabili del sito che i suoi frequentatori abituali.

Sessanta mila visite al giorno, per un volume di affari pari a più di 45 milioni di dollari: Silk Road è punto di riferimento per spacciatori e consumatori e il suo proprietario, “the Dread Pirate Roberts” ha rilasciato un’interessante intervista a Forbes proprio qualche giorno fa.

“Ho conosciuto il fondatore di Silk Road attraverso il sito. Avevo scoperto una grossa vulnerabilità nella configurazione del Bitcoin principale (il Bitcoin è una valuta elettronica creata nel 2009) utilizzato per i depositi e i prelievi sul sito- spiega Roberts raccontando come ne è diventato il proprietario- In un primo momento mi ha ignorato, ma io ho persistito e mi sono guadagnato la sua fiducia. Da lì siamo diventati amici, abbiamo lavorato insieme, e ora eccomi qua”.

Secondo quanto riferito da Roberts, “Silk Road non è altro che un modo per aggirare le regole dello Stato” che “cerca di controllare quasi ogni aspetto della nostra vita”. Poi l’uomo fa qualche esempio di quelle che potrebbero essere gli scenari possibili per il futuro del sito.

“Esiste un sito chiamato ‘The Armory’ specializzato nella vendita di armi che ha avuto grande successo. Noi vogliamo trovare un modello funzionante in cui le persone possano comprare le attrezzature di cui hanno bisogno per difendere loro stessi e la propria famiglia, al di là delle leggi dello Stato. Se non era ancora chiaro- continua- che lo Stato è nemico del popolo, dovrebbe esserlo adesso dopo il caso della più grande agenzia di intelligence del mondo che ha rubato, sotto copertura, le comunicazioni private di tutto il pianeta. Per questo- secondo Roberts - un sistema di comunicazione anonima per internet, che protegge gli utenti dall’analisi del traffico- dovrebbe diventare lo standard per le comunicazioni a livello globale. E se Silk Road può essere d’aiuto in questa fase di transizione, noi ne saremo molto felici”.

Grazie ai Bitcoin, infine, “la società si sta trasformando. Abbiamo vinto la guerra contro lo Stato in materia di droga proprio grazie ai Bitcoin, Ed è solo l’inizio- prosegue Roberts- E’ davvero in atto una trasformazione guidata dalla tecnologia peer-to-peer e da internet in generale. Io voglio essere libero di seguire i miei sogni e di vivere la mia vita senza essere ostacolato dagli altri. E voglio che gli altri abbiano la mia stessa libertà”.

“E sono fiero- conclude. Di quello che faccio. Non esistono droghe che non hanno effetti nocivi, ma il punto non è questo. La gente ha il diritto di mettere nel proprio corpo quello che vuole. Non sono io, né il governo, a dover dire alle persone cosa fare o non fare con il loro corpo”.


 

Contenuto Redazionale BUON FERRAGOSTO!

 

Anche gli animali giocano d'azzardo: lo rivela uno studio dell’Università del Kentucky

Un gruppo di ricercatori, diretti dallo psicologo dell’Università del Kentucky Thomas Zentall, ha deciso di indagare sul rapporto fra animali e gioco.

Secondo gli ecologi di indirizzo comportamentista, afferma Zentall, gli animali non dovrebbero mai giocare d’azzardo perché nel corso di migliaia di anni l’evoluzione ha affinato in modo ottimale la loro capacità di procurarsi il cibo. Gli animali dovrebbero cioè consumare la minor quantità di energia e di tempo possibili nelle attività che richiedono il consumo maggiore di calorie. Ma in una recente serie di esperimenti, Zentall ha scoperto che i piccioni a volte commettono gli stessi, comuni errori di ragionamento degli esseri umani. Per esempio, mostrano una forte tendenza a scegliere un’opzione rischiosa al posto di una gratificazione più piccola ma più sicura.  In una versione aviaria di un casinò, alcuni piccioni dovevano scegliere tra un guadagno poco probabile di 10 palline di cibo (contro zero) e un guadagno molto probabile di tre sole palline. In un primo momento, gli uccelli hanno scelto la più redditizia opzione a tre palline, ma nel corso del tempo hanno cambiato strategia, tentando e ritentando di conquistarne 10. La ricerca sui giocatori umani rivela una tendenza analoga: i giocatori compulsivi prestano poca attenzione alle loro perdite, tendendo a ricordare le vincite, ma non la frequenza con cui esse avvengono. 

Viaggio nei segreti del più grande sito di spaccio al mondo

Gabriele Martini, Torino La Stampa

Come Scampia, più di Scampia. C’è una piazza di spaccio aperta 24 ore su 24, sette giorni su sette, dove migliaia di pusher vendono, impuniti, qualsiasi tipo di droga. Possibile? Sì, possibile. Provare per credere. 

Il Paese dei balocchi per tossici è un sito internet. Si chiama «Silk Road», via della seta. Intendiamoci: arrivarci non è facile. Questo ebay della droga all’apparenza non esiste: se si digita l’indirizzo sul browser non si ottiene nulla. Ma il sito esiste, eccome. Sta nascosto in un angolo buio della rete: l’Internet sommerso, il «Darknet». Per entrare in questo mondo virtuale parallelo bisogna utilizzare «Tor», un software gratuito che rende anonima la navigazione. È lo stesso sistema che permette agli attivisti iraniani di scambiare informazioni o ai blogger cinesi di aggirare la censura. Si carica il programma e dopo pochi minuti il gioco è fatto: si naviga nell’immensa zona franca senza controlli né regole, dove nessuno sa chi fa cosa. 

Silk Road sembra Amazon. Ci sono foto della merce, prezzi, tempi di consegna e recensioni dei compratori. Il logo è un beduino su un cammello. Da qualche mese sono sparite le armi. Bandite. Tutto il resto è lì, a portata di clic. Abiti contraffatti, medicine, sostanze dopanti, passaporti falsi, materiale pornografico. Briciole rispetto alle 4.400 droghe in vendita. La moda del momento sono le nuove sostanze sintetiche: 4-MMC e Crystal meth. Incolori, inodori e insapori. Preparate in modo artigianale, a volte si rivelano mix letali. Falciano giovani vite nelle periferie di Mosca, nelle discoteche di Ibiza e ai rave party sulle spiagge brasiliane. E’ lo sballo globalizzato: abbatte frontiere e viaggia in piccoli pacchi da un continente all’altro seminando dipendenza.  

Su Silk Road i pagamenti avvengono in Bitcoin, la moneta elettronica che non lascia tracce. Si tratta di soldi virtuali generati automaticamente da una serie di computer in rete tra loro. Per comprarli basta una carta di credito. Si versiamo i Bitcoin sull’account ed ecco che tutto è pronto per l’acquisto, protetti dall’anonimato più assoluto. Molti spacciatori rifiutano di spedire ai nuovi arrivati. Non sempre il primo tentativo funziona: il rischio è finire nella lista nera dei «compratori sospetti». Ma conquistata la fiducia dei venditori, non resta che passare allo shopping. Dopo qualche giorno i pacchetti di droga arrivano a destinazione.  

«Quello di Silk Road è un contesto smaterializzato, difficilmente aggredibile», ammettono gli investigatori. L’offerta di droga cresce con trend esponenziale. C’è chi spaccia pochi grammi di erba, ma c’è anche chi vende fino a un chilo di cocaina o centinaia di pasticche di ecstasy alla volta. Non sono numeri da piccoli spacciatori. Andrea Ceccobelli, Capitano del Nucleo frodi tecnologiche della Finanza, lancia l’allarme: «C’è il rischio concreto che la criminalità organizzata utilizzi questi nuovi canali. In altri Paesi sta già succedendo: in Russia da anni le mafie arruolano laureati in informatica». Carlo Solimene, direttore della Divisione investigativa della Polizia Postale e delle Comunicazioni, non si sbilancia: «Il fenomeno nel nostro Paese non sembra ancora particolarmente esteso». Sui trafficanti italiani il riserbo è massimo: «Posso solo dire – spiega Solimene – che ci sono attività investigative in corso».  

In sei mesi il numero di venditori su «Silk Road» è più che che raddoppiato. Secondo uno studio della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, il volume d’affari nel primo semestre del 2012 è stato di 1,5 milioni di euro al mese. Sarà felice il misterioso amministratore del sito, che incassa una commissione del 6% su ogni transazione. Si fa chiamare «Dread Pirate Roberts» (come il simpatico pirata di un film fantasy). Definisce «eroi» i venditori. Da mesi l’Agenzia federale antidroga Usa gli dà la caccia. Inutilmente. Anche lui è un nickname su un sito che non esiste.  

www.lastampa.it/2013/01/10/italia/cronache/l-e-commerce-della-droga-funziona-vi-spieghiamo-come-oyrxE537TMWqtSS4GqPVnJ/pagina.html

Anoressia e Autismo: prove scientifiche dei tratti comuni

Il Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Cambridge, attraverso il proprio Centro di Ricerca sull'Autismo (Autism Research Center) ha pubblicato a fine luglio del 2013 i risultati di uno studio, particolarmente interessante, condotto dall'equipe diretta dal Prof. Simon Baron-Choen, già docente di psicopatologia dello sviluppo presso lo stesso istituto e noto studioso dell'autismo.

Secondo lo studio del Prof. Baron-Choen, è stato dimostrato che le ragazze anoressiche presentano dei tratti comportamentali in comune con le persone affette da sindrome autistica.

In realtà i clinici che si occupano di anoressia già sapevano bene quanto fossero radicati nel comportamento anoressico tratti come: rigidità, mancanza di empatia, tendenza all'isolamento, attenzione eccessiva ai particolari. Ciò che appare nuovo, è il fatto che vi siano finalmente le prove scientifiche dell'intuizione clinica di molti terapeuti, il che li incoraggerà a proseguire su questa strada sia per quanto riguarda la diagnosi che nel trattamento dell'anoressia.

La ricerca è stata condotta su un campione particolarmente rappresentativo composto da circa 1.600 adolescenti di età compresa tra i 12 e i 18 anni.

Un'altro elemento rilevante emerso dallo studio riguarda la sostanziale differenza nel tratto di manifestazione dei comportamenti anoressici, in quanto sembrano emergere due "stili" di comportamento prevalenti (tra i tratti in comune con l'autismo) tra le pazienti anoressiche: uno tendente all'isolamento affettivo e all'auto-centratura cognitiva, l'altro più incline allo sviluppo di tendenze e pensieri di tipo ossessivo. Anche questi dati potranno contribuire ad indirizzare il lavoro dei terapeuti che trattano questo disagio.

Fonti:

www.molecularautism.com

L'oro nero del "farma-traffico"

Francesca Cerati - Sole 24ore 

Non  lontano da Shanghai, nella provincia di Zhejiang, le autorità hanno scoperto che gli operatori ospedalieri conservavano le scatole dei farmaci, tra cui quelli di fascia alta, per rivenderle ai contraffattori. All'Ospedale di Bamako, in Mali, dove circolano sempre più medicinali contenenti impurità, sono aumentati i pazienti che hanno bisogno di dialisi, con conseguenze terribili viste le scarsissime risorse a disposizione. Sono due facce dello stesso problema, quello della contraffazione dei farmaci, che, dati Oms, uccide da 500mila a un milione di persone all'anno.

E se pensiamo che il fenomeno interessi soprattutto i Paesi in via sviluppo, con internet nessuno è al sicuro: oltre il 50% dei farmaci venduti in rete risulta contraffatto e, l'anno scorso, sono stati sequestrati 3,75 milioni di farmaci pericolosi per un valore complessivo di 10,5 milioni di dollari. E a differenza di qualche anno fa, quando la contraffazione si concentrava su medicinali "lifestyle", come le pillole dimagranti, gli steroidi o il Viagra, ora comprendono anche i salvavita: antitumorali, antipertensivi, antibiotici, anche in forma iniettabile.

 
 

Del resto il mercato dei farmaci "fake" garantisce profitti elevatissimi – superiori addirittura ai proventi del narcotraffico – a fronte di un minimo rischio, cioè quello di violare le norme sulla proprietà intellettuale. Il calcolo è presto fatto: il criminale che investe mille dollari in eroina ne guadagna 20mila, se lo investe nei farmaci contraffatti, l'introito è di 400mila dollari. La Fda statunitense ha valutato che la contraffazione di farmaci rappresenta più del 10% del mercato farmaceutico mondiale (che è stato nel 2012 pari a 963 miliardi di dollari, dato Ims, maggio 2013).

Per arginare il fenomeno, ormai fuori controllo, serve inasprire le pene o applicare strumenti giuridici che in parte già esistono. Ma al momento chi produce un farmaco falso incorre in una truffa al pari di chi tarocca una borsa. E nonostante l'Oms snoccioli dati allarmanti, sta ancora disquisendo sulla differenza tra farmaci non in regola e falsificati, definizione che sta rallentando la lotta a questo mercato illegale. Che quindi prospera e si specializza. Finora soltanto il Consiglio d'Europa ha adottato nel 2011 una convenzione per combattere il farmatraffico, con Medcrime, il testo non vincolante è stato firmato da 22 paesi, tra cui l'Italia.

Quello che invece sta avendo un impatto significativo nella lotta ai fake drugs è la tecnologia messa in campo dai centri di ricerca e dalle aziende farmaceutiche che, per responsabilità sociale, si sono attivati fornendo strumenti per identificare i falsi. La Fda, per esempio, sta testando un dispositivo portatile per la rilevazione dei farmaci contraffatti in Ghana, per poi allargarlo al resto dell'Africa e nel Sudest asiatico. Tra le Big Pharma, in prima linea c'è il Gruppo Sanofi, che ha anche istituito la Prima giornata mondiale anti-contraffazione, che si ripete quest'anno il 27 giugno per sensibilizzare sul tema. Ma la multinazionale francese è stata anche la prima ad aprire un laboratorio ad hoc cinque anni fa, che a oggi ha analizzato 20mila prodotti, ed è diventato punto di riferimento per i funzionari della sanità, della polizia e delle dogane.

«Che il mercato della farma-contraffazione si sia intensificato in poco tempo, lo verifichiamo costantemente nel nostro laboratorio – racconta Caroline Atlani, che ne è direttore –. In 5 anni abbiamo più che raddoppiato il numero dei dipendenti ed elevato il livello di protezione dei nostri prodotti. In più, abbiamo creato un team di coordinamento centralizzato composto da esperti di varie aree, compresi specialisti di cyber-crimini, in network con tutti i nostri siti nel mondo». 
Il laboratorio francese di 400 mq si trova nel sito produttivo Sanofi di Tours ed è dotato di tecnologia all'avanguardia, come il visioscan, che ha uno schermo capace di evidenziare anche il più piccolo dettaglio. Ma senza la competenza l'impresa è ardua.

L'addetto ci mostra infatti come la scritta sulla confezione sia praticamente identica all'originale, a smascherare il falso è solo un impercettibile distacco tra una lettera e l'altra. Impossibile notarla. «Anche la produzione di medicinali falsi deve avere conoscenze di chimica e dotarsi di tecnologia, al pari dei falsari di banconote» fa notare Atlani –. Ora però abbiamo sviluppato una specifica etichetta, nota come Sasl, che contiene elementi visibili e invisibili (noti solo a noi) a garanzia dell'autenticità del farmaco». L'analisi analitica dei principi attivi viene gestita dalla spettrometria, in grado di scovare le minime tracce di sostanze.

Il Gruppo ha poi dotato i farmaci di un sistema di identificazione Data Matrix, un codice a barre bidimensionale stampato su ogni confezione che consente la tracciabilità e permette l'individuazione automatica dei falsi. «In tutte le nostre sedi – spiega Bernard Frahi, vice-presidente Corporate economic security – un network di coordinatori condivide le informazioni e in caso di sospetta contraffazione si invia un report al team centrale e un campione al laboratorio. Una volta avuta la conferma che si tratta di un falso vengono informati tutti i servizi coinvolti e si avvia un'azione investigativa e legale, ma soprattutto di tutela della salute pubblica».
Un impegno quello di Sanofi che andrebbe esteso e condiviso, perché a essere a rischio è la salute di tutti i pazienti nel mondo.

www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-05-19/loro-nero-farmatraffico-081935.shtml

Morte di Kayes, il giallo della foto


Un'immagine dello spacciatore tunisino in caserma, poco prima del decesso per asfissia. Esiste ma è stata fatta subito sparire. Chi l'ha scattata e perché? L'ipotesi (inquietante) è che fosse il 'trofeo' che un carabiniere ha spedito in giro col telefonino. Come ad Abu Ghraibdi Arianna Giunti(07 agosto 2013)

La testa piegata all'indietro, gli occhi stralunati, il corpo privo di sensi steso sul pavimento di una caserma con un giubbotto dell'Arma dei carabinieri a fargli da cuscino. Una fotografia scattata velocemente con un cellulare, leggermente mossa, che viene diffusa via Facebook come fosse un trofeo, un inquietante scalpo virtuale che racconta gli ultimi istanti di vita di un uomo. PerchéBohli Kayes, origini tunisine, 35 anni, "primula rossa" della droga nella riviera ligure, morirà pochi minuti dopo in ospedale a causa di una violenta asfissia. 

L'indagine sulla morte di Kayes, uno spacciatore nordafricano arrestato a Riva Ligure lo scorso 6 giugno e deceduto poco dopo all'ospedale di Imperia, è diventata il centro di un'indagine che sta facendo tremare la Compagnia dei carabinieri di Sanremo e che sta mettendo in imbarazzo l'intera Arma. 

A due mesi dalla morte il primo risultato dell'autopsia non lascia infatti margini di dubbio: il tunisino non aveva assunto droghe, era in ottima salute, non aveva addosso segni di violenza. Ad ucciderlo, secondo il responsabile del Servizio di Medicina Legale di Imperia Simona Del Vecchio, è stato "un arresto cardiocircolatorio neurogenico, secondario ad un asfissia violenta da inibizione dell'espansione della gabbia toracica". In parole povere, il tunisino sarebbe stato soffocato dal peso di uno dei militari, che gli si è seduto sopra per immobilizzarlo durante l'arresto. 

Ma se la dinamica della morte, "una responsabilità dello Stato", come tuona il procuratore capo di Sanremo Roberto Cavallone, si sta via via chiarendo e ha già portato all'iscrizione nel registro degli indagati con l'ipotesi di omicidio colposo i tre carabinieri autori dell'arresto, rimane da sciogliere il mistero della fotografia che ritrae il tunisino agonizzante poco prima della morte, che sarebbe stata scattata proprio all'interno della stazione dei carabinieri di Santo Stefano a Mare, a pochi passi da Imperia e dal luogo dell'arresto. Non una fotografia inviata alle alte autorità per denunciare una violazione dei diritti umani nei confronti di un arrestato, dunque, come era stato riferito nei primi momenti. Ma - appunto - un vero e proprio trofeo che sarebbe stato esibito sui cellulari e sul web per mostrare la tragica fine di un pusher pluripregiudicato che più volte era riuscito a "beffare" i carabinieri, che gli stavano dando la caccia da tempo. Lo scatto, che la Procura proprio in questi giorni sta cercando di recuperare, sarebbe apparso per pochi minuti sui profili Facebook di alcuni militari e ritirato subito dopo. Quando qualcuno, sconvolto, ha dato l'allarme. 

Gli interrogatori dei militari della piccola stazione ligure sono appena iniziati. I magistrati di Sanremo vogliono capire cosa sia realmente successo dentro la caserma e se il trattamento riservato al tunisino 35enne si sia verificato in passato nei confronti di altri arrestati. "E' successo un fatto gravissimo che stiamo ancora cercando di chiarire, compreso il particolare della fotografia che sarebbe stata scattata prima della morte", spiega a l'Espresso il procuratore Roberto Cavallone, "per quanto non ci fosse stata certamente alcuna volontà di uccidere da parte dei carabinieri, è inconcepibile che in un Paese democratico una persona muoia mentre la sua vita è affidata allo Stato". E poi lancia un appello: "Chi ha visto o sentito qualcosa, quella sera, parli". 

Per via precauzionale uno dei militari, che subito dopo la morte di Kayes aveva ricevuto una lettera di minacce con dentro alcuni proiettili, è già stato trasferito in un'altra località. Tutti e tre per ora si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Dietro la vicenda dell'arresto c'è dunque la storia di un nome noto alle forze dell'ordine. Bohli Kayes viveva in Italia da quasi dieci anni, era sposato con una donna italiana. A mettere i carabinieri sulle sue tracce, il giorno dell'arresto, è stato un confidente, che ha rivelato agli investigatori che in quel preciso momento il tunisino stava spacciando eroina tra gli scaffali di un supermercato. Quando i carabinieri hanno provato a bloccarlo lui è fuggito, loro lo hanno inseguito e gli sono piombati addosso. Nella colluttazione i carabinieri sono rimasti leggermente contusi, e lo spacciatore (addosso aveva pochi grammi di eroina e cocaina) è stato bloccato.

Droghe di sintesi. La Nuova Zelanda sta per legalizzarle

 

 La nuova legge sulle sostanze psicoattive arriva alla terza ed ultima lettura all'Assemblea Nazionale neozelandese. Questa legge permette di legalizzare alcune “legal high”, nuovi prodotti di sintesi creati per imitare gli effetti delle droghe illecite e non sottostare ai relativi controlli.
Secondo il rapporto mondiale sulle droghe 2013, mentre le droghe tradizionali come eroina o cocaina sono stabili, i consumi dei nuovi prodotti di sintesi (NPS) si espandono in tutti i continenti. Gli Stati membri dell'ONU ne hanno segnalate 251 a meta' del 2012 rispetto alle 166 della fine del 2009, cioe' un aumento del 50%. Il numero delle NSP, per la prima volta, supera quello complessivo delle sostanze sotto controllo internazionale (234). Questo ci fa capire la dimensione del fenomeno, e serve a ricordarci la storia delle droghe, della loro comparsa, quella del caffe', quella del tabacco o dei suoi derivati, cosi' come quella dell'eroina con l'invenzione della siringa e i progressi della chimica. Siamo probabilmente all'avvio di una nuova pagina di questa storia, che crescera' grazie ai social network, l'e-Book, con lo streaming dei suoni e delle immagini, con la sigaretta elettronica, etc...
Le NPS rappresentano gia' un mercato importante. Nell'Unione Europea, circa il 5% delle persone tra i 15 e i 24 anni le hanno gia' consumate, e questo e' un quinto delle persone che hanno gia' consumato cannabis e circa la meta' delle persone che hanno gia' consumato altre droghe. Circa i tre quarti dell'insieme dei consumatori europei di NPS si concentrano in cinque Paesi. Regno Unito (23% di tutta la UE), Polonia (17%), Francia (14%), Germania (12%) e Spagna (8%). In Usa, il consumo di NPS, con l'eccezione della cannabis, e' il piu' frequente di qualunque altro tipo di droghe. Internet gioca un ruolo importante nel commercio delle NPS: l'88% dei Paesi che hanno risposto all'inchiesta dell'UNODC hanno fatto sapere che esse rappresentano la principale fonte di approvvigionamento dei propri mercati.
Il sistema di controllo delle droghe tradizionali e' messo in tilt da questa modernizzazione delle sostanze.Mettere sotto controllo e' un processo lungo e costoso, mentre le autorita' devono provare, per poterle vietare, che le sostanze siano nocive. Questo coinvolge il lavoro della polizia, dei doganieri, delle aule di tribunale, delle autorita' che controllano import ed export e della autorita' sanitarie. L'UNODC evidenzia che questi meccanismi possano essere superiori alle possibilita' di alcuni Stati, sopratutto per “le infinite possibilita' di alterazione della struttura chimica delle NSP, le nuove formule compaiono piu' velocemente che non gli sforzi per imporre un controllo internazionale in materia”.
In mancanza di un coordinamento internazionale, ogni Stato sperimenta da se' le proprie modalita' di controllo. Alcuni Stati, come il Regno Unito, hanno provvisoriamente classificato le nuove molecole come farmaci, restringendone cosi' la vendita, l'importazione, la distribuzione, ma non penalizzando i consumatori. Altri come la Francia, per le cathinone (tra cui il mefedrone) cominciano ad adottare simili classificazioni, per cui tutte le molecole di una medesima famiglia sono vietate, allargando il divieto e la penalizzazione dei consumatori. La Nuova Zelanda ha optato per un approccio originale, rompendo gli schemi dei controlli delle droghe tradizionali e regolamentandone il consumo, la vendita e la produzione, cosi' come si fa in tanti altri Paesi col gioco d'azzardo.
Una legge di regolamentazione
Il progetto neozelandese sulle sostanze psicoattive prevede una industria legale ma controllata, che dovrebbe muovere 250 milioni di dollari in dieci anni vendendo prodotti che imitano gli effetti delle sostanze illegali, come cannabis ed ecstasy.
Lo scopo principale di questa legge e proteggere i giovani. Peter Dunne, ministro della Sanita', ha dichiarato:“non ho problemi rispetto ai grandi cambiamenti che rendono le cose piu' sicure per i giovani neozelandesi... Il problema, in passato, e' stato che noi avevamo un mercato totalmente senza regole, dove non si sapeva che tipo di sostanze contenevano questi prodotti”.
Il progetto di legge e' anche un progetto di riduzione del danno. C'e' un capovolgimento della prova: lo Stato non deve piu' dimostrare che le sostanze siano pericolose, ma i fabbricanti devono provare con degli studi, che costano fino a 2 milioni di dollari ognuno e di cui loro si fanno carico del costo, che questi prodotti sono a “basso rischio” (e non “senza rischio”).
Ogni produttore dovra' ottenere una licenza di fabbricazione che rispetti questa norma, e solo dopo potra' distribuire il proprio prodotto attraverso un canale limitato con alcune restrizioni per la vendita: divieto di vendita ai minori o nei negozi non specializzati. I prodotti confezionati riporteranno dei consigli come quelli del Centro nazionale antiveleni. Le autorita' locali avranno un piu' ampio spettro per controllare e proibire queste sostanze.
Secondo i documenti pubblicati dal ministero della Sanita', si ritiene che saranno dieci le domande presentate il primo anno per la relativa classificazione delle sostanze. Le licenze per questi nuovi prodotti di sintesi saranno relative alla cannabis sintetica (ma non solo). Gli industriali del “legal high” stanno gia' per fare dei test preliminari sui vaporizzatori, un dispositivo per inalare le sostanze psicoattive simile alle sigarette elettroniche, ma che consentira' di consumare cannabis sintetica. Una similitudine che ci fa porre piu' di una domanda, visto che la Nuova Zelanda e' uno di quei Paesi dove si discute di un divieto totale del tabacco.
Di fornte alla diffusione delle NPS non possiamo comportarci come in passato. Le NPS mettono in discussione l'inadeguatezza del quadro legale concepito in un'epoca diversa e per altri problemi. Inadeguatezza che sottolinea la vetusta' di questo sistema che ha piu' di 40 anni, elaborato quando non c'era Internet, all'alba della societa' delle dipendenze. La Nuova Zelanda ne e' consapevole e sta per creare uno dei primi mercati aperto e regolamentato delle droghe ricreative al mondo. Ma senza dove andare fin la', le NPS offrono una opportunita' di sperimentare nuove soluzioni di regolamentazione che non passino piu' per la criminalizzazione del consumo e dei consumatori. E questo e' gia' un bene.

(articolo di Pierre Chappard e Jean-Pierre Couteron, pubblicato sul quotidiano "Le Monde" del 11/07/2013)
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