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Contenuto Redazionale Il gioco d’azzardo la nuova dipendenza. Un libro della Regione Toscana ne parla.

E’ la terza industria italiana dopo ENI E FIAT, con un fatturato di 94 miliardi di euro. Ognuno di noi ci spende ogni anno 1.450 euro (neonati compresi).                                 Siamo primi in una classifica del tutto speciale: quella del “Gratta e Vinci”.

La rilevante crescita del numero di giocatori d’azzardo (circa 27 milioni di persone) dimostra che il gioco risponde ad un bisogno di socializzazione, funge da antidoto alle ingiustizie sociali, diventa uno strumento per abolire le differenze, la soddisfazione di bisogni di sfida e di disprezzo per la vita di routine, e compensa il malessere individuale e sociale.
Se per la maggior parte delle persone il gioco d’azzardo rappresenta solo un passatempo, per molte altre rappresenta una vera e propria malattia definita appunto “Gioco d’Azzardo Patologico (G.A.P.)”, inserita da tempo nel DSM-IV e solo recentemente riconosciuta come tale dal Legislatore nazionale.
 
Ma qualè L’identikit del giocatore patologico?
“Per molte persone il gioco d’azzardo non interferisce con la vita quotidiana” ci dice la dr.ssa Adriana Iozzi del Dipartimento Dipendenze dell'Azienda USL 10 di Firenze coordinatrice editoriale del volume “GAP il gioco d'azzardo patologico, orientamenti per la prevenzione e la cura” Pacini editore, “ma rappresenta la ricerca momentanea di un’esperienza appagante all’interno della routine quotidiana. Altre persone non riescono ad avere un pieno controllo sul gioco d’azzardo, tanto che quest’ultimo inizia ad influenzare la sfera personale, familiare e sociale. La persona inizia a dedicare sempre più tempo al gioco, la quantità di denaro investita aumenta, la frequenza delle giocate si fa sempre più alta, il gioco comincia ad avere un ruolo di primo piano nella vita quotidiana”.
Da un problema, il gioco d’azzardo diventa così una compulsione fino a trasformarsi in una vera e propria dipendenza: la persona sente il bisogno di continuare a giocare senza fermarsi fino a quando non perde tutto, mente ai familiari, agli amici, contrae debiti, trascura gli affetti, il lavoro, può rivolgersi all’usura per far fronte ai debiti oppure commettere atti illegali.
Così il gioco d’azzardo diventa una vera e propria patologia che investe, danneggiandole, le diverse aree della vita del giocatore e dei suoi familiari con importanti ripercussioni di natura sanitaria,familiare, sociale, nonché finanziaria.
 
Secondo i dati del rapporto Eurispes 2009, in Italia circa l’1,3%-3% della popolazione adulta ha problemi di gioco d’azzardo mentre l’0,5-2,2% ha problemi di GAP. Circa l’80% degli italiani ha giocato almeno una volta, il 30% lo fa con assiduità (i cosiddetti giocatori a rischio).
Rispetto alla popolazione adulta, la prevalenza di soggetti in età giovanile con problematiche di gioco d’azzardo risulta essere quasi il doppio (il 5-6%).
Gioca di più chi ha minore scolarizzazione, chi ha un lavoro saltuario o è disoccupato.
 
E’ da poco che se ne parla. “Solo di recente il legislatore nazionale ha affrontato il Gioco d'Azzardo Patologico come un problema di salute” ci dice Arcangelo Alfano, responsabile dell’Ufficio per la Prevenzione e cura delle dipendenze della Regione Toscana “Il decreto-legge n. 158 (c.d. Decreto Balduzzi) convertito in Legge 8 novembre 2012, n. 189 prevede l'obbligo per i gestori di sale da gioco e di esercizi in cui vi sia offerta di giochi pubblici, di esporre, all'ingresso e all'interno dei locali, il materiale informativo predisposto dalle Aziende Sanitarie Locali, diretto a evidenziare i rischi correlati al gioco e a segnalare la presenza sul territorio di servizi di assistenza pubblici e del privato sociale dedicati alla cura al Gioco d'Azzardo Patologico (G.A.P.).
 
Ma quanto costa al Servizio Sanitario Nazionale un Giocatore d'Azzardo Patologico?
Prosegue Alfano “Per la cura di una persona con problemi di GAP i costi sono difficilmente quantificabili poiché ogni persona presenta bisogni differenziati che vanno dai trattamenti ambulatoriali a quelli residenziali. In più alcuni soggetti presentano problematiche più complesse e quindi richiedono trattamenti più prolungati e pìù costosi.
Mediamente si stima che un trattamento di questo tipo costa annualmente circa 1.500 euro per utente”
Cui vanno aggiunti, se richiesti, i costi relativi alle figure specialistiche (es. psichiatra, psicoterapeuta), alle eventuali terapie farmacologiche, agli interventi di carattere sociale e legale, ai sostegni e sussidi economici, agli interventi di sostegno sul nucleo familare coinvolto nella problematica.
 
La Toscana è stata tra le prime Regioni che hanno cercato di fornire risposte e aiuto sia alle persone entrate ormai nel vortice del gioco d'azzardo patologico che ai loro familiari.
Il crescente numero di persone che si rivolgono ai Servizi per le Dipendenze della Toscana per essere aiutate e curate, per Alfano “ha indotto la Regione Toscana ad avviare un progetto sperimentale che ha lo scopo di ridurre il numero dei giocatori a rischio, attraverso iniziative di informazione e prevenzione estese sull’intero territorio regionale, e l’assistenza alle persone e alle loro famiglie che presentano ormai una dipendenza conclamata da gioco d’azzardo patologico con la realizzazione di una rete territoriale di servizi qualificata e professionalmente in grado di farsi carico delle persone con tale problema”.
Per alcuni pazienti “più complessi” sono stati sperimentati in Toscana anche trattamenti di tipo residenziale intensivo della durata max di 21 giorni.
 
Quattro le direttrici di intervento: Prevenzione primaria, Prevenzione secondaria, Formazione degli operatori, Trattamento ambulatoriale e, per i soggetti più compromessi, la sperimentazione di una comunità residenziale alla quale la Regione Toscana ha destinato un finanziamento specifico.
La formazione degli operatori ha visto la partecipazione assidua di circa 210 operatori coinvolti nella tematica del GAP (medici, psicologi, assistenti sociali, educatori professionali, personale degli Enti Locali e degli Enti Ausiliari, Forze dell’Ordine, Gruppi di auto-mutuo-aiuto, associazioni di commercianti, associazioni antiusura, misericordie e giocatori stessi con le famiglie), con l’avvio di un percorso di alta integrazione tra servizi, e la creazione di una rete territoriale in grado di fornire risposte adeguate alle richieste di aiuto provenienti dalle persone con problemi di Gioco d’Azzardo Patologico e dai loro familiari.
 
“GAP il gioco d'azzardo patologico orientamenti per la prevenzione e la cura”, Pacini editore, che sarà presentato a Firenze il 18 dicembre presso l’Ordine dei Medici, rappresenta un altro step nella progettualità della Regione Toscana per affrontare e contrastare questa epidemia del nuovo millennio.
“Abbiamo descritto il fenomeno dal punto di vista epidemiologico”, ci dice la dr.ssa A. Iozzi che ne ha curato la realizzazione insieme al Gruppo tecnico regionale sul Gioco d'Azzardo Patologico e al Prof. Gioacchino Lavanco dell'Università di Palermo, “descrivendo il quadro clinico del GAP, gli elementi che accomuna questo tipo di dipendenza alle altre dipendenze da sostanze, i quadri psichiatrici e/o le altre problematiche correlate all’abuso/dipendenza da sostanze che possono associarsi al GAP. Assieme alla descrizione dei percorsi diagnostici e terapeutici che i Ser.T., servizi deputati alla cura di questa nuova dipendenza, possono offrire ai giocatori e loro familiari.”
E’ allegata alla monografia anche un’appendice con semplici strumenti di screening e di valutazione che i Medici di medicina Generale possono utilizzare per ricercare gli indicatori predittivi di un problema con il gioco d’azzardo. Infine c’è l’elenco dei Servizi specialistici della Regione Toscana con i vari recapiti telefonici e di posta elettronica che viene messo a disposizione sia dei Medici di Medicina Generale che per chiunque altro.
 
Il volume è destinato prioritariamente ai medici di medicina generale (cosiddetti medici di famiglia), ai pediatri di libera scelta e a quanti (persone fisiche, istituzioni pubbliche e del privato sociale) sono interessati, a qualsiasi titolo, alla tematica
“E proprio ai medici e pediatri di famiglia è offerto un focus per affrontare le molteplici criticità della dipendenza da gioco” conclude Alfano “una adeguata formazione che gli consenta tempestivamente di evidenziare e segnalare situazioni a rischio, informazioni sui servizi specialistici territoriali competenti a gestire la patologia del G.A.P”.
 
Il GAP è un problema che riguarda l'intero sistema familiare, pertanto è importante coinvolgere i familiari fin dalle prime fasi dell’accoglienza. Nonostante le molteplici difficoltà (normative, strutturali, organizzative e finanziarie) molti SERT delle Aziende USL toscane hanno attivato ambulatori specialistici per il trattamento del GAP con un approccio integrato medico, psicologico e socio-educativo finalizzato al raggiungimento dell'astensione dal gioco d’azzardo e al cambiamento dello stile di vita.
 
 
Gruppo tecnico regionale sul Gioco d'Azzardo Patologico: Dr.ssa A. Iozzi, Dr.ssa A. Guidi (Dip. Dip. Azienda USL 10 Firenze), Dr.ssa P. Mannari (Sert Azienda USL 2 di Lucca), Dr.ssa V. Cocci (Sert Azienda USL 8 di Arezzo), Dr. Pini (Dip. Dip. Azienda USL 6 Livorno); per la parte istituzionale e grafica il gruppo è stato coordinato dal dr. A. Alfano e dalla Dr.ssa S. Consigli della Regione Toscana, per la parte tecnica dalla Dr.ssa Iozzi che ha altresì curato anche i rapporti con gli altri relatori; la cura del volume è stata affidata al Prof. G. Lavanco dell'Università di Palermo

L’INDUSTRIA DELLA DIETA


CeSDA - Un dossier del quotidiano Repubblica fa il punto sul business milionario rappresentato dalla “diet industry” (industria della dieta). Il meccanismo di base dell’industria della dieta è semplice ed efficace: manipolare il bisogno reale di un corpo adeguato agli standard estetici dominanti. Si tratta di un mercato per molti aspetti senza regole, che si rivolge non solo a chi ha reali disturbi alimentari, ma a quella vasta fascia di consumatori sovrappeso. Un interessante elemento messo in luce è come questa tendenza un po’ ossessiva alla ricerca della dieta giusta si accompagni spesso a stili di vita, alimentari e non solo, poco salutari, ad esempio al consumo di cibo spazzatura.

Il dossier approfondisce con una serie di articoli i principali aspetti dell’industria della dieta: dal funzionamento dei centri che propongono ricette miracolose, all’aumento dei disturbi alimentari, dall’impatto della crisi economica sull’alimentazione alle alternative alle diete fai da te.

leggi l’industria della dieta

Droga, sesso e alcol nella periferia di Belgrado

 "Clip", vincitore del festival di Rotterdam, una delle più qualificate vetrine europee giovanili, allinea scene di sesso, di assunzione di alcol e droghe, pestaggi e devastazioni, filtrate dal telefonino dell’adolescente protagonista

 
Isidora Simijonovic in una scena del film 
Isidora Simijonovic in una scena del film

di Paolo D'Agostini,

La Repubblica

Al confronto "Trainspotting" (1996) era un’articolata analisi generazionale e perfino un inno all’ottimismo. Il debutto della trentenne serba Maja Milos, "Clip", vincitore del festival di Rotterdam, una delle più qualificate vetrine europee giovanili, allinea scene di sesso anale, orale, eiaculazioni (vere), di assunzione di alcol e droghe, pestaggi e devastazioni, filtrate dal telefonino dell’adolescente Jasna (Isidora Simjionovic) e alternate alla cupa depressione familiare della stessa Jasna che rifiuta la malattia terminale del padre e maltratta la madre.

Perché la vita nella periferia di Belgrado fa schifo. Ma “suscitare domande senza dare risposte” come recita in tono elogiativo la motivazione del premio di Rotterdam, può essere esercizio comodo e irresponsabile.

È anche il debutto nella distribuzione di una nuova sigla romana, Kino, filiazione dell’omonimo cineclub che, in un quartiere già sottoproletario e degradato della capitale diventato vivace centro di coabitazione tra nuova popolazione giovanile e massicci insediamenti di immigrati, ha rivitalizzato un modello di animazione culturale che sembrava tramontato. 

trovacinema.repubblica.it/news/dettaglio/droga-sesso-e-alcol-nella-periferia-di-belgrado/441501

 

Epatite C, ecco la pillola-miracolo, ma costerà mille dollari al giorno

 NEW YORK - "È una rivoluzione, una grande notizia per tutti quelli che soffrono di epatite C". I medici americani non hanno dubbi: il farmaco, approvato ora dalla Food and Drug Administration, è destinato ad aprire una nuova frontiera nella lotta ad una delle malattie più pericolose e diffuse. La medicina miracolosa è una pillola da prendere una sola volta al giorno, si chiama Sovaldi e il principio attivo che combatte il virus è il sofosvubir, una molecola in grado di sconfiggere anche i ceppi più resistenti. In questo modo diventano inutili le punture di interferone, sino ad oggi l'unico rimedio efficace, ma che porta con sé pesanti effetti collaterali: insonnia, nausea, depressione, sintomi influenzali. E oltre ad essere molto meno invasiva la cura promette percentuali di successo altissime: attorno all'80% secondo gli ultimi test, che però necessitano di altre conferme. "È un passo avanti eccezionale nella lotta all'epatite, riusciremo a sconfiggere con molta più facilità il virus soprattutto nei pazienti cronici": dice al New York Times, Edward Cox uno dei membri della commissione Fda. 

C'è però una controindicazione destinata a riaccendere le polemiche sull'accesso ai farmaci, ovvero il costo della pillola. Per quattro settimane di cura servono 28mila dollari, che diventano 84mila per il ciclo consigliato di 12 settimane. E si arriva a quota 168mila per le 24 che sono necessarie per battere le infezioni più resistenti. "È inaccettabile e vergognoso: non c'è alcuna logica che giustifichi questi prezzi. Una follia sulla pelle dei pazienti di tutto il mondo": attacca Michael Weinstein presidente di una delle maggiori organizzazioni che aiutano i malati di Aids, protagonista in passato di altri scontri durissimi con Big Pharma sul prezzo dei medicinali. La Gilead Science, la società che produce la pillola reagisce con la consueta tranquillità: "Il prezzo è in linea con il mercato, anzi se confrontato con altri concorrenti che sono meno efficaci e innovativi è persino basso. Cercheremo poi di attuare dei programmi per aiutare i malati che non hanno i mezzi". Per la società è un successo annunciato, secondo gli analisti di Wall Street, il farmaco è destinato a superare tutti i record di vendita e ricompenserà ampiamente gli 11 miliardi di dollari investiti nel progetto.

La Gilead batte tutte le altre grandi compagnie farmaceutiche che stanno lavorando nella ricerca di cure simili. "Nei prossimi 18 mesi arriveranno altre medicine che semplificheranno di molto la cura dell'epatite, saranno meno invasive e soprattutto porteranno il tasso di guarigione oltre il 90%", dice ancora Cox. Novità che arriva proprio in uno dei picchi più alti di ammalati: nel mondo sono 180 milioni, quasi quattro negli Stati Uniti, quasi due in Italia, anche se sono pochissimi quelli che si curano. "Si sta manifestando il virus in quei pazienti che l'hanno contratto anche molti anni fa, quando ancora non si conoscevano tutti i pericoli di comportamenti a rischio: come i rapporti sessuali non protetti o lo scambio di siringhe", spiegano gli esperti. Numeri che adesso sembrano destinati a diminuire con le nuove cure, anche se prima di venire importate in Italia e in Europa ci vorranno ancora un paio di mesi. L'epatite C inizia a far meno paura, a patto di aver qualche migliaio di dollari in tasca.  

www.repubblica.it/salute/2013/12/08/news/epatite_c_ecco_la_pillola-miracolo_ma_coster_mille_dollari_al_giorno-72984830/

QAT, pianta tradizionale o droga globale?


 

Il qat è una droga quasi sconosciuta in Italia. Classificata come catha edulis, le foglie di questa pianta vengono masticate per sprigionare un principio chiamato cathinone, che provoca effetti simili a quelli dell'anfetamina. La Direzione Centrale per i Servizi Antidroga indica che in Italia sono stati sequestrati 660 kg di qat nel 2010, e 867 kg nel 2011; ma il carico da una tonnellata sequestrato all'aeroporto di Fiumicino il 20 Maggio scorso fa presagire un incremento delle esportazioni. I cartoni pieni di qat erano stipati su un volo proveniente da Addis Abeba e diretto a Londra.


Il traffico internazionale di qat è esploso negli anni Novanta, quando il crollo del prezzo del caffè ha spinto milioni di contadini in Etiopia e in Kenya ad abbandonare le coltivazioni di tipo coloniale, trasformando l'altopiano etiope e le pendici del Monte Kenya (dove il qat era già una tradizione millenaria) in immensi drug fields. A differenza del caffè e del tè, infatti, il qat ha i suoi vantaggi: può essere raccolto tutto l'anno, viene pagato all'istante e frutta molto più denaro dei suoi vecchi concorrenti. Le guerre civili degli anni Novanta hanno fatto il resto. Milioni di Etiopi, Somali e Kenioti si sono rifugiati in Europa e in Nord America, aprendo le nuove rotte del traffico internazionale.


Kenya ed Etiopia sono i maggiori esportatori. Partendo da lì, i sacchi di qat raggiungono le zone più remote del pianeta: sfrecciano sulle autostrade polverose del deserto del Danakil ammassati sul retro dei pick-up, attraversano il golfo di Tagiura su piccoli gozzi modificati, e volano verso i quattro angoli del deserto dell'Ogaden stipati sugli aerei privati dei grandi trafficanti. Quella del qat è una corsa contro il tempo: gli effetti della pianta svaniscono in meno di 48 ore dopo la raccolta. "Il nostro sistema di traffico non è efficiente: è perfetto" dice Mark Odinga, un commerciante keniota. "Sai quanto ci mette una pianta ad arrivare a Londra? Meno di 16 ore".


Ma ci sono anche molte voci contro. "Il Kenya e l'Etiopia stanno opprimendo il mio paese con un nuovo tipo di schiavitù", dice Abukar Awale, leader del movimento somalo anti-qat. La battaglia di Abukar è partita dall'Inghilterra, dove il consumo è legale e in continua crescita tra i giovani disoccupati di origine somala ed etiope. Lì il mercato di qat genera più di 400 milioni di sternine in tasse, per un traffico quasi impossibile da quantificare. Abukar ha convinto Theresa May (ministro degli Interni conservatore) a vietare la droga, nonostante il consiglio di esperti convocato dallo stesso governo si fosse opposto alla messa al bando. Secondo recenti studi, il qat non è dannoso alla salute di chi non ne abusa.


Oltre a un approccio generale di stampo conservatore, alla base della decisione inglese c'è il timore che Londra diventi il fulcro di un traffico internazionale, laddove la droga è vietata nella maggior parte dei paesi europei e nordamericani. Un'altra ragione sono i sospetti fondati che dietro al traffico internazionale di qat si nascondano organizzazioni terroristiche e fondamentaliste islamiche come al-Shebaab, che se da una parte condannano l'uso di droga per motivi religiosi, dall'altra godono dei proventi derivati dal traffico.


Ma in Kenya si occupano soprattutto di proteggere il qat. "La nostra priorità è evitare che il qat venga processato chimicamente", dice Leandro Bario, presidente di Nyamita, l'associazione degli esportatori di qat del Monte Kenya. "Le foglie di qat vengono portate in Cina, dove vengono processate sinteticamente per produrre delle pillole rivendute poi in Europa". Nel 2010 il governo Britannico ha deciso la messa al bando del mephedrone, una droga sintetica derivata dal cathinone, dopo che 26 persone sembrano essere morte in seguito all'assunzione della droga. "Per noi il qat è una tradizione, oltre che un business. Vogliamo difendere la sua purezza".

inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/12/05/news/qat_l_oro_verde_dell_africa-72739026/

Anoressia e bulimia: in Italia sono 2 milioni i giovani con disturbi alimentari

 Il 40% dei casi tra i 15 e i 19 anni

Anoressia, bulimia, alimentazione incontrollata. Il 40% dei disturbi del comportamento alimentare - che solo in Italia interessano 2 milioni di giovani - si manifesta tra i 15 e i 19 anni, ma negli ultimi anni si è assistito a un notevole abbassamento dell’età: i primi "segnali" possono comparire anche nella preadolescenza, tra gli 8 e i 12 anni. A soffrirne sono in particolare le ragazze: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità le patologie di tipo anoressico e bulimico rappresentano tra le teenager la seconda causa di morte dopo gli incidenti stradali. Il punto della situazione sull'argomento è stato fatto a Bologna nel corso dell'incontro nazionale dellaSocietà italiana di medicina dell'adolescenza (Sima), durante il quale è stata presentata la “Monografia sui disturbi del comportamento alimentare negli adolescenti”. 

"Abbiamo deciso di pubblicare una monografia sui disturbi del comportamento alimentare - spiega  Piernicola Garofalo, presidente Sima - perché sotto gli occhi di tutti sono presenti alcuni dati epidemiologici di incidenza, prevalenza, co-morbilità, mortalità, pur se carenti per mancanza di omogeneità. Chi vive a contatto con i ragazzi e le famiglie ha la netta percezione che si tratti di un complesso ambito che merita attenzione, conoscenza e interventi precoci adeguati: vi è, infatti, una sottostima del fenomeno clinico, relativo soprattutto al mancato riconoscimento di quei disturbi minori che costituiscono spesso la porta di ingresso, non riconosciuta, verso comportamenti patologici strutturati". 

I fattori di rischio per lo sviluppo di questi disturbi sono diversi: si va dai fattori di tipo biologico, a quelli psicologici, a quelli sociali. Il rischio maggiore viene corso dagli adolescenti che hanno genitori affetti da disturbi psichiatrici - in particolare sembra influire molto la presenza di stati depressivi materni - o una storia familiare di disturbi affettivi. E spesso un ruolo importante viene giocato anche dall’abuso di sostanze illegali. 

Diversi sono i campanelli di allarme che devono far tenere alta la guardia sulla possibilità di sviluppo di un disturbo alimentare, spiegano gli esperti. Tra questi: preoccupazione per il cibo e il peso; dieta eccessiva; conto delle calorie; pesarsi più volte al giorno; sentimenti di colpa e di vergogna relativamente all’alimentazione; comportamenti bulimici; sentirsi grassi pur avendo un peso normale; eccessiva attenzione all’esteriorità; ipersensibilità verso qualsiasi tipo di critica; cambiamenti emotivi.

SALUTE 24 salute24.ilsole24ore.com/articles/16214-anoressia-e-bulimia-in-italia-sono-2-milioni-i-giovani-con-disturbi-alimentari

"Un caffè se togliete le slot": Il movimento che premia i bar dove l'azzardo è al bando

Togli la slot machine, caffè pagato. Cento caffè pagati. Ti premio perché hai rinunciato alla "macchinetta", e magari provo a risarcirti del danno economico. I baristi per primi, e i gestori di bar, si sono accorti da tempo dell'effetto tragico della presenza di slot, videolotteries, videopoker nei loro locali. Stretti dalla crisi, spesso però non hanno avuto il coraggio di staccare la spina alla mangiasoldi: tre slot machine garantiscono da sole un incasso di 1.300 euro. Così il volontariato urbano ha deciso di dar loro una mano, avviando un'azione di obbedienza civile.

"Città per città proviamo a portare nuovi clienti a chi sceglie di rinunciare alle slot", racconta Carlo Cefaloni, creatore insieme a Gabriele Mandolesi di un'iniziativa che oggi ha 94 associazioni a sostegno. Sul sito "senzaslot" ci si autosegnala (sono già in 240 ad averlo fatto), poi il gruppo SlotMob (vuol dire: facciamo un mob, un happening, una festa a chi rinuncia al guadagno derivante dal gioco d'azzardo) coordina via Facebook gli eventi da costruire attorno al bar che ha deciso di rinunciare alle macchinette.

Si è partiti dal Freedom Bar di fronte al liceo classico di Biella, il 27 settembre: gruppi solidali a ordinare il caffè al bancone e novecento persone in piazza. Si è arrivati, fin qui, a Massa Carrara. Undici tappe, dodici bar toccati (a Genova sono stati disinfestati due locali in via Cairoli uno davanti all'altro, il Barpagianni e l'Apèritif, 35 e al 47 rosso) e quattordici giorni di "mob". A Cagliari è accaduto che quando il Bar Valentina di via Pessina ha festeggiato l'evento, il concorrente ha abbassato la saracinesca partecipando alla festa. "Per ora io non posso permetterlo", ha detto al collega, "ma voglio farti sapere che ammiro la tua scelta".

Il neomovimento, che party dopo party vuole arrivare fino a maggio, con un mob conclusivo nella capitale, ora dice che era necessaria una rivolta dal basso: "In Parlamento le lobby del gioco hanno mostrato tutta la loro forza al tempo di Balducci ministro della Sanità e i ricorsi ai Tar vengono puntualmente vinti dalle società d'azzardo", dice ancora Cefaloni, giornalista a Città Nuova. Servivano i baristi coraggiosi, cresciuti in un clima cambiato: negli ultimi due anni nelle città è cresciuta la conflittualità verso la diffusione sregolata delle macchinette. "I caffè e i cappuccini in più portati dalla nostra iniziativa non riescono a colmare l'ammanco legato alla rinuncia a un profitto certo, ma per quel bar riparte un ciclo virtuoso che migliora il livello della clientela e ripropone una nuova socialità nel locale". Se escono le slot, infatti, è facile rientri un calciobalilla, un tavolo da ping pong. "Lo SlotMob è un modo per premiare le virtù civili e fare opinione: renderemo la scelta di questi esercenti visibile e imitabile attraverso un marchio etico".

Betty, 34 anni, madre di due figli di dieci e tre anni, neoattivista di SlotMob da Sassari, racconta: "Mio marito ha toccato il fondo da dipendenza da slot machine. Per tre anni con me ha recitato e ha perso tutto: il lavoro, l'autostima. Ho ottenuto la sua firma dopo dieci mesi di Sert e ora è in comunità. Sta molto meglio, ma io sono una madre disoccupata con il mutuo sulla schiena. Odio le slot più della mia vita e sono disposta a tutto pur di farle eliminare dalla mia Sassari".

La battaglia dal basso è larga. Il Comune di Piove di Sacco, nel Padovano, ha scelto di togliere l'Imu ai bar che non installano slot machine. E a Palermo il sindaco Leoluca Orlando è andato a premiare il titolare del Bar del Kassaro. "Dieci anni fa ho buttato fuori dal locale chi ha tentato di impormi una macchinetta, loro e la macchinetta", racconta il gestore. A San Giuliano provincia di Pisa Gloria Tenconi ha accettato l'assunzione come barista solo a patto che togliessero le slot machine dalla sala. "Le hanno tolte".

repubblica.it www.repubblica.it/cronaca/2013/12/05/news/un_caff_se_togliete_le_slot_il_movimento_che_premia_i_bar_dove_l_azzardo_al_bando-72726905/

Documento Onu sulla guerra alle droghe: "Il proibizionismo non ha funzionato"

 

Il periodico britannico 'The Observer' è entrato in possesso della bozza di un testo delle Nazioni Unite che analizza le strategie a lungo termine contro il traffico dei narcotici illeciti. Scritta a settembre, mette in evidenza le prime falle alla politica proibizionista guidata soprattutto dagli Stati Uniti

 

Repubblica.it - LONDRA - Non funziona. La politica globale adottata per il controllo degli stupefacenti dell'Onu non ha avuto i risultati sperati. E su questo tema le nazioni iniziano a non essere più tanto unite. La guerra alle droghe non sta avendo vinti né vincitori, e proibire così come punire non sembra più essere la soluzione giusta, forse neanche la sola possibile. L'Observer, il periodico britannico della domenica edito dallo stesso gruppo del Guardian, è entrato in possesso della bozza di un documento Onu che ristabilisce le strategie a lungo termine contro l'espansione e il traffico dei narcotici illeciti. La bozza, scritta a settembre, mette in evidenza le prime falle alla politica proibizionista guidata soprattutto dagli Stati Uniti. E' un documento importante. Mostra l'insofferenza e le richieste degli altri Paesi.


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PORNO-DIPENDENZA E COPPIA. I vissuti delle donne partner di uomini porno-dipendenti.


CeSDA - Sono stati condotti pochi studi che affrontano la questione della dipendenza sessuale online, e ancora meno sono quelli che si concentrano sulle conseguenze nella partner e nella coppia della dipendenza sessuale online.

Prima di concentrare l’attenzione sui risultati dello studio esaminato, è utile specificare la metodologia della ricerca. Sono stati monitorati e analizzati messaggi di testo online provenienti da due siti italiani di auto-aiuto, gestiti in un caso da uomini porno-dipendenti e nell’altro caso da donne i cui partner vivono problemi di dipendenza dal sesso online. Entrambi i siti sono stati fondati da persone direttamente coinvolte dal problema e ospitano ricche discussioni basate sulle storie di vita e sul confronto fra partecipanti. I messaggi sono filtrati da un amministratore, che ha il delicato compito di creare un clima di sicurezza e di confidenza nel forum. I ricercatori hanno utilizzato un metodo qualitativo basato sull’analisi narrativa e su un approccio interpretativo, giudicati maggiormente efficaci per interpretare la grande quantità di testi contenuti nei due siti di auto-aiuto.

 

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Contenuto Redazionale Oltre il rave, il sommerso dei consumi


infojava-org.pngLa Toscana, per almeno un decennio, è stata punto di convergenza di molte tribe italiane e  non, di giovani che nei capannoni in disuso delle zone industriali hanno dato vita a numerosi rave e teknival. Dalla metà del 2000 però, abbiamo assistito alla repressione della scena rave. Per gli operatori della riduzione del danno, come quelli del progetto Extreme di Firenze, questo ha rappresentato la fine di un osservatorio privilegiato sugli stili di consumo di sostanze psicoattive. Nei rave, l’area

 

della Chill--Out diventava infatti lo spazio di confronto per quella comunità (seppur temporanea) di consumatori/sperimentatori di sostanze che nel non-luogo senza spazio e senza tempo dell’evento trovavano un contesto di elezione. La repressione del movimento rave sulla scia della war on drugs ha però prodotto un effetto paradosso. Se è vero che è riuscita a disgregare quella comunità di consumatori/sperimentatori, non ha però posto fine all'uso di sostanze, anche di quelle tipiche dei contesti legati alle feste illegali (col  conseguente maggior rischio per la salute delle persone dei consumi in solitario e senza alcun supporto di interventi sociosanitari) .

A Firenze, abbiamo avuto la possibilità di verificare questa tendenza attraverso il lavoro del Centro Java, un infoshop nel cuore della città. Il centro da sempre contribuisce alla creazione di relazioni con i consumatori incontrati nel mondo della notte, ma negli ultimi tempi sembra ancor di più connotarsi come luogo d’incontro di tutti coloro che si sono visti privare dello spazio collettivo della sperimentazione legata ai consumi.
Abbiamo osservato un utilizzo di sostanze in precedenza di elezione nei rave (in particolare Ketamina e Oppio) come antidoto alla depressione e alla noia, una specie di “psicofarmaco autogestito”: in assenza del contesto privilegiato dell’evento, il consumo si “scioglie” nella vita quotidiana.
Abbiamo pensato di organizzare dei focus group con consumatori di alcune sostanze, con l’obiettivo di arricchire il materiale informativo da divulgare; ma anche per aprire una riflessione con loro sulla possibilità di “autoregolare” il consumo. Per la ketamina, abbiamo deciso di svolgere due incontri con tipologie diverse di consumatori: chi la consuma facendone un uso più ludico e ricreativo e chi invece ne fa quasi un utilizzo quotidiano, come se fosse una sorta di autocura. Durante l’autunno 2012, il centro Java si è caratterizzato ancor di più in luogo di confronto sul consumo, in un modo che ci ha ricordato lo scambio spontaneo di informazioni e supporto tra consumatori all’interno di un rave. Stava infatti entrando sul mercato illegale la metoxetamina, sostanza venduta come ketamina, con effetti della durata media di 7-8 ore, che produce effetti acuti dissociatori e paranoidi piuttosto intensi, tali da spaventare anche i consumatori più assidui.  Varie persone sono venute al Java per sapere, capire e confrontarsi rispetto a ciò che avevano assunto. In questo caso abbiamo rilevato due diverse tendenze: se da un lato i consumatori esperti, gli evergreen della ketamina, riportavano un basso gradimento della metoxetamina, dall’altro giovanissimi sperimentatori (ragazzi di età compresa tra i 14 e i 18 anni), utenti del servizio di consulenze psicologiche, ne riferivano un consumo quasi quotidiano.
Servizi come quelli offerti dal centro Java rappresentano oggi l’unico punto di contatto con un mondo di “nuovo sommerso” di giovani consumatori, altrimenti lasciati nell’isolamento con tutti i rischi connessi.

 

Federica Gamberale e Nicoletta Zocco per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 27 novembre 2013

Per info www.infojava.org

 

I cartelli messicani sbarcano sui social network

Selfie è stata dichiarata parola dell’anno dall’Oxford English Dictionary. La criminalità, come (quasi) sempre accade, è arrivata prima. Basta osservare i movimenti virtuali di un qualsiasi trafficante di droga messicano, che sembra saperne più di un raffinato social media strategist quanto a gestione del brand dei cartelli su internet. Una tattica che si sviluppa sfruttando contenuti di ogni tipo: video sia intimidatori che concilianti (magari in sostegno alle vittime di qualche disastro naturale), conferenze stampa e profili su Facebook, Instagram e Twitter farciti da una cascata di selfie zeppi di armi, macchine, droga, soldi.

A mettere sotto la lente il fenomeno è stato, fra gli altri, Antoine Nouvet, un ricercatore canadese che ha dato una mano alla polizia locale a muoversi nella selva elettronica di questo nuovo, almeno in questo settore criminale, fronte quotidiano di battaglia. L’obiettivo, ha chiarito Nouvet, è ovviamente uno solo: dare lustro e celebrare la potenza finanziaria e di fuoco delle gang. Lo studioso fa parte del gruppo di ricercatori della SecDev Foundation con cui, insieme al think-tank brasiliano Igarapé Institute, ha dato vita a un progetto piuttosto visionario battezzato Open Empowerment Initiative. Qual è lo scopo? Portare la lotta a certi fenomeni su un altro livello, quello del Web. E capire “come il cyberspazio stia creando nuove forme di legittimazione e ristrutturando le relazioni in America Latina. Con il 40 per cento della popolazione della regione sbarcata online, la connettività si sta espandendo più velocemente che in ogni altra parte del mondo. Buona parte di questa diffusione coinvolge i giovani, nativi digitali che vogliono cambiare e migliorare le proprie vite”. Da questa cornice più ampia è saltata fuori, un po’ paradossalmente, la sorprendente indagine su come i narcos si muovano su internet.

Un’abilità, quella dei messicani, paragonabile al modo in cui per decenni i dipartimenti di pubbliche relazioni delle grandi compagnie hanno guardato alla tv: “Pubblicizzano le loro attività, organizzano iniziative di pubbliche relazioni e in sostanza si sono trasformati in una sorta di media company di sé stessi” ha spiegato Nouvet. “I gruppi colombiani o i trafficanti in Myanmar degli anni Novanta erano sì sofisticati in questo settore, ma non avevano a disposizione una massiccia piattaforma di diffusione”. Ecco dunque che le strategie si diversificano. Non a tutti i cartelli, per esempio, interessa dare una pessima immagine di sé. Emblematico il caso dell’uragano Ingrid del settembre scorso: il cartello del Golfo ha caricato un video su YouTube che mostra le azioni messe in campo dai membri del gruppo per distribuire aiuti alle persone in difficoltà. Ha raccolto in un batter d’occhio quasi mezzo milione di visualizzazioni.

D’altra parte, oltre ai selfie sparsi un po’ su tutte le piattaforme, proprio YouTube è diventato il quartier generale da cui i narcos lanciano annunci bypassando la sacrosanta censura dei media ufficiali, per quanto anche questi spesso conniventi. Basti pensare a un discorso di La Tuta, leader del cartello dei Cavalieri templari a quanto pare ex maestro elementare, con un milione di visualizzazioni. Sessanta volte i clic incassati dalla clip del presidente messicano per l’ultimo intervento sullo stato dell’unione. Proprio questo gruppo sembra uno dei più attivi sui social network: ha per esempio sfoggiato per molti mesi una pagina Facebook con migliaia di fan, poi chiusa. E allora si continua sulle pagine personali. Altri cartelli, invece, gestiscono un account Twitter, anche questi zeppi d’immagini, dal cucciolo di tigre del cartello di Sinaloa agli AK-47 che spuntano dai Suv. Profili pubblici che umiliano forze dell’ordine ed esercito e promuovono l’azione dei gruppi criminali spargendo intorno a essi un’aura d’invincibilità.

Non basta. Secondo le indagini dell’Open Empowerment Initiative i cartelli hanno a libro paga persone che si dedicano alla gestione dei social media. Narcospecialisti del Web che monitorano in generale ciò “che i messicani dicono” e nel dettaglio “controllano i movimenti delle truppe” nelle zone d’interesse. Insomma, a volte anche il coordinamento degli uomini passa da internet, sfruttando senza problemi reti criptate come Tor. Allo stesso modo, non hanno problemi a ripulire il Web dalle voci contrastanti alle loro. È stato il caso, nel maggio scorso, di un amministratore del Blog del Narco, fra i più letti nel Paese a occuparsi di guerra ai trafficanti: sparito nel nulla. La socia, invece, costretta a lasciare il Messico. Insomma, dal virtual al reale. Senza ritorno.

Ma c’è un però. Questa fortissima presenza in Rete e la competenza nell’uso delle tecnologie – spesso sfruttata, ad esempio, per i rapimenti lampo portati a termine quasi senza sporcarsi le mani – “potrebbe presto ritorcersi contro”, racconta Nouvet. Una vulnerabilità già testimoniata dagli attacchi di Anonymous allo spietato cartello dei Los Zetas, due anni fa. Ma i narcos non sembrano spaventarsi troppo: solo nel 2012 hanno rapito 36 ingegneri, incluso un impiegato dell’Ibm. Esperti assoldati a forza nella nuova guerra digitale delle bande messicane. Per le quali i selfie sono solo la ciliegina sulla torta di coca.

daily.wired.it/news/internet/2013/11/26/messico-cartelli-droga-social-network-923843.html

COLOMBIA - Il narcotraffico e la Colombia. Analisi del maggiore quotidiano


Notiziario ADUC - Piu' di 20.000 vittime, 5.200 delle quali poliziotti. Sono i numeri del narcotraffico in Colombia negli ultimi 30 anni, che hanno portato lo Stato ad investire energie milionarie (10 mila milioni di dollari) per farvi fronte. Cosi' i dati diffusi e commentati dal quotidiano “El Tiempo”.
L'occasione per diffondere questi dati e' stata quella dei venti anni dalla morte i Pablo Escobar, capo del cartello di Medellin.
“La peggiore piaga della Colombia e' nei corpi e nelle esistenze delle vittime degli anni oscuri del cartello di Medellin. Piu' di 46 milioni di persone ne sono state coinvolte direttamente o indirettamente”.
La guerra del narcotraffico contro lo Stato colombiano ha fatto piu' d 20.000 vittime, piu' di 10 milioni di dollari sono stati utilizzati per le eradicazioni negli ultimi trenta anni, oltre ad uno stigma mondiale che e' difficile da annullare.
La Colombia ha condotto ampie e gloriose battaglie, ma non ha vinto la guerra. Documentare questa vicenda e' un obbligo per uscire da questo terribile incubo.
Il narcotraffico ha creato modelli di vita, ha fatto nascere le guerriglie, ha alimentato i paramilitari, ha creato un modello di sicari che e' stato esportato in tutto il mondo, ha introdotto nella mente dei giovani l'idea del denaro facile ed ha corrotto la politica.
Nello stesso tempo ha fatto emergere le persone piu' degne della Forza Pubblica, che sono diventate il combustibile del conflitto armato interno, che ha infiammato la Colombia per cinquanta anni.
Per 31 anni la Policia Nacional, con l'appoggio delle Forze Armate, la Procura e altre istituzioni, sono stati alla guida della lotta contro il narcotraffico, essenzialmente per cercare di disarticolare il cartello di Medellin.
La battaglia contro questo cartello e' terminata il 2 dicembre 1993, quando fu abbattuto Pablo Escobar, poi nel 1995 con la guerra contro il cartello di Cali e nel 2008 contro il cartello del “norte del Valle”.
Tutta la droga che finiva nelle mani dei narcos era coltivata nelle zone controllate dalla guerriglia e dai paramilitari, tant'e' che nel 2000 il numero di terreni coltivata a coca, era oltre i 162.000 ettari.
La strategia messa in atto dalla Colombia per frenare questo business, le ha consentito di catturare tra 831 e 832 mila persone per narcotraffico, sequestrare 187 tonnellate di cocaina e ridurre a 47.790 le zone coltivate di coca.
E' cosi' che la Colombia e' diventata il modello di lotta contro le droghe per tutto il mondo, la sua polizia oggi fa parte di piu' di 15 istituzioni in America, Europa e Africa.

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