IL COLPO IN CANNA
di Marina Terragni
Noi la chiamavamo “para” (paranoia) da fumo. L’ho avuta anch’io, molto tempo fa. Avevo una ventina d’anni ed ero alla mia seconda –e ultima- canna.
La prima, acqua fresca. Lì invece, un’esplosione nel cervello. Panico, angoscia. Un terrorizzante senso d’irrealtà che mi ha attanagliato per ventiquattr’ore. Mi sono fatta tutta la città di corsa, in piena notte, cercando di sfuggire al mostro, con un amico che mi arrancava dietro. Allora mi sono sentita molto stupida per questo: ma le canne non erano per me. Dev’essere quello che capita ai ragazzi che arrivano al pronto soccorso in stato di agitazione psicomotoria. E se succedeva allora, quando la concentrazione media di principio attivo (thc, tetracannabinolo) si agguirava intorno al 2-4 per cento, che cosa può capitare oggi, con concentrazioni che arrivano al 25? E poi allora a fumare era una minoranza ribelle e “antagonista”. Oggi lo scenario è diverso. La droga non è più un prodotto marginale, ma mass market, né più né meno che un paio di jeans.
Farsi una canna è normale, socialmente accettato, per nulla “contro”. C’è sempre qualcuno che “fa la spesa” prima delle gite scolastiche. Voi direte:”Mio figlio no”. Speriamo. Ma non metteteci la mano sul fuoco. “E’ un piano inclinato” dice realisticamente Paola Tavella, madre di adolescente e scrittrice che da tempo pensa di dare alle stampe una “Pedagogia della marijuana”.
“Che arrivino alle sostanze è fatale. Quello che si può fare è lavorare sul come, sul cosa, sul quando”. Canne, alcol, MdMA, MdA e roba simile. Coca e chetamina, nata come analgesico per cavalli. Che ci provino con qualcosa, tra i 3 e i 20 anni, è quasi scontato. Una canna occasionale, una volta al mese, o una alla settimana, o anche tutti i giorni: almeno un ragazzo italiano su quattro fuma o ha fumato. Quattro su dieci a Roma, uno su tre a Milano.
Don Gino Rigoldi dice che qui “la droga si consuma come se fosse una bibita”. Consumo che è aumentato del 45 per cento in quattro anni. E secondo ricerche e pareri piuttosto autorevoli, degli ottomila giovani con il cervello bruciacchiato dalla droga, una parte deve ringraziare la cannabis.
La Società italiana di psichiatria: basta una canna la settimana per essere dieci volte più esposti al rischio di attacchi di panico e psicosi Robin Murray del London Institute of Psychiatry: Un decimo dei 250mila schizofrenici del Regno Unito non si sarebbe ammalato senza cannabis. “Il legame tra cannabis e psicosi oggi è chiaro. Dieci anni fa non lo era” ha dichiarato Colin Blakemore, a capo del British Medical Research Council. La svolta d’attenzione in Gran Bretagna è stata sanCita nel marzo scorso dalla clamorosa marcia indietro (‘Cannabis, An Apology’, chiediamo scusa) del quotidiano The Indipendent , che dopo aver condotto campagne a favore della depenalizzazione, con tanto di marce a Hyde Park, si è visto costretto a rivedere le sue posizioni.
Diversamente da quanto accade in altri paese europei e negli Stati Uniti, tra gli adolescenti italiani il consumo di tutte le sostanze è in aumento.
Lasciamo da parte pasticche e coca: a Milano quattro 15-34enni su cento tirano ogni giorno. Non parliamo di lsd, popper, crack, della nuova eroina ‘soft’ da sniffare, già su piazza per un mercato vergine, una generazione che non ha memoria di siringhe, tossici e overdose. Restiamo alle ‘buone’ canne: lo psicanalista Claudio Risé ci ha scritto un libro, Cannabis: come perdere la testa e a volte la vita (San Paolo).
“Non è questioni di opinioni” dice. “Nel mio libro parlo di fatti, ricerche già recepite in Francia, Gran Bretagna, dall’Onu. Quella è roba geneticamente modificata e coltivata in modo da aumentare le concentrazioni di principio attivo, e distrugge corpo e psiche. Se la prendi prima dei quindici anni, nei cinque anni successivi corri un grosso rischio di ammalarti di psicosi e di schizofrenia. Il 12 per cento di chi ne fa uso cronico sviluppa una malattia mentale. Sta venendo avanti una generazione di psicotizzati, con tipiche manifestazioni paranoiche, ideazioni persecutorie e via dicendo. Non è cambiata solo la percentuale di principio attivo. Il cambiamento sta nel consumo di massa. C’è tutto un mercato di prodotti induttivi, certi locali, certa Musica, che chiama il consumo di questa roba”. Be’, provate a dirlo ai ragazzi. Incredulità, sorrisi di compatimento: “...vaaa bene”. Non ti credono. Ti guardano come un rincoglionito, o come un gendarme. Secondo una ricerca di Eures, fra i giovani il consumo di cannabis è percepito come poco più trasgressivo del sesso prematrimoniale e del piercing, e pressocchè privo di rischi. “Funziona farglielo dire da gente poco più grande” suggerisce Risè. “Gente che ci è già passata, che si è bruciata. Bisognerebbe far parlare gli ex tossici nelle scuole”.
Paola Tavella insiste sulla linea della trattativa: “La repressione non ha mai funzionato. Con mio figlio mi sono detta: capiterà, e non posso lasciare semplicemente che capiti. La nostra generazione sa molto su queste cose: una consapevolezza che dobbiamo usare per educare”. Pedagogia della cannabis, per esempio, è cercare di spostare più in là la prima volta, come si fa per il motorino; a 17-18 anni la predisposizione all’eccesso è minore che a 14. Poi c’è il grosso problema della qualità della sostanza; sul mercato c’è di tutto, erba spruzzata di psicofarmaci, piena di radicanti, diserbanti... uno sballo chimico. Alllora” continua Tavella “meglio l’autocoltivazione per uso personale, come propongono i radicali. Recentemente una sentenza a Cagliari ha chiarito che tenersi un paio di piantine in casa non è reato. Almeno sai che roba è, il consumo segue il ciclo naturale della fioritura. E ti eviti i contatti con il pusher per strada, che prima o poi ti rifila una pasticca. Ma oggi in Italia non è aria. L’onda è repressiva e proibizionista”.
Lo chiedo a Riccardo C. Gatti, direttore del Dipartimento dipendenze della Asl di Milano. Fatta in casa è meglio? In questo modo si riduce il danno?
“Da medico dico che la cosa non cambierebbe. Anche l’erba coltivata sul balcone può avere un’alta percentuale di principio attivo. Il fatto è che siamo una società additiva. La tv insegna ai bambini che a ogni bisogno corrisponde un consumo. E’ un vero e proprio sfruttamento minorile, per “imprintare” i bambini a diventare generatori di consumi”. Dammi un modello di vita, dice Gatti, e ti dirò la sostanza. Discoteca, Suv, Milano-corso Como? Cocaina. Centri sociali, consumo equo-solidale, bici? Canne. “Modelli preconfezionati. E da dove arrivano? Dalle operazioni di marketing del businnes internazionale della droga. Un mercato con bilanci che superano quelli di un paese industrializzato: la droga è droga solo per chi la consuma, per gli altri anelli della catena è un grande affare che produce molta ricchezza, anche legale. Se oggi farsi uno spinello è normale, è il risultato di un’accurata strategia di marketing. Con i media che fanno da grancassa”.
Parlare di una nuova sostanza per stigmatizzarla può contribuire al suo lancio sul mercato,Raccontare della starlette che dice di preferire la marijuana è un’operazione di marketing con testimonial. Qualche tempo fa la rivista Lancet ha pubblicato due tabelle sulla pericolosità delle varie sostanze: in una (relativa all’uso acuto) si indicava la cannabis come meno pericolosa di altre; nell’altra (sull’uso cronico) se ne ribadiva la pericolosità. “Ebbene” insiste Riccardo C. Gatti “la stampa ha rilanciato solo la prima tabella, in cui la marjuana figurava come poco pericolosa. Che cosa dobbiamo pensare. Che c’è chi lavora per questo?”.
E allora? Che possibilità abbiamo, soli contro il drago a sette teste? Che cosa si deve fare con un figlio adolescente? “La sola pedagogia” conclude Gatti “è non permettere che i bambini vengano programmati al consumo senza limiti. Per il resto, io non sono un politico... ma davvero si pensa di poter fare fronte a un mercato globale con le sue strategie, le sue regole e i suoi centri di potere, senza politiche internazionali, senza luoghi di decisione e organismi unitari, senza stanziamenti o obiettivi condivisi a lungo e a medio termine? Davvero pensiamo di combinare qualcosa muovendoci come dilettanti, ciascuno con le sue oneste propostine?”.
Commenti
la cannabis amplifica gli stati d'animo interiori. se uno va in paranoia è perchè la sua coscienza era già avvelenata di suo. non diamo la colpa ad una simpatica pianta
Va anche detto che uno stato amplificato è appunto amplificato. Certi orrori mediamente accettabili dell'anima (che tutti abbiamo a tonnellate) per alcuni potrebbero essere insopportabili se amplificati.
quindi siccome alcune persone hanno problemi vietiamo la cannabis a tutti?
No. Semplicemente, se sei in ansia o ti girano i coglioni, non fumare.
la canapa amplifica. Se stai male o sei ansioso ti amplifica l'ansia.
oserei dire, a chiosa dell'articolo: sticazzi.
... ma che cazzo dici?
che stupido articolo
maledetta sballona
pena e rabbia: è questo quello che provo per gente che ancora protegge sta merda. Ma andate, andatevi a fare BAVOSI
Che ignorante che sei..nessuno obbliga nessuno a fumare..è una scelta ed è giusto che sia così..e rispetta i pensieri altrui xk a me invece fanno pena e rabbia le persone come te schiave del regime..(xk è un regime ke ci governa ormai)
ed aggiungerei che prima di scrivere sti articoli altrettanto ignoranti sarebbe meglio informarsi sui reali effetti della cannabis..non ste cazzate..
SECONDO ME è MEGLIO SE VI FATE UNA CANNA...SENZA ESAGERARE
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