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FARMACI ricerche truccate. Parametri cambiati. Malattie inventate o drammatizzate.

Il diktat dell’industria è trasformare tutti in pazienti.

di Daniela Condorelli 

La multa per i danni  causati da un farmaco nocivo? “Corrisponde a meno di quanto l’azienda guadagna nel periodo in cui il prodotto rimane sul mercato prima che se ne scoprano gli effetti collaterali”. La critica confessione viene da Shahram Anari, un informatore scientifico pentito; la si trova su Youtube, insieme ad altri simili (http://pharmedout.org). 

Il comparto farmaceutico vale 400 miliardi di dollari. Che qualche farmaco uccida è un incidente di percorso. Ma gli incidenti sono sempre di più. Tanto che la Food and Drug Administration (FDA), l’ente americano che regola i medicinali, ha pensato di mettere in rete una lista di sorvegliati speciali (www.fda.gov), da tenere d’occhio, per accorgersi tempestivamente di nuovi effetti collaterali e prendere provvedimenti. 

Provvedimenti a volte drastici, com’è accaduto per la cerivastatina della Bayer (Lipobay): è stata ritirata dal mercato perché causava importanti danni muscolari. Un altro caso riguarda alcuni antinfiammatori (Vioxx della Merck e Bextra della Pfizer), che per proteggere lo stomaco danneggiavano il cuore. Fino all’infarto. Sono migliaia le cause in corso legate ai danni del Vioxx, mentre resta nelle farmacie il celecoxib (Celebrex, sempre Pfizer), della stessa famiglia, con l’indicazione sull’aumento dei rischi cardiocircolatori. 

Una class action, cioè una causa collettiva intentata da migliaia di persone, è in corso contro la Eli Lilly per lo Zyprexa, usato contro la schizofrenia e ritenuto colpevole di causare diabete, ictus e obesità (http://www.lawyersandsettlements.com/search.html?keywords=zyprexa). 

“Da questi eventi dovremmo trarre una lezione”, afferma Nicola Magrini, responsabile del Centro per la Valutazione dell’efficacia dell’assistenza sanitaria di Modena. “Perché usare un’analgesico come il Vioxx per mesi a fronte di un rischio anche basso di infarto? O perché, come è accaduto per cerivastatina, aumentare le dosi o accontentarsi di studi di registrazione limitati per tipo di popolazione e tempo di esposizione? 

Il problema non è solamente nella fretta di commercializzare il prodotto. A volte, non tutte le informazioni vengono date subito. Un report apparso sul New England Journal of Medicine rivela che la differenza fra placebo e alcuni antidepressivi come Prozac e Paxil è minima. Secondo la prestigiosa rivista inglese, un terzo degli studi non era stato pubblicato. Un’altra doccia fredda, dopo l’allarme sull’aumento dei suicidi dei giovani collegato all’assunzione di questi farmaci. 

E a proposito di aumentati istinti suicidi, è sotto stretta sorveglianza lo Champix della Pfizer; usato da oltre cinque milioni di pazienti per smettere di fumare, dovrà essere venduto con maggiori avvertimenti in merito agli effetti collaterali (www.aifa.it). 

Anche l’acclamato vaccino contro il papillomavirus (Gardasil della Merck) è strettamente  monitorato dall’ Emea (www.emea.europa.eu), l’ente europeo che si occupa dei medicinali,

dopo che sono stati segnalati alcuni decessi successivi alla somministrazione. Un’analisi dei casi si trova sul numero dello scorso 9 settembre della rivista dell’associazione  medica canadese (www.cmaj.ca). 

Altro tema: a volte i benefici dei prodotti non sono del tutto chiari. All’inizio del 2008 lo studio Enhance sull’ezetimibe (Merck e Schering Plough), farmaco per abbassare il colesterolo, ha rilevato che non rallenta l’accumulo di placche nelle arterie. Prima di parlare di fallimento, però, occorrono altri studi. Anche perché si tratta di medicinali che sul mercato statunitense, hanno fatto guadagnare ai produttori cinque miliardi di dollari. 

Quante volte è stata annunciata la scoperta del secolo, per fare marcia indietro dopo pochi anni? Viene da chiedersi come sia possibile che gli enti responsabili diano il via libera a prodotti che poi si rivelano inutili o persino nocivi. Tra le possibili risposte ci sono i trial truccati perché sponsorizzati dalla sola industria, e le azioni di lobby su politici, medici e persino associazioni di pazienti. A rivelarlo è Marcia Angeli, per anni direttore del New England Journal of Medicine, che ha appena pubblicato su Jama, la rivista della American Medical Association, un  articolo dal titolo eloquente: Industry Sponsored Clinical Research, ovvero “la ricerca clinica sponsorizzata dall’industria”. Già nel suo illuminante Farma & Co. (Il Saggiatore), Angeli aveva denunciato alcuni trucchi per pilotare i risultati degli studi: comparare i nuovi farmaci con placebo invece che con altri già sul mercato; scegliere campioni selezionati, per esempio arruolando solo giovani anche se i farmaci sono destinati agli anziani. Oppure presentare solo i risultati favorevoli. “E’ quanto avvenuto per l’antinfiammatorio rofecoxib della Merck”, segnala Angeli su Jama. 

Com’è possibile tutto questo? Da uno studio del Center for Public Integrity risulta che le industrie del farmaco hanno speso, dal gennaio 2005 al giugno 2006, quasi 182 milioni di dollari  in attività di lobby per influenzare la legiferazione degli Stati Uniti. Per esempio per proteggere i brevetti o per vietare l’importazione di prodotti meno costosi dal Canada. Oltre cento milioni dal 1998 al 2006 sarebbero stati dati dalle case farmaceutiche a sostegno alle campagne federali (www.publicintegrity.org/rx/report.aspx?aid=823). 

Il problema maggiore del sistema di sorveglianza sulla sicurezza dei farmaci è che le aziende  sono spesso responsabili della raccolta, valutazione e divulgazione dei dati sul proprio prodotto. Inoltre dal ’92  le case farmaceutiche pagano una tassa per finanziare l’ FdA: 825 milioni di dollari tra il 1993 e il 2001. Nello stesso periodo, il tempo medio di approvazione dei farmaci è passato da 27 a 14 mesi. 

A volte i farmaci dannosi sono anche superflui. E’ il disease mongering, letteralmente “commercializzazione delle malattie”. Ovvero creare il fabbisogno, inventando e vendendo patologie; trasformare i sani in malati per ampliare il mercato. Sono le accuse rivolte a Big Pharma nella coraggiosa inchiesta di Ray Moynihan e Alan Cassels, “Farmaci che ammalano e case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti” (Nuovi Mondi Media). Già nel 2002 il British Medical Journal aveva identificato alcune malattie “spinte” dalla case farmaceutiche: dalla depressione alla patologizzazione della menopausa, dal colon irritabile all’osteoporosi, dal deficit di attenzione nei bambini alla disfunzione erettile. 

L’ultima sarà la fibromialgia? E quanto si chiede il New York Times di fronte alla pubblicità del primo farmaco approvato, il Lyrica della Pfizer. Secondo l’azienda la fibromialgia, un inspiegabile dolore diffuso, colpisce dieci milioni di americani, ma c’è chi ne mette addirittura in dubbio l’esistenza. Eppure, da quando il prodotto è stato approvato per questa indicazione, le vendite sono aumentate del 50 per cento, raggiungendo 1,8 milioni di dollari nel 2007. 

Le patologie si creano anche abbassando le soglie d’intervento sui fattori di rischio, come pressione e colesterolo. Basta modificare le linee guida. E’ il caso dell’ipertensione: in passato era degna di essere trattata solo se i livelli erano superiori a 160 per massima e 90 per la minima. Ora sono stati abbassati a 140/90 (Journal of Hypertension). Secondo Nature, però, che ha esaminato oltre 200 linee guida, almeno un terzo degli autori e fino al 70 per cento degli esperti incaricati della stesura dei documenti hanno conflitti d’interesse. Lo riferisce nel suo “Malati di farmaci” (Editori Riuniti), Mauro Di Leo, internista al reparto di medicina d’Urgenza del Policlinico Gemelli di Roma. 

Trasformare i sani in pazienti è una questione di marketing, cui l’industria dedica gran parte delle risorse. A gennaio i ricercatori canadesi Marc-Andrè Gagnon e Joel Lexchin hanno confermato, dalle pagine di Public Library of Sciences-Medicine (http://medicine.plosjournals.org) che le case farmaceutiche spendono il doppio in marketing e pubblicità rispetto a quanto non facciano per ricerca e sviluppo: 57,5 miliardi di dollari contro 31,5 nel 2004. Quattrini usati in gran parte per medicalizzare il ricco e sano Occidente a discapito del povero e malato Sud del mondo. Verrebbe da stare alla larga dalle farmacie. Ma non si può negare il valore della penicillina o del cortisone, degli antibiotici o degli antitumorali. Dell’insulina, degli anticoagulanti, dei vaccini, della morfina. 

I farmaci veri, quelli che servono, ci sono. Sono però pochi quelli di nuova registrazione, se si pensa che, in media, solo il 14 per cento dei prodotti approvati dal 1998 al 2002 porta un reale progresso terapeutico. Dei 113 farmaci approvati nel 2004sol o25 erano migliori rispetto ai precedenti (www.fda.gov/cder/rdmt/pstable.htm). Ma il modo per identificare i medicinali davvero utili c’è. Passa per l’informazione indipendente (alcuni siti italiani: www.nograziepagoio.it, www.agenziafarmaco.it, www.farmacovigilanza.org, www.dialogosuifarmaci.it, www.ricercaepratica.it, www.informazionisuifarmaci.it, www.saperidoc.it, www.ceveas.it).  

Spesso si tratta dei prodotti più consolidati, sul mercato da tempo, vagliati ormai da anni su un’ampia popolazione. Più il farmaco è datato, infatti, maggiori sono le probabilità che la documentazione sulla sicurezza sia migliore. Come per la cara vecchia aspirina. 

Il suggerimento è di fare al medico domande precise: dosaggio, effetti collaterali, interazioni con altri farmaci o cibi, durata della cura. C’è la prova che quello sia il farmaco migliore? E’ uscita su riviste accreditate? I benefici giustificano gli effetti collaterali? Sul portale www.partecipasalute.it si trovano altri spunti. Infine, in Inventori di malattie di Jorg Blech (Lindau) c’è un bel test per riconoscere una sindrome immaginaria. Se la malattia è inventata non ha senso rischiare gli effetti collaterali. Le medicine non sono caramelle.

 

 

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LE OPINIONI DI PETER H. DUESBERG - forse non tutti le conosco...

da (http://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Duesberg).

Peter H. Duesberg (Germania, 2 dicembre 1936) è uno scienziato statunitense.

Di origine tedesca, è professore di citologia e biologia molecolare all'Università della California ed è famoso soprattutto per la sua controversa teoria sull'origine dell'AIDS. La madre era un medico e il padre professore di Medicina Interna. Si trasferice negli Stati Uniti nel 1964, lasciando il Max Plank Institute di ricerca virologica, sotto la guida di Wendell Meredith Stanley, che è stato il primo virologo a ricevere il Premio Nobel. Nel 1986 entra a far parte dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti. Pioniere nella ricerca dei retrovirus, è stato anche il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. Attualmente è docente di Biologia Molecolare e Cellulare presso la Università di Berkeley in California.

È convinto assertore dell'ipotesi che la Sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS) non sia di origine virale. Fra il 1968 e il 1970 dimostrò che il virus dell'influenza ha un genoma segmentato. Questo avrebbe fornito una spiegazione alla sua capacità di formare ricombinanti attraverso il riassortimento dei suoi segmenti subgenomici. Con i suoi lavori sui retrovirus nel 1970, egli isolò il primo oncogene, e mappò la struttura genetica di questi virus. Con questi studi, e altri nello stesso campo, ottenne l'elezione alla National Academy of Sciences nel 1986.

La correlazione diretta tra virus HIV e AIDS è da rivedere In base alla sua esperienza sui retrovirus, Duesberg ha messo in discussione l'ipotesi di una correlazione diretta tra virus HIV e AIDS sulle pagine di prestigiose riviste scientifiche (Cancer Research, The Lancet, Proceedings of the National Academy of Sciences, Science, Nature, Genetica, Journal of AIDS, AIDS Forschung, Biomed. & Pharmacother., New Engl. J. Med., Chemical and Engineering News, Naturwissenschaften, Research in Immunology, Pharmacology & Therapeutics e il British Medical Journal).

Ha invece suggerito l'ipotesi che le diverse malattie che sono incluse nella sindrome detta AIDS siano causate dall'uso prolungato di farmaci "ricreativi" e dall'uso stesso dei farmaci anti-HIV, quali l'AZT, prescritto per prevenire o trattare l'AIDS. La sua critica, peraltro, non riguarda solo la teoria HIV-AIDS in sé, ma il modo stesso in cui essa si è affermata, al di fuori di quello che dovrebbe essere un reale confronto scientifico, nell'ambito di quella che Duesberg denuncia come una collusione molto stretta fra ricerca scientifica, politica e interessi economici. A suo giudizio, gli stanziamenti per la ricerca negli Stati Uniti vanno solo ed esclusivamente a quei ricercatori che sposano le tesi ufficiali e questo andrebbe a detrimento della qualità della ricerca e allontanerebbe dalla soluzione di problemi importanti, come la ricerca sul cancro. Basandosi su 30 anni di studi sul cancro di origine virale, e più di 15 anni sui geni cellulari simili a quelli virali correlati al cancro, ora definiti come oncogeni, Duesberg è arrivato, infatti, a ritenere che la carcinogenesi virale sia statisticamente trascurabile, e che le prove di una oncogenesi cellulare non siano sufficienti. Per questo ha invece avanzato l'ipotesi che la causa del cancro vada cercata nell'anomalia genomica detta aneuploidia (l'aberrazione numerica dei cromosomi), piuttosto che negli oncogeni cellulari. Questa ipotesi suggerisce miglioramenti nella prevenzione del cancro mediante l'eliminazione dagli alimenti e dai farmacidi sostanze che causano l'aneuploidia.

Per approfondimento www.duesberg.com Bibliografia Peter H. Duesberg, AIDS. Il virus inventato, Baldini Castoldi Dalai 2004 - ISBN 8884905230

cosa pensiamo delle tesi di Duesberg

La tesi di Duesberg è che il virus HIV non c’entri niente con la Sindrome da Immunodeficienza Acquisita (AIDS). Secondo questo studioso le cause della malattia sarebbero stile di vita, scarsa alimentazione, scarsa igiene.
Per dare alla tua domanda una risposta veramente qualificata dovremmo essere degli scienziati esperti in virologia.
Nessuno di noi in redazione lo è. Ma alcuni di noi hanno una certa esperienza nella cura dell’Aids.
La nostra esperienza ci spinge a non essere d’accordo con la tesi di Duesberg.
In tanti anni di conoscenza di malati di Aids una cosa con certezza l’abbiamo vista.
Fino a 10-15 anni fa la mortalità in queste persone era molto alta. Negli ultimi anni non muore più nessuno. La cosa principale che è cambiata in questi anni è il fatto che le terapie antivirali hanno fatto una grande evoluzione.
Se è vero (ed è vero) questo, riesce difficile pensare che il virus HIV non c’entri niente.

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