Onorevoli virtuosi, uno solo positivo al test antidroga
di VALERIA NEVADINI nuova agenzia radicale
Correva l’anno 2006 e un’inchiesta condotta dalla nota trasmissione televisiva 'Le Iene' si guadagnò di diritto le prime pagine dei giornali. L’obiettivo era quasi da mission impossible: dimostrare, prove alla mano, l’eventuale utilizzo delle droghe da parte dei parlamentari italiani, smascherando l’italico vizio del “predicare bene e razzolare male”.
In quel caso i risultati andarono oltre le aspettative e si scoprì che, su 50 tra deputati e senatori caduti nella trappola del test, a “razzolare male” era ben il 32%. In altre parole una buona fetta dei rappresentanti del popolo si scagliava, dall’alto degli scranni di Camera e Senato, contro l’utilizzo delle droghe, per poi cedere al loro fascino una volta spenti i riflettori. Il tutto in deroga a quella coerenza che normalmente ci si aspetta da chi svolge incarichi pubblici.
Il trucco messo in atto dai reporter delle Iene era semplice: con la scusa dell’intervista, veniva passata sulla fronte degli onorevoli una spugnetta con della cipria. Almeno questo era ciò che veniva detto agli ignari parlamentari. Il servizio, tuttavia, non andò mai in onda a causa dell’intervento del Garante della Privacy. In quell’occasione fu fatto salvo l’onore dei politici nostrani, ma della necessità di un test antidroga in Parlamento si continuò a parlare per intere settimane.
Fino ad arrivare ai giorni nostri con il rilancio dell’iniziativa da parte del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanardi, che così ha motivato la decisione di sottoporre i parlamentari ad un test volontario: “Ho dato un’opportunità ai parlamentari di fare il test e di dimostrare ai cittadini il loro equilibrio”. L’operazione è semplice: il test è su base volontaria ed è eseguito su campioni di urina e capelli, sempre volontariamente prelevati al soggetto di turno. Non solo. In nome della tutela della privacy anche i risultati del test sono coperti da segreto, a meno che non sia il soggetto stesso a dichiarare di voler rendere nota la sua identità.
E veniamo alla notizia di questa mattina. Sembra che un solo parlamentare, di cui si ignorano identità e appartenenza politica, sia risultato positivo alla cocaina. Che un’improvvisa ondata di virtuosismo abbia colpito i nostri politici? Il primo a rilasciare dichiarazioni è stato il sottosegretario Giovanardi, secondo cui “il risultato del test prova che il Parlamento non è un covo di drogati come alcuni avevano voluto dimostrare”. A leggere bene i risultati, tuttavia, emergono due ordini di considerazioni.
La prima riguarda l’ampiezza del campione. Su circa mille parlamentari, tra deputati e senatori, si sarebbero sottoposti volontariamente al test appena 232 onorevoli, circa un decimo del totale. Quanto può considerarsi rappresentativo questo risultato? La seconda riflessione, invece, ha a che fare con l’attendibilità del test che, in ragione del suo carattere di procedura volontaria, desta più di una perplessità.
Recarsi al presidio medico nel giorno e nell’ora stabilite rischia di assomigliare più a un gratuito spot elettorale, che a un serio tentativo di dimostrare il proprio stato di salute. Lo sport insegna, per esempio, l’importanza di prelievi a sorpresa sugli atleti per evidenziare eventuali sostanze tossiche. Se anche in questo caso si fosse seguita la medesima procedura, i risultati sarebbero stati gli stessi? A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si prende.



Commenti
che ipocrisia il test fatto senza sorpresa
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