Rabelais e la canapa: ode al Pantagruelione
Ah François Rabelais! Padre della botanica e del romanzo, della medicina e della satira, della mistica e della ghiottoneria! Rabelais: simbolo di tutto quel che salva il '500; secolo altrimenti di cialtroni e petrarchisti dediti alla lirica amorosa, all'epica cavaleresca e al Tractatus Theologico-Politicus; secolo delle agiografie di Papi e Imperatori, dello sterminio degli Inca e della nascita dello Stato Moderno. Ma grazie a Rabelais secolo anche del carnevalesco e del grottesco, della risata e della pernacchia come strategie di resistenza popolari contro il grigio autoritario del potere – che oggi torna in doppiopetto con la bibbia sotto il braccio (a no è l'Indice di Borsa, mea culpa!).
Gran romanzo ci regala Rabelais, questo strano Francescano con la fissa delle piante e delle scoregge: "Gargantua e Pantagruele", in cinque libri, che esce nel 1532 e ancora prima di uscire è già citato nell'Index Librorum Prohibitorum. Non a caso: secondo Bakhtin questo è il libro che apre alla letteratura moderna – fin qui letteratura dell'alto cioè della testa, delle corone e persino del cielo – tutto ciò che è "basso" e popolare, sporco e terrestre, come il corpo e le sue funzioni, il cibo, il vino, il sesso… e il Pantagruelione.
Al Pantagruelione, o cannabis di Linneo, il buon Rabelais dedica ben quattro capitoli del Terzo libro – che narra del viaggio di Pantagruel e frate Jean alla volta dell'Oracolo della Divina Bottiglia – che sono un piacere da leggersi per l'affetto e la dedizione con cui elenca una dopo l'altra, la qualità della pianta, come si pianta e come si raccoglie, come si estraggono i semi e come si cucina, come si utilizza per fare carta e scarpe, stoffe e fricassate…
L'erba Pantagruelione ha radice piccola, duretta, rotondetta, terminante a punta ottusa, bianca con pochi filamenti e non pesca in terra più d'un cubito… Un tempo i Greci ne facevano certe specie di fricassate, torte e frittelle da mangiar per ghiottoneria dopo cena e per render più gustoso il vino, anche se essa non è per questo meno grave alla digestione e può ferir, con il suo eccessivo calore, il cervello che riempe d'un colpo di vapori. E come in parecchie piante sono due sessi, maschio e femmina, ciò che vediamo nei lauri, nelle palme, quercie, elci, asfodeli, mandragore, felci, agarici, aristolóchie, cipressi, terebinti, puleggi, peonie, così in quest'erba v'è il maschio che non porta fiore alcuno, ma abbonda in semenza, e la femmina che pullula di piccoli fiori biancastri, e non porta semenza feconda e, come avviene dell'altre piante simili, ha la foglia più larga e meno dura del maschio e non cresce a pari altezza. Si semina questo Pantagruelione al primo giungere delle rondinelle, e si leva di terra quando cominciano ad arrochire le cicale... Senza il Pantagruelione le cucine sarebbero infami, le tavole detestabili benché coperte d'ogni vivanda più squisita; i letti sarebbero senza delizie benché carichi d'oro, argento, ambra, avorio e porfirio; i mugnai non porterebbero grano al mulino, non ne riporterebbero farina.
Eppure svela Rabelais, nonostante tutte queste qualità, il Pantagruelione è inviso ai potenti che non lo possono vedere, forse a causa di un certo uso di cui ne fecero tanti rivoluzionari:
Molti potenti abbiam visto perder la vita chiaro e tondo per quel tale uso del Pantagruelione; come ad esempio: Filli, regina di Tracia; Bonoso imperatore di Roma; Amata, la consorte del re Latino; Ifi, Autolia, Licambo, Aracne, Fedra, Leda, Acheo re di Lidia e altri; i quali furono disturbati solo da ciò, che pur non essendo d'alcuna malattia malati, fu loro chiuso il condotto dal quale escono le buone risposte ed entrano i buoni bocconi, più brutalmente che non avrebbe fatto la mala angina e la mortale squinanzia. Ne abbiamo udito altri, nell'istante che Atropo recideva loro il filo della vita, dolersi e lamentarsi che Pantagruele li afferasse alla gola. Ma, disgraziati! Non era mica Pantagruele. Egli non fu mai carnefice. Si trattava del Pantagruelione in funzione di nodo scorsoio, e di cravattino al collo!
Bellissimo, un uso del Pantagruelione ormai dimenticato! Ma il colpo di genio è al capitolo LII, in cui il burlone Rabelais promette il miracolo, e propone un esperimento al lettore: il Pantagruelione, dice, può resistere a qualsiasi fuoco! Non ci credete? Provate voi stessi a bruciare il sacro Pantagruelione…
prendete un uovo fresco e fasciatelo tutt'intorno con questo divino Pantagruelione. Così fasciato mettetelo dentro un braciere, quanto grande e ardente vi piaccia. Lasciatevelo quanto vi piaccia. Alla fine ne trarrete l'uovo cotto, duro e bruciato, senza che ne resti alterato, mutato, riscaldato il sacro Pantagruelione. Potrete farne l'esperimento con meno di cinquantamila scudi bordolesi, ridotti alla dodicesima parte d'un picciolo.
Amedeo Policante (Finzioni)



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