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Vorreste che vostro figlio facesse la fine di Stefano Cucchi? - parte prima

Di Guido Blumir, D di Repubblica

Nel nostro paese si stima che i giovani (13 - 28 anni)consumatori di droghe leggere siano tra i due e i tre milioni. Ma la legge (in vigore dal 2006) stabilisce sanzioni durissime per chi viene trovato in possesso di quantità anche minime di hashish (o altre sostanze).E in questi anni (soprattutto in provincia) le conseguenze di fermi, perquisizioni, arresti (spesso sproporzionati)sono diventate tragiche. Come le storie di questi ragazzi...

 

Alberto, niente privacy Forlì, giovedì 5 luglio 2007. Una bellissima serata d'estate. Alberto Mercuriali, 28 anni, agronomo, incensurato. Vicino ai tavoli di un bar di via dell'Appennino, con amici, fa qualche tiro di canna. I giovani non sanno di essere osservati dai militari in borghese del Nucleo operativo e radiomobile di San Martino, a caccia di trafficanti e spacciatori. Procedendo veloci e silenziosi, agguantano il ragazzo e lo incastrano per lo spinello. Lo caricano in macchina e si dirigono verso la sua abitazione, a Castrocaro Terme. Procedono - senza la presenza di un avvocato - a una "perquisizione domiciliare". La stanza è piena di libri. Ma i militari "non si lasciano incantare da quella parete che sa di cultura. Fiutano ogni centimetro della stanza", come scriveranno i quotidiani locali, aggiungendo particolari: proprio dalle pagine di un libro, scavate e tagliate a formare un nascondiglio, spunta una piccola quantità di hashish (forse 40 grammi, secondo i carabinieri). È un libro fantasy, Il regno dell'ombra. "Forse dopo aver fumato l'erba anche il giovane entrava in una dimensione lontana dalla realtà", commenterà poeticamente il Quotidiano del Nord. Perché intanto i carabinieri, soddisfatti del ritrovamento, non arrestano il giovane, ma lo denunciano per spaccio, promettendogli che non passeranno la notizia alla stampa e suggerendogli anche di non parlarne ai genitori. Alberto non nega il possesso (grave errore secondo gli avvocati: è meglio, in prima battuta, in genere, riservarsi il diritto di non rispondere). Poi parla col fratello minore e decide di non informare il padre e la madre. Domenica mattina: tutti i quotidiani locali sparano in prima pagina la notizia del clamoroso crimine. Il Resto del Carlino lancia una maxi foto dei carabinieri a tutta pagina, con titolo cubitale "IMBOTTITO DI DROGA". I pezzi fanno pensare al fermo di un trafficante professionista di medio livello, particolarmente astuto nell'escogitare il trucco del nascondiglio. I militari raccontano ogni cosa in una conferenza stampa con fotografi e tv. Non fanno il nome del ragazzo, ma in un piccolo centro l'identikit (28 anni, agronomo, vive in famiglia) non lascia dubbi. Vedendo i giornali, Alberto resta fulminato. Si sente tradito. "Un ragazzo per cui la parola data e ricevuta ha sempre avuto un grande valore", racconta il padre, Renzo Mercuriali. "Posso immaginare come si sia sentito quando ha visto che un patto così importante - il rispetto della privacy anche verso noi genitori - era stato tradito proprio da funzionari dello stato". Per alcune ore amici e genitori cercano Alberto sul cellulare, senza fortuna. Alberto Mercuriali non risponde, né chiama nessuno. Domenica sera: collega il tubo di scappamento alla macchina, accende il motore e lascia entrare il gas nell'abitacolo. La mattina successiva i genitori lo trovano. Morto. Asfissiato. "I GIORNALI HANNO SCRITTO MOLTE BUGIE" "Non ci siamo accorti della perquisizione e Alberto non ci ha detto nulla", dice Renzo. "La domenica non siamo passati dal paese e non abbiamo visto i quotidiani. Lunedì mattina eravamo al lavoro e ci hanno chiamato dall'ufficio di nostro figlio: "Stamattina Alberto non è venuto. Dov'è?". Siamo tornati a casa e lo abbiamo cercato ovunque. Poi siamo andati al podere e abbiamo visto la macchina, con Alberto dentro. Non respirava più". "I giornali hanno scritto molte bugie", ricorda la mamma, Cristina. "Era stato nostro figlio, all'inizio della perquisizione, a consegnare l'hashish ai carabinieri. Noi dormivamo di sotto, non ci siamo accorti di niente. Il ragazzo non voleva che il trambusto ci svegliasse, e si è preso le sue responsabilità, apertamente, dando subito la droga ai carabinieri. Gli articoli sono arrivati come una pugnalata alle spalle. I militari, contro i patti, avevano tenuto una conferenza stampa senza avvertirci. Se lo avessero fatto, Alberto sarebbe ancora vivo. I responsabili di questa tragedia devono pagare". I coniugi Mercuriali hanno presentato un'istanza per accertare la verità sulle cause del suicidio. Parlare con loro è come vedere il film di un dramma così atroce ed evitabile. Hanno tutto in testa. Devono districarsi tra avvocati, giudici e giornalisti. E lo fanno con il massimo di lucidità e di determinazione. TESTIMONI INASCOLTATI L'inchiesta è partita. I Mercuriali hanno aspettato per 12 mesi. In tutto questo tempo i magistrati inquirenti non hanno sentito i principali testi. Ovvero: i carabinieri protagonisti della brillante operazione e il responsabile della caserma. Il fratello minore, Diego, che ha parlato con Alberto a caldo: "Quando, in caserma, si era reso conto della gravità della situazione, stava per chiamare un avvocato e avvertire i nostri genitori". Se lo avesse fatto, tutto si sarebbe svolto diversamente. Ma i carabinieri lo hanno stoppato, dicendogli che se firmava i verbali con l'assunzione di responsabilità, la cosa si sarebbe svolta in modo indolore. Loro non avrebbero informato la stampa e neanche i genitori dell'accaduto. Di fronte a questa promessa, Alberto si è convinto. Non è stato sentito il cronista di nera Maurizio Burnacci, del Resto del Carlino: "Io non ho inventato niente. Il romanzo (sul libro imbottito di droga ecc., ndr) l'ha creato qualcun altro". Cioè i carabinieri: questo il succo delle dichiarazioni del giornalista ai colleghi Lisa Tormena e Matteo Lolletti, registrate nel documentario Il giorno in cui la notte scese due volte. Non sono stati sentiti nemmeno i numerosi colleghi e fotografi presenti all'incontro stampa. "Eppure è chiaro", spiega la signora Mercuriali, "che quello è un passaggio chiave. È stata quella bugia a essere decisiva per la sparata in prima pagina, come ammettono gli stessi giornalisti autori dei pezzi. Ed è stata quella prima pagina a spingere nostro figlio alla disperazione e al suicidio". Sia i carabinieri sia i cronisti avrebbero potuto salvare la vita di Alberto in quelle ore. I carabinieri avrebbero potuto telefonare al ragazzo e ai genitori, informandoli del fatto che avevano cambiato idea e che avrebbero tenuto una conferenza stampa. I giornalisti poi avevano a disposizione tutto il giorno per trovare il ragazzo (l'identikit era trasparente) e sentire la sua versione, quelle dei parenti e degli amici. Il minimo sindacale. E probabilmente la tragedia sarebbe stata evitata. Tutti questi testimoni non sono stati sentiti e il gup ha deciso una prima archiviazione. Ma il caso è troppo complesso e non finisce qui. Anche il pm ha sottolineato che ci sono state delle scorrettezze, perlomeno sul piano deontologico. I Mercuriali hanno fatto partire una denuncia per diffamazione contro tutti gli autori degli articoli e contro il Resto del Carlino. Sta andando avanti. Gli "Amici di Alberto" hanno aperto un sito e organizzato decine di convegni e manifestazioni con grande solidarietà della popolazione e di giornalisti ed esperti di media.

Giuseppe, incensurato Pantelleria: Giuseppe Ales, 23 anni, geometra senza raccomandazioni, incensurato, lavora da manovale per aiutare la famiglia. Nel tempo libero, come metà dei giovani italiani, si fa qualche canna. Dà fastidio l'idea di dare soldi alla criminalità comprando il fumo e lui, come tanti, segue una strada diversa: la marijuana se la coltiva, per uso proprio. Non costa nulla. La semina, un po' d'acqua, clima adatto, cresce bene. Dopo qualche mese è pronta. All'alba del 20 marzo 2005, uno squadrone di carabinieri armati di mitra gli piomba in casa. I genitori di Giuseppe sono sotto shock: il padre, anziano agricoltore, è invalido, ha perso una gamba a causa del diabete. I militari trovano alcune piantine di erba, alte pochi centimetri. Sequestrate. Il giovane viene ammanettato e portato in caserma. Interrogatorio pressante. Scatta la denuncia penale per "traffico e produzione di stupefacenti". I carabinieri annunciano a Giuseppe che pochi giorni dopo a Trapani ci sarà il processo per direttissima. Rischia da uno a sei anni di carcere. Nel frattempo, arresti domiciliari. Il giorno dopo, Pantelleria è sconvolta: il Giornale di Sicilia ha fatto il paginone. "Scoperto traffico di droga nell'isola, arrestati gli spacciatori". Gli isolani non credono ai loro occhi: il grande criminale sarebbe l'incensurato geometra Giuseppe Ales. La mattina successiva la famiglia del giovane è riunita per la colazione; la madre trattiene a stento le lacrime, il padre è terreo. Manca Giuseppe. "Vado io a chiamarlo", si offre il fratello più piccolo. Apre la porta della cameretta del giovane. Giuseppe non è nel suo letto. Penzola dal soffitto, impiccato con una corda al collo.

Roberto, e l'attimo fuggente. Roberto Pregnolato, operaio di Aprilia (provincia di Latina), 33 anni, è un uomo felice. Dopo anni di precariato, la grande azienda farmaceutica Abbott lo ha assunto con un contratto a tempo indeterminato. Insieme alla fidanzata, ha appena fatto tutte le pratiche per un mutuo: non dovranno più pagare l'affitto della loro mansarda all'ottavo piano, piccola ma graziosa, con terrazzo. E hanno deciso di sposarsi. La sera di venerdì (17 aprile 2009), Roberto è in libera uscita con gli amici. Sono anche loro giovani, di estrazione semplice e look senza pretese. Alle quattro del mattino una pattuglia li ferma. I militari procedono, senza mandato, alla perquisizione del veicolo. Salta fuori un po' di cocaina: 6,5 grammi, secondo una valutazione approssimativa. Meno degli otto grammi trovati addosso (novembre 2008) al celebre banchiere professore di 76 anni, sorpreso a Milano con una squillo sudamericana, e poi archiviati senza conseguenze, nemmeno la sospensione della patente. Invece in questo caso i carabinieri non vanno tanto per il sottile. E i ragazzi non possono svegliare sul cellulare d'emergenza il principe del foro sempre a disposizione: direbbe loro di negare, di non rispondere alle domande, di aspettare il suo arrivo e di bloccare tutto nel frattempo. Parlerebbe coi carabinieri al telefono e suggerirebbe loro di non procedere, salvo rischiare cose inenarrabili dal punto di vista penale, civile, disciplinare eccetera. Gli uomini, intimiditi dal penalista autorevole, rispettosamente attenderebbero. I nostri queste cose non le hanno viste nemmeno nei film. Niente scanner o analisi sofisticate. Niente penalisti. "Da dove viene la droga?", incalzano i carabinieri. "È mia", risponde Pregnolato, prendendosi tutte le colpe del mondo, da solo, come in L'attimo fuggente, ma al contrario (lì tutti i ragazzi si prendevano la colpa, scena a cui poi si è ispirato il celebre spot sul preservativo). Il giovane operaio, incensurato, invece, si sacrifica per evitare che siano arrestati tutti e tre. Ma la generosità di Roberto non paga. I militari ci prendono gusto e lo accompagnano nella mansarda per una perquisizione domiciliare. C'è anche la fidanzata. Salta fuori qualche grammo di "fumo" e un bilancino, strumento ovvio di tutti i consumatori per controllare il peso esatto della marijuana acquistata: nell'ottica di alcuni segugi è una prova di spaccio. Roberto nega di essere un pusher, ma si prende la responsabilità anche dei grammi di "fumo". La perquisizione procede. Nemmeno in questa fase c'è un avvocato. La ragazza osserva i militari al lavoro. E Roberto? Non c'è più. È un attimo: guarda dappertutto, ma il ragazzo non si vede. "Roberto, dove sei?", la donna urla. Poi si precipita sul terrazzo. Il giovane non è nemmeno lì. Un militare piantona l'ingresso dell'appartamento. Di là non è uscito. Lei corre ancora sul terrazzo. E guarda giù dal parapetto: 25 metri più in basso, il corpo di Roberto giace spiaccicato sull'asfalto. "Era un bravo ragazzo", dirà il parroco Don Francesco Bruschini ai funerali, svoltisi pochi giorni dopo presso la chiesa San Pietro in Formis, a Campoverde (Latina).

La Legge italiana Nel 2002 l'attuale Presidente della Camera, Gianfranco Fini, allora leader di Alleanza Nazionale, spinse per una nuova normativa antidroga che ribaltasse il risultato referendario (55.3 % contro 44.7%) e depenalizzatore del consumo. Il pressing di Fini trovò resistenze importanti in Forza Italia: Bondi, Contestabile, Pecorella, Maiolo, Moroni, Jannuzzi. Ma, nel 2006, il Parlamento approvò in finale di legislatura, poco prima delle elezioni, il progetto di Fini (legge 21/2/2006, n.49, in Gazzetta Ufficiale, n.48, 27/2/2006), ricorrendo alla fiducia, con una forzatura istituzionale che creò dubbi nello stesso Ciampi, allora Presidente: due settimane per firmare. Nella pratica quotidiana - quasi 600mila fermi in pochi anni - esiste un nuovo razzismo? Sicuramente nella legge che rende punibile un comportamento, il semplice uso di una sostanza, con sanzioni di polizia o penali (per chi supera le microquantità previste oppure coltiva per uso proprio). Viene quindi penalizzata/criminalizzata una categoria, un gruppo sociale: i consumatori. Come in altre epoche e in altre società si è fatto e si continua a fare contro popoli, gruppi etnici o religiosi, o comunità con certi stili di vita, come i gay, che vengono colpiti o discriminati. In una logica ancora più esasperata, da Minority report, se un fumatore viene fermato, con la macchina o il motorino, e ha dell'erba, senza fargli il test, gli si ritira la patente (art.75, comma 3). E il mezzo viene sequestrato. Come se a un normale cittadino che sta caricando in auto la spesa, si togliesse la patente perché nelle buste del supermercato ci sono delle bottiglie di vino. Punizione preventiva, presunzione di colpevolezza, processo alle intenzioni, condanna senza processo. G.B. E gli altri paesi? Negli ultimi vent'anni, quasi tutti i paesi europei hanno cambiato le leggi. Si è preso atto che le proibizioni non bloccano il consumo. Si sono considerati gli eccellenti risultati dell'esperienza olandese: dagli anni Ottanta è legale comprare cinque grammi di cannabis tutti i giorni nel coffee shop sotto casa; i negozianti possono tenerne mezzo chilo. Così sono stati separati i mercati: quello della marijuana e quello delle droghe pesanti. Il consumo non è aumentato (dopo qualche tempo è addirittura diminuito). E nelle statistiche parallele con gli Stati Uniti proibizionisti (molto significative su un arco di trent'anni), per uso di erba gli americani battono gli olandesi. Per la coca, li doppiano. Portogallo, Repubblica Ceca e Spagna (per prima) hanno depenalizzato l'uso. Come la Germania, in seguito a una sentenza della Corte Suprema. I tedeschi hanno lasciato agli enti locali il compito di fissare il quantitativo consentito: 15 grammi a Berlino e 30 nello Schleswig Hollstein. E l'era Merkel non ha cambiato le cose. La Russia di Putin, in seguito all'approfondito lavoro di una commissione parlamentare di scienziati, ha fissato il limite in 20 grammi. La magistratura spagnola, con sentenze che hanno fatto scuola, ha depenalizzato anche la coltivazione per uso personale. Il Belgio ha autorizzato la produzione di due/tre piante a testa. Gli Stati Uniti fanno storia a sé: negli anni Settanta, in seguito agli impulsi dell'era Carter (post Nixon), undici stati hanno fissato in un'oncia (28 grammi) la quantità non punibile. Ma in maggioranza leggi dure e applicate senza pietà: fino a picchi di 800 mila arresti annui. E ora c'è una forte spinta verso il cambiamento. G.B.

 

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Commenti

Ho letto l'articolo su Donna... volevo trascriverlo anche io... da LEGGERE!

...

ottimo articolo

Prima di scrivere articoli citando dei casi precedentemente accaduti sareste pregati di informarvi veramente su i fatti e magari chiedere l'autorizzazione a chi ha vissuto quell'evento visto che le informazioni citate non sono esatte e concludo dicendo che tutto l'articolo pecca di sensibilità nei confronti dei familiari.

Facciamo anche una statua a chi fuma canne in pubblico, a chi si sballa con "un pochino" di cocaina e a chi viene arrestato perché non rispetta le leggi!
Ma per favore, non scrivete cose ridicole! Qualche stolto potrebbe darvi ragione.
Io non sono mai finito in prima pagina perché non sono un delinquente. Chi lo è deve pagare. Se poi oltre a delinquere è anche un debole...beh...peggio per lui.

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