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Domande agli Operatori
La canapa indiana (Cannabis indica) è una pianta comune largamente diffusa nelle zone tropicali e temperate della terra. Con marijuana si indicano i fiori della canapa indiana, mentre l'hashish è la resina della cannabis estratta dal polline dei suoi fiori.
La cannabis in genere amplifica ed intensifica le sensazioni fisiche e psichiche, sia di sé stessi che riferite al contesto ed alle altre persone. La percezione e l’orientamento del tempo, dello spazio, risultano alterati e percepiti come dilatati. Gli effetti della cannabis sono soggettivi e dipendono in larga misura dalle condizioni psico-fisiche del consumatore, dal tipo di situazione in cui avviene il consumo e dagli effetti ricercati.
Antichità e Medioevo:
La cannabis è di gran lunga la sostanza psicotropa illegale più diffusa in Italia. Il 31% della popolazione compresa tra i 15 e i 54 anni ha fatto uso di cannabis*, una percentuale che non ha paragoni se confrontata con qualunque altra sostanza. Si stima che siano circa 350.000 coloro che abitualmente e quotidianamente fanno uso di cannabis e 1.900.000 quelli che lo utilizzano nel fine settimana. In particolare sono i diciannovenni, tra i quali circa il 40% dei maschi ne ha fatto uso nell’ultimo anno, ad esserne soggetti.
Novità canapa
Intervista a Gian Luigi Gessa
CAGLIARI - La Repubblica - LUCIANA SICA
Gli spinelli sono dannosi o innocui? E' giusto criminalizzare marijuana e hashish? Ne parliamo con Gian Luigi Gessa, responsabile del gruppo italiano sullo studio delle dipendenze.
I derivati della cannabis sono pericolosi solo per chi ha meno di quindici anni L'ultima ricerca dell'Eurispes è uno studio Scientificamente indecente
Per sapere se marijuana e hashish sono innocui come bere del vino rosso o se invece sono dannosi, e quanto fanno male e a chi, per conoscere quali sono gli effetti dei derivati della cannabis non bisognerebbe rivolgersi né a Fini né a Pannella, e neppure al più brillante degli opinionisti, ma alla gente che queste cose le studia e le sa. Gian Luigi Gessa è professore di Neuropsicofarmacologia all'università di Cagliari dove dirige il Dipartimento di neuroscienze dedicato a Bernard Brodie, suo maestro nel lungo periodo trascorso nei National Institutes of Health a Bethesda, gotha della più avanzata ricerca americana. E' lui il responsabile dell'unico gruppo italiano "di eccellenza" sullo studio delle dipendenze: da droghe, da farmaci, da cibo, anche da sesso.
Quanto a sostanze stupefacenti Gessa non è né di destra né di sinistra, non lo infiamma la diatriba tra proibizionisti e antiproibizionisti destinata a riaccendersi ora che i politici di governo sembrano decisi a una nuova campagna ideologica contro l'uso delle droghe, di tutte le droghe, a una politica demonizzante del servizio pubblico (dei Sert colpevoli di "ridurre il danno") e a favore, anche economico naturalmente, delle comunità (in crisi da anni). Un Dipartimento nazionale antidroga è stato allestito presso la presidenza del Consiglio, riunendo le competenze finora distribuite in più ministeri. Buona idea, ma per fare cosa? Più che un progetto, "linea dura contro i tossicodipendenti" sembra uno slogan forse un po' truce, però intanto la legge va cambiata e anche fumare uno spinello rischia di diventare un reato grave. Una scelta in controtendenza, visto che anche la Gran Bretagna ha appena depenalizzato l'uso delle droghe leggere.Tipo molto fascinoso, Gian Luigi Gessa si direbbe il classico "scienziato pazzo" con vistose bizzarrie non solo caratteriali. A quasi settant'anni, per dire, coltiva l'hobby del surf, ma "in segreto". Perché, racconta ridendo come un bambino, anni fa l'hanno recuperato al largo di Cagliari e i giornali locali avevano già in prima pagina il suo "coccodrillo", il mestissimo articolo confezionato per i personaggi illustri e un po' agé.
Quando invece parla di droghe, l'ilarità si traduce in una smorfia a metà tra il disgusto e la rassegnazione. "Se - dice - i politici capissero di che parlano, non ci sarebbero tutti i malintesi che ci sono sulle droghe. Una conoscenza scientifica del problema avrebbe un'importanza enorme, e invece le logiche che si seguono sono del tutto diverse: ideologiche, emotive, moraliste. Una volta, i "metadoneti" - favorevoli al metadone per gli eroinomani - erano fascisti. Ora invece sono diventati di sinistra. Ma le sembra una cosa seria?".A lei sembra serio, e realistico dire: basta con i farmaci sostitutivi, puntiamo invece sul recupero integrale dei drogati nelle comunità, senza più compromessi?"La scienza ha accertato che le tossicodipendenze sono una malattia cronica recidivante del cervello e vanno curate anche con i farmaci.
Da scienziato, voglio almeno un paio di cose: che chi pratica il recupero - il prete o il guaritore di turno - sappia di che parla e mi metta in condizioni di misurare quello che fa. Non può venirmi a dire: io ho salvato la persona x, perché il suo è un atto nobilissimo che gli farà magari guadagnare il Paradiso, ma a me interessa il gregge e non solo la pecorella smarrita e redenta. Voglio sapere quanti ne salva, e come lo ha fatto, e che succede quando finalmente li fa uscire dalla comunità.".Oggi si sente dire, anche da Girolamo Sirchia, ministro della Sanità: le droghe leggere sono pericolosissime quanto quelle pesanti, producono la stessa dipendenza. E' così? Davvero la marijuana rende schiavi come l'eroina?"La marijuana e l'hashish contengono una molecola dal nome impronunciabile, il tetraidrocannabinolo, corrispettivo della nicotina per il tabacco. Questa molecola in genere procura un senso di euforia e "dispercezioni" molto ben descritte da Baudelaire e tanti altri. Senz'altro agisce sul cervello e ne altera la normale attività, ma non produce danni fisici: l'accanimento con cui da sempre si cerca di dimostrarne la tossicità non ha portato finora a nulla. In altre parole, un fumatore di marijuana che ne abbia fatto uso anche per decenni in modo costante e smetta all'improvviso non avrà pregiudicato la sua salute fisica né presenterà quella che si definisce una sindrome di astinenza. Ma dire questo non basta".Soprattutto se a fumare erba sono ragazzini.
"Direi bambini, visto che a volte cominciano a dieci anni, un segnale grave intanto per i loro genitori appena un po' distratti. Qui il discorso cambia molto. Nei preadolescenti e negli adolescenti, direi soprattutto sotto i quindici anni, in una fase evolutiva del cervello, le droghe leggere causano seri deficit cognitivi: nell'apprendimento come nei processi della memoria. Fumando a quell'età, non si accumulano crediti - direbbero gli americani - ma discrediti, insomma si perdono treni: se a quindici anni devo studiare matematica non posso fumare marijuana, questo è chiaro. E nello sport è lo stesso, perché le droghe leggere creano più di una difficoltà al controllo motorio, ai movimenti complessi, all'abilità manuale. E c'è ancora qualcos'altro.".Cosa, professore? "E' un dato scientificamente certo: chi comincia presto ad assumere droghe leggere, ne rimane agganciato, può diventare un fumatore abituale, da più volte al giorno.
Quello che noi chiamiamo un addicted, dal latino addictum che vuol dire appunto schiavo, un individuo il cui pensiero dominante è la droga. Intendiamoci, anche il fumatore di nicotina è un addicted, lui però lo scopre solo quando i tabaccai sono in sciopero.". E' giusto allora che i genitori siano molto allarmati? "Molto allarmati? Ma no. In America dicono "Sai, tuo figlio non fuma!", e il genitore di quel ragazzo si preoccupa, pensa: qui c'è qualcosa che non va. Io dico: nessun grave allarme, solo un po' di attenzione. E sopra i diciott'anni, non mi preoccuperei più di tanto". Ma la marijuana e l'hashish non producono comunque una qualche dipendenza psicologica? "Vede, la distinzione apparentemente semplice tra dipendenza fisica e psicologica è una faccenda molto complessa, apre un mondo, per decenni ha intrigato schiere di ricercatori. Quelli che parlano di dipendenza psicologica dicono: si tratta di una dipendenza sine materia, ma noi scienziati diciamo: in realtà non esiste dipendenza se non quella biologica.".Forse in modo un po' riduzionistico, non crede? "Nient'affatto: la dipendenza psicologica in realtà non sono che neuroni, famiglie di cellule nervose su cui si accaniscono le droghe, tutte le droghe, dalla marijuana all'eroina, dalla nicotina all'alcol.
Ma questi neuroni non sono lì, nel nostro cervello, per aspettare droga. Sono lì come sensori di stimoli fondamentali per la sopravvivenza della specie: a questi neuroni "parlano" gli stimoli amorosi oppure il cibo come il cioccolato oanche la voglia di ammazzare, qualcosa che la nostra coscienza non riconosce. Sono la sede di quella che Freud chiamava libido.". Che succede ai neuroni stimolati dalle droghe? "Che diventano "maleducati", abituati beatamente a stimoli artificiali imparano a eccitarsi solo quando vengono frustati dalle sostanze, altrimenti dormono.
E allora, anche nel caso delle droghe leggere, può esserci assenza di desiderio (anedonia), mancanza di ogni euforia (disforia), uno stato dell'umore complessivamente depresso.". Da una ricerca dell'Eurispes, condotta in collaborazione con la comunità di San Patrignano, si ricava che le droghe leggere sono un "ponte di passaggio" per quelle pesanti e, nel 23 per cento dei casi, provocano episodi psicotici. Lei che ne dice? "E' uno studio scientificamente indecente, questo è il mio commento. Chi fa uso di eroina ha anche fumato erba? Io dico di sì nel 99 per cento dei casi, ma questo che dimostra? E' come dire che il latte materno porta all'eroina, perché quelli che si bucano sono stati allattati dalla mamma. Solo dieci su mille fumatori "passeranno" alle droghe pesanti, anche perché il mercato nero non aiuta a tenere distinte le sostanze". E gli episodi psicotici?"Questa storia è proprio una balla. Se con le droghe leggere 23 persone su 100 avessero deliri e allucinazioni, nessuno fumerebbe, non crede? E invece fumano in tanti. La verità è un'altra, è che ci sono casi a rischio: alcuni hanno disturbi gravi, delle psicosi che le droghe leggere "slatentizzano", fanno affiorare in modo a volte dirompente. Questo è un problema serio, anche per gli adulti ovviamente, ma senza invertire cause ed effetti. Non si diventa schizofrenici con la marijuana, ma alcuni fumatori fanno la brutta scoperta di esserlo".
Cannabis: dieta e stress possono falsare i test
Gli effetti della cannabis possono "riattivarsi" a distanza di tempo in base alla dieta e allo stress, e rendere positivi al test anche se non si è fumata marijuana per mesi.
Lo rivela uno studio dell'Università di Sydney, Australia, pubblicato sul British Journal of Pharmacology. Il principio attivo della cannabis, il Thc (Tetraidrocannabinolo), viene infatti rapidamente assorbito dalle cellule del grasso una volta nel corpo, per poi essere liberato in seguito a stress o perdite di peso.
"Pensavamo già che il Thc fosse accumulato nel grasso, ma potesse liberarsi in seguito nelle situazioni in cui esso si scioglie in fretta", ha detto Jonathon Arnold, ricercatore a capo dello studio. "Nel caso di rapide perdite di peso o di stress, il Thc potrebbe diffondersi di nuovo nel sangue, scatenando nuovamente gli effetti dell'intossicazione".
Per verificare gli effetti a distanza del Thc, i ricercatori hanno iniettato nei topi di laboratorio Thc e, in seguito, l'ormone dello stress Atch, ottenendo una riattivazione della sostanza. Anche tenere i topi a digiuno ha gli stessi effetti.
"Questo spiegherebbe i molti casi di persone trovate positive ai test o di atleti accusati di doping, anche se non avevano fumato da mesi", ha detto Arnold.
esame tossicologico delle urine
sono un fumatore quotidiano di canapa, faccio il magazziniere e sono venuto al corrente del fatto che è in previsto l'esame tossicologico delle urine (con data ancora da definire in quanto accordo ancora non trovato con i medici).
che rischi corro per quanto riguarda il lavoro? quanto tempo dovrebbe passare per far si che non risulti positivo? ho molta stima da parte del datore di lavoro, giustificando il tutto dicendo (essendo giovane) che in una serata con amici mi è capitato di fumare, come me la potrei cavare?
grazie per l'attenzione
Analisi Noir di Piero Colaprico, Repubblica
C’era morto John Belushi, ma altri sembrano resistere. O, chissà, forse la nuova variante ha meno controindicazioni. Si chiamava (e si chiama) Speedball Milano e fino a qualche tempo fa girava (al costo di cento euro al grammo) nei locali per scambisti, nei bar con la passione per la lap dance e nelle discoteche della movida milanese e della Versilia.
Alla fine di una lunga serie di nottate sempre più rumorose ed estreme, sono arrivati i carabinieri. Hanno arrestato una ventina di spacciatori e due ragazze francesi dalla
storia un po’ curiosa: ballerine e squillo d’alto bordo, quando venivano a Milano con il carico di roba da raffinare, se la spassavano. Come? No, niente musei e cinema. Prenotavano su internet due gigolò a testa e, mentre i chimici lavoravano lo speedball in un appartamento con vista sul cimitero Monumentale, loro ne provavano alcuni degli effetti festeggiando - tutti insieme, sino a che sonno non vi separi - nella camera da letto di un grande albergo. Non apprezziamo i narcotrafficanti e, se non tocca a noi giudicare o assolvere, c’è un però. Un tempo non lontano erano i corrieri della droga a finire la serata in qualche night, cercando tra le entraineuse qualcuna disponibile a un dopo-champagne. Ora sono le donne a fare gli uomini: e queste neo-narco l’accompagnatore non se lo vanno a scegliere in un locale semibuio, ma nel catalogo elettronico della rete.
È poco noir rifiutarsi di scorgere un segno del progresso?
Teenager, «maggioranza deviante»
LA RICERCA. La cooperativa Il Calabrone: non sono più i singoli ad essere «pericolosi», è il gruppo a spingere fuoristrada. Il 77% dei giovani (età media 18 anni) ha usato almeno una volta una sostanza stupefacente.
Brescia. Se una volta chi consumava sostanze stupefacenti era bollato come «giovane deviante», oggi esiste addirittura una «maggioranza deviante», dal momento che consumare droga pare diventato per i ragazzi bresciani un comportamento largamente diffuso.
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di Lisa Cesco
Test antidroga nei lavoratori: una review sulla cannabis analizza i risultati degli ultimi 20 anni
Negli USA, circa l’80% delle aziende più grandi (quelle citate dalla rivista economica Fortune come top Fortune1000) prevedono al loro interno un programma di screening sulle droghe, in quanto la politica nazionale è quella di infondere una cultura libera dalle droghe. L’introduzione dei “drug test” in Canada ed in Europa invece, ha come obiettivo principale quello di individuare i lavoratori che utilizzano droghe al fine di ridurre i rischi associati, nell’ambiente di lavoro. Un gruppo di ricerca guidato da Scott Macdonald del Centro per le ricerche sull’addiction dell’Università di Victoria in Canada, si è occupato di analizzare i dati della letteratura degli ultimi 20 anni attraverso una ricerca su diversi database, relativi a cannabis e ambienti di lavoro. Gli autori dello studio, recentemente pubblicato sulla rivista Addiction, si propongono di rispondere ad alcune domande relative agli effetti della cannabis sulle performance dei lavoratori e sull’aumento o meno dei rischi ed incidenti sul posto di lavoro. In ultimo, di verificare se l’introduzione dei test antidroga sia effettivamente un deterrente all’uso e quanto questo si rifletta o meno sul numero di incidenti sul lavoro. Gli autori hanno analizzato gli studi pubblicati ed hanno categorizzato i risultati ponendo particolare attenzione alle metodologie descritte e ai possibili errori sistematici che potrebbero aver condotto a conclusioni scorrette. Tra i dati analizzati emerge una effettiva capacità della cannabis di influenzare negativamente le performance lavorative, con effetti massimi tra le 2 e le 4 ore dall’uso, effetti che si manifestano anche in termini di peggioramento delle funzioni cognitive nei casi di consumatori abituali e da lungo tempo. Inoltre sembra che l’introduzione dei test antidroga negli ambienti di lavoro riduca effettivamente le positività alla cannabis. Il dato più discusso è invece quello sull’uso del test delle urine: la sensibilità di questo test non è tale da fornire risultati che permettano di valutare in modo significativo l’impatto sul numero di incidenti sul lavoro cannabis-correlati. Gli autori concludono che per misurare effettivamente l’esposizione al componente attivo della cannabis (il tetraidrocannabinolo) e gli effetti sulle performance lavorative, il test raccomandato è quello del sangue, in particolar modo quando si tratta di valutare soggetti con mansioni particolarmente rischiose.
La cannabis provoca schizofrenia? Studio: nessun dato convincente
(Aduc Droghe) E' ormai uno dei principali luoghi comuni utilizzati da chi difende il proibizionismo sulla cannabis: le canne causano la schizofrenia nei giovanissimi. In realtà il nesso di casualità non è stato ancora dimostrato: la cannabis, come del resto numerose altre sostanze come l'alcool, potrebbero scatenare episodi psicotici in chi già potrebbe avere una predisposizione alla malattia mentale. Ed in ogni caso, se bastasse il fatto che una sostanza fa male per criminalizzarne il consumo, fumare sigarette o bere una bevanda alcolica dovrebbe essere sanzionato con l'ergastolo. Una nuova indagine pubblicata sulla rivista scientifica Addiction mette a nudo la probabile esagerazione dei rischi alla salute del consumo di cannabis. Secondo la review, intitolata "Come l'ideologia crea prove e politiche: cosa sappiamo sul consumo di cannabis e cosa dovremmo fare", non ci sono prove concrete del legame fra il consumo di cannabis e l'incidenza della schizofrenia. Gli studiosi del Dipartimento di Medicina sociale dell'Università di Bristol, John Macleod e Matthew Hickman, hanno valutato i potenziali rischi derivanti dal consumo di cannabis, ed in particolare il legame causale con alcune malattie mentali. Questo scrivono i ricercatori: "Continuiamo ad essere convinti che le prove che il consumo di cannabis puo' causare la schizofrenia non sono convincenti, anche quando valutate secondo nuovi criteri oppure secondo quelli ordinari. ... Per esempio, secondo una nostra recente indagine dovremmo prevedere dai 3000 ai 5000 casi di consumo pesante di cannabis fra i giovani per prevenire un singolo caso di schizofrenia, e che fino a 25.000 giovani dovrebbero evitare anche l'uso sporadico di cannabis per prevenire un singolo caso di schizofrenia. ... Possiamo concludere che le prove più forti di un possibile nesso di casualità fra il consumo di cannabis e la schizofrenia deriva da studi di oltre 20 anni fa e che la forza di prove raccolte più recentemente è stata esagerata". Nel 2007, un'analisi pubblicata sulla rivista The Lancet aveva stimato che il consumo di marijuana poteva aumentare il rischio di malattie psicotiche del 40 per cento. A seguito di questa stima, il Parlamento britannico nel 2008 ha riclassificato la sostanza da classe C a classe B, punendo il solo possesso con cinque anni di carcere. Gli studiosi dell'Università di Bristol criticano questa decisione: "L'unico possibile beneficio importante derivante dalla proibizione è prevenire il consumo di cannabis. Ma non ci sono prove che la proibizione serva a raggiungere questo obiettivo. Le abitudini legate al consumo di cannabis nella popolazione non è influenzato dalle politiche sulla sostanza, e la criminalizzazione dei consumatori di cannabis non ha alcun effetto sulle loro abitudini". In generale, i ricercatori hanno ribadito che il peggior rischio legato alla cannabis è il consumo associato al tabacco.
Alcol e droghe anche tra i “bravi ragazzi” delle parrocchie. Ma il gruppo protegge
Indagine dell’Osservatorio dipendenze Ausl Bologna su 700 ragazzi di Treviso, Reggio Calabria, Brescia e Bologna. Un ragazzo su cinque ha fatto uso di cannabis, 7 su 10 consumano alcol, anche se “in modo non problematico”. Molto più raro l’uso di cocaina
BOLOGNA – Gli stupefacenti entrano anche nelle parrocchie. Che non sono più isole felici, ma continuano comunque ad esercitare un “effetto protettivo” su chi le frequenta. Anche tra i giovani dei gruppi legati a comunità parrocchiali c’è consumo di sostanze, in prevalenza alcol e cannabinoidi, ma questi ragazzi sembrano essere maggiormente al riparo da comportamenti autolesivi e pericolosi. È quanto emerge da uno studio di Raimondo Maria Pavarin – responsabile dell’Osservatorio epidemiologico sulle dipendenze patologiche della Ausl di Bologna – intitolato “L’effetto protettivo dell’appartenenza a gruppi religiosi nell’uso di sostanze psicoattive”. Presentata ieri alla facoltà di Scienze della formazione di Bologna, la ricerca riguarda un campione di 700 giovani parrocchiani, dall’adolescenza ai 26 anni, messi a confronto con un gruppo di controllo di 3600 loro coetanei, intervistati tra Treviso, Reggio Calabria, Brescia e Bologna. Quale rapporto ha con gli stupefacenti chi frequenta il mondo parrocchiale? Un ragazzo su cinque riferisce di aver fatto uso di cannabis, e sette su dieci di aver usato alcool, anche se in modo non problematico, ovvero senza abusarne. Molto più raro l’uso di sostanze quali la cocaina (0.8%) e l’oppio (1.4%). Ma se tra i “bravi ragazzi” delle parrocchie l’uso di sostanze stupefacenti sembra essere molto meno frequente, è notevole invece il fatto che l’età del primo uso sia tra loro sensibilmente più bassa. Tra i giovani “parrocchiani” si registra una percentuale maggiore di soggetti che hanno consumato sostanze prima dei 16 anni, “quindi – dice Pavarin – paradossalmente sono più a rischio”. A fare la differenza tra i ragazzi dentro e fuori dalle parrocchie, comunque, non è tanto l’uso di stupefacenti quanto le relative motivazioni e la gestione dei rapporti personali. Tra i “bravi ragazzi” l’uso di sostanze è legato quasi sempre alla curiosità, alla socialità e alla ricerca di nuove sensazioni: del tutto assente è il bisogno di automedicazione, una motivazione tipica invece al di fuori del loro mondo. Pressoché assenti sono anche i comportamenti pericolosi, come la guida in stato d’ebbrezza, o i mix tra sostanze diverse ed alcolici. I giovani parrocchiani sembrano inoltre tenere in maggior considerazione lo stigma sociale associato agli stupefacenti: i loro timori non sono legati solo alle conseguenze psicofisiche dell’uso, ma anche a quelle sociali. Ed è proprio la dimensione della socialità a far sì che il mondo delle parrocchie eserciti ancora un “effetto protettivo” da atteggiamenti devianti. “L’appartenenza ai gruppi religiosi – chiarisce Pavarin - esercita sui ragazzi un effetto protettivo indiretto. Aspetti molto importanti in questo senso sono l’orientamento a valori positivi e la presenza di adulti nelle attività di gruppo: si entra in un mondo in cui il sentire è orientato costruttivamente, e questo dà ai giovani gli strumenti per una diversa gestione dei problemi”. Le differenze più significative iniziano a delinearsi con l’avanzare dell’età. “Fino ai 18 anni – continua Pavarin - le percentuali d’uso sono abbastanza simili tra il mondo parrocchiale e quello al di fuori. Dai 18 anni in su, però, tra i ragazzi delle parrocchie l’uso di sostanze e i relativi comportamenti vanno sensibilmente restringendosi. Questo perché probabilmente avviene una sorta di selezione interna: chi non ha aderito ai valori della parrocchia, la abbandona”. Pur non essendo immuni dai problemi di molti loro coetanei, i giovani parrocchiani intervistati sembrano affrontarli in maniera differente. “Si sentono meno depressi – continua Pavarin – ma spesso riferiscono di sentirsi isolati. È notevole come il 15% delle ragazze soffra d’ansia. In generale però hanno una migliore relazione con i familiari, con gli amici e con il partner. Hanno meno problemi a scuola e nel mondo del lavoro. Non manifestano comportamenti pericolosi e difficilmente rimangono coinvolti in incidenti stradali. Usano sostanze per facilitare i percorsi di socialità, ma le vivono in maniera conflittuale”. “Le richieste che i ragazzi fanno alle parrocchie – spiega don Giuseppe Dossetti, presidente del Centro di solidarietà di Reggio Emilia - ormai trascendono il fattore religioso. Nell’effetto protettivo esercitato dai gruppi religiosi fondamentali sono oggi la dimensione comunicativa e collettiva, anche nella gestione dei problemi esistenziali, in cui appunto l’elemento prettamente religioso non interviene in maniera determinante. Ciò che è determinante invece è la qualità del legame che si instaura nei gruppi parrocchiali. Spesso nell’adolescenza si tende a confondere la comunicazione con la prossimità: si è vicini ma in realtà non si comunica, se non a un livello superficiale. Riuscire a creare occasioni di vera fiducia tra i ragazzi non è una sfida semplice, ma è l’unica vera via per creare un’identità che non abbia bisogno di appoggiarsi alle sostanze”. (as)
fonte: redattoresociale.it
Natalie Portman e il potere della marijuana
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Quando Natalie Portman annuncia un nuovo progetto si può essere ben certi che non abbia lasciato niente al caso. Perciò c'è da rallegrarsi nel sapere che l'attrice con la sua compagnia di produzione, Handsome Charlie Films, stia lavorando ad una nuova commedia dal titolo Best Buds.Lo script, che porta la firma di Jamie Denbo (Cold Case - delitti irrisolti, Senza traccia), offrirà uno sguardo alternativo sul genere road movie raccontando le avventure di un gruppo di ragazze che partono per andare al matrimonio di una loro amica con un inetnto molto particolare: salvare la sposa dalla cerimonia grazie al miracoloso potere del'erba.
La Portman non solo produrrà ma interpreterà anche la pellicola che, attualmente, è però a corto di un regista.
fonte: http://www.alphabetcity.it/index.php?com=articolo&id=4460
Dormire poco è contagioso e favorisce l’uso di droghe
Avere amici che si riposano meno di sette ore per notte e fumano marijuana predispongono al rischio di abusi
SAN DIEGO - Si sa che la mancanza di sonno è una conseguenza dell’uso di droghe, ma James Fowler si è chiesto se può essere vero anche il contrario: dormire poco può portare a un abuso di droghe? Le sue ricerche dicono di sì. Studiando oltre 8 mila adolescenti, il ricercatore dell’Università della California a San Diego, ha dimostrato che l’abitudine al sonno è contagiosa e che dormire meno di sette ore per notte può favorire l’abuso di droghe. Più nel dettaglio: se si ha un amico che dorme poco, si finirà per dormire poco e questo è tanto più vero quanto più un amico è vicino. Se un ragazzo (o una ragazza) dorme meno di sette ore, la probabilità che un suo amico faccia lo stesso aumenta dell’11 per cento. Se un ragazzo usa la marijuana, la probabilità che la usi anche l’amico aumenta del 110 per cento.
LA PREVENZIONE - «Ma il nostro studio ha dimostrato qualcosa di più – ha commentato Fowler a san Diego in occasione del meeting dell’Aaas la società americana per il progresso delle scienze. – Secondo i nostri dati la probabilità che un ragazzo usi la droga aumenta del 19 per cento, quando l’amico dorme meno di 7 ore, e il 20 per cento di questo comportamento è legato al fatto che adotta (dell’amico) anche le stesse abitudini per quanto riguarda il sonno. È la prima volta che si dimostra come la diffusione di un comportamento ne possa influenzare altri». Questa ricerca suggerisce anche nuove modalità di prevenzione dell’uso di droghe che tengano conto anche delle abitudini che riguardano il sonno.
Adriana Bazz, Corriere della Sera Salute
Canapa in giardino, a Milano si volta pagina
di Franco Corleone
Il 13 ottobre scorso una sentenza del tribunale ha stabilito che la coltivazione domestica di canapa non è reato. Il dottor Guido Salvini, giudice per l'udienza preliminare, ha deciso di non doversi procedere perché il fatto non costituisce reato nei confronti di un imputato che aveva coltivato in giardino sette piantine di marijuana. Una decisione storica e di grande valore anche per la qualità della motivazione che sorregge il verdetto. Il Pubblico Ministero aveva chiesto il rinvio a giudizio per violazione dell'art. 73 della legge Fini-Giovanardi. I carabinieri di Vaprio d'Adda avevano scoperto e sequestrato sette vasi, con altrettante piantine alte 50/60 centimetri. Va aggiunto che le inflorescenze contenevano una quantità di principio attivo non molto superiore a quello indicato nelle tabelle della legge antidroga quale limite per l'uso personale; neppure era certo che tutto il principio attivo fosse davvero recuperabile dall'imputato.
La condotta di coltivazione è stata oggetto di numerose sentenze contrastanti da parte dei giudici di merito. Molti l'avevano assimilata alla detenzione per uso personale e dunque non punibile penalmente ma solo in via amministrativa; ma il 10 luglio del 2008 la Corte di Cassazione a Sezioni Unite stabilì invece che la condotta di coltivazione non poteva essere sottratta al rilievo penale, in quanto non è menzionata nell'art. 75 della legge antidroga tra i comportamenti soggetti all'illecito amministrativo. La sentenza giudicava arbitraria qualsiasi distinzione tra la coltivazione domestica e quella di carattere industriale, perché l'esito sarebbe comunque quello di accrescere la quantità di sostanza stupefacente presente in natura.
La sentenza della Cassazione non ha alcun pregio né giuridico, né interpretativo: si limita ad una lettura pedissequa, meccanica e superficialmente riduttiva di un fenomeno storicamente e culturalmente complesso. Purtroppo essa vale come indirizzo, anche se per fortuna nel nostro ordinamento non ha un potere vincolante: tanto è vero che nel gennaio 2009 (sentenza n. 1222), la IV sezione della Cassazione ha annullato senza rinvio una sentenza di condanna della Corte d'Appello di Ancona relativa alla coltivazione di 23 piantine di marijuana non giunte a maturazione.
Il giudice Salvini con un procedimento assai rigoroso smonta l'assunto della Suprema Corte giudicandolo «assai discutibile sul piano ermeneutico». E aggiunge un richiamo severo: «Ogni espressione usata in un articolo di legge, soprattutto se di carattere non giuridico ma naturalistico, dovrebbe infatti essere interpretata alla luce dell'intera normativa di riferimento».
Per questo, viene dedicata una particolare attenzione agli artt. 26 e seguenti che contengono la disciplina amministrativa per la coltivazione e la produzione lecita di piante contenenti principi attivi di sostanze stupefacenti. L'analisi delle procedure di autorizzazione e controllo porta alla conclusione che la legge, quando parla di «coltivazione», «ha per oggetto di riferimento un'attività in larga scala o quantomeno apprezzabile» destinata al commercio e «non si riferisce invece a modesti quantitativi di piante messe a dimora in modo rudimentale in vasi e terrazzi». Con coerenza logica, il giudice Salvini conclude che la crescita di alcune piante in vasi esce dal concetto di «coltivazione» e si risolve in una forma di detenzione (senza acquisto della sostanza perché il soggetto se la procura da sé coltivandola): ciò impedisce l'applicazione dell'art. 73 che determina le sanzioni penali.
Da notare che questa interpretazione segue il dettato delle convenzioni internazionali, come a suo tempo aveva sostenuto Giancarlo Arnao (cfr. «Fuoriluogo», novembre 2002): la Convenzione di Vienna del 1988, al par. 2 dell'art. 3, equipara la coltivazione per consumo personale al possesso e all'acquisto.
Ovviamente, gli atti sono stati inviati al Prefetto per l'iter delle sanzioni amministrative ma la sentenza costituisce un punto fermo per un cambiamento salutare della giurisprudenza e della dottrina. Una boccata d'ossigeno in un quadro di tanti esempi torbidi di persecuzione giudiziaria, dall'incriminazione della musica reggae di Rototom fino alla vendita di semi del Canapaio di Parma. Una spinta a riprendere la battaglia per cambiare una legge criminogena.
(La sentenza di Milano sulla coltivazione domestica di canapa su www.fuoriluogo.it)
il manifesto
Intervista a legalizziamolacanapa.org
Intervista a legalizziamolacanapa.orgLa prima intervista della Coalizione per la legalizzazone della canapa in Italia ascoltabile su youtube.
L'intervista andata in onda il 17 febbraio nella trasmissione 28minuti di RAI Radio2, condotta dalla Dott.ssa Barbara Palombelli, la "Coalizione per la legalizzazione" attraverso il suo portavoce ha iniziato l'opera di sensibilizzazione verso i media e l'opinione pubblica per il riconoscimento della Canapa e la sua legalizzazione.Per partecipare ed essere informati costantemente sull'operato della Coalizione per la Legalizzazione della Canapa ci si può iscrivere alla newsletter direttamente sul sito http://www.legalizziamolacanapa.org.Collegamenti youtube dell'intervista:Parte 1http://www.youtube.com/watch?v=wrh6FQTtmIsParte 2http://www.youtube.com/watch?v=0dU8EKiRO3kfonte: http://www.hempyreum.orgtratto dalla trasmissione di Radio2 "28minuti"
