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La canapa indiana (Cannabis indica) è una pianta comune largamente diffusa nelle zone tropicali e temperate della terra. Con marijuana si indicano i fiori della canapa indiana, mentre l'hashish è la resina della cannabis estratta dal polline dei suoi fiori.

La cannabis in genere amplifica ed intensifica le sensazioni fisiche e psichiche, sia di sé stessi che riferite al contesto ed alle altre persone. La percezione e l’orientamento del tempo, dello spazio, risultano alterati e percepiti come dilatati. Gli effetti della cannabis sono soggettivi e dipendono in larga misura dalle condizioni psico-fisiche del consumatore, dal tipo di situazione in cui avviene il consumo e dagli effetti ricercati.

Sul piano fisico vi è un lieve aumento della frequenza cardiaca, arrossamento della congiuntiva oculare, diminuzione della...

Antichità e Medioevo:

  • 6000 B.C. Semi di canapa vengono usati come cibo in Cina
  • 4000 B.C. Primi reperti che testimoniano l'uso della canapa come materiale tessile.
  • 2727 B.C. Primo uso documentato della canapa come medicinale nella medicina cinese.
  • 1200 - 800 BCE La canapa è menzionata nel testo sacro indù Atharva Veda come una delle cinque piante sacre a Shiva.
  • 700 - 300 BCE Le tribù sciite lasciano semi di canapa come offerta nelle tombe reali.
  • 500 B.C. Gli sciiti introducono la canapa in Europa...

La cannabis è di gran lunga la sostanza psicotropa illegale più diffusa in Italia. Il 31% della popolazione compresa tra i 15 e i 54 anni ha fatto uso di cannabis*, una percentuale che non ha paragoni se confrontata con qualunque altra sostanza. Si stima che siano circa 350.000 coloro che abitualmente e quotidianamente fanno uso di cannabis e 1.900.000 quelli che lo utilizzano nel fine settimana. In particolare sono i diciannovenni, tra i quali circa il 40% dei maschi ne ha fatto uso nell’ultimo anno, ad esserne soggetti.

La sua diffusione e ancor più la...

Novità canapa

perché il termine "droga" non significa niente

un articolo intelligente su Dudemag: http://www.dudemag.it/attualita/la-droga-non-esiste/

DOPO AVER FUMARO GANJA ATTACCO DI PANICO , QUESTO ATTACCO DI PANICO MI HA CAMBIATO TOTALMENTE , CHIEDO AIUTO !!!

Ciao a tutti mi chiamo nicholas e ho avuto una brutta esperienza che mi ha cambiato la vita , più che aver cambiato la vita mi ha cambiato la testa ! Non lo so nemmeno io al solo che mi faccio un sacco di paranoie assurde ! Adesso vi racconto tutto : allora ho quasi 20 anni e fumo anzi fumavo da quando avevo 14 anni fino a 3 mesi fa , ero a casa da solo quella sera e era una sera come tante che quando non c'erano i miei genitori a casa mi mettevo sul balcone tranquill e mi fumavo la mia cannetta in santa pace ( premetto che nn era la prima volta che fumavo da solo , anzi preferivo fumare da solo che in compagnia ) vabbè fatto sta che quando ero quasi alla fine del joint ho incominciato ad avere una leggere tachicardi e piano piano ho incomicato a farmi un viaggione assurdo pensando solo a cose negative del tipo : cosa ci faccio qua ? Che senso ha la vita ? Che cosa c'e dopo la morte ?! Insomma un viaggione bruttissimo , vabbè dopo di che sono entrato in casa e la paranoia sale ancora di più , ogni singolo rumore che sentivo la tachicardia aumentava , mi sono guardato allo specchio e avevo una faccia orribile , bianco cadaverico e con due occhi Rossi come mai visti prima , dopo di che ho detto vabbè mi metto a letto e passerà. Niente da fare mi sono messo a letto e il cuore ha incomicato a battere ancora di più fino ad avere per la mia prima volta un ATTACO DI PANICO , avevo paura cazzo e come Se avevo paura , pensavo di morire e mi sono messo a piangere , non sapevo cosa fare se chiamare i miei o un'ambulanza , vabbè quando ho incomicato a non sentire più gambe e braccia mi sono alzato dal letto e mi sono disteso sul divano , sudavo e tremavo e il cuore continuava a battere a mille , dopo di che piano piano mi sono addormentato . Il giorno dopo ero un'altra persona ! Ho fatto due settimane con tachicardie 24ore su 24 non ho mangiato per due settime e facevo fatica a dormire , nella mia mente avevo e ho tuttora paranoie assurde ma proprio assurde e penso cose negative ( molto meno rispetto a quelle due settimane ) ho pensato più volte al suicido e alla morte in quel perido , ma adesso no ! Perché chi si ammazza da solo secondo me è un PERDENTE! Vabbè oggi 13 febbraio sono quasi 3 mesi che nn fumo da quella esperienza mi fidatevi che anche se le cose sono migliorate rispetto a quelle due settimane ancora oggi nn sono apposto ! C'è magari anche questa è una mia fissa/paranoia . Non lo so cazzo non lo so, so che sto impazzendo ! Ho fumato per 5 anni e mi piaceva e mi piace , vorrei fumare ancora pero ho paura di avere un attacco di panico e che tutto torni come quelle due settimane d'inferno se non peggio ! Volevo sapere se qualcuno ha avuto sensazioni simili e se qualcuno mi può aiutere su sto fatto ! Premetto che ci sono un sacco di cose che dovrei scrivere come che ho fatto uso per 6 mesi di coca e avevo smesso circa 3 mesi prima di quell'attacco di panico ! Adesso ho sbalzi d'umore ogni tanto e mi passano cose e immagini e pensieri per la mente che per fino disgusto io stesso !

la Giamaica verso la legalizzazione della canap

Passa al senato il progetto di legge, si attende l'approvazione della camera.

Cannabis: può essere terapeutica per la prevenzione dell'epilessia

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

 Roberto Di Maio è un brillante ricercatore italiano, selezionato per il programma Fellowship Ri.MED attivo presso l’University of Pittsburgh: la Fondazione sta infatti formando capitale umano d’eccellenza per il Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica di prossima realizzazione in provincia di Palermo.

Grazie alla borsa di studio Ri.MED, dal 2008 il dr. Di Maio sta conducendo a Pittsburgh innovative ricerche nel settore delle neuroscienze. L’ultimo lavoro, pubblicato su “Neurobiology of Disease”, definisce il potenziale terapeutico dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia del lobo temporale.

L’epilessia del lobo temporale è la forma di disturbo epilettico più frequente, i cui sintomi si manifestano svariati anni dopo un episodio epilettico acuto, quale ad esempio convulsioni febbrili nell’infanzia. A questo stadio della malattia compaiono danni cerebrali irreversibili, spesso refrattari ai trattamenti antiepilettici convenzionali. Sono quindi di fondamentale importanza gli sforzi di medici e ricercatori rivolti a prevenire l’evento epilettico cronico.

L’idea – spiega il dr. Di Maio – nasce dal fatto che i cannabinoidi possono modulare e bilanciare i meccanismi di eccitabilità neuronale ed agire specificamente sulla funzione dei mitocondri (entrambi fenomeni biologici strettamente correlati al danno neuronale da stress ossidativo ed alla malattia epilettica). Questo studio ipotizza che il potenziale anti epilettogenico dei cannabinoidi si espleti attraverso il recupero delle disfunzioni neuronali che portano verso il danno ossidativo.

Alcuni esperimenti preliminari condotti dal dr. Di Maio hanno messo in luce che l’effetto anticonvulsivante delle molecole cannabinoidi è strettamente dipendente dal suo effetto a “campana”, ovvero che esiste uno stretto range di dosaggio efficace, al di sotto o al di sopra del quale questi agonisti del sistema cerebrale sono inefficaci o, peggio, pro-convulsivanti.

Ecco come è stata condotta la sperimentazione: dopo aver indotto un evento epilettico acuto nei ratti con un’iniezione di pilocarpina, gli animali sono stati divisi in due gruppi, uno dei quali ha ricevuto un basso dosaggio quotidiano del cannabinoide sintetico. Dopo 15 giorni è stata sospesa la somministrazione e, dopo 6 mesi di osservazioni, è stato analizzato il cervello degli animali: il gruppo trattato con la molecola cannabinoide mostrava comportamento epilettico quasi assente, laddove gli animali non trattati avevano invece sviluppato una forte sindrome epilettica.

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

www.stateofmind.it/2015/02/cannabis-epilessia/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/02/cannabis-epilessia/

Marijuana, una cura semplice ed efficace

Sclerosi multipla, lesioni neurologiche, cancro e Aids. Si moltiplicano le applicazioni cliniche della cannabis. Il parere di un esperto

Che la cannabis possedesse utili proprietà farmacologiche era noto da tempo alla comunità scientifica internazionale. Negli ultimi anni sempre di più sono i Paesi che, tramite leggi meno restrittive, hanno reso possibile l’accesso ai trattamenti terapeutici a base di farmaci derivati dai cannabinoidi, semplificando le procedure burocratiche per la loro prescrizione, finanche decriminalizzando il possesso di cannabis per uso personale e la sua coltivazione. Possono beneficiarne pazienti affetti da gravi patologie disabilitanti per controllare il dolore (sclerosi multipla, danni ai nervi, lesioni spinali, dolore neurogenico) e pazienti terminali affetti da cancro o Aids, per la stimolazione dell’appetito. Non trattandosi di una cura ma di un trattamento palliativo, spetta esclusivamente al medico valutare per quali patologie ed in quale momento della terapia il paziente possa trarrne un effettivo beneficio clinico.

Già dal 2007 è previsto in Italia l’uso terapeutico della cannabis. Ma dal 2014 un nuovo decreto legge ha reso l’accesso ai farmaci cannabinoidi più semplice, snellendo il lunghissimo iter burocratico. La prescrizione e somministrazione può essere fatta direttamente dai medici di base, con trattamento anche domiciliare. E i costi? Non sono a carico del paziente, ma del Sistema sanitario regionale. Grazie a una legge regionale adottata da Sicilia, Abruzzo, Puglia, Toscana, Liguria, Veneto, Lombardia e Piemonte che, a differenza del passato, il governo ha deciso di non ostacolare con l’intento specifico di tutelare il diritto alle cure per tutti i pazienti, pur ribadendo che vanno prescritti esclusivamente «quando altri farmaci disponibili si siano dimostrati inefficaci o inadeguati al bisogno terapeutico del paziente».

Per ridurre i costi legati all’importazione dei farmaci cannabinoidi è stato approvato un progetto pilota di produzione in Italia, presso lo Stabilimento farmaceutico militare toscano. I medicinali a base di cannabis come il Bedrocan, Bediol, Bedrobinol e Bedica, caratterizzati da differenti percentuali dei due principali principi farmacologicamente attivi della cannabis - il tetraidrocannabinolo (Thc) e il cannabidiolo (Cbd) - somministrabili mediante vaporizzazione o tisane, vengono al momento prodotti esclusivamente dall’olandese Bedrocan Bv, unica autorizzata alla produzione dal ministero della Salute olandese, che li esporta in altri paesi europei. Dai Paesi Bassi, dove il possesso e l’uso personale di cannabis, catalogata come droga leggera, è decriminalizzato, proviene anche la più lunga esperienza nel suo utilizzo medico. Dal 2003 le farmacie olandesi vendono medicinali a base di cannabis, prodotti secondo rigidi criteri internazionali di qualità.

La cannabis è coltivata in condizioni controllate, secondo le norme di buona pratica in agricoltura, e non contiene pesticidi, metalli pesanti, batteri, muffe o altri patogeni. Il suo impiego medico è tuttavia iniziato già a partire dagli anni settanta con modalità non controllate dal ministero della Salute, in quanto la cannabis ad uso ricreativo era già facilmente reperibile presso i coffee shops fin dal 1976. Recenti studi hanno dimostrato che la cannabis venduta presso i coffee shops non è di qualità farmaceutica, è spesso contaminata da patogeni e costituisce, pertanto, un serio rischio per la salute se impropriamente assunta per uso medico, specialmente in pazienti affetti da patologie croniche debilitanti, Aids o patologie tumorali, in cui le difese immunitarie sono seriamente compromesse.

Il Sativex, altro medicinale cannabinoide approvato in 17 paesi europei ed utilizzato in 9 di questi, tra cui l’Italia dal 2013, è una miscela in parti uguali di Thc e cannabidiolo in forma di spray orale ad un dosaggio standardizzato e riproducibile. Pur essendo stato sviluppato e prodotto dall’azienda britannica GW Pharmaceuticals, e sia disponibile per la prescrizione in alcune aree del paese, in Inghilterra l’uso medicinale della cannabis non è legale ed il Sativex viene raramente consigliato dai medici di base, in conformità ad una politica repressiva nei confronti della marijuana.

Differente la situazione in Germania dove, grazie ad una sentenza della Corte amministrativa federale, dal 2005 i farmaci cannabinoidi sono reperibili presso tutte le farmacie. A differenza dell’Italia, i pazienti tedeschi devono però provvedere ai costi di acquisto, per importi che possono raggiungere anche i 1000 euro al mese; situazione che sostanzialmente limita l’accesso al trattamento. Per garantire a tutti il diritto di accesso alle cure, tuttavia, la Corte Amministrativa di Colonia ha stabilito lo scorso anno che i pazienti non in grado di sostenere le spese per il trattamento medicinale con cannabis possono coltivare da soli le piantine di marijuana. Questo non significa una liberalizzazione della coltivazione della cannabis, che resta tuttora illegale.

Il maggiore processo di decriminalizzazione in questi anni è avvenuto in Spagna, dove la coltivazione per uso personale è legale sia per scopi ricreativi che medici. La Catalogna ha promosso programmi terapeutici a base di cannabis medicinale dal 2005 e sta mirando alla sua legalizzazione soprattutto allo scopo di tenere a freno il proliferare dei “cannabis clubs”, associazioni no profit per il consumo indoor che hanno reso negli ultimi tempi Barcellona la nuova Amsterdam per il turismo della droga.

Tra gli altri paesi europei anche la Francia, la Romania e la Repubblica Ceca hanno regolamentato con specifiche leggi l’uso terapeutico di questi farmaci. Le politiche volte a favorire la legalizzazione della cannabis medicinale hanno indubbi benefici non solo per i pazienti che hanno un accesso più libero ad un trattamento palliativo scientificamente provato, ma alla lunga avranno un risvolto positivo anche nella lotta al mercato nero delle droghe leggere.

Le criticità da tenere in considerazione rimangono, tuttavia, tante, soprattutto se si guarda all’esperienza americana dove la marjuana è stata legalizzata in 23 stati e nel distretto di Columbia per uso terapeutico o persino a scopo ricreativo (Washington, Colorado, Oregon e Alaska). Negli Usa infatti, l’uso a scopo terapeutico di preparazioni di cannabis ha creato un mercato senza freni incoraggiandone di fatto l’abuso. In Europa, invece, la politica della tolleranza adottata dai Paesi Bassi sembra non aver favorito, dagli anni Ottanta ad oggi, un aumento del consumo delle droghe leggere da parte dei giovani, consumo che resta notevolmente inferiore rispetto a quello di altri paesi europei, Italia inclusa. Qualunque sia il modello adottato, è comunque necessaria l’istituzione di un adeguato sistema di monitoraggio per la verifica dell’esatta applicazione delle norme di legge e per la registrazione delle eventuali criticità.

In Italia il via libera alla cannabis per uso medico non significa libera coltivazione né libero consumo attraverso il fumo di preparazioni vegetali. Sono invece disponibili per i pazienti, sulla base di un opportuno piano terapeutico redatto dal medico, specifiche formulazioni farmaceutiche ad un dosaggio standardizzato e riproducibile, che assicurano l’efficacia terapeutica e tutelano dal rischio di effetti collaterali, prevalentemente di tipo psicotico. L’assunzione degli stessi principi attivi attraverso il fumo determina invece l’assunzione di dosaggi non riproducibili né prevedibili, in quanto dipendenti da diverse variabili individuali ed ambientali e non comporta alcun vantaggio terapeutico, ma si associa anzi ad una progressiva perdita delle capacità cognitive e, negli adolescenti, ad un’aumentata predisposizione all’insorgenza di malattie psichiatriche anche molto gravi, quali la schizofrenia. Resta quindi fondamentale definire normative e limiti che consentano di mantenere ben distinto l’impiego medico dall’ abuso a scopo ricreativo.

Per chi, come noi, studia da anni l’efficacia terapeutica di farmaci basati su cannabinoidi ed endocannabinoidi in patologie neoplastiche, neurologiche, metaboliche e infiammatorie, le nuove legislazioni aprono la strada verso un enorme avanzamento delle conoscenze nel settore. Sebbene con il decreto legge del ministero della Salute la cannabis sia ritornata da pochi mesi “droga leggera”, non più equiparata cioè ad oppio e derivati (eroina), cocaina, amfetamine ed allucinogeni, in Italia la demonizzazione dei cannabinoidi, associati nel pensiero comune a sostanze stupefacenti, ha rafforzato pregiudizi e diffidenze, con enorme svantaggio per tutti coloro che potrebbero trarre un beneficio clinicamente dimostrabile. È imprescindibile che l’impiego della cannabis ad uso medico venga riconosciuto dall’opinione pubblica come uno strumento terapeutico efficace, sicuro, conveniente per il Sistema sanitario nazionale; un presidio in grado di garantire pari opportunità di cura per tutti i pazienti.

Maurizio Bifulco è presidente della Facoltà di Farmacia e Medicina dell’università di Salerno

espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2015/02/01/news/marijuana-una-cura-semplice-ed-efficace-1.197660

Legalizzazione cannabis. L'America Latina di fronte alla tentazione

 E' un piccolo seme, piantato dall'Uruguay alla fine del 2013: la legalizzazione della cannabis comincia a fare il suo cammino in America Latina, anche se, in questa regione alle prese col narcotraffico, alcuni Paesi rifiutano sempre di parlarne.
“Qualcuno deve cominciare in America del Sud”, aveva detto il presidente uruguayano, José Mujica, dando il via alla sua audace idea.
Un anno dopo la legge che ha fatto del Paese l'unico al Mondo a regolamentare la produzione della marijuana, la sua vendita in farmacia non e' stata ancora avviata.
Ma, secondo il Consiglio nazionale delle Droghe (JND), il Paese di 3,3 milioni di abitanti ha gia' 1.300 persone iscritte come autoproduttori e sei club fin a 45 consumatori l'uno.
I suoi vicini sono incuriositi: “Siccome l'Uruguay l'ha fatto e non ha subito gravi conseguenze negative in termini di relazioni internazionali, sanzioni o rifiuto a livello domestico, questa e' diventata un'opzione da prendere in considerazione da parte degli altri Paesi”, dice John Walsh, analisti del “think tank” Ufficio di Washington sull'America Latina.
“Il caso dell'Uruguay ha ispirato numerosi Paesi per cominciare almeno a fare qualche passo in questa direzione”, rincara Pien Metaal, esperto del centro studi Transnational Institute di Amsterdam.
“Non si puo' piu' tornare indietro. Il genio e' uscito dalla bottiglia e non ci sono piu' mezzi per farlo rientrare”, fa maliziosamente notare.
A fine ottobre, il Cile e' diventato il primo della regione a coltivare per fini terapeutici la cannabis, che li' continua ad essere considerata una droga pesante. Un progetto di legge vorrebbe depenalizzarne l'uso per motivi personali.
In Colombia, il Parlamento sta dibattendo un progetto che ne consente l'uso medico, con il sostegno del presidente di centro-destra Juan Manuel Santos.
In Argentina, un progetto di legge difeso dal segretario generale della presidenza, Anibal Fernandez, vorrebbe depenalizzare la coltivazione per uso personale, ma il Governo rimane contrario. C'e' anche un progetto per la depenalizzazione del consumo e il suo uso terapeutico.
In diversi Paesi della regione, il possesso di droga per uso personale non e' di fatto sanzionato.
L'esempio degli Stati Uniti
Promotore e sostenitore finanziariamente della “guerra contro la droga” (termine ereditato dal presidente Richard Nixon) sul continente, il Paese si e' confrontato nel proprio seno con iniziative piu' dolci.
“Gia' quattro Stati hanno regolamentato la cannabis per uso ricreativo (Washington, Colorado, Alaska, Oregon) e 23 l'hanno legalizzata a fini medici", sottolinea Pien Metaal.
“Questo non rende credibili gli Usa nel momento in cui dettano ai Paesi dell'America Latina, come lo hanno fatto in questi ultimi decenni, le loro politiche in materia di droghe”.
Dopo aver promosso il proibizionismo, “e' ormai il momento che gli Usa diano dimostrazione di coerenza coi Paesi della regione e smettano di promuovere cio' che non possono applicare a casa loro”, dice il cileno Eduardo Vergara, direttore del centro di analisi Asuntos del Sur.
Ma bisogna ricordare che “la regione rimane divisa” e alcuni Paesi latinoamericani frenano ancora.
“La legalizzazione non e' oggi in agenda” ha dichiarato di recente il ministro brasiliano della giustizia, Josè Eduardo Cardozo, malgrado il deposito di una legge in questo senso.
Stessa posizione in Nicaragua, Panama, Messico, Costa Rica, Venezuela e Peru'.
Alcune voci comunque difendono la legalizzazione, come gli ex-presidenti brasiliano Fernando Henrique Cardoso e messicano Vicente Fox.
E la domanda di un nuovo approccio cresce nella regione, prima produttrice mondiale di cocaina, vittima della violenza legata al narcotraffico.
Il “tutto repressione” e' in secca, dice il presidente colombiano. Una “sconfitta completa” per il suo omologo dell'Equador, Rafael Correa. Sotto l'impulso della Colombia, del Messico e del Guatemala, l'ONU terra' una sessione speciale nel 2016 in materia.
Ma mentre in Usa la legalizzazione della cannabis e' sostenuta da uno slancio popolare, qui il cambiamento avra' bisogno di piu' tempo.
L'opinione pubblica e' scettica in America Latina: essa non e' soddisfatta della guerra contro le droghe, ma tende a vedere la legalizzazione come permissiva e disfattista”, spiega John Walsh, ricordando che questo e' notoriamente il caso dell'Uruguay.

(articolo di Katell ABIVEN, diffuso dall'Agenzia stampa France Press – AFP il 31/01/2015)

Internet: la rovina della nostra vita

Internet rovina le nostre comunicazioni e abilità sociali, ma non per il trito e ritrito motivo che ci allontana dall'esterno,ma perchè danneggia il nostro cervello; in che senso ciò? Per il fatto che quando noi scriviamo qualcosa in chat e la risposta è un semplice "ok" noi dobbiamo interpretare quell'ok, indovinare l'umore del nostro interlocutore, in una parola entrare nella sua testa. La persona dall'altra parte può essere felice, triste, scazzata, indifferente o fingere. Bisogna vedere se non sta cercando di costruirsi un'immagine e stia lottando con la sua parte reale per affermarla. Se ad esempio una bella ragazza scrive mille smile noi pensiamo che quella ragazza se lo possa permettere poichè è bella, solare, popolare, in una parola una vincente. Di conseguenza una brutta, cupa, emarginata ragazza scriverà in modo logorroico e tutt'altro che sbrigativo, poichè cerca disperatamente contatti sociali. Ma che succede nel momento in cui scrivessimo ad una che rientra in quest'ultima categoria e la stessa ci rispondesse come quelle della prima? Il nostro cervello ha già incassato un primo colpo. Ora di reazione, non conoscendo la verità (dato che non la conosce del tutto nemmeno la suddetta brutta ragazza poichè ok alcune potranno mantenere ancora una dose di lucidità che le fa vedere e le rende coscienti e consapevoli della loro recita, ma altre potranno essere ad uno stadio ancora successivo nel quale non accettano la loro realtà [e qui si potrebbe aprire una parentesi religiosa dell'essere umano al centro del mondo, ma meglio sorvolare] ed il desiderio di essere vincenti le impone l'ultimatum del: o vincente o morta. Ecco che Ed ecco che la nostra autostima ha appena ricevuto l'impatto di un camion. Vedendoci risposti in modo sbrigativo, ci penseremo tutti nella seconda categoria. Ora pensate a quante persone sono su internet, pensate questi traumi tutti insieme che si scontrano. Ma la parte peggiore è che come noi interpretiamo i comportamenti delle persone via internet, l'abitudine la portiamo con noi anche nei rapporti reali, e ci chiederemo, faremo mille paranoie su come una persona si comporta con noi. Della serie "sarà davvero così? Ho interpretato bene ciò che voleva dirmi? STARA' RECITANDO e VOLENDO SEMBRARE QUALCUN ALTRO? Su internet la recita riesce divinamente poichè sono messaggi, scritte. Prima bene o male ci si guardava negli occhi, ci si leggeva la pelle, i movimenti...Un mondo di insicuri, irreali, incapaci. Questo è ciò che internet, volontariamente o meno, ci sta facendo diventare, anche e soprattutto nella realtà.

Il preside dice no: "I cani antidroga non entrano a scuola"

 
 
 

 "I cani antidroga non entrano a scuola"

Ludovico Arte  Ludovico Arte è da tre anni preside dell’istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Firenze. Negli ultimi tempi si è opposto a interventi con i cani antidroga nel suo istituto, lanciando l’allarme sulle possibili ripercussioni psicologiche degli studenti sottoposti al controllo. Insieme a un ristretto numero di colleghi, sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione per valutare un approccio meno repressivo per combattere l’uso di droghe leggere degli adolescenti.

I controlli nelle scuole si concludono spesso con sequestri di hashish e marijuana. Ci sono poi inchieste da cui emerge il consumo di sostante stupefacenti tra i giovanissimi. Allora perché opporsi ai cani antidroga nelle classi?
«Perché i cani a scuola sono un fatto innaturale, è un modo sbagliato di affrontare la questione. È chiaro che il consumo di droghe e lo spaccio sono intollerabili, ma non si può usare solo la repressione e in particolare non nelle classi, luoghi di formazione ed educazione. In certi casi i controlli finiscono per mettere a disagio e umiliare lo studente, che subisce il controllo davanti a tutti gli altri compagni. Può essere un trauma devastante»

La maggior parte dei dirigenti delle altre scuole fiorentine la pensa diversamente. Sono loro a chiedere di intervenire.
«Esistono due fronti, è inutile negarlo. Da una parte chi come me chiede un uso limitato della forza e punta sulla prevenzione, dall’altra i presidi che preferiscono usare il pugno di ferro. Credo che uno dei problemi maggiori sia proprio la mancanza di comunicazione tra questi due blocchi, quando invece servirebbe un punto di equilibrio per cercare un percorso condiviso in nome del benessere degli studenti. Senza una vera discussione finiscono per crearsi incomprensioni, tra colleghi ma anche con le stesse forze dell’ordine. È accaduto alcuni mesi fa, quando mi hanno chiesto di far entrare i cani antidroga. C’è stato un confronto per alcuni aspetti anche duro».

Ha alzato le barricate.
«Ho solo fatto presente che se avessero deciso di fare comunque il controllo avrei chiamato i giornali, per dire che si trattava di un intervento contro la mia volontà. Ma nessuno alla fine ha voluto forzare la mano. Apprezzo la sensibilità della gran parte dei poliziotti e carabinieri che si occupano di droga tra i giovani, so quale impegno e professionalità richieda un lavoro simile. Ma è chiaro che un intervento diretto nella scuola, sotto gli occhi degli altri studenti, è un’altra cosa. Si perde di vista l’obiettivo principale, la prevenzione. Noi abbiamo ottocento studenti, e ben cinque psicologi che ascoltano le loro preoccupazioni e anche quelle dei genitori. Forse conviene investire di più proprio su questo versante».

Ma, in passato, anche il Marco Polo è finito al centro di controlli.
«In realtà è proprio l’esperienza diretta che mi spinge a chiedere azioni meno invasive. Un anno fa gli investigatori si nascosero fuori dalla scuola all’ora di ricreazione per verificare l’esistenza di un giro di spaccio. Appena visto il passaggio di droga, fermarono due studenti e li misero a terra, davanti a centinaia di compagni. Sono situazioni che non aiutano il recupero di un giovane, e che rischiano di alimentare quella diffidenza che purtroppo molti ragazzi hanno per le forze dell’ordine. In questo caso, i due hanno entrambi lasciato la scuola a fine anno, non so quanto questo abbia influito ma l’esperienza non ha di certo aiutato».

Cosa suggerisce?
«Mi rifaccio a un altro episodio accaduto di recente. Una studentessa che era stata sospettata sempre di spaccio. Quando gli investigatori mi hanno avvisato, ho chiesto di evitare di fermarla a scuola e di aspettare che la chiamassi in presidenza. Nel mio ufficio hanno potuto controllare la sua borsa, senza provocarle alcun trauma e senza trovare niente di niente. Così però si è potuto combinare le esigenze investigative alla tutela del percorso di crescita. Perché, ripeto, un ragazzo che usa stupefacenti non deve essere solo punito ma al tempo stesso ricevere aiuto. E in ogni caso va rispettato».

Repubblica.it firenze.repubblica.it/cronaca/2015/01/27/news/il_preside_dice_no_i_cani_antidroga_non_entrano_a_scuola-105937251/

Osservatorio Firenze. Droga a scuola e test. Hanno ragione gli studenti!

  

Avevamo letto nei giorni scorsi le opinioni dell'ex-assessore comunale Giovanni Gozzini che aveva perorato di sottoporre gli studenti degli istituti superiori a test anti-droga. Non ci avevamo fatto caso piu' di tanto. Anche perche', a fronte di una sua proclamata accondiscendenza per una cultura di legalita' e di depenalizzazione in materia di droghe, abbiamo pensato che probabilmente avrebbe dovuto approfondire un po' meglio la questione; in particolare sull'aspetto che con questi test forse avrebbe dato una mano ad alcuni problemi di coscienza e cultura dei genitori e dei dirigenti scolastici, ma non avrebbe certo aiutato gli studenti.
Oggi il quotidiano “La Nazione” ritorna con decisione sulla materia. Ne parla l'ex-assessore, oggi senatrice, Rosa Maria Di Giorgi, che si dice d'accordo con Gozzini (“i risultati dei test devono essere segreti”, sostiene la parlamentare). E, per fortuna di chi vuole informarsi, ne parlano anche alcuni studenti; tutti contrari, in linea di massima contro l'invasione del loro corpo e della loro testa.
Chi ha ragione? Gli studenti!. Perche' vogliono esser liberi di decidere di farsi le canne? Anche. Ma, per l'appunto: DECIDERE! Non necessariamente FARSI! Ed e' qui dove i pro-test sembrano eludere se stessi e il ruolo istituzionale che rivestono. Il fatto che questi studenti abbiano meno di 18 anni (quindi ufficialmente alle dipendenze di Stato e famiglia) non vuol dire che possono e devono essere considerati come animali da laboratorio. Certo, i nostri pro-test parlano di analisi volontarie, di risultati segreti e gestiti da scuole e famiglie. Ma fino a che punto e perche'? Forse non esistono i “ricatti” delle famiglie e delle scuole pur nell'ipotesi della segretezza? Negarlo e' far finta di essere in un film dove c'e' un ministero della Cultura giovanile, e dove lo stesso e' affidato a quell'Andrea Muccioli (il padre Vincenzo si rivoltera' nella tomba) di San Patrignano.
Il risultato di questa ipotetica scelta sarebbe piu' disastroso della realta' attuale. I ragazzi che vogliono, continuerebbero a farsi gli spinelli, con una molto possibile crescita di numero vista l'innegabile attrazione di qualunque giovane -e non solo- per il “proibito”. E in un contesto di maggiore pericolo di sicurezza individuale e pubblica. Gli spacciatori si farebbero piu' furbi e farebbero piu' affari. Tutti in attesa del prossimo ex-assessore con chissa' qualche altra proposta per cercare di calmare le proprie difficolta' paterne, o del prossimo politico che, non facendo nulla in merito, sosterra' qualunque cosa gli si proporra'.
Il problema esiste. E' ovvio. Ma non e' quello degli studenti a scuola. Questi ultimi sono solo lo specchio della societa' in cui vivono. Perche' non ci dovrebbe essere spaccio e consumo di droghe a scuola, visto che nel mondo “esterno” c'e' spaccio e consumo ovunque e che la droga proibita e' il maggior business della malavita, contro cui i cittadini-genitori di questi studenti -politici o meno che siano- fanno quasi nulla o poco, comunque inefficace?
Ecco perche' hanno ragione gi studenti intervistati dal quotidiano La Nazione. Quando chiedono di essere lasciati in pace perche' non sono altro che una componente di questa societa' dove la droga e' libera per scelta delle istituzioni. E chiedono solo maggiore informazione per cercare di ridurre un danno di cui loro non sono responsabili. Noi di Aduc -e non solo- crediamo che “maggiore informazione” sarebbe possibile e piu' efficace in un contesto di legalita' (vedi le campagne anti-tabacco, per esempio), ma questa nostra opinione e' interessante o siamo come quelli che qualcuno considera incoscienti solo perche' studenti con meno di 18 anni? Salvo poi, che a 18 anni e 1 giorno dovrebbero avere consapevolezza e cognizione di causa/effetto di cio' che prima era demandato ai loro tutori famigliari ed istituzionali?

Vincenzo Donvito, Aduc Droghe

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