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Domande agli Operatori
L’alcool etilico o etanolo è il risultato della fermentazione di zuccheri semplici, o di altri procedimenti chimici (distillazione). Ogni bevanda alcolica ha una sua gradazione (cioè percentuale d’alcool) diversa che per legge deve essere indicata sul contenitore.
Alcolici e superalcolici sono consumati frequentemente da giovani e adulti; sono legali e per questo nell’immaginario collettivo non vengono considerati come “droghe”. In realtà, l’alcool è una sostanza che agisce sul Sistema Nervoso Centrale.
Le bevande alcoliche sono usate per disinibirsi, superare gli imbarazzi, sentirsi più carichi, avere più coraggio con l’altro sesso, divertirsi con gli amici.
La viticoltura appare nelle montagne tra il mar Nero e il mar Caspio (attuale Armenia) intorno al 6000 avanti Cristo. La produzione di birra emerge invece tra i sumeri intorno al 3000 avanti Cristo. Il primo report scritto sugli alcolici è una tavoletta cuneiforme risalente al 2200 avanti cristo. Intorno al 1500 avanti Cristo si hanno le prime produzioni di vino nella zona dell'Egeo. Seicento anni più tardi, intorno al 900 avanti Cristo, gli assiri producono già vino su larga scala. Il vino si diffonde in mesopotamia ed Europa mediterranea.
L’alcol è la sostanza psicotropa maggiormente diffusa nel nostro paese. In particolare l’uso di vino durante i pasti è retaggio di una antica tradizione culturale, legata anche alla cultura cattolica nella quale il vino assume un’importanza evidente.
Novità alcol
La verità sul vino. Breve riflessione sul rapporto tra droga e scienza
Tra le antiche mura del Castello di Grinzane Cavour, nel cuore di uno dei più noti e suggestivi panorami viticoli d’Italia, è stato presentato il volume “La Verità sul Vino – Come, quando, perché il vino fa bene”, redatto dall’Osservatorio Nazionale sul Consumo Consapevole del Vino. La tesi dell’opera, sostenuta da una selezione di autorevoli studi scientifici internazionali, è che bere con moderazione giova alla salute: il resveratrolo, il più noto principio attivo presente nel vino, avrebbe infatti effetti positivi sul rallentamento del processo di invecchiamento delle cellule, sulla prevenzione del morbo di Alzahimer, sul miglioramento del controllo del diabete, oltre a proteggere il sistema cardiovascolare.
Da cosa nasce la necessità di difendere le proprietà benefiche dell’alcolico per eccellenza? Dall’allarme alcol che, diffondendosi spaventoso nelle coscienze dei cittadini attraverso gli allarmismi mediatici, rischia di trasformare la bevanda da sacra a diabolica.
E’ quindi ovvio che si corra ai ripari: demonizzare è pratica sempre ottusa, e difendere le proprie tradizioni un diritto.
Il punto è che è davvero istruttivo accostare questa levata di scudi in difesa di quella che è, a tutti gli effetti, una sostanza psicotropa (una droga), con il dibattito, ad esempio, sull’uso della marijuana terapeutica (o sulla sua liberalizzazione tout court).
Gli studi scientifici sugli effetti benefici della cannabis sono qualche migliaio, molti di più di quelli esistenti sugli esiti positivi dell’uso di alcol (ancor meno sul vino in particolare): essendo il consumo di alcol una componente normalizzata nelle abitudini alimentari e ricreative occidentali, raramente si è sentita la necessità di evidenziarne scientificamente i meriti; piuttosto, la scienza si è concentrata sui demeriti, spesso nell’ottica di stabilire scientificamente che l’alcol è a tutti gli effetti una droga, anche assai pericolosa, e che dunque sarebbe necessario rivedere i parametri attraverso cui si stabilisce scientificamente (non culturalmente o socialmente) cosa sia una droga e perché debba essere vietata (celebre in proposito l’articolo del professor David Nutt del 2007, completamente travisato a scopi mediatici dall’Independent).
A parità di evidenze, al THC dovrebbe essere riservato lo stesso trattamento del vino, se i dati scientifici avessero una qualche rilevanza. Non è così.
Nell’ambito degli studi sulle sostanze psicotrope, la scienza occupa costantemente un piano secondario, funzionale: è strumento di supporto a idee precostruite, non fonte di ispirazione. Se così fosse, tutte le sostanze con proprietà psicotrope sarebbero o vietate, o legalizzate (magari sotto prescrizione), e non assisteremmo agli atteggiamenti schizofrenici che costituiscono la normalità del rapporto droghe-società.
Gli estimatori e i produttori di vino sfoderano studi scientifici per difendere le proprie legittime tradizioni, e possono farlo perché si muovono in un contesto in cui consumo di alcol è assolutamente condiviso, per quanto in discussione. L’apporto scientifico è un valore aggiunto, è il linguaggio più utile da utilizzare con un’audience che, in fondo, s’attende solo conferme.
Per la marijuana e i suoi derivati non vale lo stesso discorso. La scienza, che ha già ampiamente dimostrato come un consumo consapevole e moderato di THC non conduca ad alcuna controindicazione degna di nota (non esiste nemmeno la possibilità di overdose), e anzi possa risultare efficace nel contrastare gravi patologie o comunque nella terapia del dolore, resta impotente. La decisione è a priori: nell’immaginario collettivo la cannabis è una droga, nociva per definizione. Le nozioni scientifiche rimbalzano contro un muro di gomma, e tornano al mittente.
Per inciso, almeno questo è quello che è accaduto per tutto il Novecento, perché sul nuovo millennio sta forse sorgendo l’alba di un nuovo di paradigma: proprio quando il muro di gomma si è fatto più solido, con l’inasprirsi della Guerra alla Droga, ha cominciato a mostrare le sue crepe. Negli Stati Uniti, leader dell’ideologia antidroga più bellicosa e intransigente, la situazione sta lentamente cambiando, e la marijuana terapeutica si sta diffondendo sempre più ampiamente. Inoltre gli economisti, che sono gli unici scienziati sociali la cui parola può divenire legge, si stanno rendendo conto della danarosa follia delle politiche vigenti in materia di lotta alla droga.
Per adesso, però, prima valgono ancora l’immaginario collettivo e gli interessi politici ed economici. Poi, staccata di diverse lunghezza, arranca la scienza.
La questione droga resta culturalmente determinata, e costantemente relativa: ogni società è gelosa delle proprie sostanze e impaurita da quelle aliene, e non c’è scienziato che tenga. L’immaginario drogastico è legato all’irrazionale, all’emotivo, al mistico e al religioso. Per questo l’oggettività scientifica non occuperà mai una posizione dominante, a meno che le sue affermazioni non siano coerenti con le decisioni già prese, a volte millenni prima, dal sistema culturale.
Ogni cultura “difende” le proprie droghe. L’alcol è un esempio, ma potremmo anche riferirci al khat (o qat) consumato abitualmente nel Corno d’Africa e in Yemen, o la coca rivendicata come pianta tradizionale da Evo Morales, in Bolivia. Che lo si rifiuti o meno, le sostanze psicotrope sono state nella storia e sono tuttora fondamentali nel definire una cultura e un’identità condivisa: una tradizione, insomma. I difensori del vino si mobilitano così in tutela di una pratica che investe non solo i riti secolari e le relazioni sociali che orbitano intorno al bicchiere, ma anche la conoscenza millenaria, artigiana, che sostiene la produzione di vino, e persino l’appartenenza della vite ad alcuni celebri paesaggi italiani, che davvero non sarebbero ugualmente deliziosi se privati dei viticci. Un patrimonio, insomma: altro che una droga. Ed è sacrosanto. Come è sacrosanto che Morales difenda la coca e i Rastafariani la cannabis. Solo che coca e cannabis sono illegali, perché non appartengono alla cultura dominante.
Ogni cultura ha la sua droga, ben integrata nei processi sociali e mantenuta sotto controllo mediante la prassi maturata da tradizioni millenaria, e integrata nelle credenze religiose. Fintanto che i sistemi culturali coincidevano con i confini geografici che li contenevano, e le sostanze restavano entro questi confini, vale a dire dove risiedevano anche le “istruzioni” per utilizzarle senza pericoli, tutto funzionava a meraviglia. Poi è arrivata l’epoca coloniale, da cui la globalizzazione. Le sostanze hanno cominciato a varcare i confini territoriali e raggiungere luoghi lontani, in cui si sono trasformate in qualcosa di molto simile alle pestilenze (pensiamo all’alcol per gli indiani d’America, o ai derivati dell’oppio in Occidente), proprio perché la merce droga viaggia molto più rapidamente delle tradizioni utili a tenerla sotto controllo, ed utilizzata per scopi ben diversi da quelli originari (medico-religiosi).
Ecco, anche, contro cosa lottano i difensori del vino. L’invasione di campo. Il rischio che l’incontrollabilità di sostanze che giungono da lontano, senza controllo, rendano incontrollabile anche il consumo del nostro vino. Che il vino diventi una “droga” come un’altra, perdendo per strada tutte quelle prassi maturate nei secoli e utili a proteggere i consumatori dai suoi pericoli.
Peccato che la difesa del vino non sia in realtà consapevole di questi aspetti, e spesso si riduca alla tutela di una fonte di guadagno. E peccato anche che ad altre sostanze non sia concessa la stessa opportunità.
di Luca Borello, su ADUC DROGHE
ritiro patente per uso alcool
buona sera,mi è stata ritirata la patente con un tasso di 1. 07 ho distrutto la macchina poco prima, perchè uno è uscito dal suo passo carrabile in retromarcia mi ha preso ho perso il controllo della mia sbattendo a destra e sinistra senza nessun ferito soltanto vetture a cosa vado in contro :grazie
RUGBY, GALLES: MULTA E 15 MESI SENZA PATENTE PR POWELL
1000 sterline e senza patente per 15 mesi. E' costata cara la bravata al flanker del Galles, Andy Powell, che aveva guidato un buggy elettrico da golf sull'autostrada in stato di ubriachezza.Il 28enne rugbista, giudicato oggi, ha ammesso le proprie responsabilità nel corso dell'udienza tenutasi presso il Tribunale di Cardiff. I fatti risalivano all'alba successiva al match del 13 febbraio scorso fra Galles e Scozia. Dopo la partita i giocatori delle due squadre avevano partecipato al 'terzo tempo' e Powell aveva alzato il gomito uscendo dal party in stato di ebbrezza. Tornato in albergo, un 'resort' con annesso campo da golf, era salito sulla vettura elettrica e poi si era immesso in autostrada. La polizia lo aveva fermato sulla piazzola di una stazione di servizio, e lo aveva arrestato rilasciandolo su cauzione.Powell è stato immediatamente escluso dalla nazionale del Galles per tutto il resto del Sei Nazioni. L'avvocato del giocatore, Conrad Gadd, ha fatto sapere che il suo assistito è "rammaricato, perchè qualunque ragazzo che lo vede come un eroe può pensare che questo comportamento sia accettabile. Lui invece vuole chiarire che non è così".
Federvini: il consumo di alcol in Italia legato a convivialità e buona tavola.
Federvini afferma, che i dati del ministero della Salute sulla questione alcolici, e problemi alcol-correlati negli 2007/2008 “dimostrano come il nostro Paese se confrontato col resto degli Stati dell’Unione registra livelli medi di consumo delle bevande alcoliche inferiori alla media europea“.
“Nonostante l’esistenza di comportamenti a rischio che non vanno sottovalutati, il consumo di bevande alcoliche in Italia resta saldamente legato a uno stile e a una tradizione legata alla convivialità, alla buona tavola e alla moderazione”.
“Contrariamente a quanto succede negli altri Paesi europei come Regno unito e Germania – continua Federvini – la tendenza a eccedere con l’alcol riguarda una piccola parte della popolazione. In particolare poi, il Binge drinking, il bere non spesso ma molto, nel nostro Paese è un fenomeno meno frequente e riguarda un segmento molto ristretto di giovani, solo uno su dieci”.
Inoltre, nei mesi scorsi, la Federvini si è resa promotrice del lancio si una campagna pubblicitaria contro l’alcol, realizzata dalla stessa federazione in collaborazione con Mediaset ed altre emittenti locali, al fine di attuare una buona prevenzione contro i comportamenti a rischio.
“Occorre essere molto chiari nella condanna dei comportamenti legati all’abuso, come il binge drinking, ed educare soprattutto i giovani al gusto del bere moderato come valido deterrente allo sballo. Per questo motivo Federvini sottolinea la necessità di adottare un approccio positivo che eviti di demonizzare le bevande alcoliche e imponga inutili divieti, spesso facilmente aggirati, come unico modo per evitare il fenomeno dello sballo”.
La federazione conclude con la raccomandazione di applicare e rispettare “regole certe, soprattutto per quel che riguarda i limiti alla somministrazione di bevande alcoliche ai più giovani e i livelli consentiti per chi si mette alla guida, anche attraverso maggiori controlli nei locali e sulle strade”.
giulia di trinca, newnotizie.it
Sesso droghe e sballi
Per molte persone il sesso è ormai legato al consumo di droghe. Quasi una conditio sine qua non, il che la dice lunga, credo, sulle difficoltà di relazione che abbiamo nei nostri tempi.
I famosi sballi del sabato sera si basano principalmente sull’uso di droghe così dette “ricreazionali“, cioè che riescono a facilitare i rapporti sociali, a vincere inibizioni e tabù e a far apparire tutto più facile, tutto più desiderabile.
In uno studio spagnolo appena pubblicato sono stati intervistati 100 ragazzi, ai quali è stato chiesto di compilare un questionario per raccontare le proprie esperienze sessuali, l’uso di droghe ricreazionali, l’abitudine di frequentare discoteche, pub, bar ecc nel week end.
Risultato: l’alcol è sicuramente la droga più popolare (soprattutto per iniziare l’incontro sessuale, per le esperienze più inusuali o particolarmente “hot”, per prolungare l’atto sessuale o accrescere il desiderio). Per avere migliori prestazioni sessuali però i ragazzi hanno affermato di ricorrere preferibilmente alla cocaina.
La Cannabis sembra invece poco popolare per lo sballo del sabato sera, in quanto ha effetti rilassanti, che portano più verso il sonno che verso l’eccitazione. L’ecstasy viene scelta principalmente per rimanere attivi e per divertirsi, ma non per migliorare le performances sessuali.
Le ragazze usano l’alcol più dei ragazzi, soprattutto per accrescere il desiderio, oppure quando vogliono fare del sesso “strano”, o per prolungarne la durata.
via: Psiconautica
info albumina
Ciao Tiziana, abbiamo spostato la tua domanda nelle Domande agli Operatori.
Dove pubblicheremo anche la risposta.
Il motivo di questo nostro intervento lo puoi leggere due articoli qui sotto.
Grazie
La Redazione
Indagine sull'alcol, il primo bicchiere a 12 anni
Un italiano su 10 esagera nel consumo di alcol e sono oltre 9 milioni (il 15,9% della popolazione) i bevitori "a rischio". Il primo "bicchierino" si manda giù prestissimo, a poco più di 12 anni, contro una media europea, di 14,6 anni e il 17,6% di ragazzi, tra gli 11 e i 15 anni, circa mezzo milione, consuma abitualmente bevande alcoliche, in un'età al di sotto di quella legale e per la quale il consumo consigliato di alcol è pari a zero. A finire sotto accusa sono soprattutto le nuove mode del bere, importate dall'estero, come il binge drinking, consumi occasionali di alcol ad alta intensità, che interessa un italiano su 3, almeno una volta a settimana. È questa la fotografia sul consumo di alcol nel Belpaese, scattata dal ministero della Salute, nella sua relazione annuale, relativa al 2007-2008, trasmessa ai presidenti di Camera e Senato, a metà gennaio. «La bassa età del primo contatto con le bevande alcoliche - ha sottolineato il ministro della Salute Ferruccio Fazio - è l'aspetto di maggiore debolezza del nostro Paese nel confronto con l'Europa e su cui bisogna agire subito e in fretta, soprattutto in termini di prevenzione». Rispetto ad altri Paesi, evidenzia la relazione, l'Italia presenta una minore prevalenza di consumatori di bevande alcoliche e una minore diffusione del binge drinking. Tuttavia, fra coloro che consumano alcol, ben il 26% lo fa quotidianamente (il doppio della media europea), il 14% lo fa da 4 a 5 volte a settimana (valore più alto in Europa) e il 34% pratica il binge drinking almeno una volta a settimana (contro il 28% della media europea). Cresce poi nel tempo la prevalenza delle donne consumatrici e nei ricoveri ospedalieri risulta in aumento la percentuale di diagnosi ospedaliere per cirrosi epatica alcolica in rapporto alle altre diagnosi (+ 6,5 punti percentuali dal 2000 al 2006). Nel 2008, si sono contati inoltre circa 60mila alcol-dipendenti, con una spesa complessiva (convenzionata e non) pari a circa 4,4 milioni, più o meno in linea con quella sostenuta nel 2007. Lo studio focalizza poi l'attenzione sui giovani. A rischio è soprattutto il consumo di alcol fuori pasto, che ha riguardato, nel 2008, il 31,7% dei maschi e il 21,3% delle femmine di età compresa fra gli 11 e i 24 anni. Nella stessa fascia di età, il 13,2% dei maschi e il 4,4% delle femmine ha praticato il binge drinking. Spicca poi come tra i 14 e i 17 anni la "bevuta fuori pasto" abbia conosciuto, dal 1995 al 2008, un vero e proprio boom, passando dal 12,9 al 22,7% tra i maschi e addirittura dal 6 al 14,4% tra le femmine. E i giovani al di sotto dei 30 anni rappresentano ormai il 10% degli utenti in trattamento nei servizi alcologici territoriali del Ssn. Dati che si riflettono sui numeri (tragici) degli incidenti stradali: 29.672 feriti di 30-34 anni e 432 morti di 25-29 anni nel 2007, e l'ebbrezza da alcol ha rappresentato, sempre nel 2007, il 2,09 % del totale di tutte le cause di incidente stradale rilevate. Il problema, ha spiegato al Sole24Ore.com, Emanuele Scafato, direttore dell'Osservatorio nazionale alcol dell'Istituto superiore di sanità, è che ormai l'alcol per i ragazzi è diventato una sorta di "lubrificante sociale", nonostante studi scientifici internazionali, lo annoverino tra le cinque sostanze più dannose per l'organismo, al pari di droga e oppiacei. Scafato punta il dito soprattutto sull'eccessiva "disponibilità" dei prodotti alcolici, causati anche da politiche di marketing sfrenato. Una realtà fotografata dalla sproporzione negli investimenti in prevenzione e salute. «In Italia - ha ricordato - vengono spesi ben 169 milioni per pubblicizzare prodotti legati al bere e appena un milione (lo stanziamento previsto dalla legge 125 del 2001, ndr) per la prevenzione dei rischi legati all'alcol».
fonte ilsole24ore.com
USA - Alcool e droghe. Aumentano i consumi tra i giovani
(Aduc Droghe) Inversione di tendenza su consumo di alcol e droga tra i giovani: mentre negli ultimi anni vi era stato un progressivo calo, nell'ultimo anno i consumi sono tornati a crescere. Lo ha rivelato un'indagine condotta dalla associazione indipendente Partnership for a Drug-Free America, che ogni anno rileva il fenomeno. 'Siamo un po' preoccupati per i dati di quest'anno - ha spiegato il direttore della strategia, Sean Clarkin - perche' dalle dinamiche rilevate potremmo assistere all'inizio di una nuova tendenza'. Nell'ultimo anno i giovani tra i 14 e i 18 anni che hanno consumato alcol sono aumentati del 4%, passando dal 35% del 2008 al 39% del 2009. Ma nell'ultimo mese l'indagine ha registrato un picco di +11%, considerato 'preoccupante' dai ricercatori. Nel 2008 erano 5,8 milioni i giovani che bevevano, ora sono 6,5 milioni. La ricerca ha sottolineato che negli ultimi dieci anni vi era stato un progressivo calo per quanto riguarda il consumo di alcol e droga tra i giovani. Nel 1998 erano quasi il 50% coloro che ammettevano di bere sostanze alcoliche, e circa il 27% coloro che ammettevano di fare uso di droghe. Questi dati hanno registrato un progressivo calo nell'arco di dieci anni, ma dai dati rilevati per il 2009 le percentuali sono tornate a crescere. In aumento soprattutto il consumo di ecstasy, anche se la ricerca non ha fornito dati specifici.
Alcol: le pubblicità choc fanno bere di più
"Queste iniziative possono favorire il consumo invece di ridurlo"
(newsfood.com) Le campagne di sensibilizzazione contro l'alcolismo sono ad efficacia limitata. Anzi, rischiano di provocare un effetto boomerang, spingendo così a maggiore consumo di alcolici.
E' quanto risulta da una ricerca dell'Indiana University Kelley School of Business, diretta dal professor Adam Duhachek e prossimamente pubblicata sul "Journal of Marketing Research".
Il team del professor Duhachek ha lavorato con 1.200 studenti, facendo vedere loro campagne anti-alcol basate sulla vergogna e sul senso di colpa per aver abusato della sostanza, provocando danni a sé e agli altri.
Gli scienziati hanno così notato come i volontari non fossero minimamente toccati, in quanto percepivano i protagonisti dei filmati come "estremisti", lontani dal loro modo di essere. Insomma, la durezza delle scene e delle situazioni estraniava i giovani dal problema, convivendoli della giustezza del proprio modo di bere, vissuto come giusto.
Allora,conclude Duhachek, "La sanità pubblica spende molto, in tempo e denaro, in queste campagne che, alla fine, fanno più male che bene. Queste iniziative, infatti, possono favorire il consumo invece di ridurlo"
Fonte: "Anti-drinking ads can increase alcohol use, IU Kelley School study shows", Indiana University, 24/02/010
Matteo Clerici, su newsfood.com
ALCOL: PER 60% GIOVANI FAMIGLIA E' PRIMO RIFERIMENTO
L'Unità - (ANSA) Arriva proprio dai ragazzi una conferma sulla centralita' della famiglia anche in tema di consumo responsabile in tema di alcol. E' quanto emerge da una ricerca Doxa/Osservatorio Permanente Giovani e Alcol, presentata questa mattina nel corso del lancio della campagna ''Le parole per dirlo'', realizzata da AssoBirra con il patrocinio del ministero della Gioventu'. Secondo lo studio, infatti, per 6 ragazzi su 10 (59,8%) i genitori sono il primo punto di riferimento rispetto al modo di consumare bevande alcoliche. Davanti, quasi a sorpresa, all'amico fidato (49%) e al medico di famiglia (42,3%), figura che assume comunque un ruolo importante, soprattutto se si guarda la sfiducia mostrata nei confronti delle agenzie educative, in particolare la scuola (25%), e del ruolo secondario attribuito al gruppo dei coetanei (33,5%). Piu' in generale, 7 ragazzi su 10 (69,8%) ritengono che i genitori facciano bene a dare raccomandazioni sul tema alcol. E persino i piu' ''contestatori'' (26%) ritengono che sia un dovere dei genitori dispensare consigli, anche se spesso poi decidono di non seguirli.(ANSA).
STATO DI EBREZZA
CIAO MI HANNO RITIRATO LA PATENTE IN STATO DI EBREZZA 1,7 , MA VORREI SAPERE CHE TIPO DI ESAME TI FANNO ,TI FANNO ANCHE QUELLO DEL THC ? è PREVISTO?
SALUTI CH.
Alcol e droghe anche tra i “bravi ragazzi” delle parrocchie. Ma il gruppo protegge
Indagine dell’Osservatorio dipendenze Ausl Bologna su 700 ragazzi di Treviso, Reggio Calabria, Brescia e Bologna. Un ragazzo su cinque ha fatto uso di cannabis, 7 su 10 consumano alcol, anche se “in modo non problematico”. Molto più raro l’uso di cocaina
BOLOGNA – Gli stupefacenti entrano anche nelle parrocchie. Che non sono più isole felici, ma continuano comunque ad esercitare un “effetto protettivo” su chi le frequenta. Anche tra i giovani dei gruppi legati a comunità parrocchiali c’è consumo di sostanze, in prevalenza alcol e cannabinoidi, ma questi ragazzi sembrano essere maggiormente al riparo da comportamenti autolesivi e pericolosi. È quanto emerge da uno studio di Raimondo Maria Pavarin – responsabile dell’Osservatorio epidemiologico sulle dipendenze patologiche della Ausl di Bologna – intitolato “L’effetto protettivo dell’appartenenza a gruppi religiosi nell’uso di sostanze psicoattive”. Presentata ieri alla facoltà di Scienze della formazione di Bologna, la ricerca riguarda un campione di 700 giovani parrocchiani, dall’adolescenza ai 26 anni, messi a confronto con un gruppo di controllo di 3600 loro coetanei, intervistati tra Treviso, Reggio Calabria, Brescia e Bologna. Quale rapporto ha con gli stupefacenti chi frequenta il mondo parrocchiale? Un ragazzo su cinque riferisce di aver fatto uso di cannabis, e sette su dieci di aver usato alcool, anche se in modo non problematico, ovvero senza abusarne. Molto più raro l’uso di sostanze quali la cocaina (0.8%) e l’oppio (1.4%). Ma se tra i “bravi ragazzi” delle parrocchie l’uso di sostanze stupefacenti sembra essere molto meno frequente, è notevole invece il fatto che l’età del primo uso sia tra loro sensibilmente più bassa. Tra i giovani “parrocchiani” si registra una percentuale maggiore di soggetti che hanno consumato sostanze prima dei 16 anni, “quindi – dice Pavarin – paradossalmente sono più a rischio”. A fare la differenza tra i ragazzi dentro e fuori dalle parrocchie, comunque, non è tanto l’uso di stupefacenti quanto le relative motivazioni e la gestione dei rapporti personali. Tra i “bravi ragazzi” l’uso di sostanze è legato quasi sempre alla curiosità, alla socialità e alla ricerca di nuove sensazioni: del tutto assente è il bisogno di automedicazione, una motivazione tipica invece al di fuori del loro mondo. Pressoché assenti sono anche i comportamenti pericolosi, come la guida in stato d’ebbrezza, o i mix tra sostanze diverse ed alcolici. I giovani parrocchiani sembrano inoltre tenere in maggior considerazione lo stigma sociale associato agli stupefacenti: i loro timori non sono legati solo alle conseguenze psicofisiche dell’uso, ma anche a quelle sociali. Ed è proprio la dimensione della socialità a far sì che il mondo delle parrocchie eserciti ancora un “effetto protettivo” da atteggiamenti devianti. “L’appartenenza ai gruppi religiosi – chiarisce Pavarin - esercita sui ragazzi un effetto protettivo indiretto. Aspetti molto importanti in questo senso sono l’orientamento a valori positivi e la presenza di adulti nelle attività di gruppo: si entra in un mondo in cui il sentire è orientato costruttivamente, e questo dà ai giovani gli strumenti per una diversa gestione dei problemi”. Le differenze più significative iniziano a delinearsi con l’avanzare dell’età. “Fino ai 18 anni – continua Pavarin - le percentuali d’uso sono abbastanza simili tra il mondo parrocchiale e quello al di fuori. Dai 18 anni in su, però, tra i ragazzi delle parrocchie l’uso di sostanze e i relativi comportamenti vanno sensibilmente restringendosi. Questo perché probabilmente avviene una sorta di selezione interna: chi non ha aderito ai valori della parrocchia, la abbandona”. Pur non essendo immuni dai problemi di molti loro coetanei, i giovani parrocchiani intervistati sembrano affrontarli in maniera differente. “Si sentono meno depressi – continua Pavarin – ma spesso riferiscono di sentirsi isolati. È notevole come il 15% delle ragazze soffra d’ansia. In generale però hanno una migliore relazione con i familiari, con gli amici e con il partner. Hanno meno problemi a scuola e nel mondo del lavoro. Non manifestano comportamenti pericolosi e difficilmente rimangono coinvolti in incidenti stradali. Usano sostanze per facilitare i percorsi di socialità, ma le vivono in maniera conflittuale”. “Le richieste che i ragazzi fanno alle parrocchie – spiega don Giuseppe Dossetti, presidente del Centro di solidarietà di Reggio Emilia - ormai trascendono il fattore religioso. Nell’effetto protettivo esercitato dai gruppi religiosi fondamentali sono oggi la dimensione comunicativa e collettiva, anche nella gestione dei problemi esistenziali, in cui appunto l’elemento prettamente religioso non interviene in maniera determinante. Ciò che è determinante invece è la qualità del legame che si instaura nei gruppi parrocchiali. Spesso nell’adolescenza si tende a confondere la comunicazione con la prossimità: si è vicini ma in realtà non si comunica, se non a un livello superficiale. Riuscire a creare occasioni di vera fiducia tra i ragazzi non è una sfida semplice, ma è l’unica vera via per creare un’identità che non abbia bisogno di appoggiarsi alle sostanze”. (as)
fonte: redattoresociale.it

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