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Novità altro

Sostanze stimolanti, la lezione del caffè

Salvina Rissa, Inchiesta sulle NPS per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto.

La visione emergenziale delle nuove sostanze psicoattive (Nps) fa sì che si confondano sostanze dai diversi effetti e dalla diversa storia e acculturazione. Ma appiattire le differenze sotto la coperta della proibizione, rende più difficile la comprensione dei fenomeni e dei rischi relativi, paradossalmente. La scure repressiva si abbatte indiscriminatamente sia sulle sostanze di sintesi, che il mercato globalizzato sforna in infinite combinazioni chimiche, vendute tramite il web; sia farmaci di largo uso come la ketamina (vedi Manifesto, 17 dicembre); sia blande sostanze stimolanti di origine vegetale. Fra queste, c’è l’efedra, recentemente messa al bando dall’Unione Europea con l’argomento che può essere usata come precursore nella produzione delle metamfetamine. Ma anche il khat, di antico uso tradizionale presso comunità somale e yemenite, è di recente entrato nel mirino. Il caso del khat ricalca quello ketamina. Nel 2006, il comitato di esperti della Oms dava parere contrario a sottoporre questa sostanza al divieto internazionale secondo le convenzioni Onu. Ciononostante, dietro l’allarme del International Narcotics Control Board (Incb), ben 14 paesi europei (fra cui l’Italia, Germania e Francia), hanno introdotto la proibizione del khat nelle legislazioni nazionali. E’ clamoroso il conflitto sviluppatosi nel Regno Unito fra l’organismo scientifico di consulenza del governo, lo Advisory Council on the Misuse of Drugs (Acmd), e lo stesso governo britannico. Nel gennaio 2013, lo Acmd giudicava che le evidenze sui danni del khat non giustificassero la proibizione; sei mesi dopo, lo Home Office dichiarava illegale la sostanza, dicendo che “i rischi del khat potevano essere stati sottostimati”(sic!).

Il bando dei blandi stimolanti vegetali di uso tradizionale è tanto più assurdo a fronte dell’aggressività del mercato globalizzato, che tende a sfornare preparati inediti in forma sempre più concentrata, che non possiedono una cultura consolidata di rituali e prescrizioni sociali d’uso. Proprio per questo deficit di socialità delle nuove sostanze sintetiche, la ricchezza di sapere (sociale) delle “vecchie” sostanze tradizionali dovrebbe essere considerata con tanto maggiore attenzione. Con l’occhio rivolto al contesto sociale oltre che alla chimica, l’antropologo britannico Anthony Henmann, ha di recente tracciato un parallelo fra la storia dei due più importanti stimolanti tradizionali, la caffeina da una parte, assunta sotto forma di caffè e di tè in Occidente; la coca, dall’altra, consumata tramite masticazione della foglia, in America Latina. Nel caso della caffeina, lo “addomesticamento” della componente psicoattiva è avvenuto tramite la trasformazione del caffè e del tè in “generi di conforto”, in cui il piacere dell’effetto stimolante si fonde col piacere della bevanda calda, spesso arricchita dall’aggiunta di latte. Il fatto che la caffeina sia stata sempre percepita come una “non-droga” e non sia stata stigmatizzata per i suoi effetti psicoattivi non ha affatto favorito lo sviluppo di concentrati più rischiosi; né ha impedito la conoscenza diffusa dei rischi della caffeina in caso di eccesso. In altre parole, la ritualizzazione della caffeina nell’uso del caffè e del tè è un buon esempio di regolazione sociale. Opposto il caso della coca. Il riduzionismo farmacocentrico ha fatto sì che il nuovo alcaloide passasse in pochi decenni da panacea a flagello, trascinando nel bando anche la foglia di coca: rimasta così confinata (e stigmatizzata) nei paesi d’origine, mentre in occidente si affermavano forme più concentrate e contaminate del principio attivo, come il crack.

Il saggio “The regulation of plant-based stimulants” di Anthony Henmann su www.fuoriluogo.it

pornografia in numeri

La pornografia on line che numeri ha ?

Onlineschool.org riporta:

  • il giro d’affari del porno online è di oltre 4 miliardi di euro
  • il 35% di tutti i download effettuati da Internet è porno
  • ogni secondo oltre 28.000 persone si collegano a un sito hard.
  • ogni giorno nel mondo circolano oltre 2,5 miliardi di e-mail hot.
  • ogni secondo vengono spesi online 2800 euro per contenuti pornografici.

Tanti problemi ovviamente si legano alla “visione adatta ad un pubblico adulto”.
Dalla definizione di normalità al disagio sino alla franca dipendenza, oramai nota.
Non ultimi ad essere implicati sono gli adolescenti; le possibilità della multimedialità li sposta su terreni per i quali andrebbero meglio preparati.
La dimensione dell’affetto, della sessualità, del genere e complessivamente la costruzione della relazione con l’altro sesso possono essere fortemente minacciati.

- See more at: www.insostanza.it/domanda/pornografia-on-line/#sthash.9zrPBlYz.dpuf

Epatite C, primo ricorso contro linee guida Aifa. Tre malati: "Subito anche a noi e a carico Asl"

 ROMA - La distribuzione del sofosbuvir, il costosissimo farmaco anti-epatite C, va a rilento nelle Regioni e iniziano i ricorsi ai giudici da parte di pazienti che vogliono subito il medicinale. C'è un nuovo passaggio, che coinvolge la magistratura ed era per certi versi prevedibile, nella storia italiana del medicinale in grado di debellare una malattia diffusissima, da cui molti non sanno nemmeno di essere colpiti. 

Dopo mesi di attesa per la contrattazione del prezzo tra Aifa e la farmaceutica Gilead Science e dopo le esitazioni delle amministrazioni locali, arrivano anche i giudici. Un avvocato di Parma ha annunciato di assistere tre persone, anziani in condizioni di salute precarie, che vogliono subito il medicinale. 

L'avvocato Claudio Defilippi ha presentato ricorso per tre malati in base all'articolo 700 del codice di procedura civile, quello per ottenere provvedimenti di urgenza. I suoi assistiti, probabilmente, avrebbero diritto ad ottenere il farmaco dalla loro Regione ma evidentemente non vogliono aspettare e nemmeno pagare 70.000 euro di tasca propria. L'Emilia Romagna tra l'altro è una delle amministrazioni che hanno già iniziato a consegnare il medicinale. 

È stata Aifa a stabilire, sentiti gli esperti, quali sono i malati gravi da curare prima. L'obiettivo è di trattare circa 50mila persone in un anno e mezzo. La spesa del servizio pubblico per il farmaco inizialmente sarà di circa 43.000 euro, e scenderà via via che aumenterà il numero di dosi acquistate, fino a circa 4.000 euro. Il sofosbuvir è nel prontuario da dicembre, il ministero ha promesso un miliardo di euro alle Regioni per acquistarlo ma molte sono indietro.

Mentre Toscana, Emilia, Veneto, Lombardia e altre hanno iniziato la somministrazione "ci sono Calabria, Sicilia, Campania e Molise che non hanno nemmeno individuato i centri che dovranno prescriverlo", dice Ivan Gardini dell'associazione di malati Epac. "È una cosa vergognosa, stanno violando la legge, questo è un farmaco innovativo che doveva essere reso disponibile immediatamente. E invece abbiamo realtà che anche se partite lo somministrano lentamente e altre che ancora non si sono mosse. Mi aspettavo che arrivassero dei ricorsi".
Repubblica www.repubblica.it/salute/interattivi/2015/02/07/news/epatite_c_primo_ricorso_contro_le_linee_guida_aifa_lo_vogliamo_rimborsato_anche_noi-106780082/

Cibo malato: storia dei disturbi alimentari

www.linkiesta.it/anoressia-bulimia-ossessione-cibo-state-of-mind

Anoressia e bulimia vengono categorizzate nell’800, ma il boom è negli edonistici anni ’80

Giovanni M. Ruggiero

Le difficoltà psicologiche, le ossessioni per il controllo e l’autostima rendono la magrezza un fine e non un mezzo

Immagine tratta da Flickr, di timshortt

In collaborazione con il sito State of Mind

Non so quando precisamente il cibo sia entrato a far parte della cultura di massa ed è diventato un oggetto di culto popolare, cult e pop. Più che le ricette in sé forse furono importanti i libri di ricette che diffusero il sapere dalle cucine aristocratiche a quelle borghesi. Oppure certi segnali, come le frasi celebri. Forse prima di Oscar Wilde a nessun letterato sarebbe venuto in mente un aforisma su quanto sia importante il cibo e, soprattutto, quanto siano irrimediabilmente noiosi quelli che non prendono sul serio il cibo. Wilde stava seminando il terreno delle foto di piatti disseminate sui social. Non sono un esperto di storia delle idee, ma ho l’impressione che il cibo è diventato “borghese” nell’800 e “pop” negli anni ’80 del secolo scorso.

Forse la stessa cosa è accaduta ai disturbi psicologici legati al cibo. Nell’ottocento la cultura medica “borghese” li individua e li definisce. Nel 1873 il medico francese Charles Lasègue, riportò otto casi di emaciazione e deprivazione alimentare su base psicologica, e pose grande enfasi sulla sofferenza emotiva dei pazienti. In quello stesso 1873 a Londra William Gull descrisse tre casi e li denominò per la prima volta con il termine che poi si sarebbe universalmente affermato: anoressia nervosa. Due anni dopo, nel 1875, in Italia a Bologna Giovanni Brugnoli descrisse altri due casi.

Dopo queste prime segnalazioni si assiste a un silenzio prolungato per alcuni decenni, in cui si cercano spiegazioni neurologiche per questi disturbi. A ridosso degli anni ‘80 Hilde Bruch (1973) e Mara Selvini-Palazzoli (1963) riaffermano la natura psicologica dei disturbi alimentari e li descrivono come un paralizzante senso di inadeguatezza e di insufficienza di fronte agli impegni della vita adulta a cui si unisce la restrizione alimentare come surrogato illusorio di quel carente senso di competenza, efficacia e autonomia personale di queste pazienti. Ancor più chiaro il legame della bulimia con gli anni ’80. Questa sindrome è stata definita nel 1979 dallo psichiatra inglese Gerald Russell.

È negli anni ’80 del ’900 che anoressia e bulimia entrano a far parte della cultura di massa e diventano un oggetto quasi pop di campagne pubblicitarie di sensibilizzazione. Fino a quel momento si trattava di curiosità psichiatriche da circo, stramberie simile alle isteriche del maestro di Freud, il professor Charcot della Salpetrière di Parigi. Poi improvvisamente sembrarono diventare quasi un’epidemia e soprattutto assunsero un valore simbolico. Che trasformazione! Da residuo polveroso della psichiatria ottocentesca a malessere psicologico legato al consumismo degli anni ’80.

Quegli anni – ricordate? – furono il tempo del ritorno al privato e di un rinnovato edonismo. Cambiati i valori, improvvisamente l’ideale non era più rinnovare il mondo ma affermarsi personalmente, realizzarsi. Le professioni economiche diventarono appetibili. Gordon Gekko, pescecane della Borsa di New York, rubava la scena e si impadroniva del film “Wall Street” di Oliver Stone. Un ideale neopagano di bellezza, forza, potere e splendore personale prendeva possesso dell’immaginario pubblico.

 

Breve annotazione: cosa s’intende per anoressia e bulimia? La prima è la repulsione volontaria e ossessiva nei confronti del cibo generata da un intenso timore di poter diventare grassi o addirittura dalla convinzione erronea di essere sovrappeso. La bulimia è invece contraddistinta da episodi di abbuffate (consumo rapido di abbondanti quantità di cibo a elevato contenuto calorico) accompagnati da comportamenti di compenso, tra i quali il più diffuso è il vomito autoindotto, oltre all’uso smodato di diuretici e lassativi, il digiuno e l’attività fisica eccessiva. Il fine di questi comportamenti è attenuare il senso di colpa e l’aumento di peso procurati dall'abbuffata.

L’associazione d’idee tra edonismo e l’emergere dei disturbi alimentari non è intuitiva. Il rifiuto del cibo dell’anoressica sembra piuttosto una negazione di sé. Eppure non è così. Anoressia e bulimia sono tentativi di affermazione di sé nel campo del controllo del cibo e dell’aspetto fisico. I disturbi alimentari iniziano per lo più al limitare dell’adolescenza, quando si entra in un mondo sociale e competitivo di giovani adulti, dove occorre conquistare l’attenzione e la considerazione altrui. La giovane età ci rende particolarmente sensibili al giudizio altrui e ai piccoli e grandi dispiaceri delle competizioni di rango imposte dalla vita sociale. A quell’età il ruolo svolto dalla bellezza fisica è incisivo e per le donne lo è ancor di più. Il timore di non riuscire ad affermarsi, il timore di essere socialmente invisibili può generare il desiderio parossistico di aderire a un ideale fisico accettato, come è la magrezza, fino alle forme grottesche dell’estremo sottopeso dell’anoressia o al continuo vomitare quel che si mangia nella bulimia. Salvo poi riempirsi di nuovo di cibo quando si è in preda alla fame e all’insicurezza. Il cibo è fonte di angoscia, ma anche di consolazione. Mangiare ci calma, abbuffarci ancora di più.

L’individuo così cade preda di convinzioni che si definiscono, in gergo psicologico, maladattative e distorte: la convinzione di non essere all’altezza, di non avere il controllo delle situazioni e, ancora peggio, di non avere il controllo dei propri stati d’animo e delle emozioni, che appaiono assumere un carattere di intensità ingestibile (Sassaroli e Ruggiero, 2010).

I disturbi alimentari diventano simbolici di questa svolta culturale individualistica e “pop” non solo per l’ossessione verso il cibo o l’aspetto corporeo, ma ancor di più per alcuni temi psicologici più nascosti: l’ossessione per il controllo sulla realtà e per la perfezione dello sviluppo individuale e la centralità della cosiddetta autostima personale su cui fondare il proprio benessere.

Nelle epoche pre-industriali, aristocratiche e non consumistiche, questi fenomeni non erano assenti, ma assumevano significati diversi. Eppure con alcune consonanze con la modernità risuonano. In un’economia di sussistenza pochi avevano accesso al consumismo alimentare che permette il lusso oppositivo dell’astinenza dal cibo. E quando avveniva, essa assumeva un carattere religioso, come nel caso di Santa Caterina. L’astinenza dal cibo della santa aveva un valore di rinuncia, di mortificazione e di autodisciplina.

Nella santa medievale mancava il carattere di affermazione individualistica della moderna anoressia. Però è anche vero che nelle sante medievali l’astensione dal cibo era una componente di una scelta religiosa ampia e complessa che consentiva alle donne un ruolo sociale incisivo. Santa Caterina poté, grazie alla rinuncia al mondo, sottrarsi al matrimonio e attingere a una formazione culturale che altrimenti le sarebbe stata preclusa. Imparò a leggere e a scrivere e poté svolgere un ruolo sociale e politico di primo piano nella società del tempo. Partecipò a missioni diplomatiche presso la sede papale, contribuendo a far sì che il Papa tornasse a Roma da Avignone. Tutto questo può essere interpretato, in termini moderni, come segno di affermazione personale per Santa Caterina (Bell, 1985).

Tuttavia in Caterina e in altre donne l’astensione dal mondo era un percorso efficace, che effettivamente portò le sante ascetiche medievali a diventare delle personalità di primo piano. Nell’anoressia moderna il desiderio di autonomia e di affermazione è molto più problematico e contradittorio e molto meno efficace. L’anoressica è al tempo stesso attratta e intimorita dal mondo adulto delle relazioni sociali e dell’affermazione di sé. Incapace di accettare e di gestire la precarietà e la mobilità della competizione pubblica, va alla ricerca di un parametro quantificabile e controllabile e al tempo stesso carico di valore simbolico. Il peso è un numero, un parametro quantificabile. Il peso poi rimanda all’aspetto corporeo, naturalmente. E non si tratta affatto soltanto di un rimando soltanto simbolico. Con il nostro corpo, con la sua bellezza, ci presentiamo e ci facciamo accogliere, accettare e giudicare dagli altri e dal mondo. Un bell’aspetto è un buon biglietto da visita. Tuttavia, si tratta di una logorante e difficile negoziazione continua con gli altri.

La sensazione di mancanza di controllo è quindi massima, ed è proprio ciò che teme l’anoressica. Di qui la scelta paradossale del disturbo alimentare: Il controllo del corpo diventa fine a se stesso, una corsa autodistruttiva in cui lo scopo iniziale, cioè poter essere accettati e piacere agli altri, è dimenticato a favore della magrezza e del controllo, che subentrano e diventano, da soli, un valore in sé.

Verona, Serpelloni licenziato dalla Ulss: fu uomo di Giovanardi a Palazzo Chigi

Fino al 2014 a capo del dipartimento Politiche antidroga della presidenza del Consiglio, dove era stato chiamato dall'ex sottosegretario a Droga e famiglia, il dirigente non è più responsabile del Sert dell'unità sanitaria veronese: allontanato "per giusta causa".

Licenziato in tronco. Come non accade praticamente mai nella pubblica amministrazione. E il suo è pure un nome di quelli che contano. Giovanni Serpelloni da ieri non è più responsabile del dipartimento Dipendenze dell’Ulss di Verona, ovvero l’Unità locale socio sanitaria chiamata altrove Asl. Il provvedimento disciplinare, preso “per giusta causa” dal direttore generale Maria Giuseppina Bonavina, non va a colpire un dirigente qualunque. Serpelloni è stato infatti a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi dal 2008 fino all’anno scorso. Chiamato a Roma da Carlo Giovanardi, ex sottosegretario a Droga e famiglia, in passato è stato al centro di polemiche perché da responsabile del dipartimento ha fatto da spalla alle politiche proibizionistiche inaugurate dalla Fini-Giovanardi. Dopo che lo scorso aprile non è stato riconfermato nel suo ruolo dal governo Renzi, Serpelloni è tornato da dove era venuto, a Verona. Ha ripreso la sua posizione al vertice del Sert, fino al licenziamento di ieri, che arriva in seguito a un’intricata vicenda sulla proprietà intellettuale di un software. E segue analoghi provvedimenti presi contro altri due medici, entrambi storici collaboratori di Serpelloni, uno dei quali è stato lasciato a casa dopo le indagini che hanno portato la Guardia di Finanza a ispezionare nei mesi scorsi gli uffici dell’Ulss per alcune collaborazioni attivate dal servizio Dipendenze.

 Il software conteso

Al centro del caso Serpelloni c’è un software, chiamato Mfp, sviluppato nel corso degli anni all’Ulss di Verona, ma utilizzato anche in altre aziende sanitarie pergestire i dati sui consumatori di stupefacenti. Serpelloni e i suoi collaboratori ne hanno rivendicato i diritti intellettuali, scontrandosi con la direzione generale dell’Ulss. La vicenda a luglio aveva già portato alla sospensione di sei medici, tra cui Serpelloni, che aveva poi convertito la sospensione dal servizio per due mesi e mezzo in una sanzione da 23mila euro. Nelle settimane successive il conflitto non si è per nulla placato, visto che Serpelloni e alcuni colleghi, con l’appoggio del Codacons, hanno presentato un ricorso al Tar per lesione dei diritti degli autori e un esposto in procura contro i provvedimenti disciplinari. E proprio quanto riportato nella querela è stato causa del licenziamento di ieri, visto che, secondo la direzione generale, ha consentito di venire a conoscenza di irregolarità commesse contro l’amministrazione. Serpelloni definisce il provvedimento “un atto del tutto illegittimo, adottato con chiaro abuso di potere“. Dall’Ulss fanno sapere che i licenziamenti sono arrivati dopo quattro mesi di verifiche, il cui esito ha portato alla “risoluzione del rapporto di lavoro per giusta causa”.

Le indagini della Guardia di finanza
Il licenziamento di Serpelloni, come detto, non è l’unico che ha colpito il dipartimento Dipendenze veronese. Tre giorni fa è stato cacciato il dirigente medico Oliviero Bosco, mentre è di novembre l’allontanamento di Maurizio Gomma, che aveva diretto il Sert negli anni in cui Serpelloni era a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi. Se il licenziamento di Bosco è anch’esso legato all’esposto presentato insieme al Codacons, quello di Gomma è scaturito da una serie di verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza su mandato della procura, che secondo i vertici dell’Ulss hanno portato alla luce anomalie amministrative. In particolare sotto accusa è finita una convenzione con l’associazione European institute for health promotion di Verona, il cui comitato scientifico è costituito, tra gli altri, da Bosco e Gomma, oltre che da Bruno Genetti, consulente del dipartimento politiche antidroga e socio di Explora, una società che ha collaborato in alcuni progetti voluti da Serpelloni nel periodo romano. È questo un periodo in cui Serpelloni poteva contare per le politiche antidroga su finanziamenti da svariati milioni di euro. Almeno 52 milioni tra il 2010 e il 2013, secondo quanto dichiarato da lui stesso nel curriculum, molti dei quali investiti in progetti il cui coordinamento operativo era affidato proprio alla Ulss di Verona. Con lo svolgimento di alcuni servizi finito ‘in appaltato’ anche allo European institute for health promotion.

www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/31/verona-serpelloni-licenziato-dalla-ulss-fu-uomo-giovanardi-palazzo-chigi/1387197/

Nuggets

Kiwi tastes a golden nugget. It's delicious.Script, direction, animation: Andreas Hykade

Contenuto Redazionale "Le dipendenze patologiche, Clinica e psicopatologia" di V. Caretti - D. La Barbera, Cortina Editore

Il volume raccoglie i contributi dei principali ricercatori italiani sulle più attuali forme di dipendenza - dalle nuove droghe alle dipendenze sessuali e al cybersesso, dal gioco d'azzardo compulsivo alle dipendenze tecnologiche -, con una particolare attenzione agli aspetti clinici e psicopatologici. I singoli capitoli prendono in esame le varie tipologie della dipendenza, indagate sotto il profilo dei sintomi, del decorso e dei possibili interventi terapeutici. Vengono inoltre approfonditi gli aspetti evolutivi, al fine di chiarire le cause dei differenti disturbi comportamentali.

Gli autori

Vincenzo Caretti insegna Psicopatologia dello sviluppo presso il dipartimento di Psicologia dell'Università di Palermo. Con N. Dazzi e R. Rossi ha curato l'edizione italiana del "DSM-IV. Guida alla diagnosi dei disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza" (Milano, 2000).

Daniele La Barbera insegna Psicologia clinica presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università di Palermo.

Contenuto Redazionale El observatorio de drogas del ‘Doctor X’

 

El experto en drogas Fernando Caudevilla cerca del centro de salud en que trabaja. / SANTI BURGOS,

El Pais, sociedad.elpais.com/sociedad/2012/08/25/actualidad/1345903587_168033.html

Fernando Caudevilla es un facultativo experto en drogas que navega a contracorriente. Su discurso se aleja del de muchos otros médicos, y por eso recibe consultas de los consumidores de drogas. Hace dos meses una mujer de 57 años con cáncer de pulmón le pidió consejo. La señora había probado con la marihuana para evitar los vómitos que le producía la quimioterapia, le iba bien, pero no sabía si debía seguir consumiendo. Su oncólogo no se pronunciaba. “Quería la opinión de un médico, pero sin juicios morales”, explica Caudevilla cerca del Centro de Salud Puerta Bonita, en Carabanchel, Madrid, donde está realizando una suplencia este verano. El médico madrileño, de 38 años, informó a la mujer de los pros y los contras de su consumo y le dijo que, en caso de que decidiera seguir con la marihuana, usara un vaporizador en vez de fumarla.

A Caudevilla ya se le conoce como el Doctor X . Así le han bautizado en Energy Control, la organización con la que colabora desde hace 12 años. El apelativo, que surgió como una broma —equis es como popularmente se denomina al éxtasis, droga de diseño—, ha acabado dando nombre al consultorio online que mantiene en la web de este colectivo. Allí, los consumidores de drogas le plantean sus dudas.

Energy Control, proyecto de la ONG Asociación Bienestar y Desarrollo, es una plataforma que colabora con el Plan Nacional sobre Drogas y que trabaja en el análisis de las sustancias y en la reducción de riesgos. Su labor se desarrolla en la primera línea, por lo que suelen ser los primeros en enterarse de los cambios que se producen en el mercado. Instalan puestos en fiestas, raves y festivales para que la gente que se dispone a consumir drogas pueda obtener información in situ de qué es lo que va a tomar. En su sede de Barcelona, además, cuentan con un laboratorio en el que analizan muestras que les llevan los consumidores. Energy Control no está a favor ni en contra del consumo; asumen que este se va a producir y, por tanto, procuran ofrecer la máxima información posible al usuario.

El llamado Doctor X es médico de familia y colabora con la Sociedad Española de Medicina Familiar y Comunitaria (Semfyc). Coautor de un estudio sobre la droga 2C-B publicado en la revista científica Journal of Psychopharmacology, ya ha podido comprobar, con sus compañeros de Energy Control, que este verano han vuelto con fuerza las pastillas de éxtasis, un fenómeno que se viene registrando en el último año y medio. “El éxtasis que circula ahora es más potente”, asegura. “Se vuelven a ver pastillas con dosis medias elevadas. Contienen entre 80 y 120 miligramos de MDMA [metilendioximetanfetamina]”. Es decir, si uno consume la misma dosis que hace dos años, tiene más probabilidades de entrar en niveles que implican toxicidad. Tras dos años con gran presencia de cristal (MDMA en polvo), reaparecen las pastis. Entre otras cosas, porque es menos fácil adulterarlas.

Aàrecen nuevas drogas en el mercado como la metoxetamina

Aparecen nuevas legal highs, esas drogas que nadan en el limbo de la alegalidad y que se adquieren por Internet. Sustancias que son fruto de experimentos de laboratorio, no probadas en humanos, y que para cuando son detectadas e ilegalizadas por las autoridades europeas han sido sustituidas por una nueva versión de la que se ha modificado algún componente.

Entre ellas, la metoxetamina, droga similar a la ketamina, que produce, a dosis bajas, una ligera sedación y euforia; y cannabinoides sintéticos como el JWH-250 y el JWH-021. “Potencialmente, estas drogas son mucho más peligrosas que la cocaína, el éxtasis y el cannabis, que conocemos desde hace 80 años. Pasan directamente de la probeta a la pista de baile, y en cualquier momento, aparece una sustancia rara, y mueren cinco personas”, explica. “La solución de siempre, que es ilegalizarlas, no sirve de nada: a la siguiente semana sale otra que es aún más desconocida”.

La otra tendencia que se mantiene es la adulteración de la cocaína con levamisol, un antiparasitario que debilita las defensas y genera un descenso de los glóbulos blancos y problemas en la piel: entre el 50% y el 70% de las cocaínas están adulteradas con esta sustancia (algunas en un 10%; otras, en un 50%), asegura.

Caudevilla, que tiene previsto abrir una consulta en Madrid en otoño, recibe todo tipo de preguntas en su consultorio online de Energy Control. Entre las más frecuentes: compatibilidad de uso cuando se toman otros medicamentos; posibilidades de detección del consumo en análisis rutinarios; e interacciones entre anticonceptivos y drogas.

Contenuto Redazionale "Così cerchiamo di ricostruire le nostre vite devastate dal gioco"

Jacopo Storni, Corriere dell Sera

Monteroni D’Arbia (Siena) - Hanno perso tutto: la casa, la macchina, il lavoro, gli affetti. Hanno perso la fiducia dei familiari, hanno perso mogli e mariti, nessuno crede più a quello che dicono. Qualcuno di loro ha tentato il suicidio. E allora si giocano l’ultima carta. Non certo quella del gioco, che li ha ridotti sul lastrico, ma quella della salvezza. Per molti di loro l’asso nella manica si chiama Orthos, la prima ed unica casa d’accoglienza in Italia per dipendenti da gioco d’azzardo. Si trasferiscono qui per tre settimane, qualcuno per molto di più. Mangiano, vivono, lavorano e dormono qui. C’è chi lo chiama l’albergo dei ludopatici, è una comunità residenziale per giocatori d’azzardo, un podere incantevole fuori dal mondo, incastonato tra i vigneti e gli uliveti della campagna senese, nel Comune di Monteroni d’Arbia. 

Qui i ludopatici tentano di cambiare vita. Via il computer, incubatore di tentazioni, via il telefonino, dove chiamano spesso i debitori, via i collegamenti col mondo esterno. Si ritorna alla terra, alla vita nei campi, al sapore delle cose semplici. “Tentiamo di riscoprire il piacere della natura, di un libro, della musica e della relazione con l’altro, tutte cose che sono state perdute e che hanno comportato la caduta negli abissi del gioco, che spesso è causato da perdite o mancanze affettive ed è portatore di gravi crisi esistenziali”. Lo psichiatra Riccardo Zerbetto è il direttore di Orthos. Ha ristrutturato di sua iniziativa questi casolari grazie al contributo dell’assessorato al sociale della Regione Toscana. Crede molto nell’unicità di questo progetto: “Il trattamento ambulatoriale dei Sert spesso non è sufficiente perché i giocatori non riescono mai a staccarsi completamente dalle tentazioni materiali del gioco”. Il lavoro nei campi comprende potatura delle piante, taglio della legna, raccolta delle olive e produzione di olio. 

 

A tutto questo viene affiancato un intensivo programma terapeutico: sedute psicologiche di gruppo, incontri personalizzati, tecniche di drammatizzazione delle emozioni negative. E poi disegni di gruppo in cui raffigurare le paure inespresse, meditazione, passeggiate nel bosco e letture collettive. E ancora: il pranzo tutti assieme, i turni in cucina e nelle pulizie. Vite da condividere. Nella comunità non ci sono cuochi e non ci sono colf, gli ospiti autogestiscono la loro permanenza e questo, a detta dei responsabili, è assolutamente terapeutico. “Proviamo a riconsiderare e ricostruire l’esistenza dei nostri ospiti, questa esperienza è l’occasione per intervenire su quei fenomeni compulsivi e ossessivi che interferiscono con la capacità di regolare i propri impulsi e di realizzare un soddisfacente progetto di vita”. Gli ospiti sono seguiti da dodici operatori specializzati tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Quando i pazienti arrivano in questo casolare, non hanno più niente da perdere. “Avevo una casa e me la sono giocata, avevo una macchina e me la sono giocata. Mia moglie mi ha messo alla porta”. E allora Andrea, dopo 500mila euro buttati nel vortice dell’azzardo, è arrivato quassù, dove ha incontrato Francesco, 1 milione di debiti con l’ippica, padre di una figlia che neppure conosce: “Non conosco mia figlia, non so quali siano i suoi gusti, quali siano le materie scolastiche che preferisce. Grazie a Orthos ho conosciuto me stesso e anche i miei familiari. Prima ero un fantasma, vivevo soltanto per le corse dei cavalli, non lavoravo, non parlavo con nessuno, non curavo il mio corpo. Adesso finalmente ho una vita sociale”. Storie simili e così diverse. Avvocati e operai, ingegneri e disoccupati. 

 

Tutti possono cadere nella spirale del gioco, chiunque può arrivare a Orthos. Giovani e anziani, uomini e donne, come Angela: “Tutti i week end li trascorrevo alle slot machine. Entravo al casinò all’ora di cena e uscivo alle 5 della mattina successiva. Oppure al bar, la sera e anche la mattina per colazione. Quelle ore davanti alle slot, così piene di colori e false emozioni, erano gli unici momenti della giornata in cui mi sentivo bene. Orthos mi ha permesso di attribuire un valore diverso ai soldi, mi ha insegnato a stare con gli altri, a capire perché sono arrivata a buttare tutti i miei risparmi nel gioco. Mi riempivo la vita di azzardo perché ero vuota in tutto il resto, rifiutavo i sentimenti e su questo ha inciso pesantemente la mia infanzia, quando per due anni di fila sono stata abusata”. Anime alla deriva, stritolate dal gioco, persone che hanno perso qualsiasi etica e razionalità: “Rubavo l’incasso del ristorante a cui lavoravo per andare a giocare alle slot e alle Vlt (Video Lottery Terminal ndr),” racconta Paolo. Gli fa eco Francesco: “Chiedevo prestiti a mia moglie raccontandole che mi servivano per pagare i fornitori della mia azienda. I miei familiari non sapevano che invece mi servivano per giocare. Per nove anni ho fatto una doppia vita”. Nella comunità di Orthos ci si mette a nudo raccontando se stessi, si fanno i conti con il proprio passato, si ride ma soprattutto si piange, ritornano a galla gli scheletri del passato. Si intrecciano storie drammatiche e traumi sotterrati. Dice Lorenzo, uno dei giocatori passato da questa comunità: “Forse dovevo proprio toccare il fondo… quasi morire… per poter rinascere”.

Contenuto Redazionale L'irriverente fiorentino. Droghe a scuola. L'illusione 'consapevole' dei soliti responsabili

  di Vincenzo Donvito, Aduc Droghe            Le forze dell'ordine di Firenze pare abbiano sgominato un giro articolato di spaccio di droghe con al centro alcuni istituti scolastici superiori, coinvolti anche alcuni studenti. Il contesto e' il solito a cui siamo abituati dalle cronache nazionali, che ora magari “toccano” di piu' perche' vedono coinvolti i nostri figli, i loro compagni di scuola, insomma un contesto in cui tutti, prima o poi, ci passano, e dove tutti -spacciatori o meno che siano- sanno di cosa si stia parlando. Ecco quindi le immagini di rito: divise all'ingresso delle scuole, cani che sniffano tra banchi e zaini degli studenti, dichiarazioni di genitori affranti e di altrettanto affranti amministratori locali, fino ai politici locali che -visto che ora ce ne sono diversi fiorentini con responsabilita' nazionali- in veste di governanti del nostro Stivale, tessono le lodi dell'azione delle forze dell'ordine, auspicando una maggiore e costante presenza (1).
Ognuno, si potrebbe dire, fa il proprio mestiere. E sono per questo confortati dalle leggi che vietano e sanzionano/puniscono spaccio e consumo di droghe illegali.
A parte le forze dell'ordine che svolgono una mera e meritevole azione esecutiva, consegnando al giudizio dei togati il loro operato, ci lascia basiti la -scontata- reazione dei genitori e la -non-scontata- reazione dei politici, amministratori e governanti.
I genitori -si sa- vorrebbero i propri figli fuori da ogni questione che non sia legalita'. Come dargli torto. Ma devono comunque fare i conti con cultura e modi dei loro pargoli che, di fronte al proibito e alla possibilita' di provare le sfide della propria mente e del proprio corpo, difficilmente si tirano indietro. Auspichiamo che questi genitori ne facciano tesoro e non si comportino come spesso hanno fatto i loro altrettanto genitori (per scelta o condizionamento socio-culturale, poco importa), educandoli ed informandoli come se il fenomeno droghe non esistesse oppure presentandolo come il diavolo (un lucifero che -soprattutto nell'eta' adolescenziale- e' difficile da temere nelle diverse sfaccettature in cui viene presentato). Comunque, un fatto privato tra genitori e figli.
I politici -anche qui si sa- spesso affrontano i problemi piu' per mantenere e accrescere consensi che non per intervenire e prevenire i problemi. Non tutti i politici, per carita'. Ma nella fattispecie non abbiamo sentito o letto voci differenti che non quelle legate all'elogio (scontato e socialmente facile) delle forze dell'ordine e dell'attuale assetto normativo in materia di stupefacenti.
Domanda: ma dove vivono questi politici? Sembra che alberghino in un mondo diverso dalla nostra quotidianita'. Altrimenti non potrebbero non vedere che, nonostante le leggi e le loro reiterate “raccomandazioni” a rispettarle, soprattutto tra gli adolescenti/giovani, in materia di droghe avviene il perfetto contrario. E quel che ancor di piu' preoccupa e che non pochi di questi politici non sono incoscienti di questo scollamento tra realta' e leggi, ma fanno finta che non ci sia, nascondendo che quasi sempre il rimedio (la legge punizionista) e' origine del male (il consumo di droghe).
Noi riteniamo che le droghe oggi illegali dovrebbero essere trattate come quelle legali (alcool e tabacco, nella fattispecie), e che di conseguenza il fenomeno -in ogni contesto sociale e generazionale- sarebbe arginato grazie ad un'informazione ed una prevenzione non affidata alla mera confidenza del compagno di scuola “piu' esperto” o di improbabili manuali e circolari scolastiche che -per l'appunto- parlano di droghe come il diavolo di cui sopra. Noi, che siamo tra color che credono che responsabilita', conoscenza e informazione siano appaganti ad ogni livello (compreso il sesso e il piacere dell'alimentazione), non possiamo tacere di fronte a tanta codardia di coloro che potrebbero e che invece volontariamente tacciono.
Siamo consapevoli che non e' possibile che il politico e l'amministratore cambino le leggi nazionali (e internazionali) a margine di questi contesti scolastici. Ma pensieri, parole e azioni quantomeno per ridurre i danni dell'attuale legislazione (danni che negare significa essere “strani”) piuttosto che lodare la stessa, ci sembrano proprio opportune. O forse c'e' qualcuno che crede che dopo questi blitz domani in queste scuole non circoleranno piu' spinelli? 

(1) il sottosegretario all'Istruzione Gabriele Toccafondi, in primis

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