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Droga e soprusi quando l'Utopia diventa incubo

ANDREA Delogu è nata trent'anni fa a San Patrignano, dove ha vissuto i suoi primi dieci anni e dove entrambi i suoi genitori (si erano conosciuti là) si erano disintossicati. Negli ultimi tre anni lei e lo sceneggiatore Andrea Cedrola hanno intervistato ex ospiti della comunità fondata da Vincenzo Muccioli, hanno ricostruito storie belle e bruttissime e le hanno scritte. Il libro dei due Andrea si intitola La collina ( Fandango) ed è un romanzo in parte autobiografico e in parte corale. A narrare in prima persona è la bambina Valentina, o in qualche capitolo il padre Ivan; altre parti sono in terza persona, a narrare è la sintesi impersonale delle voci intervistate dai due autori prima della stesura del libro. È un libro potente, scritto quasi tutto al tempo presente, in un'alternanza cinematografica di scene, grande ritmo e secchezza.

La storia di tutti, nella Collina, è la trafila di dipendenza, redenzione e infine (per chi ci arriva) libertà. È la storia degli ex tossicodipendenti che in qualche modo passano l'astinenza e lavorano in comunità sino a che Riccardo Mannoni, il fondatore e capo — paterno e brusco — della Collina non li lascerà andare (chi prova a fuggire viene ripreso e punito, come la magistratura ha acconsentito si facesse). Ma anche per lo stesso Mannoni fondare la Collina ha costituito il riscatto da un periodo di lavori umilianti e rapporti famigliari frustranti.

Non è certo questa, però, la storia di Valentina, la bambina per la quale la Collina è un Eden in cui può muoversi senza rischi, allevare animali, non avere preoccupazioni materiali di alcun tipo e che solo col tempo si renderà conto della follia utopistica che regge la vita comunitaria, all'ombra del dispotico carisma di Mannoni.

Per un verso il purgatorio della Collina si scambia con il paradiso: verde, natura, animali, non manca niente, non si usa denaro e la dipendenza dalle sostanze viene sostituita dalla dipendenza dalla Collina stessa («La Collina, non ne potrai fare più a meno», dicono alcuni personaggi, prima di accorgersi che non è uno solo un possibile e scherzoso slogan pubblicitario): il vero purgatorio è la vita reale, con le sue tentazioni e la necessità di guadagnarsi da vivere. Per un altro verso, la Collina è un inferno, fatto di soprusi, regole oppressive, violenze psicologiche e fisiche, giustificate dalla necessità terapeutica. Nel libro le violenze ci sono: ma viste con gli occhi ingenui di Valentina o con quelli neutri di una sorta di narratore-cinepresa si ammantano di un'apparente normalità, che sgomenta il lettore più di un'eventuale resa narrativa esclamativa e splatter. La Collina è un libro potente perché elude ogni tentazione di cedere alla morbosità della rappresentazione o a quella, non meno ambigua, dell'indignazione.

L'inchiesta di Delogu e Cedrola non ha portato al romanzo-denuncia ma al più serrato degli storytelling . Del resto dipendenza e carisma sono gli argomenti di molta letteratura degli ultimi anni. Vuole dire che a San Patrignano erano presenti i prodromi di una contemporaneità di cui avremmo tutti imparato a preoccuparci. Contro la totale impotenza di politica e cultura, solo il carisma individuale si seppe allora opporre all'eroina. Non era un'eccezione, ma un modello in cui la comunità carismatica sostituisce la società. Peccato che, come spiega Umberto Eco nella sua Storia delle terre e dei luoghi leggendari (e la Collina, come anche San Patrignano, è per molti versi una terra leggendaria), ogni città di Utopia non può che configurarsi come tirannia e assolutismo, perché richiede obbedienza supina a regole date per sempre.

 

Il romanzo è in parte autobiografico in parte corale. A raccontare sono una bambina nata nella comunità di recupero e suo padre

Andrea Delogu e Andrea Cedrola, La Collina ( Fandango, pagg. 345, euro 18)

La Repubblica ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/07/19/droga-e-soprusi-quando-lutopia-diventa-incubo42.html

Aereo abbattuto, morti esperti di Hiv: "Un colpo a lotta contro Aids"

 Un centinaio fra volontari e ricercatori dovevano partecipare alla 20esima Conferenza internazionale contro la malattia. "Fatto devastante per la ricerca". Fra le vittime Joep Lange, uno dei pionieri della lotta all'Hiv

 
 
 "Un colpo a lotta contro Aids"Joep Lange, ricercatore olandese fra i pionieri della lotta all'Hiv, morto sul volo malese abbattuto in Ucraina
 GRABOVO - L'aereo malese abbattuto in Ucraina  cancella 289 vite. Ma la notizia che da ore rimbalza sui notiziari di tutto il mondo nasconde un altro dramma. Su quel volo viaggiavano 108 esperti di fama mondiale per la lotta all'Aids. Fra loro c'erano ricercatori, rappresentanti delle Ong e volontari. Dovevano partecipare alla 20esima Conferenza internazionale contro la malattia, che si apre domenica a Melbourne, in Australia. Un lutto definito "devastante per la ricerca contro l'Aids" dai rappresentanti dell'International Aids Society,che organizza l'incontro di Melbourne. Sul Boeing c'era Joep Lange, ricercatore olandese fra i pionieri della lotta all'Hiv ed ex presidente dellaInternational Aids Society. Nel 2001 Lange aveva fondato la Ong internazionale Pharmaccess per l'accesso alle cure. 

Il pioniere degli studi sull'Hiv. Era partito da Amsterdam con la moglie per condividere con altri colleghi gli studi che seguiva da una vita. Lascia quattro figli. "Il  professor Lange è stato uno degli artefici dello studio dell'Aids e dell'impatto sociale che questa malattia ha comportato a livello mondiale - afferma Umberto Tirelli, direttore scientifico del Cro di Aviano - ed è stato il paladino dei pazienti con Hiv, spesso penalizzati e senza voce in capitolo almeno nelle prime fasi della epidemia". Viaggiava con la moglie, aveva più di 350 pubblicazioni nel campo delle terapie antiretrovirali. "Per me Joep era come un fratello - ricorda da Melbourne Stefano Vella, ricercatore dell'Istituto Superiore di Sanità e fra gli estensori delle linee guida Oms sull'Aids - abbiamo collaborato per molti anni, e lui era diventato presidente della società subito dopo di me, ci conoscevamo bene. Era un paladino dell'accesso alle cure e del riconoscimento dei diritti umani, paradossalmente non garantiti in Russia e Ucraina". Per Vella la tragedia non fermerà la ricerca, pur avendo posto fine alla vita "di tante persone impegnate in una battaglia che finora ha avuto molti successi. Il movimento e l'impegno a livello mondiale sull'Aids è grandissimo, e forse quanto è accaduto servirà a dare nuovo vigore a chi resta".

Il portavoce dell'Oms. Tra le vittime c'è anche un portavoce dell'Organizzazione mondiale della Sanità, il 49enne britannico Glenn Thomas. Vite spezzate. Fra gli esperti in lutto c'è chi dice che forse fra i ricercatori in viaggio, c'era qualcuno che portava alla Conferenza il risultato di uno studio. Dati e analisi, che potrebbero essere andati distrutti su quell'aereo precipitato nell'est dell'Ucraina. Speranze che si cancellano. Una cosa è certa, con loro spariscono anni di studi sul tema. Sul  volo MH17 della Malaysia Airlines diretto a Kuala Lumpur, c'erano volontari, attivisti delle Ong, ma soprattutto molti studiosi di Hiv. Saranno ricordati in queste ore da diverse istituzioni scientifiche internazionali, dall'Ecdc all'Oms, che su twitter saluta Thomas. "Spariscono anni di conoscenza". "C'è un enorme sentimento di tristezza qui, le persone sono in un mare di lacrime nei corridoi - spiega Clive Aspin, uno dei ricercatori australiani della conferenza - . Queste persone erano le migliori e le più brillanti, gente che ha dedicato gran parte della propria carriera a combattere questo virus terribile. Tutto questo è devastante". Per molti colleghi che si preparano alla conferenza "la conoscenza andata perduta è insostituibile". "Su quel volo c'erano degli scienziati che guidavano la ricerca mondiale", dicono.  "La cura per l'Aids poteva essere su quell'aereo, semplicemente non lo sappiamo", ha detto al network Abc, Trevor Stratton, da anni impegnato nella lotta alla malattia. La conferenza si terrà regolarmente, con la partecipazione anche di Bill Clinton e Bob Geldof.

Smartphone e dipendenza, uno studio cinese

 

CesDop - In Cina, é stato condotto uno studio con l'obiettivo di sviluppare e validare una scala auto-somministrabile per la valutazione della dipendenza da smartphone, la Smartphone Addiction Inventory (SPAI). Due esperti nel campo delle dipendenze, hanno infatti modificato la Chen Internet Addiction Scale (CIAS), un questionario per la dipendenza da internet, adattandola alla dipendenza da smartphone. La SPAI é stata strutturata con l'obiettivo di indagare quattro aspetti relativi alla dipendenza: il comportamento compulsivo, la compromissione funzionale, il ritiro sociale e la tolleranza. Sono state inoltre aggiunte domande per valutare la sindrome della vibrazione fantasma e la sindrome da suoneria. Nello studio sono stati coinvolti 283 giovani adulti (260 maschi e 23 femmine, studenti di due università di Taiwan e utilizzatori di smartphone. L'analisi fattoriale esplorativa, il test per la coerenza interna, il test-retest e l'analisi di correlazione sono stati condotti per verificare l'affidabilità e la validità della SPAI. Inoltre, le correlazioni tra ogni sottoscala, vibrazioni fantasma e suoneria suono sono stati esplorati. Dai risultati é emerso che i sintomi della dipendenza da smartphone possono differire da quelli della dipendenza da Internet. Inoltre, data la bassa correlazione emersa, la vibrazione fantasma e sindrome da suoneria sembrerebbero essere entità indipendenti dalla dipendenza smartphone. E' stata infine dimostrata l'affidabilità e la validità della SPAI che può essere considerato uno valido e affidabile strumento di screening auto-somministrato per identificare la dipendenza da smartphone.

(Plosone)

Dipartimento antidroga, De Rose nuova responsabile

 Nomina ancora non ufficializzata, ma sulla figura della dirigente, già capo dipartimento alle Pari Opportunità, non ci sono più dubbi. Nel nuovo Dpa post-Serpelloni sarà affiancata da un team di esperti e da un comitato permanente

derose.jpgROMA – Sarà Patrizia De Rose a guidare il Dipartimento politiche antidroga (Dpa) del governo Renzi. Dopo quasi 3 mesi di incertezza sul futuro del Dpa con la mancata riconferma di Giovanni Serpelloni l’8 aprile scorso, trapela finalmente la notizia della futura nomina. Avvocato, gà capo dipartimento alle Pari Opportunità dal 2011 al 2013 e con diversi incarichi ricoperti nelle istituzioni (qui il curriculum vitae pubblicato sul sito della Presidenza del Consiglio), De Rose avrà il compito di creare un team di esperti che la affiancherà al Dipartimento, anche se non è ancora chiaro se il suo ruolo sarà quello di Capo dipartimento o dirigente amministrativo. Quel che è certo è che il Dipartimento non sarà più una fortezza inespugnabile per le realtà che in Italia si occupano di droghe e dipendenze. A caratterizzare il futuro del Dipartimento, infatti, proprio la volontà di istituire una sorta di comitato scientifico permanente che sarà composto da esperti provenienti dal mondo delle dipendenze, della società civile e delle istituzioni, sia locali che ministeriali. Tuttavia, gli incontri per l’istituzione del comitato non sono ancora avvenuti. Pare si stia aspettando la nomina ufficiale e la completa definizione del nuovo Dpa.

Non è chiaro se la nomina di De Rose sarà a scadenza e per un tempo determinato e utile per portare il governo ad una nuova Conferenza nazionale sulle dipendenze. L’ultima, infatti, si è tenuta a Trieste nel 2009 sotto la ferrea organizzazione voluta da Carlo Giovanardi, allora sottosegretario con delega alle politiche antidroga e l’ex capo dipartimento, Giovanni Serpelloni. Mentre a Palazzo Chigi si studiano gli ultimi dettagli sull’imminente nomina, però, secondo alcune voci De Rose starebbe già selezionando un altro gruppo di una decina di esperti che farebbero da “consulenti ombra”, per portare nel Dpa le competenze di chi lavora da anni nel settore. Finisce così l’era Serpelloni, così come aveva già anticipato lo stesso Federico Gelli, deputato e responsabile nazionale Sanità del Partito democratico, che durante un convegno tenutosi a Roma in occasione della Giornata mondiale contro le droghe di alcuni giorni fa aveva affermato: “È chiuso un periodo in cui un uomo solo al comando imponeva all’intero sistema un’idea di risposta al fenomeno delle droghe con un approccio che era molto personalistico. Un approccio che lui utilizzava a fini del controllo del sistema”.

GRAN BRETAGNA - La dipendenza da sesso e' come la tossicodipendenza

 La dipendenza dal sesso può scatenare nel cervello meccanismi analoghi a quelli che si attivano nelle tossicodipendenze, al punto che la reazione a stimoli sessuali come quelli della pornografia può ricalcare quella di un tossicodipendente alla vista della droga. E' quanto dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Plos One e condotto dagli psichiatri dell'università britannica di Cambridge diretti da Valerie Voon. Il comportamento sessuale compulsivo può riguardare fino a una persona ogni 25, con differenti gradi di 'gravità' e conseguenti difficoltà a vivere una normale vita di relazione. Queste persone possono essere decisamente ossessionate dal sesso al punto da non poter fare a meno di pensarci e di desiderare di fare attività sessuale in ogni momento della giornata. I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica per analizzare le reazioni cerebrali di due gruppi di soggetti (uno con una vita sessuale normale e l'altro con comportamenti sessuali compulsivi) di fronte a video pornografici e a video sessualmente neutri, come gare sportive. E' emerso così che i video pornografici attivavano nel gruppo con comportamenti sessuali compulsivi le stesse aree cerebrali (il corpo striato ventrale e l'amigdala) attivate nel cervello dei tossicodipendenti dalla visione della droga.

ADUC Droghe

Nuove Sostanze Psicoattive, i rischi per la salute


DRONET - Le nuove sostanze psicoattive (NPS) sono un ampio gruppo di sostanze non ancora completamente controllato attraverso le convenzioni internazionali in materia di droga, cui sono associati seri rischi per la salute. L’elevata variabilità della concentrazione di principi attivi, la mancanza di etichette che descrivono il contenuto, la presenza di diversi tipi di sostanze psicoattive in un unico prodotto, rappresentano solo alcuni degli aspetti che mettono a rischio la salute dei consumatori. Un nuovo studio a firma italiana, pubblicato sulla rivista Toxicology Letters, ha affrontato e descritto il fenomeno.
I ricercatori hanno presentato tre casi clinici tra quelli trattati presso il Laboratorio di Igiene Ambientale e Tossicologia Forense (LIATF) di Venezia, per discutere ed evidenziare i rischi di possibili effetti collaterali derivanti dall’uso di NSP. In particolare, i rischi derivanti da difficoltà a: quantificare l'effettivo dosaggio consumato, individuare gli effettivi principi attivi contenuti nel prodotto, prevedere le interazioni farmacologiche e tossicologiche di diversi principi psicoattivi. Secondo gli autori i tre casi selezionati sono rappresentativi e utili ad una valutazione complessiva dei rischi associati al consumo di NSP, poiché ciascuno affronta una potenziale problematica, anche se devono essere valutati nel loro insieme.
Il primo caso, relativo ad un giovane (18 anni) ricoverato in ospedale per l’assunzione di una polvere non identificata che, a seguito di analisi, è risultata contenere un mix di mefedrone e MDPV. Il secondo caso, relativo ad un sequestro di capsule contenenti una polvere gialla risultante contenere benzilpiperazine (BZP), ingrediente che non veniva riportato in etichetta. Infine, il terzo caso relativo ad un sequestro di miscele vegetali contenenti cannabinoidi sintetici (JWH-015, JWH-018, JWH-073, JWH-122, JWH-200, JWH-250, JWH-307) evidenziando la poliassunzione attraverso un unico prodotto.

La guerra di Luxuria agli spacciatori tra i grazie delle mamme del Pigneto

In giro con l’ex deputata prc. Insulti di un’antagonista: togli libertà. Lo scenario Il quartiere che fece da sfondo a celebri film ora fa i conti con le vedette della mala.

di Goffredo Buccini, il Corriere.it

ROMA - Scalpiccìo concitato, fiatone. «Pìjalo, pìjalo!». Via del Pigneto, sera tarda: l’inseguimento taglia la folla ciondolante del dopocena. Un poliziotto nero rincorre un giovanissimo spacciatore, nero pure lui; e, prima che quello riesca a saltare su una Vespa, lo agguanta. La folla si ricompatta e, dal capannello di teste inquiete, una ragazza dei centri sociali (dall’ex Snia Viscosa in giù l’irrequietudine è qui tradizione radicale e radicata) strilla: «Sbirro razzista». Il poliziotto nero si distoglie dal groviglio con l’arrestato, indica la propria pelle e dice in buon romanesco: «Ma de che? E’ la gente che s’è rotta le scatole di questi qua». La piccola antagonista non molla: «La gente o Luxuria?». Già, questo è il dilemma, certe notti.

Mezzo secolo fa, al tempo di Accattone era tutto chiaro. I pezzenti gramscianamente santi di qua, crocifissi in quelle borgate che Pasolini chiamava «la corona di spine che cinge la città di Dio», e gli estroversi, i fighetti, gli artistoidi di là, ammessi dentro la città di Dio con tanto di residenza. Adesso al Pigneto, la Belleville de noantri, certe notti non si capisce più un accidente. Capita che Vladimir Luxuria, multiforme transgender da taluni amata, da altri detestata, comunque nota come modello di trasgressivo stile di vita, passi da queste parti per paladina di law and order, meglio (o peggio) del primo Tony Blair. Lei ridacchia: «Abito qui da venticinque anni! Mica sono ‘na santa! Anzi sarei pure antiproibizionista. Ma questo è un problema di sopraffazione. E io mi ribello». Succede che da un anno le bande di pusher si combattano in questo fazzoletto di piazze e viette tra Prenestina e Casalina, un tempo quartiere gloriosamente operaio, carico di medaglie d’oro della Resistenza, caro - oltre che a Pasolini - a Visconti e Germi, a Rossellini e Monicelli, sfondo di una filmografia che contiene tutto il nostro Dna dal dopoguerra in avanti, Roma Città aperta al Borghese piccolo piccolo: da un anno, con vedette della mala agli angoli, coltellate, persino due morti ammazzati nella vicina via Macerata; l’ultima rissa, a bottigliate, giovedì sera, tra i tavolini dei bar pieni di fricchettoni e pariolini in trasferta. La tradizione popolana e malandrina, per cui in via Fivizzano taroccavano quasi tutte le moto rubate a Roma, con la crisi s’è irrancidita. «Si scontrano senegalesi e maghrebini, ma dietro ci sono i camorristi», ci spiega un altro ragazzo dei centri sociali.

La battaglia

E succede che Luxuria abbia deciso di farsi paladina di mamme e vecchiette («se non gli compri la droga ti saltano addosso pure se spingi un passeggino»), e abbia cominciato a denunciare gli spacciatori al commissariato di zona. Una settimana fa, i pusher l’hanno aggredita per strada («t’ammazziamo»), le hanno sbattuto le bustine di droga in faccia, («tu vendi il c..., noi vendiamo questa»). La faccenda è apparsa sui giornali - si è perfino detto che lei fosse finita sotto scorta, ma non è vero - in perfetta ma casuale concomitanza con la decisione di Alfano di dare una robusta spazzolata alla delinquenza spicciola e al narcotraffico delle periferie. Risultato: pattuglie, retate, un furgone della polizia nel crocevia dove talvolta i malacarne della zona decidevano di giocare a pallone bloccando il traffico in segno di sfida. Qui molti - i ragazzi dei centri sociali e i consiglieri municipali in singolare assonanza - temono che, passato luglio e spente le telecamere, torni tutto come prima. Il parco del Torrione è stato chiuso. «Scioglievano il crac sugli scivoli dei bambini», sostiene Giulia Pietroletti, assessore al Decoro: «Riapriremo presto con una festa per i cittadini». Molti temono che l’estate passi senza riavere l’unico polmone verde della zona. 
Vuoi per caso vuoi per dedizione, Luxuria è diventata infine simbolo di legalità. Ci fermiamo davanti all’Infernotto, lo storico ristorante del suo amico Dario. Un giovanissimo nero senegalese la manda al diavolo, «l’altra sera mi hai detto spacciatore!», «bugiaaa!», replica lei. Un poeta somalo l’abbraccia: «Sono contento di vederti bene, l’erba cattiva non muore mai». Un operaio sudamericano si complimenta: «Hai fegato». Lei gongola: «Dovresti vedere di giorno, quante madri e quanti anziani vengono a dirmi brava». 

Nella Storia

Naturalmente ridurre un quartiere simile a questione di ordine pubblico sarebbe segno di imbecillità. E questo Luxuria lo sa meglio di altri, avendone accompagnato la crescita. Qui ci sono strade che attraversano anche due o tre volte l’incrocio con la Storia. In via Montecuccoli, Rossellini girò la scena di Pina-Anna Magnani, mitragliata dai nazisti, e si scoprì il covo delle nuove Br. In via Fanfulla da Lodi, il mitico bar Necci è stato incendiato due volte ma è sempre risorto; nel ‘60 ospitò il casting di Accattone. Lì accanto ha brillato la stella del Fanfulla, un circolo Arci che ha attratto i talenti e gli irregolari prima di mezza Roma e poi di mezzo mondo. «Tana degli animaletti suburbani», ha scritto Paola Micalizzi in un commosso pezzo sulla festa d’addio per la chiusura del locale, durata otto giorni ininterrotti (dal 23 al 30 giugno). Un quartiere che ancora oggi coltiva underground i propri cantanti (Edoardo Calcutta) e i propri registi (Fabio Morichini), dunque una propria cultura, mischiata tuttavia ad avanzi di un passato che non passa, come Daniele Pifano che ancora fa il capetto nel comitato di zona manco avesse vent’anni. Che produce uno sceriffo alle vongole come Dario Chianelli (suo il raid anti immigrati del 2008) e i volantini antagonisti di ieri «contro la caccia all’uomo». Luxuria in fondo ammortizza molte contraddizioni. L’altra sera, durante un blitz con quindici arresti, una ragazzina dei centri sociali l’ha insultata: «Colpa tua! E ti avevo pure votata! Ci tolgono la libertà». Lei l’ha incenerita: «Se una donna non può girare di notte senza paura, non c’è libertà!». Se la sicurezza sia di destra o di sinistra potrebbe essere infine il grande enigma sciolto nelle strade che Pasolini ci insegnò a guardare. 

roma.corriere.it/notizie/14_luglio_06/guerra-luxuria-spacciatori-grazie-mamme-pigneto-3e3b7ad0-04ec-11e4-915b-77c91b2dfa50.shtml

"Come fare soldi vendendo droga": un bel giro d'affari per il governo Usa

Roberto Nepoti, La Repubblica

Nel docu-film di Matthew Cook si racconta come si diventa uno spacciatore, come ci si arricchiesce e, soprattutto, il ruolo ambiguo del governo americano. Testimonianze celebri, da Susan Sarandon a Woody Harrelson a Eminem. E il rapper 50 Cent, che a dodici anni spacciava crack

È una buona cosa che il documentario continui a rafforzare la sua presenza sugli schermi. Ed è una buona cosa l'uscita di Come fare soldi vendendo droga, docu-film (da oggi nelle sale) del regista, scrittore e attore Matthew Cooke che fa un discorso forte e chiaro sugli stupefacenti - e il loro vario "uso" - scoperchiando parecchi sepolcri imbiancati sullo spinoso tema. 

 Cooke parte con tono ironico, immaginando una lezione sullo spaccio di droga strutturata per livelli come un videogame. Partendo dal primo, "Come iniziare", per arrivare attraverso altre fasi, da "venditore al dettaglio" a "distributore nazionale", fino a "boss di un cartello della droga". Nel frattempo, lo spettatore-allievo avrà imparato i modi per aggirare la legge, corrompere poliziotti o esportare cocaina dalla Colombia nei modi più fantasiosi (dentro protesi, preservativi, fagioli rossi...) con guadagni progressivi da 100 dollari l'ora a 1 o 2 milioni al giorno. 

Fuor di dubbio la competenza dei professori: l'ex-dealer Bobby Carlton, insegnante di spaccio al dettaglio, il mitico Freeway Rick Ross o Brian O'Dea, che al culmine della carriera dava lavoro a 120 dipendenti. Incluso il rapper Curtis "50 Cent" Jackson, nato nel ghetto e che a dodici anni spacciava crack. Per dare un'informazione più completa non mancano le testimonianze di poliziotti, corrotti e no, legali, giudici. Dove vien fuori che gli "informatori" consegnano spesso alla polizia liste di innocenti per cavarsela senza finire nelle grane con i pericolosi dealer. Passano sullo schermo scene di film come Il padrino, Scarface o Easy Rider. A un certo punto della lezione crediamo di sapere tutto sul modo di far soldi vendendo droga: e invece, la parte più importante viene adesso. Perché Cooke fa entrare in scena un altro "giocatore", proprio quello che, dal business della droga, ricava più soldi. Il Governo americano. 

Con tono sempre ironico, ma più amaro, ci racconta come cento anni fa Harry Anzlinger convinse i politici a vietare le droghe, esportando poi il proibizionismo nel resto del mondo. I suoi eredi (presidenti quali Nixon e Reagan) proseguirono sulla stessa strada istituendo la DEA, la squadra antidroga, e dichiarando (tra perle come "I bastardi che vogliono la legalizzazione della marijuana sono ebrei" o "La marijuana conduce all'omosessualità e quindi all'Aids") guerra senza quartiere alla droga. Una pseudo-guerra che nasconde un gigantesco giro d'affari: le politiche proibizioniste garantiscono enormi quantità di fondi federali alla CIA, finanziano le squadre SWAT specializzate in blitz sanguinosi, impinguano l'industria carceraria, tra le poche in continua crescita. Senza contare che con la propaganda anti-droga si vincono le elezioni.

Ritroviamo i volti noti di Susan Sarandon, impegnata a combattere la severità delle pene contro lo spaccio, Woody Harrelson, "testimonial" contro il proibizionismo, Eminem. Tutto dimostra che la "guerra alla droga" è una gran bufala ai danni dei creduloni. E che - conclude Cooke - finché questa guerra si farà insegneremo ai nostri figli come entrare nel gioco e, appunto, come fare soldi vendendo droga.

www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/07/03/news/come_fare_soldi_vendendo_droga-90528570/

Giù le mani dalla psiche
. Ecco perché il Dsm-5 sbaglia

Bimbi irrequieti. Ansia sociale e da lutto. Teen timidi. Per un discusso manuale americano si tratta di malattie mentali. Come altre trecento. Ma è un errore, spiega un grande maestro. E può fare seri danni. Parla Eugenio Borgna

di Francesca Sironi, LEspresso

 «La fame di ricette semplici trova nel Dsm-5 la sua epifania più sconvolgente». Così Eugenio Borgna, uno dei più grandi psichiatri italiani, studioso della “dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico”, come ricorda su di lui la Treccani, commenta la quinta edizione del manuale di riferimento per la salute mentale nel mondo: il cosiddetto “Dsm”. Firmato dall’ American Psychiatric Association , il tomo che classifica l’animo umano in oltre 300 potenziali disturbi arriverà in Italia il 28 marzo, tradotto da Raffaello Cortina .

 Dopo tredici anni di lavoro e decine di migliaia di esperti coinvolti in studi e conferenze, i guru statunitensi della mente hanno stabilito «un linguaggio comune» per definire i nuovi «standard» con cui «la vita di milioni di individui» può essere compresa nelle sue patologie (parole del presidente del progetto, David Kupfer) mettendo nero su bianco quali sofferenze possono essere chiamate «disturbi» e quali no, da quali avvisaglie possiamo capire se un bambino è iperattivo o un amico depresso, secondo quali test (sì, ci sono anche i questionari a crocette) la nostra ansia andrebbe curata con un blister oppure la timidezza che mostriamo in pubblico avrebbe bisogno di una terapia. Uno strumento apprezzato, utile, usato. Ma anche oggetto di profonde critiche.

 «Come già aveva scritto Kafka, è più facile prescrivere delle ricette, fare delle diagnosi, che non invece ascoltare chi sta male, perché quest’ultima cosa esige tempo, esige attenzione, esige riflessione»: dal suo studio di Novara, Borgna commenta così queste «tavole della legge che presentano soltanto paradigmi esteriori», perché sconfessano in partenza, dice, quello che dovrebbe essere il fondamento della psichiatria.

 Cosa c’è che non va nel manuale?

«Le premesse. Queste tavole chiedono che tutti guardino con gli stessi occhi gli stessi sintomi. Sintomi che si dovrebbero ripetere identici in ogni parte del mondo. Ma la tristezza, l’angoscia, la colpa, la volontà di morire, le esperienze dell’animo umano non possono essere classificate come se si trattasse di una pancreatite. Non basta riconoscere dei segni esteriori, dei comportamenti evidenti, per stabilire cosa sta succedendo in quell’interiorità. Queste tavole finiscono per escludere a priori l’unico elemento che conta davvero quando si tratta di fare una diagnosi psichiatrica: la soggettività».

 Non è utile avere degli schemi che spieghino come riconoscere una malattia?

«Stiamo parlando di oltre 300 diagnosi. Ovvero di una furia classificatoria che ha perso ogni giustificazione. Il “Dsm” è uno strumento utile quando si tratta di circoscrivere e individuare i sintomi principali di malattie codificate come la schizofrenia. Ma i mille occhi dei medici che hanno redatto queste 947 pagine arrivano a micro-visioni analitiche che rischiano di rendere patologica ogni forma di sofferenza».

 Pensa a disturbi come l’ansia sociale o al fatto che il lutto non sia più inserito tra le “giustificazioni” per escludere una diagnosi da depressione?

«Penso a tutte quelle descrizioni che sembrano suggerire l’idea per la quale ogni ostacolo ci impedisca di corrispondere a una vita che scorra senza problemi, senza cadute, senza dolore, senza tristezze, dev’essere etichettato come patologico. Il “Dsm” è un edificio costruito su parole aride. Uno sguardo rivolto ai segnali esteriori della malattia, che non considera l’interpretazione della soggettività che si ha di fronte. Eppure solo ascoltando l’altro potremo capire se la sua sofferenza è patologica oppure no».

 Ma è una necessità medica quella di dare delle regole scientifiche alla disciplina.

«Dipende da cosa consideriamo scientifico. Se pensiamo che la psichiatria sia una scienza naturalistica, che si occupa di problemi riconducibili a disfunzioni biologiche, allora sì. Non è così però. La depressione non è l’appendicite. Le forme che può assumere il dolore cambiano a seconda del contesto sociale e ambientale di quella persona. Cambiano a seconda delle origini di quella sofferenza. Cambiano addirittura a seconda di come noi stessi ci relazioniamo con il paziente. E se non indaghiamo le cause profonde, interiori, da cui scaturisce la tristezza, non saremo mai in grado di fare una buona diagnosi. Questo sguardo però è escluso dal manuale di cui stiamo parlando».

 Non sono più solide le diagnosi che si effettuano seguendo quelle linee guida?

«La scientificità del “Dsm” è provata dalle ricerche su cui gli autori affermano di essersi basati. E cosa sono le mie vaghe parole pseudo-mediche, così fragili, evanescenti, di fronte alle certezze che regnano nel manuale? Potrebbero essere considerate chiacchiere. Ma il fatto è che in Italia questa psichiatria “non-scientifica”, ovvero relazionale, dialettica, che il manuale rifiuta, ha portato alla chiusura dei manicomi. Abbiamo dimostrato, con l’esperienza concreta, che le cure sono più efficaci non se diventano più gelide, più cliniche, non se prescrivono più farmaci, ma al contrario se i farmaci li sottraggono, e se al loro posto si danno parole, ascolto, si danno pazienza e silenzio. Loro saranno anche scientifici. Ma noi curiamo le persone».

 Però se il volume viene tradotto in tutto il mondo significa che a qualcuno quelle diagnosi piacciono.

«Certo, a chi non vuole perdere tempo».

 Si spieghi meglio.

«Il successo del manuale è dato dalla sua capacità di uniformarsi alla tendenza oggi dominante: quella di escludere l’interiorità dalle scelte che facciamo, di proporre modelli che consentano la realizzazione automatica delle cose, di trovare soluzioni prefabbricate, senza che la ricerca dei significati ci faccia perdere tempo. È ovvio che è più faticoso fare una diagnosi che prescinda dai criteri semplici e lapalissiani proposti dal “Dsm”. Ma il tempo che si perde per capire un paziente ha un significato. È testimone di quella solidarietà umana che dovrebbe essere alla base del rapporto con l’altro».

 Gli autori giustificano questa semplicità come un tentativo di rendere il manuale comprensibile a tutti.

«Ovvero a chi?».

 Ai medici generici, per esempio.

«Ecco: una prospettiva inquietante».

 Perché?

«Gli psichiatri hanno a che fare soprattutto con schizofrenie o depressioni psicotiche, che sono poche: la schizofrenia è un caso su cento, la depressione psicotica 0,6. Invece con le sindromi ansiose, la tristezza, l’ipocondria, arriviamo a quanto? Al 20 per cento, al 25, secondo alcuni. E si tratta di pazienti che si rivolgono nella stragrande maggioranza dei casi ai medici di base, i quali ora hanno sul tavolo un testo che consente loro di applicare protocolli sovrapponibili a quelli con cui diagnosticano i mal di stomaco».

 Dà loro più strumenti, no?

«No. Li mette in una difficile condizione. Non sono psichiatri: hanno una specializzazione importante ma non sono psichiatri. Ma quando vedono in un paziente i sintomi esteriori descritti nel manuale, sentono la responsabilità di agire. Perché il testo sul quale si fonda la psichiatria internazionale dà loro criteri tali per decidere quali psicofarmaci somministrare dinanzi a qualunque forma di ansia, di sofferenza psichica, di quelle che riempiono, riempivano e riempiranno gli studi dei medici di base».

 Qual è il rischio?

«Ci sono sofferenze che ai nostri occhi possono sembrare laceranti e invece agli occhi di chi le vive sono dotate di senso. Il problema della psichiatria è valutare se questo senso corrisponde ai valori comunitari oppure se è un senso soltanto individuale, narcisistico; allora sì che interviene il giudizio del medico. Ma è una valutazione complessa. Soprattutto se prevede terapie farmacologiche che agiscono su equilibri delicatissimi. E che se mal prescritte possono avere conseguenze disastrose, fino al suicidio».

 E se lo legge una mamma, il manuale?

«È un precipizio. La percezione soggettiva di una madre e di un padre della sofferenza del proprio bambino, se letta attraverso una di queste descrizioni, li porta a deformare la loro visione. E conduce poi il medico, che fatalmente deve fondarsi su quello che i genitori e gli insegnanti dicono del bambino, a formulare diagnosi già belle confezionate. Magari senza mandarlo nemmeno da uno psicologo che potrebbe essere sicuramente più utile dell’uso di farmaci».

 Ma le persone chiedono di dare un nome al malessere, di guarire dalla sofferenza.

«Certo. Sarebbe infinitamente più comodo se un antidepressivo mi risolvesse l’angoscia per la morte di una persona cara, ad esempio, senza farmi perdere tempo ad andare da uno psichiatra che ascolta e chiede. Ma è il dolore a distinguerci dalle pietre. Rainer Maria Rilke aveva scritto che il dolore è quella prova che trasforma l’esperienza esteriore che abbiamo del mondo in esperienza interiore. E cosa c’è oggi di più sacrificato, di più negato, di più disprezzato, di più deriso, di una tesi come questa?».

Caro Renzi, sulle droghe ora bisogna decidere


Il CNCA, Antigone, Forum Droghe e La società della ragione hanno inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio per sottoporgli i nodi da affrontare urgentemente sulle droghe.

 

Fuoriluogo.it - Il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA), insieme a Antigone, Forum Droghe e La Società della ragione, ha inviato oggi una lettera aperta al presidente del Consiglio Matteo Renzi in occasione della Giornata mondiale sulle droghe.

Nella lettera vengono poste al governo alcune questioni rilevanti e urgenti:

- non è più possibile continuare a non avere un organismo di coordinamento delle politiche antidroga in Italia. Il Dipartimento nazionale politiche antidroga non ha più un direttore. I firmatari della lettera – che hanno più volte denunciato la gestione monocratica, ideologica e tutt’altro che proficua esercitata dall’ultimo direttore del Dipartimento – ritengono che questa funzione di coordinamento possa essere esercitata assai più efficacemente attraverso l’istituzione, presso la presidenza del Consiglio, di un organismo a cui partecipino i principali rappresentanti dei servizi pubblici e del terzo settore in un rapporto continuo con i ministeri competenti e le Regioni. Questo passaggio è ancora più urgente per il fatto che l’Italia assumerà, a giorni, la presidenza dell’Unione europea e, dunque, acquisirà un ruolo guida che dovrebbe esercitare anche in questo settore;

- vanno congelati tutti i fondi assegnati dal Dipartimento nazionale politiche antidroga a fine 2013, circa 15 milioni di euro, al momento sotto esame presso la Corte dei Conti, finché non verrà ridefinita la sede di coordinamento delle politiche antidroga, come richiamato nel punto precedente. Questo per evitare che vadano dispersi o sprecati fondi che dovrebbero essere messi a disposizione della ridefinizione del sistema di intervento sulla base di criteri nuovi e condivisi;

- a tal proposito, si chiede la soppressione di un progetto finanziato dal Dipartimento nazionale politiche antidroga proprio con i fondi residui del 2013, con il quale si vorrebbero sostituire, illegittimamente, le conferenze nazionali sulle droghe, aperte a tutti gli operatori e che il governo dovrebbe organizzare per legge ogni tre anni, con la creazione di una piattaforma on line. L’11 luglio prossimo è previsto il primo incontro aperto – un audit – di tale iniziativa. Se questo appuntamento non verrà annullato, il CNCA e altri soggetti del settore solleciteranno un’iscrizione in massa dei propri operatori a tale evento per farlo fallire.

Per queste e altre questioni relative a una vera e propria ricostruzione del sistema di intervento, i firmatari chiedono al presidente Renzi un incontro nei tempi più brevi possibili.

Roma, 26 giugno 2014

Messico, un giornalista nel regno dei narcos

CIUDAD MIER (Tamaulipas, Messico) - La strada deserta corre in mezzo ai cactus e finisce su un ponte. Sotto c'è un fiume, da questa parte lo chiamano Rio Bravo e dall'altra Rio Grande. Diego, dove stiamo andando? "Stiamo andando a Roma". Nella contea di Starr, Roma è il primo villaggio texano dopo il Messico. Una piccola telecamera inquadra l'occhio sospettoso del poliziotto di frontiera che si avvicina, un gringo che non fa domande. Nessuno fa mai domande sul confine più carogna del Tamaulipas, il nuovo regno dei narcos. 

Le insegne al neon dei motel di Roma sono già lontane e l'auto torna verso il pueblo abbandonato, ingoiato da una nuvola di polvere. Fino a quattro anni fa c'erano ventimila abitanti, in questa primavera ne sono rimasti solo mille. Tutti gli altri se ne sono andati via da Ciudad Mier che ormai è prigioniera dei Los Zetas. C'è una via lunga e stretta, le persiane chiuse, porte sbarrate, il campanile della chiesa crivellato dai proiettili delle mitraglie, la fabbrica di botas più famosa del Messico ancora aperta per miracolo. Stivali di tutti i colori, neri, rosa, arancio, verdi, bianchi, di pitone e di lucertola, di cervo, di squalo, rospo, anguilla, razza, di collo di toro. Per raggiungere il paese fantasma siamo partiti da Monterrey alle sette del mattino.  

Sul pick-up c'è il fotografo Victor Hugo Valdivia, c'è il documentarista Massimo Cappello e poi c'è lui, il nostro amico Diego Enrique Osorno, uno dei giovani grandi talenti del nuevo periodismo latino-americano, autore di bestseller pubblicati in tutto il mondo, narratore della Gomorra messicana, uno dei coraggiosi reporteros che per Juan Villoro "appartengono a quella stirpe di grandi testimoni che scrivono la storia perché non si ripeta". L'abbiamo seguito per due giorni Diego, dal Nuevo León al Tamaulipas, il più pericoloso dei trentuno Stati di uno sterminato paese che sopravvive nel terrore, settanta omicidi nel mese di aprile 2014 fra Matamoros e Nuevo Laredo, cadaveri fatti a pezzi e ritrovati in fosse comuni, trafficanti che fanno affari con governatori e governatori che si mischiano ad assassini, ufficiali di polizia corrotti, stragi di mafia e stragi di Stato che si confondono nel sangue. 

È quasi mezzogiorno e Diego - che è qui per scrivere un reportage per la rivista Gatopardo - sale le scale del piccolo municipio di Ciudad Mier e chiede di parlare con il sindaco Roberto Gonzales. Ma il sindaco, come tanti altri amministratori dei comuni vicini, fanno i sindaci in Messico e vivono in Texas godendosi i privilegi delle loro complicità. "Non c'è, sta facendo shopping a Roma, nei magazzini Toys R", informa la solerte segretaria Nereida. Non c'è oggi e non ci sarà domani, non c'è mai per incontrare Diego che si trascina in una piazza assolata e poi scompare dentro la parrocchia dell'Immacolata Concezione. Inginocchiato davanti all'altare, padre Calendario sta pregando. È appena arrivato a Ciudad Mier e ha già schivato le pallottole dell'ultimo agguato, riparandosi dietro un albero. Don Juan Calendario Rios è un missionario della Natividad de Maria che ha passato due anni anche nella regione dei Cinco Manatiales, altra terra di guerre e di saccheggi. Il suo vescovo, Alonso Garza, un giorno l'ha convocato in diocesi e gli ha raccomandato prudenza: "Non voglio martiri". Quando è entrato per la prima volta nella sua nuova chiesa di Ciudad Mier non l'hanno accolto come si fa in tutti pueblos, con gli abitanti che si radunano intorno alla chiesa per salutare il parroco. "Non è venuto nessuno", ricorda. Hanno paura. Hanno paura di tutto. Dei conoscenti e dei forestieri. Anche se portano la tonaca. Sussurra don Calendario: "Quello che mi impressiona di più non sono i corpi smembrati e appesi dappertutto ma che ci siano omicidi fra parenti: tra padri e figli, tra cugini e zii, tra fratelli, si ammazzano solo per il fatto che fanno parte di gruppi criminali diversi. Ogni tanto anch'io ho un incubo: di essere sequestrato e di subire torture".

Nel paese che sta scomparendo per colpa dei narcos c'è solo silenzio. "Ciudad Mier non è ancora famoso come Tijuana o Ciudad Juarez ma lo diventerà, ne sentirete parlare presto anche in Europa", dice Diego mentre il suo pick-up attraversa campi che circondano una base dell'esercito. Un avamposto contro i trafficanti, mezzi corazzati, aerei da combattimento, filo spinato, bunker. A pochi chilometri da questo fortino un paio di anni fa cinquantotto uomini e quattordici donne sono stati sotterrati, tutti ammucchiati in una fossa, migranti clandestini per lo più provenienti dall'Ecuador e dal Brasile. Non avevano accettato di fare i manovali per i boss. Se li sono contesi quelli de Los Zetas e quegli altri del Cartel del Golfo, poi per non fare torto a nessuno qualcuno ha preferito eliminarli. 

Questo è oggi il Messico di Diego Enrique Osorno che spiega cosa vuol dire fare il giornalista fra il Tamaulipas e il Nuevo León, cosa significa scrivere la verità nel Guerrero, nel Chihuahua, nello Jalisco, a Saltillo, a Guadalajara. Dal 2000 qui sono stati uccisi 79 reporter - più di quanti ne siano caduti durante tutta la Seconda guerra mondiale (68), più che in Vietnam (66), più che in Iraq (71) - e altri 16 sono scomparsi. Non c'è un solo colpevole in carcere. Né come esecutore né come mandante. A ordinare le loro esecuzioni sono raramente i narcos, il settanta per cento dei delitti hanno come mandanti sindaci, governatori, ufficiali di polizia e dell'esercito, forze speciali dello Stato. Alcuni cronisti sono stati strangolati per avere denunciato gli scandali del potere, come Regina Martinez. Altri sono stati ritrovati in un sacco di immondizia, come Gregorio "Goyo" Jimenez. La mattanza più grande nello Stato di Veracruz, la vera tonnara dei reporteros messicani. Tutti corrispondenti di guerra in casa loro.

Perché Diego, perché i giornalisti muoiono? "Perché facciamo tremare con le parole". 

Diego Osorno torna nella sua casa che è nel barrìo vecchio di Monterrey. Racconta e si racconta. Figlio di rancheros e nipote di rancheros ("Sono il primo che ha studiato nella mia famiglia"), nato nel 1980, ha cominciato la sua carriera di giornalista abbandonando presto il mestiere di cronista puro di "nera" per scegliere il giornalismo narrativo ("Non mi bastava più contare le vittime"). Scrive sceneggiature per il cinema, elogiato da Gabriel García Márquez per il suo stile e il suo coraggio, ha pubblicato una mezza dozzina di libri di successo in tutta l'America Latina - Oaxaca sitiada (2007), El Cartel de Sinaloa (2009); Nosotros somos los culpables (2010); Crónicas contra la impunidad (2011); La guerra de los Zetas (2012) - e fra qualche settimana uscirà in Italia, per la casa editrice La Nuova Frontiera, Un vaquero cruza la frontera en silencio. È la storia dello zio sordomuto di Diego, un allevatore che insieme a un gruppo di amici era entrato una trentina di anni fa clandestinamente negli Stati Uniti. Ha lavorato duramente, dopo aver raccolto un gruzzolo voleva rientrare nel suo Messico per comprarsi un pezzo di terra e un ranch tutto suo. È tornato ma il suo sogno è svanito, i narcos hanno conquistato tutto quello che c'era da conquistare nelle pianure del Nuevo León. Lo zio, che si chiama Geronimo Gonzales Garza, l'abbiamo conosciuto nella casa di Diego a Monterrey, davanti a una bottiglia di mezcal e dopo un incontro con Eliseo Robles, uno dei più noti narcocorridos del Messico, artisti che cantano le gesta dei criminali più popolari. Un'esibizione di musica "cattiva" dal vivo. Poi Diego Osorno è entrato all'università di San Pedro, dove ogni settimana per un'ora e mezzo si siede nella penombra di uno studio radiofonico davanti a un ospite per parlare di crimini di mafia e crimini di Stato. Il suo programma l'ha voluto chiamare Los Perros Romanticos, "i cani romantici". Un bel nome. Diego sorride: "Proprio come dovrebbero essere tutti i giornalisti. Cani, duri, decisi che non mollano mai la presa. Ma anche con una grande passione e un cuore grande". 

Il 26 di giugno Governo, Parlamento e media parlino di droghe!

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HuffingtonPost - Il 26 giugno si celebra in tutto il mondo la giornata internazionale della lotta alla droga. È anche la giornata mondiale in ricordo delle vittime della tortura. Tanto nel primo, quanto nel secondo campo, l'Italia non eccelle, anzi!

Quattro mesi fa la Corte costituzionale ha dichiarato nulla la legge Fini-Giovanardi per il modo con cui nel 2006 era stata imposta al governo. A maggio Governo e Parlamento hanno rimediato ad alcuni vuoti normativi senza però cogiere l'occasione per una vera e propria riforma dell'impianto proibizionista della normativa. Domenica su il Garantista, la segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini "suggeriva" al Governo alcune azioni necessarie e urgenti di rispetto delle leggi vigenti.

A oggi, non risulta che il Parlamento abbia in agenda un dibattito sulle "droghe", né risultano trasmissioni televisive di approfondimento del tema. E i silenzi istituzionali non finiscono qui. Dopo le risibili modifiche alla legge ex-Fini-Giovanardi, il Governo non ha ancora nominato un sottosegretario competente per gli stupefacenti né ha sostituto il dottor Serpelloni a capo del Dipartimento sulle politiche sulle droghe. Non si conoscono le intenzioni di Matteo Renzi circa la convocazione della sesta Conferenza nazionale sulle droghe (l'ultima risale al 2009) né se farà della riduzione dei danni del proibizionismo sulle droghe una priorità della presidenza italiana dell'Unione europea. Eppure il problema permane sia in Italia che nel resto del mondo.

Negli ultimi anni l'Africa è diventata la principale zona di passaggio per la cocaina diretta verso l'Europa. Questa nuova vittima della guerra alla droga è stata annunciata nei giorni scorsi della West African Commission on Drugs. Secondo un rapporto presentato a Dakar la settimana scorsa, la cocaina prodotta nelle regioni andine prende la via dell'Atlantico dal Venezuela a raggiunge il Mediterraneo passando principalmente attraverso la Guinea Bissau, il Mali e la Libia. Anche sulla base dei dati raccolti dell'Ufficio sulle droghe delle Nazioni unite, la Commissione indipendente stima che il giro d'affari generato dalla droga nell'Africa occidentale sia di oltre 1,2 miliardi di dollari. Le narcomafie approfittano dell'instabilità dei paesi di transito e, in alleanza coi gruppi di insorgenti e le reti terroristiche, distraggono la sicurezza e l'opinione pubblica europea con gli sbarchi dei migranti e fanno arrivare nei porti dell'Italia meridionale tonnellate e tonnellate di cocaina.

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Droga, esseri umani, rifiuti tossici e armi entrano ed escono dall'Italia con flussi crescenti. Le cifre del Viminale per il 2013 parlano di oltre 20mila operazione anti-narcotici con sequestri per oltre 72 tonnellate, il 43% in più rispetto all'anno scorso. I segnalati all'autorità giudiziaria son oltre 33mila. Insomma, proibire e punire continuano a fallire. Un quarto dei detenuti mondiali è in carcere per reati di droga.Sono 33 i paesi che prevedono la pena di morte, anche per mera detenzione e solo in Iran nel 2013 sono state 328 le persone giustiziate per questo. Negli anni, in virtù della "guerra alla droga" si sono fatti accordi coi peggiori regimi, dalla giunta militare birmana ai talebani, dal Vietnam al Laos alla Corea del nord. Tutto per proteggere il mondo dalle sostanze stupefacenti.

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Ma le sostanze proibite dalla tre Convenzioni Onu in materia di stupefacenti sono anche utilizzabili per la ricerca scientifica e per aiutare malati affetti da decine di malattie. Eppure sono quasi 30 anni che studi approfonditi sulle piante e loro derivati illeciti vengono trattati come se fossero dei libelli sediziosi e vengono sistematicamente silenziate. Nel Regno unito uno studio sull'LSD s'è visto imporre il segreto di stato e gli è costato il posto!

A marzo di quest'anno la Commissione Onu sulle droghe ha deciso che nel 2016 verrà convocata una sessione speciale dell'Assemblea generale interamente dedicata alle "droghe". Per non sprecare un'altra occasione di riforma, il Partito Radicale e l'Associazione si sono unite alla Global Commission on Drug Policies e alla campagna "Support Don't Punish" per chiedere alle istituzioni italiane che si parli di droghe.

In vista della riunione alle Nazioni unite del 2016, occorre aprire un dibattito su "guerra alla droga" e violazioni dei diritti umani, pena di morte, limitazioni alla libertà di ricerca scientifica e uso terapeutico delle sostanze proibite, includendo i costi dell'amministrazione della giustizia e quelli delle attività anti-mafie per non parlare della corruzione e della salute pubblica. Qui è possibile firmare un appello a Governo, Parlamento e media italiani.

In mancanza di chiare intenzioni riformatrici antiproibizioniste, che comunque i Radicali propongono nel silenzio più totale dalla fine degli anni Sessanta, almeno #parliamodidroghe.

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