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A CARO PREZZO, Carl Hart. Neri Pozza editore.

A caro prezzo

 
Carl Hart è un afroamericano cresciuto in uno dei peggiori sobborghi di Miami. Aveva solo dodici anni la prima volta che ha visto con i suoi occhi la scena di un omicidio «per questioni di droga». Era ancora un ragazzo quando ha perso il suo primo  amico, ucciso in uno scontro a fuoco, ed era poco più di un adolescente quando faceva il DJ, esibendosi con rapper del calibro di Run-DMC e Luther Campbell, e si buttava a terra se qualcuno cominciava a sparare. I suoi cugini Michael e Anthony rubavano alla loro stessa madre e lui pensava che quel gesto fosse una conseguenza diretta della «dipendenza da crack», la droga che aveva invaso le comunità afroamericane più povere di Miami a partire dalla metà degli anni Ottanta.
Poi un giorno è diventato uno studioso di neuroscienze, ha vinto prestigiose borse di studio, ha scritto decine di articoli sui reali effetti delle droghe sulla psiche  umana, ha riscosso diversi riconoscimenti per la sua attività didattica alla Columbia University, ha indossato il camice bianco da laboratorio e, dopo numerosissimi  esperimenti, ha radicalmente mutato opinione sulla questione della «dipendenza» dalle sostanze stupefacenti.
Questo libro nasce dal suo lavoro di neuroscienziato e dalla sua vita di  afroamericano vissuto in un povero sobborgo di Miami. È il magnifico memoir di un giovane uomo che si è sottratto al suo destino di emarginazione e, ad un tempo, un prezioso contributo scientifico che mostra come l’isteria emotiva che aleggia attorno alle droghe illegali oscuri i veri problemi.
Il paradigma per il quale è la sostanza stupefacente stessa a produrre  inevitabilmente «dipendenza», e a interferire a tal punto con le funzioni vitali da indurre comportamenti autodistruttivi, si dimostra in queste pagine, alla luce di molteplici esperimenti scientifici, del tutto errato. La causa della «dipendenza», che concerne il 10-25 per cento di coloro che entrano in contatto con le droghe, anche le più socialmente stigmatizzate come l’eroina e il crack, va ricercata non nella sostanza stessa, ma nelle condizioni della sua assunzione. Emarginazione, alienazione sociale, bisogni relazionali insoddisfatti, assenza di ogni altra possibile «ricompensa» sono le cause reali che conducono alla «dipendenza».
Ultimata la lettura di questo libro, carcere e leggi sempre più severe contro le droghe, assimilate a forze magiche, al «male assoluto», si svelano perciò come le misure più erronee e irragionevoli possibili per cambiare davvero le cose nell’uso delle sostanze stupefacenti tra le fasce marginalizzate della popolazione.

il ministro Fontana vuole occuparsi anche di droghe, e sarebbe un altro incubo

 Non sorprendentemente, il principio ispiratore del leghista sarà quello della “tolleranza zero.”

Leonardo Bianchi VICE www.vice.com/it/article/435zm9/ministro-fontana-droghe

Abbiamo imparato a conoscere il ministro della disabilità e della famiglia, il leghista Lorenzo Fontana: ultracattolico, antiabortista, antifemminista, uomo di collegamento della Lega con la Russia, legato all’estrema destra veronese e persino indipendentista veneto.

Come se tutto ciò non fosse già abbastanza, ora potrebbe anche occuparsi didroghe.

La notizia l’ha data lui stesso alla Stampa: “Credo che la delega per la lotta alle tossicodipendenze verrà assegnata a me. E ho già incontrato i funzionari del Dipartimento perle Politiche antidroga.” Nella stessa intervista, Fontana ha anche fornito la sua visione sul fenomeno—di cui, va detto, prima d’oggi non si sapeva assolutamente nulla.

 

Non sorprendentemente, il principio ispiratore sarà quello della “tolleranza zero.” Il leghista ha poi spiegato i primi tre provvedimenti che intende adottare nel caso in cui dovesse ricevere la delega: potenziare al massimo l’azione delle forze dell’ordine; contrastare le droghe “fatte in casa,” quelle che secondo lui “chiunque può prodursi in cucina seguendo le istruzioni su Internet”; importare dall’estero “qualche politica antidroga” che “ha avuto successo” (e a meno che non si riferisca al presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, non si capisce quale “politica antidroga” abbia avuto questo grande “successo”).

Fontana ha poi detto che in Italia “un vero proibizionismo non c’è,” e che “bisogna sottrarre il dibattito all’ideologia.” In più, a sgomberare definitivamente il campo da dubbi il ministro ha assicurato che non ci sarà nessuna “liberalizzazione” della cannabis. “Mi metto nei panni di un padre o di una madre,” ha detto. “Avrebbero piacere che i loro figli fumassero? Non credo proprio.”

Le associazioni di settore e gli operatori hanno duramente criticato questa possibile nominaMaria Stagnitta, presidente di Forum Droghe, ha parlato di “una visione preistorica delle politiche sulle droghe” che peggiorerà “una situazione in cui non solo i consumi aumentano, ma mutano nell’assoluta incapacità dei servizi di saperli interpretare.” 

Marco Perduca, membro dell’Associazione Luca Coscioni, ha giustamente fatto notare che “nel curriculum politico e istituzionale del ministro Fontana non si rintraccia alcun interesse, figuriamoci le competenze, per il fenomeno della ‘Droga’.”

Qualche giorno fa, a fotografare il ritorno in pompa magna della repressione—nonché il sostanziale fallimento del proibizionismo italiano—ci ha pensato ilnono Libro Bianco sulle droghe. Nel 2017 quasi il 30 percento degli ingressi in carcere è stato determinato dalla violazione dell’articolo 73 del Testo unico sulle sostanze stupefacenti (la legge Jervolino-Vassalli), mentre il 25,53 percento dei detenuti è tossicodipendente. Gli autori sottolineano con preoccupazione che “si consolida l’aumento dopo che il picco post applicazione della Fini-Giovanardi (27,57 percento nel 2007) era stato riassorbito a seguito di una serie di interventi legislativi correttivi.”

Il libro bianco registra anche la crescita delle segnalazioni ai prefetti dei semplici consumatori, “caduti anche loro nelle rete dei maggiori controlli e dell’ossessione securitaria”: sempre nel 2017 ci sono state oltre 40mila segnalazioni (l’80 percento delle quali per possesso di cannabinoidi), 15.581 sanzioni amministrative e appena 86 richieste di programmi terapeutici. Come annotano Franco Corleone e Stefano Anastasia, siamo di fronte ad una “inutile macchina sanzionatoria che in quasi trent’anni ha colpito più di un milione e duecentomila persone.”

Ammesso e non concesso che Fontana abbia la più pallida idea della reale situazione sul campo, in questo quadro non particolarmente edificante non si può fare a meno di notare l’ennesima incongruenza dei Cinque Stelle. Nella scorsa legislatura 12 parlamentari del M5S avevano fatto parte dell’intergruppo Cannabis Legale, la cui proposta è però miseramente naufragata. Due di loro avevano anche partecipato al “4:20 European Psychedelic Hemp Fest” di Lambrate, attirandosi feroci critiche da parte del centrodestra.

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Cala il gioco d'azzardo tra i giovani ma è boom tra gli adulti

 

LUDOPATIA, SLOT MACHINE © EPA


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Cala il gioco d'azzardo tra i giovani mentre si registra un vero boom tra gli adulti: nel 2017 i giocatori-studenti nella fascia 15-19 anni sono diminuiti di 400mila unità rispetto al 2014, quando i giovani scommettitori raggiungevano la quota di 1.4 milioni. Complessivamente, nel 2017 hanno giocato almeno una volta 17 milioni di italiani (di cui 1 mln studenti) contro i 10 mln del 2014. Al Sud crescono, però, gli studenti-giocatori 'problematici', ovvero a rischio di gioco patologico.

Lo rivela uno studio del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) di Pisa.

Secondo i due nuovi studi Espad e Ipsad dell'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) - dedicati rispettivamente alla diffusione del gioco d'azzardo tra gli studenti delle scuole superiori (15-19 anni) e tra la popolazione generale adulta comprensiva anche di quella più giovane (15-64 anni) - aumentano dunque i giocatori adulti mentre diminuiscono tra gli studenti. Nel corso del 2017 oltre 17 milioni di italiani hanno giocato d'azzardo almeno una volta (42,8%), nel 2014 erano 10 milioni (27,9%) e fra questi oltre un milione di studenti ha giocato almeno una volta (36.9%), nel 2014 erano 1,4 milioni (47,1%). "Aumentano tra gli adulti anche i giocatori 'problematici', ovvero a rischio di gioco patologico - afferma Sabrina Molinaro dell'Ifc-Cnr - passando negli ultimi 10 anni, dai 100.000 stimati nel 2007 (0,6%) ai 400.000 stimati nel 2017 (2,4%). Di contro i giocatori 'problematici' diminuiscono tra gli studenti passando dall'8,7% del 2009 ai 7,1% del 2017. In particolare la quota di giovani giocatori con profilo di gioco 'problematico' fa registrare una diminuzione o un assestamento nelle regioni del Nord e del Centro Italia, mentre nella macro-area Sud e isole si rilevano incrementi in Sicilia, Basilicata, Calabria, Molise e Abruzzo". Sembrano più a rischio di sviluppare problematicità al gioco coloro che sono in cerca di prima occupazione (19,2%) e gli studenti (14,1%). Il 10,8% degli studenti ignora che nel nostro Paese è illegale giocare per gli 'under 18' e si stima che 580.000 (33,6%) studenti minorenni abbiano giocato d'azzardo nel corso dell'anno. La facilità di accesso ai luoghi di gioco da parte degli 'under 18' è confermata dal dato che solo il 27,1% riferisce di aver avuto problemi a giocare d'azzardo in luoghi pubblici perché minorenne. Il 75% degli studenti spende in giochi d'azzardo meno di 10 euro al mese e il 6,3% spende più di 50 euro al mese, quota che tra gli studenti con un profilo problematico sale al 22,1%. 

Il mercato dei farmaci clandestini

 Teneva i cerotti di Fentanyl sotto la lingua. È andato in overdose. L’ha salvato un’ambulanza. La segnalazione arriva dalla Toscana, risale a qualche mese fa ed è circolata solo tra pochi specialisti di tossicodipendenze. Prima overdose in Italia per abuso di farmaci antidolorifici a base oppioide. Un segnale. Come quelli che arrivano dalla rete, in particolare dai profili social (riservati) di adolescenti che acquistano online sciroppi alla codeina, tramadolo, OxyContin. I medici parlano di «uso non terapeutico di sostanze psicoattive». Ed è la prospettiva chiave per interpretare il futuro del consumo di stupefacenti. A partire da un riferimento internazionale: oggi gli Stati Uniti stanno affrontando la più devastante epidemia di eroina nella storia del mondo occidentale. Quali sono i rischi che in Italia si arrivi a un’evoluzione analoga, con un ritorno di massa dell’eroina? In Nord America, una politica commerciale molto aggressiva delle case farmaceutiche ha saturato il mercato di antidolorifici oppioidi; s’è creata così in pochi anni una base di dipendenza diffusa da farmaci con la stessa molecola della morfina; a quel punto, i narcos messicani hanno fiutato l’«opportunità di mercato» e inondato le strade di eroina. 

In Italia l’ultimo ventennio è stato dominato dalla cocaina. L’eroina però non è mai scomparsa, soprattutto in Emilia, Toscana, Campania. I fattori di rischio dunque sono due, soprattutto per i consumatori più giovani. Primo: le nuove generazioni non hanno memoria storica, sono senza anticorpi, perché non ricordano la strage di ragazzi coi corpi distrutti dalle spade che si bucavano e morivano nei parchi delle città. Sono una generazione «vergine» di potenziali nuovi «clienti». È quel che si vede al «boschetto» di Rogoredo, la più grossa piazza di spaccio del Nord Italia, alle porte di Milano: in fila per comprare eroina, i minorenni si mescolano ai vecchi tossici che hanno più di 40 anni.
E poi c’è il rischio della «deriva americana», il secondo fattore che può rilanciare la diffusione dell’eroina: rispetto agli Stati Uniti, la circolazione dei farmaci in Europa è più controllata, ma il mercato clandestino è in fortissima espansione. Un anno fa i carabinieri di San Donato hanno arrestato due iracheni che vendevano OxyContin fuori dalle scuole di Segrate e Peschiera (hinterland milanese). Poco dopo, anche i poliziotti di Milano hanno fermato due spacciatori egiziani di farmaci oppioidi. Ai ragazzini, drogarsi con le medicine sembra più «pulito». «L’abuso di questi farmaci – spiegano gli esperti – finora è stato sottovalutato. Rischiamo di svegliarci di colpo e scoprire una crisi già avanzata».
Gianni Santucci, La Lettura 8 aprile 2018

Contenuto Redazionale Al via in Italia la Web Survey europea sull’uso di droghe: partecipa e contribuisci alla ricerca!

 Uno strumento semplice e innovativo per raccogliere informazioni su come si stanno modificando i pattern di uso delle sostanze psicoattive in Europa.

Quanto spesso se ne fa uso, in che modo e quanto?

Sono queste le domande a cui vuole dare risposta il progetto European Web-Survey on Drugs un’iniziativa dell’osservatorio europeo delle droghe (EMCDDA goo.gl/rTeJgg) alla quale l’Italia partecipa insieme ad altri paesi tra cui Austria, Belgio, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia e Regno Unito.

Chiunque abbia compiuto 18 anni e fatto uso di droghe negli ultimi 12 mesi, anche solo occasionalmente, può contribuire alla ricerca partecipando a questa partita in cui la conoscenza gioca un ruolo fondamentale.

Per partecipare basta collegarsi al link http://bit.ly/2DuV4uF e dedicare qualche minuto alla compilazione del questionario. Le risposte al questionario sono completamente anonime e non verrà raccolto alcun dato che potrebbe permettere di identificare i partecipanti. Le informazioni raccolte saranno utilizzate per i soli scopi di ricerca.

L’obiettivo è quello di stimare le dimensioni reali del mercato e di poter dipingere un quadro più dettagliato dell’uso di sostanze psicoattive in Europa, che può auspicabilmente essere utilizzato per contribuire alle future politiche europee in materia di droga.

Se hai compiuto 18 anni e negli ultimi 12 mesi hai fatto uso di droghe droghe (cannabis, cocaina, ecstasy, anfetamine e metamfetamine o qualsiasi nuova sostanza psicoattiva "NPS"), anche se solo una o due volte, il tuo contributo può essere di grande aiuto. 

Il KRATOM è troppo potente e “infetto”.

 Il Kratom è una preparazione vegetale legale (foglie) utilizzata per secoli per vari usi medici oltre che per il trattamento dell’astinenza da oppiacei ed è disponibile tramite Internet. Esso deriva dalla Mitragyna speciosa Korth, un albero del sud-est asiatico, ed ha insolite doppie proprietà sia di stimolazione che di analgesia.

Dalle foglie della M. speciosa Korth si possono estrarre più di 25 alcaloidi che variano nella loro composizione specifica a seconda della localizzazione geografica, della zona di crescita, della pianta. La mitraginina (strutturalmente simile alla yohimbina) è il più abbondante di questi alcaloidi e si ritiene che sia primariamente responsabile degli effetti simil-oppioidi del kratom, attraverso l’azione sui recettori mu e delta del sistema oppioide endogeno. Tuttavia, la mitraginina è strutturalmente diversa dagli oppiacei come la morfina o la codeina.
Gli studi sugli animali suggeriscono che la mitraginina può stimolare i recettori alfa-2 adrenergici post-sinaptici e /o bloccare la stimolazione dei recettori 5-HT2A serotoninergici.

La mitraginina è di circa 13 volte più potente della morfina, mentre la 7-idrossimitraginina (un componente minore di M. speciosa Korth) è quattro volte più potente della stessa mitraginina
Gli utilizzatori di Kratom segnalano come principali benefici, auto-percepiti, del loro consumo:
• aiuta a lavorare di più
• rende più attivi
• aumenta il desiderio sessuale (come afrodisiaco)
• aumenta l’appetito.
Gli effetti sono comunque dose-dipendenti: a basse dosi, il Kratom produce un effetto stimolante, a dosi più elevate, predomina l’effetto oppioide.
È commercializzato in molte forme, tra cui foglie, pillole, capsule, polvere e tè.

Attualmente la Food and Drug Administration (FDA) sta indagando su un’epidemia di infezioni da Salmonella presumibilmente causata da prodotti che contengono kratom.
28 persone di età compresa tra 6 e 67 anni in 20 Stati sono risultate infette e 11 persone che sono state ricoverate in ospedale. Non è stato segnalato alcun decesso. .
La maggior parte delle persone infette da Salmonella sviluppa la salmonellosi con diarrea, febbre e crampi addominali.
La malattia di solito dura da 4 a 7 giorni e la maggior parte delle persone guarisce senza trattamento. Tuttavia, nell’attuale epidemia, un numero insolitamente elevato di casi è stato ricoverato in ospedale per la loro malattia.

L’attenzione verso il kratom non è solo per la salmonellosi.

l'articolo continua su insostanza.it http://www.insostanza.it/kratom-salmonella-7-idrossimitraginina/

Tutte le droghe al fronte

Lukasz Kamienski, Shooting Up, storia dell’uso militare delle droghe,Utet, Milano, pagg. 556. Articolo pubblicto da IlSole24Ore 2018 

 La storia dei conflitti armati è intrinsecamente legata alle sostanze psicotrope. Ad esempio testimonianze sul fungo Amanita muscaria ne fanno risalire l’uso addirittura al paleolitico sahariano, ma pare fosse largamente usato da molte tribù siberiane e dai famigerati berserker vichinghi in cui avrebbe indotto uno stato di frenesia tale da renderli feroci e imbattibili sul campo di battaglia. 

Droghe tradizionali come le foglie di coca hanno segnato la storia degli eserciti di Perù e Bolivia perché ne aumentavano la resistenza alla fatica durante le spossanti marce in alta quota: pare che nel 1873 un soldato sia riuscito a percorrere addirittura 2.200 chilometri in soli 20 giorni. Ma per un uso di massa di oppio e morfina bisogna attendere la rivoluzione americana del 1775 e la successiva guerra civile del 1861. 
Lo sviluppo di armi moderne, con i nuovi proiettili per i fucili ad avancarica, e una chirurgia di guerra che non era ancora in grado di debellare le infezioni obbligavano a continue amputazioni: oppio e morfina erano gli unici rimedi per attenuare il dolore, anche se ovviamente producevano dipendenza. Nel 1865 quasi 400mila reduci erano schiavi della morfina, a dimostrazione del fatto che un conflitto aveva prodotto un’epidemia di massa di tossicodipendenza. 
La cosiddetta «malattia del soldato» diventa psicosi durante la Prima guerra Mondiale, visto che la presenza della cocaina in Gran Bretagna fu ampiamente esagerata e sovrastimata. È pur vero che veniva distribuita nel rum per stimolare le truppe al fronte sottoposte alla durissima vita di trincea, ma a ingigantirne il pericolo era stata soprattutto l’idea di un complotto internazionale, cavalcato dai media, che aveva spinto il governo a emanare severe norme di controllo. 
Nella Seconda guerra mondiale, dove fa irruzione la temutissima strategia nazista del Blitzkrieg, o guerra lampo, le esigenze sono altre: serve una “pillola d’assalto” che aumenti l’efficienza delle truppe corazzate e soprattutto la velocità in battaglia. La risposta è il Pervitin, un’anfetamina talmente diffusa che nel solo 1939 ne vengono inviate al fronte 29 milioni di compresse. La benzedrina secondo molti storici militari è la chiave di successo della battaglia di el Alamein, con la distribuzione di 72 milioni di pillole, quando le divisioni di Rommel vengono sconfitte nel deserto e si cambiano le sorti del conflitto anche in Europa. 
La distribuzione di anfetamine raggiunge dimensioni record nel teatro del Pacifico quando gli Usa hanno a che fare con la caparbietà delle forze giapponesi che sembrano votate al sacrificio pur di non essere sconfitte. Non ci sono solo i piloti kamikaze, molti dei quali peraltro non erano neanche volontari, ma la resistenza di truppe educate da secoli di Bushido, dove perdere in battaglia conservando la vita era considerata una forma di disonore. Questo incontro con la cultura asiatica assume aspetti paradossali in Vietnam, con quella che verrà chiamata la guerra psichedelica. 
In patria la contestazione giovanile spingerà gli hippy a godersi la vita, il sesso, le droghe e il rock’n’roll. In Indocina gli americani mandati al fronte hanno un’età media di 19 anni e combattono in un paese dove un sacchetto di marijuana, un grammo di eroina o di morfina costano meno di una birra. La concentrazione di Thc nell’erba locale è cinque volte superiore a quella disponibile in patria. L’elevata asimmetria del conflitto e le terribili condizioni che si trovano nella jungla trasformano il fronte in un incubo con cui è difficile avere a che fare. Malaria, zecche, sanguisughe, serpenti. La noia impera sovrana, spesso per giorni, prima di incappare improvvisamente in un’imboscata o in una trappola vietcong irta di pali scavata sul terreno. Nel 1973, anno del ritiro, il 70% dei coscritti assumeva abitualmente stupefacenti. Con il rientro in patria scoppia il problema dei reduci: da 400mila a 1,5 milioni di giovani veterani soffrono del disturbo da stress post-traumatico. Storicamente è la fine di un’era da cui gli Usa faticheranno ad uscirne.

Contenuto Redazionale APPROFONDIMENTI STUPEFACENTI - Samorini al Centro Java

 

Contenuto Redazionale I DIECI ANNI DI SOSTANZE.INFO

 

6 settembre 2007 - 6 settembre 2017

GRAZIE A TUTTI

Contenuto Redazionale Non potrai tornare indietro.


Gilberto Di Petta, psichiatra

Gilberto Di Petta, psichiatra, Napoli

invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/08/19/non-potrai-tornare-indietro-nuove-droghe-dipendenza/

“Ai primi di giugno il corpo di una giovane donna veniva trovato avvolto in un vecchio tappeto a ridosso dei cassonetti dell’immondizia, in un quartiere popolare della mia città. Conoscevo bene quella ragazza per averla sostenuta, anni fa, nella sua lotta contro la droga. Per lei le parole con cui Eschilo descriveva Elena : ‘Sorriso di mare non turbato dal vento’. Poi c’è stata la sventurata adolescente che ha riacceso, come periodicamente accade, i riflettori sulle nuove droghe".

"Ormai è comune l’idea che il nostro sistema di vita abbia delle inevitabili collateralità. Le nuove droghe si inseriscono nel quadro del divertimento di massa ipertecnologico: sono potentissimi amplificatori percettivi con i quali la nostra mente può sincronizzarsi o disintegrarsi con la policromia delle luci laser o al ritmo dei tamburi elettronici. La vecchia signora, l’eroina, mieteva molti più morti. Ma era la droga dell’oblio. Avevamo i farmaci per contrastarla. Queste nuove sostanze non addormentano".

"Piuttosto svegliano i ‘mostri’ che abitano le paludi del nostro inconscio: sono eccitanti, allucinogene, dissociative. Spesso sconosciute anche a noi medici. L’opinione pubblica si rammarica di morti così giovani. Ignora, purtroppo, che per due ragazze morte nel fiore degli anni, e dell’estate, centinaia di loro coetanei rimangono ‘prigionieri del viaggio’. A differenza dell’eroina, che riduceva in schiavitù e consumava il corpo fino alla fine, queste sostanze accendono la giostra della follia artificiale. Una follia chimica da cui non è garantito il ritorno".

"Una pasticca, un acido, un funghetto, un francobollo possono rappresentare, per ignari ragazzi, un biglietto di sola andata. Non sempre le lesioni al cervello procurate da queste sostanze sono visibili, e non sempre i sintomi psichiatrici sono reversibili. Non sempre le nostre cure sono efficaci. Soprattutto perché in Italia abbiamo il Sistema della Salute Mentale (Legge 180, 1978) totalmente separato dal Sistema delle Dipendenze (Legge 162, 1990), per cui molti di questi ragazzi e delle loro famiglie finiscono nel ping-pong tra un sistema e un altro, una terra di nessuno dove diventa ancora più difficile salvarsi".

"Ragazze e ragazzi che difficilmente metterebbero nel loro stomaco un cibo di dubbia provenienza, comprato per strada, non esitano a calarsi nel cervello una sostanza ignota. Come i bambini della melanconica fiaba dei fratelli Grimm seguono, ad ogni weekend, la musica magica del pifferaio che li porterà fuori dalla città, nel ventre nero della montagna incantata. Nei pronto soccorso, di notte, arrivano casi sempre più numerosi, e sempre più giovani, con quadri di agitazione con allucinazioni e deliri mai visti prima".

"Questo solo, non da medico ma da uomo, è il pensiero che vorrei trasmettere a te, ragazza o ragazzo che ti trovi davanti all’offerta di una pillola colorata che promette un’ora di technotrance: tu, che non sei folle, sarai costretto a coabitare con la follia artificiale scatenata nel tuo cervello da una sostanza ignota e apparentemente innocente. Giorni, notti, sogni, affetti, amori, lavoro, famiglia: destinato a diventare spettatore, inerme e solo, di un drago evocato per un’ora e che divorerà invece intera la tua vita. Non potrai tornare indietro. Fermati, ti prego. Fallo per te”.

tedeschi

I chimici tedeschi in poco più di un secolo, riuscirono ad isolare la morfina dall’oppio (1807, Friedrick W. A. Serturner),  la cocaina (1859, Albert Niemann), l’eroina (1897, Felix Hoffmann), l’ MDMA (1912, Fritz Haber), la metanfetamina (1937, Fritz K. Hauschild), il metadone (1939, Max Bockmuhl e Gustav Ehrhart)."

da Alessandro De Pascale, Guerra e Droga, Castelvecchi, Roma, 2017.

Don Winslow: la guerra è finita. Ha vinto la droga

 In occasione dell'uscita italaian del suo ultimo romanzo

Ha raccontato l’ascesa dei narcos messicani. Ora, nel nuovo romanzo, "Corruzione", accende i riflettori sui poliziotti di New York. E svela un’America falciata da eroina e antidolorifici. L' intervista di Enrico Deaglio sul Venerdi - Repubblica bit.ly/2t6M2A5

Da dove partiamo?

«Se parliamo di cartelli, da quello di Sinaloa. È un punto all’orizzonte, a sud: lo stato di Sinaloa, Messico, nei poverissimi anni Quaranta. Il clima è buono per la coltivazione dell’oppio, i gringos ne hanno bisogno. Il consumo di massa di oppio, eroina, antidolorifici è nato qui, con la Prima guerra mondiale, le trincee, le amputazioni. Furono degli italiani intraprendenti a capire che si potevano fare un sacco di soldi curando dolore e infelicità. Lucky Luciano fu il più sveglio, aprì canali con l’industria farmaceutica in Germania, si spinse addirittura in Birmania per comprare la materia prima. Con la Seconda guerra mondiale questi canali si esaurirono: l’Atlantico era un “mare tedesco”, il Giappone dominava l’Asia, la merce non arrivava. Ma i soldati americani avevano bisogno della dose. E così furono proprio gli americani a proporre ai contadini di Sinaloa di produrre per loro. “Sì, d’accordo, ma come facciamo a portarvi la roba oltre le montagne?”. “Vi costruiamo noi la ferrovia” dissero i gringos, e infatti  fecero la Sinaloa-San Diego in un batter d’occhio, per i marinai delle portaerei, le decine di migliaia di feriti, di traumatizzati, di distrutti dalla guerra  che tornavano a casa».

Tra allora e oggi, per soddisfare i consumi americani c’è voluta la produzione intensiva in Colombia, Bolivia, Messico. Adesso è il Messico che ha preso il sopravvento: e la logica del Cartello del XXI secolo ha la stessa modernità delle catene di montaggio dei primi del Novecento.  

Winslow si alza e va alla staccionata. Prende una pietra. «Questo oggetto qui vale uno». Lo trasporta oltre il legno. «Arrivato di là, lo vendi a 50. Produrre è importante, ma molto di più è occupare lo spazio da quest’altra parte della staccionata. Questo vuol dire corrompere, decapitare, sterminare. Il cartello è questo: non è la cronaca di diversi assassinii, ma il flusso di una merce diventata regina del mercato americano. I narcos vogliono il monopolio. Chi si oppone muore. È il più grande conflitto in corso: centomila morti in dieci anni, e la cifra è in crescita. E centomila morti vogliono dire altrettanti orfani, altrettante vendette, altrettanti traumi psichici. Oggi la produzione di droga dei cartelli messicani vale tra l’8 e il 13 per cento del Pil del Paese: sono di fatto un secondo potere. Anni fa sono stati loro a comprare i bond emessi dal governo messicano e a salvarlo dal default. Dopo il crollo di Wall Street del 2008 è stato il denaro liquido di Las Vegas e Miami a far partire la ripresa».

Ma lei fa lo scrittore o il sociologo?
«Scrittore, assolutamente. La crime novel è fatta per intrattenere il lettore. Però ci tengo anche a fare qualcosa per cambiare la situazione».

Che cosa propone?
«Che si dichiari la fine della “guerra alla droga”. Bisogna legalizzare il più possibile, anche le droghe che danno dipendenza (quelle che noi chiamiamo pesanti, ndr) e intervenire sulle cause dell’infelicità che porta alla droga. Bisogna colpire i criminali. E per quanto riguarda le sostanze “ricreative”, io ovviamente capisco il fumo, ma vorrei che i ragazzi – che magari boicottano una marca di caffè perché non è equa e solidale  –  si rendessero conto che chi produce marijuana è quasi sempre uno schiavista».

continua su 

http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2017/06/15/news/don_winslow_la_guerra_e_finita_ha_vinto_la_droga-168150066/

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