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Domande agli Operatori
L'MDMA (ecstasy) è un composto chimico che fa parte del gruppo delle metamfetamine. Solitamente si presenta in pasticche o in polvere, cristalli, conosciute col nome di ecstasy: il colore, il nome, la forma non danno alcuna certezza della loro composizione né del loro effetto.
Effetti e meccanismi d’azione:
Gli effetti possono variare da persona a persona e risentono molto dell’ambiente in cui la sostanza viene assunta. In genere si ha un’alterazione dell’umore, rimozione delle barriere emotive e comunicative, facilità di parola, alterazione della percezione del tempo. Sotto l’effetto di mdma si può ballare per ore senza avvertire né fame né stanchezza.
L’MDMA, meglio conosciuta come ecstasy, è una droga sintetica prodotta nei laboratori tedeschi della Merck nel 1912 e brevettata come farmaco anoressizzante due anni più tardi. Per lungo tempo questa sostanza è stata studiata, utilizzata e somministrata per differenti motivi.
L'MDMA viene assunta con scopi esplicitamente ricreativi, e assume significato in contesti ricreazionali particolari come la discoteca, le feste e i rave. Questa suo caratteristico essere una sostanza “da serata” la rende assai meno diffusa rispetto ad altre sostanze illegali e di quanto farebbe supporre il clamore mediatico che la accompagna ogni volta che esce dai luoghi “nascosti” che le sono propri.
Novità ecstasy
Sesso droghe e sballi
Per molte persone il sesso è ormai legato al consumo di droghe. Quasi una conditio sine qua non, il che la dice lunga, credo, sulle difficoltà di relazione che abbiamo nei nostri tempi.
I famosi sballi del sabato sera si basano principalmente sull’uso di droghe così dette “ricreazionali“, cioè che riescono a facilitare i rapporti sociali, a vincere inibizioni e tabù e a far apparire tutto più facile, tutto più desiderabile.
In uno studio spagnolo appena pubblicato sono stati intervistati 100 ragazzi, ai quali è stato chiesto di compilare un questionario per raccontare le proprie esperienze sessuali, l’uso di droghe ricreazionali, l’abitudine di frequentare discoteche, pub, bar ecc nel week end.
Risultato: l’alcol è sicuramente la droga più popolare (soprattutto per iniziare l’incontro sessuale, per le esperienze più inusuali o particolarmente “hot”, per prolungare l’atto sessuale o accrescere il desiderio). Per avere migliori prestazioni sessuali però i ragazzi hanno affermato di ricorrere preferibilmente alla cocaina.
La Cannabis sembra invece poco popolare per lo sballo del sabato sera, in quanto ha effetti rilassanti, che portano più verso il sonno che verso l’eccitazione. L’ecstasy viene scelta principalmente per rimanere attivi e per divertirsi, ma non per migliorare le performances sessuali.
Le ragazze usano l’alcol più dei ragazzi, soprattutto per accrescere il desiderio, oppure quando vogliono fare del sesso “strano”, o per prolungarne la durata.
via: Psiconautica
Danni sulle capacità mnemoniche provocati dall’uso di ecstasy
L’impatto dell’uso di sostanze psicotrope sulla memoria è un argomento ricorrente quando si parla dei danni che le droghe provocano sulle capacità cognitive degli utilizzatori. Un gruppo di ricerca guidato dal Professor John E Fisk, della scuola di psicologia presso la University of Central Lancashire, nel Regno Unito, si è occupato di indagare gli effetti dell’assunzione di ecstasy e di altre droghe sulla memoria. In particolare la memoria prospettica, coinvolta nel ricordare le cose pianificate e da fare nel futuro, come ad esempio partecipare ad una riunione, ricordarsi di vedere un amico o di riferire un messaggio. La ricerca pubblicata sulla rivista Journal of Psychopharmacology, sottolinea come la maggior parte degli studi presenti in letteratura si avvalgano di sistemi di misurazione delle capacità cognitive e mnemoniche come i questionari di autodescrizione degli effetti derivanti dall’uso di droghe sulla memoria. Gli autori ritengono che tali strumenti potrebbero comportare una distorsione dei risultati, in quanto gli utilizzatori di sostanze potrebbero sovrastimare eventuali deficit cognitivi. I ricercatori propongono dunque uno studio che preveda l’uso di tecniche di laboratorio allo scopo di permettere un confronto dei dati con quelli ottenuti dall’autovalutazione. All’indagine hanno preso parte degli studenti universitari, nello specifico, 42 utilizzatori di ecstasy o policonsumatori di ecstasy e altre droghe (14 maschi e 28 femmine) e 31 non utilizzatori di droghe (5 maschi e 26 femmine). Dopo aver registrato il loro comportamento rispetto alle droghe (inclusi tabacco, cannabis ed alcol), i partecipanti sono stati sottoposti sia a questionari che ad esercitazioni di laboratorio. I questionari comprendevano domande sulla loro memoria, come ad esempio, quante volte dimenticavano di fare qualcosa nell’arco di un certo periodo di tempo o quotidianamente. Nei test di laboratorio invece, erano impegnati in veri e propri esercizi dove ad esempio, dopo aver ascoltato un certo numero di parole, dovevano trascrivere tutte quelle che riuscivano a ricordare. I risultati hanno evidenziato deficit della memoria negli utilizzatori di droghe, sia nei test di autovalutazione che nei test di laboratorio. I dati di laboratorio inoltre, dimostrano che questi deficit sono reali e non derivano da una percezione distorta che i soggetti possono avere delle proprie performance cognitive.
fonte DRONET.org
USA - Alcool e droghe. Aumentano i consumi tra i giovani
(Aduc Droghe) Inversione di tendenza su consumo di alcol e droga tra i giovani: mentre negli ultimi anni vi era stato un progressivo calo, nell'ultimo anno i consumi sono tornati a crescere. Lo ha rivelato un'indagine condotta dalla associazione indipendente Partnership for a Drug-Free America, che ogni anno rileva il fenomeno. 'Siamo un po' preoccupati per i dati di quest'anno - ha spiegato il direttore della strategia, Sean Clarkin - perche' dalle dinamiche rilevate potremmo assistere all'inizio di una nuova tendenza'. Nell'ultimo anno i giovani tra i 14 e i 18 anni che hanno consumato alcol sono aumentati del 4%, passando dal 35% del 2008 al 39% del 2009. Ma nell'ultimo mese l'indagine ha registrato un picco di +11%, considerato 'preoccupante' dai ricercatori. Nel 2008 erano 5,8 milioni i giovani che bevevano, ora sono 6,5 milioni. La ricerca ha sottolineato che negli ultimi dieci anni vi era stato un progressivo calo per quanto riguarda il consumo di alcol e droga tra i giovani. Nel 1998 erano quasi il 50% coloro che ammettevano di bere sostanze alcoliche, e circa il 27% coloro che ammettevano di fare uso di droghe. Questi dati hanno registrato un progressivo calo nell'arco di dieci anni, ma dai dati rilevati per il 2009 le percentuali sono tornate a crescere. In aumento soprattutto il consumo di ecstasy, anche se la ricerca non ha fornito dati specifici.
Internet e le droghe, storia a doppio binario
Drugs & the Internet are inextricably and symbiotically entwined. Indeed, the very origins of the Internet are bound up with the exuberant experimentation with psychedelic drugs that took place in Silicon Valley from the 1960s onwards. The use of both psychedelic drugs and the Internet can be conceptualized as attempts to augment human capacity, as technologies through which minds can be opened and society reformed.
As testament to the significance of psychedelic drug use amongst many of the Silicon Valley pioneers, Steve Jobs, co-founder of Apple Computers, maintains that taking LSD was one of the two or three most important things he has ever done. Jobs is far from being alone in attesting that LSD can help human thought processing, particularly in tackling the challenges of computing: ‘Experienced and intelligent trippers are often characterized by a fluid sense of perception, and a sensitivity to … “The pattern that connects” – just the kind of mental gymnastics that come in handy when you’re crafting the giddy complexities of information space’ (Davis, 1998: 170). The Internet is a system with the hippies’ fingerprints all over it, with the psychedelicized counterculture’s scorn for centralized authority providing the philosophical foundations of the leaderless Internet.
Just as drugs have helped to propagate computers, so computers have helped to promulgate drugs. Indeed, no sooner had ARPAnet – the precursor to the Internet – been invented, than it was co-opted in the service of drug commerce by Stanford students with their MIT counterparts: ‘Before Amazon, before eBay, the seminal act of e-commerce was a drug deal. The students used the network to quietly arrange the sale of an undetermined amount of marijuana’ (Markoff, 2005: 109). This trade was the first of many, as the Internet is a medium through which ‘white’, ‘grey’ and ‘black’ drug markets flourish, with the boundaries between these markets shifting and amorphous, fluid and arbitrary.
The ‘white’ market in psychoactive substances that are legally available in the West – alcohol and tobacco – turns grey, as the restrictions on their advertisement, such as marketeering targeted at the young, seemingly dissolve online. When it comes to taking advantage of the advertising opportunities presented by new media, the alcohol industry is no slouch: this is a world, after all, where alcopops have Facebook entries, along with signed-up friends.
There also exists a burgeoning grey market in drugs sold through online pharmacies, a smattering of which are legitimate, whilst the rest operate without the bother of genuine prescriptions, those magic pieces of paper that transubstantiate the molecule from drug to medicine. The Internet creates a global village, leaving people free to obtain ‘prescription’ medicines from countries with markedly different drug laws. Cyberpharmacists are drug dealers for the Internet age, supplying pharmaceutical, recreational and ‘lifestyle’ drugs.
The driver behind this latter, the lifestyle drug market, seems to be a reluctance to accept not having the sexual prowess of the most virile person on the planet, not being as happy as the most joyous individual, nor as thin as Cheryl from Girls Aloud. Thus, drugs developed for impotence transmogrify into pills for sexual enhancement, Prozac is swallowed by people hoping for a smoother come down from Ecstasy, whilst Ritalin is diverted to become an appetite suppressant. Paradoxically, potentially lethal growth hormones are sold as the fountain of youth, the key to longevity. Whilst Google acts as an ‘external memory prosthesis’ (Pesce as quoted in Sirius, 2006: 218), drugs that enhance our memories, developed to tackle Alzheimers, bleed into enhancing cognition in the healthy: ‘[P]sychoactive drugs can be revisioned as simply another technology for change, as citizens of the postmodern world reject one of life’s “givens” after another’ (Lenson, 1995: 187). Interestingly, the drug-taking here is often more about conformity than it is rebellion.
Probably the most dangerous aspect of the online pharmaceutical trade is the understandable yet insidious assumption – the result of a life-time’s indoctrination with false distinctions – that prescription drugs (even when purchased off-label) are inherently safer than street drugs: in reality, of course, ‘the risk for overdose and dependence derives from the potency of the drug, the mindset of the person using it, and the environment in which they are ingesting – not the source of the drug or its brand name’ (Harvard Law School, 2006: 13).
So-called ‘legal highs’ are also ostensibly a branch of the online ‘white’ market in drugs, though they, too, have a tendency to morph into the ‘grey’. The substances sold as ‘legal highs’ are unregulated by default rather than design, through an inability of the would-be prohibitionists to keep up with the countless psychoactive substances, whether ‘natural’, ’synthesized’, or somewhere in between. Even discounting human intervention, the planet pushes out psychedelics in a plethora of different forms, too multitudinous to be swept under the purview of prohibition.
Plants previously ingested by indigenous tribes in remote locations are being gathered up by the long tentacles of the Internet, delivered globally in vacuum-packed parcels. Illustrative of this phenomenon is ayahuasca, a brew traditionally used in shamanic rituals along the Amazon, made from combining two plants: whilst the primary psychoactive constituent – DMT – is a Class A drug in the UK, the relevant plants themselves are not covered by the Misuse of Drugs Act and are widely sold through online ‘legal high’ shops.
What are the consequences of these vines having been rent from the ritual, of the fact that anyone with Internet access can now become their own shaman? Despite ayahuasca losing its meaning as a ‘diagnostic tool and force for healing’ as it travels out of the Amazon along the web, it still does not fit easily into established Occidental paradigms of drug use; indeed, the radical shifts in world-view frequently precipitated by drinking the brew pose ‘a challenge to modern Western drug policies and laws, which are premised on a rationalist/positivist ontology that constructs the psychoactive substances essentially as chemicals and their effects as simply mechanistic’ (Tupper, 2008: 300).
Experience has shown that clamping down on one type of ‘legal high’ achieves little save to stimulate interest in replacements. As has been poetically pointed out, ‘our law is a machine law, a gridwork, clockwork law, and it is obviously unable to contain the fluidity of the organic’ (Wilson, 1996).
It is not just organic substances that the law seems unable to contain: ‘Advances in technology that enable tiny changes to be made to the molecular structure of substances … have blurred the distinction between licit and illicit manufacture’ (INCB, 2009: 10). This has led to the creation of an online ‘grey’ market in euphemistically named ‘research chemicals’, hallucinogenic analogues that skate the perimeters of legality, due to their similarities to (but essential differences from) regulated substances. As the US Drug Enforcement Agency have commented, ‘the formulation of analogues is like a drug dealer’s magic trick meant to fool law enforcement’ (DEA, 2004).
Meant to, and, indeed, sometimes doing exactly that, with some such websites serving thousands of customers and clandestine chemists racking up fortunes over prolonged periods before being discovered. As with organic substances, would-be prohibitors can be conceptualised as doing little more than chasing their tails here: tweaking the chemical compound – with the aid of computers – produces a drug different enough to evade the regulations, and on it goes, ad infinitum. Alongside being fruitless, this rigmarole of prohibition is potentially dangerous: it results in people using novel substances about which little is known.
There is also a thriving online market that is more incontrovertibly ‘black’. Drug forums transform into street corners, and you can even access a helpful ‘crack dealer locator service’ online: ‘the fluidity of cyberspace is ideally suited for illicit drug transactions’ (Stetina et al, 2008) and ‘the new trade is thriving … filling up the stash boxes of users who want the same convenience buying their weed that they have purchasing books and CDs at Amazon’ (Goldberg, 1999). Indeed, an interesting cyber-twist in the tale is that – just as with Amazon – the Internet fosters communities of users who rate drug dealers and their performance online. Will the sheer force of consumer demand, in combination with the ‘unpoliceability’ of the Internet, be the unmaking of global prohibition?
Perhaps, but it is arguably the use of the web as an information source that may offer the greatest challenge to the paradigm of prohibition. There is a plethora of incredibly diverse drug information websites, showing the many what only the few used to know: namely, that portals to the psychedelic state are ubiquitous, found in the most unlikely to the most mundane of places. All it takes is the click of a mouse to find directions to the best sites for fungi-foraging, advice regarding which ornamental cacti to chow down on from the local garden centre, and instructions on how to extract psychedelic milk from toads. Drug prohibitionists could no more seal these egresses than harvest the moon.
One of the most respected online drug information sources – particularly amongst psychedelic drug users – is Erowid: this site is the first port of call for most psychonauts before they embark on an adventure with a new substance. Erowid is famous for its ‘trip reports’: information imparted horizontally from fellow travelers with direct experience is accorded far greater weight than the (often moralistic) dry pronouncements on drug effects handed down vertically from on-high. A participatory culture, where users generate their own content, is creating a collective intelligence about drugs, far superior to the propaganda of yesteryear. It is unsurprising that an approach to imparting knowledge that presents people with as full a picture as possible, letting them balance pleasures against risks, has greater successes. The human survival instinct is strong: by definition, hedonists truly love life and want to continue living it.
Drugs themselves are reconstituted online. To illustrate, rather than being viewed as a menace to society, drugs might be constructed as religious sacraments or as therapeutics. In this latter category, the work of the Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS) is paramount: on their website psychedelic drugs are (re)configured as psychotherapeutic tools. MAPS sponsor MDMA assisted psychotherapy in the treatment of post traumatic stress disorder in, for instance, victims of sexual trauma, with promising results. This offers an alternative construction of MDMA, alongside liquifying the boundaries between controlled drugs and therapeutics.
Further, the essential contributions that psychedelics can make more broadly in society are regularly detailed in MAPS’s online journal. A recent such missive had the relationship between psychedelics and ecology as its overarching theme: ‘The essence of the mystical experience is a sense of unity woven within the multiplicity … This common bond can generate respect and appreciation for the environment, for caretaking and wonder’ (Doblin, 2009: 2). Given the looming ecological crisis, there is a strong argument that anything which helps reveal humanity’s essential inner-connectedness with our environment should be embraced rather than sanctioned.
As well as acting as a conduit for information, the Internet provides a sense of community that can be difficult to find offline, particularly for those involved in relatively obscure psychedelic drug use and/or domiciled in remote locations. Whilst old-style communities could be experienced as stifling, virtual commune-ities of like-minded souls with shared ideals can form. This virtual haven has many names, one of which is the entheosphere, a mind-space concerned with entheogens, psychedelic drugs that are ingested with a view to consciousness expansion, to spiritual enlightenment.
Immediately a shift in language is apparent, reflecting the fact that the entheosphere allows for alternative discourses on drugs and the meanings ascribed to them. In being given a voice, drug-takers have exposed the fallacy that they are not sufficiently drug aware, that, if they only knew the facts, they would stop. Rather, many know exactly what it is that they are getting themselves into; in short, the decision to expand one’s consciousness is likely to be a conscious choice.
In this alternative discourse … ‘[d]rugs can take one closer to truth, can reveal, through hedonistic self-exploration, the real, authentic self, buried beneath capitalism and social convention’ (Moore, 2007: 357). Drug-takers can construct their own identities, after many years of being silenced whilst others weaved negative depictions around them. What is revealed is that psychedelic culture is about so much more than the drugs, which are best understood as catalysts to alternative states of consciousness: the insights, life-style changes, art-works and music generated by such ontological shifts create an entire way of life, both within and beyond the entheosphere.
To conclude, the Internet is a bottom-up technology, heralding a new way of doing things, and a new world, where top-down systems of regulation – such as prohibition – are losing their power. Birthed as a military technology, will the Internet bring an end to the ‘War on (Some People who use Some) Drugs’? This possibility has not gone unnoticed, with the United Nations Office on Drugs and Crime, referring to the Internet as a ‘weapon of mass destruction’ (UNODC, 2009: 3). Whilst this organization still clings to the belief that this time-bomb can be defused by smothering it with cyber controls, an alternative reading sees the Internet as the death knell of global prohibition. The Internet is as beautifully and anarchically impossible to govern as psychedelic drug use itself, with both throwing up similar questions about the acceptable reach of State control and concomitant restrictions on cognitive liberty:
‘[The] notion of cognitive liberty … says that you own your own body, you own your own brain, you have freedom of thought – so why don’t we have the legal right to use psychedelics? These are the same issues that are occurring in technology. What represents our freedom? What represents what the government is allowed to regulate, and for what reason?’ (Herbert as quoted in Reiman, 2008: 19-20).
The dismantlement of global prohibition is likely to be just one of many breakthroughs precipitated by this technology, with the possibility that it may even have implications for human evolution itself. Just as psychedelic philosopher Terence McKenna saw plant-based hallucinogens as having been pivotal in the development of anthropoid awareness in the past, so the Internet looks set to generate exponential expansions of human consciousness in the future. Consciousness can be envisioned as an emergent property of neurons chattering, the Internet as an emergent property of our collective consciousness, and global consciousness as an emergent property of the Internet. The Internet is engendering global consciousness through bringing us together as a swarm of humans: just as bees use ‘waggle dances’ to communicate information, so the human swarm has the Internet via which to share memes and dreams. The need for a global consciousness has never been greater than in our current (changing) climate.
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Trascrizione di un discorso di Charlotte Walsh; fonti:
DEA (2004) ‘DEA Announces Arrests of Website Operators Selling Illegal Designer Drugs’, News Release, 22nd July, URL (consulted June 2009): http://www.usdoj.gov/dea/pubs/pressrel/ pr072204.html.
Davis, E. (1998) Techgnosis. New York: Three Rivers Press.
Doblin, R. (2009) ‘From the Desk of Rick Doblin PhD’ MAPS Bulletin XIX(1): 2.
Goldberg, M. (1999) ‘World. Wide. Weed.’ Metro, July 22nd, URL (consulted June 2009): http://www.metroactive.com/papers/metro/07.22.99/cover/ marijuana-9929.html.
Harvard Law School (2006) The Internet and Adolescent Non-Medical Use of Prescription Drugs, URL (consulted June, 2009): http://www.law.harvard.edu/programs/criminal-justice/kinsnida.pdf.
INCB (2009a) Report of the International Narcotics Control Board for 2008. New York: United Nations.
Lenson, D. (1995) On Drugs. Minnesota: University of Minnesota Press.
Markoff, J. (2005) What the Dormouse Said: How the Sixties Counterculture Shaped the Personal Computer Industry. London: Penguin Books.
Moore, D. (2007) ‘Erasing Pleasure from Public Discourse on Illicit Drugs: On the Creation and Reproduction of an Absence’ International Journal of Drug Policy 19(5): 353-358.
Reiman, L. (2008) ‘An Interview with Kevin Herbert’ MAPS Bulletin XVIII(1) 19-21.
Sirius, R. U. (2006) True Mutations. California: Pollinator Press.
Stetina, B. U., Jagsch, R., Schramel, C., Maman, T. L., and Kryspin-Exner, I. (2008) ‘Exploring Hidden Populations: Recreational Drug Users’ Cyberpsychology: Journal of Psychosocial Research on Cyberspace 2(1): article 1, URL (consulted June 2009): http://cyberpsychology.eu/view.php?cisloclanku=2008060201&article=1.
Tupper, K. (2008) ‘The Globalization of Ayahuasca: Harm Reduction or Benefit Maximization?’ International Journal of Drug Policy 19: 297-303.
UNODC (2009) World Drug Report 2009. New York: United Nations.
Wilson, P. (1996) ‘Cybernetics and Entheogenics: From Cyberspace to Neurospace’, paper presented at ‘Next Five Minutes’ Conference, Amsterdam, January, URL (consulted June 2009): http:// www.hermetic.com/bey/pw-neurospc.html.12
La droga di San Valentino
Anche lo spaccio di droga si è lanciato nel business di San Valentino. Nella notte a Roma sono state sequestrate più di 2000 pasticche di ecstasy di colore rosa con sopra impresso un cuore. Si tratta del caso più eclatante emerso in una serie di controlli mirati fatti dai militari a Roma nella notte che ha preceduto la festa degliinnamorati, che molti hanno pensato di festeggiare alterando le porte della percezione. Sono stati arrestati sette spacciatori e sequestrati ingenti quantitativi di cocaina e hashish.
Noi pensiamo che: ognuno celebra l'amore a modo suo. Ma con l'ecstasy può essere pericoloso. E sarebbe triste festeggiare San Valentino senza potersi ricordare come il giorno dopo.
di Ferdinando Cotugno su Style.it
Giovani ed ecstasy, preoccupa l’alto tasso di mortalità in Inghilterra
Fonte: Neuropsychobiology dronet.orgUn’analisi condotta nel Regno Unito sulle circostanze cliniche e sociodemografiche riguardanti i decessi droga-correlati, specificatamente relativi all’uso di sostanze stimolanti del tipo amfetaminico, hanno evidenziato la particolare vulnerabilità fisica dei giovani nei confronti dell’ecstasy. Lo studio è stato condotto dal Professor Fabrizio Schifano della Scuola di Farmacia presso la University of Hertfordshire (UK) e collaboratori, prendendo in esame dati relativi all’assunzione di sostanze stimolanti, raccolti dal programma nazionale sui decessi droga-correlati (National Programme on Substance Abuse Deaths, np-SAD) e da un’indagine sul crimine britannico (British Crime Survey) per l’intervallo di tempo compreso tra il 2001 e il 2007. I dati hanno permesso di identificare 832 casi di decessi correlati all’uso di amfetamine e metilamfetamine e 605 decessi correlati all’uso di ecstasy. Queste sostanze sono tutte appartenenti alla classe generica delle amfetamine, ma le differenze clinico-farmacologiche riscontrate per l’ecstasy (MDMA ed anche il suo analogo MDA) rendono questa sostanza potenzialmente più tossica rispetto all’amfetamina e alla metilamfetamina. Lo studio pubblicato sulla rivista Neuropsychobiology in particolare, rileva come nel caso dei decessi correlati al solo uso di ecstasy, ci fosse una maggiore incidenza per la fascia di età compresa tra i 16 e i 24 anni, decisamente più bassa rispetto alle morti correlate all’uso di amfetamine. Inoltre i giovani utilizzatori di ecstasy risultavano in buona salute e non erano noti come abituali utilizzatori di droghe, a differenza degli utilizzatori di amfetamine, per cui si riscontrava spesso co-morbilità con altre patologie. Questo costituisce un ulteriore campanello d’allarme sulla pericolosità dell’ecstasy, la cui diffusione tra i ragazzi è piuttosto elevata e che sembra, alla luce di questi dati, particolarmente dannosa sul cervello dei giovani ancora in via di sviluppo, portando a rischi per la salute talvolta irreparabili.
SCIATRICE MORÌ A 19 ANNI. L'ESPERTO: "COLPA DELL'ECSTASY"
Kristel Marcarini, la giovane bergamasca di 19 anni, campionessa di sci, morta nell'aprile del 2008 dopo una serata in discoteca, è deceduta a causa di un edema cerebrale massivo dovuto all'assunzione di ecstasy. Lo ha confermato questa mattina al processo che vede imputati a Bergamo due giovani lecchesi, il professor Mario Restori, dell'Istituto di medicina legale di Brescia e consulente dell'accusa. Secondo l'esperto, dunque, la morte della ragazza, che non soffriva di altre malattie, sarebbe dovuta proprio al consumo della pasticca, che lei stessa aveva dichiarato di aver ingerito prima di morire. Oggi in aula a Bergamo si è presentato solo uno dei due imputati, Antonino Romano, venticinquenne di Calolziocorte (Lecco), accusato di aver assistito all'episodio di spaccio. Il giovane ha rigettato le accuse, raccontando di non aver mai spacciato e di aver acquistato in passato dell'ecstasy solo per uso personale. Insieme a lui, sul banco degli imputati c'è anche Maurizio Piazza, 25 anni, di Olginate (Lecco), oggi assente, che secondo l'accusa sarebbe colui che materialmente ha venduto la pasticca a Kristel Marcarini e alle sue amiche.
ECSTASY: NEUROTOSSICITÀ NON È INTOSSICAZIONE
di Bertrand Lebeau
(Médecins du Monde)
Il 17 giugno 1998 «Libération» titolava: Il verdetto degli esperti sulle droghe: Ecstasy: Condannato – Cannabis: Assolta, e riassumeva due rapporti appena resi noti, peraltro molto diversi tra loro, come segue: «Dodici ricercatori dell’Inserm rilevano che l’ecstasy, preso in qualunque dose, può comportare gravi conseguenze fisiche o psichiatriche. Per contro la cannabis, secondo le conclusioni del professor Roques nel suo rapporto al ministro Bernard Kouchner, è meno pericolosa del tabacco».Un anno dopo la pubblicazione del “Rapporto Inserm” (Ecstasy: des données biologiques aux context d’usage, 1997) e di quello della commissione Roques (La dangerosité des drogues, Éditions Odile Jacob, Paris, 1997) a che punto siamo e qual è l’idea che il non specialista può farsi dei termini del dibattito?La questione della tossicità delle droghe di sintesi – definizione che sotto il nome generico di Ecstasy raccoglie una larga gamma di sostanze, prima fra tutte il (o la) mdma (metil-dioximetanfetamina) – continua infatti a suscitare polemiche e controversie. Di primo acchito si potrebbe immaginare che questa polemica sia solo un remake dell’eterno scontro tra i guerrieri della droga sempre pronti a demonizzare le sostanze e gli antiproibizionisti che, se non arrivano a farne l’apologia, continuano a proclamare che «le droghe non sono vietate in quanto pericolose, ma sono pericolose in quanto vietate». In tanti anni sono state enunciate tante di quelle stupidaggini sulla droga da parte della scienza, che l’idea secondo la quale «l’ecstasy distrugge i neuroni» suona all’orecchio come «la solita musica». Ma le cose forse sono meno semplici...Mettiamo da parte, per il momento, la questione di che cosa circoli sotto il nome di ecstasy. Insistiamo anzitutto sul fatto che bisogna distinguere chiaramente fra due diversi tipi di tossicità: da una parte la tossicità acuta che può apparire nelle ore o nei giorni immediatamente successivi all’assunzione della sostanza. Essa si manifesta in forma di ipertermia maligna, e/o una massiccia distruzione muscolare (rabdomilosi), e/o una «sindrome serotoninergica», e/o un’epatite fulminante. Tale tossicità acuta presenta cinque caratteristiche principali: 1) è estremamente rara; 2) è estremamente grave, potenzialmente mortale; 3) non dipende dalla quantità di sostanza (può comparire anche con piccole dosi); 4) può insorgere anche in seguito a una sola assunzione o dopo una serie di assunzioni ben tollerate; 5) infine, non esiste oggi alcun modo di definire i soggetti a rischio.Aggiungiamo che questa tossicità acuta sembrerebbe favorita dal consumo di alcol, cocaina, lsd, o anche «smart drink» ricchi di aminoacidi, e dalla situazione in cui il consumo ha luogo: esercizio fisico intenso, elevata temperatura ambientale, disidratazione. Di qui le misure di prevenzione: accesso all’acqua potabile, aerazione dei locali, «chill out» ecc.La questione si pone diversamente quando si tratta di valutare la neurotossicità dell’«ecstasy». Essa è stata dimostrata in maniera probante, per alcune specie animali, dall’équipe di Ricaurte e da quella di McKenna e Peroutka, che hanno somministrato mdma a delle cavie (vedi “Rapporto Inserm”, pp. 30-36). Tale neurotossicità si manifesta nella distruzione più o meno reversibile delle terminazioni assonali dei neuroni serotoninergici, cioè dei neuroni che producono il neurotrasmettitore chiamato serotonina. Reversibile nel topo, la distruzione sembrerebbe irreversibile nella scimmia. Il problema, evidentemente, rimane quello di sapere se con gli esseri umani sia lo stesso. Anche gli scettici circa l’estensione all’uomo di risultati di ricerche condotte su animali – è il caso di Charles Grob, che nel 1994 ha condotto il primo studio approvato dall’fda americana sugli effetti dell’mdma sugli uomini («International Journal of Drug Policy», Vol. 8, n. 2, aprile 1998, pp. 119-124) – non contestano questi risultati. Si limitano a rilevare che la neurotossicità dimostrata sugli animali non è stata riscontrata sugli uomini.In ogni caso, ammesso che tale neurotossicità si dia effettivamente nell’uomo, essa si differenzia sotto ogni riguardo dalla tossicità acuta: infatti dipende dalla quantità di sostanza (è tanto più grave quanto più le dosi accumulate sono elevate), è una tossicità a lungo termine che interesserebbe un numero molto alto di persone e che si manifesterebbe in turbe cognitive (concentrazione e memoria) e dell’umore (depressione). Il “Rapporto Roques” riassume così la situazione: «[...] nulla permette attualmente di rifiutare (né di accreditare) l’ipotesi che somministrazioni ripetute di mdma inducano alterazioni irreversibili il cui carattere patologico si rivelerebbe solo dopo diversi anni» (p. 91). E ancora: «Uno dei rischi potrebbe essere che una lesione rimanga celata sul piano funzionale finché la restante popolazione neuronale riesce a compensare questa perdita, mentre i sintomi patologici comparirebbero solo più tardi, quando la degenerazione legata all’età della popolazione di neuroni serotoninenergici interessa una quantità sufficiente ad annullare questa compensazione [...]» (pp. 152-153).È fondamentale distinguere chiaramente la tossicità acuta da una possibile neurotossicità. Ed è tanto più disdicevole che nelle «quattro pagine» destinate a riassumere il “Rapporto Inserm” si affermi: «Date le proprietà farmacologiche della molecola mdma, l’ecstasy è un prodotto tossico indipendentemente dall’abuso» (paragrafo “Informare sulla tossicità dell’ecstasy”). Delle due l’una: o questa proposizione si riferisce alla tossicità acuta, e sembrerebbe questo il caso visto che il paragrafo cita le «complicazioni somatiche mortali», e allora bisognava ricordare quanto meno la rarità di tali complicazioni; oppure si riferisce all’eventuale neurotossicità, ma in questo caso è falso affermare che l’uso occasionale e l’abuso sono ugualmente rischiosi. In termini di prevenzione, tale proposizione è particolarmente disastrosa. Essa finisce infatti con l’accreditare l’idea secondo cui l’unico messaggio per la prevenzione debba essere: «Non consumatela» («Just say: No!») e vanifica ogni proposito di limitare i danni legati all’abuso.Il meccanismo interno della neurotossicità rimane ancora poco conosciuto, ma prevale un’ipotesi generale: caratteristico di prodotti come l’mdma è il fatto di favorire la liberazione congiunta di due neurotrasmettitori essenziali: la serotonina e la dopamina. Semplificando, si può dire che tale proprietà fa di queste sostanze un prodotto intermedio tra gli allucinogeni puramente serotoninergici (lsd, mescalina, psylocibina) e le anfetamine puramente dopaminergiche, ragion per cui alcuni Autori hanno sostenuto l’idea che le feniletilaminasi meritano di essere considerate come una classe particolare, proponendo definirle «entactogene» o «empatogene».Sottolineiamo che il successo di queste sostanze tra i consumatori è legato a un effetto misto: le proprietà allucinogene sono molto più «dolci» di quelle dei veri allucinogeni; mentre gli effetti «speed» restano «ragionevoli» e sono compensati da quelli leggermente allucinogeni. In breve: la sostanza è facilmente controllabile sul piano psichico, favorisce l’empatia, la comunicazione, la caduta delle inibizioni. Come al presidente di Act Up, a molti «giovani» l’ecstasy «piace».Esaminiamo ora le ipotesi sulla neurotossicità. Semplificando, l’ipotesi più probabile è la seguente: la neurotossicità sarebbe legata alla ricattura di dopamina da parte dei neuroni serotoninergici. Di fatto, più il rapporto tra serotonina liberata e dopamina liberata è vicino a 1 (mdma, mdea, mda, per esempio), più la neurotossicità è rilevante; minore è la quantità di dopamina liberata rispetto alla serotonina liberata (mbdb, per esempio), più la neurotossicità è limitata (per maggiori dettagli si può consultare il “Rapporto Inserm”, pp. 25-30). Detto altrimenti: l’effetto combinato serotoninergico e dopaminergico sarebbe la ragione tanto del successo della sostanza tra i consumatori quanto della sua neurotossicità. Assai imbarazzante, anche perché, se la neurotossicità fosse accertata, l’ecstasy «si collocherebbe automaticamente al primo posto fra le droghe tossiche» (“Rapporto Roques”, p. 295).Le metanfetamine non sono le uniche sostanze (potenzialmente) neurotossiche: a gradi diversi lo sono anche l’alcol, la cocaina e le anfetamine. A differenza, è bene notarlo, della cannabis, degli oppiacei e dell’lsd.E arriviamo a una delle questioni che rendono confuso il dibattito. L’lsd, per esempio, parrebbe più «pericoloso» dell’mdma, essendo il suo potere psicoattivo molto maggiore. Ma, appunto, potere psicoattivo e neurotossicità non coincidono. Una sostanza può essere facilmente controllabile quanto ai suoi effetti psicoattivi ed essere neurotossica (forse è il caso dell’mdma) o, viceversa, essere potenzialmente molto destabilizzante sul piano psichico (come la Ketamina e l’lsd) senza essere neurotossica. Allo stesso modo le anfetamine, capaci di provocare gravi danni psichiatrici (psicosi anfetaminica), avrebbero, in ogni caso, un grado di tossicità minore di quello delle metanfetamine.Ecco tutto, si direbbe. Ma nelle feste in cui questi prodotti sono consumati, sotto il nome di «ecstasy» circola di tutto e i consumatori non hanno alcun modo di conoscere la composizione di ciò che consumano. Il «testing» (o test di Marquis) permette soltanto di stabilire la presenza di una metanfetamina, di una anfetamina o di una feniletilamina tipo dob o 2cb, ma non dice nulla né sulla presenza di altre sostanze né sulla quantità (queste informazioni possono essere ottenute solo attraverso un’analisi di laboratorio e per mezzo di tecniche sofisticate). Inoltre, l’assunzione contemporanea di alcol, cocaina, lsd ecc. rende difficile attribuire la causa degli effetti neurotossici al solo «ecstasy». Certo, ma il «principio di precauzione» rimane intatto. La neurotossicità, per quanto ipotetica, dell’mdma e dei suoi derivati dev’essere nota ai consumatori.Ma, che io sappia, nessuno degli opuscoli distribuiti ai rave o in altre occasioni solleva questa imbarazzante questione. A torto, perché chi non demonizza a priori l’uso delle droghe è nella miglior posizione per sollevare dubbi e interrogativi.Nell’attesa, come dicono i consumatori avvertiti, «un ecstasy alla settimana è già troppo»!
ECSTASY GENERATION
Genere: CommediaTitolo originale: NowhereNazione: Stati Uniti, FranciaAnno produzione: 1997Durata: 82'Regia: Gregg ArakiCast: James Duval, Chiara Mastroianni, Debi Mazar, Christina Applegate, Guillermo Diaz, Traci Lords, Shannen Doherty, Rose McGowan, Mena Suvari
"Un episodio di Beverly Hills 90210 in acido" Così lo stesso regista descrive questo film, e c’è da credergli: basta leggere la trama qui sotto, che tratta di una vera e propria… Generazione di sconvolti Ecstasy Generation racconta, nell’inferno di una Los Angeles bruciata dal sole, il mondo perverso di un gruppo di studenti libidinosi e depravati: gli alti e bassi dell’amore, il sesso più sfrenato, le pratiche sadomaso, il consumo di acidi, i furti d’auto, gli omicidi e l’arrivo degli alieni. Dark Smith è disperatamente alla ricerca dell’amore, ma, sfortunatamente per lui, si imbatte sempre nella persona sbagliata: ha perso completamente la testa per Mel, ma lei non vuole legami duraturi con alcuna persona di sesso maschile, femminile o quant’altro. Dal regista di Doom Generation Un’opera strutturata come la parodia di una sit-com che si immerge criticamente nelle sottoculture giovanili, frulla colori e immagini in un montaggio iperattivo e allucinante, fa convivere il sarcasmo nichilista e il gusto dell'assurdo con una vena di straziante romanticismo: inesorabilmente trash in alcune situazioni, violento, spesso divertente e molto provocatorio, rappresenta forse lo stato dell’arte nel cinema indipendente dell’epoca.
fonte: spaziofilm
La Repubblica Ceca legalizza il possesso di droghe
Le tabelle predisposte dal governo ceco entreranno in vigore a partire dal 1° gennaio 2010 e permetteranno il possesso per uso personale di: 5 piante di marjuana, 15 gr di marjuana, 5 gr di hashish, 2 gr di cocaina/eroina/pervitina, 5 francobolli di LSD e 40 funghetti allucinogeni.Il gabinetto ha iniziato a discutere anche della quantità consentita per uso personale di droghe sintetiche, ma questa discussione è stata rinviata di due settimane. Se il governo approva la proposta del ministero, tra due settimane, sarà consentito possedere anche quattro pillole di ecstasy.
OLANDA - Ecstasy. Rubate 2400 pillole a collezionista. Allarme
Sono state rubate a un collezionista circa 2.400 pillole di ecstasy, tra cui una quarantina capaci di provocare la morte di chi le dovesse ingerire. E' accaduto a Eerbeek nell'est del Paese.Le pillole erano state catalogate e custodite in classificatori da numismatica dal proprietario. Alla polizia, dopo aver denunciato il furto, l'uomo ha spiegato di non essere un consumatore ma di aver acquistato la droga solo per il piacere di collezionarla, attratto dalle scritte e dai colori delle pastiglie.I magistrati non si sono ancora pronunciati sulla possibilita' di perseguire il collezionista per il suo strano hobby, mentre la polizia sta ricercando quelle pillole raccolte, sembra, in piu' di vent'anni di ricerche e acquisti.
NON ERA ECSTASY, MA UN COMUNE FARMACO: CHIEDE I DANNI
LECCE – Non era ecstasy, come si sarebbe accertato, ma pastiglie di Valpinex, un farmaco usato per vari tipi di disturbi, specie di tipo gastrointestinale. Stefania De Pace, 31enne di San Pancrazio Salentino, era stata fermata dai carabinieri della stazione di Poggiardo nel corso dei consueti controlli estivi lungo le litoranee e nei pressi delle discoteche. Era la notte del 23 agosto scorso. La zona, quella di Santa Cesarea Terme. E ora, dopo essersi rivolta all’avvocato Cesario Licci del Foro di Lecce, la giovane sta procedendo alla richiesta di risarcimento danni per ingiusta detenzione. Ha trascorso, infatti, due giorni in carcere e quattro ai domiciliari, poiché accusata di avere con sé quattro pastiglie di sostanza stupefacente, droga sintetica per la precisione. I carabinieri trovarono il tutto insieme a 70 euro e scattò così l’arresto in flagranza. In realtà, fu poi il consulente tecnico incaricato dal pubblico ministero a dirimere ogni dubbio: le pastiglie erano tutte e quattro un comune farmaco. In seguito ai fatti, cioè la custodia cautelare di sei giorni (Stefania De Pace fu rimessa in libertà il 29 agosto, con ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce), la 31enne ha anche perso il posto di lavoro ed ha dovuto fare ricorso alle cure specialistiche presso una struttura pubblica salentina, dato che è subentrata anche una forma di depressione. Da qui, la decisione di procedere ad una richiesta di risarcimento danni nella causa che si sta instaurando contro lo Stato.
FONTE: www.lecceprima.it
