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L’oppio si ottiene incidendo le capsule non ancora mature del Papaver Somniferum (papavero sonnifero) e lasciando essiccare al sole la resina che ne fuoriesce.

L'oppio grezzo contiene circa 20 tipi di alcaloidi, composti organici azotati dotati di elevata azione farmacologica a livello del sistema nervoso.

Tra questi alcaloidi sono presenti alcune sostanze di diffuso uso clinico nella terapia del dolore come la codeina, la papaverina, la narcotina. L'alcaloide principale dell'oppio è la morfina. Per le sue elevate propriet...

Gli oppiacei sono dei potenti analgesici, le proprietà  euforizzanti ed anestetizzanti  procurano un senso di rilassamento, distacco dalle proprie emozioni ed indifferenza rispetto a qualsiasi percezione negativa.

Il nostro cervello è capace di produrre autonomamente sostanze oppiacee dette endorfine, che hanno effetti inibenti e depressori sul Sistema Nervoso Centrale.

L’oppio e i suoi derivati agiscono con meccanismi molto simili a quelli delle endorfine anche se gli effetti prodotti sull’organismo sono molto più forti.  ...

L'uso dell'oppio è attestato sin nei primi testi scritti prodotti dall'uomo. Hul gil, l'ideogramma con cui i Sumeri indicavano, già nel 4000 a.C., il papavero da oppio stava per pianta della gioia dimostrando così come le antiche popolazioni della Mesopotamia conoscessero bene le proprietà euforizzanti del succo di tale pianta.

Nella mitologia greca e romana l'oppio era una presenza ricorrente. Un mito raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse il papavero per alleviare il...

Quando si parla si sostanza psicotrope illegali l’eroina non è semplicemente una sostanza tra le altre, ma la sostanza. E’ attraverso l’esplosione dell’emergenza sociale dovuta alla diffusione dell’eroina agli inizi degli anni ottanta che la gran parte dell’opinione pubblica viene a contatto col problema “droghe” ed è su quel tipo di emergenza che si sono organizzate le risposte delle istituzioni.  
Ad essa è legata indissolubilmente la figura del tossico, prototipo vivente degli effetti di emarginazione...

Novità eroina

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta – e non è ciò che credete

Sono ormai passati cent’anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta – e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch’io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c’è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c’è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato – e che di storia ne esiste un’altra, molto diversa, che aspetta ancora d’esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.

Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.

Ciò che ho imparato l’ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l’aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand’era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell’Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.

Avevo un motivo piuttosto personale per andare alla ricerca di tutte queste risposte. Uno dei miei primi ricordi da piccolo è stato quella di provare a svegliare un mio parente, senza riuscirci. Da allora mi sono rigirato in testa uno dei misteri essenziali della dipendenza – cos’è che fa sì che ci sia gente che diventa tanto ossessionata da una droga, o da un determinato comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Come si può fare per aiutare quella gente a tornare da noi? Crescendo, un altro dei miei parenti più stretti sviluppò una dipendenza da cocaina, e io iniziai un rapporto con una persona dipendente dall’eroina. In un certo senso la dipendenza per me era di casa.

Se tempo fa mi aveste chiesto quale fosse l’origine della dipendenza dalla droga, vi avrei guardato come degli idioti, e vi avrei detto: “Beh, la droga, no?”. Non era difficile da capire. Ero convinto di averlo esperito in prima persona. Siamo tutti in grado di spiegarlo. Supponiamo che voi e me, insieme ai prossimi venti passanti, stabilissimo di somministrarci per venti giorni di fila una droga veramente potente. Siccome queste droghe sono dotate di forti ganci chimici, se il ventunesimo giorno poi smettessimo, i nostri corpi finirebbero per bramare quella sostanza. Una bramosia feroce. Saremmo dunque diventati dipendenti da essa. Ecco che cosa significa ‘dipendenza’.

La teoria è stata in parte codificata grazie agli esperimenti compiuti sui topi – entrati nella psiche collettiva americana negli anni ’80 grazie a una nota campagna pubblicitaria di Partnership for a Drug-Free America. Potreste ricordarla. L’esperimento è piuttosto semplice. Mettete un topo in gabbia, da solo, con due bottiglie d’acqua. Una contiene solo acqua. L’altra anche eroina o cocaina. Quasi ogni singola volta in cui l’esperimento viene ripetuto, il topo finirà ossessionato dall’acqua drogata, e tornerà a chiederne ancora fino al momento in cui morirà.

La pubblicità lo spiegava così: “C’è solo una droga in grado d’indurre tanta dipendenza, e nove topi di laboratorio su dieci ne faranno uso. Ancora. E ancora. Fino alla morte. Si chiama cocaina. E a voi può fare lo stesso”.

Tuttavia negli anni ’70 un docente di psicologia a Vancouver di nome Bruce Alexander notò qualcosa di strano in questo esperimento. Il topo viene messo in una gabbia da solo. Non ha altro da fare che somministrarsi la droga. Che succederebbe allora, si chiese, se lo impostassimo diversamente? Così il professor Alexander costruì un ‘parco topi’. Una gabbia di lusso all’interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione delle palline colorate, il miglior cibo per roditori, delle gallerie nelle quali zampettare e tanti amici: tutto ciò a cui un topo metropolitano avrebbe potuto aspirare. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso, si chiedeva Alexander?

Nel ‘parco topi’ tutti ovviamente finivano per assaggiare l’acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ciò che successe in seguito fu sorprendente.

Ai topi che facevano una bella vita l’acqua drogata non piaceva. Perlopiù la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi tenuti soli e infelici ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente felice.

All’inizio pensai che si trattasse soltanto di una stranezza dei topi, finchè non scoprii che – nello stesso periodo dell’esperimento del ‘parco topi’ – c’era stato il suo equivalente umano. Si chiamava guerra in Vietnam. La rivista Time scriveva che fra i soldati americani l’uso di eroina era “comune quanto quello della gomma da masticare”, e che ce n’erano delle prove concrete: stando a una ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry circa il 20 per cento dei soldati americani in quel Paese erano diventati dipendenti dall’eroina. In tanti se ne sentirono comprensibilmente terrorizzati; convinti che alla fine della guerra in patria sarebbe rientrato un enorme numero di tossicodipendenti.

La verità è che circa il 95 per cento dei soldati che avevano sviluppato quella dipendenza – stando alla medesima ricerca – in seguito semplicemente non si drogarono più. In pochi furono costretti alla riabilitazione. Il fatto è che erano passati da una gabbia terrificante a una piacevole, per cui smisero di anelare alla droga.

Il professor Alexander ritiene che questa scoperta contesti in modo profondo sia il punto di vista destrorso, per cui la dipendenza non è che una questione ‘immorale’ generata dagli eccessi dell’edonismo festaiolo, sia quello liberal per cui la dipendenza è quel male che attecchisce all’interno di un cervello alterato dalle sostanze chimiche. Anzi, argomenta, la dipendenza è una forma d’adattamento. Non sei tu. È la tua gabbia.

Dopo la prima fase del ‘parco topi’ il professor Alexander portò avanti il test. Tornò a ripetere gli esperimenti originari, quelli in cui i topi venivano lasciati da soli e facevano compulsivamente uso della droga. Lasciò che ne facessero uso per cinquantasette giorni – una quantità di tempo sufficiente ad agganciarli. Poi li portò fuori dall’isolamento, collocandoli all’interno del ‘parco topi’. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere. Se le droghe in effetti s’impossessavano di te. Ciò che accadde risultò – ancora una volta – stupefacente. I topi mostravano qualche problema d’astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati (i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro).

Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Che senso aveva? Questa nuova teoria criticava in maniera talmente radicale ciò che ci era stato detto che sembrava non potesse esser vera. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso – a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.

Ecco l’esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v’investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell’eroina. Nell’ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l’eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L’eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Ragion per cui, se la vecchia teoria della dipendenza fosse valida – sono le droghe a causarla, perché fanno sì che il tuo corpo ne senta il bisogno – la conseguenza sarebbe ovvia. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l’ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato.

Ma ecco la cosa strana: questo praticamente non succede mai. Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi. La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d’ospedale.

Se siete ancora convinti – come anch’io un tempo – che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po’ come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un’unica fonte di consolazione a portata di mano. Il paziente d’ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. La droga è la stessa, l’ambiente però è diverso.

Questo ci fornisce un’intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa – il suono di una roulette che gira, o l’ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di ‘dipendenza’, e chiamarla piuttosto ‘legame’. Un eroinomane si lega all’eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient’altro.

Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano.

Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Così me l’hanno spiegato – puoi diventare dipendente dal gioco d’azzardo, e nessuno penserà mai che t’inietti un mazzo di carte in vena. Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d’azzardo anonimi di Las Vegas (col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati) e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato. Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono.

Di certo, però, ribattevo, le sostanze chimiche lo dovranno svolgere un qualche ruolo. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. L’ho scoperto leggendo il libro The Cult of Pharmacology, di Richard DeGrandpre.

Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni ’90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo – i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche (e letali) controindicazioni del fumo. Sarebbero stati liberi.

Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Ciò che però si scopre, ancora una volta, è che la storia che ci è stata insegnata sui ganci chimici come Causa della Dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all’interno di un mosaico più vasto.

Le implicazioni per l’ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest’enorme crociata – che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool – si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s’impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza. Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza – se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri – tutto questo non ha alcun senso.

Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona – ‘Tent City’ – dove per punirli per l’uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all’interno di minuscole celle d’isolamento in pietra (le chiamano ‘il Buco’). Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti – garantendone per sempre l’isolamento. L’ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo.

Esiste un’alternativa. Si può costruire un sistema concepito per aiutare i tossicomani a rientrare in contatto col mondo – lasciandosi la dipendenza alle spalle.

Non è teoria. Succede davvero. L’ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l’1 per cento della popolazione dipendente da eroina. Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Così decisero di fare qualcosa di drasticamente diverso. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione – coi propri sentimenti e con la società più ampia. Il passo determinante è quello di assicurargli un’abitazione stabile e un posto di lavoro sociale così da offrirgli uno scopo nella vita, e una ragione per alzarsi dal letto. Li osservavo mentre venivano aiutati all’interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe.

Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D’un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell’altro.

I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Lasciatemelo ripetere: l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel 2000, era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All’epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l’esempio del Portogallo.

Tutto ciò non riguarda solo i tossicodipendenti a cui voglio bene. Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E.M. Forster: “Mettetevi in contatto”. Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo – volgendo costantemente lo sguardo all’ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.

Lo scrittore George Monbiot l’ha chiamata “l’epoca della solitudine“. Abbiamo creato società umane all’interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d’ora. Bruce Alexander – l’ideatore del ‘parco topi’ – mi ha spiegato come per troppo tempo non abbiamo fatto altro che parlare della riabilitazione dell’individuo dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno di parlare oggi è la riabilitazione sociale – un modo per riabilitare noi tutti, insieme, dal male dell’isolamento che ci sta avvolgendo come una spessa coltre di nebbia.

Ma queste nuove scoperte non rappresentano esclusivamente una sfida politica. Non sono solo le nostre menti che c’impongono di cambiare. Ma i nostri cuori.

Amare un tossicodipendente è davvero dura. Quando guardavo alle persone dipendenti a cui volevo bene, una volta avevo sempre la tentazione di seguire i consigli di reality show come Intervention – intimando a chi aveva una dipendenza di mettersi in riga, o allontanandolo. Il messaggio era che un tossicodipendente che non è in grado di smettere dovrebbe essere rifiutato. È la logica della guerra alla droga, interiorizzata nel privato. E invece, come ho avuto modo di capire, ciò non fa che peggiorare la loro condizione – e potresti finire per perdere del tutto la persona. Quando sono tornato a casa ero determinato a tenermi stretto più che mai le persone dipendenti che facevano parte della mia vita – facendo loro capire che il mio amore per loro è incondizionato, cioè indipendente dal fatto che smettano o che non ci riescano.

Quando sono tornato dal mio lungo viaggio ho guardato in faccia il mio ex-ragazzo, in crisi d’astinenza, che tremava sul letto degli ospiti, e ho pensato a lui in maniera diversa. Da un secolo intoniamo canti di guerra contro i tossicodipendenti. Asciugandogli la fronte mi è venuto in mente che forse quello che avremmo dovuto fare in tutto questo tempo sarebbe stato cantargli delle canzoni d’amore.

Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States ed è stato tradotto dall’inglese all’italiano da Stefano Pitrelli.

Ecco un libro interessante.......L'EROINA E' MERDA CHE SA DI VANIGLIA

 Io domani correrò in edicola a comprarmi questo libro...

comunque un'altr bellissimo è LA COLLINA di ANDREA DELOGU...
 
- L'EROINA E' MERDA CHE SA DI VANIGLIA :
 
Io camminavo per la strada, lui a fianco e sullo sfondo una chiesa vicino,
da tempo un uomo lui ed io poco piu' di un ragazzino.
Aveva fame e freddo dentro agli occhi
aveva l'odio per i ricchi e per le macchine dei poliziotti
entró nel giro da frichino con un paesano,
faceva gli affari con i grossi mentre io giocavo,
e quel campetto era il suo diversivo
ma io gli stavo appiccicato come un muro sta s'un adesivo
"Ma giá la gente ti conosce sai, e quando la gente parla troppo te ne
accorgerai"
gli dicevo, ma non mi ascoltava, era allerta,
e si ritirava come sempre con la sua lambretta.
Non passava giorno senza svolta in mano,
era un mio fratello, ma nemmeno mo' io mi fidavo
c'era molta folla nella via,
quando lasció la sua casa accompagnato dalla polizia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 
E quella notte non mi passó mai
ma é da quella notte che cominciarono i piú seri guai
le prese perché non ha mai parlato,
il suo silenzio era rispetto e nella strada fu alzato di grado.
Ed i suoi affari si allaraavano anche se fuori
cresceva l'invidia e crescevano i suoi traditori
perché si sa che quando uno sta a ruota non c'é scampo
e per qualche grammo ti fa anche lo scalpo
Dopo il sole il buio, tutto finiva come era iniziato
pera dopo pere e un po' di furti al suo vicinato
l'eroina é merda che sa di vaniglia
non sai piu' chi sei e dove sta la tua vera famiglia,
percio' rubava anche a sua madre e al padre, e anche a suo fratello
che sapeva ma non ha mai provato a trattenerlo
perché negli occhi gli vedeva amore, gli vedeva rabbia
presa da una spada eppoi rinchiusa in gabbia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 
Oramai affannato come un affamato lo incontravo per la strada
e non so nemmeno se mi riconosceva,
barcollando con la morte che gli stava appresso,
che prima o poi se lo portava ai piedi di un cipresso.
E gli sbirri lo lasciavano stare
perché gli sbirri sanno bene di che cosa si devono occupare
e qualche tossico fa pure bene, dá la forza
a chi usa le leggi dello stato e ingrassa la sua scorza.
E successe un po' di tempo fa,
che per risolvere dei soldi torno' a casa nella sua cittá
rientrava, si, ma con una pistola che stringeva in pugno
suo fratello lí e la madre chiusa in bagno
Davanti, sangue del suo sangue, carne di carne sua
che si guardavano negli occhi pieni di paura
"Qui non porterai via niente finché campo!"
Il silenzio prima, poi si é udito uno sparo dopo l'altro.
 
Io dico quel che so, parlo come sto
prova ad assaporare quello che racconto mo'
perché é cusci', questa é la storia di un dannato,
perché questa é storia di una razza che 'sta societá ha giá condannato.
Se giá lo sai, perché é come ho detto prima,
la mente si controlla quand'é veramente sovversiva.
La svolta d'ero é come un terno al lotto,
ed ogni volta che esce un numero ogni volta pensi che sei morto
e questo pezzo é dedicato a chi lo ha giá pescato
e a chi non mi puo' piú sentire perché é giá crepato.
a chi non guarda se lo guardo in faccia
ad un fratello di un fratello che per questo ha perso la pellaccia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 

come parlare di sostanze, oggi

ciao sono un operatore sanitario

leggendo questo e altri siti (di cui questo comunque è il migliore dato che da spazio agli utenti invece di fare la morale o imporre idee) mi sono posto una questione.

non sarà che parliamo di sostanze ormai in modo sbagliato?

da noi, ma vedo anche da voi, usiamo il termine "dipendenze", che però non ha senso, anzi genera fraintendimenti, per tutte le sostanze che dipendenza non ne danno, se non quella psicologica potenziale in tutto ciò che è piacevole. quindi quando parliamo di cannabis, mdma (diffusissima tra i giovani e ormai anche tra gli adulti), psichedelici, usiamo di partenza un termine che non ha senso (sensato sarebbe parlare di uso/abuso)

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poi: ci sono droghe senza effetti ma potenzialmente mortali (tabacco), con effetti forti ma pressoché innocue (funghi, lsd e simili), dannose ma con preziosi, anzi indispensabili, usi medici (ketamina, morfina) relativamente innocue ma con potenziale di abuso (cannabis, che però ha anche effetti terapeutici), dannosette ma talmente integrate nella società da essere usate per lo più in modo controllate (alcol), usate come farmaco ma abusate come droghe (benzo, dxm), dannose in ogni caso (eroina, cocaina), dal danno ignoto o comunque inesplorato (tutti i vari 'sali da bagno', sostituti della ketamina, 2C-B e nuove droghe assortite), e potrei continuare. La cosa si incrocia poi con la suddetta questione della dipendenza - a volte forte, altre assente ma in droghe pericolose, vedi la PMA spacciata recentemente al posto della mdma) e con tabelle di legalità/illegalità stratificatesi negli anni in base a processi scollegati dalla medicina, e che quindi non danno alcuna indicazione: non vi è ormai alcun legame tra la pericolosità di una sostanza e il suo status legale. Anzi spesso le leggi, come la terribile fini-giovanardi, creavano criminalizzando ulteriore marginalità, favorendo la diffusione delle droghe più dannose. Il che non aiuta un operatore che in teoria sta dalla parte di una legge, che però è irrazionale e "nemica" del consumatore.

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infine: molto personale da noi si è formato sull'eroina, che è certo la droga piu pericolosa, ma è anche diversissima dalle altre per i suoi effetti, la sua dipendenza, i problemi che ingenera.

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In questo contesto, chiedo ai colleghi e ai medici (a tutti: mi piacerebbe sentyire piu campane), non è forse ora di cominciare un dibattito serio, di largo spettro sul modo in cui si parla di sostanze? anche per riguadagnare una credibilità che presso quelli che non hanno un VERO problema sanitario, come gli eroinomani, è in larga parte compromessa

 

Renato

 

 

Lo 'sballo' del reporter: la droga va a fuoco e lui la respira

Un incendio di otto tonnellate e mezzo di oppio, eroina e hashish, in un luogo imprecisato in Medio Oriente, ha scatenato l'ilarità incontrollata del corrispondente della Bbc, Quentin Sommerville. Il reporter stava cercando di fare la telecronaca dell'accaduto quando, travolto dal fumo del rogo, non è riuscito a trattenere una serie di risatine a ripetizione. "Cari follower di Twitter, è stato un anno di proiettili e spargimenti di sangue. Vi siete guadagnati una risata natalizia, a mie spese", così Sommerville ha commentato il video postato in questi giorni sul suo profilo, dal titolo: "Don't inhale", non inalare

comunità LAUTARI

dietro la questua assillante della comunità Lautari, cosa c'è? una allarmante inchiesta di Matteo Marini sui banchetti verdi che assillano in molte città italiane

La ricetta Usa per salvare l'Afghanistan: convertire l'oppio in melograni

  convertire l'oppio in melograni
Il 4% del Pil nel Paese arriva dalla coltivazione di oppio, che fornisce il 90% del mercato illegale mondiale. Ma l'aumento della produzione ha portato a un calo dei prezzi. Così Wayne Arden, consulente del dipartimento della Difesa americano, propone di convertire i terreni con melograno e altri prodotti - dall'uva alle noci - più redditizi

ROMA - Potrà il melograno salvare l'Afghanistan? Secondo Wayne Arden, si. Perché può diventare la nuova pianta da coltivare al posto del papavero da oppio. Idea forse utopica, ma detta da una persona che è consulente della task force per "Operazioni di Affari e Stabilità" del dipartimento della Difesa Usa in Afghanistan per il biennio 2013-2014. A un mese dall'ultimo rapporto Onu sull'oppio nel Paese e alla vigilia dello stabilito ridimensionamento delle truppe Nato e Usa sul terreno (da gennaio resteranno meno di 12mila uomini), Arden ha affidato la sua proposta a un editoriale per il Wall Street Journal, provando a guardare i dati dell'Onu da un punto di vista particolare.

Il rapporto infatti ha segnalato che la produzione afgana è arrivata a coinvolgere 224mila ettari di terreno, la cifra più alta mai raggiunta, con l'89% della produzione concentrato nelle regioni meridionali e occidentali, ovvero quelle controllate dai Taliban. Anche la produzione per ettaro è cresciuta, da 26,3 chili per ettaro nel 2013 a 28,7 chili nel 2014. Il prodotto globale dell'anno è di 6.400 tonnellate. Come è noto già da tempo, l'Afghanistan è il luogo da dove proviene circa il 90% degli oppiacei illegali del mondo - e il 4% del Pil del Paese dipende dall'oppio.

L'aumento della produzione però porta a un progressivo calo del prezzo e questo è il punto che interessa all'esperto. Che parte dall'analisi dell'agricoltura in genere: un terzo del Pil afgano, che è di 21 miliardi in dollari, dipende da quel settore, che impiega peraltro i tre quarti della popolazione. In questi anni, gli aiuti internazionali si sono concentrati nel migliorare le varietà delle piante esistenti e le condizioni di produzione, oltre alle vie di trasporto interne.

Ora, crollando il prezzo dell'oppio, gli afgani potrebbero arrivare a trovare più utile coltivare altre piante. L'idea, racconta Arden, è nata dall'incontro con un esportatore di melograni a Kandahar, che gli ha spiegato: "Noi in Afghanistan abbiamo tutto, ma non abbiamo nulla. Magnifici melograni, contadini. Ma non sappiamo nulla del mercato internazionale, dei trasporti, del modo giusto di impacchettare una merce". In effetti, gli afgani di quelle nove province coltivate a oppio sanno soprattutto come si coltiva il papavero, come s'incide, come si secca e conserva quel prodotto che spesso è anche moneta di scambio. Ma in Afghanistan i prodotti agricoli sono almeno 70 e secondo uno studio della ong Roots of Peace, che ha fatto specifiche ricerche sul campo, il guadagno netto per ettaro mette i melograni sopra l'oppio: il secondo infatti può arrivare a dare 35 chili in un anno, che freschi e non lavorati valgono 6.700 dollari, mentre i melograni, sempre di un ettaro, danno 21 chili che fruttano 7.300 dollari.

Oltre al melograno, Arden elenca altri otto prodotti presenti in Afghanistan che valgono più del papavero: due tipi di uva, ciliegie, arance, due tipi di mandorle, noci. Ci aggiunge altri prodotti con ottimo potenziale per le esportazioni come fichi, albicocche, pistacchi, zafferano, sesamo, prugne. E segnala come tutta o quasi l'esportazione afgana viaggia per ora solo via camion verso Iran, Pakistan, Turkmenistan e altre regioni dell'area, dove i prezzi sono bassi. Mentre dotare il Paese almeno di una linea ferroviaria che lo colleghi via Mazar-e-Sharif, nel nord, con la rete ferroviaria del Turkmenistan renderebbe possibili i collegamenti con Istanbul, il Medio Oriente e soprattutto l'Europa, come nuovi investimenti nel ramo, sia nazionali che internazionali, potrebbero far arrivare i melograni afgani fino in America e Oceania. Al posto dell'oppio che il mercato illegale fa già viaggiare perfettamente.

www.repubblica.it/economia/2014/12/09/news/melograno_oppio_afghanistan-102479407/

L'ultimo buco. Adesso scelgo la vita

Questa forse sarà l'ennesima storia di tossicodipendenza. Ma alla fine, seppur con le medesime esperienze, ogni tossico e' diverso dall'altro.
Sono sempre stata una bambina molto introversa, mio padre mi ha abbandonata quando avevo 4anni, dandomi fratelli e sorelle con 4 donne differenti. Poi è' tornato, e fino a pochi anni fa mi riempiva di botte. Mia madre lavora nel sociale, e' educatrice di disturbi psichiatri e tossicodipendenti , ma con una mentalità chiusa allucinante, distingue le persone in buone e cattive, chiunque sia diverso e' cattivo, chiunque secondo i suoi criteri non sia " normale" e' da evitare. E poi ci sono io.. 20 anni di ragazza, ho iniziato a drogarmi a 13, ho iniziato con canne, alcool, acidi e anfetamine durante rave e festival techno, per poi arrivare alla coca, e infine all'eroina. Nella mia adolescenza non mi sono fatta mancare niente di autodistruttivo, droghe, disturbi alimentari, disturbi psichiatrici, comunità, cliniche, problemi con la legge. Con il passare degli anni sono diventata l'esatto opposto dell'introversione, ho tirato fuori tutte le maschere possibili adattandole a me stessa, sono cambiata completamente, mi sono persa per strada, ho fatto danni su danni, e ne ho pagate tutte le conseguenze. Sono sempre stata molto furba e intelligente malgrado la mia condizione, quando vedevo che la situazione degradava, mi chiudevo in casa e mi "riabilitavo" da sola, cercavo di migliorarmi, di migliorare le mie abilità bruciate, fino a quando ho deciso di farmi ricoverare. Ho passato un periodo sereno e tranquillo, ho chiodo con tutto, iniziando ad apprezzare le piccole cose della vita, ho ricominciato ad andare a scuola e ho scritto un libro. Ma poi ci sono ricaduta, e da un anno fino ad un mese fa mi sono bucata. Un mese fa sono andata in overdose, ho rischiato la vita e ora sono di nuovo in cura col metadone per combattere le crisi giornaliere, ma quel che è peggio l'ho sempre detto, e' l'astinenza psicologica. Non so più chi sono. Non so più come definire la mia vita. Devo ricominciare da capo, sta volta ce la voglio fare, e in modo permanente. Nessuno mi ridarà questi 7anni così disastrosi, ma voglio impegnarmi giorno per giorno per rendere la mia vita un capolavoro. Perché ci sono io con me, e nonostante sto combattendo ogni giorno qualcosa di disumano, per una ragazzina di solo 20anni, con un corpo distrutto che non arriva ai 40 chili, e una mente logorata dalle esperienze devastanti che ho passato.. Ce la faró. E quando mi rimetterò in piedi, voglio aiutare tutte le persone che hanno toccato il fondo. Perché alla fine, chi ha passato questa merda, ha solo bisogno di essere aiutato e compreso. Ringrazio chiunque abbia letto queste mie parole. E a chi è nella mia situazione voglio dare l'imbocca al lupo migliore. Perché noi non siamo affatto diversi. Grazie a tutti

una donna distratta

Il mio ragazzo e' morto di overdose.....

sapevo di un suo uso in passato, estremamente sporadico o che almeno pensavo fosse tale. Mi sono fidata di lui, ho sottovalutato il problema. mi sono sempre detta che non poteva essere, che lui stava bene e che non sarebbe mai piu' successo....ma e' successo, non so se e' stata la bravata di una sera o il ripetersi di una situazione a me oscura....non lo so e non lo sapro' mai. La mia distrazione e la mia inesperienza non mi hanno fatto accorgere. Avrei potuto salvarlo? non lo sapro' mai. Ora mi ha laciato per sempre con degli incolmabili sensi di colpa e un figlio da crescere a cui nn so se mai diro' la verita'.

Fate attenzione ragazzi.......pensate al male che fate agli altri oltre a quello che fate a voi stessi....

Ricaduta

Ciao a tutti, sono una ragazza di 25 anni... Ho fatto uso di eroina per un anno,con il mio ex ragazzo,all'inizio era una volta ogni tanto,con pause anche di un mese..poi da dicembre ho iniziato una volta a settimana..poi due volte..poi 3..senza mai pause,se non mi facevo la mia fumata e sniffata non stavo bene, scazzavo per tutto,non riuscivo a fare nulla..gli ultimi mesi usavo almeno 4 giorni a settimana,una busta in 2.. Quindi tanti soldi buttati, non sapevo più dove trovarli,risparmiavo,li chiedevo ai miei, li ho rubati a mia madre qualche volta,mi sono venduta delle cose che avevo a casa per avere la roba..ma non mi importava,l'importante era avere quella busta che mi portava in paradiso.. La mia relazione e andata a puttane, stavamo insieme solo per farci..lui se ne approfittava perché ero io quasi sempre a pagare per entrambi,non riuscivamo a smettere anche se ogni volta dicevamo che era l'ultima,non facevamo più sesso,litigavamo sempre..insomma uno schifo..la mia vita si era ridotta alla roba,l'unico pensiero era lei.. A settembre,dopo settimane passate a usare ogni giorno,ho deciso di darci un taglio..lui è partito e io ho smesso..ho passato qualche giorno non molto piacevole..poi il fisico era ok,ma la mente no..pensavo sempre alla roba,la sognavo di notte! Ma ho resistito a questo chiodo in testa... Per un po.. Venerdì ho ceduto..sono andata a prenderla con la scusa che dovevo andare a un rave e mi serviva per fare passare il down del MD.. Venerdì sera ne ho sniffata un po..e cosa di cui mi vergogno un sacco,l'ho fatta provare a un mio amico..questo mi fa sentire una merda.. Poi ho usato domenica,lunedì e martedì..adesso sto peggio di prima..da un lato mi sento uno schifo perché ci sono ricaduta..sono proprio una stupida..dall'altro muoio dalla voglia di prenderla di nuovo,di stare sballata e finalmente stare bene..mi manca anche il sapore in bocca e nel naso!
Per favore,aiutatemi..non so come,ma per favore datemi un po' di aiuto,consigli,anche solo parlare.. Non penso di resistere alla tentazione di andare domani..

Città e riduzione del danno in Europa

Susanna Ronconi scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 ottobre 2014.

Bilancio positivo e nuove sfide per la riduzione del danno europea (RDD): nata a Marsiglia nel 2011, da operatori, consumatori e città, la rete europea EuroHRn ha fatto il punto ad Amsterdam, il 2 e 3 ottobre. Si è cominciato dal contributo dell’Olanda, che si è interrogata sul proprio pluridecennale modello, offrendo una riflessione su alcune questioni cruciali. Intanto la centralità, nella RDD di successo, del paradigma dell’apprendimento sociale, quel “consumatori si diventa” giocato in prospettiva di un consumo più sicuro, autodeterminato e centrato su competenze individuali e collettive in grado di proteggere da rischi e danni; in seconda battuta, l’attenzione a non incentivare, con scelte politiche e legislative, processi di etichettamento dei consumatori, come quelli relativi alla criminalizzazione (ma anche alla patologizzazione), il che consente di costruire un contesto sociale incline alla normalizzazione del consumo e a facilitare la coesione sociale: per intenderci, quella scelta che alla fine degli anni ’60 consentì la rinuncia a sanzionare una quota importante della gioventù olandese. Ma anche, su un altro piano, scelte di politica sociale, in cui certi fattori “determinanti” la qualità della vita dei consumatori a rischio di esclusione giocano un ruolo incisivo, come e più di specifiche politiche “delle droghe”. L’Europa di Eurohrn, dalla Scandinavia ai Balcani, dall’Italia all’Estonia, non è l’Olanda, ma queste “lezioni apprese” hanno risuonato con concretezza e forza nelle esperienze comuni. Una sfida condivisa è apparsa quella dei nuovi consumi e dei consumatori del loisir: lo scenario è quello di una produzione mutante e “home made” di molecole, in un mercato frammentato e veicolato dal web, e dall’altro di consumatori lontanissimi dall’immagine del consumatore-tipo su cui la RDD è andata costruendosi negli anni ’80 e ’90: i nuovi consumatori si collocano agli antipodi di ogni lettura all’insegna del modello medico o di quello dell’esclusione sociale. Una distanza che è risuonata non solo tra gli operatori alla ricerca di prassi rinnovate, ma anche nella neo-nata rete europea dei consumatori, Euronpud (European Network of People who use Drugs) che ne ha fatto un fulcro critico. Tre temi specifici nei lavori della rete. Le stanze del consumo, analizzate in una aggiornata tornata di ricerche: 83 in tutta Europa, con un trend di clienti che non accenna a diminuire, una differenziazione nell’offerta che si adegua al mutare dei consumi e una conquistata capacità di interagire con i contesti urbani. E una novità: una rete europea delle stanze che offrirà esperti a chi vuole aprirne una (e l’Italia, si sa, potrebbe fruirne per superare un ormai insostenibile gap). La lotta alle overdose: studi di assessement sulle migliori prassi europee, con le tante variabili che, insieme, dovrebbero concorrere all’efficacia degli interventi. Ruolo importante è risultato quello dei consumatori e delle loro competenze, e qui l’Italia – per una volta… - può vantare come miglior prassi la distribuzione del farmaco salvavita, il naloxone, nell’ambito degli interventi di bassa soglia e di peer support. Infine, il lavoro della RDD nei e con i contesti urbani è stata posta come un trend necessario del suo sviluppo: le città continuano ad essere attori e luoghi privilegiati della RDD che deve assumere sempre più la dimensione di una politica integrata nelle politiche municipali. Proprio agganciandosi a questa priorità, la rete italiana ITARDD – che di EuroHRn è focal point nazionale – terrà il suo appuntamento annuale 2014, il 14 e 15 novembre a Napoli, proprio sui contesti urbani e i loro attori (www.eurohrn.eu)

Il proibizionismo non fa calare l'uso di droghe

dalla BBC: leggi più aspre sul possesso, uso e vendita di stupefacenti pur costando molto di più alla comunità, non hanno alcun effetto sulle percentuali d'uso.

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