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L’oppio si ottiene incidendo le capsule non ancora mature del Papaver Somniferum (papavero sonnifero) e lasciando essiccare al sole la resina che ne fuoriesce.

L'oppio grezzo contiene circa 20 tipi di alcaloidi, composti organici azotati dotati di elevata azione farmacologica a livello del sistema nervoso.

Tra questi alcaloidi sono presenti alcune sostanze di diffuso uso clinico nella terapia del dolore come la codeina, la papaverina, la narcotina. L'alcaloide principale dell'oppio è la morfina. Per le sue elevate propriet...

Gli oppiacei sono dei potenti analgesici, le proprietà  euforizzanti ed anestetizzanti  procurano un senso di rilassamento, distacco dalle proprie emozioni ed indifferenza rispetto a qualsiasi percezione negativa.

Il nostro cervello è capace di produrre autonomamente sostanze oppiacee dette endorfine, che hanno effetti inibenti e depressori sul Sistema Nervoso Centrale.

L’oppio e i suoi derivati agiscono con meccanismi molto simili a quelli delle endorfine anche se gli effetti prodotti sull’organismo sono molto più forti.  ...

L'uso dell'oppio è attestato sin nei primi testi scritti prodotti dall'uomo. Hul gil, l'ideogramma con cui i Sumeri indicavano, già nel 4000 a.C., il papavero da oppio stava per pianta della gioia dimostrando così come le antiche popolazioni della Mesopotamia conoscessero bene le proprietà euforizzanti del succo di tale pianta.

Nella mitologia greca e romana l'oppio era una presenza ricorrente. Un mito raccontava come Demetra, la dea della terra feconda, sorella di Zeus, usasse il papavero per alleviare il...

Quando si parla si sostanza psicotrope illegali l’eroina non è semplicemente una sostanza tra le altre, ma la sostanza. E’ attraverso l’esplosione dell’emergenza sociale dovuta alla diffusione dell’eroina agli inizi degli anni ottanta che la gran parte dell’opinione pubblica viene a contatto col problema “droghe” ed è su quel tipo di emergenza che si sono organizzate le risposte delle istituzioni.  
Ad essa è legata indissolubilmente la figura del tossico, prototipo vivente degli effetti di emarginazione...

Novità eroina, Articolo

Articolo sul rinascimento psichedelico in medicina

Articolo di Internazionale sulla riscoperta degli psichedelici da parte della ricerca medica. Si parla anche dell'uso di Iboga contro le dipendenze da droghe pesanti e in particolare eroina: http://www.internazionale.it/opinione/vanni-santoni/2017/01/01/psichedel...

Com'è arrivata l'eroina In Italia: dal noan all'anfetamina...

di Guido Blumir eroina_blumir2.jpgRoma, 1970 - 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L'eroina, a Roma, è sconosciuta.Roma, 21 marzo 1970 - Il Nucleo Antidroga dei Carabinieri, diretto dal capitano Giancarlo Servolini, del SID, irrompe in un "barcone" sul Tevere: 90 arresti. Motivo: la droga. "2.000 giovani si drogavano sul barcone" spara "Il Tempo," quotidiano romano in cui la cronaca era diretta da Franz D'Asaro, attuale direttore dell'organo dell'MSI, "Il Secolo d'Italia." È lo scandalo dell'anno: in sei mesi escono sui giornali nazionali, oltre diecimila articoli sulla "droga," un quantitativo pari al totale de­gli articoli usciti nei sette anni precedenti. 

http://win.altrestorie.org/d_eroina_in_italia.htm

Contenuto Redazionale Ayotzinapa, Iguala e i Sentieri dell’Eroina Messicana

 riceviamo dal giornalista Fabrizio Lorusso e volentieri pubblichiamo questo suo articolo pubblicato su "CARMILLA letteratura, immaginario e cultura d'opposizione“

A oltre 15 mesi dalla mattanza di sei persone e la sparizione forzata di 43 studenti ad Iguala, le vittime di quel crimine di stato e gli altri 26.000 desaparecidos del Messico continuano a chiedere giustizia. Insieme a migliaia di persone “mancanti” la grande assente è la verità, o almeno la ricerca di versioni plausibili sulla drammatica notte della strage di Iguala in cui, conviene ricordarlo, non solo furono fatti sparire brutalmente i normalisti di Ayotzinapa, ma vi furono anche sei morti, tre studenti e altre tre persone uccise in esecuzioni extragiudiziali, più di 40 feriti e 80 vittime di attentati. A Iguala, località di centomila abitanti al centro dello stato meridionale del Guerrero e, ugualmente, crocevia di fiorenti e disputati traffici di stupefacenti, vi fu una vera e propria operazione militare e repressiva, sviluppatasi in nove attacchi e scenari diversi. Orchestrata dalle autorità locali, confuse e colluse con bande di narcotrafficanti, l’azione è stata realizzata tra le ore 21 e mezzanotte e mezza ed è stata “tollerata”, se non proprio supportata, pure dalla polizia federale e dall’esercito.

Ogni 26 del mese per i +43

Messico ayotzi antorchasSabato 26 dicembre 2015, quattro del pomeriggio, ora di Città del Messico. Un migliaio di persone manifesta per le strade della capitale messicana, semivuote per la pausa natalizia, accompagnando in un “pellegrinaggio politico” e simbolico i genitori dei 43 studenti della scuola normale di Ayotzinapa, sequestrati dalla polizia di Iguala e scomparsi nella notte del 26 settembre 2014. Il corteo, con alla testa 43 torce accese a illuminare le fotografie dei ragazzi, è partito dal centro storico e s’è concluso presso la Basilica della Madonna di Guadalupe, l’icona religiosa messicana per eccellenza. La domanda incessante di ritrovare in vita gli studenti, ribadita negli ultimi 15 mesi puntualmente ogni giorno 26 per le strade e le piazze di mezzo di mondo da organizzazioni, attivisti, collettivi e persone solidali con la causa dei desaparecidos messicani, è stata dunque portata anche nel centro cerimoniale cattolico più importante del Paese. Un altro Natale, il secondo, senza i ragazzi della Escuela Normal Rural “Raul Isidro Burgos” ma con la speranza pertinace di ritrovarli. E di ritrovare anche gli altri 26mila desaparecidos, da cifre ufficiali, che invece sono oltre 30mila secondo numerose Ong. Non si dimentica, quindi, che i 43 sono, in realtà, molti di più, sono +43. Il grido e la rivendicazione di ¡Justicia! si moltiplicano.

Vidulfo Rosales, avvocato del Centro dei Diritti Umani della Montagna Tlachinollan y delle famiglie dei giovani, ha sottolineato la volontà di non mollare del movimento che li sostiene, legittimato altresì dall’operato del Gruppo Interdisciplinare di Esperti Indipendenti della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (GIEI della CIDH). Il GIEI in settembre ha reso pubblici i risultati dei suoi primi sei mesi di investigazioni, che hanno smontato la “verità storica” della procura messicana con cui si pretendeva di chiudere il “caso Iguala-Ayotzinapa”, e in aprile concluderà le sue indagini. In dicembre il gruppo ha anche confermato, in base a immagini satellitari, l’inesistenza di un incendio nella discarica di Cocula la notte del 26-27 settembre, cioè quando secondo la Procura alcuni membri della delinquenza organizzata locale avrebbero incenerito i corpi degli studenti per tutta la notte e la mattina seguente.

Esercito impermeabile

Messico 43Anche se ripetutamente il governo e le forze armate hanno negato alla stampa, agli inquirenti e, in seguito, agli esperti internazionali l’accesso alle strutture castrensi e gli hanno impedito d’intervistare i militari del 27esimo battaglione di stanza a Iguala, che sono stati presenti in varie fasi della persecuzione contro gli studenti e sono stati più volte segnalati come possibili responsabili o corresponsabili di sparizioni forzate, sono sincere e forti le aspettative riguardanti il lavoro del GIEI che sta provando a dare almeno qualche certezza ai genitori e ad aprire nuove piste, volutamente escluse da governo e procura.

In questo senso le attese per i prossimi mesi sono positive, la speranza di sapere e di trovare vivi i ragazzi resiste. “Non è un atto religioso ma politico”, ha dichiarato Felipe de la Cruz, portavoce dei genitori, parlando della marcia alla Basilica e, in riferimento a questo “periodo festivo”, ha specificato che “non ci sono giorni di pace o di felicità, ma si tratta di giorni in cui non si riposa, non si dimentica che ci sono vittime di sparizione forzata”.

Ad oggi la linea d’investigazione tracciata dall’ex procuratore Jesús Murillo Karam in base a testimonianze di alcuni detenuti estratte con la tortura, la quale centrava l’attenzione sulla discarica del comune di Cocula, sulle polizie municipali e sui narcos del gruppo Guerreros Unidos, non è più quella fondamentale e si sta ampliando il novero delle persone, dei politici e delle autorità a vari livelli che sarebbero potenzialmente coinvolti. La famigerata SEIDO (Subprocuraduría Especializada en Investigación de Delincuencia Organizada) è stata estromessa dalle indagini che sono passate nelle mani di Eber Omar Betanzos, sottosegretario ai diritti umani della Procura Generale della Repubblica (PGR), organo presieduto da Arely Gómez.

Messico ayotzi esercitoIl giornalismo di ricerca messicano, nonostante i rischi, non ha smesso di scavare. Il reportage di Anabel Hernández e Steve Fisher “Inoccultabile la partecipazione dell’esercito” (Rivista Proceso n. 2027) e l’analisi di Gloria Leticia Díaz “La verità di Iguala, tappata con un mantello verde oliva” (Proceso 2040), per esempio, confermano partecipazioni, testimonianze e versioni che legano tra loro le differenti azioni dell’esercito durante “la notte di Iguala” ed evidenziano nettamente i tentativi della PGR di occultare e coprire la presenza, la vigilanza, l’omissione dei soccorsi e le attività repressive dei militari contro gli studenti di Ayotzinapa. Infatti, le testimonianze rese dai 36 ufficiali e soldati del 27esimo battaglione alla procura il 3 e 4 dicembre 2014, ben 67 e 68 giorni dopo i fatti, sono di per sé infestate da imperfezioni tecniche e contraddizioni contenutistiche e rivelano un quadro fosco, cioè indagini intenzionalmente confuse e un ruolo dell’esercito ancora tutto da chiarire. Ed è la necessità di fare chiarezza sul ruolo delle forze armate una delle principali richieste del GIEI che probabilmente non verrà mai esaudita, creando un vuoto inaccettabile nelle investigazioni e nella ricostruzione dell’accaduto.

L’insostenibile nefandezza di Milenio

Portada-Milenio-9-de-noviembre-de-2015Effettivamente grazie a una protesta che non s’è mai fermata, ma che anzi s’è estesa a macchia d’olio globalmente, e alla forza di volontà dei genitori dei 43 il movimento per la giustizia e la verità sul caso Ayotzinapa è riuscito a scardinare la falsa verità offerta dagli inquirenti e far aprire nuove linee di ricerca, portate avanti da tecnici e personale differenti, e a mantenere comunque alto il livello d’attenzione dei mass media.

Un’attenzione che, se da una parte s’è mostrata sensibile alle istanze dei genitori e dei movimenti sociali, soprattutto mediante la copertura di media alternativi e indipendenti nazionali (Desinformémonos, Revolución 3.0, Agencia Subversiones, solo per citare i più noti) e stranieri, così come di alcuni importanti portali web e riviste cartacee (SinEmbargo, Aristegui Noticias, La Jornada, Revista Variopinto, Proceso, tra i più seguiti), dall’altra ha condotto una campagna di discredito e menzogne, capeggiata dal quotidiano Milenio, contro i genitori dei 43 e i loro figli sequestrati dallo stato, contro i portavoce del movimento e della scuola rurale di Ayotzinapa, come Omar García, e infine contro tutte le forme di dissidenza sociale e protesta attive del paese, in particolare quelle dei docenti della CNTE (Coordinadora Nacional Trabajadores de la Educación) in lotta contra la riforma educativa implementata dall’esecutivo di Peña Nieto nell’ambito delle sue “riforme strutturali” neoliberiste (link a reportage di Radio Onda d’Urto sulla campagna diffamatoria di Milenio contro Omar García).

la razonIn un paese che è al 152esimo posto, su 180 paesi, della Classifica Mondiale della Libertà di stampa realizzata da Reporter senza frontiere (RSF) e in cui l’89% dei crimini contro i giornalisti rimane impunita (vedi buona sintesi sulla repressione della libertà di stampa e i movimenti in Messico 2015 QUI LINK), la battaglia mediatica non è mai ad armi pari, visto che i professionisti della comunicazione, i blogger e anche semplici cittadini che usano le reti sociali vivono molteplici attacchi: osteggiati o comunque non tutelati dalle autorità, imbavagliati da leggi liberticide in materia di diritto di manifestazione e d’espressione, sono preda di cacicchi locali e bande della criminalità organizzata oltreché di un clima di violenza e della malafede di gran parte dei media mainstream, duopolio televisivo (Tv Azteca e TeleVisa) in testa.

Annata violenta

La minaccia della violenza risulta ancora più concreta in una società dal tessuto istituzionale sfaldato, minata alla base nei suoi gangli di resistenza e creatività comunitaria e sociale, violentata da un modello economico escludente e da megaprogetti estrattivi irrispettosi di culture e popolazioni. Un Messico che da una parte firma l’accordo segreto TPP (Trans Pacific Partnership) per non perdere “l’aggancio” col socio statunitense, egemone decadente, e dall’altro non può fermare l’emorragia dei desaparecidos e dei morti, con le migliaia di casi irrisolti, visto il tasso d’impunità dei reati del 97%. mapa_GuerreroInfine, come confermano i dati per i primi 11 mesi del 2015, nuovamente si registra un aumento nel numero di omicidi dolosi dopo due anni di discesa (2013-2014) e i picchi (insuperabili?) dell’epoca del presidente Felipe Calderón (2006-2012, col 2011 anno più violento in assoluto: 27.199 omicidi): i dati parlano di 17.055 omicidi contro i 15.907 nello stesso periodo del 2014, per cui per ora l’incremento registrato è del 7% e probabilmente le cifre definitive supereranno i 18.000 assassinii in un anno. La narcoguerra non è affatto finita, il sangue continua a scorrere a sud mentre le correnti di narco-capitali, di armi, di migranti, di schiavi e di droghe illegali fluiscono a nord. Gli stati messicani più violenti, che spiegano il 23% del totale nazionale, sono l’Estado de México, regione che circonda la capitale, e il Guerrero.

Nell’ottobre scorso lo stesso governo statunitense ha dovuto in qualche modo riconoscere come ormai i fondi che stanzia ogni anno per la guerra alle droghe in Messico finiscano nella mani di forze armate e di polizia inaffidabili, che sistematicamente sono al centro di scandali per violazioni ai diritti umani, o in quelle della delinquenza organizzata, provocando di fatto un’inondazione di armi nel paese. Il segnale più chiaro è che per la prima volta dall’inizio del programma di “aiuti” noto come Iniziativa Merida nel 2008, infatti, il Dipartimento di Stato ha deciso di decurtare di 5 milioni di dollari sui 148 previsti per il 2016.

Messico stricione grande ayotzinapa-25-s-2015-mexico-city-203-smallE’ un goccia nell’oceano, considerando pure che dall’inizio dell’operazione il congresso USA ha stanziato qualcosa come 2300 milioni di dollari, ma è pur sempre un segnale. 1300 milioni di queste erogazioni sono andate a finanziare l’acquisto di equipaggiamento bellico da imprese nordamericane e per corsi di formazione. “C’è gente nel governo USA che sa che tutto questo è una farsa e che non può continuare a dare soldi al Messico come se niente fosse successo, sanno che col loro silenzio, col loro sostegno finanziario e militare, con la loro vendita di armi e formazione, forniscono appoggi morali e politici affinché i militari e i poliziotti continuino a violare i diritti umani senza paura d’essere giudicati, per questo hanno preso questa decisione di tagliare i fondi”, ha precisato alla rivista Proceso Arturo Viscarra, coordinatore di SOA Watch, Ong statunitense che da anni lotta per la chiusura della School of the Americas (SOA), storica fucina di dittatori e militari latinoamericani.

L’eroina di Iguala e il mercato mondiale

Messico planta amapolaNel novembre 2015 è uscito nelle librerie messicane il libro Dai la colpa all’eroina: da Iguala a Chicago, inchiesta di un vecchio lupo di mare del giornalismo messicano, José “Pepe” Reveles, già autore de Il cartello scomodo (2010), Sequestri, narcofosse e falsi positivi (2011) e Il Chapo: consegna e tradimento (2014), tra gli altri. La tesi centrale del volume è che i veri responsabili della sparizione dei 43 normalisti di Ayotzinapa sono fondamentalmente i tre presidenti della repubblica che dal 2000 ad oggi sono stati al potere: Vicente Fox, del conservatore PAN (Partido Acción Nacional), tra il 2000 e il 2006, Felipe Calderón, anche lui del PAN, tra il 2006 e il 2012, e infine Enrique Peña Nieto, del PRI (Partido Revolucionario Institucional, partito egemonico di regime per 71 anni nel Novecento).

Sono loro i primi responsabili di non avere attuato una politica antidroga “decisa e sovrana” che non sottostesse ai diktat degli Stati Uniti, il maggiore mercato di consumo mondiale di beni e servizi leciti e illeciti. Tra questi, naturalmente, ci sono anche le droghe per circa 20 milioni di consumatori statunitensi per cui il Messico è (storicamente, come da mappa del 1993…) un gran produttore: la marijuana, l’oppio e i suoi derivati, tra cui morfina ed eroina, e le metanfetamine provenienti dai numerosi laboratori sparsi sul suo territorio. Messico 1993 Amapola MarijuanaMa in terra azteca, ormai da più di due decenni, sono smistati pure i principali flussi di cocaina, bianco petrolio importato da Colombia, Bolivia e Perù e gestito dalle mafie messicane su scala globale.

Negli ultimi 3-4 anni il cartello di Sinaloa, mafia leader del mercato in Messico e negli USA, ha spinto l’offerta di eroina, stupefacente inalato e non solo iniettato, diversificando il prodotto: dalla vecchia black o brown tar, eroina di colore marrone, ottenuta più rapidamente e di minor qualità, in cui erano specializzati i messicani tradizionalmente, è stato fatto il salto nel redditizio mercato della white tar, la bianca, che era dominato dai colombiani. Inoltre dal Sud e dalla west coast, regno della black, Sinaloa s’è spostata verso la east coast, più desiderosa di white tar.

Messico amapola 2Sostiene l’autore, a ragione, che la “guerra alle droghe” ha contribuito a un gran risultato, facendo sì che il Messico diventasse il secondo produttore mondiale di eroina, secondo solo all’Afghanistan e seguito dagli antichi leader, i paesi del “triangolo asiatico” o “dorato”, ossia Myanmar (Birmania), Laos e Tailandia, e la Colombia. Come è stato possibile? Le cause sono sicuramente varie, ma Reveles ne indica una sostanziale che contrasta fortemente con la retorica ufficiale. Alla fine del sessennio presidenziale di Vicente Fox l’esecutivo decide d’interrompere le fumigazioni dal cielo con erbicidi le piantagioni di cannabis e adormidera (papavero da oppio).

Dal “triangolo dorato” al “pentagono dell’oppio” del Guerrero

Il 28 novembre 2006, due settimane prima che Calderón annunciasse la prima offensiva militare della narcoguerra nel suo natale Michoacán il presidente Fox, nel terzultimo giorno del suo mandato, firma un decreto per sospendere i programmi d’estirpazione via area della coltivazioni. Messico Guerrero mapa pentagono de la amapolaNei sei anni successivi il Messico incrementa di quattro-cinque volte il suo output di oppiacei e di due volte quello di marijuana. Intanto anche i morti ammazzati crescono: sono più di 150.000, i due terzi dei quali legati alla narcoguerra. Ancora oggi l’esercito provvede a estirpare manualmente le coltivazioni illecite, ma il ritmo di crescita delle stesse è molto maggiore. Inoltre in questi anni i governi messicani hanno presentato cifre adulterate e contrastanti con quelle di organismi internazionali sulle superfici seminate a papavero realmente “ripulite”.

Il Guerrero, oltre ad essere culla di movimenti popolari e guerriglieri, è un territorio fortemente militarizzato per lo meno dagli anni settanta, epoca della guerra sporca (guerra sucia) e delle prime desapariciones, intese come metodica politica di stato e dirette contro ogni tentativo di organizzazione dal basso o di dissidenza rispetto al regime priista (=del PRI).

Sempre agli ultimi posti negli indici di sviluppo nonostante i suoi ricchi giacimenti auriferi e la proliferazione di località turistiche, la regione si trova al centro dei traffici internazionali della sostanza su cui i cartelli messicani stanno puntando per rimpiazzare nel mercato USA la coca, ormai in stasi, e la marijuana, sempre più legalizzata (per esempio in Oregon, Alaska, Washington e Colorado anche per fini “ricreativi”) e sottratta progressivamente al controllo mafioso. Acapulco, Chilpancingo, Taxco e Iguala sono hub dell’eroina e della marijuana. Le piantagioni di papavero da oppio fioriscono sulla sierra e nella tierra caliente per confluire verso i punti strategici del cosiddetto “pentagono dell’oppio”.

Il potere del cane

black_tar_heroinIl vero potere risiede storicamente nelle forze armate che, quarant’anni dopo l’inizio della lotta ai movimenti guerriglieri e a un quarto di secolo dalla fine della Guerra Fredda, contesto “macro” e geopolitico in cui s’iscrivevano le sue funzioni di controllo sociale a livello “micro” e nazionale, sono gli arbitri dei giochi e dei flussi nel Guerrero. La linea immaginaria del pentagono dell’oppio segue il tracciato delle strade federali della regione, ma corrisponde altresì alle basi militari: in senso orario troviamo le caserme di Iguala, Chilpancingo, Acapulco, Pie de la Cuesta, Atoyac, Petatlán, Pungarabato e, la più vicina a Iguala, Telolopan. Il pentagono dà origine al 42% degli oppiacei prodotti nel paese, occupa circa il 40% del territorio del Guerrero e si estende dalla costa alla sierra, collegando le turistiche Zihuatanejo e Acapulco, e poi in direzione nord-est ha tre vertici: la capitale Chilpancingo, Iguala e Tlapehuala. La frontiera è delimitata dalle strade federali e dalle basi militari. Al suo interno, ma anche oltre i suoi confini, verso Cuernavaca, Oaxaca, il Michoacán e l’Estado de México, la semina del papavero, l’ingovernabilità e lo scannatoio tra gruppi criminali proseguono indisturbati.

white tarLa repressione sociale, compresa l’escalation degli attacchi contro i giornalisti, gli ambientalisti e gli attivisti in generale, è legata a doppio filo, da un lato, alla strategia statale di controllo del territorio, che passa dalla militarizzazione, dalla desaparición forzada, dalla fabbrica dei colpevoli, dall’omicidio politico e dalla delega di poteri sostanziali a forze armate protette e intoccabili, e, dall’altro, alla gestione di patti politici, connivenze giudiziarie e ripartizioni dei benefici di un’economia criminale che, per quanto riguarda l’eroina, genera su scala nazionale guadagni stimati intorno a 17 miliardi di dollari. In questo quadro vanno considerati e collocati anche altri importanti fattori quali lo sfruttamento delle risorse minerarie, la presenza di imprese multinazionali, di agguerriti movimenti organizzati, come quelli dei docenti e delle stesse scuole normali, e di gruppi armati di autodifesa (per esempio le CRAC, ma non solo) e guerriglieri, come l’ERPI e l’EPR.

Il “cartello” e il quinto autobus

narco attivita' messicoL’inferno di Iguala in cui sono incappati gli studenti di Ayotzinapa è dunque l’inferno del traffico di eroina e marijuana, tollerato e cogestito da apparati dello stato e della sicurezza nazionale in combutta con partiti politici e amministratori locali controllati dai narcos o parte essi stessi delle cupole criminali. Gli inferi del narco-stato non si circoscrivono al pentagono oppiaceo del Guerrero, ma riguardano almeno la metà dei comuni messicani dal Sinaloa al Tamaulipas e al Chiapas, dal Michoacán e dal Oaxaca al Durango, Sonora e Chihuahua. Il tour geografico della decomposizione potrebbe continuare. Mi limito a menzionare gli stati dove il fenomeno è tradizionalmente molto radicato, per lo meno dall’epoca dei primi gomeros, coltivatori di oppio, che durante la Seconda Guerra Mondiale hanno sperimentato uno dei primi boom della morfina, sostanza utilizzata per soddisfare i bisogni narcotici e antidolorifici della macchina bellica statunitense.

señores del narcoSecondo lo scrittore americano Don Winslow, autore di magistrali romanzi sui narcos messicani come Il cartello(2015) e Il potere del cane (2005), il potere del cane rappresenta la capacità d’oppressione dei pochi sui tanti, mentre il cartello significa molto di più che un gruppo di produttori associati o un’organizzazione criminale per il commercio della droga. Il cartello è un sistema d’oppressione sofisticato e articolato che comprende tanto i gruppi della delinquenza organizzata quanto gli apparati dello stato collusi e gli istituti finanziari, tanto la manovalanza criminale quanto funzionari e politici corrotti. Gli anelli della catena del cartello si diramano fino ad includere al suo interno frammenti di tutto il sistema economico, sociale e politico. La tesi di un altro grande libro, l’inchiesta di Anabel Hernández “I signori del narco”, coincide con quella di Winslow, ma assume forza e veridicità in quanto elaborata da una giornalista tra le più rispettate in Messico: i signori del narcotraffico, infatti, non sono solo i boss ma anche (e sprottutto) i politici che li supportano, come per esempio uno dei “protagonisti” del libro, l’ex ministro della pubblica sicurezza di Calderón, Génaro García Luna.

“Tanto i conducenti dei bus come i poliziotti della Federale, gli agenti locali e lo stesso esercito ne erano informati. In altri modi non è possibile praticare nel paese il traffico di droghe”, conferma Pepe Reveles nel suo libro parlando di uno degli autobus, il famigerato “quinto bus”, sequestrato dagli studenti di Ayotzinapa la notte del 26 settembre a Iguala. corrupcion-en-mexicoDi cosa erano informate le autorità? Cosa invece non sapevano i ragazzi? Che quel pullman, di proprietà della compagnia Costa Line o della Estrella Roja del Sur, era molto probabilmente carico di eroina. Milioni di dollari rischiavano di sfumare, ma soprattutto si sarebbero accesi i riflettori sul cartello narco-politico-militare del Guerrero.

Anche il gruppo di esperti della corte interamericana ha messo in evidenza il caso di questo bus che, invece, era stato “trascurato” dalla procura e dalla sua “versione storica” dei fatti. All’interno della massa enorme di fascicoli sulla notte di Iguala le ricerche di giornalisti e periti hanno trovato la pista di quel quinto bus, occupato da 14 normalisti la notte del 26, e dell’eroina. I consumatori statunitensi di questa droga, oggi fornita al 90% dai trafficanti messicani, si sono duplicati tra il 2007 e il 2012. La metà delle esportazioni passa da Iguala e il sistema di trasporto preferito è quello terrestre che sfrutta le compagnie di linea. Il business dell’eroina è privato ma con partecipazione statale e nessuna delle parti vuole che venga scoperto, né che aumentino gli sguardi indiscreti o i testimoni. Perciò, quando le spie dei Guerreros Unidos e della polizia a Iguala hanno lanciato l’allarme, è partito l’ordine di fermare gli studenti “in qualunque modo”.

represionDa decenni insegnanti, giornalisti e studenti, specialmente quelli delle scuole normali e di Ayotzinapa, sono una spina nel fianco per “il cartello”. Sono attivisti sociali, militanti politici o comunicatori che possono mettere in pericolo gli affari della regione, siano essi legati agli stupefacenti o allo sfruttamento delle risorse naturali. Anche per questo sono osservati, infiltrati, minacciati e vigilati. Nel 2011 la polizia uccise con nonchalance due manifestanti della scuola R. Isidro Burgos sull’autostrada del sole, la Città del Messico-Acapulco. Il 26 settembre 2014 il Centro di Controllo, Comando e Computo (C4) li teneva d’occhio dal pomeriggio e ne ha seguito le mosse fino all’epilogo della mattanza e della persecuzione notturna. Per anni le autorità e la popolazione sapevano del saldo tremendo di vittime e desaparecidos nel pentagono dell’oppio, così come di altre zone del Messico, ma l’omertà e la connivenza avevano prevalso. La problematica del narcotraffico viene a convergere con quella della povertà e delle eterne disuguaglianzie socio-economiche, cui s’oppone la parte combattiva e più organizzata della popolazione, ben nota e segnalata alle autorità e schiacciata tra due fuochi: narcos e governo.

La scarsa volontà di risolvere questi casi è palese: per esempio per la strage di Iguala ci sono oltre 100 arrestati, in attesa di giudizio e dispersi in mezza dozzina di prigioni in tutto il paese, e il processo è spezzettato in 13 cause penali e numerosi fascicoli diversi. L’attenzione mediatica, sociale e politica s’è risvegliata anche se a fasi alterne. E resta sempre il rischio di cedere agli attacchi di chi pretende di lasciare tutto com’era prima e punta allo sfiancamento della protesta. La lotta dei genitori dei 43 e del movimento degli “altri desaparecidos”, sorto nell’ultimo anno dalle ceneri delle decine di fosse clandestine piene di resti umani nella zona intorno a Iguala per unire familiari di desaparecidos e vittime del crimine e delle autorità, è trascendente e necessaria per vincere il silenzio, l’oblio e il gattopardismo che all’improvviso, ciclicamente, finiscono per avviluppare e far dimenticare vicende, stragi, crimini di stato e traffici.

l'articolo prosegue www.carmillaonline.com/2015/12/31/ayotzinapa-iguala-e-i-sentieri-delleroina-messicana/

 

Tutto quello che sappiamo sulla dipendenza dalle droghe è sbagliato

 Il titolo è di quelli che si leggono spessissimo in internet e che rientrano nella categoria: “regazzì, vieni qui che ti insegno io com’è fatto il mondo”. In questo caso si parla di droga e dipendenze e il senso è: “dimenticate tutto quello che vi hanno sempre detto sull’argomento, perché è completamente sbagliato”.

www.dailybest.it/droga/quello-sappiamo-dipendenza-droghe-sbagliato/

 

 

Nuova Mappa del Narcotraffico in Messico e negli Stati Uniti

di Fabrizio Lorusso

Periodicamente l’agenzia antidroga americana DEA (Drug Enforcement Administration) traccia la mappa del narcotraffico negli Stati Uniti e in Messico e, in base al lavoro d’intelligence dei suoi uffici distaccati sul territorio, pubblica una relazione sull’evoluzione dei cartelli messicani in America del Nord. Colori e macchie, città conquistate e perse, confini e nomi ormai noti della criminalità organizzata locale e globale non hanno nemmeno bisogno di una legenda per essere compresi. L’impatto visivo è immediato e così l’idea della narcoguerra che insanguina il continente si lega alla geopolitica. I frammenti si ricompongono sullo schermo e, restringendo lo zoom, i pixel scompaiono e la visione globale si fa nitida. La lotta militarizzata alle organizzazioni criminali, che in Messico ha mietuto oltre 130mila vittime in 8 anni e mezzo e ha provocato un aumento drammatico delle violazioni ai diritti umani, viene analizzata dalla DEA in una dimensione internazionale e geografica che, pur offrendo un quadro cognitivo generale, mette in secondo piano le vite quotidiane di milioni di persone che vivono sulla propria pelle le conseguenze della war on drugs e dell’ipocrisia di fondo che la alimenta. Sono i milioni di pixel concentrati nei vari sud del mondo: dal Latinoamerica, o “NarcoAmerica”, secondo il titolo di un interessantissimo libro di giornalismo narrativo “sulle tracce della cocaina” pubblicato da Tusquets (2015), a Gioia Tauro, dall’Afghanistan a Ciudad Juárez o i Balcani.

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“In aumento i consumi di cocaina ed eroina, anche per via iniettiva”

FIRENZE – In due mesi, da aprile a maggio, gli operatori hanno censito 463 tossicodipendenti, per il 64 per cento certi, ovvero sorpresi a fare uso di stupefacenti; 210 quelli tra i 18 e i 25 anni, 8 i minorenni. Sono questi i numeri dell’avvio del progetto “Outsider” portato avanti a Prato, città sempre più nota nel panorama di spaccio e consumo di sostanze psicotrope. Da gennaio a giugno, la città toscana ha contato 76 casi di overdose, età media 40 anni. Porta al Serraglio, i giardini della Passerella, l’area verde di Ponzaglio, la ciclabile lungo il Bisenzio: sono queste le zone in cui si sono concentrati gli interventi degli operatori di strada di “Outsider”.

 

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Aggiornamento Pre-Allerta eroina e metorfano

“Eroina ad elevato tenore di principio attivo in materiali posti sotto sequestro in Italia con identificazione di tagli/adulteranti tra i quali metorfano, metronidazolo, fenacetina, caffeina"

Ad oggi il Sistema Nazionale di Allerta Precoce ha raccolto numerose segnalazioni provenienti da vari Centri (Torino/Genova/Potenza/Vicenza/Bolzano/Perugia), relative a eroina ad elevato tenore di principio attivo e adulterata con metorfano (stereochimica non nota).

Si riportano inoltre l’identificazione dell’antibiotico metronidazolo in reperti di eroina (già segnalato in precedenza) e il sequestro di morfina.

FONTE:Sistema Nazionale di Allerta Precoce - Dipartimento Politiche Antidroga/Presidenza Consiglio dei Ministri

 

Fabrizio Lorusso, NarcoGuerra

E’ appena uscito un prezioso libro di giornalismo narrativo, NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso (Ed. Odoya, 2015): reportage, interviste, cronache e analisi con una visione critica di quanto vissuto negli ultimi anni in Messico e in altri paesi latinoamericani. Per gentile concessione dell’editore, ne presentiamo un estratto. Qui si può leggere l’introduzione, qui il risvolto di copertina con una sintesi e la nota biografica dell’autore, qui l’indice e il Prologo di Pino Cacucci, qui il calendario delle presentazioni in Italia

lapoesiaelospirito.wordpress.com/2015/06/08/fabrizio-lorusso-narcoguerra/

Eroina anno 2015: viaggio nella dipendenza nascosta

“Non isolarti”. Il messaggio si staglia all’interno di un riquadro arancione fluorescente, che porta alla mente il colore delle tute dei soccorritori. Un grande timbro fatto con spray e stencil si ripete decine di volte sui muri di Parma. Ma vederlo è quasi impossibile. 

Perché urla da luoghi nascosti: il cemento dei pilastri di vecchi ponti, dentro case abbandonate, negli scheletri di una fabbrica divorata da un incendio. 

E’ una delle tante scritte che utenti e operatori del servizio “Unità di strada e Drop in” dell’Ausl hanno lasciato per tendere una mano a chi bazzica i luoghi del “buco”. Perché in tanti anni sono cambiate droghe, modalità di assunzione, costi e soprattutto modi di raccontare le sostanze stupefacenti e il loro impatto sulla società. Quello che non è cambiato è la tossicodipendenza. E i tossicodipendenti.

 Ci sono ancora gli aghi in vena che tra gli anni Ottanta e Novanta hanno popolato spot allarmistici e incubi di genitori. Così come ci sono ancora persone di ogni età che fanno uso di eroina e che vivono la strada. Sono meno di un tempo, sono più nascoste, non creano allarme sociale se non per qualche sporadico gesto di disperazione. Sono “invisibili”. Ma ci sono. Molti sono senzatetto, dormono tra stazione e case abbandonate. In giro, a gruppetti, a volte li si incontra alle fermate degli autobus. In attesa della linea 6, quella che porta alla sede del “Drop in” in viale dei Mercati.

“Drop in” significa “piccola sosta”. E’ un servizio dell’Ausl mirato alla prevenzione del danno. Agli utenti offre stanze calde in cui fare colazione, un bagno per lavarsi e farsi la barba, siringhe e materiale sanitario sterile. Non è una “stanza del buco”, illegale in Italia: negli spazi del Drop in e anche nel cortile è vietato assumere droghe e bere alcol. 

In molti lo confondono con il Sert, che invece predispone terapie per chi voglia seguire un percorso di disintossicazione, distribuisce metadone e richiede periodici esami tossicologici. 

Il Drop in si rivolge a chi quel gradino non l’ha ancora salito, non riesce a salirci o ci sale e ci scende. Persone che fanno uso di sostanze, anche da anni o da decenni. Nel 2014 è stato frequentato da 208 persone, con una media di 46 accessi al giorno. Un utente su cinque è donna. Uno su dieci vive in strada, uno su quattro è senza fissa dimora. La maggior parte, il 71%, fa uso di oppiacei. Eroina, ma con una tendenza consolidatasi negli ultimi anni verso un consumo di sostanze misto: alcol, cocaina, metadone, psicofarmaci. Un cocktail che spesso aggrava gli effetti della tossicodipendenza.

I numeri dei consumatori “attivi” sono bassi rispetto a chi segue un percorso di cura al Sert: 1200 i dipendenti da sostanze, 507 dall’alcol. I numeri si riferiscono all’anno scorso, ma sono sostanzialmente stabili dalla metà del decennio passato. 

Gli accessi al Drop in, invece, sono aumentati: prima del 2009, quando il servizio era ancora situato il Oltretorrente, gli accessi medi giornalieri non arrivavano a 25. Oggi sono quasi raddoppiati. 

Non è necessariamente un dato da interpretare come un aumento delle tossicodipendenze: è possibile che il servizio Unità di strada sia riuscito a “intercettare” sempre più persone. Non si tratta solo di assistenza: c’è in ballo la salute e la sicurezza degli interessati, delle loro famiglie e di tutta la società.

Il Drop In apre la mattina presto. Al di fuori dei cancelli, parzialmente coperti dalle auto del parcheggio, si intravedono gruppi di persone. 

Alcuni sono di colore. Rifugiati, richiedenti asilo, irregolari. Chi aveva il permesso di soggiorno e chi l’ha perso insieme al lavoro. Fino a poche settimane fa vivevano nelle ex stalle di Maria Luigia, proprio dietro il centro. Poi un blitz delle forze dell’ordine li ha fatti sloggiare. Qualcuno è rimasto, qualcuno ha trovato un’altra casa abbandonata, qualcuno dorme “in giro”. 

In tanti trovano un punto di riferimento nel Drop in: c’è il bagno, c’è Internet, c’è la possibilità di caricare i cellulari chiusi a chiave per evitare furti. Il 31% degli utenti è straniero. I rapporti con gli italiani, senzatetto e non, sono buoni.

Chi sta fuori dalle cancellate, lo fa perché vuole bere. Tetrapak di vino “Acinello” acquistati a pochi euro al discount di fronte, lattine di birra a 50 centesimi. Ne bevono in continuazione, spiegano gli operatori. Il supermercato low-cost così vicino è un po’ una maledizione. 

Ma fuori, come detto, si può bere. Dentro il Drop in le regole campeggiano chiare, scritte a pennarello su un cartellone: primo, non usare il telefono per chiamare gli spacciatori; secondo, non avere atteggiamenti provocatori; terzo, non portare alcol; e così via. Comandamenti che sembrano funzionare: all’interno della struttura l’atmosfera è rilassata e cordiale. C’è chi gioca a carte, chi ascolta musica, chi prepara il caffè. Le educatrici dell’Ausl nell’ufficio si occupano di gestire le richieste: accessi alla mensa, al dormitorio, visite mediche, colloqui con l’avvocato. Un gruppetto di tre persone arriva dalla stazione per prepararsi al primo “buco” della giornata. 

Ricevono le siringhe sterili e si avviano in fila indiana verso la ferrovia. A volte uno porta indietro un contenitore giallo pieno di siringhe usate: nel 2014 il servizio ne ha ritirate e raccolte 13mila.

Il mondo di chi ha bisogno di aghi sterili per allontanare lo spettro dell’Hiv e di altre gravi infezioni è più variegato di quel che si possa pensare. Ci sono i tossicodipendenti “storici”, l’utente medio tra i trenta e i cinquant’anni. 

Ma c’è anche Fabrizio (tutti i nomi sono stati cambiati per motivi di privacy, ndr), che di anni ne ha poco più di venti, vive con i genitori e studia all’università. Ha la faccia pulita di chi ci resta male se il professore non gli mette un buon voto sul libretto. Prende le sue siringhe senza tante parole e se ne va. C’è Eliana, in cura presso il Sert. Si inietta il metadone in vena perché non può fare a meno della sensazione del “buco”. Una pratica rischiosa. C’è Cristina: ai famigliari racconta di andare in via dei Mercati per fare psicoterapia.

Le donne non mancano, ma preferiscono non raccontarsi. Marta, fuori dal cortile, stringe in mano una lattina di birra e dice solo “la mia vita è un disastro”. Ha l’età di chi potrebbe essere madre di un figlio adolescente. Occhi verdi incorniciati da ombretto turchese. Fa notare di aver trovato il tempo, quella mattina, per mettersi il trucco. Le storie degli uomini, invece, sono tutte diverse come chi le racconta. Con molto in comune, però: tutte parlano di sofferenza e di speranza.

Giorgio, chioma fulva e origini sarde, ha superato da un po’ i quarant’anni ed è tossicodipendente da quando ne aveva venti. Un tempo la sua famiglia stava bene e lui spendeva fino a un milione di lire al giorno in eroina e cocaina. Adesso ha un figlio e non ha una casa. “Ma non ho mai rubato in vita mia - puntualizza - non mi è mai piaciuto. Piuttosto chiedo qualcosa alla gente”. 

A Parma Giorgio è approdato qualche anno fa per una visita medica e da allora è rimasto qui, tra strada stazione e dormitori. Grazie al Drop in ha accesso alla mensa, a un alloggio in cui dormire presso la comunità Betania. I posti sono limitati, quando non ce n’è si dorme “dove capita”. Ma essere senzatetto è un circolo vizioso: senza una residenza in Emilia Romagna non si può accedere al programma di recupero di Betania. Giorgio di terapie ne ha provate tante, tantissime. Ma si buca ancora. 

Ed è certo che quel progetto, che fa lavorare molto su se stessi, farebbe al caso suo: “Ho fatto tante comunità psicologiche e comunità lavorative, alcune più volte, anche molto costose. Ho provato per tre anni a entrare a Betania, ma non riesco a trovare un luogo di residenza. La vita per strada è muoversi, arrangiarsi per trovare soldi, avere uno sballo. L’eroina ti aiuta a scacciare il chiodo fisso del pensiero di come risalire la china. 

Ti fai una dose e ti togli i problemi dalla testa, i dolori. Non vorrei stare così. Vorrei rinascere”. Giorgio è un tossicodipendente “storico”, la dipendenza e il modo di percepirla da parte della società le ha viste cambiare nel corso degli anni. Oggi c’è più isolamento: “La gente ti schiva, ti allontana. E’ più disponibile a dare aiuto a chi è alcolizzato. Ma alcol ed eroina non sono molto diversi, sono due droghe, e la dipendenza da alcol non riesci a gestirla. Ma la gente non lo capisce: è meglio metterti in un angolo e farti tacere”.

Khaled viene dalla Tunisia, o meglio da un quartiere di Tunisi dove tutti conoscono Parma perché ci vive un loro amico o parente. Si era diplomato in Economia, aveva una fidanzata e faceva il dj. Poi è finito in carcere per uso di hashish. Uso, non spaccio: in Tunisia è punito con un anno di prigione, basta risultare positivi al test delle urine. Dopo essere uscito per la terza volta, Khaled ha attraversato il deserto della Libia e si è imbarcato. 

E’ sbarcato a Lampedusa nel 2008. Lo dice chiaramente: “All’inizio andava bene: spacciavo. Poi ho fatto la galera, ho perso la casa, sono tornato due anni in carcere. Ho cominciato a farmi di tutto: eroina, alcol, cocaina, crack. Non ce la facevo più. Poi in carcere ho conosciuto un operatore del Sert”.

Khaled è senzatetto, a volte dorme nelle case abbandonate con immigrati africani, a volte in dormitorio. Il suo problema principale adesso è l’alcol. E la mancanza di documenti. Il futuro lo vede in Francia o in Germania, anche se preferirebbe rimanere a Parma: “Qui ci sono gli amici, ho una ragazza. 

E poi si dice che gli italiani sono razzisti, ma in Germania e Francia è molto peggio. Non mi sono mai bucato, vorrei smettere con l’alcol. Il problema è trovare una casa. La casa ti fa sapere che cosa fai. Ma non mollo, vado avanti”.

C’è anche chi, come Francesco, grazie al Sert e al Drop in sembra arrivato, dopo molti anni di tossicodipendenza e strada, a un punto di svolta: sarà inserito in un progetto di lavoro. Diventerà operatore socio sanitario, lui che il “cursus honorem” degli stupefacenti l’ha percorso tutto, fin dagli anni Novanta. Dalle canne da giovanissimo alla roba chimica che girava nelle discoteche, fino alla cocaina. Il suo mondo era quello dei rave: “Oppio, ketamina, acidi, ci facevamo di tutto. 
Ma riuscivo a gestirle abbastanza bene. Poi però al rientro dovevo guidare. Allora, per farmi scendere le sostanze, ho cominciato a farmi le righe di eroina. Pensavo fosse per ripigliarmi, per stare bene, ma dopo un anno dovevo prenderla più volte al giorno. Alcuni amici più esperti mi hanno introdotto alle siringhe. Ho cominciato a farmi in vena, per risparmiare. E quella è stata la mia rovina”. Diciassette anni di salita, racconta, tra sofferenze, carcere e comunità. “Ho rubato tanto. Ogni volta che andavo in galera era sempre più difficile, è un’esperienza che non auguro al mio peggior nemico, ma per me è stata quasi una scuola, mi ha fatto diventare uomo. Dentro mi sono impegnato. Il Sert mi ha aiutato, adesso dopo diciassette anni ho eliminato tutto. Prendo solo il metadone. Comincerò a lavorare, a mettere in atto i miei progetti. Ho sofferto tantissimo. Questa vita non ti porta a niente, solo a essere solo e a stare male”.

E’ l’una, il Drop in chiude. Le operatrici nel pomeriggio prendono il furgone dell’Unità mobile, caricano in spalla le borse piene di siringhe, profilattici e Narcan e vanno a cercare i tossicodipendenti e gli emarginati nei loro punti di ritrovo. Vanno ad agganciarli in strada, dove è breve il passo tra isolarsi e perdersi per sempre.

Repubblica.it, Parma

Ancora eroina bianca venduta per cocaina ad Amsterdam

(27 febbraio 2015) La GGD, il servizio sanitario pubblico di Amsterdam, torna a lanciare l'allarme sull'eroina bianca che viene spacciata ai turisti per cocaina. Questo weekend, tre turisti danesi sono stati ricoverati per overdose da eroina dopo aver sniffato quella che pensavano fosse cocaina. Nel corso del 2014 sono stati 3 i decessi di turisti a causa dell'eroina bianca spacciata come cocaina, mentre 17 sono state le overdose fortunatamente non fatali.

Ad Amsterdam sono in vendita negli smart shops i kit per escludere che la sostanza acquistata per cocaina sia eroina. Ci sentiamo di suggerire a tutti i servizi di consumatori e di riduzione del danno l'acquisto di questi economici kit, da mettere eventualmente poi in vendita: se essi vengono utilizzati per eseguire il test in proprio (ovvero se non si configura nessuna cessione di sostanza) essi sono perfettamente legali anche nel nostro Paese e pertanto potrebbero essere messi in vendita da subito anche in Italia, come test 'fai da te'.

http://www.eroina.eu.com/?q=content/ancora-eroina-bianca-venduta-cocaina-ad-amsterdam

perché il termine "droga" non significa niente

un articolo intelligente su Dudemag: http://www.dudemag.it/attualita/la-droga-non-esiste/

Overdose da eroina: occorre una legge 'del buon samaritano' anche in Italia

www.eroina.eu.com/

Sempre più spesso, in alcune regioni d'Italia, sul posto in cui viene soccorsa una persona in overdose sono presenti, oltre all'ambulanza, anche le forze dell'ordine. Altrettanto spesso da questa presenza scaturiscono indagini di polizia giudiziaria, anche in caso di overdose non fatale.

A dire il vero, leggendo le notizie di cronaca è evidente come questa tendenza non sia omogenea in tutto il Paese, ma sia più pronunciata in alcune regioni, verosimilmente sulla scorta di accordi locali.

L'eventualità che la richiesta di soccorso in caso di overdose possa attivare indagini di polizia riduce la probabilità che il soccorso stesso venga richiesto. Questo è un dato noto in tutto il mondo, al punto che moltissimi paesi hanno varato leggi cosiddette 'del buon samaritano', che concedono una sorta di immunità sia a chi allerta i soccorsi sia alla persona vittima di overdose.

Anche la maggior parte degli stati americani, ormai, hanno adottato una legislazione di questo tipo. In moltissimi casi gli agenti di polizia americani hanno il naloxone in dotazione ed, una volta risvegliata la persona, l'accompagnano al Pronto Soccorso senza neanche effettuare l'identificazione.

L'overdose da eroina è un problema sanitario e non di ordine pubblico ed il soccorso, se avviene in tempo utile, può salvare una vita umana. Proprio per questo è quanto mai inopportuno qualsiasi atteggiamento che possa scoraggiare la richiesta di soccorso, per il timore di ripercussioni sul piano legale.

Lanciamo un appello alle società scientifiche, alle associazioni ed ai coordinamenti perchè si facciano promotori di una richiesta in tal senso. Occorre una legge che affermi chiaramente che l'overdose è un'emergenza sanitaria, che occorre favorire in tutti i modi possibile la richiesta dei soccorsi e che in caso di overdose non fatale i soggetti coinvolti non possono essere sottoposti ad indagine per possesso di droghe o spaccio. Questo accade negli altri paesi civili.

http://www.drugpolicy.org/resource/911-good-samaritan-laws-preventing-overdose-deaths-saving-lives

 

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