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Novità psicofarmaci

VORREI ESSERE FELICE. SUBITO

Gli antidepressivi? Prescritti a tutti. Non sempre efficaci. Caricati di troppe aspettative di Elisabetta Muritti DRepubblica

Circa il 10% della popolazione mondiale soffre di depressione. In Europa il malessere cresce del 20% all'anno Quante volte è definita depressiva una situazione che in realtà  è un'altra patologia. L'intervallo tra la prima assunzione del farmaco e l'inizio dei suoi effetti rappresenta il momento più difficile della cura, un intervallo in cui non si sa come intervenire.

Tutto cambia nei luccicanti anni 80, col Prozac, la star degli antidepressivi inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (Ssri), che alla sua azienda farmaceutica, la statunitense Eli Lilly, procura ben 40 milioni di consumatori nel mondo. Grazie al Prozac (fluoxetina), e ad altri Ssri come il Daparox, lo Zoloft, il Seropram, fino al nuovo Cipralex, la rivoluzione non scuote solo il farmaco, percepito subito come meno "dannoso", ma pure la malattia: la depressione diventa socialmente accettata, comodamente rintuzzabile, velocemente diagnosticabile, universalmente diffusa.

Magari pure creativa e radical chic, se pensiamo alla bella Elizabeth Wurtzel, che ci costruisce sopra, col bestseller Prozac Nation, una carriera di scrittrice impasticcata e irriverente. Sono passati 25 anni. E, più che l'antidepressivo, è la depressione stessa ad aver cambiato pelle. E’ più subdola, resistente, diffusa, misteriosa. Alleata della crisi, per niente smart.

Ecco i numeri. L'Organizzazione mondiale della sanità  le dà  la responsabilità  di circa 800 mila suicidi all'anno, per lo più in paesi o strati sociali poveri, soprattutto in Asia, e fra i giovani (i disturbi mentali globalmente pesano, dal punto di vista economico, come cancro, malattie cardiovascolari e diabete messi insieme, per un totale di 450 milioni di malati nel mondo). Il governo inglese ha calcolato che i suoi effetti invalidanti sul lavoro costano 12 miliardi di sterline ogni anno; o, dice una ricerca della London School of Economics, l'1% del Pil britannico. Pare che un italiano su 2 abbia comprato almeno una confezione di antidepressivi all'anno (nel 2011 le farmacie, da noi, hanno venduto 34,5 milioni di "pezzi" a carico del Sistema sanitario nazionale, senza contare le "ricette bianche"). L'Osservatorio nazionale sull'impiego dei medicinali, nel rapporto gennaio-settembre 2012, registra una contrazione della spesa per gli antidepressivi (dovuta all'uscita di brevetto di molte molecole) a fronte di una crescita dei loro consumi (gli Ssri si assestano sulle 27,3 dosi al giorno ogni mille abitanti). E dichiara che, dal 2004, il loro uso è salito del 4,5%, soprattutto grazie alle donne mature e/o anziane (gli episodi depressivi, però, sarebbero cresciuti di un terzo negli under 35).

Secondo l'Istituto superiore della sanità  gli italiani che riferiscono sintomi di depressione sono il 7% della popolazione (l'European Study on the Epidemiology of Mental Disorders, ESEMeD, sintetizza col dato di 1,5 milioni di adulti italiani malati di depressione maggiore), di cui solo la metà  avrebbe avuto il coraggio o la possibilità  di curarsi. Quanto agli Usa, un americano su 10 è sotto terapia farmacologica antidepressiva. In sintesi: circa il 10% della popolazione mondiale soffre di tale malattia, con punte annue di crescita europee pari al 20%, soprattutto in Svezia, Norvegia, Slovacchia, Islanda, Germania, Austria (i consumi più bassi in Olanda, Svizzera, Francia).

Ovvio, la ricerca della "medicina perfetta" non ha subito battute d'arresto, anzi, le case farmaceutiche sono scatenate, eccitate da un business sempre più appetitoso e planetario. Solo per citare, un mese fa è uscito sul mercato l'antidepressivo multimodale Brintellix (vortioxetina: al tempo stesso modulatore dell'attività  e inibitore della ricaptazione della serotonina); 4 anni fa s'è affacciato alla ribalta, applaudito come uno dei migliori farmaci del millennio, il Valdoxan (a base di argomelatina, agonista dei ricettori della melatonina); nel 2003 ecco il Cipralex (altro Ssri); nel 1993 l'Efexor, la cui venlafaxina "sposa" l'inibizione della ricaptazione sia della serotonina che della noradrenalina.

Ma gli esperti sono scettici. Sia sui numeri della depressione, da leggere con raziocinio, sia sulla corsa al farmaco. Luca Pani, direttore generale dell'Aifa, Agenzia italiana del farmaco, nonchè psichiatra esperto di farmacologia, invita a riflettere: «Non credo che oggi ci sia più depressione maggiore o unipolare, penso invece che ci siano più episodi depressivi legati al disturbo bipolare, dove all'episodio manicale segue la malinconia, la disforia. La diagnosi diventa difficile, ma vedo un nesso con l'aumento degli psicostimolanti, l'abuso di sostanze, la diminuzione delle ore di sonno. Vedo molte più reazioni emotive croniche. Attenzione anche alle spiegazioni secondarie, alla disoccupazione, al lutto per un figlio, a ciò che spiegherebbe la depressione: avere una spiegazione non esime dalla cura».

Anche Gianlorenzo Masaraki, celebre psichiatra e psicogeriatra, giudica superficiale accostare crisi economica e aumento esponenziale dei mali dell'anima: «Il malessere c'è sempre stato, in compenso adesso si usa meno l'etichetta "pazzia", ed ecco che aumentano i pazienti uomini, che non si vergognano più, non si sentono meno virili a ricorrere allo psichiatra, non si fanno accompagnare dalle mogli, vengono spontaneamente e non quando sono in una fase grave, con già  le gambe fuori dalla finestra. Fino a 20-30 anni fa, i miei pazienti erano donne per il 70%, oggi invece per l'80% sono uomini».

E poi? Aggiunge Masaraki: «Poi basta con l'antidepressivo prescritto al telefono o dal medico di base. Quante volte è definita depressiva una situazione che è in realtà  un'altra patologia, psichiatrica o organica. L'apatia, spesso segnale di un disturbo organico, vedi l'insufficienza tiroidea, non è la depressione, l'apatico pare depresso, magari si è autodiagnosticato su Internet, magari l'hanno "visitato" parenti o vicini di casa, ma, al contrario del depresso, non ha perso il piacere di far le cose, non è pervaso da sensi di colpa atroci... La depressione richiede moltissima esperienza, non è la settimana storta, non è certo la congiuntura internazionale... ». Quanto alla terapia... «Sì, il Prozac resta l'antidepressivo per eccellenza, quello che ha mandato in cantina i vecchi farmaci triclicici, che oggi hanno solo funzioni di nicchia, vedi l'amitriptilina, usata in basso dosaggio per certe forti cefalee. Il Prozac ha innescato molte rivoluzioni: la possibilità  di somministrare un farmaco per più tempo, almeno 6 mesi, che è la durata di risoluzione spontanea di un episodio depressivo, e poi lo stile di approccio, è una medicina che produce neurotrasmettitori, tiene in equilibrio l'umore, toglie timore al paziente... ».

Masaraki specifica: «Del resto, a parte il Prozac o la paroxetina, entrambi deputati a far rimanere la serotonina il più a lungo possibile nello spazio intersinaptico, non c'è alcun altro medicinale "sicuro". Pensiamo al Valdoxan, è pericolosissimo, mi rifiuto di prescriverlo, aumenta le transaminasi, in alcuni casi ha richiesto il trapianto di fegato, pensiamo alla venlafaxina, la cui "doppia" ricaptazione ha raddoppiato gli effetti collaterali, i rischi per la vista, la vescica, pensiamo al Citalopram, pubblicizzato per gli anziani ma oggi associato a rischi di anomalie del ritmo cardiaco... Meglio esser chiari: occorre un ritorno alla medicalizzazione del trattamento, ai controlli regolari, e, più che attendere novità  miracolose, si devono sfruttare le combinazioni tra i farmaci, per esempio, un ansiolitico, associato a un antidepressivo, è meglio del solo antidepressivo. Soprattutto occorre tornare alla combinazione tra farmaci e psicoterapia, le persone si sono affezionate alla pillola, non si raccontano più, cercano qualcosa di pronto da usare, la risposta rapida ai problemi esistenziali».

Luigi Cervo, direttore del laboratorio di psicofarmacologia sperimentale, nel Dipartimento di neuroscienze dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, è in sintonia: «Nessun antidepressivo è diverso dall'altro. Le ultime revisioni critiche degli studi clinici in cui si è dimostrata l'attività  antidepressiva dei farmaci "nuovi" non evidenziano differenze apprezzabili nel loro effetto terapeutico. Come i farmaci antidepressivi di vecchia generazione, anche questi sono poco efficaci. Avrebbero però minori effetti collaterali. Uso il condizionale, perchè del Brintellix si conosce ancora poco».

Poi aggiunge: «Nell'ultimo decennio il consumo di antidepressivi è cresciuto in maniera drammatica, vuoi per un'aumentata prevalenza di depressione e altri disturbi psichiatrici nella popolazione generale, vuoi per la maggior maneggevolezza degli antidepressivi di nuova generazione. Bisognerebbe anche indagare quanto l'overdiagnostica possa aver contribuito a questo aumento. Con tutto ciò, la depressione continua a restare una patologia complessa, un disturbo dell'umore caratterizzato da un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali, somatici e affettivi. Le cui cause sono ancora sconosciute. Diverse le ipotesi sulla sua eziologia che sono state avanzate, e che sono alla base di ricerche pre-cliniche e cliniche, nel tentativo di trovare rimedi terapeutici mirati».

Già, ma poi c'è il dolore tremendo, invincibile. Ci sono i malati che non rispondono ai farmaci "di prima scelta" e magari neanche di seconda, c'è chi sta così male da non poter aspettare che la cura farmacologica entri a pieno regime (da 15 giorni a più mesi, per apprezzare i primi effetti... ). Ed è qui che in realtà  punta la ricerca medica più interessante del momento. Vedi gli studi, debitamente clamorosi, per il Fast-Acting Depressant o Pillola della Felicità , incentrati sull'uso della ketamina (o similari) e della scopolamina e sul neurotrasmettitore glutammato... Gianlorenzo Masaraki annuisce: «La cosiddetta latenza dei farmaci è rimasto l'aspetto più misterioso della cura, un momento difficile, in cui non si sa bene cosa proporre, ansiolitici, sedativi... Penso che l'idea del Fast-Acting sia ottima, ma mi chiedo se la strada giusta sia quella della ketamina... ».

Interviene Luigi Cervo: «Non ci si muove da quel 30% di pazienti "che rispondono". Nel restante 70%, o ci sarà risposta transitoria senza remissione (circa il 20%) o non ci sarà  alcuna risposta (50%); i pazienti in quest'ultimo gruppo, talvolta persone con due o più tentativi di trattamento miseramente falliti, sono definiti "resistenti" agli antidepressivi, di vecchia e pure di nuova generazione. Studi clinici recenti avrebbero dimostrato che basse dosi di ketamina indurrebbero una risposta antidepressiva rapida in questo tipo di pazienti, con disturbo depressivo maggiore e pensieri suicidi».

Riprende: «L'entusiasmo è certamente prevedibile, ma non esistono studi clinici controllati randomizzati e su un numero sufficiente di pazienti per esser certi che tale effetto sia veritiero e rilevante. In più, se mai dovesse avvenire, l'utilizzo della ketamina nella comune pratica clinica riserva parecchi problemi: la "Special K", che gli americani si sono portati in Vietnam, è un antagonista di recettori del glutammato, principale neurotrasmettitore eccitatorio, coinvolto nella formazione della memoria e dell'apprendimento, ma è anche una sostanza psicotropa d'abuso con effetti dissociativi e psichedelici. Certo, potrebbe dar un nuovo impulso alla creazione di farmaci che, garantendo l'effetto desiderato, non presentino i suoi effetti indesiderati».

Ecco una sfida, dunque. Non l'unica, visto che dobbiamo tener duro almeno fino al 2020. Anno che, insieme all'anticipazione della diagnosi (l'episodio indice di depressione avviene in età  sempre più giovane) è l'altro grande spauracchio della psichiatria. Però... «L'Organizzazione mondiale della sanità  aveva calcolato che nel 2020 la depressione sarebbe stata la più diffusa tra le malattie mentali, e la seconda, quanto a decessi e invalidità , dopo le patologie cardiovascolari», spiega Luca Pani. «Ma attenzione. Siamo costretti ad anticipare, siamo scesi al 2018. E in tutto questo avrebbe a che fare anche l'uso erroneo degli antidepressivi».

Il dubbio, tutto da discutere, è ovviamente americano. Medici, ricercatori e pazienti consapevoli si sono accorti che è su piazza una generazione nata negli anni 80-90, bianca, medioborghese e istruita, cresciuta a pane e antidepressivi. Li ha cominciati a prendere nella pubertà , magari a 12 anni, senza contare chi, prima, ha assunto metilfenidato per la sindrome da deficit di attenzione e iperattività ... Insomma, la giovane Medical Generation, com'è stata battezzata, non conoscerebbe il suo vero "io", non avrebbe un'autoconsapevolezza autentica, non sprigionerebbe una vera coscienza di sè.

La droga degli artisti? Il Prozac

Il potente farmaco antidepressivo è ormai usato da 40 milioni di persone in tutto il mondo

Trovare l'ispirazione, l'idea creativa non è sempre facile. Se poi non arriva, per un artista può diventare un vero problema.  Se una volta si faceva ricorso all'oppio, oggi per trovare l'estro ci si affida al Prozac. La notizia arriva dalla Gran Bretagna, dove The Guardian dedica al farmaco antidepressivo un lungo articolo, che spiega come le pastiglie di fluoxetina siano diventate un aiuto diffuso per gli artisti in cerca appunto di creatività. Immesso sul mercato esattamente 25 anni fa, per curare forti stati depressivi, oggi il farmaco è utilizzato da 40 milioni di persone al mondo. Solo negli Stati Uniti è ormai nei cassetti di ben 10 milioni di cittadini, pronto all'uso (e in alcuni casi all'abuso).

Prescritto dai medici come tranquillante, nei casi di ansia, la sua efficacia è dovuta alla sua azione di inibitore selettivo della ricaptazione di serotonina (SSRI) a livello di neuroni centrali. Il Prozac risulta tanto efficace che l'industria farmaceutica ha pensato di commercializzarne anche una versione per i cani, prodotta dalla Reconcile, al sapore di carne di manzo. Ma perché sarebbe particolarmente "indicato" per gli artisti? Secondo l'analisi del quotidiano inglese, il farmaco sarebbe in grado di creare quello stato di "calma" ideale alla produzione artistica, di qualunque natura essa sia. "Il Prozac è il miracolo che ha salvato la mia vita" ha testimoniato la scrittrice americana Elizabeth Wurtel. Un'idea confermata anche da Gwineth Lewis, che ha raccontato: "Non lavoro quando sono incasinata, lavoro quando sono felice. Il Prozac mi faceva felice".

E devono averlo pensato nomi noti, come Michael Jackson, Sheryl Crow, Olivia Newton-John o Robbie Williams, che figurano tra coloro che hanno fatto uso del farmaco nei momenti più "critici" della loro vita e carriera. L'effetto anestetizzante del Prozac è garantito e proprio quella sensazione, indotta dal medicinale, di distanza dagli altri, dalle opinioni, dal mondo esterno, sembra affascinare soprattutto musicisti e scrittori. D'altro canto, fin dal 1993 lo psichiatra Peter D.Kramer, esplorando gli aspetti etici della somministrazione del farmaco, parlava di "medicina cosmetica".

Come racconta lo scrittore francese Henry de Montherlant, la felicità per lui era rappresentata da quelle pillole bianche di Cipralex da 20 mg - un medicinale "cugino" del Prozac - prese al mattino per colazione, che gli procuravano la sensazione della neve che cade intorno, che imbianca e attutisce ogni rumore circostante.     

Eppure, come ogni ritrovato chimico, non tutti gli effetti sono positivi. Al di là del giudizio sull'opportunità o meno di fare ricorso a farmaci per ritrovare benessere, o peggio ancora ispirazione, esistono infatti delle controindicazioni, non solo a livello medico. La calma indotta dal Prozac in modo del tutto artificiale, lo stesso effetto anestetizzante che a taluni crea giovamento, per altri risulta assolutamente deleterio, specie a lungo andare, tanto da dover poi fare ricorso ad altre sostanze per risvegliare l'estro. In molti, infatti, sentono poi l'esigenza di cercare situazioni e contesti pericolosi, per "sbloccarsi" e tornare a provare emozioni intense. L'uso della fluoxetina, infatti, può portare alla riduzione di intensità nelle emozioni, come ha dimostrato uno studio del 2009 condotto dall'università di Oxford e pubblicato sul British Journal of Psychiatry. Un risultato del tutto opposto da quello sperato da molti artisti, che invece trovano l'estro proprio nelle situazioni di maggior intensità emotiva.

L'Italia in crisi si impasticca. Psicofarmaci anche ai bimbi

 Se si analizzano le diverse teorie internazionali su come la recessione influenza le abitudini degli abitanti di un Paese in crisi, si rischia di perdersi in un marasma totale. Si finisce per soffocare, fra teorie di economisti e manuali pieni zeppi di profezie più o meno referenziate, ma senza dubbio soggettive.

 

Un dato però è certo: l'Italia è sempre più dipendente dagli psicofarmaci e l'età media dei pazienti che fanno uso di queste medicine si sta allargando sempre più, investendo con prepotenza la fascia degli under 25. Il Censis conferma che negli ultimi sei anni il consumo di psicofarmaci nel nostro Paese è aumentato del 16,2%.

Secondo uno studio della London School of Economics and Political Science pubblicato dal Daily Mail, in tutta Europa, ma specialmente in Italia e in Islanda è aumentato a dismisura il consumo di antidepressivi. Non siamo ai livelli dell'Islanda, dove il 9% della popolazione dell'isola ingerisce almeno una pastiglia al giorno, ma è la crescita costante nei consumi ad allarmare particolarmente. Il Prozac risulta salito in tutta Europa dell'incredibile percentuale del 20% ogni anno tra il 1995 e il 2009. In particolare nel nostro Paese gli antidepressivi risultano al primo posto tra i farmaci a prescrizione per il sistema nervoso centrale (Snc).

E secondo l'Aifa (l'agenzia italiana del farmaco) gli psicofarmaci sono diventati addirittura il quarto gruppo di farmaci più acquistati dagli italiani (78,7 dosi giornaliere ogni 1000 abitanti) e il quinto gruppo per spesa pubblica sul totale dei farmaci prescritti. Sarà difficile superare le pillole per il cuore, che sono quelle più consumate (469,6 dosi giornaliere ogni 1.000 abitanti), ma è complicato prevedere di quanto aumenteranno precisamente le prescrizioni mediche di antidepressivi. In compenso è assodato che il consumo di psicofarmaci da parte delle donne italiane è pressoché doppio rispetto a quello degli uomini e che le regioni italiane dove la prescrizione di antidepressivi è più diffusa sono ormai da diversi anni Toscana e Liguria, mentre quelle dove se ne prescrivono meno sono Campania, Basilicata e Puglia.

In fondo siamo nei Piigs (Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna) ossia «maiali» in inglese, ma con una i di troppo, quegli Stati ritenuti più deboli economicamente e che rischiano di uscire dalla zona euro. In poche parole facciamo parte di quegli Stati dove si dovrebbe vivere peggio. Noi rispondiamo con l'aumento degli antidepressivi, mentre i nostri «compagni di reparto» si trovano di fronte a problemi diversi e nella maggior parte dei casi ancor più grossi. In Portogallo la crisi fa aumentare gli omicidi, tanto da dedicare al tema l'intera prima pagina del quotidiano portoghese Jornal de Notìcias, il più letto dopo Correio da Manhã (edizione del 16 luglio). In Grecia negli ultimi due anni si è registrato un drammatico aumento delle morti per suicidio e omicidio, in Spagna sono aumentati a dismisura i furti (secondo l'Economist la Spagna è al secondo posto nel mondo come numero di furti, 1.188 ogni 100mila abitanti. Solo in Belgio ne avvengono di più: il record belga è di addirittura 1.762 furti ogni 100mila abitanti). L'Irlanda nell'ultimo periodo ha registrato il quarto più alto tasso di suicidi d'Europa fra i giovani. Noi rispondiamo con una diffusione costante degli psicofarmaci.

D'altronde per noi italiani è un fatto culturale guardare agli Stati Uniti ed esclamare: «Fra dieci anni noi saremo così!». In effetti se l'avessimo fatto nel 2003 sul tema antidepressivi, ci avremmo preso in pieno! E una recente inchiesta del New York Times conferma l'inarrestabile marcia americana di antidepressivi, così come l'aumento delle prescrizioni di Ritalin per i bambini affetti da Adhd (deficit di attenzione). È incredibile pensare che il Ritalin, un'autentica anfetamina legalizzata disponibile da poco anche in Italia, sia la pastiglia giornaliera per milioni di bambini americani e per il 20% degli universitari americani. Se diamo credito alla teoria dei dieci anni, fra dieci anni gli universitari italiani li chiameremo «generazione anfetamina»?
thomas.leoncini@libero.it

www.ilgiornale.it/news/interni/litalia-crisi-si-impasticca-psicofarmaci-anche-ai-bimbi-937921.html

STUDY-DRUG esami di maturità e doping cerebrale rischiose illusioni

“I cognitive enhancers (CE) sono un gruppo eterogeneo di farmaci utilizzati per aumentare le normali capacità cognitive. (…) I CE più gettonati, le amfetamine, il metilfenidato e il modafinil, migliorano l’efficienza cognitiva indirettamente, agendo su processi non cognitivi, come il tono dell’umore, l’impulsività, la motivazione, lo stato di allerta. Per questo motivo, i CE non aumentano le facoltà cognitive individuali normali. Ne migliorano l’efficienza solo se ridotta da fattori estrinseci, come la fatica, la mancanza di sonno, la scarsa motivazione o il basso tono dell’umore. Questi CE sono prescrivibili per specifiche condizioni morbose (le amfetamine e il metilfenidato per l’ipercinesi del bambino; il modafinil per la narcolessia) e il loro uso come CE è illecito (amfetamine emetilfenidato), o fuori prescrizione (modafinil). (…) Sono psicostimolanti che condividono con la cocaina lo stesso meccanismo d’azione, la capacità di stimolare la dopamina cerebrale. (…) Gli psicostimolanti hanno quindi un elevato rapporto rischio /beneficio e questo, al di là degli aspetti legali, ne proscrive l’uso come CE. Ma nella categoria dei CE si trovano, a torto o, raramente, a ragione, una serie di altri farmaci, presenti in preparati ottenibili in farmacia senza prescrizione (OTC) o di vari energy drink. Tra questi, il più comune è la caffeina, con proprietà stimolanti distinte da quelle dei CE psicostimolanti e privo di proprietà assuefacenti (addictive) ma che può dare effetti collaterali ad alte dosi (tachicardia, extrasistolia, insonnia)”. Gaetano Di Chiara dell’Università di Cagliari,

Dalle notti insonni sui libri a quelle passate su internet cercando qualche scorciatoia per studiare di più, ma con meno fatica. Oggi, purtroppo, avanza la figura del "dopato cerebrale" che, in rete o dallo spacciatore, si procura le study-drug, farmaci psicostimolanti prescritti per determinate patologie ma assunte dagli studenti per potenziare memoria e concentrazione. I più cercati sono quelli per la cura di malattie psichiatriche e neurologiche come il piracetam (morbo di Alzheimer), l' hydergina (demenza senile), il metilfenidato (sindrome da deficit di attenzione e iperattività) e il modafinil per la narcolessia. Da un sondaggio di Skuola.net emerge, infatti, che il 64% degli studenti ha difficoltà di concentrazione e il 20% di memorizzazione. E allora basta collegarsi a internet per procurarsi in pochi click sostanze illegali come le smart drug (di origine naturale o sintetica attive sul sistema nervoso)e farmaci con obbligo di ricetta. Su alcuni drugstore online si può acquistare liberamente, per esempio, un flacone di piracetam da 40 capsule a 45 sterline. Gli esperti però smentiscono i presunti effetti benefici e mettono in guardia sui potenziali rischi che possono essere anche gravi: «Non esistono sostanze che aumentano le capacità cognitive - avverte Simona Pichini, dell' Osservatorio fumo, alcol e droga dell' Istituto superiore di sanità - anzi l' assunzione da parte di soggetti sani di farmaci nati per specifiche patologie può comportare effetti collaterali a livello del sistema nervoso centrale e cardiocircolatorio». Ma l' acquisto di psicofarmaci di vario tipo, ovviamente senza ricetta, non è nuovo. Nel 2012 il rapporto Espad dell' Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Ifc-Cnr) ha individuato un 15,4% di ragazzi che si è procurato senza la necessaria prescrizione farmaci attivi sul sistema nervoso, indicati per trattare insonnia, depressione, iperattività, obesità e disturbi dell' attenzione. Ed è proprio quest' ultima categoriaa subire un' impennata verso i 19 anni, età della maturità (la media è del 3,7%). La preparazione casalinga del prodotto, invece, risulta molto difficile in mancanza di specifiche competenze chimiche. Non mancano però i casi di "kitchen laboratory", laboratori illegali diffusi soprattutto nell' est Europa che poi rivendono i farmaci contraffatti al mercato nero. Sempre per restare svegli e quindi studiare di più, il classico rimedio di bere caffè è stato superato dagli energy drink, bevande analcoliche a base di caffeina, taurina, carnitina, creatinae vitamine del gruppo B, che contribuiscono alla riduzione del senso di stanchezza. Una sola lattina può equivalere a più tazzine di caffè e abusarne può provocare tachicardia. Eppure quella degli energy drink è una tendenza in crescita, soprattutto tra i maschi: a 19 anni, la quota di consumatori (da almeno una lattina in su) è del 58% (contro il 30% delle ragazze) e gli studenti che ne bevono più di venti nel corso di un mese sono stabili dal 2009 (3%). Un quarto degli studenti si affida agli integratori alimentari e polivitaminici per la memoria nonostante la loro dubbia efficacia. «Nel caso di soggetti giovani- spiega Vitalia Murgia, docente di fitoterapia alla Sapienza di Roma possono rivelarsi utili le piante ad azione "adattogena" cioè quelle che aiutano il nostro organismo a far fronte a situazioni di stress fisico e mentale. Tra queste la più conosciuta è il ginseng (Panax Ginseng)». In ogni caso qualsiasi integratore, per essere d' aiuto, deve essere associato ad uno stile di vita sano. «Consiglierei a chi fatica a trovare il ritmo di studio - aggiunge la Murgia - di garantirsi almeno sei ore di sonno, del tempo libero per sfogare tensione e stanchezza e, soprattutto, usare meno il computer». Dall' università di Oxford è appena arrivato uno studio molto promettente, pubblicato sulla rivista Current Biology, da cui risulta un miglioramento delle abilità aritmetiche dopo stimolazioni elettriche del cervello indolori. Con sole 5 sedute i ricercatori hanno riscontrato, nei soggetti sottoposti all' esperimento, una sorprendente rapidità nell' eseguire conti a mente. L' obiettivo a lungo termine è quello di praticare questa stimolazione in ambito clinico e scolastico, dai bambini affetti da disturbi di apprendimento agli anziani con problemi degenerativi, ma la stradaè ancora molto lunga e tortuosa. Quello del potenziamento cognitivo è un tema di grande attualità, affrontato recentemente anche dalla prestigiosa rivista americana Neurology, perché oggi la richiesta di miglioramento delle prestazioni per stare al passo con i ritmi frenetici della nostra società è sempre più insistente. Tra i consumatori clandestini, infatti, non ci sono più solo studenti, ma anche manager e medici.

BEATRICE TOMASINI ricerca.gelocal.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/06/18/study-drug-esami-di-maturita-doping-cerebrale-rischiose.html

Effetti collaterali, un film di Steven Soderbergh.

 La psichiatria ha sempre trovato terreno fertile nelle storie di cinema, ingrediente fondamentale per rendere più saporito e intrigante un thriller. Maestri assoluti sono stati Hitchcock, Forman e Kubrick, ma sono innumerevoli i film che si basano sulla depressione e sul rapporto medico-paziente. Il pittore Steven Soderbergh, uno dei più poliedrici e prolifici (per numero di opere sfornate) registi americani ha voluto anch’egli incamminarsi in un sentiero spesso impervio e il risultato è stato convincente a metà, con una storia di morte, mistero e farmacia A una giovane donna crolla il mondo addosso dopo l’arresto del facoltoso marito e per farle passare il male di vivere un dottore le prescrive una serie di farmaci, dei quale l'ultimo, l'Ablixa è determinante, salvo nascondere inquietanti effetti collaterali. Dopo un inizio lento a prova di Valium, il film acquista sempre più un carattere aggressivo questa volta a prova di Viagra, fino ad implodere con colpi di scena che sembrano un po’ scontati. Soderbergh, che ci aveva abituato a tenere alta la tensione, qui si concede pause anche per colpa di un cast che non risponde al meglio fatta eccezione per un perfetto Jude Law, che da solo in pratica fa reparto e tiene in piedi la scena. Attenzione, se visto in dosi sbagliate, come effetto collaterale il film può causare l’orticaria.

Gian Pietro Zerbini, La Nuova Ferrara

DENNY

Salve a tutti Raga  non vorrei passare per moralista o cosa..o 39 anni e voglio solo raccontare la mia esperienza ammesso che puo servire,,o iniziato a 12 a fumare canne per poi tutta la trafila premetto che sono Siciliano e negl anni 90 girava la migliore eroina non chimica come quella gira al nord che ti prendi una scimmia pazzesca in Sicilia erano i tempi della Bianca un tipo d eroina che appena la scioglievi era come la coca trasparente ,,un bel sballo vi ripeto o provato di tutto tra cui sono stato tossico per parte della mia gioventu mi sono fatto le pere per ben 22 anni ma oggi dopo vari collassamenti e salvato a pelo e dopo 2 programmi in Comunita sono qui a portar la mia esperienza e vi assicuro che ne o passate di tutti i colori dal Carcere alla strada anche in inverno ecc ecc con questo cosa voglio dirvi che nessuna di queste sostanze porta bene anche se oggi sento alcuni e vabe una cannetta che ti fa ...fa proprio questo che alcuni di voi parla attacchicardia paranoie ecc ecc per poi non andar oltre io mi accorgo su di me non posso star piu di qualche secondo concentrato su qualcosa non ricordo piu come prima e ne posso elencare questo e il risultato delle droghe in genere ammesso che rimangono come me ,,perche molti si sono giocati la bussola da noi si dice,,non esistono droghe che fanno piu male o meno male tutte una porcheria ,,,che poi la maria cioe l erba puo metterci piu tempo ok perche oggi e trattata anche quella sapete come con la morfina e poi essiccata e prnde pure meno volume tutto troppo chimico ,,poi fate voi la vita e vostra e proprio per questo godetevela io oggi sono sposato con famiglia o comprato casa o una bella moglie e un buon lavoro  tutto e possibile volonta e calma si ottiene tutto ,,io mi ero dato per spacciato eppur son qui auguroni a tutti...

Prozac, compie 25 anni il farmaco «cult» contro la depressione

È stato fonte di ispirazione di film, libri e persino di uno stile musicale. L'antidepressivo Prozac da semplice farmaco è diventato un fenomeno sociale. E 25 anni dopo la sua entrata nel mercato (nel gennaio 1988 negli Stati Uniti e l'anno dopo in Gran Bretagna) fa parte della cultura e del linguaggio, tanto da comparire anche nell'Oxford English dictionary. Ma la molecola ha anche "sdoganato" la depressione, inducendo una maggiore accettazione a livello sociale dell'assunzione di antidepressivi, al punto da infondere quasi un alone chic alla malattia mentale. Infatti, non sono poche le star che hanno dichiarato di farne uso. Identificandolo come una scorciatoia per la felicità.

Chi non ricorda il film di Carlo Verdone con Margherita Buy "Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992), in cui entrambi si impasticcano di ansiolitici?Prodotto dalla farmaceutica statunitense Eli Lilly, deve la sua fama al di fuori della sfera terapeutica all'autobiografia bestseller di Elizabeth Wurtzel "Prozac Nation", scritto negli anni Ottanta e ristampato nel 2002 vendendo 120mila copie. Il racconto della sua lotta con la depressione, dei suoi tentativi di curarla e di come è riuscita a uscirne è anche diventato un film (uscito nel 2001), interpretato da Christina Ricci ma uscito solo nel paese d'origine del regista, la Norvegia.

Il film affronta il problema dell'assuzione di psicofarmaci in caso di "male oscuro", una malattia difficile da comprendere fino in fondo e che rende tanto la diagnosi quanto la cura piuttosto complicate. Di fatto, però, nella classifica dei farmaci più venduti ai primi posti si trovano proprio gli antidepressivi. E le statistiche dicono che un europeo su 10 li assume, altrettanto vale per gli americani.

E nel 1999 esce un altro best seller di Lou Marinoff "Platone è meglio del Prozac". Il farmaco dal brand vincente, volutamente lontano dagli antidepressivi che lo hanno preceduto, entra così nella cultura pop e nella vita della gente comune. Diventando uno stile di vita. Proprio come il Viagra, segna una svolta.

Ma anche se le persone si sentono meglio, il meccanismo d'azione non è ancora del tutto chiaro. Gli antidepressivi agiscono sui livelli di serotonina cerebrali, che sembrano essere correlati al benessere emotivo. Nonostante questo il rapporto tra questo neurotrasmettitore e la felicità rimane poco chiaro. E non esiste un "modello animale" (un topo depresso) per studiarne gli effetti. «C'è quasi un "atto di fede" quando si assumono questi tipi di farmaci» commenta Joanna Moncrieff, neuroscienziata dell'University College di Londra.

www.ilsole24ore.com/art/tecnologie/2013-04-10/prozac-compie-anni-161924.shtml

Crisi economica: l’abuso di psicofarmaci diventa fenomeno culturale

 

Massimilla Manetti Ricci, Linkiesta - Il paese reale è allo sbando, i cittadini sono cittadini di uno stato fantasma e lo scollamento tra Stato e Popolo sta estendendosi ad una frattura tra il cittadino e il suo io.

Depressione, disperazione, sconvolgimenti emotivi caratterizzano le cronache nere di questi giorni, e di molti passati.

Un pessimismo diffuso aleggia nella gente incline a vedere un bicchiere ormai vuoto, ma è soprattutto quella sensazione di impotenza e di difficoltà a trovare vie d'uscita che mina la capacità di reagire.

Come se ne viene fuori?

A livello politico dobbiamo ancora vederlo, ma a livello individuale lo si fa bypassando le crisi personali nella scorciatoia degli psicofarmaci.

 

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UNA VITA DI DIPENDENZE

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