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Novità tutte le sostanze

Test fai da te per scoprire se fa uso di sostanze

PISTOIA. Sempre più genitori si rivolgono alle farmacie per sapere come riconoscere l’eventuale presenza di abusi di droghe da parte dei loro figli. Da questa emergenza nasce “At home drug test”, il test fai da te che consente di verificare l’uso di stupefacenti, prodotto e promosso da Farcom spa (la partecipata che riunisce 7farmacie comunali della provincia pistoiese) in collaborazione con i comuni di Pistoia, Agliana, Quarrata e Larciano.

 Il test, che avrà un costo di 22euro, verrà distribuito in via eccezionale gratuitamente durante la tre giorni contro droga e abuso di alcol, che si terrà il 6-7 e 8 dicembre presso la farmacia comunale di viale Adua a Pistoia. At home drug test è un prodotto che verifica la presenza di droghe (cocaina, anfetamina, cannabis, eroina e estasy) tramite una veloce analisi delle urine. “Ci sono cinque finestrelle, corrispondenti ad ognuna delle sostanze stupefacenti elencate – spiega la dottoressa Aladina Moncini, durante la presentazione che si è tenuta ieri mattina presso la farmacia comunale di viale Adua – basta immergere la striscia reattiva nelle urine, e il test in pochi minuti rileverà l’eventuale presenza o assenza di droghe”.

Il prodotto, che ha un’attendibilità del 100%, è pensato soprattutto per le famiglie: “spesso i genitori portano in farmacia pasticche o sostanze trovate in casa, per sapere cosa sono - spiega Simona Laing, amministratore unico di Farcom spa – sono richieste che aumentano sempre di più. Dai dati di Ars Toscana sul consumo di alcol e droga tra gli adolescenti, emerge che 1 ragazzo su 3 ha consumato almeno una volta una sostanza stupefacente, e circa 1 su 5 ha consumato almeno una sostanza illegale negli ultimi 30 giorni – continua Laing - per questo abbiamo deciso di andare incontro alle famiglie”. Alla presentazione hanno partecipato anche due testimonial d’eccezione: Giacomo Galanda mitica ala-pivot e vicecampione olimpico di basket con la nazionale italiana e Daniele Magro centrale della Giorgio Tesi Group Pistoia e giocatore della nazionale.

iltirreno.gelocal.it/pistoia/cronaca/2014/12/03/news/test-fai-da-te-per-scoprire-se-i-figli-fanno-uso-di-droghe-1.10427545

University College: falso che la cannabis influenzi negativamente il QI

uno studio del 2014 dell'University College di Londra, volto a valutare le possibilità terapeutiche (e quindi gli effetti collaterali eventuali) della canapa ha dimostrato che non vi è alcuna relazione negativa tra uso della pianta e quoziente intellettivo.

Consumi sicuri, una Carta delle città

Stefano Vecchio, coordinamento Itardd, scrive sulla Carta delle Città dai Consumi Sicuri per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto del 26 novembre 2014.

Il 14 e 15 novembre, Napoli ha ospitato per la seconda volta il seminario della Rete Italiana di Riduzione del Danno, Itardd, dal titolo “Il triangolo del signor Zinberg. Riduzione del danno e contesti urbani”. Il seminario si è ispirato allo studioso di Harvard Norman Zinberg e al suo modello di spiegazione dei consumi di droga fondato sulla triade drug, set and setting (sostanza-individuo-contesto): che indica in modo efficace ed immediato quanto sia riduttiva e fuorviante la concezione farmacocentrica, solo incentrata sulle caratteristiche additive delle sostanze. Al centro del seminario, è stata posto il “setting”: con specifico riferimento ai consumi di sostanze psicoattive nei molteplici contesti del divertimento e alle città intese sia come scenari dei consumi che come istituzioni locali da interrogare per un cambio di rotta politico. Sono stati analizzati a fondo i continui cambiamenti nel mondo dei consumi di sostanze, legali e illegali, individuando le specificità ma anche i tratti comuni dei diversi ambienti: dalle piazze, alle discoteche, ai club, ai grandi eventi legali (festival, concerti etc.) e auto organizzati (freeparty, teknival etc…), fino alla cosiddetta movida urbana.

La discussione in plenaria e nei gruppi di lavoro ha documentato la qualità e l’efficacia delle numerose esperienze italiane di riduzione del danno: trovando tutti concordi sull’importanza della messa in sicurezza dei diversi contesti, risultato delle sinergie tra gli organizzatori, i gestori, le organizzazioni dei consumatori, gli operatori (pubblici e del terzo settore), i servizi socio-sanitari, le iniziative concordate con gli enti locali.

E’ stato poi affrontato il tema delle città. Le esperienze nelle città italiane si sono confrontate con quella francese, presentata da Thierry Charlois, consulente "per la vita della notte" della città di Parigi.

Il ruolo che si richiede alle città, come contesto dei contesti, in una prospettiva radicalmente alternativa a quella incentrata sull’ordine pubblico, è di promuovere, in una logica di sistema, una strategia di “messa in sicurezza” dell’insieme dei contesti cittadini dei consumi di sostanze psicoattive, da quelli più marginali a quelli del divertimento giovanile: ripensando i modelli attuali dei servizi e prevedendo sperimentazioni innovative, quali le “stanze del consumo”, l’analisi chimica delle sostanze, ambienti per il consumo sicuro della cannabis (cannabis social club, coffee shop).

La sfida che la Riduzione del Danno, dal seminario di Napoli, lancia alla “polis” è quella di un nuovo protagonismo delle città italiane per un cambio di rotta nelle politiche rivolte ai consumatori di droghe, favorendo il governo e la regolazione sociale dei fenomeni, piuttosto che puntando sulla repressione: città disponibili a occuparsi dei conflitti, interessate a evitare che si trasformino in “guerre”, pronte a promuovere azioni di mediazione tra i diversi attori coinvolti.

Una città sicura è anche una città ospitale, che garantisce i diritti di cittadinanza di tutti, che attiva politiche per superare i processi di stigmatizzazione culturale che colpiscono i consumatori e non solo, che promuove processi di partecipazione dei cittadini alle scelte politiche.

Itardd lancia una sfida alle città italiane per un cambio radicale di rotta politica. Costruiamo e realizziamo insieme una “Carta delle Città dai Consumi Sicuri”.

Relazioni e sintesi finali sono reperibili sul sito www.itardd.net.

FRANCIA - Cannabis terapeutica. Al via lo spinello elettronico.

 Lo 'spinello elettronico' arriva oggi in Francia, una e-cig all'estratto di cannabis, che l'azienda produttrice definisce "al 100% legale", "senza effetti psicotici" ma "rilassante e antistress". Una novità che ha scatenato non poche polemiche nel Paese, con medici, operatori e specialisti delle dipendenze molto preoccupati, mentre si discute di possibili ricorsi legali. Il prodotto, secondo l'azienda produttrice KanaVap, è destinato all'uso terapeutico ed è stato realizzato mantenendo solo il principio attivo che agisce come antidolorifico, ansiolitico e regolatore del sonno, il cannabidiolo (Cbd) e che in Francia non è proibito. Mentre lo 'spinello elettronico' non contiene tetraidrocannabinolo, detto comunemente Thc, che influisce sull'attività cerebrale e induce reazioni quali paranoia, disturbi del comportamento, 'imbambolimento' o euforia. 
Molti psichiatri ed esperti di dipendenze lanciano l'allarme sui possibili rischi. L'uso della cannabis, dicono, può essere una malattia nell'adolescente e nel giovane adulto e un prodotto di questo tipo potrebbe essere particolarmente attraente per loro. I produttori Sébastien Béguerie e Antonin Cohen sono impegnati da tempo a favore dell'uso terapeutico della cannabis e hanno fondato nel 2009 l'Ufcm (Union francophone pour les cannabinoïdes en médecine).
La ministra della Salute, Marisol Touraine, si rivolgerà a un tribunale per chiedere di vietarla.

ADUC Droghe

uso di canapa in calo tra i teenager negli stati USA che hanno legalizzato

la canapa legale perde il "fascino del proibito". risultato: cala l'uso tra gli adolescenti.

Un nemico più insidioso: i nuovi rischi dell’alcol. Prime bevute a 13 anni

Fino a non molto tempo fa quando si pensava all’alcolista veniva in mente il cliché del vecchio dalla barba sfatta e afflitto dalla cirrosi. Oggi tutto è diverso. «Adesso chi beve non è quasi mai considerato uno “perso”, un“drop out”, ma piuttosto un tipo “giusto”, uno che “spacca” come dicono i giovani — esordisce Emanuele Scafato, presidente della Società italiana di alcologia e direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità

E sono proprio i ragazzi ( ai quali, è bene ricordarlo, l’alcol non dovrebbe essere venduto) ad aver cambiato la complessità del “mondo liquido”. Non solo si incomincia a bere alcolici a un’età sempre più precoce, ma si è consolidata una modifica sostanziale del modello del bere. Il 17% di tutte le intossicazioni alcoliche che giungono nei Pronto Soccorso si registra tra i ragazzi, spesso minori, perfino di soli undici, dodici anni, vittime del «binge drinking», il corrispondente alcolico dell’abbuffata episodica ma ricorrente».

Ma non si tratta forse di bravate, non si esagererà con l’allarmismo? «Niente affatto, — ribatte Scafato — consumare sei o più bicchieri in poche ore e anche una sola volta a settimana conduce, al di sotto dei 25 anni, nel giro di poco tempo, a una riduzione del volume dell’ippocampo, parte del cervello deputata all’orientamento e alla memoria. Il cervello tra i 16 ed i 25 anni va incontro a un rimodellamento che porta alla definizione del cervello adulto, ma l’alcol consumato in questa “finestra” di massima vulnerabilità interferisce sul suo sviluppo, cristallizzando le modalità cognitive e comportamentali in una fase in cui prevale l’attività cerebrale legata all’impulsività e all’emotività, tipiche della gioventù».

Perché oggi si inizia a bere così presto? «I giovanissimi non bevono in solitudine, per dimenticare i loro guai: la bevuta è il modo per entrare al far parte del gruppo, per sentirsi disinibiti. E la sbornia non è quasi mai un incidente di percorso, ma quello che si cercava. Difficile capire quando il bere diventa un problema e per i giovani è tutto più rapido e tragico. Alla particolare vulnerabilità, connessa all’incapacità di metabolizzare l’alcol, si aggiunge la difficoltà di “agganciare” i minori indirizzandoli verso programmi i cui approcci motivazionali al cambiamento sono calibrati sugli adulti e fanno leva sull’ affetto per la famiglia, i figli, sulle responsabilità connesse al lavoro».

E sono proprio i ragazzi ( ai quali, è bene ricordarlo, l’alcol non dovrebbe essere venduto) ad aver cambiato la complessità del “mondo liquido”. Non solo si incomincia a bere alcolici a un’età sempre più precoce, ma si è consolidata una modifica sostanziale del modello del bere. Il 17% di tutte le intossicazioni alcoliche che giungono nei Pronto Soccorso si registra tra i ragazzi, spesso minori, perfino di soli undici, dodici anni, vittime del «binge drinking», il corrispondente alcolico dell’abbuffata episodica ma ricorrente».

Cambiamenti nelle modalità di assunzione degli alcolici

Il mondo dell’alcolismo è cambiato anche sotto altri aspetti? . «Il consumo abituale di alcol è meno diffuso, — risponde Scafato — ma questo non deve rallegrarci perché è salito, e in tutte le fasce di età, quello occasionale, caratterizzato spesso da grandi bevute, ed è aumentato anche il consumo di alcol fuori dai pasti. Altro elemento pericoloso perché è evidente che il “fuori” pasto è a tutte le ore del giorno». E per quanto riguarda gli anziani? « Precisiamo innanzitutto che dopo i 65 anni si ridiventa adolescenti, incapaci di metabolizzare completamente l’alcol , con conseguenze e danni più gravi. Detto questo, come è sempre stato, l’alcolismo è più diffuso tra gli uomini che tra le donne di una certa età». «A proposito di donne, va detto — aggiunge però Scafato — che in generale oggi bevono di più: il modello culturale è cambiato. Se vent’anni fa per una donna era considerato “sconveniente” bere alcolici in pubblico, ora per una ragazza bere, meglio se molto, è il modo ideale per mettersi al centro dell’attenzione».

All’alcol sono riconducibili oltre 200 patologie e 12 tipi di cancro

Non esiste un consumo di alcol accettabile? «Per i ragazzi la risposta è no — dice l’esperto —. Per gli adulti i nuovi Larn, la bibbia nutrizionale italiana, hanno ridotto a uno e due bicchieri il livello massimo quotidiano di consumo rispettivamente per le donne e per gli uomini; gli ultrasessantacinquenni non dovrebbero andare oltre un bicchiere al giorno». «All’alcol —sottolinea Scafato — sono riconducibili oltre 200 patologie e 12 tipi di cancro. Non solo l’alcol non nutre ma è un anti-nutriente perché non fa, per esempio, assorbire le vitamine. Ed è ormai ridimensionato il possibile ruolo degli effetti benefici del famoso resveratrolo o dei polifenoli presenti nel vino rosso o nella birra: per ottenere effetti derivanti dal principio attivo bisognerebbe bere cento bicchieri al giorno...». «Dare informazioni valide e oggettive, favorire scelte informate è un dovere — conclude lo specialista —. E se occorre bisogna saper trovare strategie realistiche, considerando che anche una diminuzione graduale dell’alcol può garantire la riduzione progressiva del danno. L’obiettivo resta l’astinenza, ma in alcuni casi è meglio negoziare piuttosto che rischiare di veder fuggire il paziente».

corriere della sera www.corriere.it/salute/neuroscienze/14_dicembre_12/giovanissimi-donne-sono-nuovi-alcolisti-prime-bevute-13-anni-b53ea8e6-81e7-11e4-bed6-46aba69bf220.shtml

comunità LAUTARI

dietro la questua assillante della comunità Lautari, cosa c'è? una allarmante inchiesta di Matteo Marini sui banchetti verdi che assillano in molte città italiane

smettere di bere e capire l'abuso

Alcolista? Non mi definerei così ma in Veneto, potrei dire che è bello prendersi lo spritz con gli amici, festeggiare con un super alcolico e sentirsi bene nel sentirsi brilli. Io che poi vivo con la riserva di vino dei parenti non mi son mai fatta neanche problemi a bere a tavola. Nel mio viaggiare in lungo e largo  mai ho disdegnato una birra e una chiacchera. Poi succede che un giorno ti dicono che non ti rinnovano il contratto di lavoro. Ti incontri con gli amici di sempre a 120 km da casa e decidi che hai bisogno di dimenticare la brutta giornata. Uno spritz e poi un mojito, nulla più. Se ci penso ho bevuto molto di più altre volte. Dopo un notevole lasso di tempo ti metti alla guida e gli sbirri ti fottono la patente, come è giusto. E' poco il superamento del limite. Uno 0,6 che basta a cambiare molto. Non solo per i tre mesi di sospensione, che con tutta sincerità, dato l'orario notturno è stata il minimo della condanna, ma anche perchè ho smesso di bere. E sapete una cosa? Mi manca un casino! Mi manca quella facile soluzione di distacco dai problemi, mi manca quel sollievo di ebrezza alcolica. Ho provato a bere comunque,lontano dalla guida ma non ci riesco più. Mi fa schifo il gusto. Eppure ora che la mia situazione economica è critica, il mio ragazzo  mi ha lasciato e mi sento sola come un cane, ho una voglia incredibile di ubriacarmi. E non ci riesco, e è meglio così. La cosa strana è poi che vedo tutto sotto una luce critica. Nn vado più d'accordo con gli amici e mi sto chiedendo se l'alcol centra. Se il legame supeficiale con alcune persone si ditrugga per questo. Voi che ne pensate?Eperienze simili?

Anoressia, un misterioso modo per sparire

 

Anoressia, un misterioso modo per sparire

Premessa. Scrivo al femminile perché la storia ha finora visto principalmente delle anoressiche femmine. Ma le cose stanno cambiando ed i maschi sono sempre di più. Quindi un’avvertenza: si legga il femminile di questi articoli contemporaneamente al maschile ed al femminile.

L'anoressia e' un crocevia di tensioni e di contraddizioni. Ed è densa di mistero. Sembra una sfida in cui la persona vince, anzi domina. Domina il corpo, le sue pulsioni, i bisogni più comuni e profondi. Sentire, e soffrire, duramente la fame offre il destro per sentirsi più potenti. Dominare la fame da' la vertigine del supremo potere, nulla può essermi imposto se neppure la fame più dolorosa mi piega. Ci si sente esaltati da questa lotta: più la fame cresce e morde e più ci si sente forti. Chi le incontra spesso ne è spaventato: le vere anoressie formano corpi emaciati, macerati dal digiuno che camminano spediti ed energici a dispetto dell'apparenza.

Tante volte si sente apostrofare qualche persona che per rabbia o disperazione rinuncia a mangiare e dimagrisce vistosamente con un “sei proprio una anoressica”. Ma non è sempre vero che i magri o chi digiuna sia anoressico. Ci vogliono vari criteri per essere anoressici, non basta la magrezza.

A proposito, hai notato che scrivo al maschile e non al femminile? A dispetto della tradizione che vedeva le femmine prevalere largamente sui maschi ormai sono parecchi i soggetti di sesso maschile che sviluppano l’anoressia. Recentissime ricerche dimostrano che in certe aree degli Stati Uniti maschi e femmine si equivalgono per numero e che anzi i maschi hanno sintomi ancora più gravi. E’ facile prevedere che il medesimo trend epidemiologico si realizzi presto anche da noi. In una ricerca fatta quando ero in Ausl con il valente ricercatore sociale Agostino Giovannini, scoprimmo che anche in Italia gruppi di persone con volontà di diventare anoressiche si galvanizzavano a vicenda tramite i social network. Una rete di chat e forum aderenti alla filosofia dei pro-Ana, una specie di religione che esalta l’anoressia e spinge a seguire una serie di criteri per esaltarla e spingerla alle estreme conseguenze. Per alcuni è uno spiegare agli altri l'arte del digiuno. L’esaltazione dell’Io di chi si riconosce in questi obiettivi è davvero grande. Il distacco dalle condizioni di realtà ne consegue. Sul tema c’è un fiorire in tutto il mondo di persone che forti della loro esperienza, raccontano come diventarono anoressiche e come poterono uscirne. Io consiglio alle mie pazienti ormai recuperate di rendere la loro esperienza fruibile agli altri in una forma di restituzione che serve a prevenire in altri la sofferenza che loro vissero. Raccontarsi non è però facile, si potrebbe non essere capiti. Ci sono però alcuni che lo fanno, anche con ostentazione; specie di eroi che sono potuti rientrare da un’avventura che poteva portarli al decesso. Infatti l’anoressia, quella vera, è anche un gioco con la morte, una sfida.

Chi non l’ha sperimentata non può riuscire affatto a capire, dicono alcuni di costoro. I più possono solo leggere, ascoltare e rimanere infreddoliti da tanto rischio. Alcuni raccontano, si raccontano, come fenomeni da festa degli zombie. D’altronde, va riconosciuto, rifiutare il cibo a scapito delle funzioni corporee non è una dipendenza facile da strutturare. E in tutte le dipendenze trovi persone che ti sbattono in faccia: cosa vuoi capire tu che non l’hai avuta? Vogliono sentirsi speciali. Gina Bellafante ha messo bene in chiaro tutto ciò in un suo articolo per il New York Times: "L'anoressia è una malattia piena di contraddizioni: esige disciplina e indulgenza .... L'anoressica scompare per essere vista, lavora per l'auto- miglioramento, per la perfezione, mentre si auto- annienta". L'anoressia è una condizione di "allucinazione intellettualizzata".

Questa definizione sintetica è la migliore di quelle che ho letto, e punta al modo conflittuale in cui si parla della malattia: la nostra intenzione è critica, ma il linguaggio è (purtroppo) celebrativo. L’anoressia affascina per il suo invilato ideale di magrezza. Trovo stimolante le riflessioni che avanza Kelsey Osgood nel suo libro “How to Disappear Completely: On Modern Anorexia”: vi analizza questi paradossi, commentando criticamente gli scritti delle anoressiche sulle anoressiche. Il suo progetto è apertamente un volere andare contro corrente, per esporre l'ipocrisia delle memorie pseudo - redentrici scritte da coloro che si considerano recuperati e dopo avere stupito per la magrezza adesso vogliono stupire coi loro racconti. La Osgood crede che il merito di questi autori, che sono spesso chiamati rigorosi ed onesti oltre che coraggiosi ed altruisti, sia in realtà ingenuità, forse anche voluta: in realtà, i loro libri spesso non fanno altro che insegnare ai lettori a seguire una dieta e a pensare all'anoressia come a una malattia densa di aspirazioni. E' una bella critica soprattutto perché viene da qualcuno che ha passato più di un decennio dentro e fuori dagli ospedali sempre sull'orlo della morte, una che dovrebbe essere presa sul serio. Infatti Osgood contrasse la malattia da adolescente copiando le abitudini di altre anoressiche, utilizzando proprio quei libri che pretendevano di essere mirati verso il recupero, quelli scritti da ex anoressiche. Lei li prese alla lettera, didattica come fossero manuali per fare la dieta. Ricorda il pensiero dell’anoressia non come una grave malattia, ma come il più logico progresso per il completo auto-controllo. Ecco il contributo fondamentale di Osgood: bisogna vedere il difetto di questa logica perché non può essere che per migliorarsi ci si rovini.

DI UMBERTO NIZZOLI www.progettouomo.net/index.php

Nuove sostanze, un approccio razionale

sostanze-piscoattive.jpg Nuove Sostanze Psicoattive: comunemente conosciute come Nps (New Psychoactive Substances) sono la nuova “emergenza droga”. Tanto che, alla vigilia delle elezioni di primavera, il Parlamento Europeo ha approvato una proposta per una più rapida risposta all’incombente minaccia. Prima di entrare nel merito della decisione, è opportuno discutere la definizione stessa. Il termine Nps comprende sostanze dalle caratteristiche chimiche e dagli effetti assolutamente diversi (dagli stimolanti anfetaminici, alla ketamina dagli effetti sedativi, ai cannabinoidi sintetici). Se è vero che il mercato sforna in continuazione prodotti sintetici inediti, una sostanza come la ketamina, anestetico ampiamente usato sia in veterinaria che sull’uomo, non è davvero un prodotto “nuovo”. In più, la diffusione delle varie sostanze racchiuse sotto la denominazione di Nps è assolutamente ineguale: se nell’ultimo anno ben 82 nuove sostanze si sono affacciate al mercato, relativamente poche sono entrate nelle abitudini dei consumatori. A ben guardare, solo alcune hanno un certo impatto: la ketamina, il mefedrone (uno stimolante sintetico della famiglia delle anfetamine) e i cannabinoidi sintetici. Con notevoli differenze fra paese e paese: ad esempio, in Romania gli stimolanti hanno preso il posto dell’eroina come la droga più comunemente assunta per via iniettiva, mentre in Ungheria la cannabis sintetica è la seconda sostanza più usata.

L’unico fattore che accomuna le Nps è il fatto di essere “nuove” alla proibizione, non essendo ovviamente contenute nelle tabelle delle droghe illegali al momento della loro comparsa sul mercato.

Dunque il termine Nps tradisce l’ottica da cui si guarda al problema: rispetto alla presenza/ assenza di controllo legale, nella forma estrema rappresentata dalla proibizione. Col rischio di affrontare il problema del controllo prima ancora di una riflessione seria sul fenomeno. Per non dire che ancora una volta l’attenzione si concentra unicamente sulle (caratteristiche chimiche delle) sostanze, dimenticando l’importanza dei modelli di consumo, dei rituali e delle culture dell’uso nel determinare i rischi cui possono andare incontro i consumatori.

Proviamo invece a ragionare sulla fortuna delle droghe sintetiche, sul perché della continua innovazione dei prodotti psicoattivi che vengono immessi sul mercato. In parte, la differenziazione è un effetto del mercato stesso, così come accade per molte altre merci; in parte, è effetto della proibizione stessa, che stimola a ricercare sempre nuove formule chimiche per aggirare il divieto. Fanno parte delle misure repressive da evitare i temuti e sempre più diffusi test antidroga: da qui la fortuna dei cannabinoidi sintetici, che poi si sono conquistati una nicchia nel menu dei consumatori per i loro effetti assai diversi dai cannabinoidi naturali. Altra conseguenza dell’illegalità del mercato è la produzione di preparati sempre più potenti e sempre più concentrati, con maggior danno per la salute.

La proposta Ue si muove su due coordinate: l’accorciamento dei tempi per valutare la pericolosità di una sostanza e inserirla se del caso nelle tabelle delle droghe proibite, da un lato; dall’altro, una maggiore gradualità nel controllo, che dovrà essere proporzionato al rischio: con la possibilità di optare per forme diverse di regolazione del mercato, mentre il divieto assoluto con le relative previsioni penali sarebbe riservato alle sostanze più pericolose. E’ un approccio più razionale dell’opzione unica della proibizione attualmente in vigore per le sostanze naturali. C’è da augurarsi che ciò inneschi un ripensamento globale del governo delle sostanze psicoattive, con maggiore attenzione alla salute pubblica.

Salvina Rissa per la prima parte dell'inchiesta sulle Nps per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto dell'11 dicembre 2014.

La ricetta Usa per salvare l'Afghanistan: convertire l'oppio in melograni

  convertire l'oppio in melograni
Il 4% del Pil nel Paese arriva dalla coltivazione di oppio, che fornisce il 90% del mercato illegale mondiale. Ma l'aumento della produzione ha portato a un calo dei prezzi. Così Wayne Arden, consulente del dipartimento della Difesa americano, propone di convertire i terreni con melograno e altri prodotti - dall'uva alle noci - più redditizi

ROMA - Potrà il melograno salvare l'Afghanistan? Secondo Wayne Arden, si. Perché può diventare la nuova pianta da coltivare al posto del papavero da oppio. Idea forse utopica, ma detta da una persona che è consulente della task force per "Operazioni di Affari e Stabilità" del dipartimento della Difesa Usa in Afghanistan per il biennio 2013-2014. A un mese dall'ultimo rapporto Onu sull'oppio nel Paese e alla vigilia dello stabilito ridimensionamento delle truppe Nato e Usa sul terreno (da gennaio resteranno meno di 12mila uomini), Arden ha affidato la sua proposta a un editoriale per il Wall Street Journal, provando a guardare i dati dell'Onu da un punto di vista particolare.

Il rapporto infatti ha segnalato che la produzione afgana è arrivata a coinvolgere 224mila ettari di terreno, la cifra più alta mai raggiunta, con l'89% della produzione concentrato nelle regioni meridionali e occidentali, ovvero quelle controllate dai Taliban. Anche la produzione per ettaro è cresciuta, da 26,3 chili per ettaro nel 2013 a 28,7 chili nel 2014. Il prodotto globale dell'anno è di 6.400 tonnellate. Come è noto già da tempo, l'Afghanistan è il luogo da dove proviene circa il 90% degli oppiacei illegali del mondo - e il 4% del Pil del Paese dipende dall'oppio.

L'aumento della produzione però porta a un progressivo calo del prezzo e questo è il punto che interessa all'esperto. Che parte dall'analisi dell'agricoltura in genere: un terzo del Pil afgano, che è di 21 miliardi in dollari, dipende da quel settore, che impiega peraltro i tre quarti della popolazione. In questi anni, gli aiuti internazionali si sono concentrati nel migliorare le varietà delle piante esistenti e le condizioni di produzione, oltre alle vie di trasporto interne.

Ora, crollando il prezzo dell'oppio, gli afgani potrebbero arrivare a trovare più utile coltivare altre piante. L'idea, racconta Arden, è nata dall'incontro con un esportatore di melograni a Kandahar, che gli ha spiegato: "Noi in Afghanistan abbiamo tutto, ma non abbiamo nulla. Magnifici melograni, contadini. Ma non sappiamo nulla del mercato internazionale, dei trasporti, del modo giusto di impacchettare una merce". In effetti, gli afgani di quelle nove province coltivate a oppio sanno soprattutto come si coltiva il papavero, come s'incide, come si secca e conserva quel prodotto che spesso è anche moneta di scambio. Ma in Afghanistan i prodotti agricoli sono almeno 70 e secondo uno studio della ong Roots of Peace, che ha fatto specifiche ricerche sul campo, il guadagno netto per ettaro mette i melograni sopra l'oppio: il secondo infatti può arrivare a dare 35 chili in un anno, che freschi e non lavorati valgono 6.700 dollari, mentre i melograni, sempre di un ettaro, danno 21 chili che fruttano 7.300 dollari.

Oltre al melograno, Arden elenca altri otto prodotti presenti in Afghanistan che valgono più del papavero: due tipi di uva, ciliegie, arance, due tipi di mandorle, noci. Ci aggiunge altri prodotti con ottimo potenziale per le esportazioni come fichi, albicocche, pistacchi, zafferano, sesamo, prugne. E segnala come tutta o quasi l'esportazione afgana viaggia per ora solo via camion verso Iran, Pakistan, Turkmenistan e altre regioni dell'area, dove i prezzi sono bassi. Mentre dotare il Paese almeno di una linea ferroviaria che lo colleghi via Mazar-e-Sharif, nel nord, con la rete ferroviaria del Turkmenistan renderebbe possibili i collegamenti con Istanbul, il Medio Oriente e soprattutto l'Europa, come nuovi investimenti nel ramo, sia nazionali che internazionali, potrebbero far arrivare i melograni afgani fino in America e Oceania. Al posto dell'oppio che il mercato illegale fa già viaggiare perfettamente.

www.repubblica.it/economia/2014/12/09/news/melograno_oppio_afghanistan-102479407/

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