Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.

Domande agli Operatori

Cerca nell'archivio di 29894 risposte, o fai una nuova domanda, anche in forma anonima.

Scrivi una domanda e clicca su Invia (max. 250 caratteri).
  • Un nostro Operatore autorizzato (vedi chi siamo) risponderà presto alla tua domanda.
  • Il tempo di risposta potrebbe variare a seconda della difficoltà del quesito.
  • La domanda sarà nascosta a tutti finché non verrà pubblicata assieme alla risposta.
  • Una volta pubblicata, la risposta sarà leggibile a tutti nell'archivio. Se preferisci una risposta privata, usa il modulo di contatto.
Facoltativo: inserisci il tuo indirizzo email se vuoi ricevere un avviso quando verrà pubblicata la risposta.
Type the characters you see in this picture. (verifica con audio)
Inserisci il testo che vedi nell'immagine qui sopra. Se non riesci a leggerli, invia il modulo e una nuova immagine sarà generata. È indifferente a maiuscole e minuscole.
Annulla
Cliccando su Invia autorizzi il trattamento dei tuoi dati personali solo ed esclusivamente per rendere possibile questo servizio, secondo la policy del sito. Tali dati sono strettamente confidenziali e non saranno divulgati in alcun modo.

Novità tutte le sostanze

Legalizzazione cannabis. L'America Latina di fronte alla tentazione

 E' un piccolo seme, piantato dall'Uruguay alla fine del 2013: la legalizzazione della cannabis comincia a fare il suo cammino in America Latina, anche se, in questa regione alle prese col narcotraffico, alcuni Paesi rifiutano sempre di parlarne.
“Qualcuno deve cominciare in America del Sud”, aveva detto il presidente uruguayano, José Mujica, dando il via alla sua audace idea.
Un anno dopo la legge che ha fatto del Paese l'unico al Mondo a regolamentare la produzione della marijuana, la sua vendita in farmacia non e' stata ancora avviata.
Ma, secondo il Consiglio nazionale delle Droghe (JND), il Paese di 3,3 milioni di abitanti ha gia' 1.300 persone iscritte come autoproduttori e sei club fin a 45 consumatori l'uno.
I suoi vicini sono incuriositi: “Siccome l'Uruguay l'ha fatto e non ha subito gravi conseguenze negative in termini di relazioni internazionali, sanzioni o rifiuto a livello domestico, questa e' diventata un'opzione da prendere in considerazione da parte degli altri Paesi”, dice John Walsh, analisti del “think tank” Ufficio di Washington sull'America Latina.
“Il caso dell'Uruguay ha ispirato numerosi Paesi per cominciare almeno a fare qualche passo in questa direzione”, rincara Pien Metaal, esperto del centro studi Transnational Institute di Amsterdam.
“Non si puo' piu' tornare indietro. Il genio e' uscito dalla bottiglia e non ci sono piu' mezzi per farlo rientrare”, fa maliziosamente notare.
A fine ottobre, il Cile e' diventato il primo della regione a coltivare per fini terapeutici la cannabis, che li' continua ad essere considerata una droga pesante. Un progetto di legge vorrebbe depenalizzarne l'uso per motivi personali.
In Colombia, il Parlamento sta dibattendo un progetto che ne consente l'uso medico, con il sostegno del presidente di centro-destra Juan Manuel Santos.
In Argentina, un progetto di legge difeso dal segretario generale della presidenza, Anibal Fernandez, vorrebbe depenalizzare la coltivazione per uso personale, ma il Governo rimane contrario. C'e' anche un progetto per la depenalizzazione del consumo e il suo uso terapeutico.
In diversi Paesi della regione, il possesso di droga per uso personale non e' di fatto sanzionato.
L'esempio degli Stati Uniti
Promotore e sostenitore finanziariamente della “guerra contro la droga” (termine ereditato dal presidente Richard Nixon) sul continente, il Paese si e' confrontato nel proprio seno con iniziative piu' dolci.
“Gia' quattro Stati hanno regolamentato la cannabis per uso ricreativo (Washington, Colorado, Alaska, Oregon) e 23 l'hanno legalizzata a fini medici", sottolinea Pien Metaal.
“Questo non rende credibili gli Usa nel momento in cui dettano ai Paesi dell'America Latina, come lo hanno fatto in questi ultimi decenni, le loro politiche in materia di droghe”.
Dopo aver promosso il proibizionismo, “e' ormai il momento che gli Usa diano dimostrazione di coerenza coi Paesi della regione e smettano di promuovere cio' che non possono applicare a casa loro”, dice il cileno Eduardo Vergara, direttore del centro di analisi Asuntos del Sur.
Ma bisogna ricordare che “la regione rimane divisa” e alcuni Paesi latinoamericani frenano ancora.
“La legalizzazione non e' oggi in agenda” ha dichiarato di recente il ministro brasiliano della giustizia, Josè Eduardo Cardozo, malgrado il deposito di una legge in questo senso.
Stessa posizione in Nicaragua, Panama, Messico, Costa Rica, Venezuela e Peru'.
Alcune voci comunque difendono la legalizzazione, come gli ex-presidenti brasiliano Fernando Henrique Cardoso e messicano Vicente Fox.
E la domanda di un nuovo approccio cresce nella regione, prima produttrice mondiale di cocaina, vittima della violenza legata al narcotraffico.
Il “tutto repressione” e' in secca, dice il presidente colombiano. Una “sconfitta completa” per il suo omologo dell'Equador, Rafael Correa. Sotto l'impulso della Colombia, del Messico e del Guatemala, l'ONU terra' una sessione speciale nel 2016 in materia.
Ma mentre in Usa la legalizzazione della cannabis e' sostenuta da uno slancio popolare, qui il cambiamento avra' bisogno di piu' tempo.
L'opinione pubblica e' scettica in America Latina: essa non e' soddisfatta della guerra contro le droghe, ma tende a vedere la legalizzazione come permissiva e disfattista”, spiega John Walsh, ricordando che questo e' notoriamente il caso dell'Uruguay.

(articolo di Katell ABIVEN, diffuso dall'Agenzia stampa France Press – AFP il 31/01/2015)

Internet: la rovina della nostra vita

Internet rovina le nostre comunicazioni e abilità sociali, ma non per il trito e ritrito motivo che ci allontana dall'esterno,ma perchè danneggia il nostro cervello; in che senso ciò? Per il fatto che quando noi scriviamo qualcosa in chat e la risposta è un semplice "ok" noi dobbiamo interpretare quell'ok, indovinare l'umore del nostro interlocutore, in una parola entrare nella sua testa. La persona dall'altra parte può essere felice, triste, scazzata, indifferente o fingere. Bisogna vedere se non sta cercando di costruirsi un'immagine e stia lottando con la sua parte reale per affermarla. Se ad esempio una bella ragazza scrive mille smile noi pensiamo che quella ragazza se lo possa permettere poichè è bella, solare, popolare, in una parola una vincente. Di conseguenza una brutta, cupa, emarginata ragazza scriverà in modo logorroico e tutt'altro che sbrigativo, poichè cerca disperatamente contatti sociali. Ma che succede nel momento in cui scrivessimo ad una che rientra in quest'ultima categoria e la stessa ci rispondesse come quelle della prima? Il nostro cervello ha già incassato un primo colpo. Ora di reazione, non conoscendo la verità (dato che non la conosce del tutto nemmeno la suddetta brutta ragazza poichè ok alcune potranno mantenere ancora una dose di lucidità che le fa vedere e le rende coscienti e consapevoli della loro recita, ma altre potranno essere ad uno stadio ancora successivo nel quale non accettano la loro realtà [e qui si potrebbe aprire una parentesi religiosa dell'essere umano al centro del mondo, ma meglio sorvolare] ed il desiderio di essere vincenti le impone l'ultimatum del: o vincente o morta. Ecco che Ed ecco che la nostra autostima ha appena ricevuto l'impatto di un camion. Vedendoci risposti in modo sbrigativo, ci penseremo tutti nella seconda categoria. Ora pensate a quante persone sono su internet, pensate questi traumi tutti insieme che si scontrano. Ma la parte peggiore è che come noi interpretiamo i comportamenti delle persone via internet, l'abitudine la portiamo con noi anche nei rapporti reali, e ci chiederemo, faremo mille paranoie su come una persona si comporta con noi. Della serie "sarà davvero così? Ho interpretato bene ciò che voleva dirmi? STARA' RECITANDO e VOLENDO SEMBRARE QUALCUN ALTRO? Su internet la recita riesce divinamente poichè sono messaggi, scritte. Prima bene o male ci si guardava negli occhi, ci si leggeva la pelle, i movimenti...Un mondo di insicuri, irreali, incapaci. Questo è ciò che internet, volontariamente o meno, ci sta facendo diventare, anche e soprattutto nella realtà.

Il preside dice no: "I cani antidroga non entrano a scuola"

 
 
 

 "I cani antidroga non entrano a scuola"

Ludovico Arte  Ludovico Arte è da tre anni preside dell’istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Firenze. Negli ultimi tempi si è opposto a interventi con i cani antidroga nel suo istituto, lanciando l’allarme sulle possibili ripercussioni psicologiche degli studenti sottoposti al controllo. Insieme a un ristretto numero di colleghi, sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione per valutare un approccio meno repressivo per combattere l’uso di droghe leggere degli adolescenti.

I controlli nelle scuole si concludono spesso con sequestri di hashish e marijuana. Ci sono poi inchieste da cui emerge il consumo di sostante stupefacenti tra i giovanissimi. Allora perché opporsi ai cani antidroga nelle classi?
«Perché i cani a scuola sono un fatto innaturale, è un modo sbagliato di affrontare la questione. È chiaro che il consumo di droghe e lo spaccio sono intollerabili, ma non si può usare solo la repressione e in particolare non nelle classi, luoghi di formazione ed educazione. In certi casi i controlli finiscono per mettere a disagio e umiliare lo studente, che subisce il controllo davanti a tutti gli altri compagni. Può essere un trauma devastante»

La maggior parte dei dirigenti delle altre scuole fiorentine la pensa diversamente. Sono loro a chiedere di intervenire.
«Esistono due fronti, è inutile negarlo. Da una parte chi come me chiede un uso limitato della forza e punta sulla prevenzione, dall’altra i presidi che preferiscono usare il pugno di ferro. Credo che uno dei problemi maggiori sia proprio la mancanza di comunicazione tra questi due blocchi, quando invece servirebbe un punto di equilibrio per cercare un percorso condiviso in nome del benessere degli studenti. Senza una vera discussione finiscono per crearsi incomprensioni, tra colleghi ma anche con le stesse forze dell’ordine. È accaduto alcuni mesi fa, quando mi hanno chiesto di far entrare i cani antidroga. C’è stato un confronto per alcuni aspetti anche duro».

Ha alzato le barricate.
«Ho solo fatto presente che se avessero deciso di fare comunque il controllo avrei chiamato i giornali, per dire che si trattava di un intervento contro la mia volontà. Ma nessuno alla fine ha voluto forzare la mano. Apprezzo la sensibilità della gran parte dei poliziotti e carabinieri che si occupano di droga tra i giovani, so quale impegno e professionalità richieda un lavoro simile. Ma è chiaro che un intervento diretto nella scuola, sotto gli occhi degli altri studenti, è un’altra cosa. Si perde di vista l’obiettivo principale, la prevenzione. Noi abbiamo ottocento studenti, e ben cinque psicologi che ascoltano le loro preoccupazioni e anche quelle dei genitori. Forse conviene investire di più proprio su questo versante».

Ma, in passato, anche il Marco Polo è finito al centro di controlli.
«In realtà è proprio l’esperienza diretta che mi spinge a chiedere azioni meno invasive. Un anno fa gli investigatori si nascosero fuori dalla scuola all’ora di ricreazione per verificare l’esistenza di un giro di spaccio. Appena visto il passaggio di droga, fermarono due studenti e li misero a terra, davanti a centinaia di compagni. Sono situazioni che non aiutano il recupero di un giovane, e che rischiano di alimentare quella diffidenza che purtroppo molti ragazzi hanno per le forze dell’ordine. In questo caso, i due hanno entrambi lasciato la scuola a fine anno, non so quanto questo abbia influito ma l’esperienza non ha di certo aiutato».

Cosa suggerisce?
«Mi rifaccio a un altro episodio accaduto di recente. Una studentessa che era stata sospettata sempre di spaccio. Quando gli investigatori mi hanno avvisato, ho chiesto di evitare di fermarla a scuola e di aspettare che la chiamassi in presidenza. Nel mio ufficio hanno potuto controllare la sua borsa, senza provocarle alcun trauma e senza trovare niente di niente. Così però si è potuto combinare le esigenze investigative alla tutela del percorso di crescita. Perché, ripeto, un ragazzo che usa stupefacenti non deve essere solo punito ma al tempo stesso ricevere aiuto. E in ogni caso va rispettato».

Repubblica.it firenze.repubblica.it/cronaca/2015/01/27/news/il_preside_dice_no_i_cani_antidroga_non_entrano_a_scuola-105937251/

Osservatorio Firenze. Droga a scuola e test. Hanno ragione gli studenti!

  

Avevamo letto nei giorni scorsi le opinioni dell'ex-assessore comunale Giovanni Gozzini che aveva perorato di sottoporre gli studenti degli istituti superiori a test anti-droga. Non ci avevamo fatto caso piu' di tanto. Anche perche', a fronte di una sua proclamata accondiscendenza per una cultura di legalita' e di depenalizzazione in materia di droghe, abbiamo pensato che probabilmente avrebbe dovuto approfondire un po' meglio la questione; in particolare sull'aspetto che con questi test forse avrebbe dato una mano ad alcuni problemi di coscienza e cultura dei genitori e dei dirigenti scolastici, ma non avrebbe certo aiutato gli studenti.
Oggi il quotidiano “La Nazione” ritorna con decisione sulla materia. Ne parla l'ex-assessore, oggi senatrice, Rosa Maria Di Giorgi, che si dice d'accordo con Gozzini (“i risultati dei test devono essere segreti”, sostiene la parlamentare). E, per fortuna di chi vuole informarsi, ne parlano anche alcuni studenti; tutti contrari, in linea di massima contro l'invasione del loro corpo e della loro testa.
Chi ha ragione? Gli studenti!. Perche' vogliono esser liberi di decidere di farsi le canne? Anche. Ma, per l'appunto: DECIDERE! Non necessariamente FARSI! Ed e' qui dove i pro-test sembrano eludere se stessi e il ruolo istituzionale che rivestono. Il fatto che questi studenti abbiano meno di 18 anni (quindi ufficialmente alle dipendenze di Stato e famiglia) non vuol dire che possono e devono essere considerati come animali da laboratorio. Certo, i nostri pro-test parlano di analisi volontarie, di risultati segreti e gestiti da scuole e famiglie. Ma fino a che punto e perche'? Forse non esistono i “ricatti” delle famiglie e delle scuole pur nell'ipotesi della segretezza? Negarlo e' far finta di essere in un film dove c'e' un ministero della Cultura giovanile, e dove lo stesso e' affidato a quell'Andrea Muccioli (il padre Vincenzo si rivoltera' nella tomba) di San Patrignano.
Il risultato di questa ipotetica scelta sarebbe piu' disastroso della realta' attuale. I ragazzi che vogliono, continuerebbero a farsi gli spinelli, con una molto possibile crescita di numero vista l'innegabile attrazione di qualunque giovane -e non solo- per il “proibito”. E in un contesto di maggiore pericolo di sicurezza individuale e pubblica. Gli spacciatori si farebbero piu' furbi e farebbero piu' affari. Tutti in attesa del prossimo ex-assessore con chissa' qualche altra proposta per cercare di calmare le proprie difficolta' paterne, o del prossimo politico che, non facendo nulla in merito, sosterra' qualunque cosa gli si proporra'.
Il problema esiste. E' ovvio. Ma non e' quello degli studenti a scuola. Questi ultimi sono solo lo specchio della societa' in cui vivono. Perche' non ci dovrebbe essere spaccio e consumo di droghe a scuola, visto che nel mondo “esterno” c'e' spaccio e consumo ovunque e che la droga proibita e' il maggior business della malavita, contro cui i cittadini-genitori di questi studenti -politici o meno che siano- fanno quasi nulla o poco, comunque inefficace?
Ecco perche' hanno ragione gi studenti intervistati dal quotidiano La Nazione. Quando chiedono di essere lasciati in pace perche' non sono altro che una componente di questa societa' dove la droga e' libera per scelta delle istituzioni. E chiedono solo maggiore informazione per cercare di ridurre un danno di cui loro non sono responsabili. Noi di Aduc -e non solo- crediamo che “maggiore informazione” sarebbe possibile e piu' efficace in un contesto di legalita' (vedi le campagne anti-tabacco, per esempio), ma questa nostra opinione e' interessante o siamo come quelli che qualcuno considera incoscienti solo perche' studenti con meno di 18 anni? Salvo poi, che a 18 anni e 1 giorno dovrebbero avere consapevolezza e cognizione di causa/effetto di cio' che prima era demandato ai loro tutori famigliari ed istituzionali?

Vincenzo Donvito, Aduc Droghe

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta – e non è ciò che credete

Sono ormai passati cent’anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta – e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch’io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c’è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c’è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato – e che di storia ne esiste un’altra, molto diversa, che aspetta ancora d’esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.

Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.

Ciò che ho imparato l’ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l’aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand’era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell’Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.

Avevo un motivo piuttosto personale per andare alla ricerca di tutte queste risposte. Uno dei miei primi ricordi da piccolo è stato quella di provare a svegliare un mio parente, senza riuscirci. Da allora mi sono rigirato in testa uno dei misteri essenziali della dipendenza – cos’è che fa sì che ci sia gente che diventa tanto ossessionata da una droga, o da un determinato comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Come si può fare per aiutare quella gente a tornare da noi? Crescendo, un altro dei miei parenti più stretti sviluppò una dipendenza da cocaina, e io iniziai un rapporto con una persona dipendente dall’eroina. In un certo senso la dipendenza per me era di casa.

Se tempo fa mi aveste chiesto quale fosse l’origine della dipendenza dalla droga, vi avrei guardato come degli idioti, e vi avrei detto: “Beh, la droga, no?”. Non era difficile da capire. Ero convinto di averlo esperito in prima persona. Siamo tutti in grado di spiegarlo. Supponiamo che voi e me, insieme ai prossimi venti passanti, stabilissimo di somministrarci per venti giorni di fila una droga veramente potente. Siccome queste droghe sono dotate di forti ganci chimici, se il ventunesimo giorno poi smettessimo, i nostri corpi finirebbero per bramare quella sostanza. Una bramosia feroce. Saremmo dunque diventati dipendenti da essa. Ecco che cosa significa ‘dipendenza’.

La teoria è stata in parte codificata grazie agli esperimenti compiuti sui topi – entrati nella psiche collettiva americana negli anni ’80 grazie a una nota campagna pubblicitaria di Partnership for a Drug-Free America. Potreste ricordarla. L’esperimento è piuttosto semplice. Mettete un topo in gabbia, da solo, con due bottiglie d’acqua. Una contiene solo acqua. L’altra anche eroina o cocaina. Quasi ogni singola volta in cui l’esperimento viene ripetuto, il topo finirà ossessionato dall’acqua drogata, e tornerà a chiederne ancora fino al momento in cui morirà.

La pubblicità lo spiegava così: “C’è solo una droga in grado d’indurre tanta dipendenza, e nove topi di laboratorio su dieci ne faranno uso. Ancora. E ancora. Fino alla morte. Si chiama cocaina. E a voi può fare lo stesso”.

Tuttavia negli anni ’70 un docente di psicologia a Vancouver di nome Bruce Alexander notò qualcosa di strano in questo esperimento. Il topo viene messo in una gabbia da solo. Non ha altro da fare che somministrarsi la droga. Che succederebbe allora, si chiese, se lo impostassimo diversamente? Così il professor Alexander costruì un ‘parco topi’. Una gabbia di lusso all’interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione delle palline colorate, il miglior cibo per roditori, delle gallerie nelle quali zampettare e tanti amici: tutto ciò a cui un topo metropolitano avrebbe potuto aspirare. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso, si chiedeva Alexander?

Nel ‘parco topi’ tutti ovviamente finivano per assaggiare l’acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ciò che successe in seguito fu sorprendente.

Ai topi che facevano una bella vita l’acqua drogata non piaceva. Perlopiù la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi tenuti soli e infelici ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente felice.

All’inizio pensai che si trattasse soltanto di una stranezza dei topi, finchè non scoprii che – nello stesso periodo dell’esperimento del ‘parco topi’ – c’era stato il suo equivalente umano. Si chiamava guerra in Vietnam. La rivista Time scriveva che fra i soldati americani l’uso di eroina era “comune quanto quello della gomma da masticare”, e che ce n’erano delle prove concrete: stando a una ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry circa il 20 per cento dei soldati americani in quel Paese erano diventati dipendenti dall’eroina. In tanti se ne sentirono comprensibilmente terrorizzati; convinti che alla fine della guerra in patria sarebbe rientrato un enorme numero di tossicodipendenti.

La verità è che circa il 95 per cento dei soldati che avevano sviluppato quella dipendenza – stando alla medesima ricerca – in seguito semplicemente non si drogarono più. In pochi furono costretti alla riabilitazione. Il fatto è che erano passati da una gabbia terrificante a una piacevole, per cui smisero di anelare alla droga.

Il professor Alexander ritiene che questa scoperta contesti in modo profondo sia il punto di vista destrorso, per cui la dipendenza non è che una questione ‘immorale’ generata dagli eccessi dell’edonismo festaiolo, sia quello liberal per cui la dipendenza è quel male che attecchisce all’interno di un cervello alterato dalle sostanze chimiche. Anzi, argomenta, la dipendenza è una forma d’adattamento. Non sei tu. È la tua gabbia.

Dopo la prima fase del ‘parco topi’ il professor Alexander portò avanti il test. Tornò a ripetere gli esperimenti originari, quelli in cui i topi venivano lasciati da soli e facevano compulsivamente uso della droga. Lasciò che ne facessero uso per cinquantasette giorni – una quantità di tempo sufficiente ad agganciarli. Poi li portò fuori dall’isolamento, collocandoli all’interno del ‘parco topi’. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere. Se le droghe in effetti s’impossessavano di te. Ciò che accadde risultò – ancora una volta – stupefacente. I topi mostravano qualche problema d’astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati (i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro).

Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Che senso aveva? Questa nuova teoria criticava in maniera talmente radicale ciò che ci era stato detto che sembrava non potesse esser vera. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso – a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.

Ecco l’esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v’investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell’eroina. Nell’ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l’eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L’eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Ragion per cui, se la vecchia teoria della dipendenza fosse valida – sono le droghe a causarla, perché fanno sì che il tuo corpo ne senta il bisogno – la conseguenza sarebbe ovvia. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l’ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato.

Ma ecco la cosa strana: questo praticamente non succede mai. Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi. La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d’ospedale.

Se siete ancora convinti – come anch’io un tempo – che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po’ come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un’unica fonte di consolazione a portata di mano. Il paziente d’ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. La droga è la stessa, l’ambiente però è diverso.

Questo ci fornisce un’intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa – il suono di una roulette che gira, o l’ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di ‘dipendenza’, e chiamarla piuttosto ‘legame’. Un eroinomane si lega all’eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient’altro.

Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano.

Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Così me l’hanno spiegato – puoi diventare dipendente dal gioco d’azzardo, e nessuno penserà mai che t’inietti un mazzo di carte in vena. Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d’azzardo anonimi di Las Vegas (col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati) e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato. Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono.

Di certo, però, ribattevo, le sostanze chimiche lo dovranno svolgere un qualche ruolo. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. L’ho scoperto leggendo il libro The Cult of Pharmacology, di Richard DeGrandpre.

Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni ’90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo – i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche (e letali) controindicazioni del fumo. Sarebbero stati liberi.

Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Ciò che però si scopre, ancora una volta, è che la storia che ci è stata insegnata sui ganci chimici come Causa della Dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all’interno di un mosaico più vasto.

Le implicazioni per l’ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest’enorme crociata – che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool – si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s’impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza. Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza – se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri – tutto questo non ha alcun senso.

Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona – ‘Tent City’ – dove per punirli per l’uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all’interno di minuscole celle d’isolamento in pietra (le chiamano ‘il Buco’). Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti – garantendone per sempre l’isolamento. L’ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo.

Esiste un’alternativa. Si può costruire un sistema concepito per aiutare i tossicomani a rientrare in contatto col mondo – lasciandosi la dipendenza alle spalle.

Non è teoria. Succede davvero. L’ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l’1 per cento della popolazione dipendente da eroina. Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Così decisero di fare qualcosa di drasticamente diverso. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione – coi propri sentimenti e con la società più ampia. Il passo determinante è quello di assicurargli un’abitazione stabile e un posto di lavoro sociale così da offrirgli uno scopo nella vita, e una ragione per alzarsi dal letto. Li osservavo mentre venivano aiutati all’interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe.

Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D’un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell’altro.

I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Lasciatemelo ripetere: l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel 2000, era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All’epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l’esempio del Portogallo.

Tutto ciò non riguarda solo i tossicodipendenti a cui voglio bene. Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E.M. Forster: “Mettetevi in contatto”. Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo – volgendo costantemente lo sguardo all’ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.

Lo scrittore George Monbiot l’ha chiamata “l’epoca della solitudine“. Abbiamo creato società umane all’interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d’ora. Bruce Alexander – l’ideatore del ‘parco topi’ – mi ha spiegato come per troppo tempo non abbiamo fatto altro che parlare della riabilitazione dell’individuo dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno di parlare oggi è la riabilitazione sociale – un modo per riabilitare noi tutti, insieme, dal male dell’isolamento che ci sta avvolgendo come una spessa coltre di nebbia.

Ma queste nuove scoperte non rappresentano esclusivamente una sfida politica. Non sono solo le nostre menti che c’impongono di cambiare. Ma i nostri cuori.

Amare un tossicodipendente è davvero dura. Quando guardavo alle persone dipendenti a cui volevo bene, una volta avevo sempre la tentazione di seguire i consigli di reality show come Intervention – intimando a chi aveva una dipendenza di mettersi in riga, o allontanandolo. Il messaggio era che un tossicodipendente che non è in grado di smettere dovrebbe essere rifiutato. È la logica della guerra alla droga, interiorizzata nel privato. E invece, come ho avuto modo di capire, ciò non fa che peggiorare la loro condizione – e potresti finire per perdere del tutto la persona. Quando sono tornato a casa ero determinato a tenermi stretto più che mai le persone dipendenti che facevano parte della mia vita – facendo loro capire che il mio amore per loro è incondizionato, cioè indipendente dal fatto che smettano o che non ci riescano.

Quando sono tornato dal mio lungo viaggio ho guardato in faccia il mio ex-ragazzo, in crisi d’astinenza, che tremava sul letto degli ospiti, e ho pensato a lui in maniera diversa. Da un secolo intoniamo canti di guerra contro i tossicodipendenti. Asciugandogli la fronte mi è venuto in mente che forse quello che avremmo dovuto fare in tutto questo tempo sarebbe stato cantargli delle canzoni d’amore.

Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States ed è stato tradotto dall’inglese all’italiano da Stefano Pitrelli.

Huffington Post: psichedelici contro depressione e suicidio

The new wave of research on the medical applications of psychedelic drugs has suggested that these substances may hold considerable promise as therapeutic interventions for a number of mental health conditions. And according to another new study, use of "classic" psychedelics -- psilocybin (magic mushrooms), LSD and mescaline -- may also be an effective suicide prevention measure. http://www.huffingtonpost.com/2015/01/22/psychedelic-research_n_6515268....

eccesso di cocaina endovena

Ciao sono una ragazza di 23 anni,ho sempre fatto uso di sostanze, ma ultimamente mi è successa una cosa che mi ha fermato parecchio. Un giorni ero con il mio ragazzo in albergo abitualmente ci facevamo endovena 3-4 pezzi da 0.8 al giorno di cocaina e non è mai successo niente di strano apparte ultimamente i suoi attacchi di paranoia k c fosse qualcuno a spiarci.. cmq quel giorno in albergo facciamo un pezzo dietro l'altro noi con uno ci facevamo una volta, fattostà che al secondo io sento un forte fischio mi sento come se m muovessi a rallentatore e boom il buio.... poi dopo il mio ragazzo mi raccontò questo. Ero svenuta lui è corso subito da me nonostante s era fatto la mia stessa dose... ha cominciato a prendermi a schiaffi preso dal panico mi ha buttato l acqua adosso dice che ho cominciato ad avere delle convulsioni e che si è accorto che nn respiravo più.. ha un certo punto mi stava andando giù la lingua e x tre volte lui me l'ha tirata fuori gli ho bucato tutte le unghie con i denti... cmq non so come grazie a dio Mi sono ripresa ma aprendo gli occhi nn capivo ne dove ero e non riconoscevo il mio compagno pensavo che mi volesse uccidere... è stata l'esperienza più brutta della mia vita.. ora ogni tanto m viene la voglia di farmi ma dopo quella volta sono già svenuta altre 3 volte però sempre da sola e se prima facevo un pezzo in una volta ora basta anke unn punta per farmi svenire.. e il brutto è k quando Mi sveglio ho sempre il terrore che qualcuno m voglia fare del male e fino che nn mi riprendo e comprendo ciò che sta succedendo mi chiudo in una stanza a chiave terrorizzata... qualcuno può darmi qualche spiegazione?? Può dirmi che mi è successo quel giorno in albergo e perché ora sn diventata così sensibile? E se succedesse dinuovo la persona k è con me che deve fare? Perché quel giorno io ero pesta dalle bitte del mio fidanzato preso dal panico e sballato pure lui...grazie per l'attenzione PS: SONO ASMATICA

Nuggets

Kiwi tastes a golden nugget. It's delicious.Script, direction, animation: Andreas Hykade

Ecco un libro interessante.......L'EROINA E' MERDA CHE SA DI VANIGLIA

 Io domani correrò in edicola a comprarmi questo libro...

comunque un'altr bellissimo è LA COLLINA di ANDREA DELOGU...
 
- L'EROINA E' MERDA CHE SA DI VANIGLIA :
 
Io camminavo per la strada, lui a fianco e sullo sfondo una chiesa vicino,
da tempo un uomo lui ed io poco piu' di un ragazzino.
Aveva fame e freddo dentro agli occhi
aveva l'odio per i ricchi e per le macchine dei poliziotti
entró nel giro da frichino con un paesano,
faceva gli affari con i grossi mentre io giocavo,
e quel campetto era il suo diversivo
ma io gli stavo appiccicato come un muro sta s'un adesivo
"Ma giá la gente ti conosce sai, e quando la gente parla troppo te ne
accorgerai"
gli dicevo, ma non mi ascoltava, era allerta,
e si ritirava come sempre con la sua lambretta.
Non passava giorno senza svolta in mano,
era un mio fratello, ma nemmeno mo' io mi fidavo
c'era molta folla nella via,
quando lasció la sua casa accompagnato dalla polizia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 
E quella notte non mi passó mai
ma é da quella notte che cominciarono i piú seri guai
le prese perché non ha mai parlato,
il suo silenzio era rispetto e nella strada fu alzato di grado.
Ed i suoi affari si allaraavano anche se fuori
cresceva l'invidia e crescevano i suoi traditori
perché si sa che quando uno sta a ruota non c'é scampo
e per qualche grammo ti fa anche lo scalpo
Dopo il sole il buio, tutto finiva come era iniziato
pera dopo pere e un po' di furti al suo vicinato
l'eroina é merda che sa di vaniglia
non sai piu' chi sei e dove sta la tua vera famiglia,
percio' rubava anche a sua madre e al padre, e anche a suo fratello
che sapeva ma non ha mai provato a trattenerlo
perché negli occhi gli vedeva amore, gli vedeva rabbia
presa da una spada eppoi rinchiusa in gabbia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 
Oramai affannato come un affamato lo incontravo per la strada
e non so nemmeno se mi riconosceva,
barcollando con la morte che gli stava appresso,
che prima o poi se lo portava ai piedi di un cipresso.
E gli sbirri lo lasciavano stare
perché gli sbirri sanno bene di che cosa si devono occupare
e qualche tossico fa pure bene, dá la forza
a chi usa le leggi dello stato e ingrassa la sua scorza.
E successe un po' di tempo fa,
che per risolvere dei soldi torno' a casa nella sua cittá
rientrava, si, ma con una pistola che stringeva in pugno
suo fratello lí e la madre chiusa in bagno
Davanti, sangue del suo sangue, carne di carne sua
che si guardavano negli occhi pieni di paura
"Qui non porterai via niente finché campo!"
Il silenzio prima, poi si é udito uno sparo dopo l'altro.
 
Io dico quel che so, parlo come sto
prova ad assaporare quello che racconto mo'
perché é cusci', questa é la storia di un dannato,
perché questa é storia di una razza che 'sta societá ha giá condannato.
Se giá lo sai, perché é come ho detto prima,
la mente si controlla quand'é veramente sovversiva.
La svolta d'ero é come un terno al lotto,
ed ogni volta che esce un numero ogni volta pensi che sei morto
e questo pezzo é dedicato a chi lo ha giá pescato
e a chi non mi puo' piú sentire perché é giá crepato.
a chi non guarda se lo guardo in faccia
ad un fratello di un fratello che per questo ha perso la pellaccia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 

Erba e paranoie esistenziali

Salve, sono un ragazzo di 20 anni appena compiuti, fumo da circa 7-8 mesi quotidianamente (quando si può), ma comunque molto spesso e anche abbastanza. La prima canna l'ho fatta prima quasi un anno fa e ricordo che mi presi subito male, ma non che non mi piacesse l'effetto, il "rincoglionimento" e l'euforia, anzi! Però mi sentivo debole, INDIFESO, nel senso che quando fumo mi sembra di perdere le abilità sociali, non riesco più a fare una battuta a tono alto e simpatico, quando parlo normale mi sembra di avere un tono da funerale.. direte 'sono paranoie tue tranquillo', e invece ho paura di no perchè, in breve, io ho staccato letteralmente col mondo chiudendomi in casa per 3 anni di fila, dai 15 (il cuore dell'adolescenza) ai 18 mi chiusi in casa, lasciai la scuola, gli amici, TUTTO, vedevo solo la mia famiglia. A 18 ripresi gli studi da privatista (quindi niente scuola normale) e l'anno scorso mi sono diplomato. Nello stesso tempo mi iscrissi a basket e conobbi un amico con cui esco tutt'ora e fumo. Ora ho pochissimi amici (4-5 che io ritengo pure parecchio sfigati, passatemi il termine) e molti conoscenti con cui appunto fumo, ma ogni volta sono paranoie esistenziali nel vero senso della parola, la mia giornata è così: mi sveglio, mi specchio per molto tempo poichè mi ritengo brutto, 20 anni e mai una trombata qualcosa vorrà dire (ok che ho la scusante che sono stato 3 anni chiuso, però dai), faccio colazione, mi organizzo con i miei per prendere il fumo, esco il pomeriggio e appena metto piedi fuori casa dio bono è la fine. Faccio due passi e penso: "schiena dritta, sguardo avanti, chissà quella ragazza cosa ha pensato di me, chissà quei tipi se mi hanno visto ridicolo mentre cerco di apparire sicuro", mi vedo con i miei amici e mi rendo conto di quanto cazz* io sia STUPIDO. Sono inibito socialmente dio santo, non prendo mai l'iniziativa di parola, parlo solo accodandomi ai discorsi altrui senza poi aggiungere nulla di importante ma dicendo solo cose scontate e ovvie, quando cerco di fare qualche battuta mi rendo conto di avere sempre quel tono apatico/triste che, e direi pure, di certo può essere la battuta più bella del mondo (e modestamente alcune buone mi escono xD) ma detta con una voce come la dico io si taglierebbe le vene chiunque. Il problema è che nella mia testa suona bene, diciamo che "il mio cervello è ok", il suo lavoro lo fa, poi quando la passa a "me" (seguitemi vi prego) esce fuori una cosa obrobriosa, e me ne rendo conto quando l'ho detta che 8 volte su 10 mi prenderei a schiaffi da solo e mi chiedo perchè gli altri non lo facciano. (E QUI SONO ANCORA SANO)

Quindi mi vedo con i miei amici e andiamo a fumare, ecco bastano 5 tiri (e non sono uno che regge poco, anzi) che mi zittisco più di quanto già faccio, parlo ancora meno per paura di dire cose non interessanti (e infatti pure da sano è così come vi ho detto, infatti non ride mai nessuno alle mie battute proprio per il tono e la "fotta" che manca quando le dico) e penso sempre di avere la faccia e gli occhi tristi. Ho provato a darmi delle spiegazioni, e penso sia colpa appunto di quei 3 anni chiuso davanti a un pc, in cui non ho sperimentato nulla a livello sociale/sentimentale, però boh il passato è passato, ora bene o male due tre amici ce li ho, ho tanti conoscenti con cui fumare, non vedo PERCHE' DIAVOLO NON RIESCA A GODERMI IL PRESENTE E PENSO SEMPRE A COME POTEVO ESSERE SE NON MI FOSSI FERMATO.Certo che poi anche quando sono uscito non è che tutte le tipe mi saltassero addosso eh, anzi il contrario.. probabilmente ora sono così giù perchè ho realizzato di non piacere, ma poi mi rispondo (e sì io mi faccio un sacco di discorsi in testa e questo mi ammazza letteralmente di fatica) che per piacere a tipe e amici devo essere solare, sicuro, quindi cosa faccio? Fingo di dimenticare quei 3 anni e che io sia come gli altri, così sembro sicuro, sembro solare e avrò anche io amici e ragazze. Funziona? Assolutamente no. Non riesco a fingere di avere avuto esperienze che non ho avuto, mi sento inesperto in tutto. Ora direte: prova a resettare tutto e fattele ORA queste esperienze. Beh non ci riesco, perchè vivo 24 ore su 24 triste, depresso proprio perchè a 20 anni un 12enne ha avuto più esperienze e ha più carattere/sicurezza di me.Vabbè inutile dire che quando fumo (anche da solo a casa) il solo e unico pensiero del viaggio è: "MA IO FACCIO DAVVERO COSI' SCHIFO?! INTENDO SIA DI FACCIA (e qui mi specchio ore) CHE DI CARATTERE, mi dico: "Guardati che razza di schifo sei venuto su a 20 anni, insicuro, senza alcuna esperienza, senza nessuna idea di giusto e sbagliato, sei VUOTO."Pensandoci penso molte cattiverie su di me, ma le penserei ugualmente se io fossi un ragazzo normale (e se dio vorrà lo sarò in un'altra vita penso ormai) e vedessi uno nelle mie condizioni, non per niente quando ripenso a me a 15 anni (anno in cui la mia vita si distrusse) non posso che provare odio verso quel ragazzino viziato che per pigrizia preferì abbandonare scuola e ritirarsi a casa.

 

Insomma scusate se sono stato estremamente prolisso ma ci tenevo ad essere il più dettagliato possibile. Se volete cambiate il titolo in "Ritratto di uno schifo" o una roba così.

Grazie ancora per la pazienza e nulla, anche se nessuno risponderà bene o male mi sono un po' sfogato.

Condividi contenuti