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Don Gallo e i "rivoluzionari" tossici
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Il racconto della vita nell'unica comunità di recupero senza cancelli.Pubblicato su Popoff
I ricordi della Comunità S.Benedetto di don Andrea Gallo sono un'audiocassetta nuova di zecca dei Csi ("Ko De Mondo"), la notte passata ad ascoltarla sul treno per la stazione Principe, l'arrivo a Genova all'alba, in una fredda giornata di novembre del '94.
Un articolo de Il Manifesto che diceva: "guarda che c'è questo prete qua che ha una comunità per tossicodipendenti ma non è come le altre comunità di preti e muccioliani e di preti muccioliani che ti chiudono, che agiscono sui tuoi sensi di colpa, che ti vogliono inquadrare. Insomma, è uno forte". La bufera da poco era ormai passata ma che vuol dire: uno ci vuole provare lo stesso. "Chissà, potrei trovarmi bene. Una dimensione, un nuovo inizio".
Le 7 di quella fredda mattina davanti alla porta di via S.Benedetto 12 (che memoria!).
Toc toc. Ad aprire è una creatura femminile. Capelli bagnati, accappatoio indossato di corsa e tenuto chiuso dalle mani. "E' un po' presto - dice con una voce un po' fonda, quasi da basso - ripassa tra un'oretta, tra poco si svegliano anche gli altri. Io devo andare ad aprire il laboratorio di pelletteria". Stella, trans brasiliana, per il suo ruolo di responsabile, era quella costretta all'alzataccia: era lei ad avere le chiavi e toccava a lei aprire per prima sennò gli altri lavoranti che sarebbero arrivati alla spicciolata come facevano?
Affianco alla comunità il porto, il mare (freddo e per niente tranquillo), un'oretta di attesa tra pensieri bizzarri e stupore. Don Gallo (il Gallo o Andrea), dorme in una stanza della comunità e non scende prima di mezzogiorno: sigaro in bocca, aria sorniona di chi sembra non ascolti. Rilassato, seduto su una poltrona, le gambe sdraiate su quella di fronte. "Mi ricordo la guerra partigiana...", "Ah, così tu sei di Roma...". E poi, i guasti del proibizionismo, l'accenno a grandi progetti, l'idea che il tossicodipendente fosse "un rivoluzionario potenziale". Alla faccia.
Chiama: "Attilio!" (l'uomo del telefono, un uomo di una settantina d' anni, alto e magro come un fuso. Di origini nobili ma decaduto era stato ripreso per i capelli dal Gallo dopo un tuffo nel vortice dell'alcool. "Pronto, qui comunità S.Benedetto", è stata la sua la voce storica dell'accoglienza. Ma era anche l'accompagnatore del Gallo in ogni appuntamento pubblico. In genere parecchi. "Che palle sto Gallo con sta politica!", usava borbottare in perfetto spirito genovese).
Trasferimento in giornata nella cascina di Frascaro (una delle cinque cascine all'epoca piazzate tra la provincia di Genova e Alessandria. Una, a Visone, è dedicata a Nelson Mandela). Due mesi in quella struttura che, come tutte le altre, non aveva cancelli. Ora per chi non conosce la reclusione (non solo carceraria) quello può apparire un dettaglio secondario. Basti pensare che in Italia (ma anche altrove) probabilmente non esiste a tutt'oggi una comunità per tossicodipendenti che non attribuisca un enorme valore simbolico al cancello. "Sei dentro, sei fuori. Potrai essere fuori soltanto quando ti sarai depurato dalle tue colpe. Ma ricordati di chiudere sempre il cancello alle tue spalle perchè altri dovranno depurarsi dopo di te". L'assioma, il dogma della terapia psicologica che va per la maggiore (senza arrivare a scomodare gli sgabuzzini di S.Patrignano): espiazione e contrizione. Il cancello.
Lì, niente cancelli. Anzi. Si andava avanti e indietro. Talvolta erano previste uscite serali "autogestite" al centro sociale anarchico di Alessandria "Il Guercio", musica punk e birra buona. O noiosissimi quanto interessantissimi convegni della Cgil sul lavoro e sulle tematiche del lavoro trasformate in lunghe passeggiate per le vie di una fangosissima Alessandria (c'era appena stata una terribile alluvione, 70 morti). I compagni di viaggio, come accade in questi casi, erano personaggi: Lello "il Pagnotta" (che trascorse i sixties a San Francisco ad occuparsi di traffici illegali). "La" Silvia. Maurizio. Giacomino che problemi con le sostanze non ne aveva ma viveva una grande sofferenza psichica e che riacquistò il sorriso diventando il numero uno nell'apparecchiamento della tavola (mansione in cui eccelleva). Antonietta e la sua bambina. Enrico "La Pazienza" (un giovane eroinomane un poco intellettuale che aveva fatto dell'esortazione alla pazienza un surreale loop). "La" Carmen, magra e ossuta con un'anima da Baudelaire. Eloisa, 16enne del Guatemala che lo psicologo Gerard Lutte andò a recuperare dalle strade dove si fa la prostituzione e poi si viene ammazzati dagli squadroni della morte.
"Eloisa, ma sei del Guatemala! Come la tua connazionale Rigoberta Menchù!". "No conosco". "E' questa, guarda" e giù la foto del Premio Nobel della Pace. "Ma es gorda! (ma è una cicciona!)". No conosco. Sulle note di "Cucurucucù paloma" cantata alla romanesca rise per una settimana ogni volta che ci ripensava. Si rabbuiava oltremodo per le offese. Le fragilità di Eloisa si trasformavano sovente in dispetti allegramente infantili e grandi amori, persino verso un romano molto più grande di lei. "Si non torni aquì, te pongo una bottiglia nella caveza!", disse seria al romano che decise di tornare a Roma, scoppiando poi in una fragorosa risata. Il pane fatto in casa, il lavoro svolto con moderazione ("non ti va di alzarti stamattina perchè fa freddo? E vabbè, ci vediamo dopo"): quello stesso lavoro che, secondo altre scuole di "riabilitazione" dalla tossicodipendenza, richiede una dedizione pari a quella dei marines in partenza per il Vietnam.
E don Gallo che una volta alla settimana passava per la cascina e portava al gruppo i soldi per la spesa e si metteva a raccontare di quello spettacolo di Gaber appena visto in teatro (recitando la parte di quell'uomo-isola che alla fine si ribella e il remo di quella barca che dovrebbe portarlo in salvo prima lo mena in testa ai sui aguzzini) ma anche quando raccontava, per l'ennesima volta, che lui, partigiano, portava il mitra sotto la tonaca ("a Gallo, ma ce l'hai già raccontato!"). Le feste del Primo Maggio si facevano a Frascaro, alcune cene alla comunità di S.Benedetto con le vecchie partigiane di Genova ("la" Lilìn), il cimitero del paese era troppo pieno di morti giovani di Aids, passati per la comunità.
Poi vennero il G8, Manu Chao e i carri antiproibizionisti ma quella è storia recente.
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Alfano scalza Kyenge? Scontro sulle droghe
Polemiche sull'ipotesi di assegnare al ministro dell'Interno la delega sulle tossicodipendenze. Più di un terzo dei detenuti è in carcere per violazione della legge Fini-Giovanardi, l'ultima vera Conferenza nazionale risale al 2001. E il governissimo di Letta che fa?
Tra le tante cose incomprensibili del governissimo di Letta ce n'è una alla quale persone come don Ciotti, per fare solo un esempio, proprio non si rassegnano: perché ancora a tutt'oggi la delega alle politiche antidroga non è stata ancora assegnata alla ministra Cecile Kyenge alla quale spetterebbe per competenza, almeno stando allo schema seguito da Monti che l'aveva attribuita al titolare dell'Integrazione Andrea Riccardi? Perché, proprio nel momento in cui c'è più bisogno di supportare non solo a parole la prima ministra "nera" della storia d'Italia, attaccata e minacciata dalla peggiore sottocultura del Paese? Il problema - perché di problema si tratta, secondo tutte le associazioni di settore - è che ci sarebbero forti pressioni del Pdl per consegnare la delega direttamente nelle mani del ministro dell'Interno, Angelino Alfano. Lo si apprende da indiscrezioni circolate nei corridoi di Palazzo Chigi, ma a confermare che la discussione è aperta e aspra all'interno dell'esecutivo - e non è detto che si risolva entro venerdì prossimo, quando il Consiglio dei ministri dovrebbe distribuire le ultime deleghe rimaste appese - c'è la lettera spedita ieri al governo dalla comunità San Patrignano per chiedere una scelta in «continuità» con gli ultimi cinque anni di attività del Dipartimento per le politiche antidroga attualmente capeggiato dal proibizionista Giovanni Serpelloni. Pochi giorni fa, invece, era stato il Coordinamento nazionale dei Garanti dei detenuti, riunito ad Ancona, a inviare un telegramma al ministro dei rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, per esprimere «viva preoccupazione» per l'attribuzione della delega ad Alfano: «Le politiche delle droghe devono rientrare nelle politiche sociali e di integrazione, e non di ordine pubblico - spiega il coordinatore nazionale dei Garanti, Franco Corleone - Occorre una netta discontinuità rispetto a scelte che hanno determinato l'attuale sovraffollamento delle carceri che versano in una condizione disumana e illegale, come denunciato più volte dal presidente Napolitano e perfino dallo stesso premier Gianni Letta». «Queste prese di posizione rischiano di essere pura retorica - si legge nella lettera inviata a Franceschini - se non sono accompagnate da un cambio di politica rispetto a quella determinata dalla legge Fini-Giovanardi, che ha riempito le carceri di consumatori e di tossicodipendenti. La responsabilità della politica delle droghe deve essere affidata a una persona che abbandoni la via moralistica e ideologica, che ci allontana dall'Europa».Dello stesso avviso il Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) che pone anche il problema della direzione del Dipartimento delle politiche antidroga, attualmente ricoperta «da una figura che si erge a tecnico ma che è invece l'espressione politica della destra». «La delega alle tossicodipendenze - continua Corleone - è sempre stata affidata a un ministro del Welfare o dell'Integrazione, o a un sottosegretario come Carlo Giovanardi, quando nel 2008 venne istituito il Dipartimento. Che non è come il Dap (amministrazione penitenziaria, ndr), non ha personale, è una finzione, è solo un piccolo centro di potere ideologico». «Andrebbe chiuso», secondo Corleone, soprattutto se la delega passa da un ministro senza a uno con portafoglio. Tra le ipotesi che circolano, in effetti, si fanno anche i nomi della ministra Cancellieri o di Giovannini. Di certo c'è che un terzo della popolazione carceraria sconta una pena per violazione della legge Fini-Giovanardi sulle droghe e che il 24% dei detenuti è tossicodipendente. Secondo i dati diffusi ieri dalla Fondazione Leone Moressa, «sono stranieri circa 23 mila detenuti, quasi il 50% della popolazione carceraria». E tra i reati più diffusi tra i detenuti non italiani al primo posto c'è la produzione e lo spaccio di stupefacenti (29%). Di certo c'è che l'ultima vera Conferenza nazionale sulle droghe per fare il bilancio delle politiche nazionali - che per legge dovrebbe tenersi ogni tre anni - risale al febbraio 2001, considerando che, per usare le parole di Corleone, «quella di Palermo del 2005 era una finta e l'ultima, quella di Trieste del 2009, era una conferenza con i carabinieri». E di certo c'è anche che la politica del Dipartimento di Serpelloni e Giovanardi è sempre stata di supporto alla proibizionista quanto nefasta war on drugs americana. Ecco perché fa sorridere che nella lunga lettera inviata da San Patrignano al governo per esprimere la «forte preoccupazione» che si ritorni «al passato», tra le altre cose la comunità attualmente gestita dalla famiglia Moratti arrivi a dire: «Squadra vincente non si cambia».
fonte FUORILUOGO
Ecstasy: alterazioni neurali presenti anche nei consumatori occasionali
Titolo originale e autori: Andrew C. Parrott, MDMA, serotonergic neurotoxicity, and the diverse functional deficits of recreational ‘Ecstasy’ users.-Neuroscience & Biobehavioral Reviews, Available online 6 May 2013.
L’MDMA, più comunemente chiamata ecstasy, è una sostanza psicoattiva di origine sintetica analoga alle amfetamine, in grado di provocare effetti stimolanti e allucinogeni. Risulta molto diffusa tra giovani e adolescenti, spesso consumata in luoghi di ritrovo quali discoteca, feste e soprattutto rave party. Una recente rassegna della letteratura scientifica, in corso di pubblicazione sulla rivista Neuroscience and Biobehavioral Reviews, ha voluto analizzare gli studi che indagavano sulle alterazioni strutturali e funzionali prodotte sul cervello dall’assunzione di ecstasy, anche nei consumatori occasionali o dopo astinenza dalla sostanza. L’MDMA è una sostanza neurotossica che agisce principalmente sui sistemi della serotonina, un neurotrasmettitore con funzione modulatoria di cui si conosce ancora poco, virtualmente implicato in ogni funzione psicofisica umana. I deficit più frequentemente riscontrati negli utilizzatori di questa droga riguardano le capacità di memoria dichiarativa e prospettica, ma anche difficoltà nel ragionamento in generale e, dagli studi di neuroimmagine, sono risultate minori quantità di recettori per la serotonina nell’ippocampo, nella corteccia parietale e nella corteccia prefrontale, anche dopo giorni di astinenza. L’autore della rassegna ha trovato che, anche nei consumatori occasionali, si evidenziano compromissioni cognitive importanti: da alcuni studi sono emersi punteggi più bassi ai test d’intelligenza ed una generale riduzione nell’attività cerebrale durante le performance neurocognitive. Inoltre, i deficit presenti nei consumatori abituali come in chi ne fa uso sporadico, possono riguardare anche il sonno, l’umore, le abilità psicomotorie, l’attività ormonale, la salute psichiatrica in generale e l’instaurarsi della dipendenza, e sono spesso associati agli anni di uso di ecstasy. Dall’analisi della letteratura sono anche emersi dati su un caso in cui perfino dopo 7 anni di astinenza, il profilo neurocognitivo continuava ad essere simile a quello degli utilizzatori cronici ed i disturbi psicofisici non erano tornati alla normalità.
Secondo Parrott, autore della rassegna, questi deficit presentano molte implicazioni pratiche, dal momento che la maggior parte delle occupazioni umane richiede attive capacità di memoria, di pianificazione ed organizzazione e, anche negli utilizzatori di MDMA in astinenza, sono state riscontrate serie difficoltà in simulazioni di lavoro di ufficio, in molte altre tipologie di lavoro, nella guida e nelle attività di tutti i giorni.
Cannabis terapeutica. I benefici per diabetici e dimagrimento. Studio
Un recente studio sul The American Journal of Medicine illustra le qualità della marijuana nel mantenere il peso forma e allontanare il rischio di diabete. La ricerca, condotta dall’Università del Nebraska, la Harvard School of Public Health il e Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, rivela alcuni effetti benefici a oggi del tutto inediti. Pare, infatti, che l’assunzione di marijuana tramite inalazione predisponga al dimagrimento e allontani il rischio di diabete nei soggetti a rischio.
Gli esperti hanno osservato comportamenti e abitudini di circa 4.600 consumatori abituali di cannabis. In media, si è rilevato come i fumatori assumano giornalmente 600 calorie in più rispetto ai non fumatori – gli effetti sulla fame della marijuana sono da sempre ben noti – eppure i consumatori tendono a rimanere in forma, privi del problema del sovrappeso. I ricercatori pensano, di conseguenza, che vi siano dei fattori specifici nella cannabis a protezione del rischio obesità.
Non è però tutto: lo studio ha controllato stato di salute, circonferenza della vita, livelli ematici di colesterolo, zucchero e insulina di digiuno in ogni individuo appartenente al campione. Ne è emerso non solo come il girovita e l’accumulo di grasso sia inferiore nei fumatori, ma come il livello di colesterolo buono nel sangue sia più alto e il controllo glicemico più efficiente, segnale evidente di una perfetta funzione insulinica.
ADUC Droghe droghe.aduc.it/notizia/cannabis+terapeutica+benefici+diabetici_127379.php
La birra alla cannabis è un successo
Rovigo, 18 maggio 2013 - PORTE APERTE al Cra, dove il ricercatore Gianpaolo Grassi ha accolto ieri per tutto il giorno i visitatori. In via Amendola a Rovigo da anni si studia la Cannabis e i suoi vari usi. I curiosi che hanno affollato le serre e le aule per le conferenze sono stati tanti. Più di un centinaio di persone si sono alternate tra la mattina e il pomeriggio. Un giovane ricercatore dell’Università di Ferrara, Davide Calzolari, che studia con Grassi spiega come è organizzata l’accoglienza: «Ci sono cinque punti informativi. Il primo è la zona Multihemp. Si illustrano le 125 varietà di piante, le loro qualità. I diversi tipi di fibra e di seme. E poi gli studi sugli incroci che meglio si possono adattare alla coltivazione massiccia in Italia, Francia, Spagna e nel resto dell’Europa. Poi c’è la serra. Poi la zona espositiva dove si fanno vedere tutti i prodotti attualmente sul mercato, derivati dalla canapa, dai mattoni ai biscotti, dagli olii ai pannelli». Ma poi ci sono anche le zone dove la ricerca è più spinta. «Un altro punto informativo è incentrato sui metodi per la produzione farmaceutica — continua Calzolari —, le piante ad alto contenuto di Thc, il principio attivo». Quello illegale e che tanti problemi sta creando alla diffusione dei farmaci palliativi per il dolore in tanti tipi di tumore e per la sclerosi multipla.
Infine c’è la zona dove Calzolari ha un ruolo attivo. «Nel mini laboratorio poi lavoro anch’io — spiega il giovane —, si fa ricerca sul virus che infetta le piante di cannabis in tutto il mondo. È un virus criptico, difficile da affrontare. Si sta sviluppando una metodica molecolare che permetta di capire sempre e con certezza se una pianta è sana o infetta. È a questo che stiamo lavorando con il professor Grassi». Tra i corridoi c’è anche un fusto e una spinatrice. Attorno un capannello di persone spinano a tutto spiano. Che cos’è? «Birra alla canapa, buonissima», sorridono compiaciuti. Ma il banchetto, fatto di cibi sani e prodotti biologici, è terminato. E alle 14,30 sono già riprese le conferenze. «Ora parla il mio grande amico Max Canti», lo introduce Grassi. E Canti è l’imprenditore di Modena che sta investendo molto sulla costruzione di pannelli isolanti tutti naturali. E a base di canapa. «Sostituiamo completamente la formaldeide, che è cancerogena e presto sarà vietata dappertutto — racconta Canti —. La prima sperimentazione è stata concretizzata a Crema. Ma i costi erano troppo alti. Il prodotto è ottimo. Resistente al fuoco, alle bolliture, all’acqua. è indipendente dal ciclo del petrolio, è biodegradabile al cento per cento». E ora pare che la tecnologia stia abbassando anche i costi di produzione, rendendo più competitivo il prodotto per l’edilizia.
Tommaso Moretto www.ilrestodelcarlino.it/rovigo/cronaca/2013/05/18/890372-birra-cannabis-successo.shtml
DRUGS & ROCK La storia di un viaggio verso la perdizione
"Ho la fortuna di avere dei parenti a Frascati. Ogni anno non vedo l'ora che vengano le feste natalizie per poterli andare a trovare e farmi delle overdose di porchetta e vino dei Castelli Romani".(Brian Johnson, cantante degli AC/DC). "Voglio morire prima di diventare vecchio", cantavano gli WHO nel loro hit generazionale "My Generation".
Questi sono forse i due estremi, due filosofie di vita che si contrappongono, da una parte le band che ritengono che l’uso di droga sia uno dei modi migliori per "accelerare i tempi"dell’autodistruzione, un eccesso autolesionista che, comunque, portava spesso alla morte ma con felicità. Dall’altra i morigerati artisti che rifiutarono apertamente le droghe, tipo i DEEP PURPLE che col chitarrista RITCHIE BLACKMORE ebbero a dire "Come si fa a drogarsi per suonare? La musica è già una droga!" o i LED ZEPPELIN e i BLACK SABBATH, che preferivano dedicarsi a pratiche esoteriche piuttosto che annichilirsi
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Effetti collaterali, un film di Steven Soderbergh.
La psichiatria ha sempre trovato terreno fertile nelle storie di cinema, ingrediente fondamentale per rendere più saporito e intrigante un thriller. Maestri assoluti sono stati Hitchcock, Forman e Kubrick, ma sono innumerevoli i film che si basano sulla depressione e sul rapporto medico-paziente. Il pittore Steven Soderbergh, uno dei più poliedrici e prolifici (per numero di opere sfornate) registi americani ha voluto anch’egli incamminarsi in un sentiero spesso impervio e il risultato è stato convincente a metà, con una storia di morte, mistero e farmacia A una giovane donna crolla il mondo addosso dopo l’arresto del facoltoso marito e per farle passare il male di vivere un dottore le prescrive una serie di farmaci, dei quale l'ultimo, l'Ablixa è determinante, salvo nascondere inquietanti effetti collaterali. Dopo un inizio lento a prova di Valium, il film acquista sempre più un carattere aggressivo questa volta a prova di Viagra, fino ad implodere con colpi di scena che sembrano un po’ scontati. Soderbergh, che ci aveva abituato a tenere alta la tensione, qui si concede pause anche per colpa di un cast che non risponde al meglio fatta eccezione per un perfetto Jude Law, che da solo in pratica fa reparto e tiene in piedi la scena. Attenzione, se visto in dosi sbagliate, come effetto collaterale il film può causare l’orticaria.
Gian Pietro Zerbini, La Nuova Ferrara
Sigarette elettroniche. Al ristorante si, in aereo no: la giungla dei divieti fai da te
dirittiglobali.it, la Repubblica, Vladimiro Polchi
Aspettando un regolamento nazionale sulla e-nicotina, città, Regioni ed enti procedono in ordine sparso Così, quello che è lecito da una parte, diventa illegale qualche chilometro dopo. Con effetti spesso surreali
«Divieto di svapare » . Chi siede in un bar o in un ristorante della Toscana, tenga in tasca la sigaretta elettronica: il suo vapore qui non è più benvenuto. A Vicenza invece le “svapate” sono vietate solo all’interno del palazzo comunale. È la giungla dei divieti fai-date: in attesa di una regolamentazione nazionale e di certezze sul piano sanitario, ciascuno improvvisa la sua personale campagna proibizionista. Sindaci, commercianti, aziende, scuole. Accade così
che ciò che è vietato da una parte, è invece consentito a pochi chilometri (o addirittura metri) di distanza. Nel nostro Paese il mercato delle sigarette elettroniche cresce a vista d’occhio: nel 2012 il giro d’affari ha superato i 350 milioni di euro. A mancare però sono le regole, tranne una: il divieto di svapare nicotina per i minorenni, deciso dall’ex ministro della Salute, Renato Balduzzi. Oltreoceano invece ci vanno giù duri. Negli Usa il divieto è molto diffuso: nel febbraio 2012 un aereo della Continental Airlines, decollato da Portland, ha dovuto invertire la rotta per far scendere un passeggero colpevole di non voler spegnere la propria e-sigaretta.
E l’Italia? Pare una coperta d’Arlecchino con tante pezze colorate quanti sono i divieti. Tra i più severi è il comune di Cantù, che con ordinanza ha proibito di fumare elettronico in tutti i locali e uffici pubblici o finalizzati a servizi pubblici. Anche nei negozi dunque, con il paradosso che neppure negli esercizi dove si vendono le sigarette elettroniche si possa fumare e provare così i vari aromi. Più tollerante il comune di Vicenza, che ha imposto il divieto solo dentro i locali del palazzo comunale. A San Benedetto del Tronto invece la “guerra” è limitata alle sigarette elettroniche con nicotina. In Toscana niente svapate in bar e ristoranti: l’indicazione arriva direttamente dalla Fipe-Confcommercio. In Veneto la sigaretta elettronica è vietata all’interno di tutti i ristoranti: viene trattata come una bionda qualsiasi, in base alla legge antifumo. Le elettroniche hanno vita dura anche sulle carrozze Trenitalia, Italo, Trenord e sui voli Alitalia. Il loro vapore è vietato sulle crociere Costa all’interno di ristoranti e bar e nei tanti Mc Donald’s.
In scala ridotta si muovono anche i singoli esercenti. Al cinema Hesperia di Castelfranco Veneto è stato recentemente appeso un cartello: «Si invita il gentile pubblico a non utilizzare in sala sigarette elettroniche al fine di consentire una regolare fruizione dello spettacolo cinematografico a tutti gli spettatori e prevenire eventuali spiacevoli contestazioni». Mentre il dirigente scolastico dell’istituto Einstein di Vimercate si è affidato a una circolare interna: «Divieto di svapare nei locali della scuola». «Alcune ordinanze rappresentano degli eccessi — sostiene Massimiliano Mancini, presidente di ANaFE (Associazione nazionale fumo elettronico) — estendere alla sigaretta elettronica le norme previste dalla legge Sirchia sul fumo passivo, includendo persino i negozi di e-cig che invece devono necessariamente far testare il prodotto, sta creando una giungla normativa, probabilmente spinta anche da qualche lobby molto presente sul territorio e interessata a bloccare la crescita di questo mercato. Tanto più che queste ordinanze tendenzialmente equiparano la sigaretta elettronica a quella tradizionale. Anche noi — aggiunge Mancini — chiediamo una regolamentazione, ma non si può pensare di estendere le varie norme esistenti contro il fumo alle sigaretteelettroniche: limitare lo svapo in certi luoghi potrebbe avere un senso solo nel quadro di una regolamentazione ad hoc, necessaria in quanto la sigaretta elettronica non è fumo perché non uccide e non è un farmaco perché non cura. È un metodo alternativo al fumo e ciò che è sicuro è che fa meno male. E un sistema apposito, se proprio necessario, andrebbe pensato anche per la tassazione».
Antidoping, la Wada ha deciso: niente più squalifiche per uso di cannabis
L’Agenzia mondiale antidoping ha alzato il livello di positività da una soglia massima consentita di 15 nanogrammi di Thc per millimetro a 150 nanogrammi per millimetro: dieci volte tanto. Quasi una liberalizzazione
Il Fatto Quotidiano - Farsi una canna non è più un reato, almeno nello sport. Lo ha stabilito la Wada (l’agenzia mondiale per l’antidoping) che sabato scorso ha alzato il livello di positività, e quindi di punibilità, per quello che riguarda la presenza di cannabis nelle urine. Si è passati da una soglia massima consentita di 15 nanogrammi di Thc (tetraidrocannabinolo) per millilitro a 150 nanogrammi per millilitro: dieci volte tanto. Quasi una liberalizzazione de facto per una droga ricreativa che qualsiasi studio o rivista medica ha sempre sostenuto non può migliorare in alcun modo le prestazioni sportive, se non come aiuto a rilassarsi per un atleta troppo nervoso.
Cocaina, 5000 anni di storia
Cocaina, 5000 anni di storia. Zerozerozero.tv presenta il programma di Roberto Saviano.
http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/cocaina-5000-anni-di-storia/128637/127137
USA - Glicemia sotto controllo per chi usa marijuana
Notiziario ADUC - I consumatori abituali di marijuana hanno un migliore controllo della glicemia rispetto a chi non fa uso della cannabis. A stabilirlo e' una ricerca del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston (Usa) pubblicata su 'The American Journal of Medicine'. Secondo gli scienziati i fumatori di marijuana hanno i livelli di insulina a digiuno del 16% piu' bassi rispetto a chi non fa uso della sostanza e una minor probabilita' di essere insulino resistenti. L'insulina permette alle cellule di utilizzare il glucosio contenuto nel sangue, trasformandolo in energia, la mancanza dell'ormone causa picchi glicemici e apre la strada al diabete. Ebbene, l'uso di regolare di marijuana "e' associato ad indici favorevoli relativi al controllo del diabete mellito", afferma i ricercatori. Si stima che solo negli Usa siano 17,4 mln i consumatori di cannabis, con circa 4,6 mln di persone che la fumano giornalmente. Inoltre, una forma sintetica del principio attivo della cannabis, il tetraidrocannabinolo, comunemente conosciuto come Thc, e' gia' stato approvato negli Stati Uniti per il trattamento degli effetti collaterali della chemioterapia, delle terapie anti anoressia indotta dall'Aids e della nausea. I ricercatori ha utilizzato i dati di una ricerca multicentrica registrati dal National Health Nutrition Survey (Nhanes) tra il 2005 e il 2010. Sono stati 4.657 i partecipanti che hanno completato il questionario sull'uso della droga. Di questi, 579 erano consumatori di marijuana, 1.975 l'avevano fumata solo in passato e 2.103 non avevano mai fumato o assunto marijuana. Successivamente sono stati misurati l'insulina a digiuno e la glicemia tramite campioni di sangue.
VIDEOGIOCHI E GIOVANI ADULTI: DAL GIOCO ALLA DIPENDENZA
CeSDA - E’ ormai noto che la dipendenza da videogiochi si associa a specifici tratti di personalità (ad es. il livello di autostima) e all’inadeguatezza del contesto sociale d’appartenenza (ad es. relazioni sociali disfunzionali).
Un gruppo di ricercatori delle Università di Lussemburgo e Rotterdam hanno recentemente istituito una ricerca per meglio comprendere la relazione esistente tra la motivazione al gioco e le tendenze comportamentali alla dipendenza.
Lo studio ha previsto il reclutamento di 90 ragazzi di età media pari a 22,83 anni e diagnosi di dipendenza da videogiochi per un totale di 25,32 ora a settimana di gioco e un’esperienza di gioco pari a 10,71 anni. I ricercatori hanno voluto identificare le motivazioni implicite al gioco mediante la somministrazione di un compito di decisione lessicale. Le motivazioni esplicite sono state invece ricavate chiedendo a tutti i partecipanti di giudicare i differenti motivi che portano al gioco su una scala a 7 punti (scala di Likert).
L’analisi dei dati ha permesso di individuare 3 principali motivi che spingono gli individui al gioco compulsivo: l’interazione sociale, il risultato ottenuto e l’immedesimazione. Tutte e 3 queste variabili sono risultate fortemente caratterizzanti i giocatori dipendenti. In particolare, l’immedesimazione implicita ed esplicita assieme alle ore totali di gioco effettuate, sono risultati forti predittori di un comportamento di gioco dipendente. Gli autori della ricerca ritengono quindi che le motivazioni al gioco, tra queste in particolare l’immedesimazione, siano da considerare possibili fattori di rischio per la tendenza a sviluppare una dipendenza da videogiochi, specialmente quando queste motivazioni diventano internalizzate e quindi automaticamente attivate nel momento in cui l’individuo si espone ad un gioco computerizzato.
Fonte: Cesdop – www.cesdop.it


