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Novità tutte le sostanze, Articolo

Chi dorme poco è incline all’internet-dipendenza

 Si diventa insonni perché non ci si riesce a staccare da computer, tablet e smartphone, o si è già insonni e allora anche di notte si rimane incollati a schermi e tastiere? Questi strumenti sono importanti mezzi di stimolo cognitivo, ma se il loro uso interferisce con qualità e quantità di sonno, allora potrebbero avere un effetto negativo sull’apprendimento, che invece necessita di un buon riposo. Secondo una ricerca realizzata da psicologi canadesi e pubblicata sul Journal of Sleep Research, chi tende a usare fino a tardi i media elettronici ha già per proprio conto difficoltà a prendere sonno. La ricerca inverte la tendenza rispetto a studi precedenti, che avevano attribuito l’aumento delle insonnie alla difficoltà a separarsi da Facebook o Twitter, da altri social network, e più in generale dai diversivi offerti dall’elettronica. Dicono gli autori dello studio, Royette Tavernier e Teena Willoughby del Department of Psychology della Brock University di St Catharines, nell’Ontario: «Il nostro studio longitudinale su un campione di universitari è durato tre anni ed è stato il primo a esaminare la direzione dell’effetto tra due importanti caratteristiche del sonno (la sua durata e la presenza di disturbi del sonno) e due indici di utilizzo di media (uso di televisione e social network)».

A un migliaio di studenti universitari tra i 17 e i 25 anni è stato sottoposto un questionario, rilevando le loro abitudini nel corso della settimana e durante il weekend, momenti che hanno differenti pattern sia per il tempo dedicato al sonno sia per le modalità d’uso dei media elettronici. «Lo studio - spiegano gli autori - ha indicato che le preesistenza di problemi del sonno era in grado di predire la quantità di tempo trascorsa guardando la tv o sui social network. Al contrario, il tempo trascorso davanti ai media elettronici non era in grado di predire l’eventuale presenza di disturbi del sonno». Ciò a cui la ricerca sembra non rispondere è come se la passassero gli insonni quando ancora non esisteva l’elettronica, quando non ci si poteva collegare a internet 24 ore su 24. Ad esempio, se un buon libro potesse tenere loro compagnia, ma anche tenere sveglio chi altrimenti avrebbe dormito. «D’altra parte, il periodo degli studi universitari rappresenta per molti il momento in cui ci si allontana dalle abitudini familiari - dice il professor Giuseppe Plazzi, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, IRCCS Scienze Neurologiche Ausl di Bologna -. Molti prediligono lo studio notturno e questo potrebbe rappresentare l’espressione di una particolare attitudine circadiana, ossia di un loro specifico cronotipo».

 

 

Un altro studio ha poi esplorato il rapporto tra l’utilizzo di Facebook e la qualità del sonno. È noto che questo social network può generare forme più o meno intense di dipendenza perché rappresenta una sorta di finestra sui fatti degli altri. Lo studio è stato effettuato da ricercatori della Scuola di Medicina dell’Universitad Peruana de Ciencias Aplicadas di Lima, in Perù, guidati da Isabella Wolniczak, ed è stato pubblicato su PLOS One. Si tratta di uno studio “trasversale”, metodologia che rileva l’associazione tra un fenomeno e un altro, senza che sia possibile capire quale dei due sia la causa. La ricerca ha messo in evidenza che tra gli oltre 400 universitari analizzati, un sonno di scarsa qualità era presente in circa il 50per cento dei soggetti. L’uso smodato di Facebook era invece presente in circa il 9 per cento dei soggetti. Tra questi ultimi la frequenza dei disturbi del sonno era però decisamente superiore. Gli autori propongono diverse possibili spiegazioni di questa associazione: forse alcuni studenti avviano Facebook quando hanno terminato le attività quotidiane, un momento che facilmente corrisponde con quello del sonno; oppure si sviluppa dipendenza per alcune attività di Facebook, come i messaggi e i giochi online. Infine, l’uso smodato di Facebook potrebbe essere responsabile di vissuti di solitudine e isolamento, che già in precedenza altre ricerche hanno dimostrato essere esse stesse causa di insonnia.

www.corriere.it/salute/speciali/2014/sonno/notizie/chi-dorme-poco-incline-all-internet-dipendenza-f3e001f4-5ab8-11e4-a20c-1c0cce31a000.shtml

 

 

 

marijuana: quali sono gli effetti a lungo termine sul cervello?

www.stateofmind.it/2014/11/marijuana-effetti-sul-cervello/

Marijuana: i risultati mostrano che i consumatori cronici di marijuana presentano un volume cerebrale più ridotto della corteccia orbito-frontale (OFC), una parte del cervello comunemente associata alla dipendenza, ma mostrano anche un aumento della connettività

Secondo una ricerca del Center for Brain Health dell’Università del Texas a Dallas, gli effetti dell’uso cronico della marijuana sul cervello dipendono dall’età in cui si comincia a consumare la cannabis e dalla durata di consumo della stessa.

La ricerca condotta da Filbey e dai suoi collaboratori, descrive le anomalie esistenti nelle funzioni e nelle strutture cerebrali a lungo termine nei consumatori di marijuana, indagate attraverso tre tecniche diverse di risonanza magnetica cerebrale.

I risultati mostrano che i consumatori cronici di marijuana presentano un volume cerebrale più ridotto della corteccia orbito-frontale (OFC), una parte del cervello comunemente associata alla dipendenza, ma mostrano anche un aumento della connettività.

Il campione della ricerca includeva 48 adulti consumatori cronici di marijuana confrontati con 62 soggetti non consumatori uguali per età e genere. Gli autori hanno controllato le variabili relative all’eventuale uso di tabacco e/o alcol. In media i partecipanti alla ricerca consumavano la marijuana per tre volte al giorno.

I test cognitivi mostrano che i consumatori di marijuana presentano un Q.I minore rispetto ai controlli  (con la stessa età e lo stesso genere) ma le differenze non sembrano essere correlate ad anomalie del cervello poiché non c’è una diretta relazione tra deficit del Q.I e volume della corteccia orbito-frontale ridotto. I risultati suggeriscono un aumento della connettività strutturale e funzionale cerebrale dal momento in cui si comincia a consumare regolarmente la cannabis.

L’aumento di connettività potrebbe aver compensato la perdita di materia grigia anche se l’uso prolungato della marijuana per oltre 6-8 anni potrebbe portare comunque ad un deterioramento della connettività.

I risultati dello studio suggeriscono che questi cambiamenti possono essere legati all’età di insorgenza e alla durata di utilizzo della marijuana, ma non si hanno dati definitivi.

Lo studio offre una prima indicazione sul fatto che la materia grigia nella OFC può essere più vulnerabile rispetto alla  sostanza bianca agli effetti del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), il principale ingrediente psicoattivo della pianta di cannabis.

Secondo gli autori, lo studio fornisce la prova che l’uso cronico di marijuana avvia un processo complesso che permette ai neuroni di adattarsi e compensare il volume ridotto della materia grigia, ma sono necessari ulteriori studi per determinare se questi cambiamenti regrediscono con l’interruzione del consumo regolare della cannabis, se vi sono effetti simili nei consumatori occasionali di marijuana rispetto ai consumatori cronici e se questi effetti sono davvero un risultato diretto dell’uso di marijuana o determinati da un fattore predisponente.

BIBLIOGRAFIA:

Cannabis droga leggera? Neanche per idea! Lo afferma il neurologo Sorrentino

La cannabis è una droga «tutt’altro che leggera», soprattutto per i più giovani. «Negli ultimi anni ho visto crescere, e di molto, il numero di adolescenti che si rivolgono a me perché colpiti da attacchi di panico in seguito all’uso anche occasionale di cannabis».

Lo afferma Rosario Sorrentino, membro dell’American Academy of Neurology, che interviene nel dibattito pubblico sulla legalizzazione della marijuana rinvigorito dalle recenti aperture negli Stati Uniti, dove sempre in più Stati ormai il consumo è legale e, quindi, sottratto alla criminalità (organizzata e non).

«Non sta a me pronunciarmi a favore o contro – spiega Sorrentino all’agenzia AGI – ma noi scienziati penso dovremmo dire le cose come stanno, senza farci influenzare dagli orientamenti politici o sociali del momento. E la realtà è che sul cervello ancora in ‘progress’ degli adolescenti la cannabis puo’ avere effetti molto pesanti, specie se assunta senza controllo».

 

Un’opinione che ripropone l’allarme lanciato dai ricercatori dell’Università del Texas e del New Mexico, che di recente hanno condotto uno studio scientifico attraverso la risonanza magnetica sullo stato del cervello di consumatori abituali di cannabis, confrontandolo con persone che mai hanno usato tali stupefacenti. I risultati della ricerca hanno mostrato come il cervello subisca modificazioni morfologiche nell’area frontale della corteccia, con ripercussioni gravi sul comportamento, tanto più gravi quanto maggiore è il tempo in cui se ne sono inalati i fumi.

«Siamo un paese ipocrita, in cui ormai la cannabis è ‘sdoganata’», afferma Sorrentino, «mentre sono giudicati severamente i farmaci, compresi paradossalmente quelli usati per curare gli effetti nocivi della cannabis stessa». «D’altra parte – insiste il neurologo, il ‘bad trip’, ossia le reazioni avverse alla cannabis, non e’ come un’indigestione, ma spesso purtroppo il triste esordio di un lungo calvario, che spalanca le porte a tante forme di disagio mentale». Quindi, nessuna droga leggera, ma l’anticamera quasi matematica per quelle ben più pesanti.

Per questo, Sorrentino lancia un appello alla comunità scientifica italiana: «non dico di non liberalizzarla, scelta che compete ai politici, ma almeno gli scienziati non la chiamino ‘leggera’, perché leggera non è».

Credit: agi

catania.liveuniversity.it/2014/11/23/cannabis-droga-leggera-neanche-per-idea-lo-afferma-il-neurologo-sorrentino/

un'etichetta elettronica per la cannabis ad uso terapeutico

IL Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo studia un sistema in grado di offrire piante marcate e un percorso garantito e controllabile
 
 

L’esempio, viene da lontano. Da quel Colorado, per intendersi, che dallo scorso gennaio ha legalizzato la marijuana, non solo quella ad uso terapeutico, per tutte le persone al di sopra dei 21 anni. Prima di partire, lo Stato ha pensato bene di mettere a punto un sistema (Marijuana Enforcement Tracking Reporting Compliance) di inventario e di tracciamento dell'intera filiera, dalla produzione alla distribuzione.

Tecnologia e segnali radio

Per ottenere questo obiettivo viene utilizzata la tecnologia “RFID” (Radio Frequency IDentification), che consente la localizzazione di oggetti mediante segnali radio,già utilizzati ad esempio nei supermercati e anche negli ospedali. Le informazioni relative all’oggetto sono codificate su etichetta elettronica (tag). Quelle del Colorado, ad esempio, riportano il codice identificativo del produttore o del rivenditore, il numero identificativo della pianta e quello della licenza per la marijuana medica. Attraverso uno scanner capace di captare i segnali radio riflessi o emessi dal tag stesso, è possibile leggere da una certa distanza il contenuto delle etichette. Il lettore a sua volta è collegato ad un pc con il relativo software, che controlla e acquisisce il flusso dei dati. Le etichette sono dapprima posizionate nella vaschetta di coltura della pianta e non appena questa è cresciuta sono agganciate al fusto tramite un laccetto che, a detta degli interessati, una volta bloccato non si può più aprire. Grazie a questo sistema, in Colorado sono stati registrati oltre 5 mila utilizzatori e tracciate più di un milione di piante e mezzo milione di pacchi spediti. 

 
Il microchip 

Della tecnologia e dei suoi possibili utilizzi si è parlato anche durante l’ultimo “open day” sulla cannabis terapeutica, organizzato dalla sede distaccata di Rovigo del Centro di ricerca per le colture industriali (CRA-CIN il più grande ente italiano di ricerca in agricoltura, controllato dal Ministero delle Politiche Agricole). «Abbiamo sviluppato un progetto per un’azienda canadese — spiega Gianpaolo Grassi, primo ricercatore del Centro di Rovigo — . Contrariamente al sistema in uso nel Colorado,noi inseriamo il sensore RFID all’interno della parte cava del fusto della piantina attraverso un iniettore. Il microchip resta inglobato lì e non si può rimuovere, a meno di distruggere la pianta perchè per individuarlo occorre tagliarla. E poi anche se fosse rimosso non sarebbe gestibile, dovrebbero clonarlo:il codice non è modificabile, é indelebile e univoco». 


I costi 

Il costo? Da valutare, visto che occorre sviluppare un software dedicato, sebbene esista già negli allevamenti di animali in Italia e “convertire” i programmi per le piantagioni e il commercio della cannabis terapeutica non dovrebbe certo essere un ostacolo insormontabile. Tornando all’esempio del Colorado, alcuni produttori si sono lamentati del costo eccessivo del sistema adottato dal governo: si parla di 45 dollari (circa 36 euro) a etichetta per le piante e 25 dollari (circa 20 euro)a imballaggio. «Ci sono aziende molto grosse, soprattutto giapponesi, che producono sensori grandi come un granello di sabbia per certe applicazioni come questa —dice Grassi —. Hanno miniaturizzato e persino con una semplice vernice riescono ad avere questo effetto di magnetizzazione e poi di identificazione. Il costo? Meno di un euro». Il Centro di Rovigo è in grado di eseguire l’intera procedura, offrendo piante marcate e un percorso garantito e controllabile da chiunque in qualunque momento. «Tutte le altre piante trovate in giro — sottolinea il primo ricercatore — non avranno il kit di identificazione , per cui tutti questi cloni, queste derivazioni saranno illegali». 


Il protocollo dei Ministeri

La strada indicata dal Centro di Rovigo potrebbe risolvere alla radice molti problemi legati anche solo alla produzione di cannabis terapeutica dopo la firma del protocollo di intesa da parte del Ministro della difesa Roberta Pinotti e del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. È stato costituito e ha tenuto già una prima riunione, il gruppo di lavoro composto da rappresentanti dei ministeri della Difesa e della Salute e da quello delle Politiche agricole e forestali, dello Stabilimento farmaceutico militare di Firenze (dove sarà avviata la produzione), dell’Aifa, dell’Istituto Superiore di Sanità, e delle Regioni e Province autonome, incaricato di definire in un protocollo operativo, la programmazione delle operazioni da compiere, la quantificazione dei fabbisogni in relazione alle patologie, la fitosorveglianza, le verifiche e le tariffe le competenze del pool di esperti. Spetterà poi al Consiglio Superiore di Sanità dare il via libera alla produzione, dopo l’esame del protocollo. Il progetto pilota si pone l’obiettivo di rendere disponibili i farmaci a prezzi più accessibili, ma anche di arginare la diffusione e il ricorso a prodotti non autorizzati, contraffatti o illegali che è in rapida espansione. 


Le indicazioni terapeutiche 

Quali sono le principali indicazioni per quanto riguarda l’utilizzo dei medicinali a base di cannabis? Anche se medici e scienziati si dividono sul tema, si può dire che i campi meno controversi sono quelli delle cure palliative, della terapia del dolore cronico (compreso quello neuropatico connesso alla sclerosi multipla ), della terapia di supporto contro la nausea e il vomito nella chemioterapia. L’efficacia della cannabis è stata studiata (con risultati non definitivi) per glaucoma, traumi cerebrali, ictus, sindrome di Tourette, epilessia e artrite reumatoide. L’uso della marijuana è ipotizzato anche per ridurre i dosaggi degli oppiacei e in altre patologie come le sindromi ansioso-depressive, le malattie auto-immuni e l’asma bronchiale. Gli studi clinici sono però ancora troppo pochi.Ma la cannabis terapeutica sembra rivestire utilità per pazienti con patologie gravi come Sla, la sindrome di Tourette, l’Alzheimer, il Parkinson e diversi tipi di sclerosi come la sclerosi multipla. Attualmente esiste un solo medicinale a base di estratti di cannabis sativa (è una specie di cannabis, l’altra si chiama indica), disponibile sul territorio nazionale autorizzato all’immissione in commercio, indicato come trattamento per alleviare i sintomi a pazienti adulti affetti da spasticità, moderata o grave, dovuta a sclerosi multipla. I medici che intendono prescrivere ai loro pazienti sostanze o preparazioni di origine vegetale a base di cannabis, diversi da tale medicinale o per altre condizioni patologiche devono richiedere l’importazione di prodotti in commercio all’estero.


Il riscatto della canapa italiana

Quasi due italiani su tre (64 per cento) sono favorevoli alla coltivazione della cannabis ad uso terapeutico in Italia, per motivi di salute ma anche economici e occupazionali. Lo dice un’analisi Coldiretti/Ixè, presentata il mese scorso al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, che è il primo studio sulle potenzialità economiche e occupazionali della coltivazione, trasformazione e distribuzione della cannabis ad uso terapeutico in Italia. La coltivazione, trasformazione e commercio in Italia della cannabis a scopo terapeutico per soddisfare i bisogni dei pazienti in Italia e all’estero può generare da subito un business di 1,4 miliardi e garantire almeno 10mila posti di lavoro dai campi ai flaconi. «Solo utilizzando gli spazi già disponibili nelle serre abbandonate o dismesse a causa della crisi nell’ortofloricoltura, la campagna italiana - ha sottolineato la Coldiretti - può mettere a disposizione da subito mille ettari di terreno in coltura protetta. Si tratta di ambienti al chiuso dove più facilmente possono essere effettuate le procedure di controllo da parte dell’autorità preposte per evitare il rischio di abusi. Il calcolo per difetto tiene conto della disponibilità di circa 1.000 ettari di terreno, della produzione di sostanza secca di infiorescenze e foglie sommitali, del numero di cicli di coltivazione possibili all’anno e della resa in principio attivo che, secondo il Ministero della Sanità, viene attualmente importato con un costo di circa 15 euro al grammo. Un’opportunità che va attentamente valutata per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera italiana al 100 per cento che unisce l’agricoltura all’industria farmaceutica. Una prima sperimentazione che - conclude la Coldiretti - potrebbe aprire potenzialità enormi se si dovesse decidere di estendere la produzione in campo aperto nei terreni adatti: negli anni 40 con ben 100mila gli ettari coltivati l’Italia era il secondo produttore mondiale della cannabis sativa, che dal punto di vista botanico è simile alla varietà indica utilizzata a fini terapeutici».

www.corriere.it/salute/14_novembre_19/cannabis-terapeutica-produzione-controllata-01837a2e-6ffa-11e4-921c-2aaad98d1bf7.shtml

Cannabis, famiglia di Bob Marley entra nel business della marijuana

La famiglia di Bob Marley ha lanciato il primo marchio mondiale di cannabis. Gli eredi Marley hanno stipulato un accordo con una società di private equity di Seattle per lanciare “Marley Natural“, il primo brand globale che cavalca il trend della depenalizzazione in tutto il mondo. Il lancio è previsto nel 2015 nei Paesi del mondo e negli Stati americani che hanno legalizzato il commercio della marijuana, hanno annunciato gli eredi del cantante giamaicano morto di tumore nel 1981 a soli 36 anni, e la Privateer Holding. “Se cerchi nella storia una persona il cui nome sia associato a questo prodotto è Marley”, ha spiegato Brendan Kennedy, amministratore delegato di Privateer. Marley fumava dosi industriali di marijuana nell’ambito della sua fede Rastafariansostenendo che la droga fosse indispensabile alla sua crescita spirituale. Le varietà messe in commercio sotto il marchio “Marley Natural” saranno quelle preferite dal musicista accompagnate da accessori tra cui creme per la pelle e burro di cacao alla cannabis, oltre a pipette e vaporizzatori “come piacevano a lui”.

L ’iniziativa di Privateer è la prima della società in un business che dovrebbe rivelarsi ad altissimo tasso di crescita negli Usa dopo la legalizzazione in vari stati Usa della marijuana a scopo ricreativo e l’imminente depenalizzazione della modica quantità in altri luoghi tra cui la città di New York. Il totale del mercato della marijuana medica e ricreativa in America dovrebbe superare i 2,6 miliardi di dollari quest’ anno, mentre nel 2010 il valore del commercio di cannabis illegale era stato stimato a 40 miliardi di dollari dalla Rand Corporation. Per Kennedy la partnership con i Marley è stata irresistibile: “Ce lo chiedevamo da quattro anni. Quale sarebbe stato il primo brand globale per questa industria? Se guardi la storia lui è la persona più strettamente associata a questo prodotto. Ognuno di noi ha una sua canzone nella sua playlist: è un musicista davvero globale“.

L’appeal di Marley non è difatti diminuito di un millimetro dal giorno della morte per un melanoma all’alluce. In royalty il cantante di “Exodus” ha fatto incassare ai suoi eredi 20 milioni di dollari nel 2013 piazzandosi al quinto posto, dopo Michael Jackson e Elvis ma prima di Marilyn e Lennon, nella classifica di Forbes dei “ricchi dalla tomba”. I Marley hanno capitalizzato non solo sulle canzoni ma su un brand che è diventato una marca di caffè e di accessori audio. Ora la marijuana: “Le opinioni sulla cannabis stanno cambiando”, ha detto Cedella, la figlia del cantante: “La gente ne riconosce i benefici e nostro padre è stato un leader di questo cambiamento”.

Siria: ISIS contro la coltivazione di cannabis

Gli jihadisti dell’ISIS nel nord della Siria e dell’Iraq non solo intimoriscono la popolazione autoctona, ma ora arrivano addirittura a bruciare le coltivazioni di marijuana che gli agricoltori siriani producono per poter sopravvivere in un paese desolato dalla guerra. I membri dello Stato Islamico affermano che la cannabis è dannosa e che per questo deve essere distrutta. Ma l’opposizione dei coltivatori è ferma.

 11/11/14

La coltivazione di piante di canapa in Siria è diventato uno dei pochi mezzi di sopravvivenza per coloro che ancora non si arrendono a dover abbandonare le proprie case nonostante la cruenta guerra civile che sta dilaniando il paese. Il loro prodotto non è neanche lontanamente il migliore del mercato. Nonostante ciò, secondo gli ultimi dati che provengono dal paese, molti agricoltori da mesi coltivano canapa nel disperato tentativo di ottenere dei guadagni sufficienti a poter comprare gli scarsi generi alimentari che arrivano da fuori.

Ora, però, una minaccia molto più preoccupante spaventa coloro che abitano nel nord della Siria, ma non solo loro: anche coloro che vivono in Iraq e nei paesi confinanti con il Libano. Si tratta dello Stato Islamico di Iraq e Siria, meglio conosciuto a livello mondiale come ISIS, per la sua sigla in inglese -, che ha assunto il controllo di alcune zone istaurando il suo particolare califfato.

I membri dell’ISIS non solo sequestrano, torturano, spaventano e assassinano tutti coloro che non agiscono seguendo le loro idee, ma fanno scomparire tutto quello che per loro è “inadatto”, come ad esempio le diverse varietà di marijuana che si coltivano nel paese.

Qualche settimana fa il gruppo pubblicava in YouTube – dominano alla perfezione internet e le reti sociali – un video nel quale è possibile vedere molti dei suoi membri che mostrano un grande campo di marijuana ubicato teoricamente nel Ijtirein (al nord di Aleppo) e nascosto tra diverse piantagioni di pomodori, peperoni e mais. Il loro messaggio è chiaro: non bisogna fare uso di marijuana perché è “una droga” e un prodotto nocivo per la salute. È haram (peccato).

GRAN BRETAGNA - Tossicodipendenti. Come procurasi i soldi per la droga senza commettere reati

 Consentire ai tossicodipendenti di procurarsi legalmente dei soldi per acquistare la propria droga. Questa e' l'ambizione della rivista “Illegal!” che e' appena uscita per la strade di Londra. Questa pubblicazione e' nata gia' un anno fa a Copenaghen sotto l'egida di un gruppo danese impegnato per una revisione della legislazione in materia.
Michael Lodlberg Olsen, che guida questo progetto come capo redattore, ha spiegato come funziona al quotidiano britannico “The Guardian”: “I primi tempi, la rivista viene distribuita gratuitamente ai consumatori di droghe perche' essi stessi la vendano al prezzo di 3,50 Lst (4,40 euro). Se le vendite funzionano, essi devono versare 1,50 Lst (1,80 euro) per ogni numero, si' da coprire i osti di pubblicazione”.
Opponendosi alla “guerra” che viene condotta contro i consumatori di oppiacei, Olsen spera che la propria rivista “sulla cultura della droga, sia essa positiva o negativa”, consenta di aprire un dibattito in merito: “Non ci si puo' comportare come se si ignorasse che la droga e' ovunque e che nelle strade ci sono delle persone che abitualmente finanziano la propria dipendenza con il furto o la prostituzione. La nostra iniziativa da' loro un'alternativa. Lo scopo e' di rompere il legame tra tossicodipendenza e criminalita”.
Il primo numero, realizzato in collaborazione con un organismo di ricerca sulle droghe, propone “una guida per un consumatore con piu' sicurezza e tranquillita'”. La versione danese della rivista e' gia' diffusa in 15.000 copie. A Londra e' prevista una tiratura di 2.000 copie.

ADUC Droghe

Sigarette porporate

 La clamorosa notizia delle "sigarette cardinalizie", apparsa su Repubblica del 9 ottobre (p.24), fa riflettere sulle contraddizioni di chi si accanisce contro i consumatori di droghe illecite, e in particolare di cannabis - comprese le demonizzazioni vaticane, notevolmente amplificate dalla popolarità di Bergoglio, il quale ripetutamente torna su questo argomento. Per chi non avesse visto il succitato articolo: tra i vari benefici di cui fruiscono cittadini sia vaticani, sia italiani dipendenti della Santa Sede (benzina scontata, &c) - benefici che tra l'altro servono come integrazione, a spese di quelli di noi che pagano le tasse, dei salari vaticani spesso piuttosto bassotti - spiccano i 500 (diconsi cinquecento) pacchetti di sigarette al mese cui hanno diritto i porporati: in parte a prezzo "normale", cioè già fortemente scontato date le esenzioni fiscali concordatarie mussoliniane e poi craxiane, in parte a prezzo ulteriormente ridotto. L'articolo avanza dubbi sulla destinazione di tali imponenti quantità di droga: quanta parte se ne va in regalini a parenti, amici, clientes? quanto invece passa a un elettronico "mercato grigio"? Ma questo dilemma, in verità, poco ci interessa; ci interessa piuttoso lo stridente contrasto - cautamente ignorato dai vari schieramenti sociali e politici, forse anche per evitare una impopolare critica a Bergoglio - tra il proibizionismo duro e puro nei riguardi delle droghe illecite e questa elargizione urbi et orbidi una droga al top della patogenicità. Tra l'altro, pur dopo alcune misure limitative introdotte a seguito di passati scandali, sono proseguite in diverse forme le manipolazioni operate dalle multinazionali del tabacco al fine di accrescere il già forte potenziale della nicotina di indurre dipendenza; un potenziale, secondo gli esperti, addirittura superiore a quelli dell'eroina, degli psicostimolanti e del crack. Insomma, stretta la foglia della cannabis, ma larga la manica per Nicotiana tabacum... 

L'iconoclasta.

GLOBAL DRUGS SURVEY 2015

 

Global Drug Survey (GDS), la più vasta  ricerca indipendente sui consumi di droghe è ora accessibile anche ai consumatori italiani.
Grazie alla collaborazione di Forum Droghe, dal 17 novembre al 20 dicembre 2014 sarà on line la versione in italiano della Global Drug Survey e potrai partecipare al più vasto monitoraggio sui consumi di droghe promosso da ricercatori indipendenti, basato su informazioni fornite da consumatori di tutta Europa e del mondo in modo anonimo e diretto.
Il sito: www.globaldrugsurvey.com/GDS2015

Uso di marijuana puo' far ridurre la massa cerebrale. Studio

 Fumare marijuana in giovane eta' puo' avere conseguenze di lungo termine sul cervello, e persino ridurre il quoziente intellettivo: lo rivela uno studio dei ricercatori della University of Texas. La ricerca - riportata dal Washington Post - e' stata pubblicata in un momento in cui negli Usa ferve il dibattito sulla legalizzazione della cannabis per uso ricreativo e terapeutico, con i referendum svoltisi in occasione del voto di midterm che vanno in questa direzione. Lo studio mostra come ci siano differenze cerebrali tra i fumatori abituali di marijuana e le altre persone. Gli scienziati, in particolare, hanno osservato 48 soggetti che fanno uso di cannabis almeno quattro volte alla settimana e hanno iniziato a fumare tra i 14 e i 30 anni, notando che hanno meno materia grigia nella zona della corteccia orbito-frontale rispetto a 62 soggetti che non ne fanno uso. "Prima si inizia a fare uso di marijuana, piu' pronunciate sono le differenze", ha spiegato ai media statunitensi la dottoressa Francesca Filbey, autrice principale dello studio e professore alla School of Behavioral and Brain Sciences dell'University of Texas. "L'adolescenza e' il momento in cui il cervello inizia a maturare - ha precisato - qualunque esposizione a sostanze tossiche puo' avere conseguenze decisive". Mentre la dottoressa Susan Weiss, direttrice per gli Affari Scientifici del National Institute on Drug Abuse, ha affermato che lo studio fornisce importanti prove sui pericoli causati dalla cannabis. "E' una ricerca complessa e interessante che mostra come l'utilizzo frequente di marijuana, soprattutto in giovane eta', ha significative conseguenze negative sul cervello", ha sottolineato Weiss, precisando che tali risultati rappresentano una sfida alla convinzione diffusa che la cannabis sia una droga innocua. 

ADUC Droghe

Nas sequestrano a Firenze integratori alimentari con sostanze proibite e pericolose per gli atleti. La DMAA è vietata in Italia ma è venduta regolarmente via internet

 

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Sequestrate 141 confezioni di un integratore alimentare contenente dimetilammina (DMAA)

I Carabinieri dei Nas di Firenze e Bologna hanno sequestrato 141 confezioni di un integratore alimentare contenente dimetilammina ( DMAA) e 93 etichette a tre aziende che importano e vendono questi prodotti agli sportivi. L’inchiesta è stata avviata dopo la denuncia presentata da un atleta risultato positivo ad un controllo antidoping alle olimpiadi invernali di Sochi, a causa di un integratore alimentare prodotto in USA ma venduto in Italia. Il preparato conteneva dimetilamilammina che però  non era dichiarata in etichetta.

Il DMAA è una sostanza fortemente stimolanteinclusa nell’elenco dei farmaci considerati dopanti, famosa per i numerosi effetti avversi, tanto da essere vietata un po’ in tutto il mondo. Nonostante queste premesse tre atleti su sei alle ultime olimpiadi (il giocatore di hockey lituano Vitalijs Pavlovs, la fondista e biatleta Evi Sachenbacher-Stehle e il bobbista italiano William Frullani) sono risultati positivi al DMAA . L’aspetto curioso è che tutti gli atleti hanno ammesso di assumere un non meglio definito “integratore alimentare”

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Questi integratori alimentari vietati sono venduti liberamente su internet da grandi e grandissimi operatori dell’e-commerce

Non siamo però di fronte a farmaci venduti sotto banco in alcune palestre, ma a prodotti venduti liberamente su internet da grandi e grandissimi operatori dell’e-commerce, anche se non rispondono ai requisiti di sicurezza stabiliti in Europa e negli USA.

Il problema vero non riguarda l’impiego di sostanze dopanti da parte di atleti poco avveduti, ma l’e-commerce portato avanti da alcuni siti americani ed europei che continuano ad operare al di fuori di ogni regola, compresa la normativa anti-doping. Questi siti si presentano in maniera del tutto rispettabile al consumatore, in lingua italiana, a volte sfidando apertamente le normative nazionali e comunitarie. Purtroppo i controlli mancano, per cui oggi procurarsi un  integratore  vietato nella stragrande maggioranza dei paesi  acquistandolo in un sito apparentemente legale è un’operazione semplicissima.

 

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Per stroncare questo commercio illegale basterebbe applicare norme e sanzioni che esistono

Le leggi ci sono. Chi vende via internet integratori destinati anche a cittadini italiani deve rispettare le norme europee e quelle in vigore nel nostro paese oltre che notificare, come fanno gli altri operatori, la lista dei prodotti al Ministero della salute. Per stroncare questo commercio illegale basterebbe applicare norme e sanzioni che esistono senza timidezza e temporeggiamenti, come accade di solito. Il Fatto Alimentare da anni porta avanti una campagna contro la vendita di integratori a base di DMAA. Questo intervento dei Nas forse poteva essere fatto due anni fa,  ma va finalmente  nella direzione giusta

Roberto La Pira e Luca Bucchini www.ilfattoalimentare.it/nas-integratori.html

Tossicodipendenza curata con l'ayahuasca in Amazzonia

 

Lontano dalle cliniche di disintossicazione occidentali, il rustico centro di Takiwasi a Tarapoto, nell'alta Amazzonia peruviana, accoglie pazienti dal mondo intero per il trattamento della tossicodipendenza basato sull'ayahuasca, pianta da cui si estrae una medicina tradizionale millenaria. Ancora poco tempo fa, questa regione del Peru' era una delle principali zone di produzione della pasta-base della cocaina e Tarapoto era una delle tre citta' in cui il consumo di droghe di tutto il Paese era il piu' alto. Una cura di disintossicazione a Takiwasi e' preceduta da una selezione, un contatto diretto con il paziente e la sua storia clinica, e “dura nove mesi, come una gravidanza”, dice all'agenzia France Presse (AFP) Jacques Mabit, direttore e fondatore del centro. Il medico francese arriva in Peru' negli anni 80 con Médecins Sans Frontières e si stabilizza nella regione dove nel 1992 ha creato questo centro di medicina tradizionale e alternativa, che si estende su piu' di due ettari di vegetazione tropicale e che e' anche dotato di una riserva botanica e un laboratorio. Il centro, che funziona come un dispensario ed ha il sostegno delle autorita' locali, non accetta, in modo stanziale, piu' di una quindicina di persone alla volta per i trattamenti contro la dipendenza da prodotti legali e illegali, o per comportamenti “come se fosse un tossicodipendente” (gioco, denaro, sesso). L'assunzione ritualizzata dell'ayahuasca avviene sotto forma di bevanda, sorbita in gruppo sotto controllo di medici psicologi e psicoterapeuti; se la bevanda e' “adeguata, consente al paziente di visualizzare il proprio mondo interiore e di connettersi con visioni, sensazioni, percezioni ed un'intelligenza accresciuta”, “come passare da un film in bianco e nero ad un film in 3D”, dice Mabit. “Quando si prende l'ayahuasca, tutti i sensi sono amplificati, la vista, l'udito, l'odorato, fino alle funzioni psichiche”, “e' uno strumento di conoscenza per arrivare a riconciliarsi ed essere in pace con se stessi”. La liana di ayahuasca e delle foglie di un'altra pianta (chacruna) sono mescolate in una pozione attraverso un processo biochimico che provoca gli effetti medicinali. Accompagnata da “diete” di isolamento, da purghe, la cura include anche una vita quotidiana in comune con i ritmi di alcune attivita' dove ogni paziente impara a cucinare, fare il pane, lavare la propria roba e prendersi cura di se'. La cura costa circa 1.000 dollari al mese, ma il centro, in accordo con il ministero della Sanita', accetta anche pazienti peruviani indigenti. Un terzo dei pazienti, secondo Mabit, dopo la cura abbandona o ha una ricaduta. L'ayahuasca, in questi ultimi anni, ha dato vita ad un notevole “turismo sciamanico”, attirando occidentali avidi di sensazioni forti che talvolta possono essere negative. Per questo l'ambasciata francese, sul proprio sito web ha messo un avviso di messa in guardia ai viaggiatori “contro il consumo di ayahuasca, pianta allucinogena utilizzata dagli sciamani in Amazzonia, iscritta in Francia nel registro degli stupefacenti". “La raccolta e' reale -dice Mabit- ma se e' male inquadrata, puo' essere pericolosa, occorre una preparazione a monte, un percorso terapeutico”. Il medico, che anch'esso prende della ayahuasca da diversi anni, valuta che “fintanto che non ha sperimentato la ayahuasca, non ha risolto i suoi dubbi. Questa medicina e' usata da migliaia di anni in Amazzonia e non provoca  dipendenza”. In questi ultimi anni, il centro e' stato oggetto di diversi studi ed ha partecipato ad un progetto di valutazione dei trattamenti contro la tossicodipendenza con la ayahuasca con ricercatori internazionali di diverse universita' occidentali. Alla fine del trattamento, un paziente francese, in quarantena, sostiene che la sua vita sia cambiata. “La ayahuasca e' come uno spirito che valuta le nostre possibilita' e cio' che si e' capaci di sopportare”. “E' una forma di intelligenza con una considerevole efficacia, serve a vedere completamente diversi i propri orientamenti”. Ricercatore e antropologo medico, Roger, un norvegese, valuta che le settimane passate a Takiwasi “gli hanno fatto cambiare opinione sulla medicina tradizionale”. “Ho acquisito piu' rispetto verso questo sapere”. Robinson Pai, un “curandero” (guaritore) della comunita' Awa, di Nariño in Colombia, ha soggiornato a Takiwasi. “Siamo venuti per conoscere e condividere l'uso delle piante medicinali che utilizziamo anche nei nostri territori”. “Per noi, l'ayahuasca e' una pianta sacre e potente, che guarisce, che insegna e apre i nostri pensieri”.

(reportage di Marie Sanze, per l'agenzia France Presse – AFP del 02/07/2013)
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