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Novità tutte le sostanze, Articolo

La marijuana crea dipendenza? Ebbene sì in modo particolare nelle donne

La marijuana ormai legalizzata in Colorado e a Washington a uso ricreativo e consentita in 23 stati per uso medico potrebbe creare dipendenza in modo particolare nelle donne. Lo suggeriscono recenti ricerche nonostante non esista una quantità esorbitante di prove conclusive sull’argomento. I ricercatori della Washington State University sono comunque convinti di aver trovato le prove che dimostrano che le donne tollerano meno la marijuana rispetto agli uomini. Non solo le donne però rischierebbero. Le persone che aumentano il livello di tolleranza al farmaco hanno più probabilità di diventare tossicodipendenti rispetto a quelli che la tollerano in modo diverso.  

 Lo studio di Washington State University ha testato il THC e in modo particolare la sua capacità di alleviare il dolore nei ratti, in quanto come gli esseri umani, i topi vivono cicli mestruali simili e fluttuazioni ormonali. I risultati dello studio sono stati sorprendenti. Inizialmente, le femmine di ratto hanno sviluppato una determinata sensibilità alTHC. Ma, dieci giorni dopo, le femmine di ratto avevano bisogno di una dose maggiore di THC. Stavano diventando dipendenti e tolleranti al farmaco.

Rebecca Craft, il ricercatore principale dello studio e presidente del dipartimento di psicologia presso la Washington State University, pensa che ogni donna debba essere consapevole del rischio che corre. Attualmente, sono stati testati gli effetti del THC sui ratti. Ma, secondo Craft, la ricerca a non sarà decisiva finché non verrà provata negli esseri umani anche perché ci sono alcune differenze tra le due specie, in primo luogo nel modo di metabolizzare i farmaci.

urbanpost.it/la-marijuana-crea-dipendenza-si-nelle-donne

Contro l’Alzheimer è efficace la marijuana

Gli scienziati scoprono che il principio attivo della cannabis, il Thc, può offrire un valido trattamento per la malattia di Alzheimer, arrestando o rallentando la progressione della malattia

Dibattuta, avversata – ma da qualcuno anche sostenuta – la marijuana è da molto tempo oggetto di studi che ora ne esaltano le qualità; ora ne evidenziano i pericoli. Forse, come per tutte le cose, dipende sempre dall’uso che se ne fa e il contesto in cui questo viene fatto. Comunque la pensiate, a favore di un uso terapeutico è anche un nuovo studio preclinico che indica come il Thc – il principio attivo delle foglie di cannabis – può rallentare o arrestare la progressione della malattia di Alzheimer. Un tipo di grave patologia che, lo ricordiamo, ancora non ha una cura.

Un nuovo studio, dunque, che sostiene il ruolo terapeutico del delta-9-tetraidrocannabinolo (Thc) nel trattamento o controllo di alcune malattie. Il fatto che questo composto sia risultato attivo nel trattamento di una malattia devastante come l’Alzheimer, di fatto ne eleva lo status. 

Sono stati i ricercatori dell’Università della Florida del Sud (USF) – Health Byrd Alzheimer’s Institute ad aver dimostrato con il loro studio che livelli estremamente bassi di Thc possono rallentare o arrestare la progressione della malattia. I risultati completi degli esperimenti, eseguiti utilizzando un modello cellulare della malattia di Alzheimer, sono stati pubblicati sulla versione online del Journal of Alzheimer.

Il dott. Chuanhai Cao e colleghi dell’USF hanno potuto osservare come piccole dosi di Thc riducano la produzione di beta-amiloide – il noto peptide e maggior componente delle placche amiloidi – che si trova in una forma solubile nella maggior parte dei cervelli anziani. Il Thc è stato anche trovato prevenire l’accumulo anomalo di questa proteina, laddove l’accumulo di beta-amiloide (o betaamiloide) si sa essere uno dei processi considerati tratto distintivo patologico evidente fin dall’inizio della malattia.
Infine, basse concentrazioni di Thc hanno anche selettivamente potenziato la funzione mitocondriale, che è necessaria per favorire l’approvvigionamento energetico, la trasmissione di segnali nervosi e mantenere un cervello sano.

«Il THC è noto per essere un potente antiossidante con proprietà neuroprotettive – spiega il dott. Cao – ma questo è il primo rapporto a dimostrare che il composto influisce direttamente sulla patologia di Alzheimer, diminuendo i livelli di beta amiloide, inibendo l’aggregazione e migliorando la funzione mitocondriale».
«Una diminuzione dei livelli di beta amiloide significa meno aggregazione – prosegue Cao – che può proteggere contro la progressione della malattia di Alzheimer. Poiché il Thc è un inibitore amiloide naturale e relativamente sicuro. Il Thc o suoi analoghi possono aiutare a sviluppare un trattamento efficace per il futuro». 

 Quanto ai possibili effetti avversi derivanti dall’uso del Thc, i ricercatori sottolineano che alle basse dosi impiegate i benefici terapeutici del Thc sembrano prevalere sui rischi associati di tossicità e disturbi della memoria. Ma, come detto, sull’uso del Thc e i suoi derivati il dibattito è ancora e sempre acceso.
«Anche se siamo ancora lontani da un consenso – sottolinea infatti il dott. Neel Nabar, coautore dello studio – questo studio indica che il Thc e i composti Thc correlati, possono essere di valore terapeutico nella malattia di Alzheimer. Stiamo forse sostenendo che le persone devono usare droghe illecite per prevenire la malattia? No. E’ importante tenere a mente che solo perché un farmaco può essere efficace non significa che possa essere tranquillamente utilizzato da chiunque. Tuttavia, questi risultati possono portare alla sviluppo di composti correlati che sono sicuri, legali e utili nel trattamento della malattia di Alzheimer».

La Stampa Salute www.lastampa.it/2014/08/29/scienza/benessere/medicina/contro-lalzheimer-efficace-la-marijuana-58CzFK58uPhTAYQHbfG87K/pagina.html

Miracoli? In Valdera il 45,4% delle persone che fanno abuso di sostanze e in trattamento al SERT smettono.

Pontedera, comunicato stampa. Sono eccellenti tassi di remissione in Valdera per quanto riguarda l’abuso di sostanze stupefacenti (media 45.4%), in particolare per patologie da oppioidi (60.4%) e da cocaina(35.1%). Il tasso di remissione, cioè quante persone attraverso le terapie sono portate fuori dalle dipendenze considerando un’astinenza di almeno 12 mesi, sono importanti dal punto di vista statistico poiché sono in grado di fornire una serie di informazioni utili a capire quali siano le dipendenze che rispondono meglio alle terapie oppure quali siano le cure meno efficaci, intervenendo con gli opportuni correttivi sulle programmazioni in atto. Questo tipo di analisi epidemiologica, condotta nel 2013 per il 2° anno di rilevazione, ha fornito dati incoraggianti: su 1964 assistiti per dipendenza/abuso di droghe, 564 sono in completa remissione con un tasso del 33,3% (media ASL); per la dipendenza/abuso di alcool sono state in cura 409 persone, di cui 113 condotte in remissione con un tasso del 27,6% come media aziendale. Andando ad analizzare i dettagli per tipologia di dipendenza/abuso: su 1117 assistiti per oppioidi, in remissione sono 415 (37,2%); su 343 assistiti per cocaina, in remissione sono 102 (29,7%); su 191 assistiti per cannabinoidi, in remissione sono 37 (19,4%); su 43 assistiti per farmaci, in remissione sono 10 (23,3%). L’ASL 5 di Pisa, attraverso i SerT garantisce interventi di prevenzione, diagnosi terapia e recupero rivolti a soggetti che facciano uso e/o abuso di sostante psicotrope legali e illegali (alcool, farmaci, droghe). Uno degli obiettivi più importanti è valutare nel tempo l’efficacia delle terapie adottate per promuovere programmi di cura e reinserimento; per questo l’azienda sanitaria pisana ha stretto importanti collaborazioni con il MES (Management e sanità della Scuola Superiore Sant’Anna) e la Regione Toscana, al fine di mettere a punto un sistema informativo in grado di rilevare i tassi di remissione per patologie da uso di sostanze. Uno sforzo organizzativo necessario che ha permesso di affinare maggiormente l’uniformità di comportamento dei servizi nelle varie zone.

 

 

viaggio in Colorado: dove la legalizzazione fa incassare turismo e fisco

Dal primo gennaio nello stato americano consentita la vendita in 212 negozi e 493 centri medici: la canapa viene usata in oltre 200 fabbriche dove si producono saponi, dolciumi, prodotti di infusione. La legge parla chiaro: il tutto va fatto nell'assoluta discrezione, lontano dai bambini. Ma l'erario ora guadagna una media di 5 milioni al mese: "I fondi in più? Per progetti sociali e scuole"

di Daniele Guido Gessa, Il Fatto Quotidiano

Benvenuti nello stato americano dove chi fuma una sigaretta per strada viene trattato come uncriminale, ma dove esistono più di mille campi agricoli autorizzati alla coltivazione della marijuana, dove la stessa viene venduta in 212 negozi aperti a tutti e in 493 centri medici e dove la pianta più discussa al mondo viene usata in oltre 200 fabbriche dove si producono saponi, dolciumi, prodotti di infusione di ogni genere. Il Colorado, stato dell’ovest degli Stati Uniti d’America, proprio dove inizia il Far West, già nel 2000, su richiesta popolare ufficializzata in una petizione poi votata dall’assemblea, iniziò a legalizzare per fini medici la cannabis. Poi, piano piano, anche per contrastare il crescente mercato nero, si arrivò alla situazione attuale, così dal primo gennaio di quest’anno è ufficialmente consentito il possesso (ma c’è un limite) e, conseguentemente, la vendita di un prodotto che sta già creando un certo flusso turistico ma che crea anche contraddizioni interne a livello di federazione (in tutti gli altri Stati, tranne quello di Washington, si rischia la galera), tensioni fra amministrazioni statali del Colorado e apparato federale e indagini incrociate di polizia e altre agenzie di sicurezza, tutte indaffarate nel fare in modo che neanche un solo grammo di marijuana esca dal Colorado per altri Stati. Tanto per intenderci, solo poche settimane fa, in Texas, un ragazzo è stato condannato a una pena di 99 anni di carcere per aver prodotto una torta alla cannabis. Soluzione estrema ma che fa capire quanto le tensioni stiano andando a complicare una situazione di suo già non facile.

A Denver, capitale del Colorado, del resto l’inconfondibile odore di marijuana lo si sente quasi ovunque. Lo si sente quando si prende un autobus, quando si va in hotel e magari chi è nella stanza di fianco la sta consumando. Ancora, lo si sente quando si prende un taxi e si passa per le periferie (qui ha sede la gran parte delle rivendite autorizzate). Fumare per strada è proibito, così come nei negozi, a differenza diAmsterdam, non è possibile consumarla. La legge lo dice chiaro: il tutto va fatto nell’assoluta discrezione, lontano dai bambini, in casa o in luoghi privati (molti hotel stanno iniziando ad attrezzarsi, visto il business), lontano dalle scuole e senza farne un vanto. Ma il vanto, ora, è soprattutto per lo stato del Colorado, che, se a gennaio aveva guadagnato in introiti fiscali meno di 3 milioni di dollari, già a fine aprile si era saliti a 4,5 milioni di dollari. “Questo è dovuto in parte al turismo della marijuana, in parte al fatto che il mercato nero viene inglobato sempre più da quello legale – spiega a ilfattoquotidiano.it Barbara Brohl, direttore esecutivo del dipartimento del Fisco del Colorado – e una cosa è certa: noi stiamo diventando un modello per altri paesi del mondo, conMessico, Brasile, Canada e Svizzera che hanno già manifestato interesse per il nostro sistema e con cui siamo in contatto”.

Brohl – che è appena tornata proprio dalla Svizzera, dove è andata a studiare le “stanze di riduzione del danno”, dove è possibile assumere stupefacenti in modo controllato – spiega anche come è nata questa legge del Colorado: “Dopo anni di uso medico iniziammo a capire che dovevamo regolare il mercato che stava sconfinando nell’illegale, con molti studi medici che la vendevano sottobanco. Così, eccoci arrivati alla decisione del 2013, entrata in vigore nel gennaio di quest’anno: chiunque può coltivare nascoste dalla pubblica vista fino a sei piante, anche se poi non può venderle; il possesso non è più un reato, pur con dei limiti; e chi vuole fare il commerciante deve sottostare a un controllo della fedina penale e deve attrezzare con telecamere il proprio negozio”.

Non che non manchino le difficoltà. “Al momento – riprende Brohl – per esempio chi commercia non può portare in banca il provento, in quanto gli istituti di credito sono assicurati a livello federale e non accettano questi soldi, così ci si attrezza con cassaforte e altri sistemi. Poi, molte autorità locali del Colorado hanno optato per il divieto di consentire negozi commerciali nel loro territorio”. Un sistema a macchia di leopardo, nel quale le comunità locali possono anche lamentarsi nel caso di eccessivo rumore o giri sospetti, “ma questo avviene per ogni tipo di negozio”, dice Brohl. Certo, il beneficio c’è per le casse dello Stato, “anche se ancora non abbiamo deciso come usare questi fondi che ci stanno arrivando. Di sicuro li useremo per progetti sociali, scuole e così via”.

Spera invece che il denaro vada in ricerca scientifica Larry Wolk, direttore esecutivo e sanitario deldipartimento della Salute del Colorado. “Abbiamo bisogno di capire di più come la marijuana funzioni sul nostro corpo e, soprattutto, abbiamo bisogno che si passi dall’uso ricreativo a quello medico. Già oggi 120mila persone, in Colorado, vengono curate con estratti di cannabis e il 96% di essi lo fa per porre fine al dolore. Ma – continua Wolk – ci sono anche 300 bambini che vengono curati per la prevenzione delle crisi epilettiche, così come ci sono casi in cui la marijuana viene usata per infezioni gravi”. Una cosa però Wolk la auspica: “Fumare la marijuana come pianta quando si ha un tumore può essere persino pericoloso, non si sa mai che dose usare, inoltre il fumo di combustione fa male ai polmoni. Spero che le aziende farmaceutiche comincino a produrre, magari proprio in Colorado, derivati sicuri e certificati. Questo già avviene in parte, del resto sappiamo che la marijuana può essere utilizzata in chi ha il cancro, in chi ha problemi di appetito, per gli stadi terminali dell’Aids, per gli spasmi muscolari, per la sclerosi multipla e in generale per il dolore grave”.

Molti dottori, tuttavia, anche in Colorado si rifiutano di prescriverla, “spesso sono preoccupati per la loro licenza. Non dimentichiamoci del resto che la marijuana può essere anche molto dannosa”, aggiunge. “Sappiamo che fa male ai bambini e agli adolescenti, così come agli adulti tendenti allaschizofrenia. Poi non scherziamo: può dare dipendenza, almeno dal punto di vista psicologico, sulla dipendenza fisica le teorie sono le più diverse, e l’uso di prodotti ‘ricreativi’ come dolci o biscotti va sicuramente meglio regolamentato”. La stampa del Colorado riporta spesso notizie di bambini che si intossicano mangiando dolciumi alla marijuana. Ed è soprattutto questo il fronte su cui si muovono le lobby contrarie a questa droga.

www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/12/cannabis-viaggio-in-colorado-dove-turismo-e-fisco-guadagnano-con-la-legalizzazione/1113780/

l'Italia a rovescio – sospeso il professore che ha difeso i suoi ragazzi da un'irruzione immotivata

12 giorni di sospensione sono stati inflitti a Franco Coppoli, il docente e sindacalista dei Cobas Scuola che si oppose ad una irruzione in classe di un gruppo di poliziotti dell’antidroga (Qui potete trovare la notizia dello scorso 4 aprile) durante l’orario di lezione.  Quel gesto gli costò un deferimento disciplinare da parte della Preside.

Il Miur ha deciso, lo scorso mese di luglio, di sospenderlo 12 giorni per quel gesto, da scontare all’inizio dell’anno scolastico, ovvero dal 15 al 27 settembre prossimo.

Contattato da noi telefonicamente ha annunciato che farà ricorso contro questa sanzione, e in questa intervista ripercorre i fatti, ci offre le valutazioni su quanto accaduto e ricorda anche di avere ricevuto numerosi attestati di solidarietà dentro e fuori la scuola.

Ascolta o scarica l’intervista

L'alunno che assume abitualmente la cannabis è ad alto rischio abbandono scolastico

l dato è contenuto in uno studio universitario australiano: chi ne fa uso quotidiano prima dei 17 anni ha oltre il 60% di possibilità in meno di completare superiori o università. Eppure diversi Stati Usa e paesi dell'America Latina si muovono verso la depenalizzazione o legalizzazione della sostanza.

 Assumere come abitudine la cannabis prima dei 17 anni porta ad avere una probabilità di oltre il 60% maggiore di abbandonare gli studi secondari ed è a rischio significativamente più alto di non completare quelli universitari, di usare altre droghe e di tentare il suicidio, rispetto a chi non l'ha mai fumata. Il dato è contenuto in uno studio australiano del Centro Nazionale di Ricerca su Droghe e Alcool dell'Università del Nuovo Galles del Sud, in base al quale non vi è un livello 'sicuro' di uso da parte di adolescenti, e che i risultati educativi più scarsi e i rischi accresciuti si verificano anche fra chi usa la droga meno di una volta al mese.

Gli adolescenti sotto i 17 anni che assumevano cannabis quotidianamente avevano una probabilità di oltre il 60% minore di completare la scuola superiore o l'università, sette volte più alta di tentare il suicidio, 18 volte maggiore di sviluppare dipendenza dalla cannabis e otto volte maggiore di usare altre droghe illegali più tardi nella vita.

"I risultati sono particolarmente tempestivi, dato che diversi Stati Usa e paesi dell'America Latina si muovono verso la depenalizzazione o legalizzazione della cannabis, che la renderebbero più accessibile ai più giovani", scrive il principale autore dello studio, Edmund Silins. "Le autorità devono essere consapevoli che un suo uso in adolescenza è associato a una serie di esiti negativi sulla salute, sul benessere e sull'affermazione personale".

I ricercatori australiani hanno elaborato i dati di 3.765 partecipanti che hanno usato cannabis, da tre ampi studi di lunga durata sulla frequenza e sugli effetti del suo uso. Secondo gli autori della ricerca, pubblicata su The Lancet Psychiatry, si tratta della dimostrazione più fondata dei danni della marijuana negli anni dell'adolescenza. I ricercatori hanno esaminato una serie di aspetti dello sviluppo fino all'età di 30 anni: completamento degli studi secondari, conseguimento di una laurea, dipendenza dalla cannabis, uso di altre droghe illegali, tentativi di suicidio, e depressione. 

www.tecnicadellascuola.it/item/6014-l-039-alunno-che-assume-abitualmente-la-cannabis-e-ad-alto-rischio-abbandono-scolastico.html

qui invece s'incazza abbestia

 

"Marijuana sempre più potente", lo dimostra uno studio veneziano“

 Studio sulla marijuana Ulss 12 Venezia 

E’ veneziano lo studio che confermerebbe come la cannabis sia sempre più “potente” e quindi sempre più pericolosa. A rendere la sostanza più dannosa, secondo una nota dell'Ulss 12, sarebbe la percentuale di tetraidrocannabinolo (THC), in aumento rispetto al passato; e a dimostrare questo aumento del THC è uno studio del Laboratorio di Igiene Ambientale e Tossicologia Forense (LIATF) dell’azienda sanitaria, effettuato sui reperti sequestrati nell’area estesa del territorio veneto, i cui risultati sono stati pubblicati nei giorni scorsi dalla rivista Drug Testing and Analysis.

"L’aumento nella cannabis del tenore di principio psicoattivo THC, ora scientificamente dimostrata, è una tendenza osservata in diversi paesi nel mondo, e provoca grande preoccupazione: può portare nei consumatori di cannabis l’aumento di sintomi quali ansia, depressione, psicosi ed effetti negativi sul sistema respiratorio e cardiovascolare, e aumenta il rischio di sviluppare dipendenza - afferma l'Ulss - E poiché l’assunzione di cannabis durante l’adolescenza interferisce con la regolare maturazione del cervello, ancora in fase di sviluppo, le alte concentrazioni di THC possono produrre effetti dannosi ancora più severi".

Il LIATF, che fa capo al Dipartimento di Prevenzione dell’Ulss 12, sta monitorando il tenore di principio attivo della cannabis e dei suoi derivati da diversi anni, e il recente studio descrive i risultati delle analisi effettuate su circa 1000 prodotti sequestrati nel 2013, confermando i risultati dei precedente studi nei quale già erano stati analizzati circa 4000 campioni raccolti nel periodo di tempo 2010-2012. Si osserva un aumento significativo (+24,6% sui valori mediani) del contenuto di THC sia nella marijuana – il derivato erbaceo della cannabis – che nella resina di cannabis (+9,7%). Per contro, lo studio ha evidenziato una significativa tendenza alla diminuzione del tenore di CBD, un cannabinoide che pare contrastare gli effetti del THC. Si conferma quindi la tendenza generale a produrre sostanze derivate ad alta concentrazione di THC e a bassa concentrazione di CBD, con conseguenze sempre più critiche per la salute di chi consuma cannabis. Tutto questo potrebbe spiegare, secondo i ricercatori, i significativi aumenti di accessi al pronto soccorso da parte di persone che fanno uso di marijuana, e anche un’alta percentuale di incidentalità stradale.

www.veneziatoday.it/cronaca/studio-marijuana-ulss-12-venezia-settembre-2014.html



 

 

la fasciomafia romana

L Espresso, 09.09.14.

Non è una città, ma un intreccio di traffici e intrallazzi, delitti e truffe, su cui si è imposta una cupola nera. Invisibile ma potentissima, ha preso il controllo di Roma. Trasformando la metropoli nel laboratorio di una nuova forma di mafia, comandata da estremisti di destra di due generazioni.Al vertice ci sono vecchi nomi, veterani degli anni di piombo, abituati a trattare con le istituzioni e con i padrini, abili a muoversi nel palazzo e sulla strada. Ai loro ordini c’è un’armata bifronte, che unisce banditi e narcos, manager nostalgici e giovani neofascisti.L’ideologia garantisce compattezza, il credo nell’azione e nella sfida. I soldi, tanti e subito, premiano la fedeltà. E la componente borghese, dai maturi colletti bianchi ai ragazzi in camicia nera, gli permette di arrivare ovunque. Con le buone o con le cattive. Per comprendere bene cosa accade oggi nella Capitale, in questo grande spazio circoscritto dal Grande raccordo anulare, occorre mettere da parte quello che accade a Napoli, a Palermo o a Reggio Calabria. È nella Capitale che ha messo radici un sistema criminale senza precedenti, con fiumi di cocaina e cascate di diamanti, ma anche tanto piombo. 

 

Una fascio-mafia, che sintetizza la forza perversa di due tradizioni in un’efficacia che gli ha consegnato anni di dominio incontrastato. Persino gli investigatori hanno fatto appello alla sociologia per spiegare il modello romano. Qui si incarna la microfisica del potere teorizzata da Paul Michel Foucault: il potere criminale-mafioso si esercita, si infiltra, «non è qualcosa che si divide tra coloro che lo possiedono o coloro che lo detengono esclusivamente e coloro che non lo hanno o lo subiscono. Il potere deve essere analizzato come qualcosa che circola, o meglio come qualcosa che funziona solo a catena. Non è mai localizzato qui o lì, non è mai nelle mani di alcuni, non è mai appropriato come una ricchezza o un bene. Il potere funziona, si esercita attraverso un’organizzazione reticolare». Si estende in tutte le strutture sociali ed economiche, con dinamiche che cambiano continuamente e costruiscono altri patti e altri affari. Si infiltra, entra nei ministeri, nelle finanziarie, nelle grandi società pubbliche come nei covi dei rapinatori e nelle piazze di spaccio.Le sigle neofasciste della capitale sono finite coinvolte in numerose inchieste sul traffico di droga e sulle violenze e vendette a questo collegato. Ecco alcuni dei casi più inquietanti

A Roma non ci sono zone in cui commercianti e imprenditori sono obbligati a pagare il pizzo. Non c’è l’oppressione del boss di quartiere. E gli omicidi sono calibrati con estrema attenzione. Luglio si è aperto con l’assassinio di un pezzo da novanta di questo sistema, Silvio Fanella, nei condomini bene. Agosto si è chiuso con l’esecuzione di un’autista della nettezza urbana, Pietro Pace, nella periferia estrema: il padre ha offerto una taglia di 100 mila euro sui killer. Delitti miratissimi, perché quello che conta è far girare i soldi, che si tratti di gestire immobili, licenze, investimenti o di vendere droga. Gli architetti di questo sistema non si sporcano le mani con il sangue. Sanno a chi affidare il lavoro sporco. E quando devono colpire duro, hanno a disposizione una centuria nera compattata dall’estremismo di destra.

 

 

IL NEROUno dei componenti di questa cupola rivoluzionaria è Massimo Carminati, che sembra avere trasformato il suo personale romanzo criminale in una marcia trionfale. È stato nella banda della Magliana e nelle squadre terroriste dei Nar, con amicizie di rango in Cosa nostra e negli apparati deviati dello Stato. Coinvolto in processi importanti, come quello per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ne è sempre uscito assolto. Ha scontato pochi anni di carcere per episodi minori. Nella Roma nera è un mito: un leader da seguire e ascoltare. E lui da leader si comporta e agisce. Si mostra, a chi non lo conosce, con modi felpati ed educati. Ma quando vuole sa imporsi con la forza, tanto che sodali e rivali lo rispettano con timore. È lui “l’ultimo re di Roma”.I suoi avvocati Ippolita Naso e Rosa Conti respingono questa ricostruzione: «Se tutto ciò rispondesse a verità, più che un uomo di potere sarebbe corretto definirlo uomo dai super poteri, che ha in mano le redini dell’imprenditoria capitolina, in grado di condizionare le vicende della politica romana, capace di passare dal traffico di droga ai vertici degli affari economici controllando, già che c’è, anche il territorio. E il tutto con un occhio solo!». Un riferimento a quella ferita vecchia di trent’anni, l’eredità di un conflitto a fuoco con i carabinieri che gli ha fruttato il soprannome di “er Cecato”. Per i legali però, come scrivono in un atto di citazione per difendere il loro cliente: «Siamo all’apoteosi dei luoghi comuni cinematografici. E di questo strabordare di informazioni neanche l’ombra di un elemento, un indizio, una circostanza oggettiva, una testimonianza, un riscontro, una indicazione di massima, una traccia, un segno che si sforzi di dare una parvenza di verità a quanto riferito». 

 

 

 

 

Per gli avvocati, «Carminati non ha più alcun conto in sospeso con la giustizia, è attualmente privo di pendenze penali e soprattutto re-inserito in un contesto sociale e familiare del tutto lecito, nel quale lodevolmente egli sta cercando di recuperare» e poi «si prende cura costantemente del figlio ventenne e convive stabilmente con la compagna, Alessia Marini, con la quale gestisce il negozio di abbigliamento “Blue Marlin”».

 

VILLA CONNECTION

Le parole degli avvocati sono un punto di partenza per decifrare la pista nera. Il negozio fa capo alla “Amc Industry srl” di cui è amministratore unico Alessia Marini e Carminati non compare come socio. La “Amc industry” dal primo gennaio 2011 ha preso in affitto una villa a Sacrofano, alle porte di Roma, su una collinetta che domina tutta la zona.Si tratta di una bella abitazione, ben rifinita, su due piani, con grande piscina circondata da prato all’inglese e un lungo viale che separa dal cancello. Qui vive Massimo Carminati. La villa risulta di proprietà del commercialista Marco Iannilli, un professionista dalle alte relazioni che negli ultimi quattro anni è diventato protagonista della cronaca giudiziaria. È stato arrestato e condannato in primo grado per la colossale truffa su Fastweb e Telecom Sparkle, che ha fatto girare centinaia di milioni di euro. Ma ha anche un ruolo chiave nelle istruttorie su Enav, l’azienda pubblica che gestisce il traffico aereo, su Digint e su Arc Trade: procedimenti che ruotano intorno a Finmeccanica, il gigante statale degli armamenti hi-tech. È nei guai anche per la vicenda della mazzetta pagata da Breda Menarini, sempre del gruppo Finmeccanica, per aggiudicarsi la fornitura di autobus da Roma Metropolitane, in cui sono indagati anche l’ex sindaco Gianni Alemanno e Riccardo Mancini. Che in passato avevano avuto rapporti con Carminati: un passato forse non così remoto. 

 

 

 

Solo coincidenze? Quando nel febbraio 2010 i carabinieri del Ros arrestano Iannilli, lo trovano in possesso di una Smart intestata a Carminati. E quando il commercialista a novembre 2011 finisce ancora in cella, i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Roma e i militari del Ros annotano che «immediatamente dopo l’arresto di Iannilli, si recava presso la sua abitazione Massimo Carminati, allertato a tal proposito dalla moglie del commercialista». Perché tanto interesse? Negli atti non c’è risposta. Ma Iannilli per gli inquirenti era un esperto «nell’utilizzo di prestanome» e «per la costituzione o la rilevazione di società italiane ed estere, e la conseguente apertura dei relativi conti correnti, allo scopo di veicolare i profitti illeciti provenienti da operazioni di frode fiscale di notevole entità». Un professionista insomma che gestisce decine di milioni di euro e che sarebbe stato capace di dare copertura pulita ad attività in tutto il mondo, «il tutto per agevolare altri soggetti o organizzazioni criminali, in attività di riciclaggio di denaro».Il commercialista sembra pendere dalle labbra del “Cecato”. E non pare essere l’unico. C’è un altro uomo introdotto nei salotti buoni e di manifesta fede fascista che avrebbe subito il carisma dell’ex terrorista: Lorenzo Cola, tra i principali collaboratori di Pierfrancesco Guarguaglini, fino al 2011 numero uno di Finmeccanica. Per gli investigatori ha controllato un sistema illegale «in grado di influenzare le scelte societarie e commerciali dell’Enav». In questo modo ha creato operazioni di sovrafatturazione fra le aziende di Finmeccanica e società subappaltanti riconducibili a Iannilli: somme trasferite all’estero grazie alla rete del commercialista.Iannilli e Cola erano in affari con un altro estremista duro e puro: Gennaro Mokbel, condannato in primo grado come regista della truffa Fastweb con un riciclaggio da due miliardi. Ma è anche l’uomo che con l’aiuto, da una parte degli amici di Carminati e dall’altra della ’ndrangheta, è riuscito a far eleggere al Senato Nicola Di Girolamo, oggi detenuto ai domiciliari. In ogni indagine condotta dalla magistratura romana che riguardi grandi operazioni finanziarie spunta sempre qualcuno legato all’estrema destra, alla ’ndrangheta, agli 007 deviati, e a boss napoletani trapiantati nella Capitale. E su tutto si allunga l’ombra del “Cecato”. Perché lui vive in una terra di mezzo, perché sa come risolvere i problemi di chi abita negli attici dei Parioli e sa a chi chiedere nei meandri delle periferie più malfamate.CACCIA AL TESOROL’intreccio di business e crimine, di manager e fasci, è esploso con i proiettili che il 3 luglio scorso in un condominio elegante della Camilluccia hanno ucciso Silvio Fanella. Gli inquirenti lo definiscono “il cassiere di Mokbel” e stava scontando ai domiciliari la condanna a nove anni proprio per l’affaire Fastweb-Telecom Sparkle. Uno degli aggressori è rimasto ferito ed è stato arrestato: Giovanni Battista Ceniti, ex dirigente piemontese di Casa Pound. Non doveva essere un omicidio. In tre, fingendosi militari delle Fiamme Gialle, volevano rapire Fanella e farsi rivelare il nascondiglio di un tesoro da sessanta milioni di euro. Solo una parte è stata poi ritrovata dal Ros: mazzete di denaro e sacchetti pieni di diamanti, sepolti in un casale ciociaro.La caccia a quel forziere è stata un’ossessione, che potrebbe avere incrinato antichi accordi tra i nuovi re di Roma. Già due anni fa avevano provato a rapire Fanella. E proprio le indagini sul primo raid hanno aperto un altro spaccato sui poteri occulti della Capitale. Per quel blitz la procura ha ordinato l’arresto di tre persone. Uno è Roberto Macori, 40 anni, fino al 2011 factotum di Mokbel che poi si è legato ad un altro dei senatori della Roma criminale: Michele Senese, detto “o Pazzo”, il padrone della periferia a Sud del raccordo anulare, dove domina lo spaccio. Anche lui passato dalla banda della Magliana, ma soprattutto boss legato alla camorra e ai casalesi: da un anno è in cella per omicidio. Anche lui abituato a pensare in grande e muoversi nell’imprenditoria, sempre in accordo con Carminati. Prima dell’arresto, assieme a Macori voleva mettere in piedi una truffa da 60 milioni, rilevando un deposito di carburante a Fiumicino. Entrambi erano in stretto contatto e Macori al telefono parlava dell’interesse «dei napoletani» per il tesoro custodito da Fanella.Non sarà un caso se a casa di Macori, dopo l’arresto, i carabinieri hanno sequestrato sei diamanti purissimi che sembrano essere uguali a quelli trovati nel caveau di Fanella. E gli investigatori non credono più alle coincidenze. Stanno ricostruendo un mosaico in cui tanti delitti, tante acrobazie finanziarie in cui compaiono gli stessi nomi e gli stessi metodi. I reduci dei Nar, gli emissari di ’ndrangheta e camorra, la manovalanza a mano armata reclutata tra i neofascisti: l’organigramma della nuova fascio-mafia romana.

http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/09/09/news/i-fasciomafiosi-alla-conquista-di-roma-1.178836

Gioco d’azzardo, bloccati i pagamenti online con carta di credito

 Banca Popolare dell’Emilia Romagna ha bloccato le proprie carte di credito in modo che non sia possibile effettuare pagamenti sui siti di giochi d’azzardo.

Le carte di credito sono uno strumento davvero comodo ed utile: grazie ad esse possiamo effettuare transazioni rapidamente e senza bisogno di avere con noi troppo denaro contante, una scelta peraltro poco sicura. Grazie all’ampia varietà di proposte, ciascuno potrà trovare la carta di credito su misura in base alle proprie esigenze. Tutto ciò che occorre fare è porre i prodotti CartaSi a confrontocon quelli American Express, Visa e così via, in modo da riuscire poi a compiere una scelta consapevole vantaggiosa.

Con la nostra carta di credito potremo anche effettuare acquisti online: in questo caso però, è beneinformarsi su cosa sia il phishing, così da poter difendere i propri dati in modo efficace. La facilità con cui si possono eseguire queste operazioni di pagamento può però essere controproducente per alcuni soggetti. Chi ad esempio ha difficoltà nel limitare le proprie spese potrebbe trovare difficoltà nell’autocontrollarsi, così come gli habitué dei siti di giochi d’azzardo.

C’è però una buona notizia: una banca sembra essersi accorta dei danni che il gioco d’azzardo online provoca ed ha pertanto deciso di bloccare l’accesso a tali siti per le proprie carte di credito. È ciò che ha fatto Banca Popolare dell’Emilia Romagna con oltre 480mila carte di credito tradizionali. “Siamo una banca cooperativa con un forte radicamento territoriale e siamo consapevoli che ogni decisione che prendiamo o non prendiamo avrà conseguenze sulla comunità” ha spiegato Andrea Cavazzoli, del settore Responsabilità Sociale d’Impresa della suddetta banca. Questo non significa giudicare o condannare il giocatore d’azzardo, ma semplicemente aiutarlo nella lotta contro quella che è a tutti gli effetti una patologia.

Patologia che sembra particolarmente diffusa nel nostro paese: l’Italia è infatti la nazione europea nella quale si registrano più giocate su siti di questo tipo e la terza a livello mondiale. Nonostante la crisi, infatti, il gioco d’azzardo è un settore in costante crescita con un giro d’affari stimato di circa 76 mld di euro.

Banca Popolare dell’Emilia Romagna non è nuova ad iniziative in questo ambito. Già nel luglio 2013, la banca aveva inviato ai propri dipendenti (circa 11.200) una circolare in cui veniva trattato il problema del gioco d’azzardo come patologia, fornendo anche una lista di centri che proponevano percorsi di recupero. Inoltre, al contrario di quanto avviene negli uffici postali, Bper no propone ‘gratta e vinci’ agli sportelli. Prossimamente, la banca confezionerà anche un vademecum dedicato appositamente alle famiglie di giocatori d’azzardo patologici.

www.buonenotizie.it/economia-e-lavoro/2014/09/05/gioco-dazzardo-bloccati-pagamenti-online-con-carta-di-credito/

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