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Novità tutte le sostanze, Articolo

Legalizzazione cannabis. L'America Latina di fronte alla tentazione

 E' un piccolo seme, piantato dall'Uruguay alla fine del 2013: la legalizzazione della cannabis comincia a fare il suo cammino in America Latina, anche se, in questa regione alle prese col narcotraffico, alcuni Paesi rifiutano sempre di parlarne.
“Qualcuno deve cominciare in America del Sud”, aveva detto il presidente uruguayano, José Mujica, dando il via alla sua audace idea.
Un anno dopo la legge che ha fatto del Paese l'unico al Mondo a regolamentare la produzione della marijuana, la sua vendita in farmacia non e' stata ancora avviata.
Ma, secondo il Consiglio nazionale delle Droghe (JND), il Paese di 3,3 milioni di abitanti ha gia' 1.300 persone iscritte come autoproduttori e sei club fin a 45 consumatori l'uno.
I suoi vicini sono incuriositi: “Siccome l'Uruguay l'ha fatto e non ha subito gravi conseguenze negative in termini di relazioni internazionali, sanzioni o rifiuto a livello domestico, questa e' diventata un'opzione da prendere in considerazione da parte degli altri Paesi”, dice John Walsh, analisti del “think tank” Ufficio di Washington sull'America Latina.
“Il caso dell'Uruguay ha ispirato numerosi Paesi per cominciare almeno a fare qualche passo in questa direzione”, rincara Pien Metaal, esperto del centro studi Transnational Institute di Amsterdam.
“Non si puo' piu' tornare indietro. Il genio e' uscito dalla bottiglia e non ci sono piu' mezzi per farlo rientrare”, fa maliziosamente notare.
A fine ottobre, il Cile e' diventato il primo della regione a coltivare per fini terapeutici la cannabis, che li' continua ad essere considerata una droga pesante. Un progetto di legge vorrebbe depenalizzarne l'uso per motivi personali.
In Colombia, il Parlamento sta dibattendo un progetto che ne consente l'uso medico, con il sostegno del presidente di centro-destra Juan Manuel Santos.
In Argentina, un progetto di legge difeso dal segretario generale della presidenza, Anibal Fernandez, vorrebbe depenalizzare la coltivazione per uso personale, ma il Governo rimane contrario. C'e' anche un progetto per la depenalizzazione del consumo e il suo uso terapeutico.
In diversi Paesi della regione, il possesso di droga per uso personale non e' di fatto sanzionato.
L'esempio degli Stati Uniti
Promotore e sostenitore finanziariamente della “guerra contro la droga” (termine ereditato dal presidente Richard Nixon) sul continente, il Paese si e' confrontato nel proprio seno con iniziative piu' dolci.
“Gia' quattro Stati hanno regolamentato la cannabis per uso ricreativo (Washington, Colorado, Alaska, Oregon) e 23 l'hanno legalizzata a fini medici", sottolinea Pien Metaal.
“Questo non rende credibili gli Usa nel momento in cui dettano ai Paesi dell'America Latina, come lo hanno fatto in questi ultimi decenni, le loro politiche in materia di droghe”.
Dopo aver promosso il proibizionismo, “e' ormai il momento che gli Usa diano dimostrazione di coerenza coi Paesi della regione e smettano di promuovere cio' che non possono applicare a casa loro”, dice il cileno Eduardo Vergara, direttore del centro di analisi Asuntos del Sur.
Ma bisogna ricordare che “la regione rimane divisa” e alcuni Paesi latinoamericani frenano ancora.
“La legalizzazione non e' oggi in agenda” ha dichiarato di recente il ministro brasiliano della giustizia, Josè Eduardo Cardozo, malgrado il deposito di una legge in questo senso.
Stessa posizione in Nicaragua, Panama, Messico, Costa Rica, Venezuela e Peru'.
Alcune voci comunque difendono la legalizzazione, come gli ex-presidenti brasiliano Fernando Henrique Cardoso e messicano Vicente Fox.
E la domanda di un nuovo approccio cresce nella regione, prima produttrice mondiale di cocaina, vittima della violenza legata al narcotraffico.
Il “tutto repressione” e' in secca, dice il presidente colombiano. Una “sconfitta completa” per il suo omologo dell'Equador, Rafael Correa. Sotto l'impulso della Colombia, del Messico e del Guatemala, l'ONU terra' una sessione speciale nel 2016 in materia.
Ma mentre in Usa la legalizzazione della cannabis e' sostenuta da uno slancio popolare, qui il cambiamento avra' bisogno di piu' tempo.
L'opinione pubblica e' scettica in America Latina: essa non e' soddisfatta della guerra contro le droghe, ma tende a vedere la legalizzazione come permissiva e disfattista”, spiega John Walsh, ricordando che questo e' notoriamente il caso dell'Uruguay.

(articolo di Katell ABIVEN, diffuso dall'Agenzia stampa France Press – AFP il 31/01/2015)

Il preside dice no: "I cani antidroga non entrano a scuola"

 
 
 

 "I cani antidroga non entrano a scuola"

Ludovico Arte  Ludovico Arte è da tre anni preside dell’istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Firenze. Negli ultimi tempi si è opposto a interventi con i cani antidroga nel suo istituto, lanciando l’allarme sulle possibili ripercussioni psicologiche degli studenti sottoposti al controllo. Insieme a un ristretto numero di colleghi, sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione per valutare un approccio meno repressivo per combattere l’uso di droghe leggere degli adolescenti.

I controlli nelle scuole si concludono spesso con sequestri di hashish e marijuana. Ci sono poi inchieste da cui emerge il consumo di sostante stupefacenti tra i giovanissimi. Allora perché opporsi ai cani antidroga nelle classi?
«Perché i cani a scuola sono un fatto innaturale, è un modo sbagliato di affrontare la questione. È chiaro che il consumo di droghe e lo spaccio sono intollerabili, ma non si può usare solo la repressione e in particolare non nelle classi, luoghi di formazione ed educazione. In certi casi i controlli finiscono per mettere a disagio e umiliare lo studente, che subisce il controllo davanti a tutti gli altri compagni. Può essere un trauma devastante»

La maggior parte dei dirigenti delle altre scuole fiorentine la pensa diversamente. Sono loro a chiedere di intervenire.
«Esistono due fronti, è inutile negarlo. Da una parte chi come me chiede un uso limitato della forza e punta sulla prevenzione, dall’altra i presidi che preferiscono usare il pugno di ferro. Credo che uno dei problemi maggiori sia proprio la mancanza di comunicazione tra questi due blocchi, quando invece servirebbe un punto di equilibrio per cercare un percorso condiviso in nome del benessere degli studenti. Senza una vera discussione finiscono per crearsi incomprensioni, tra colleghi ma anche con le stesse forze dell’ordine. È accaduto alcuni mesi fa, quando mi hanno chiesto di far entrare i cani antidroga. C’è stato un confronto per alcuni aspetti anche duro».

Ha alzato le barricate.
«Ho solo fatto presente che se avessero deciso di fare comunque il controllo avrei chiamato i giornali, per dire che si trattava di un intervento contro la mia volontà. Ma nessuno alla fine ha voluto forzare la mano. Apprezzo la sensibilità della gran parte dei poliziotti e carabinieri che si occupano di droga tra i giovani, so quale impegno e professionalità richieda un lavoro simile. Ma è chiaro che un intervento diretto nella scuola, sotto gli occhi degli altri studenti, è un’altra cosa. Si perde di vista l’obiettivo principale, la prevenzione. Noi abbiamo ottocento studenti, e ben cinque psicologi che ascoltano le loro preoccupazioni e anche quelle dei genitori. Forse conviene investire di più proprio su questo versante».

Ma, in passato, anche il Marco Polo è finito al centro di controlli.
«In realtà è proprio l’esperienza diretta che mi spinge a chiedere azioni meno invasive. Un anno fa gli investigatori si nascosero fuori dalla scuola all’ora di ricreazione per verificare l’esistenza di un giro di spaccio. Appena visto il passaggio di droga, fermarono due studenti e li misero a terra, davanti a centinaia di compagni. Sono situazioni che non aiutano il recupero di un giovane, e che rischiano di alimentare quella diffidenza che purtroppo molti ragazzi hanno per le forze dell’ordine. In questo caso, i due hanno entrambi lasciato la scuola a fine anno, non so quanto questo abbia influito ma l’esperienza non ha di certo aiutato».

Cosa suggerisce?
«Mi rifaccio a un altro episodio accaduto di recente. Una studentessa che era stata sospettata sempre di spaccio. Quando gli investigatori mi hanno avvisato, ho chiesto di evitare di fermarla a scuola e di aspettare che la chiamassi in presidenza. Nel mio ufficio hanno potuto controllare la sua borsa, senza provocarle alcun trauma e senza trovare niente di niente. Così però si è potuto combinare le esigenze investigative alla tutela del percorso di crescita. Perché, ripeto, un ragazzo che usa stupefacenti non deve essere solo punito ma al tempo stesso ricevere aiuto. E in ogni caso va rispettato».

Repubblica.it firenze.repubblica.it/cronaca/2015/01/27/news/il_preside_dice_no_i_cani_antidroga_non_entrano_a_scuola-105937251/

Osservatorio Firenze. Droga a scuola e test. Hanno ragione gli studenti!

  

Avevamo letto nei giorni scorsi le opinioni dell'ex-assessore comunale Giovanni Gozzini che aveva perorato di sottoporre gli studenti degli istituti superiori a test anti-droga. Non ci avevamo fatto caso piu' di tanto. Anche perche', a fronte di una sua proclamata accondiscendenza per una cultura di legalita' e di depenalizzazione in materia di droghe, abbiamo pensato che probabilmente avrebbe dovuto approfondire un po' meglio la questione; in particolare sull'aspetto che con questi test forse avrebbe dato una mano ad alcuni problemi di coscienza e cultura dei genitori e dei dirigenti scolastici, ma non avrebbe certo aiutato gli studenti.
Oggi il quotidiano “La Nazione” ritorna con decisione sulla materia. Ne parla l'ex-assessore, oggi senatrice, Rosa Maria Di Giorgi, che si dice d'accordo con Gozzini (“i risultati dei test devono essere segreti”, sostiene la parlamentare). E, per fortuna di chi vuole informarsi, ne parlano anche alcuni studenti; tutti contrari, in linea di massima contro l'invasione del loro corpo e della loro testa.
Chi ha ragione? Gli studenti!. Perche' vogliono esser liberi di decidere di farsi le canne? Anche. Ma, per l'appunto: DECIDERE! Non necessariamente FARSI! Ed e' qui dove i pro-test sembrano eludere se stessi e il ruolo istituzionale che rivestono. Il fatto che questi studenti abbiano meno di 18 anni (quindi ufficialmente alle dipendenze di Stato e famiglia) non vuol dire che possono e devono essere considerati come animali da laboratorio. Certo, i nostri pro-test parlano di analisi volontarie, di risultati segreti e gestiti da scuole e famiglie. Ma fino a che punto e perche'? Forse non esistono i “ricatti” delle famiglie e delle scuole pur nell'ipotesi della segretezza? Negarlo e' far finta di essere in un film dove c'e' un ministero della Cultura giovanile, e dove lo stesso e' affidato a quell'Andrea Muccioli (il padre Vincenzo si rivoltera' nella tomba) di San Patrignano.
Il risultato di questa ipotetica scelta sarebbe piu' disastroso della realta' attuale. I ragazzi che vogliono, continuerebbero a farsi gli spinelli, con una molto possibile crescita di numero vista l'innegabile attrazione di qualunque giovane -e non solo- per il “proibito”. E in un contesto di maggiore pericolo di sicurezza individuale e pubblica. Gli spacciatori si farebbero piu' furbi e farebbero piu' affari. Tutti in attesa del prossimo ex-assessore con chissa' qualche altra proposta per cercare di calmare le proprie difficolta' paterne, o del prossimo politico che, non facendo nulla in merito, sosterra' qualunque cosa gli si proporra'.
Il problema esiste. E' ovvio. Ma non e' quello degli studenti a scuola. Questi ultimi sono solo lo specchio della societa' in cui vivono. Perche' non ci dovrebbe essere spaccio e consumo di droghe a scuola, visto che nel mondo “esterno” c'e' spaccio e consumo ovunque e che la droga proibita e' il maggior business della malavita, contro cui i cittadini-genitori di questi studenti -politici o meno che siano- fanno quasi nulla o poco, comunque inefficace?
Ecco perche' hanno ragione gi studenti intervistati dal quotidiano La Nazione. Quando chiedono di essere lasciati in pace perche' non sono altro che una componente di questa societa' dove la droga e' libera per scelta delle istituzioni. E chiedono solo maggiore informazione per cercare di ridurre un danno di cui loro non sono responsabili. Noi di Aduc -e non solo- crediamo che “maggiore informazione” sarebbe possibile e piu' efficace in un contesto di legalita' (vedi le campagne anti-tabacco, per esempio), ma questa nostra opinione e' interessante o siamo come quelli che qualcuno considera incoscienti solo perche' studenti con meno di 18 anni? Salvo poi, che a 18 anni e 1 giorno dovrebbero avere consapevolezza e cognizione di causa/effetto di cio' che prima era demandato ai loro tutori famigliari ed istituzionali?

Vincenzo Donvito, Aduc Droghe

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta – e non è ciò che credete

Sono ormai passati cent’anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta – e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch’io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c’è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c’è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato – e che di storia ne esiste un’altra, molto diversa, che aspetta ancora d’esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.

Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.

Ciò che ho imparato l’ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l’aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand’era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell’Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.

Avevo un motivo piuttosto personale per andare alla ricerca di tutte queste risposte. Uno dei miei primi ricordi da piccolo è stato quella di provare a svegliare un mio parente, senza riuscirci. Da allora mi sono rigirato in testa uno dei misteri essenziali della dipendenza – cos’è che fa sì che ci sia gente che diventa tanto ossessionata da una droga, o da un determinato comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Come si può fare per aiutare quella gente a tornare da noi? Crescendo, un altro dei miei parenti più stretti sviluppò una dipendenza da cocaina, e io iniziai un rapporto con una persona dipendente dall’eroina. In un certo senso la dipendenza per me era di casa.

Se tempo fa mi aveste chiesto quale fosse l’origine della dipendenza dalla droga, vi avrei guardato come degli idioti, e vi avrei detto: “Beh, la droga, no?”. Non era difficile da capire. Ero convinto di averlo esperito in prima persona. Siamo tutti in grado di spiegarlo. Supponiamo che voi e me, insieme ai prossimi venti passanti, stabilissimo di somministrarci per venti giorni di fila una droga veramente potente. Siccome queste droghe sono dotate di forti ganci chimici, se il ventunesimo giorno poi smettessimo, i nostri corpi finirebbero per bramare quella sostanza. Una bramosia feroce. Saremmo dunque diventati dipendenti da essa. Ecco che cosa significa ‘dipendenza’.

La teoria è stata in parte codificata grazie agli esperimenti compiuti sui topi – entrati nella psiche collettiva americana negli anni ’80 grazie a una nota campagna pubblicitaria di Partnership for a Drug-Free America. Potreste ricordarla. L’esperimento è piuttosto semplice. Mettete un topo in gabbia, da solo, con due bottiglie d’acqua. Una contiene solo acqua. L’altra anche eroina o cocaina. Quasi ogni singola volta in cui l’esperimento viene ripetuto, il topo finirà ossessionato dall’acqua drogata, e tornerà a chiederne ancora fino al momento in cui morirà.

La pubblicità lo spiegava così: “C’è solo una droga in grado d’indurre tanta dipendenza, e nove topi di laboratorio su dieci ne faranno uso. Ancora. E ancora. Fino alla morte. Si chiama cocaina. E a voi può fare lo stesso”.

Tuttavia negli anni ’70 un docente di psicologia a Vancouver di nome Bruce Alexander notò qualcosa di strano in questo esperimento. Il topo viene messo in una gabbia da solo. Non ha altro da fare che somministrarsi la droga. Che succederebbe allora, si chiese, se lo impostassimo diversamente? Così il professor Alexander costruì un ‘parco topi’. Una gabbia di lusso all’interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione delle palline colorate, il miglior cibo per roditori, delle gallerie nelle quali zampettare e tanti amici: tutto ciò a cui un topo metropolitano avrebbe potuto aspirare. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso, si chiedeva Alexander?

Nel ‘parco topi’ tutti ovviamente finivano per assaggiare l’acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ciò che successe in seguito fu sorprendente.

Ai topi che facevano una bella vita l’acqua drogata non piaceva. Perlopiù la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi tenuti soli e infelici ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente felice.

All’inizio pensai che si trattasse soltanto di una stranezza dei topi, finchè non scoprii che – nello stesso periodo dell’esperimento del ‘parco topi’ – c’era stato il suo equivalente umano. Si chiamava guerra in Vietnam. La rivista Time scriveva che fra i soldati americani l’uso di eroina era “comune quanto quello della gomma da masticare”, e che ce n’erano delle prove concrete: stando a una ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry circa il 20 per cento dei soldati americani in quel Paese erano diventati dipendenti dall’eroina. In tanti se ne sentirono comprensibilmente terrorizzati; convinti che alla fine della guerra in patria sarebbe rientrato un enorme numero di tossicodipendenti.

La verità è che circa il 95 per cento dei soldati che avevano sviluppato quella dipendenza – stando alla medesima ricerca – in seguito semplicemente non si drogarono più. In pochi furono costretti alla riabilitazione. Il fatto è che erano passati da una gabbia terrificante a una piacevole, per cui smisero di anelare alla droga.

Il professor Alexander ritiene che questa scoperta contesti in modo profondo sia il punto di vista destrorso, per cui la dipendenza non è che una questione ‘immorale’ generata dagli eccessi dell’edonismo festaiolo, sia quello liberal per cui la dipendenza è quel male che attecchisce all’interno di un cervello alterato dalle sostanze chimiche. Anzi, argomenta, la dipendenza è una forma d’adattamento. Non sei tu. È la tua gabbia.

Dopo la prima fase del ‘parco topi’ il professor Alexander portò avanti il test. Tornò a ripetere gli esperimenti originari, quelli in cui i topi venivano lasciati da soli e facevano compulsivamente uso della droga. Lasciò che ne facessero uso per cinquantasette giorni – una quantità di tempo sufficiente ad agganciarli. Poi li portò fuori dall’isolamento, collocandoli all’interno del ‘parco topi’. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere. Se le droghe in effetti s’impossessavano di te. Ciò che accadde risultò – ancora una volta – stupefacente. I topi mostravano qualche problema d’astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati (i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro).

Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Che senso aveva? Questa nuova teoria criticava in maniera talmente radicale ciò che ci era stato detto che sembrava non potesse esser vera. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso – a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.

Ecco l’esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v’investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell’eroina. Nell’ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l’eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L’eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Ragion per cui, se la vecchia teoria della dipendenza fosse valida – sono le droghe a causarla, perché fanno sì che il tuo corpo ne senta il bisogno – la conseguenza sarebbe ovvia. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l’ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato.

Ma ecco la cosa strana: questo praticamente non succede mai. Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi. La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d’ospedale.

Se siete ancora convinti – come anch’io un tempo – che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po’ come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un’unica fonte di consolazione a portata di mano. Il paziente d’ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. La droga è la stessa, l’ambiente però è diverso.

Questo ci fornisce un’intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa – il suono di una roulette che gira, o l’ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di ‘dipendenza’, e chiamarla piuttosto ‘legame’. Un eroinomane si lega all’eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient’altro.

Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano.

Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Così me l’hanno spiegato – puoi diventare dipendente dal gioco d’azzardo, e nessuno penserà mai che t’inietti un mazzo di carte in vena. Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d’azzardo anonimi di Las Vegas (col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati) e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato. Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono.

Di certo, però, ribattevo, le sostanze chimiche lo dovranno svolgere un qualche ruolo. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. L’ho scoperto leggendo il libro The Cult of Pharmacology, di Richard DeGrandpre.

Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni ’90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo – i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche (e letali) controindicazioni del fumo. Sarebbero stati liberi.

Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Ciò che però si scopre, ancora una volta, è che la storia che ci è stata insegnata sui ganci chimici come Causa della Dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all’interno di un mosaico più vasto.

Le implicazioni per l’ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest’enorme crociata – che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool – si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s’impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza. Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza – se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri – tutto questo non ha alcun senso.

Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona – ‘Tent City’ – dove per punirli per l’uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all’interno di minuscole celle d’isolamento in pietra (le chiamano ‘il Buco’). Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti – garantendone per sempre l’isolamento. L’ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo.

Esiste un’alternativa. Si può costruire un sistema concepito per aiutare i tossicomani a rientrare in contatto col mondo – lasciandosi la dipendenza alle spalle.

Non è teoria. Succede davvero. L’ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l’1 per cento della popolazione dipendente da eroina. Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Così decisero di fare qualcosa di drasticamente diverso. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione – coi propri sentimenti e con la società più ampia. Il passo determinante è quello di assicurargli un’abitazione stabile e un posto di lavoro sociale così da offrirgli uno scopo nella vita, e una ragione per alzarsi dal letto. Li osservavo mentre venivano aiutati all’interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe.

Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D’un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell’altro.

I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Lasciatemelo ripetere: l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel 2000, era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All’epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l’esempio del Portogallo.

Tutto ciò non riguarda solo i tossicodipendenti a cui voglio bene. Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E.M. Forster: “Mettetevi in contatto”. Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo – volgendo costantemente lo sguardo all’ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.

Lo scrittore George Monbiot l’ha chiamata “l’epoca della solitudine“. Abbiamo creato società umane all’interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d’ora. Bruce Alexander – l’ideatore del ‘parco topi’ – mi ha spiegato come per troppo tempo non abbiamo fatto altro che parlare della riabilitazione dell’individuo dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno di parlare oggi è la riabilitazione sociale – un modo per riabilitare noi tutti, insieme, dal male dell’isolamento che ci sta avvolgendo come una spessa coltre di nebbia.

Ma queste nuove scoperte non rappresentano esclusivamente una sfida politica. Non sono solo le nostre menti che c’impongono di cambiare. Ma i nostri cuori.

Amare un tossicodipendente è davvero dura. Quando guardavo alle persone dipendenti a cui volevo bene, una volta avevo sempre la tentazione di seguire i consigli di reality show come Intervention – intimando a chi aveva una dipendenza di mettersi in riga, o allontanandolo. Il messaggio era che un tossicodipendente che non è in grado di smettere dovrebbe essere rifiutato. È la logica della guerra alla droga, interiorizzata nel privato. E invece, come ho avuto modo di capire, ciò non fa che peggiorare la loro condizione – e potresti finire per perdere del tutto la persona. Quando sono tornato a casa ero determinato a tenermi stretto più che mai le persone dipendenti che facevano parte della mia vita – facendo loro capire che il mio amore per loro è incondizionato, cioè indipendente dal fatto che smettano o che non ci riescano.

Quando sono tornato dal mio lungo viaggio ho guardato in faccia il mio ex-ragazzo, in crisi d’astinenza, che tremava sul letto degli ospiti, e ho pensato a lui in maniera diversa. Da un secolo intoniamo canti di guerra contro i tossicodipendenti. Asciugandogli la fronte mi è venuto in mente che forse quello che avremmo dovuto fare in tutto questo tempo sarebbe stato cantargli delle canzoni d’amore.

Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States ed è stato tradotto dall’inglese all’italiano da Stefano Pitrelli.

Huffington Post: psichedelici contro depressione e suicidio

The new wave of research on the medical applications of psychedelic drugs has suggested that these substances may hold considerable promise as therapeutic interventions for a number of mental health conditions. And according to another new study, use of "classic" psychedelics -- psilocybin (magic mushrooms), LSD and mescaline -- may also be an effective suicide prevention measure. http://www.huffingtonpost.com/2015/01/22/psychedelic-research_n_6515268....

Ecco un libro interessante.......L'EROINA E' MERDA CHE SA DI VANIGLIA

 Io domani correrò in edicola a comprarmi questo libro...

comunque un'altr bellissimo è LA COLLINA di ANDREA DELOGU...
 
- L'EROINA E' MERDA CHE SA DI VANIGLIA :
 
Io camminavo per la strada, lui a fianco e sullo sfondo una chiesa vicino,
da tempo un uomo lui ed io poco piu' di un ragazzino.
Aveva fame e freddo dentro agli occhi
aveva l'odio per i ricchi e per le macchine dei poliziotti
entró nel giro da frichino con un paesano,
faceva gli affari con i grossi mentre io giocavo,
e quel campetto era il suo diversivo
ma io gli stavo appiccicato come un muro sta s'un adesivo
"Ma giá la gente ti conosce sai, e quando la gente parla troppo te ne
accorgerai"
gli dicevo, ma non mi ascoltava, era allerta,
e si ritirava come sempre con la sua lambretta.
Non passava giorno senza svolta in mano,
era un mio fratello, ma nemmeno mo' io mi fidavo
c'era molta folla nella via,
quando lasció la sua casa accompagnato dalla polizia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 
E quella notte non mi passó mai
ma é da quella notte che cominciarono i piú seri guai
le prese perché non ha mai parlato,
il suo silenzio era rispetto e nella strada fu alzato di grado.
Ed i suoi affari si allaraavano anche se fuori
cresceva l'invidia e crescevano i suoi traditori
perché si sa che quando uno sta a ruota non c'é scampo
e per qualche grammo ti fa anche lo scalpo
Dopo il sole il buio, tutto finiva come era iniziato
pera dopo pere e un po' di furti al suo vicinato
l'eroina é merda che sa di vaniglia
non sai piu' chi sei e dove sta la tua vera famiglia,
percio' rubava anche a sua madre e al padre, e anche a suo fratello
che sapeva ma non ha mai provato a trattenerlo
perché negli occhi gli vedeva amore, gli vedeva rabbia
presa da una spada eppoi rinchiusa in gabbia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 
Oramai affannato come un affamato lo incontravo per la strada
e non so nemmeno se mi riconosceva,
barcollando con la morte che gli stava appresso,
che prima o poi se lo portava ai piedi di un cipresso.
E gli sbirri lo lasciavano stare
perché gli sbirri sanno bene di che cosa si devono occupare
e qualche tossico fa pure bene, dá la forza
a chi usa le leggi dello stato e ingrassa la sua scorza.
E successe un po' di tempo fa,
che per risolvere dei soldi torno' a casa nella sua cittá
rientrava, si, ma con una pistola che stringeva in pugno
suo fratello lí e la madre chiusa in bagno
Davanti, sangue del suo sangue, carne di carne sua
che si guardavano negli occhi pieni di paura
"Qui non porterai via niente finché campo!"
Il silenzio prima, poi si é udito uno sparo dopo l'altro.
 
Io dico quel che so, parlo come sto
prova ad assaporare quello che racconto mo'
perché é cusci', questa é la storia di un dannato,
perché questa é storia di una razza che 'sta societá ha giá condannato.
Se giá lo sai, perché é come ho detto prima,
la mente si controlla quand'é veramente sovversiva.
La svolta d'ero é come un terno al lotto,
ed ogni volta che esce un numero ogni volta pensi che sei morto
e questo pezzo é dedicato a chi lo ha giá pescato
e a chi non mi puo' piú sentire perché é giá crepato.
a chi non guarda se lo guardo in faccia
ad un fratello di un fratello che per questo ha perso la pellaccia.
 
Cinque minuti ancora...
passa veloce come un colpo della sua pistola.
Cinque minuti per una storia...
 

Stupri nei campus Usa: una proposta per cacciare il lupo

Dietro la scintillante facciata dell’istruzione migliore al mondo, a suon di dollari da risarcire per molti anni ancora dopo la laurea, si nasconde un’insidia – non nuova – di cui si possono solo intuire le proporzioni (non esistono, ad oggi, dati certi). Si tratta delle violenze, molestie o stupri in piena regola, da cui devono difendersi le studentesse all’interno dei campus americani. Secondo le stime, circa il 25% delle donne subisce violenza sessuale durante gli anni del college.

Il fenomeno è complesso e smentisce la tesi secondo cui un’alta istruzione assicura una levatura morale. Uno dei principali fattori scatenanti – oltre al desiderio di conquista e supremazia dell’uomo nei confronti della donna – è il tasso alcolico durante le feste, in particolare, quelle organizzate nelle case delle Confraternite.

E’ di ieri un articolo apparso in prima pagina sul New York Times, dove viene proposto di dislocare le feste nelle case delle Sororities. In molti sostengono che dando alle ragazze il vantaggio di giocare “in casa”, si avrebbe la possibilità di feste più regolamentate.Una delle cause che portano a episodi di violenza durante le feste dai ragazzi, è che in un attimo si può essere condotte ai piani di sopra, direttamente nelle camere degli studenti. E’ più difficile sbattere fuori un compagno troppo insistente da casa sua, che non il contrario.

Si ipotizza che se le feste fossero in mano alle ragazze – bisognerebbe ovviamente cambiare il regolamento che da anni vieta la distribuzione di alcol all’interno delle associazioni femminili – ci sarebbe più senso di protezione; verrebbe garantito un livello di vigilanza messa in atto da soggetti prestabiliti e sobri.

Organizzando l’evento, le ragazze avrebbero inoltre il vantaggio di decidere cosa mettere dentro i punch serviti gratuitamente agli invitati. L’anno scorso alla Brown University (una delle otto facenti parti la Ivy League), una confraternita è stata chiusa dopo che ad una ragazza era stato servito un cocktail contenente Ghb, un sedativo conosciuto come droga da stupro. Nelle confraternite viene servito alcol anche a chi è già visibilmente ubriaco e – come sostiene una studentessa della George Washington – c’è la netta sensazione di entrare in un luogo dove “il leone è seduto in un angolo e osserva la gazzella arrivare”.

Resta innegabile il problema – intrinseco nella società americana, ma di rapida esportazione culturale anche altrove – dell’abuso di alcol.

Negli ultimi mesi, Emma Sulcowicz ha catalizzato l’attenzione sul problema, mettendo in atto un progetto efficace quanto immediato. In qualsiasi parte del campus si trovi, porta con sé il proprio materasso. L’iniziativa nasce come protesta nei confronti dell’università, la Columbia (un’altra della Ivy League), che ha deciso di non punire lo studente accusato di stupro da lei e altre due studentesse.

Sono numerosi, come spesso accade in altri frangenti, i casi che non vengono denunciati alla polizia; le donne dicono di provare un senso di colpa o vergogna e preferiscono affossare l’esperienza dentro una cavità remota della loro memoria.

In Italia, negli ultimi quindici anni, il consumo di alcool tra le adolescenti è raddoppiato, e sono molti gli studi che evidenziano il legame stretto tra alcol e aggressioni sessuali.

Le donne si sono appropriate della libertà di divertirsi come più gli garba, bevendo e allentando quelle briglie a lungo troppo strette, ma il lupo della fiaba se ne rimane a piede libero, sotto le mentite spoglie di un mite compagno di scuola.

 www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/22/stupri-nei-campus-usa-una-proposta-per-cacciare-il-lupo/1360712/

Contenuto Redazionale "Le dipendenze patologiche, Clinica e psicopatologia" di V. Caretti - D. La Barbera, Cortina Editore

Il volume raccoglie i contributi dei principali ricercatori italiani sulle più attuali forme di dipendenza - dalle nuove droghe alle dipendenze sessuali e al cybersesso, dal gioco d'azzardo compulsivo alle dipendenze tecnologiche -, con una particolare attenzione agli aspetti clinici e psicopatologici. I singoli capitoli prendono in esame le varie tipologie della dipendenza, indagate sotto il profilo dei sintomi, del decorso e dei possibili interventi terapeutici. Vengono inoltre approfonditi gli aspetti evolutivi, al fine di chiarire le cause dei differenti disturbi comportamentali.

Gli autori

Vincenzo Caretti insegna Psicopatologia dello sviluppo presso il dipartimento di Psicologia dell'Università di Palermo. Con N. Dazzi e R. Rossi ha curato l'edizione italiana del "DSM-IV. Guida alla diagnosi dei disturbi dell'infanzia e dell'adolescenza" (Milano, 2000).

Daniele La Barbera insegna Psicologia clinica presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell'Università di Palermo.

Contenuto Redazionale El observatorio de drogas del ‘Doctor X’

 

El experto en drogas Fernando Caudevilla cerca del centro de salud en que trabaja. / SANTI BURGOS,

El Pais, sociedad.elpais.com/sociedad/2012/08/25/actualidad/1345903587_168033.html

Fernando Caudevilla es un facultativo experto en drogas que navega a contracorriente. Su discurso se aleja del de muchos otros médicos, y por eso recibe consultas de los consumidores de drogas. Hace dos meses una mujer de 57 años con cáncer de pulmón le pidió consejo. La señora había probado con la marihuana para evitar los vómitos que le producía la quimioterapia, le iba bien, pero no sabía si debía seguir consumiendo. Su oncólogo no se pronunciaba. “Quería la opinión de un médico, pero sin juicios morales”, explica Caudevilla cerca del Centro de Salud Puerta Bonita, en Carabanchel, Madrid, donde está realizando una suplencia este verano. El médico madrileño, de 38 años, informó a la mujer de los pros y los contras de su consumo y le dijo que, en caso de que decidiera seguir con la marihuana, usara un vaporizador en vez de fumarla.

A Caudevilla ya se le conoce como el Doctor X . Así le han bautizado en Energy Control, la organización con la que colabora desde hace 12 años. El apelativo, que surgió como una broma —equis es como popularmente se denomina al éxtasis, droga de diseño—, ha acabado dando nombre al consultorio online que mantiene en la web de este colectivo. Allí, los consumidores de drogas le plantean sus dudas.

Energy Control, proyecto de la ONG Asociación Bienestar y Desarrollo, es una plataforma que colabora con el Plan Nacional sobre Drogas y que trabaja en el análisis de las sustancias y en la reducción de riesgos. Su labor se desarrolla en la primera línea, por lo que suelen ser los primeros en enterarse de los cambios que se producen en el mercado. Instalan puestos en fiestas, raves y festivales para que la gente que se dispone a consumir drogas pueda obtener información in situ de qué es lo que va a tomar. En su sede de Barcelona, además, cuentan con un laboratorio en el que analizan muestras que les llevan los consumidores. Energy Control no está a favor ni en contra del consumo; asumen que este se va a producir y, por tanto, procuran ofrecer la máxima información posible al usuario.

El llamado Doctor X es médico de familia y colabora con la Sociedad Española de Medicina Familiar y Comunitaria (Semfyc). Coautor de un estudio sobre la droga 2C-B publicado en la revista científica Journal of Psychopharmacology, ya ha podido comprobar, con sus compañeros de Energy Control, que este verano han vuelto con fuerza las pastillas de éxtasis, un fenómeno que se viene registrando en el último año y medio. “El éxtasis que circula ahora es más potente”, asegura. “Se vuelven a ver pastillas con dosis medias elevadas. Contienen entre 80 y 120 miligramos de MDMA [metilendioximetanfetamina]”. Es decir, si uno consume la misma dosis que hace dos años, tiene más probabilidades de entrar en niveles que implican toxicidad. Tras dos años con gran presencia de cristal (MDMA en polvo), reaparecen las pastis. Entre otras cosas, porque es menos fácil adulterarlas.

Aàrecen nuevas drogas en el mercado como la metoxetamina

Aparecen nuevas legal highs, esas drogas que nadan en el limbo de la alegalidad y que se adquieren por Internet. Sustancias que son fruto de experimentos de laboratorio, no probadas en humanos, y que para cuando son detectadas e ilegalizadas por las autoridades europeas han sido sustituidas por una nueva versión de la que se ha modificado algún componente.

Entre ellas, la metoxetamina, droga similar a la ketamina, que produce, a dosis bajas, una ligera sedación y euforia; y cannabinoides sintéticos como el JWH-250 y el JWH-021. “Potencialmente, estas drogas son mucho más peligrosas que la cocaína, el éxtasis y el cannabis, que conocemos desde hace 80 años. Pasan directamente de la probeta a la pista de baile, y en cualquier momento, aparece una sustancia rara, y mueren cinco personas”, explica. “La solución de siempre, que es ilegalizarlas, no sirve de nada: a la siguiente semana sale otra que es aún más desconocida”.

La otra tendencia que se mantiene es la adulteración de la cocaína con levamisol, un antiparasitario que debilita las defensas y genera un descenso de los glóbulos blancos y problemas en la piel: entre el 50% y el 70% de las cocaínas están adulteradas con esta sustancia (algunas en un 10%; otras, en un 50%), asegura.

Caudevilla, que tiene previsto abrir una consulta en Madrid en otoño, recibe todo tipo de preguntas en su consultorio online de Energy Control. Entre las más frecuentes: compatibilidad de uso cuando se toman otros medicamentos; posibilidades de detección del consumo en análisis rutinarios; e interacciones entre anticonceptivos y drogas.

Contenuto Redazionale "Così cerchiamo di ricostruire le nostre vite devastate dal gioco"

Jacopo Storni, Corriere dell Sera

Monteroni D’Arbia (Siena) - Hanno perso tutto: la casa, la macchina, il lavoro, gli affetti. Hanno perso la fiducia dei familiari, hanno perso mogli e mariti, nessuno crede più a quello che dicono. Qualcuno di loro ha tentato il suicidio. E allora si giocano l’ultima carta. Non certo quella del gioco, che li ha ridotti sul lastrico, ma quella della salvezza. Per molti di loro l’asso nella manica si chiama Orthos, la prima ed unica casa d’accoglienza in Italia per dipendenti da gioco d’azzardo. Si trasferiscono qui per tre settimane, qualcuno per molto di più. Mangiano, vivono, lavorano e dormono qui. C’è chi lo chiama l’albergo dei ludopatici, è una comunità residenziale per giocatori d’azzardo, un podere incantevole fuori dal mondo, incastonato tra i vigneti e gli uliveti della campagna senese, nel Comune di Monteroni d’Arbia. 

Qui i ludopatici tentano di cambiare vita. Via il computer, incubatore di tentazioni, via il telefonino, dove chiamano spesso i debitori, via i collegamenti col mondo esterno. Si ritorna alla terra, alla vita nei campi, al sapore delle cose semplici. “Tentiamo di riscoprire il piacere della natura, di un libro, della musica e della relazione con l’altro, tutte cose che sono state perdute e che hanno comportato la caduta negli abissi del gioco, che spesso è causato da perdite o mancanze affettive ed è portatore di gravi crisi esistenziali”. Lo psichiatra Riccardo Zerbetto è il direttore di Orthos. Ha ristrutturato di sua iniziativa questi casolari grazie al contributo dell’assessorato al sociale della Regione Toscana. Crede molto nell’unicità di questo progetto: “Il trattamento ambulatoriale dei Sert spesso non è sufficiente perché i giocatori non riescono mai a staccarsi completamente dalle tentazioni materiali del gioco”. Il lavoro nei campi comprende potatura delle piante, taglio della legna, raccolta delle olive e produzione di olio. 

 

A tutto questo viene affiancato un intensivo programma terapeutico: sedute psicologiche di gruppo, incontri personalizzati, tecniche di drammatizzazione delle emozioni negative. E poi disegni di gruppo in cui raffigurare le paure inespresse, meditazione, passeggiate nel bosco e letture collettive. E ancora: il pranzo tutti assieme, i turni in cucina e nelle pulizie. Vite da condividere. Nella comunità non ci sono cuochi e non ci sono colf, gli ospiti autogestiscono la loro permanenza e questo, a detta dei responsabili, è assolutamente terapeutico. “Proviamo a riconsiderare e ricostruire l’esistenza dei nostri ospiti, questa esperienza è l’occasione per intervenire su quei fenomeni compulsivi e ossessivi che interferiscono con la capacità di regolare i propri impulsi e di realizzare un soddisfacente progetto di vita”. Gli ospiti sono seguiti da dodici operatori specializzati tra psicologi, psichiatri e psicoterapeuti. Quando i pazienti arrivano in questo casolare, non hanno più niente da perdere. “Avevo una casa e me la sono giocata, avevo una macchina e me la sono giocata. Mia moglie mi ha messo alla porta”. E allora Andrea, dopo 500mila euro buttati nel vortice dell’azzardo, è arrivato quassù, dove ha incontrato Francesco, 1 milione di debiti con l’ippica, padre di una figlia che neppure conosce: “Non conosco mia figlia, non so quali siano i suoi gusti, quali siano le materie scolastiche che preferisce. Grazie a Orthos ho conosciuto me stesso e anche i miei familiari. Prima ero un fantasma, vivevo soltanto per le corse dei cavalli, non lavoravo, non parlavo con nessuno, non curavo il mio corpo. Adesso finalmente ho una vita sociale”. Storie simili e così diverse. Avvocati e operai, ingegneri e disoccupati. 

 

Tutti possono cadere nella spirale del gioco, chiunque può arrivare a Orthos. Giovani e anziani, uomini e donne, come Angela: “Tutti i week end li trascorrevo alle slot machine. Entravo al casinò all’ora di cena e uscivo alle 5 della mattina successiva. Oppure al bar, la sera e anche la mattina per colazione. Quelle ore davanti alle slot, così piene di colori e false emozioni, erano gli unici momenti della giornata in cui mi sentivo bene. Orthos mi ha permesso di attribuire un valore diverso ai soldi, mi ha insegnato a stare con gli altri, a capire perché sono arrivata a buttare tutti i miei risparmi nel gioco. Mi riempivo la vita di azzardo perché ero vuota in tutto il resto, rifiutavo i sentimenti e su questo ha inciso pesantemente la mia infanzia, quando per due anni di fila sono stata abusata”. Anime alla deriva, stritolate dal gioco, persone che hanno perso qualsiasi etica e razionalità: “Rubavo l’incasso del ristorante a cui lavoravo per andare a giocare alle slot e alle Vlt (Video Lottery Terminal ndr),” racconta Paolo. Gli fa eco Francesco: “Chiedevo prestiti a mia moglie raccontandole che mi servivano per pagare i fornitori della mia azienda. I miei familiari non sapevano che invece mi servivano per giocare. Per nove anni ho fatto una doppia vita”. Nella comunità di Orthos ci si mette a nudo raccontando se stessi, si fanno i conti con il proprio passato, si ride ma soprattutto si piange, ritornano a galla gli scheletri del passato. Si intrecciano storie drammatiche e traumi sotterrati. Dice Lorenzo, uno dei giocatori passato da questa comunità: “Forse dovevo proprio toccare il fondo… quasi morire… per poter rinascere”.

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