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valium
5 Settembre, 2008 - 09:40 da AnonimoVALIUM E' LA NUOVA EROINA, 2 MLN PILLOLE SEQUESTRATE IN GB DA LUGLIO 2006 A GIUGNO 2008, CONSUMO IN AUMENTO FRA TOSSICODIPENDENTI Roma, 3 set. - (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Il Valium e' la nuova eroina. La carenza della droga sul 'mercato', e la qualita' sempre peggiore di quella disponibile, ha spinto i tossicodipendenti a cercare un'alternativa, subito trovata nel tranquillante. Il farmaco viene assunto anche insieme a grosse quantita' di alcol o con il metadone, per vincere la dipendenza dal crack. Lo rivela un'indagine della britannica DrugScope. Il consumo di Valium - si legge sul Telegraph - e' aumentato in 15 delle 20 citta' oggetto d'indagine e ben 2 milioni di pillole sono state sequestrate da polizia e autorita' locali da luglio 2006 a giugno 2008.
canapa contro le malattie
2 Settembre, 2008 - 01:56 da AnonimoItalia/Gb. Cannabis vs. stafilococco: piu' efficace dei medicinali
Secondo dati, preclinici, pubblicati nel Journal of Natural Products, la somministrazione dei cannbinoidi naturali ridurrebbe la diffusione di alcuni batteri resistenti alle medicine, tra cui lo stafilococco aureo (MRSA).
Ricercatori dell'universita' del Piemonte Orientale e dell'Universita' di Londra rivelano che le proprieta' antibatteriche di cinque cannabinoidi: thc, cbd, cbg, cbc, cbn, possono essere usate per combattere alcuni virus resistenti alle medicine.
"Tutti questi componenti hanno rivelato una potente attivita' antibatterica", ha dichiarato uno dei ricercatori, ed inoltre sarebbero eccezionalmente resistenti contro EMERSA-15 e EMERSA-16, uno dei piu' potenti virus di stafilococco presenti nelle strutture sanitarie inglesi. "Anche se l'efficacia dei cannabinoidi necessita di ulteriori test, sembra positivo il loro utilizzo per ridurre la proliferazione di alcuni stafilococchi. La cannabis sativa e' una fonte interessante per combattere questi batteri".
Secondo una ricerca pubblicata nel 2007 nella rivista Journal of the American Medical Asosociation, ogni anno lo stafilococco provoca oltre 18 mila decessi ospedalieri.
Ma al nord drogarsi serve soprattutto per sopravvivere
1 Settembre, 2008 - 10:29 da Anonimoil manifesto del 31 Agosto 2008
DIPENDENZE
Ma al nord drogarsi serve soprattutto per sopravvivere
Nei cantieri come negli uffici aumenta l'uso di sostanze stupefacenti
Marco Dotti
Il fatto che il nord sia diventato - e non da ora - una sorta di centrale di smistamento e riciclaggio a cielo aperto per soldi sporchi, ex funzionari socialisti, droghe vecchie o nuove e rifiuti tossici, non è un mistero per nessuno. Salvo poi accorgersi, quando davvero si prova a guardare dentro la fantomatica «parte produttiva» del paese, che le cose non sono né così semplici come la vulgata bipartisan vorrebbe far credere, né così felici come ci si potrebbe aspettare da un contesto sociale ed economico dove Pil, consumi e reddito pro capite - dati alla mano - sono quasi il doppio rispetto a quelli del resto d'Italia.
Che al nord le cose "funzionino" sarebbe invece comprovato - stando alle parole della chiassosa minoranza di «giovani imprenditori» che, dal loft del Pd ai consigli di amministrazione delle aziende municipalizzate, si levano all'unisono - dall'efficienza dei protocolli ospedalieri, da vecchie strade e nuove autostrade intasate ma esistenti, dai cartelli delle «Grandi Opere» che da anni fanno bella mostra di sé noncuranti degli scempi e delle devastazioni che si apprestano a provocare, dalle file di capannoni vuoti finanziati dalla Tremonti bis, e soprattutto dalla piccola e media impresa che prospera, paga le tasse, sfrutta ma in fin dei conti "produce". Sono in molti a ripeterlo, incuranti della retorica e della malafede: è a questa parte del paese che ci si deve uniformare per qualità del lavoro, trasparenza della pubblica amministrazione e, soprattutto, efficienza dei servizi, poco importa se malgestiti da cooperative bianche o peggio ancora da privati. Eppure basterebbe guardare di tanto in tanto in basso o viverci, in questo nord tanto etereo e indistinto che rischia di essere confinato alla vuota geografia mentale dei nuovi Metternich di Pdl e Pd giosamente uniti, per comprendere che le cose non funzionano per nulla. Basterebbe osservarlo da vicino per capire che in queste, come in altre regioni «produttive» d'Europa, non sempre la disperazione si colora di nero, ma assume le tinte caleidoscopiche e sgargianti dell'indebitamento al consumo, dell'edonismo spicciolo e di una tossicomania dilagante che ha trasformato il fenomeno «droga» in un vero e proprio rischio sociale, non solo e non tanto per il «consumatore», ma soprattutto per chi anche casualmente gli si trova accanto, per strada o sul posto di lavoro.
Statistiche, in questo campo, è difficile e forse anche inutile farne ma stando a neppure troppo recenti proiezioni delle polizie locali, nel bresciano su dieci persone che si apprestano a mettersi al volante, almeno sette sono o sono state nelle precendenti ventiquattro ore sotto effetto di sostanze psicotrope, cocaina in testa. Il dato è interessante, ma ancora una volta si corre il rischio di considerare il fenomeno come una patologia in seno al sistema e non come una deriva patologica del sistema stesso. La tendenza delle autorità, in casi simili, è quella di incrementare oggi i controlli sulle strade con il Rapiscan o altri strumenti, provando domani a introdurli nelle scuole e, se non troppo controproducente per le alte dirigenze, anche negli uffici pubblici e in quelli di selezione del personale.
Senza bisogno di dati, affidandosi a un più sicuro livello empirico, sono però in molti e non solo nel bresciano, a chiedersi tutte le mattine mentre escono di casa per recarsi al lavoro, da chi e come dovranno guardarsi le spalle e se riusciranno a riportare a casa la pelle (non è ancora chiaro, ad esempio, quanti fra i numerosissimi infortuni sul lavoro specie nell'edilizia lombarda abbiano come concausa le disattenzioni di colleghi, disattenzioni frutto di alterazione da alcool o altre sostanze). L'uso di «dopanti» è diventato un fenomeno endemico e strutturale, un adattamento artificiale agli altrettanto artificiali ritmi produttivi e di vita imposti dalla flessibilità dei nuovi modelli imprenditoriali e dalla conseguente riorganizzazione sul piano del lavoro. Resta quanto meno da chiedersi - al di là della oramai invecchiata contrapposizione tra repressione e «riduzione del danno» - che ne sarebbe di città come Brescia, Treviso o Milano, dei loro uffici, delle loro piccole imprese e dei loro tanto decantati modelli se all'improvviso si bloccassero il traffico o il consumo di droghe di ogni sorta. In un suo libro ingiustamente passato sotto silenzio, No drugs, no future. Le droghe nell'età dell'ansia sociale, pubblicato da Feltrinelli nel 2004, il sociologo Günter Amendt offriva una prima, per nulla paradossale, risposta al problema.
Il sistema socioeconomico nel suo insieme, sosteneva Amendt, semplicemente si bloccherebbe. Schiere di lavoratori indefessi e di manager inflessibili, chirurghi insonni e manovali stakanovisti, autisti e direttori di banca si ritroverebbero alle prese con una congerie di problemi esistenziali e, probabilmente, aumenterebbero drasticamente le prescrizioni mediche di ansiolitici e antidepressivi e si arriverebbe al collasso della spesa sanitaria. Per quanto drammatica, la previsione di Amendt non fa una piega. Da un lato, lo Stato non può, per naturale vocazione altrimenti imploderebbe, aprire troppo le magli dei divieti e autorizzare deliberatamente il consumo, dall'altro senza questa forma di automedicazione e di autoprescrizione che alimenta il mercato informale quasi nessuno nel paradiso del nord saprebbe più reggere l'urto di un sistema di lavoro che, non solo nei ritmi diretti ma anche in quelli indiretti imposti alla vita familiare e coniugale, si presenterebbe col suo vero volto. Non guardare quel volto, almeno per ora, sembra convenire un po' a tutti.
Denver
28 Agosto, 2008 - 12:10 da AnonimoDal sito della CBS, una notizia poco nota in Europa: Denver voters passed a resolution in 2005 that made the city the first in the country to legalize marijuana (less than 1 ounce - 28 g - for adults).
Per coltivare e vendere la cannabis in California si va all' università
21 Agosto, 2008 - 10:52 da Anonimodi PAOLO PONTONIERE, La Repubblica
SAN FRANCISCO - Si chiama Oaksterdam University ed è la prima università americana dove si insegna come coltivare e commercializzare la marijuana. Questa settimana, un po' in anticipo sulle istituzioni di alta educazione tradizionali, ha festeggiato i suoi primi 160 laureati. Il deus-ex-machina della Oaksterdam University è Richard Lee, un passato da pusher ad Oakland, una cittadina della Bay Area di San Francisco.
Fattosi accademico, dopo aver appreso che ad Amsterdam c'erano addirittura scuole che insegnavano come trasformare la sua attività in un'impresa commerciale con tutti i crismi, Lee ha fondato la sua università. E non certo per sete di denaro. Al contrario. In fondo lui l'erba la coltivava da oltre un decennio senza essere mai finito nei guai. A spingerlo a trasformarsi in educatore è stato il desiderio di aiutare coloro che soffrono di mali incurabili o di afflizioni che causano disturbi del sistema digerente.
Sì, perché grazie alla Proposizione 215, una legge imposta 12 anni fa da un referendum popolare, in California è possible coltivare legalmente marijuana con l'intento di distribuirla a pazienti muniti di ricetta medica. Così nel corso dell'ultimo decennio nello Stato americano sono fioriti un po' dappertutto quelli che la gente chiama i Club dell'Erba, i 'Pot Club'.
Fondati il più delle volte da attivisti che si battono per la legalizzazione della marijuana, i Club oltre ad aiutare migliaia di pazienti che soffrono di malattie che vanno dalle caterratte all'Aids (in quest'ultimo caso l'erba è molto efficace nel restituir loro un minimo di appetito) i sono trasformati anche in un un vero e proprio business.
Cinquecento sono correntemente i 'Pot Club' che operano in California e, secondo dati resi noti dall'uffico delle statistiche del governo, generano profitti annuali che si aggirano tra gli 870 milioni e 2 miliardi di dollari. La cifra è ovviamente solo frutto di stime perché, dal momento che operano prevalentemente come club privati, i circoli non sono tenuti a pubblicare i loro bilanci.
Uno dei problemi maggiori, nella battaglia senza fine tra i proprietari dei Club e le autorità federali, è però quello del rispetto dei mandati della 215, che sono abbastanza complessi dal punto di vista normativo, come quando si parla del quantitativo d'erba commerciabile legalmente: le regole prevedono per esempio delle variazioni nel numero di piante che possono essere coltivate a seconda che si tratti di un'azienda individuale, di un club privato o d'una cooperativa.
Ed e proprio approfittando della violazione di questi mandati che i federali possono intervenire chiudendo i club, sequestrando l'erba e non di rado arrestando anche i proprietari. Di qui l'idea di Lee di istituire un regolare corso di studio, che non solo rilasciasse una laurea in "Scienza agricola della coltivazione della marijuana" ma che ai futuri imprenditori, oltre all'arte di crescere la marijuana, insegnasse anche come interpretare al meglio le leggi che regolano il settore.
Così oltre alle lezioni con l'esperto di orticultura, nelle quali si discute di contenuto percentuale di cannabinolo, di alcalinità dei terreni, di esposizione al sole, di rendimento per acro e variazioni genetiche della pianta, i futuri erbicoltori imparano come mantenersi nei limiti di legge. Casomai sfruttando anche le contraddizioni e le lacune legislative a loro vantaggio. La 215 stabilisce per esempio che un individuo non può superare un certo numero massimo di piante coltivabili, ma quando si tratta di una cooperativa il numero delle piante può essere moltiplicato per il numero dei suoi componenti. Inoltre il numero di piante coltivabili, o il quantitativo di erba distribuibile, varia di contea in contea. Così se a San Francisco le piante che è possibile far crescere sono 12 a persona, a Oakland e Los Angeles sono invece 72. L'imprenditore accorto capirà dove conviene aprire la sua attività.
Gli aspetti legali dell'attività commerciale vengono illustrati da due principi del foro californiano, Chris Conrad e Laurence Lichter, esponenti storici del movimento statunitense per la legalizzazione delle droghe leggere. Il corso di orticoltura viene invece tenuto da Ilia Gvozdenovic, un coltivatore della contea di Marin, ed è tra i più popolari. Secondo Danielle Schumacher, rettrice dell'università, l'ha frequentato di sicuro anche qualche agente della DEA (l'agenzia federale anti-droga) in borghese. Al costo di 200 dollari per corso, i libri incidono per 72 dollari, l'iniziativa della Oaksterdam University sta riscuotendo un notevole successo, tanto che la scuola questo mese aprirà una sede anche a Los Angeles.
Philip K. Dick e la droga, quando le definizioni oscurano la vista
19 Agosto, 2008 - 10:51 da Anonimo< http://www.fantascienza.com/magazine/notizie/9088/ >
Dick, la droga; è ancora difficile, venticinque anni dopo la morte di Phil, prendere le distanze dalla tentazione di attribuire alle sostanze la sua caleidoscopica ed irrefrenabile fantasia
Le celebrazioni del 25° della morte di Philip K. Dick ripropongono i preconcetti interpretativi che hanno da sempre condizionato la lettura dei suoi migliori romanzi.
Uno tra i primi articoli di questa settimana “calda” per la commemorazione dickiana compare su La Stampa, per la firma di Ruggero Bianchi (Dick, il Messia della fantascienza, in La Stampa del 26-02-2007, pagina 35). La gioia per la presenza dell’importante tributo, un articolo ben scritto e di notevole profondità, è in parte turbata dalla frustrazione provata nel leggere per l’ennesima volta il nome di Dick legato all’LSD. In particolare colpisce, nell’articolo di Bianchi, una citazione enfatizzata dal corpo maggiore: "vita spericolata — si drogava con gli allucinogeni e si dichiarava 'visitato' da enigmatiche 'presenze'".
Il primo a strumentalizzare il tema della droga nei romanzi di Dick fu Harlan Ellison, curatore dell’antologia Dangerous Visions, in cui compariva un racconto di Dick (La fede dei nostri padri, 1967). Dick sosteneva di non aver mai scritto romanzi sotto l’influenza di acidi, e che quella di Harlan fosse solo una trovata per accattivarsi le simpatie della controcultura dell’epoca (vedi a proposito Lawrence Sutin, Divine invasioni, la vita di Philip K. Dick pag. 188).
Non certo restio a dichiarare la propria dipendenza dalle amfetamine, droga subdola e capace di rovinare per sempre la sua salute e molti dei suoi rapporti personali, Dick negava risolutamente di avere simpatia per gli allucinogeni, e tanto più negava di affidarsi alle loro virtù psichedeliche per comporre i suoi romanzi.
Ma la riflessione che dovremmo fare è un’altra.
Kurt Cobain eroinomane, Alessandro Manzoni agorafobico, Dick strafatto di amfetamine (e non di acidi); tendiamo spesso a definire sbrigativamente il talento di alcune persone attraverso le loro difficoltà personali, traumi, nevrosi e dipendenze. Ma se fossero davvero queste le cifre della loro genialità, se davvero gli acidi avessero dettato le canzoni di John Lennon o La penultima verità di Dick, allora dovremmmo avere migliaia di opere d’arte come Strawberry Fields o Le tre stimmate di Palmer Eldritch.
Purtroppo non è così; purtroppo nel definire Dick attraverso la sua dipendenza dalle droghe tralasciamo di ricordare che di persone con dipendenze ce ne sono milioni, di autori geniali pochissimi, di Philip uno solo.
Autore: Alessandro Conti - Data: 28 febbraio 2007
Quel liquore è diverso, sa di hascisc
18 Agosto, 2008 - 10:54 da Anonimodi MAURO LISSIA, La Nuova Sardegna
CAGLIARI. Liquore cannabino, pastiglie di cannabis, semi Nirvana: prodotti alternativi, come i locali dove si consumano. Sabato scorso i carabinieri del Nas sono entrati al Dream Planet di Cagliari in via Bellini e al Purple Haze di Carbonia in via Gramsci per sequestrare le scorte. Hanno portato via 22 confezioni di ‘Swiss cannabis pastilles’, 19 di semi e 15 bottiglie di liquore.
E’ un’operazione nazionale, disposta dal comando di Roma dopo le analisi sui prodotti della catena Smartshop eseguite all’istituto superiore della sanità. Contengono una bassa concentrazione di cannabis, quindi per il ministero della salute non possono circolare: la legge lo vieta.
Ora saranno compiuti accertamenti sui responsabili dell’importazione. Ma mentre l’Arma bracca i cultori della canapa indiana in tutta Italia, su Internet si vende marijuana e i suoi derivati come fosse latte in polvere. Perchè se le norme italiane sull’uso e sul commercio dell’erba sono ancora restrittive, in altri paesi d’Europa come Inghilterra e Olanda il tetraidrocannabinolo - principio chimico attivo della ‘maria’ - è considerato dai ricercatori un farmaco antidepressivo. Risultato: il servizio sanitario nazionale lo approva e ne autorizza la vendita. Per questo i prodotti industriali a base del vegetale proibito circolano liberamente sulla rete telematica insieme alle istruzioni per una fruttuosa coltivazione domestica. Trovare quanto serve è un gioco da ragazzi: basta digitare la parola cannabis su un qualsiasi motore di ricerca. Oppure andare su Cannavista.it, un indirizzo per specialisti che non vogliono perdere tempo. Vengono fuori menu sterminati collegati a siti informatissimi: Cannatrade, Hempatia, Sanapianta, Semitalia, passando per Nirvana, Vox Pop, Free Cannabis, Elephantos, Little Amsterdam. C’è solo il classico imbarazzo della scelta: su Effetto Serra si può acquistare tutto l’occorrente per metter su una piantagione indoor di canapa indiana, così come sul più esplicito Coltivare Marijuana sono ordinabili fertilizzanti, contenitori e lampade specifiche. Nelle offerte invernali il sito Alluce Verde propone una serie di kit semplici che partono da 120 euro per salire fino al sistema ‘idroponico’ completo Cube (689 euro), una sorta di scatola ventilata, riscaldata e illuminata opportunamente dove le piantine di cannabis, assicura la pubblicità, crescono rapidamente e in perfetta salute grazie alla presenza del «bulbo al sodio». Sempre che le prescrizioni degli esperti vengano rispettate a puntino: «Per ogni pianta di marijuana avrai bisogno di almeno ventimila lumen - è la raccomandazione - che corrispondono a 200 watt se utilizzi lampade hps o serie agro». L’erba ama la luce, ma bisogna stare attenti anche al ph, al livello di umidità, alla temperatura. Sbagliato lesinare sul substrato: i siti specializzati consigliano argilla espansa, lana di roccia e perlite. Insomma: trasformarsi in provetti coltivatori di cannabis sembra piuttosto semplice grazie al materiale informativo che abbonda sulla rete e che chiunque è libero di consultare da casa, come un qualsiasi sito di web-commerce.
Naturalmente si possono acquistare anche i prodotti pronti all’uso, roba da consumare subito: è vero che nella navigazione è facile imbattersi nelle spettrali schermate della Polizia postale - ‘Sito sottoposto a sequestro per decreto del gip...’ - ma basta insistere un po’ per trovare aggiornatissimi negozi online dov’è semplice ordinare in pacchi anomimi ogni delizia a base di cannabis. Su Palatifini.it una confezione da trenta ‘Swiss Cannabis Pastilles’ si compra a due euro e mezzo, su e.Bay la stessa prelibatezza può toccare i sei-sette euro, più del prezioso assenzio. Una bottiglietta da venti centilitri di cannabino, un liquore a base di alcol e cannabis, costa appena tre euro e mezzo: si può scegliere anche il colore dell’imballo e nello stesso sito sono disponibili sistemi di coltivazione con vasi e accessori insieme a vaporizzatori, cartine, filtri, narghilè, pipe, bong e chillum. Non mancano i semi da collezione e l’abbigliamento adatto all’uso: la t-shirt ‘Petro-Cannabis’ costa venti euro.
Nel settore libri e cultura il catalogo menziona fra le opere consigliate ‘Campa cavallo che l’erba cresce’, ‘L’erba di Carlo Erba’, il manuale gastronomico ‘In cucina con Maria’ e per gli appassionati di religioni alternative ‘The Cannabible’. Alla voce psichedelia svetta il volume ‘Funghetti’, mentre ‘Animali psicoattivi’ descrive prevedibilmente le reazioni allo stono riscontrate in cani e gatti. Fra le bevande energizzanti la scelta è vasta: Bomba rossa e Bulldog le più richieste. Per la categoria stonati ma belli non manca la cosmetica raffinata: dall’olio puro di canapa alla crema viso idratante. Per lui l’emulsione dopobarba canapa, per lei il balsamo per le labbra al delicato profumo d’erba. Della serie: un bacio che stordisce.
My Amy
14 Agosto, 2008 - 08:32 da AnonimoMark Everett è l’anima di una stimata rock band americana - gli Eels - che ha appena scritto un libro sulla sua vita e sulla sua famiglia, entrambe piuttosto incasinate. A un certo punto si chiede come mai da ragazzino gli piacessero tanto Elvis e John Lennon, idoli di una generazione precedente la sua, e si risponde riflettendo che nelle loro canzoni si sentivano sempre un’insicurezza, una fatica di vivere e trovarsi, che sono sempre più rare tra i cantanti e le band di successo negli ultmi decenni, “tutti sempre concentrati a mostrare di essere cool”, sicuri di sé, col mondo in pugno.
La storia di Amy Winehouse è impressionante anche per questo: perché sembrava non fossero più tempi di rockstar belle e dannate, di successi e tormenti assieme, di sesso-droga-e-rock’n'roll. Il personaggio più popolare del rock in queste settimane è un biondino perbene - Chris Martin dei Coldplay - che sta felicemente con un’altra biondina da anni (Gwyneth Paltrow) e non si è mai messo in un guaio uno. Per dire.
E poi arriva Amy, e la fotografano sempre più strafatta, e non va alle premiazioni, e abbandona i concerti, e la arrestano, e intanto vende milioni di dischi ma non sembra in grado di goderne.
Ora i suoi medici le hanno detto che rischia la vita, a continuare così. È quello che rischiano tutti quelli che hanno a che fare intensamente con le droghe pesanti, e sarebbe sciocco pensare che sia un rischio da mondo del rock o per “quelli dello spettacolo”. Si esagera con la droga in ogni ambiente vicino alla ricchezza e al lusso, e anche in molti di quelli che ne sono lontani. Solo che non fa notizia, o non c’è un medico a dirtelo. E in giro è pieno di bella musica - compresa quella di Amy Winehouse - senza che ci sia bisogno del culto della dannazione e del tormento, come per Janis Joplin, Jeff Buckley o Kurt Cobain. E anzi, forse oggi non ci sarebbero più neanche i cultori.
Allucinogeni per curare la depressione
13 Agosto, 2008 - 11:39 da AnonimoStudiosi svizzeri riaprono la sperimentazione sull'uso terapeutico dell'Lsd
ROMA
LSD, MDMA (MetilDiossiMetaAnfetamina) o, addirittura, la psilocibina, la molecola alluginogena contenuta nei "funghi magici" usate come "psicoterapia psichedelica" per curare la depressione, la cefalea a grappolo ed anche i disturbi ossessivi compulsivi. Questa la nuova frontiera che gli scienziati stanno esplorando: l’uso controllato delle droghe psichedeliche, la cui applicazione clinica fu sperimentata per la prima volta nelle cliniche svizzere negli anni 70, per aiutare i pazienti terminali e migliorare la qualità della loro vita. In particolare la psilocibina si è dimostrata molto promettente nel trattamento sintomatico di malati oncologici, mentre l’MDMA, ovvero principio attivo dell’Ecstasy (XTC) sintetizzata per la prima volta nel 1912, viene sperimentata per alleviare stress e disturbi derivanti grossi traumi.
Prima che queste sostanze allucinogene diventassero popolari negli anni 60 e fossero demonizzate come simbolo di contro-cultura, erano già considerate un’obiettivo sperimentale per lo studio del cervello: per aiutare i neuroscienziati a capire la natura della coscienza, come il cervello lavora e come si instaurano le dipendenze da droga ed alcool. Secondo quanto riferisce oggi il giornale britannico «The Guardian» in un lungo articolo che raccoglie la testimonianza di Rick Doblin, presidente della MAPS (Multidisciplinary Association of Psychedelich Studies) inizierà presto in Svizzera la sperimentazione clinica di queste sostanze. Otto persone riceveranno una dose di 200 microgrammi di LSD, una quantità sufficiente per indurre potenti esperienze psichedeliche, simili a quelle che si avrebbero comprando una dose da uno spacciatore, mentre altri quattro soggetti riceveranno una quantità considerevolmente minore di droga, pari a 20 microgrammi. Nessuno, nè volontari, nè medici saprà chi ha preso la dose ridotta e chi quella più forte.
Per tutto il tempo della terapia i ricercatori dovranno valutare i livelli di ansietà dei pazienti, la loro qualità di vita e l’intensità dei dolori. Si è, invece, già, conclusa con buoni risultati una sperimentazione con la psilocibina all’ Harbor-Ucla Medical Centre su pazienti oncologici terminali. Secondo Charles Grob, psichiatra che ha coordinato lo studio, questa sostanza è potenzialmente molto adatta a capire la mente umana. Sugli effetti della psilocibina Roland Griffiths del Johns Hopkins School of Medicine, Baltimora Maryland, ha recentemente pubblicato uno studio condotto su 36 volontari in buona salute tra i 24 e i 64 anni, ai quali è stata somministrata la droga per 14 mesi. Alla fine della sperimentazione, il 58% dei volontari ha dichiarato che si è trattato di una delle esperienze più significative della loro vita, il 67% l’ha considerata tra le cinque maggiori esperienze spirituali, e il 64% ha dichiarato che la psilocibina ha migliorato il loro senso di benessere e di soddisfazione.
Gli scienziati ormai sanno come queste sostanze allucinogene, LSD, mescalina (principio attivo di un tipo di cactus (Lophophora Williamsii) e la psilocibina , agiscono nel cervello, legandosi ai recettori della serotonina, un neurotrasmettitore responsabile di molte attività cerebrali, ma non sanno ancora come inducono gli stati di alterazione della coscienza, della percezione e come influenzano l’umore che tipicamente si manifesta durante il classico "trip" allucinogeno. Secondo gli scienziati, malgrado ci sia il timore che queste sostanze possano indurre stati di psicosi, se somministrate sotto controllo medico e con tutte le precauzioni sono abbastanza sicure e utili per studiare i loro effetti sul cervello e che si sono tradotti in un manuale pubblicato recentemente sul Journal of Psychopharmacology. Effetti, dicono i ricercatori, che non sono tossici e che, virtualmente, non portano alla dipendenza, a volte, però, possono causare psicosi in persone che hanno storie familiari di disturbi mentali. Il pericolo più grande, tuttavia, è quello di procurarsi danni fisici da soli sotto l’effetto degli allucinogeni, credendo, ad esempio, di saper volare.
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/scienza/grubrica.asp?ID_b...
La cannabis in cucina, ricette stupefacenti
13 Agosto, 2008 - 11:23 da AnonimoPerchè privarsi della sostanza più nutriente del pianeta, regolatrice di appetito e miglioratrice di umore (ora che dopo pranzo non si fuma più)? I semi contengono benefici oli polinsaturi e acidi grassi essenziali com el’omega-3 che aumenta le difese immunitarie e ‘omega-6, anticolesterolo. La spiegazione in un nuovo libro diventato già cult. Suggerisce Tom Pilcher nell’introduzione di “La cannabis in cucina. Più di 35 ricette per spuntini, pranzi e occasioni. Godetevela!” (L’Airone,16 euro): se le madeleine di Proust non vi hanno mai convinto, potreste provare i “Dolcetti di Alice B. Toklas”, quelli che lei cucinava per ispirare Gertrude Stein. Ma allora perché non partire dagli Antipasti Anticonvenzionali e chiudere con un Bloody Mary Jane (da ganja). “Da quando fumare tabacco è una pratica in declino e soprattutto vietata nei ristoranti, perché non sostituirla con l’erba più famosa del pianeta mangiandola, come si è fatto per millenni?”, scrive l’autore. Tra l’altro, mangiarla non è come fumarla: gli effetti sono lenti e nelle preparazioni gastronomiche se ne usa una quantità molto minore. Vi avrà poi spiegato il panettiere - che da qualche tempo se ben assortito venderà legalissimo “pane alla canapa” - che dipende tutto dalla quantità del componente attivo: il THC. I fini terapeutici sono dimostrati dalla schiera di nonne-cuoche della cannabis diventate celebri con i loro ricettari da sballo. Titolo: La cannabis in cucina. Più di 35 ricette per pranzi, spuntini e altre occasioni
Autore: Pilcher Tim Editore: L’Airone Editrice Roma 2008 Pagine: 128 Prezzo: € 16.00





