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Novità tutte le sostanze, Articolo

FRANCIA - Cannabis terapeutica. Al via lo spinello elettronico.

 Lo 'spinello elettronico' arriva oggi in Francia, una e-cig all'estratto di cannabis, che l'azienda produttrice definisce "al 100% legale", "senza effetti psicotici" ma "rilassante e antistress". Una novità che ha scatenato non poche polemiche nel Paese, con medici, operatori e specialisti delle dipendenze molto preoccupati, mentre si discute di possibili ricorsi legali. Il prodotto, secondo l'azienda produttrice KanaVap, è destinato all'uso terapeutico ed è stato realizzato mantenendo solo il principio attivo che agisce come antidolorifico, ansiolitico e regolatore del sonno, il cannabidiolo (Cbd) e che in Francia non è proibito. Mentre lo 'spinello elettronico' non contiene tetraidrocannabinolo, detto comunemente Thc, che influisce sull'attività cerebrale e induce reazioni quali paranoia, disturbi del comportamento, 'imbambolimento' o euforia. 
Molti psichiatri ed esperti di dipendenze lanciano l'allarme sui possibili rischi. L'uso della cannabis, dicono, può essere una malattia nell'adolescente e nel giovane adulto e un prodotto di questo tipo potrebbe essere particolarmente attraente per loro. I produttori Sébastien Béguerie e Antonin Cohen sono impegnati da tempo a favore dell'uso terapeutico della cannabis e hanno fondato nel 2009 l'Ufcm (Union francophone pour les cannabinoïdes en médecine).
La ministra della Salute, Marisol Touraine, si rivolgerà a un tribunale per chiedere di vietarla.

ADUC Droghe

Un nemico più insidioso: i nuovi rischi dell’alcol. Prime bevute a 13 anni

Fino a non molto tempo fa quando si pensava all’alcolista veniva in mente il cliché del vecchio dalla barba sfatta e afflitto dalla cirrosi. Oggi tutto è diverso. «Adesso chi beve non è quasi mai considerato uno “perso”, un“drop out”, ma piuttosto un tipo “giusto”, uno che “spacca” come dicono i giovani — esordisce Emanuele Scafato, presidente della Società italiana di alcologia e direttore dell’Osservatorio nazionale alcol dell’Istituto Superiore di Sanità

E sono proprio i ragazzi ( ai quali, è bene ricordarlo, l’alcol non dovrebbe essere venduto) ad aver cambiato la complessità del “mondo liquido”. Non solo si incomincia a bere alcolici a un’età sempre più precoce, ma si è consolidata una modifica sostanziale del modello del bere. Il 17% di tutte le intossicazioni alcoliche che giungono nei Pronto Soccorso si registra tra i ragazzi, spesso minori, perfino di soli undici, dodici anni, vittime del «binge drinking», il corrispondente alcolico dell’abbuffata episodica ma ricorrente».

Ma non si tratta forse di bravate, non si esagererà con l’allarmismo? «Niente affatto, — ribatte Scafato — consumare sei o più bicchieri in poche ore e anche una sola volta a settimana conduce, al di sotto dei 25 anni, nel giro di poco tempo, a una riduzione del volume dell’ippocampo, parte del cervello deputata all’orientamento e alla memoria. Il cervello tra i 16 ed i 25 anni va incontro a un rimodellamento che porta alla definizione del cervello adulto, ma l’alcol consumato in questa “finestra” di massima vulnerabilità interferisce sul suo sviluppo, cristallizzando le modalità cognitive e comportamentali in una fase in cui prevale l’attività cerebrale legata all’impulsività e all’emotività, tipiche della gioventù».

Perché oggi si inizia a bere così presto? «I giovanissimi non bevono in solitudine, per dimenticare i loro guai: la bevuta è il modo per entrare al far parte del gruppo, per sentirsi disinibiti. E la sbornia non è quasi mai un incidente di percorso, ma quello che si cercava. Difficile capire quando il bere diventa un problema e per i giovani è tutto più rapido e tragico. Alla particolare vulnerabilità, connessa all’incapacità di metabolizzare l’alcol, si aggiunge la difficoltà di “agganciare” i minori indirizzandoli verso programmi i cui approcci motivazionali al cambiamento sono calibrati sugli adulti e fanno leva sull’ affetto per la famiglia, i figli, sulle responsabilità connesse al lavoro».

E sono proprio i ragazzi ( ai quali, è bene ricordarlo, l’alcol non dovrebbe essere venduto) ad aver cambiato la complessità del “mondo liquido”. Non solo si incomincia a bere alcolici a un’età sempre più precoce, ma si è consolidata una modifica sostanziale del modello del bere. Il 17% di tutte le intossicazioni alcoliche che giungono nei Pronto Soccorso si registra tra i ragazzi, spesso minori, perfino di soli undici, dodici anni, vittime del «binge drinking», il corrispondente alcolico dell’abbuffata episodica ma ricorrente».

Cambiamenti nelle modalità di assunzione degli alcolici

Il mondo dell’alcolismo è cambiato anche sotto altri aspetti? . «Il consumo abituale di alcol è meno diffuso, — risponde Scafato — ma questo non deve rallegrarci perché è salito, e in tutte le fasce di età, quello occasionale, caratterizzato spesso da grandi bevute, ed è aumentato anche il consumo di alcol fuori dai pasti. Altro elemento pericoloso perché è evidente che il “fuori” pasto è a tutte le ore del giorno». E per quanto riguarda gli anziani? « Precisiamo innanzitutto che dopo i 65 anni si ridiventa adolescenti, incapaci di metabolizzare completamente l’alcol , con conseguenze e danni più gravi. Detto questo, come è sempre stato, l’alcolismo è più diffuso tra gli uomini che tra le donne di una certa età». «A proposito di donne, va detto — aggiunge però Scafato — che in generale oggi bevono di più: il modello culturale è cambiato. Se vent’anni fa per una donna era considerato “sconveniente” bere alcolici in pubblico, ora per una ragazza bere, meglio se molto, è il modo ideale per mettersi al centro dell’attenzione».

All’alcol sono riconducibili oltre 200 patologie e 12 tipi di cancro

Non esiste un consumo di alcol accettabile? «Per i ragazzi la risposta è no — dice l’esperto —. Per gli adulti i nuovi Larn, la bibbia nutrizionale italiana, hanno ridotto a uno e due bicchieri il livello massimo quotidiano di consumo rispettivamente per le donne e per gli uomini; gli ultrasessantacinquenni non dovrebbero andare oltre un bicchiere al giorno». «All’alcol —sottolinea Scafato — sono riconducibili oltre 200 patologie e 12 tipi di cancro. Non solo l’alcol non nutre ma è un anti-nutriente perché non fa, per esempio, assorbire le vitamine. Ed è ormai ridimensionato il possibile ruolo degli effetti benefici del famoso resveratrolo o dei polifenoli presenti nel vino rosso o nella birra: per ottenere effetti derivanti dal principio attivo bisognerebbe bere cento bicchieri al giorno...». «Dare informazioni valide e oggettive, favorire scelte informate è un dovere — conclude lo specialista —. E se occorre bisogna saper trovare strategie realistiche, considerando che anche una diminuzione graduale dell’alcol può garantire la riduzione progressiva del danno. L’obiettivo resta l’astinenza, ma in alcuni casi è meglio negoziare piuttosto che rischiare di veder fuggire il paziente».

corriere della sera www.corriere.it/salute/neuroscienze/14_dicembre_12/giovanissimi-donne-sono-nuovi-alcolisti-prime-bevute-13-anni-b53ea8e6-81e7-11e4-bed6-46aba69bf220.shtml

Anoressia, un misterioso modo per sparire

 

Anoressia, un misterioso modo per sparire

Premessa. Scrivo al femminile perché la storia ha finora visto principalmente delle anoressiche femmine. Ma le cose stanno cambiando ed i maschi sono sempre di più. Quindi un’avvertenza: si legga il femminile di questi articoli contemporaneamente al maschile ed al femminile.

L'anoressia e' un crocevia di tensioni e di contraddizioni. Ed è densa di mistero. Sembra una sfida in cui la persona vince, anzi domina. Domina il corpo, le sue pulsioni, i bisogni più comuni e profondi. Sentire, e soffrire, duramente la fame offre il destro per sentirsi più potenti. Dominare la fame da' la vertigine del supremo potere, nulla può essermi imposto se neppure la fame più dolorosa mi piega. Ci si sente esaltati da questa lotta: più la fame cresce e morde e più ci si sente forti. Chi le incontra spesso ne è spaventato: le vere anoressie formano corpi emaciati, macerati dal digiuno che camminano spediti ed energici a dispetto dell'apparenza.

Tante volte si sente apostrofare qualche persona che per rabbia o disperazione rinuncia a mangiare e dimagrisce vistosamente con un “sei proprio una anoressica”. Ma non è sempre vero che i magri o chi digiuna sia anoressico. Ci vogliono vari criteri per essere anoressici, non basta la magrezza.

A proposito, hai notato che scrivo al maschile e non al femminile? A dispetto della tradizione che vedeva le femmine prevalere largamente sui maschi ormai sono parecchi i soggetti di sesso maschile che sviluppano l’anoressia. Recentissime ricerche dimostrano che in certe aree degli Stati Uniti maschi e femmine si equivalgono per numero e che anzi i maschi hanno sintomi ancora più gravi. E’ facile prevedere che il medesimo trend epidemiologico si realizzi presto anche da noi. In una ricerca fatta quando ero in Ausl con il valente ricercatore sociale Agostino Giovannini, scoprimmo che anche in Italia gruppi di persone con volontà di diventare anoressiche si galvanizzavano a vicenda tramite i social network. Una rete di chat e forum aderenti alla filosofia dei pro-Ana, una specie di religione che esalta l’anoressia e spinge a seguire una serie di criteri per esaltarla e spingerla alle estreme conseguenze. Per alcuni è uno spiegare agli altri l'arte del digiuno. L’esaltazione dell’Io di chi si riconosce in questi obiettivi è davvero grande. Il distacco dalle condizioni di realtà ne consegue. Sul tema c’è un fiorire in tutto il mondo di persone che forti della loro esperienza, raccontano come diventarono anoressiche e come poterono uscirne. Io consiglio alle mie pazienti ormai recuperate di rendere la loro esperienza fruibile agli altri in una forma di restituzione che serve a prevenire in altri la sofferenza che loro vissero. Raccontarsi non è però facile, si potrebbe non essere capiti. Ci sono però alcuni che lo fanno, anche con ostentazione; specie di eroi che sono potuti rientrare da un’avventura che poteva portarli al decesso. Infatti l’anoressia, quella vera, è anche un gioco con la morte, una sfida.

Chi non l’ha sperimentata non può riuscire affatto a capire, dicono alcuni di costoro. I più possono solo leggere, ascoltare e rimanere infreddoliti da tanto rischio. Alcuni raccontano, si raccontano, come fenomeni da festa degli zombie. D’altronde, va riconosciuto, rifiutare il cibo a scapito delle funzioni corporee non è una dipendenza facile da strutturare. E in tutte le dipendenze trovi persone che ti sbattono in faccia: cosa vuoi capire tu che non l’hai avuta? Vogliono sentirsi speciali. Gina Bellafante ha messo bene in chiaro tutto ciò in un suo articolo per il New York Times: "L'anoressia è una malattia piena di contraddizioni: esige disciplina e indulgenza .... L'anoressica scompare per essere vista, lavora per l'auto- miglioramento, per la perfezione, mentre si auto- annienta". L'anoressia è una condizione di "allucinazione intellettualizzata".

Questa definizione sintetica è la migliore di quelle che ho letto, e punta al modo conflittuale in cui si parla della malattia: la nostra intenzione è critica, ma il linguaggio è (purtroppo) celebrativo. L’anoressia affascina per il suo invilato ideale di magrezza. Trovo stimolante le riflessioni che avanza Kelsey Osgood nel suo libro “How to Disappear Completely: On Modern Anorexia”: vi analizza questi paradossi, commentando criticamente gli scritti delle anoressiche sulle anoressiche. Il suo progetto è apertamente un volere andare contro corrente, per esporre l'ipocrisia delle memorie pseudo - redentrici scritte da coloro che si considerano recuperati e dopo avere stupito per la magrezza adesso vogliono stupire coi loro racconti. La Osgood crede che il merito di questi autori, che sono spesso chiamati rigorosi ed onesti oltre che coraggiosi ed altruisti, sia in realtà ingenuità, forse anche voluta: in realtà, i loro libri spesso non fanno altro che insegnare ai lettori a seguire una dieta e a pensare all'anoressia come a una malattia densa di aspirazioni. E' una bella critica soprattutto perché viene da qualcuno che ha passato più di un decennio dentro e fuori dagli ospedali sempre sull'orlo della morte, una che dovrebbe essere presa sul serio. Infatti Osgood contrasse la malattia da adolescente copiando le abitudini di altre anoressiche, utilizzando proprio quei libri che pretendevano di essere mirati verso il recupero, quelli scritti da ex anoressiche. Lei li prese alla lettera, didattica come fossero manuali per fare la dieta. Ricorda il pensiero dell’anoressia non come una grave malattia, ma come il più logico progresso per il completo auto-controllo. Ecco il contributo fondamentale di Osgood: bisogna vedere il difetto di questa logica perché non può essere che per migliorarsi ci si rovini.

DI UMBERTO NIZZOLI www.progettouomo.net/index.php

Nuove sostanze, un approccio razionale

sostanze-piscoattive.jpg Nuove Sostanze Psicoattive: comunemente conosciute come Nps (New Psychoactive Substances) sono la nuova “emergenza droga”. Tanto che, alla vigilia delle elezioni di primavera, il Parlamento Europeo ha approvato una proposta per una più rapida risposta all’incombente minaccia. Prima di entrare nel merito della decisione, è opportuno discutere la definizione stessa. Il termine Nps comprende sostanze dalle caratteristiche chimiche e dagli effetti assolutamente diversi (dagli stimolanti anfetaminici, alla ketamina dagli effetti sedativi, ai cannabinoidi sintetici). Se è vero che il mercato sforna in continuazione prodotti sintetici inediti, una sostanza come la ketamina, anestetico ampiamente usato sia in veterinaria che sull’uomo, non è davvero un prodotto “nuovo”. In più, la diffusione delle varie sostanze racchiuse sotto la denominazione di Nps è assolutamente ineguale: se nell’ultimo anno ben 82 nuove sostanze si sono affacciate al mercato, relativamente poche sono entrate nelle abitudini dei consumatori. A ben guardare, solo alcune hanno un certo impatto: la ketamina, il mefedrone (uno stimolante sintetico della famiglia delle anfetamine) e i cannabinoidi sintetici. Con notevoli differenze fra paese e paese: ad esempio, in Romania gli stimolanti hanno preso il posto dell’eroina come la droga più comunemente assunta per via iniettiva, mentre in Ungheria la cannabis sintetica è la seconda sostanza più usata.

L’unico fattore che accomuna le Nps è il fatto di essere “nuove” alla proibizione, non essendo ovviamente contenute nelle tabelle delle droghe illegali al momento della loro comparsa sul mercato.

Dunque il termine Nps tradisce l’ottica da cui si guarda al problema: rispetto alla presenza/ assenza di controllo legale, nella forma estrema rappresentata dalla proibizione. Col rischio di affrontare il problema del controllo prima ancora di una riflessione seria sul fenomeno. Per non dire che ancora una volta l’attenzione si concentra unicamente sulle (caratteristiche chimiche delle) sostanze, dimenticando l’importanza dei modelli di consumo, dei rituali e delle culture dell’uso nel determinare i rischi cui possono andare incontro i consumatori.

Proviamo invece a ragionare sulla fortuna delle droghe sintetiche, sul perché della continua innovazione dei prodotti psicoattivi che vengono immessi sul mercato. In parte, la differenziazione è un effetto del mercato stesso, così come accade per molte altre merci; in parte, è effetto della proibizione stessa, che stimola a ricercare sempre nuove formule chimiche per aggirare il divieto. Fanno parte delle misure repressive da evitare i temuti e sempre più diffusi test antidroga: da qui la fortuna dei cannabinoidi sintetici, che poi si sono conquistati una nicchia nel menu dei consumatori per i loro effetti assai diversi dai cannabinoidi naturali. Altra conseguenza dell’illegalità del mercato è la produzione di preparati sempre più potenti e sempre più concentrati, con maggior danno per la salute.

La proposta Ue si muove su due coordinate: l’accorciamento dei tempi per valutare la pericolosità di una sostanza e inserirla se del caso nelle tabelle delle droghe proibite, da un lato; dall’altro, una maggiore gradualità nel controllo, che dovrà essere proporzionato al rischio: con la possibilità di optare per forme diverse di regolazione del mercato, mentre il divieto assoluto con le relative previsioni penali sarebbe riservato alle sostanze più pericolose. E’ un approccio più razionale dell’opzione unica della proibizione attualmente in vigore per le sostanze naturali. C’è da augurarsi che ciò inneschi un ripensamento globale del governo delle sostanze psicoattive, con maggiore attenzione alla salute pubblica.

Salvina Rissa per la prima parte dell'inchiesta sulle Nps per la rubrica di Fuoriluogo su il Manifesto dell'11 dicembre 2014.

La ricetta Usa per salvare l'Afghanistan: convertire l'oppio in melograni

  convertire l'oppio in melograni
Il 4% del Pil nel Paese arriva dalla coltivazione di oppio, che fornisce il 90% del mercato illegale mondiale. Ma l'aumento della produzione ha portato a un calo dei prezzi. Così Wayne Arden, consulente del dipartimento della Difesa americano, propone di convertire i terreni con melograno e altri prodotti - dall'uva alle noci - più redditizi

ROMA - Potrà il melograno salvare l'Afghanistan? Secondo Wayne Arden, si. Perché può diventare la nuova pianta da coltivare al posto del papavero da oppio. Idea forse utopica, ma detta da una persona che è consulente della task force per "Operazioni di Affari e Stabilità" del dipartimento della Difesa Usa in Afghanistan per il biennio 2013-2014. A un mese dall'ultimo rapporto Onu sull'oppio nel Paese e alla vigilia dello stabilito ridimensionamento delle truppe Nato e Usa sul terreno (da gennaio resteranno meno di 12mila uomini), Arden ha affidato la sua proposta a un editoriale per il Wall Street Journal, provando a guardare i dati dell'Onu da un punto di vista particolare.

Il rapporto infatti ha segnalato che la produzione afgana è arrivata a coinvolgere 224mila ettari di terreno, la cifra più alta mai raggiunta, con l'89% della produzione concentrato nelle regioni meridionali e occidentali, ovvero quelle controllate dai Taliban. Anche la produzione per ettaro è cresciuta, da 26,3 chili per ettaro nel 2013 a 28,7 chili nel 2014. Il prodotto globale dell'anno è di 6.400 tonnellate. Come è noto già da tempo, l'Afghanistan è il luogo da dove proviene circa il 90% degli oppiacei illegali del mondo - e il 4% del Pil del Paese dipende dall'oppio.

L'aumento della produzione però porta a un progressivo calo del prezzo e questo è il punto che interessa all'esperto. Che parte dall'analisi dell'agricoltura in genere: un terzo del Pil afgano, che è di 21 miliardi in dollari, dipende da quel settore, che impiega peraltro i tre quarti della popolazione. In questi anni, gli aiuti internazionali si sono concentrati nel migliorare le varietà delle piante esistenti e le condizioni di produzione, oltre alle vie di trasporto interne.

Ora, crollando il prezzo dell'oppio, gli afgani potrebbero arrivare a trovare più utile coltivare altre piante. L'idea, racconta Arden, è nata dall'incontro con un esportatore di melograni a Kandahar, che gli ha spiegato: "Noi in Afghanistan abbiamo tutto, ma non abbiamo nulla. Magnifici melograni, contadini. Ma non sappiamo nulla del mercato internazionale, dei trasporti, del modo giusto di impacchettare una merce". In effetti, gli afgani di quelle nove province coltivate a oppio sanno soprattutto come si coltiva il papavero, come s'incide, come si secca e conserva quel prodotto che spesso è anche moneta di scambio. Ma in Afghanistan i prodotti agricoli sono almeno 70 e secondo uno studio della ong Roots of Peace, che ha fatto specifiche ricerche sul campo, il guadagno netto per ettaro mette i melograni sopra l'oppio: il secondo infatti può arrivare a dare 35 chili in un anno, che freschi e non lavorati valgono 6.700 dollari, mentre i melograni, sempre di un ettaro, danno 21 chili che fruttano 7.300 dollari.

Oltre al melograno, Arden elenca altri otto prodotti presenti in Afghanistan che valgono più del papavero: due tipi di uva, ciliegie, arance, due tipi di mandorle, noci. Ci aggiunge altri prodotti con ottimo potenziale per le esportazioni come fichi, albicocche, pistacchi, zafferano, sesamo, prugne. E segnala come tutta o quasi l'esportazione afgana viaggia per ora solo via camion verso Iran, Pakistan, Turkmenistan e altre regioni dell'area, dove i prezzi sono bassi. Mentre dotare il Paese almeno di una linea ferroviaria che lo colleghi via Mazar-e-Sharif, nel nord, con la rete ferroviaria del Turkmenistan renderebbe possibili i collegamenti con Istanbul, il Medio Oriente e soprattutto l'Europa, come nuovi investimenti nel ramo, sia nazionali che internazionali, potrebbero far arrivare i melograni afgani fino in America e Oceania. Al posto dell'oppio che il mercato illegale fa già viaggiare perfettamente.

www.repubblica.it/economia/2014/12/09/news/melograno_oppio_afghanistan-102479407/

Epatite C, per il superfarmaco un miliardo e mezzo dalla Legge di stabilità

Via libera anche in Italia al sofosbuvir, emendamento dal ministero per assicurare cure gratuite nei casi più gravi. In farmacia un ciclo terapeutico completo costerà 74.286 euro di MICHELE BOCCI, La Repubblica

 
ROMA - Un miliardo e mezzo di euro in due anni per curare le persone malate di epatite C con i nuovi superfarmaci della generazione Sofosbuvir. Quelle nelle condizioni di salute più gravi. Il ministero della Salute ha proposto un emendamento nella legge di Stabilità per mettere a disposizione dei cittadini il medicinale gratuitamente. I soldi utilizzati sono quelli che verrebbero risparmiati grazie alla eliminazione della malattia, che ovviamente ha i suoi costi. Il sofosbuvir (nome commerciale Sovaldi), infatti, è un principio attivo nuovo e rivoluzionario, in grado in una altissima percentuale di casi di cancellare l'epatite C, come hanno mostrato le sperimentazioni.

Per questo l'azienda che lo produce, la Gilead Siences, fa prezzi molto alti; così alti che, dato il milione e mezzo di malati stimati in Italia (dei quali almeno 3-400 mila avrebbero bisogno del medicinale), l'assistenza globale a carico dello stato avrebbe un effetto dirompente per le finanze pubbliche.

L'Aifa, l'Agenzia italiana del farmaco, nei mesi scorsi ha così iniziato a trattare con il produttore e la conclusione del suo lavoro è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 5 dicembre con il via libera all'ingresso ufficiale del farmaco nel sistema sanitario italiano. Nella determina, però, l'Agenzia mantiene la riservatezza sul prezzo finale del medicinale. O meglio, si scrive che la terapia di 12 settimane costa al sistema sanitario nazionale 45 mila euro, praticamente il prezzo di partenza, ma si prevede anche uno "sconto obbligatorio alle Strutture pubbliche come da condizioni negoziali".

Evidentemente nell'accordo con il produttore si è deciso di non rendere noto il prezzo finale, forse per non far conoscere agli altri Paesi quanto spende l'Italia. Le indiscrezioni comunque parlano di un costo per il sistema sanitario tra i 35mila e i 40mila euro, a seconda del volume dei pazienti. Per questo con il miliardo e mezzo che potrebbe essere stanziato nella Legge di Stabilità si potrebbero curare circa 22mila persone l'anno per due anni. E solo, dunque, i casi più gravi, quelli a un passo dal trapianto o dal decesso. Le Regioni probabilmente dovranno finanziare ulteriori acquisti di altri farmaci, e più in generale andrà sviluppato un piano pluriennale di intervento, dividendo i pazienti per gravità.

Nella Gazzetta Ufficiale viene previsto anche il prezzo di vendita al pubblico, cioè per chi non vuole aspettare di essere chiamato dalla Asl nei prossimi mesi o anni, ma vuole curarsi subito. Bisogna essere ricchi per permettersi in questo modo il sofosbuvir: un ciclo terapeutico completo, della durata di 12 settimane, costa 74.286 euro.

Intanto dall'Aifa hanno spiegato di aver raccolto la disponibilità di Gilead a garantire la fornitura gratuita del farmaco per l'intera durata di trattamento dei pazienti per i quali le richieste e i via libera dei Comitati etici siano state rilasciate in tempi utili, cioè prima dell'ingresso del farmaco nella lista dei rimborsabili di fascia A formalizzata dalla Gazzetta Ufficiale. Si tratta del cosiddetto utilizzo compassionevole, che si può fare prima che un medicinale sia approvato.

Rilevamento Marijuana

Quando fumiamo - Struttura dei test e metodi per superarli Ciao a tutti! Ho trovato un pò di informazioni che potrebbero tornare utili e le ho unite con alcune conoscenze personali. Si spiega, si spera in modo chiaro e conciso, dove vanno a finire i cannabinoidi

continua qua https://www.icmag.com/ic/showthread.php?t=200445

Cannabis ed epilessia: 9 cose da sapere

 

L'olio di Charlotte

Da anni si parla dei possibili effetti benefici della cannabissulle crisi epilettiche, ma un concreto passo avanti è stato fatto solo grazie al caso di Charlotte Figi, bambina americana di 5 anni affetta da Sindrome di Dravet, "una forma estremamente grave di epilessia", spiega Antonino Romeo, direttore della struttura complessa di Neurologia Pediatrica e Centro regionale per l'epilessia dell'ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano. "Esordisce nel primo anno di vita, è resistente ai farmaci ed è associata a problematiche neurologiche e cognitive molto severe ". L'unica fortuna di Charlotte è stata quella di vivere in Colorado, dove l'uso della cannabis è stato liberalizzato. Dopo molte ricerche i genitori sono riusciti a trovare un produttore che coltivava il tipo di cannabis adatta all'uso terapeutico: con un alto contenuto di cannabidiolo (CBD) e un bassissimo contenuto di tertraidrocannabinolo THC, la sostanza chimica che causa lo stordimento. Ne è stato prodotto un olio, poi ribattezzato olio di Charlotte, che ha avuto sulla bambina un effetto straordinario. Oltre a riprendere a camminare e a cominciare a parlare, cosa che fino ad allora le era impossibile, Charlotte, racconta sua madre, grazie all'olio derivato dalla cannabis "in un anno ha avuto meno attacchi di quanti un tempo ne aveva in un giorno".

www.panorama.it/scienza/salute/cannabis-ed-epilessia-9-cose-sapere/

La cannabis sintetica non è un farmaco. La sentenza della Corte Ue

Per la Corte di Giustizia Europea “le miscele di piante aromatiche che contengono cannabinoidi sintetici” sono “consumate unicamente per provocare uno stato di ebbrezza e sono in ciò nocive alla salute umana”.

Le miscele di piante aromatiche che contengono cannabinoidi sintetici e sono consumate come sostituti della marijuana non sono medicinali. Lo stabilisce la Corte di Giustizia Ue nella sentenza del 10 luglio scorso, in cui si dichiara che “la nozione di medicinale in diritto dell’Unione non include le sostanze che, come le miscele di piante aromatiche che contengono cannabinoidi sintetici, hanno come effetto una mera modifica delle funzioni fisiologiche, senza essere idonee a provocare effetti benefici, immediati o mediati, sulla salute umana e che sono consumate unicamente per provocare uno stato di ebbrezza e sono in ciò nocive alla salute umana”.

La Corte risponde così alle questioni del  Bundesgerichtshof (Corte federale tedesca) che, nell’ambito di due procedimenti penali, deve decidere se la vendita di miscele contenenti cannabinoidi sintetici utilizzate come sostituti della marijuana possa dar luogo ad azioni penali per vendita illegale di medicinali dubbi.

“Due venditori di tali miscele – come riferisce la nota della Corte - sono stati condannati da organi giurisdizionali inferiori per vendita di medicinali dubbi a pena detentiva di un anno e nove mesi con sospensione” uno e “a pena detentiva di quattro anni e sei mesi nonché al pagamento di una sanzione pecuniaria di 200.000 euro”, l’altro. All’epoca dei fatti i cannabinoidi sintetici non rientravano nell’ambito di applicazione della legge tedesca sugli stupefacenti, cosicché le autorità tedesche non potevano avviare procedimenti penali in base ad essa. 

Il consumo dei cannabinoidi sintetici – ribadisce la Corte in una nota che dà notizia della sentenza - causa in generale uno stato di ebbrezza che può andare dall’esaltazione alle allucinazioni. Esso può altresì comportare nausee, rilevanti attacchi di vomito, episodi di tachicardia e di disorientamento, deliri, e addirittura arresti cardiocircolatori. Tali cannabinoidi sintetici sono stati sottoposti a test dall’industria farmaceutica nell’ambito di studi pre-sperimentali. Le serie di test sono state interrotte fin dalla prima fase farmacologica sperimentale: è infatti apparso che non potevano essere ottenuti gli effetti attesi da tali sostanze sulla salute e che erano prevedibili rilevanti effetti secondari per l’efficacia psicoattiva di tali sostanze”.

Considerati “l’obiettivo di garantire un elevato livello di protezione della salute umana, l’esigenza di un’interpretazione coerente della nozione di medicinale, nonché quella di mettere in relazione l’eventuale nocività di un prodotto con il suo effetto terapeutico”, la Corte ribadisce che “siffatte sostanze non possono essere qualificate come medicinali” e rileva che, “secondo il Bundesgerichtshof, le sostanze di cui trattasi sono consumate a fini non già terapeutici, bensì puramente ricreativi, e che in ciò esse sono nocive per la salute umana”.

Farmaci, un mercato regolato

E' giusto che una bottiglia di Brunello di Montalcino costi 130 euro? La domanda c'entra poco con la giustizia. Chi andrebbe a indagare quanto è costato produrlo, e quanto è il margine di profitto? Tanto la maggior parte di noi si accontenta di un ottimo rosso Toscano che costa 8-10 euro. Ben diversa è la questione quando si tratta di un farmaco: se un malato ha una setticemia non si può usare l'aspirina al posto dell'amoxicillina, o in alcuni casi di un antibiotico anche assai più costoso.
È per noi una fortuna che a pagare in Italia, e in molti Paesi dell'Europa sia il Servizio sanitario nazionale (che giustamente vive delle nostre tasse); e sinora relativamente poche domande sono state fatte su che cosa determini i prezzi dei farmaci. È stato accettato, stranamente per alcuni di noi, che valgano per i farmaci le stesse leggi di libero mercato che valgono per il vino. Eppure almeno due differenze sono lampanti. 1) Nel caso del vino abbiamo una scelta: possiamo comprare il Brunello, o un vino meno caro, o rimanere astemi; nel caso dei farmaci, invece, sovente ne va della vita. 2) Nel caso del vino la concorrenza è palese e vivace: per rimanere nel settore lusso, il Brunello compete con il Barolo o l'Amarone; nel caso dei farmaci, invece, sono sempre più i casi di malattie, rare o meno rare, nelle quali il farmaco veramente efficace è uno solo, e per 10-20 anni è protetto da esclusività. Pertanto, se due cardini del libero mercato sono la libertà dei prezzi e la concorrenza, si vede subito che per i farmaci uno dei due già manca.
La spirale della spesa farmaceutica è preoccupante, non solo per gli esperti di farmaco-economia. In pratica c'è stato sinora un certo grado di dicotomia non scritta: farmaci per malattie comuni che costano relativamente poco (anche se sempre di più); e farmaci per malattie rare che costano moltissimo (fino a 330mila euro all'anno per una malattia che dura molti anni). Alcuni mesi fa questa dicotomia è stata infranta, quando in Usa la Fda ha approvato il sofosbuvir (prodotto dalla Gilead con il nome commerciale Sovaldi), attualmente l'unico farmaco che, in combinazione con altri pre-esistenti, può non solo curare, ma guarire l'epatite C: ve ne sono circa 2,7 milioni di casi negli Usa, e circa un milione in Italia. Prezzo: 1.000 dollari per pasticca; un ciclo di cura (e non sempre basta) ne richiede 84 (per 84mila dollari). Alcuni di noi pensano da tempo che il libero mercato dei farmaci dovrebbe essere temperato da regole; ora ci giunge un assist da fonte impensata: il Senato degli Stati Uniti. Il Chairman del Finance Committee del Senato americano ha dato 60 giorni di tempo alla Gilead per rispondere a dozzine di domande, che vanno dal loro business plan, alla rendicontazione delle spese sostenute in passato e attualmente per la produzione del farmaco, alle modalità di promozione, e via dicendo.
È chiaro che il movente della lettera del Senato è di carattere economico. Anche facendo una selezione dei casi più urgenti da trattare, si contemplano spese di miliardi di dollari. Il «Financial Times» di Londra, che in un documentato articolo di luglio ha dato ampio rilievo a questa lettera, cita altri elementi che hanno causato il risentimento del Senato: soprattutto che il sofosbuvir verrà venduto con uno "sconto" del 30% in Gran Bretagna e del 99% in Egitto, dove una pasticca costerà 11 dollari anziché 1.000 dollari. Significa che il prezzo in Usa è enormemente gonfiato, o che gli americani pagano per lo "sconto" concesso ad altri Paesi? A noi sembra che il punto centrale sia questo: il prezzo di un farmaco non può più essere arbitrario; deve essere giustificato dalle spese effettivamente sostenute, pur concedendo un ragionevole margine di profitto. In altre parole, questo caso limite ha portato alla ribalta il fatto che sinora, nel decidere il prezzo, le industrie si sono basate su un solo criterio: quanto il "mercato" è disposto a pagare. Hanno applicato la legge del Brunello; con la differenza che se nessuno compra più il Brunello il prezzo calerà, mentre i pazienti con epatite C non hanno l'opzione di fare a meno di sofosbuvir se vogliono guarire.
Negli ultimi anni Aifa (Agenzia italiana farmaci) ed Ema (European Medicine Agency) hanno lavorato spesso assai bene e hanno imposto norme più stringenti per ottimizzare l'impiego dei farmaci, ivi compresi quelli più costosi; e si sono fatti progressi nella cultura dei medici. Sinora, per contenere la spesa farmaceutica, più che cercare di far diminuire i prezzi, la parola d'ordine è stata appropriatezza nella prescrizione dei farmaci, perché gli abusi e gli sprechi erano frequenti e quasi sfrenati. Ora che l'appropriatezza è migliorata, è tempo di affrontare un'anomalia macroscopica: Ema approva i nuovi farmaci per tutta l'Europa, ma non ha da questa il mandato di negoziare i prezzi. Per correggere questa anomalia non occorre attendere gli Stati Uniti d'Europa (che alcuni di noi auspicano): si tratta di una decisione politico-economica che si potrebbe prendere subito, e che farebbe dell'Europa il più grosso cliente del mondo per qualunque farmaco.

Il Sole24ore www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-09-07/farmaci-mercato-regolato-081452.shtml

La vita sobria. Quando gli scrittori si danno all'alcol

un estratto dal racconto Sogni andati a male di Alessandro Turati. Il racconto fa parte della raccolta La vita sobria (Neo.Edizioni, 2014, 160 pp, 13 Eu), a cura di Graziano Dell’Anna. Dieci tra gli scrittori più interessanti della scena italiana si danno all’alcol. Storie allegre o malinconiche, disperate o grottesche, tutte accomunate dallo sforzo di aprire una breccia nella sobrietà della vita.

Ho comprato una bici, un cane e una mela. La bici è bianca, il cane marrone e la mela rossa. Esco la mattina con la bici, la mela e il cane a prendere il giornale. Abitando in un palazzo di otto piani accanto ad altri palazzi di otto, scendo le scale con la bici in spalla fischiettando come se non facessi fatica, invece faccio fatica e a volte lascio fischiare il cane.

A ogni modo, tutte le mattine, anzi no, solo la domenica mattina, esco con la bici, la mela e il cane a prendere il giornale. Pedalo, mangio la mela e non saluto nessuno. Neanche mi piacciono la mela, la bici e il giornale. Mangio, pedalo, compro il giornale, il cane piscia e torno a casa e faccio la doccia. Il cane fa la cacca. «Non potevi farla in strada?» gli chiedo. Non mi risponde. È marrone e non mi dà retta. Prendo un sasso e gli spacco il cranio per finta: alzo la pietra e simulo il suono. Non si spaventa neppure. Tengo sempre un masso in salotto per questo gioco, anche se è un gioco che non riesce mai, non diverte nessuno e la presenza del sasso infastidisce il padrone di casa quando viene a riscuotere l’affitto.

Poi esco la sera solo col cane. Vado nel parchetto sotto casa, quello al centro di sei palazzi di otto piani che formano un esagono, e mi siedo sempre sulla stessa panchina (quella con varie incisioni tra cui la mia preferita dice: Anche le suore, allontanandosi di spalle, sculettano). Il cane corre e io lo guardo come si guardano i cani correre: con gli occhi. Mentre lo osservo mi viene sete e vorrei bere degli alcolici, quelle bevande che mortificano i genitali ma alimentano fantasie. Invece non bevo, ho smesso: ho avuto dei problemi allo stomaco e con dei vigili permalosi seppur vestiti con colori sgargianti.

Sono stato un alcolizzato che non ha mai bevuto niente di particolare: sempre e solo vino marcio e birre marce. Il mio bere si basava semplicemente sulla quantità. E nei periodi migliori neppure mangiavo.

Fortunatamente la mia vicina di casa esce a sua volta col cane, un piccolo dalmata che la fa sembrare più bella, invece è meno bella. Appena li vedo in lontananza, faccio spazio sulla panchina spostandomi dal centro. Lei arriva, si siede e lascia andare il fiato, come se l’avesse trattenuto tutta la giornata. Poi parliamo di vesciche perché lei lavora presso un’impresa che si occupa di trattamenti di filati, dice che le rocche le escono dalle orbite. Ascolto volentieri i suoi discorsi, tant’è che considero il dalmata molto fortunato, un cane che potrebbe imparare molto. Poi lo guardo in faccia e mi sa che non capisce un granché: sembra una mosca concentrata sul movimento delle proprie zampe.

La mia vicina ha trentacinque anni, io cinque in meno. Sia io che lei abbiamo difficoltà economiche e, seppur lei di più, si può dire che siamo dei pezzenti, che nessuno ha svoltato.
Nella mia vita ho avuto solo un’occasione per svoltare, sarei potuto diventare un grafico pubblicitario ma ho sbagliato il colloquio. Il boss sembrava interessato finché non ho aperto bocca, mi guardava dall’alto in basso come se avesse già deciso di sottomettermi, di ordinarmi le cose per otto ore al giorno. Mi ha detto: «Lei ha un curriculum impeccabile, certo, ma non c’è niente di speciale. Cosa sa fare di creativo?»
«Se metto una mano su un foglio di carta e ripasso la forma con una biro, rimane la sagoma».
E non è servito a niente fare complimenti alla moglie e alla figlia ritratte in una foto sulla scrivania, tantomeno ai gattini grigi anonimi che tenevano in braccio.
«Sono morti tutti e due» mi ha detto, riorganizzando delle carte.
«Saranno sicuramente nel paradiso dei gatti».
«È ancora qui?»
Ciononostante, ho aspettato la sua chiamata per un paio di settimane giochicchiando nervosamente con dei bastoncini cotonati per la pulizia delle orecchie: avevo i padiglioni più puliti d’Italia. Peccato, mi sarebbe piaciuto lavorare nella Svizzera italiana, guadagnare molto, comprare crostate, ammiccare quotidianamente in dogana.

È con quelle orecchie splendide che tre anni fa ho conosciuto la mia vicina di casa di cui sopra, Stefania Ternan: creatura simile a una clessidra (dato che stringe e stringe la cintura finché non le manca il fiato), con occhi felini, naso come se non l’avesse e gambe tatuate.
È una brutta storia, d’accordo, e alla fine io e la mia vicina non facciamo mai l’amore. Mangiamo insieme, quello sì, compriamo il sushi e discutiamo a vanvera seduti in terra nel suo salotto posando il riso e il pesce su un tavolo particolarmente basso (non ha le gambe, solo il ripiano, mi ricorda mia nonna).

«Hai letto Siddharta?» mi chiede.
«No, ho letto Dersu Uzala» rispondo.
Poi parla solo lei e vedo il cibo all’interno della sua bocca impastarsi di saliva. Questo mi ricorda mio padre che beveva direttamente dalla bottiglia senza aver finito di masticare, così io, quando avevo sete, ingoiavo anche le sue briciole.

Alessandro Turati

www.mentelocale.it/61495-vita-sobria-quando-scrittori-si-danno-alcol/

‘Etilometro’ per la marijuana in fase di progettazione

L‘etilometro, in fase di sviluppo presso la Washington State University (WSU), potrebbe funzionare in un modo simile al test dell’alcool, basato sul respiro, 

etilometro

Una delle ragioni per cui la ricerca viene condotta nello stato americano è perché da quando è diventato legale per i negozi autorizzati vendere la droga dall’inizio di quest’anno, gli automobilisti che guidano dopo aver assunto la marijuana sono sempre più numerosi.

Non vi è alcuna forma attuale di etilometro per verificare l’uso della marijuana e gli agenti di polizia devono utilizzare le analisi del sangue per determinare i livelli di THC – la sostanza chimica attiva nel farmaco. Herbert Hill, capo ricercatore presso la WSU, dice che mentre il test non sarà inizialmente in grado di dire l’esatto livello di THC nel sangue, sarà però in grado di rivelare se è presente o meno. Ciò dovrebbe consentire all’ufficiale di polizia di sapere se può procedere o meno all’arresto

 blog.you-ng.it/2014/12/01/etilometro-per-marijuana-in-fase-progettazione/

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