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Novità tutte le sostanze, Articolo

così abbiamo fatto pace con il cibo

 Padre e figlia sono in vacanza al mare, è estate. Durante l’anno la figlia è spesso ai fornelli, orari e gravosi impegni scolastici permettendo. Così in queste vacanze i due hanno deciso che ci si prende una pausa sia dalla cucina che dallo studio. Per cui battono la riviera in cerca di squisitezze gastronomiche, senza preclusioni di genere: sagre popolari, ristoranti stellati, umili e veraci trattorie sono mete alla pari. Hanno un consigliere, Pilade, il titolare della simpatica palestra dove i due vanno al mattino. Un conoscitore enogastronomico della costa e dell’entroterra di tutto rispetto.

Le cose non sono sempre andate così. Pochi anni prima la ragazza, che oggi è maggiorenne, era caduta in quel dedalo molto intricato che è l’anoressia adolescenziale femminile. I genitori, come usualmente accade, si erano trovati con lei nello stesso spaesamento. Era una situazione di intenso dolore in cui i genitori ben presto, di fronte al costante perdere peso della figlia, non avevano saputo più cosa fare. Alla progressiva rinuncia al cibo rispondevano perlopiù con una progressiva insistenza a farla mangiare. Se la ragazza reagisce a questa insistenza mangiando ancora meno, ecco che un circolo vizioso ha preso il comando delle relazioni familiari, un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Paradossalmente, come oggi la ragazza vede con chiarezza, l’unica che sapeva bene cosa fare era proprio lei: mangiare sempre meno, fino a non mangiare più. In una situazione dove tutto era fuori controllo, l’unica che sembrava controllare qualcosa, cioè il cibo, era la ragazza.

Dal suo punto di vista la preoccupazione e l’ansia dei genitori in un primo momento erano esagerazioni ingiustificate. Quando in seguito si era resa conto che invece erano giustificate dal proprio stato fisico, aveva però sentito che ormai il suo comportamento si era consolidato in qualcosa che non poteva più essere cambiato.

Da questo punto di stallo non sembrava possibile muoversi in nessuna direzione. Oggi la ragazza dice che a un certo punto aveva deciso di uscire da quella situazione senza tuttavia sapere come farlo, ma che già questa decisione era stata l’inizio della soluzione. Ribadisce che, senza una decisione presa in prima persona, tutti i tentativi che altri possono fare risultano privi di forza. Solo in seguito a questo passo la ragazza è stata in grado di chiedere e ricevere aiuto, solo da questo momento in poi gli interventi terapeutici del medico nutrizionista e della psicologa, e persino quello della psicologa di sostegno ai genitori, sono diventati operativi. Lo smarrimento e la rete di colpevolizzazioni e autocolpevolizzazioni in cui tutto il nucleo familiare era caduto veniva a poco a poco sostituito da un senso di collaborazione di fronte al problema.

La via d’uscita dal dedalo è stata complicata, ha avuto accelerazioni e momenti di arresto, è costata fatica e impegno, come una battaglia che ha alti e bassi. Ma di quale battaglia si parla? Chi l’ha vissuta, chi ne è stato testimone, quale vittoria ha riportato, di quale successo è stato testimone? Può sembrare paradossale, parlando di una battaglia, ma la descrizione e la spiegazione più calzanti riguardo a questo percorso accidentato mi sembra che possano stare in un libro che è fondamentalmente un libro di pace. L’autore è il medico e psicoterapeuta Lorenzo Bracco e il libro si intitola Anoressia. I veri colpevoli. Pubblicato nel 2012 da BookSprint Edizioni, ha vinto il Premio Cesare Pavese 2013 Medici Scrittori Saggistica ed è recentemente stato tradotto in America.

Ciascun familiare della ragazza che oggi sta viaggiando per la costa in vacanza vi si è ritrovato, in una collocazione non conflittuale rispetto agli altri. La ragazza soprattutto.

L’autore, mentre riconosce la multifattorialità delle cause che concorrono all’insorgere dell’anoressia nelle adolescenti e quindi ribadisce come diversi percorsi terapeutici possano essere risolutivi, si concentra sui traumi avvenuti molto precocemente nello sviluppo della persona, quando era ancora nel grembo della mamma e/o avvenuti durante la nascita. In particolare, se in seguito a un evento traumatico il sangue del feto e quello della mamma vengono in contatto e se la mamma e il feto non hanno lo stesso gruppo sanguigno e i due gruppi sanguigni non sono compatibili, scatta un allarme biologico tra la mamma e la creatura che porta in sé. Secondo questa lettura, le future difficoltà della ragazza quando sarà adolescente nei confronti della mamma e viceversa si basano su questo allarme biologico.

Spiegata in questo modo, la differenza fra la mamma e la figlia diventa un semplice fatto di cui nessuno ha colpa alcuna e un’adeguata terapia del trauma originario può ricondurla a essere una ricchezza e non un conflitto, come normalmente è quando non sia scattato l’allarme biologico dovuto al contatto di due gruppi sanguigni incompatibili.

Oltre alle argomentazioni scientifiche e alle ipotesi terapeutiche che contiene, come ad esempio la possibilità di interventi preventivi sull’anoressia adolescenziale femminile, il libro ha un’anima rasserenante e vitale.

Per tornare alla domanda su quale battaglia la ragazza abbia combattuto e della curiosa circostanza che proprio in un racconto di pace questa battaglia è vista con tale chiarezza che la ragazza leggendolo si è subito ritrovata (e, si può dire, accolta), il dato più evidente è che qui si parla di una battaglia che non è combattuta contro qualcuno o qualcosa, ma al contrario è combattuta per qualcosa: la ragazza si batte in mezzo a mille difficoltà perché è alla ricerca della propria identità.

I familiari così possono vedere la ragazza in una prospettiva che è di crescita e di evoluzione, per quanto doloroso e complicato sia oggi crescere ed evolvere, e non di blocco, di stallo, di paralisi.

A questo riguardo la ragazza ribadisce, e chi le sta vicino può testimoniare come sia vero, che quel momento in cui aveva preso la decisione di uscire dal dedalo anche se non sapeva come farlo è stato un momento di passaggio, come fosse una cruna stretta stretta.

È stata una tappa nella sua ricerca, come lo è stata per i suoi familiari. Ora dice che così l’ha vissuta lei, che nel libro ha trovato bene espressa e chiarita questa sua storia. Ha trovato che ci sono spiegazioni a comportamenti, sensazioni e emozioni che possono altrimenti apparire privi di logica e così aumentare il disorientamento. Che ci siano al contrario delle ragioni, dei perché, è invece molto rasserenante. Ci tiene ad aggiungere che si tratta di un percorso personale, anzi personalissimo, ed è certa che ciascuna ragazza in quelle circostanze trova le proprie vie, che sono, o forse addirittura devono essere, differenti da quelle di ciascun’altra.

Ora, nel racconto della ragazza così come nel racconto del libro di Lorenzo Bracco si trova la stessa convinzione che le differenze sono una ricchezza. E questo, sebbene spesso appaia come molto difficile da raggiungere, ha tutto l’aspetto di essere un buon punto di arrivo.

Evelina e Dario Voltolini 

La Lettura lettura.corriere.it/cosi-abbiamo-fatto-pace-con-il-cibo/

Cannabis, da consumatori a produttori. Così l’Italia sta diventando leader europeo

Raphael Zanotti, La Stampa
Su un fronte gli ulivi, sull'altro piantagioni di mais, infine un muro di balle di fieno alto tre metri. Protetta da sguardi indiscreti, la piantagione di cannabis di Salvatore Li Bassi, allevatore di 56 anni di Calatafimi Segesta, cresceva rigogliosa: un ettaro e mezzo coltivato con cura, 15.000 piante di cannabis, valore sul mercato 35 milioni di euro. Quando i carabinieri di Alcamo si sono presentati alla sua porta, Li Bassi ha mosso il suo baffone guardando un punto morto e ha detto: «Pensavo fossero piante aromatiche». Arrestato. 

La foresta di canapa indiana di Salvatore Li Bassi è solo l’ultima delle piantagioni che si moltiplicano nel Sud, dove avviene il 71% dei sequestri. Ma c’è da star sicuri, ce ne saranno altri. 

A Tor De’ Cenci (vicino a Roma), il 14 agosto, un elicottero del reparto operativo aeronavale della Finanza di Civitavecchia individua dall’alto un altro campo abusivo: mezzo ettaro, 170 chili di marijuana biologica. Il 28enne romano che la coltivava l’aveva pensata bene: ricavata tra i rovi, collegata a una cisterna d’acqua nascosta nelle vegetazione. Per evitare di essere scoperto, si era scavato un tunnel tra i rovi e raggiungeva la sua piantagione con il passo del leopardo, pancia a terra. 

E un anno fa, nelle campagne dell’Ogliastra in Sardegna, la polizia si è trovata di fronte a uno scenario colombiano: una piantagione da 1100 piante con tre postazioni per vedette armate dotate di elettricità e materasso. 

In Italia, la cannabis, si è sempre coltivata, ma mai con piantagioni di queste estensioni. Qualcosa è cambiato. Lo dicono i dati dell’Unodc, l’agenzia dell’Onu sulla droga e il crimine. L’Italia nel 2012 è stato il primo Paese al mondo per sequestri: 4.122.617 di piante. Più degli Stati Uniti, che seguono. E dire che solo due anni prima erano state 71.988, cinquantasette volte di meno. 

Non è più economia di sussistenza. I piccoli spacciatori che si mettevano in proprio e producevano per la ristretta cerchia dei propri clienti cominciano a entrare in conflitto con la criminalità organizzata. Nel Napoletano anche la Camorra ha deciso di investire nell’«oro verde», che offre scarso rischio e grandi guadagni. Agricoltori e allevatori del golfo di Castellamare, Casola e Monti Lattari ricevono i propri semi direttamente dai capibastone. E coltivano. 

Sono le leggi del mercato. Le grandi piantagioni dell’Est europeo, dell’Ucraina e dell’Urss, dell’Afghanistan e del Pakistan si sono da tempo riconvertite all’oppio, più remunerativo. Il prezzo è salito, ma la domanda resta alta. E così è iniziata l’autoproduzione. I sequestri di piante hanno superato così quelli di erba essiccata, che a sua volta ha superato le resine nordafricane. Oggi un grammo di erba nostrana costa 7 euro e mezzo, l’hashish marocchino viaggia invece sugli 8-9 euro. E così è possibile trovare, in pieno centro di Roma, accanto alla stazione Casilina, la più grande serra di cannabis mai scoperta: una galleria di un chilometro per 5000 metri quadri di piante coltivate. 

L’area di produzione resta il Sud. «Qui ci sono le condizioni climatiche, ci sono grandi aree scarsamente abitate e a coltivare bisogna essere capaci - spiega il colonnello Giuseppe Campobasso, comandante del Gruppo operativo antidroga della Finanza di Palermo -. Il sistema migliore è ancora quello di individuare le piantagioni dall’alto». Ma i sistemi si fanno più sofisticati: finti campi di granturco per nascondere le piantagioni, serre custodite da cani, sistemi di irrigazione a goccia per evitarne l’individuazione. A Esino Lario, nel Lecchese, l’11 agosto i carabinieri hanno trovato 130 piante in un bosco, su terreno demaniale. Come i narcos colombiani che per sfuggire ai diserbanti degli aerei governativi, si rifugiano nel fitto della foresta amazzonica. Ma questa è l’Italia. 

 

Veronesi, danni marijuana praticamente inesistenti

 Milano, (AdnKronos Salute) - "La marijuana non fa male" e "i danni da 'spinello' sono praticamente inesistenti". Parola dell'oncologo Umberto Veronesi, da sempre a favore della liberalizzazione delle cosiddette 'droghe leggere', che interviene così sul tema sul numero del settimanale 'Oggi' in edicola domani.

"La marijuana fa male? Come ministro della Salute, quando ricoprii l'incarico anni or sono, mi posi anch'io questa domanda - ricorda il direttore scientifico dell'Istituto europeo di oncologia di Milano - E me la posi anche come medico e soprattutto come padre di famiglia. Ebbene, la commissione scientifica che avevo nominato concluse che i cosiddetti 'danni da spinello' sono praticamente inesistenti. Dopo quella, altre commissioni scientifiche giunsero alle stesse conclusioni. E oggi perfino l'Organizzazione mondiale della sanità ha invitato i governi a depenalizzare l'uso personale di marijuana, consapevole su dati scientifici che l'uso di spinelli non fa male".

Nella sua rubrica lo scienziato definisce "infondata anche la credenza che la marijuana dia dipendenza e apra la strada all'uso delle droghe pesanti, come cocaina e morfina. Liberalizzare lo spinello non è malinteso permissivismo, ma una posizione realistica che punta alla riduzione del danno. Risulta che metà dei nostri giovani e molti adulti fanno uso di marijuana. Ha senso criminalizzarli?".

la cannabis è meglio del grafene per la creazione di super condensatori

 Il mondo scientifico riesce sempre a sorprenderci con qualche scoperta bizzarra e, come avrete già intuito dal titolo, anche in questo caso gli scienziati non sono venuti meno alla propria fama. Alcune recenti ricerche hanno rivelato infatti che la cannabis può rappresentare una soluzione alternativa (ma più economica) al grafene per la realizzazione di super condensatori. Le fibre di canapa vengono già ampiamente utilizzate per costruire una moltitudine di oggetti (sostituendo spesso i prodotti derivati dal petrolio) ma finora non si era mai pensato di utilizzarla in un ambito prettamente tecnologico come questo. Stando agli studi e ai test eseguiti finora con l’utilizzo della cannabis è possibile produrre un condensatore mille volte più economico ma dotato di prestazioni paragonabili (o addirittura superiori) rispetto al grafene. Proprio quest’ultimo, il grafene, rappresenta la soluzione per il futuro sulla quale i grandi costruttori hanno deciso di puntare già da diverso tempo e sarà dunque interessante capire se le opportunità offerte dall’utilizzo della canapa verranno semplicemente ignorate o se invece porteranno a dei significativi cambiamenti nei piani industriali. Prima di concludere vale la pena di precisare che la coltivazione delle fibre destinate alla produzione di super-condensatori sono da considerarsi legali in quanto non contengono THC (principio attivo psicotropo) e non possono essere utilizzate per “altri scopi”.

Approfondisci su www.tuttoandroid.net/news/la-cannabis-e-meglio-del-grafene-per-la-creazione-di-super-condensatori-211283/

L’industria del tabacco ogm ci salverà dal virus ebola

Non si sa ancora se sarà davvero un’azienda di soli nove dipendenti con base a San Diego a salvare il mondo – ma soprattutto l’Africa occidentale – dal virus ebola. Eppure Kent Brantly, il medico americano trentatreenne che aveva contratto il virus letale mentre prestava servizio in Liberia e trasferito all’ospedale di Atlanta il 2 agosto scorso, è stato il primo paziente a essere sottoposto alle cure con il farmaco sperimentale ZMapp, e ha dato subito segni di miglioramento. E ha iniziato le stesse cure anche Nancy Writebol, una missionaria cristiana in Liberia, anche lei atterrata ieri ad Atlanta.

Non esiste un vaccino o un trattamento specifico per il virus ebola, ma molti farmaci sono in fase di sviluppo. Per esempio quello della Mapp Biopharmaceutical Inc., fondata nel 2003, una piccola azienda che si occupa del trattamento di malattie infettive diretta da Larry Zeitlin, biologo. Sul suo sito internet gli unici comunicati stampa si riferiscono ad alcuni studi sul virus ebola, e di un trattamento sperimentato dal 2012 su alcune scimmie. I risultati sui primati, all’epoca, erano stati “sorprendenti”, come aveva dichiarato il virologo Gene Olinger dell’Istituto per la ricerca delle malattie infettive dell’esercito americano (UsaMriid). Gli studi alla MappBio sono infatti una collaborazione tra il governo americano e altri istituti di ricerca. Nessun “siero segreto” è stato iniettato ai pazienti americani, ma un farmaco che ha avuto una “via preferenziale” rispetto al protocollo di sperimentazione umana visti gli ottimi risultati ottenuti precedentemente. L’ebola è considerato una minaccia in caso di guerra biologica e bioterrorismo, per questo il governo americano (assieme a quello canadese) se ne occupa da almeno dieci anni.

Ma a essere sorprendente in questa storia è piuttosto il ruolo della Reynolds American Inc., la seconda compagnia di tabacco americana. Che c’entra il tabacco con l’ebola? Gli anticorpi alla base del farmaco ZMapp sono prodotti da un ceppo australiano della pianta di tabacco (la Nicotiana benthamiana). Le piante di tabacco modificate geneticamente sono coltivate in una serra di 23 ettari della Kentucky Bioprocessing di Owensboro, società acquistata nel gennaio scorso dalla Reynolds American, a sua volta affiliata al mostro americano R. J. Reynolds Tobacco. Lo stesso ceppo di tabacco è stato usato per alcuni farmaci sperimentali contro virus influenzali pandemici. Se la Nicotiana benthamiana attualmente coltivata con i soldi della R. J. Reynolds Tobacco fosse davvero alla base di un farmaco contro la diffusione del virus ebola, sarebbe un gran colpo per il colosso americano, simbolo (negativo) della nuova cultura ultrasalutista americana.

Scene di panico
L’ebola è un virus particolarmente aggressivo che causa una febbre emorragica e ha un tasso di mortalità tra il 60 e il 90 per cento. Da febbraio ha già ucciso quasi 900 persone in Africa occidentale. Oltre a evocare nell’immaginario collettivo l’incubo delle calamità raccontate nei film catastrofici di Hollywood, le epidemie hanno delle conseguenze sulla stabilità della regione in cui si diffondono, dal punto di vista sociale, ma anche economico – basti pensare al settore del turismo. E’ per questo che ogni focolaio diventa immediatamente una questione di sicurezza nazionale. Negli ultimi giorni in Corea del sud, per esempio, la notizia della diffusione del virus ebola era in apertura su tutti i giornali e il governo di Seul ha attivato un protocollo di screening da Grande fratello epidemico: negli aeroporti sono stati attivati dei monitor che controllano la temperatura corporea di ogni singolo passeggero. La psicosi sudcoreana è probabilmente legata al numero di pellegrini che sta raggiungendo la Corea in vista della visita di Papa Francesco a Seul, che inizia ufficialmente il 14 agosto. L’aspetto sociale è altrettanto destabilizzante: l’altroieri decine di persone hanno protestato bloccando alcune strade della capitale della Liberia, Monrovia, perché nessuno ha ancora spiegato loro cosa fare dei morti che si ritrovano in casa. Il governo liberiano ha messo in quarantena alcune zone del paese, le frontiere sono chiuse, i servizi sanitari al collasso. Le autorità hanno vietato il contatto con i cadaveri – principale veicolo del virus – ma intanto “in questo quartiere quattro persone sono morte” ha detto all’Afp un manifestante, “e nessuno di loro è stato sepolto”, aggiungendo che i tentativi di contattare il numero d’emergenza del ministero della Salute liberiano sono stati vani.

www.ilfoglio.it/articoli/v/119802/rubriche/industria-del-tabacco-ogm-ci-salvera-dal-virus-ebola.htm

Usa, muore a 53 anni Jay Adams, pioniere e leggenda mondiale dello skateboard

Il fondatore del team di skater Z-Boys rivoluzionò la specialità negli anni Settanta, e fu protagonista di un documentario sulla trasformazione dello skate, "Dogtown and Z-Boys

 
 
Usa, muore a 53 anni Jay Adams, pioniere e leggenda mondiale dello skateboard
 

E’ stato stroncato da un infarto improvviso a 53 anni. Jay Adams, pioniere californiano dello skateboard, si trovava in Messico, dove stava trascorrendo una vacanza con la famiglia, la moglie Tracy e i suoi due figli. A dare la notizia la sua manager Susan Ferris, che ha precisato che Jay non aveva mai avuto problemi cardiaci, aggiungendo di “essere sotto choc”. Nato nel 1961 a Venice,California, fondò il team di skater Z-Boys, che rivoluzionò negli anni settanta lo sport, soprattutto nelle acrobazie e nell’estetica, superando i vecchi “trucchi” del decennio precedente e avvicinandone i movimenti a quelli del surf. Adams e gli Z-Boys inaugurarono l’era dell’half-pipe acrobatico.

La leggenda californiana fu protagonista anche di un documentario del 2001, “Dogtown and Z-Boys“, diretto da Stacy Peralta, uno degli ex componenti del gruppo di skater.  Sempre Peralta, quattro anni dopo fu tra gli sceneggiatori del film hollywoodiano “Lords of Dogtown“, diretto da Catherine Hardwicke. Nel film si racconta la rivoluzione del mondo dello skateboard fatta negli anni Settanta dagli Z-Boys, che in quel periodo hanno contaminato la disciplina con le acrobazie del surf. “Lords of Dowtown” ricorda anche le spettacolari discese del gruppo di amici nelle piscine dei ricchi diBeverly Hills, svuotate dalla siccità del 1975.

Adams ha avuto gravi problemi legali e fu accusato di istigazione all’omicidio per l’aggressione a un ragazzo omosessuale, Dan Bradbury, che morì per un pestaggio nel 1982 a Los Angeles. Non sono mancati neppure problemi di droga: negli anni novanta Jay Adams attraversò il lungo tunnel dell’eroina, dopo la morte violenta del fratello e, nello stesso anno, il decesso di entrambi i genitori.

www.ilfattoquotidiano.it/2014/08/16/usa-muore-a-53-anni-jay-adams-pioniere-e-leggenda-mondiale-dello-skateboard/1092161/

"In cella chi incita all'anoressia", è polemica

Proposta di legge bipartisan per introdurre un nuovo reato: agli istigatori fino due anni di carcere e centomila euro di multa. Nel mirino blog e pagine web  che consigliano come mangiare sempre meno. Ma piovono i no: inutile proibizionismo 

ROMA - In carcere chi incita all'anoressia. Pene altissime per chi gestisce, o pubblicizza, quei siti che spingono le ragazzine ad entrare nel tunnel della magrezza senza ritorno. Fa discutere e divide la proposta di legge scritta dalla deputata Pd Michela Marzano, ma firmata "bipartisan" da esponenti di tutte le forze politiche (Carfagna, Vezzali, Binetti) sulla lotta ai disturbi alimentari. Un testo approdato da poche settimane in Parlamento ma già diventato un "caso". Il primo articolo prevede infatti l'estensione del reato di "istigazione al suicidio", articolo 580 del codice penale, per quei siti (centinaia, ma i più famosi si chiamano "pro-Ana" e "pro-Mia") dove giovanissime e spesso gravi anoressiche si scambiano consigli per mangiare sempre meno. Con "tecniche" che prevedono farmaci, vomito, digiuni. Esaltando un ideale di magrezza sempre più estremo, un controllo del cibo così ossessivo, che non di rado porta ragazzine giovanissime sulla soglia dell'addio alla vita. Il testo si compone di tre articoli: il primo ipotizza appunto l'istigazione al suicidio, gli altri due chiedono misure e fondi per la prevenzione e la cura dei disturbi alimentari. Un'epidemia, una vera e propria piaga sociale, oltre due milioni gli adolescenti che ne soffrono (molti in modo passeggero per fortuna), ma anoressia e bulimia stanno iniziando a contagiare anche bambine tra i 9 e i 10 anni. 


Ma si può colpire chi ospita e gestisce un sito Internet, con l'accusa di istigazione al suicidio, ritenendolo responsabile di un fenomeno giovanile così radicato e diffuso? In Rete la polemica è esplosa, tra chi difende la legge Marzano, e chiede provvedimenti simili a quelli della Polizia Postale contro la pedopornografia. C'è chi invece la definisce figlia di un "inutile proibizionismo" come tutti i tentativi di imbavagliare Internet. Una polemica nota. Ma a sorpresa, a favore della legge Marzano, si schierano alcuni medici in prima linea nella cura di giovanissime e giovanissimi pazienti. Armando Cotugno, psichiatra, dirige il centro sui disturbi alimentari della Asl Roma E. Un centro di eccellenza nella spesso dissestata sanità romana. Mille adolescenti in cura, uno staff di 13 persone, e un approccio quasi tutto basato sulla terapia familiare. "Il messaggio della legge può sembrare estremo, ma da psichiatra lo appoggio pienamente, anzi ho raccolto le firme a favore. È chiaro che non sono questi siti ad indurre la malattia - spiega Cotugno - ma ho visto quanto è difficile curare chi li frequenta. Rinforzate ed esaltate dal gruppo le ragazzine anoressiche diventano più aggressive, spesso impermeabili alle cure". 

Nel centro della Asl RomaE le adolescenti (pochissimi i maschi) vengono prese in carico insieme a tutta la famiglia. "E il metodo funziona. Una volta che hanno recuperato il peso, che il loro quadro clinico è migliorato, inizia il percorso psicologico vero e proprio. Ebbene, se in questo delicato momento il loro cammino si intreccia con i gruppi pro-Ana noi vediamo delle gravissime regressioni". Conclude Armando Cotugno: "Quindi ben vengano misure così forti. Nessuno di noi si illude: non è certo chiudendo un sito Internet che risolveremo il dramma dei disturbi alimentari, ma almeno il nostro lavoro non sarà vanificato". Maria Novella De Luca, Repubblica.it www.repubblica.it/cronaca/2014/08/07/news/reato_incitamento_a_anoressia-93292889/
 

Contenuto Redazionale BUON FERRAGOSTO!

 

Detenuti tossicodipendenti in comunita' d'accoglienza. Regione Toscana

 I detenuti con diagnosi di tossico-alcoldipendenza potranno accedere alle misure alternative al carcere ed essere accolti nelle strutture gestite dagli enti aderenti al Ceart (Coordinamento degli Enti Ausiliari della Regione Toscana). Un intervento straordinario che coinvolgerà tra 50 e 60 detenuti toscani, e per il quale la Regione destina un finanziamento di 1 milione e 500mila euro per il biennio 2014-2015. L'intervento è previsto da una delibera approvata recentemente dalla giunta su proposta dell'assessore al diritto alla salute Luigi Marroni. Nel dicembre 2013, Regione Toscana, Ministero della giustizia, Tribunale di sorveglianza di Firenze e Anci Toscana avevano siglato un protocollo tematico per il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione detenuta: tra le varie azioni previste dal protocollo, anche la messa in atto di misure finalizzate al recupero e al reinserimento di detenuti con problemi legati alla dipendenza da sostanze.
Alle misure alternative, riconosciute dalla competente autorità giudiziaria, potranno accedere quei detenuti per i quali sia stata formulata la diagnosi di tossico-alcoldipendenza e il relativo piano terapeutico-assistenziale da parte dei Servizi per le dipendenze delle Asl toscane. Ad accogliere i detenuti, in regime residenziale, saranno le strutture gestite dagli enti aderenti al Ceart (Coordinamento degli Enti Ausiliari della Regione Toscana), che realizzeranno il programma terapeutico-assistenziale finalizzato al loro reinserimento. Un gruppo di lavoro, costituito da esperti del Tribunale di sorveglianza di Firenze, del Prap (Provveditorato Regionale Amministrazione Penitenziaria) e dei competenti settori dell'assessorato, definirà le procedure per l'attivazione di questi percorsi; individuerà la lista dei detenuti da inserire in questi percorsi (50-60 persone); definirà la ripartizione delle risorse da destinare alle Asl; monitorerà il corretto svolgimento degli interventi e ne rileverà i risultati.

ADUC Droghe

E' morto don Gelmini, il prete anti-droga amico di Berlusconi

 

 
E' morto don Gelmini, il prete anti-droga amico di BerlusconiÈ MORTO a 89 anni don Pierino Gelmini, il fondatore della Comunità Incontro di Amelia. Da tempo malato  -  lo scorso 5 agosto si era sottoposto a un intervento per la sostituzione di un pacemaker - e da sempre impegnato nel recupero dei tossicodipendenti, è spirato nelle sue stanze di Molino Silla di Amelia (Terni). "Don Pierino Gelmini è stato assistito fino all'ultimo dai ragazzi che ha seguito per una vita", ha fatto sapere nella notte Gianpaolo Nicolasi, uno dei suoi più stretti collaboratori. La camera ardente è stata aperta alle 12 a Molino Silla di Amelia. La salma di Don Gelmini è stata trasportata sulle note dell'Alleluia di Haendel.
 
C'è riserbo sui nomi dei politici italiani e di altre figure note che domani prenderanno parte ai funerali di Don Pierino Gelmini, fissati per le 10:30 nella chiesa della Comunità Incontro nella struttura di Molino Silla, a qualche chilometro da Amelia.

Una vita al fianco dei tossicodipendenti. La lotta alla droga per don Gelmini era iniziata nel 1963 dopo un incontro casuale con Alfredo, un tossicodipendente romano: "Zì prete, dammi una mano, non voglio soldi, ma sto male" implorava il ragazzo in piazza Navona. Don Gelmini lo portò quindi a casa sua, cominciando la sua attività di recupero dei tossicodipendenti, poi concretizzatasi dalla Comunità Incontro. Con l'apertura del Centro di Molino Silla, nel 1979, nasceva la prima realtà di oltre cento future strutture legate, in Italia e all'estero, che hanno seguito circa 300mila ragazzi sinora.

Ma Pietro Gelmini, nato a Pozzuolo Martesana (Milano) nel 1925 e chiamato "don" fino all'ultimo anche se ridotto allo Stato laicale, su sua richiesta, da papa Ratzinger nel 2008, è stato in vita una figura controversa. Già sacerdote della Chiesa Cattolica e vescovo di quella Greco-Melichita, è stato amato da molti per il suo impegno sociale, ma accusato da altri per presunte molestie sessuali. Un'ombra che lo ha accompagnato costantemente negli ultimi anni: "Sono stato incastrato da toghe rosse e poliziotti infami", fu la sua reazione iniziale. Così, nel 2010, don Gelmini è stato rinviato a giudizio per presunti abusi. "Sono innocente, addolorato e incredulo, tante menzogne non fanno una verità. Come posso aver fatto certe cose orrende alla mia età?", ripeté più volte all'epoca. 

Gli episodi contestati spaziano dal 1997 al 2007. Tutto era cominciato nel 2000 quando il ragazzino "Michele I." aveva denunciato Don Gelmini per molestie sessuali. In un primo tempo, il caso era stato archiviato. Cinque anni dopo, però, l'aria alla procura di Terni era cambiata. Gli investigatori e il pm Barbara Mazzullo sostenevano di aver raccolto le prove di almeno dodici episodi di pesanti molestie. Un processo, quello a Gelmini, a estremo singhiozzo. Lo scorso primo luglio, del resto, la perizia medico-legale disposta dal tribunale di Terni ha stabilito che l'ex religioso non era in grado di "partecipare coscientemente" al procedimento a suo carico a causa dell'aggravamento delle sue condizioni di salute. Per questo il processo era stato temporaneamente sospeso. La nuova udienza era stata fissata al 4 marzo 2015. Inutilmente.

Ma Don Gelmini, fratello di un altro celebre ecclesiastico (padre Eligio Gelmini) e ordinato prete nel 1949, era anche un "prete star", molto inserito nel tessuto politico e della società che conta. Indimenticabile la festa dei suoi ottant'anni, nel 2005, con ospiti d'onore Gigi D'Alessio, Amedeo Minghi e Mogol. Vicino alla destra italiana, fu lui a celebrare la messa per Bettino Craxi a un anno dalla sua morte. Condannato nel 1971 per truffa e bancarotta fraudolenta e protagonista vent'anni dopo di un celebre scontro con il sindaco di Amelia e storico leader della Cgil Luciano Lama che lo accusava di abusi edilizi (si candidò per succedergli e perse), Gelmini, inoltre, è stato anche un carissimo amico di Berlusconi, tanto che l'ex Cavaliere lo voleva addirittura ministro nel 1994 (non accadde) e gli donò cinque milioni di euro nel 2005 per la sua associazione. 

Un anno dopo, don Gelmini fu uno degli ispiratori della legge Fini-Giovanardi che equiparò le droghe leggere a quelle pesanti. E del resto già nel 2000 aveva partecipato al "manifesto" di Alleanza Nazionale "Valori e idee senza compromessi" come testimonial della lotta alle sostanze stupefacenti. In quella circostanza, però, rilasciò una dichiarazione che fece arrabbiare molti: "I musulmani tra poco in Italia saranno il 10-15 per cento della popolazione e metteranno a rischio la purezza dei nostri valori. Un tempo venivano per predare le nostre città, oggi hanno una parola d'ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all'Islam. Bisogna bloccare questo germe".

Le reazioni. Numerosi i pensieri e i ricordi dal mondo ecclesiastico e politico. Silvio Berlusconi, che è sempre stato un sostenitore delle sue attività, ha espresso la propria vicinanza alla Comunità per la morte del fondatore. Berlusconi ha assicurato la propria solidarietà anche per il futuro, ma ha spiegato che non potrà partecipare al funerale.

Il presidente della commissione Affari esteri del Senato, Pier Ferdinando Casini: "Ricordo con profonda commozione e tristezza don pierino gelmini che è stato indubbiamente un protagonista discusso ma coraggioso nella lotta contro la droga. E' affidato oggi, come tutti, al giudizio divino ma certamente le sue opere in terra rimangono e hanno significato la riconquista della vita per tante centinaia di giovani". 

"Don Pierino Gelmini ha strappato alla morte migliaia di vite - dice Maurizio Gasparri (Fi) - non solo combattendo in Italia e nel mondo il flagello della droga, ma dando un ricovero in Asia o in America Latina a chi sarebbe morto di stenti, fame e povertà. Ha mobilitato energie enormi, scosso palazzi della politica troppe volte sordi, restituito un sorriso e una speranza a tante famiglie alle quali lo Stato non ha dato né ascolto, né risposte. Tanti giovani usciti dalle sue comunità hanno creato famiglie nelle quali sono nati e cresciuti bambini che non esisterebbero se Don Pierino non avesse strappato alla morte i loro genitori. Don Pierino ha difeso e alimentato la vita, sempre e ovunque". 

Monsignor Giovanni D'Ercole, nuovo vescovo di Ascoli Piceno, ricorda don Pierino con le seguenti parole: "Ha vissuto con dignità il suo calvario, ha conservato sempre la sua serenità e non ha mai smesso di essere ottimista".

 www.repubblica.it/cronaca/2014/08/13/news/don_pierino_gelmini_morto-93664360/

Robin Williams, dietro il sorriso alcol, droga, depressione e sindrome bipolare

Chi non ha riso della sorpresa con cui guardava la realtà terrestre lo stralunato Mork che negli anni ’70 gli diede la popolarità televisiva? Chi non ha plaudito alla creatività di Daniel Hillard, che pur di star vicino ai propri figli non esitava a travestirsi da donna, vestendo i panni extralarge dell’irreprensibile Mrs. Doubtfire? Chi non si è appassionato agli insegnamenti del Professor Keaton dell'Attimo Fuggente?

Chi non ha riso della sorpresa con cui guardava la realtà terrestre lo stralunato Mork che negli anni ’70 gli diede la popolarità televisiva? Chi non ha plaudito alla creatività di Daniel Hillard, che pur di star vicino ai propri figli non esitava a travestirsi da donna, vestendo i panni extralarge dell’irreprensibile Mrs. Doubtfire? Chi non si è appassionato agli insegnamenti del Professor Keaton dell'Attimo Fuggente?

Chi non è rimasto commosso dalla sensibilità del chirurgo Patch Adams e dal naso da clown con cui faceva ridere i piccoli malati  che aveva in cura? Chi non ha provato comprensione, perfino affinità con il maggiordomo robot Andrew de L’Uomo Bicentenario, per la sua lotta nel diventare sempre più umano in una società che si faceva invece sempre più meccanica e automatizzata? Tutto questo è stato Robin Williams per chi lo seguiva sullo schermo, tutto questo e molto di più è stato per chi gli stava vicino e con lui condivideva non lo schermo, ma la vita. Una vita che, a dispetto dell’entusiasmo con cui affrontava il lavoro e le tante personalità che si trovava a interpretare, era invece ricca di aspetti oscuri.

Come l’abuso di droga e di alcol di cui fu vittima negli anni ’70 e ’80, abitudini da cui non riusciva a staccarsi. Finché nel 1982 il suo amico John Belushi morì per overdose allo Chateau Marmont e Williams, da poco padre, rinunciò agli eccessi, riuscendo a rimanere sobrio per circa vent’anni.

Ma nel 2003, mentre girava un film in Alaska, qualcosa scattò in lui: “Mi sentivo solo e avevo paura. A un certo punto, un pensiero si formò nella mia mente: bere. E basta”. Robin Williams ricadde nell’alcolismo, che gli costò il suo secondo matrimonio: “Mi vergogno moltissimo, ho fatto cose davvero disgustose ed è dura riprendersi”, confessò al quotidiano britannico The Guardian che lo intervistò nel 2009, quando si era nuovamente disintossicato (continuava a partecipare alle riunioni degli Alcolisti Anomimi) e aveva subito un delicato intervento al cuore.

Cocaina – il modo che Dio usa per dirti che stai facendo troppi soldi, disse una volta – e alcol, e più tardi un disordine bipolare, che lo ha portato al ricovero in rehab, all’Hazelden Addiction Treatment Center in Minnesota solo il mese scorso. Troppo tardi per i suoi demoni e per il più grande di essi: la depressione.

Non una congettura, ma la dichiarazione del suo portavoce: “Negli ultimi tempi, Robin Williams ha lottato contro una severa forma di depressione”, il male oscuro che spesso è legato a doppio filo all’abuso di alcol e stupefacenti. Secondo studi recenti, una vasta fetta di coloro che soffrono di depressione è, o è stata, alcolista. E il 90% di chi soffre di questa malattia finisce per togliersi la vita. Proprio come, secondo le prime indagini, avrebbe fatto Robin Williams.

it.cinema.yahoo.com/blog/multisala/robin-williams-dietro-il-sorriso-alcol-droga-depressione-085553417.html

Cervello: l’astinenza da alcol blocca memoria e apprendimento

L’astinenza da alcol rallenta le funzioni fondamentali del cervello, come l’apprendimento e la memoria, e questo meccanismo provoca la necessita’ di assumere altro alcol. Manca infatti la dopamina. E’ la scoperta fatta da un’equipe di ricercatori delle Universita’ di Sassari, Cagliari e Palermo, ed e’ stata pubblicata sulla rivista scientifica Pnas. Secondo lo studio, gli esseri viventi ricevono e rispondono agli stimoli ambientali durante tutta l’esistenza, questa monumentale quantita’ di informazioni e’ immagazzinata nel sistema nervoso centrale e assicura la plasticita’ comportamentale dell’organismo. Mantenere un cervello altamente flessibile, quindi non solo generare nuove memorie ma anche dimenticare, e’ essenziale per adattarsi all’ambiente costantemente mutevole che ci circonda. Questo comportamento virtuoso non si riscontra nel cervello dell’alcolista in astinenza a causa della mancanza di dopamina. Tale insufficienza e’ alla base del processo che impedisce la formazione di meccanismi come “long term depression” e “decision making” dell’alcolista, ha spiegato Marco Diana, dell’Universita’ di Sassari, che ha coordinato il team di ricercatori composto da Saturnino Spiga ed Enrico Sanna dell’ateneo di Cagliari e Carla Cannizzaro dell’Universita’ di Palermo.

www.meteoweb.eu/2014/08/cervello-lastinenza-alcol-blocca-memoria-apprendimento/311166/

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