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Novità tutte le sostanze, Articolo

Come il porno online può rovinare la tua vita sessuale

Non ha più senso parlare di educazione sessuale. La vera istruzione che i nostri figli dovrebbero ricevere a scuola come in casa, è alla pornografia. Perché ormai il porno online è accessibile a tutti.

È questa la conclusione di un articolo pubblicato sull’Indipendentche indaga il rapporto che i giovani hanno col sesso. Un articolo che profila una situazione per certi versi coincidente con i dati del rapporto Steve sui nativi digitali e il sesso, pubblicati qualche tempo fa.

I nomi sono di fantasia, ma le storie tutte vere e dovrebbero far riflettere.
Chris, 24 anni, racconta di aver cominciato a guardare porno online a 13 anni e di essersi fissato col sesso anale. Quando ha insistito con la sua ex per provarlo nella realtà, non ha ottenuto ciò che si aspettava.
Una ragazza parla della sua scoperta del sesso condizionata dalla pornografia che l’aveva “educata” a proporsi agli uomini- spesso più vecchi di lei – come un oggetto.

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L’articolo parla anche della violenza come ingrediente ricorrente nella pornografia in rete e in grado di innescare un consumo ossessivo. La fantasia di chi guarda vuole alimentarsi di scene sempre più estreme. Quando poi si spegne il computer e bisogna adeguarsi a una situazione condivisa con il partner fisicamente ed emotivamente meno scontata di un video pornodove si può saltare (o skippare) da una scena all’altra in cerca del momento preferito, sorgono le difficoltà.

Certo, non tutta la pornografia online è violenta, ma un consumo eccessivo può portare a un rilascio di dopamina tale nel cervello, da causare un intorpidimento del piacere in altre situazioni, quando non si naviga online.
È questa la tesi di un neuroscienziato statunitense che nel suo sito, Yourbrainonporn.com raccoglie diverse testimonianze.

Se l’articolo dell’Indipendent inizia lanciando il grido d’allarme, conclude chiedendosi quanto sia veramente utile aggiungere filtri che frenino la navigazione a siti porno. Vietare qualcosa è sempre stato il modo migliore per mitizzarla e renderla desiderabile.
Forse è ora che papà e mamma spieghino ai loro figli che cos’è la pornografia (non necessariamente un male) e cosa il sesso (non necessariamente pornografia).

WIRED www.wired.it/internet/web/2014/10/29/porno-online-perche-fa-male/

Coltivazioni oppio e sicurezza in Afghanistan. La ritirata/disfatta dei britannici

Con la partenza dei soldati britannici, la Nato ha abbassato la guardia nel sud-ovest dell'Afghanistan dopo 13 anni di presenza con un bilancio molto esiguo, non essendo riusciti a sconfiggere i talebani e far smettere l'enorme traffico di droga.
Gli ultimi soldati britannici di stanza nella provincia di Helmand, una delle piu' violente e “talibanizzate” del Paese, hanno ufficialmente rimesso domenica 26 ottobre il controllo del sud-ovest del Paese alle forze afghane, preludio per il rimpatrio nei prossimi giorni nel loro Paese.
Per Londra, che ha stanziato fino a 9.000 soldati in Afghanistan, questo ritiro segna la fine di 13 anni di missione di guerra, fatale per 453 suoi soldati. Ma verranno conservati 500 militari essenzialmente per sostenere e spalleggiare l'esercito afghano a Kabul.
Le truppe britanniche hanno assunto dal 2006 il comando della missione Nato in Helmand, nel contempo feudo dei talebani e cuore della produzione di oppio che ha raggiunto un livello record in Afghanistan l'anno scorso, malgrado i miliardi di dollari investiti dai Paesi occidentali nella lotta antidroga.
La lotta contro l'oppio, materia prima per l'eroina e di cui l'Afghanistan e' da diverso tempo il primo produttore mondiale, e', con la messa in sicurezza del Paese, l'altra grande sconfitta dell'intervento occidentale cominciato nel 2001.
Gli agricoltori afghani hanno coltivato nel 2013 un nuovo record di 207.000 ettari di oppio, come fa sapere l'Onu, e malgrado i 7,6 miliardi di dollari versati dagli americani per eradicare questa succosa produzione, come ha recentemente fatto sapere l'ufficio dell'Ispettore americano per la ricostruzione dell'Afghanistan (Sigar).
La provincia di Helmand ha circa la meta' della produzione afghana di oppio, che, trasformato in eroina, prende la rotta dell'Europa e dell'Asia, essenzialmente via Pakistan e Iran.
Un recente rapporto della Rete degli analisti afghani (AAN), un centro di ricerca con base a Kabul, ha fatto un'analisi critica della missione della Nato nell'Helmand, sostenendo che essenzialmente abbia contribuito a rinforzare i talebani nel distretto di Sangin.
Nel 2010, il governatore fantasma di questo distretto, sotto l'autorita' parallela dei talebani, il mollah Abdul Qayyum, disgustato dagli abusi da parte degli insorti, ha preso in considerazione, secondo l'AAN di rimettere il proprio mandato in segno di protesta contro il governo di Kabul e la Nato.
Ma dopo diversi mesi di trattative dietro le quinte con i responsabili afghani e britannici, il mollah e il suo entourage sono stati bombardati in seguito ad un ordine degli americani, fatto che ha contribuito al deterioramento della sicurezza in questa regione remota.
Questi analisti hanno anche rimesso in causa il Programma di ricostruzione provinciale, il famoso PRT, che ha visto i militari stranieri impegnarsi in progetti di sviluppo, con la collaborazione di alcune ONG e con dei risultati che non hanno avuto una qualche regolarita', con l'obiettivo di accattivarsi “i cuori e gli spiriti”.
“Noi siamo fieri di cio' che ci lasciamo alle spalle, perche' gli afghani sono pronti a prendere le consegne”, ha dichiarato all'agenzia France Press (AFP) il generale di brigata Robert Thomson, il piu' alto in grado tra le forze britanniche in Afghanistan. “Gli afghani sono in primo piano da maggio del 2013 e lo fanno molto bene, ma restano ancora dei problemi in termini di sicurezza e di governance”.
Le forze britanniche hanno lasciato lunedi' pomeriggio la gigantesca base di Camp Bastion, dove hanno alloggiato piu' di 40.000 stranieri nel 2010-2011, quando c'e' stato il picco del numero di truppe della Nato in Afghanistan, lasciando una preziosa eredita' alle forze afghane che devono contrastare l'insurrezione dei talebani, che si e' rinvigorita nel corso dell'estate.
“C'e' sempre dell'insicurezza nel Helmand... i talebani e gli altri terroristi mettono tutto il loro impegno qui. Alcuni distretti erano una volta sotto il loro controllo e altri vi rimangono ancora”, dice il generale di divisione afgana Sayed Malok.
In loco, alcuni afghani sono critici sulla missione delle forze britanniche, che si erano gia' rotti i denti in Afghanistan nel XIX secolo. “I soldati britannici son stati sconfitti per una seconda volta. Essi lasciano l'Helmand nel momento in cui i talebani guadagnano terreno... Questa missione e' una disfatta per loro”, dice Mohammad Ismail, un agricoltore dell'Helmand.

(articolo di Mamoon Durrani e Emmanuel Parisse per l'agenzia France Press – AFP del 27/10/2014)
 

Dipendenze Sottili

Sì, bevo tanto Sarà troppo? 
L'aperitivo con gli amici, il bicchiere a cena, l'amaro come digestivo... E poi le occasioni per festeggiare, o al contrario per rilassarsi. Confessioni di una forte bevitrice sociale, che solo a se stessa confida un sospetto.

 Quanti bicchieri bisogna bere per avvicinarsi al rischio dell'alcolismo? I limiti massimi fissati dai medici sono due unità alcoliche al giorno per gli uomini e una per le donne: una volta passato questo confine non si è più bevitori normali ma si entra nella zona a rischio. La definizione tecnica di alcolismo infatti è malattia cronica recidivante, intesa come dipendenza.  

Significa che quando si smette di bere si sta male: i primi periodi di astinenza, dopo i quali si sente il bisogno di alcol, durano circa otto ore ma poi scendono progressivamente fino ad arrivare a mezz'ora circa. I sintomi sono sudori, vomito, cefalea, nausea e, nei casi più gravi, anche deliri allucinogeni. «Molte volte si comincia proprio con il famoso bicchiere di vino alla sera, per rilassarsi.  
Un altro comportamento da tenere d'occhio è l'abitudine di bere per attenuare l'ansia in momenti di forte stress», spiega Mauro Ceccanti, responsabile del Centro di riferimento alcologico della regione Lazio all'università della Sapienza. In Italia circa 1 persona su 4 (secondo i dati Istat 2013) consuma quotidianamente bevande alcoliche: il 51,6% beve vino, il 45,3% birra, il 39,9% superalcolici e liquori. L'Italia è anche uno dei paesi europei  
dove si inizia a bere prima: il primo bicchiere si beve a 11 anni, mentre la media Ue è di 14 anni.  
C'è il bicchiere di vino a cena, ogni sera. Ci sono gli aperitivi con le amiche, un paio di volte a settimana, con uno o due giri di cocktail. Ci sono i weekend ad alto tasso alcolico, perché come fai a uscire per vedere gli amici o andare a ballare e non bere neanche un bicchiere? Ci sono pure la grappa dopo le cene (per digerire) e i bicchieri di Martini che mi piace centellinare mentre scrivo, alla sera (per concentrarmi meglio). «Ma non ti sembra di esagerare?», mi ha chiesto il mio ragazzo una domenica di qualche mese fa, quando dopo una cena fuori con amici ho proposto a tutti di fermarci in un bar sulla via di casa per bere «un ultimo amaro». Non mi sembra, no. Gli ho spiegato che dalle mie parti, nel Nordest, è normale avere sempre una bottiglia di vino sul tavolo durante i pasti, e pure concludere pranzi e cene con un digestivo. Certo, ha ribattuto lui, ma dove li metti i tuoi mojito all'aperitivo con le amiche e i moscow mule in discoteca? Quelle di certo non sono tradizioni della tua regione.  
Lo hanno notato anche i miei genitori. Alle ultime feste comandate, tra vigilia, Natale e Santo Stefano, devo aver bevuto parecchio, dagli aperitivi di auguri al bar del paese al vino (un paio di bicchieri per ogni portata) fino ai liquori dei raduni famigliari. A un certo punto, dopo avermi riempito per l'ennesima volta il bicchiere vuoto, mi hanno chiesto: «Ma mica berrai così tanto anche a Milano, vero?». Il mio ragazzo mi ha dato una gomitata, io ho subito risposto che no, ovvio che no. E ho capito che forse avevo davvero qualcosa da nascondere.  
Così mi sono documentata. Ho scoperto che la quantità di alcol che bevo mi avvicina più agli alcolisti che ai bevitori normali. Il limite massimo, per le donne, è di una unità alcolica al giorno (due per gli uomini) ed equivale ad un bicchiere di un vino o a un goccio di whisky. Un limite che sforo, non tutti i giorni ma abbastanza spesso: in una settimana dovrei bere sette unità alcoliche per essere nella norma.  
Per esempio, prendiamo l'ultima settimana. Lunedì aperitivo con due mojito, martedì mercoledì e giovedì bicchiere di vino a cena più un amaro al martedì per mettermi a posto lo stomaco e un cognac al giovedì mentre scrivevo un articolo, venerdì cena fuori con due bicchieri di vino e birra al pub, sabato bicchiere di vino a cena e due cocktail in discoteca, domenica pizzeria con birra e limoncello di rito. Fanno più o meno 15 unità alcoliche in sette giorni: più del doppio del limite fissato dai medici. A dirla tutta supero anche, e di parecchio, i 6-7 litri di alcol puro che gli italiani bevono in media ogni anno.  
Al mio medico, durante il check annuale della mia salute, ho mentito. Da anni mi chiede se fumo e se bevo, e da anni rispondo no ad entrambe le domande: lui crede io faccia parte di quel 30% di donne italiane astemie secondo i dati Oms, non sa che invece rientro nel 22,7% di italiani che, dice l'Istat, consumano alcol quotidianamente. All'inizio mentivo perché mi sembrava di non bere molto, ora - da quando ho scoperto che in effetti sì, bevo - mento perché non ho il coraggio di ammetterlo. Anche perché, quando penso agli alcolisti, mi vengono in mente la scene di abbruttimento e degrado descritte da Emile Zola ne L'assommoir, non certo i miei aperitivi in locali alla moda.  
Non sono l'unica a pensarla in questo modo e conosco persone che si spingono oltre: il collega che il vino lo beve anche a pranzo, l'amica che ogni weekend ritorna a casa ubriaca. Nella chat di gruppo con le mie amiche più care su WhatsApp non è raro che compaia un "appello alcolico": a una di noi succede qualcosa che la mette di malumore, da uno screzio sul lavoro al litigio con il fidanzato, e la reazione immediata è proporre una bevuta di gruppo o una cena ad alto tasso alcolico per rilassarsi e pensare ad altro. Ma nessuna di noi ha sintomi di astinenza, che sono la vera spia dell'alcolismo: i primi a manifestarsi sono sudori, nausee, cefalee e ovviamente il bisogno di bere ogni circa otto ore dall'ultima bevuta. Io non provo nulla del genere e mi sento tranquilla. Però al mio medico, al mio ragazzo e ai miei genitori continuo a mentire.L'aperitivo con gli amici,  
il bicchiere a cena, l'amaro come digestivo... E poi le occasioni per festeggiare, o al contrario per rilassarsi. Confessioni di una forte bevitrice sociale, che solo a se  
stessa confida un sospetto.
di Anna Viola, D Repubblica

 

Così si coltiveranno le piante di cannabis per uso terapeutico

 Piante di cannabis al Centro di ricerca di Rovigo (foto R. Corcella)

Piante di cannabis al Centro di ricerca di Rovigo (foto R. Corcella)
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«Non può esserci nulla di amatoriale nel produrre derivati dalla canapa, non solo per un quadro legislativo, che comunque è un riferimento ineludibile, ma anche perché dietro c’è tutta una professionalità per realizzare qualcosa che alla fine possa essere di aiuto nella salute di certe patologie invece di essere un’incognita se gestita malamente». A spiegarlo è stato il professor Marcello Donatelli, direttore del Centro di ricerca per le colture industriali (CRA-CIN il più grande ente italiano di ricerca in agricoltura, controllato dal Ministero delle Politiche Agricole) durante l’ “open day” sulla cannabis terapeutica, organizzato di recente dalla sede distaccata di Rovigo del CRA-CIN. «Non sfruttare le capacità interne al Paese per sopperire alla richiesta di cannabis a livello medicale sarebbe autolesionismo», ha proseguito il direttore, sottolineando con orgoglio il ruolo di eccellenza di tutto l’ente. L’istituto di Rovigo, in particolare, non è solo l’unico in Italia in grado di produrre cannabis a uso medico in ambiente indoor, ma uno dei più quotati a livello internazionale nel campo della ricerca sulla canapa.

Fondato nel 1912 dall’agronomo Ottavio Munerati come “Regia Stazione sperimentale di bieticoltura”, l’istituto produce diverse varietà di cannabis medica a differenti contenuti di cannabinoidi (THC, CBD, CBG, THCV e CBDV), a fini di ricerca scientifica. Nel 2002 il direttore, Gianpaolo Grassi, ha voluto che la sede si specializzasse nella canapa. E adesso sarà proprio l’istituto di Rovigo a supportare e “istruire” gli specialisti dello Stabilimento chimico-militare farmaceutico di Firenze, nella coltivazione delle piante utilizzate per i medicinali a base di cannabis, oggetto dell’accordo di collaborazione siglato giovedì scorso tra ministeri della Salute e della Difesa per l’avvio della produzione nazionale di cannabis medicinale allo Stabilimento fiorentino. «Il CRA collaborerà con lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (SCFM) - ha confermato il ministero delle Politiche Agricole -, fornendo il supporto logistico tecnico e operativo che si renderà necessario. Il criterio concordato di valutazione del luogo, oltre la professionalità e capacità operativa specifica, è stato quello della sicurezza, che lo SCFM può garantire». Sui circa 60 ettari di terreno coltivati a Rovigo, ondeggiano distese di piante provenienti da diverse parti del mondo, dalla Siberia alla Cina, dal Nepal fino al Sudafrica. Vengono studiate per migliorarne la varietà, soprattutto ad uso tessile.

 

 

Appena varcato il cancello di ingresso del Centro, su un rettangolo di 3mila metri quadrati recintato e controllato da telecamere di sicurezza svettano le piante del Progetto Europeo “Multi Hemp” che punta alla selezione di genotipi a basso contenuto di THC (tetraidrocannabinolo, la sostanza psicoattiva della canapa) per la produzione di fibra di qualità. Sì, perché la vocazione e la missione originaria dell’Istituto di Rovigo sono gelosamente custodite. «Siamo una Stazione di ricerca in agricoltura - ha ribadito all’“open day” il professor Donatelli -. Coltiviamo materiale vegetale adatto anche alla trasformazione in medicinali, ma non facciamo medicinali. La produzione di sostanze che hanno un contenuto psicotropo ha problemi di sicurezza molto particolari. Quindi un minimo di produzione a livello sperimentale può sicuramente essere gestita qui, poi però ci devono pensare istituzioni più attrezzate dal punto di vista della sicurezza, come lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze». Ai piani superiori dell’edificio del Centro ci sono i laboratori, dove vengono selezionate le varietà e analizzato il contenuto dei principi attivi. Alcune stanze ospitano le “scorte” di cannabis: quelle con molto THC (tetraidrocannabinolo, la sostanza psicoattiva), molto cannabidiolo o cannabigerolo, che sono i cugini minori del THC perché non psicotropi. Ma anche quelli senza THC, utili come placebo in determinati studi clinici (randomizzati, in cieco o in doppio cieco). L’intero complesso è sotto vigilanza e con allarmi.

All’interno ci sono regole severe da rispettare sui controlli e la sicurezza. Il materiale che può contenere sostanze stupefacenti viene tenuto in frigoriferi o in stanze con chiusura blindata, sotto protezione. Il cuore della produzione per uso farmaceutico è la “serra controllata”, all’interno di un capannone blindato. In un’atmosfera da fantascienza, sotto la luce giallognola delle lampade a 600 Watt che forniscono 25mila lux, le piantine selezionate all’origine vengono “allevate” in ambiente quasi sterile. «Qui non ci sono insetti, né possibilità di contaminazioni pericolose - dice Grassi - e non usiamo prodotti chimici per trattare le piante. Per arrivare ad avere anche la produzione di un vegetale che poi possa essere trasformato o destinato a farmaco bisogna seguire procedure specifiche e ottenere un materiale che sia caratterizzato da livelli elevati di salubrità e di assenza di contaminazione. La pianta deve produrre il massimo e il prodotto deve essere uniforme in qualunque stagione e con qualsiasi temperatura. Una delle caratteristiche ricercate dal prodotto farmaceutico è proprio la costanza e la standardizzazione del principio attivo». Questo per dare la massima garanzia al paziente e al medico, sia sull’origine che sull’efficacia del farmaco. Ma quanta sostanza si può ottenere? «In questa serra alleviamo mediamente 150 piante. Ogni pianta produce una quantità di fiori, che è la parte più ricca e di interesse, per circa 30 grammi, per cui diciamo circa 4,5 chili di materiale per ciclo. Con un lavoro intensivo, possiamo arrivare anche a quattro cicli l’anno».

Il percorso di produzione della canapa per uso medico, oltre ad essere normato dalla legge (la 309 del 1990), deve seguire altre regole ben precise. «La canapa medica - precisa Grassi - deve essere fatta esclusivamente con cloni, cioè materiali riprodotti geneticamente, non sono ammessi i semi. Le varietà devono essere registrate, ben definite, depositate presso Centri adatti a questo scopo che sono in Italia o in Europa». La produzione deve rispettare dall’inizio alla fine i canoni della “Good agricultural practice”, cioè tutta una serie di fasi ben definite e scritte. E bisogna porre molta attenzione a tutti i passaggi di lavorazione. «L’essicazione ad esempio - esemplifica il direttore dell’istituto di Rovigo -. Sembra una banalità, ma se viene eseguita male può causare la crescita di muffe. Dunque va fatta a bassa temperatura, con un’apparecchiatura particolare e al buio. Anche la conservazione è fondamentale per la stabilità dei principi attivi. La sterilità dovrebbe essere garantita con i raggi gamma, come accade oggi in altri laboratori all’estero. Occorre infatti considerare che queste sostanze potrebbero essere assunte da categorie di malati con un sistema immunitario indebolito». A Firenze si dovrà tenere conto di tutto questo. La produzione della materia prima e la sua trasformazione in medicinale in Italia consentirà di abbattere i costi dei farmaci a base di cannabis. E darà così maggiori possibilità di accedere alle cure ai malati che ne hanno bisogno.

www.corriere.it/salute/14_settembre_22/cosi-si-coltiveranno-piante-cannabis-uso-terapeutico-fdf499e0-423d-11e4-8cfb-eb1ef2f383c6.shtml

Emozioni inibite = dipendenza psicologica = socio di Big Pharma a vita

 

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Viviamo in un mondo sempre più drogato e aggiungerei alieno, nel quale prendere contatto con le proprie emozioni non sembra essere più possibile, visto che l’essere umano viene sempre più sospinto a inibirle, venendo minato nella sua capacità di viverle con consapevolezza sino a ritenerle funzionali per la crescita, non solo emotiva ma anche mentale.

L’umanità è sempre meno vitale, e pare non essere in grado di trovare la forza che le consenta di ergersi con fierezza difronte alle difficoltà, trovando sempre più funzionale gettarsi nelle braccia di farmaci che non risolvono il problema, anzi lo alimentano, perché il non prendere contatto con la sorgente della propria sofferenza amplierà il disagio, in modo particolare quello emotivo.

Per esempio il Prozac, un potente farmaco antidepressivo ormai usato da 40 milioni di persone in tutto il mondo, un dato, secondo me, sottostimato. La chiamano la droga degli artisti capace di donare l’ispirazione, e se una volta si usava l’oppio, oggi per trovare l’estro si utilizza il Prozac, come riportato dal quotidiano inglese The Guardian. Questo farmaco è in commercio da 25 anni e solo negli Stati Uniti, ben 10 milioni di persone lo usano e ne abusano.

Le pastiglie contenenti fluoxetina sono prescritte dai medici per “curare”, tra le altre cose l’ansia, inibendo in modo selettivo la ricaptazione della serotonina a livello dei neuroni centrali. Gli artisti la “adorano”, perché produce una calma ideale alla produzione artistica, donando una felicità irreale dovuta al suo effetto anestetizzante e artificiale attutendo ogni cosa che ruota attorno.

Questo è uno dei tanti esempi di una società sempre meno umana che non trova funzionale ai propri interessi fornire gli strumenti perché ognuno possa affrancarsi dalla sofferenza, anzi, la si incentiva, così da costruire dipendenza dalla quale sarà sempre più difficoltoso liberarsi.

Big Pharma e tutte le multinazionali del farmaco che alimentano questo mercato non hanno nessun interesse a guarire le persone, perché verrebbe meno il bacino di utenza nel quale sversare illusioni, creando tutti quegli effetti collaterali che per loro sono un assegno in bianco sul quale possono scrivere la cifra che vogliono.

Anestetizziamoci pure, mettiamo la testa sotto la sabbia, ma l’ignoranza non è mai stata e mai lo sarà una alleata sincera della quale fidarsi. Delegare la propria salute non è mai un buon affare, meglio vivere la sofferenza come una possibilità, capace di generare il travaglio necessario oltre il quale ritrovarsi con maggiore consapevolezza.

Si sa, l’essere umano ha le sue debolezze e non si vuole demonizzare nessuno, ognuno nella propria vita agisca come meglio crede, ma cerchiamo in ogni caso di radicare maggiore responsabilità nelle nostre azioni, senza la quale non possederemo mai la forza per far fronte alle nostre emozioni.

Informiamoci tenendo conto che le vie più facili non sono sempre le vie migliori, e visto che in questo articolo si parla di Prozac e dei suoi “mirabolanti” benefici, ho cercato un po’ di informazioni al riguardo, leggendo cose che non donano quella tranquillità che il farmaco promette.

Le informazioni provengono dal sito www.anagen.net e indicano effetti collaterali che mi fanno pensare ad una vittoria di Pirro, per esempio quelli più comuni sono: sogni anormali, pensieri anormali, agitazione, reazione allergica, ansia, bronchite, dolori al torace, tosse, diarrea, vertigine, sonnolenza e fatica, bocca asciutta, sintomi dell’influenza, febbre da fieno, mal di testa, aumento dell’appetito, indigestione, prurito, dolore muscolare, nausea, nervosismo, infiammazione del seno, dolori di gola, disordini intestinali, tremore, perdita del peso, sbadigli.

Stiamo parlando di quelli più comuni, e andando a leggere quelli meno comuni, la tranquillità svanisce del tutto, ma andiamo a vedere l’elenco: esclamazione improvvisa anormale, portamento anormale, arresto anormale del flusso mestruale, acne, gusto alterato, amnesia, apatia, artrite, asma, dolore osseo, cisti alla mammella, dolore alla mammella, breve perdita di coscienza, borsite, confusione, congiuntivite, convulsioni, difficoltà di deglutizione, pelle asciutta, dolore all’orecchio, dolore all’occhio, sensazione di benessere esagerato, emorragia eccessiva, gonfiore facciale per ritenzione di liquidi, febbre, perdita di capelli, allucinazioni, sintomi del post sbornia, singhiozzo, pressione del sangue bassa o alta, ostilità, infezione, infiammazione dell’esofago, infiammazione gengivale, infiammazione dello stomaco, infiammazione della lingua, infiammazione della vagina, intolleranza alla luce, movimenti involontari, idee irrazionali, battito cardiaco irregolare, dolore della mascella o del collo, mancanza di coordinazione muscolare, disordini ovarici, reazione paranoica, dolore pelvico, respirazione rapida, problemi ai denti, vertigini, disturbi della visione, vomito, aumento di peso.

Mi sembra che non ci sia altro da aggiungere… per il momento, anche perché sembrerebbe che gli effetti collaterali siano gli stessi sintomi che si vorrebbe curare con questo o altri farmaci della stessa tipologia… strano, non è vero?

www.primapaginadiyvs.it/emozioni-inibite-dipendenza-psicologica-socio-big-pharma-vita/#

Salvate il pesce cocainomane interrogazione dei 5 Stelle

Succede a Firenze. In Arno, secondo alcuni prelievi, c'è un'alta presenza di metaboliti, residui della cocaina. E così una consigliera grillina si spinge a chiedere al sindaco Nardella cosa intenda fare per evitare danni ai pesci   di ERNESTO FERRARA, Repubblica

Dalle sirene ai pesci cocainomani. Stavolta dal cilindro dei 5Stelle salta fuori un singolare sos per salvare i pesci dell'Arno a Firenze. Un allarme sollevato dalla giovane consigliera grillina Arianna Xekalos, ispirato alle ricerche sulle acque del fiume fatte negli anni scorsi dall'Università di Firenze, che arriva addirittura sul tavolo del sindaco Dario Nardella. La giovane 5 Stelle ha presentato un'interrogazione, in cui si legge: "Considerato che il fiume è uno dei maggiormente inquinati d’Italia; appresa la presenza di eroina e cocaina, che possono compromettere la sopravvivenza delle specie animali presenti nel letto". Quindi la domanda al sindaco: "E’ prevista un’operazione di riqualificazione delle acque? Se sì, quando sono previsti i lavori?". 

Per giorni all’assessorato all’ambiente, a cui è stata inoltrata la domanda, ci hanno scherzato su: «Facciamo un centro di recupero per i pesci tossici!». Poi la risposta formale dell’assessore Alessia Bettini: «Non è competenza del Comune; tuttavia segnaliamo che il nuovo emissario in riva sinistra riduce l’inquinamento delle acque». Ma il tema rimane: in Arno, secondo indagini universitarie condotte dal 2007 in poi, è emerso che c’è una concenrazione di cocaina più alta che nel Tamigi. 

I pesci ne risentono? "No, si tratta di metaboliti, ovvero residui di sostenza già consumate dall'organismo umano, per di più in concentrazioni bassissime", tranquillizza il Comune. Una ricerca del 2011 segnalava tuttavia che per l’eccesso di droghe nell'acqua i gobioni della Dore in Francia stavano diventando ermafroditi. Pesci siluri avvisati...

Usa, il gigante del tabacco Reynolds vieta ai dipendenti di fumare in azienda

Chi lo avrebbe mai immaginato che una delle maggiori aziende produttrici di sigarette al mondo, la Reynolds (Camel), potesse disincentivare il consumo di fumo? Invece è così. La multinazionale si appresta a vietare il consumo di tabacco nei locali delle sue sedi

 NEW YORK - Vietato fumare. A partire dal primo gennaio 2015 una delle compagnie più grandi al mondo per la produzione e lavorazione del tabacco, la Reynolds American Inc. (proprietaria del marchio Camel), vieterà ai propri dipendenti di fumare all'interno dei locali dell'azienda. Non è detto che la decisione aiuterà i lavoratori tabagisti a finirla col brutto vizio, di sicuro non potranno dedicarci tempo nell'orario di lavoro: il divieto infatti riguarda gli uffici, le sale conferenza, ai corridoi e negli ascensori di tutti gli edifici dell'azienda e anche in tutte le fabbriche e nei locali mensa, ristoro e fitness.

Per adesso il gigante del tabacco chiuderà un occhio limitatamente ai corridoi e agli uffici privati, ma solamente fin quando non saranno messe a disposizione del personale stanze ad hoc in cui respirare il grigio fumo (le smoking-room, quegli anfratti attrezzati di aspiratori che si trovano in quasi tutti gli aeroporti del mondo). L'azienda prevede di disporre la consegna delle stanze del fumo entro fine 2015. Il divieto stranamente si limità ai prodotti con tabacco: i dipendenti potranno fare abuso di sigarette elettroniche, tabacco da sniffo e Eclipse - la sigaretta dal filtro in carbonio, prodotta dalla Reynolds, che rilascia sapore di tabacco una volta scaldato, ideata negli anni novanta e mai ampiamente commercializzata.

Portavoce Reynolds: "Una scela al passo coi tempi". "Crediamo che sia la cosa giusta da fare e nel momento adatto, perché rivedere la nostra politica del fumo andrà incontro alle esigenze dei non-fumatori, ma anche dei fumatori che lavorano o visitano i nostri locali - ha detto il portavoce David Howard, al giornale Usa-Today - ci stiamo semplicemente allineando alla realtà della nostra società". 

Una scelta (forse) dettata dal mercato. Ma dietro questa decisione in apparenza lodevole, può esserci un motivo meno nobile: c'è infatti chi collega la direttiva al rilancio di Eclipse e all'annuncio di fusione con la Lorillard - il marchio che produce sigarette elettroniche Blu, numero tre del settore al mondo -  fatto lo scorso luglio. Una volta finalizzata, l'operazione porterà il gruppo alla vetta del mercato del tabacco e del fumo americano, ma non a dominarlo. La Reynolds detiene attulamente il 25 percento dell'intero settore che, sommato al 15 della Lorillard, porta l'azienda a controllare il 35 percento del mercato. Nonostante l'enorme operazione, il controllo rimane nelle mani della Holding Altria, proprietaria del marchio Malboro, che ne detiene la metà esatta. Per aumentare la propria concorrenza, la Reynolds punta ad aumentare le attività nel settore, subentrando nella produzione di sigarette elettroniche e di sigari. 

Il tabagismo negli Usa interessa il 18% della popolazione. Dai dati forniti dallo stesso dirigente, il 20 percento dei 5.200 dipendenti dell'azienda è fumatore  - dato in linea con il tasso medio degli Stati Uniti, pari a circa il 18 percento. Anche la  Philip Morris Usa non consente il fumo nelle fabbriche e nei luoghi comuni come ascensori o corridoi. I dipendenti con uffici separati sono invece autorizzati a fumare, l'azienda da tempo ha attrezzato le sue sedi con smoking area.

Siria: Los yihadistas son drogados masivamente con captagon, una poderosa anfetamina euforizante

 Los medios occidentales y del Golfo nos quieren hacer creer que los yihadistas que combaten en Siria se alimentan principalmente de la lectura del Corán. La realidad es que se drogan masivamente con Captagon.

Ésta droga, muy utilizada en Oriente Próximo, aunque práticamente desconocid​a​ en otras partes, permite a los combatientes mantenerse en pie y luchar durante días enteros sin descanso. Por otra parte, el comercio de Catagon permite también generar el dinero necesario para la compra de armas.

El ejército sirio ha decomisado en dos días un coche lleno de pastillas de Captagon y un camión cisterna con una tonelada de esa droga.

Captagon es la marca comercial del clorhidrato de fenetilina. Se empezó a producir en los años 60 para tratar la hiperactividad, la narcolepsia y la depresión, pero fue prohibido en muchos países en​ los años 80 por ser demasiado adictivo. En el año 2011 la OTAN inició su producción en un laboratorio en Bulgaria, y ahora se produce igualmente en todo Oriente Próximo.

El año pasado la policía antidrogas de Líbano incautó 12 millones de pastillas de Captagon. El comercio de esa droga con Siria y los países del Golfo es intenso. Parte de los beneficios generados por ese comercio sirve para apoyar económicamente la rebelión contra el régimen de Bashar al-Assad.

El Captagon es una anfetamina que provoca euforia e insensibilidad al dolor, quita el sueño, deprime el apetito, da energías. Mezclado con otras drogas como el hachis, constituye la ración alimentaria básica del yihadista.

Los combatientes no sienten ni su dolor ni el que infligen a los demás. Así pueden cometer todo tipo de atrocidades con la sonrisa en la boca.

*Fuente: Alerta Digital

Hanno cambiato il nome al "gioco d'azzardo", una gaffe svela la strategia delle concessionarie

Immaginiamo che un giorno le associazioni che combattono l'alcolismo si mettano d'accordo con i principali produttori di superalcolici per lottare assieme contro il fenomeno. E prima di tutto concordino sull'opportunità di non utilizzare più la parola alcolismo, che suono male ed evoca una terribile condizione di dipendenza. E decidano di sostituirla con una lungo circonlocuzione. Del tipo: “Campagna contro rischi derivanti dalla non corretta assunzione di bevande che contengano etanolo in quantità superiore al 22 per cento”.
E' quanto è successo nei giorni scorsi nel mondo del gioco d'azzardo quando – in un protocollo d'intesa tra le associazioni aderenti alla campagna “Mettiamoci in gioco” (che ha come sottotitolo “Campagna nazionale contro i rischi del gioco d'azzardo”) e “Sistema gioco Italia” (l'associazione, aderente alla Confindustria, che unisce i principali imprenditori del settore) – si è convenuto di sostituire l'espressione “gioco d'azzardo” con l'edulcorante locuzione “Gioco con alea con posta in denaro”.
Il protocollo è stato sottoscritto il 15 di questo mese e la sua pubblicazione ha immediatamente scatenato un autentico psicodramma all'interno delle associazioni anti-azzardo determinando una sfilza di autorevoli dissociazioni e prese di distanza. Ma soprattutto ha svelato definitivamente la strategia di comunicazione, e anche la raffinata politica di lobbing, messa in atto dai concessionari. I quali – mentre continuano a sfornare nuovi 'Gratta e vinci' – tentano di presentarsi alla stregua di un indispensabile servizio ai cittadini che si preoccupa della loro salute e vuole metterli al riparo dai commercianti disonesti. Stando nella metafora iniziale, sarebbe un po' come se i produttori di superalcolici tentassero di accreditare l'idea che si rischia veramente l'alcolismo solo se si bevono prodotti realizzati senza licenza.
Non è stato un fulmine a ciel sereno. La discussione all'interno delle associazioni anti-azzardo era partita fin da un mese fa, quando dalla lettura dei loro bilanci si scoprì che Sisal e Lottomatica nel 2013 avevano destinato quasi 13 milioni di euro a “sponsorizzazioni, aiuti, liberalità e beneficenza”, sostenendo economicamente, tra gli altri, Save the children, Emergency, la Fondazione Umberto Veronesi e la Comunità di Sant'Egidio. Ci si domandò se fosse eticamente ammissibile la collaborazione di associazioni umanitarie con questa autentica macchine per fare soldi a spese di cittadini sprovveduti e a volte disperati. Che arrivano a rovinare se stessi e le loro famiglie acquistando tagliandi che promettono vincite milionarie e mascherano la realtà dei fatti: che, cioè, le possibilità di diventare “mega-milionari”, o “turisti per sempre”, o addirittura di vincere una casa, sono irrisorie. Per esempio, si afferma che esiste una possibilità di vittoria ogni quattro tagliandi, rendendo invisibile il fatto che la maggior parte di questi tagliandi “vincenti” hanno un valore identica al loro costo. E in definitiva servono solo a creare l'illusione della vincita, a indurre a nuove giocate e a favorire la dipendenza. Ma questa volta, col “protocollo d'intesa”, il bubbone è scoppiato in modo evidente e clamoroso. Il tentativo di chiamare il “gioco d'azzardo” con un altro nome, tra l'altro oscuro, ha confermato i sospetti sulla politica delle concessionarie.
La campagna “Mettiamoci in gioco” è nata nel 2012 per “sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulle reali caratteristiche del gioco d’azzardo nel nostro Paese e sulle sue conseguenze sociali, sanitarie ed economiche, avanzare proposte di regolamentazione del fenomeno, fornire dati e informazioni, catalizzare l’impegno di tanti soggetti che – a livello nazionale e locale – si mobilitano per gli stessi fini”. Vi aderisce una lunghissima serie di associazioni, le più importanti: Tutti i sindacati confederali, l'Arci, le Acli, la Federconsumatori, Libera, l'Azione Cattolica, il gruppo Abele e molte altre.
Dal giorno in cui è esplosa la polemica, sul sito di “Mettiamoci in gioco”, campeggia la scritta: “Nessuna alleanza con i concessionari di Confindustria” Quindi un lungo comunicato dove si precisa che “l’opportunità di aprire un confronto con le imprese di Confindustria nasce esclusivamente dalla volontà di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo”. Già, ma per fare questo era necessario smettere di chiamare il gioco d'azzardo col suo nome e inserire nel protocollo una clausola di riservatezza?
Gli autori dell'iniziativa banalizzano. La clausola di riservatezza, dicono, è stata introdotta solo per garantire le parti “dal rischio di strumentalizzazioni reciproche”. E La decisione di utilizzare quella lunga circonlocuzione è stata presa solo perché l'espressione “gioco d'azzardo” nel codice penale è utilizzata con riferimento alle attività illegali. Vero, ma si è appunto nell'ambito del codice penale. Anche l'espressione “armi da fuoco” nel codice penale è usata per punirne l'uso illegale, ma non per questo i loro produttori hanno ottenuto di poterle chiamare “oggetti atti a espellere ad altissima velocità proiettili”.
E non a caso nell'imbarazzata nota pubblicata sul sito di “Mettiamoci in gioco” si precisa: “La campagna continuerà anche in futuro a etichettare il fenomeno come “gioco d’azzardo”, perché – a nostro avviso – di questo si tratta. Anche su questo punto, dunque, la posizione della campagna non è cambiata: non è problematico solo il gioco “illegale” (la posizione tradizionale dei concessionari), ma anche quello “legale”. Bene, ma allora perché accettare di chiamarlo in un altro modo proprio in un protocollo d'intesa finalizzato a elaborare una 'legge quadro'. Forse si ipotizza di consacrare per legge questa modifica del vocabolario?
La prima a dissociarsi è stata Daniela Capitanucci di Alea: “Non sapevo nulla, è stato un filmine a ciel sereno”. Poi è stata la volta delle sue associazioni che fanno capo a don Luigi Ciotti, “Libera”, e il Gruppo Abele che, pur ribadendo la stima verso don Armando Zappolini (il coordinatore della campagna “Mettiamoci in gioco”), “ ritengono doveroso precisare la loro estraneità a quanto accaduto, non essendo a conoscenza di tale accordo e della relativa firma se non attraverso articoli di stampa”. Precisazione definita “sorprendente” dai responsabili della campagna i quali hanno fatto sapere che un rappresentante di Libera ha partecipato alla stesura del protocollo e l'ha anche sottoscritto”. La verità è che è stato commesso un errore che ha messo in imbarazzo tutte le associazioni anzi-azzardo. Efficace la sintesi di Riccardo Bonacina in un editoriale apparso su Vita.it: “Mettiamoci in gioco, o mettiamoci in ginocchio?”. Ieri la nota dell'Auser, altra associazione promotrice della campagna, che “prende le distanze” dal protocollo del 15 ottobre perché ritiene la gestione dei suoi contenuti “un fatto non condivisibile e contraddittorio rispetto a quanto sostenuto fino a oggi”. Se il protocollo sarà portato avanti, è l'avvertimento, ciò “determinerà l'uscita dell'Auser dalla campagna”.

notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/21/gioco-azzardo-linguaggio.html

pop-hulisti

 ogni volta che vedo o leggo una intervista a Fedez penso che Giovanardi non abbia tutti i torti...

il papà israeliano della marijuana terapeutica: un tesoro medicinale ancora da scoprire

La pianta di cannabis disegnata da Pedanius Dioscorides durante uno dei viaggi al seguito dell’esercito romano fa sorridere il professor Raphael Mechoulam. Di ammirazione. «È il più grande farmacologo degli ultimi duemila anni», commenta. Il volume (uno dei cinque) della sua De Materia Medica schiaccia il leggìo nel piccolo studio ricavato dalla stanza-rifugio che ogni appartamento israeliano deve avere e il suo peso mette in difficoltà anche questo neuroscienziato-chimico di 84 anni.  È stato rettore dell’Università ebraica a Gerusalemme, continua a lavorare nel laboratorio dell’ospedale Hadassah, è conosciuto come «il padre della marijuana terapeutica» (nonno — ironizza lui — adesso che di nipoti ne ha sette). Perché esattamente cinquant’anni fa — quando nessuno la studiava ed era finita nel dimenticatoio della ricerca a espiare l’associazione a delinquere con l’oppio e la coca — è riuscito a isolare e a definire la struttura del tetraidrocannabinolo (Thc), il principio psicoattivo dell’erba. L’anno prima aveva scoperto il cannabidiolo (Cbd), altro elemento fondamentale, però non tossico, senza effetti stupefacenti.

Gli Stati Uniti la proibiscono nel 1937, le Nazioni Unite la inseriscono nella lista delle sostanze illegali nel 1961. Mechoulam decide di occuparsene, si sa poco di questa pianta originaria dell’India (Cannabis Indica): i riferimenti nei documenti scarseggiano («è un francese ad aver scritto il primo trattato sui suoi effetti psicotropi dopo che i soldati di Napoleone l’avevano portata a Parigi dall’Egitto»), la materia prima non è facile da recuperare per un istituto scientifico. «Ho chiesto a un amico che conosceva il capo della narcotici. Lo ha chiamato, gli ha detto: ti puoi fidare, è un bravo ragazzo. Sono andato a recuperare cinque chili di hashish sequestrati al confine con il Libano, li ho riportati a casa in autobus, nessuno capiva che cosa fosse quell’odore che traspirava dalla mia borsa».

Raphael Mechoulam, 84 anni, in laboratorio

Assieme a Yechiel Gaoni, il giovane scienziato è ormai in grado di estrarre e sintetizzare il Thc, dosarlo, sperimentarlo sugli animali e sugli esseri umani. «Non sapevamo come funzionasse, quali effetti avesse sul cervello. Così abbiamo preparato una torta con 10 milligrammi di Thc puro. L’abbiamo fatta assaggiare a dieci amici, cinque avevano già fumato, cinque no. Mia moglie non ha sentito nulla, un altro non riusciva a smettere di parlare, era un parlamentare, tipico per un politico. Abbiamo provato una dose più forte e in due hanno sviluppato sintomi paranoidi molto pesanti. È stato sorprendente vedere come uno stesso prodotto avesse risultati così diversi sugli individui».

La moglie Dalia da allora non ha più provato, lui dice di non averlo mai fatto. Considera pericoloso l’uso (o abuso) della cannabis fuori dal controllo medico, «come l’alcolismo, il gioco d’azzardo, il tabacco. Legalizzarla è questione sociale e politica. Io mi occupo dei benefici che può dare usata come terapia». In Israele i pazienti che ricevono la marijuana sono ormai 18 mila, è il secondo Paese al mondo per distribuzione. I casi sono definiti dalla legge («non basta presentarsi e dire: ho mal di schiena»): soprattutto dolori «cronici» causati dal cancro o altre condizioni, la sclerosi a placche, per contrastare la nausea da chemioterapia, il Parkinson, la sindrome di Tourette. «Uno studio recente ne ha dimostrato l’efficacia contro il disturbo da stress postraumatico, un aiuto fondamentale in un Paese come questo dove le guerre non finiscono mai e i soldati sono ragazzi di 18 anni».

Mechoulam è immigrato adolescente (il padre era sopravvissuto a un campo di concentramento nazista), in fuga dalla Bulgaria finita sotto il dominio sovietico. Arrivano quando lo Stato d’Israele è appena nato, tutto è da costruire, anche i laboratori di ricerca. Famiglia della borghesia europea, Raphael conosce il francese, il tedesco, l’inglese. Sceglie la facoltà di chimica, si appassiona alle sostanze naturali, diventa ricercatore all’Istituto Weizmann, vicino a Tel Aviv. «Avevo bisogno di fondi, gli americani continuavano a respingere le mie richieste, la marijuana era considerata poco interessante dalle case farmaceutiche perché sulle piante è difficile stabilire i brevetti e restava bollata come “droga”. I finanziamenti sono arrivati dopo che mi ha contattato un dirigente del National Institute for Health: un senatore l’aveva interpellato perché aveva sorpreso il figlio a fumare e voleva sapere se distruggesse il cervello. Da allora hanno sempre sovvenzionato i miei studi».

Il professore viene consultato dal ministero della Sanità israeliano per decidere come strutturare e far evolvere la distribuzione di marijuana terapeutica. «È fondamentale che i medici, una ventina quelli autorizzati in Israele, sappiano esattamente quello che prescrivono e i pazienti quello che prendono, come per tutti i medicinali. Ormai i coltivatori sono in grado di produrre piante con precise percentuali di Thc e Cbd. La terapia e l’efficacia sono diversi».

I trafficanti e gli spacciatori smerciano lo sballo, così l’erba illegale è inzuppata di tetraidrocannabinolo e viene ridotta la quantità di Cbd, che però serve ad attenuare gli effetti negativi del Thc. «Il cannabidiolo è un tesoro ancora da esplorare per la farmacologia. È un anti-infiammatorio, sembra funzionare per l’artrite reumatoide, l’epilessia nei bambini, la schizofrenia. Non è una droga. Solo che immettere un preparato sul mercato costa tantissimo — gli studi di tossicità, la sperimentazione — e per ora nessuno sembra interessato a investire nell’erba migliore».

di Davide Frattini, La Lettura Corriere della Sera

dispacci.corriere.it/2014/10/19/il-papa-israeliano-della-marijuana-un-tesoro-medicinale-ancora-da-scoprire/

La marijuana fa meno male di tabacco e alcool. Studio

 La marijuana e' la droga illegale piu' consumata al mondo con forti consumi in crescita negli ultimi anni. Per capire i suoi effetti sulla salute, il ricercatore Wayne Hall dell'Universita' del Queensland in Australia, ha analizzato i risultati di vari studi sul consumo di cannabis negli ultimi venti anni.
Tra i risultati di questo riassunto delle ricerche sulla cannabis, pubblicato sulla rivista “Addiction”, ce ne sono alcuni che sono evidenti. Per esempio, guidare dopo aver fumato marijuana raddoppia il rischio di incidente stradale. Nonostante questo, Hall evidenzia che in “molti di questi studi, una sostanziale percentuale di conducenti con cannabis nel proprio sangue aveva anche elevati livelli di alcool, rendendo difficile la distinzione, per il rischio incidente, tra gli effetti della cannabis e quello dell'alcool”.
Un altro degli effetti negativi della marijuana riguarda le donne incinte. Vari studi epidemiologici hanno individuato una relazione tra il consumo di questa sostanza e un ridotto peso dei bimbi al momento della nascita. Nello stesso ambito, anche se alcuni studi hanno riscontrato anomalie nello sviluppo dei bimbi quando le madri fumavano cannabis durante la gravidanza, studi successivi non hanno riscontrato uno stretto legame tra fumo e peso.
Come con qualunque altra droga, una delle principali preoccupazioni sul suo uso e' la dipendenza. Nel caso della cannabis, si calcola che il 10% delle persone che la consumano sviluppano una dipendenza. Questa cifra si incrementa al 16,5% per chi comincia a consumarla durante l'adolescenza. Questi dati indicano che la cannabis provoca meno dipendenza rispetto ad altre sostanze di uso frequente, come la nicotina, che ha un tasso di dipendenza del 32%, l'eroina, che ne ha un 23%, la cocaina, un 17% e l'alcool un 15%. A differenza di molte altre droghe, la cannabis non produce overdose mortale.
Rispetto al trattamento della dipendenza, i consumatori di cannabis che chiedono aiuto per venirne fuori, mostrano meno effetti negativi sociali e per la salute, anche se il risultato del processo di disintossicazione e' simile a quello degli alcolisti.
Nella sua indagine Hall si occupa anche della relazione tra il consumo di marijuana e il rischio di psicosi. L'uso abituale di cannabis raddoppia questo rischio, specialmente se si hanno dei familiari con trascorsi psicotici e si comincia a fumare marijuana durante l'adolescenza. Inoltre, l'uso abituale di cannabis durante l'adolescenza puo' portare ad un rischio doppio di schizofrenia. Anche se Hall riconosce che per alcuni autori degli studi non e' chiaro se ci sia una relazione causa-effetto.
Questa difficolta' per determinare se il consumo di cannabis sia la causa diretta di cio' che succede ad una persona, e' la stessa di alcuni studi sul cancro. Hall ricorda alcuni studi che mostrano uomini che fumano cannabis con un maggiore rischio di cancro alla prostata. Comunque, ci sono altri fattori legati allo stile di vita che si possono associare a questa abitudine, per esempio che i consumatori di marijuana non muoiono mai di Aids o di una malattia causata da un virus.
Relazione causa-effetto
Per questo stesso motivo, siccome gli studenti che consumano marijuana hanno peggiori risultati accademici ed hanno piu' probabilita' di consumare altre droghe illegali, non si puo' affermare che questi ultimi effetti siano causati dalla sostanza. Altri effetti del consumo abituale di marijuana durante l'adolescenza e la gioventu' sono i disturbi cognitivi, anche se non e' chiaro se i meccanismi che causano questi disturbi e la possibilita' che siano reversibili si debba addebitare alla droga.
Manuel Guzman, professore di Biochimica e Biologia Molecolare all'Universita' Complutense di Madrid e presidente della Societa' spagnola di indagini sui cannabinoidi, sostiene che il principale rischio del consumo di cannabis, “soprattutto durante l'adolescenza, sono alcuni disturbi psichiatrici e in particolari quelli psicotici”. Ma nello stesso tempo precisa che gli effetti della marijuana dipendono dalla sua composizione. “La piu' forte, che ha maggiore THC (tetraidrocannabinolo, il principale componente psicoattivo della cannabis), che e' piu' psicotico ed ha meno CBD (cannabidiolo), che e' anti-psicotico, e' quello con maggiore rischio”.
Sulla dipendenza, Guzman sostiene che chi lo e' dalla cannabis “sta peggio rispetto ad altre sostanze e spesso e' piu' reversibile rispetto ad altre droghe”. Rispetto al rapporto con il cancro, si tratta di una cosa non ben definita, perche' molte volte, quando si fuma marijuana si consuma anche tabacco, ed e' difficile individuare quali effetti ci siano rispetto ad una o all'altra sostanza. Nello stesso tempo, i cannabinoidi possono avere un effetto inibitorio nello sviluppo del cancro, contrastando l'effetto del fumo. Guzman rileva la differenza tra il modo di consumare tabacco e quello di consumare marijuana, per spiegare perche' la relazione con il cancro sia indubbia nel primo caso ma non nel secondo. “Quando parliamo di un fumatore cronico, ci riferiamo a qualcuno che possa fumare anche quaranta sigarette al giorno, una quantita' impossibile per chi fuma spinelli”.

(articolo di Daniel Mediavilla, pubblicato sul quotidiano El Pais del 07/10/2014)

ADUC Droghe

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