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Novità tutte le sostanze, Articolo

Hanno cambiato il nome al "gioco d'azzardo", una gaffe svela la strategia delle concessionarie

Immaginiamo che un giorno le associazioni che combattono l'alcolismo si mettano d'accordo con i principali produttori di superalcolici per lottare assieme contro il fenomeno. E prima di tutto concordino sull'opportunità di non utilizzare più la parola alcolismo, che suono male ed evoca una terribile condizione di dipendenza. E decidano di sostituirla con una lungo circonlocuzione. Del tipo: “Campagna contro rischi derivanti dalla non corretta assunzione di bevande che contengano etanolo in quantità superiore al 22 per cento”.
E' quanto è successo nei giorni scorsi nel mondo del gioco d'azzardo quando – in un protocollo d'intesa tra le associazioni aderenti alla campagna “Mettiamoci in gioco” (che ha come sottotitolo “Campagna nazionale contro i rischi del gioco d'azzardo”) e “Sistema gioco Italia” (l'associazione, aderente alla Confindustria, che unisce i principali imprenditori del settore) – si è convenuto di sostituire l'espressione “gioco d'azzardo” con l'edulcorante locuzione “Gioco con alea con posta in denaro”.
Il protocollo è stato sottoscritto il 15 di questo mese e la sua pubblicazione ha immediatamente scatenato un autentico psicodramma all'interno delle associazioni anti-azzardo determinando una sfilza di autorevoli dissociazioni e prese di distanza. Ma soprattutto ha svelato definitivamente la strategia di comunicazione, e anche la raffinata politica di lobbing, messa in atto dai concessionari. I quali – mentre continuano a sfornare nuovi 'Gratta e vinci' – tentano di presentarsi alla stregua di un indispensabile servizio ai cittadini che si preoccupa della loro salute e vuole metterli al riparo dai commercianti disonesti. Stando nella metafora iniziale, sarebbe un po' come se i produttori di superalcolici tentassero di accreditare l'idea che si rischia veramente l'alcolismo solo se si bevono prodotti realizzati senza licenza.
Non è stato un fulmine a ciel sereno. La discussione all'interno delle associazioni anti-azzardo era partita fin da un mese fa, quando dalla lettura dei loro bilanci si scoprì che Sisal e Lottomatica nel 2013 avevano destinato quasi 13 milioni di euro a “sponsorizzazioni, aiuti, liberalità e beneficenza”, sostenendo economicamente, tra gli altri, Save the children, Emergency, la Fondazione Umberto Veronesi e la Comunità di Sant'Egidio. Ci si domandò se fosse eticamente ammissibile la collaborazione di associazioni umanitarie con questa autentica macchine per fare soldi a spese di cittadini sprovveduti e a volte disperati. Che arrivano a rovinare se stessi e le loro famiglie acquistando tagliandi che promettono vincite milionarie e mascherano la realtà dei fatti: che, cioè, le possibilità di diventare “mega-milionari”, o “turisti per sempre”, o addirittura di vincere una casa, sono irrisorie. Per esempio, si afferma che esiste una possibilità di vittoria ogni quattro tagliandi, rendendo invisibile il fatto che la maggior parte di questi tagliandi “vincenti” hanno un valore identica al loro costo. E in definitiva servono solo a creare l'illusione della vincita, a indurre a nuove giocate e a favorire la dipendenza. Ma questa volta, col “protocollo d'intesa”, il bubbone è scoppiato in modo evidente e clamoroso. Il tentativo di chiamare il “gioco d'azzardo” con un altro nome, tra l'altro oscuro, ha confermato i sospetti sulla politica delle concessionarie.
La campagna “Mettiamoci in gioco” è nata nel 2012 per “sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulle reali caratteristiche del gioco d’azzardo nel nostro Paese e sulle sue conseguenze sociali, sanitarie ed economiche, avanzare proposte di regolamentazione del fenomeno, fornire dati e informazioni, catalizzare l’impegno di tanti soggetti che – a livello nazionale e locale – si mobilitano per gli stessi fini”. Vi aderisce una lunghissima serie di associazioni, le più importanti: Tutti i sindacati confederali, l'Arci, le Acli, la Federconsumatori, Libera, l'Azione Cattolica, il gruppo Abele e molte altre.
Dal giorno in cui è esplosa la polemica, sul sito di “Mettiamoci in gioco”, campeggia la scritta: “Nessuna alleanza con i concessionari di Confindustria” Quindi un lungo comunicato dove si precisa che “l’opportunità di aprire un confronto con le imprese di Confindustria nasce esclusivamente dalla volontà di arrivare in tempi brevi a una legge quadro sul gioco d’azzardo”. Già, ma per fare questo era necessario smettere di chiamare il gioco d'azzardo col suo nome e inserire nel protocollo una clausola di riservatezza?
Gli autori dell'iniziativa banalizzano. La clausola di riservatezza, dicono, è stata introdotta solo per garantire le parti “dal rischio di strumentalizzazioni reciproche”. E La decisione di utilizzare quella lunga circonlocuzione è stata presa solo perché l'espressione “gioco d'azzardo” nel codice penale è utilizzata con riferimento alle attività illegali. Vero, ma si è appunto nell'ambito del codice penale. Anche l'espressione “armi da fuoco” nel codice penale è usata per punirne l'uso illegale, ma non per questo i loro produttori hanno ottenuto di poterle chiamare “oggetti atti a espellere ad altissima velocità proiettili”.
E non a caso nell'imbarazzata nota pubblicata sul sito di “Mettiamoci in gioco” si precisa: “La campagna continuerà anche in futuro a etichettare il fenomeno come “gioco d’azzardo”, perché – a nostro avviso – di questo si tratta. Anche su questo punto, dunque, la posizione della campagna non è cambiata: non è problematico solo il gioco “illegale” (la posizione tradizionale dei concessionari), ma anche quello “legale”. Bene, ma allora perché accettare di chiamarlo in un altro modo proprio in un protocollo d'intesa finalizzato a elaborare una 'legge quadro'. Forse si ipotizza di consacrare per legge questa modifica del vocabolario?
La prima a dissociarsi è stata Daniela Capitanucci di Alea: “Non sapevo nulla, è stato un filmine a ciel sereno”. Poi è stata la volta delle sue associazioni che fanno capo a don Luigi Ciotti, “Libera”, e il Gruppo Abele che, pur ribadendo la stima verso don Armando Zappolini (il coordinatore della campagna “Mettiamoci in gioco”), “ ritengono doveroso precisare la loro estraneità a quanto accaduto, non essendo a conoscenza di tale accordo e della relativa firma se non attraverso articoli di stampa”. Precisazione definita “sorprendente” dai responsabili della campagna i quali hanno fatto sapere che un rappresentante di Libera ha partecipato alla stesura del protocollo e l'ha anche sottoscritto”. La verità è che è stato commesso un errore che ha messo in imbarazzo tutte le associazioni anzi-azzardo. Efficace la sintesi di Riccardo Bonacina in un editoriale apparso su Vita.it: “Mettiamoci in gioco, o mettiamoci in ginocchio?”. Ieri la nota dell'Auser, altra associazione promotrice della campagna, che “prende le distanze” dal protocollo del 15 ottobre perché ritiene la gestione dei suoi contenuti “un fatto non condivisibile e contraddittorio rispetto a quanto sostenuto fino a oggi”. Se il protocollo sarà portato avanti, è l'avvertimento, ciò “determinerà l'uscita dell'Auser dalla campagna”.

notizie.tiscali.it/articoli/cronaca/14/10/21/gioco-azzardo-linguaggio.html

pop-hulisti

 ogni volta che vedo o leggo una intervista a Fedez penso che Giovanardi non abbia tutti i torti...

il papà israeliano della marijuana terapeutica: un tesoro medicinale ancora da scoprire

La pianta di cannabis disegnata da Pedanius Dioscorides durante uno dei viaggi al seguito dell’esercito romano fa sorridere il professor Raphael Mechoulam. Di ammirazione. «È il più grande farmacologo degli ultimi duemila anni», commenta. Il volume (uno dei cinque) della sua De Materia Medica schiaccia il leggìo nel piccolo studio ricavato dalla stanza-rifugio che ogni appartamento israeliano deve avere e il suo peso mette in difficoltà anche questo neuroscienziato-chimico di 84 anni.  È stato rettore dell’Università ebraica a Gerusalemme, continua a lavorare nel laboratorio dell’ospedale Hadassah, è conosciuto come «il padre della marijuana terapeutica» (nonno — ironizza lui — adesso che di nipoti ne ha sette). Perché esattamente cinquant’anni fa — quando nessuno la studiava ed era finita nel dimenticatoio della ricerca a espiare l’associazione a delinquere con l’oppio e la coca — è riuscito a isolare e a definire la struttura del tetraidrocannabinolo (Thc), il principio psicoattivo dell’erba. L’anno prima aveva scoperto il cannabidiolo (Cbd), altro elemento fondamentale, però non tossico, senza effetti stupefacenti.

Gli Stati Uniti la proibiscono nel 1937, le Nazioni Unite la inseriscono nella lista delle sostanze illegali nel 1961. Mechoulam decide di occuparsene, si sa poco di questa pianta originaria dell’India (Cannabis Indica): i riferimenti nei documenti scarseggiano («è un francese ad aver scritto il primo trattato sui suoi effetti psicotropi dopo che i soldati di Napoleone l’avevano portata a Parigi dall’Egitto»), la materia prima non è facile da recuperare per un istituto scientifico. «Ho chiesto a un amico che conosceva il capo della narcotici. Lo ha chiamato, gli ha detto: ti puoi fidare, è un bravo ragazzo. Sono andato a recuperare cinque chili di hashish sequestrati al confine con il Libano, li ho riportati a casa in autobus, nessuno capiva che cosa fosse quell’odore che traspirava dalla mia borsa».

Raphael Mechoulam, 84 anni, in laboratorio

Assieme a Yechiel Gaoni, il giovane scienziato è ormai in grado di estrarre e sintetizzare il Thc, dosarlo, sperimentarlo sugli animali e sugli esseri umani. «Non sapevamo come funzionasse, quali effetti avesse sul cervello. Così abbiamo preparato una torta con 10 milligrammi di Thc puro. L’abbiamo fatta assaggiare a dieci amici, cinque avevano già fumato, cinque no. Mia moglie non ha sentito nulla, un altro non riusciva a smettere di parlare, era un parlamentare, tipico per un politico. Abbiamo provato una dose più forte e in due hanno sviluppato sintomi paranoidi molto pesanti. È stato sorprendente vedere come uno stesso prodotto avesse risultati così diversi sugli individui».

La moglie Dalia da allora non ha più provato, lui dice di non averlo mai fatto. Considera pericoloso l’uso (o abuso) della cannabis fuori dal controllo medico, «come l’alcolismo, il gioco d’azzardo, il tabacco. Legalizzarla è questione sociale e politica. Io mi occupo dei benefici che può dare usata come terapia». In Israele i pazienti che ricevono la marijuana sono ormai 18 mila, è il secondo Paese al mondo per distribuzione. I casi sono definiti dalla legge («non basta presentarsi e dire: ho mal di schiena»): soprattutto dolori «cronici» causati dal cancro o altre condizioni, la sclerosi a placche, per contrastare la nausea da chemioterapia, il Parkinson, la sindrome di Tourette. «Uno studio recente ne ha dimostrato l’efficacia contro il disturbo da stress postraumatico, un aiuto fondamentale in un Paese come questo dove le guerre non finiscono mai e i soldati sono ragazzi di 18 anni».

Mechoulam è immigrato adolescente (il padre era sopravvissuto a un campo di concentramento nazista), in fuga dalla Bulgaria finita sotto il dominio sovietico. Arrivano quando lo Stato d’Israele è appena nato, tutto è da costruire, anche i laboratori di ricerca. Famiglia della borghesia europea, Raphael conosce il francese, il tedesco, l’inglese. Sceglie la facoltà di chimica, si appassiona alle sostanze naturali, diventa ricercatore all’Istituto Weizmann, vicino a Tel Aviv. «Avevo bisogno di fondi, gli americani continuavano a respingere le mie richieste, la marijuana era considerata poco interessante dalle case farmaceutiche perché sulle piante è difficile stabilire i brevetti e restava bollata come “droga”. I finanziamenti sono arrivati dopo che mi ha contattato un dirigente del National Institute for Health: un senatore l’aveva interpellato perché aveva sorpreso il figlio a fumare e voleva sapere se distruggesse il cervello. Da allora hanno sempre sovvenzionato i miei studi».

Il professore viene consultato dal ministero della Sanità israeliano per decidere come strutturare e far evolvere la distribuzione di marijuana terapeutica. «È fondamentale che i medici, una ventina quelli autorizzati in Israele, sappiano esattamente quello che prescrivono e i pazienti quello che prendono, come per tutti i medicinali. Ormai i coltivatori sono in grado di produrre piante con precise percentuali di Thc e Cbd. La terapia e l’efficacia sono diversi».

I trafficanti e gli spacciatori smerciano lo sballo, così l’erba illegale è inzuppata di tetraidrocannabinolo e viene ridotta la quantità di Cbd, che però serve ad attenuare gli effetti negativi del Thc. «Il cannabidiolo è un tesoro ancora da esplorare per la farmacologia. È un anti-infiammatorio, sembra funzionare per l’artrite reumatoide, l’epilessia nei bambini, la schizofrenia. Non è una droga. Solo che immettere un preparato sul mercato costa tantissimo — gli studi di tossicità, la sperimentazione — e per ora nessuno sembra interessato a investire nell’erba migliore».

di Davide Frattini, La Lettura Corriere della Sera

dispacci.corriere.it/2014/10/19/il-papa-israeliano-della-marijuana-un-tesoro-medicinale-ancora-da-scoprire/

La marijuana fa meno male di tabacco e alcool. Studio

 La marijuana e' la droga illegale piu' consumata al mondo con forti consumi in crescita negli ultimi anni. Per capire i suoi effetti sulla salute, il ricercatore Wayne Hall dell'Universita' del Queensland in Australia, ha analizzato i risultati di vari studi sul consumo di cannabis negli ultimi venti anni.
Tra i risultati di questo riassunto delle ricerche sulla cannabis, pubblicato sulla rivista “Addiction”, ce ne sono alcuni che sono evidenti. Per esempio, guidare dopo aver fumato marijuana raddoppia il rischio di incidente stradale. Nonostante questo, Hall evidenzia che in “molti di questi studi, una sostanziale percentuale di conducenti con cannabis nel proprio sangue aveva anche elevati livelli di alcool, rendendo difficile la distinzione, per il rischio incidente, tra gli effetti della cannabis e quello dell'alcool”.
Un altro degli effetti negativi della marijuana riguarda le donne incinte. Vari studi epidemiologici hanno individuato una relazione tra il consumo di questa sostanza e un ridotto peso dei bimbi al momento della nascita. Nello stesso ambito, anche se alcuni studi hanno riscontrato anomalie nello sviluppo dei bimbi quando le madri fumavano cannabis durante la gravidanza, studi successivi non hanno riscontrato uno stretto legame tra fumo e peso.
Come con qualunque altra droga, una delle principali preoccupazioni sul suo uso e' la dipendenza. Nel caso della cannabis, si calcola che il 10% delle persone che la consumano sviluppano una dipendenza. Questa cifra si incrementa al 16,5% per chi comincia a consumarla durante l'adolescenza. Questi dati indicano che la cannabis provoca meno dipendenza rispetto ad altre sostanze di uso frequente, come la nicotina, che ha un tasso di dipendenza del 32%, l'eroina, che ne ha un 23%, la cocaina, un 17% e l'alcool un 15%. A differenza di molte altre droghe, la cannabis non produce overdose mortale.
Rispetto al trattamento della dipendenza, i consumatori di cannabis che chiedono aiuto per venirne fuori, mostrano meno effetti negativi sociali e per la salute, anche se il risultato del processo di disintossicazione e' simile a quello degli alcolisti.
Nella sua indagine Hall si occupa anche della relazione tra il consumo di marijuana e il rischio di psicosi. L'uso abituale di cannabis raddoppia questo rischio, specialmente se si hanno dei familiari con trascorsi psicotici e si comincia a fumare marijuana durante l'adolescenza. Inoltre, l'uso abituale di cannabis durante l'adolescenza puo' portare ad un rischio doppio di schizofrenia. Anche se Hall riconosce che per alcuni autori degli studi non e' chiaro se ci sia una relazione causa-effetto.
Questa difficolta' per determinare se il consumo di cannabis sia la causa diretta di cio' che succede ad una persona, e' la stessa di alcuni studi sul cancro. Hall ricorda alcuni studi che mostrano uomini che fumano cannabis con un maggiore rischio di cancro alla prostata. Comunque, ci sono altri fattori legati allo stile di vita che si possono associare a questa abitudine, per esempio che i consumatori di marijuana non muoiono mai di Aids o di una malattia causata da un virus.
Relazione causa-effetto
Per questo stesso motivo, siccome gli studenti che consumano marijuana hanno peggiori risultati accademici ed hanno piu' probabilita' di consumare altre droghe illegali, non si puo' affermare che questi ultimi effetti siano causati dalla sostanza. Altri effetti del consumo abituale di marijuana durante l'adolescenza e la gioventu' sono i disturbi cognitivi, anche se non e' chiaro se i meccanismi che causano questi disturbi e la possibilita' che siano reversibili si debba addebitare alla droga.
Manuel Guzman, professore di Biochimica e Biologia Molecolare all'Universita' Complutense di Madrid e presidente della Societa' spagnola di indagini sui cannabinoidi, sostiene che il principale rischio del consumo di cannabis, “soprattutto durante l'adolescenza, sono alcuni disturbi psichiatrici e in particolari quelli psicotici”. Ma nello stesso tempo precisa che gli effetti della marijuana dipendono dalla sua composizione. “La piu' forte, che ha maggiore THC (tetraidrocannabinolo, il principale componente psicoattivo della cannabis), che e' piu' psicotico ed ha meno CBD (cannabidiolo), che e' anti-psicotico, e' quello con maggiore rischio”.
Sulla dipendenza, Guzman sostiene che chi lo e' dalla cannabis “sta peggio rispetto ad altre sostanze e spesso e' piu' reversibile rispetto ad altre droghe”. Rispetto al rapporto con il cancro, si tratta di una cosa non ben definita, perche' molte volte, quando si fuma marijuana si consuma anche tabacco, ed e' difficile individuare quali effetti ci siano rispetto ad una o all'altra sostanza. Nello stesso tempo, i cannabinoidi possono avere un effetto inibitorio nello sviluppo del cancro, contrastando l'effetto del fumo. Guzman rileva la differenza tra il modo di consumare tabacco e quello di consumare marijuana, per spiegare perche' la relazione con il cancro sia indubbia nel primo caso ma non nel secondo. “Quando parliamo di un fumatore cronico, ci riferiamo a qualcuno che possa fumare anche quaranta sigarette al giorno, una quantita' impossibile per chi fuma spinelli”.

(articolo di Daniel Mediavilla, pubblicato sul quotidiano El Pais del 07/10/2014)

ADUC Droghe

"L'Italia (potenziale) leader della marijuana terapeutica. Un business da 1,4 miliardi all'anno"

Secondo uno studio della Coldiretti, il nostro Paese potrebbe diventare uno dei leader nella coltivazione della cannabis per uso medico e generare 10mila posti di lavoro

MILANO - Forse è ancora presto per dire di aver scoperto un nuovo settore anticiclico. Ma per uscire dalla crisi, varrebbe la pena provarci. Secondo la Coldiretti, la principale associazione per la difesa degli interessi degli agricoltori, il nostro Paese sta sottovalutando uno dei business che avranno in futuro - ma nemmeno troppo lontano - grandi potenzialità di crescita: la coltivazione, trasformazione e commercio in italia della cannabis a scopo terapeutico."Per i bisogni dei pazienti in italia e all'estero è un business da 1,4 miliardi e può garantire almeno 10mila posti di lavoro dai campi ai flaconi". E' quanto sostiene uno studio redatto da Coldiretti/Ixè che è statp presentato al forum internazionale di Cernobbio dell'agricoltura e dell'alimentazione.Attualmente, rileva lo studio, il principio attivo viene importato dal ministero della sanità con un costo di circa 15 euro al grammo. "Una prima sperimentazione - afferma il presidente di Coldiretti, Roberto Moncalvo - potrebbe aprire potenzialità enormi".Lo Studio, tra l'altro, rivela particolari poco conosciuti al grande pubblico. Negli anni Quaranta, per esempio, con  100mila ettari coltivati, l'italia era il primo produttore mondiale di cannabis sativa, simile alla varietà usata per scopi terapeutici. I decenni successivi, con una legislazione più repressiva, ha poi interrotto questa tradizione."L'agricoltura italiana - sottolinea Moncalvo - è pronta a recepire le disposizioni del governo e a collaborare per la creazione di una filiera capace di far fronte a una precisa richiesta di prodotti per la cura delle persone affette da malattia".Lo studio, inoltre, ricorda come secondo una recente statistica quasi due italiani su tre (64%) sono favorevoli a coltivare la cannabis per uso terapeutico. Il che potrebbe essere un primo passo per riaprire la discussione sulle politiche sulla lotta alle droghe, visto il fallimento delle legge più repressive.

anche in italia ora si sniffa oki

E' un farmaco, un antidolorifico: in moltissime case è disponibile, lì nel cassetto dei medicinali di mamma e papà. Ma anche se non ci fosse, è semplicissimo procurarselo fuori, dal momento che l'Oki si trova facilmente in commercio sia in farmacia sia nei "mercati paralleli" degli adolescenti. E sono proprio loro ad essere diventati consumatori, a volte anche abituali, di questo medicinale, che viene "sniffato", per procurarsi un po' di sballo. "Sempre più giovani mi confermano l'abitudine ad usare questi medicinali come sostituti a buon mercato di droghe, seguendo un trend diffuso negli Usa" spiega a Panorama.itEnrico Comi, esperto di prevenzione, che gira per le scuole a informare i ragazzi sui rischi che si corrono.

Qualche settimana fa aveva fatto scalpore la notizia di una scuola di Martellago, in provincia di Venezia, dove alcuni studenti dell'Istituto Matteotti erano stati colti in flagranza a "sniffare" l'Oki. Ma non si tratta di un episodio isolato, perché nella vicina scuola media ragazzini poco più che 12enni hanno confermato questa "moda". Anche dalla Puglia arrivano conferme, con segnalazioni da parte di genitori, che hanno scoperto che le bustine di antidolorifico custodite in casa erano sparite. "Anche nella provincia di Milano questa nuova tendenza è diffusissima: solo un anno fa, quando ne parlavo coi ragazzi delle scuole dove faccio prevenzione, mi sentivo rispondere che ne avevano sentito solo accennare. Ora, invece, mi confermano di conoscere molto bene questa nuova frontiera dello "sniffo", con cenni di consenso" racconta ancora Comi.

Eppure l'Oki non è l'unica "droga da strada" a cui ormai fanno ricorso i ragazzi per procurarsi lo "sballo". Enrico Comi, 47 anni, padre di tre figli, lascia infatti intendere che di "polvere bianca" da inalare ne esiste anche altra, a portata di mano, anche in casa dei genitori. Ma i ragazzi sono consapevoli dei rischi che corrono?

No, per niente. Sono invece convinti di poter smettere in qualsiasi momento. Quando però chiedo loro se conoscono qualcuno che ha smesso, rimangono spiazzati.  

Pensa che questa nuova "moda" sia l'anticamera dell'uso di droghe vere e proprie?

Non proprio, nel senso che ormai i ragazzi si accontentano di qualsiasi cosa trovino in circolazione: se trovano la marijuanafumano quella, se c'è cocaina a disposizione ne assumono, altrimenti si accontentano delle bustine di Oki. Non esiste più una droga prevalente, si adattano a qualunque sostanza sia reperibile e si abituano a un po' di tutto.

L'importante è trovare un po' di "sballo"?

Sì e proprio questo è l'aspetto più preoccupante: i ragazzi si stanno abituando (e in alcuni casi si sono già abituati) a vivere usando qualcosa per avere delle emozioni, che altrimenti non sono in grado di provare. E questo nonostante lo "sballo" provocato, ad esempio, dall'Oki sia relativo: gli studenti mi raccontano che dura poco, dà un po' di ebrezza, ma niente di più.

Eppure gli effetti collaterali possono essere anche molto gravi, dalle irritazioni alla mucosa ai disturbi gastrici, ecc. Si tratta comunque di una "moda" importata dall'estero, dagli Usa?

Sì, i primi casi sono stati segnalati lì e, tramite internet, è stato facile fare lo stesso anche qui.

Comi, dopo un passato da tossicodipendente e la riabilitazione in comunità, è riuscito a cambiare vita. Di sé dice di "aver riaconquistato la capacità di amare se stesso" e "la volontà di amare gli altrie la vita". E' padre di tre figli e co-autore dell'opera teatrale StupeFatto,premiata nel 2013 dal Presidente della Repubblica con la medaglia per l'impegno civile e sociale . Nel 2008 è stato nominato ambasciatore di Pace dalla Universal Peace Federation e nel 2006 ha ricevuto il premio della Fundation for Grug Free Europe di Bruxelles.

Cosa dice ai suoi tre figli e ai ragazzi che incontra quotidianamente?

Ai ragazzi parlo dei rischi per la salute, con un taglio scientifico, ma cerco anche e soprattutto di stimolarli e di farli ragionare.

Cosa ne pensa della liberalizzazione della marijuana?

Molti ritengono che si possa smettere di "farsi le canne" quando si vuole, ma non è così. Non sono contrario alla legalizzazione in se stessa, ma penso che ci siano dei forti interessi che spingono in questa direzione. La quantità ad uso personale già consentita oggi non è affatto bassa, al contrario è importante. Vede, se viene approvato l'uso di cannabis a livello terapeutico, è poi più semplice approvarne anche l'uso ricreativo. In quasi tutti i Paesi dove è consentito l'uso terapeutico, si è poi arrivati alla legalizzazione anche ad uso personale. Penso che ci sia una strategia ben precisa da parte di qualcuno che ha forti interessi a che ciò avvenga.

Panorama www.panorama.it/scienza/salute/droga-anche-in-italia-si-sniffa-oki/

Diagnosticata per la prima volta la dipendenza da Google Glass

Il paziente è un 31enne della marina militare americana con precedenti disturbi dell'umore. Dopo aver smesso di indossare il dispositivo per 18 al giorno per molto tempo, ha presentato i primi sintomi

 MENTRE IL DOTTORE gli parlava per capire come aiutarlo, lui si toccava continuamente la tempia con la mano destra come ad attivare le funzioni degli occhiali di Google. È così che il suo medico ha potuto diagnosticare la sua dipendenza da Google Glass. Il protagonista della storia è un 31enne americano in servizio nella marina militare. L'uomo, che in passato aveva presentato disturbi dell'umore, si trovava dal medico per curarsi da un'altra dipendenza: quella da alcol. Ma lo specialista si è accorto che nel giovane militare c'erano segni di un altro disagio: dopo l'uso intensivo del dispositivo, 18 ore al giorno, infatti, aveva iniziato a presentare dei disturbi.

Il suo caso ora è esaminato in uno studio condotto dal ricercatore Kathryn Yung e da un gruppo di colleghi. Ed è stato pubblicato su Addictive Behaviors: racconta l'esperienza di un uomo "con precedenti di disturbi dell'umore". Un quadro clinico un po' complesso, quindi, non solo imputabile all'uso intensivo del dispositivo indossabile. Quando l'uomo si è presentato nel centro che lo aveva in cura per i problemi già manifestati, i dottori hanno notato atteggiamenti un po' anomali: nel parlare si toccava spesso la tempia con la mano destra riproducendo lo stesso movimento che serve ad attivare alcune funzioni dei Glass. L'uomo è poi entrato in cura per 35 giorni e il dispositivo gli è stato vietato. "L'astinenza è stata peggiore di quando ho smesso con l'alcool", ha spiegato il 31enne che ha raccontato anche di aver visto i suoi sogni come filtrati dalla piccola lente a destra del dispositivo. L'uomo ha visto diminuire la sua irritabilità e migliorare la memoria. Fatta la premessa che i disturbi possono essere la somma del complesso dei problemi presentati dal paziente, secondo i ricercatori "questo può essere considerato il primo caso di dipendenza da Internet legato all'uso dei Google Glass".

Repubblica www.repubblica.it/tecnologia/2014/10/15/news/diagnosticata_per_la_prima_volta_la_dipendenza_da_google_glass-98186532/

USA, le prime 5 lobby anti-legalizzazione della cannabis per entità di investimento

1) Compagnie farmaceutiche

2) Produttori di alcolici

3) Sindacati di polizia

4) Prigioni private

5) Sindacati di guardie penitenziarie

capita a Savona

SAVONA - Lo scontro frontale, tremendo. Nicolino Squillaci, 78enne di Savona, resta a terra sull'asfalto colpito dalla moto, senza assicurazione, di Fulvio B., un carabiniere 47enne. Il pensionato, che stava attraversando lontano dalle strisce in via Boselli, viene immediatamente trasportato al pronto soccorso, ma per lui non c'è niente da fare. Muore sabato sera dopo cinque ore di disperati tentativi da parte dei medici per salvargli la vita.

  L'agente, fuori servizio al momento dell'incidente, dopo qualche momento di tensione, si rifiuta di sottoporsi all'alcoltest e viene accompagnato anche lui in ospedale dai carabinieri, con i testimoni presenti che protestano temendo un trattamento di favore.   Al pronto soccorso l'uomo da ancora in escandescenza e viene calmato solo grazie all'intervento dei colleghi. I medici gli forniscono le cure necessarie e lo sottopongono agli esami del sangue. Esami, che nella giornata di domenica, hanno dato i loro risultati: il carabiniere è risultato positivo alla cocaina  e con un tasso alcolemico superiore a tre.    Subito dopo l'incidente, Orlando Pilutti, comandante della compagnia dei Carabinieri di Savona, a "Il Vostro Giornale", aveva chiarito: "Non vogliamo che ci siano equivoci. Abbiamo bisogno che le indagini siano complete e corrette per capire la dinamica dei fatti e le responsabilità del militare. Se ciò che si è detto dovesse essere corretto - aveva concluso - prenderemo i provvedimenti del caso, dal momento che si tratterebbe di comportamenti assolutamente condannabili e per nulla conciliabili con l'essere un carabiniere".

Infarto tra i giovani, la colpa spesso è della cocaina

 Cuore giovane a rischio per colpa della cocaina.

Secondo la Società italiana di prevenzione cardiovascolare se da un lato è diminuita la mortalità per infarto, dall'altro è aumentata la frequenza nei giovani a causa dell'uso sempre più frequente di sostanze stupefacenti come la cocaina. "La mortalità da infarto oggi è in riduzione - osservano gli esperti - siamo arrivati al di sotto del 5%, ma a preoccupare è l'aumento di incidenza di questa patologia tra i giovani che consumano cocaina".  

La cocaina è un potente vasocostrittore coronaricp. Secondo Bruno Trimarco, presidente della Società Italiana per la Prevenzione Cardiovascolare (Siprec) "la cocaina è un potente vasocostrittore coronarico, è per questo che può creare l'infarto del miocardio e aritmie gravi, come - aggiunge - la fibrillazione ventricolare. Tra le varie sostanze è quella che in assoluto ha l'effetto vasocostrittivo più intenso. I soggetti che usano questa droga per inalazione, oltre ad essere come tutti esposti all'infarto, hanno frequentemente problemi legati anche al naso. L'uso di questo potente vasocostrittore, infatti, determina zone di necrosi proprio a livello delle narici nasali".

Rischio infiammazione coronarie per adolescenti non vaccinati  "Spesso - prosegue Trimarco - negli adolescenti l'infarto è legato anche a fenomeni infiammatori delle coronarie, come può accadere in corso di influenza per una coronarite virale. In realtà questo discorso va collegato a quello del vaccino: nel corso degli anni si è sviluppata nei suoi confronti una certa diffidenza, dunque si è ridotta la percentuale di soggetti che vi si sottoponevano. Di conseguenza, questo ha portato più spesso gli adolescenti a influenze e complicanze gravi come l'infarto".

Aumento casi tra i 30 e i 50 anni  "Piu' in generale - sottolinea il presidente della Siprec - si è abbassata l'età tipica dell'infarto. Un tempo si attestava poco al di sopra dei 50 anni, mentre oggi si verificano sempre più spesso casi di infarto tra i 30 e i 50 anni. Una vita più stressante, l'impiego di sostanze stupefacenti, il cambiamento delle abitudini igienico-dietetiche con prevalenza di cibi 'spazzatura' (ricchi di colesterolo e acidi grassi), ma anche la riduzione dell'attività fisica, sono tra le principali cause che hanno comportato un abbassamento della soglia di infarto".  

La crisi economica ha influito sugli infarti Secondo Trimarco, tra la cause del picco di infarti tra i più giovani ha influito anche la crisi economica. "Quest'anno come Siprec abbiamo pubblicato uno studio in cui si vede chiaramente come la crisi abbia portato ad una maggiore preoccupazione per gli aspetti economici - ricorda l'esperto - facendo ridurre l'attenzione nei confronti del proprio benessere fisico. Naturalmente chi ha perso il lavoro non pensa ad iscriversi in palestra, sia per una questione materiale legata ai soldi sia per una psicologica legata ad una sorta di depressione".  

Come preverire un arresto cardiaco Infine l'esperto suggerisce come prevenire l'infarto: "Bisogna fare molta attenzione al cibo - osserva - La regola, semplice, è sempre la stessa: l'apporto calorico deve essere proporzionato al consumo. Un importante determinante del rischio cardiovascolare, infatti, è l'obesitaà: oggi purtroppo sta aumentando soprattutto nei giovani, i quali - conclude -mangiano peggio e fanno meno attività fisica. Dunque quello che consiglio è dieta sana e una sana corsetta".

www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Infarto-tra-i-giovani-la-colpa-spesso-della-cocaina-767a6b5f-a87c-4e9f-a300-966b0bff4b14.html

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La Redazione

 

Dalla “droga da discoteca” una cura per la depressione

I ricercatori scoprono nella Ketamima – uno stupefacente illegale utilizzato per lo sballo dai frequentatori di discoteche – una sostanza capace di curare con successo la depressione, anche nelle forme gravi

 Chi frequenta i locali come le discoteche sa che cos’è la Ketamina, dato che vi sono persone che la utilizzano come mezzo per sballare. E’ una sostanza utilizzata sia in medicina veterinaria che per uso umano, ed è un anestetico dissociativo. Tuttavia, assunta in dosi particolari (in genere inferiori a quelle mediche) ha degli effetti paragonabili a psichedelici come LSD. Per questo motivo è purtroppo illegalmente diffusa in certi ambienti.

Ora, i ricercatori del Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Oxford hanno scoperto che la Ketamina può curare con un certo successo la depressione, anche nelle forme gravi e nei pazienti che non rispondono alle cure standard. L’effetto, che differisce dagli antidepressivi tradizionali, è rapido ed efficace, riportano gli scienziati.
Lo studio, condotto dal dott. Rupert McShane e colleghi è stato pubblicato sulJournal of Psychopharmacology, e suggerisce che la Ketamina possa essere considerata un nuovo promettente antidepressivo che funziona in modo diverso dagli antidepressivi esistenti.

Come accennato, l’effetto si mostra particolarmente evidente nei pazienti chesoffrono di depressione grave, che dura da anni nonostante le molteplici terapie cui sono stati sottoposti.
Il team di ricerca ha sottoposto a trattamento con la Ketamina un primo gruppo di 45 pazienti affetti da depressione grave. In tutto sono state fornite circa 400 infusioni.
Sebbene molti pazienti così trattati abbiano sofferto di una ricaduta entro un giorno o due, il 29% ha sperimentato un beneficio che è durato almeno tre settimane, mentre per il 15% i benefici sono durati oltre due mesi, prima di avere una eventuale ricaduta.

I risultati si sono mostrati subito promettenti, e i ricercatori ora stanno valutando il modo di riuscire a mantenere l’effetto antidepressivo il più a lungo possibile, in modo da evitare ricadute.
Anche gli effetti collaterali pare siano minimi, dato che non vi sono stati effetti negativi sulle facoltà cognitive o sulla vescica. Alcuni pazienti hanno tuttavia sperimentato sintomi d’ansia o di malessere.
Ecco dunque come un farmaco, utilizzato anche in modo indiscriminato e pericoloso da certe persone, possa essere un aiuto per chi davvero ne avrebbe bisogno.
 La Stampa www.lastampa.it/2014/04/03/scienza/benessere/medicina/dalla-droga-da-discoteca-una-cura-per-la-depressione-TREmhjHSwyuKYDGamFCt4M/pagina.html

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