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Novità tutte le sostanze, Articolo

Sigaretta elettronica. Pericolo dipendenza nicotina per gli adolescenti

 

La sigaretta elettronica, promettente nell'aiutare i fumatori a rinunciare al tabacco, rischia di creare la dipendenza alla nicotina da parte degli adolescenti. Lo sostengono dei responsabili sanitari.
“Le sigarette elettroniche sono molto promettenti come strumento per aiutare i fumatori che non riescono a smettere di fumare”, ha dichiarato Wilson Compton, vice-direttore dell'Istituto Nazionale americano di abuso sulle droghe.
“Queste sigarette riproducono alcuni gesti dei fumatori, e questo potrebbe essere utile per smettere di fumare del tabacco”, ha spiegato durante una presentazione con altri responsabili sanitari, essenzialmente britannici, alla conferenza dell'American Association for the Advancement of Science (AAAS), riunita' a San Josè in California questa settimana.
La ricerca piu' recente condotta d un organismo indipendente, la Cochrane Colaboration, i cui risultai sono stati pubblicati lo scorso dicembre, sostiene che le sigarette elettroniche svolgono un ruolo importante per aiutare i fumatori a ridurre il loro consumo di tabacco o a smettere di fumare. La Cochrane ha condotto due studi su 662 fumatori, il 9% di essi ha smesso di fumare grossomodo nel giro di un anno, ma solo il 4% aveva ricevuto delle sigarette elettroniche placebo senza nicotina.
Tra i fumatori che non hanno smesso di fumare, il 36% di quelli a cui sono state date delle sigarette elettroniche ha ridotto il proprio consumo di tabacco della meta', rispetto al 28% di tutto il gruppo.
“Ci sono probabilmente dei benefici di sanita' pubblica con le sigarette elettroniche se le stesse sono uno strumento grazie al quale i fumatori non consumano piu' del tabacco”, ha sottolineato Roy Harrison, professore di Sanita' ambientale all'Universita' di Birmingham.
“E ci sono indicazioni che questo sia il caso”, ha aggiunto, sottolineando che “ci sono pochi dubbi sul fatto che le sigarette elettroniche siano meno nocive per i fumatori”.
Ma, ha sottolineato Harrison, “se degli adolescenti che non hanno mai fumato del tabacco si mettono ad usare le sigarette elettroniche, questo e' profondamente preoccupante perche' essi si espongono deliberatamente alla nicotina, una sostanza che provoca una potente dipendenza”.
Questa preoccupazione e' condivisa da Wilson Compton che in una recente indagine annuale in Usa, fatta su piu' di 40.000 liceali, ha rilevato che l'8,7% dei 14enni aveva fumato sigarette elettroniche durante il mese precedente. La percentuale si attesta tra il 16,2 e i 17,1 rispettivamente per i 16eni e 18enni. Nel contempo il 4% dei 14enni, il 7% dei 16enni e l 145 dei 18enni, avevano fumato delle sigarette.
“E' inquietante perche' questo potrebbe essere il solo e nuovo metodo di gustare la nicotina, aprendo la strada alla dipendenza e al tabagismo”.
La scorsa estate, un rapporto del Centro americano di controllo e prevenzione delle malattie (CDC), ha indicato che l'uso di sigarette elettroniche da parte dei giovani non fumatori, e' triplicato tra il 2001 e il 2013.
“Non solo la nicotina crea molta dipendenza, ma presso gli adolescenti questa puo' compromettere lo sviluppo del cervello”.
L'Agenzia americana del farmaco (FDA) ha proposto ad aprile 2014 di regolamentare le sigarette elettroniche essenzialmente proibendo la loro vendita ai minorenni e imponendo ai fabbricanti un'autorizzazione per l'immissione sul mercato.
Si tratta di un primo inquadramento regolamentare per queste sigarette in Usa, un mercato di circa due miliardi di dollari.
Per Deborah Arnott, alla guida della Action on Smoking and Health (ASH), un'organizzazione anti-tabacco britannica, “la nicotina puo' effettivamente essere nefasta per il cervello degli adolescenti e per questo e' preferibile che essi evitino le sigarette elettroniche”.
Ma, “se gli adolescenti vogliono veramente smettere di fumare, e' meglio che utilizzino delle sigarette elettroniche, molto meno pericolose e che creano meno dipendenza rispetto al tabacco”.
“Fino ad oggi, in Regno Unito e in Usa il tasso di tabagismo diminuisce piu' velocemente che non l'uso di sigarette elettroniche, e quindi non sarebbe il caso che queste ultime rappresentino uno stimolo a fumare del tabacco”.

(articolo di Jean-Louis Santini, pubblicato dall'Agenzia France Press – AFP del 14/02/2015)

perché il termine "droga" non significa niente

un articolo intelligente su Dudemag: http://www.dudemag.it/attualita/la-droga-non-esiste/

Overdose da eroina: occorre una legge 'del buon samaritano' anche in Italia

www.eroina.eu.com/

Sempre più spesso, in alcune regioni d'Italia, sul posto in cui viene soccorsa una persona in overdose sono presenti, oltre all'ambulanza, anche le forze dell'ordine. Altrettanto spesso da questa presenza scaturiscono indagini di polizia giudiziaria, anche in caso di overdose non fatale.

A dire il vero, leggendo le notizie di cronaca è evidente come questa tendenza non sia omogenea in tutto il Paese, ma sia più pronunciata in alcune regioni, verosimilmente sulla scorta di accordi locali.

L'eventualità che la richiesta di soccorso in caso di overdose possa attivare indagini di polizia riduce la probabilità che il soccorso stesso venga richiesto. Questo è un dato noto in tutto il mondo, al punto che moltissimi paesi hanno varato leggi cosiddette 'del buon samaritano', che concedono una sorta di immunità sia a chi allerta i soccorsi sia alla persona vittima di overdose.

Anche la maggior parte degli stati americani, ormai, hanno adottato una legislazione di questo tipo. In moltissimi casi gli agenti di polizia americani hanno il naloxone in dotazione ed, una volta risvegliata la persona, l'accompagnano al Pronto Soccorso senza neanche effettuare l'identificazione.

L'overdose da eroina è un problema sanitario e non di ordine pubblico ed il soccorso, se avviene in tempo utile, può salvare una vita umana. Proprio per questo è quanto mai inopportuno qualsiasi atteggiamento che possa scoraggiare la richiesta di soccorso, per il timore di ripercussioni sul piano legale.

Lanciamo un appello alle società scientifiche, alle associazioni ed ai coordinamenti perchè si facciano promotori di una richiesta in tal senso. Occorre una legge che affermi chiaramente che l'overdose è un'emergenza sanitaria, che occorre favorire in tutti i modi possibile la richiesta dei soccorsi e che in caso di overdose non fatale i soggetti coinvolti non possono essere sottoposti ad indagine per possesso di droghe o spaccio. Questo accade negli altri paesi civili.

http://www.drugpolicy.org/resource/911-good-samaritan-laws-preventing-overdose-deaths-saving-lives

 

Epatite C, primo ricorso contro linee guida Aifa. Tre malati: "Subito anche a noi e a carico Asl"

 ROMA - La distribuzione del sofosbuvir, il costosissimo farmaco anti-epatite C, va a rilento nelle Regioni e iniziano i ricorsi ai giudici da parte di pazienti che vogliono subito il medicinale. C'è un nuovo passaggio, che coinvolge la magistratura ed era per certi versi prevedibile, nella storia italiana del medicinale in grado di debellare una malattia diffusissima, da cui molti non sanno nemmeno di essere colpiti. 

Dopo mesi di attesa per la contrattazione del prezzo tra Aifa e la farmaceutica Gilead Science e dopo le esitazioni delle amministrazioni locali, arrivano anche i giudici. Un avvocato di Parma ha annunciato di assistere tre persone, anziani in condizioni di salute precarie, che vogliono subito il medicinale. 

L'avvocato Claudio Defilippi ha presentato ricorso per tre malati in base all'articolo 700 del codice di procedura civile, quello per ottenere provvedimenti di urgenza. I suoi assistiti, probabilmente, avrebbero diritto ad ottenere il farmaco dalla loro Regione ma evidentemente non vogliono aspettare e nemmeno pagare 70.000 euro di tasca propria. L'Emilia Romagna tra l'altro è una delle amministrazioni che hanno già iniziato a consegnare il medicinale. 

È stata Aifa a stabilire, sentiti gli esperti, quali sono i malati gravi da curare prima. L'obiettivo è di trattare circa 50mila persone in un anno e mezzo. La spesa del servizio pubblico per il farmaco inizialmente sarà di circa 43.000 euro, e scenderà via via che aumenterà il numero di dosi acquistate, fino a circa 4.000 euro. Il sofosbuvir è nel prontuario da dicembre, il ministero ha promesso un miliardo di euro alle Regioni per acquistarlo ma molte sono indietro.

Mentre Toscana, Emilia, Veneto, Lombardia e altre hanno iniziato la somministrazione "ci sono Calabria, Sicilia, Campania e Molise che non hanno nemmeno individuato i centri che dovranno prescriverlo", dice Ivan Gardini dell'associazione di malati Epac. "È una cosa vergognosa, stanno violando la legge, questo è un farmaco innovativo che doveva essere reso disponibile immediatamente. E invece abbiamo realtà che anche se partite lo somministrano lentamente e altre che ancora non si sono mosse. Mi aspettavo che arrivassero dei ricorsi".
Repubblica www.repubblica.it/salute/interattivi/2015/02/07/news/epatite_c_primo_ricorso_contro_le_linee_guida_aifa_lo_vogliamo_rimborsato_anche_noi-106780082/

Cannabis: può essere terapeutica per la prevenzione dell'epilessia

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

 Roberto Di Maio è un brillante ricercatore italiano, selezionato per il programma Fellowship Ri.MED attivo presso l’University of Pittsburgh: la Fondazione sta infatti formando capitale umano d’eccellenza per il Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica di prossima realizzazione in provincia di Palermo.

Grazie alla borsa di studio Ri.MED, dal 2008 il dr. Di Maio sta conducendo a Pittsburgh innovative ricerche nel settore delle neuroscienze. L’ultimo lavoro, pubblicato su “Neurobiology of Disease”, definisce il potenziale terapeutico dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia del lobo temporale.

L’epilessia del lobo temporale è la forma di disturbo epilettico più frequente, i cui sintomi si manifestano svariati anni dopo un episodio epilettico acuto, quale ad esempio convulsioni febbrili nell’infanzia. A questo stadio della malattia compaiono danni cerebrali irreversibili, spesso refrattari ai trattamenti antiepilettici convenzionali. Sono quindi di fondamentale importanza gli sforzi di medici e ricercatori rivolti a prevenire l’evento epilettico cronico.

L’idea – spiega il dr. Di Maio – nasce dal fatto che i cannabinoidi possono modulare e bilanciare i meccanismi di eccitabilità neuronale ed agire specificamente sulla funzione dei mitocondri (entrambi fenomeni biologici strettamente correlati al danno neuronale da stress ossidativo ed alla malattia epilettica). Questo studio ipotizza che il potenziale anti epilettogenico dei cannabinoidi si espleti attraverso il recupero delle disfunzioni neuronali che portano verso il danno ossidativo.

Alcuni esperimenti preliminari condotti dal dr. Di Maio hanno messo in luce che l’effetto anticonvulsivante delle molecole cannabinoidi è strettamente dipendente dal suo effetto a “campana”, ovvero che esiste uno stretto range di dosaggio efficace, al di sotto o al di sopra del quale questi agonisti del sistema cerebrale sono inefficaci o, peggio, pro-convulsivanti.

Ecco come è stata condotta la sperimentazione: dopo aver indotto un evento epilettico acuto nei ratti con un’iniezione di pilocarpina, gli animali sono stati divisi in due gruppi, uno dei quali ha ricevuto un basso dosaggio quotidiano del cannabinoide sintetico. Dopo 15 giorni è stata sospesa la somministrazione e, dopo 6 mesi di osservazioni, è stato analizzato il cervello degli animali: il gruppo trattato con la molecola cannabinoide mostrava comportamento epilettico quasi assente, laddove gli animali non trattati avevano invece sviluppato una forte sindrome epilettica.

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

www.stateofmind.it/2015/02/cannabis-epilessia/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/02/cannabis-epilessia/

Cibo malato: storia dei disturbi alimentari

www.linkiesta.it/anoressia-bulimia-ossessione-cibo-state-of-mind

Anoressia e bulimia vengono categorizzate nell’800, ma il boom è negli edonistici anni ’80

Giovanni M. Ruggiero

Le difficoltà psicologiche, le ossessioni per il controllo e l’autostima rendono la magrezza un fine e non un mezzo

Immagine tratta da Flickr, di timshortt

In collaborazione con il sito State of Mind

Non so quando precisamente il cibo sia entrato a far parte della cultura di massa ed è diventato un oggetto di culto popolare, cult e pop. Più che le ricette in sé forse furono importanti i libri di ricette che diffusero il sapere dalle cucine aristocratiche a quelle borghesi. Oppure certi segnali, come le frasi celebri. Forse prima di Oscar Wilde a nessun letterato sarebbe venuto in mente un aforisma su quanto sia importante il cibo e, soprattutto, quanto siano irrimediabilmente noiosi quelli che non prendono sul serio il cibo. Wilde stava seminando il terreno delle foto di piatti disseminate sui social. Non sono un esperto di storia delle idee, ma ho l’impressione che il cibo è diventato “borghese” nell’800 e “pop” negli anni ’80 del secolo scorso.

Forse la stessa cosa è accaduta ai disturbi psicologici legati al cibo. Nell’ottocento la cultura medica “borghese” li individua e li definisce. Nel 1873 il medico francese Charles Lasègue, riportò otto casi di emaciazione e deprivazione alimentare su base psicologica, e pose grande enfasi sulla sofferenza emotiva dei pazienti. In quello stesso 1873 a Londra William Gull descrisse tre casi e li denominò per la prima volta con il termine che poi si sarebbe universalmente affermato: anoressia nervosa. Due anni dopo, nel 1875, in Italia a Bologna Giovanni Brugnoli descrisse altri due casi.

Dopo queste prime segnalazioni si assiste a un silenzio prolungato per alcuni decenni, in cui si cercano spiegazioni neurologiche per questi disturbi. A ridosso degli anni ‘80 Hilde Bruch (1973) e Mara Selvini-Palazzoli (1963) riaffermano la natura psicologica dei disturbi alimentari e li descrivono come un paralizzante senso di inadeguatezza e di insufficienza di fronte agli impegni della vita adulta a cui si unisce la restrizione alimentare come surrogato illusorio di quel carente senso di competenza, efficacia e autonomia personale di queste pazienti. Ancor più chiaro il legame della bulimia con gli anni ’80. Questa sindrome è stata definita nel 1979 dallo psichiatra inglese Gerald Russell.

È negli anni ’80 del ’900 che anoressia e bulimia entrano a far parte della cultura di massa e diventano un oggetto quasi pop di campagne pubblicitarie di sensibilizzazione. Fino a quel momento si trattava di curiosità psichiatriche da circo, stramberie simile alle isteriche del maestro di Freud, il professor Charcot della Salpetrière di Parigi. Poi improvvisamente sembrarono diventare quasi un’epidemia e soprattutto assunsero un valore simbolico. Che trasformazione! Da residuo polveroso della psichiatria ottocentesca a malessere psicologico legato al consumismo degli anni ’80.

Quegli anni – ricordate? – furono il tempo del ritorno al privato e di un rinnovato edonismo. Cambiati i valori, improvvisamente l’ideale non era più rinnovare il mondo ma affermarsi personalmente, realizzarsi. Le professioni economiche diventarono appetibili. Gordon Gekko, pescecane della Borsa di New York, rubava la scena e si impadroniva del film “Wall Street” di Oliver Stone. Un ideale neopagano di bellezza, forza, potere e splendore personale prendeva possesso dell’immaginario pubblico.

 

Breve annotazione: cosa s’intende per anoressia e bulimia? La prima è la repulsione volontaria e ossessiva nei confronti del cibo generata da un intenso timore di poter diventare grassi o addirittura dalla convinzione erronea di essere sovrappeso. La bulimia è invece contraddistinta da episodi di abbuffate (consumo rapido di abbondanti quantità di cibo a elevato contenuto calorico) accompagnati da comportamenti di compenso, tra i quali il più diffuso è il vomito autoindotto, oltre all’uso smodato di diuretici e lassativi, il digiuno e l’attività fisica eccessiva. Il fine di questi comportamenti è attenuare il senso di colpa e l’aumento di peso procurati dall'abbuffata.

L’associazione d’idee tra edonismo e l’emergere dei disturbi alimentari non è intuitiva. Il rifiuto del cibo dell’anoressica sembra piuttosto una negazione di sé. Eppure non è così. Anoressia e bulimia sono tentativi di affermazione di sé nel campo del controllo del cibo e dell’aspetto fisico. I disturbi alimentari iniziano per lo più al limitare dell’adolescenza, quando si entra in un mondo sociale e competitivo di giovani adulti, dove occorre conquistare l’attenzione e la considerazione altrui. La giovane età ci rende particolarmente sensibili al giudizio altrui e ai piccoli e grandi dispiaceri delle competizioni di rango imposte dalla vita sociale. A quell’età il ruolo svolto dalla bellezza fisica è incisivo e per le donne lo è ancor di più. Il timore di non riuscire ad affermarsi, il timore di essere socialmente invisibili può generare il desiderio parossistico di aderire a un ideale fisico accettato, come è la magrezza, fino alle forme grottesche dell’estremo sottopeso dell’anoressia o al continuo vomitare quel che si mangia nella bulimia. Salvo poi riempirsi di nuovo di cibo quando si è in preda alla fame e all’insicurezza. Il cibo è fonte di angoscia, ma anche di consolazione. Mangiare ci calma, abbuffarci ancora di più.

L’individuo così cade preda di convinzioni che si definiscono, in gergo psicologico, maladattative e distorte: la convinzione di non essere all’altezza, di non avere il controllo delle situazioni e, ancora peggio, di non avere il controllo dei propri stati d’animo e delle emozioni, che appaiono assumere un carattere di intensità ingestibile (Sassaroli e Ruggiero, 2010).

I disturbi alimentari diventano simbolici di questa svolta culturale individualistica e “pop” non solo per l’ossessione verso il cibo o l’aspetto corporeo, ma ancor di più per alcuni temi psicologici più nascosti: l’ossessione per il controllo sulla realtà e per la perfezione dello sviluppo individuale e la centralità della cosiddetta autostima personale su cui fondare il proprio benessere.

Nelle epoche pre-industriali, aristocratiche e non consumistiche, questi fenomeni non erano assenti, ma assumevano significati diversi. Eppure con alcune consonanze con la modernità risuonano. In un’economia di sussistenza pochi avevano accesso al consumismo alimentare che permette il lusso oppositivo dell’astinenza dal cibo. E quando avveniva, essa assumeva un carattere religioso, come nel caso di Santa Caterina. L’astinenza dal cibo della santa aveva un valore di rinuncia, di mortificazione e di autodisciplina.

Nella santa medievale mancava il carattere di affermazione individualistica della moderna anoressia. Però è anche vero che nelle sante medievali l’astensione dal cibo era una componente di una scelta religiosa ampia e complessa che consentiva alle donne un ruolo sociale incisivo. Santa Caterina poté, grazie alla rinuncia al mondo, sottrarsi al matrimonio e attingere a una formazione culturale che altrimenti le sarebbe stata preclusa. Imparò a leggere e a scrivere e poté svolgere un ruolo sociale e politico di primo piano nella società del tempo. Partecipò a missioni diplomatiche presso la sede papale, contribuendo a far sì che il Papa tornasse a Roma da Avignone. Tutto questo può essere interpretato, in termini moderni, come segno di affermazione personale per Santa Caterina (Bell, 1985).

Tuttavia in Caterina e in altre donne l’astensione dal mondo era un percorso efficace, che effettivamente portò le sante ascetiche medievali a diventare delle personalità di primo piano. Nell’anoressia moderna il desiderio di autonomia e di affermazione è molto più problematico e contradittorio e molto meno efficace. L’anoressica è al tempo stesso attratta e intimorita dal mondo adulto delle relazioni sociali e dell’affermazione di sé. Incapace di accettare e di gestire la precarietà e la mobilità della competizione pubblica, va alla ricerca di un parametro quantificabile e controllabile e al tempo stesso carico di valore simbolico. Il peso è un numero, un parametro quantificabile. Il peso poi rimanda all’aspetto corporeo, naturalmente. E non si tratta affatto soltanto di un rimando soltanto simbolico. Con il nostro corpo, con la sua bellezza, ci presentiamo e ci facciamo accogliere, accettare e giudicare dagli altri e dal mondo. Un bell’aspetto è un buon biglietto da visita. Tuttavia, si tratta di una logorante e difficile negoziazione continua con gli altri.

La sensazione di mancanza di controllo è quindi massima, ed è proprio ciò che teme l’anoressica. Di qui la scelta paradossale del disturbo alimentare: Il controllo del corpo diventa fine a se stesso, una corsa autodistruttiva in cui lo scopo iniziale, cioè poter essere accettati e piacere agli altri, è dimenticato a favore della magrezza e del controllo, che subentrano e diventano, da soli, un valore in sé.

cefalea a grappolo --- GRAZIE

Ciao a tutti, scrivo solo per ringraziare. Per dire GRAZIE a chi ha pubblicato qui un articolo sulla cura della cefalea a grappolo tramite psichedelici.

Afflitta da oltre dieci anni da questo disturbo terribile (pensate che tra noi malati di "cluster headache" si hanno tra i più alti tassi di suicidio al mondo, tanto è insopportabile a volte il dolore) e altretanto afflitta da cure palliative anche costose e sempre scarsamente efficace, cercando per caso su google trovai l'articolo.

Mi sembrava incredibile che potessi guarire con funghi o LSD ma dissi perché no....a questo punto.

Allora su consiglio di un tipo conosciuto sempre tramite forum di malati di cefalea (nel frattempo avevo scoperto che erano diversi quelli che si curavano così!!! ovviamente violando la legge di questo paese di m.....) andai a un "rave party" e comprai questo famoso LSD ovverosia dei pezzettini di cartoncino inbevuti con lo stesso composto.

Bene. Se la domanda è se ebbi delle "visioni" alla steve jobs si ovviamente ebbi anche strani effetti onirici  e nella visione (con caledoscopi, ecc.) per alcune ore. Ma quello che conta è che per la prima volta LA BESTIA SE NE ANDO'. IL GRAPPOLO SCOMPARVE.

GUARITA. era da non credere.

inoltre ebbi un attacco successivo solo dopo molto tempo rispetto al solito e anche allora con mezzo di quel cartoncino. ANDO VIA.

 

successivamente con altri malati mi sono organizzata per comprare spore di funghi via internet, così non violiamo la legge (anche se poi la coltivazione per uso personale anche se medico non è legale).

 

chi ha sofferto di questa afflizione SA cosa vuol dire il CLUSTER. è pazzesco che ci spillino soldi con l'ossigeno, coi corticosteroidi, quando con queste cose NATURALI (l'lsd non è naturale ma cmq ho letto che viene dalla segale, e in ogni caso sono passata ai funghi) si cura TUTTO.

la mia vita è cambiata completamente da quando ho letto quell'articolo. in meglio. anzi possiamo dire: SONO RINATA. QUINDI GRAZIE.

Marijuana, una cura semplice ed efficace

Sclerosi multipla, lesioni neurologiche, cancro e Aids. Si moltiplicano le applicazioni cliniche della cannabis. Il parere di un esperto

Che la cannabis possedesse utili proprietà farmacologiche era noto da tempo alla comunità scientifica internazionale. Negli ultimi anni sempre di più sono i Paesi che, tramite leggi meno restrittive, hanno reso possibile l’accesso ai trattamenti terapeutici a base di farmaci derivati dai cannabinoidi, semplificando le procedure burocratiche per la loro prescrizione, finanche decriminalizzando il possesso di cannabis per uso personale e la sua coltivazione. Possono beneficiarne pazienti affetti da gravi patologie disabilitanti per controllare il dolore (sclerosi multipla, danni ai nervi, lesioni spinali, dolore neurogenico) e pazienti terminali affetti da cancro o Aids, per la stimolazione dell’appetito. Non trattandosi di una cura ma di un trattamento palliativo, spetta esclusivamente al medico valutare per quali patologie ed in quale momento della terapia il paziente possa trarrne un effettivo beneficio clinico.

Già dal 2007 è previsto in Italia l’uso terapeutico della cannabis. Ma dal 2014 un nuovo decreto legge ha reso l’accesso ai farmaci cannabinoidi più semplice, snellendo il lunghissimo iter burocratico. La prescrizione e somministrazione può essere fatta direttamente dai medici di base, con trattamento anche domiciliare. E i costi? Non sono a carico del paziente, ma del Sistema sanitario regionale. Grazie a una legge regionale adottata da Sicilia, Abruzzo, Puglia, Toscana, Liguria, Veneto, Lombardia e Piemonte che, a differenza del passato, il governo ha deciso di non ostacolare con l’intento specifico di tutelare il diritto alle cure per tutti i pazienti, pur ribadendo che vanno prescritti esclusivamente «quando altri farmaci disponibili si siano dimostrati inefficaci o inadeguati al bisogno terapeutico del paziente».

Per ridurre i costi legati all’importazione dei farmaci cannabinoidi è stato approvato un progetto pilota di produzione in Italia, presso lo Stabilimento farmaceutico militare toscano. I medicinali a base di cannabis come il Bedrocan, Bediol, Bedrobinol e Bedica, caratterizzati da differenti percentuali dei due principali principi farmacologicamente attivi della cannabis - il tetraidrocannabinolo (Thc) e il cannabidiolo (Cbd) - somministrabili mediante vaporizzazione o tisane, vengono al momento prodotti esclusivamente dall’olandese Bedrocan Bv, unica autorizzata alla produzione dal ministero della Salute olandese, che li esporta in altri paesi europei. Dai Paesi Bassi, dove il possesso e l’uso personale di cannabis, catalogata come droga leggera, è decriminalizzato, proviene anche la più lunga esperienza nel suo utilizzo medico. Dal 2003 le farmacie olandesi vendono medicinali a base di cannabis, prodotti secondo rigidi criteri internazionali di qualità.

La cannabis è coltivata in condizioni controllate, secondo le norme di buona pratica in agricoltura, e non contiene pesticidi, metalli pesanti, batteri, muffe o altri patogeni. Il suo impiego medico è tuttavia iniziato già a partire dagli anni settanta con modalità non controllate dal ministero della Salute, in quanto la cannabis ad uso ricreativo era già facilmente reperibile presso i coffee shops fin dal 1976. Recenti studi hanno dimostrato che la cannabis venduta presso i coffee shops non è di qualità farmaceutica, è spesso contaminata da patogeni e costituisce, pertanto, un serio rischio per la salute se impropriamente assunta per uso medico, specialmente in pazienti affetti da patologie croniche debilitanti, Aids o patologie tumorali, in cui le difese immunitarie sono seriamente compromesse.

Il Sativex, altro medicinale cannabinoide approvato in 17 paesi europei ed utilizzato in 9 di questi, tra cui l’Italia dal 2013, è una miscela in parti uguali di Thc e cannabidiolo in forma di spray orale ad un dosaggio standardizzato e riproducibile. Pur essendo stato sviluppato e prodotto dall’azienda britannica GW Pharmaceuticals, e sia disponibile per la prescrizione in alcune aree del paese, in Inghilterra l’uso medicinale della cannabis non è legale ed il Sativex viene raramente consigliato dai medici di base, in conformità ad una politica repressiva nei confronti della marijuana.

Differente la situazione in Germania dove, grazie ad una sentenza della Corte amministrativa federale, dal 2005 i farmaci cannabinoidi sono reperibili presso tutte le farmacie. A differenza dell’Italia, i pazienti tedeschi devono però provvedere ai costi di acquisto, per importi che possono raggiungere anche i 1000 euro al mese; situazione che sostanzialmente limita l’accesso al trattamento. Per garantire a tutti il diritto di accesso alle cure, tuttavia, la Corte Amministrativa di Colonia ha stabilito lo scorso anno che i pazienti non in grado di sostenere le spese per il trattamento medicinale con cannabis possono coltivare da soli le piantine di marijuana. Questo non significa una liberalizzazione della coltivazione della cannabis, che resta tuttora illegale.

Il maggiore processo di decriminalizzazione in questi anni è avvenuto in Spagna, dove la coltivazione per uso personale è legale sia per scopi ricreativi che medici. La Catalogna ha promosso programmi terapeutici a base di cannabis medicinale dal 2005 e sta mirando alla sua legalizzazione soprattutto allo scopo di tenere a freno il proliferare dei “cannabis clubs”, associazioni no profit per il consumo indoor che hanno reso negli ultimi tempi Barcellona la nuova Amsterdam per il turismo della droga.

Tra gli altri paesi europei anche la Francia, la Romania e la Repubblica Ceca hanno regolamentato con specifiche leggi l’uso terapeutico di questi farmaci. Le politiche volte a favorire la legalizzazione della cannabis medicinale hanno indubbi benefici non solo per i pazienti che hanno un accesso più libero ad un trattamento palliativo scientificamente provato, ma alla lunga avranno un risvolto positivo anche nella lotta al mercato nero delle droghe leggere.

Le criticità da tenere in considerazione rimangono, tuttavia, tante, soprattutto se si guarda all’esperienza americana dove la marjuana è stata legalizzata in 23 stati e nel distretto di Columbia per uso terapeutico o persino a scopo ricreativo (Washington, Colorado, Oregon e Alaska). Negli Usa infatti, l’uso a scopo terapeutico di preparazioni di cannabis ha creato un mercato senza freni incoraggiandone di fatto l’abuso. In Europa, invece, la politica della tolleranza adottata dai Paesi Bassi sembra non aver favorito, dagli anni Ottanta ad oggi, un aumento del consumo delle droghe leggere da parte dei giovani, consumo che resta notevolmente inferiore rispetto a quello di altri paesi europei, Italia inclusa. Qualunque sia il modello adottato, è comunque necessaria l’istituzione di un adeguato sistema di monitoraggio per la verifica dell’esatta applicazione delle norme di legge e per la registrazione delle eventuali criticità.

In Italia il via libera alla cannabis per uso medico non significa libera coltivazione né libero consumo attraverso il fumo di preparazioni vegetali. Sono invece disponibili per i pazienti, sulla base di un opportuno piano terapeutico redatto dal medico, specifiche formulazioni farmaceutiche ad un dosaggio standardizzato e riproducibile, che assicurano l’efficacia terapeutica e tutelano dal rischio di effetti collaterali, prevalentemente di tipo psicotico. L’assunzione degli stessi principi attivi attraverso il fumo determina invece l’assunzione di dosaggi non riproducibili né prevedibili, in quanto dipendenti da diverse variabili individuali ed ambientali e non comporta alcun vantaggio terapeutico, ma si associa anzi ad una progressiva perdita delle capacità cognitive e, negli adolescenti, ad un’aumentata predisposizione all’insorgenza di malattie psichiatriche anche molto gravi, quali la schizofrenia. Resta quindi fondamentale definire normative e limiti che consentano di mantenere ben distinto l’impiego medico dall’ abuso a scopo ricreativo.

Per chi, come noi, studia da anni l’efficacia terapeutica di farmaci basati su cannabinoidi ed endocannabinoidi in patologie neoplastiche, neurologiche, metaboliche e infiammatorie, le nuove legislazioni aprono la strada verso un enorme avanzamento delle conoscenze nel settore. Sebbene con il decreto legge del ministero della Salute la cannabis sia ritornata da pochi mesi “droga leggera”, non più equiparata cioè ad oppio e derivati (eroina), cocaina, amfetamine ed allucinogeni, in Italia la demonizzazione dei cannabinoidi, associati nel pensiero comune a sostanze stupefacenti, ha rafforzato pregiudizi e diffidenze, con enorme svantaggio per tutti coloro che potrebbero trarre un beneficio clinicamente dimostrabile. È imprescindibile che l’impiego della cannabis ad uso medico venga riconosciuto dall’opinione pubblica come uno strumento terapeutico efficace, sicuro, conveniente per il Sistema sanitario nazionale; un presidio in grado di garantire pari opportunità di cura per tutti i pazienti.

Maurizio Bifulco è presidente della Facoltà di Farmacia e Medicina dell’università di Salerno

espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2015/02/01/news/marijuana-una-cura-semplice-ed-efficace-1.197660

Emergenza droga in Vaticano: intercettati 14 profilattici pieni di cocaina liquida

 Il 19 gennaio scorso sono stati intercettati all'aeroporto di Lipsia 14 profillatici pieni di cocaina liquida e destinati all'ufficio postale della Santa Sede.

 

340 grammi per 40mila euro di valore. Una bella somma. Sia la polizia tedesca che l'Interpol in Vaticano speravano che il destinatario di questo insolito pacchetto sarebbe andato a ritirarlo, ma nulla. Non si presentò nessuno. Forse fu avvertito per tempo.

Al via dell'anno giudiziario in Vaticano, Gian Piero Milano, il promotore della giustizia della Santa Sede, è ripartito proprio da qui e ha ricordato, come scrive Il fatto, "l'impegno della Gendarmeria nel 2014 relativo al monitoraggio del traffico di droga da Stati esteri verso lo Stato vaticano".

Così, Milano ha invocato "protocolli comuni e uniformi parametri informativi" in materia di rogatorie e ha indicato una possibile apertura verso le intercettazioni come "strumento di indagine imprescindibile".

La rivoluzione di Papa Francesco continua. E passa da una maggior trasparenza e legalità all'interno del Vaticano.

www.ilgiornale.it/news/cronache/emergenza-droga-vaticano-intercettati-14-profilattici-pieni-1088406.html

Verona, Serpelloni licenziato dalla Ulss: fu uomo di Giovanardi a Palazzo Chigi

Fino al 2014 a capo del dipartimento Politiche antidroga della presidenza del Consiglio, dove era stato chiamato dall'ex sottosegretario a Droga e famiglia, il dirigente non è più responsabile del Sert dell'unità sanitaria veronese: allontanato "per giusta causa".

Licenziato in tronco. Come non accade praticamente mai nella pubblica amministrazione. E il suo è pure un nome di quelli che contano. Giovanni Serpelloni da ieri non è più responsabile del dipartimento Dipendenze dell’Ulss di Verona, ovvero l’Unità locale socio sanitaria chiamata altrove Asl. Il provvedimento disciplinare, preso “per giusta causa” dal direttore generale Maria Giuseppina Bonavina, non va a colpire un dirigente qualunque. Serpelloni è stato infatti a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi dal 2008 fino all’anno scorso. Chiamato a Roma da Carlo Giovanardi, ex sottosegretario a Droga e famiglia, in passato è stato al centro di polemiche perché da responsabile del dipartimento ha fatto da spalla alle politiche proibizionistiche inaugurate dalla Fini-Giovanardi. Dopo che lo scorso aprile non è stato riconfermato nel suo ruolo dal governo Renzi, Serpelloni è tornato da dove era venuto, a Verona. Ha ripreso la sua posizione al vertice del Sert, fino al licenziamento di ieri, che arriva in seguito a un’intricata vicenda sulla proprietà intellettuale di un software. E segue analoghi provvedimenti presi contro altri due medici, entrambi storici collaboratori di Serpelloni, uno dei quali è stato lasciato a casa dopo le indagini che hanno portato la Guardia di Finanza a ispezionare nei mesi scorsi gli uffici dell’Ulss per alcune collaborazioni attivate dal servizio Dipendenze.

 Il software conteso

Al centro del caso Serpelloni c’è un software, chiamato Mfp, sviluppato nel corso degli anni all’Ulss di Verona, ma utilizzato anche in altre aziende sanitarie pergestire i dati sui consumatori di stupefacenti. Serpelloni e i suoi collaboratori ne hanno rivendicato i diritti intellettuali, scontrandosi con la direzione generale dell’Ulss. La vicenda a luglio aveva già portato alla sospensione di sei medici, tra cui Serpelloni, che aveva poi convertito la sospensione dal servizio per due mesi e mezzo in una sanzione da 23mila euro. Nelle settimane successive il conflitto non si è per nulla placato, visto che Serpelloni e alcuni colleghi, con l’appoggio del Codacons, hanno presentato un ricorso al Tar per lesione dei diritti degli autori e un esposto in procura contro i provvedimenti disciplinari. E proprio quanto riportato nella querela è stato causa del licenziamento di ieri, visto che, secondo la direzione generale, ha consentito di venire a conoscenza di irregolarità commesse contro l’amministrazione. Serpelloni definisce il provvedimento “un atto del tutto illegittimo, adottato con chiaro abuso di potere“. Dall’Ulss fanno sapere che i licenziamenti sono arrivati dopo quattro mesi di verifiche, il cui esito ha portato alla “risoluzione del rapporto di lavoro per giusta causa”.

Le indagini della Guardia di finanza
Il licenziamento di Serpelloni, come detto, non è l’unico che ha colpito il dipartimento Dipendenze veronese. Tre giorni fa è stato cacciato il dirigente medico Oliviero Bosco, mentre è di novembre l’allontanamento di Maurizio Gomma, che aveva diretto il Sert negli anni in cui Serpelloni era a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi. Se il licenziamento di Bosco è anch’esso legato all’esposto presentato insieme al Codacons, quello di Gomma è scaturito da una serie di verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza su mandato della procura, che secondo i vertici dell’Ulss hanno portato alla luce anomalie amministrative. In particolare sotto accusa è finita una convenzione con l’associazione European institute for health promotion di Verona, il cui comitato scientifico è costituito, tra gli altri, da Bosco e Gomma, oltre che da Bruno Genetti, consulente del dipartimento politiche antidroga e socio di Explora, una società che ha collaborato in alcuni progetti voluti da Serpelloni nel periodo romano. È questo un periodo in cui Serpelloni poteva contare per le politiche antidroga su finanziamenti da svariati milioni di euro. Almeno 52 milioni tra il 2010 e il 2013, secondo quanto dichiarato da lui stesso nel curriculum, molti dei quali investiti in progetti il cui coordinamento operativo era affidato proprio alla Ulss di Verona. Con lo svolgimento di alcuni servizi finito ‘in appaltato’ anche allo European institute for health promotion.

www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/31/verona-serpelloni-licenziato-dalla-ulss-fu-uomo-giovanardi-palazzo-chigi/1387197/

Legalizzazione cannabis. L'America Latina di fronte alla tentazione

 E' un piccolo seme, piantato dall'Uruguay alla fine del 2013: la legalizzazione della cannabis comincia a fare il suo cammino in America Latina, anche se, in questa regione alle prese col narcotraffico, alcuni Paesi rifiutano sempre di parlarne.
“Qualcuno deve cominciare in America del Sud”, aveva detto il presidente uruguayano, José Mujica, dando il via alla sua audace idea.
Un anno dopo la legge che ha fatto del Paese l'unico al Mondo a regolamentare la produzione della marijuana, la sua vendita in farmacia non e' stata ancora avviata.
Ma, secondo il Consiglio nazionale delle Droghe (JND), il Paese di 3,3 milioni di abitanti ha gia' 1.300 persone iscritte come autoproduttori e sei club fin a 45 consumatori l'uno.
I suoi vicini sono incuriositi: “Siccome l'Uruguay l'ha fatto e non ha subito gravi conseguenze negative in termini di relazioni internazionali, sanzioni o rifiuto a livello domestico, questa e' diventata un'opzione da prendere in considerazione da parte degli altri Paesi”, dice John Walsh, analisti del “think tank” Ufficio di Washington sull'America Latina.
“Il caso dell'Uruguay ha ispirato numerosi Paesi per cominciare almeno a fare qualche passo in questa direzione”, rincara Pien Metaal, esperto del centro studi Transnational Institute di Amsterdam.
“Non si puo' piu' tornare indietro. Il genio e' uscito dalla bottiglia e non ci sono piu' mezzi per farlo rientrare”, fa maliziosamente notare.
A fine ottobre, il Cile e' diventato il primo della regione a coltivare per fini terapeutici la cannabis, che li' continua ad essere considerata una droga pesante. Un progetto di legge vorrebbe depenalizzarne l'uso per motivi personali.
In Colombia, il Parlamento sta dibattendo un progetto che ne consente l'uso medico, con il sostegno del presidente di centro-destra Juan Manuel Santos.
In Argentina, un progetto di legge difeso dal segretario generale della presidenza, Anibal Fernandez, vorrebbe depenalizzare la coltivazione per uso personale, ma il Governo rimane contrario. C'e' anche un progetto per la depenalizzazione del consumo e il suo uso terapeutico.
In diversi Paesi della regione, il possesso di droga per uso personale non e' di fatto sanzionato.
L'esempio degli Stati Uniti
Promotore e sostenitore finanziariamente della “guerra contro la droga” (termine ereditato dal presidente Richard Nixon) sul continente, il Paese si e' confrontato nel proprio seno con iniziative piu' dolci.
“Gia' quattro Stati hanno regolamentato la cannabis per uso ricreativo (Washington, Colorado, Alaska, Oregon) e 23 l'hanno legalizzata a fini medici", sottolinea Pien Metaal.
“Questo non rende credibili gli Usa nel momento in cui dettano ai Paesi dell'America Latina, come lo hanno fatto in questi ultimi decenni, le loro politiche in materia di droghe”.
Dopo aver promosso il proibizionismo, “e' ormai il momento che gli Usa diano dimostrazione di coerenza coi Paesi della regione e smettano di promuovere cio' che non possono applicare a casa loro”, dice il cileno Eduardo Vergara, direttore del centro di analisi Asuntos del Sur.
Ma bisogna ricordare che “la regione rimane divisa” e alcuni Paesi latinoamericani frenano ancora.
“La legalizzazione non e' oggi in agenda” ha dichiarato di recente il ministro brasiliano della giustizia, Josè Eduardo Cardozo, malgrado il deposito di una legge in questo senso.
Stessa posizione in Nicaragua, Panama, Messico, Costa Rica, Venezuela e Peru'.
Alcune voci comunque difendono la legalizzazione, come gli ex-presidenti brasiliano Fernando Henrique Cardoso e messicano Vicente Fox.
E la domanda di un nuovo approccio cresce nella regione, prima produttrice mondiale di cocaina, vittima della violenza legata al narcotraffico.
Il “tutto repressione” e' in secca, dice il presidente colombiano. Una “sconfitta completa” per il suo omologo dell'Equador, Rafael Correa. Sotto l'impulso della Colombia, del Messico e del Guatemala, l'ONU terra' una sessione speciale nel 2016 in materia.
Ma mentre in Usa la legalizzazione della cannabis e' sostenuta da uno slancio popolare, qui il cambiamento avra' bisogno di piu' tempo.
L'opinione pubblica e' scettica in America Latina: essa non e' soddisfatta della guerra contro le droghe, ma tende a vedere la legalizzazione come permissiva e disfattista”, spiega John Walsh, ricordando che questo e' notoriamente il caso dell'Uruguay.

(articolo di Katell ABIVEN, diffuso dall'Agenzia stampa France Press – AFP il 31/01/2015)

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