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Novità tutte le sostanze, Articolo

sempre più anoressia senza magrezza, 'esplosione' di casi

 L'anoressia cambia 'forma'. Sempre più spesso il problema riguarda adolescenti che non mostrano i segni dell'estrema magrezza tipica della malattia. Un fenomeno al centro di uno studio australiano pubblicato su Pediatrics e guidato da Melissa Whitelaw, del Royal Children's Hospital di Melbourne, in cui la studiosa registra un aumento delle adolescenti 'normopeso' ricoverati tra il 2005 e il 2009 , la cui proporzione si è moltiplicata nel periodo studiato per 6 volte.

"Ci ha sorpreso - ha spiegato la studiosa al quotidiano francese Le Figaro - vedere un numero così elevato di adolescenti anoressiche (9 volte su 10 si tratta di ragazze) con questo nuovo profilo, in un periodo di tempo così limitato". Nel centro australiano le persone 'normopeso' rappresentavano l'8% del totale ma, ora, sono quasi il 50%. Spesso, prima dell'anoressia, questi ragazzi e ragazze hanno qualche chilo di più.

I ricercatori raccomandano, nel caso di adolescenti prima in sovrappeso poi dimagrite rapidamente, di fare attenzione ai comportamenti alimentari e, comunque, di far seguire da un medico tutti i ragazzi che si mettono a dieta. Nessuno di quelli ricoverati nel centro australiano dove è stato eseguito lo studio era stato seguito da un camice bianco durante il dimagrimento.

I comportamenti alimentari, la percezione irreale del proprio corpo, il rapporto con il cibo sono gli stessi nei pazienti anoressici magri e in quelli di peso standard. E anche i rischi sono gli stessi. Per questo Melissa Whitelaw invita i pediatri e i medici ad una visione 'aggiornata' dell'anoressia, centrando la diagnosi in particolare sui comportamenti irrealistici verso il cibo e sulla percezione corporea, più che sul peso.

www.adnkronos.com/salute/2014/08/29/ricerca-sempre-piu-anoressia-senza-magrezza-esplosione-casi-inquieta_CXkoCKH1Cf08CuB5WVZIoO.html

sigarette e depressione

La correlazione tra tabacco e suicidi era già nota, ma si trattava di un coincidenza di cattive abitudini e drammi personali. Si pensava infatti che il maggior numero di fumatori tra suicidi e aspiranti tali non fosse altro che espressione della maggiore tendenza a fumare di chi tende a stati di depressione. Ora, però, il nesso di causalità viene capovolto da una ricerca condotta nella Washington University School of Medicine, la cui sintesi è stata recentemente pubblicata dalla rivista Nicotine & Tobacco. Secondo gli studiosi americani, infatti, le sostanze contenute nella sigaretta potrebbero indurre stati psicologici tendenti alla depressione. Richard Gruzca, principale autore dello studio, ha spiegato che “la nicotina è un candidato plausibile per spiegare la connessione tra fumo e suicidi”. A Gruzca l’iter appare chiaro: “come qualsiasi altro farmaco che crea dipendenza, la gente inizia ad assumere nicotina per sentirsi bene, ma alla fine ne hanno bisogno per sentirsi normale. L’uso cronico può contribuire a causare depressione o ansia, che possono aiutare a spiegare il collegamento al suicidio”.

L’indagine degli studiosi di Washington è partita dai dati sui suicidi nei singoli stati americani, messi in relazione con il prezzo delle sigarette. In particolare gli studiosi pensando di aver trovato un rapporto diretto tra ridotta accessibilità al fumo e decrescita del numero di suicidi. Laddove sono aumentate le tasse sul fumo, spiegano i ricercatori, si è ridotto il numero dei suicidi del 15%. Viceversa, gli stati che non hanno applicato le stesse politiche restrittive hanno registrato un aumento dei suicidi del 6% rispetto alla media nazionale. Lo studio si spinge anche ad un’approssimazione dell’effetto benefico delle tasse sul fumo: per ogni dollaro si riduce il tasso di suicidi del 10%.

 

Marijuana a uso terapeutico, la produrrà l'Esercito a Firenze

 Lo Stato produrrà marijuana a uso terapeutico. A produrla sarà l'Esercito e verrà coltivata dallo stabilimento chimico militare di Firenze.  Il via libera è stato dato dai ministri della difesa e della salute Roberta Pinotti e Beatrice Lorenzin, dopo varie polemiche e rallentamenti, e la notizia verrà ufficializzata entro settembre.


Oggi lo stabilimento fiorentino, nato con l'obiettivo di produrre medicamenti per il mondo militare, ha esteso la sua attività anche al settore civile. E ora produrrà i farmaci derivati dalla cannabis attualmente importati dall'estero a costi elevati.

Tra i ministeri della difesa e della salute era stato istituito un tavolo di lavoro, dove la questione è stata esaminata anche con l'istituto farmaceutico militare. Adesso sono in via di stesura i protocolli attuativi. A questo punto, non è escluso che entro il 2015 i farmaci cannabinoidi saranno già disponibili nelle farmacie italiane. Il via libera alla produzione di marijuana a scopo terapeutico da parte dell'istituto chimico militare di Firenze "rappresenta un risultato positivo in termini di supporto alla ricerca scientifica, di sperimentazioni, cure innovative e coinvolgimento di professionalità nuove, che fanno di Firenze in questo settore come tanti altri una punta di diamante nella ricerca in ambito scientifico sanitario",  ha detto oggi il sindaco di Firenze Dario Nardella. Questa, ha poi aggiunto, "è la dimostrazione del livello d'avanguardia che l'istituto ha ormai raggiunto qui a Firenze".

"L'utilizzo di questi farmaci - dice il senatore del Pd Luigi Manconi - è consentito nel nostro paese dal lontano 2007; eppure, nel corso del 2013, appena qualche decina di pazienti ha potuto farvi ricorso. Ciò a causa di una procedura lenta e farraginosa che prevede il seguente percorso: medico curante, farmacia ospedaliera, Ministero della Salute, ancora farmacia ospedaliera, quindi importazione e infine paziente. L'acquisto all'estero di questi farmaci comporta tempi infinitamente lunghi per la loro disponibilità e costi abnormi per singolo prodotto. E questo ha fatto sì che a tutt'oggi non una sola azienda farmaceutica italiana abbia chiesto la licenza per questa produzione".

"Da qui la mia proposta - prosegue il senatore - di affidare allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, che già produce presidi sanitari e medicinali, l'incarico di provvedere al fabbisogno nazionale, nelle condizioni di massima sicurezza. E' stata dura ma ce l'abbiamo fatta. Il Ministro della Difesa ha dato il suo immediato consenso ed è di queste ore il tanto atteso parere favorevole da parte del Ministero della Salute". "La vicenda è sommamente istruttiva: ci sono voluti ben sette anni perchè un farmaco, capace di ridurre il dolore dei pazienti e di intervenire sui sintomi di numerose patologie, venisse sottratto all'interdizione ideologica e morale di un tabù oscurantista, privo di qualunque fondamento scientifico e di qualunque argomentazione razionale" conclude Manconi.

Ma quali coffee shop, in Spagna proliferano i 'Cannabis Club'

Non hanno scopo di lucro, consentono l'accesso solo ai soci e garantiscono la possibilità di fumare uno spinello in un ambiente sicuro e confortevole. In poco più di due anni, nella sola Catalogna, ne sono stati aperti trecento. Grazie a un articolo del codice penale che non sanziona l'uso personale purchè in modica quantità 

"Movimento associativo di autoconsumo di cannabis”, “Associazione per la cannabis”: qui a Barcellona ogni settimana ne aprano una o più. Sono associazioni dove è possibile accendersi uno spinello nella tranquillità di un salotto dal calore famigliare e lontano da occhi indiscreti.

Quindi dimenticate gli ombrosi sottoscala delle malfamate periferie metropolitane col rischio anche di essere rapinati dallo stesso spacciatore. Nei “cannabis club” che, nella sola Catalogna, hanno aperto in trecento tra la fine del 2011 e l’estate 2014, consumare marijuana per scopo terapeutico o ricreativo non è né un reato né una vergogna da nascondere.

A patto di rispettare poche ma inflessibili regole, come ci spiega uno dei fondatori de “La Maca”, il primo “cannabis club” ad aprire nel 2006. «Otto anni fa eravamo sette amici, tutti abituali fumatori di cannabis. Volevamo un luogo tranquillo e intimo dove farci un porro (uno spinello, ndr), ma soprattutto avevamo il desiderio di produrre noi stessi la marijuana, perché stanchi di erba troppo costosa e di cattiva qualità. Oggi siamo 650 soci - prosegue - che coltivano e consumano un ottimo prodotto naturale a un costo trasparente. Abbiamo una lista di attesa lunghissima per nuovi iscritti, così al momento accettiamo solo chi fuma per motivi terapeutici».

“La Maca” ha un ambiente caldo e famigliare, pulito, da circolo privato. Divani in pelle, poltrone dove rilassarsi, tavolini con carte da gioco, luci soffuse, scaffali pieni di libri, non solo sull’erba, una macchinetta del caffè, una colonnina di cd sopra uno stereo. «C’è chi viene anche per lavorare al computer, per leggere un romanzo, fare due chiacchiere. Qui si fa un uso responsabile, non solo perché la quantità è modica per tutti e non ci si sballa, ma ci si rilassa. Noi sconsigliamo di guidare dopo avere fumato, invitiamo a prendere un taxi per tornare a casa». Il costo annuale dell’abbonamento a un Cannabis Club per i soci va dai 50 i 70 euro più i costi della “consumazione”.

Barcellona e la Catalogna non sono però il paradiso per chi ama l’erba. Né si può dire che la Spagna abbia deciso, seppure in sordina, di legalizzare la marijuana. Semplicemente i “cannabis club” approfittano del vuoto legislativo spagnolo per permettere «il diritto di assumere a uso esclusivo personale sostanze psicotrope naturali», come recita lo statuto che deve avere ogni associazione registrata alla CatFAC, la Federazione della Associazioni di Cannabis della Catalogna.

In Spagna come in altri Paesi europei, la legge sanziona e persegue chi produce e spaccia marijuana per scopi di lucro. In compenso, l’articolo 368 del Codice penale spagnolo non sanziona il consumo personale di una modica quantità.

Inoltre, in Spagna già da un decennio è legale la marijuana terapeutica: per ottenerla basta la ricetta del medico curante che permette di acquistarla, portarla con sé e consumarla in casa. Esiste anche un’ampia casistica di sentenze giuridiche che riconoscono il diritto al consumo privato di cannabis. «Il nostro club ha regole molto precise», spiega Emma, che lavora al “Floors” di Girona. «Per essere socio devi avere 21 anni, risiedere in Spagna ed essere un consumatore abituale d’erba. Non tesseriamo chi vuole soltanto provare per curiosità. I nuovi iscritti devono essere presentati da un socio, non accettiamo sconosciuti e ci riserviamo il diritto di rifiutare».

 Al momento dell’ammissione al club, il neo socio dichiara il motivo per cui fa uso di marijuana, se ricreativo o terapeutico. «Al momento gli iscritti al nostro club sono per fini medici sono il 20 per cento del totale. Tutte queste regole esistono per evitare che i club si trasformino in “coffee shop” sul modello olandese, producendo così il turismo della droga. Il nostro club non esiste per scopi di lucro». Nel 2013 a Barcellona una cinquantina di club sono stati chiusi dal Comune perché vendevano ai turisti. «Il nostro club non è per i turisti che vengono a sballarsi. Che vadano in Olanda!», avverte Jordi. «La nostra associazione, ripeto, nasce dalla necessità di avere un luogo tranquillo dove consumare la nostra erba, non per il commercio e il guadagno. Ed è giusto che chi sgarra, sia punito perché rovina la nostra immagine e concede argomenti agli antiproibizionisti che non accettano la nostra esistenza».

E se in Spagna c’è il fai da te (basta un minimo di tre soci per aprire una “asociación cannabica”, si paga una tassa comunale, ci si registra all’agenzia delle entrate che richiede registro iscritti, bilancio e libri contabili), in Italia invece il consumo di cannabis rimane un’attività clandestina, confinata nell’illegalità.

Non aiuta il dibattito sulla depenalizzazione l’attuale legge Fini-Giovanardi, dichiarata «illegale» dalla Consulta, che equipara la marijuana all’eroina e affolla le carceri di consumatori/spacciatori. Così, mentre i cugini iberici con i “cannabis club” creano posti di lavoro e riempiono le casse dell’erario, a Montecitorio si litiga.

A riaccendere recentemente la discussione è stato il professor Umberto Veronesi dalle pagine de l’Espresso, dichiarandosi a favore del libero uso della cannabis. «Io mi batto pubblicamente da decenni contro il proibizionismo – ha scritto il direttore scientifico dell' Istituto europeo di oncologia - e in questo mio impegno ho ripetuto all’infinito che, come medico e come padre, sono un convinto oppositore di tutte le droghe, pesanti e leggere, compreso fumo e alcol, perché creano assuefazione clinica e danni spesso irreparabili e talvolta letali. Sono però altrettanto convinto che proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione».

Peccato che a tutt'oggi in Italia il dibattito sia fermo al palo e chi vuole fumarsi uno spinello sia costretto a violare la legge, comprando da uno spacciatore e sostenendo così gli affari della criminalità.

di Roberto Pellegrino (ha collaborato Federica Tadiello) L'ESPRESSO

espresso.repubblica.it/attualita/2014/09/03/news/non-solo-coffee-shop-in-spagna-proliferano-i-cannabis-club-1.178459

Dispacci dalla Grande Guerra

ASSEDIO. Assedio di Kut al-Amara (attuale Iraq, 7 dicembre 1915 - 29 aprile 1916): con le riserve alimentari quasi esaurite, per evitare la dissenteria e altre malattie i soldati britannici cercano di tenersi in piedi con pillole di oppio o cure casalinghe, come un miscuglio di olio di ricino e chlorodyne, analgesico al gusto di menta i cui principi attivi sono oppio, cannabis e cloroformio.

COCAINA. Durante la guerra la cocaina era molto diffusa nella società, nonostante le restrizioni messe in atto in diversi Paesi prima del conflitto. A Parigi si poteva acquistare più o meno liberamente nei caffè, a Londra si trovava facilmente nei night club. In Inghilterra prostitute e soldati erano considerati due gruppi particolarmente dipendenti da questa sostanza. Un'aggravante per le autorità inglesi: la produzione era quasi esclusivamente nelle mani di aziende tedesche.

da Roberto Raja, La Grande Guerra giorno per giorno, Clicby edizioni.

Quindici euro e fai l’alcol tour. Sbronza libera nei pub del centro

Firenze - L’OBIETTIVO della serata è «strisciare». Trascinarsi di locale in locale, barcollando con tanto alcol in corpo, fino a non stare più in piedi. E’ l’obiettivo dei ragazzi stranieri che venerdì sera si sono ritrovati in piazza Duomo con lo zaino carico di birra e vino e con quindici euro in mano, pronti a comprare il biglietto d’ingresso per partecipare allo speciale trekking alcolico. 
Sono le 22.15, il branco a poco a poco aumenta. I pr della serata intanto danno le dritte: «Il tour costa 15 euro e comprende bevute illimitate in quattro locali del centro storico». Sono le 22.30, è ora di andare: il gruppo è di circa 150 ragazzi, rigorosamente stranieri e in prevalenza americani, la maggior parte arrivati da pochi giorni in città, dopo la pausa estiva, per ricominciare i corsi. Le guide incassano i 15 euro e danno un braccialetto colorato in cambio: è il lasciapassare che dà diritto alle bevute illimitate. Tradotto: mostri il braccio e prendi da bere no stop senza sborsare un centesimo. Zero regole, vodka a volontà e sballo assicurato. Solo una l’indicazione: non sono ammessi italiani.
 

INSOMMA, mentre Palazzo Vecchio e forze dell’ordine sono a lavoro per mettere nero su bianco i dettagli del nuovo accordo che dovrebbe mettere un freno alle scorribande disordinate della banda della notte, Firenze aggiunge l’ennesimo affluente al fiume della sua deriva. Un affluente che prende il nome di alcol tour, una sorta di surf etilico, organizzato da pr senza scrupoli, che sta diventando una sorta di moda. 

La Nazione già nei mesi scorsi ha raccontato in prima persona la maratona alcolica: posto e orario di ritrovo sono rimasti pressocchè gli stessi, il prezzo anche, le modalità di invito, invece, sono cambiate. Se le volte scorse le ‘guide’ promuovevano la speciale maratona tramite flier, volantini distribuiti nei pressi delle scuole americane, con tutte le indicazioni e il numero di telefono per prenotare, oggi l’invito corre tramite sms o Facebook. Un modo per raggiungere direttamente gli stranieri senza correre il rischio che ‘curiosi’ vengano a sapere dell’appuntamento. A Firenze, ci raccontano alcuni partecipanti, ci sono delle agenzie che si preoccupano di organizzare visite turistiche e anche alcoliche. Persone senza scrupoli che non esitano ad accettare nel gruppo minorenni o ad abbandonare in strada i più ubriachi che non stanno più in piedi e non ce la fanno a proseguire il giro. 

Le fermate del tour alcolico fiorentino sono quattro: la prima è in zona, non molto lontana dal posto dell’appuntamento. Al bancone si mostra il braccialetto e si ritira uno shottino, che appena finisce si restituisce per averne un altro pieno e così via. Tutto giù in un colpo. In pochi minuti se ne possono ingoiare anche più di otto, insieme a cocktail fruttati o vino rosso. Il menù alcolico della serata è pressocchè lo stesso negli altri due locali del tour mentre l’ultima tappa è in una discoteca. Qui funziona così: ingresso gratuito ma quello che bevi paghi. Anche se in pochi ce la fanno ad arrivare all’ultimo stop della nottata: tante ragazze sono crollate in terra, altre si sono trascinate fino ai portoni di casa, scortate dai playboy di turno. «Stamane alcune studentesse dormivano sui gradini del nostro portone» racconta una residente. Tutte e quattro avevano al polso lo stesso braccialetto. 

di Rossella Conte, La Nazione www.lanazione.it/firenze/quindici-euro-e-fai-l-alcol-tour-sbronza-libera-nei-pub-del-centro-1.163507

Cannabis terapeutica. Il suo uso fa diminuire i morti per overdose di analgesici oppiacei

USA - La legalizzazione della marijuana a fini terapeutici contro i dolori cronici e altre malattie, riduce del 24,8% il numero di morti per overdose di analgesici, così come fa sapere uno studio americano che ha comparato i dati tra gli Stati che hanno autorizzato la cannabis terapeutica e quelli che non l'hanno autorizzata.“L'uso eccessivo di analgesici e le conseguenti morti per overdose è come una crisi nazionale di salute pubblica”, dice Collen L.Barry, a capo dell'indagine. “Vi via che aumenta la nostra conoscenza dei rischi della dipendenza e le relative overdosi per l'uso eccessivo di analgesici oppiacei come Oxycntin e Vicodina, i pazienti con dolori cronici e i loro medici possono optare per il trattamento del dolore, totalmente o in parte, con l'uso della marijuana medica negli Stati in cui questa è legale”.

La ricerca, basata sui dati del Centro di Controllo e Prevenzione delle Malattie (CDC) tra il 1999 e il 2010, è stato pubblicato questa settimana sulla rivista Jama Internal Medicine. In Usa tre Stati (California, Oregon e Washington) hanno legalizzato l'uso terapeutico della marijuana fin dal 1999, altri dieci lo hanno fatto dal 2010 e un'altra decina, oltre a Washington DC, hanno adottato le norme da poco.

“In termini assoluti, gli Stati con leggi sulla marijuana terapeutica hanno registrato 1.700 morti in meno per overdose di analgesici oppiacei nel 2010, e si spera che questa tendenza sia stata tale anche prima della legalizzazione”, dice Marcus Bachhuber, ricercatore dell'Università' della Pennsylvania e membro dell'équipe che ha realizzato lo studio. Circa il 60% dei morti per overdose di analgesici oppiacei si manifesta in pazienti con ricette mediche che hanno ottenuto in modo legale.

FRANCIA - Narcosale. Anticipazioni sulla legge che le istituira'

Il ministero della Sanita' prevede una sperimentazione della narcosale per un periodo di sei anni, cosi' come riporta un bozza del progetto di legge in merito, che l'agenzia France Press (AFP) e' riuscita ad ottenere. “In questo luogo vengono accolti i consumatori di stupefacenti e di altre sostanze psicoattive, maggiorenni, che portano e consumano sempre in questo luogo questi prodotti, sotto la supervisione di professionisti della sanita' e dell'ambito medico-sociale”, dice il testo.
La supervisione consiste nel “mettere in guardia i consumatori verso le pratiche a rischio, ad accompagnarli e a prodigare loro dei consigli” sulle modalita' di consumo delle droghe. “in modo di prevenire o ridurre i rischi di trasmissione di infezioni e altre complicazioni sanitarie”, senza che i professionisti partecipino “al momento dell'iniezione”.
Il progetto di legge dovrebbe essere presentato in Consiglio dei ministri durante il mese di settembre, perche' poi sia esaminato dal Parlamento all'inizio del 2015. Le strutture che provvederanno all'apertura di queste narcosale saranno designate per disposizione del ministero della Sanita'.
L'anno scorso una narcosala avrebbe dovuto essere aperta vicino alla Gare du Nord di Parigi, ma fu rinviata sine die dopo che il Consiglio di Stato aveva raccomandato che, prima di ogni sperimentazione, si provvedesse comunque ad avere una legge, si ' che fossero assicurate migliori garanzie giuridiche a tutta l'operazione. Il governo aveva dato la propria approvazione in merito a febbraio del 2013.
Nei motivi del ministero per l'apertura delle narcosale si fa riferimento al fatto che queste sale esistono in diversi Paesi europei (Germania, Lussemburgo, Spagna, Svizzera) e che il loro bilancio e' positivo per la protezione dei tossicodipendenti dai rischi delle iniezioni. Queste sale hanno anche l'obiettivo di “ridurre gli effetti nocivi nei luoghi pubblici”.
 

ADUC Droghe

funghi psichedelici come terapia per la cefalea a grappolo

Dalle pozioni degli sciamani alle bancarelle degli hippy ed ora, forse, anche agli scaffali delle farmacie. È questo il percorso che alcune persone vorrebbero far fare ai funghi psichedelici.Una delle tante proprietà nascoste dei 'funghetti magici' sarebbe infatti quella di curare i lancinanti e debilitanti dolori della cefalea a grappolo, la forma più violenta di mal di testa.In una dinamica simile a quella che ha portato alla vendita di marijuana per scopi curativi ai malati di cancro ed Alzheimer, i malati di cefalea a grappolo si sono detti pronti a sfidare la legge pur di avere accesso ai funghi allucinogeni, i cui potenti principi attivi, la psilocina e la psilocibina (molecole simili a quella dell'LSD), sarebbero estremamente efficaci contro il loro male, chiamato anche cefalea del suicidio per la sua violenza.Nonostante i secondari effetti psichedelici della droga, i malati di cefalea a grappolo sostengono che grazie ai funghetti magici sono riusciti finalmente a «condurre una vita normale». Sul sito internet ClusterBusters, dove i malati di cefalea si scambiano opinioni sulle cure alternative del loro male, Richard Aycliffe, affetto da una forma cronica della malattia, ha raccontato che fino alla scoperta dei funghi era stato impossibile per lui mantenere un lavoro a causa degli effetti debilitanti dei suoi attacchi di mal di testa.Secondo altri malati, i funghi allucinogeni non solo riescono ad alleviare istantaneamente il dolore, ma prevengono anche il ritorno di nuovi attacchi.Fino all'entrata in vigore della nuova legge sulle droghe, secondo la legge britannica vendere funghi freschi, anche se altamente allucinogeni, non costituiva un reato. Secondo il Misuse of Drugs Act del 1971, infatti, la psilocina e la psilocibina sono di fatto considerate droghe di classe A.Tuttavia, all'epoca era stato stabilito che soltanto i funghi «alterati da mano umana», ovvero essiccati o surgelati per essere consumati successivamente, costituiscono di fatto una droga. Ora è stata chiusa questa scappatoia legale che consentiva ai funghi allucinogeni di essere venduti in forma fresca, e i malati di cefalea sono pronti a ribellarsi pur di avere accesso alla loro cura.Sempre sul sito ClusterBusters, un 41enne padre di due figli, ha dichiarato di aver già infranto la legge una volta e di aver mangiato i 'funghetti magici' per combattere il dolore.

fonte: La Stampa,

Contenuto Redazionale Autobiografia delle Dipendenze - Anghiari 11-14 settembre "Festival dell'Autobiografia"

Storie di emozioni, riti, miti, viaggi estatici …ma anche paure, sofferenze, perdite, malattie e morti, esperienze non previste, nuove consapevolezze, infine valori, aspettative, progetti .
Per quanto diverse le storie mettono in comune dei significati che possono orientare nella realtà dei consumi che molti giudicano senza conoscere. Il poter comprenderne i vari passaggi che le droghe inducono una volta assunte dagli iniziali aspetti positivi ai successivi preponderanti negativi, permette di prendere coscienza che ognuno presenta le proprie vulnerabilità, questa consapevolezza dovrebbe aiutare a potersi meglio proteggere o comunque vedere possibile progetti di cambiamento e rigenerazione.                                                                                  
(...) dieci storie di persone del nostro tempo che hanno trovato nel loro percorso di vita le droghe e l’alcol. Le storie evidenziano come quest'incontro influenzi i comportamenti, gli stili di vita, i contesti d'appartenenza, e come quest'influenza si esprima diversamente nei vari individui, in relazione alle sostanze usate, alle persone che le assumevano, alle varie fasi della loro vita, al contesto socioculturale d'appartenenza, con diverse evoluzioni e conclusioni, esprimendo da una parte la complessità e dall'altra come in tempi brevi vi siano veloci mutamenti del fenomeno dei consumi.

La raccolta di storie è stata un ulteriore occasione d’incontro tra persone che da anni lavorano insieme in progetti di sviluppo di comunità con obiettivi di prevenzione e recupero, ma soprattutto di processi di cambiamento culturale .

Marco Baldi, Responsabile Ser.T. zona Valtiberina- ASL8 Arezzo

qua trovi tutto il materiale relativo al Festival www.lua.it/index.php

E-cig, l'Istituto superiore di sanità a Veronesi: "Oms ha ragione, non sono innocue"

 ROMA - L'Istituto Superiore di Sanità (Iss) "supportal'approccio rigoroso dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) in materia di sigarette elettroniche, auspicando che solo l'evidenza scientifica guidi ad un approccio di sanità pubblica". Lo afferma il commissario straordinario dell'Iss, Walter Ricciardi, replicando alle critiche dell'oncologo Umberto Veronesi alla posizione dell'Oms, che ha raccomandato di vietare la vendita di e-cig ai minorenni e il loro uso negli spazi pubblici chiusi. Le e-cig, afferma, "non son innocue" e "le evidenze scientifiche che facciano smettere di fumare sono limitatissime".

E' "necessario - rileva Ricciardi in una nota - che l'Oms e tutte la autorità sanitarie mondiali basino le proprie decisioni sulla migliore evidenza scientifica e non diano per scontate le strategie promozionali sia dei produttori di e-cig sia di sigarette tradizionali". Molti produttori di e-cig, avverte, "fanno una serie di affermazioni non provate o francamente false inducendo il pubblico a credere che questi prodotti siano innocui (mentre come sottolineato dall'Oms e cominciato a dimostrare anche dall'Iss, non lo sono) e le evidenze scientifiche che le e-cig facciano smettere di fumare sono ancora limitatissime". 

Vi è invece "evidenza - afferma Ricciardi - che la maggior parte degli utilizzatori di e-cig continuino a fumare anche sigarette tradizionali e che essi abbiano scarsi o nulli benefici in termini di riduzione delle malattie cardio-vascolari, mentre tutti gli studi di popolazione fino ad oggi pubblicati mostrano in modo univoco che i fumatori che usano e-cig abbiano addirittura una minore probabilità di smettere di fumare". Inoltre, vi è già una "buona evidenza scientifica (proveniente anche dagli studi dell'Iss) che le e-cig - spiega - rilascino nell'ambiente emissioni di diverse sostanze tossiche per la salute umana, tra cui: particelle ultrasottili, glicol propilene, nitrosamine tabacco-specifiche, nicotina, composti organici volatili (Voc), carcinogeni e tossine, incluso benzene, piombo, nickel ed altri". L'indicazione dell'Oms ad evitare l'uso delle e-cig negli spazi chiusi e nei luoghi pubblici, sottolinea il commissario straordinario dell'Iss, "è finalizzata proprio a prevenire un'esposizione significativa a queste sostanze".

Veronesi, nel criticare la posizione dell'Oms, ricorda Ricciardi, "fa riferimento alla lettera di 50 scienziati europei e americani (di cui era anch'egli firmatario) già contro l'attività dell'Oms sulla e-cig. A questa lettera - conclude - avevano prontamente replicato 129 scienziati da 31 paesi in 5 continenti per, viceversa, supportare l'attività dell'Oms che era ed è improntata alla migliore evidenza scientifica".

LaRepubblica www.repubblica.it/salute/2014/08/31/news/sigarette_elettroniche_salute_oms_sanit_iss_veronesi_minori_luoghi_chiusi_fumo_passivo-94755798/

I finti buoni del volontariato (c'entra anche Don Ciotti?)

 Nelle redazioni è arrivato un romanzo che nessuno prende per fiction, bensì come un'inchiesta giornalistica mascherata sull'operato (malevolo) di don Luigi Ciotti e dell'associazione antimafia "Libera". Il romanzo si intitola "I buoni" - nel senso: i finti buoni - e il suo autore, il giornalista torinese Luca Rastello, ha davvero lavorato per Libera ("ma vent'anni fa") e Adriano Sofri ha scritto che quel sacerdote dal maglione sdrucito a capo della ong descritta nel libro è proprio don Ciotti.

Per questo motivo molto probabilmente "I buoni" (Chiarelettere, pp 224) andrà a ruba nelle librerie, e diventerà la lettura sbigottita di coloro che non avrebbero mai immaginato che un'icona del mondo del volontariato, che soltanto qualche giorno fapasseggiava mano nella mano con papa Francesco, possa pagare una miseria gli operatori, truccare i bilanci e sbattere la porta in faccia a coloro che hanno ricevuto la promessa di un posto di lavoro all'interno della onlus. E sarà letto voracemente anche dagli indifferenti, da chi odia la sinistra e trova insopportabili i buoni e i caritatevoli, i pasoliniani.

Eppure Rastello giura e spergiura che don Silvano, uno dei personaggi del romanzo,non è affatto il fondatore del Gruppo Abele. E lo ha ribadito anche a Gian Carlo Caselli e Nando dalla Chiesa, che nei giorni scorsi lo hanno ferocemente criticato su Il Fatto quotidiano per aver sporcato l'immagine di un uomo buono e giusto.

"Se avessi voluto fare un'inchiesta giornalistica non avrei avuto problemi a fare nomi e cognomi", mi spiega Rastello, che in passato ha scritto inchieste vere e importanti sulla Tav e la guerra in Bosnia. E allora, viene da pensare, se quell'uomo di chiesa con le mani da contadino e le modalità mafiose non è don Ciotti, la faccenda è ancora più grave. Rastello decide di non collocare geograficamente l'onlus malandrina perché il marcio è presente in molti templi del volontariato nostrano.

Lo aveva descritto con efficacia il libro di Valentina Furlanetto, "L'industria della carità". "I buoni" è il racconto letterario di quella disillusione: "Il male del romanzo accade quando le buone intenzioni incrociano il narcisismo, il marketing e il modello-impresa. E sono dinamiche che scattano ovunque". "Ma la mia", dice Rastello, "non è una operazione distruttiva. Non voglio dire che il volontariato sia tutto malato, ma adoriamo idoli che dobbiamo avere il coraggio di abbattere per fare posto a una azione davvero caritatevole e discreta, non autoritaria né totalitaria. Dobbiamo poter criticare il mondo solidale che funziona secondo criteri neoliberisti, devoto al marketing e al profitto, che vende un brand come fosse un'azienda".

Molte onlus sono gestite senza chiarezza, dove gli operatori non hanno orario, la paga è misera e il prete amico di attori e rockstar riceve i bisognosi facendo intendere di avere un potere speciale, il potere di cambiare la loro vita. "E' anche questo paternalismo ad aver infiltrato il volontariato, la convinzione che le vittime da aiutare non hanno voce in capitolo sul proprio destino e devono soltanto ubbidire senza ribellarsi". Chi si è avvicinato al mondo del volontariato conosce bene questa dinamica di infantilizzazione delle vittime, che siano rom, donne maltrattate, rifugiati o poveri, raramente resi protagonisti delle battaglie sociali, al loro posto parlano "i buoni", gli organizzatori della carità, e le motivazioni sono implicite: i bisognosi sono e devono rimanere deboli per alimentare il potere di coloro che spendono la vita per aiutarli.

Quello di Rastello è un colpo potente anche alla (falsa) buona coscienza della sinistra. Di quella sinistra che si impegna in prima linea per "un altro mondo è possibile": "Siamo stanchi della sinistra che ci dice cosa dobbiamo pensare e ci spiega quello che è giusto pensare, come se fossimo bambini senza criterio". Bambini che parlano e pensano male come se non conoscessimo la lingua, come fossimo tutti rifugiati appena sbarcati a Lampedusa, odiati dalla destra che ci vede come clandestini e coccolati dalla sinistra che ci vorrebbe tutti buoni.

Laura Eduati, L' Huffington Post www.huffingtonpost.it/laura-eduati/i-finti-buoni-del-volontariato-il-romanzo-di-luca-rastello_b_5069137.html

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