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Novità tutte le sostanze, Articolo

Allerta consumo cocaina ad Amsterdam

 

Alcuni pannelli con scritte mobili in tutto il centro della citta', dei piccoli manifesti affissi nelle stazioni ferroviarie e dei trasporti pubblici, dei messaggi inviati sui telefonini dei turisti: Amsterdam e' in “stato di allerta droga” dopo i recenti decessi di tre giovani britannici e il ricovero in ospedale di una quindicina di altri turisti, vittime del consumo di eroina bianca, un cloridrato dell'eroina, uno stupefacente che proviene essenzialmente dal Medio-Oriente o dal Pakistan.
Probabilmente adulterato, il prodotto sarebbe stato venduto come se fosse cocaina da uno spacciatore di De Wallen, il “quartiere rosso” della capitale olandese. La polizia sta cercando con molta solerzia questo venditore e offre un premio di 15.000 euro in cambio di una qualche testimonianza che cerchi di identificarlo.

ADUC Droghe

Sesso, droga e web: lo sballo a chilometro zero

L'Espresso espresso.repubblica.it/inchieste/2014/11/28/news/sesso-droga-e-web-ecco-lo-sballo-a-chilometro-zero-1.189885

Sesso estremo, pasticche e Web. Per nottate esagerate è sufficiente collegarsi e andare a caccia di avventure erotiche grazie a “bombe chimiche” che abbattono i freni inibitori.

È cambiato molto e in pochi anni, il mondo dello spaccio. Oggi la nuova frontiera è il co-marketing: i siti che vendono materiale porno o organizzano incontri a luci rosse hanno capito che i loro clienti sono spesso anche consumatori di Viagra e Cialis. Quindi, perché non fornire anche questo servizio? Il pacchetto del piacere in un’unica spedizione. Pochi click per soddisfare ogni desiderio. Sono migliaia le pagine hot che ospitano bacheche di inserzioni, forum e punti vendita online. Mentre per la cocaina prodotta in Sud America la filiera del traffico internazionale coinvolge decine di persone, per le droghe sintetiche lo spazio tra produzione e consumo si è accorciato: un mercato a “chilometro zero virtuale”. Che preoccupa molto l’osservatorio europeo delle droghe. I rischi sono sottolineati anche nel rapporto annuale sull’uso di stupefacenti presentato al Parlamento a settembre.

L' allarme ha un nome: “smart drugs”, droghe furbe perché vendute legalmente per altri usi. Centinaia di prodotti nati come fertilizzanti, sali da bagno, integratori alimentari. Poco conosciuti e poco riconoscibili (negli ultimi quattro anni sono stati registrati solo 66 casi di intossicazione), ma facilmente reperibili via internet. Potenti e tossiche, questo l’identikit delle migliaia di sostanze intercettate in tutta Europa. Un mercato di oltre due milioni di consumatori. Il dossier di Palazzo Chigi è allarmante: provate anche solo una volta, possono provocare malattie psichiche, perdita di memoria, paranoia, disturbi della personalità. I consumatori finiscono per rivolgersi al medico perché si accorgono di non essere più gli stessi. Vivono in uno stato di post-sbornia permanente: il cuoco non ricorda più le ricette, il camionista si perde nella sua città, l’universitario con i comportamenti di un bambino. Per le donne non sono rare lacerazioni agli organi sessuali, dopo vere e proprie maratone sessuali. Quando arrivano in ospedale nessuno sa come curarli né a quali altre conseguenze andranno incontro. Le notti di trasgressione finiscono con allucinazioni, rapine, violenze e ricatti. Una filiera criminale incontrollabile.

NOMI AMMICCANTI EFFETTI DEVASTANTI
Nel magma dello spaccio tradizionale, oggi, si trova cocaina a prezzi stracciati (30 euro per un quarto di grammo) e alcol consumato come fosse un collirio: negli occhi la sbronza sale in tempo zero. In rete abbondano invece pillole, gocce, bevande, ma anche decotti e infusi da preparare. Tra la comunità omosessuale è diffusissimo l’Mdpv, uno stimolante con effetti superiori alla “bamba” e costo inferiore. Le sostanze vengono pubblicizzate con fantasiosi nomi commerciali, accompagnati da confezioni colorate. Brand che somigliano a scioglilingua:“Fefé”, “Meow Meow”,“Bonzai”,“Ivory Wave”,“Katy Pus”. Possono essere ingerite, sniffate, inalate, fumate, iniettate e perfino assunte per via rettale, per raggiungere subito lo sballo. Su Zamnesia.com, uno dei principali siti di spaccio online, si possono trovare questo genere di annunci:«Mdaa con due capsule, fai il pieno di energia. Xtcy ti dà una sensazione di caldo euforico. Lsd è un liquido a base di erbe che accende un viaggio di quattro ore. Se non ti piacciono gli allucinogeni è un’alternativa». Il mix di molecole buttate giù non è dichiarato sulle etichette delle confezioni. Consumatori ignari - dai 15 ai 55 anni - si “calano” bombe chimiche dagli effetti sconosciuti. Che portano all’aumento di espansività, eccitazione sessuale e socievolezza, ma di fatto producono sull’organismo effetti pesanti e in alcuni casi fatali. «Le potenze di questi cocktail sono in continuo aumento, per non parlare delle conseguenze. Devastanti: malattie psichiche, perdita di sonno e di memoria, potenza sessuale azzerata», sottolinea Riccardo Gatti, direttore del dipartimento dipendenze dell’Asl di Milano: «In particolare sono pericolose perché chi le usa ha la sensazione di stare meglio e difficilmente ne vuole fare a meno. E purtroppo sta crescendo la familiarità dei nativi digitali con questo mondo».

OCCHIO AL SESSO ESTREMO
Il consumo sfrenato di erbe e pillole sintetiche ha gioco facile con gli amanti di pratiche sadomasochiste e prestazioni a pagamento. I sex addicted scendono nell’inferno di violenza, paranoia e disturbi della personalità perché vogliono superare un tabù con pratiche erotiche estreme. Cercano piacere attraverso la sottomissione. Praticano giochi scioccanti, anche per la voglia di raccontarli. Di essere protagonisti del voyeurismo ai tempi dei social media. «Sesso e droga, dal punto di vista relazionale, vanno a braccetto: entrambi aiutano a superare gli schemi. In particolare quelle sintetiche hanno grande potere disinibente», conferma Marco Selvaggi, psicologo esperto in sessuologia. Per questo è facile arrivare a sadomasochismo, dominazione totale, pratiche traumatizzanti, soffocamenti, dolore umiliante. Alla completa “deumanizzazione” dei soggetti, coinvolti in sedute di gruppo molto simili agli stupri. Dagli Stati Uniti si diffonde una “moda” molto pericolosa: una vittima viene immobilizzata e diventa oggetto erotico per gli altri. Visti i rischi che si corrono, i partecipanti si scrivono sulle mani o sui piedi un numero di telefono. Se qualcosa va storto, quello è il numero da chiamare in fretta. «Sicuramente c’è una forte componente di aggressività», continua Selvaggi: «Ma non sono una devianza quanto un comportamento sessuale problematico. Chi partecipa lo vive come piacere. È raro che si faccia curare». Si corre ai ripari solo quando si viene scoperti o si mette a rischio la vita familiare e lavorativa. I profili sono vari: c’è chi aspetta il week-end per sfogarsi con sedute estenuanti in location appartate e chi incappa in una perversione che lo spinge a dosi di metanfetamine (un super stimolante) sempre più massicce e frequenti.

EFFETTO AMAZON
Come procurasele? Facile, anche in questo caso. Basta andare su uno dei tanti siti di e-commerce che vendono arredi o vestiti, ed ecco spuntare la pubblicità di mefedrone o ketamina, stupefacenti dagli effetti stimolanti, allucinogeni e anestetici. Letali, ma piazzati come tanti altri prodotti. Nessuna registrazione dell’inserzionista e pochi rischi di essere beccati. Anonima, discreta, la merce arriva ovunque, grazie ai pagamenti elettronici e a corrieri che ignari consegnano quello che sulla bolla è descritto come “giocattolo” o “articolo di erboristeria”. Oggi le società di spedizione possono far arrivare tutto ovunque, così composti illegali arrivano comodamente a casa in maniera legale. L’effetto Amazon, il più grande negozio online, anche per le droghe. Altra strada per procurarsele sono le serate con le escort. Attraverso annunci in rete (vedi box a pagina 129) scelgo l’accompagnatrice, fisso l’incontro e - se ho bisogno anche di un eccitante - chiedo la sostanza giusta. Nell’ambiente ne gira a fiumi. Altro canale di smercio i sexy shop, dove ai clienti abituali i pusher offrono gli stupefacenti.

SPACCIATORI 2.0
A monte di tutto questo, gli spacciatori 2.0. Si muovono senza limiti geografici, generando un mercato a sé per la vendita delle smart drugs. Le materie prime, prodotte da industrie chimiche legali in Cina, India e Usa, arrivano in laboratori clandestini italiani e olandesi, dove vengono lavorate e miscelate con altri ingredienti e messe all’interno di confezioni all’apparenza innocue. «La fantasia nel packaging non manca: camuffati da erbe per infusioni, integratori alimentari, cosmetici, deodoranti e aromatizzanti per ambienti, vengono comprati a 20 euro al grammo e, dopo il taglio con altri prodotti chimici, rivenduti a 200 euro. Il guadagnano è enorme», commenta il capitano dei Nas dei carabinieri Francesco Saggio. 

Secondo l’European monitoring centre, i siti online creati apposta per questo business erano 314 nel 2011, un anno dopo sono diventati 693, oggi sono migliaia. In Italia, in un anno di monitoraggio, i carabinieri hanno scoperto e chiuso 500 pagine Web e intercettato oltre mille annunci. «Chiudere un sito o una casella mail non equivale però alla sua scomparsa. Spesso i server sono in Estremo Oriente o nei Paesi dell’ex Unione Sovietica, dove alcuni componenti non sono vietati», spiega Saggio. Le indagini sono decine. Spesso partite dalla scoperta di piccoli spacciatori che, per esempio a Padova e Firenze, fornivano Mefedrone (narcotico con effetti elettrizzanti, un mix tra cocaina ed ecstasy) per piacevoli incontri di sesso tra sconosciuti. In Veneto è stato smascherato un operaio che acquistava a cinque euro e rivendeva a 20 la dose. Dalla sua casa di Domegge di Cadore compilava l’ordine via email, comprava in Repubblica Ceca, effettuava il pagamento attraverso i circuiti internazionali e contattava i clienti su WhatsApp. Il prezioso carico, il bellunese se l’è fatto trovare da una pattuglia mentre guidava. Alle analisi la polvere biancastra piazzata a chili si è rivelata Alphapvp, stupefacente a base anfetaminica utilizzato per “sballare”, particolarmente indicato a scopo erotico. Per il ritiro dei pacchi dall’estero gli acquirenti più scaltri registrano il proprio cellulare con falsi nomi e indirizzi. In questo modo il corriere, non trovando il destinatario, telefona al compratore che chiede di organizzare un incontro per strada: così non appare alcun nome, nessuno vede e il gioco è fatto.

In poche settimane con una buona rete di consumatori si fanno migliaia di euro. Il protagonista del cult televisivo “Breaking Bad”, Walter White, il Crystal meth e lo Speed se li “cucina” in casa, mischiando molecole, principi attivi e dosaggi. E le reazioni collaterali (suona così in italiano il titolo della serie tv americana) chi se le becca? Il cervello di chi li usa.


Von Trier: "Senza alcol e droga non so se farò altri film"


E' la prima intervista che rilascia negli ultimi 3 anni, ma le dichiarazioni di Lars Von Trier al quotidiano "Politiken" sono sconcertanti. Il regosta danese si è liberato dalla dipendenza da alcol e droga, ma teme di non esser più in grado di girare un film. 

 

"Non so se potrò fare altri film, e questo mi tormenta. Cosa farò di me stesso altrimenti?" ha dichiarato il regista, che rivela la sua paura di non saper creare film abbastanza belli. La dipendenza dagli alcolici è cominciata con "Le onde del destino", nel 1996, e da allora Von Trier non ha più potuto fare a meno di una bottiglia di vodka al giorno, accompagnata da "una droga euforizzante", come ha rivelato lo stesso artista.

 

Von Trier assiste a riunioni degli Alcolisti anonimi e da 90 giorni non tocca droghe, ma è preoccupato degli effetti della sobrietà sulla sua creatività. "Nessuna espressione creativa con valore artistico è mai stata creata da ex alcolisti o ex drogati" ha affermato, raccontando ancora che "Dogville", nel 2003, è stato scritto in dodici giorni in uno stato di euforia continuo che gli ha permesso di accedere a un "mondo parallelo" dove le idee fluivano con naturalezza e si sentiva sicuro nel prendere decisioni. "Nymphomaniac" (2013), il suo ultimo film, gli è costato invece un anno e mezzo di lavoro. "E' chiaro che il mondo parallelo costa, ma ho avuto anche tante gioie, e tutti gli artisti che ammiro hanno assunto ogni tipo di droga in grado di modificare il comportamento" ha spiegato.

 

 

Il regista sostiene che l'alcol è "la miglior droga del mondo" e che lo ha utilizzato regolarmente "contro le paure stupide, che sorgono sempre", perchè funziona con "esattezza", anche se a lungo andare "lo fa in maniera negativa, purtroppo".

 

Il creatore di film come "Dancer in the Dark" e "Idioti" non concedeva interviste da maggio 2011, quando diede scandalo durante la presentazione del suo film "Melancholia" a Cannes, dichiarando di provare "comprensione" sul piano personale per Adolf Hitler. L'organizzazione del festival, che nel 2000 lo aveva portato nel pantheon del cinema europeo con "Dancer in the Dark", lo dichiarò "persona non grata". Von Trier ha spiegato che la conferenza stampa dello scandalo era la prima che dava da sobrio e che non si sentiva sicuro, di conseguenza non si espresse con chiarezza.

 

 

La "fascinazione" che prova per Hitler è simile a quella che si può provare per Hannibal Lecter, il sanguinario serial killer de "Il silenzio degli inocenti" dice oggi il regista danese, il quale ha anche annunciato che sta studiando l'idea di girare uan serie televisiva in inglese, di cui per ora ha solo il titolo, "The House that Jack Built".

www.today.it/media/lars-von-trier-senza-alcol-e-droga-non-fa-altri-film.html



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Cannabis libera: c’è chi lotta e chi specula

Come per tutti i movimenti, anche per quello pro-cannabis con i successi arrivano anche i guai. La svolta anti-proibizionista abbracciata ormai da molti stati americani rischia, infatti, di spaccare in due il fronte dei paladini della marijuana libera. Da un lato, gli attivisti anti-proibizionisti puri, che per anni hanno lottato per l’affermazione di un diritto di libertà. Dall’altro, il mondo del business che punta a trarre il massimo profitto da un settore che secondo le ultime stime entro il 2020 produrrà un giro d’affari di 35 miliardi di dollari.

E proprio i guadagni da capogiro fanno dire agli attivisti della prima ora che la ristrettissima cerchia di imprenditori che sta già ottenendo lauti profitti deve accettare di mettere mano al portafogli. Per mantenere viva politicamente la causa della cannabis libera. Ma anche per permettere a quella causa di spingersi più in là. L’obiettivo, infatti, non è solo la legalizzazione. Ma una discussione approfondita su temi come la dipendenza dalle sostanze stupefacenti o l’elevato tasso d’incarcerazione negli Usa. È questo quello che chiedono storici paladini del “Yes we cannabis” come Ethan Nadelmann del gruppo Drug Policy Alliance e Graham Boyd, fondatore di New Approach. Entrambi considerano i super imprenditori della marijuana miopi. Interessati ai guadagni dell’oggi, senza nessun interesse per le nuove battaglie di domani.

Ma riusciranno i sostenitori della prima ora a convincere anche il capitalismo americano che il guadagno non è tutto? Per ora, ci provano viaggiando da uno Stato all’altro e riempiendo le sale conferenze. Cercano di indurre la platea a donare. “Una fatica erculea”, così la definisce Aaron Houston, strategist di Ghost Group e executive director di “Students for sensibledrug policy”. Ma la sensibilizzazione è il primo passo. Secondo Houston, infatti, l’industria a stelle e strisce dovrebbe imparare dagli errori della Silicon Valley.

Capire che business e politica devono andare a braccetto fino alla sconfitta piena del proibizionismo. Capire che il business stesso è ancora del tutto politico. Il vero guadagno non è di cassa, ma riuscire a regalare un sistema di norme adeguato ai diversi Stati del continente. E riscrivere, così, le leggi federali sulla cannabis.

www.west-info.eu/it/cannabis-libera-ce-chi-lotta-e-chi-specula/

Perché non legalizzare le droghe. Una buona ragione: tutti i trafficanti vogliono fare soldi, in qualunque modo

articolo di Javier Pérez de Cuéllar*

 
Non ho dubbi: e' chiaro che i danni causati dal traffico di droghe sono molto superiori a quelli che sarebbero causati da una loro completa legalizzazione. Con il totale collasso della giustizia e delle prigioni, coi costi che questo comporta, il narcotraffico crea una serie di mafie, organizzazioni parallele e situazioni di associazioni di malfattori che penetrano molto profondamente nella struttura degli Stati, alimentando una spirale di corruzione molto difficile da individuare, cosi' come si sta tristemente vivendo in Messico.
È la proibizione delle droghe, quindi, un atto di testardaggine? Proibire le droghe, e' un errore di calcolo o una semplice cecita'? Puo' darsi, ma non e' cosi' semplice.
Nella sua stupenda opera “Dalla genesi al genocidio” Stepehan Chrover analizza, come primo approccio, il motivo per cui i governi preferiscono mantenere le droghe nella clandestinita', con la consapevolezza dei problemi che vengono creati. Dopo questo libro, mi sono interessato anche ad altri del genere, e vorrei ora spiegare l'idea:
Sembra fuori di ogni dubbio che in qualunque societa' ci sono individui disposti ad osservare le norme di convivenza e altri che preferiscono sfruttare i propri concittadini per ottenere vantaggi personali nell'ambito della vita quotidiana. Uno dei principali compiti dello Stato e' identificare questi ultimi e rendere la loro vita piu' difficile possibile, in difesa dell'interesse generale.
La criminalizzazione del traffico di droghe serve essenzialmente per identificare i soggetti antisociali che considerano piu' facile e lucrativo vivere ai margini della legge che cercare di integrarsi nel sistema economico. Il traffico di droghe e' rischioso (soprattutto perche' e' perseguito penalmente) ma e' comodo, e molto lucrativo. L'idea dello Stato e', precisamente, identificare e condannare coloro che hanno un modo di vivere al di fuori della legge, ma lucrativo e senza lavorare. Questo serve per segnalare i potenziali delinquenti.
Coloro che vivono del traffico di droghe, secondo questa tesi, non si trasformerebbero in onorati cittadini qualora le droghe fossero legalizzate: dopo queste, troveranno un altro modo per procurarsi molto denaro senza sforzi, per cui e' molto probabile che passerebbero direttamente a scassinare appartamenti, sequestri e altri reati. Quindi, legalizzare le droghe non farebbe diventare onorate queste persone ma le porterebbe a commettere reati piu' gravi pur di conseguire maggiori introiti.
E perche'? Perche' il fine ultimo di buona parte di queste persone non e' trafficare con le droghe, ma di guadagnare molto denaro con pochi sforzi. Se si consente il traffico, le droghe finiranno per non essere interessanti per loro, perche' non erano il loro scopo, e si indirizzeranno a guadagnare in altri ambiti criminali con altre modalita' sempre da parassiti, socialmente piu' pericolose.
La tesi che sostiene questa dinamica e' che nei luoghi in cui e' stato consentito il traffico, sono aumentati i sequestri, le estorsioni e le rapine. E perche'? Perche' le organizzazioni criminali che si dedicavano ai traffici sono riuscite ad avere i propri introiti con altre attivita'. Nello stesso modo, quando fu levata la Legge Seca in Usa, le organizzazioni mafiose non si dissolsero, poiche' il loro obiettivo non era vendere whisky, ma guadagnare denaro, e cosi' passarono alle droghe, alla prostituzione o direttamente alle estorsioni nei confronti di piccoli commercianti.
Per cui, quando sosteniamo che legalizzando le droghe si ridurrebbe la delinquenza, dobbiamo pensare che i trafficanti, o parte di essi, si dedicheranno ad altre attivita' con cui la delinquenza dovra' far riferimento ad articoli del Codice Penale piu' nocivi, pericolosi e violenti.
Perche' alla fine e dopo, gli importa a qualcuno che la' fuori si vendano pochi grammi di cocaina? Quello che importa e' avere un motivo per mettere in galera chi e' disposto a convivere con questo.

* gia' segretario generale Onu dal 1982 al 1991, gia' capo del Governo e ministro degli Esteri del Peru' dal 2000 al 2001

(articolo pubblicato sul quotidiano L'Opinion de Zamora del 23/11/2014)

USO DI CANNABIS E INSORGENZA DI DISTURBI PSICHIATRICI: QUALE RELAZIONE?

Alcuni studi che hanno esaminato gli effetti del consumo di cannabis negli adolescenti hanno rilevato una forte correlazione tra uso di cannabis e l‘insorgenza di molti disturbi psichiatrici, come la psicosi da cannabis, la depressione e gli attacchi di panico

Questi disturbi possono insorgere a causa di uno specifico effetto farmacologico della cannabis, o come risultato delle esperienze stressanti vissute durante l’intossicazione da cannabis. Si è rilevato, inoltre, che tra i consumatori di cannabis vi è un alto rischio di insorgenza di ideazione suicidaria e di tentativi di suicido. 

Secondo dati provenienti da indagini condotte sulla popolazione, in media il 31,6% dei giovani adulti europei (15-34 anni) ha utilizzato la cannabis almeno una volta nella vita, mentre il 12,6% ne ha fatto uso nell’ultimo anno e il 6,9% nell’ultimo mese. Una percentuale ancora più alta di europei appartenenti alla fascia dei 15–24 anni ha utilizzato la cannabis nell’ultimo anno (15,9%) o nell’ultimo mese (8,4%) (Osservatorio Europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, 2010).

Il consumo di cannabis è stato associato ad un aumento del rischio di insorgenza di disturbi psichiatrici. In uno studio longitudinale condotto in Svezia su 50.465 maschi svedesi, ad un follow up condotto dopo 15 anni, si è rilevato che coloro che avevano cominciato a consumare cannabis 
a 18 anni avevano una probabilità due volte e mezzo maggiore, rispetto ai non consumatori, di essere diagnosticati schizofrenici (Andreasson et al., 1987).
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2014/09/cannabis-disturbi-psichiatrici/

SECONDO i risultati di uno studio condotto in Bosnia-Erzegovina (Licanin et al., 2002) l’ abuso di sostanze è risultato molto più alto tra gli adolescenti delle aree urbane (con tassi del 62,4% per l’abuso di alcool e del 70,0% per abuso di cannabis) rispetto a quelli che vivono nelle aree rurali (dove si registra un tasso del 37,6% per abuso di alcool e del 30% per abuso di cannabis). Per quanto riguarda l’età, l’abuso di cannabis è risultato più frequente tra gli adolescenti di età compresa tra i 15 ed i 17 anni. Gli adolescenti consumatori di cannabis sono a rischio sia di abbandono che di ridotto rendimento scolastico.

L’ uso occasionale o continuativo di cannabis può indurre molti disturbi psichiatrici come psicosi da cannabis, attacchi di panico, depressione che può sfociare in tentativi di suicido. Wayne Hall e Louisa Dagenhardt (2009) hanno individuato degli effetti collaterali legati all’assunzione sia occasionale che continuativa di cannabis.

Per gli autori, gli effetti collaterali legati all’uso occasionale di cannabis possono essere di tre tipi:

  • attacchi di ansia e di panico, in particolare nei nuovi consumatori;
  • sintomi psicotici (nel caso di consumo di dosi elevate di cannabis);
  • incidenti stradali legati alla guida in stato di intossicazione da cannabis.

Gli effetti avversi legati all’uso continuativo di cannabis sono invece:

  •  sindrome di dipendenza da cannabis (osservata in circa il 10% dei consumatori);
  • bronchite cronica e funzione respiratoria compromessa nei fumatori abituali di cannabis;
  • sintomi psicotici e disturbi psichiatrici nei consumatori che fanno uso massiccio di cannabis, in particolare nei soggetti con una storia pregressa di sintomi psicotici o con una storia familiare di questi disturbi;
  • ridotto livello di istruzione negli adolescenti che sono consumatori regolari;
  • deterioramento cognitivo per i consumatori abitudinari giornalieri da più di 10 anni.

Altri possibili effetti collaterali, individuati dagli autori, legati al regolare consumo di cannabis con relazione causale sconosciuta sono:

  • tumori delle vie respiratorie;
  • disturbi comportamentali in bambini le cui madri hanno fatto uso di cannabis durante la 
    gravidanza;
  • disturbi depressivi, mania, e suicidio;
  • uso di altre droghe illecite da parte degli adolescenti.

Cannabis nel DSM IV-TR

Secondo il DSM IV-TR le problematiche derivanti dall’uso di Cannabis sono dipendenza da cannabis e abuso di cannabis.

I disturbi psichici indotti dal abuso di cannabis sono:

  •  Intossicazione da cannabis;
  •  Delirium da Intossicazione;
  •  Disturbo Psicotico Indotto da Cannabis (con manie o con allucinazioni);
  •  Disturbo d’Ansia indotto da Cannabis
  •  Disturbo cannabis-correlati non altrimenti specificati: come il Disturbo Delirante indotto da cannabis che è una sindrome (di solito con deliri di persecuzione) che si sviluppa subito dopo l’uso di cannabis. Essa può essere associata a marcata ansia, depersonalizzazione, 
    e labilità emotiva e può essere erroneamente diagnosticata come schizofrenia. Successivamente all’episodio può subentrare amnesia .

L’uso occasionale di cannabis può generare sintomatologie che potrebbero essere diagnosticate erroneamente come crisi di panico, disturbo depressivo maggiore, disturbo delirante, disturbo bipolare, o schizofrenia paranoide.

Ipotesi sul rapporto tra uso di cannabis e psicosi

Ci sono due ipotesi che possono spiegare l’insorgenza di psicosi legato al consumo di cannabis. Lo stato psicotico può verificarsi sia come risultato di uno specifico effetto farmacologico della cannabis, che come il risultato di esperienze stressanti vissute durante l’intossicazione di 
cannabis. L’effetto psicotico sembrerebbe derivare dall’azione del delta-9-tetraidrocannabinolo (delta-9-THC), uno dei maggiori e più noti principi della cannabis. La seconda ipotesi è che l’uso di cannabis possa generare schizofrenia, o aggravarne i sintomi, in un 
individuo vulnerabile o predisposto. In particolare l’uso regolare e continuativo di cannabis sembrerebbe quadruplicare il rischio di sviluppare un disturbo schizofrenico (Hautecouverture et al., 2006).

Cannabis e ideazione suicidaria

Licanin et al. (2003) hanno osservato una maggior prevalenza di ideazione suicidaria nei consumatori che abusano di cannabis (50,0%) e di alcol (36,6%) rispetto ai non-consumatori, indipendentemente dal sesso del consumatore e/o da cause ambientali. L’aumento dell’ideazione 
suicidaria, non è stato osservato nei fumatori di tabacco. In uno di studio condotto in Bosnia-Erzegovina relativo al rapporto tra pensieri suicidari e l’abuso di droghe psicoattive, si è constatato che il 28,7% degli adolescenti che abusavano di droghe psicoattive e il 20,2% che, in particolare, abusava di cannabis, in seguito aveva sviluppato pensieri suicidari (Spremo & Loga, 2005).

Per molto tempo la cannabis è stata la droga illecita più usata dai giovani, soprattutto gli adolescenti. Il consumo di cannabis si è dimostrato essere associato ad un aumentato rischio di disturbi mentali. Gli effetti collaterali del consumo di cannabis dipendono dalla modalità di 
somministrazione, dalla dose ricevuta, dal tempo di utilizzo, dalle aspettative del consumatore e dalla sua personalità. Il rischio di insorgenza di disturbi psichiatrici è molto alta nei soggetti vulnerabili, comprese le persone che hanno usato cannabis durante adolescenza, quelli che in 
precedenza avevano sperimentato sintomi psicotici, e quelli ad alto rischio genetico di disturbi psichiatrici.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Andreasson, S., Engstrom, A., Allebeck, P. & Rydberg, U. (1987). Cannabis and schizophrenia: a longitudinal study of Swedish conscripts,.Lancet, 2,1483-86.
  • American Psychiatric Association (2001). DSM-IV-TR, Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Text Revision, Masson: Milano.
  • Hall, W., & Degenhardt, L. (2009). Adverse health effects of nonmedical cannabis use, Lancet, 374, 1383-92.
  • Hautecouverture, S., Limosin, F., & Roullon, F. (2006). Epidemiology of schizophrenic disorders, Presse Med, 35, 452-3.
  • Ličanin, I., Loga, S., & Cerić, I., et al.( 2002). Zloupotreba psihoaktivnih supstanci kod adolescenata u ruralnoj i urbanoj sredini, Med. Arh, 56 (5-6) 285-288.
  • Ličanin, I., Cerić, I., & Loga, S., et al. (2003). Socio-ekonomski parametri zloupotrebe supstanci kod adolescenata u BiH, Zbornik radova Prvog kongresa psihijatara Bosne i Hercegovine, Sarajevo, 212-213.
  • Osservatorio Europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, Evoluzione del fenomeno della droga in Europa Relazione annuale 2010.
  • Spremo, M., Loga, S., Burgić-Radmanović, M. & Ličanin, I. (2006). Psychoactive supstances and risk behavior among adolescents, Neurologia Croatica, vol. l55, suppl. 2, 161-162.
  • Slobodan, L., Svjetlana, L., & Mira, S. (2010). Cannabis and psychiatric disorders, Psychiatria Danubina, Vol. 22, No. 2, 296–297

FONTE: www.stateofmind.it/2014/09/cannabis-disturbi-psichiatrici/

Chi dorme poco è incline all’internet-dipendenza

 Si diventa insonni perché non ci si riesce a staccare da computer, tablet e smartphone, o si è già insonni e allora anche di notte si rimane incollati a schermi e tastiere? Questi strumenti sono importanti mezzi di stimolo cognitivo, ma se il loro uso interferisce con qualità e quantità di sonno, allora potrebbero avere un effetto negativo sull’apprendimento, che invece necessita di un buon riposo. Secondo una ricerca realizzata da psicologi canadesi e pubblicata sul Journal of Sleep Research, chi tende a usare fino a tardi i media elettronici ha già per proprio conto difficoltà a prendere sonno. La ricerca inverte la tendenza rispetto a studi precedenti, che avevano attribuito l’aumento delle insonnie alla difficoltà a separarsi da Facebook o Twitter, da altri social network, e più in generale dai diversivi offerti dall’elettronica. Dicono gli autori dello studio, Royette Tavernier e Teena Willoughby del Department of Psychology della Brock University di St Catharines, nell’Ontario: «Il nostro studio longitudinale su un campione di universitari è durato tre anni ed è stato il primo a esaminare la direzione dell’effetto tra due importanti caratteristiche del sonno (la sua durata e la presenza di disturbi del sonno) e due indici di utilizzo di media (uso di televisione e social network)».

A un migliaio di studenti universitari tra i 17 e i 25 anni è stato sottoposto un questionario, rilevando le loro abitudini nel corso della settimana e durante il weekend, momenti che hanno differenti pattern sia per il tempo dedicato al sonno sia per le modalità d’uso dei media elettronici. «Lo studio - spiegano gli autori - ha indicato che le preesistenza di problemi del sonno era in grado di predire la quantità di tempo trascorsa guardando la tv o sui social network. Al contrario, il tempo trascorso davanti ai media elettronici non era in grado di predire l’eventuale presenza di disturbi del sonno». Ciò a cui la ricerca sembra non rispondere è come se la passassero gli insonni quando ancora non esisteva l’elettronica, quando non ci si poteva collegare a internet 24 ore su 24. Ad esempio, se un buon libro potesse tenere loro compagnia, ma anche tenere sveglio chi altrimenti avrebbe dormito. «D’altra parte, il periodo degli studi universitari rappresenta per molti il momento in cui ci si allontana dalle abitudini familiari - dice il professor Giuseppe Plazzi, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’Università di Bologna, IRCCS Scienze Neurologiche Ausl di Bologna -. Molti prediligono lo studio notturno e questo potrebbe rappresentare l’espressione di una particolare attitudine circadiana, ossia di un loro specifico cronotipo».

 

 

Un altro studio ha poi esplorato il rapporto tra l’utilizzo di Facebook e la qualità del sonno. È noto che questo social network può generare forme più o meno intense di dipendenza perché rappresenta una sorta di finestra sui fatti degli altri. Lo studio è stato effettuato da ricercatori della Scuola di Medicina dell’Universitad Peruana de Ciencias Aplicadas di Lima, in Perù, guidati da Isabella Wolniczak, ed è stato pubblicato su PLOS One. Si tratta di uno studio “trasversale”, metodologia che rileva l’associazione tra un fenomeno e un altro, senza che sia possibile capire quale dei due sia la causa. La ricerca ha messo in evidenza che tra gli oltre 400 universitari analizzati, un sonno di scarsa qualità era presente in circa il 50per cento dei soggetti. L’uso smodato di Facebook era invece presente in circa il 9 per cento dei soggetti. Tra questi ultimi la frequenza dei disturbi del sonno era però decisamente superiore. Gli autori propongono diverse possibili spiegazioni di questa associazione: forse alcuni studenti avviano Facebook quando hanno terminato le attività quotidiane, un momento che facilmente corrisponde con quello del sonno; oppure si sviluppa dipendenza per alcune attività di Facebook, come i messaggi e i giochi online. Infine, l’uso smodato di Facebook potrebbe essere responsabile di vissuti di solitudine e isolamento, che già in precedenza altre ricerche hanno dimostrato essere esse stesse causa di insonnia.

www.corriere.it/salute/speciali/2014/sonno/notizie/chi-dorme-poco-incline-all-internet-dipendenza-f3e001f4-5ab8-11e4-a20c-1c0cce31a000.shtml

 

 

 

marijuana: quali sono gli effetti a lungo termine sul cervello?

www.stateofmind.it/2014/11/marijuana-effetti-sul-cervello/

Marijuana: i risultati mostrano che i consumatori cronici di marijuana presentano un volume cerebrale più ridotto della corteccia orbito-frontale (OFC), una parte del cervello comunemente associata alla dipendenza, ma mostrano anche un aumento della connettività

Secondo una ricerca del Center for Brain Health dell’Università del Texas a Dallas, gli effetti dell’uso cronico della marijuana sul cervello dipendono dall’età in cui si comincia a consumare la cannabis e dalla durata di consumo della stessa.

La ricerca condotta da Filbey e dai suoi collaboratori, descrive le anomalie esistenti nelle funzioni e nelle strutture cerebrali a lungo termine nei consumatori di marijuana, indagate attraverso tre tecniche diverse di risonanza magnetica cerebrale.

I risultati mostrano che i consumatori cronici di marijuana presentano un volume cerebrale più ridotto della corteccia orbito-frontale (OFC), una parte del cervello comunemente associata alla dipendenza, ma mostrano anche un aumento della connettività.

Il campione della ricerca includeva 48 adulti consumatori cronici di marijuana confrontati con 62 soggetti non consumatori uguali per età e genere. Gli autori hanno controllato le variabili relative all’eventuale uso di tabacco e/o alcol. In media i partecipanti alla ricerca consumavano la marijuana per tre volte al giorno.

I test cognitivi mostrano che i consumatori di marijuana presentano un Q.I minore rispetto ai controlli  (con la stessa età e lo stesso genere) ma le differenze non sembrano essere correlate ad anomalie del cervello poiché non c’è una diretta relazione tra deficit del Q.I e volume della corteccia orbito-frontale ridotto. I risultati suggeriscono un aumento della connettività strutturale e funzionale cerebrale dal momento in cui si comincia a consumare regolarmente la cannabis.

L’aumento di connettività potrebbe aver compensato la perdita di materia grigia anche se l’uso prolungato della marijuana per oltre 6-8 anni potrebbe portare comunque ad un deterioramento della connettività.

I risultati dello studio suggeriscono che questi cambiamenti possono essere legati all’età di insorgenza e alla durata di utilizzo della marijuana, ma non si hanno dati definitivi.

Lo studio offre una prima indicazione sul fatto che la materia grigia nella OFC può essere più vulnerabile rispetto alla  sostanza bianca agli effetti del delta-9-tetraidrocannabinolo (THC), il principale ingrediente psicoattivo della pianta di cannabis.

Secondo gli autori, lo studio fornisce la prova che l’uso cronico di marijuana avvia un processo complesso che permette ai neuroni di adattarsi e compensare il volume ridotto della materia grigia, ma sono necessari ulteriori studi per determinare se questi cambiamenti regrediscono con l’interruzione del consumo regolare della cannabis, se vi sono effetti simili nei consumatori occasionali di marijuana rispetto ai consumatori cronici e se questi effetti sono davvero un risultato diretto dell’uso di marijuana o determinati da un fattore predisponente.

BIBLIOGRAFIA:

Cannabis droga leggera? Neanche per idea! Lo afferma il neurologo Sorrentino

La cannabis è una droga «tutt’altro che leggera», soprattutto per i più giovani. «Negli ultimi anni ho visto crescere, e di molto, il numero di adolescenti che si rivolgono a me perché colpiti da attacchi di panico in seguito all’uso anche occasionale di cannabis».

Lo afferma Rosario Sorrentino, membro dell’American Academy of Neurology, che interviene nel dibattito pubblico sulla legalizzazione della marijuana rinvigorito dalle recenti aperture negli Stati Uniti, dove sempre in più Stati ormai il consumo è legale e, quindi, sottratto alla criminalità (organizzata e non).

«Non sta a me pronunciarmi a favore o contro – spiega Sorrentino all’agenzia AGI – ma noi scienziati penso dovremmo dire le cose come stanno, senza farci influenzare dagli orientamenti politici o sociali del momento. E la realtà è che sul cervello ancora in ‘progress’ degli adolescenti la cannabis puo’ avere effetti molto pesanti, specie se assunta senza controllo».

 

Un’opinione che ripropone l’allarme lanciato dai ricercatori dell’Università del Texas e del New Mexico, che di recente hanno condotto uno studio scientifico attraverso la risonanza magnetica sullo stato del cervello di consumatori abituali di cannabis, confrontandolo con persone che mai hanno usato tali stupefacenti. I risultati della ricerca hanno mostrato come il cervello subisca modificazioni morfologiche nell’area frontale della corteccia, con ripercussioni gravi sul comportamento, tanto più gravi quanto maggiore è il tempo in cui se ne sono inalati i fumi.

«Siamo un paese ipocrita, in cui ormai la cannabis è ‘sdoganata’», afferma Sorrentino, «mentre sono giudicati severamente i farmaci, compresi paradossalmente quelli usati per curare gli effetti nocivi della cannabis stessa». «D’altra parte – insiste il neurologo, il ‘bad trip’, ossia le reazioni avverse alla cannabis, non e’ come un’indigestione, ma spesso purtroppo il triste esordio di un lungo calvario, che spalanca le porte a tante forme di disagio mentale». Quindi, nessuna droga leggera, ma l’anticamera quasi matematica per quelle ben più pesanti.

Per questo, Sorrentino lancia un appello alla comunità scientifica italiana: «non dico di non liberalizzarla, scelta che compete ai politici, ma almeno gli scienziati non la chiamino ‘leggera’, perché leggera non è».

Credit: agi

catania.liveuniversity.it/2014/11/23/cannabis-droga-leggera-neanche-per-idea-lo-afferma-il-neurologo-sorrentino/

un'etichetta elettronica per la cannabis ad uso terapeutico

IL Centro di ricerca per le colture industriali di Rovigo studia un sistema in grado di offrire piante marcate e un percorso garantito e controllabile
 
 

L’esempio, viene da lontano. Da quel Colorado, per intendersi, che dallo scorso gennaio ha legalizzato la marijuana, non solo quella ad uso terapeutico, per tutte le persone al di sopra dei 21 anni. Prima di partire, lo Stato ha pensato bene di mettere a punto un sistema (Marijuana Enforcement Tracking Reporting Compliance) di inventario e di tracciamento dell'intera filiera, dalla produzione alla distribuzione.

Tecnologia e segnali radio

Per ottenere questo obiettivo viene utilizzata la tecnologia “RFID” (Radio Frequency IDentification), che consente la localizzazione di oggetti mediante segnali radio,già utilizzati ad esempio nei supermercati e anche negli ospedali. Le informazioni relative all’oggetto sono codificate su etichetta elettronica (tag). Quelle del Colorado, ad esempio, riportano il codice identificativo del produttore o del rivenditore, il numero identificativo della pianta e quello della licenza per la marijuana medica. Attraverso uno scanner capace di captare i segnali radio riflessi o emessi dal tag stesso, è possibile leggere da una certa distanza il contenuto delle etichette. Il lettore a sua volta è collegato ad un pc con il relativo software, che controlla e acquisisce il flusso dei dati. Le etichette sono dapprima posizionate nella vaschetta di coltura della pianta e non appena questa è cresciuta sono agganciate al fusto tramite un laccetto che, a detta degli interessati, una volta bloccato non si può più aprire. Grazie a questo sistema, in Colorado sono stati registrati oltre 5 mila utilizzatori e tracciate più di un milione di piante e mezzo milione di pacchi spediti. 

 
Il microchip 

Della tecnologia e dei suoi possibili utilizzi si è parlato anche durante l’ultimo “open day” sulla cannabis terapeutica, organizzato dalla sede distaccata di Rovigo del Centro di ricerca per le colture industriali (CRA-CIN il più grande ente italiano di ricerca in agricoltura, controllato dal Ministero delle Politiche Agricole). «Abbiamo sviluppato un progetto per un’azienda canadese — spiega Gianpaolo Grassi, primo ricercatore del Centro di Rovigo — . Contrariamente al sistema in uso nel Colorado,noi inseriamo il sensore RFID all’interno della parte cava del fusto della piantina attraverso un iniettore. Il microchip resta inglobato lì e non si può rimuovere, a meno di distruggere la pianta perchè per individuarlo occorre tagliarla. E poi anche se fosse rimosso non sarebbe gestibile, dovrebbero clonarlo:il codice non è modificabile, é indelebile e univoco». 


I costi 

Il costo? Da valutare, visto che occorre sviluppare un software dedicato, sebbene esista già negli allevamenti di animali in Italia e “convertire” i programmi per le piantagioni e il commercio della cannabis terapeutica non dovrebbe certo essere un ostacolo insormontabile. Tornando all’esempio del Colorado, alcuni produttori si sono lamentati del costo eccessivo del sistema adottato dal governo: si parla di 45 dollari (circa 36 euro) a etichetta per le piante e 25 dollari (circa 20 euro)a imballaggio. «Ci sono aziende molto grosse, soprattutto giapponesi, che producono sensori grandi come un granello di sabbia per certe applicazioni come questa —dice Grassi —. Hanno miniaturizzato e persino con una semplice vernice riescono ad avere questo effetto di magnetizzazione e poi di identificazione. Il costo? Meno di un euro». Il Centro di Rovigo è in grado di eseguire l’intera procedura, offrendo piante marcate e un percorso garantito e controllabile da chiunque in qualunque momento. «Tutte le altre piante trovate in giro — sottolinea il primo ricercatore — non avranno il kit di identificazione , per cui tutti questi cloni, queste derivazioni saranno illegali». 


Il protocollo dei Ministeri

La strada indicata dal Centro di Rovigo potrebbe risolvere alla radice molti problemi legati anche solo alla produzione di cannabis terapeutica dopo la firma del protocollo di intesa da parte del Ministro della difesa Roberta Pinotti e del ministro della Salute Beatrice Lorenzin. È stato costituito e ha tenuto già una prima riunione, il gruppo di lavoro composto da rappresentanti dei ministeri della Difesa e della Salute e da quello delle Politiche agricole e forestali, dello Stabilimento farmaceutico militare di Firenze (dove sarà avviata la produzione), dell’Aifa, dell’Istituto Superiore di Sanità, e delle Regioni e Province autonome, incaricato di definire in un protocollo operativo, la programmazione delle operazioni da compiere, la quantificazione dei fabbisogni in relazione alle patologie, la fitosorveglianza, le verifiche e le tariffe le competenze del pool di esperti. Spetterà poi al Consiglio Superiore di Sanità dare il via libera alla produzione, dopo l’esame del protocollo. Il progetto pilota si pone l’obiettivo di rendere disponibili i farmaci a prezzi più accessibili, ma anche di arginare la diffusione e il ricorso a prodotti non autorizzati, contraffatti o illegali che è in rapida espansione. 


Le indicazioni terapeutiche 

Quali sono le principali indicazioni per quanto riguarda l’utilizzo dei medicinali a base di cannabis? Anche se medici e scienziati si dividono sul tema, si può dire che i campi meno controversi sono quelli delle cure palliative, della terapia del dolore cronico (compreso quello neuropatico connesso alla sclerosi multipla ), della terapia di supporto contro la nausea e il vomito nella chemioterapia. L’efficacia della cannabis è stata studiata (con risultati non definitivi) per glaucoma, traumi cerebrali, ictus, sindrome di Tourette, epilessia e artrite reumatoide. L’uso della marijuana è ipotizzato anche per ridurre i dosaggi degli oppiacei e in altre patologie come le sindromi ansioso-depressive, le malattie auto-immuni e l’asma bronchiale. Gli studi clinici sono però ancora troppo pochi.Ma la cannabis terapeutica sembra rivestire utilità per pazienti con patologie gravi come Sla, la sindrome di Tourette, l’Alzheimer, il Parkinson e diversi tipi di sclerosi come la sclerosi multipla. Attualmente esiste un solo medicinale a base di estratti di cannabis sativa (è una specie di cannabis, l’altra si chiama indica), disponibile sul territorio nazionale autorizzato all’immissione in commercio, indicato come trattamento per alleviare i sintomi a pazienti adulti affetti da spasticità, moderata o grave, dovuta a sclerosi multipla. I medici che intendono prescrivere ai loro pazienti sostanze o preparazioni di origine vegetale a base di cannabis, diversi da tale medicinale o per altre condizioni patologiche devono richiedere l’importazione di prodotti in commercio all’estero.


Il riscatto della canapa italiana

Quasi due italiani su tre (64 per cento) sono favorevoli alla coltivazione della cannabis ad uso terapeutico in Italia, per motivi di salute ma anche economici e occupazionali. Lo dice un’analisi Coldiretti/Ixè, presentata il mese scorso al Forum internazionale dell’agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio, che è il primo studio sulle potenzialità economiche e occupazionali della coltivazione, trasformazione e distribuzione della cannabis ad uso terapeutico in Italia. La coltivazione, trasformazione e commercio in Italia della cannabis a scopo terapeutico per soddisfare i bisogni dei pazienti in Italia e all’estero può generare da subito un business di 1,4 miliardi e garantire almeno 10mila posti di lavoro dai campi ai flaconi. «Solo utilizzando gli spazi già disponibili nelle serre abbandonate o dismesse a causa della crisi nell’ortofloricoltura, la campagna italiana - ha sottolineato la Coldiretti - può mettere a disposizione da subito mille ettari di terreno in coltura protetta. Si tratta di ambienti al chiuso dove più facilmente possono essere effettuate le procedure di controllo da parte dell’autorità preposte per evitare il rischio di abusi. Il calcolo per difetto tiene conto della disponibilità di circa 1.000 ettari di terreno, della produzione di sostanza secca di infiorescenze e foglie sommitali, del numero di cicli di coltivazione possibili all’anno e della resa in principio attivo che, secondo il Ministero della Sanità, viene attualmente importato con un costo di circa 15 euro al grammo. Un’opportunità che va attentamente valutata per uscire dalla dipendenza dall’estero e avviare un progetto di filiera italiana al 100 per cento che unisce l’agricoltura all’industria farmaceutica. Una prima sperimentazione che - conclude la Coldiretti - potrebbe aprire potenzialità enormi se si dovesse decidere di estendere la produzione in campo aperto nei terreni adatti: negli anni 40 con ben 100mila gli ettari coltivati l’Italia era il secondo produttore mondiale della cannabis sativa, che dal punto di vista botanico è simile alla varietà indica utilizzata a fini terapeutici».

www.corriere.it/salute/14_novembre_19/cannabis-terapeutica-produzione-controllata-01837a2e-6ffa-11e4-921c-2aaad98d1bf7.shtml

Cannabis, famiglia di Bob Marley entra nel business della marijuana

La famiglia di Bob Marley ha lanciato il primo marchio mondiale di cannabis. Gli eredi Marley hanno stipulato un accordo con una società di private equity di Seattle per lanciare “Marley Natural“, il primo brand globale che cavalca il trend della depenalizzazione in tutto il mondo. Il lancio è previsto nel 2015 nei Paesi del mondo e negli Stati americani che hanno legalizzato il commercio della marijuana, hanno annunciato gli eredi del cantante giamaicano morto di tumore nel 1981 a soli 36 anni, e la Privateer Holding. “Se cerchi nella storia una persona il cui nome sia associato a questo prodotto è Marley”, ha spiegato Brendan Kennedy, amministratore delegato di Privateer. Marley fumava dosi industriali di marijuana nell’ambito della sua fede Rastafariansostenendo che la droga fosse indispensabile alla sua crescita spirituale. Le varietà messe in commercio sotto il marchio “Marley Natural” saranno quelle preferite dal musicista accompagnate da accessori tra cui creme per la pelle e burro di cacao alla cannabis, oltre a pipette e vaporizzatori “come piacevano a lui”.

L ’iniziativa di Privateer è la prima della società in un business che dovrebbe rivelarsi ad altissimo tasso di crescita negli Usa dopo la legalizzazione in vari stati Usa della marijuana a scopo ricreativo e l’imminente depenalizzazione della modica quantità in altri luoghi tra cui la città di New York. Il totale del mercato della marijuana medica e ricreativa in America dovrebbe superare i 2,6 miliardi di dollari quest’ anno, mentre nel 2010 il valore del commercio di cannabis illegale era stato stimato a 40 miliardi di dollari dalla Rand Corporation. Per Kennedy la partnership con i Marley è stata irresistibile: “Ce lo chiedevamo da quattro anni. Quale sarebbe stato il primo brand globale per questa industria? Se guardi la storia lui è la persona più strettamente associata a questo prodotto. Ognuno di noi ha una sua canzone nella sua playlist: è un musicista davvero globale“.

L’appeal di Marley non è difatti diminuito di un millimetro dal giorno della morte per un melanoma all’alluce. In royalty il cantante di “Exodus” ha fatto incassare ai suoi eredi 20 milioni di dollari nel 2013 piazzandosi al quinto posto, dopo Michael Jackson e Elvis ma prima di Marilyn e Lennon, nella classifica di Forbes dei “ricchi dalla tomba”. I Marley hanno capitalizzato non solo sulle canzoni ma su un brand che è diventato una marca di caffè e di accessori audio. Ora la marijuana: “Le opinioni sulla cannabis stanno cambiando”, ha detto Cedella, la figlia del cantante: “La gente ne riconosce i benefici e nostro padre è stato un leader di questo cambiamento”.

Siria: ISIS contro la coltivazione di cannabis

Gli jihadisti dell’ISIS nel nord della Siria e dell’Iraq non solo intimoriscono la popolazione autoctona, ma ora arrivano addirittura a bruciare le coltivazioni di marijuana che gli agricoltori siriani producono per poter sopravvivere in un paese desolato dalla guerra. I membri dello Stato Islamico affermano che la cannabis è dannosa e che per questo deve essere distrutta. Ma l’opposizione dei coltivatori è ferma.

 11/11/14

La coltivazione di piante di canapa in Siria è diventato uno dei pochi mezzi di sopravvivenza per coloro che ancora non si arrendono a dover abbandonare le proprie case nonostante la cruenta guerra civile che sta dilaniando il paese. Il loro prodotto non è neanche lontanamente il migliore del mercato. Nonostante ciò, secondo gli ultimi dati che provengono dal paese, molti agricoltori da mesi coltivano canapa nel disperato tentativo di ottenere dei guadagni sufficienti a poter comprare gli scarsi generi alimentari che arrivano da fuori.

Ora, però, una minaccia molto più preoccupante spaventa coloro che abitano nel nord della Siria, ma non solo loro: anche coloro che vivono in Iraq e nei paesi confinanti con il Libano. Si tratta dello Stato Islamico di Iraq e Siria, meglio conosciuto a livello mondiale come ISIS, per la sua sigla in inglese -, che ha assunto il controllo di alcune zone istaurando il suo particolare califfato.

I membri dell’ISIS non solo sequestrano, torturano, spaventano e assassinano tutti coloro che non agiscono seguendo le loro idee, ma fanno scomparire tutto quello che per loro è “inadatto”, come ad esempio le diverse varietà di marijuana che si coltivano nel paese.

Qualche settimana fa il gruppo pubblicava in YouTube – dominano alla perfezione internet e le reti sociali – un video nel quale è possibile vedere molti dei suoi membri che mostrano un grande campo di marijuana ubicato teoricamente nel Ijtirein (al nord di Aleppo) e nascosto tra diverse piantagioni di pomodori, peperoni e mais. Il loro messaggio è chiaro: non bisogna fare uso di marijuana perché è “una droga” e un prodotto nocivo per la salute. È haram (peccato).

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