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Novità tutte le sostanze, Articolo

Stranieri e gioco d’azzardo

Il rapporto tra gioco d’azzardo e popolazione straniera in Italia è un fenomeno poco o nulla studiato. Eppure riveste un’importanza considerevole per comprendere la struttura sociale e culturale dei gruppi etnici presenti sul nostro territorio. Il rapporto può essere studiato dal lato della “domanda”, cioè dal lato dei giocatori, o dal lato dell’offerta, cioè della struttura distributiva. In questo articolo ci concentreremo sulla composizione etnica dei proprietari degli esercizi all’interno dei quali è stata autorizzata la presenza di apparecchi per il gioco d’azzardo. Senza voler anticipare le conclusioni, si confermano i risultati e l’evidenza aneddotica circa la diversa propensione imprenditoriale dei vari gruppi etnici, in particolare dei cinesi presenti nelle regioni più dinamiche del Paese. Da notare che nella cultura cinese il gioco d’azzardo non ha connotazioni negative (o perlomeno non così negative come nelle culture occidentali e nelle religioni monoteiste).
Nelle tabelle messe a disposizione dall’AAMS sul proprio sito web, nel 2013 risultano censite 65.256 persone fisiche, titolari di licenza per il gioco d’azzardo. Di queste, stimiamo che 7.120 (il 10,9%) siano nate fuori dall’Italia.
Come si può notare in 5 Regioni (tutte del Nord) la percentuale di titolari stranieri supera il 10% e in Lombardia è addirittura superiore al 20%. E’ interessante notare che nelle grandi regioni del Nord (Piemonte, Lombardia, Veneto, Trentino, Emilia-Romagna) prevalgono i soggetti provenienti dall’Asia. Mentre in Friuli e Liguria si riscontra un pattern più equilibrato tra Europa e Asia, simile a quello delle grandi regioni del Centro Italia (Lazio e Toscana). Nelle regioni del Sud e nell’Italia centro-adriatica prevalgono invece i soggetti stranieri nati in Europa.
I soggetti nati all’estero sono quasi l’11%. Il gruppo più numeroso è quello dei Cinesi, seguito da Rumeni, Svizzeri, Tedeschi e Albanesi. In realtà, per quanto riguarda Svizzeri e Tedeschi si tratta in grandissima parte di soggetti con nome e cognome italiani, quindi probabilmente figli di emigrati che sono rientrati in patria e con le rimesse dei genitori hanno acquistato un esercizio e le licenze.
Viceversa nelle Regioni più dinamiche la prevalenza di “veri” cognomi esteri è prevalente. Una curiosità. Analizzando i cognomi dei soggetti si nota la prevalenza dei cognomi cinesi più diffusi rispetto agli omologhi italiani . In questa peculiare classifica dei cognomi con più di 100 occorrenze, resistono solo i Russo, Rossi, Esposito e Ferrari.
Il pattern è ragionevole. Gli stranieri “veri”, quelli cioè che non hanno alcun legame affettivo precedente con un territorio italiano, vengono in Italia per lavorare e si insediano dove c’è “business” e quindi nelle regioni del Nord Italia. I figli degli emigranti italiani, invece, tendono a ritornare nelle zone d’origine dei loro avi, dove magari hanno ancora legami affettivi e familiari.

blog.vita.it/economicamente/2014/08/09/stranieri-e-gioco-dazzardo/

Estrarre THC e CBD dai lieviti: scoperta ridurrebbe tempi e costi cannabinoidi

cannabis medicaSarà presentato dettagliatamente il prossimo 19 agosto presso la Science Gallery di Dublino in occasione del primo incontro dedicato alla biologia sintetica l’ultimo studio della Hyasynth Bio, l’azienda biotecnologica irlandese che ha appena messo a punto un esperimento per produrre THC e CBD – le principali essenze mediche estratte dalla marijuana – partendo dai lieviti.

Il gene responsabile della produzione di THC nella cannabis era già stato riconosciuto e isolato dalla pianta nel 2009, e da diverso tempo è possibile dosare in laboratorio il contenuto dei cannabinoidi attraverso il controllo dei cicli naturali della pianta, gli incroci e le selezioni genetiche, praticate soprattutto per il settore medico e farmacologico.

I ricercatori della Hyasynth Bio hanno provato a trasferire questo gene in colonie ben selezionate di lieviti, i funghi coltivati in laboratorio che utilizziamo comunemente nel pane, nella pizza, nei dolci e che sono presenti in alcune bevande. I lieviti, infatti, conosciuti e manipolati dall’uomo da migliaia di anni, non hanno bisogno di luce, e se collocati ad una temperatura ideale e alimentati solo con acqua, zucchero e sostanze nutritive, possono essere pronti in soli cinque giorni. Questo permetterebbe una riduzione notevole dei tempi e dei costi, rispetto alla produzione di THC e CBD estratti dalla consueta coltivazione di normali semi di cannabis femminizzati, ad esempio. Il settore medico potrebbe essere particolarmente interessato alla scoperta dell’azienda irlandese, anche se attualmente il problema principale a cui si dovrebbe far fronte è l’impossibilità in Europa di produrre THC con qualsiasi mezzo, poiché illegale.             

In Italia l’uso terapeutico della cannabis è consentito e la Sicilia è tra le Regioni che hanno regolamentato la distribuzione dei farmaci cannabinoidi a carico del Servizio Sanitario Regionale. I costi per accedere alle terapie sono tuttavia ancora elevati. Le nuove tecnologie e la ricerca sempre impegnata su questo fronte, assieme ad una legge più concentrata nel garantire il diritto alla cura, permetterebbero a tutti i pazienti di avvicinarsi alla cannabis terapeutica per curare malattie come la SLA, la sclerosi multipla, il glaucoma, l’epilessia…

Un disegno di legge recentemente presentato alla Camera propone di consentire la coltivazione e la produzione della cannabis terapeutica sul territorio italiano, da parte di persone giuridiche private o di aziende appositamente autorizzate. A questo proposito, la nostra Regione – che è già sede di importanti società specializzate nella gestione della filiera completa per la coltivazione, trasformazione e commercializzazione della Cannabis Sativa – si presterebbe particolarmente anche alla coltivazione di piantagioni destinate alla sperimentazione scientifica e all’industria farmacologica, grazie alle sue condizioni climatiche particolarmente favorevoli. E’ stato calcolato che nella Valle del Belice, tra le campagne di Partinico, Menfi e Alcamo, si trovano anche le coltivazioni più estese destinate purtroppo al mercato illegale.

www.vivienna.it/2014/08/08/estrarre-thc-e-cbd-dai-lieviti-nuova-scoperta-ridurrebbe-tempi-e-costi-dei-cannabinoidi/
 

Firenze, ore 12: sniffa coca in centro mentre passano i turisti. E per dieci euro la dose pronta sul display del telefonino

Capoluogo toscano capitale della coca. L'analisi dei residui di cocaina depositata nei collettori fognari lungo le rive dell'Arno ha scoperto che sotto  Ponte Vecchio scorre più droga che nel Tamigi a Londra: 250 mila dosi l'anno, 482.240 "sniffate". In pratica u  fiorentino su 100 "tira".

A Firenze tutte le notti sono bianche. Nella capitale italiana del consumo di cocaina si sniffano nove dosi e mezzo al giorno ogni mille abitanti: più che a Napoli (9), Roma (8.5), Milano (6.5 dosi). I risultati provengono dalle analisi delle acque reflue effettuate l'anno scorso dal dipartimento nazionale politiche antidroga e confermano il trend già fotografato alcuni anni fa dalla struttura di tossicologia forense dell'Università di Firenze, che analizzando i residui di cocaina depositata nei collettori fognari lungo le rive dell'Arno ha scoperto che sotto il Ponte Vecchio scorre più droga che nel Tamigi a Londra: 250 mila dosi l'anno, 482.240 "sniffate". In pratica, un fiorentino su 100 "tira". "Polvere bianca" di ogni qualità, per tutte le tasche. Adesso tra gli spacciatori al dettaglio, le "formiche", c'è persino chi si è inventato la figura del "cameriere ". E' il pusher "last minute", lo si incrocia di notte nelle viuzze della movida. Si presenta con una striscia di coca già stesa sullo schermo dello smartphone e te la offre per dieci euro. Una botta e via, fast-drug per sbandati ma anche per turisti, studenti, giovani.

 Stando alle più recenti indagini dell'antidroga un "pezzo", 1 grammo, costa attualmente tra i 40 e gli 80 euro. Il criminale albanese mandato dal suo gruppo a incontrare direttamente gli emissari dei cartelli colombiani in Spagna o Olanda, paga 40 mila euro un panetto da un chilo puro al 90%. Quando la droga, dopo esser stata tagliata, passa dai "cavalli " (i corrieri) alle "formiche", la purezza è precipitata al 10-15%. E quel chilo sono diventati almeno tre. Il margine di guadagno per i trafficanti, va da sé, è altissimo. E ogni business che rende bene richiede accortezza: ecco perché a Firenze per la coca non ci si ammazza. Anzi, ci si accorda per "spartirsi la torta ". Basti pensare che qualche tempo fa i finanzieri hanno scoperto che uno dei tre-quattro cartelli albanesi che si spartisce il mercato della coca in città, essendo stato "colpito" da un sequestro dei militari ha chiesto aiuto a un cartello "concorrente" per poter rifornire i propri clienti in attesa dei nuovi carichi. Richiesta accolta perché domani, hanno ragionato i trafficanti, potrebbe accadere l'inverso.
Anche le cifre fornite dalle forze dell'ordine confermano la tendenza all'aumento dei consumi. L'anno scorso la guardia di finanza di Firenze ha sequestrato 54 chili di "bianca", arrestato 27 pusher e segnalato in prefettura 210 consumatori. Quest'anno, ad oggi, ha già arrestato 31 spacciatori, sequestrato 47 chili e segnalato 133 persone. Nel 2013 a Firenze sono stati sequestrati in tutto circa 70 chili di coca. La Toscana, capoluogo in testa, è anche la prima regione d'Italia per numero di tossicodipendenti che si rivolgono ai centri specializzati per cercare di smettere. Sono 70 ogni 1.000 abitanti, e sono sempre più giovani: l'età media della prima "striscia" è scesa infatti a 14-5 anni. Calo vertiginoso dei prezzi ed estrema facilità di reperimento: questi i principali motivi che spiegano l'invasione bianca. Un'invasione contro cui si sta muovendo anche la Procura con una recente inchiesta su cui vige, per ovvie ragioni, il massimo riserbo

firenze.repubblica.it/cronaca/2014/08/09/news/firenze_per_dieci_euro_la_dose_pronta_sul_display_del_telefonino-93440839/#gallery-slider=93440780

 

"Diciamo anche noi marijuana libera", di Umberto Veronesi, L'Espresso

Metà dei giovani ne fa uso, la mafia fa affari, il proibizionismo ha fallito. Ma nel mondo cresce la voglia di liberalizzazione. Un grande medico spinge l’Italia sulla stessa strada

La posizione del New York Times di domenica 27 luglio a favore dellalegalizzazione della marijuana non va letta solo come una campagna del più autorevole giornale americano - e uno fra i più influenti al mondo - ma come una svolta culturale che il mondo occidentale non può ignorare. Il cambio drastico di una linea editoriale che aveva fino a ieri appoggiato il proibizionismo è infatti lo specchio di un’ evoluzione mondiale verso la liberalizzazione delle droghe leggere, che ultimamente ha accelerato le sue tappe.

A fine 2013, per iniziativa del Presidente Josè Pepe Mujica , l’Uruguay è diventato il primo Paese al mondo a legalizzare pienamente la cannabis, facendosi carico della produzione, distribuzione e vendita; a gennaio di quest’anno il Colorado e subito dopo lo Stato di Washington hanno autorizzato il consumo di cannabis ad uso “ricreativo” e i sondaggi americani confermano che già da due anni i cittadini favorevoli alla liberalizzazione hanno raggiunto la maggioranza (54 per cento), mentre nel 1970, ai tempi dell’approvazione della legge proibizionista di Nixon, erano solo il 15 per cento. Sempre in Usa, gli Stati dell’Oregon, Alaska e California hanno indetto per novembre prossimo un referendum che, stando alle indagini sul parere dei cittadini, dovrebbe andare nella direzione antiproibizionista. Secondo i dati diffusi in Colorado dal Department of Revenue, l’equivalente del nostro Tesoro, nel mese di gennaio 2014, quando è entrata in vigore la legge sulla liberalizzazione, la vendita ufficiale di marijuana ha incassato 14 milioni di dollari, sottraendoli alla malavita. Si prevede che il prossimo anno fiscale il mercato della marijuana raggiungerà il miliardo di dollari, dai quali lo Stato del Colorado incasserà almeno 130 milioni.

Intanto anche il quadro europeo negli anni si è mosso verso la liberalizzazione, con le esperienze dell’Olanda, il primo Paese in cui la depenalizzazione è stata totale, e poi di Spagna, Portogallo e Belgio dove la legislazione è aperta, ma più restrittiva.


E l’Italia? Noi siamo fermi al febbraio di quest’anno, quando la Consulta ha dichiaratoincostituzionale la legge Fini-Giovanardi che equiparava le droghe pesanti e leggere, prevedendo pene fino a 20 anni di reclusione per il loro uso. La sentenza fece scalpore: si calcolò che le condanne dovevano essere riviste per ben 10 mila detenuti - perché connesse all’uso di droghe leggere - e dunque per circa la metà di tutti i reclusi per droga, che sono il 40 per cento di tutti i carcerati.

Sono cifre che la dicono lunga sull’inefficacia del proibizionismo, ancor più se pensiamo che, malgrado il numero enorme di carcerazioni, si stima che il 50 per cento dei nostri giovani faccia uso di cannabis, senza calcolare il gran numero di adulti. Dovremmo considerare la metà dei nostri giovani dei criminali? Eppure, finito l’attimo di indignazione per la situazione carceraria, devastata da un sovraffollamento cronico, nessuno più ha sviluppato il dibattito sull’aspetto filosofico e civile del proibire le droghe leggere.

Io mi batto pubblicamente da decenni contro il proibizionismo e in questo mio impegno ho ripetuto all’infinito che, come medico e come padre, sono un convinto oppositore di tutte le droghe, pesanti e leggere, compreso fumo e alcol, perché creano assuefazione clinica e danni spesso irreparabili e talvolta letali. Sono però altrettanto convinto che proibire e punire non serve, anzi può peggiorare la situazione.

Dobbiamo passare da una’attività indiretta (vietare) a un’attività diretta (educare). Ovviamente è molto più difficile convincere un ragazzo a tenersi lontano dalle droghe che fare una legge che le vieta tout court. Tutti sappiamo per esperienza diretta che la ribellione è una fase imprescindibile della crescita individuale e dovremmo essere coscienti che il trasgredire un divieto aumenta il senso di identità di una personalità in formazione: io mi differenzio dal mondo adulto perché non seguo le regole che mi impone.

Dunque bisogna trovare attività e stimoli alternativi, che soddisfino il bisogno di autoaffermazione dei giovanissimi, senza ledere la salute e mettere in pericolo la vita. Dovremmo organizzare dei corsi completi di prevenzione nelle scuole pubbliche, che invece non si possono fare finché c’è la proibizione che, secondo lo Stato, è già un deterrente. Tuttavia dovrebbe essere evidente che se un divieto non viene osservato dalla maggior  parte dei destinatari, e quindi tutti fondamentalmente delinquono, c’è qualcosa che non va nel divieto stesso.
La realtà dei fatti ci dimostra che rendere la cannabis un piccolo crimine non serve affatto a ridurne il consumo e che se rendiamo criminali i consumatori di droga, li obblighiamo soltanto ad uscire dalla legalità e dal controllo, senza che smettano di drogarsi. Così facciamo gli interessi del mercato nero e della criminalità organizzata che lo gestisce e che, ovunque nel mondo, è l’unica a trarre vantaggio dal proibizionismo.  Da noi, la mafia. Le stime più recenti dicono che la mafia incassa per la droga (tutte le droghe, ovviamente) circa 60 miliardi euro ogni anno in Italia, un patrimonio che la rende potente, indipendente e inattaccabile. Ma se proibire è deleterio, legalizzare non basta. È solo un primo passo che deve esser seguito dall’educazione e l’informazione. Bisogna saper trasmettere il principio non tanto che la droga è illegale, ma che ha un valore socialmente e individualmente negativo. Basta con le demonizzazioni quindi. 

Quando nel 2000 come Ministro della Sanità ho iniziato la mia battaglia per l’uso degli oppiacei e i cannabinoidi contro il dolore, ho trovato un muro ideologico perché queste sostanze, oltre ad essere potenti antidolorifici, hanno il “peccato originale” di essere anche sostanze stupefacenti. Dopo quasi quindici anni la situazione non è radicalmente cambiata: alcune Regioni hanno reso accessibile la cannabis ad uso terapeutico, ma nel resto del Paese l’uso medico dei derivati della cannabis è ancora tabù perché si teme un “via libera” all’uso ludico.
Siamo dunque un Paese che vieta inorridito la marijuana (che non ha mai ucciso nessuno) ma che lucra senza vergogna su una droga che causa 50 mila morti l’anno: il fumo di sigaretta.

Come è possibile che uno Stato proibizionista non solo legalizzi, ma addirittura guadagni, attraverso il Monopolio dei Tabacchi, su una droga potente e letale come il tabacco? Dove sta allora la coerenza di pensiero e che messaggio educativo pensiamo possa arrivare ai nostri ragazzi: se fumi uno spinello sei un delinquente invece se fumi un pacchetto di sigarette contribuisci alle casse dello Stato?

Capisco che in questo momento il Governo abbia come priorità crisi e riforme, ma le scelte etiche che possono fare dell’Italia un Paese più civile in cui vivere soprattutto per le nuove generazioni, non andrebbero sistematicamente rimandate. Spero che il movimento d’opinione mondiale a favore dell’antiproibizionismo, rilanciato dal New York Times, trovi anche qui uno spazio per il dibattito.

 

espresso.repubblica.it/attualita/2014/08/07/news/diciamo-anche-noi-marijuana-libera-1.176277

news from babylon

Il problema della legalizzazione della cannabis

 

In tema di legalizzazione, si fa molta confusione, esiste un “mare magnum” d’informazioni, dichiarazioni, eclatanti o meno; il problema fondamentale è seguire un filo logico. Dobbiamo partire dal DPR 309/90, "Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza". Nel nostro Paese è vietata la coltivazione di piante di Marijuana per uso personale, ma l’utilizzo di medicinali a base di cannabis, sì. Basta citare la modifica al DPR pubblicata sulla Gazzetta dell’8 Febbraio 2013 firmata dal Ministro Balduzzi: “Nella tabella II, sezione B, del decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, sono inseriti, secondo l’ordine alfabetico: Medicinali di origine vegetale a base di Cannabis (sostanze e preparazioni vegetali, inclusi estratti e tinture)”.

Ciò significa che i farmaci a base di cannabis sono stati inseriti nella tabella II del testo unico 309/90, dove sono indicate le sostanze con attività farmacologica e terapeutica. Il nodo della questione va ricercato nel momento in cui si parla di acquistare i medicinali, e soprattutto perché non è possibile coltivare, quindi produrre, cannabis per scopi terapeutici. Non dimentichiamo che al momento l’Italia importa questi tipi di medicinali, come il Bedrocan dall’Olanda, con costi molto elevati per i pazienti che riescono a farne uso. Stiamo parlando di patologie come la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), Sclerosi Multipla (SM), o che utilizzano questi medicinali come “terapia del dolore”. In Italia si può coltivare unicamente per scopi di ricerca, questo vuol dire che le piante, al termine del periodo, vengono distrutte in inceneritori sotto stretto controllo.

Fino a questo momento uno dei pochi centri autorizzati per la coltivazione per scopi di ricerca, e lo studio sotto il profilo medicinale, è il CRA di Rovigo. E’ qui che si nota una forte discrepanza: la ricerca è permessa, la produzione assolutamente no, però l’importazione dei medicinali come il Bedrocan è consentita. Bisogna chiarirlo: coloro che fanno uso di questi medicinali a base di cannabis ne hanno la necessità. Oggi acquistare il farmaco dall'estero costa tra i 15 e i 20 euro al grammo, rivenduto a 45/48 euro al grammo al paziente, contro un costo di produzione in loco stimato in 1,55 euro. Le procedure per l’acquisto del Bedrocan, e i costi, come abbiamo appena visto, sono proibitivi. Molte regioni italiane (solo per citarne alcune Puglia, Abruzzo, Marche, Veneto, Piemonte, Sicilia) hanno avallato l’utilizzo di questi farmaci, e poiché sono a carico del Servizio Sanitario, si è approvata, in alcuni consigli regionali, la possibilità di stringere accordi con “centri o istituti” autorizzati per produrre farmaci, in modo da non doverli importare dall’estero. Questo per abbattere sia i costi sia i tempi. L’ ultima parte è sicuramente il punto più delicato. Ricordiamo che in passato, per ben due volte, il governo Monti ha impugnato leggi simili senza ottenere alcun risultato. Mentre il Governo Renzi si è mosso in tutt’altra direzione.

Se vogliamo citare il caso dell’Abruzzo, con la decisione del 7 marzo scorso del Consiglio dei Ministri, non si è proceduto all’impugnazione della legge davanti alla Corte Costituzionale. “Non si capisce perché noi dobbiamo comprare un farmaco da un Paese straniero – afferma Sergio Blasi, consigliere Pd della Regione Puglia, e promotore della legge per la produzione in loco - a costi elevati sia per il Servizio Sanitario Nazionale sia per quello regionale, e non autorizzare la produzione qui del farmaco, non per uso ludico, ma a scopo terapeutico”. In Italia, al momento, esiste un unico “Cannabis Social Club”: Lapiantiamo, a Racale in provincia di Lecce. E’ un’associazione no profit che promuove l’uso terapeutico della canapa medicinale. Il 22 luglio il Consiglio comunale pugliese ha approvato la produzione di Cannabis a fini terapeutici. La Giunta Regionale verificherà, entro 3 mesi dall'entrata in vigore della legge, la possibilità di centralizzare acquisti, stoccaggio e distribuzione alle farmacie ospedaliere abilitate, avvalendosi di strutture regionali. “La pianta, dal punto di vista dell’aspetto è identica, ma dal punto di vista sostanziale è molto differente – spiega Blasi - Non stiamo parlando di quella con il concentrato chimico maggiore del THC (tetraidrocannabinolo), che è la sostanza chimica che produce lo stordimento. Per l’uso terapeutico la cosa più interessante è il CBD (Cannabidiolo) che produce un beneficio su determinate patologie, soprattutto per alleviare il dolore, per contenere gli spasmi o gli attacchi convulsivi”. Stiamo parlando di progetti-pilota che vedono come possibili interlocutori ad esempio l’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze o altre strutture che abbiano i requisiti, e naturalmente, l’autorizzazione da parte del Ministero. Il cambiamento ha spalancato le porte su problematiche che non possono più essere ignorate.

“Ad un certo punto si tratta di buon senso – spiega Andrea Trisciuoglio, che insieme a Lucia Spiri sono gli ideatori del progetto Lapiantiamo -  Da quando uso questi medicinali, circa cinque anni, sto molto meglio. Ho un’invalidità del 100%. Adesso riesco a stare in piedi per più tempo, mentre prima ero costretto a muovermi con la sedia a rotelle. La differenza, prima e dopo, nei nostri corpi è visibile. La necessità ci distingue da chi utilizza cannabis per scopi ludici. Il progetto pilota parte dalla Puglia, speriamo di fare da apripista per le altre Regioni Italiane. Con questa azione che stiamo portando avanti, abbiamo semplicemente imitato alcune realtà come la Spagna, il Colorado, non abbiamo fatto la scoperta dell’acqua calda. Si deve dare informazione e conoscenza”. Per fare questo, da alcuni mesi ormai, è stata creata una SRL “ad hoc” in grado di coltivare, confezionare e distribuire la Cannabis Terapeutica attraverso un sistema controllato e strutturato in modo tale che siano sempre i malati al centro di tutto, mantenendo i prodotti a prezzi accessibili. ESILE, così si chiama la nuova s.r.l. guidata da LapianTiamo e dalle Istituzioni che ne faranno parte, vigilerà non solo sui passaggi sopra citati, ma soprattutto sulla ricerca che s’intende avviare e incentivare con il supporto del personale altamente qualificato interpellato e pronto a partire nell’immediato (medici, farmacisti, biologi, agronomi, consulenti, esperti, etc.).

 Ma come funziona in Olanda, visto che sono stati i primi a rendere possibile questo? “Le autorità olandesi, in prima fila il Ministro della Salute, hanno ritenuto importante valutare un’alternativa - ci spiega il Dott. Grassi, primo ricercatore del CRA - Esiste un ufficio, office of medicinal cannabis, che ha ottenuto l’autorizzazione a produrre questo prodotto ed è di proprietà dello stesso Ministero. Hanno ottenuto, anche, la facoltà di esportare. In Italia qualcosa sta cambiando, si stanno svegliando. La produzione autonoma di canapa medicinale è diventata un’esigenza inderogabile. Adesso sono 11 le Regioni che hanno una legge per pagare al malato i costi delle cure a base di canapa. E’ un processo che naturalmente va fatto secondo legge e posto a severi controlli”.

E’ solo di una settimana fa la notizia, forse passata tropo in sordina, secondo la quale l’azienda farmaceutica pugliese Farmalabor è stata autorizzata dal Ministero della Salute – Ufficio centrale per gli stupefacenti al commercio all’ingrosso di preparazioni vegetali a base di Cannabis, diventando, così, l’unica azienda di distribuzione farmaceutica nel Centro-Sud Italia a vantare questa autorizzazione, e una delle due imprese italiane a poter commercializzare derivati vegetali della Cannabis (l’altra è la Acefnel nord Italia). Le varietà di Cannabis Flos utilizzabili sono Bedrocan, Bedrobinol, Bediol e Bedica, utili per il loro contenuto di dronabinolo (THC) e cannabidiolo (CBD) nella terapia di diverse patologie. “Noi importiamo dall’Olanda le quattro varietà, e vendiamo alle farmacie private e ospedaliera – ci spiega Ruggero Cornetta dell’Ufficio Stampa della Farmalabor - Abbiamo avuto molti contatti da parte di farmacie e medici. Stiamo parlando di progetti pilota. Avviare una sperimentazione – continua Cornetta - con la coltivazione in loco, ha molte implicazioni a livello di sicurezza e controlli scientifici. Non a caso la coltivazione in Puglia avviene in un’area militare, monitorata costantemente dalle autorità. Noi ancora non ci siamo interfacciati come distributori con il territorio di Racale, dove stanno iniziando, per il momento noi possiamo solo importare. Ci rivolgiamo al mercato italiano senza nessun tipo di distinzione”.

Abbattuti costi e tempi. Stiamo parlando di una rivoluzione tecnico-culturale. Ma su questa linea, come abbiamo detto, si stanno muovendo anche le altre regioni, in alcuni casi il discorso si allarga e si parla di legalizzazione stile modello Uruguay e non solo. “Perché non utilizzare anche la possibilità di coltivarla, attraverso un sistema statalizzato, costruito ad hoc per evitare coltivazioni abusive. Questo ha anche un valore economico”. La proposta, è di Riccardo Agostini, consigliere della Regione Lazio eletto nelle file del Pd. Ipotizza, che il progetto di legalizzazione tout-court, sia legato anche all'abbattimento del deficit della sanità regionale, prendendo come esempio anche il Colorado. Si parte dalla difficoltà di reperimento dei farmaci fino ad una battaglia nazionale contro il proibizionismo riguardo l’utilizzo della cannabis. Anche SEL, nella persona di Marco Grimaldi, consigliere regionale del Piemonte, si muove sulla stessa linea di pensiero. Ricordiamo che Torino è la prima città italiana che si è espressa contro la Fini- Giovanardi. "Passare da un impianto proibizionistico a uno di tipo legale della produzione e della distribuzione delle droghe leggere”, non dimenticando la parte dedicata allo scopo terapeutico. “Io come Consigliere mi impegnerò particolarmente per i fini terapeutici, poi oltre questo rimango per la legalizzazione in generale”.

Rimane il fatto che l’ostacolo più grande, oltre la legge, è la mentalità e i retaggi culturali. Ma il perno centrale della questione, rimane sempre il diritto del malato a curarsi e a scegliere la terapia giusta. L’art. 32 della Costituzione Italiana è meglio ribadirlo: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. 

L'INDRO www.lindro.it/politica/2014-08-01/136812-il-problema-della-legalizzazione-della-cannabis

Pakistan: cannabis rinvenuta in una tomba preistorica

Durante le operazioni di scavo in un sito preistorico tra le montagne dell'Hindu Kush, gli archeologi hanno scoperto quella che potrebbe essere la più antica prova dell'uso intenzionale di una sostanza psicoattiva da parte degli esseri umani. In un insediamento paleolitico risalente a 120.000 anni fa, gli scienziati hanno infatti scoperto semi, resina e cenere, associati all'impiego della pianta di cannabis sativa, sottospecie indica.Scoperto nel dicembre 2013 sulle rive del fiume Kunar, nella provincia pakistana del Khyber Pakhtunkhwa, il sito è uno dei più antichi mai trovati in Asia meridionale.Secondo il professor Muzaffar Kambarzahi, del National Institute of Historical & Cultural Research (NIHCR) dell'Università Quaid-i-Azam, responsabile del team di scienziati che stanno studiando il sito, le varie grotte che compongono l'insediamento sarebbero state abitate per più di 2500 anni durante il periodo neolitico.Lo storico ha già elaborato una teoria per spiegare la presenza di cannabis: "In base al luogo e al contesto in cui è stata trovata la cannabis, siamo indotti a credere che sia stato utilizzata per scopi rituali. Sembra che gli occupanti del sito gettassero grandi quantità di foglie, germogli e resina nel camino situato sul fondo della grotta, riempiendo l'intero ambiente con il fumo psicotropo."Una analisi chimica eseguita su un piccolo vaso di ceramica rinvenuto nella tomba di quello che sembra essere un capo locale od uno sciamano, ha rivelato che il recipiente contiene resina di cannabis, nota anche come hashish, suggerendo che la pianta fosse stata anche associata con cerimonie funebri ed eventualmente altri sacri rituali.La più antica testimonianza della inalazione di fumi di cannabis conosciuta prima della scoperta di questo nuovo sito era datata al terzo millennio a.C., come indicato dalla presenza di semi di cannabis carbonizzati trovati in un braciere rituale in un antico luogo di sepoltura in Romania.Inoltre, nel 2003, un cesto di pelle pieno di semi e frammenti di foglie di cannabis fu rinvenuto accanto ad una mummia di uno sciamano risalente a 2.500-2.800 anni fa nella regione autonoma cinese nord-occidentale dello Xinjiang Uygur. Prove del consumo di cannabis sono state trovate anche in mummie egizie datate a circa il 950 a.C. La cannabis è nota anche per essere stata usata dagli antichi indù dell'India e del Nepal migliaia di anni fa.fonte : Pakistan: Cannabis Discovered in Prehistoric Tomb http://medicinamoksha.blogspot.it/2014/08/pakistan-cannabis-rinvenuta-in-una.html

"Fu un omicidio volontario". Nuova inchiesta sul caso Pantani. I pm: "Non è stata overdose"

 Pantani è stato ammazzato". Dieci anni dopo la sua morte, l'ultimo capitolo del romanzo triste solitario e finale di uno dei più grandi campioni di sempre deve essere riscritto. Per intero. La procura di Rimini ha riaperto il caso, e stavolta l'ipotesi investigativa, messa nero su bianco dal procuratore Paolo Giovagnoli, non è più quella, originale, di "morte come conseguenza accidentale di overdose", ma quella ben più scabrosa di "omicidio volontario". 

Il fascicolo è stato affidato al pm Elisa Milocco ed è coperto, comprensibilmente, dal segreto più assoluto. Di quell'incartamento nei corridoi roventi della procura, si sa solo che è stato iscritto nel registro delle notizie di reato, e che non ci sono persone indagate, ma è presumibile che molto presto ce ne saranno. Scavando un po', si riesce a scoprire anche un altro dettaglio decisivo per comprendere i contorni di una notizia che riscrive un pezzo della storia dello sport italiano, e cioè che tutto origina dalle indagini difensive di cui Tonina Pantani, la mamma di Marco, ha incaricato, quasi un anno fa, l'avvocato Antonio De Rensis. "Sono certa che mio figlio sia stato ucciso", ha sempre ripetuto la donna, ma le sue dichiarazioni sono state viste come sfoghi.

Che più di qualcosa non fosse andato proprio come avevano ricostruito polizia e procura nelle indagini ufficiali, lo si è sempre detto e, soprattutto, scritto. Libri, interviste e inchieste giornalistiche, nel tempo, hanno messo in fila circostanze, fatti e dettagli in contraddizione tra di loro, se non letteralmente privi di senso. Ed è proprio partendo da quei dettagli che le indagini difensive sono ripartite per arrivare poi, dopo mesi di lavoro, sentiti i testimoni e interpellati i professionisti, a una conclusione ritenuta "oggettivamente molto più plausibile" di quella sino ad oggi ufficiale. Quella, appunto, che la procura ha qualificato nell'ipotesi di omicidio.


La pietra angolare di questo lavoro, l'elemento che ha persuaso definitivamente il procuratore Giovagnoli a partire con la nuova inchiesta, è la perizia medico legale eseguita per conto della famiglia Pantani dal professor Francesco Maria Avato, che alla fine del proprio lavoro conclude: "Le ferite sul corpo di Marco Pantani non sono auto procurate, ma opera di terzi". No, non erano gli sfoghi di una mamma, né le illazioni dei soliti giornali.

Pantani venne ritrovato la notte di San Valentino del 2004, intorno alle 22, all'interno della stanza D5 del residence Le Rose, di Rimini, a due passi dal mare. Le eco delle gesta sportive del Pirata erano già scemate da tempo, dopo lo scandalo doping a Madonna di Campiglio ‘99, il ritorno e l'uscita di scena al Giro del 2003. La polizia entrò nella camera e lo trovò lì, derelitto e rigido, col volto immerso nel sangue. Da subito non ebbe dubbi. Era overdose. La stanza si presentava come se fosse stata travolta da un uragano. In giro molta,
eloquente, cocaina. Le indagini furono veloci, 55 giorni. Un record.

Alla fine tutto, secondo la polizia e la procura, era chiaro: Pantani era arrivato a Rimini la sera del 10 febbraio. Da solo, in taxi, da Milano. Aveva pagato in contanti. Non aveva bagagli, solo una sporta di plastica e un borsello con dentro i soldi. Si era fatto lasciare davanti alla casa dei suoi spacciatori. Aveva citofonato ma non li aveva trovati. Aveva dunque lasciato detto che li avrebbe aspettati nel residence lì di fronte. Aveva preso una camera (per una notte) e lì era invece rimasto per i successivi quattro giorni. Uscendo una sola volta per tornare dai pusher che gli avevano venduto 20 grammi di cocaina. Per il resto era rimasto lì dentro, da solo, e nessuno, aveva giurato il portiere, era entrato o uscito di lì. Il 14 febbraio per due volte Pantani aveva chiamato la portineria chiedendo l'intervento dei carabinieri per «alcune minacce». Ma si trattava del delirio di un uomo in crisi di astinenza, in stanza non era salito nessuno. 

 
Poi, l'ultima fatale dose. Prima che dalle indagini difensive, l'inchiesta è stata smontata dalla Cassazione che nel 2011 ha assolto l'unico imputato rimasto nel processo nato da quella morte, uno dei tre spacciatori (gli altri due avevano patteggiato subito), perché il fatto — 'morte come conseguenza di altro delitto' — non sussiste. Ora, le nuove indagini. Al tempo del conferimento dell'incarico, l'avvocato De Rensis aveva anticipato i contenuti delle sue scoperte: "Vedendo i video girati durante le indagini si capisce subito che si è indagato in un'unica direzione, sin dall'inizio, e che sono stati considerati solo gli elementi che corroboravano la tesi dell'overdose e trascurati gli altri". Oggi emerge una serie incredibile di errori: le indagini lampo, l'autopsia sbagliata, i rilievi male eseguiti, e poi ingenuità e illogicità ovunque. Nel mirino finiscono insomma gli inquirenti, colpevoli di aver indirizzato altrove le indagini. Indagini che adesso, dieci anni dopo, ripartono da tre domande: chi ha ucciso Marco Pantani? Perché? E, soprattutto, chi ha coperto la verità?
 
La Repubblica

Consumo eroina tra giovani. +37% a Roma

 Nella Capitale, soprattutto nel periodo estivo, è allarme per la crescita significativa del consumo di eroina tra la popolazione giovanile. I dati del CEIS di Don Picchi parlano di una crescita netta in tre anni del consumo di eroina pari al37%, che vedrebbe oltre 50.000 persone a Roma tra i 13 e i 48 anni cadere nell'utilizzo di questa sostanza, a dispetto di una diminuzione del numero di consumatori di cocaina -7%.
Sono questi i dati allarmanti lanciati dal Ceis di Don Picchi che emergono da un'indagine realizzata sul tema delle dipendenze da sostanze stupefacenti. I dati raccolti dal 2011 ad oggi, intervistando più di 9.500 adolescenti, con età compresa tra 12 i 18 anni, mostrano come il primo contatto con la droga avvenga in età sempre più precoce, poiché è venuto completamente a mancare un orientamento alla prevenzione.
All’uso dell’eroina occorre aggiungere che tre ragazzi su cinque hanno provato almeno una volta le nuove droghe sintetiche, che rappresentano oggi il 70% del consumo nel mercato italiano percentuale in costante aumento con 108 nuove sostanze psicoattive introdotte in Europa nel 2012 e non riconosciute illegali.
"I ragazzi, non trovando nelle istituzioni come la scuola e la famiglia un interlocutore adatto, ci hanno manifestato la loro difficoltà a trovare un qualcuno con cui affrontare questa tipologia di problematiche - spiega Roberto Mineo, presidente del CEIS Don Picchi - e questo senso di smarrimento legato a un generalizzato e progressivo abbandono delle regole e la mancanza di ideali e valori, li porta ad avvicinarsi a questo tipo di trasgressione sempre più presto".
"Un milione di sequestri di droghe illecite in Europa - continua Mineo - mostrano come questo business sia ancora fortissimamente diffuso e metta in pericolo i nostri giovani. La nostra vita frenetica, legata alla difficoltà di trovare momenti in cui realizzarsi, porterà a riutilizzare la madre di tutte le droghe, l'eroina, che, a differenza di altre sostanze fa cadere in uno stato di torpore dei sensi e di rilassamento, ma crea dipendenza sin dal primo utilizzo. Questa nuova tendenza andrà a colpire in particolare i giovani privi di ogni tipo d'informazione e tutela, ma già da tempo il Centro Italiano di Solidarietà don Mario Picchi si è allertato, e abbiamo messo in atto degli strumenti di prevenzione".

Steward annuncia, gettate droga

 In Australia, passeggeri da festival musicale. Scuse compagnia

(ANSA) - SYDNEY - L'aerolinea interna australiana Jetstar, affiliata alla Qantas, ha presentato le sue scuse dopo che un assistente di volo aveva consigliato in un annuncio ai passeggeri diretti a Sydney di disfarsi nella toilette di eventuali droghe prima dell'atterraggio. Alcuni passeggeri tornavano dal festival di musica "Splendour in the Grass" presso la località turistica di Byron Bay e l'annuncio avrebbe fatto scattare una corsa ai gabinetti. Lo steward è stato ammonito.

Droga, troppe coincidenze nella ricerca

Olimpia de Gouges tenta di aprire le scatole cinesi dei progetti DPA per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto.

Sulle accuse mosse all’ex Direttore del Dipartimento Politiche Antidroga, di affidare a privati la realizzazione di studi epidemiologici, sottraendoli a centri di ricerca pubblici (si veda il capitolo “Serpelloni vs CNR” nel 5° Libro bianco sulla legge Fini-Giovanardi), basta fare un giro in rete e trovare informazioni interessanti e sufficienti per far sorgere il sospetto che non siano proprio infondate.
Così a spulciare sul sito dell’amministrazione trasparente del Governo (www.governo.it) si trovano gli ultimi “Accordi tra amministrazioni (art. 15 legge n.241/1990)” conclusi dal DPA con vari enti e organismi. Tra questi, ben tre conclusi con il Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna per la realizzazione di indagini campionarie sulla popolazione generale (GPS-DPA 2014, finanziato per € 212.000) e studentesca (SPS-DPA, € 132.000) e per la stima dei consumatori con bisogno di trattamento (PDU-DPA 2014, € 100.050). E sul sito dell’Università (www.sde.unibo.it) vi sono informazioni che sembrano confermare il sospetto che, pur attraverso il “filtro” del Dipartimento di Sociologia, a realizzare le indagini per il DPA siano sempre gli stessi soggetti e cioè la Società Explora s.n.c. di Vittadello Fabio & c. Ricerca analisi statistica, di Vigodarzere (Padova) e il Consorzio Universitario di Economia e Management – CUEIM di Verona. Per una strana coincidenza o bizzarria del destino, infatti, i vincitori dei bandi di selezione per assegni di ricerca e incarichi di collaborazione indetti dal Dipartimento di Sociologia per la realizzazione dei progetti del DPA sono “vicini” appunto alla Explora e al CUEIM. Così per il Progetto GPS-DPA 2014, l'incarico di 5 mesi, per un corrispettivo di € 32.000, è stato affidato al Dr. Fabio Vittadello, socio della Società Explora, già ente executive del progetto DPA “Survey 2011-2012 – ITALY” e risultante tra i fondatori del CUEIM di Verona (affidatario dello stesso progetto “Survey2011-2012–ITALY e di numerosi altri) http://www.cameradicommerciolatina.it/it/component/k2/item/4702-cueim.html.
Per il Progetto SPS-DPA il primo incarico (5 mesi, € 32.000) è stato assegnato al Dr. Paolo Vian, anche lui socio della Società Explora (http://www.centroexplora.it/nota_legale.htm); il secondo incarico (5 mesi per € 12.100), all’ing. Ermanno Ancona, titolare della AWB Informatica di E. Ancona & C. S.a.s. di Verona (http://www.awbinformatica.it/chi_siamo.html), già collaboratore del dr. Serpelloni in numerosi progetti (Dronet, Dream on, Portale Drog@news) e nella realizzazione dell’Area riservata per rilevazione dati NNIDAC e del questionario on line www.drugfreedu.org. In questi ultimi due casi, inoltre, il committente del progetto è il CUEIM in collaborazione con la Explora (http://www.awbinformatica.it/progetti.html). Per il progetto PDU-DPA 2014, infine, l’incarico (5 mesi, € 32.000), è stato affidato al Dr. Bruno Genetti, il quale è: socio della Società Explora, consulente del CUEIM (ad es. nel Progetto SIND del DPA), consulente ed esperto del DPA per la realizzazione di progetti (come NetOutcome) e per l’area epidemiologica del portale Drog@news; è membro del Gruppo di Lavoro “NIDA Collaboration” e della Consulta degli esperti e degli operatori sociali sulle tossicodipendenze; è esperto nazionale dell’indicatore Treatment Demand Indicator del Punto Focale Italiano del DPA e referente presso l’EMCDDA.
Confidiamo che Patrizia De Rosa, appena nominata dirigente amministrativo del DPA, faccia rapidamente chiarezza in questo intrico di scatole cinesi.

www.fuoriluogo.it/sito/home/mappamondo/europa/italia/rassegna_stampa/droga-troppe-coincidenze-nella-ricerca

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