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Novità tutte le sostanze, Articolo

Alcol, droga ed eccessi I tormenti di Grignani volto (sbiadito) del rock

 Da «Destinazione Paradiso» a «A volte esagero», ovvero dal titolo del primo a quello dell’ultimo album, è fin scontato leggere la biografia emotiva di Gianluca Grignani, la promessa mancata per quello che artisticamente è diventato, l’abbaglio finito in sbaglio, la coazione al dirupo che è la stimmate dei maledetti. L’ultima stazione della sua personale via crucis è quella dei carabinieri di Riccione dove l’altra notte Grignani è stato arrestato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale. È lì da un mese, in vacanza con la moglie e i quattro figli. Tutto tranquillo, fino a quando la compagna è costretta a chiamare i carabinieri (lui sostiene che è stato il cugino) perché Grignani — uno che non sa resistere alle lusinghe di alcol e droga — stava mostrando il peggio del suo alter ego. All’arrivo dei militari il cantante non si calma, anzi scende in strada e tenta di scappare in un hotel. Ancora fuori di sé, spinge giù dalle scale dell’albergo un carabiniere e tira calci ad un altro. Alla fine riescono a calmarlo, lo accompagnano al Pronto soccorso e lo sedano con delle flebo. Ora è a casa, tecnicamente per detenzione domiciliare cautelare, e sarà giudicato per direttissima dal Tribunale a Rimini. Nel frattempo si è anche «sentitamente» scusato, dice di non aver spinto nessuno, parla di una «forte crisi di panico». È solo l’ultimo episodio di un curriculum di eccessi. Alcol & Cocaina, le dipendenze da cui non riesce a staccarsi, l’anestetico alle sue inquietudini. Inizia presto, lo confessa: «Da ragazzo. Perché lo facevano gli altri, per divertimento, soprattutto per la voglia di provare. Mi è sempre piaciuto provare di tutto, e l’ho fatto. Beh, quasi tutto. E non parlo solo di droghe. Vale per il cibo: in India, ho mangiato le formiche e i grilli fritti». Finisce anche in un’indagine di polizia («Operazione Paradiso», che sembra una dedica al suo album di debutto) per cessione (gratuita) di una dose di cocaina a una festa. Dipendente, ma altruista… E poi l’alcol, che gli costa una volta il ritiro della patente e gli rovina qualche altra i concerti. Se lo ricordano ancora a Viggianello, paese da 3.000 persone in provincia di Potenza, quando si è presentato in ritardo di un’ora, ha dimenticato le parole delle sue stesse canzoni, ha terminato la performance con un inchino orizzontale, accasciato. Ma Grignani rovina anche il concerto degli altri. Un mese e mezzo fa è salito sul palco dove cantava il suo amico Omar Pedrini: anche qui un’esibizione da dimenticare — se non ricorda le parola delle sue canzoni figurarsi quelle degli altri — frasi sconnesse, uscita di scena tra i fischi. Nato a Milano 42 anni fa, l’hanno definito il Modugno del rock, il nuovo Vasco Rossi, il giovane Lucio Battisti ma poi si è perso nella sua «Destinazione Paradiso», album che all’esordio (1995) vende due milioni di copie. Una fama inaspettata e improvvisa: «Il successo è la più grande invenzione dell’uomo, ma in realtà non esiste. Quando mi ci sono trovato in mezzo ne sono stato travolto». Me è un fuoco fatuo, non arriverà più a vette di popolarità così alte, il suo pop-rock scivola via, non il suo tormento interiore. A leggere le sue interviste Freud saprebbe dove cercare. «Mio padre ci ha lasciati quando ero piccolo. Da qui a dubitare di tutti c’è voluto poco. Poi ho trovato forza dentro di me e ho riempito questo buco, anche se rimango sempre un diffidente». Ci sono anche le molestie subite a 10 anni da un pedofilo: «Quell’episodio mi ha creato delle tensioni che vivo ancora oggi, paura della gente, attacchi di panico, tachicardie». La cornice è questa, il quadro si può sempre migliorare

mentiinformatiche.com/2014/07/alcol-droga-ed-eccessi-i-tormenti-di-grignani-volto-sbiadito-del-rock.html

GRAN BRETAGNA - La dipendenza da sesso e' come la tossicodipendenza

 La dipendenza dal sesso può scatenare nel cervello meccanismi analoghi a quelli che si attivano nelle tossicodipendenze, al punto che la reazione a stimoli sessuali come quelli della pornografia può ricalcare quella di un tossicodipendente alla vista della droga. E' quanto dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Plos One e condotto dagli psichiatri dell'università britannica di Cambridge diretti da Valerie Voon. Il comportamento sessuale compulsivo può riguardare fino a una persona ogni 25, con differenti gradi di 'gravità' e conseguenti difficoltà a vivere una normale vita di relazione. Queste persone possono essere decisamente ossessionate dal sesso al punto da non poter fare a meno di pensarci e di desiderare di fare attività sessuale in ogni momento della giornata. I ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica per analizzare le reazioni cerebrali di due gruppi di soggetti (uno con una vita sessuale normale e l'altro con comportamenti sessuali compulsivi) di fronte a video pornografici e a video sessualmente neutri, come gare sportive. E' emerso così che i video pornografici attivavano nel gruppo con comportamenti sessuali compulsivi le stesse aree cerebrali (il corpo striato ventrale e l'amigdala) attivate nel cervello dei tossicodipendenti dalla visione della droga.

ADUC Droghe

Fumo ma non sono un fumatore, il paradosso californiano

Un sorprendente numero di californiani dichiara di fumare ma non si identifica come fumatore. È il singolare dato che emerge da un’indagine della San Diego School of Medicine, University of California, secondo cui il 12% dei fumatori rifiuta questa etichetta, benché l’uso lifetime superi le 100 sigarette e l’ultima bionda sia stata accesa negli ultimi 30 giorni.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Tobacco Control, si è proposto di caratterizzare i fumatori che non si identificano come tali (non-identifying smokers, NIS) attraverso un campionamento trasversale della popolazione maggiorenne e fumatrice californiana (California Longitudinal Smokers Survey 2011). Ebbene, circa il 22% di questi fumatori (N=396.000) fa un uso giornaliero di tabacco. Due i gruppi distinguibili di NIS: giovani adulti che fumano in contesti di relazione e socialità e che ritengono di poter smettere quando vogliono, ed ex fumatori over 45 con una storia di ripetuti tentativi per smettere completamente di fumare e che rifiutano lo stigma di fumatore. 
Secondo i ricercatori i NIS tendono a sfuggire alle stime di prevalenza sul fumo, pur esponendosi ai rischi di salute legati al fumo. Più in generale, la mancata identificazione di queste persone può avere un esito negativo nel ridurre il consumo di tabacco a causa dell’esclusione di un significativo segmento di popolazione interessata.  

Cannabis: Washington è il secondo stato USA a legalizzarne l'acquisto, senza ricetta medica...

Huffingtonpost.it - Da oggi anche nello stato di Washington, USA, si potrà comprare la cannabis: senza bisogno di alcuna ricetta medica. È il secondo stato USA a legalizzarla, dopo che il Colorado ha dato il via alle vendite lo scorso 1 gennaio. 20 mesi fa, a novembre 2012, entrambi gli stati avevano infatti votato con un referendum a favore della vendita legale e tassata di marijuana in alcuni negozi autorizzati, per tutti i maggiori di 21 anni.


Leggi l'articolo su Huffingtonpost.it

Nuove Sostanze Psicoattive, i rischi per la salute


DRONET - Le nuove sostanze psicoattive (NPS) sono un ampio gruppo di sostanze non ancora completamente controllato attraverso le convenzioni internazionali in materia di droga, cui sono associati seri rischi per la salute. L’elevata variabilità della concentrazione di principi attivi, la mancanza di etichette che descrivono il contenuto, la presenza di diversi tipi di sostanze psicoattive in un unico prodotto, rappresentano solo alcuni degli aspetti che mettono a rischio la salute dei consumatori. Un nuovo studio a firma italiana, pubblicato sulla rivista Toxicology Letters, ha affrontato e descritto il fenomeno.
I ricercatori hanno presentato tre casi clinici tra quelli trattati presso il Laboratorio di Igiene Ambientale e Tossicologia Forense (LIATF) di Venezia, per discutere ed evidenziare i rischi di possibili effetti collaterali derivanti dall’uso di NSP. In particolare, i rischi derivanti da difficoltà a: quantificare l'effettivo dosaggio consumato, individuare gli effettivi principi attivi contenuti nel prodotto, prevedere le interazioni farmacologiche e tossicologiche di diversi principi psicoattivi. Secondo gli autori i tre casi selezionati sono rappresentativi e utili ad una valutazione complessiva dei rischi associati al consumo di NSP, poiché ciascuno affronta una potenziale problematica, anche se devono essere valutati nel loro insieme.
Il primo caso, relativo ad un giovane (18 anni) ricoverato in ospedale per l’assunzione di una polvere non identificata che, a seguito di analisi, è risultata contenere un mix di mefedrone e MDPV. Il secondo caso, relativo ad un sequestro di capsule contenenti una polvere gialla risultante contenere benzilpiperazine (BZP), ingrediente che non veniva riportato in etichetta. Infine, il terzo caso relativo ad un sequestro di miscele vegetali contenenti cannabinoidi sintetici (JWH-015, JWH-018, JWH-073, JWH-122, JWH-200, JWH-250, JWH-307) evidenziando la poliassunzione attraverso un unico prodotto.

La coltivazione di cannabis va alla grande in Europa

Notiziario ADUC - Il recente sequestro in Belgio di 4.000 piante di marijuana ha messo in evidenza come si sta evolvendo il mercato europeo, dove aumentano le coltivazioni di cannabis da parte dei privati ma anche da parte dei gruppi criminali.
Per un valore di 600.000 euro, la marijuana sequestrata in otto piantagioni del Belgio era destinata al mercato del nord della Francia, sequestro seguito a molti altri gia' avvenuti negli ultimi due anni in entrambi i Paesi.
Sette milioni di piante sono state sequestrate in Europa nel 2012, una quantita' che e' triplicata negli ultimi 5 anni, cosi' fa sapere l'Osservatorio europeo sulle droghe (EMCDDA) nel suo rapporto annuale diffuso a maggio scorso.
La cannabis si coltiva in ogni luogo e con facilita': tradizionalmente in luoghi aperti, in un campo o in un balcone, ma questa coltivazione viene fatta sempre di piu' in luoghi chiusi, in un armadio di un appartamento o in un capannone.
Sono state scoperte piantagioni in ognuno dei trenta Paesi europei, precisa Laurent Laniel dell'EMCDDA.
I Paesi i cui sono state individuate maggiori quantita', sono Olanda e Gran Bretagna, seguite da Belgio e Polonia. In Francia sono state individuate 141.000 piante di cannabis nel 2013 in un totale di 50 siti, rispetto alle 55.000 del 2010.
L'autocoltivazione in interni, discreta e facilitata da tecniche che si trovano in Internet, permette di ottenere tra quattro e sei raccolti ogni anno, rispetto all'uno o due che si ottengono in ambienti esterni, spiega Laniel. La coltivazione esterna e' tipica dei Paesi del sud e dell'est dell'Europa, “la coltivazione in interni e' attualmente la piu' importante produzione in Europa”.
L'offerta si sta adattando alla domanda. Attualmente, il consumo di erba di cannabis ha sostituito quello di resina o di hashish, il “cioccolato” importato principalmente dal Marocco. Sulle 2.500 tonnellate di cannabis consumate in Europa nel 2012, il 60% (1.280 tonnellate) erano erba.
Sono vari i motivi che spiegano questa situazione: il “mito del prodotto bio”, una migliore qualita' della resina, e una maggiore concentrazione di THC (il principio attivo della cannabis), spiega Michel Gandilhon, responsabile del laboratorio antidroga francese, OFDT.
In pochi anni gli effetti della marijuana si sono potenziati -un 13% in media- grazie a modifiche genetiche della canapa, spiega Matthieu Pittaco, capo della divisione di intelligence e strategie dell'agenzia di repressione degli stupefacenti Ocrtis.
Inizialmente le piccole produzioni erano coltivate nel ripostiglio, per consumo proprio e dei propri amici, in modo da evitare di avere rapporti con le reti criminali, la polizia o prodotti adulterati. Nel 2010 in Francia erano tra gli 80 e 100 mila.
Ma a questi cultori/aficionados se ne sono affiancati altri con intenti nettamente commerciali. Poiche' si tratta di un business: “in un metro quadro si coltivano 5 piante che possono rendere qualcosa come 5.000 euro in un anno”, dice Gandilhon.
Nel giro di tre anni, “alcuni aficionados si sono buttati nella coltivazione al fine di guadagnare denaro". Recentemente, una pensionata francese e' stata arrestata perche' aveva una trentina di piante che coltivava in una parte della sua casa per incrementare i suoi modesti guadagni.
Il crimine organizzato, alla fine, si e' interessato in virtu' dei guadagni che queste coltivazioni possono dare, con delle “cannabis factory” o fabbriche di marijuana installate in Inghilterra, Olanda, Belgio e Italia. Il settore, in Europa e' controllato da gruppi criminali asiatici, specialmente vietnamiti, che ricorrono a reti di immigrazione clandestina, secondo Ocrtis. In cambio dell'ingresso in Europa, l'immigrato deve lavorare nelle piantagioni illegali.
E' una tendenza che e' difficile contrastare da parte delle forze dell'ordine, che in genere scoprono delle piantagioni grazie ad un incendio o dagli odori delle canapa sentiti dai vicini, dice Pittaco.
La proliferazione di questo tipo di coltivazioni porta anche una lotta per il controllo del mercato, tra gruppi criminali che a volte attaccano i piccoli produttori.

(articolo di Cécile Azzaro per l'agenzia France-Press – Afp del 27/06/2014)

La guerra di Luxuria agli spacciatori tra i grazie delle mamme del Pigneto

In giro con l’ex deputata prc. Insulti di un’antagonista: togli libertà. Lo scenario Il quartiere che fece da sfondo a celebri film ora fa i conti con le vedette della mala.

di Goffredo Buccini, il Corriere.it

ROMA - Scalpiccìo concitato, fiatone. «Pìjalo, pìjalo!». Via del Pigneto, sera tarda: l’inseguimento taglia la folla ciondolante del dopocena. Un poliziotto nero rincorre un giovanissimo spacciatore, nero pure lui; e, prima che quello riesca a saltare su una Vespa, lo agguanta. La folla si ricompatta e, dal capannello di teste inquiete, una ragazza dei centri sociali (dall’ex Snia Viscosa in giù l’irrequietudine è qui tradizione radicale e radicata) strilla: «Sbirro razzista». Il poliziotto nero si distoglie dal groviglio con l’arrestato, indica la propria pelle e dice in buon romanesco: «Ma de che? E’ la gente che s’è rotta le scatole di questi qua». La piccola antagonista non molla: «La gente o Luxuria?». Già, questo è il dilemma, certe notti.

Mezzo secolo fa, al tempo di Accattone era tutto chiaro. I pezzenti gramscianamente santi di qua, crocifissi in quelle borgate che Pasolini chiamava «la corona di spine che cinge la città di Dio», e gli estroversi, i fighetti, gli artistoidi di là, ammessi dentro la città di Dio con tanto di residenza. Adesso al Pigneto, la Belleville de noantri, certe notti non si capisce più un accidente. Capita che Vladimir Luxuria, multiforme transgender da taluni amata, da altri detestata, comunque nota come modello di trasgressivo stile di vita, passi da queste parti per paladina di law and order, meglio (o peggio) del primo Tony Blair. Lei ridacchia: «Abito qui da venticinque anni! Mica sono ‘na santa! Anzi sarei pure antiproibizionista. Ma questo è un problema di sopraffazione. E io mi ribello». Succede che da un anno le bande di pusher si combattano in questo fazzoletto di piazze e viette tra Prenestina e Casalina, un tempo quartiere gloriosamente operaio, carico di medaglie d’oro della Resistenza, caro - oltre che a Pasolini - a Visconti e Germi, a Rossellini e Monicelli, sfondo di una filmografia che contiene tutto il nostro Dna dal dopoguerra in avanti, Roma Città aperta al Borghese piccolo piccolo: da un anno, con vedette della mala agli angoli, coltellate, persino due morti ammazzati nella vicina via Macerata; l’ultima rissa, a bottigliate, giovedì sera, tra i tavolini dei bar pieni di fricchettoni e pariolini in trasferta. La tradizione popolana e malandrina, per cui in via Fivizzano taroccavano quasi tutte le moto rubate a Roma, con la crisi s’è irrancidita. «Si scontrano senegalesi e maghrebini, ma dietro ci sono i camorristi», ci spiega un altro ragazzo dei centri sociali.

La battaglia

E succede che Luxuria abbia deciso di farsi paladina di mamme e vecchiette («se non gli compri la droga ti saltano addosso pure se spingi un passeggino»), e abbia cominciato a denunciare gli spacciatori al commissariato di zona. Una settimana fa, i pusher l’hanno aggredita per strada («t’ammazziamo»), le hanno sbattuto le bustine di droga in faccia, («tu vendi il c..., noi vendiamo questa»). La faccenda è apparsa sui giornali - si è perfino detto che lei fosse finita sotto scorta, ma non è vero - in perfetta ma casuale concomitanza con la decisione di Alfano di dare una robusta spazzolata alla delinquenza spicciola e al narcotraffico delle periferie. Risultato: pattuglie, retate, un furgone della polizia nel crocevia dove talvolta i malacarne della zona decidevano di giocare a pallone bloccando il traffico in segno di sfida. Qui molti - i ragazzi dei centri sociali e i consiglieri municipali in singolare assonanza - temono che, passato luglio e spente le telecamere, torni tutto come prima. Il parco del Torrione è stato chiuso. «Scioglievano il crac sugli scivoli dei bambini», sostiene Giulia Pietroletti, assessore al Decoro: «Riapriremo presto con una festa per i cittadini». Molti temono che l’estate passi senza riavere l’unico polmone verde della zona. 
Vuoi per caso vuoi per dedizione, Luxuria è diventata infine simbolo di legalità. Ci fermiamo davanti all’Infernotto, lo storico ristorante del suo amico Dario. Un giovanissimo nero senegalese la manda al diavolo, «l’altra sera mi hai detto spacciatore!», «bugiaaa!», replica lei. Un poeta somalo l’abbraccia: «Sono contento di vederti bene, l’erba cattiva non muore mai». Un operaio sudamericano si complimenta: «Hai fegato». Lei gongola: «Dovresti vedere di giorno, quante madri e quanti anziani vengono a dirmi brava». 

Nella Storia

Naturalmente ridurre un quartiere simile a questione di ordine pubblico sarebbe segno di imbecillità. E questo Luxuria lo sa meglio di altri, avendone accompagnato la crescita. Qui ci sono strade che attraversano anche due o tre volte l’incrocio con la Storia. In via Montecuccoli, Rossellini girò la scena di Pina-Anna Magnani, mitragliata dai nazisti, e si scoprì il covo delle nuove Br. In via Fanfulla da Lodi, il mitico bar Necci è stato incendiato due volte ma è sempre risorto; nel ‘60 ospitò il casting di Accattone. Lì accanto ha brillato la stella del Fanfulla, un circolo Arci che ha attratto i talenti e gli irregolari prima di mezza Roma e poi di mezzo mondo. «Tana degli animaletti suburbani», ha scritto Paola Micalizzi in un commosso pezzo sulla festa d’addio per la chiusura del locale, durata otto giorni ininterrotti (dal 23 al 30 giugno). Un quartiere che ancora oggi coltiva underground i propri cantanti (Edoardo Calcutta) e i propri registi (Fabio Morichini), dunque una propria cultura, mischiata tuttavia ad avanzi di un passato che non passa, come Daniele Pifano che ancora fa il capetto nel comitato di zona manco avesse vent’anni. Che produce uno sceriffo alle vongole come Dario Chianelli (suo il raid anti immigrati del 2008) e i volantini antagonisti di ieri «contro la caccia all’uomo». Luxuria in fondo ammortizza molte contraddizioni. L’altra sera, durante un blitz con quindici arresti, una ragazzina dei centri sociali l’ha insultata: «Colpa tua! E ti avevo pure votata! Ci tolgono la libertà». Lei l’ha incenerita: «Se una donna non può girare di notte senza paura, non c’è libertà!». Se la sicurezza sia di destra o di sinistra potrebbe essere infine il grande enigma sciolto nelle strade che Pasolini ci insegnò a guardare. 

roma.corriere.it/notizie/14_luglio_06/guerra-luxuria-spacciatori-grazie-mamme-pigneto-3e3b7ad0-04ec-11e4-915b-77c91b2dfa50.shtml

"Come fare soldi vendendo droga": un bel giro d'affari per il governo Usa

Roberto Nepoti, La Repubblica

Nel docu-film di Matthew Cook si racconta come si diventa uno spacciatore, come ci si arricchiesce e, soprattutto, il ruolo ambiguo del governo americano. Testimonianze celebri, da Susan Sarandon a Woody Harrelson a Eminem. E il rapper 50 Cent, che a dodici anni spacciava crack

È una buona cosa che il documentario continui a rafforzare la sua presenza sugli schermi. Ed è una buona cosa l'uscita di Come fare soldi vendendo droga, docu-film (da oggi nelle sale) del regista, scrittore e attore Matthew Cooke che fa un discorso forte e chiaro sugli stupefacenti - e il loro vario "uso" - scoperchiando parecchi sepolcri imbiancati sullo spinoso tema. 

 Cooke parte con tono ironico, immaginando una lezione sullo spaccio di droga strutturata per livelli come un videogame. Partendo dal primo, "Come iniziare", per arrivare attraverso altre fasi, da "venditore al dettaglio" a "distributore nazionale", fino a "boss di un cartello della droga". Nel frattempo, lo spettatore-allievo avrà imparato i modi per aggirare la legge, corrompere poliziotti o esportare cocaina dalla Colombia nei modi più fantasiosi (dentro protesi, preservativi, fagioli rossi...) con guadagni progressivi da 100 dollari l'ora a 1 o 2 milioni al giorno. 

Fuor di dubbio la competenza dei professori: l'ex-dealer Bobby Carlton, insegnante di spaccio al dettaglio, il mitico Freeway Rick Ross o Brian O'Dea, che al culmine della carriera dava lavoro a 120 dipendenti. Incluso il rapper Curtis "50 Cent" Jackson, nato nel ghetto e che a dodici anni spacciava crack. Per dare un'informazione più completa non mancano le testimonianze di poliziotti, corrotti e no, legali, giudici. Dove vien fuori che gli "informatori" consegnano spesso alla polizia liste di innocenti per cavarsela senza finire nelle grane con i pericolosi dealer. Passano sullo schermo scene di film come Il padrino, Scarface o Easy Rider. A un certo punto della lezione crediamo di sapere tutto sul modo di far soldi vendendo droga: e invece, la parte più importante viene adesso. Perché Cooke fa entrare in scena un altro "giocatore", proprio quello che, dal business della droga, ricava più soldi. Il Governo americano. 

Con tono sempre ironico, ma più amaro, ci racconta come cento anni fa Harry Anzlinger convinse i politici a vietare le droghe, esportando poi il proibizionismo nel resto del mondo. I suoi eredi (presidenti quali Nixon e Reagan) proseguirono sulla stessa strada istituendo la DEA, la squadra antidroga, e dichiarando (tra perle come "I bastardi che vogliono la legalizzazione della marijuana sono ebrei" o "La marijuana conduce all'omosessualità e quindi all'Aids") guerra senza quartiere alla droga. Una pseudo-guerra che nasconde un gigantesco giro d'affari: le politiche proibizioniste garantiscono enormi quantità di fondi federali alla CIA, finanziano le squadre SWAT specializzate in blitz sanguinosi, impinguano l'industria carceraria, tra le poche in continua crescita. Senza contare che con la propaganda anti-droga si vincono le elezioni.

Ritroviamo i volti noti di Susan Sarandon, impegnata a combattere la severità delle pene contro lo spaccio, Woody Harrelson, "testimonial" contro il proibizionismo, Eminem. Tutto dimostra che la "guerra alla droga" è una gran bufala ai danni dei creduloni. E che - conclude Cooke - finché questa guerra si farà insegneremo ai nostri figli come entrare nel gioco e, appunto, come fare soldi vendendo droga.

www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2014/07/03/news/come_fare_soldi_vendendo_droga-90528570/

Nuovo studio scopre la base biologica dell'espansione della mente

Una nuova ricerca, pubblicata in Human Brain Mapping, ha esaminato gli effetti cerebrali della psilocibina, utilizzando i dati provenienti da scansioni cerebrali di volontari a cui era stata somministrata la sostanza.Lo studio ha mostrato che sotto l'influsso della psilocibina l'attività della rete cerebrale più primitiva, legata al pensiero emotivo, diventa più pronunciata, con diverse aree di questa rete - come l'ippocampo e la corteccia cingolata anteriore - attive allo stesso tempo. Questo modello di attività è simile a quello osservato nelle persone che stanno sognando. Tuttavia, i volontari presentavano un'attività più disarticolata e disorganica nella rete del cervello che è collegata al pensiero di alto livello, tra cui la coscienza di sé.Le droghe psichedeliche sono le uniche tra le altre sostanze psicoattive capaci di 'espandere la coscienza', e stimolare associazioni avanzate, vivida immaginazione e stati onirici. Per esplorare la base biologica di questa esperienza, i ricercatori hanno analizzato i dati di imaging cerebrale di 15 volontari a cui è stata somministrata psilocibina per via endovenosa. I volontari sono stati sottoposti alla risonanza magnetica funzionale sotto l'influenza della psilocibina e sotto l'influsso di un placebo."Quello che abbiamo fatto in questa ricerca è cominciare a identificare la base biologica dell'espansione della mente associata alle droghe psichedeliche", ha riferito il dottor Robin Carhart-Harris, del Dipartimento di Medicina all'Imperial College di Londra. "Sono rimasto affascinato nel vedere similitudini tra il modello di attività cerebrale in uno stato psichedelico e il modello di attività cerebrale durante il sogno, soprattutto in quanto entrambi coinvolgono le aree primitive del cervello legate alle emozioni e alla memoria. Le persone spesso affermano che la psilocibina propizi la produzione di uno stato onirico, ed i nostri risultati hanno, per la prima volta, fornito una rappresentazione fisica per l'esperienza nel cervello".Il nuovo studio ha esaminato la variazione dell'ampiezza delle fluttuazioni in quello che viene chiamato il segnale dipendente dal livello di ossigeno nel sangue (BOLD), che tiene traccia dei livelli di attività nel cervello. Ciò ha rivelato che l'attività in importanti reti del cervello legate al pensiero di alto livello negli esseri umani diventa non sincronizzata e disorganizzata sotto l'influsso della psilocibina. Una rete particolarmente colpita svolge un ruolo centrale nel cervello, ed è legata al nostro senso di sé. In confronto, l'attività nelle diverse aree di una rete cerebrale più primitiva è diventata più sincronizzata, indicando che le aree stavano lavorando in modo più coordinato. La rete comprende aree dell'ippocampo, associate a memoria ed emozioni, e la corteccia cingolata anteriore, che è legata a stati di eccitazione.Come parte del nuovo studio, i ricercatori hanno applicato una misura chiamata entropia. Per la prima volta, i ricercatori hanno calcolato il livello di entropia nelle diverse reti cerebrali durante lo stato psichedelico. Ciò ha rivelato un notevole aumento di entropia nella rete più primitiva, indicando un aumento del numero di tipi di attività che erano possibili sotto l'influenza della psilocibina. Sembrava che i volontari avessero una gamma molto più ampia di potenziali stati cerebrali a loro disposizione, e ciò può rappresentare la controparte biofisica dell'espansione della mente sperimentata dagli utilizzatori di droghe psichedeliche.Precedenti ricerche hanno suggerito che ci può essere un numero ottimale di reti dinamiche attive nel cervello, né troppe né troppo poche. Questo può fornire vantaggi evolutivi in ​​termini di ottimizzazione dell'equilibrio tra la stabilità e la flessibilità di coscienza. La mente funziona meglio in un punto critico quando c'è un equilibrio tra ordine e disordine e il cervello mantiene questo numero ottimale di reti. Tuttavia, quando il numero supera questo punto, la mente entra in un regime più caotico. Collettivamente, i risultati attuali indicano che la psilocibina possa manipolare questo punto operativo.fonte : New study discovers biological basis for magic mushroom 'mind expansion'http://medicinamoksha.blogspot.it/2014/07/nuovo-studio-scopre-la-base-biologica.html

Giù le mani dalla psiche
. Ecco perché il Dsm-5 sbaglia

Bimbi irrequieti. Ansia sociale e da lutto. Teen timidi. Per un discusso manuale americano si tratta di malattie mentali. Come altre trecento. Ma è un errore, spiega un grande maestro. E può fare seri danni. Parla Eugenio Borgna

di Francesca Sironi, LEspresso

 «La fame di ricette semplici trova nel Dsm-5 la sua epifania più sconvolgente». Così Eugenio Borgna, uno dei più grandi psichiatri italiani, studioso della “dimensione profonda e soggettiva del disagio psichico”, come ricorda su di lui la Treccani, commenta la quinta edizione del manuale di riferimento per la salute mentale nel mondo: il cosiddetto “Dsm”. Firmato dall’ American Psychiatric Association , il tomo che classifica l’animo umano in oltre 300 potenziali disturbi arriverà in Italia il 28 marzo, tradotto da Raffaello Cortina .

 Dopo tredici anni di lavoro e decine di migliaia di esperti coinvolti in studi e conferenze, i guru statunitensi della mente hanno stabilito «un linguaggio comune» per definire i nuovi «standard» con cui «la vita di milioni di individui» può essere compresa nelle sue patologie (parole del presidente del progetto, David Kupfer) mettendo nero su bianco quali sofferenze possono essere chiamate «disturbi» e quali no, da quali avvisaglie possiamo capire se un bambino è iperattivo o un amico depresso, secondo quali test (sì, ci sono anche i questionari a crocette) la nostra ansia andrebbe curata con un blister oppure la timidezza che mostriamo in pubblico avrebbe bisogno di una terapia. Uno strumento apprezzato, utile, usato. Ma anche oggetto di profonde critiche.

 «Come già aveva scritto Kafka, è più facile prescrivere delle ricette, fare delle diagnosi, che non invece ascoltare chi sta male, perché quest’ultima cosa esige tempo, esige attenzione, esige riflessione»: dal suo studio di Novara, Borgna commenta così queste «tavole della legge che presentano soltanto paradigmi esteriori», perché sconfessano in partenza, dice, quello che dovrebbe essere il fondamento della psichiatria.

 Cosa c’è che non va nel manuale?

«Le premesse. Queste tavole chiedono che tutti guardino con gli stessi occhi gli stessi sintomi. Sintomi che si dovrebbero ripetere identici in ogni parte del mondo. Ma la tristezza, l’angoscia, la colpa, la volontà di morire, le esperienze dell’animo umano non possono essere classificate come se si trattasse di una pancreatite. Non basta riconoscere dei segni esteriori, dei comportamenti evidenti, per stabilire cosa sta succedendo in quell’interiorità. Queste tavole finiscono per escludere a priori l’unico elemento che conta davvero quando si tratta di fare una diagnosi psichiatrica: la soggettività».

 Non è utile avere degli schemi che spieghino come riconoscere una malattia?

«Stiamo parlando di oltre 300 diagnosi. Ovvero di una furia classificatoria che ha perso ogni giustificazione. Il “Dsm” è uno strumento utile quando si tratta di circoscrivere e individuare i sintomi principali di malattie codificate come la schizofrenia. Ma i mille occhi dei medici che hanno redatto queste 947 pagine arrivano a micro-visioni analitiche che rischiano di rendere patologica ogni forma di sofferenza».

 Pensa a disturbi come l’ansia sociale o al fatto che il lutto non sia più inserito tra le “giustificazioni” per escludere una diagnosi da depressione?

«Penso a tutte quelle descrizioni che sembrano suggerire l’idea per la quale ogni ostacolo ci impedisca di corrispondere a una vita che scorra senza problemi, senza cadute, senza dolore, senza tristezze, dev’essere etichettato come patologico. Il “Dsm” è un edificio costruito su parole aride. Uno sguardo rivolto ai segnali esteriori della malattia, che non considera l’interpretazione della soggettività che si ha di fronte. Eppure solo ascoltando l’altro potremo capire se la sua sofferenza è patologica oppure no».

 Ma è una necessità medica quella di dare delle regole scientifiche alla disciplina.

«Dipende da cosa consideriamo scientifico. Se pensiamo che la psichiatria sia una scienza naturalistica, che si occupa di problemi riconducibili a disfunzioni biologiche, allora sì. Non è così però. La depressione non è l’appendicite. Le forme che può assumere il dolore cambiano a seconda del contesto sociale e ambientale di quella persona. Cambiano a seconda delle origini di quella sofferenza. Cambiano addirittura a seconda di come noi stessi ci relazioniamo con il paziente. E se non indaghiamo le cause profonde, interiori, da cui scaturisce la tristezza, non saremo mai in grado di fare una buona diagnosi. Questo sguardo però è escluso dal manuale di cui stiamo parlando».

 Non sono più solide le diagnosi che si effettuano seguendo quelle linee guida?

«La scientificità del “Dsm” è provata dalle ricerche su cui gli autori affermano di essersi basati. E cosa sono le mie vaghe parole pseudo-mediche, così fragili, evanescenti, di fronte alle certezze che regnano nel manuale? Potrebbero essere considerate chiacchiere. Ma il fatto è che in Italia questa psichiatria “non-scientifica”, ovvero relazionale, dialettica, che il manuale rifiuta, ha portato alla chiusura dei manicomi. Abbiamo dimostrato, con l’esperienza concreta, che le cure sono più efficaci non se diventano più gelide, più cliniche, non se prescrivono più farmaci, ma al contrario se i farmaci li sottraggono, e se al loro posto si danno parole, ascolto, si danno pazienza e silenzio. Loro saranno anche scientifici. Ma noi curiamo le persone».

 Però se il volume viene tradotto in tutto il mondo significa che a qualcuno quelle diagnosi piacciono.

«Certo, a chi non vuole perdere tempo».

 Si spieghi meglio.

«Il successo del manuale è dato dalla sua capacità di uniformarsi alla tendenza oggi dominante: quella di escludere l’interiorità dalle scelte che facciamo, di proporre modelli che consentano la realizzazione automatica delle cose, di trovare soluzioni prefabbricate, senza che la ricerca dei significati ci faccia perdere tempo. È ovvio che è più faticoso fare una diagnosi che prescinda dai criteri semplici e lapalissiani proposti dal “Dsm”. Ma il tempo che si perde per capire un paziente ha un significato. È testimone di quella solidarietà umana che dovrebbe essere alla base del rapporto con l’altro».

 Gli autori giustificano questa semplicità come un tentativo di rendere il manuale comprensibile a tutti.

«Ovvero a chi?».

 Ai medici generici, per esempio.

«Ecco: una prospettiva inquietante».

 Perché?

«Gli psichiatri hanno a che fare soprattutto con schizofrenie o depressioni psicotiche, che sono poche: la schizofrenia è un caso su cento, la depressione psicotica 0,6. Invece con le sindromi ansiose, la tristezza, l’ipocondria, arriviamo a quanto? Al 20 per cento, al 25, secondo alcuni. E si tratta di pazienti che si rivolgono nella stragrande maggioranza dei casi ai medici di base, i quali ora hanno sul tavolo un testo che consente loro di applicare protocolli sovrapponibili a quelli con cui diagnosticano i mal di stomaco».

 Dà loro più strumenti, no?

«No. Li mette in una difficile condizione. Non sono psichiatri: hanno una specializzazione importante ma non sono psichiatri. Ma quando vedono in un paziente i sintomi esteriori descritti nel manuale, sentono la responsabilità di agire. Perché il testo sul quale si fonda la psichiatria internazionale dà loro criteri tali per decidere quali psicofarmaci somministrare dinanzi a qualunque forma di ansia, di sofferenza psichica, di quelle che riempiono, riempivano e riempiranno gli studi dei medici di base».

 Qual è il rischio?

«Ci sono sofferenze che ai nostri occhi possono sembrare laceranti e invece agli occhi di chi le vive sono dotate di senso. Il problema della psichiatria è valutare se questo senso corrisponde ai valori comunitari oppure se è un senso soltanto individuale, narcisistico; allora sì che interviene il giudizio del medico. Ma è una valutazione complessa. Soprattutto se prevede terapie farmacologiche che agiscono su equilibri delicatissimi. E che se mal prescritte possono avere conseguenze disastrose, fino al suicidio».

 E se lo legge una mamma, il manuale?

«È un precipizio. La percezione soggettiva di una madre e di un padre della sofferenza del proprio bambino, se letta attraverso una di queste descrizioni, li porta a deformare la loro visione. E conduce poi il medico, che fatalmente deve fondarsi su quello che i genitori e gli insegnanti dicono del bambino, a formulare diagnosi già belle confezionate. Magari senza mandarlo nemmeno da uno psicologo che potrebbe essere sicuramente più utile dell’uso di farmaci».

 Ma le persone chiedono di dare un nome al malessere, di guarire dalla sofferenza.

«Certo. Sarebbe infinitamente più comodo se un antidepressivo mi risolvesse l’angoscia per la morte di una persona cara, ad esempio, senza farmi perdere tempo ad andare da uno psichiatra che ascolta e chiede. Ma è il dolore a distinguerci dalle pietre. Rainer Maria Rilke aveva scritto che il dolore è quella prova che trasforma l’esperienza esteriore che abbiamo del mondo in esperienza interiore. E cosa c’è oggi di più sacrificato, di più negato, di più disprezzato, di più deriso, di una tesi come questa?».

INCIDENTI ALCOL-CORRELATI: LE STIME IN EUROPA

 Retecedro.net - Ogni anno in Europa muoiono oltre 10mila persone in incidenti stradali alcol-correlati: si tratta di oltre un terzo dei 28mila morti totali registrati nei 27 paesi UE nel 2012.
È questo il dato più preoccupante emerso durante il primo evento italiano del progetto SMART (Sober Mobility Across Road Transport), organizzato dalla Fondazione ANIA per la Sicurezza stradale e dall’European Transport Safety Council (ETSC).
Il convegno, dal titolo “La guida in stato di ebbrezza in Italia: verso la tolleranza zero” si è svolto a Roma lo scorso 3 aprile e vi hanno partecipato rappresentanti dell’Unione europea, politici e stakeholders che hanno discusso le misure più efficaci, dal punto di vista socio-politico, per ridurre sulle strade il numero dei decessi provocati dall’alcol.

Il progetto triennale SMART è una partnership paneuropea gestita dall’ETSC, con il sostegno di The Brewers of Europe (BOE), che è l’associazione dei produttori di birra europei. SMART rappresenta uno degli impegni delle due organizzazioni nell’ambito dell’EU Alcohol and Health Forum.
Le statistiche a livello europeo rilevano che i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni sono quelli per i quali è più elevato il rischio di provocare o subire un incidente. Le stime più recenti riportano che il 25% degli incidenti per i giovani compresi tra i 18 e i 24 anni sono attribuibili ad alcol.

I dati sugli incidenti stradali in Italia e in Toscana
Secondo le statistiche ISTAT, in Italia nel 2012 gli incidenti stradali con lesioni a persone sono stati 186.726, i feriti 264.716 ed i decessi 3.653. I dati ANIA riportano invece un quadro ben peggiore, rilevando circa 3 milioni di incidenti e circa 900 mila feriti. Gli incidenti legati al comportamento errato del conducente sono, secondo l’ISTAT, oltre l’80% del totale: di questi il 16,6% sono dovuti alla guida distratta, il 16,2% al mancato rispetto delle regole di precedenza o del semaforo e l’11,2% alla velocità troppo elevata. Per quanto riguarda le cause di incidente stradale, l’ISTAT a partire dal 2009 ha smesso di fornire l’informazione circa il numero di incidenti legati allo stato psico-fisico alterato del conducente, e questo a causa dell’esiguo numero di casi accertati.

L’Istituto superiore di Sanità (ISS) stima che gli incidenti stradali alcol correlati in Italia sono pari al 30-35% degli incidenti mortali: dunque nel nostro Paese nel 2012 il numero di vittime al volante a causa dell’abuso di alcol si attesterebbe a circa 1.100-1.300.

In Toscana nello stesso anno sono stati registrati 16.911 incidenti stradali con lesioni a persone: 22.780 i feriti, 248 i deceduti. La nostra regione è ai primi posti nel panorama nazionale in termini di numerosità di sinistri registrati, ma dal punto di vista della gravità degli eventi può essere ritenuta invece tra le regioni “più sicure”.
Applicando la stima dell’ISS ai dati regionali, gli incidenti stradali alcol-correlati in Toscana risulterebbero essere la causa di morte di circa 80 persone.
Pochi e semplici interventi potrebbero permettere, in modo pressoché immediato, una drastica riduzione del numero di incidenti stradali e quindi delle loro conseguenze più gravi. Dispositivi blocca motore, alcol-zero prima di mettersi alla guida, aumento dei controlli stradali e inasprimento delle pene sono i provvedimenti che ogni paese europeo dovrebbe attuare per raggiungere l’obiettivo di diminuire gli incidenti stradali alcol-correlati.

L’Italia è ad oggi in forte ritardo nell’attività di prevenzione dei sinistri associati all’alcol: si parla ancora poco dei dispositivi blocca motore e l’alcol-zero alla guida si applica solo ai conducenti professionali e ai neopatentati. Inoltre, i controlli stradali per guida sotto l’effetto di alcol sono in crescita ma ancora insufficienti: la media europea nel 2010 è di 176 controlli per 1.000 abitanti, il dato italiano si attesta a 27 per 1.000 abitanti, mentre quello toscano a 30 per 1.000 abitanti.

Per quanto riguarda infine l’inasprimento delle pene, viene portata avanti la proposta di legge per “omicidio stradale” che, qualora divenisse legge, potrebbe configurarsi come un ottimo punto di partenza. E’ evidente comunque la necessità di motivare gli utenti della strada perché si possa avviare un importante e radicale cambiamento culturale, specialmente nei comportamenti adottati nelle età più giovani, per i quali il modello del bere che abbiamo importato dal nord Europa (l’ormai noto binge drinking), deve essere contrastato con i mezzi più efficaci e nei tempi più rapidi.

Fonte: ARS – Toscana

Caro Renzi, sulle droghe ora bisogna decidere


Il CNCA, Antigone, Forum Droghe e La società della ragione hanno inviato una lettera aperta al presidente del Consiglio per sottoporgli i nodi da affrontare urgentemente sulle droghe.

 

Fuoriluogo.it - Il Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza (CNCA), insieme a Antigone, Forum Droghe e La Società della ragione, ha inviato oggi una lettera aperta al presidente del Consiglio Matteo Renzi in occasione della Giornata mondiale sulle droghe.

Nella lettera vengono poste al governo alcune questioni rilevanti e urgenti:

- non è più possibile continuare a non avere un organismo di coordinamento delle politiche antidroga in Italia. Il Dipartimento nazionale politiche antidroga non ha più un direttore. I firmatari della lettera – che hanno più volte denunciato la gestione monocratica, ideologica e tutt’altro che proficua esercitata dall’ultimo direttore del Dipartimento – ritengono che questa funzione di coordinamento possa essere esercitata assai più efficacemente attraverso l’istituzione, presso la presidenza del Consiglio, di un organismo a cui partecipino i principali rappresentanti dei servizi pubblici e del terzo settore in un rapporto continuo con i ministeri competenti e le Regioni. Questo passaggio è ancora più urgente per il fatto che l’Italia assumerà, a giorni, la presidenza dell’Unione europea e, dunque, acquisirà un ruolo guida che dovrebbe esercitare anche in questo settore;

- vanno congelati tutti i fondi assegnati dal Dipartimento nazionale politiche antidroga a fine 2013, circa 15 milioni di euro, al momento sotto esame presso la Corte dei Conti, finché non verrà ridefinita la sede di coordinamento delle politiche antidroga, come richiamato nel punto precedente. Questo per evitare che vadano dispersi o sprecati fondi che dovrebbero essere messi a disposizione della ridefinizione del sistema di intervento sulla base di criteri nuovi e condivisi;

- a tal proposito, si chiede la soppressione di un progetto finanziato dal Dipartimento nazionale politiche antidroga proprio con i fondi residui del 2013, con il quale si vorrebbero sostituire, illegittimamente, le conferenze nazionali sulle droghe, aperte a tutti gli operatori e che il governo dovrebbe organizzare per legge ogni tre anni, con la creazione di una piattaforma on line. L’11 luglio prossimo è previsto il primo incontro aperto – un audit – di tale iniziativa. Se questo appuntamento non verrà annullato, il CNCA e altri soggetti del settore solleciteranno un’iscrizione in massa dei propri operatori a tale evento per farlo fallire.

Per queste e altre questioni relative a una vera e propria ricostruzione del sistema di intervento, i firmatari chiedono al presidente Renzi un incontro nei tempi più brevi possibili.

Roma, 26 giugno 2014

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