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Novità tutte le sostanze, Articolo

Stupidario della sicurezza stradale: il tasso alcolemico è una questione geografica

se il foro indicato per il ricorso non è quello competente, l'automobilista non è responsabile dell'infrazionedi. PAOLO FERRINI, Repubblica.it

"Automobilista ubriaco travolge ciclista". Quante volte purtroppo le cronache ci consegnano notizie come questa. E quante volte ci troviamo a condividere il dolore e la rabbia dei parenti perché il pirata della strada del caso si è pure dato alla fuga di fronte all'incidente, Di cui magari, nelle sue condizioni, non si è neppure reso conto.

Come se non bastasse, a volte, a dare una mano a farla franca contribuisce proprio la Legge o meglio coloro che, come i giudici di pace, dovrebbero invece preoccuparsi di amministrarla nel modo migliore e di farla rispettare. Questo è il caso, ad esempio, di un automobilista al quale la Polizia Stradale di Pistoia ha contestato un tasso alcolemico di 0,57 g/l (il limite è di 0,50 g/l) con conseguente perdita di 10 punti sulla patente. ammenda da 500 a 2.000 Euro e sospensione della patente da 3 a 6 mesi.

Ebbene, per farla franca, è stato sufficiente fare ricorso richiedendo la nullità del provvedimento in quanto nel verbale era stato indicato come competente ai fini dell'opposizione il giudice di pace di Monsummano Terme (stessa provincia di Pistoia, mica di Caltanissetta) che aveva dichiarato la sua incompetenza territoriale e non quello di Pistoia. Un cavillo burocratico insomma che è stato sufficiente al giudice di pace di Pistoia per accogliere l'opposizione "in quanto non emergono prove sufficienti della responsabilità" dell'automobilista.

Come dire che il Codice della Strada è una questione di territorio. E se il 

"nostro" avesse ammazzato qualcuno? E se lo facesse in futuro? In questo caso son vorremmo essere nei panni del giudice di pace di Pistoia che ha firmato questa sentenza. 
 

Alcol al volante: la Scozia si prepara a una svolta epocale

In Scozia sarà deciso l'abbassamento del limite di alcol tollerato nel sangue per poter condurre un veicolo, portandolo ai valori vigenti nel resto d'Europa. La proposta di legge che dovrebbe ricevere il parere del parlamento scozzese molto prima di Natale piace a 3 scozzesi su 4.

DAL 1988 SI PUO' GUIDARE UBRIACHI - Il limite di alcol concesso agli automobilisti del Regno Unito è rimasto pericolosamente in testa alla classifica dei limiti alcol in giro per l'Europa. Mentre alcuni Stati membri imponevano tolleranze sempre più stringenti sull'alcol agli automobilisti che intendevano mettersi al volante, il Regno Unito ha continuato ad applicare l'incomprensibile limite di 0,8 g/l introdotto nel 1988 senza alcuna distinzione tra le diverse categorie di conducenti (esperto, neopatentato o professionista). La svolta che apre alla sicurezza stradale potrebbe arrivare con la proposta di legge presentata in Scozia dal Ministro delle Giustizia Kenny MacAskill e che sarà votata nei primi giorni di dicembre in Parlamento.

L'ALCOL FA 20 MORTI OGNI ANNO - Il Ministro Kenny MacAskill sostiene che il Governo non può permettere alle persone di continuare a pensare che sia accettabile bere alcolici e poi sedersi al volante. Il 75% della popolazione pare abbia espresso parere favorevole, appoggiando l'iniziativa. "Il 10% degli incidenti mortali che avvengono sulle strade della nostra Regione sono provocati da automobilisti che hanno bevuto" spiega MacAskill. In Scozia ogni anno sono circa 20i morti e 760 le persone che necessitano di cure in ospedale per le ferite riportate in un incidente provocato dall'alcol.

L'ESEMPIO PER TUTTO IL REGNO UNITO - Gli sforzi del governo per ridurre l'alcol alla guida sono supportati dalla Royal Society for the Prevention of Accidents (RoSPA), che sta lanciando una campagna di sensibilizzazione a favore di una riduzione non solo in Scozia, ma in tutto il Regno Unito. I dati raccolti nel 2012 parlano di circa 230 morti e 1200 feriti gravi in tutto il Regno Unito, vittime dell'abuso di alcol tra la popolazione tollerato dalla legge. "La riduzione del limite di alcol a 0,5 g/l può salvare molte vite umane e prevenire gli infortuni sulle strade scozzesi.- spiega Sandy Allan, responsabile della sicurezza stradale RoSPA per la Scozia - ci auguriamo che il resto del Regno Unito segua questo esempio".

www.sicurauto.it/news/alcol-al-volante-la-scozia-si-prepara-a-una-svolta-epocale.html

U.E. - Boom di crystal meth grazie a 'Breaking Bad'

 Walter White finisce nella lista dei cattivi maestri del piccolo schermo. La popolarità del professore di chimica che si trasforma nel signore della droga di 'Breaking Bad' avrebbe contribuito all'impennata in Gran Bretagna e in Europa di crystal meth, o 'Ice', cristalli di d-metanfetamina cloridrato. Il monito arriva da Ellis Cashmore della Staffordshire University, secondo cui il successo della serie potrebbe spiegare il boom di crystal meth evidenziato dall'European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction. "Sebbene questa serie non renda glamour la droga, la sua presenza" capillare nelle puntate si trasforma in un megafono, dice lo studioso. E alla fine la serie accende l'interesse anche in persone che forse non avrebbero sentito mai parlare di questa sostanza, aggiunge il critico, esperto in cultura televisiva. "Uno dei protagonisti, Jesse Pinkman, impersonato da Aaron Paul, è ritratto come un tossico e ora è un attore di serie A ad Hollywood. E' un sex symbol. E il fatto che un personaggio che impariamo ad amare prenda crystal meth, istantaneamente accende la curiosità della gente". Anche perché "viviamo in una società edonista, e le persone cercano il piacere da diverse fonti", anche illecite. E anche se gli effetti dannosi della droga sono ben descritti, le persone potrebbero comunque essere incuriosite dalla serie. Insomma, la serie potrebbe aver avuto un "effetto boomerang", "accendendo la curiosità in alcuni spettatori. Non mi sorprende che dopo il successo di Breaking Bad ci sia stata la notizia di un aumento dell'uso della metanfetamina", conclude lo studioso. 

ADUC Droghe

muore per una canna di erba sintetica

salve, entrambi i vostri post "Gli spinelli di erba sintetica ammazzano?" e "muore per una canna di erba sintetica" li trovate in questo forum di discussione

http://www.sostanze.info/esperienza/ho-smesso-fumare-erba-fumo-3-settimane-ma-mi-sento-testa-confusa

La Redazione

Cannabis terapeutica, la sperimentazione a rischio stop

Gloria Riva, L'Espresso.

Entusiasmati dalla decisione dello Stato di coltivare la marijuana a uso terapeutico nell’ospedale militare di Firenze, i contadini chiedono di poterla piantare anche nei loro appezzamenti. Tuttavia l’intero progetto fiorentino rischia di naufragare ancor prima di aver visto germogliare la prima piantina.

Questo perché l’ospedale militare di Firenze dovrà essere istruito sulla coltivazione della canapa dal Cra Cin di Rovigo, il Consiglio per le Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura che fa parte del Cnr. Si tratta dell’unico luogo in Italia dove la “canapa indica”, quella vietata in Italia, può crescere legalmente, essendo coltivata a fini scientifici. Peccato che questo istituto, che da lavoro a un ricercatore e due dottorandi, fra pochissimo potrebbe essere smantellato per colpa della spending review.

Se ciò accadesse prima che tutte le competenze del centro di ricerca di Rovigo, accumulate in 12 anni di studi e lavoro, allora addio sperimentazione anche a Firenze. Solo un intervento del ministero delle Politiche Agricole potrebbe salvare il polo veneto. Il fallimento del progetto fiorentino per la coltivazione della cannabis potrebbe gettare nello sconforto le decine di coltivatori che su questo progetto ripongono molte aspettative.

Infatti la crisi economica li ha messi a dura prova, dall’Emilia Romagna alla Puglia ci sono migliaia di serre abbandonate, spazzate via dalla globalizzazione e dalla tendenza a importare fiori e ortaggi, provenienti dai paesi in cui la manodopera costa meno. «Coltivare marijuana a uso terapeutico è l’unica soluzione per non scomparire», dice Germano Gadina, presidente di Coldiretti Liguria. Lui è un agricoltore di Sanremo e a l’Espresso racconta che nella sua zona, fino a dieci anni fa, le aziende agricole erano più di 15 mila ed erano leader nella produzione di fiori recisi. Oggi 10 mila di quelle realtà agricole sono scomparse, perché le rose e i garofani arrivano via nave, dall’America Latina e dall’Africa. Così le colline di Sanremo sono appassite, sono diventate una distesa di serre abbandonate.

A settembre il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, e quello della Salute, Beatrice Lorenzin, hanno firmato un accordo per avviare la coltivazione di marijuana a uso terapeutico nello stabilimento chimico militare di Firenze. La prima raccolta dei frutti delle controverse piante avverrà nel 2015. Dovrebbe trattarsi di un progetto pilota, per saggiare la possibilità di estendere la coltivazione di canapa in alcune aree d’Italia.

Questa notizia ha acceso le speranze di centinaia di agricoltori: «In Liguria la crisi è durissima, ci sono decine di ettari di campi abbandonati e la cannabis potrebbe essere una soluzione per riconvertire la sofferente floricoltura locale. Qui a Sanremo c’è un centro di ricerca avanzatissimo nell’ibridazione delle piante e saremmo pronti a mettere in atto questo progetto già oggi. Abbiamo già convinto il sindaco di Sanremo, anche lui ha avviato l’iter per chiedere ai ministero l’autorizzazione», racconta un entusiasta Gadina, che ha convito la Coldiretti nazionale a effettuare uno studio sulle potenzialità della coltivazione della cannabis a uso terapeutico.

La sperimentazione voluta dal ministero della Difesa insieme a quello della Salute al centro militare di Firenze nasce per rendere disponibili farmaci a prezzi più accessibili, ma anche per arginare la diffusione e il ricorso a prodotti non autorizzati, contraffatti o illegali che è in rapida espansione.

Secondo lo studio di Coldiretti l’Italia è all’avanguardia nelle ricerche sulle possibili applicazioni terapeutiche di linee di canapa dotate di profili specifici e puri di diversi cannabinoidi, utilizzabili nel settore farmaceutico grazie alle ricerche che il Cra di Rovigo realizza dal 2002. Qui si fanno studi nel settore della genetica dei cannabinoidi, per selezionare le piante migliori, ma anche per analizzare nuove applicazioni. Tuttavia il centro è già stato commissariato ed è destinato a chiudere per via della spending review richiesta dallo Stato ai ministeri.

E il paradosso è che il centro di Rovigo ha i conti in ordine. La struttura costa 40 mila euro l’anno, a cui si aggiungono gli stipendi di 6 persone (1 ricercatore, 3 tecnici e 2 amministrativi), ma ha entrate superiori ai 150 mila euro l’anno. Dal Cra di Rovigo si fa sapere che: «Nel caso non fossimo in grado di continuare ad operare, il programma di produzione della cannabis medicinale non potrebbe essere avviato e di conseguenza nell'opinione pubblica farebbe certo un negativo effetto sapere che l'unico centro che poteva supportare la produzione di un farmaco tanto richiesto è stato chiuso per decisione del ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali. Il centro di Rovigo detiene e conserva in purezza le uniche otto varietà di canapa da fibra».

Un bel problema sia per le associazioni che da anni si battono per liberalizzare la coltivazione di cannabis destinata ai malati terminali, sia per i coltivatori italiani che nel progetto ci credevano davvero. «La coltivazione di cannabis può generare da subito un business da 1,4 miliardi e garantire diecimila posti di lavoro dai campi ai flaconi», racconta Stefano Masini di Coldiretti.

Lo studio effettuato dall’associazione è piuttosto dettagliato e spiega come la campagna italiana potrebbe mettere a disposizione da subito mille ettari di terreni protetti. Si tratta di ambienti chiusi, dove possono essere effettuate le procedure di controllo per evitare il rischio di abusi. Il calcolo di Coldiretti tiene conto della disponibilità di circa mille ettari di terreno in serra, della produzione di sostanza secca di infiorescenze e foglie sommitali, del numero di cicli di coltivazione possibili all’anno e della resa in principio attivo che, secondo il ministero della Sanità, viene attualmente importato con un costo di circa 15 euro al grammo.

«Si potrebbe evitare l’importazione e avviare un progetto di filiera italiana che unisce l’agricoltura all’industria farmaceutica», dice Masini, sostenuto non solo dagli agricoltori liguri, ma anche da quelli emiliani. Qui Giorgio Grenzi, agricoltore, spiega che già da tempo viene prodotta la canapa sativa, cioè quella a basso contenuto di thc, che ha sostituito la barbabietola da zucchero, scomparsa dai terreni emiliani da quando il 90 per cento degli zuccherifici ha chiuso: «Per l’Emilia Romagna la produzione di canapa non è una novità. La pianura che si estende fra Modena, Ferrara e Bologna ai primi del Novecento era leader mondiale nella produzione di canapa. L’Italia, in generale, era il secondo produttore mondiale di canapa subito dopo la Russia», ricorda Grenzi.

In attesa del via libera su vasta scala della coltivazione di “cannabis indica” a scopo terapeutico, in Italia la coltivazione della variante “canapa sativa” sta già spopolando. Nel 2014 c’è stato un aumento del 150 per cento dei terreni coltivati con questa varietà di canapa, che è assolutamente legale perché non contiene il principio attivo psicotropo della marijuana. E se l’Emilia Romagna è stata la prima regione che ha deciso di puntare decisamente sulla canapa, Toscana e Piemonte l’hanno seguita a ruota, così come la Puglia.

Ad esempio, a Crispiano (Taranto) a fine agosto è stato inaugurato un maxi impianto di trasformazione della canapa industriale, che diventerà il punto di riferimento per il Centro Sud. Si tratta del secondo stabilimento nato in Italia. L’altro si trova a Carmagnola, Piemonte, dove viene lavorata la canapa proveniente dalle campagne del Nord. I prodotti della pianta sono utilizzati soprattutto per realizzare mattoni di canapa, elemento fondamentale della bioedilizia, ma anche nel tessile, nell’industria cosmetica, serve anche per fare vernici e saponi biologici, detersivi, carta, imballaggi, pellet per riscaldare le abitazioni, ed è usato anche nell’alimentare. Dai semi della canapa si ricavano biscotti, taralli, pane e farina di canapa e poi ancora olio, le cui proprietà benefiche sono state riconosciute dal Ministero della Salute e dall’Oms e da numerose ricerche. Il seme e gli alimenti derivati contengono, infatti, proteine che comprendono tutti gli aminoacidi essenziali, in proporzione ottimale e in forma facilmente digeribile.

Nel 2014 le aziende agricole coinvolte nella semina sono passate da 150 a 300, gli ettari coltivati erano 400 lo scorso anno e adesso sono oltre mille. «Un vero boom spinto dalle molteplici opportunità di mercato che offre questa coltivazione particolarmente versatile», dice Masini.

Tuttavia, passare dalla coltivazione della canapa sativa a quella indica, con alto livello di Thc e per uso medico, rischia di essere molto più complesso del previsto e nonostante le pressioni degli agricoltori la produzione di marijuana a scopo terapeutico potrebbe restare un sogno. Giusto per fare capire quanto è ingarbugliata la situazione, va detto che al centro di ricerca di Rovigo è da oltre cinque anni che i ricercatori tentano di attivare una start up per vendere la loro cannabis alle uniche due case farmaceutiche - Salars e Solmag - che realizzano quei medicinali. Ma il progetto non è mai decollato perché mancano le autorizzazioni ministeriali. I frutti del centro veneto, infatti, servono solo a scopi di ricerca. Dunque la cannabis coltivata rifornisce il reparto di scienze farmacologiche dell’Università di Novara e qualche altra facoltà italiana. Questo perché, nonostante l’Istituto Superiore della Sanità abbia già consegnato ai ministeri della Salute e delle Poltiche Agricole i dati sui limiti e sulle specie coltivabili, i due ministeri non hanno ancora pubblicato delle linee guida a tal proposito. Era stato creato un comitato tecnico per definire i parametri per la coltivazione, ma da circa un anno e mezzo non si riunisce più, perché ogni volta la discussione si arenava sull’ipotesi che i derivati della canapa potessero avere effetti psicotropi. Questioni che in alti paesi europei, come la Germania, sono state risolte da parecchio e lì l’industria della cannabis sta fiorendo senza difficoltà. Da noi l’assenza di una norma chiara mette a rischio tutti i 300 coltivatori che si sono avventurati nella coltivazione della contrastata pianta. Non sono insoliti i casi di sequestri e ispezioni da parte delle forze dell’ordine su piantagioni destinate solo alla raccolta di semi per farne olio o per aromatizzare la birra, o per farne mattoni. In Italia risulta impossibile anche la coltivazione di canapa non stupefacente (sativa) per estrarne canabidiolo. Questa sostanza viene utilizzata per la realizzazione di alcuni farmaci contro l’epilessia, ma, non essendoci una legge chiara, è necessario importarlo dall’Inghilterra. Così come il principio attivo utile per realizzare i farmaci affetti da patologie gravi come Sla, la sindrome di Tourette, l’Alzheimer, il Parkinson e diversi tipi di sclerosi come la sclerosi multipla. Anche qui va detto che alcune Regioni, prima fra tutte la Toscana, si sono imbarcate in una crociata per garantire il pagamento di questi farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Ma nonostante l’iter burocratico sia partito nel 2012 le risposte ancora mancano e così tre flaconi di Sativex, utili per alleviare i dolori provocati dal decorso dell’Aids, dalle malattie neurologiche e gli effetti collaterali della chemioterapia, costano al paziente 650 euro al mese. Infatti il Servizio Sanitario Nazionale garantisce il costo di una cura a base di cannabinoidi solo per alcune patologie specifiche, ma il loro utilizzo potrebbe essere esteso. Ora, in Parlamento, il Pd, il Gruppo Misto e i Cinque Stelle hanno presentato tre diverse proposte di legge per garantire a tutti i malati la possibilità di accedere ai medicinali a base di canapa attraverso il Servizio Sanitario Nazionale.

espresso.repubblica.it/attualita/2014/10/31/news/cannabis-terapeutica-la-sperimentazione-a-rischio-stop-1.186179

Città e riduzione del danno in Europa

Susanna Ronconi scrive per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 15 ottobre 2014.

Bilancio positivo e nuove sfide per la riduzione del danno europea (RDD): nata a Marsiglia nel 2011, da operatori, consumatori e città, la rete europea EuroHRn ha fatto il punto ad Amsterdam, il 2 e 3 ottobre. Si è cominciato dal contributo dell’Olanda, che si è interrogata sul proprio pluridecennale modello, offrendo una riflessione su alcune questioni cruciali. Intanto la centralità, nella RDD di successo, del paradigma dell’apprendimento sociale, quel “consumatori si diventa” giocato in prospettiva di un consumo più sicuro, autodeterminato e centrato su competenze individuali e collettive in grado di proteggere da rischi e danni; in seconda battuta, l’attenzione a non incentivare, con scelte politiche e legislative, processi di etichettamento dei consumatori, come quelli relativi alla criminalizzazione (ma anche alla patologizzazione), il che consente di costruire un contesto sociale incline alla normalizzazione del consumo e a facilitare la coesione sociale: per intenderci, quella scelta che alla fine degli anni ’60 consentì la rinuncia a sanzionare una quota importante della gioventù olandese. Ma anche, su un altro piano, scelte di politica sociale, in cui certi fattori “determinanti” la qualità della vita dei consumatori a rischio di esclusione giocano un ruolo incisivo, come e più di specifiche politiche “delle droghe”. L’Europa di Eurohrn, dalla Scandinavia ai Balcani, dall’Italia all’Estonia, non è l’Olanda, ma queste “lezioni apprese” hanno risuonato con concretezza e forza nelle esperienze comuni. Una sfida condivisa è apparsa quella dei nuovi consumi e dei consumatori del loisir: lo scenario è quello di una produzione mutante e “home made” di molecole, in un mercato frammentato e veicolato dal web, e dall’altro di consumatori lontanissimi dall’immagine del consumatore-tipo su cui la RDD è andata costruendosi negli anni ’80 e ’90: i nuovi consumatori si collocano agli antipodi di ogni lettura all’insegna del modello medico o di quello dell’esclusione sociale. Una distanza che è risuonata non solo tra gli operatori alla ricerca di prassi rinnovate, ma anche nella neo-nata rete europea dei consumatori, Euronpud (European Network of People who use Drugs) che ne ha fatto un fulcro critico. Tre temi specifici nei lavori della rete. Le stanze del consumo, analizzate in una aggiornata tornata di ricerche: 83 in tutta Europa, con un trend di clienti che non accenna a diminuire, una differenziazione nell’offerta che si adegua al mutare dei consumi e una conquistata capacità di interagire con i contesti urbani. E una novità: una rete europea delle stanze che offrirà esperti a chi vuole aprirne una (e l’Italia, si sa, potrebbe fruirne per superare un ormai insostenibile gap). La lotta alle overdose: studi di assessement sulle migliori prassi europee, con le tante variabili che, insieme, dovrebbero concorrere all’efficacia degli interventi. Ruolo importante è risultato quello dei consumatori e delle loro competenze, e qui l’Italia – per una volta… - può vantare come miglior prassi la distribuzione del farmaco salvavita, il naloxone, nell’ambito degli interventi di bassa soglia e di peer support. Infine, il lavoro della RDD nei e con i contesti urbani è stata posta come un trend necessario del suo sviluppo: le città continuano ad essere attori e luoghi privilegiati della RDD che deve assumere sempre più la dimensione di una politica integrata nelle politiche municipali. Proprio agganciandosi a questa priorità, la rete italiana ITARDD – che di EuroHRn è focal point nazionale – terrà il suo appuntamento annuale 2014, il 14 e 15 novembre a Napoli, proprio sui contesti urbani e i loro attori (www.eurohrn.eu)

Caso Cucchi: non è successo nulla. Concita De Gregorio. Repubblica

QUINDI non è stato nessuno. Quindi, come dice sua madre guardandoti diritto negli occhi, "visto che non è successo niente stasera torniamo a casa e lo troviamo vivo che ci aspetta".

Perché la questione è molto semplice, ed è tutta qui. Non c'è da ripercorrere le indagini, sostituirsi a chi le ha fatte, commentare la sentenza provare a indovinarne le ragioni. Meno, molto meno. Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente. 

Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno. 

Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. Questo è un esercizio più facile per chi voglia provare a mettersi nei panni: nessuna madre, né padre, né sorella può dimenticare né darsi pace del fatto che un figlio debole, infragilito dalla droga come migliaia di ragazzi sono, ma deciso a uscirne, un figlio amato, smarrito, accudito possa essere arrestato una sera al parco con 20 grammi di hashish, portato in caserma e restituito cadavere una settimana dopo. È anche difficile sopportare in aula l'esultanza e il giubilo dei medici e degli infermieri assolti, perché comunque quel ragazzo stava male, è morto che pesava 37 chili e quando è entrato ne pesava venti di più. Sembra impossibile poter perdere 20 chili in sei giorni ma se non mangi e non bevi perché pretendi un legale che non ti danno, se hai un problema al cuore e vomiti per le botte forse succede, di fatto è successo e qualcuno deve aiutarti a restare in vita. Uno a caso, dei cento che sono passati davanti ai tuoi occhi in quei giorni e hanno richiuso la cella. È difficile per un padre leggere il comunicato di polizia Sap che con soddisfazione dice "se uno conduce una vita dissoluta ne paga le conseguenze senza che altri, medici o poliziotti, paghino per colpe non proprie". Perché, ricorda sommessamente Giovanni Cucchi, "ho rispetto per tutti, ma vorrei precisare che chi ha perso il figlio siamo noi". 

Delle immagini di ieri, sentenza di assoluzione, restano le grida di esultanza degli imputati le lacrime dei familiari e i volti chiusi dei magistrati tra cui molte donne, volti rigidi. Dicono, da palazzo di giustizia, che le prove fossero "scivolose", le perizie e le consulenze decine, tutte contraddittorie. Dev'essere stato difficile anche per i magistrati, è lecito e necessario supporre, prendere una decisione così. Ci si augura che sia stato un rovello terribile, una via per qualche ragione patita e obbligata. Perché altrimenti diventa difficilissimo per ciascuno di noi continuare ad esercitare con scrupolo e dovizia la strada impopolare e impervia, ma giusta, della responsabilità individuale e personale. Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto. 

Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. Bisogna essere sicuri che se sono io ad ammazzare di botte una persona inerme prendo l'ergastolo e che se lo fa un esponente dello Stato in nome del diritto prende l'ergastolo lo stesso. Perché altrimenti, se così non è, viene meno in un luogo remoto e profondissimo il senso del rispetto delle regole e le conseguenze non si possono neppure immaginare. Altrimenti vale la legge del più forte e non si sa domani in quale terra di nessuno ci potremmo svegliare, tutti e ciascuno di noi, in quale selva che ci conduce dove. Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.

Un normale antidolorifico è efficace contro la depressione

Una nuova meta-analisi pubblicata su JAMA Psychiatry svela che dei normali farmaci da banco antidolorifici e gli antinfiammatori possono essere d’utilità nel trattamento della depressione, specie se combinati con gli antidepressivi

 Un largo studio revisionale che ha coinvolto più di 6.000 pazienti suggerisce che dei normali antidolorifici da banco e altri farmaci antinfiammatori possono aiutare nel trattamento della depressione, facendo aumentare l’efficacia della cura, specie se assunti in combinazione con gli antidepressivi.
Ad aver scoperto che gli analgesici e farmaci antinfiammatori utilizzati contro i dolori muscolari e l’artrite possono avere un effetto benefico sui sintomi della depressione, sono stati i ricercatori della Aarhus University, in Danimarca, che hanno pubblicato i risultati di questa meta-analisi sulla rivista JAMA Psychiatry.
Qui, i ricercatori hanno valutato 14 studi internazionali, per un totale di 6.262 pazienti coinvolti che avevano o sofferto di depressione o presentavano singoli sintomi di depressione.

La revisione ha mostrato che vi sono forti motivazioni per supportare l’effetto del trattamento con i farmaci antinfiammatori.
«La meta-analisi supporta questa correlazione e inoltre dimostra che i farmaci antinfiammatori in associazione con antidepressivi possono avere un effetto sul trattamento della depressione – spiega Ole Köhler, primo autore – Quando combinati, offrono un risultato importante che, nel lungo termine, rafforza la possibilità di essere in grado di fornire al singolo paziente opzioni più personalizzate di trattamento».

La depressione è una malattia mentale sempre più diffusa. E anche l’età in cui si manifesta è sempre più bassa. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ritiene che la depressione sia uno dei primi cinque motivi per la perdita della qualità della vita e anche di anni di vita.
Se dunque è possibile trovare opzioni di trattamento più efficaci è un grande vantaggio per tutti coloro che ne soffrono.
Ma, nonostante i risultati promettenti di questa meta-analisi, i ricercatori avvertono che «tuttavia, questi effetti devono sempre essere valutati rispetto ai possibili effetti collaterali dei farmaci antinfiammatori. Abbiamo ancora bisogno di chiarire quali pazienti beneficeranno del farmaco e la relazione dose-dimensioni richieste».

Poiché diversi studi hanno suggerito come proprio un campione di sangue, che magari mostri la presenza di un’infiammazione sottostante, possa essere utilizzato come linea guida per un trattamento della depressione, i ricercatori ritengono che questo sia utile per i medici, che devono essere a conoscenza di una eventuale infiammazione.
«Il problema più grande con la depressione – sottolinea Köhler – è che non conosciamo le cause che scatenano la condizione nel singolo paziente. Alcuni studi suggeriscono che la scelta di un farmaco antidepressivo può essere guidata da un campione di sangue che misura se vi è una condizione infiammatoria nel corpo». Se così fosse, allora un trattamento combinato con farmaci antinfiammatori e antidepressivi potrebbe essere un metodo appropriato di trattamento.

Gli autori dello studio avvertono che non è possibile concludere sulla base della meta-analisi che uno stato infiammatorio possa essere l’unica spiegazione per la depressione.
«L’analisi dovrebbe essere vista come una pietra miliare significativa in un contesto di ricerca, e questo potrebbe essere un punto di riferimento su cui si dovranno concentrare i futuri progetti di ricerca e di trattamento», conclude Köhler.

La Stampa salute www.lastampa.it/2014/10/24/scienza/benessere/medicina/un-normale-antidolorifico-efficace-contro-la-depressione-XtLBucSzm8xkEoOPbhMfMJ/pagina.html

Come il porno online può rovinare la tua vita sessuale

Non ha più senso parlare di educazione sessuale. La vera istruzione che i nostri figli dovrebbero ricevere a scuola come in casa, è alla pornografia. Perché ormai il porno online è accessibile a tutti.

È questa la conclusione di un articolo pubblicato sull’Indipendentche indaga il rapporto che i giovani hanno col sesso. Un articolo che profila una situazione per certi versi coincidente con i dati del rapporto Steve sui nativi digitali e il sesso, pubblicati qualche tempo fa.

I nomi sono di fantasia, ma le storie tutte vere e dovrebbero far riflettere.
Chris, 24 anni, racconta di aver cominciato a guardare porno online a 13 anni e di essersi fissato col sesso anale. Quando ha insistito con la sua ex per provarlo nella realtà, non ha ottenuto ciò che si aspettava.
Una ragazza parla della sua scoperta del sesso condizionata dalla pornografia che l’aveva “educata” a proporsi agli uomini- spesso più vecchi di lei – come un oggetto.

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L’articolo parla anche della violenza come ingrediente ricorrente nella pornografia in rete e in grado di innescare un consumo ossessivo. La fantasia di chi guarda vuole alimentarsi di scene sempre più estreme. Quando poi si spegne il computer e bisogna adeguarsi a una situazione condivisa con il partner fisicamente ed emotivamente meno scontata di un video pornodove si può saltare (o skippare) da una scena all’altra in cerca del momento preferito, sorgono le difficoltà.

Certo, non tutta la pornografia online è violenta, ma un consumo eccessivo può portare a un rilascio di dopamina tale nel cervello, da causare un intorpidimento del piacere in altre situazioni, quando non si naviga online.
È questa la tesi di un neuroscienziato statunitense che nel suo sito, Yourbrainonporn.com raccoglie diverse testimonianze.

Se l’articolo dell’Indipendent inizia lanciando il grido d’allarme, conclude chiedendosi quanto sia veramente utile aggiungere filtri che frenino la navigazione a siti porno. Vietare qualcosa è sempre stato il modo migliore per mitizzarla e renderla desiderabile.
Forse è ora che papà e mamma spieghino ai loro figli che cos’è la pornografia (non necessariamente un male) e cosa il sesso (non necessariamente pornografia).

WIRED www.wired.it/internet/web/2014/10/29/porno-online-perche-fa-male/

Coltivazioni oppio e sicurezza in Afghanistan. La ritirata/disfatta dei britannici

Con la partenza dei soldati britannici, la Nato ha abbassato la guardia nel sud-ovest dell'Afghanistan dopo 13 anni di presenza con un bilancio molto esiguo, non essendo riusciti a sconfiggere i talebani e far smettere l'enorme traffico di droga.
Gli ultimi soldati britannici di stanza nella provincia di Helmand, una delle piu' violente e “talibanizzate” del Paese, hanno ufficialmente rimesso domenica 26 ottobre il controllo del sud-ovest del Paese alle forze afghane, preludio per il rimpatrio nei prossimi giorni nel loro Paese.
Per Londra, che ha stanziato fino a 9.000 soldati in Afghanistan, questo ritiro segna la fine di 13 anni di missione di guerra, fatale per 453 suoi soldati. Ma verranno conservati 500 militari essenzialmente per sostenere e spalleggiare l'esercito afghano a Kabul.
Le truppe britanniche hanno assunto dal 2006 il comando della missione Nato in Helmand, nel contempo feudo dei talebani e cuore della produzione di oppio che ha raggiunto un livello record in Afghanistan l'anno scorso, malgrado i miliardi di dollari investiti dai Paesi occidentali nella lotta antidroga.
La lotta contro l'oppio, materia prima per l'eroina e di cui l'Afghanistan e' da diverso tempo il primo produttore mondiale, e', con la messa in sicurezza del Paese, l'altra grande sconfitta dell'intervento occidentale cominciato nel 2001.
Gli agricoltori afghani hanno coltivato nel 2013 un nuovo record di 207.000 ettari di oppio, come fa sapere l'Onu, e malgrado i 7,6 miliardi di dollari versati dagli americani per eradicare questa succosa produzione, come ha recentemente fatto sapere l'ufficio dell'Ispettore americano per la ricostruzione dell'Afghanistan (Sigar).
La provincia di Helmand ha circa la meta' della produzione afghana di oppio, che, trasformato in eroina, prende la rotta dell'Europa e dell'Asia, essenzialmente via Pakistan e Iran.
Un recente rapporto della Rete degli analisti afghani (AAN), un centro di ricerca con base a Kabul, ha fatto un'analisi critica della missione della Nato nell'Helmand, sostenendo che essenzialmente abbia contribuito a rinforzare i talebani nel distretto di Sangin.
Nel 2010, il governatore fantasma di questo distretto, sotto l'autorita' parallela dei talebani, il mollah Abdul Qayyum, disgustato dagli abusi da parte degli insorti, ha preso in considerazione, secondo l'AAN di rimettere il proprio mandato in segno di protesta contro il governo di Kabul e la Nato.
Ma dopo diversi mesi di trattative dietro le quinte con i responsabili afghani e britannici, il mollah e il suo entourage sono stati bombardati in seguito ad un ordine degli americani, fatto che ha contribuito al deterioramento della sicurezza in questa regione remota.
Questi analisti hanno anche rimesso in causa il Programma di ricostruzione provinciale, il famoso PRT, che ha visto i militari stranieri impegnarsi in progetti di sviluppo, con la collaborazione di alcune ONG e con dei risultati che non hanno avuto una qualche regolarita', con l'obiettivo di accattivarsi “i cuori e gli spiriti”.
“Noi siamo fieri di cio' che ci lasciamo alle spalle, perche' gli afghani sono pronti a prendere le consegne”, ha dichiarato all'agenzia France Press (AFP) il generale di brigata Robert Thomson, il piu' alto in grado tra le forze britanniche in Afghanistan. “Gli afghani sono in primo piano da maggio del 2013 e lo fanno molto bene, ma restano ancora dei problemi in termini di sicurezza e di governance”.
Le forze britanniche hanno lasciato lunedi' pomeriggio la gigantesca base di Camp Bastion, dove hanno alloggiato piu' di 40.000 stranieri nel 2010-2011, quando c'e' stato il picco del numero di truppe della Nato in Afghanistan, lasciando una preziosa eredita' alle forze afghane che devono contrastare l'insurrezione dei talebani, che si e' rinvigorita nel corso dell'estate.
“C'e' sempre dell'insicurezza nel Helmand... i talebani e gli altri terroristi mettono tutto il loro impegno qui. Alcuni distretti erano una volta sotto il loro controllo e altri vi rimangono ancora”, dice il generale di divisione afgana Sayed Malok.
In loco, alcuni afghani sono critici sulla missione delle forze britanniche, che si erano gia' rotti i denti in Afghanistan nel XIX secolo. “I soldati britannici son stati sconfitti per una seconda volta. Essi lasciano l'Helmand nel momento in cui i talebani guadagnano terreno... Questa missione e' una disfatta per loro”, dice Mohammad Ismail, un agricoltore dell'Helmand.

(articolo di Mamoon Durrani e Emmanuel Parisse per l'agenzia France Press – AFP del 27/10/2014)
 

Dipendenze Sottili

Sì, bevo tanto Sarà troppo? 
L'aperitivo con gli amici, il bicchiere a cena, l'amaro come digestivo... E poi le occasioni per festeggiare, o al contrario per rilassarsi. Confessioni di una forte bevitrice sociale, che solo a se stessa confida un sospetto.

 Quanti bicchieri bisogna bere per avvicinarsi al rischio dell'alcolismo? I limiti massimi fissati dai medici sono due unità alcoliche al giorno per gli uomini e una per le donne: una volta passato questo confine non si è più bevitori normali ma si entra nella zona a rischio. La definizione tecnica di alcolismo infatti è malattia cronica recidivante, intesa come dipendenza.  

Significa che quando si smette di bere si sta male: i primi periodi di astinenza, dopo i quali si sente il bisogno di alcol, durano circa otto ore ma poi scendono progressivamente fino ad arrivare a mezz'ora circa. I sintomi sono sudori, vomito, cefalea, nausea e, nei casi più gravi, anche deliri allucinogeni. «Molte volte si comincia proprio con il famoso bicchiere di vino alla sera, per rilassarsi.  
Un altro comportamento da tenere d'occhio è l'abitudine di bere per attenuare l'ansia in momenti di forte stress», spiega Mauro Ceccanti, responsabile del Centro di riferimento alcologico della regione Lazio all'università della Sapienza. In Italia circa 1 persona su 4 (secondo i dati Istat 2013) consuma quotidianamente bevande alcoliche: il 51,6% beve vino, il 45,3% birra, il 39,9% superalcolici e liquori. L'Italia è anche uno dei paesi europei  
dove si inizia a bere prima: il primo bicchiere si beve a 11 anni, mentre la media Ue è di 14 anni.  
C'è il bicchiere di vino a cena, ogni sera. Ci sono gli aperitivi con le amiche, un paio di volte a settimana, con uno o due giri di cocktail. Ci sono i weekend ad alto tasso alcolico, perché come fai a uscire per vedere gli amici o andare a ballare e non bere neanche un bicchiere? Ci sono pure la grappa dopo le cene (per digerire) e i bicchieri di Martini che mi piace centellinare mentre scrivo, alla sera (per concentrarmi meglio). «Ma non ti sembra di esagerare?», mi ha chiesto il mio ragazzo una domenica di qualche mese fa, quando dopo una cena fuori con amici ho proposto a tutti di fermarci in un bar sulla via di casa per bere «un ultimo amaro». Non mi sembra, no. Gli ho spiegato che dalle mie parti, nel Nordest, è normale avere sempre una bottiglia di vino sul tavolo durante i pasti, e pure concludere pranzi e cene con un digestivo. Certo, ha ribattuto lui, ma dove li metti i tuoi mojito all'aperitivo con le amiche e i moscow mule in discoteca? Quelle di certo non sono tradizioni della tua regione.  
Lo hanno notato anche i miei genitori. Alle ultime feste comandate, tra vigilia, Natale e Santo Stefano, devo aver bevuto parecchio, dagli aperitivi di auguri al bar del paese al vino (un paio di bicchieri per ogni portata) fino ai liquori dei raduni famigliari. A un certo punto, dopo avermi riempito per l'ennesima volta il bicchiere vuoto, mi hanno chiesto: «Ma mica berrai così tanto anche a Milano, vero?». Il mio ragazzo mi ha dato una gomitata, io ho subito risposto che no, ovvio che no. E ho capito che forse avevo davvero qualcosa da nascondere.  
Così mi sono documentata. Ho scoperto che la quantità di alcol che bevo mi avvicina più agli alcolisti che ai bevitori normali. Il limite massimo, per le donne, è di una unità alcolica al giorno (due per gli uomini) ed equivale ad un bicchiere di un vino o a un goccio di whisky. Un limite che sforo, non tutti i giorni ma abbastanza spesso: in una settimana dovrei bere sette unità alcoliche per essere nella norma.  
Per esempio, prendiamo l'ultima settimana. Lunedì aperitivo con due mojito, martedì mercoledì e giovedì bicchiere di vino a cena più un amaro al martedì per mettermi a posto lo stomaco e un cognac al giovedì mentre scrivevo un articolo, venerdì cena fuori con due bicchieri di vino e birra al pub, sabato bicchiere di vino a cena e due cocktail in discoteca, domenica pizzeria con birra e limoncello di rito. Fanno più o meno 15 unità alcoliche in sette giorni: più del doppio del limite fissato dai medici. A dirla tutta supero anche, e di parecchio, i 6-7 litri di alcol puro che gli italiani bevono in media ogni anno.  
Al mio medico, durante il check annuale della mia salute, ho mentito. Da anni mi chiede se fumo e se bevo, e da anni rispondo no ad entrambe le domande: lui crede io faccia parte di quel 30% di donne italiane astemie secondo i dati Oms, non sa che invece rientro nel 22,7% di italiani che, dice l'Istat, consumano alcol quotidianamente. All'inizio mentivo perché mi sembrava di non bere molto, ora - da quando ho scoperto che in effetti sì, bevo - mento perché non ho il coraggio di ammetterlo. Anche perché, quando penso agli alcolisti, mi vengono in mente la scene di abbruttimento e degrado descritte da Emile Zola ne L'assommoir, non certo i miei aperitivi in locali alla moda.  
Non sono l'unica a pensarla in questo modo e conosco persone che si spingono oltre: il collega che il vino lo beve anche a pranzo, l'amica che ogni weekend ritorna a casa ubriaca. Nella chat di gruppo con le mie amiche più care su WhatsApp non è raro che compaia un "appello alcolico": a una di noi succede qualcosa che la mette di malumore, da uno screzio sul lavoro al litigio con il fidanzato, e la reazione immediata è proporre una bevuta di gruppo o una cena ad alto tasso alcolico per rilassarsi e pensare ad altro. Ma nessuna di noi ha sintomi di astinenza, che sono la vera spia dell'alcolismo: i primi a manifestarsi sono sudori, nausee, cefalee e ovviamente il bisogno di bere ogni circa otto ore dall'ultima bevuta. Io non provo nulla del genere e mi sento tranquilla. Però al mio medico, al mio ragazzo e ai miei genitori continuo a mentire.L'aperitivo con gli amici,  
il bicchiere a cena, l'amaro come digestivo... E poi le occasioni per festeggiare, o al contrario per rilassarsi. Confessioni di una forte bevitrice sociale, che solo a se  
stessa confida un sospetto.
di Anna Viola, D Repubblica

 

Così si coltiveranno le piante di cannabis per uso terapeutico

 Piante di cannabis al Centro di ricerca di Rovigo (foto R. Corcella)

Piante di cannabis al Centro di ricerca di Rovigo (foto R. Corcella)
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«Non può esserci nulla di amatoriale nel produrre derivati dalla canapa, non solo per un quadro legislativo, che comunque è un riferimento ineludibile, ma anche perché dietro c’è tutta una professionalità per realizzare qualcosa che alla fine possa essere di aiuto nella salute di certe patologie invece di essere un’incognita se gestita malamente». A spiegarlo è stato il professor Marcello Donatelli, direttore del Centro di ricerca per le colture industriali (CRA-CIN il più grande ente italiano di ricerca in agricoltura, controllato dal Ministero delle Politiche Agricole) durante l’ “open day” sulla cannabis terapeutica, organizzato di recente dalla sede distaccata di Rovigo del CRA-CIN. «Non sfruttare le capacità interne al Paese per sopperire alla richiesta di cannabis a livello medicale sarebbe autolesionismo», ha proseguito il direttore, sottolineando con orgoglio il ruolo di eccellenza di tutto l’ente. L’istituto di Rovigo, in particolare, non è solo l’unico in Italia in grado di produrre cannabis a uso medico in ambiente indoor, ma uno dei più quotati a livello internazionale nel campo della ricerca sulla canapa.

Fondato nel 1912 dall’agronomo Ottavio Munerati come “Regia Stazione sperimentale di bieticoltura”, l’istituto produce diverse varietà di cannabis medica a differenti contenuti di cannabinoidi (THC, CBD, CBG, THCV e CBDV), a fini di ricerca scientifica. Nel 2002 il direttore, Gianpaolo Grassi, ha voluto che la sede si specializzasse nella canapa. E adesso sarà proprio l’istituto di Rovigo a supportare e “istruire” gli specialisti dello Stabilimento chimico-militare farmaceutico di Firenze, nella coltivazione delle piante utilizzate per i medicinali a base di cannabis, oggetto dell’accordo di collaborazione siglato giovedì scorso tra ministeri della Salute e della Difesa per l’avvio della produzione nazionale di cannabis medicinale allo Stabilimento fiorentino. «Il CRA collaborerà con lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze (SCFM) - ha confermato il ministero delle Politiche Agricole -, fornendo il supporto logistico tecnico e operativo che si renderà necessario. Il criterio concordato di valutazione del luogo, oltre la professionalità e capacità operativa specifica, è stato quello della sicurezza, che lo SCFM può garantire». Sui circa 60 ettari di terreno coltivati a Rovigo, ondeggiano distese di piante provenienti da diverse parti del mondo, dalla Siberia alla Cina, dal Nepal fino al Sudafrica. Vengono studiate per migliorarne la varietà, soprattutto ad uso tessile.

 

 

Appena varcato il cancello di ingresso del Centro, su un rettangolo di 3mila metri quadrati recintato e controllato da telecamere di sicurezza svettano le piante del Progetto Europeo “Multi Hemp” che punta alla selezione di genotipi a basso contenuto di THC (tetraidrocannabinolo, la sostanza psicoattiva della canapa) per la produzione di fibra di qualità. Sì, perché la vocazione e la missione originaria dell’Istituto di Rovigo sono gelosamente custodite. «Siamo una Stazione di ricerca in agricoltura - ha ribadito all’“open day” il professor Donatelli -. Coltiviamo materiale vegetale adatto anche alla trasformazione in medicinali, ma non facciamo medicinali. La produzione di sostanze che hanno un contenuto psicotropo ha problemi di sicurezza molto particolari. Quindi un minimo di produzione a livello sperimentale può sicuramente essere gestita qui, poi però ci devono pensare istituzioni più attrezzate dal punto di vista della sicurezza, come lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze». Ai piani superiori dell’edificio del Centro ci sono i laboratori, dove vengono selezionate le varietà e analizzato il contenuto dei principi attivi. Alcune stanze ospitano le “scorte” di cannabis: quelle con molto THC (tetraidrocannabinolo, la sostanza psicoattiva), molto cannabidiolo o cannabigerolo, che sono i cugini minori del THC perché non psicotropi. Ma anche quelli senza THC, utili come placebo in determinati studi clinici (randomizzati, in cieco o in doppio cieco). L’intero complesso è sotto vigilanza e con allarmi.

All’interno ci sono regole severe da rispettare sui controlli e la sicurezza. Il materiale che può contenere sostanze stupefacenti viene tenuto in frigoriferi o in stanze con chiusura blindata, sotto protezione. Il cuore della produzione per uso farmaceutico è la “serra controllata”, all’interno di un capannone blindato. In un’atmosfera da fantascienza, sotto la luce giallognola delle lampade a 600 Watt che forniscono 25mila lux, le piantine selezionate all’origine vengono “allevate” in ambiente quasi sterile. «Qui non ci sono insetti, né possibilità di contaminazioni pericolose - dice Grassi - e non usiamo prodotti chimici per trattare le piante. Per arrivare ad avere anche la produzione di un vegetale che poi possa essere trasformato o destinato a farmaco bisogna seguire procedure specifiche e ottenere un materiale che sia caratterizzato da livelli elevati di salubrità e di assenza di contaminazione. La pianta deve produrre il massimo e il prodotto deve essere uniforme in qualunque stagione e con qualsiasi temperatura. Una delle caratteristiche ricercate dal prodotto farmaceutico è proprio la costanza e la standardizzazione del principio attivo». Questo per dare la massima garanzia al paziente e al medico, sia sull’origine che sull’efficacia del farmaco. Ma quanta sostanza si può ottenere? «In questa serra alleviamo mediamente 150 piante. Ogni pianta produce una quantità di fiori, che è la parte più ricca e di interesse, per circa 30 grammi, per cui diciamo circa 4,5 chili di materiale per ciclo. Con un lavoro intensivo, possiamo arrivare anche a quattro cicli l’anno».

Il percorso di produzione della canapa per uso medico, oltre ad essere normato dalla legge (la 309 del 1990), deve seguire altre regole ben precise. «La canapa medica - precisa Grassi - deve essere fatta esclusivamente con cloni, cioè materiali riprodotti geneticamente, non sono ammessi i semi. Le varietà devono essere registrate, ben definite, depositate presso Centri adatti a questo scopo che sono in Italia o in Europa». La produzione deve rispettare dall’inizio alla fine i canoni della “Good agricultural practice”, cioè tutta una serie di fasi ben definite e scritte. E bisogna porre molta attenzione a tutti i passaggi di lavorazione. «L’essicazione ad esempio - esemplifica il direttore dell’istituto di Rovigo -. Sembra una banalità, ma se viene eseguita male può causare la crescita di muffe. Dunque va fatta a bassa temperatura, con un’apparecchiatura particolare e al buio. Anche la conservazione è fondamentale per la stabilità dei principi attivi. La sterilità dovrebbe essere garantita con i raggi gamma, come accade oggi in altri laboratori all’estero. Occorre infatti considerare che queste sostanze potrebbero essere assunte da categorie di malati con un sistema immunitario indebolito». A Firenze si dovrà tenere conto di tutto questo. La produzione della materia prima e la sua trasformazione in medicinale in Italia consentirà di abbattere i costi dei farmaci a base di cannabis. E darà così maggiori possibilità di accedere alle cure ai malati che ne hanno bisogno.

www.corriere.it/salute/14_settembre_22/cosi-si-coltiveranno-piante-cannabis-uso-terapeutico-fdf499e0-423d-11e4-8cfb-eb1ef2f383c6.shtml

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