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Novità tutte le sostanze, Esperienza

Fumare Marijuana mi fa stare male

Fumo marijuana da circa 2 anni , all inizio quando fumavo , mi divertivo non pensavo ad altro che a divertirmi in compagnia dei miei amici , Ora invece apppena faccio qualche tiro di una canna la mia autostima mi cala in un modo assurdo... Da quanto ho letto alcuni dicono che ho una percezione della realta piu sviluppata.... è infatti ho fatto un test proprio su me stesso , dopo aver fumato ho provato a scrivere quello che stavo percependo , Secondo me la marijuana aiuta solo alcune persone a capire meglio come stanno le cose veramente per esempio quando sto lucido se qualcuno dice una cazzata o qualcosa rido faccio finta di dargli retta anche se me ne accorgo che sta mentendo o dice una cazzata  ,invece dopo aver fumato capisco che quella cosa non è vera oppure la persona sta mentendo....Piu faccio uso di cannabis piu me ne accorgo di come stanno realmente le cose nel contesto in cui mi trovo..... Forse sono io matto oppure quando fumo mi vengono le paranoie mentali e divento stupido ... Non lo so ... Oppure anche a qualcun altro succede quello che succede a me ? , perciò non divento matto quando fumo....         Perchè all' inizio ho scritto che la mia autostima cala radiclamente quando faccio uso di cannabis ? : perche mi vengono in mente cose passate che faccio da lucido e penso che siano delle cazzate assurde o che non hanno senso e che non adrebbero fatte oppure cose che alcune persone tipo amici o parenti mi dicono e capisco il vero significato di ciò che mi avevano detto ... Invece trovo che in altre persone quandu fumano la loro autostima si alza gradualmente e non hanno questi problemi ... forse questi ancora non sono arrivati al punto in cui mi trovo io ... oppure come ho detto prima sarò matto ... non lo so.   

10 gr di hashish!! Interrogativo?

Ciao, abbiamo spostato la tua domanda da questa area del sito dedicata alle notizie,  nella zona DOMANDE AGLI OPERATORI, dove nei prossimi giorni potrai leggere una risposta dei nostri operatori.

Grazie

La Redazione

Dopo 10 anni di eroina di cui 3 in vena e 8 di metadone ora basta!!!!!! Soluzione trovata !!!!

Mi chiamo Vincenzo ho 27 anni, iniziai prestissimo con il Cobret (Tipo Brown)ma 100 volte + forte venduto a napoli. Inevitabilmente sono arrivato a farmi in vena e per 3 anni ci ho dato dentro di brutto, anche 2 - 3 gr al giorno di Tailandese.A tutto ciò va aggiunto 8 anni di metadone con dosaggi del tipo 120 140 per poi scendere massimo a 80 dopo non riuscivo. Dopo 2 overdose in 4 giorni di cui una, mi è stata quasi fatale 6 (Narcan) x riprendermi gli ultimi 2 endovena me li hanno fatti. Questi episodi mi hanno fatto scattare un meccanismo di odio verso tutto ciò che mi sono creato ed ho creato alla mia famiglia.Cmq alla fine ho parlato con il medico del mio sert x trovare una soluzione e lui mi ha proposto il lavaggio dei reni e del fegato con le flebo da fare a casa con un infermiere. Sono stato attaccato alle flebo tramite un catete venoso centrale (Quasi sul cuore ) dato che le mie vene sono inesistenti purtroppo. Se devo esser sincero hanno funzionato benissimo e soprattutto non sono piu schiavo del metadone, sto prendendo l'antaxone x non indurre in tentazione ma di testa faccio ancora fatica anche se fisicamente sono rinato, ho finito da 15 gg  ed ancora dormo 3 ore a notte ma va bene tutto,nn mi spaventa un po di insonia dopo quello che ho passato. Chiedete nei sert di solito c'è uno dei medici che lo fa con un costo di 450 € per i farmaci piu un infermiere per una settimana.Per me sono state una cosa santa x me. ora non devo fare cazzate ovviamente sono iper suscettibile il desiderio è forte ma il pensiero di svegliarmi senza quel maledetto sciroppo mi da la forza di non pensare al resto. Credetemi

 

ansia assurda, fascicolazioni muscolari, tremori ovunque, lunaticità, ipocondria

ho 19 anni e ho fatto uso di cannabis per 3 anni...in un anno della mia vita molto di più visto che l'ho passato chiuso in casa a fumare 3-4 personal al giorno...già da piccolo ero molto ipocondriaco e ansioso..tutto questo sicuramente non ha fatto altro che aumentare il mio disagio...ho e sto vivendo un incubo..ho temuto di prendere duemila malattie come diabete tumori ec.....ultimamente la sla!! ora non fumo più da qualke giorno ma anche quando non mi capitava di fumare per qualche settimana questi sintomi descritti nel titolo non scomparivano...sono sicuro che tutto questo sia causato dal fumo che alimenta questi malesseri...in più mi porto conflitti interni da un bel pò di tempo che quando fumavo mi tornavano alla mente facendomi sfogare in pianti e crisi depressive, non riesco a studiare mi stanco facilmente..tremo sempre anche nei momenti in cui mi sento calmo e soffro di tachicardia ma non regolarmennte..in più ho queste fascicolazioni ovvero una sorta di palpitazione muscolare che va e viene in tutte le parti del corpo (gambe, polpacci, faccia, schiena, pancia, piedi..qualunque)..parlando con una psicologa e descrivendo il mio problema mi è stato detto che la mia è solo uno stato d'ansia, dovuto anche e soprattutt alle canne che si somatizza a causa della mia ipocondria facendo sfociare tutti questi sintomi..quando mi capita però di avere la testa libera, quei pochi momenti non sento sintomi e sto bene..quando ci penso invece, e pen so e mi convinco di stare male mi distruggo da solo..non faccio altro che girare sul net per cercare i sintomi e la malattia per ricollegarli..la cosa mi crea vergogna e timidezza...sottolineo che non ho mai avuto attacchi di panico...ma solo quei sintomi che ho descritto..e altri tipici dell'ansia secondo la dottoressa..in più ho una vita splendida dei genitori che mi amano nonostante il male che ho fatto a loro e una ragazza che darebbe la vita per me ..in più io dentro sento una voglia di rifarmi pazzesca anche se queste mie paure e ipocondrie di stare male mi bloccano e mi feriscono..sono sempre in un continuo stato di tensione muscolare, stati d'ansia, fascicolazioni e contrazioni..ripeto ke non ho problemi di natura sociale anzi mi inserisco bene in ogni contesto pur portando con me le mie paure e le mie ansie che non vogliono mollarmi..non ho una situazione familiare fantastica in quanto molta della mia ansia è ereditata solo ke temo di aver peggiorato il tutto...però ripeto non ho alcun tipo di problema tranne questi fisici causati secondo il medico dall'ansia ECCESSIVA!! Non voglio prendere medicine e schifezze varie vista la mia giovane età e la mia mancanza di problemi REALI..solo PARANOIE E CASTELLI in aria..che mi causano comunque malessere anche se in fondo so che non è niente di così grave forse..ad ogni modo cerco solo rassicurazioni reali no gente che mi faccia pesare il tutto...grazie mille in anticipo

restituzione patente art.186 nell attesa di rifare quella nuova

Salve, volevo scrivere questo articolo per chi risiede a Ostia Lido (prov di Roma).

Se vi è stata sopsesa la patente per guida in stato di ebbrezza gia lo saprete ma dovrete sottoporvi agli esami della commissione medica locale ( in questo caso a Roma piu precisamente a via lungotevere della vittoria 3, almeno io sn andato li), la quale vi indichera tre sedi pubbliche dove dovrete prenotare i prelievi del sangue e delle urine (1 del sangue e 3 delle urine a cadenza settimanale) entro 7 giorni dal momento in cui la CML vi rilascerà il foglio con tutti i dettagli. Ma attenzione! per coloro che sono in prima fascia (perche per l art.186 esistono 3 fasce del medesimo reato, la prima che va dal grado alcolico di 0.5 a 0.8, la seconda va da 0.8 a 1.5 e infine la terza che va da 1.5 in poi) hanno la possibilità di andare al comando di polizia (dove dovrebbe essere stata spedita la vostra patente) il giorno in cui vi scade la sospensione della patente (tale data è riportata nella lettera della prefettura che vi dovrebbe essere stata spedita a casa per posta) e andare ritirarla. Cio non significa che state apposto, perche comunque dovrete passare con successo gli esami a cui vi siete sottoposti e naturalmente anche alla visita psichiatrica che potrete sostenere presso qualsiasi struttura purchè sia pubblica e accertata (io personalmente l'ho svolta al G.B Grassi usl D a Ostia). Quindi se siete in prima fascia avrete la possibilita di tornare a guidare nell attesa che avrete le risposte degli esami le quali vengono inviate direttamente alla CML dove vi siete recati per poi andare in motorizzazione a richiedere la nuova patente Speciale.

Spero di essere stato utile a qualcuno con questo articolo. Tutto cio che ho scritto è successo a me personalmente e non e stato ripreso da storie sentite.

Ultimo consiglio se siete in prima fascia, fate ricorso al giudice di pace io ho sbagliato e non l'ho fatto ma mi e stato detto che se l avessi fatto avrei avuto buone possibilita che il giudice lo avrebbe accolto dato che sono incensurato e non ho sui carichi pendenti alcun reato ed era la prima volta che infrangevo l'art.186.

SOSPENSIONE PATENTE PER ALCOL

 

Caro lettore, abbiamo spostato la tua richiesta da questa zona del sito che è dedicata alle notizie, all'area DOMANDE AGLI OPERATORI dove nei prossimi giorni potrai leggere anche la nostra risposta.

Grazie,

La Redazione

Problemi con la marijuana

Salve ho 17 anni e fumo le canne da circa 1 anno e mezzo , da piu di 4-5 mesi ho diminuito la quantità visto che ho  iniziato ad avere dei gravi probblemi....Ora vi spiego comè andata.. Allora all'inizio mi divertivo in compagnia dei miei amici scherzavo ridevo me la sballvo , anzi alcune volte parlavo molto di piu dopo aver fumato che quando stavo lucido anche perche sono un ragazzo timido, insomma era bello e mi divertivo fumare in compagnia. Da circa 5 mesi ho notato che fumando l'effeto è cambiato radicalmente ora quando fumo divento triste mi vengono dei pensieri molto tristi in testa e non riesco a stare calmo ... tremo  ,il sangue mi diventa gelido , non riesco a ridere/scherzare per davvero (alcune volte faccio finta) con gli altri , non riesco a socializzare .... Insomma sn in un brutto guaio... Alcune volte dopo aver fumato il giorno dopo sto sconvolto oppure molto triste... alcuni amici mi prendono in giro oppure mi dicono che ho una faccia strana.. (anche loro fumano ) Ho provato a smettere per circa 2 settimane(Non fumando sto  molto meglio però siccome ho amici che sono tutti dei fattoni d'erba dovrei distaccarmi da loro e smettere di fumare  ) dopo circa 2 settimane  ho riiniziato a fumare però dopo appena 5 - 6 tiri mi è salita sempre nello stesso modo...pensieri negativi ... non riuscivo a essere vero nelle battute degli altri mi sembrava tutto noioso e negativo. Vi prego aiutatemi ,  Grazie (se potete darmi un indirizzo per parlare meglio della cosa mi farebbe piacere , non sono riuscito a descrivere tutto cio che volevo , ci sono anche altre cose).

ricordo di mia madre

mi domando se questo peso che mi trascino dietro ormai da 18 anni diventerà mai facile da portare...mia madre non esiste piu ed al suo posto c'è una schifosa bugiarda che respira a fatica e con la bocca sempre impastata.18 anni di bugie di uomini di merda in giro per casa, di cose che spariscono...18 anni di promesse al vento di xanax per dormire e whisky nel frigo. 18 anni di banconote arrotolate dimenticate dappertutto, di figure di merda in giro per il paese, di delusioni litigi riappacificazioni, promesse e speranze...e di nuovo bugie. ho 33 anni e da quando ero una ragazzina questa è mia madre. Ora anchio sono madre, di una bambina alla quale donerei la mia vita....e mi chiedo perchè mia madre non ami me in questo modo...mi chiedo perchè mia figlia non possa avere sua nonna invece di quella donna orribile che continua a deluderci, mentirci, approffitarsi del nostro amore. voglio essere una buona madre, ma non  so da dove iniziare...ho una gran rabbia nell'anima e non riesco a venirne fuori. amo mio marito ma non so dirglielo ed amo mia figlia ma ho paura di lei. vorrei odiare mia madre, vorrei cancellarla ed invece continuo ad aspettare che chiami, che bussi alla porta....toc toc...chi è? sono mamma.....dio quanto mi sei mancata....questo immagino...

 

 

 

 

 

ex dipendente da droghe varie

allora io ho provato tutto ,ho 49 anni,e da 10 giorni non assumo piu nulla .unicha cosa che si puo fare ter uscire da qwesto inferno e tanta ma tanta volonta e qwalcuno che ti voglia veramente bene.adesso mi faccio qwalche canna ogni tanto e sono felice di essere usciti da qwesto inferno in terra.ciao e in bocca al lupo.

la mia prima volta e ultima

dopo 5 lunghi anni di attesa ho finalmente provato l'ecstasy, testata ad amsterdam e non conteneva altro che mdma e polvere per pillola no speed no coca

era un'esperienza che desideravo fare con il mio compagno che gia' ne aveva ,anche se mi faceva paura solo il pensiero, paura e eccitazione insieme perche' mi hanno bombardato fin da piccola di racconti stupidi su cosa succede se te ne prendi anche una sola..a dire il vero pero' conosco una persona che ci e' morta..ma dopo averne fatto un abuso ..10 in una notte.

l'ho cercata dappertutto ed e' arrivato il momento, l'ho presa dopo 2ore che volevo farlo e mi facevo sotto, tremavo e nn sapevo se avrei fatto la cosa giusta (assurdo che poi l'abbia fatto ugualmente)  insomma, la mia reazione era esagerata, data l'ignoranza di quando uno nn ha l'esperienza e fa qualcosa che non e' considerata "normale, o di tutti i giorni", eppure le droghe le ho provate quasi tutte..

proprio in questo periodo sono trnata a soffrire di ansia e attacchi di panico, ma la volevo. insomma dopo quasi 2 ore di tremore e ansia le porte della mia coscienza si spalancano, erano chiuse a chiave, ma la serotonina ha spalancato la porta rompendola..

proprio nel momento in cui il mio compagno mi ha detto che era salita, i start to rolling, si,mi si sono aperte le porte del paradiso, l'esperienza sensoriale piu' forte, profonda e oltre il limite che si possa provare; l'intesa e la perfezione di tutto cio' che ti circonda e' al massimo; i suoni, le luci, il toccare e accarezzare qualunque cosa ti da un piacere diverso; con l'mdma tu ti liberi dello strato piu' superficiale della tua pelle e vivi si sensazioni ineguagliabili

il feeling con il tuo partner e'alle stelle e stare insieme e toccarsi va oltre l'orgasmo, e' diverso, appagante, ci si puo' guardare dentro, scambiarsi tutto, tutto cio' che si osserva insieme ha lo stesso significato per entrambi, e' come se tu sogni qualcosa ed io posso entrare nel tuo sogno e giocare con te..la vita appare immensa e meravigliosa, niente disturba e nulla e' piu' bello

a parte quando finisce l'effetto, o cominci a sentire che sta scemando, e allora ne vuoi ancora, 

qui finisce il sogno per me, vado a letto senza riuscire a dormire, mi sveglio solo dopo 2ore di sonno e l'incubo inizia..ho creduto di morire ben 3volte e ho salutato il mio c

sono svenuta ed era come se il cervello mi si spegnesse; attacchi di panico a non finire, ansia, mancanza di respito e nausea forte; dolori a schiena testa mi scoppiava e battito caridaco a mille per 2 giorni

paura allo stato puro, in un supermercato comincio a guardarmi intorno mi si offusca la vista e sto per cadere a terra, comincio a gridare con.. e divento paranoica

ora, ad una settimana da questa esperienza, mi sento un po meglio; la testa ancora mi scoppia, ho come degli aghi dentro, ancora mal di schiena e ansia, pero' grazie a DIo non e' come all'inizio

paradiso e inferno,..ne vale la pena? dopo aver sperimentato, io chiudo qui

 

Consorzi umani a perdere

 

State attenti: la nave è in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.

Dal blog NOTTI NOTTURNE - scritto da Matteo Tassinari

 

         Soren Kierkegaard, filosofo, da “Stadi sul cammino della vita”

 

 

Sempre relativo al libro, capitolo ottavo...

Consorzi umani a perdere

 

Lo chiamavamo il viale di Faenza perché era una grossa arteria centrale con numerosi bar e negozi ai lati che fende, tutt’ora, netta la città. Il viale di Faenza, assieme ai porticati della basilica di San Francesco di Ravenna (altro luogo deputato allo spaccio di cose impure), erano spazi che più si addiceva ai volti lascivi e trasandati dei suoi ospiti. Per come lo ricordo, struttura, conformazione, portici, fontane da dove attingere l’acqua per farsi, panchine in ferro battuto e scomodissime dove sfumare e vanificare ore e ore di obnubilata esaltazione o deperimento artificiale dei sensi, bar frequentati da delinquenti divorati dentro dal gioco d’azzardo con la pistola in macchina e il colpo in canna, biscazzieri e protettori, alberi e praticello dove nascondersi per comprare e/o vendere poltiglia tailandese, rappresentava il luogo di quegli anni e, nella sua dimensione generale, composta da esseri umani e architetture urbanistiche, incarnava l’essenza di tutto il nostro disfacimento esteriore e spirituale. Il viale era il sito cittadino dove avevamo scelto di abbandonarci e cercare un’esistenza diversa che non fosse altro che la nostra personale e collettiva solitudine autodistruttiva. Il fatto è che noi non sapevamo nulla di questo processo di annientamento che avevamo intrapreso in tutte le sue modalità e aberrazioni possibili. Per questo, a cavallo degli anni ‘70-’80, prese vita un consorzio umano a perdere in un viale anonimo, chiuso a tutto il mondo, plumbeo e sommerso nello smog e nei reticolati di fili elettrici che ci passavano sopra alla testa. Troppo ingabbiati, esasperatamente intrappolati alle nostre funzioni, il tempo passava con la stessa cadenza che dava al nostro vivere ogni volta che la morte chiedeva il conto ad un'amica. Iniziamo la lista più triste della mia vita con Merdina (morto di Aids). Un tossico che dalla furia di evadere il destino di morire si era fatto abbracciare molto presto dai tentacoli di Medusa. Considerato da tutti noi una sorta di veterano, in quanto nella tanto favoleggiata Amsterdam, Merdina, era di casa e questo bastava ad accreditargli di diritto il nostro rispetto di pischelli che, oltre a Ravenna, Bologna e la “generosa” Verona, non eravamo stati capaci di sconfinare. Rappresentava un totem. Una sintesi perfetta dell’incomprensione totale col mondo pur vivendoci fin nei suoi spazi famigerati e irrisolvibili. Eleonora (morta, non so come) aveva le braccia più massacrate che abbia mai visto. Un calvario di piste punzecchiato da aghi sempre irti e spuntati per il troppo uso e consumo. Sandro, soprannominato Pinco (morto di Cirrosi) era carico di metadone. Daniele (Aids) in balìa della feccia del pianeta a forza di prenderlo nel culo e in bocca per comprarsi la polvere, era alla ricerca di un limone per prepararsi all’arrivo del ‘tipo’. Vladimiro (non so dove sia ora) strafatto e con la bocca semiaperta e gli occhi chiusi steso su una panchina in ferro. Erio (Aids) con un rivolo di sangue che perdeva fisso dal callo che si era formato sul braccio destro. Manuela (Aids) boccheggiava qualche sorsata d’acqua alla fontana da dove con le siringhe attingevamo l’h2o per poter vivere l’ennesimo inganno. Radicchio (morto non so di cosa, anche se non ci vuole la fantasia di Balzac per immaginarlo) in completa astinenza a chiedere in giro per Faenza qualche spicciolo per raggiungere lo scopo di tutti. Gabriele (Aids) già bollito dal mattino, era alle prese con due ragazzotti alle prime armi, belli belli per fargli un pacco, cioè vendergli del muro grattato per eroina. Il Lupo (di cui ho perso traccia) che parlava da solo o per meglio scrivere, discettava con la sua pazzia da acido Lisergico schizzato via nel mondo di Pippo a causa di una fatale e micidiale Micropunta berlinese. Stefania (si è disintossicata e ora sta bene) appena reduce da una pera colossale con il volto incredulo a tutta quella gratificazione chimica. Roberto (morto di Cirrosi), immerso in una nuova epifania dell’orrore perché aveva racimolato, non so come, più di tre grammi di roba. Eugenio (ucciso da un tossico con più di dieci coltellate) arrivava con la sua Lambretta, pronto anche lui come tutti a comprarsi la quantità sufficiente per sbattere la scimmia quotidiana affinché rimanesse delle dimensioni di Cita e non prendesse quelle di King Kong. Barbara (morta non so di cosa, ma vale la stessa osservazione fatta per Radicchio poco sopra) bella come poche, spulciava nella borsa, tirando fuori da essa del materiale strano che non si addiceva ad una ragazza di diciassette anni. Pippi (anche di lui ho perso traccia) aveva appena affogato la sua timidezza siderale (il tossico più timido e dolce del mondo) in un liquido dal colore marrone. Vanni (mentre scrivo mi dicono che è stato terminale-Aids, ma adesso si è ripreso) dal ciuffo biondo e libero, lanciato come una freccia in quella dimensione oppressiva e vuota di colore e forma dei barbiturici. Spumino (di cui non so nulla) lo si vedeva arrivare in lontananza e ciondolare un po’ qua e un po’ la, sbattendo il muso contro numerosi lampioni. Jackie (morto di Aids) era in uno stato pietoso di astinenza: occhi come due orbite spaziali protesi verso l’esterno, un sudore da congela nonostante fosse estate piena, dita vibranti come le mani di un malato di Parkinson, pieghe che rendevano il volto uno straccio stropicciato e uno sguardo intriso di disperazione. La gente passava di lì, gettava qualche curiosa occhiata per scrutare cosa facessero quegli strani ragazzi. Era l’inizio degli anni ottanta e i tossici d’allora, molto più appariscenti di quelli di oggi, stavano lì in quella gabbia di vetro senza confini alla mercé degli sguardi altrui. Denti marci, deliri pesanti, braccia tumefatte a forza di spingere con l’ago, calli color giallastro sulle vene per formare una sorta di fessura-flebo permanente sempre aperta e pronta per l’uso, stitichezze di settimane a causa del limone per sciogliere caccoli di brown sugar, emicranie alla testa e febbri fino a 40 gradi a causa dei tagli che gli spacciatori usavano per aumentare le quantità d’eroina. Un esempio di gioventù che non voleva essere quello che praticava, una generazione di sconfitti senza aver mai gareggiato. Sconfitti nei sentimenti e nella tenacia di architettare qualcosa di valido, capaci solo di alzarsi dal letto con il pensiero fisso di racimolare qualche decina di migliaia di lire per affondare ulteriormente nella fanghiglia dove ognuno di noi si ritrovava. Un carosello di volti macchiati e rughe che disegnavano le nostre facce bizzarre e destini beffardi, quando non erano crudeli. Nella sua innocente rabbia, il Lando, (morto, si dice di Aids e temo che sia vero) era uno dei figli più rappresentativi di questa parte mondo oggi scomparso e deviato. Una sera ci sconvolse fino al panico a tutto tondo, al sottoscritto e William Cippolletti, quest’ultimo un mezzo gangster gentiluomo dalla chioma bionda e lunga, età avanzata, un certo giro di amici importanti legati al mondo dello spettacolo e tante cazzate varie, molte delle quali lo stesso Cippolletti pompava a dismisura, quando non erano inventate del tutto. Eravamo nel viale di Faenza, quando l’orologio del centro suonava le otto di sera, aspettando tutti la stessa cosa. Il tipo con la roba ci lascia a cuocere in una sfibrante attesa. Quelle sono state le attese più interminabili che mi siano mai successe di vivere (a confronto, stare sotto il sole per due ore e mezzo sull’autostrada in agosto con una sete da arsura e senza alcun liquido in cui affogarsi, era un’attesa da invidiare). Una fauna umana semplicemente senza bussola. Una mandria di tossicomani sempre più mangiucchiati dagli innumerevoli down, secondo dopo secondo, istante dopo istante, singhiozzo dopo singhiozzo. Fisici secchi e logorati, attraversati da brividi, ossa rotte e l’armamentario sempre pronto in qualche tasca di giacconi pesanti, perché i tossici, si sa, hanno sempre freddo. L’armamentario era composto da spade quasi sempre usate e da più persone, un coccio di barattolo di cola o un tubetto di Saridon dove poter sciogliere la dose di calma piatta e partire per un viaggio di pace della durata di qualche ora per ripiombare poi in una dimensione che con la sfera dell’umano ha poco da spartire. C’erano anche gli sprovveduti, i più, a cui si doveva prestare tutto questo genere di cose. Roberta aveva appena finito di scopare con un muratore, una marchetta: “Ogni tanto ci vado - raccontava -. Lo conosco bene ed è gentile, anzi timido e so in quale cantiere lavora. Scopiamo sul posto. C’è da guadagnare parecchio lì” dice rivolgendosi a Paola con un volume di voce che l’avrebbe sentita chiunque fosse stato a pochi metri di distanza da lei. “Adesso poi - riprende - si sono aggiunti altri suoi due amici che hanno portato un materasso, così abbiamo anche un posto dove stenderci. Oggi me li sono scopati tutti e tre per cento mila lire”. Paola parlava con molta naturalezza di quanto combinava con i muratori, talvolta anche cinquantenni. Ma tutti i discorsi che stavamo facendo, improvvisamente saltarono e le occhiate cambiarono direzione quando con l’arrivo del pusher scattò un’agitazione mista ad eccitazione generale. “Ecco, ecco... Marco! Vai, è arrivato... C’è Marco... c’è Marco, c’è Marco”. “Ma dov’è?”. “La, in fondo, sta arrivando con Loretta”, “Dove? Dov’è?”. Un’insana inquietudine aveva acceso i motori delle nostre anime. Pareva fosse arrivato il messia e non penso sia errato riflettere che l’eroina, per la psiche deturpata di un tossicodipendente, abbia significati e valenze anche spirituali. “Allora Marco... tutto a posto? Ce n’è per tutti?” si fa avanti uno di noi. Marco fa un cenno con la testa invitandoci a seguirlo. Lui, su una vecchia Ami 8 rossa con la sua ragazza davanti a far strada a tutti noi. Una carovana di disperati in fila sulla via Emilia diretti verso la campagna per trovare un posto tranquillo dove poter contrattare. In macchina con me e Cippolletti sale il Lando, senza neppure che ce ne rendessimo conto. E’ la fine e non lo sapevamo. Il Lando esordisce nel suo stile: “Cazzo, non c’ho una lira e sono in down. Che ne dite se gli porto via la roba a quello là? Ci state? Facciamo a metà dopo? Me lo mangio quello lì. E’ un pischello da ridere. Lo so... lo so!!! Lo conosco, sono stato in galera con lui e quando volevo mi faceva sempre il té. Ed era il suo”. Ammesso - e concesso - che quello di rubare la roba ai pusher di turno fosse uno degli sport più praticati nel pianeta dei tossicomani, bisogna far presente, tuttavia, che a quel punto avremmo dovuto non tanto temere solo lo spacciatore, bensì i tossici in branco e in braccio ad un esercito di scimmie in attesa di comprare da Marco il proprio desiderio di sollievo. Fu allora, mentre Marco stava rovistando il suo sacchettino per dispensare grammi a destra e a sinistra che il Lando, strafatto di psicofarmaci e barbiturici e bevuto di Neuroni, tirò fuori un coltello mai visto. Una lama lunga quanto non s’era vista neanche nei film tipo “Lo squalo” di Spilbierg. Davvero, mai visto un “ferro” del genere. Incredibile per le sue fattezze. Aveva l’aspetto di quelli che vengono usati durante le pesche subacquee di profondità, dalle parti dei Caraibi. Da una parte oltre trenta centimetri di lunghezza, la lama alta tre dita, la punta smussata in modo da scannare anche uno Gnù africano e sul dorso aveva la classica dentatura per strappare i brandelli di carne che gli capitavano nello squarcio. Un “ferro” luccicante come la pazzia del suo proprietario. Panico nelle vene. Sudore nel sangue. Io e Cippolletti, oltre che sentire i primi vagiti di una nuova astinenza, cercammo in tutti i modi di dissuadere il Lando dai suoi intenti, anche se sembrava che non ci sentisse neppure, tale era il livello di ebollizione nelle sue meningi: “Adesso io scendo - ci riferisce il Lando biascicando ogni lettera che usciva a fatica da una bocca dalle labbra tutte screpolate e rattoppate -. Voi mi aspettate là, verso quel casolare abbandonato. Poi io gli punto il coltello sotto la gola e mi faccio dare tutta la roba che ha addosso. Corro forte quando mi ci metto, non mi prenderà nessuno”. “Ma cosa cazzo dici!!! Cazzo stai dicendo? Ti sei definitivamente alleggerito del cervello? Non vedi la gente che sta male e sta aspettando come noi? Li avresti tutti contro, diventerebbe un gioco al massacro. Un’Apocalypse Now senza precedenti e devastante. Stanno tutti male e certuni più di te. Se gli porti via la roba poi ce li hai tutti contro. Lando, lascia stare, non fare cazzate e lascia perdere e soprattutto metti via quel coltello. Ti daremo uno schizzo della nostra. E’ buona la roba di Marco, anche con un quartino riuscirai a sentirla bene” cercò di convincerlo Cippolletti argomentando l’impossibile. Quando un tossico in preda all’astinenza e la testa persa in un ragionamento tutto suo decide di compiere un’azione, logica o illogica non fa differenza, fino a quando non l’ha portata a termine non c’è verso di dissuaderlo dai suoi malsani intenti. Infatti il Lando non ne voleva sapere e mentre stava per aprire lo sportello per scendere e rapinare il pusher, sempre William, non so con quale coraggio gli urlò: “Lando, noi una pera te la offriamo, non so cosa potremmo fare di più e tu capisci quello che dico, anche se adesso sei cotto come poche altre volte. Quello che ti voglio dire, Lando del cazzo, fai quel cazzo che vuoi però a noi lasciaci fuori dalle tue rapine, dalle tue storie, dalle tue seghe schizofreniche. Lasciaci perdere!!! Okay!!! Non coinvolgerci in queste storiaccia di merda!!! Io voglio vivere ancora un altro po’ se mi è permesso e se non ti dispiace”. Poi tirò violentemente il Lando dentro la macchina. Io, seduto sul sedile posteriore, ero terrorizzato dalla paranoia che se la prendesse con Cippolletti. Intanto Marco, il pushers, vendeva tranquillo l’eroina, ignaro del pericolo che stava correndo. Con quel coltellaccio impugnato nella mano sinistra, due occhi rossi come imbevuti nel cloroformio, una rabbia in corpo da far esplodere un’intera città, il Lando iniziò a piangere. Intervenni anch’io. “Ascolta un pò... Adesso scendo io, compro un pezzo e ci facciamo tutti e tre gli stessi c.c. d’insulina. Non sarà un perone, però basterà per calmarci un po’”. Fece cenno con la testa che ci stava, mentre piangeva con le lacrime di un bambino. Io e Cippolletti ci guardammo negli occhi come se una prima pera ce la fossimo già fatta. Scesi dalla vettura lasciando William in compagnia del Lando, davvero furioso, affinché controllasse ogni sua mossa. “Ora metti via quel ferro” gli dico mentre mi avvio verso il pusher per fare la spesa. Tornai dopo l’acquisto, avvenuto in mezzo a un campo nascosto da una serie di alberi, che il Lando piangeva ancora. Niente di trascendentale, per carità. Però, ancora ad una notevole distanza di tempo (poco più di ventiquattro anni circa) da quell’episodio e da quel pianto, io non so come interpretare quell’angoscia. Certo, sarebbe molto più facile e sbrigativo liquidarlo come un pianto dovuto ad uno stato confusionale, ad un miscuglio di sostanze portentoso, vicino allo shock anafilattico. In realtà credo che in quelle lacrime navigasse una bufera di vento che sommergeva anche il vaso di Pandora, pronto non ad aprirsi, ma a scoppiare, dilaniarsi e spargere tutti i tormenti di un giovane che aveva congelato la propria esistenza e l’aveva messa sotto formalina. Sul Lando l’imperfezione aveva vinto e lui pareva non facesse più resistenze all’imperfezione. Tornammo sul viale della cancellazione, tutti e tre cotti. Quel viale tornava ad essere, ciclicamente, il ritrovo di strani mostri. Un punto di confine tra l’ingloriosa umanità degli esseri umani e la nostra indifferenza verso tutto ciò che ci ruotava attorno. Gli sguardi, dopo la pera collettiva, erano ancora più ebeti e fissavano più intensamente il nulla, nostro unico panorama. Ognuno, nel nulla, aveva trovato conforto, aveva staccato la luce per un po’, il tempo di non pensare a niente per qualche oretta. Volti chinati a osservare ossessioni che li rendevano tanto liberi quanto lontani dal mondo e da se stessi. Era la fase post-pera quotidiana, quando, chi più chi meno, aveva in circolo nel corpo una quantità di sostanze agognate fino a poco prima. Solitamente, tutto ciò, avveniva intorno alle cinque del pomeriggio, ci si arrendeva su quelle panchine e si passava quattro o cinque ore in attesa di pischelli da bidonare o, se volete, fargli un pacco portandogli via quel pochissimo che avevano. Si procedeva per inerzia, come se il vivere fosse un dovere o un automatismo e il nostro corpo rivelava la sua esistenza solo grazie all’ombra che lo seguiva. Eravamo tutti presi da una pazza sete di consumarsi, pronti a rovinarsi gli affetti per uno schizzo di roba, depredare tutto ciò che ci era stato donato, giocarsi la reputazione e la fiducia di tutti, isolarsi fino all’autismo, disimparare ciò che di giusto avevamo capito. Allora il pallore spento della vita non vissuta lo vedi in faccia, gli conti le rughe e sprofondi, senza saperlo, nel suo territorio. Perché la metastasi si è già allargata. Eppure, nonostante ciò non eravamo in colpa, mi sembra di poter dire oggi. La colpa sottende la consapevolezza di cui, come ho già scritto, il tossico ne è quasi sfornito. Nella sua abissale solitudine non si accorge del nulla che lo accerchia, che lo attanaglia e frantuma ogni sua opera, non solo propria, ma anche quelle dell’uomo nella storia. Nulla ha più senso, ne dentro ne fuori di se.

Ogni persona vale più di ogni suo errore

NOTTI NOTTURNE                                                                                                    

I calli di Benedetta

 

 "I calli di Benedetta", mia amica ora morta di aids, è parte del mio libro che dovrebbe uscire a breve. Vi seguo da un pò e ho visto questo spazio che utilizzerò condividendo quanto è capitato a me nel 1982. Saluti, Matteo.   I calli di Benedetta Non so che anno fosse, quando un giorno accadde un fatto che oggi ricordo ancora e con buona memoria e vivido ricordo, e non perché fosse più truculento di altri, ma perché era gelido come il vento della Siberia. E anche se sono passati tanti anni, lo scriverò al presente, cercando di non tradire le sensazioni, i brividi, le occhiate furtive di quel giorno privo di compassione e vissuto con una mia amica, molto speciale, una donna che sapeva leggere il linguaggio del non detto per pura incapacità. Emergendo dagli abissi come un cadavere gonfio di un annegato di droga, Benedetta è alle prese con i suoi fiumi che fluttuano plasma corporeo. E’ in una rovinosa e disperata ricerca di uno straccio di vena. Le braccia di Benedetta, molto più grande d’età di me, sono un cimitero di cicatrici: tagli, fori, orecchini, piercing, calli, buchi, tentati suicidi, tatuaggi. Febbricitante s’infila la spada e comincia il rituale ululato, poi il risucchio per vedere se l’ago aveva centrato la vena oppure no. Benedetta sta da far schifo, un’astinenza pronta ad esplodere in gabbia, per di più suda e trema dal dolore. E’ seduta su di una sedia in cucina. Assisto in silenzio, strafatto per conto mio e steso sul divano con gli occhi a fessura e la tv accesa con il volume al minimo, per cui non le dedico alcuna attenzione. L’astinenza la costringe a scoreggiare forte e assumere piegamenti nel volto che la sua dolce femminilità non avrebbe voluto conoscere. Spiegazione dovuta ai più: quando si è in down forte, come quello di Benedetta e hai la roba pronta nella spada già calda, l’emozione ti prende così forte allo stomaco che rischi di cagarti addosso senza dedicare al fatto molta attenzione, per cui continui a praticare l’iniezione ignorando completamente l’evacuazione solido-corporale).Benedetta tira su il primo risucchio e dalla cannula della Terumo esce il primo fiotto di sangue. Ma la spada, come un gancio che si stacca dalla propria presa, esce dalla vena. Benedetta torna con l’ago a farsi spazio dentro il braccio alla ricerca di una vena persa. Con quella spada rimestola come avesse in mano un cucchiaio e girasse del minestrone in un tegame. “Cazzo Matteo… aiutami!!! Non vedi che son fuori vena?! Dammi una mano... fa qualcosa, per la miseria! Qua si sta seccando tutto! Eddai… sto andando giù di testa!!! Aiutami, cazzo... aiutami!!! Mi scoppia la testa. Mi tremano le mani e non riesco a centrare la vena. La roba mi si raggruma tutta col sangue...”. Più che pompargli l’avambraccio, cosa potevo fare? Le presi il braccio e strinsi forte per riuscire a vedere meglio dov’erano quelle cazzo di vene. Schizzò violentemente un fiotto di sangue sulle pareti e una piccola parte sulla pasta rimasta da mangiare per cena. Figurati se quel fatto, in quell’istante, importava a Benedetta. Non se n'era neanche accorta. Eccola di nuovo che torna alla carica. Inizia a forarsi in una mano, niente da fare. Poi riprova in una gamba. Niente da fare. Le vene erano massacrate e seccate. Nella furia di pizzicare un rigagnolo di sangue, mi butto e provo anch’io nella ricerca di quel rosso che ti fa capire di essere ad un passo dalla felicità malata, ma ridotto com’ero e beccare la vena, era come iscrivere uno che soffre di vertigini ad un corso di paracadutismo. Le vene sono tutte otturate a forza di darci dentro negli anni con furioso sdegno verso sé stessi. “No, no, no, no... sto perdendo la mia pera. Non ci posso credere, mezzo grammo buttato via, noooooo!!!! Si sta solidificando tutto. Ummfff...”. L’angoscia è davvero spessa e tormentosa: “Come cazzo faccio, non becco la vena, non becco la vena. Non la becco!!!”. Paranoia full immersion. Non beccare la vena significa non sentire il flash, l’impatto che l’eroina ti offre appena saluta il tuo sangue, cioè la parte migliore della storia, quella che ti stravolge e ti lancia per un periodo di tempo imprecisato nel regno dell’ovatta e degli abbandoni globali. “Ma porca la puttana vacca, troia. Ma vaffanculo!!! Come faccio con ‘sta roba, non becco la vena. Iaaaaahhhhhhhh...” urlò Benedetta nel tentativo di farsi sta cazzo di pera, mentre adesso fruga con l’ago nel crocevia della mano sinistra. Inizia a emettere rumori strani, più strani degli altri. Dallo suo stomaco partono gorgoglii in continuazione, come i rutti e le scoregge si succedono una dietro l’altra. Ormai è al decimo buco che si pratica nella pelle zigzagata e la paranoia è salita fino al tetto e continua a montare. Sale, sale, sale fino a picchi insostenibili. L’astinenza gli sta soffiando addosso tutta la sua inquietante presenza e in mano ha l’arma che potrebbe spegnere tutte le sue angosce in un sol secondo, ma niente da fare. Intanto il liquido rosso nell’ago sta cominciando a coagularsi per davvero. Benedetta lo sa, e questo la manda, come fosse in una giostra di Disneyland, in uno stato d’indescrivibile disfacimento psicofisico. Buca, buca, buca, buca. Buca, buca, buca la carne rosa, Benedetta. Buca e fruga, fruga e buca, cerca, buca e fruga una vena che non trovi. Presto. Gli tremano le mani. Tira su lo stantuffo per vedere se è in vena. Niente, nella spada solo aria. Ci riprova... ancora... poi ancora. Buca, fruga e stramazza. Benedetta mi guarda con uno sguardo mai visto prima, a metà strada tra il terrore e l’impotenza. Decisa come pochi essere umani al mondo, tira su la maglietta per iniettarsela nel Deltoide, il muscolo dell’avambraccio, almeno, l’effetto della roba le verrà su, parzialmente, venti minuti dopo e senza risucchio, che è tutt'altra roba. Un esempio: è come per un alcolista mangiarsi una caramella al liquore oppure tracannarsi con infamia un bicchiere ricolmo di Vodka. Benedetta becca il muscolo, fa pressione sullo stantuffo e strak!!!, il plasma ormai denso ottura l’ago e il sangue, stavolta, mi macchia in vari punti la camicia azzurra, la faccia e le mani. Benedetta urla dalla disperazione e fugge non so dove. Io rimango a casa (sua) da solo, lessato come una patata. Mi metto a sedere nel suo divano e piano piano mi allungo fino a stendermi. Apro gli occhi e mi trovo di fronte sua madre che mi chiede chi ero e cosa facevo in casa sua. In realtà mi conosceva e sapeva già di sua figlia e di me. Sapeva che ci facevamo al ritmo della mattanza, che eravamo quanto non si può dire, che avevamo fatto qualche colpettino assieme (furti, scippi, situazioni strane come trovarsi con un avvocato di Bologna danaroso in un divano galattico in un attico a far maialate di ogni tipo per poi farci sganciare una cospicua parcella finale). Sapeva tutto sua madre, bella donna e dall’aspetto giovanile, nonostante gli anni. Le rispondo con numerose ammaccature di sintassi nonché grammaticali: “Quando c’ero, lei c’era. Benedetta... Benedetta... Benedetta... dove ti stai trovando? Vuoi fuori con me, suuu. Non vedi... la mamma?!”. E la madre: “Ascolta bello: ho già troppi casini con mia figlia e il resto della mia vita. Se Benedetta fosse qui me ne sarei già accorta. Ma qui non c’è. Si può sapere dov’è?”. Rispondo: “Signora... niente storie, cioè... non le sto facendo le menate. Per davvero... non so dov’è la sua bambina. Sarei il primo a saperlo volere”. Mi cacciò di casa come un appestato. M’incamminai verso il fiume Ronco, dove c’era un bar che ci radunava un po’ tutti. Inizio a parlare con qualcuno, senza neppure sapere chi fosse. Non ero lì con la testa. Il pensiero era tutto per Benedetta. Dov’era? Come stava? Avrà trovato altra roba? Sarà riuscita a trovarsi uno straccio di vena da mettere in contatto eroina e sangue? Urlerà adesso? Come e quanto urlerà Benedetta? E infine, ma senza vittimismo o disperazione, perché tutto questo Benedetta? Dolce dolcemente, a un passo, dall’infinito abisso, d’amore parlasti al mio senso corroso, al mio intelletto tarlato, al mio urlar rugginoso, al mio cuore intristito, al mio voler putrefatto: dolce ti avvicinasti e dolcemente fosti Madre, sorella e sposa                                                                                                 Enzo Fabiani, poeta da “La sposa vivente” 

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