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Novità tutte le sostanze, Esperienza

ex dipendente da droghe varie

allora io ho provato tutto ,ho 49 anni,e da 10 giorni non assumo piu nulla .unicha cosa che si puo fare ter uscire da qwesto inferno e tanta ma tanta volonta e qwalcuno che ti voglia veramente bene.adesso mi faccio qwalche canna ogni tanto e sono felice di essere usciti da qwesto inferno in terra.ciao e in bocca al lupo.

la mia prima volta e ultima

dopo 5 lunghi anni di attesa ho finalmente provato l'ecstasy, testata ad amsterdam e non conteneva altro che mdma e polvere per pillola no speed no coca

era un'esperienza che desideravo fare con il mio compagno che gia' ne aveva ,anche se mi faceva paura solo il pensiero, paura e eccitazione insieme perche' mi hanno bombardato fin da piccola di racconti stupidi su cosa succede se te ne prendi anche una sola..a dire il vero pero' conosco una persona che ci e' morta..ma dopo averne fatto un abuso ..10 in una notte.

l'ho cercata dappertutto ed e' arrivato il momento, l'ho presa dopo 2ore che volevo farlo e mi facevo sotto, tremavo e nn sapevo se avrei fatto la cosa giusta (assurdo che poi l'abbia fatto ugualmente)  insomma, la mia reazione era esagerata, data l'ignoranza di quando uno nn ha l'esperienza e fa qualcosa che non e' considerata "normale, o di tutti i giorni", eppure le droghe le ho provate quasi tutte..

proprio in questo periodo sono trnata a soffrire di ansia e attacchi di panico, ma la volevo. insomma dopo quasi 2 ore di tremore e ansia le porte della mia coscienza si spalancano, erano chiuse a chiave, ma la serotonina ha spalancato la porta rompendola..

proprio nel momento in cui il mio compagno mi ha detto che era salita, i start to rolling, si,mi si sono aperte le porte del paradiso, l'esperienza sensoriale piu' forte, profonda e oltre il limite che si possa provare; l'intesa e la perfezione di tutto cio' che ti circonda e' al massimo; i suoni, le luci, il toccare e accarezzare qualunque cosa ti da un piacere diverso; con l'mdma tu ti liberi dello strato piu' superficiale della tua pelle e vivi si sensazioni ineguagliabili

il feeling con il tuo partner e'alle stelle e stare insieme e toccarsi va oltre l'orgasmo, e' diverso, appagante, ci si puo' guardare dentro, scambiarsi tutto, tutto cio' che si osserva insieme ha lo stesso significato per entrambi, e' come se tu sogni qualcosa ed io posso entrare nel tuo sogno e giocare con te..la vita appare immensa e meravigliosa, niente disturba e nulla e' piu' bello

a parte quando finisce l'effetto, o cominci a sentire che sta scemando, e allora ne vuoi ancora, 

qui finisce il sogno per me, vado a letto senza riuscire a dormire, mi sveglio solo dopo 2ore di sonno e l'incubo inizia..ho creduto di morire ben 3volte e ho salutato il mio c

sono svenuta ed era come se il cervello mi si spegnesse; attacchi di panico a non finire, ansia, mancanza di respito e nausea forte; dolori a schiena testa mi scoppiava e battito caridaco a mille per 2 giorni

paura allo stato puro, in un supermercato comincio a guardarmi intorno mi si offusca la vista e sto per cadere a terra, comincio a gridare con.. e divento paranoica

ora, ad una settimana da questa esperienza, mi sento un po meglio; la testa ancora mi scoppia, ho come degli aghi dentro, ancora mal di schiena e ansia, pero' grazie a DIo non e' come all'inizio

paradiso e inferno,..ne vale la pena? dopo aver sperimentato, io chiudo qui

 

Consorzi umani a perdere

 

State attenti: la nave è in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.

Dal blog NOTTI NOTTURNE - scritto da Matteo Tassinari

 

         Soren Kierkegaard, filosofo, da “Stadi sul cammino della vita”

 

 

Sempre relativo al libro, capitolo ottavo...

Consorzi umani a perdere

 

Lo chiamavamo il viale di Faenza perché era una grossa arteria centrale con numerosi bar e negozi ai lati che fende, tutt’ora, netta la città. Il viale di Faenza, assieme ai porticati della basilica di San Francesco di Ravenna (altro luogo deputato allo spaccio di cose impure), erano spazi che più si addiceva ai volti lascivi e trasandati dei suoi ospiti. Per come lo ricordo, struttura, conformazione, portici, fontane da dove attingere l’acqua per farsi, panchine in ferro battuto e scomodissime dove sfumare e vanificare ore e ore di obnubilata esaltazione o deperimento artificiale dei sensi, bar frequentati da delinquenti divorati dentro dal gioco d’azzardo con la pistola in macchina e il colpo in canna, biscazzieri e protettori, alberi e praticello dove nascondersi per comprare e/o vendere poltiglia tailandese, rappresentava il luogo di quegli anni e, nella sua dimensione generale, composta da esseri umani e architetture urbanistiche, incarnava l’essenza di tutto il nostro disfacimento esteriore e spirituale. Il viale era il sito cittadino dove avevamo scelto di abbandonarci e cercare un’esistenza diversa che non fosse altro che la nostra personale e collettiva solitudine autodistruttiva. Il fatto è che noi non sapevamo nulla di questo processo di annientamento che avevamo intrapreso in tutte le sue modalità e aberrazioni possibili. Per questo, a cavallo degli anni ‘70-’80, prese vita un consorzio umano a perdere in un viale anonimo, chiuso a tutto il mondo, plumbeo e sommerso nello smog e nei reticolati di fili elettrici che ci passavano sopra alla testa. Troppo ingabbiati, esasperatamente intrappolati alle nostre funzioni, il tempo passava con la stessa cadenza che dava al nostro vivere ogni volta che la morte chiedeva il conto ad un'amica. Iniziamo la lista più triste della mia vita con Merdina (morto di Aids). Un tossico che dalla furia di evadere il destino di morire si era fatto abbracciare molto presto dai tentacoli di Medusa. Considerato da tutti noi una sorta di veterano, in quanto nella tanto favoleggiata Amsterdam, Merdina, era di casa e questo bastava ad accreditargli di diritto il nostro rispetto di pischelli che, oltre a Ravenna, Bologna e la “generosa” Verona, non eravamo stati capaci di sconfinare. Rappresentava un totem. Una sintesi perfetta dell’incomprensione totale col mondo pur vivendoci fin nei suoi spazi famigerati e irrisolvibili. Eleonora (morta, non so come) aveva le braccia più massacrate che abbia mai visto. Un calvario di piste punzecchiato da aghi sempre irti e spuntati per il troppo uso e consumo. Sandro, soprannominato Pinco (morto di Cirrosi) era carico di metadone. Daniele (Aids) in balìa della feccia del pianeta a forza di prenderlo nel culo e in bocca per comprarsi la polvere, era alla ricerca di un limone per prepararsi all’arrivo del ‘tipo’. Vladimiro (non so dove sia ora) strafatto e con la bocca semiaperta e gli occhi chiusi steso su una panchina in ferro. Erio (Aids) con un rivolo di sangue che perdeva fisso dal callo che si era formato sul braccio destro. Manuela (Aids) boccheggiava qualche sorsata d’acqua alla fontana da dove con le siringhe attingevamo l’h2o per poter vivere l’ennesimo inganno. Radicchio (morto non so di cosa, anche se non ci vuole la fantasia di Balzac per immaginarlo) in completa astinenza a chiedere in giro per Faenza qualche spicciolo per raggiungere lo scopo di tutti. Gabriele (Aids) già bollito dal mattino, era alle prese con due ragazzotti alle prime armi, belli belli per fargli un pacco, cioè vendergli del muro grattato per eroina. Il Lupo (di cui ho perso traccia) che parlava da solo o per meglio scrivere, discettava con la sua pazzia da acido Lisergico schizzato via nel mondo di Pippo a causa di una fatale e micidiale Micropunta berlinese. Stefania (si è disintossicata e ora sta bene) appena reduce da una pera colossale con il volto incredulo a tutta quella gratificazione chimica. Roberto (morto di Cirrosi), immerso in una nuova epifania dell’orrore perché aveva racimolato, non so come, più di tre grammi di roba. Eugenio (ucciso da un tossico con più di dieci coltellate) arrivava con la sua Lambretta, pronto anche lui come tutti a comprarsi la quantità sufficiente per sbattere la scimmia quotidiana affinché rimanesse delle dimensioni di Cita e non prendesse quelle di King Kong. Barbara (morta non so di cosa, ma vale la stessa osservazione fatta per Radicchio poco sopra) bella come poche, spulciava nella borsa, tirando fuori da essa del materiale strano che non si addiceva ad una ragazza di diciassette anni. Pippi (anche di lui ho perso traccia) aveva appena affogato la sua timidezza siderale (il tossico più timido e dolce del mondo) in un liquido dal colore marrone. Vanni (mentre scrivo mi dicono che è stato terminale-Aids, ma adesso si è ripreso) dal ciuffo biondo e libero, lanciato come una freccia in quella dimensione oppressiva e vuota di colore e forma dei barbiturici. Spumino (di cui non so nulla) lo si vedeva arrivare in lontananza e ciondolare un po’ qua e un po’ la, sbattendo il muso contro numerosi lampioni. Jackie (morto di Aids) era in uno stato pietoso di astinenza: occhi come due orbite spaziali protesi verso l’esterno, un sudore da congela nonostante fosse estate piena, dita vibranti come le mani di un malato di Parkinson, pieghe che rendevano il volto uno straccio stropicciato e uno sguardo intriso di disperazione. La gente passava di lì, gettava qualche curiosa occhiata per scrutare cosa facessero quegli strani ragazzi. Era l’inizio degli anni ottanta e i tossici d’allora, molto più appariscenti di quelli di oggi, stavano lì in quella gabbia di vetro senza confini alla mercé degli sguardi altrui. Denti marci, deliri pesanti, braccia tumefatte a forza di spingere con l’ago, calli color giallastro sulle vene per formare una sorta di fessura-flebo permanente sempre aperta e pronta per l’uso, stitichezze di settimane a causa del limone per sciogliere caccoli di brown sugar, emicranie alla testa e febbri fino a 40 gradi a causa dei tagli che gli spacciatori usavano per aumentare le quantità d’eroina. Un esempio di gioventù che non voleva essere quello che praticava, una generazione di sconfitti senza aver mai gareggiato. Sconfitti nei sentimenti e nella tenacia di architettare qualcosa di valido, capaci solo di alzarsi dal letto con il pensiero fisso di racimolare qualche decina di migliaia di lire per affondare ulteriormente nella fanghiglia dove ognuno di noi si ritrovava. Un carosello di volti macchiati e rughe che disegnavano le nostre facce bizzarre e destini beffardi, quando non erano crudeli. Nella sua innocente rabbia, il Lando, (morto, si dice di Aids e temo che sia vero) era uno dei figli più rappresentativi di questa parte mondo oggi scomparso e deviato. Una sera ci sconvolse fino al panico a tutto tondo, al sottoscritto e William Cippolletti, quest’ultimo un mezzo gangster gentiluomo dalla chioma bionda e lunga, età avanzata, un certo giro di amici importanti legati al mondo dello spettacolo e tante cazzate varie, molte delle quali lo stesso Cippolletti pompava a dismisura, quando non erano inventate del tutto. Eravamo nel viale di Faenza, quando l’orologio del centro suonava le otto di sera, aspettando tutti la stessa cosa. Il tipo con la roba ci lascia a cuocere in una sfibrante attesa. Quelle sono state le attese più interminabili che mi siano mai successe di vivere (a confronto, stare sotto il sole per due ore e mezzo sull’autostrada in agosto con una sete da arsura e senza alcun liquido in cui affogarsi, era un’attesa da invidiare). Una fauna umana semplicemente senza bussola. Una mandria di tossicomani sempre più mangiucchiati dagli innumerevoli down, secondo dopo secondo, istante dopo istante, singhiozzo dopo singhiozzo. Fisici secchi e logorati, attraversati da brividi, ossa rotte e l’armamentario sempre pronto in qualche tasca di giacconi pesanti, perché i tossici, si sa, hanno sempre freddo. L’armamentario era composto da spade quasi sempre usate e da più persone, un coccio di barattolo di cola o un tubetto di Saridon dove poter sciogliere la dose di calma piatta e partire per un viaggio di pace della durata di qualche ora per ripiombare poi in una dimensione che con la sfera dell’umano ha poco da spartire. C’erano anche gli sprovveduti, i più, a cui si doveva prestare tutto questo genere di cose. Roberta aveva appena finito di scopare con un muratore, una marchetta: “Ogni tanto ci vado - raccontava -. Lo conosco bene ed è gentile, anzi timido e so in quale cantiere lavora. Scopiamo sul posto. C’è da guadagnare parecchio lì” dice rivolgendosi a Paola con un volume di voce che l’avrebbe sentita chiunque fosse stato a pochi metri di distanza da lei. “Adesso poi - riprende - si sono aggiunti altri suoi due amici che hanno portato un materasso, così abbiamo anche un posto dove stenderci. Oggi me li sono scopati tutti e tre per cento mila lire”. Paola parlava con molta naturalezza di quanto combinava con i muratori, talvolta anche cinquantenni. Ma tutti i discorsi che stavamo facendo, improvvisamente saltarono e le occhiate cambiarono direzione quando con l’arrivo del pusher scattò un’agitazione mista ad eccitazione generale. “Ecco, ecco... Marco! Vai, è arrivato... C’è Marco... c’è Marco, c’è Marco”. “Ma dov’è?”. “La, in fondo, sta arrivando con Loretta”, “Dove? Dov’è?”. Un’insana inquietudine aveva acceso i motori delle nostre anime. Pareva fosse arrivato il messia e non penso sia errato riflettere che l’eroina, per la psiche deturpata di un tossicodipendente, abbia significati e valenze anche spirituali. “Allora Marco... tutto a posto? Ce n’è per tutti?” si fa avanti uno di noi. Marco fa un cenno con la testa invitandoci a seguirlo. Lui, su una vecchia Ami 8 rossa con la sua ragazza davanti a far strada a tutti noi. Una carovana di disperati in fila sulla via Emilia diretti verso la campagna per trovare un posto tranquillo dove poter contrattare. In macchina con me e Cippolletti sale il Lando, senza neppure che ce ne rendessimo conto. E’ la fine e non lo sapevamo. Il Lando esordisce nel suo stile: “Cazzo, non c’ho una lira e sono in down. Che ne dite se gli porto via la roba a quello là? Ci state? Facciamo a metà dopo? Me lo mangio quello lì. E’ un pischello da ridere. Lo so... lo so!!! Lo conosco, sono stato in galera con lui e quando volevo mi faceva sempre il té. Ed era il suo”. Ammesso - e concesso - che quello di rubare la roba ai pusher di turno fosse uno degli sport più praticati nel pianeta dei tossicomani, bisogna far presente, tuttavia, che a quel punto avremmo dovuto non tanto temere solo lo spacciatore, bensì i tossici in branco e in braccio ad un esercito di scimmie in attesa di comprare da Marco il proprio desiderio di sollievo. Fu allora, mentre Marco stava rovistando il suo sacchettino per dispensare grammi a destra e a sinistra che il Lando, strafatto di psicofarmaci e barbiturici e bevuto di Neuroni, tirò fuori un coltello mai visto. Una lama lunga quanto non s’era vista neanche nei film tipo “Lo squalo” di Spilbierg. Davvero, mai visto un “ferro” del genere. Incredibile per le sue fattezze. Aveva l’aspetto di quelli che vengono usati durante le pesche subacquee di profondità, dalle parti dei Caraibi. Da una parte oltre trenta centimetri di lunghezza, la lama alta tre dita, la punta smussata in modo da scannare anche uno Gnù africano e sul dorso aveva la classica dentatura per strappare i brandelli di carne che gli capitavano nello squarcio. Un “ferro” luccicante come la pazzia del suo proprietario. Panico nelle vene. Sudore nel sangue. Io e Cippolletti, oltre che sentire i primi vagiti di una nuova astinenza, cercammo in tutti i modi di dissuadere il Lando dai suoi intenti, anche se sembrava che non ci sentisse neppure, tale era il livello di ebollizione nelle sue meningi: “Adesso io scendo - ci riferisce il Lando biascicando ogni lettera che usciva a fatica da una bocca dalle labbra tutte screpolate e rattoppate -. Voi mi aspettate là, verso quel casolare abbandonato. Poi io gli punto il coltello sotto la gola e mi faccio dare tutta la roba che ha addosso. Corro forte quando mi ci metto, non mi prenderà nessuno”. “Ma cosa cazzo dici!!! Cazzo stai dicendo? Ti sei definitivamente alleggerito del cervello? Non vedi la gente che sta male e sta aspettando come noi? Li avresti tutti contro, diventerebbe un gioco al massacro. Un’Apocalypse Now senza precedenti e devastante. Stanno tutti male e certuni più di te. Se gli porti via la roba poi ce li hai tutti contro. Lando, lascia stare, non fare cazzate e lascia perdere e soprattutto metti via quel coltello. Ti daremo uno schizzo della nostra. E’ buona la roba di Marco, anche con un quartino riuscirai a sentirla bene” cercò di convincerlo Cippolletti argomentando l’impossibile. Quando un tossico in preda all’astinenza e la testa persa in un ragionamento tutto suo decide di compiere un’azione, logica o illogica non fa differenza, fino a quando non l’ha portata a termine non c’è verso di dissuaderlo dai suoi malsani intenti. Infatti il Lando non ne voleva sapere e mentre stava per aprire lo sportello per scendere e rapinare il pusher, sempre William, non so con quale coraggio gli urlò: “Lando, noi una pera te la offriamo, non so cosa potremmo fare di più e tu capisci quello che dico, anche se adesso sei cotto come poche altre volte. Quello che ti voglio dire, Lando del cazzo, fai quel cazzo che vuoi però a noi lasciaci fuori dalle tue rapine, dalle tue storie, dalle tue seghe schizofreniche. Lasciaci perdere!!! Okay!!! Non coinvolgerci in queste storiaccia di merda!!! Io voglio vivere ancora un altro po’ se mi è permesso e se non ti dispiace”. Poi tirò violentemente il Lando dentro la macchina. Io, seduto sul sedile posteriore, ero terrorizzato dalla paranoia che se la prendesse con Cippolletti. Intanto Marco, il pushers, vendeva tranquillo l’eroina, ignaro del pericolo che stava correndo. Con quel coltellaccio impugnato nella mano sinistra, due occhi rossi come imbevuti nel cloroformio, una rabbia in corpo da far esplodere un’intera città, il Lando iniziò a piangere. Intervenni anch’io. “Ascolta un pò... Adesso scendo io, compro un pezzo e ci facciamo tutti e tre gli stessi c.c. d’insulina. Non sarà un perone, però basterà per calmarci un po’”. Fece cenno con la testa che ci stava, mentre piangeva con le lacrime di un bambino. Io e Cippolletti ci guardammo negli occhi come se una prima pera ce la fossimo già fatta. Scesi dalla vettura lasciando William in compagnia del Lando, davvero furioso, affinché controllasse ogni sua mossa. “Ora metti via quel ferro” gli dico mentre mi avvio verso il pusher per fare la spesa. Tornai dopo l’acquisto, avvenuto in mezzo a un campo nascosto da una serie di alberi, che il Lando piangeva ancora. Niente di trascendentale, per carità. Però, ancora ad una notevole distanza di tempo (poco più di ventiquattro anni circa) da quell’episodio e da quel pianto, io non so come interpretare quell’angoscia. Certo, sarebbe molto più facile e sbrigativo liquidarlo come un pianto dovuto ad uno stato confusionale, ad un miscuglio di sostanze portentoso, vicino allo shock anafilattico. In realtà credo che in quelle lacrime navigasse una bufera di vento che sommergeva anche il vaso di Pandora, pronto non ad aprirsi, ma a scoppiare, dilaniarsi e spargere tutti i tormenti di un giovane che aveva congelato la propria esistenza e l’aveva messa sotto formalina. Sul Lando l’imperfezione aveva vinto e lui pareva non facesse più resistenze all’imperfezione. Tornammo sul viale della cancellazione, tutti e tre cotti. Quel viale tornava ad essere, ciclicamente, il ritrovo di strani mostri. Un punto di confine tra l’ingloriosa umanità degli esseri umani e la nostra indifferenza verso tutto ciò che ci ruotava attorno. Gli sguardi, dopo la pera collettiva, erano ancora più ebeti e fissavano più intensamente il nulla, nostro unico panorama. Ognuno, nel nulla, aveva trovato conforto, aveva staccato la luce per un po’, il tempo di non pensare a niente per qualche oretta. Volti chinati a osservare ossessioni che li rendevano tanto liberi quanto lontani dal mondo e da se stessi. Era la fase post-pera quotidiana, quando, chi più chi meno, aveva in circolo nel corpo una quantità di sostanze agognate fino a poco prima. Solitamente, tutto ciò, avveniva intorno alle cinque del pomeriggio, ci si arrendeva su quelle panchine e si passava quattro o cinque ore in attesa di pischelli da bidonare o, se volete, fargli un pacco portandogli via quel pochissimo che avevano. Si procedeva per inerzia, come se il vivere fosse un dovere o un automatismo e il nostro corpo rivelava la sua esistenza solo grazie all’ombra che lo seguiva. Eravamo tutti presi da una pazza sete di consumarsi, pronti a rovinarsi gli affetti per uno schizzo di roba, depredare tutto ciò che ci era stato donato, giocarsi la reputazione e la fiducia di tutti, isolarsi fino all’autismo, disimparare ciò che di giusto avevamo capito. Allora il pallore spento della vita non vissuta lo vedi in faccia, gli conti le rughe e sprofondi, senza saperlo, nel suo territorio. Perché la metastasi si è già allargata. Eppure, nonostante ciò non eravamo in colpa, mi sembra di poter dire oggi. La colpa sottende la consapevolezza di cui, come ho già scritto, il tossico ne è quasi sfornito. Nella sua abissale solitudine non si accorge del nulla che lo accerchia, che lo attanaglia e frantuma ogni sua opera, non solo propria, ma anche quelle dell’uomo nella storia. Nulla ha più senso, ne dentro ne fuori di se.

Ogni persona vale più di ogni suo errore

NOTTI NOTTURNE                                                                                                    

I calli di Benedetta

 

 "I calli di Benedetta", mia amica ora morta di aids, è parte del mio libro che dovrebbe uscire a breve. Vi seguo da un pò e ho visto questo spazio che utilizzerò condividendo quanto è capitato a me nel 1982. Saluti, Matteo.   I calli di Benedetta Non so che anno fosse, quando un giorno accadde un fatto che oggi ricordo ancora e con buona memoria e vivido ricordo, e non perché fosse più truculento di altri, ma perché era gelido come il vento della Siberia. E anche se sono passati tanti anni, lo scriverò al presente, cercando di non tradire le sensazioni, i brividi, le occhiate furtive di quel giorno privo di compassione e vissuto con una mia amica, molto speciale, una donna che sapeva leggere il linguaggio del non detto per pura incapacità. Emergendo dagli abissi come un cadavere gonfio di un annegato di droga, Benedetta è alle prese con i suoi fiumi che fluttuano plasma corporeo. E’ in una rovinosa e disperata ricerca di uno straccio di vena. Le braccia di Benedetta, molto più grande d’età di me, sono un cimitero di cicatrici: tagli, fori, orecchini, piercing, calli, buchi, tentati suicidi, tatuaggi. Febbricitante s’infila la spada e comincia il rituale ululato, poi il risucchio per vedere se l’ago aveva centrato la vena oppure no. Benedetta sta da far schifo, un’astinenza pronta ad esplodere in gabbia, per di più suda e trema dal dolore. E’ seduta su di una sedia in cucina. Assisto in silenzio, strafatto per conto mio e steso sul divano con gli occhi a fessura e la tv accesa con il volume al minimo, per cui non le dedico alcuna attenzione. L’astinenza la costringe a scoreggiare forte e assumere piegamenti nel volto che la sua dolce femminilità non avrebbe voluto conoscere. Spiegazione dovuta ai più: quando si è in down forte, come quello di Benedetta e hai la roba pronta nella spada già calda, l’emozione ti prende così forte allo stomaco che rischi di cagarti addosso senza dedicare al fatto molta attenzione, per cui continui a praticare l’iniezione ignorando completamente l’evacuazione solido-corporale).Benedetta tira su il primo risucchio e dalla cannula della Terumo esce il primo fiotto di sangue. Ma la spada, come un gancio che si stacca dalla propria presa, esce dalla vena. Benedetta torna con l’ago a farsi spazio dentro il braccio alla ricerca di una vena persa. Con quella spada rimestola come avesse in mano un cucchiaio e girasse del minestrone in un tegame. “Cazzo Matteo… aiutami!!! Non vedi che son fuori vena?! Dammi una mano... fa qualcosa, per la miseria! Qua si sta seccando tutto! Eddai… sto andando giù di testa!!! Aiutami, cazzo... aiutami!!! Mi scoppia la testa. Mi tremano le mani e non riesco a centrare la vena. La roba mi si raggruma tutta col sangue...”. Più che pompargli l’avambraccio, cosa potevo fare? Le presi il braccio e strinsi forte per riuscire a vedere meglio dov’erano quelle cazzo di vene. Schizzò violentemente un fiotto di sangue sulle pareti e una piccola parte sulla pasta rimasta da mangiare per cena. Figurati se quel fatto, in quell’istante, importava a Benedetta. Non se n'era neanche accorta. Eccola di nuovo che torna alla carica. Inizia a forarsi in una mano, niente da fare. Poi riprova in una gamba. Niente da fare. Le vene erano massacrate e seccate. Nella furia di pizzicare un rigagnolo di sangue, mi butto e provo anch’io nella ricerca di quel rosso che ti fa capire di essere ad un passo dalla felicità malata, ma ridotto com’ero e beccare la vena, era come iscrivere uno che soffre di vertigini ad un corso di paracadutismo. Le vene sono tutte otturate a forza di darci dentro negli anni con furioso sdegno verso sé stessi. “No, no, no, no... sto perdendo la mia pera. Non ci posso credere, mezzo grammo buttato via, noooooo!!!! Si sta solidificando tutto. Ummfff...”. L’angoscia è davvero spessa e tormentosa: “Come cazzo faccio, non becco la vena, non becco la vena. Non la becco!!!”. Paranoia full immersion. Non beccare la vena significa non sentire il flash, l’impatto che l’eroina ti offre appena saluta il tuo sangue, cioè la parte migliore della storia, quella che ti stravolge e ti lancia per un periodo di tempo imprecisato nel regno dell’ovatta e degli abbandoni globali. “Ma porca la puttana vacca, troia. Ma vaffanculo!!! Come faccio con ‘sta roba, non becco la vena. Iaaaaahhhhhhhh...” urlò Benedetta nel tentativo di farsi sta cazzo di pera, mentre adesso fruga con l’ago nel crocevia della mano sinistra. Inizia a emettere rumori strani, più strani degli altri. Dallo suo stomaco partono gorgoglii in continuazione, come i rutti e le scoregge si succedono una dietro l’altra. Ormai è al decimo buco che si pratica nella pelle zigzagata e la paranoia è salita fino al tetto e continua a montare. Sale, sale, sale fino a picchi insostenibili. L’astinenza gli sta soffiando addosso tutta la sua inquietante presenza e in mano ha l’arma che potrebbe spegnere tutte le sue angosce in un sol secondo, ma niente da fare. Intanto il liquido rosso nell’ago sta cominciando a coagularsi per davvero. Benedetta lo sa, e questo la manda, come fosse in una giostra di Disneyland, in uno stato d’indescrivibile disfacimento psicofisico. Buca, buca, buca, buca. Buca, buca, buca la carne rosa, Benedetta. Buca e fruga, fruga e buca, cerca, buca e fruga una vena che non trovi. Presto. Gli tremano le mani. Tira su lo stantuffo per vedere se è in vena. Niente, nella spada solo aria. Ci riprova... ancora... poi ancora. Buca, fruga e stramazza. Benedetta mi guarda con uno sguardo mai visto prima, a metà strada tra il terrore e l’impotenza. Decisa come pochi essere umani al mondo, tira su la maglietta per iniettarsela nel Deltoide, il muscolo dell’avambraccio, almeno, l’effetto della roba le verrà su, parzialmente, venti minuti dopo e senza risucchio, che è tutt'altra roba. Un esempio: è come per un alcolista mangiarsi una caramella al liquore oppure tracannarsi con infamia un bicchiere ricolmo di Vodka. Benedetta becca il muscolo, fa pressione sullo stantuffo e strak!!!, il plasma ormai denso ottura l’ago e il sangue, stavolta, mi macchia in vari punti la camicia azzurra, la faccia e le mani. Benedetta urla dalla disperazione e fugge non so dove. Io rimango a casa (sua) da solo, lessato come una patata. Mi metto a sedere nel suo divano e piano piano mi allungo fino a stendermi. Apro gli occhi e mi trovo di fronte sua madre che mi chiede chi ero e cosa facevo in casa sua. In realtà mi conosceva e sapeva già di sua figlia e di me. Sapeva che ci facevamo al ritmo della mattanza, che eravamo quanto non si può dire, che avevamo fatto qualche colpettino assieme (furti, scippi, situazioni strane come trovarsi con un avvocato di Bologna danaroso in un divano galattico in un attico a far maialate di ogni tipo per poi farci sganciare una cospicua parcella finale). Sapeva tutto sua madre, bella donna e dall’aspetto giovanile, nonostante gli anni. Le rispondo con numerose ammaccature di sintassi nonché grammaticali: “Quando c’ero, lei c’era. Benedetta... Benedetta... Benedetta... dove ti stai trovando? Vuoi fuori con me, suuu. Non vedi... la mamma?!”. E la madre: “Ascolta bello: ho già troppi casini con mia figlia e il resto della mia vita. Se Benedetta fosse qui me ne sarei già accorta. Ma qui non c’è. Si può sapere dov’è?”. Rispondo: “Signora... niente storie, cioè... non le sto facendo le menate. Per davvero... non so dov’è la sua bambina. Sarei il primo a saperlo volere”. Mi cacciò di casa come un appestato. M’incamminai verso il fiume Ronco, dove c’era un bar che ci radunava un po’ tutti. Inizio a parlare con qualcuno, senza neppure sapere chi fosse. Non ero lì con la testa. Il pensiero era tutto per Benedetta. Dov’era? Come stava? Avrà trovato altra roba? Sarà riuscita a trovarsi uno straccio di vena da mettere in contatto eroina e sangue? Urlerà adesso? Come e quanto urlerà Benedetta? E infine, ma senza vittimismo o disperazione, perché tutto questo Benedetta? Dolce dolcemente, a un passo, dall’infinito abisso, d’amore parlasti al mio senso corroso, al mio intelletto tarlato, al mio urlar rugginoso, al mio cuore intristito, al mio voler putrefatto: dolce ti avvicinasti e dolcemente fosti Madre, sorella e sposa                                                                                                 Enzo Fabiani, poeta da “La sposa vivente” 

lo stato può lasciarti con un buco sui capelli per l'esame dei capelli??

scusate ma può essere che uno stato ti obblichi a tagliare i capelli come se avessi la lopecie?vorrei sapere se ci sono state delle sentenze contro questa pratica?grazie

stato mangia soldi

non si puo rovinare la vita alle persone per qualche bicchiere. L`asl é lo stato non possono garantirsi un vitalizio.Se sono idineo alla prima visita perché non dovrei esserlo alla seconda?gli ansiolitici non sono droga,senno` i medici prescriverebbero droga.é il medico non prescrive droga. Le foze dell`ordine dovrebbero` non improvvisarsi medici.

epatite c

Cara lettrice, abbiamo spostato la tua richiesta da questa zona del sito che è dedicata alle notizie, all'area DOMANDE AGLI OPERATORI dove nei prossimi giorni potrai leggere anche la nostra risposta.

Grazie,

La Redazione

consigli post astinenza

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..HO VINTO IO!!!

ciao gente,oggi da 4anni sono astinente dalle sostanze,e tra 2settimane finisco lo scalaggio del metadone!!!

oggi dico non calcolate minimamente le sostanze!!! un tempo avrei detto,che la gente che non usava sostanze era totalmente sfigata!!! invece NO la sfigata ero io !!!

io ho iniziato a usare sostanze andando a lavorare al bar dei miei vicini di casa,allora la sorella della mia vicina di casa,usava da tanto,io ero in un periodo dove la mia storia sentimentale con il mio ragazzo di allora si stava concludendo,non per scelta mia,quindi stavo male,avevo anche problemi di anoressia,e sapendo che le sostanze fanno dimagrire,la cosa mi attraeva parecchio,e di più nel farlo!!!

una sera la sorella della mia vicina di casa ,mi disse andiamo la vale,io sapevo benissimo cosa mi stesse dicendo e gli dissi di si..e da quel giorno nel giro di una settimana io presi l'astinenza da eroina,perchè diventò abitudinaria la cosa.. mi resi conto che ero in astineza,ma nessuno a quel punto mi diceva ,dagli un taglio a ste cose!!

anzi mi coinvolgevano di più !!!e io avevo piacere nel farmi coinvolgere!!!

poi conobbi lo spacciatore mi ci fidanzai e whalaaaa la mia rovina totale,eroina gratis cocaina gratis e tutto a volontà!!!

in questi casi,è grigia la cosa.. e io volevo perseverare in questo maledetto vortice!!!

la mia paura più grande in quel periodo era solo una ..mi facevo spesso 3 domande LA MIA VITA SARà PER SEMPRE QUESTA??CE LA FARò A USCIRNE??NON E VITA PER ME,COME POSSO FARE PER USCIRNE??? ma la soluzione a quei tempi io non  me la sapevo dare..!

MA OGGI SI.. OGGI SCHIFO,RIPUGNO,E ODIO LA GENTE E QUEL MONDO PUTREFATTO.. E RINGRAZIO DIO,CHE QUELLA SERA DEL 2008 MI PORTARONO IN HOSPEDALE,AVEVO IL CUORE A 125BATTITI AL MINUTO,STAVO MALE,IL MEDICO MI DISSE SE VAI AVANTI COSì,NON DURI MOLTO!!! da quel giorno,io chiusi i battenti,con quel mondo!!! e oggi,sono felice spendo un sacco di soldi per i vestiti va be,viaggio,lavoro e ho veramente voglia di vivere!!!

 

Lo so bene che la vita non è facile.. e per me non lo è mai stata!!!ma oggi posso dirvi che se i propi sogni si vuol avverare,bisogna lottare e coltivare!!! rassegnarsi e fuggire,non serve!!!

 

con affetto valentina!!!

 

da 1 a 0

RISPOSTA A CHI ARRIVA QUASI IN FONDO

Ho vissuto una situazione quantomeno analoga alla tua.negli anni in cui facevo uso, più volte avevo preso la decisione di smettere ma, come sappiamo capitare, ci ero altrettante volte ricaduto. Quindi di fatto avevo semplicemente sospeso temporaneamente, ma mai smesso. Di bugie se ne arrivano a dire tante, anche a chi più ti ama, ma se c'è una cosa che mi ha dato sempre fastidio, e tuttora me ne darebbe, é ingannare ME stesso. Smettere è un'altra cosa!!!Smettere in questo contesto è una parola sacra, non se ne deve abusare. Purtroppo, appunto per il mal uso che se ne fà, sentirla in bocca ad un tossico risulta moscia, falsa, spoglia di significato.Scusa la premessa, adesso vengo al punto.4 anni fa è scattata la fatidica molla dentro di me. Non sò bene come, non sò bene perchè, ma la molla è scattata. A ciò avrà partecipato anche l'aver messo in moto razionalità ed intelligenza, e soppresso l'autoinganno: Se di vita ce n'è una sola, e la si

vuole vivere, l'unico modo è non usare mai più l'eroina. chi non ha realizzato ciò, è ancora indietro. Sono tornato al Sert, e mi sono detto che sarebbe stata l'ultima volta. Anche il Sert va rivalutato, va rivalorizzato, per non esagerare dicendo sacralizzato. Per far ciò, a prescindere da quello che dicono gli operatori, molti dei quali ormai rassegnati, disillusi, bisogna considerarlo assolutamente come un luogo dove ti danno gli strumenti per aiutarti a Smettere, ad uccidere e seppellire il tuo problema, il tuo cancro. Lo si può frequentare più o meno a lungo, ma con l'unico fine sempre fermo e presente. Tornai quindi al sert con la massima fiducia nel dottore, ancora tenace e non disilluso, e con il dictat di non prendermi più in giro. Ho seguito la sua tabella di scalaggio, arrivando a 2mg senza difficoltà. Solo i primi mesi sono stati duri, ma non ho ceduto alla tentazione di rifarmi. Perchè Sò, e lo sò perchè non mi autoinganno più, che se ti rifai una sola volta sei semplicemente punto e a capo, e annulli, distruggi completamente in un solo istante tutti i sacrifici e le sofferenze che hai sopportato, e ti metti nella situazione di doverli rivivere un'altra volta, prima o poi. Dopo i primi tempi è svanita completamente anche la voglia psichica, ed ho iniziato un sereno scalaggio. A 2mg mi sono fermato un pò più a lungo, perchè ad un tentativo di dimezzare mi sono trovato un pò male. Non tanto, un pò, ma in quel momento non me la sentivo di sopportare questo pò. quando me la sono sentita, in accordo col dottore, sono passato ad 1mg, stavolta senza patimenti. Dopo qualche mese ho detto al dottore che era il momento di provare a fare un ulteriore passo, che mi avrebbe portato al superamento del problema, alla liberazione. Qui arrivano le note dolenti, ma già premetto, superabili. Il dottore, ottimo peraltro, era convinto, e tale convinzione è abbastanza unanime, che 1mg di suboxone sia dosaggio talmente basso da considerarlo quasi placebo. Mi ha detto così di assumerlo a giorni alterni, poi ogni tre giorni. Io non ci riuscivo, nemmeno un giorno si e uno no! Non riuscivo a far capire al dottore che l'ostacolo non era una questione solo psicologica, ma c'erano dei disagi fisici reali, seppur non mastodontici. Io mi ero abituato a star bene, e non me la sentivo di star malino. Scalare col suboxone è facile ma, arrivati al minimo, diventa difficile, perchè non ti danno più gli strumenti per il micropasso finale, il più importante. Come dicevi, le pasticche sono difficilmente divisibili. Osservai che esisterebbero pasticche da 0,5mg, e gli garantii che per i casi come il mio sarebbero state di enorme aiuto. Disse che i Sert non le avevano, non mi voleva capire. Qui mi deluse. Provai un senso di sconforto simile al tuo, un terrore di non uscire da quella situazione. A questo punto, raccolte le forze e affrontate le paure, ho posto fine alla mia terapia di scalaggio ufficiale e guidata, che mi ha condotto a quel punto con ottimo esito, ed ho intrapreso una mia personale terapia fai da te. Dico purtroppo, perchè avrei preferito stabilirla col dottore. Ho iniziato a dividere le pastichhe da 2mg in 3 parti. Anche se non vengono precise, ti garantisco non c'é nessunissimo problema, perchè l'effetto dura più di 24 ore, e conta la quantità media che assumi nei giorni, non la specifica di giorno in giorno. Ovvio che cercavo di dividerle meglio possibile. Per un periodo ho assunto così circa 0,7mg al giorno(quindi cmq esattamente 2mg ogni 3 giorni.) Benissimo, nessun disagio rilevante o rilevabile! Il blister che mi davano al Sert invece che durarmi due settimane mi durava così 21 giorni. L'infermiera e il dottore ne erano contenti, si fidavano e mi lasciavano fare. Dopo un periodo, quando me la sono sentita, ho diviso la pasticca da 2mg in 4 parti, non è difficile, stesso discorso di prima. Mi assestai quindi a 0,5mg al giorno con grande gioia. Il blister mi durava adesso 28 giorni!!! Dopo un mesetto volevo ulteriormente dividere, ma adesso diventava davvero difficile, impossibile credevo. Ah se avessi avuto le pasticche da 0,5 pensai! le avrei potute dividere come volevo, fino a farle scemare nel nulla!!! Ma non le avevo, e non potevo perdermi d'animo. Provai dapprima a prendere quel 0,5 a giorni alterni. Sembrerà ridicolo, ma il giorno senza non facevo che pensare al giorno successivo, questione di abitudine? forse, ma sono convinto che 0,5mg non sia solo placebo, ma sia ancora una dose con una sua certa valenza. (secondo me, ma è un opinione soggettiva, si può parlare di quasi placebo da 0,2mg in giù.) A questo punto ho fatto una cosa che non convincerà molti. Fino a qui vi garantisco è possibile dividere la pasticca in maniera più che sufficentemente esatta, e, ripeto, non è importante lo sia. Ho detto al dottore che quello era l'ultimo blister che mi dava, e mi sarebbe durato probabilmente tre mesi. Ho iniziato a dividere la pasticca in tanti pezzettini che non saprei nemmeno dire quanti esattamente. Cercavo di ripartire i pezzetti e di farli simili tra loro, spostando qua o là le briciole. Così facendo, sono arrivato dapprima a prendere circa 0,3mg. Arrivato all'ultima pasticca del blister, l'ho divisa più che in pezzetti in briciole da di 0,1 o poco più. A questo punto è veramente pressochè assolutamente placebo, tanto che, senza alcuna fatica, ne presi a giorni alterni, poi, confortato, dopo pochi giorni, ogni tre, poi subito ogni 5, ogni 9, ogni 15. In questo modo ci si disabitua a prenderla e ci si abitua a non prenderla. Poi le briciole sono finite, l'ultima, a tal punto non avevo bisogno di prenderla, la volevo quasi conservare per ricordo, mi dispiaceva un pò fosse l'ultima, mi ero affezionato a quel sistema. La presi. è così che ho sperimentato su di me un metodo che nella maniera più indolore possibile, con il minimo sacrificio possibile, mi ha affrancato dalla schiavitù della sostanza. e non sto parlando dell'eroina, lontana da me anni luce ormai, ma dal suboxone. Queste cose si possono fare una volta, le può fare chi è deciso ad impegnarsi per un fine fermo e chiaro per l'ultima volta. Se ci si riesce, ed è possibile, ci si deve sentire sempre fortunati, orgogliosi, ma mai onnipotenti, ne puliti o resettati, come un bambino. Quindi, sempre in guardia e basta con l'autoinganno! J.

cocaina

Mi viene da dire che ho iniziato a fumare erba e fumo e chi dice che oltre nn vai!  bhè io sono 1no di quelli che ho provato la cocaina circa 20 anni fà, e la pippavo tutti i fine settimana questo x circa 4/5 anni poi smisi di pipparla e provai il crak..........quando mi resi conto che il crak nn era cocaina x pippare smisi immediatamente........X 1n periodo lungo nn ho toccato + droghe ma poi ho ripreso di nuovo a pippare cocaina e vi posso dire che questa volta e peggio delle volte passate..Ricordati che se smetti di farne usox molto tempo sii forte a nn riprendere..................

 

Incapacità di ammettere...

Ciao,

ho quasi 33 anni, sono molto preoccupata per mio fratello minore di 26 anni, il quale fa uso di cocaina e alcool, credo fin dall'età adolescenziale (oggi con il senno di poi ho buoni motivi di ritenere che sia così). Da quello che ho potuto osservare l'uso non è quotidiano, credo che sia piuttosto legato al divertimento del w-e. 

La notte del 14/08/11 è stato fermato all'interno di una discoteca da quattro agenti in borghese mentre tentava di acquistare la coca. Non si è  reso conto che ad accerchiarlo fossero dei carabinieri e ha reagito a pugni e calci per dimenarsi. Il risultato è stato una notte in caserma per resistenza a pubblico ufficiale ed una condanna con condizionale per 5 anni, fortunatamente non era in possesso di cocaina. Ho raccontato questo episodio per contestualizzare e spiegare che questo evento ha fatto svegliare la mia famiglia da quel torpore in cui si era calata per "non ammettere" e forse anche per "l'incapacità di gestire" il problema cocaina. Finalmente i miei genitori si sono resi conto dei problemi di mio fratello con la droga, hanno messo in atto dei meccanismi di controllo (tipo assicurarsi della quantità di denaro posseduta, orari da rispettare, ecc), ma li vedo come schegge impazzite che non sanno bene cosa fare, io e mio fratello maggiore non abbiamo dato di questi problemi ,  mi sembrano smarriti ho l'impressione che abbiano la volontà di aiutare il figlio, ma infondo non sanno da dove iniziare.Viviamo in un paese di 10.000 abitanti dove ci conosciamo tutti e non è facile andare dal medico di famiglia a chiedere la prescrizione di analissi tossicologiche per il proprio figlio.

 

1)Vorrei sapere a chi mi posso rivolgere per la prescrizione delle analisi tossicologiche, 2) Dalle analisi si può capire lo stadio di dipendenza? 3)Consigliate l'aiuto di uno psiscologo, di un'analista o di chi?

 

Grazie mille 

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