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Novità

DOPO AVER FUMARO GANJA ATTACCO DI PANICO , QUESTO ATTACCO DI PANICO MI HA CAMBIATO TOTALMENTE , CHIEDO AIUTO !!!

Ciao a tutti mi chiamo nicholas e ho avuto una brutta esperienza che mi ha cambiato la vita , più che aver cambiato la vita mi ha cambiato la testa ! Non lo so nemmeno io al solo che mi faccio un sacco di paranoie assurde ! Adesso vi racconto tutto : allora ho quasi 20 anni e fumo anzi fumavo da quando avevo 14 anni fino a 3 mesi fa , ero a casa da solo quella sera e era una sera come tante che quando non c'erano i miei genitori a casa mi mettevo sul balcone tranquill e mi fumavo la mia cannetta in santa pace ( premetto che nn era la prima volta che fumavo da solo , anzi preferivo fumare da solo che in compagnia ) vabbè fatto sta che quando ero quasi alla fine del joint ho incominciato ad avere una leggere tachicardi e piano piano ho incomicato a farmi un viaggione assurdo pensando solo a cose negative del tipo : cosa ci faccio qua ? Che senso ha la vita ? Che cosa c'e dopo la morte ?! Insomma un viaggione bruttissimo , vabbè dopo di che sono entrato in casa e la paranoia sale ancora di più , ogni singolo rumore che sentivo la tachicardia aumentava , mi sono guardato allo specchio e avevo una faccia orribile , bianco cadaverico e con due occhi Rossi come mai visti prima , dopo di che ho detto vabbè mi metto a letto e passerà. Niente da fare mi sono messo a letto e il cuore ha incomicato a battere ancora di più fino ad avere per la mia prima volta un ATTACO DI PANICO , avevo paura cazzo e come
Se avevo paura , pensavo di morire e mi sono messo a piangere , non sapevo cosa fare se chiamare i miei o un'ambulanza , vabbè quando ho incomicato a non sentire più gambe e braccia mi sono alzato dal letto e mi sono disteso sul divano , sudavo e tremavo e il cuore continuava a battere a mille , dopo di che piano piano mi sono addormentato .
Il giorno dopo ero un'altra persona ! Ho fatto due settimane con tachicardie 24ore su 24 non ho mangiato per due settime e facevo fatica a dormire , nella mia mente avevo e ho tuttora paranoie assurde ma proprio assurde e penso cose negative ( molto meno rispetto a quelle due settimane ) ho pensato più volte al suicido e alla morte in quel perido , ma adesso no ! Perché chi si ammazza da solo secondo me è un PERDENTE! Vabbè oggi 13 febbraio sono quasi 3 mesi che nn fumo da quella esperienza mi fidatevi che anche se le cose sono migliorate rispetto a quelle due settimane ancora oggi nn sono apposto ! C'è magari anche questa è una mia fissa/paranoia . Non lo so cazzo non lo so, so che sto impazzendo ! Ho fumato per 5 anni e mi piaceva e mi piace , vorrei fumare ancora pero ho paura di avere un attacco di panico e che tutto torni come quelle due settimane d'inferno se non peggio ! Volevo sapere se qualcuno ha avuto sensazioni simili e se qualcuno mi può aiutere su sto fatto ! Premetto che ci sono un sacco di cose che dovrei scrivere come che ho fatto uso per 6 mesi di coca e avevo smesso circa 3 mesi prima di quell'attacco di panico ! Adesso ho sbalzi d'umore ogni tanto e mi passano cose e immagini e pensieri per la mente che per fino disgusto io stesso !

drop in torino

Il Drop In Torino è diventato social, la nostra pagina facebook è online da qualche mese, ci interessiamo di sostanze da molteplici punti di vista: culturale, sociale, legale, medico, ludico, con l'occhio dell'operatore e del consumatore. Aiutateci a farci conoscere ed a ingrandire la nostra rete, metteteci un MI PIACE e invitate i vostri contatti. Grazie.

Fulvio

la Giamaica verso la legalizzazione della canap

Passa al senato il progetto di legge, si attende l'approvazione della camera.

187 bpm - dietro le quinte dei rave

Un saluto a tutta la community di sostanze.info, 

io mi occupo di sostanze, riduzione del danno, prevenzione, dipendenze e media education da tanti anni e vorrei condividere con voi alcune esperienze: una di queste è 187 BPM documentario su rave e drug checking, prodotto da me e da un gruppo di colleghi supportati da due film maker professionisti. Dura 23 minuti, spero vi piaccia. 

BUONA VISIONE

Fulvio Bosio

Epatite C, primo ricorso contro linee guida Aifa. Tre malati: "Subito anche a noi e a carico Asl"

 ROMA - La distribuzione del sofosbuvir, il costosissimo farmaco anti-epatite C, va a rilento nelle Regioni e iniziano i ricorsi ai giudici da parte di pazienti che vogliono subito il medicinale. C'è un nuovo passaggio, che coinvolge la magistratura ed era per certi versi prevedibile, nella storia italiana del medicinale in grado di debellare una malattia diffusissima, da cui molti non sanno nemmeno di essere colpiti. 

Dopo mesi di attesa per la contrattazione del prezzo tra Aifa e la farmaceutica Gilead Science e dopo le esitazioni delle amministrazioni locali, arrivano anche i giudici. Un avvocato di Parma ha annunciato di assistere tre persone, anziani in condizioni di salute precarie, che vogliono subito il medicinale. 

L'avvocato Claudio Defilippi ha presentato ricorso per tre malati in base all'articolo 700 del codice di procedura civile, quello per ottenere provvedimenti di urgenza. I suoi assistiti, probabilmente, avrebbero diritto ad ottenere il farmaco dalla loro Regione ma evidentemente non vogliono aspettare e nemmeno pagare 70.000 euro di tasca propria. L'Emilia Romagna tra l'altro è una delle amministrazioni che hanno già iniziato a consegnare il medicinale. 

È stata Aifa a stabilire, sentiti gli esperti, quali sono i malati gravi da curare prima. L'obiettivo è di trattare circa 50mila persone in un anno e mezzo. La spesa del servizio pubblico per il farmaco inizialmente sarà di circa 43.000 euro, e scenderà via via che aumenterà il numero di dosi acquistate, fino a circa 4.000 euro. Il sofosbuvir è nel prontuario da dicembre, il ministero ha promesso un miliardo di euro alle Regioni per acquistarlo ma molte sono indietro.

Mentre Toscana, Emilia, Veneto, Lombardia e altre hanno iniziato la somministrazione "ci sono Calabria, Sicilia, Campania e Molise che non hanno nemmeno individuato i centri che dovranno prescriverlo", dice Ivan Gardini dell'associazione di malati Epac. "È una cosa vergognosa, stanno violando la legge, questo è un farmaco innovativo che doveva essere reso disponibile immediatamente. E invece abbiamo realtà che anche se partite lo somministrano lentamente e altre che ancora non si sono mosse. Mi aspettavo che arrivassero dei ricorsi".
Repubblica www.repubblica.it/salute/interattivi/2015/02/07/news/epatite_c_primo_ricorso_contro_le_linee_guida_aifa_lo_vogliamo_rimborsato_anche_noi-106780082/

Cannabis: può essere terapeutica per la prevenzione dell'epilessia

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

 Roberto Di Maio è un brillante ricercatore italiano, selezionato per il programma Fellowship Ri.MED attivo presso l’University of Pittsburgh: la Fondazione sta infatti formando capitale umano d’eccellenza per il Centro per le Biotecnologie e la Ricerca Biomedica di prossima realizzazione in provincia di Palermo.

Grazie alla borsa di studio Ri.MED, dal 2008 il dr. Di Maio sta conducendo a Pittsburgh innovative ricerche nel settore delle neuroscienze. L’ultimo lavoro, pubblicato su “Neurobiology of Disease”, definisce il potenziale terapeutico dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia del lobo temporale.

L’epilessia del lobo temporale è la forma di disturbo epilettico più frequente, i cui sintomi si manifestano svariati anni dopo un episodio epilettico acuto, quale ad esempio convulsioni febbrili nell’infanzia. A questo stadio della malattia compaiono danni cerebrali irreversibili, spesso refrattari ai trattamenti antiepilettici convenzionali. Sono quindi di fondamentale importanza gli sforzi di medici e ricercatori rivolti a prevenire l’evento epilettico cronico.

L’idea – spiega il dr. Di Maio – nasce dal fatto che i cannabinoidi possono modulare e bilanciare i meccanismi di eccitabilità neuronale ed agire specificamente sulla funzione dei mitocondri (entrambi fenomeni biologici strettamente correlati al danno neuronale da stress ossidativo ed alla malattia epilettica). Questo studio ipotizza che il potenziale anti epilettogenico dei cannabinoidi si espleti attraverso il recupero delle disfunzioni neuronali che portano verso il danno ossidativo.

Alcuni esperimenti preliminari condotti dal dr. Di Maio hanno messo in luce che l’effetto anticonvulsivante delle molecole cannabinoidi è strettamente dipendente dal suo effetto a “campana”, ovvero che esiste uno stretto range di dosaggio efficace, al di sotto o al di sopra del quale questi agonisti del sistema cerebrale sono inefficaci o, peggio, pro-convulsivanti.

Ecco come è stata condotta la sperimentazione: dopo aver indotto un evento epilettico acuto nei ratti con un’iniezione di pilocarpina, gli animali sono stati divisi in due gruppi, uno dei quali ha ricevuto un basso dosaggio quotidiano del cannabinoide sintetico. Dopo 15 giorni è stata sospesa la somministrazione e, dopo 6 mesi di osservazioni, è stato analizzato il cervello degli animali: il gruppo trattato con la molecola cannabinoide mostrava comportamento epilettico quasi assente, laddove gli animali non trattati avevano invece sviluppato una forte sindrome epilettica.

Questo studio, oltre a costituire un importante contributo per fare chiarezza sulle potenzialità terapeutiche dei cannabinoidi nella prevenzione dell’epilessia e di altre patologie neurologiche, potrebbe fornire le basi necessarie allo sviluppo di nuove molecole con target altamente specifici, e pertanto con minori effetti collaterali, nella prevenzione di diversi tipi di disturbo neurologico e neurodegenerativo.

www.stateofmind.it/2015/02/cannabis-epilessia/
Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/02/cannabis-epilessia/

Cibo malato: storia dei disturbi alimentari

www.linkiesta.it/anoressia-bulimia-ossessione-cibo-state-of-mind

Anoressia e bulimia vengono categorizzate nell’800, ma il boom è negli edonistici anni ’80

Giovanni M. Ruggiero

Le difficoltà psicologiche, le ossessioni per il controllo e l’autostima rendono la magrezza un fine e non un mezzo

Immagine tratta da Flickr, di timshortt

In collaborazione con il sito State of Mind

Non so quando precisamente il cibo sia entrato a far parte della cultura di massa ed è diventato un oggetto di culto popolare, cult e pop. Più che le ricette in sé forse furono importanti i libri di ricette che diffusero il sapere dalle cucine aristocratiche a quelle borghesi. Oppure certi segnali, come le frasi celebri. Forse prima di Oscar Wilde a nessun letterato sarebbe venuto in mente un aforisma su quanto sia importante il cibo e, soprattutto, quanto siano irrimediabilmente noiosi quelli che non prendono sul serio il cibo. Wilde stava seminando il terreno delle foto di piatti disseminate sui social. Non sono un esperto di storia delle idee, ma ho l’impressione che il cibo è diventato “borghese” nell’800 e “pop” negli anni ’80 del secolo scorso.

Forse la stessa cosa è accaduta ai disturbi psicologici legati al cibo. Nell’ottocento la cultura medica “borghese” li individua e li definisce. Nel 1873 il medico francese Charles Lasègue, riportò otto casi di emaciazione e deprivazione alimentare su base psicologica, e pose grande enfasi sulla sofferenza emotiva dei pazienti. In quello stesso 1873 a Londra William Gull descrisse tre casi e li denominò per la prima volta con il termine che poi si sarebbe universalmente affermato: anoressia nervosa. Due anni dopo, nel 1875, in Italia a Bologna Giovanni Brugnoli descrisse altri due casi.

Dopo queste prime segnalazioni si assiste a un silenzio prolungato per alcuni decenni, in cui si cercano spiegazioni neurologiche per questi disturbi. A ridosso degli anni ‘80 Hilde Bruch (1973) e Mara Selvini-Palazzoli (1963) riaffermano la natura psicologica dei disturbi alimentari e li descrivono come un paralizzante senso di inadeguatezza e di insufficienza di fronte agli impegni della vita adulta a cui si unisce la restrizione alimentare come surrogato illusorio di quel carente senso di competenza, efficacia e autonomia personale di queste pazienti. Ancor più chiaro il legame della bulimia con gli anni ’80. Questa sindrome è stata definita nel 1979 dallo psichiatra inglese Gerald Russell.

È negli anni ’80 del ’900 che anoressia e bulimia entrano a far parte della cultura di massa e diventano un oggetto quasi pop di campagne pubblicitarie di sensibilizzazione. Fino a quel momento si trattava di curiosità psichiatriche da circo, stramberie simile alle isteriche del maestro di Freud, il professor Charcot della Salpetrière di Parigi. Poi improvvisamente sembrarono diventare quasi un’epidemia e soprattutto assunsero un valore simbolico. Che trasformazione! Da residuo polveroso della psichiatria ottocentesca a malessere psicologico legato al consumismo degli anni ’80.

Quegli anni – ricordate? – furono il tempo del ritorno al privato e di un rinnovato edonismo. Cambiati i valori, improvvisamente l’ideale non era più rinnovare il mondo ma affermarsi personalmente, realizzarsi. Le professioni economiche diventarono appetibili. Gordon Gekko, pescecane della Borsa di New York, rubava la scena e si impadroniva del film “Wall Street” di Oliver Stone. Un ideale neopagano di bellezza, forza, potere e splendore personale prendeva possesso dell’immaginario pubblico.

 

Breve annotazione: cosa s’intende per anoressia e bulimia? La prima è la repulsione volontaria e ossessiva nei confronti del cibo generata da un intenso timore di poter diventare grassi o addirittura dalla convinzione erronea di essere sovrappeso. La bulimia è invece contraddistinta da episodi di abbuffate (consumo rapido di abbondanti quantità di cibo a elevato contenuto calorico) accompagnati da comportamenti di compenso, tra i quali il più diffuso è il vomito autoindotto, oltre all’uso smodato di diuretici e lassativi, il digiuno e l’attività fisica eccessiva. Il fine di questi comportamenti è attenuare il senso di colpa e l’aumento di peso procurati dall'abbuffata.

L’associazione d’idee tra edonismo e l’emergere dei disturbi alimentari non è intuitiva. Il rifiuto del cibo dell’anoressica sembra piuttosto una negazione di sé. Eppure non è così. Anoressia e bulimia sono tentativi di affermazione di sé nel campo del controllo del cibo e dell’aspetto fisico. I disturbi alimentari iniziano per lo più al limitare dell’adolescenza, quando si entra in un mondo sociale e competitivo di giovani adulti, dove occorre conquistare l’attenzione e la considerazione altrui. La giovane età ci rende particolarmente sensibili al giudizio altrui e ai piccoli e grandi dispiaceri delle competizioni di rango imposte dalla vita sociale. A quell’età il ruolo svolto dalla bellezza fisica è incisivo e per le donne lo è ancor di più. Il timore di non riuscire ad affermarsi, il timore di essere socialmente invisibili può generare il desiderio parossistico di aderire a un ideale fisico accettato, come è la magrezza, fino alle forme grottesche dell’estremo sottopeso dell’anoressia o al continuo vomitare quel che si mangia nella bulimia. Salvo poi riempirsi di nuovo di cibo quando si è in preda alla fame e all’insicurezza. Il cibo è fonte di angoscia, ma anche di consolazione. Mangiare ci calma, abbuffarci ancora di più.

L’individuo così cade preda di convinzioni che si definiscono, in gergo psicologico, maladattative e distorte: la convinzione di non essere all’altezza, di non avere il controllo delle situazioni e, ancora peggio, di non avere il controllo dei propri stati d’animo e delle emozioni, che appaiono assumere un carattere di intensità ingestibile (Sassaroli e Ruggiero, 2010).

I disturbi alimentari diventano simbolici di questa svolta culturale individualistica e “pop” non solo per l’ossessione verso il cibo o l’aspetto corporeo, ma ancor di più per alcuni temi psicologici più nascosti: l’ossessione per il controllo sulla realtà e per la perfezione dello sviluppo individuale e la centralità della cosiddetta autostima personale su cui fondare il proprio benessere.

Nelle epoche pre-industriali, aristocratiche e non consumistiche, questi fenomeni non erano assenti, ma assumevano significati diversi. Eppure con alcune consonanze con la modernità risuonano. In un’economia di sussistenza pochi avevano accesso al consumismo alimentare che permette il lusso oppositivo dell’astinenza dal cibo. E quando avveniva, essa assumeva un carattere religioso, come nel caso di Santa Caterina. L’astinenza dal cibo della santa aveva un valore di rinuncia, di mortificazione e di autodisciplina.

Nella santa medievale mancava il carattere di affermazione individualistica della moderna anoressia. Però è anche vero che nelle sante medievali l’astensione dal cibo era una componente di una scelta religiosa ampia e complessa che consentiva alle donne un ruolo sociale incisivo. Santa Caterina poté, grazie alla rinuncia al mondo, sottrarsi al matrimonio e attingere a una formazione culturale che altrimenti le sarebbe stata preclusa. Imparò a leggere e a scrivere e poté svolgere un ruolo sociale e politico di primo piano nella società del tempo. Partecipò a missioni diplomatiche presso la sede papale, contribuendo a far sì che il Papa tornasse a Roma da Avignone. Tutto questo può essere interpretato, in termini moderni, come segno di affermazione personale per Santa Caterina (Bell, 1985).

Tuttavia in Caterina e in altre donne l’astensione dal mondo era un percorso efficace, che effettivamente portò le sante ascetiche medievali a diventare delle personalità di primo piano. Nell’anoressia moderna il desiderio di autonomia e di affermazione è molto più problematico e contradittorio e molto meno efficace. L’anoressica è al tempo stesso attratta e intimorita dal mondo adulto delle relazioni sociali e dell’affermazione di sé. Incapace di accettare e di gestire la precarietà e la mobilità della competizione pubblica, va alla ricerca di un parametro quantificabile e controllabile e al tempo stesso carico di valore simbolico. Il peso è un numero, un parametro quantificabile. Il peso poi rimanda all’aspetto corporeo, naturalmente. E non si tratta affatto soltanto di un rimando soltanto simbolico. Con il nostro corpo, con la sua bellezza, ci presentiamo e ci facciamo accogliere, accettare e giudicare dagli altri e dal mondo. Un bell’aspetto è un buon biglietto da visita. Tuttavia, si tratta di una logorante e difficile negoziazione continua con gli altri.

La sensazione di mancanza di controllo è quindi massima, ed è proprio ciò che teme l’anoressica. Di qui la scelta paradossale del disturbo alimentare: Il controllo del corpo diventa fine a se stesso, una corsa autodistruttiva in cui lo scopo iniziale, cioè poter essere accettati e piacere agli altri, è dimenticato a favore della magrezza e del controllo, che subentrano e diventano, da soli, un valore in sé.

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