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Novità

Dall'Albania anche «siluri» di droga, la supermarijuana invade l'Europa

Ci sono le immense piantagioni di marijuana, che sono tornate a coprire centinaia di ettari delle campagne albanesi, serre a cielo aperto oppure allestite in grande stile con criteri assolutamente ultramoderni come già avveniva negli anni novanta; ci sono gli intrecci e le complicità e le alleanze con grandi fette di settori importanti dei clan greci, che garantiscono assistenza logistica come del resto hanno fatto in passato per quanto riguarda il contrabbando; ci sono i nuovi sistemi di trasporto per eludere i controlli: due canoe imbottite di marijuana e poi rovesciate e sigillate, trasformate in siluri trainati da piccole imbarcazioni; ci sono anche gli acquascooter, usati per fare la spola con battelli ormeggiati al largo come depositi galleggianti; c’è anche un vorticoso giro di compravendite, aste su cui grava l’ombra dell’illegalità, un valzer di passaggi di proprietà, giochi di prestigio tra i conti di improvvisate società che alimentano la nuova costituzione di un’autentica flottiglia, piccole barche da trasportare verso il litorale dopo un viaggio all’interno di tir per aggirare le rigide regole che vigono ormai sulla costa albanese oppure enormi bolidi del mare capaci di varcare il canale d’Otranto in due, al massimo tre ore.

 

Ecco il ritorno all’antico romanzo criminale tra Puglia e Albania, ecco lo scenario che si sta silenziosamente delineando a poche decine di chilometri dal Salento, una specie di mosaico in cui le tessere di un tempo stanno pericolosamente tornando al proprio posto attraverso leve che assicurano un ingranaggio già sperimentato negli anni bollenti dell’immigrazione clandestina. Una situazione delicata che si sta ricomponendo secondo una regia ben precisa che non lascia nulla all’improvvisazione. Al contrario, la prima accelerazione c’è stata all’indomani dell’operazione "Mare nostrum", quella che il governo ha fatto scattare per blindare il Mediterraneo dopo la strage di migranti nel Canale di Sicilia, a ridosso di Lampedusa. Su tutto questo, sulla vecchia-nuova geopolitica dei clan che incombe adesso sull’Adriatico, indaga la guardia di finanza, che sta monitorando il fenomeno attraverso una costante attività di controllo ma anche con indagini tutt’altro che semplici, portate avanti insieme alla collaborazione delle forze dell’ordine albanesi. Gli elicotteri e le motovedette del Reparto operativo aeronavale (Roan) perlustrano palmo a palmo la costa pugliese. Ma non solo. Perché in questa nuova inchiesta sui trafficanti del nuovo millennio svolgono un ruolo decisivo anche le indagini avviate dall’altra parte dell’Adriatico e anche sul litorale ionico greco. Ecco perché il flusso di informazioni è continuo, scorre e racconta la ricomposizione della flottiglia dei trafficanti, gli investimenti nella droga e nel flusso di clandestini, l’enorme giro di denaro che alimenta un’operazione criminale che rischia di trasformare ancora una volta l’Adriatico nel nastro trasportatore degli affari illeciti e la Puglia nella «Colombia d’Europa», tappa obbligata nella geografia degli affari orchestrati dalla criminalità internazionale. Solo nel 2013 lungo la costa pugliese sono state sequestrate sette tonnellate di marijuana (ventisei in tutta Italia), un quantitativo enorme che la dice lunga sui canali di approvvigionamento e sulla disponibilità delle cosche che gestiscono il traffico. Ma nei primi tre mesi del 2014 la marijuana sequestrata dalla Finanza ha già raggiunto le quattro tonnellate.

Il tutto per un giro d’affari da capogiro: secondo quanto emerso dalle indagini, i trafficanti per mettere insieme una tonnellata pagano circa 150mila euro tra compensi agli agricoltori e costi di trasporto, ma il guadagno netto al dettaglio è di dieci milioni. I riflettori degli investigatori sono puntati sull’Albania, dove filtrano indiscrezioni tutt’altro che rassicuranti: la riorganizzazione della flotta è già in atto, i clan stanno già provvedendo a rastrellare enormi gommoni oceanici ma soprattutto piccole barche, in particolare quelle da diporto. Un cambio di strategia rispetto al passato, quando venivano utilizzate vecchie carrette del mare. «I controlli sono costanti e la collaborazione avviata con la polizia albanese dopo un accordo internazionale bilaterale sta dando ottimi risultati», dice il colonnello Maurizio Muscarà, comandante del Roan della Puglia. Insomma, i bolidi del mare adesso danno nell’occhio: ecco perché i trafficanti si affidano a barchini e utilizzano soprattutto gli acquascooter per organizzare autentiche staffette della droga in Adriatico. La ricostituzione della flotta dei trafficanti è la logica conseguenza del boom di coltivazione di cannabis in atto in diverse fette della campagna albanese. Un fenomeno ormai documentato dalle indagini della guardia di finanza. Non si tratta di piccole o grandi serre, ma di enormi piantagioni concentrate nella zona di Girocastro, in particolare a Lazarat, area montuosa a 230 chilometri a sud di Tirana e ad appena 30 chilometri dal confine greco, quello che ormai chiamano «il villaggio della marijuana», poco meno di quattromila abitanti, dove accorrono braccianti da diverse zone del Paese che lavorano dall’alba al tramonto per tremila lek al giorno (circa venti euro): ogni chilo viene venduto a 300 euro e finisce nei camion diretti sulla costa, ma spesso il carico viene sistemato su asini che conoscono la strada e da soli raggiungono la Grecia: un modo per evitare arresti.

La destinazione finale comunque è l’Italia, l’Occidente più vicino, la porta per il grande mercato europeo su cui si affaccia anche l’ombra della marijuana geneticamente modificata e quindi con un principio più elevato: un carico di stupefacente ogm proveniente da Valona è stato sequestrato tempo fa dalla polizia a Bologna. Questo nuovo boom del narcotraffico è finito anche all'esame del Dipartimento di Stato americano e figura in un dossier dell’International narcotics control strategy report, che comunque sottolinea come il livello di attenzione delle forze dell’ordine in Albania sia notevolmente aumentato: nel 2012 sono state recuperate 2,1 tonnellate di marijuana con un incremento dei sequestri del 175 per cento. Nonostante questo, però, la produzione è aumentata del 40%, la domanda è costante, i prezzi si abbassano. Attraverso le ricognizioni aeree del Reparto operativo aeronavale è stata documentata la presenza in Albania di almeno 300 piantagioni pari a un raccolto di mille tonnellate di marijuana pronte a invadere l’Europa. Il valore di mercato sarebbe sui 4,5 miliardi di euro; del resto, con una sola pianta si possono ricavare un paio di chili di cannabis per un valore di circa 300 euro. Buona parte del territorio albanese (il 12,5 per cento in appena due mesi) è stata passata al setaccio consentendo di acquisire 680 gb di immagini ad alta risoluzione fino a cinque centimetri dal suolo: sono state confrontate con rilievi satellitari e grazie al supporto di esperti della Seconda Università di Napoli è venuto fuori che solo nell’area di Lazarat ci sarebbero 319 ettari di terreno coltivato a cannabis, il 90% del totale. Un fiume di droga destinato a travolgere l’Europa.

corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/notizie/cronaca/2014/8-aprile-2014/dall-albania-anche-siluri-drogala-super-marijuana-invade-l-europa-22337136897.shtml

Morta la figlia di Bob Geldof dalla droga all’esoterismo

L’ultimo messaggio è di domenica. «Io e mia mamma». Una vecchia foto rilanciata ai 193 mila seguaci su Twitter. Peaches, biondissima, in braccio a Paula Yates, la mamma, prima che una overdose di droga, nel 2000, gliela portasse via. Aveva appena 11 anni, Peaches, e ne rimase sconvolta. La sua vita segnata per sempre. La sua vita turbolenta, violenta. Triste ed eccessiva. Figlia di una star della musica e dell’attivismo politico, Bob Geldof. Figlia di una famosa giornalista televisiva e scrittrice. Figlia di un mondo subdolo che ti divora. Un mondo che da un momento all’altro ti crolla addosso e ti travolge. Con la cocaina, l’eroina, gli allucinogeni, l’alcol che ti ballano attorno e nel corpo. L’esistenza di Peaches è sempre stata così da quando divenne orfana. Intelligenza brillante ma tormentata, ambigua, condizionata da ombre e fantasmi del presente e del passato. E la fine di Peaches non può che essere misteriosa. Sola, in una casa del Kent. Spenta per sempre. Dopo quel suo ultimo «cinguettio» su Twitter. Dopo l’ultimo ricordo della mamma. Omicidio o suicidio o un colpo fatale. La polizia lo tratta come un caso di «morte inspiegabile e improvvisa». Il caso di una giovane donna, venticinquenne, carica di successo e di fama, che dice addio ai suoi due bambini, Astala venti mesi e Phaedra undici mesi, e dice addio al secondo marito Thomas Cohen leader della band punk-rock S.C.U.M. La sintesi delle sue sofferenze, Peaches, l’aveva realizzata nel novembre 2012 in un’intervista all’edizione inglese della rivista Elle. «Ricordo benissimo il giorno in cui mia madre morì. È difficile parlarne. Non l’ho mai fatto. Non riuscii a tirare fuori una lacrima. Non riuscii a esprimere alcun dolore. Non riuscii a piangere ai funerali. Rimasi intorpidita, bloccata. Ritornai a scuola il giorno successivo, mio padre mi disse solo: stai calma e va avanti. No, non sono arrabbiata con lei. Non l’accuso. La capisco». Forse ha imparato a capirla, poco alla volta, nel suo percorso burrascoso. Aveva cominciato presto a scrivere, la sedicenne Peaches, articoli per prestigiosi quotidiani (il Daily Telegraph e il Guardian) e per settimanali. Irriverente e timida, aveva abitato a Chelsea, il quartiere dei vip, ma scappò presto, allontanandosi dal padre, Bob Geldof col quale aveva un rapporto in chiaroscuro, e trovando una strada: la televisione e la sfilate col debutto in passerella nel 2007 e l’ingresso nella top ten delle icone della moda per il mensile Tatler. Gli onori. I titoli. Le feste. «E le droghe, ogni tipo di droga» (per sua ammissione a Elle). Oltre che l’alcol. «Sempre ricordando ciò che era accaduto a mia madre». Un matrimonio fallito con Max Drummey, musicista americano. Un secondo matrimonio e la nascita dei due bambini. «Che è anche la mia rinascita» aveva dichiarato. Ma non poteva essere vero. Nella vita di Peaches erano entrate altre ossessioni: il fanatismo religioso, l’occultismo, il satanismo. Si era fatta coinvolgere nella setta di Scientology e si era trasferita nel loro quartiere generale a Los Angeles. Poi si era staccata da Scientology e si era tatuata sul braccio l’acronimo «O.T.O», ovvero «Ordo Templi Orientis», l’Ordine del Tempio di Oriente, una organizzazione «iniziatica » che si definisce religiosa e che è registrata in California dal 1979 ma che si ispira all’esoterismo di Aleister Crowley, uno dei fondatori del moderno satanismo, ambiguo «guru di anime » dell’inizio e metà Novecento. Per molto tempo Peaches aveva tenuto nascoste queste sue passioni o deviazioni. Poi si era confessata. Ancora una volta via twitter. Lo scorso anno e sempre con una foto, il tatuaggio. E aveva provocato scandalo invitando i suoi 193 mila seguaci ad andarle dietro nell’«Ordo Templi Orientis». Una vita difficile, nonostante il nome, la bellezza, la ricchezza. Una morte strana. A pochi giorni dal compleanno della piccola Phaedra, un anno il 24 aprile. Proprio come la mamma di Peaches, Paula Yates uccisa dall’overdose di eroina. Distrutto Bob Geldof: «Come può essere possibile che non ti rivedremo? ».

www.passionetecno.com/2014/04/08/morta-la-figlia-di-bob-geldof-dalla-droga-allesoterismo-3279

COLTIVAZIONE DELLA CANNABIS: CON LA LEGGE SVUOTA-CARCERI NON CAMBIA NULLA


Cesda.net - E’ stata approvato ieri dal Parlamento la cosiddetta legge “svuotacarceri”, che al suo interno contiene una norma riguardante la coltivazione di cannabis. Nelle prime analisi del provvedimento, è stata accreditata da alcuni fonti giornalistiche l’errata interpretazione che si trattasse di una sostanziale depenalizzazione della coltivazione di cannabis, purché essa venga coltivata per consumo personale. In realtà, sembra che la norma riguardi esclusivamente gli istituti già autorizzati dal Governo alla coltivazione di cannabis, e non la coltivazione a opera di singoli cittadini, per i quali rimarrebbe quindi in vigore l’assoluta proibizione.

In attesa di analisi più approfondite e ponderate, e soprattutto del decreto legislativo di tipo attuativo che deve essere emanato dal Governo, atteso entro 18 mesi, va ricordata l’importanza e l’urgenza di un intervento che metta ordine, dal punto legislativo e politico, alle tante zone d’ombra che si sono via via create nell’interpretazione dell’attuale legge sulle sostanze Fini-Giovanardi.

COMUNICATO ADUC

In Italia dilaga il Kratom, la nuova droga che arriva dalla Thailandia

 In Italia dilaga il Kratom, la nuova droga che arriva dalla Thailandia.l n
Il numero di nuove droghe reperibili sul mercato aumenta di mese in mese: lo sostiene l’Istituto Superiore della Sanità che ha catalogato di recente 370 molecole di caratterizzazione allucinogena. Basti pensare che fino a qualche mese fa le nuove droghe classificate erano 280. Desta particolare preoccupazione il diffondersi di una nuova sostanza, il cratomo (kratom), a base vegetale su cui vengono vaporizzati cannabinoidi. Questa droga – spiegano dall’Istituto superiore di sanità – è stata causa di sei decessi in Svezia negli ultimi mesi.

COS'E' IL KRATOM.

È la mitragyna speciosa, un albero diffuso in Indocina e in Malesia. Insomma, è albero e fa parte della stessa famiglia di quello del caffè. Dalle sue foglie si ricava una sostanza psicoattiva (per questo, al pari di quelle di coca in Perù, venivano masticate dai contadini per resistere al duro lavoro della terra). Negli anni dal Kratom sono derivate una serie di bevante allucinogene che hanno avuto grande successso (estratto di foglie, sciroppo per la tosse e Coca Cola, mescolati con il ghiaccio tritato). Cocktail proibiti, visto l’effetto stupefacente ma al tempo stesso via via sempre più ricercati. Così il Kratom (da cui sono stati isolati oltre 25 alcaloidi diversi) è diventata una droga sempre più gettonata. E pericolosa, secondo i medici che monitorano l’evoluzione degli stupefacenti.
continua su: http://www.fanpage.it/droga-kratom/#ixzz2y1WouvVP 
 

Cannabis a uso terapeutico. Ecco perché è una beffa.

Anna Tarquini, L'Unità. Chi è in ritardo si affretta a legiferare, ma la corsa delle Regioni verso la regolamentazione della cannabis terapeutica rischia rimanere un’operazione di facciata, se non peggio un grande flop ai danni delle speranze dei malati. C’è più di una ragione per questo fallimento, ma quella più evidente la spiega con una risposta l’assessore alla Sanità della Sicilia. Luisa Borsellino, ultima figlia del giudice ucciso dalla mafia, è la persona cui Crocetta ha affidato il compito di rendere possibile la distribuzione gratuita nell’isola di farmaci a base di cannabinoidi. «Stiamo valutando la possibilità di poter stipulare convenzioni con gli istituti autorizzati a produrre medicinali con il principio attivo. Certo, questa è una norma inapplicabile, un’ipotesi inesistente al momento, perché in Italia è vietato».
Luisa Borsellino e i suoi colleghi di Abruzzo, Toscana, Veneto, Puglia insieme a tutte quelle Regioni che hanno inserito nella legge la possibilità di produzione della materia prima, non sono dei pazzi. Sanno perfettamente che in Italia non si può coltivare la cannabis, che il decreto firmato pochi giorni fa dal ministro Lorenzin ha ribadito questo divieto mettendo quasi una pietra tombale sulla possibilità reale di applicazione delle loro leggi, ma spingono silenziosamente verso una soluzione, l’unica possibile, l’unica che permetterebbe loro di applicare ciò che è già scritto da norme nazionali. Cioè che in Italia l’uso terapeutico dei cannabinoidi è lecito e regolamentato, anche se mal regolamentato

I NODI
Avere una legge regionale significa avere accesso gratuito al farmaco, come avviene altrove. Ma a fronte di una spinta in avanti per mettersi al pari con l’Europa, le leggi regionali non riescono a superare i gap. Che sono nell’ordine: i costi elevatissimi dei farmaci, le difficili procedure per ottenere i medicinali che vengono importati dall’estero, la mentalità ma anche la spesa che suggerisce alle commissioni d’esperti che devono stilare la lista delle patologie per cui la cura è gratuita di restringere al massimo la casistica bruciando le nuove normative, e infine ancora la diffidenza di certi medici davanti all’esiguo numero di studi. Tutto questo messo insieme fa sì che al momento, per gli esperti, le associazioni e i pazienti, siamo davanti a un fenomeno fatto solo di buone intenzioni e nessun beneficio reale.

Ma andiamo con ordine. Allo stato è una jungla di leggi o proposte di legge, tutte diverse, alcune più «moderne» altre meno. Solo nell’ultima settimana ben due Regioni hanno approvato decreti in tal senso: Umbria e Sicilia. Altre due hanno avviato la discussione in giunta e si apprestano a varare un testo normativo: Basilicata e Lazio. Quella della Sicilia, l’ultima, è stata salutata come la legge dell’avanguardia. «L’incidenza della sclerosi multipla nell’isola - spiega Luisa Borsellino - è sopra la media nazionale. Ora abbiamo fatto una delibera che ci mette in linea con il contesto normativo nazionale, ma che offre la possibilità ai cittadini siciliani di avere cure a carico del Servizio sanitario. Prima non era così. Si trattava di combattere pregiudizi anche sul piano etico». La legge siciliana prevede che le prescrizioni siano fatte da specialisti all’interno di strutture sanitarie (i medicinali sono acquistati nella farmacia ospedaliera) e un successivo percorso terapeutico che potrà essere eseguito anche a domicilio. E prevede, eventualmente, convenzioni con strutture autorizzate a produrre. Stesse regole per l’Umbria dove la Terza commissione di Palazzo Cesaroni ha dato parere favorevole e ora attende il voto finale dell’Assemblea legislativa. Anche qui la clausola: «La Giunta regionale potrà stipulare convenzioni con i centri e gli istituti autorizzati, ai sensi della normativa statale, alla produzione o alla preparazione dei farmaci cannabinoidi». Tutto bene? Non esattamente, perché in assenza di «normativa statale» i costi elevatissimi dei farmaci che vengono importati dall’estero ricadono sugli enti locali. Si è già visto, ad esempio, come il Sativex unico medicinale autorizzato dall’Aifa (oggi a carico del Ssn senza bisogno di leggi ad hoc) non viene distribuito proprio per mancanza di fondi.

LA RIVOLTA
La rivolta è partita da Firenze dove ha sede l’unico centro autorizzato a coltivare la canapa, ma non a produrre farmaci, lo stabilimento chimico farmaceutico militare. Monica Sgherri, capogruppo Federazione della Sinistra-Verdi della Toscana, ha presentato nei giorni scorsi una proposta di legge per rafforzare la normativa toscana approvata nel 2012 e non ancora operativa. Sulla stessa scia del consigliere regionale Enzo Brogi e della responsabile Welfare e Sanità del Pd Toscana Stefania Magi, hanno chiesto di aprire il Farmaceutico militare: «Bisogna far cadere un tabù - dice la Magi - . La produzione di cannabis e la preparazione di farmaci derivati, sotto la garanzia dei militari del Farmaceutico, è un’opportunità che renderebbe sicura anche in Italia la produzione e la distribuzione». A costi molto inferiori. Anche il senatore Manconi ha presentato una petizione in tal senso. Ma perché è necessario questo passaggio? Perché le Regioni possono legiferare quanto vogliono, ma se non c’è un intervento dell’Agenzia del farmaco, o del governo, tutto si arena sulla questione fondi a disposizione.

continua a leggere su www.unita.it/italia/cannabis-terapeutica-droghe-leggere-lorenzin-farmaci-medicinali-ospedali-prescrizone-dolore-marijuan-1.560536

Times (international businness): LSD, MDMA e Ketamina promettenti in medicina

Nuovi studi dell'Università di Oxford mostrano notevoli potenziali terapeutici per le più tipiche "party drugs" e anche una generale sopravvalutazione dei loro presunti effetti negativi: http://www.ibtimes.co.uk/ketamine-lsd-magic-mushrooms-ecstasy-illegal-dr...

Cannabis terapeutica. Le cure per i veterani di guerra

Curare il disturbo post-traumatico da stress con la marijuana. E' quello che stanno facendo molti veterani delle forze armate americane, tornati dalle missioni in zone di guerra. La loro storia è raccontata dalla Nbc, partendo dall'esperienza di Logan Edwards, che temeva di diventare uno dei 22 ex soldati che, in media, si suicidano ogni giorno. "Poi, però, ho provato la marijuana".
Edwards, che ha trascorso otto mesi in Iraq, è uno dei tanti veterani - difficile quantificarli - che hanno cominciato a fumare marijuana per combattere i disturbi post-traumatici da stress, che affliggono fino al 20% dei veterani delle guerre in Iraq e Afghanistan, secondo gli esperti. Il dipartimento che si occupa dei veterani non lascia che i dottori prescrivano l'erba, così i soldati sono costretti ad acquistarla illegalmente o a coltivarla in casa. Secondo Edwards, la marijuana gli ha salvato la vita.
"La prima volta che ne ho fatto uso volevo piangere, perché aveva portato via la mia ansia, perché aveva fatto per me quello che gli antidepressivi non avevano mai fatto in tre anni" ha raccontato Edwards, 26 anni, residente a Davenport, Iowa. I sintomi del disturbo emersero "nel momento in cui scesi dall'aereo" nel 2008. "Sto bene tutto il giorno semplicemente facendo uso di cannabis. Sono tornato a scuola: la frequenza è buona, i voti sono buoni, le mie relazioni sono tornate normali. La marijuana mi ha permesso di riprendermi la mia vita". 
 Il 12 marzo, i funzionari federali hanno approvato uno studio - a lungo rinviato - sugli effetti della marijuana sul disturbo post-traumatico, ma i dottori non possono al momento prescriverla e, anche se l'uso della marijuana a scopo terapeutico è legale in 20 Stati, solo otto riconoscono la 'nevrosi da guerra' come disturbo che dà diritto a farne uso. Molte persone, così, non riescono a trovarla. "I miei fratelli si stanno uccidendo perché non hanno opzioni" ha detto Edwards. "Questi farmaci esacerbano soltanto la situazione. Tra gli effetti collaterali indicati per alcuni c'è l'aumento dell'istinto suicida" ha aggiunto. La decisione delle autorità di testare gli effetti della marijuana è stata naturalmente accolta con favore, anche se "i veterani americani hanno già condotto dei test su marijuana e disturbo post-traumatico, e funziona" ha dichiarato Bob Walker, 69 anni, veterano del Vietnam.
ADUC Droghe
 

LSD, la droga che aiuta i malati terminali


Lo raccconta uno studio pubblicato sul Journal of Nervous and Mental Disease

  

 
Giornalettismo.com - Il 1973 fu l’ultimo anno in cui fu permesso ad uno psicoterapeuta di trattare i propri pazienti con l’LSD. Già nel 1966 il governo americano aveva bandito la sostanza, che venne poi resa illegale anche negli altri paesi. In Germania ciò accadde nel 1971. L’LSD in seguito è diventata è stata utilizzata pochissimo anche per la sperimentazione scientifica, ma lo psicoterapeuta svizzero Peter Gasser ha ricominciato a lavorare con la sostanza che ha somministrato a 12 pazienti malati terminali di cancro, cinque dei quali nel frattempo sono morti. L’LSD dovrebbe aiutarli a confrontarsi con le loro paure e ad affrontare con maggiore serenità la morte che si avvicina, riporta Zeit Online.
 

 

"Che succede se mi faccio una canna?"

Un video dell'attore e attivista Saverio Tommasi: http://youmedia.fanpage.it/video/aa/Ux-pf-SwoMqYtO8L

«La cannabis non fa male alla memoria»

 Una ricerca effettuata su fumatori abituali di marijuana, non ha registrato alcuna degradazione delle capacità mnemoniche: sfatato un mito molto diffuso.Un gruppo di ricercatori olandesi ha seguito e monitorato per tre anni alcuni grandi fumatori di cannabis, non registrando alcun calo nella qualità della memoria a breve.

 

La memoria di Lavoro (MDL), o “working memory”, è una definizione che nasce  come tentativo di descrivere con più accuratezza le dinamiche della memoria a breve termine (MBT) come sistema per l’immagazzinamento temporaneo e la prima gestione/manipolazione dell’informazione.

LA RICERCA - Lo studio, pubblicato nell’edizione di marzo della rivista Addiction Biology, si aggiunge ad altri studi che testimoniano l’assenza di un legame diretto tra il calo delle prestazioni cerebrali e il consumo di cannabis nei fumatori abituali, ha spiegato Janna Cousijn, autrice dello studio per il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo dell’università di Amsterdam.

I DANNI PRESUNTI - Il lavoro sulla memoria a breve è importante perché permette di valutare la reattività e la lucidità cerebrale, se la cannabis danneggiasse la memoria o l’attenzione sicuramente i grandi fumatori porterebbero traccia di questo danno, ma non succede. O almeno non è successo ai 49 adulti, 22 dei quali classificato come fumatori «pesanti», che al temine dei tre anni non hanno registrato segni di decadimento a confronto dei 27 non-fumatori coinvolti nello studio.

 

Droghe. Policonsumo tra abuso e uso socialmente integrato

RadioCittàdelCapo - Policonsumo: è questa la parola chiave per descrivere la tendenza degli ultimi anni nell’uso delle sostanze stupefacenti legali e non. Questo vale sia per gli assuntori patologici (che abusa) e che per i consumatori socialmente integrati (che sono la stragrande maggioranza degli utilizzatori).

Ne abbiamo parlato questa mattina all’interno di AngoloB insieme al dottor Claudio Comaschi, responsabile del Sert Bologna Est, con Stefano Bertoletti, di Forum Droghe e tra i curatori di Sostanze.info, e con Raimondo Maria Pavarin, sociologo che da tempo di occupa di droghe.

In 25 anni di attività, il Sert di cui è responsabile Comaschi ha assistito circa 5500 pazienti. Negli ultimi anni l’età media dei pazienti si è alzata passando dai 25 anni ai 44 anni. Questo ha comportato un aumento delle esigenze di assistenza medica e una maggior difficoltà nella cura. Questo perchè si tratta di persone che per più tempo hanno convissuto con una forte dipendenza. Non una regola né la condanna a non uscirne, assicura Comaschi, ma la constatazione che con l’andare del tempo l’abuso di sostanze aumenta anche i danni. Sempre di più, i tossicodipendenti passano da una sostanza all’altra oppure associano più sostanze.

[...]

Acolta l'audio sul sito di  Radio Città del Capo

 

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