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Novità

Le mani di Big Tobacco sulla marijuana legale, l'ultimo colpo grosso dei giganti della sigaretta

 BIG Maria. Oppure, magari, La Grande Canna. I padroni dell'erba. O comunque si decida di chiamare l'incrocio fra quelli che, nell'economia americana, sono l'industria storicamente più redditizia e il settore, oggi, in crescita più vertiginosa. Negli Usa, è già "Big Pot": il negato, ma, per molti, inevitabile matrimonio fra Big Tobacco e il "cannabusiness", nome ormai ufficiale della marijuana legalizzata. Insomma, quando rollarsi una Marlboro assumerà un significato tutto nuovo.

Nel corso del 2014, il giro d'affari della marijuana legale è passato da zero a 2,4 miliardi di dollari, nonostante sia possibile fumarla liberamente solo in due Stati (il Colorado e l'Oregon) e utilizzarla a fini medicinali in un'altra dozzina come New York e California. Praticamente, lo stesso fatturato faticosamente raggiunto dalle sigarette elettroniche. Ora gli Stati che consentono un uso ricreativo della marijuana (cioè fumare uno spinello) sono diventati cinque: si sono aggiunti Washington, Alaska e il distretto di Columbia, cioè Washington, intesa come la capitale. Del resto, la legalizzazione della marijuana ha un consenso di massa: il 70 per cento degli americani nati dopo il 1980 è favorevole. Ma lo è anche più della metà dei loro genitori: i baby boomers, la generazione della scoperta di massa della marijuana. E finanche un buon terzo dei nonni: i nati fra il 1928 e il 1945, che la marijuana l'hanno vista da adulti. Un numero consistente non si limita a parlarne. Più di 19 milioni di americani con un'età superiore a 12 anni hanno dichiarato, nel 2012, di essersi fatti una canna, probabilmente, al contrario di Bill Clinton, inalando a pieni polmoni. Quasi otto milioni lo fa tutti i giorni. Un mercato assai appetibile: gli esperti hanno già calcolato che, se la marijuana diventasse legale in tutti i 50 Stati del paese, il giro d'affari sarebbe subito di oltre 36 miliardi di dollari l'anno. Per dire: quasi quanto il cibo organico.

Chi si prenderà questo mercato? Il settore è, attualmente, un ribollìo di iniziative più o meno avventurose di piccole aziende. Ma Leonid Bershidsky, opinionista di Bloomberg , non ha dubbi. Chi è nella posizione perfetta per catturare questi milioni di consumatori è Big Tobacco. I giganti della sigaretta, elenca Bershidsky hanno già in piedi i sistemi di distribuzione (la marijuana a scopi medicinali viene già venduta attraverso i tabaccai), le macchinette automatiche, le fabbriche per fabbricare gli spinelli e anche i vaporizzatori per inalarli, come con le sigarette elettroniche, i laboratori di ricerca e, naturalmente, una enorme massa d'urto finanziaria.

Chi pensa che Big Tobacco sia stato fiaccato dalla gragnola di divieti di fumo che gli sono piovuti addosso, infatti, si sbaglia. Tuttora, Philip Morris (Marlboro) fattura oltre 135 miliardi di dollari l'anno, Reynolds (Camel, Winston) 73 miliardi, Lorillard (Kent, Newport) 40 miliardi. Divieti o no, nel 2004 i fumatori, negli Usa, erano il 21 per cento della popolazione. Nel 2011, erano poco di meno: il 19 per cento. E Big Tobacco resta una gallina dalle uova d'oro. Dal 2005 ad oggi, le azioni delle aziende di Big Tobacco sono cresciute di quasi il 200 per cento. Quelle dell'hi-tech, per fare un confronto, nonostante il boom dei computer, di Internet e degli smartphone, di meno del 100 per cento.

Big Maria, allora? All'ipotesi di sbarcare sul terreno della marijuana aziende come la Philip Morris, come rivelato da varie inchieste giornalistiche, ci avevano pensato seriamente a cavallo fra gli anni '60 e '70, ma qualsiasi progetto fu abbandonato negli anni '80. Riprenderlo oggi non è così semplice. I giganti del tabacco sono già abbastanza assediati da norme e divieti ed è difficile che abbiano voglia di coltivare nuove polemiche. Soprattutto, l'ostacolo, negli Usa, è politico. I bastioni di difesa di Big Tobacco sono gli Stati in cui le aziende sono una forza economica e un serbatoio di occupazione: dove si coltiva il tabacco e si producono sigarette. La controprova è che sono anche gli Stati un cui i divieti di fumo sono più radi e meno pervasivi. Di fatto, la cintura di Stati del Sud, a est del Rio Grande. Dal Texas alla Georgia, alla Carolina del Sud, su fino a Kentucky, Tennessee, Virginia. Il problema è che questi sono anche gli Stati tradizionalmente conservatori, in cui lo spinello può ancora portare in prigione.

Insomma, dicono gli esperti, Big Tobacco non metterà i piedi nel piatto della marijuana fino a quando non avrà una copertura federale. Fino a quando, cioè, lo spinello non sarà legale anche agli occhi della Dea, l'agenzia antidroga federale che, sulla base della legislazione attuale, potrebbe in teoria bloccare l'uso della marijuana anche dove un referendum lo ha reso possibile. La novità è che qualcosa si sta muovendo. Per la prima volta, il Senato di Washington discuterà pubblicamente e ufficialmente della marijuana. Tre senatori hanno, infatti, presentato nei giorni scorsi, un progetto di legge che impedirebbe alle autorità federali di interferire nelle decisioni prese dagli Stati sull'uso o meno della marijuana. È un classico tema libertario e, infatti, i presentatori sono due democratici e un repubblicano come Rand Paul, possibile candidato alle prossime presidenziali, da sempre sostenitore dei diritti degli Stati contro le ingerenze federali. Fra le righe, il progetto di legge fa, però, qualcosa di più: riconosce per la prima volta, a livello federale, il valore medicinale della marijuana, il grimaldello che, a livello statale, sta portando alla sua progressiva liberalizzazione. E la presenza di Rand Paul spinge a fare due più due. Il potenziale candidato alle presidenziali è da sempre un sostenitore dei diritti degli Stati, ma rappresenta anche al Senato il Kentucky: Stato di piantagioni di tabacco e di fabbriche di sigarette, dove Big Tobacco è un nome che conta.

http://www.repubblica.it/esteri/2015/03/14/news/le_mani_di_big_tobacco_sulla_marijuana_legale_l_ultimo_colpo_grosso_dei_giganti_della_sigaretta-109485933/?ref=HREC1-21

primo studio di largo spettro sulla Salvia Divinorum

effetti e collocazione eventuale nella farmacopea. Su Newsweek.

basta

Ciao!

Vorrei criticare un comportameno troppo avventato dei medici dei sert. Per me è assurdo imbottire ragazzi giovanissimi di metadone, quando si potrebbero trovare altre vie...Almeno per chi non è un cronico. Sono stufa di vedere istituzionalizzare la gente, a vita...Se il metadone non ti fa morire, è anche vero che non ti fa vivere. In maniera dignitosa. Da persona libera..

Magari sono dottori umanamente non cattivi, ma comunque alla fine danno sempre la stessa risposta ai problemi di tossicodipendenza, ovvero metadone. So che i dottori di questo sito non saranno d'accordo, forse non pubblicheranno neanche il post. 

Il metadone, soprattutto a mantenimento, dovrebbe essere davvero l'ultima strada, e invece....lo danno con una facilità incredicile, magari rovinando per sempre la vita a una persona, che poteva uscirne in poco tempo altrimenti.

Non ho paura di dire che è peggio dell'eroina, perchè dà una morte lenta, interna, continua. Rende apatici e senza emotività.

 

rivista Nature: rischi degli psichedelici largamente esagerati per anni dalla stampa.

Su Nature: rischi degli psichedelici largamente esagerati per anni dalla stampa.

Articolo completo sullo studio appena concluso dall'Università di Trondheim:

"Totale fallimento dell'azione repressiva"

Uno sguardo alla relazione 2015 della Direzione Nazionale Antimafia, a pagina 354. (I tagli interni e i caratteri maiuscoli sono miei) Udite udite: "Per avere contezza della dimensione che ha, oramai, assunto il fenomeno del consumo delle cd droghe leggere, basterà osservare che - considerato che [...] il quantitativo sequestrato è di almeno 10/20 volte inferiore a quello consumato - si deve ragionevolmente ipotizzare un mercato che vende, 
approssimativamente, fra 1,5 e 3 milioni di Kg all’anno di cannabis, quantità che soddisfa una domanda di mercato di dimensioni gigantesche. [...] Di fronte a numeri come quelli appena visti - e senza alcun pregiudizio ideologico, proibizionista o antiproibizionista che sia - si ha il dovere di evidenziare a chi di dovere che, oggettivamente, e nonostante il massimo sforzo profuso dal sistema nel contrasto alla diffusione dei cannabinoidi, si deve registrare il TOTALE FALLIMENTO DELL'AZIONE REPRESSIVA. [...] Si può dire, allora, che i dati statistici e quantitativi nudi e crudi, segnalano, in questo specifico ambito, l’affermarsi di un fenomeno oramai endemico, capillare e sviluppato ovunque, non dissimile, quanto a radicamento e diffusione sociale, a quello del consumo di sostanze lecite (ma, il cui abuso può del pari essere nocivo) quali tabacco ed alcool. [...] Dunque, davanti a questo quadro, che evidenzia l’oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo, spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo, almeno, europeo, in quanto parliamo di un mercato oramai unitario anche nel settore degli stupefacenti) sia opportuna una depenalizzazione della materia, tenendo conto del fatto che, nel bilanciamento di contrapposti interessi, si dovranno tenere presenti, da una parte, le modalità e le misure concretamente (e non astrattamente) più idonee a garantire, anche in questo ambito, il diritto alla salute dei cittadini (specie dei minori) e, dall’altra, le ricadute che la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle 
forze dell’ordine e magistratura per il contrasto di altri fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di 
appannaggio di associazioni criminali agguerrite."
Così la Direzione Nazionale Antimafia. Lo avete letto su qualche quotidiano? Telegiornali? Linea Rossa? Santoro e derivati? Fatto Quotidiano? Come no, dai, era dappertutto? Ci hanno fatto pure uno speciale di Vespa! Comunque, per ricordarvelo meglio, la Direzione Nazionale Antimafia ha detto: TOTALE FALLIMENTO DELL'AZIONE REPRESSIVA. Ciao.

(Adelchi Battista)

Alcool ed Energy Drinks un mix molto pericoloso.

http://www.thefix.com/content/alcohol-and-energy-drinks-dangerous-combo-...

Scienziati ricercatori dell'universita' del Michigan: il mix di alcool ed energy drinks un serio rischio per la salute pubblica!

G.

Vizio di forma

P.T. Anderson e l'arte di creare mondi bizzarri, con estro ma...

locandina vizio di forma

Un acido, anfetamina, cocaina, cannabis, scegliete voi una droga ed entrerete catapultati nel mondo di Doc, protagonista indiscusso di Vizio di forma, ultima delirante opera di Paul Thomas Anderson, commedia surreale ambientata nella trasgressiva California degli anni 70. A metà tra il pulp, il grottesco e un coloratissimo film di genere, che diverte e annoia in una sola dirompente cascata di situazioni al limite dell’incredibile.

L’ex di Joaquin si ripresenta alla sua porta e comincia a blaterare di un caso da risolvere. Lui, tossicomane investigatore privato, comincia a battere tutte le piste, ma proprio tutte tutte…e ci catapulta in un universo di personaggi bizzarri, creati con estro ma…a cui manca mezzo penny per fare un dollaro. Ovvero, prima parte brillante, intermezzo centrale lentissimo, conclusione degna con tanto di sciabolata gangta.

Vizio di forma mescola tantissimi generi e cambia registro almeno una dozzina di volte, tornando sui suoi passi, accelerando, sterzando, inevitabilmente rallentando. C’è di tutto nel calderone, a tratti geniale, a tratti confuso, troppa carne al fuoco e ci si perde nell’epopea pulp psichedelica di Doc. Non è Paura e delirio a Las Vegas, non è Magnolia, una via di mezzo che sbanda anche quando attrae.

L’evidente problema di tempo narrativo  fa a cazzotti con una scrittura fuori dall’ordinario, un adattamento riuscito solo in alcuni punti laddove si intravede il lampo di genio, fotografia e colori saturi, molto meno nei passaggi centrali che collegano ciascuno dei personaggi creati da Pynchon. Gli amanti del romanzo ci sguazzeranno, ma dovranno fare i conti con i tempi del cinema di Anderson, uscito un pò troppo fuori dal vasetto della psichedelia pop anni 70. O rimastoci intrappolato.

Tutto non torna, non deve tornare per forza, un minimo di filo logico però sì…Scordatevi alcuni suoi lavori, il genialoide regista californiano tenta il salto triplo, mette in scena uno spettacolo degno di Bunuel, adattandolo ai mezzi moderni riletti in chiave citazionista. Ma non tutte le ciambelle escono col buco, questa ha qualche foro di troppo. Attenzione dunque, è necessaria una seconda visione per comprendere appieno il messaggio del film, altrimenti il rischio il lume della ragione è molto alto. Un trip consigliato agli abili di mente.

www.filmforlife.org 

 

Droghe leggere, è l’ora della depenalizzazione: lo dice la Direzione Antimafia

 Legalizzare l'utilizzo delle droghe leggere per colpire al cuore la criminalità organizzata. È, questo, in estrema e brutale sintesi, il suggerimento che la Direzione Nazionale Antimafia invia al governo Renzi. La DNA, che ogni giorno si trova a fronteggiare lo spaccio e il consumo di cannabis e hashish, evidenzia, nella relazione divulgata la scorsa settimana, "l'oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo" contro lo spaccio e l'uso di droghe leggere.

Per tale motivo "spetterà al legislatore valutare se, in un contesto di più ampio respiro (ipotizziamo, almeno, europeo, in quanto parliamo di un mercato oramai unitario anche nel settore degli stupefacenti) sia opportuna una depenalizzazione della materia, tenendo conto del fatto che, nel bilanciamento di contrapposti interessi, si dovranno tenere presenti, da una parte, le modalità e le misure concretamente (e non astrattamente) più idonee a garantire, anche in questo ambito, il diritto alla salute dei cittadini (specie dei minori) e, dall'altra, le ricadute che la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse disponibili delle forze dell'ordine e magistratura per il contrasto di altri fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite".

La questione viene giustamente inquadrata come un vero e proprio fenomeno di massa: basti pensare che, stando a tutte le statistiche, le quantità di droghe sequestrate corrispondono appena al 5%-10% di quanto viene effettivamente consumato. In termini numerici, parliamo di "un mercato che vende, approssimativamente, fra 1,5 e 3 milioni di Kg all'anno di cannabis, quantità che soddisfa una domanda di mercato di dimensioni gigantesche. In via esemplificativa, l'indicato quantitativo consente a ciascun cittadino italiano (compresi vecchi e bambini) un consumo di circa 25/50 grammi procapite (pari a circa 100/200 dosi) all'anno".

Non serve soffermarsi più di tanto sugli effetti economici di una regolarizzazione di tale portata. Secondo i magistrati della DNA, lo Stato arriverebbe a incassare una somma che oscilla tra i 7 e i 10 miliardi: tutto denaro sottratto alle organizzazioni criminali. Certo, aumenterebbero anche le spese, visto che, nel caso di legalizzazione, il Servizio sanitario dovrebbe monitorare i consumatori e invitarli ad un consumo responsabile ma, nel complesso, il saldo sarebbe più che positivo.

Le riserve del governo - L'invito della DNA, ad oggi, appare tuttavia lontanissimo dall'essere accolto. Le ragioni sono molteplici, e, come spesso accade, in cima alla lista troviamo quelle di natura politica. In primo luogo, questo governo non sembra culturalmente favorevole ad una legalizzazione della cannabis. A partire dal Nuovo centrodestra, che tra le sue fila annovera un proibizionista come Carlo Giovanardi (la cui legge è stata dichiarata incostituzionale) e arrivando ai centristi, da sempre contrari sul punto.

Quanto al Partito democratico, come al solito le posizioni all'interno sono molteplici: si va da chi è più possibilista (esponenti della minoranza come Luigi Manconi e renziani ex radicali come Roberto Giachetti) a chi, invece, sul punto non transige (la componente cattolica).

Il premier Matteo Renzi pare propendere per questa seconda tendenza, anche alla luce di quanto già dichiarato in materia ai tempi in cui presiedeva la Provincia di Firenze: "La migliore ricetta contro lo spaccio delle sostanze stupefacenti è la tolleranza zero, che va usata sugli spacciatori intorno alle scuole e nei luoghi di ritrovo dei giovani".



Read more: http://it.ibtimes.com/articles/76458/20150302/dna-droghe-leggere-legalizzazione-governo.htm#ixzz3TRC240zI

Eroina anno 2015: viaggio nella dipendenza nascosta

“Non isolarti”. Il messaggio si staglia all’interno di un riquadro arancione fluorescente, che porta alla mente il colore delle tute dei soccorritori. Un grande timbro fatto con spray e stencil si ripete decine di volte sui muri di Parma. Ma vederlo è quasi impossibile. 

Perché urla da luoghi nascosti: il cemento dei pilastri di vecchi ponti, dentro case abbandonate, negli scheletri di una fabbrica divorata da un incendio. 

E’ una delle tante scritte che utenti e operatori del servizio “Unità di strada e Drop in” dell’Ausl hanno lasciato per tendere una mano a chi bazzica i luoghi del “buco”. Perché in tanti anni sono cambiate droghe, modalità di assunzione, costi e soprattutto modi di raccontare le sostanze stupefacenti e il loro impatto sulla società. Quello che non è cambiato è la tossicodipendenza. E i tossicodipendenti.

 Ci sono ancora gli aghi in vena che tra gli anni Ottanta e Novanta hanno popolato spot allarmistici e incubi di genitori. Così come ci sono ancora persone di ogni età che fanno uso di eroina e che vivono la strada. Sono meno di un tempo, sono più nascoste, non creano allarme sociale se non per qualche sporadico gesto di disperazione. Sono “invisibili”. Ma ci sono. Molti sono senzatetto, dormono tra stazione e case abbandonate. In giro, a gruppetti, a volte li si incontra alle fermate degli autobus. In attesa della linea 6, quella che porta alla sede del “Drop in” in viale dei Mercati.

“Drop in” significa “piccola sosta”. E’ un servizio dell’Ausl mirato alla prevenzione del danno. Agli utenti offre stanze calde in cui fare colazione, un bagno per lavarsi e farsi la barba, siringhe e materiale sanitario sterile. Non è una “stanza del buco”, illegale in Italia: negli spazi del Drop in e anche nel cortile è vietato assumere droghe e bere alcol. 

In molti lo confondono con il Sert, che invece predispone terapie per chi voglia seguire un percorso di disintossicazione, distribuisce metadone e richiede periodici esami tossicologici. 

Il Drop in si rivolge a chi quel gradino non l’ha ancora salito, non riesce a salirci o ci sale e ci scende. Persone che fanno uso di sostanze, anche da anni o da decenni. Nel 2014 è stato frequentato da 208 persone, con una media di 46 accessi al giorno. Un utente su cinque è donna. Uno su dieci vive in strada, uno su quattro è senza fissa dimora. La maggior parte, il 71%, fa uso di oppiacei. Eroina, ma con una tendenza consolidatasi negli ultimi anni verso un consumo di sostanze misto: alcol, cocaina, metadone, psicofarmaci. Un cocktail che spesso aggrava gli effetti della tossicodipendenza.

I numeri dei consumatori “attivi” sono bassi rispetto a chi segue un percorso di cura al Sert: 1200 i dipendenti da sostanze, 507 dall’alcol. I numeri si riferiscono all’anno scorso, ma sono sostanzialmente stabili dalla metà del decennio passato. 

Gli accessi al Drop in, invece, sono aumentati: prima del 2009, quando il servizio era ancora situato il Oltretorrente, gli accessi medi giornalieri non arrivavano a 25. Oggi sono quasi raddoppiati. 

Non è necessariamente un dato da interpretare come un aumento delle tossicodipendenze: è possibile che il servizio Unità di strada sia riuscito a “intercettare” sempre più persone. Non si tratta solo di assistenza: c’è in ballo la salute e la sicurezza degli interessati, delle loro famiglie e di tutta la società.

Il Drop In apre la mattina presto. Al di fuori dei cancelli, parzialmente coperti dalle auto del parcheggio, si intravedono gruppi di persone. 

Alcuni sono di colore. Rifugiati, richiedenti asilo, irregolari. Chi aveva il permesso di soggiorno e chi l’ha perso insieme al lavoro. Fino a poche settimane fa vivevano nelle ex stalle di Maria Luigia, proprio dietro il centro. Poi un blitz delle forze dell’ordine li ha fatti sloggiare. Qualcuno è rimasto, qualcuno ha trovato un’altra casa abbandonata, qualcuno dorme “in giro”. 

In tanti trovano un punto di riferimento nel Drop in: c’è il bagno, c’è Internet, c’è la possibilità di caricare i cellulari chiusi a chiave per evitare furti. Il 31% degli utenti è straniero. I rapporti con gli italiani, senzatetto e non, sono buoni.

Chi sta fuori dalle cancellate, lo fa perché vuole bere. Tetrapak di vino “Acinello” acquistati a pochi euro al discount di fronte, lattine di birra a 50 centesimi. Ne bevono in continuazione, spiegano gli operatori. Il supermercato low-cost così vicino è un po’ una maledizione. 

Ma fuori, come detto, si può bere. Dentro il Drop in le regole campeggiano chiare, scritte a pennarello su un cartellone: primo, non usare il telefono per chiamare gli spacciatori; secondo, non avere atteggiamenti provocatori; terzo, non portare alcol; e così via. Comandamenti che sembrano funzionare: all’interno della struttura l’atmosfera è rilassata e cordiale. C’è chi gioca a carte, chi ascolta musica, chi prepara il caffè. Le educatrici dell’Ausl nell’ufficio si occupano di gestire le richieste: accessi alla mensa, al dormitorio, visite mediche, colloqui con l’avvocato. Un gruppetto di tre persone arriva dalla stazione per prepararsi al primo “buco” della giornata. 

Ricevono le siringhe sterili e si avviano in fila indiana verso la ferrovia. A volte uno porta indietro un contenitore giallo pieno di siringhe usate: nel 2014 il servizio ne ha ritirate e raccolte 13mila.

Il mondo di chi ha bisogno di aghi sterili per allontanare lo spettro dell’Hiv e di altre gravi infezioni è più variegato di quel che si possa pensare. Ci sono i tossicodipendenti “storici”, l’utente medio tra i trenta e i cinquant’anni. 

Ma c’è anche Fabrizio (tutti i nomi sono stati cambiati per motivi di privacy, ndr), che di anni ne ha poco più di venti, vive con i genitori e studia all’università. Ha la faccia pulita di chi ci resta male se il professore non gli mette un buon voto sul libretto. Prende le sue siringhe senza tante parole e se ne va. C’è Eliana, in cura presso il Sert. Si inietta il metadone in vena perché non può fare a meno della sensazione del “buco”. Una pratica rischiosa. C’è Cristina: ai famigliari racconta di andare in via dei Mercati per fare psicoterapia.

Le donne non mancano, ma preferiscono non raccontarsi. Marta, fuori dal cortile, stringe in mano una lattina di birra e dice solo “la mia vita è un disastro”. Ha l’età di chi potrebbe essere madre di un figlio adolescente. Occhi verdi incorniciati da ombretto turchese. Fa notare di aver trovato il tempo, quella mattina, per mettersi il trucco. Le storie degli uomini, invece, sono tutte diverse come chi le racconta. Con molto in comune, però: tutte parlano di sofferenza e di speranza.

Giorgio, chioma fulva e origini sarde, ha superato da un po’ i quarant’anni ed è tossicodipendente da quando ne aveva venti. Un tempo la sua famiglia stava bene e lui spendeva fino a un milione di lire al giorno in eroina e cocaina. Adesso ha un figlio e non ha una casa. “Ma non ho mai rubato in vita mia - puntualizza - non mi è mai piaciuto. Piuttosto chiedo qualcosa alla gente”. 

A Parma Giorgio è approdato qualche anno fa per una visita medica e da allora è rimasto qui, tra strada stazione e dormitori. Grazie al Drop in ha accesso alla mensa, a un alloggio in cui dormire presso la comunità Betania. I posti sono limitati, quando non ce n’è si dorme “dove capita”. Ma essere senzatetto è un circolo vizioso: senza una residenza in Emilia Romagna non si può accedere al programma di recupero di Betania. Giorgio di terapie ne ha provate tante, tantissime. Ma si buca ancora. 

Ed è certo che quel progetto, che fa lavorare molto su se stessi, farebbe al caso suo: “Ho fatto tante comunità psicologiche e comunità lavorative, alcune più volte, anche molto costose. Ho provato per tre anni a entrare a Betania, ma non riesco a trovare un luogo di residenza. La vita per strada è muoversi, arrangiarsi per trovare soldi, avere uno sballo. L’eroina ti aiuta a scacciare il chiodo fisso del pensiero di come risalire la china. 

Ti fai una dose e ti togli i problemi dalla testa, i dolori. Non vorrei stare così. Vorrei rinascere”. Giorgio è un tossicodipendente “storico”, la dipendenza e il modo di percepirla da parte della società le ha viste cambiare nel corso degli anni. Oggi c’è più isolamento: “La gente ti schiva, ti allontana. E’ più disponibile a dare aiuto a chi è alcolizzato. Ma alcol ed eroina non sono molto diversi, sono due droghe, e la dipendenza da alcol non riesci a gestirla. Ma la gente non lo capisce: è meglio metterti in un angolo e farti tacere”.

Khaled viene dalla Tunisia, o meglio da un quartiere di Tunisi dove tutti conoscono Parma perché ci vive un loro amico o parente. Si era diplomato in Economia, aveva una fidanzata e faceva il dj. Poi è finito in carcere per uso di hashish. Uso, non spaccio: in Tunisia è punito con un anno di prigione, basta risultare positivi al test delle urine. Dopo essere uscito per la terza volta, Khaled ha attraversato il deserto della Libia e si è imbarcato. 

E’ sbarcato a Lampedusa nel 2008. Lo dice chiaramente: “All’inizio andava bene: spacciavo. Poi ho fatto la galera, ho perso la casa, sono tornato due anni in carcere. Ho cominciato a farmi di tutto: eroina, alcol, cocaina, crack. Non ce la facevo più. Poi in carcere ho conosciuto un operatore del Sert”.

Khaled è senzatetto, a volte dorme nelle case abbandonate con immigrati africani, a volte in dormitorio. Il suo problema principale adesso è l’alcol. E la mancanza di documenti. Il futuro lo vede in Francia o in Germania, anche se preferirebbe rimanere a Parma: “Qui ci sono gli amici, ho una ragazza. 

E poi si dice che gli italiani sono razzisti, ma in Germania e Francia è molto peggio. Non mi sono mai bucato, vorrei smettere con l’alcol. Il problema è trovare una casa. La casa ti fa sapere che cosa fai. Ma non mollo, vado avanti”.

C’è anche chi, come Francesco, grazie al Sert e al Drop in sembra arrivato, dopo molti anni di tossicodipendenza e strada, a un punto di svolta: sarà inserito in un progetto di lavoro. Diventerà operatore socio sanitario, lui che il “cursus honorem” degli stupefacenti l’ha percorso tutto, fin dagli anni Novanta. Dalle canne da giovanissimo alla roba chimica che girava nelle discoteche, fino alla cocaina. Il suo mondo era quello dei rave: “Oppio, ketamina, acidi, ci facevamo di tutto. 
Ma riuscivo a gestirle abbastanza bene. Poi però al rientro dovevo guidare. Allora, per farmi scendere le sostanze, ho cominciato a farmi le righe di eroina. Pensavo fosse per ripigliarmi, per stare bene, ma dopo un anno dovevo prenderla più volte al giorno. Alcuni amici più esperti mi hanno introdotto alle siringhe. Ho cominciato a farmi in vena, per risparmiare. E quella è stata la mia rovina”. Diciassette anni di salita, racconta, tra sofferenze, carcere e comunità. “Ho rubato tanto. Ogni volta che andavo in galera era sempre più difficile, è un’esperienza che non auguro al mio peggior nemico, ma per me è stata quasi una scuola, mi ha fatto diventare uomo. Dentro mi sono impegnato. Il Sert mi ha aiutato, adesso dopo diciassette anni ho eliminato tutto. Prendo solo il metadone. Comincerò a lavorare, a mettere in atto i miei progetti. Ho sofferto tantissimo. Questa vita non ti porta a niente, solo a essere solo e a stare male”.

E’ l’una, il Drop in chiude. Le operatrici nel pomeriggio prendono il furgone dell’Unità mobile, caricano in spalla le borse piene di siringhe, profilattici e Narcan e vanno a cercare i tossicodipendenti e gli emarginati nei loro punti di ritrovo. Vanno ad agganciarli in strada, dove è breve il passo tra isolarsi e perdersi per sempre.

Repubblica.it, Parma

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