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Novità

Traffico di droga aveva la sua base in un convento

In Dies - Un'organizzazione coinvolta nel traffico di droga utilizzava un convento milanese di suore come base. I carabinieri di Piacenza ieri hanno sequestrato 40 kg di cocaina, portando a termine l'operazione "Annibale”, a cui aveva dato avvio tre anni fa. Sono stati effettuati 36 arresti, tra cui una dozzina di colombiani. Circa 80 persone invece sono sotto inchiesta. Gli investigatori hanno scoperto che due delle persone coinvolte erano affiliate alle cosche calabresi. Il traffico era collegato ad almeno due cartelli della droga colombiani. Nel corso delle indagini triennali è emerso pure che i trafficanti avevano istituito un magazzino in Ghana, deviandovi aiuti Fao destinati al settore della pesca.Il Italia la droga veniva raffinata in un laboratorio clandestino del bergamasco. Le suore del convento sembra che non avessero idea di cosa stesse succedendo, mentre il custode del convento, un colombiano, organizzava dei pellegrinaggi o dei ritiri spirituali per i suoi corrieri che trasportavano cocaina.

PROIBIZIONISMO - Uno scandalo infinito e criminogeno

di Guido Blumir Negli ultimi anni, 553.000 consumatori in Italia sono finiti nei guai per marijuana e altre sostanze proibite dalla legge. Siamo a oltre 600.000 con i dati consolidati degli ultimi 18 mesi. L'80 per cento fermati per erba, ma fanno la loro parte in modo massiccio ecstacy e decine di sostanze da rave e o disco, le cosiddette nuove droghe. E chiamiamo pure «neo nuova droga» una cosa di migliaia di anni fa come la coca, masticata dai lavoratori andini per lavoro e da tutti là per usi religiosi e o ludici o rituali, ma sparata qui in modo massiccio e in offerta speciale a milioni di italiani giovanissimi, adulti e anziani, magari a pacchetto con squillo, trans, escort, e minorenni romeni. Sparata in assoluta mancanza di cultura e informazione sulla sostanza. Per coca, nei guai a decine di migliaia. E non vale più il discorso coca di destra, coca per ricchi, etc. Dai tempi di Agnelli, Guido Carli e Margaret d'Inghilterra (il testimone che li coinvolgeva fu prontamente incriminato per calunnia: caso Number One, Roma 1971, cfr.il dossier del cronista di razza di Paese sera Pino Bianco, «Droga di classe», (Savelli, Roma 1973), e Truman Capote e Jacqueline Kennedy e Ava Gardner e Walter Chiari e Jagger e Wahrol e Schifano, tutto il jet set fine anni cinquanta e inizio sessanta è stato sfiorato da «Polvere di stelle», geniale titolo per un paginone de Il foglio del 2003, mentre uno statista di prima grandezza, già membro dell'Assemblea Costituente, firmatario della grande riforma agraria, Presidente del Consiglio, Ministro del Tesoro, del Bilancio, etc., ininterrottamente per 45 anni, e poi Ministro degli Esteri con Premier Giuliano Amato, raccontava davanti ai giudici di essere un abituale consumatore di cocaina da un anno e mezzo «per uso terapeutico» dichiarò lui, onde curare una crisi di depressione. Un Morgan antelitteram. Sette anni prima. Se decine di ex ministri e presidenti del consiglio e di regione e di provincia e assessori del Pd, della sinistra, e di liberali del centrodestra avessero organizzato centinaia di dibattiti, convegni, congressi scientifici, manifestazioni simboliche e/o di massa, in tutta Italia, in piazza e nelle piazze, nelle università e davanti o dentro al Parlamento alle Regioni o quant'altro con la partecipazione di illustri scienziati, scrittori, premi Strega, giornalisti, artisti. Se importanti giornali e riviste avessero fatto straordinarie campagne continuative e colte, per ristabilire un minimo di senso scientifico a un fenomeno che coinvolge solo in Italia più di sei milioni di persone e indirettamente almeno altri 8 milioni (genitori per i più giovani, parenti, amici, fidanzate, mogli, etc.), Se conduttori televisivi da un milione o sei milioni di audience, avessero mandato in onda decine di meravigliose trasmissioni in cui si diceva tutta la verità su tutte le droghe, dando la parola a quelli che ci capiscono qualcosa e ai consumatori reali, attuali (non solo a ex, più o meno pentiti). Se. Ma forse tutto questo non è successo. E allora, quella che qualcuno criticherà, la Million Marijuana March di Roma, emerge come una realtà che mette in primo piano persone reali, che vengono da tutta Italia a dire quello che pensano, con le loro voci e i loro corpi. E anche in prima fila - come la Million ha sempre fatto - i «pazienti impazienti» del Pic, gente coraggiosa che, rischiando molto, si cura o si autocura dalle patologie ricordate nell'articolo a fianco. E i 12 morti mai abbastanza ricordati, da Ales a Mercuriali di Castrocaro.

Cocaina: l’Europa uno dei mercati principali

Fonte: EMCDDA
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Tecniche sempre più sofisticate per nascondere e contrabbandare cocaina, laboratori di estrazione secondaria in Europa, sono alcuni degli aspetti trattati in una nuova analisi del mercato della cocaina condotta dall’Osservatorio Europeo sulle Droghe e sulle Tossicodipendenze in collaborazione con l’Europol. la revisione fornisce una descrizione della produzione e dei traffici illegali di cocaina verso l’Unione Europea, le persone coinvolte, gli itinerari seguiti e le dimensioni del problema in Europa.
L'Europa è diventata la destinazione di una quota significativa della produzione globale di cocaina, per lo più proveniente dal Sudamerica. Nel 2007, sono stati effettuati 73.800 sequestri che hanno permesso l'intercettazione di quasi 77 tonnellate di cocaina negli stati membri. Con queste cifre, l'UE si colloca al terzo posto nel mondo per la quantità di cocaina sequestrata, dopo il sud e il nord America. La diffusione della sostanza in Europa ha dato luogo a nuove rotte di traffico e spaccio attraverso l’Atlantico, mentre le tre principali rotte di contrabbando di cocaina passano attraverso l’Africa occidentale, centrale e del nord
Emergono, inoltre, nuove tecniche di occultazione della droga, inserita dentro altri materiali (ad esempio cera d'api, plastica, indumenti) e poi estratta una volta superate le frontiere in laboratori speciali istituiti all'interno dell'UE. Nel corso del 2008 sono stati sequestrati circa 40 di questi laboratori di estrazione secondaria. La maggior parte della cocaina disponibile a livello mondiale viene prodotta in Colombia, dove questa coltivazione contribuisce significativamente all’economia locale. L’Unione Europea sostiene numerose iniziative per prevenire la coltivazione di coca e offrire ai coltivatori mezzi di sussistenza alternativi. Pur sottolineando la necessità di potenziare gli sforzi di intercettazione della cocaina, la relazione propone iniziative complementari per affrontare le cause di fondo che incoraggiano la produzione e il traffico di cocaina.

USA, le rotte dei traffici e il mercato illegale della cannabis

Fonte: The International Journal of Drug Policy
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Benché la comprensione dei mercati della droga rappresenti un aspetto essenziale per il controllo della criminalità organizzata e che lo smantellamento dei traffici illegali sia un obiettivo politico centrale, pochi sono gli studi disponibili sulla struttura dei mercati americani di cannabis. La cannabis, infatti, non solo è la sostanza illecita più diffusa, ma anche quella più utilizzata a livello mondiale.
Un’indagine condotta presso il Dipartimento di Biologia dell’Università dello Utah (USA), propone un nuovo approccio di medicina legale che, analizzando gli isotopi stabili di carbonio e idrogeno presenti in campioni di cannabis sequestrata, è in grado di localizzare geograficamente l’origine e il luogo di coltivazione della droga. Lo studio ha analizzato oltre 600 campioni di droga sequestrata in 50 differenti comuni americani, per individuarne l’origine e il luogo di provenienza.
Grazie a questa metodologia sono stati individuati 22 diversi luoghi di vendita e spaccio di cannabis negli USA, con modelli di traffico e spaccio regionali specifici. I modelli di analisi indicano un traffico interstatale significativo di cannabis per tutto il paese. Tutti i settori di vendita al dettaglio hanno il 25% o più di cannabis sequestrata proveniente da un’area geografica differente dalla regione di sequestro. La valutazione dei campioni provenienti da queste aree di vendita al dettaglio suggerisce che i campioni di cannabis spesso provengono da fonti nazionali e straniere (Canada e Messico), e anche se la coltivazione al chiuso risulta piuttosto diffusa, a seconda della zona geografica considerata cambia la modalità di coltivazione (in ambiente chiuso o aperto).

Forum Psiconautica

Se la natura ci può offrire degli antidoti sicuri ed efficaci per contrastare l'avvelenamento dello spirito umano, non esiste lavoro più importante nel ventunesimo secolo che la ricerca e l'esplorazione di queste risorse

L’Olanda era il più grande produttore di cocaina al mondo

L’Olanda era il più grande produttore di cocaina al mondo

Picture-2 Sì, questa è un’altra storia di cocaina su Vice. Ma parla anche di storia! E pure di un libro! Vera letteratura! Conny Braam, una signora davvero forte che è stata per 25 anni presidentessa del movimento olandese contro l’Apartheid, ha scritto un libro sulla filiera olandese di cocaina, che ha prodotto velocemente, fra il 1900 e il 1963, una polvere (letteralmente) in movimento. Si scopre il business del governo olandese, che durante la Prima Guerra Mondiale si è procurato un mucchio di soldi rifornendo i paesi vicini con la droga. Con questo comportamento ha contribuito a rendere la guerra ancora più lunga. Leggete l’intervista per saperne di più su questa brutta storiella.

 

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Ritratto di Cornelie Tollens

Vice: Come ha scoperto l’argomento del suo romanzo The Travelling Merchant of the Dutch Cocaine Factory? Conny Braam: Mentre stavo lavorando ad una trilogia sulla mia famiglia, la trilogia Abraham, ho scoperto che l’Olanda aveva fatto una fortuna vendendo oppio in Indonesia. Era la fine del XIX secolo. C’era una fabbrica d’oppio statale, sull’isola di Java. E mentre facevo ricerche su quella, ho scoperto che in Olanda c’era una fabbrica di cocaina. Si trovava ad Amsterdam, al Weespertrekvaart. Ora c’è una sezione degli Hell’s Angels, lì.

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La nuova fabbrica costruita nel 1909

Ho letto della fabbrica nel suo libro. È strano per me scoprire che l’Olanda ha prodotto cocaina a livelli così alti. Anche per me è stata una scoperta affascinante, perché le mie ricerche hanno ben presto rivelato che quella era la fabbrica di cocaina più grande al mondo. Ma ciò che mi ha lasciata più perplessa è che le cifre di vendita aumentarono enormemente durante la Prima Guerra Mondiale. È strano perché l’uso di cocaina a scopo medico a quei tempi era molto limitato. Dentisti e oculisti la usavano come anestetico, ma tutto qui. E poi tutti sapevano che quella roba era pericolosa. Quindi perché una così grossa produzione? Ma poi ho scoperto che in Germania si erano fatte delle ricerche sugli effetti della cocaina sui soldati. I rapporto scritti di questi test erano esultanti.

 

Quindi la cocaina veniva testata sistematicamente sui soldati? Sì, da Theodor Aschenbrandt, uno scienziato tedesco. Nel suo studio del 1883, Die psychologische Wirkung und Bedeutung des Cocain (“Gli effetti psicologici e l’importanza della cocaina”), descriveva come la cocaina aumentasse la resistenza dei soldati tedeschi e come ne diminuisse fame e paura, rendendo il loro lavoro molto più semplice. In pratica, li rendeva dei soldati migliori.

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Giusto. Dopo di ciò, ho trovato chiara prova su un settimanale farmaceutico che la Fabbrica Olandese di Cocaina vendeva droga, durante la guerra, a tutte le nazioni. Tutti: dagli inglesi, i tedeschi, i francesi, fino ai canadesi. C’erano un sacco di Paesi coinvolti nella guerra, e milioni di soldati da tutto il mondo che combattevano nelle trincee. La neutrale Olanda vendeva cocaina a tutti loro. È un fatto bizzarro, uno pezzo sporco di storia olandese che è stato praticamente coperto. Non è che lo insegnano nelle scuole

Eh no. L’Olanda ha incassato una somma di denaro incredibilmente alta, commerciando durante la guerra. È uscita dalla Prima Guerra Mondiale come la nazione più ricca insieme agli Stati Uniti. Solo che non se ne parla sui libri di scuola. Questo è il motivo per cui ho seguito questa storia in particolare. Comunque, la presuntuosa Olanda diventò ricca vendendo cocaina agli stati in guerra fra loro, e scrivere un romanzo basato su questa storia è facile. In quanto scrittore di romanzi, non devi portare prove particolari. Ma non volevo fare una cosa del genere, ritnevo questa storia troppo importante, e anche l’accusa rischiava di rimanere insoluta. Questo ha significato che ho dovuto scartabellare archivi per due anni interi.

Com’è andata la ricerca? Lavoravi a tempo pieno? Sì, giorno e notte. Ne ero ossessionata. Ad ogni modo, questo era il mio decimo libro e la maggior parte dei miei lavori si basa sulla ricerca, quindi avevo già ben sviluppato i miei metodi d’indagine. È così che so come e dove cercare.

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Bollitore per il trattamento della cocaina.

 

E dove hai cercato? Beh, sapevo che non avrei trovato documenti scritti della fabbrica precedente. Ci sono gli Hell’s Angels là, ora. Ma sapevo che avrei avuto più fortuna indagando nell’epistolare di chi riceveva, come il Ministero della Salute. Così sono andata là, e indovina, ho trovato un riscontro fra la Fabbrica Olandese di Cocaina e i diversi Dipartimenti di Stato. La lettera più importante che ho trovato parlava di garanzia sui permessi commerciali. Vedi, la Grande Guerra era cominciata il primo agosto 1914 e già l’Olanda emetteva un veto di esportazione.

E questo perché? Perché volevano vedere cosa sarebbe successo. Non potevano continuare a rifornire i tedeschi con la merce se non sapevano come avrebbero reagito gli inglesi. Ma dopo non più di due settimane il commercio riprese. Una delle prime attività che fece richiesta di essere esentata dal bando d’esportazione fu proprio la Fabbrica Olandese di Cocaina. E la loro richiesta fu accettata. Quindi circa a metà agosto cominciarono a rifornire di cocaina tutti i partecipanti alla guerra.

Hanno fatto in fretta. E poi cosa ha scoperto? Quando ho capito che dovevo guardare dalla parte di chi riceveva il tutto dalla fabbrica, sono andata a cercare negli archivi delle aziende farmaceutiche straniere. Ho trovato un sacco di materiale. In Inghilterra si trattava della Burroughs Welcome, una compagnia farmaceutica. Uno dei personaggi del mio libro è un compratore impiegato nell’azienda. Ci ho messo un sacco di tempo a spulciare i loro archivi perché avevano una marea di materiale. La Burroughs Welcome è stata la prima azienda al mondo a creare pillole di cocaina: prima dell’invenzione della B. W. la medicina veniva imbevuta di olii o polveri, e questa fu una rivoluzione della farmacologia.

Ho letto dal suo libro che quelle pillole venivano chiamate Forced March. Era fatto apposta? Certo. La cocaina ti spinge a marciare. Ma sai, quella roba veniva venduta ovunque, all’inizio del XX secolo. Da Harrod’s, ad esempio. A quei tempi in Inghilterra si faceva una pubblicità spudorata alla cocaina come regalo utile per gli amici, che avrebbero potuto aumentare le proprie prestazioni.

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Lo stesso modo in cui oggi si pubblicizzano gli energy drink. Sì. Anche se Forced March prese più piede: conteneva insieme caffeina e cocaina, e una combinazione di questo tipo ti fa davvero andar su di giri. Ho chiesto a dei farmacologi e mi hanno confermato che quella roba ti faceva davvero diventar matto. Quelle pillole erano veramente pesanti, e ne vendevano a milioni perché l’uso era anche maneggevole: assumere cocaina in polvere non è molto comodo, nelle trincee.

Perché no? Le condizioni in trincea erano terribili. Un grammo, che è già tanto, era veramente prezioso. E probabilmente molti soldati non avrebbero preso nulla del genere volontariamente. Quindi credo che in molti casi fu mescolata al rum.

Picture-41 Bollitori in fabbrica: venivano usati per estrarre pasta di cocaina dalle foglie di coca.

Davvero? Certo, a molti soldati veniva data una tazza di rum per farli andar su di giri e poi uscire dalle trincee. E qualche volta era rum con cocaina.

Divertente. Mescolare l’alcool con la cocaina raddoppia gli effetti.

Però questo non è quello che vediamo nei film o che sappiamo tutti sulla Grande Guerra. Penso a soldati intirizziti rimasti senza tabacco, non a carne da macello drogata. È stato stabilito solo nel trattato di Versailles che la cocaina potesse essere usata unicamente a scopo scientifico. È interessante vedere come centinaia di migliai di soldati in forte dipendenza giravano per l’Europa dopo la guerra. Ci sono articoli del Times al riguardo: uno raccontava di centinaia di veterani tossicodipendenti che girovagavano per le strade inglesi per derubare i farmacisti.

Cristo. E la cocaina veniva venduta ancora nei negozi? Sì, ma era difficile da ottenere a causa del trattato. Anche così, il Dipartimento della Guerra inglese era ben a conoscenza degli effetti tossici della cocaina e della crescente violenza interna causata dall’uso della coca. Anche gli scienziati scrivevano i loro articoli. Ma in Germania i problemi erano ancora peggiori. In un ospedale di Berlino vennero ricoverati decine di migliaia di soldati tossicodipendenti. Anche Austria e Cecoslovacchia avevano problemi per via della droga. Ma quelli erano tempi difficili dappertutto. L’Europa era in rovina.

E poi c’era questa febbre. Non solo quella, caddero anche monarchie e imperi, e la Rivoluzione Russa era in pieno corso. Anche in Germania stava prendendo piede un movimento rivoluzionario. Ho trovato testi dell’epoca di scrittori e scienziati anticomunisti: denunciavano i problemi dell’Europa occidentale con la cocaina.

Mmmm. È ovvio che non togli il problema della cocaina immediatamente con la fine della guerra. Per questo quando si smise di combattere emerse un enorme mercato nero.

Fino a quando la fabbrica fu operativa? Venne acquistata dalla AKZO Nobel nel 1963. Ma stiamo correndo avanti. Recentemente ho scoperto, quando ormai il libro era stato pubblicato, che la produzione calò nel 1925 ma riprese di nuovo nel 1942. Ed erano i tempi in cui veniva creata l’anfetamina, lo speed. Era la droga che Hitler dava ai suoi soldati per farli combattere meglio. L’Olanda venne occupata dalla Germania proprio in quegli anni, quindi gli americani e gli inglesi in quel periodo non venivano riforniti dalla fabbrica. Si può quindi dire che la Fabbrica Olandese di Cocaina forniva di anfetamine i tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale in piena coscienza. Oppure…

Sì, con una vera coscienza pulita. Dopo la Seconda Guerra Mondiale la produzione non venne fermata. Sono stata contattata da un uomo che sapeva del mio libro, aveva lavorato per la fabbrica negli anni Cinquanta. Era una persona grandiosa, mi comprò perfino un distillatore e altri oggetti che venivano usati in fabbrica. Faceva analisi chimiche. Doveva testare la purezza  di eroina, cocaina e oppio.

Cosa le ha raccontato di quel periodo? Odiava il fatto di aver lavorato in quel tipo di fabbrica, anche se solo per un paio d’anni.

Ma non lo vedeva come una cosa cattiva. No, ma ha cominciato a ripensarci negli ultimi anni. L’idea di aver contribuito a produrre una sostanza che distruggeva la vita dell persone lo stava uccidendo. Tuttavia mi ha aiutato a stimare la quantità delle sostanze prodotte, e indovina di quanto aumentò durante la Grande Guerra? Questo mi portò alla sicurezza completa che era stata usata per rifornire le truppe con la cocaina. Quale altro uso poteva avere?

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Non c’era una sezione marketing a quei tempi. Ah ah, e neanche Wall Street. C’erano gli ambienti degli artisti dove la coca veniva fumata, soprattutto negli anni Venti. Dopo arrivò una piccola base di utenti che la usava per divertirsi. Ma non bisogna dimenticare che la fabbrica di cocaina evava creato un mercato abbastanza grosso. C’erano molti soldati che conoscevano gli effetti della cocaina. E se pensi alla Germania di allora, con la povertà e la fame… Se sai che la cocaina ti aiuta e sei in una situazione del genere, non la cerchi? Quella voglia smodata creò un enorme problema. E l’Olanda si fece un sacco di soldi con quel problema. Tassandola, abbiamo fatto molti soldi. È divertente vedere che i primi tentativi di proibire l’uso di cocaina furono sabotati dal governo olandese. Alcuni paesi cercarono di unirsi per restringere l’uso di coca alla ricetta del medico.

Picture-52 Un assistente di laboratorio pesa attentamente la cocaina in una vetrinetta chiusa.

Nello stesso modo in cui viene regolata ancora oggi la vendita di morfina? Sì, si può paragonare a quello. Ma a loro [il governo olandese] non interessava, perché avrebbero fatto un sacco di soldi. La stessa cosa con l’oppio. L’Olanda ha una vera storia come nazione produttrice di droghe, ed è collegabile a questa guerra. Ad ogni modo, la Prima Guerra Mondiale è stata la prima a vedere le droghe come un’arma. Poi c’è stata la Seconda Guerra Mondiale con l’anfetamina, il Vietnam con l’eroina, e ora si ritorna alla cocaina: se considerate Afghanistan, Iraq, Africa, vedrete che queste guerre sono impensabili senza droghe stimolanti.

Non è qualcosa di cui si parla spesso sui giornali più diffusi. Perché c’è ancora un grosso tabù al riguardo. Tendiamo a mettere su un piedistallo i soldati che tornano dalla guerra e a trattarli come eroi. Non puoi contraddire il loro status. E si sa quanto le droghe possano danneggiare la reputazione.

Come atleti famosi sorpresi a doparsi? Esatto. Le loro carriere sarebbero finite e i successi dubbi. Lo stesso vale per i soldati. Quando tornano dalla guerra, l’unica cosa che è rimasto a quei ragazzi è il loro status di eroi. Non glielo puoi portare via…Ho parlato con un paio di soldati delle Nazioni Unite, e mi hanno confermato chiaramente che usavano droghe.

In Bosnia? No, in Ruanda. Alla tavola calda c’era un ex soldato seduto di fianco a me che si animò, quando seppe del libro che stavo scrivendo.

E le raccontò tutto della sua esperienza. Sì, mi disse che prendeva delle pillole che si chiamavano Blue Heaven.

Cos’erano? Cocaina in forma di pillola.

Prima della nostra conversazione non avevo mai sentito parlare di cocaina in pillole. Beh, quella roba viene usata in un sacco di modi. La gente se la inietta o la fuma. Sherlock Holmes se la iniettava. “L’ago, Watson!”, diceva quando non riusciva a risolvere un problema. Watson protestava, ma si diceva che aiutasse il cervello. Anche Freud usava la cocaina: scrisse Über Coka, un libro davvero positivo nei confronti della cocaina. Ma dopo si ricredette.

Il suo libro racconta del personaggio immaginario di Lucien, il rappresentante itinerante della Fabbrica Olandese di Cocaina. Spinto dal desiderio di comprarsi una Harley Davidson, ha venduto grandi quantità di coca ad entrambe le fazioni combattenti, rendendosi responsabile, insieme alla fabbrica, della lunga durata della guerra. Perché ha voluto raccontare la storia della fabbrica e del ruolo avuto dall’olandese nella Prima Guerra Mondiale in questo modo? La decisione è nata sulla base dei fatti che ho scoperto e delle emozioni che questi mi hanno ispirato. Avrei potuto scrivere un libro senza finzioni, ma così funziona meglio.

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Perché? Secondo la mia esperienza, dopo molti libri, scrivendo un romanzo raggiungi un numero molto maggiore di  persone e un quadro migliore dei fatti. Uno dei personaggi è un simpatico soldato inglese la cui vita viene completamente distrutta quando viena a contatto con la cocaina. E dall’altra parte volevo rappresentare il ritratto di una normale, comune fabbrica con un normale ragazzo come suo rappresentante. Un ragazzo gentile di Haarlem che vuole solo comprarsi una Harley Davidson. Solo più tardi, quando incontra i soldati, si accorge di quanta miseria ha portato vendendo i suoi prodotti. E mettendo la storia in questa maniera, sembra più un thriller…

Ed è un modo migliore di portare il messaggio che si sta comunicando. Esatto. Il libro scatenerà qualche reazione anche in Inghilterra. La Grande Guerra viene ricordata ancora, lì più che in Olanda. Quindi ci sarà qualche dibattito. E poi è successo tutto grazie al benestare del governo inglese, e le persone si chiederanno cosa succede ai soldati in guerra ancora oggi.

Da dove prese l’Olanda le risorse per fabbricare la cocaina? Le foglie di coca, da cui viene estratta la cocaina, venivano da piante che crescevano in Bolivia e Perù. Ma siccome proprio perché nel XIX secolo il prodotto era così popolare, una di esse venne trasferita all’isola di Java, ai giardini botanici. Lì cominciarono a fare dei test, ed evidentemente ebbero un gran successo. Crearono intere piantagioni, ed è in questo modo che Java divenne famosa per la sua produzione di coca: era una qualità migliore di quella sudamericana. I mercati di Bolivia e Perù vennero distrutti completamente. Ci fu un bando per la licenza per la cocaina in quei tempi, ad Amsterdam.

E dove? Ad Amsterdam, non so il luogo esatto. Durante la Prima Guerra Mondiale fu vietato l’accesso delle altre nazioni, quindi poterono agire indisturbati col loro monopolio.

Mossa intelligente. Ma come mai la maggior parte della droga, oggi, viene dal Sudamerica e non dall’est? Non lo so. Ci sono molte cose che non sappiamo. Forse perché ci sono piantagioni molto grandi. L’Indonesia è un paese piccolo. Come crede che si comporterà l’Olanda con queste rivelazioni? Penso che abbia insabbiato tutto. Se pensi a quanto mi ci è voluto per raccogliere tutte le informazioni, è ingiusto. Ma sai, l’Olanda ha molti scheletri nell’armadio…

Ad esempio? Prendi l’Apartheid. È una parola olandese. Verwoerd, inventore del sistema Apartheid, era di Amsterdam. L’Olanda lascia così le sue tracce…

Ma il governo olandese si dissocia nettamente dal problema dell’Apartheid. Ma le corporazioni olandesi hanno di fatto aiutato a mantenere vivo il sistema. Shell e Unilever hanno alti interessi economici nell’Apartheid. Il sistema è caduto quando abbiamo attaccato queste società direttamente. Tocca i loro portafogli, e finalmente le tue azioni avranno degli effetti. È questa stupida mentalità che vorrei riuscire ad intaccare, questa arroganza in fatto di storia. Se non ti preoccupi di guardare alla tua storia con onestà…Abbiamo avuto la nostra parte nella schiavitù, nell’Apartheid, e ora in questo. Se la consideriamo sotto questo punto di vista, sono proprio in missione, ah ah! Li prenderò!

Ringraziamo l’Istituto Internazionale di Storia Sociale di Amsterdam per le illustrazioni sulla fabbrica di cocaina.

JAN VAN TIENEN

 

http://www.viceland.com/blogs/it/2010/01/19/lolanda-era-il-piu-grande-produttore-di-cocaina-al-mondo/

Nantes, finisce in tragedia il maxi aperitivo via Facebook

Un giovane è morto durante l’evento, cadendo da un ponte. Gli “aperitivi giganti” sono una moda scattata sul social network, sul modello dei “botellon” spagnoli

Finale tragico per l’ “aperitivo gigante” organizzato ieri nelle strade di Nantes attraverso il social network Facebook. Un giovane di 21 anni è morto nel pomeriggio di oggi per le conseguenze di un volo di 5 metri dal lato di un ponte. Il ragazzo, probabilmente ubriaco, era precipitato atterrando sulla testa, e le sue condizioni erano da subito apparse critiche. Gli “aperitivi giganti”, sul modello dei “botellon” spagnoli (diffusi ormai anche in Italia) sono l’ultima moda degli utenti francesi di Facebook, che ne hanno già organizzati numerosi in diverse città del Paese. Il principio è molto semplice: luogo e ora sono comunicati via Internet, e chi vuole partecipare deve solo recarsi dove indicato con un qualcosa da bere ed eventualmente da mangiare. A Parigi ne è previsto uno sugli Champs de Mars, di fronte alla Tour Eiffel, il 26 giugno prossimo.

 

USA - Farmaci antidolorifici, studiosi Usa: la soluzione è l'Afghanistan

Aduc Droghe - In un articolo pubblicato sulla rivista scientifica Medical Science Monitor, i ricercatori della Saint Joseph's University di Philadelphia dimostrano come l'Afghanistan potrebbe costituire la soluzione alla scarsità di farmaci antidolorifici nel mondo. Decine di milioni di persone affette da dolore moderato e acuto a causa del cancro, dell'Hiv/Aids, di ustioni e altre lesioni non hanno la possibilità di accedere ad anestetici oppioidi per alleviare la sofferenza. La maggior parte, scrivono gli studiosi, vive in Paesi poveri dove i farmaci oppioidi sono troppo costosi o non facilmente reperibili. Questo nonostante, sostengono gli autori, il diritto alla salute -che include la terapia del dolore- sia un diritto umano fondamentale. "La soluzione a questo problema potrebbe essere trovata in Afghanistan, un Paese ora afflitto da povertà e guerra", scrivono. "L'Afghanistan è il primo produttore al mondo di eroina. La crescita della produzione di eroina in Afghanistan ha spinto gli Stati Uniti e la comunità internazionale a cominciare l'eradicazione dei campi di papavero che a sua volta ha ulteriormente impoverito i coltivatori di papavero da oppio". Ma con l'adozione di un diverso paradigma, continuano i ricercatori, i contadini Afghani potrebbero continuare a coltivare i papaveri da oppio per creare farmaci come la morfina per i Paesi poveri. Questo paradigma prende in considerazione tutti i passaggi necessari per la fabbricazione di medicinali tra cui il procedimento di autorizzazione, la sicurezza, la coltivazione, il raccolto e la produzione industriale di farmaci oppioidi. Il tutto, concludono gli studiosi, costerebbe meno dell'eradicazione e darebbe la possibilità agli agricoltori Afghani di sopravvivere onestamente.

"Otto ore online ci rubano la vita"

L'abuso di tecnologia visto dagli studenti

 

http://www.pmi.it/img/contenuti/001596.pngM.T. Martinengo, La Stampa - I primi a stupirsi e a spaventarsi dei risultati della loro ricerca sull’utilizzo e i rischi di Facebook, chat, You Tube, giochi e cellulari sono stati proprio loro, gli studenti dell’Istituto Avogadro, nativi digitali doc. «Abbiamo scoperto di avere compagni dipendenti dai giochi on line. Alcuni hanno ammesso di passarci otto ore. Gli resta il tempo di andare a scuola e dormire», ha detto Matteo Giardino. «Otto ore filate», ha rincarato scuotendo la testa Enrico Rolfini. Ma è solo un assaggio. C’è chi spende 30-40 euro a settimana per il cellulare («come uno che lavora», dicono i ragazzi), mentre 5 studenti su 20 ammettono di scambiare qualsiasi genere di informazione con sconosciuti sui social network. Questo ed altro è emerso nell’interessante (soprattutto per genitori, insegnanti e adulti in genere!) giornata di chiusura del progetto sui «Rischi da nuove tecnologie informatiche» organizzato dal Nucleo di Prossimità del Corpo di Polizia Municipale con l’Avogadro, tecnologie che hanno rivoluzionato le modalità di aggregazione e comunicazione tra i giovanissimi, creando le condizioni per renderli facilmente vittime, ma anche autori, di reati on line. «Il progetto ha usato il metodo del coinvolgimento diretto di un gruppo di ragazzi di tutte le fasce d’età dell’istituto», ha detto Antonio Mandarano, il docente che ha curato il lavoro. I ragazzi hanno indagato l’uso delle nuove tecnologie in un rapporto «tra pari» e con il loro linguaggio anche attraverso due sondaggi che hanno coinvolto un centinaio di studenti. «Parlare con i vigili - ha sottolineato Marco Bettoni - ci è servito a renderci meglio conto di che sia un reato e di cosa significhi dipendenza dal web, del perché alle Molinette abbiano aperto un ambulatorio per la disintossicazione. Tra gli episodi che hanno raccontato, uno ci ha colpito in particolare: due genitori disperati hanno chiamato i vigili perché il figlio, chiuso nella sua stanza, urlava e insultava da ore il suo avversario nel videogioco». Ermes Santoienna «Ci hanno detto che nel web si incontrano pedofili, ma anche topi d’alloggio che ti tirano fuori informazioni e poi vengono a svaligiarti la casa». L’uso improprio della tecnologia è sempre in agguato. Il cellulare? C’è chi lo tiene acceso 24 ore su 24 e invia 100 sms al giorno. Per Marco Sciretti, «sono i giochi on line i più pericolosi: c’è chi li usa 3 ore in settimana e la domenica 8. I preferiti? Quelli violenti e criminali, dove si ruba, si ammazza». I genitori in generale si fidano, hanno detto i ragazzi. Ma dal preside dell’Avogadro Lupo all’assessore alla Polizia Municipale Mangone, al direttore scolastico Regionale De Sanctis tutti sono d’accordo sulla necessità di avviare corsi sulle tecnologie anche per loro. Con gli studenti in cattedra, ovvio. «Se i genitori non colmano la distanza - ha osservato Mangone - il mondo dei figli diventerà impenetrabile. Con tutti i pericoli che ne derivano». E Marco Bertoluzzo, criminologo, consulente della Polizia Municipale: «Bisogna aiutare i ragazzi a distinguere la realtà dal virtuale, l’amicizia dal “contatto”. E a distinguere i tempi. Otto ore al computer uccidono tutto il resto».

Dipendenze senza sostanza: prevenzione e terapia

Il 6 Maggio è uscito nelle migliori librerie "Dipendenze senza sostanza: prevenzione e terapia" edito da Edizioni Psiconline, la casa editrice specializzata in psicologia, psicoterapia e scienze umane.

ll volume raccoglie gli atti del I Convegno Nazionale "Dipendenze non da sostanza: Terapia e Prevenzione", svoltosi a Firenze l’8 novembre 2008. Le nuove dipendenze, tra queste le Internet Dipendenze, la Dipendenza da Cellulare, il Gioco d’azzardo patologico, la Dipendenza Sessuale, la Dipendenza Affettiva, lo Shopping Compulsivo, la Dipendenza da lavoro si caratterizzano per l’assenza di una dipendenza da sostanza, ma per la presenza di distorsioni dello stile cognitivo, comportamenti compulsivi e problematici, ossessioni, disturbi di personalità, difficoltà relazionali e affettive, isolamento e ritiro sociale. Ansia, depressione, pensieri a contenuto ossessivo, compulsioni, compromissione della qualità della vita e delle capacità critiche e ideative, basso livello di autostima, centralità del comportamento dipendente sono comuni alle diverse dipendenze. Particolare attenzione va posta alla trasversalità anagrafica, sociale ed economica delle nuove dipendenze che coinvolgono bambini, adolescenti, adulti, anziani, maschi e femmine. I contributi dei Relatori del Convegno, qui raccolti, offrono al lettore studi, dati, riflessioni, conoscenze, tecniche di intervento in merito alle nuove dipendenze, fenomeno recente nel panorama scientifico-culturale italiano. Il Convegno è stato promosso dalla Rete Nuove Dipendenze, dalla Scuola di Psicoterapia Comparata e dal Mo.P.I. Movimento Psicologi Indipendenti. La Rete Nuove Dipendenze è un Coordinamento Nazionale di diversi Professionisti articolato in settori e gruppi di lavoro il cui sito web è www.retenuovedipendenze.it

 

http://www.edizioni-psiconline.it/

DICONO DI SYD BARRETT

Chi avrebbe immaginato che il coltissimo autore di un falso leopardiano ( Io venìa pien d’angoscia a rimirarti rimirarti) o del céliniano ) Rondini sul filo potesse scrivere un romanzo sui Pink Floyd?

L’omaggio di Michele Mari alla rock band inglese è un mosaico di testimonianze intorno al mistero di Syd Barrett, il geniale fondatore sprofondato nella follia.

Parlano i fan, gli amici, gli stessi Pink Floyd e altri protagonisti della scena musicale degli ultimi decenni. Una vera orchestra diretta dallo scrittore a comporre l’immagine del “Crazy Diamond” e della sua ossessiva presenza nelle creazioni di Waters & Co.

Come mai proprio i Pink Floyd?

Dalla morte di Syd Barrett l’idea di scrivere un libro su di lui ha continuato a visitarmi periodicamente, come se qualcosa di innominato chiedesse di essere conosciuto.

Perché la collezione di voci piuttosto che il racconto?

La stessa ambiguità dell’oggetto, la sua imprendibilità, mi hanno suggerito un avvicinamento

graduale dalla periferia verso il centro, attraverso una pluralità di voci e ipotesi discordi.

Quanto del suo Barrett appartiene al musicista e quanto allo scrittore?

È una questione che dovrebbero risolvere i lettori. Posso però dire che il personaggio in cui le mie ossessioni più si sono riconosciute non è Barrett, ma Waters: il suo ossessivo ritorno agli stessi temi a partire dai traumi infantili, la sua coerenza ai limiti del fanatismo, la stessa sublime “scorrettezza” del suo egocentrismo.

■ Michele Mari, Rosso Floyd Floyd, Einaudi, 20 euro

DAL PTSD ALL’EROINA?

Quando due anni fa il soldato Eric Acevedo, appena rientrato dall’Iraq, pugnalò a morte la fidanzata non era in sé: soffriva di Ptsd (Post Traumatic Stress Disorder), patologia riconosciuta dalle assicurazioni soltanto nel 2004. Questa è la prima volta in cui lo stress da combattimento viene usato in un processo. La sentenza non è ancora stata emessa ma il fatto è importante. Secondo uno studio dell’Università della California sono 300mila i militari tornati da Afghanistan e Iraq con segni di squilibrio: emergenza che l’esercito affronta con appena 400 psichiatri. E intanto le prigioni si riempiono di veterani: il 23% dei detenuti, un numero così alto che si sta pensando a tribunali speciali e condanne alternative. Un’inchiesta di Time spiega che il numero dei suicidi tra soldati ha toccato cifre record: 106 nel 2006, 115 nel 2007, 128 nel 2008. E ben 334 nel 2009: lo stesso anno i morti in battaglia sono stati 316 in Afghanistan e 149 in Iraq. Ne muoiono più a casa che in trincea. Ma contando che riesce un tentativo su dieci, il numero di quelli che cercano di farla finita sale a 3mila militari all’anno. Ammesso che siano dati reali: perché, insinua l’ l’Huffington Post Huffington Post, i numeri, difficili da reperire, , portebbero essere superiori. E parliamo solo di militari in divisa: per quel che riguarda i veterani, le cifre si fanno agghiaccianti. Se ne suicidano 6mila l’anno, ma l’esercito li considera civili e rifiuta di associare le cause di tante morti alle sofferenze accumulate in divisa. Qualcosa sta cambiando, ma ci sono state tragedie come quella di Fort Carson (Colorado Springs): nove omicidi commessi da membri della medesima brigata appena rientrata da Falluja, sommati a 145 episodi di violenze domestiche e 38 stupri. C’è voluto l’intervento del senatore democratico, Ken Salazar, per aprire un’indagine. E un cambio ai vertici della base, oggi comandata dal generale Mark Graham - padre di un soldato suicidatosi a 21 anni - per organizzare un centro di salute mentale all’interno del forte, il Warrior Transition Unit Unit. Che sembra già essere . un fallimento: sostiene il New York Times che il Wtu è il nuovo incubo dei soldati. Un purgatorio che si limita a fornire pillole per ogni malessere. A reduci che diventano drogati, tanto che all’interno della base ci sono prove di spaccio e consumo di eroina.Anna Lombardi Repubblica

 

 

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