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Novità

Se l' Amazzonia diventa un viaggio da maestri beat

Com' erano allegramente (e a volte malinconicamente) alternativi i ragazzi della Beat Generation, Burroughs, Ginsberg, Corso, Ferlinghetti... Una volta a Spoleto, negli anni Sessanta, secondo quanto racconta Fernanda Pivano, Ginsberg fu arrestato perché un brigadiere aveva letto le sue poesie piene di riferimenti sessuali. Restarono ore al commissariato e Ginsberg commentò: meno male questo arresto, cominciavo ad annoiarmi. Le lettere dello yage di Burroughs e Ginsberg (ma molto più del primo che del secondo) sono il racconto epistolare, lungamente lavorato, di un viaggio alla ricerca di questa droga misteriosa nascosta nella giungla amazzonica. Appunto lo yage. Si tratta di una liana che può diventare lunga anche diciotto metri: per trarne la droga bisogna tagliarla a pezzetti e pestarla e ce ne vuole una bella quantità per ottenere un buon effetto. Ma i metodi per raggiungere lo scopo sono diversi e i sistemi variano a seconda degli stregoni. Lo yage può far diminuire la febbre e rendere insensibili al dolore fisico, ma soprattutto produce allucinazioni e una perdita di controllo profonda. Un' avventura onirica probabilmente irriferibile. A leggere come Burroughs ne resta sconvolto fisicamente, con vomito e altre piacevolezze, non viene nessuna voglia di provarla, ma la cosa è soggettiva e la speranza di uno sballo assoluto attira molti. Paul Theroux ammise di essere stato posseduto dal libro: «Devo assolutamente ripetere questo viaggio». In effetti questo libro, uscito per la prima volta nel 1963, e poi diverse volte integrato, ha un suo fascino particolarissimo: dà sostanza a una prepotente voglia dell' Altrove e dell' Estremo che non si ferma e non si scoraggia di fronte a nulla. Per questo la prosa di Burroughs e, nella parte che gli spetta, anche quella di Ginsberg appare subito vitalissima, disincantata, priva di falsi pudori. E dunque rivelatrice. Altro che mito del buon selvaggio. «Sempre la solita Panama. Troie e papponi e puttanieri. "Vuoi bella ragazza?". "Signora nuda balla?". "Mi guardi fottere mia sorella?". Ci credo che mangiare costa tanto. Non ce la fannoa tenerli in campagna. Vogliono venire tutti nella grande città a fare i papponi». Di lettera in lettera Burroughs racconta a Ginsberg le tappe del suo viaggio alla ricerca delle droghe, che trova e prova in diverse occasioni: yage e non solo, ma inevitabilmente racconta senza pietà molta America latina, con la popolazione indolente, la polizia corrotta e onnipresente, gli alberghi e i localini equivoci. L' Ecuador è terribile, la Colombia infrequentabile, meglio il Perù (a Lima «ho cercato con un discreto successo, quelli che un personaggio di Waugh chiama bistrot piccoli e loschi»). Poi c' è la giungla, piena di stregoni un po' scemi... «Il ragazzo mi ha sorriso mostrando buchi tra un dente e l' altro... "Ho una bella canoa - ha detto Perché non risaliamo il Guaymes? Lassù conosco tutti gli indios". Sembrava la guida più inefficiente dell' intera Alta Amazzonia ma ho detto "Sì"». Il sesso, nella variante omo è, con la droga, l' altra irrinunciabile dominante, anche se non sempre le cose vanno per il verso giusto. «Voleva trenta dollari convinto si vede di essere merce rara nell' Alta Amazzonia. L' ho tirato giù a dieci dollari a condizioni sempre più sfavorevoli. In qualche modo è riuscito a spillarmi venti dollari e i boxer (quando mi ha detto di sfilarmi completamente le mutande ho pensato che tipo passionale, caspita, ma era solo una manovra per fottermi le mutande)». Burroughs non è mai volgare: lavora con lieto sarcasmo sulla presa diretta del parlato e precipita il lettore in mezzo agli affanni e ai paradossi degli incontri e scontri di civiltà molto diverse, dove la violenza è all' ordine del giorno. «A proposito, il sangue scorre quasi sempre a fiumi in questi loschi bistrot peruviani. Infilzare un vetro rotto in faccia all' avversario è all' ordine del giorno. Qui lo fanno tutti». Le lettere dello yage hanno avuto una storia piuttosto complessa e Oliver Harris ci mette la bellezza di sessantacinque pagine per cercare di venire a capo di quello che, per molti aspetti, resta un rebus di difficile soluzione. Consiglio di leggere la prefazione dopo aver letto il libro, per non arrivare stanchi alla prosa robusta e "scandalosa" di Burroughs. Da non perdere anche il brano aggiunto e da molti in precedenza censurato intitolato "Roosevelt dopo l' insediamento": una satira antipresidenziale violenta e grottesca. Tutte le cariche vengono attribuite a personaggi quasi innominabili, specie alla Casa Bianca, come Annie il pippaiolo, il travestito Lizzie, Lonny il pappone. Ne succedono di tutti i colori mentre un babbuino sodomizza questo e quello. Ecco una frase che potrebbe fare da didascalia: «Roosevelt era così pervaso di odio per la specie umana che desiderava solo avvilirla fino a renderla irriconoscibile». - PAOLO MAURI, Repubblica del 27.03.10

La Marijuana salverà la California dalla bancarotta?

 

http://www.newnotizie.it/wp-content/uploads/2010/03/marijuana1-300x200.jpgI californiani il prossimo novembre saranno chiamati ad esprimersi sulla legalizzazione della marijuana.

E’ stato infatti accolto oggi dalle autorità dello stato il referendum dopo aver convalidato oltre 520mila delle quasi 700mila firme presentate dai promotori, molto più delle 433mila necessarie. Stato all’avanguardia, vien da chiedersi?

Curioso;  sembrerebbe di si,  visto che nella città di San Francisco è vietato fumare all’aperto in molti parchi, nei quartieri attorno a scuole e ospedali,  con il “vanto” di essere l’unica città al mondo con questo proibizionismo.

La battaglia è stata portata avanti da Richard Lee, 47 anne imprenditore  nel settore della marijuana terapeutica.  L’iniziativa prevede anche che adulti possano coltivare piccoli appezzamenti, fino a 7 metri quadri, di marijuana.

 Ma non è tutto, da qui nasce la più curiosa delle rivoluzioni fiscali: risanare il deficit pubblico con le canne.

Infatti per i suoi seguaci l’imprenditore è la prova che lo spinello libero è un ottimo business, privato e collettivo.  All’altra estremità del Bay Bridge, Lee ha scelto il porto di Oakland per creare un centro di formazione dei futuri imprenditori della marijuana.

“Pot-repreneurs” li chiamano, un gioco di parole che si potrebbe tradurre liberamente “imprenditori in erba”.  Perché se passa il referendum sulla liberalizzazione in tutta la California, questo diventerà un business.

Dalla coltivazione alla distribuzione, il mercato che oggi è artigianale e semi-sommerso diventerà rispettabile e alla luce del sole. Lee ha visto lontano creando la sua università di Oaksterdam (“Oakland più Amsterdam”) e gli effetti sono visibili.

E’ con questa filosofia pragmatica che Lee ha lanciato la raccolta di firme per il referendum, conclusa con successo mercoledì: superata la soglia di 434.000 cittadini, la consultazione popolare è convalidata. Si voterà a novembre insieme con le legislative nazionali e l’elezione del nuovo governatore della California. Ma è sul referendum per la marijuana che la campagna è partita per prima. Da lunedì le radio e tv locali di San Francisco manderanno in onda i primi spot pubblicitari. Quello scelto da Lee è il più sorprendente. Il guru del movimento per la liberalizzazione ha scelto come testimonial un vicesceriffo in carne ed ossa, che ammette il fallimento della politica di criminalizzazione e conclude: “E’ ora di controllare la marijuana. E di tassarla”.Lee ha commissionato uno studio all’economista Jeffrey Miron di Harvard, che stima a 13 miliardi di dollari il costo complessivo del proibizionismo, più altri 7 miliardi di potenziale gettito fiscale perduto. Proprio questo sta diventano l’argomento martellante della campagna pro-cannabis. “La stessa authority che certifica i conti dello Stato  -  spiega Lee  -  ha calcolato che la California guadagnerà 1,4 miliardi l’anno di tasse sulla marijuana se viene legalizzata la vendita. Con 20 miliardi di deficit, questa nuova entrata sarà una manna dal cielo”. Secondo i sondaggi la maggioranza dei californiani è d’accordo: il 56% propende per il sì.  Dall’attuale vendita controllata per soli scopi medici, si passerebbe a una liberalizzazione totale, anche per il consumo ricreativo. Se vince Lee, il dilemma finirà sulla scrivania di Barack Obama. La liberalizzazione totale violerebbe la legge federale. Ma se l’alternativa è la bancarotta della California?

 Diana de Angelis

 newnotizie.it

 

Giovani, ricchi e occupati: ecco i nuovi schiavi della droga

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1209294493780_0.JPGD. Beverini, gazzetta di parma- «Stare fuori senza le droghe? Dentro mi sento annoiato, una noia mortale, senza forza di ca­rattere ». E’ questa la spiegazio­ne che un ragazzo ha dato della sua tossicodipendenza ai medici del Sert, nel momento in cui ha deciso di liberarsi dalla sua pri­gione. Pochi giorni fa però, quel ragazzo ha avuto una ricaduta. E ancora: «L'alcol è la droga ideale: prima ti fa mollare i freni ini­bitori, poi ti stordisce. Ieri sera ho visto mio padre: ho deside­rato che fosse morto. Così avrei cominciato a vivere». A parlare questa volta è una ragazza ap­partenente a una famiglia bene­stante, a cui è il padre a offrire la cocaina. Oppure: «Non riuscivo ad avere rapporti sessuali. L’an­drologo mi disse che soffrivo di ansia da prestazione. Una sera casualmente ho fumato eroina e tutto è andato a meraviglia, così ho continuato a usarla». Peccato però che oggi questo ragazzo, ventunenne, sia schiavo della di­pendenza e che il sesso non lo interessi nemmeno più.   E' raccontando stralci della vi­ta dei suoi pazienti che Maina Antonioni, direttrice del Sert di Parma, apre l’incontro «Uso, abuso, dipendenza», organizza­to dall’Avis Montebello-Cittadel­la. «Pensiamo sempre ai tossico­dipendenti come a persone ap­partenenti a basse classi sociali, ma oggi non è più così spiega Maina Antonioni . Si tratta spes­so di persone abbienti, professio­nisti".

L'articolo completo sulla Gazzetta di Parma oggi in edicola

Giovani e alcol: tra moda e abuso

Uso ed abuso di alcol solo per moda: ecco i ragazzi italiani.Può la mancanza di regole e la scarsa percezione di un limite definito trasformare una pratica dannosa in un valore indispensabile, soprattutto nell’età giovanile? Può un problema trattato solo a metà o sempre nelle stesse modalità venire “risucchiato” dal silenzio come qualcosa di già sentito? Il problema dell’alcolismo giovanile in Italia sta assumendo sempre di più il contorno di un rito dovuto e non più quello di un fenomeno episodico per pochi individui.

Voglia di sperimentare, trasgredire, allinearsi al gruppo, questi i motivi che più vengono citati negli approfondimenti sul tema ma forse se ne dimentica uno fondamentale: il bere tra amici, spesso abusandone, non viene più percepito come una pratica irresponsabile e questo, al pari passo con i dati allarmanti sul consumo dei più giovani, sta astraendosi dal gruppo diventando particolarità anche del singolo, ovvero, non è più necessario bere per sentirsi parte di un insieme di amici che si diverte ma ormai è una cosa inconscia e normale, tollerabile anche da soli come pratica ovvia.

I morti per gli incidenti legati all’alcol, le famose stragi del sabato sera, eventi terribili che ritualmente ogni week-end contano decine di vittime, sono riportati dai media come un rito dovuto ma che è diventato ormai, paradossalmente, un’ovvietà che non sconvolge più nessuno, tantomeno i giovani. Si parla sempre degli effetti a breve termine dell’alcol, legati ad una sera, al problema del guidare in stato di ebbrezza che può portare al tragico incidente, ma degli effetti più a lungo termine, come può essere la dipendenza, chi ne parla? Nel grande circuito d’informazione generalista, quello che anche i più giovani leggono e ascoltano ai telegiornali, chi racconta alle nuove generazioni del problema dell’alcolismo?

Le dipendenze dall’alcol non sono minimamente considerate e percepite nel linguaggio comune dei ragazzi, il bere è visto come una pratica normale e quindi il problema si annulla, diventa vago e questa spirale del silenzio è la problematica da combattere, ma di cui nessuno sembra accorgersi. 13 anni. Questa in Italia l’età media in cui i giovani iniziano a consumare per la prima volta delle bevande alcoliche. Il 17,6% dei ragazzi tra gli 11 e i 15 anni ha consumato bevande ad alto tasso alcolico e questa percentuale è tra le più alte in Europa, dove il primo bicchiere è fissato intorno ai 14-15 anni. Questo dato è contenuto nella Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati dal Ministero della Salute in materia di alcol tra il 2007 e il 2009 da cui si legge, anche, che sono il 70,7% i giovani tra i 18-24 anni che consumano regolarmente bevande alcoliche.

Secondo la ricerca del Ministero emerge poi che anche il consumo fuori-pasto è in aumento e nei maschi sarebbe il 31,7% e nelle donne il 21,3%, in un’età compresa tra gli 11 e i 24 anni. Un’altra indagine intitolata “Il Pilota” dell’Osservatorio Nazionale Alcol Cnesps mette in evidenza poi un dato nuovo, quello del binge-drinking ovvero l’abbuffata di alcol volontaria, soprattutto nei week end, per arrivare all’ubriacatura e il 41,7% dei ragazzi e il 20,8% delle ragazze al di sotto dei 18 anni sarebbero vittime di questa pratica. Secondo la ricerca Cnesps è elevata anche la media dei bicchieri consumati in una serata tipo e nella notte del sabato un ragazzo consuma in media 4 bicchieri e una ragazza poco più di 3 in una fascia d’età compresa tra i 19 e i 22 anni. Ancora più preoccupanti i dati se si prendono in considerazioni i giovani sotto i 18 anni e così i bicchieri salgono a 5 per i maschi e 6 per le ragazze.

Da queste statistiche emerge l’età come snodo fondamentale ed è allarmante come i minorenni siano il target che fa crescere in modo esponenziale i valori di queste ricerche. Ricerche che dimostrano come più si cresce e più si abbassano queste pratiche di abuso. Il problema alcol quindi ha il suo passaggio più forte, cosa impensabile alcuni anni fa, nelle generazioni più giovani. Un discorso da non sottovalutare è quello legato anche al sesso femminile. I dati Cnesps dimostrano come il vino diventi la bevanda “da sballo” preferita dai giovani soprattutto nelle ragazze al di sotto dei 18 anni, prima, durante o dopo la serata del sabato tra wine bar, pub e discoteche in abbinamento, oltretutto, ad altre bevande alcoliche.

Una tendenza che si sta trasformando in moda soprattutto col fenomeno del “buletton” così tipica in Spagna, con damigiane di vino e alcolici comprate a basso costo nei supermercati e consumate in gruppo. Perché sono proprio i giovanissimi i protagonisti in negativo di queste ricerche? Di cosa sono vittime e chi può fare qualcosa e in che modo? I dati dimostrano che sono i più adulti, man mano che cresce l’età, a ridurre il consumo di alcol e questo è legato al fatto che i più grandi spesso devono far fronte sempre più spesso a più impegni economici legati alla vita quotidiana, come un mutuo per esempio, e così destinando meno denaro ai divertimenti.

Cosa che non coinvolge i più giovani che possono usare i soldi a disposizione soprattutto per i divertimenti, quindi soprattutto per lo sballo del sabato sera. Un altro ruolo lo ha sicuramente la pubblicità che si insinua nel solco del problema trasformandolo in valore positivo, rendendo l’alcol uno strumento di divertimento e affermazione sociale. Le bevande alcoliche diventano così protagoniste di un marketing spregiudicato abbinando il loro uso ai concetti di moda e spensieratezza senza nessun limite, di cui i giovani sono il target preferito.

Non dimenticando il ruolo della famiglia, sicuramente importante e fondamentale ma che “sfugge” quando i giovani escono in gruppo e questo diventa l’agente di socializzazione più importante, non bisogna tralasciare il concetto di “limite” su cui in Italia nessuna campagna di sensibilizzazione si basa. In questo modo i ragazzi non sentono il bisogno di demarcare un confine oltre cui non andare e questo comportamento diventa parte integrante del vivere comune. Non bisogna sottovalutare poi il consumo del vino, così tipico nelle nostre famiglie e prima forma di “socializzazione” di gruppo verso l’alcol, che diventa un rito normale per i giovani sommandosi poi, nei sabati sera, al consumo di altri alcolici creando quel poli-consumo così dannoso. In Italia sono solo i morti nelle stragi del sabato sera il punto di contatto con la realtà dannosa dell’abuso di alcol e i più giovani lo vivono come un disco già sentito, terribile sicuramente, ma che dà un senso di assuefazione alla notizia che paradossalmente diventa quasi invisibile.

Anche le leggi sono ancora troppo morbide verso questa piaga, leggi che colpiscono chi guida ubriaco ma dimentica chi è in macchina con lui e che quindi può venire raggirata lasciando alla guida l’unico amico lucido permettendo agli altri di bere senza limiti. Possibilità economiche, vuoto istituzionale, pubblicità feroce che trascura il problema, poca attenzione della famiglia, rito di gruppo, in sintesi sono questi i motivi che rendono incontrollabile il problema alcolismo rituale tra i giovani e che rende labile il confine sottile tra svago episodico e dipendenza. Chi si accorge davvero quando il bere diventa qualcosa di necessario? E’ davvero così facile, per un ragazzo, percepire se un qualcosa è irrinunciabile quando viene assimilato come un uso dovuto e normale?

Tassare di più le bevande, mettere dei limiti chiari che non è facile aggirare, sensibilizzare di più sul concetto di limite sin dai primi anni di scuola visto che l’iniziazione al bere, come hanno dimostrato i dati, avviene già nel periodo della scuola media, dare dei limiti alle pubblicità di alcolici che sono sempre più sinonimo di accettazione sociale e divertimento. Questi sono solo alcuni dei campi su cui si potrebbe intervenire ma purtroppo il problema alcol-giovani sembra sempre un discorso accessorio, mai davvero preso in mano dai chi ci governa perché fa meno notizia, almeno sulla carta. Secondo una ricerca dell’Istituto Mario Negri di Milano l’alcol è la terza causa di morte in Italia con 30.000 decessi ogni anno e in Europa è la prima causa di decesso per i giovani sotto i 30 anni. Qualcuno vuole iniziare a prendere appunti?

 

V. Malara per Ghigliottina.it

La California verso la legalizzazione della cannabis?

Secondo le stime la legalizzazione e tassazione della cannabis nella sola California genererebbe  $1.4 miliardi di dollari l'anno. Fonte: http://www.huffingtonpost.com/stephen-gutwillig/ca-marijuana-legalization_b_511484.html

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Today, an initiative that would legalize personal marijuana possession and allow regulated sales of marijuana to adults will qualify for California's November general election ballot. A win at the ballot would be a first of its kind in U.S. history. This is a remarkable moment in the struggle to change our decades-old marijuana policies. Marijuana was prohibited in 1937 before most Americans had ever heard of it. Today the U.S. leads the world in marijuana consumption. Nearly 26 million Americans used marijuana last year and more than 100 million have tried it in their lifetimes. A huge commodity of the underground economy, marijuana is the nation's top cash crop, valued at $14 billion in California alone. Our state Board of Equalization has estimated we would generate $1.4 billion a year by taxing marijuana like alcohol. Like it or not, marijuana has become a mainstream recreational drug. It is second only to alcohol and cigarettes in popularity and is objectively far less harmful than either. Marijuana is drastically less addictive and cannot cause an overdose. Every major independent study has debunked the gateway myth; for the profound majority of users, marijuana is the only drug people sample not the first. Children across the country consistently report that marijuana is easy for them to get from their peers and the black market while significant barriers exist to buying alcohol and cigarettes. Unthinkable carnage in Mexico has claimed 15,000 lives since the Calderon government declared war on drug cartels three years ago. Our government estimates the cartels generate at least 60% of their profits from marijuana alone. Following the murders of several U.S. consular workers, Secretary of State Clinton returned to Mexico this week, acknowledging that demand in the U.S. dominates these markets. But she didn't acknowledge that rampant violence is not a byproduct of the cannabis plant itself but of the prohibition that creates a profit motive people are willing to kill for. Americans are increasingly turning against the prohibition that fails to protect our kids and guarantees a monopoly of profits to violent criminal syndicates on both sides of the border. While polls have long confirmed that large majorities favor treating marijuana possession as an infraction without arrest let alone jail, support for ending marijuana prohibition outright is quickly gaining speed. A Gallup poll last year reported that a historic 44 percent of Americans favor legalization, a 10-point jump since 2001. Meanwhile, sizable majorities of Californians are ahead of that curve, giving rise to the historic initiative we'll vote on this fall. With this cultural transition underway, you might think enforcement of our marijuana laws would reflect their unpopularity. Sadly, quite the opposite is the case. Arrests for marijuana offenses have actually tripled nationwide since 1991. In California, which decriminalized low-level possession in 1975, arrests have jumped 127 percent in the same two decades the arrest rate for crime in general fell by 40 percent. Police made nearly 850,000 marijuana arrests across the country last year, half of all drug arrests and more than all violent crime arrests combined. No law in the United States is enforced so widely yet deemed so unnecessary. Worse still, marijuana laws are enforced selectively with racist results. In California, African Americans are three times more likely than whites to be arrested for a marijuana offense despite comparable or even lower rates of consumption. An expose by the Pasadena Weekly found that blacks, who represent 14 percent of that city's population, accounted for more than half all marijuana arrests in the last five years. It's hard to overstate the significance of the vote this November. Banning marijuana outright has been a disaster, fueling a massive, increasingly brutal, underground economy, wasting billions in scarce law enforcement resources, and making criminals of countless law-abiding citizens. Elected officials haven't stopped these punitive, profligate policies. Now voters can bring the reality check of sensible marijuana regulation to California. Stephen Gutwillig is the California State Director of the Drug Policy Alliance, the nation's leading organization working to promote alternatives to the failed war on drugs.

SBORNIA PRIMA DEGLI ESAMI NON PREGIUDICA TEST

(AGI) - Washington, 24 mar - Una notte di follie alcoliche non pregiudica i risultati di un esame al mattino successivo. Lo afferma uno studio della Boston University School of Public Health (BUSPH), pubblicato dalla rivista Addiction, secondo cui l'intossicazione da alcol non ha effetti su esami basati sulla memoria a lungo termine o su materie studiate da poco tempo, anche se puo' influire sull'attenzione e sull'umore. I ricercatori hanno testato 193 studenti tra 21 e 24 anni, a cui e' stata somministrata in una prima fase birra in quantita' tale da provocare ubriachezza e in una seconda fase, una settimana dopo, birra analcolica. Il giorno dopo la bevuta, agli studenti e' stato fatto fare un test su una lezione che avevano ricevuto un giorno prima o un vero e proprio esame su un programma di lungo termine. I risultati sono rimasti gli stessi indipendentemente dalla sostanza ingerita la sera prima. ''Siamo stati sorpresi dal risultato del test - ha spiegato uno dei ricercatori, Jonathan Howland - ma bisogna dire che noi ci siamo concentrati solo su un tipo di test, e non sappiamo come l'alcol potrebbe influire su altre misure della conoscenza. Anche se gli esami non sono affetti, le abitudini di studio e l'attitudine alle lezioni potrebbero essere danneggiate''

SITI PRO-ANORESSIA, IL PERICOLO SI MATERIALIZZA SUI SOCIAL NETWORK

Facebook, social network più famoso al mondo, non poteva non essere interessato dal fenomeno dei messaggi pro anoressia o bulimia che negli anni passati ha coinvolto maggiormente blog e forum. Giovannini: "Fenomeno ancora largamente sconosciuto"

 

http://www.superabile.it/repository/ContentManagement/information/P1343857284/ragazzaallospecchio_150x124.jpgROMA 19.03.2010 - Nome in codice Proana, o anche soltanto Ana come nome o cognome, è indifferente, ma è importante che ci sia. Come foto del profilo un corpo esile in genere senza volto o la silhouette di una modella, in alcuni anche un bicchier d'acqua e tra gli amici tanti che per lo stesso cognome li scambieresti come parenti di un'unica grande famiglia. Si cercano così oggi i ragazzi con disturbi dell'alimentazione, anoressia o bulimia. E se in passato erano blog e forum e traghettare i messaggi distorti, con l'esplosione dei social network il fenomeno diventa pressoché ingovernabile. Nell'era di Facebook, il social network più famoso al mondo non poteva non essere interessato dal fenomeno dei messaggi pro anoressia o bulimia che negli anni passati ha interessato maggiormente blog e forum. Basta fare un giro con uno dei motori di ricerca per rendersi conto che si tratta di un terreno difficile da esplorare e monitorare, e soprattutto perché quel che è visibile a tutti i naviganti della rete spesso non è che una parte di quel che circola sul web. Sono numerosi, infatti, i forum ‘invisibili', a cui per accedere occorre essere registrati. Delle community private su cui scambiarsi messaggi su come perdere peso, su come non avvertire i morsi della fame e anche su come ‘camuffare' ai propri genitori la propria magrezza e il proprio disturbo.

"Credo nell'inferno perché ci vivo ogni giorno", dice una ragazza sul suo profilo di Facebook. Dice di chiamarsi Claudia, ha 25 anni e come lei stessa specifica, è "1.70 x 44 kg". I profili spesso sono resi privati, ma da quel poco che rendono visibile ai naviganti si legge quanto basta. "Affamata d'Amore, Passione, di Vita che Vale... - scrive ancora Claudia sul suo profilo -. Dopo 25 anni buttati, passati ad affannarsi arrivo alla conclusione che è meglio morire di fame che d'amore ugualmente lento ma fa meno male". Nella foto del profilo di Cristina, l'immagine di una ragazza e la scritta "perfection". Giulia sul suo profilo pubblico, invece, lascia soltanto una frase: "Talvolta vorrei essere qualcun'altra. Poi mi rendo conto che l'unica cosa che non ho mai provato è essere me stessa".

Quello che si riesce a leggere sul social network è solo una piccola parte, ma basta seguire gli indirizzi dei blog indicati su alcuni profili per raccogliere le loro storie scritte su pagine di diari virtuali. "Domenica, 14 febbraio 2010. E' ufficiale... - scrive sul suo blog una ragazza - sono e sto ingrassando sempre di più. Non può più andare in questo modo! Sono nervosa e non soddisfatta di me stessa... Vorrei essere serena e riuscire a piacermi...ma non è così! Devo dare una svolta a tutta questa situazione! devo tornare come ero prima! So che la mia forza di volontà..quando voglio, è più forte di qualsiasi altra cosa, sono già stata sotto i miei regimi... e con successo! Domani... domani... domani!!". E in alcuni blog, veri e propri diari alimentari. "Colazione: aria fresca, spuntino: aria calda, pranzo: 200g pomodori conditi con aceto 38 kcal, merenda: aria fritta, cena: the senza zucchero. Totale della giornata: 600 kcal bruciate in palestra e 38 kcal assunte".

Per Agostino Giovannini, dell'Ausl di Reggio Emilia e autore di una delle poche ricerche fatte in Italia sul problema dei siti proana e promia, il fenomeno è ancora oggi largamente sconosciuto e difficile da monitorare. "La mia ricerca fotografava un fenomeno ancora quasi del tutto sconosciuto a molti degli operatori - spiega -, ai mass media e ai genitori ma non a molti degli utenti. Un fenomeno comunque in crescita e in evoluzione. Ci sono vari tipi di siti internet: i forum nascosti, i blog aperti, quelli acerbi che stanno approdando a piccoli passi verso questa forma di ‘filosofia'. A fare un blog proana ci si mette dieci minuti. Se consideriamo una fetta enorme delle adolescenti con disturbi alimentari molte di queste persone agiscono con forum e blog e il 90% dei forum che io ho consultato non sono assolutamente reperibili attraverso i motori di ricerca. Diventa molto complicato riuscire ad individuarli e a definirne il numero preciso, se non impossibile".

Non mancano, però, tra blog e gruppi quelli nati per contrastare il fenomeno. Tra i gruppi di Facebook sono numerosi quelli nati per chiedere la messa al bando dei siti che incitano all'anoressia o bulimia, tanti sono soltanto ‘antiproana', ma di tanto in tanto ne spunta qualcuno a favore. Tuttavia sono i contatti personali a mettere maggiormente in evidenza il fenomeno, e anche tra questi non mancano le associazioni che si occupano di anoressia. È il caso dell'associazione Aba , che da anni è impegnata sul problema e presente in 16 città italiane che ha circa 1500 contatti come membri, ma anche di realtà associative più piccole che accettano le nuove sfide della rete, visto che il terreno di gioco è sempre più impervio.

(Giovanni Augello)

fonte: http://www.redattoresociale.it/  

Risky-Re

La follia di un villaggio francese, fu opera della Cia?

http://adstorage.jamba.net/storage/view/335/12/mo/mobib_TSPyschedelic_1Wbmp.jpgRoma, 18 mar. (Apcom) - La città non ha dimenticato: improvvisamente, un 15 agosto del 1951, un uomo si gettò dalla finestra convinto di poter volare, un undicenne tentò di strangolare la nonna, altri fuggivano in tutte le direzioni, inseguiti dai demoni. Giovani e vecchi, donne e uomini, tutti, in massa, diedero in escandescenze. Decine di abitanti furono internati in cliniche psichiatriche, altri ricoverati per gravi intossicazioni.

Uno scenario dantesco per il tranquillo villaggio di Pont Sant Esprit, nel sud della Francia, che riemerge grazie a un libro, "A Terrible Mistake", scritto da Hank Albarelli, giornalista free-lance, che ha dedicato dieci anni di studi a quell'evento e che adesso formula les sue conclusioni. Fu la Cia ad avvelenare il paese, testando segretamente gli effetti dell'Lsd, una droga allucingena, sulla popolazione.

"Il mio libro racconta la morte di Franck Olson, un chimico della Cia, assassinato perché parlava troppo, in particolare di Pont-Saint-Esprit", spiega l'autore - citato dal Daily Mail - che basa la sua ricostruzione su documenti ormai declassificati: in questi viene menzionato esplicitamente "l'incidente di Pont-Saint-Esprit", e viene riportata una conversazione tra un agente della Cia e un ricercatore di un laboratorio svizzero della Sandoz.

Alla Sandoz lavorava il chimico Albert Hoffman, lo scopritore dell'LSD. La Sandoz, inoltre, forniva l'LSD alla Cia per condurre dei test su quello che poi diverrà "l'acido", della beat generation.

L'operazione sarebbe consistita in diverse "irrorazioni", risultate senza conseguenze, e poi nella dissimulazione della sostanza nel pane della boulangerie locale.

 

virgilio.notizie.it

via www.progettosteadycam.it

Report INCB sulle sostanze stupefacenti: previsioni per il 2010

L'INCB (International Narcotics Control Board), l’organo internazionale di controllo delle droghe, ha pubblicato un nuovo report tecnico “Narcotic Drugs: Estimated World Requirements for 2010”. Il report, che si compone di cinque parti, si riferisce ai dati statistici sulla richiesta mondiale di sostanze stupefacenti nel corso del 2008 e riporta le previsioni per il 2010. L’obiettivo è quello di fornire un monitoraggio del fenomeno e incontrare le esigenze di ricercatori ed professionisti del settore. La prima parte fornisce informazioni generali utili a spiegare gli scopi, le principali modifiche apportate rispetto alle precedenti pubblicazioni, e le osservazioni sulle tavole statistiche presenti nel report. La tavola nella seconda parte del report indica, per ogni paese il livello di adesione alle convenzioni internazionali sugli stupefacenti, le statistiche relative al 2008 e le previsioni per il 2010. La pubblicazione delle stime sulla richiesta mondiale di droghe (parte terza della relazione) informa i governi dei limiti antro i quali lo spaccio e il traffico internazionali di stupefacenti può essere ridotto nel corso di un anno. La quarta parte fornisce informazioni per scopi analitici, dalla disponibilità all’uso di sostanze stupefacenti nei diversi paesi e territori. Questa parte contiene inoltre un’analisi sulla domanda e sull’offerta di prodotti oppiacei usati per scopi medici e scientifici. La pubblicazione di stime e dati relativi alla produzione, alla fabbricazione, alle scorte e all'utilizzo di sostanze stupefacenti è volto a fornire ai paesi produttori informazioni sui potenziali trend, al fine di incoraggiarli ad una migliore pianificazione delle politiche di prevenzione e contrasto del fenomeno.

 

staff Dronet

Alcol, Modena: baristi a scuola di prevenzione alcologica

Roma, 24 mar. (Adnkronos/Adnkronos Salute) - Baristi a lezione di prevenzione alcologica. Si chiude domani, 25 marzo, il primo corso 'Nuove frontiere del bere', promosso dalla Regione Emilia-Romagna nell'ambito degli interventi per la prevenzione dei disturbi alcolcorrelati, e organizzato da Ascom-Confcommercio Modena, Silb-Fipe e Confesercenti Modena in collaborazione con il Servizio Dipendenze Patologiche dell'Azienda USL e la Polizia Municipale di Modena.

Si tratta della prima esperienza in regione, "a cui faranno seguito - riferisce una nota - corsi analoghi nelle province di Piacenza, Bologna e Ravenna". L'obiettivo e' sensibilizzare gli esercenti di bar e discoteche sulla prevenzione delle problematiche correlate all'alcol. Nel corso dei primi due incontri sono stati illustrati da medici e altri esperti gli effetti negativi dell'abuso di sostanze alcoliche sulla salute, le normative, le azioni di prevenzione, la comunicazione con i clienti.

Gli ultimi due incontri, invece, riguardano l'attivita' vera e propria dei baristi: un barman professionale spiega come preparare e servire le bevande, come miscelare i cocktail limitando l'utilizzo dell'alcol e propone nuovi aperitivi e drink analcolici o a bassa gradazione. "Il corso prepara il terreno alla lunga serie di iniziative che si svolgeranno nell'intera provincia in aprile, mese dedicato alla prevenzione alcologica", conclude la nota.

Con Libera contro la mafia

 

libera1“Qui c’è la sede della grande finanza, qui c’è la borsa della cocaina, qui si stabiliscono i prezzi quotidiani dello spaccio della droga in Europa, ma qui ci sono stati anche gli anticorpi, una magistratura forte e forze di polizia che hanno sempre fatto la loro parte”. Così Don Luigi Ciotti ha risposto alla domanda sul perché è stata organizzata a Milano la 15^ edizione della Giornata in ricordo delle vittime della mafia, promossa da Libera.

Nessuno ci può togliere il 21 marzo”. Dal palco, in piazza Duomo a Milano il presidente di Libera (Don Ciotti) non lascia spazio a interpretazioni. Erano 150mila a condividere le sue parole, spazzando via le polemiche della politica e le divisioni.

Una manifestazione forte, peccato che a promuoverla debba essere un prete e i familiari di tutti coloro che in quella battaglia senza fine hanno dato tutto. Emozionante quando dal palco sono stati letti i nomi di chi ha pagato con la vita l’impegno contro la mafia.

Da 15 anni Libera festeggia il 21 marzo il giorno della memoria e dell’impegno e, nonostante qualche resistenza da parte di una minoranza politica (all’interno della maggioranza), si sta cercando di farla diventare “giornata nazionale”.

“Siamo venuti a Milano per Giorgio Ambrosoli, da questa terra è partito il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma questa città piange i morti di via Palestro, Carlo, Stefano, Sergio, Alessandro, vigili del fuoco e Mussafir, un marocchino che dormiva su una panchina, cercava futuro e ha trovato la morte. Poi ci sono sindacalisti, siamo venuti ad abbracciare questi amici, così come il magistrato Galli ucciso da prima linea”, ha poi aggiunto.

Tra i tanti partecipanti anche Antonio Ingroia, pm antimafia, procuratore aggiunto a Palermo, che su quelle stragi e la verità ancora da scrivere, aggiunge: “ La verità si raggiunge se c’è un impegno collettivo da parte del paese e la magistratura da sola non può farcela, altrimenti resteranno stragi impunite e con pochi colpevoli”.

Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.

“Molto importanti le politiche sociali, creare opportunità e non lasciare soli i cittadini e le famiglie con realtà crude e senza prospettiva”. Un passaggio fondamentale sottolineato da Don Ciotti, ed evidente anche per tutti coloro che hanno letto il famoso libro di Saviano “Gomorra”. Un dovere preciso che il nostro stato e le nostre istituzioni devono sopra ogni altra priorità garantire a tutti i cittadini, italiani e non, per creare un sistema di civiltà e progresso. In un paese ormai definito da molti “depresso”, troppo finto ottimismo e difficoltà reali continuano a tenere alti i muri tra le fasce di età e soprattutto tra legalità e illegalità. Per non parlare dei recenti scontri di Rosarno.

Spesso da ambo le parti della barricata, tra stato e anti-stato ci sono persone comuni, “soldati”, che si fronteggiano spinti dalle stesse motivazioni: avere una possibilità di vita migliore. Un confronto forse “grottesco”, ma ognuno difende la sua “azienda” e il suo “datore di lavoro” se questo gli permette di vivere meglio. Un meglio da soppesare e comprendere, i compromessi con la propria dignità hanno un prezzo e la legalità è la via per migliorare la società, ma se l’unica via d’uscita alla miseria fosse l’illegalità, quanti di noi si sentirebbero in grado di affermare che resterebbero nella legalità e vivrebbero senza poter mandare i figli a scuola, senza una casa, senza la possibilità di pagare bollette o medicine, senza un mezzo per spostarsi.

Spezzare la miseria grazie alla quale le mafie reclutano la loro manodopera, questa è la battaglia più importante e a cui deve essere data importanza massima, soprattutto in questi momenti di crisi e difficoltà.

Era il 1990 due mesi dopo il funerale del giovanissimo giudice Rosario Livatino (ucciso dalla mafia), Paolo Borsellino fece un intervento infuocato e commovente, criticando duramente la politica che troppo spesso attaccava la magistratura vanamente e senza ragione (…). Un discorso teso a rilanciare la sua grande battaglia: sconfiggere la mafia con una giustizia in grado di funzionare e capace di tutelare i magistrati troppo spesso sovraesposti. Per sconfiggere l’illegalità, secondo il giudice poi morto nell’attentato di via d’Amelio del 1992, lo Stato Italiano doveva stanziare ogni anno il 3 per cento del bilancio nazionale nella lotta alla criminalità organizzata, “i Giudici continueranno a lavorare ed a sovraesporsi, ed in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino, come tanti altri. I politici appariranno ai funerali proclamando unità d’intenti per risolvere i problemi e dopo pochi mesi saremo sempre punto e d’accapo” questa la frase profetica con cui Borsellino concluse quell’intervista.

Quando non si ha il coraggio e l’onestà di ascoltare chi di mafia ne capisce il prezzo da pagare è alto, ma nessuno ha ancora alzato bandiera bianca, anzi. Il problema semmai è che lo Stato in questi ultimi 20 anni, da quel 1990, non ha fatto nulla per aumentare il budget fino ad avvicinarsi a quel 3 per cento, ma si è sempre più allontanata da quella previsione proveniente da fonte certa e indiscutibile. Oggi molte auto della polizia non hanno benzina per circolare, qualcosa non va come dovrebbe, è evidente. Ma Libera continua a crescere, la guerra è ancora aperta.

Alessandro Cascia

da periodicoitaliano.info

Afghanistan, la Nato e l’oppio

inviatospeciale - Il New York Times denuncia: non si distruggono i campi di papavero.

L’autorevole quotidiano statunitense ha affermato che le truppe della Nato hanno scelto di difendere il narcotraffico pur di guadagnare il consenso della popolazione e che stanno “chiudendo un occhio” sui campi di papavero da oppio pronti per il raccolto attorno alla roccaforte talebana di Marjah, dove la coltivazione del fiore è l’unica risorsa economica e produce da sola oltre il 50 per cento dell’oppio mondiale.

Un ufficiale della Nato avrebbe detto al New York Times che le truppe al comando del generale Stanley McChrystal hanno l’ordine di non distruggere i campi. “Marjah è un caso speciale – ha detto al Nyt il comandante Jeffrey Eggers, membro del gruppo di consulenza strategica del generale McChrystal – Noi non calpestiamo i mezzi di sostentamento di coloro che stiamo cercando di battere”.

I comandi afghani sono contrari a questa impostazione e molti esponenti del governo afghano sostengono che i campi dovrebbero essere bruciati perchè sarebbe l’unico segnale per convincere i produttori a cambiare atteggiamento nei confronti dei talebani.

“Sono i talebani quelli che traggono profitto dall’oppio – ha detto al New York Times Zulmai Afzali, portavoce del Ministero Antinarcotici – In questo modo finanziamo il nostro nemico”.

Secondo un racconto fatto da un coltivatore alla Reuters, Mohammad Hanif, i marines si sono presentati alla sua fattoria offrendo l’acquisto del prossimo raccolto e di trasformare le coltivazioni nei suoi campi usando semenze fornite dal governo afghano. !Sono felice per questo programma – ha detto Hanif – perchè mi ridà i soldi per i danni”. Ed un suo vicino, Mohammad Gul, ha aggiunto: “Pensiamo che sia un buon programma, perchè non abbiamo più nulla e dobbiamo sfamare i nostri figli. Se il governo distrugge tutto, non resta nulla per noi. Così invece è un’altra cosa”.

Tuttavia, queste dichiarazioni potrebbero essere ‘di comodo’. Apparati governativi, signori della guerra e traffico di droga rappresentanno in Afghanistan un intreccio indissolubile, cementato da diffuse forme di corruzione.

Quello che è certo è che negli anni il narcotraffico è stato un affare colossale che ha portato nel Paese enormi cifre di denaro e difficilmente qualcuno rinuncerà ai profitti. Per questo non stupisce la decisione ’strategica’ del comando Nato.

C’è solo da chiedersi quanto della ricca posta in gioco sia ‘dedicata’ alle forze che sostengono il governo del presidente Hamid Karzai o ai suoi alleati.

 

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