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Novità

AFGHANISTAN:NON SOLO OPPIO,ORA PRIMO PRODUTTORE DI CANNABIS

L'Afghanistan ha conquistato un nuovo primato tutt'altro che invidiabile: non e' piu' solo il primo produttore al mondo di oppio (90%) ma ora anche di cannabis. E' quanto rivela l'Agenzia dell'0nu per la lotta agli stupefacenti (Unodc) sottolineando che il commercio di entrambe le sostanze e' la principale fonte di finanziamento dei talebani. L'ultimo raccolto e' stato di 1.500-3.500 tonnellate grazie all'alta resa per ettaro delle coltivazioni afghane: 145 chili contro i 40 del Marocco .

 

da Repubblica - Ultimora

Droga e Consulta, il perbenismo rimuove la realtà

Riccardo De Facci, Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza, sul codice dei media sulla droga di Giovanardi nella rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 31 marzo 2010. Da Fuoriluogo.it

 

Dopo le recenti polemiche televisive sulle dichiarazioni di Morgan sul suo consumo di cocaina e i “vantaggi“ che questo gli avrebbe procurato (un miglioramento dell’umore e delle prestazioni), anche il sottosegretario Giovanardi non si è voluto far mancare un tentativo di visibilità mediatica a partire da questo tema: ha convocato la Consulta nazionale degli esperti sulle droghe e le tossicodipendenze perché approvasse un “Codice nazionale di autoregolamentazione per le trasmissioni televisive sul tema droghe”. Il testo proposto ci riporta a passati approcci general-generici sulla “droga”, che pensavamo cancellati dalle evidenze scientifiche e da una analisi minimamente seria della realtà che ci circonda. Mentre la realtà ci racconta di un consumo sempre più diffuso di sostanze psico attive legali e non, con modelli di uso e forme di dipendenza molto diversi tra loro; mentre il sistema degli interventi sociosanitari è sempre più abbandonato ed in difficoltà; il documento descrive il consumo di sostanze come un blocco unico, indifferenziato ed egualmente problematico: un approccio di “generalizzazione” della condanna verso “la droga”, che accomuna nella valutazione del rischio cannabinoidi e altre sostanze, consumi sporadici e consumi intensivi. Ancora una volta, il documento appare rispondere a spinte ideologiche per costruirvi intorno schieramenti politici, mentre sul piano delle politiche pubbliche non prende nessun impegno serio, né di investimento su progetti nazionali di prevenzione e di cura, né di sviluppo di un piano nazionale di salute per favorire forme diffuse di autotutela. Ancora una volta, si sovrappongono letture sociali fortemente moralistiche sul senso dei consumi di sostanze stupefacenti ad un richiamo generico a emergenze sanitarie sottese a questi consumi: omettendo che i problemi più gravi arrivano soprattutto dall’abuso di alcol e solo in minima parte di “droghe” (come il numero di morti per patologie connesse e i danni dovuti agli incidenti connessi). Così, mentre si criticano pesantemente le connessioni tra la “modernità” e i consumi di stupefacenti, si tace sulla massiccia diffusione di psicofarmaci e non si dice nulla sull’ambiguità di molti messaggi pubblicitari. Forse perché non si vogliono mettere in crisi gli enormi introiti che le televisioni ricavano dalla pubblicità degli alcolici? Il problema sono Morgan, Lapo Elkann, o l’attore Calissano “beccati” a usare droghe e perciò non più compatibili socialmente per la loro visibilità mediatica? Oppure il nodo è un modello sociale imperniato sulla visibilità estremizzata, sulla prestazione non importa come raggiunta, sulla competizione continua, sulla finzione come regola di vita? Modello, si badi bene, sostenuto e divulgato dai media e dalla televisione pubblica. Fino a quando non ha dichiarato di consumare cocaina, Morgan era un vivace ed efficace comunicatore e nessuno si preoccupava di come riuscisse a garantire questa vivacità. Poi l’ipocrita espulsione da Sanremo, solo perché lo ha dichiarato senza fingere pentimento. Il perbenismo che rimuove la realtà rischia di essere la chiave interpretativa di fenomeni diffusi. Alcune associazioni, come il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza e il Gruppo Abele hanno annunciato di non partecipare alla riunione della Consulta, giudicando di per sé fuorviante la scelta di porre al centro il “caso Morgan”; altri operatori e organizzazioni che hanno partecipato hanno criticato, nei contenuti e nei modi, la proposta del codice di autoregolamentazione. Il sottosegretario Giovanardi, nella sua critica severa ai media, sembra dimenticare quanto abbia usato la disponibilità degli stessi media per sostenere e far approvare con una forzatura istituzionale (all’interno di un decreto legge sui giochi mondiali invernali, ricordiamolo) la sua legge antidroga, stupidamente punitiva. Ci piacerebbe un impegno almeno equivalente verso i media per rendere pubblici i dati sull’applicazione della legge Fini-Giovanardi a quattro anni dalla sua approvazione ed aprire un vero confronto sulla sua efficacia. Che ne è della diminuzione promessa dei consumi diffusi, a fronte dei numeri delle persone finite inutilmente in carcere?

Incidenti stradali: quando c’è di mezzo l’alcol

(diariodelweb.it) Gli incidenti stradali sono la prima causa di morte tra i ragazzi di età compresa tra i 15 e i 30 anni e nel 75% dei casi c’è di mezzo l’alcol. E’ stato calcolato che le morti in incidenti stradali, dal 20 al 40%, sono direttamente correlate all’alcol. Già con mezzo bicchiere di vino- sostengono gli esperti- si ha la tendenza a guidare in modo più rischioso rispetto a chi si mantiene sobrio.

La guida sotto effetto di alcolici risulta condizionata da una minore prontezza di riflessi, minore capacità di fronteggiare gli ostacoli e maggiore sonnolenza. Bere alcolici influisce sui «Tempi di Reazione» alla guida : da sobri ad una velocità di 100 km/h sono sufficienti 80 metri per fermarsi; chi ha alcolemia pari a 0,8 gr/litro (= 2 birre medie o 2 bicchieri di vino) ha bisogno di 100 metri per riuscire ad arrestarsi. Inoltre il campo visivo diminuisce gradualmente con l’aumentare dell’alcolemia, per cui diventa impossibile mettere a fuoco gli oggetti visti con la » coda dell’occhio» (ad esempio «da bevuti » è più difficile vedere i ciclisti, i pedoni o gli ostacoli a fianco della nostra vettura mentre guidiamo).

 

Gli effetti dell’alcol possono essere molto rapidi (15 minuti circa) e va detto che chi mescola alcol e medicinali corre maggiori rischi perché l’alcol interagisce con moltissimi farmaci (antidolorifici, ansiolitici e cortisonici)Idem per chi soffre di malattie, acute o croniche perché l’alcol è tossico per quasi tutti gli organi e riduce le difese immunitarie. Cosa si può fare? Vanno progettate sicuramente accattivanti campagne per invitare i guidatori ad una maggiore responsabilità verso se stessi e gli altri nonché vanno stimolate le Compagnie di Assicurazione o le Società di distribuzione di combustibili o altri enti privati a regalare agli automobilisti palloncini per l’autocontrollo dell’alcolemia. Certo, tra le ipotesi fantascientifiche, sarebbe magnifico avere un etilometro incorporato che non permette di avviare il motore a chi è supersbronzo.

LE DONNE DEVONO BERE MENO DEGLI UOMINIPer evitare danni al fegato circa la metà di alcool in menoTutti conoscono il luogo comune della donna che perde la testa dopo appena due bicchieri di vino, effettivamente il corpo femminile metabolizza con meno facilità l’alcool ed è quindi più esposto a subirne gli effetti stupefacenti. I medici confermano che bere «con moderazione» non fa male alla salute, addirittura un curioso studio statunitense ha stabilito che il più basso tasso di mortalità si ha proprio in coloro che bevono un drink massimo due al giorno ogni giorno (il governo USA tuttavia, anche dopo questa notizia, ha fatto sapere che continuerà la radicale campagna anti-alcool). Eppure cosa vuol dire «bere con moderazione»? Per le donne, dato il loro diverso metabolismo e altre ragioni fisiologiche e ormonali, significa bere la metà di alcool in meno degli uomini, solo così possono mettersi al riparo da danni al fegato. Se gli uomini possono bere dai 14 ai 27 bicchieri alla settimana, le donne al massimo 14, secondo il parere del Dott. S. Stranges. Significa anche bere una piccola quantità ogni giorno (ad es. un bicchiere di vino al giorno, oppure una birra), piuttosto che grandi quantità concentrate nel weekend. Quindi non solo la quantità è importante, ma il come e il dove. Mai a stomaco vuoto per esempio, l’effetto nocivo sul fegato è assicurato. Questi i risultati, riportati sulla rivista Alcoholism: Clinical and Experimental Research, di uno studio condotto alla State University di New York.

A cura di CARLA PILOLLI

AIDS: ADOLESCENTI CHE USANO COCA PIU' A RISCHIO HIV

 ADOLESCENTI CHE USANO COCA<br />
 PIU' A RISCHIO HIV

(AGI) - Washington, 1 apr. - L'uso di crack o cocaina fra gli adolescenti aumenta di molto il rischio di contrarre il virus Hiv a causa di comportamenti sessuali sbagliati. Lo afferma uno studio statunitense pubblicato dal Journal of Child and Adolescent Abuse, secondo cui queste droghe sono molto piu' pericolose, anche da questo punto di vista, di alcol e marijuana. I ricercatori del Bradley Hasbro Research Center hanno studiato le abitudini di 280 adolescenti che partecipavano a un programma psichiatrico quotidiano. Tra questi, il 13 per cento aveva consumato crack o cocaina almeno una volta. Solo il 47 per cento dei consumatori di queste due droghe ha riportato un uso 'frequente' o 'molto frequente' del condom, mentre negli altri, compresi i consumatori di altre droghe, la percentuale e' stata del 71 per cento. "Il sesso non protetto e' la principale forma di trasmissione dell'Aids tra gli adolescenti - ha spiegato Marina Toulu, che ha coordinato la ricerca - se individuiamo i principali fattori di rischio potremmo essere piu' preparati a riconoscere i pazienti piu' esposti, e cercare di educarli al sesso sicuro". .

Smaltimento

Salve, abbiamo rimosso la tua domanda perchè postata nella sezione sbagliata.La puoi leggere nella sezione "DOMANDE AGLI OPERATORI" con la nostra risposta.

Grazie

La Redazione

Sindacato di polizia penitenziaria: no a carcere per immigrazione e tossicodipendenze

"L'attuale sovraffollamento va a discapito delle condizioni detentive e delle condizioni lavorative delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria che lavorano nella prima linea delle sezioni detentive". E' quanto ricorda Donato Capece, segretario del Sappe che sta svolgendo il consiglio nazionale ad Abano Terme. "Se il carcere e' in larga misura destinato a raccogliere il disagio sociale, e' evidente come la societa' dei reclusi non possa che essere lo specchio della societa' degli uomini liberi. In altri termini, sembra che lo Stato badi solo ad assicurare il contenimento all'interno delle strutture penitenziarie". Per il Sappe, "e' giunta l'ora di ripensare la repressione penale mettendo da un lato i fatti ritenuti di un disvalore sociale di tale gravita' da imporre una reazione dello Stato con la misura estrema che e' il carcere, e dall'altro, anche mantenendo la rilevanza penale, indicare le condotte per le quali non e' necessario il carcere ipotizzando sanzioni diverse. E' chiaro che una opzione di questo tipo dovrebbe ridisegnare il sistema a partire dalle norme in materia di immigrazione e dalla individuazione delle risorse per affrontare il tema delle dipendenze e dei disturbi mentali fuori dal carcere".

 

Aduc Droghe

COCAINA, ALCOL, AMORE, SCANDALI... PERCHÈ QUESTA È UNA GENERAZIONE DI INCOMPRESI

imgpress - Un unico argomento, sembrerebbe, ci attanaglia, oltre ai drammi persecutori del presidente del consiglio. Ossia lo scandalo. Amoroso, sessuale, stupefacente. Nel senso che ci si droga, non che restiamo a bocca aperta - questa lo è già da tempo, incancrenita in uno sbalordimento che ormai non è più, causa assuefazione. Ma comunque. Spesso giunge la notizia che vengono scovati e sgominati pericolosissimi traffici di marijuana e affini, ma anche cocaina ed eroina; oppure qualche ragazzo ogni tanto muore per la pastiglia sbagliata e ancora i morti invadono le strade nelle notti del sabato. Allo stesso momento, medici di fama internazionale propongono l’utilizzo di oppiacei per ridurre il dolore, insieme ai cannabinoidi, un vero miracolo per i disturbi del comportamento alimentare. E ancora, in Parlamento sembrerebbe che chi più chi meno utilizza cocaina. Nonostante poi sbraiti indignato contro i migranti marocchini con qualche capsula destinata a far felici i ragazzini italiani, i quali acquistano l’acquistabile nelle piazze sotto gli occhi annoiati della polizia locale. Parto dal presupposto che questa sorta di proibizionismo vigente sia pressoché inutile, dal momento che come già altrove per altre sostanze, chi vuole una cosa riesce a ottenerla; siamo pur sempre globalizzati e armati di denaro. Non c’è crisi che tenga. Anzi, forse è proprio questa crisi generale a spingere i giovani a trasgredire e i meno giovani a trovare sollievo nei paradisi artificiali; chi non si droga o non beve, assume spesso psicofarmaci. Queste droghe legalizzate, il cui principio attivo agisce in maniera misteriosa, sono assunte dai due terzi degli italiani; nel nostro paese giungono dopo l’esperimento americano che ne prevede la somministrazione, nelle scuole, ai bambini troppo agitati.

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Bio-Droga: E' boom dei Dream Flower, piante con alcaloidi simili all'Lsd

(newsfood.com) In crescita il consumo dei «dream flower» come il Morning Glory o come l'Hawaian Baby, semi dai nomi esotici che contengono alcaloidi correlati con l'Lsd.

Ma ancora più allarmante è l'abitudine di abbinare queste «smart drug» alle droghe tradizionali e all'alcol. A mettere in guardia su questo fenomeno è l'onlus Accademia Internazionale "Stefano Benemeglio" delle Discipline Analogiche.

Il consumo di semi di piante tropicali che provocano allucinazioni e che si comprano senza infrangere la legge è in aumento. I punti vendita dove acquistare in maniera perfettamente legale sementi allucinogeni sono davvero tanti, sparsi in zone più o meno centrali delle principali città italiane.

Si chiamano «smart drug» all'inglese o «bio-droghe» all'italiana, ma il termine bio-droghe è fuorviante.

Se con questo termine si vuole mettere in evidenza la loro origine naturale allora anche l'oppio, la coca e la marijuana sono bio-droghe.

«L'origine naturale di queste sostanze non è infatti di per sé garanzia di sicurezza.Il prefisso bio serve solo a rendere più accattivante un prodotto che invece può essere pericolosissimo, soprattutto se associato all'alcol» spiega lo psicologo Stefano Benemeglio, padre dell'Ipnosi Dinamica  e presidente dell'Accademia Internazionale delle Discipline Analogiche.

Si tratta di semi di piante tropicali che ufficialmente sono in vendita per essere piantati e non ingeriti.Semi come il «Morning Glory» (ipomea violacea) o come l'«Hawaian Baby Woodrose» (argyreia nervosa), che dovrebbe fare germogliare «una bellissima pianta dai fiori bianchi e blu», si legge sulla confezione.

Poi l'avvertenza: «se ingeriti possono provocare allucinazioni».Sì perché contengono una serie di alcaloidi indolici strutturalmente correlati con l'Lsd.

Tra questi il principale è l'ammide dell'acido lisergico indicata con la sigla Lsa. Droghe a tutti gli effetti, ma legali.

A volere sensibilizzare l'opinione pubblica su questo fenomeno è l'Accademia Internazionale "Stefano Benemeglio" delle Discipline Analogiche che punta il dito sul senso di precarietà e sull'ansia da prestazione che caratterizzano la società contemporanea.

Secondo lo psicologo sono infatti questi i fattori che determinano i disagi che portano sempre più spesso le persone a ricorrere alla droga.

Ma queste «smart drug» sono ancora più pericolose perché disinformazione, ambiguità e vuoto legislativo giocano un ruolo determinante.

La disinformazione da parte soprattutto dei giovani che non conoscono la pericolosità di queste sostanze, l'ambiguità su cui molto gioca chi per interessi economici ne favorisce l'uso e il vuoto legislativo a causa del quale oggi con nomi stravaganti vengono vendute sostanze psicoattive capaci di alterare lo stato di coscienza, senza infrangere la legge.

 

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Gruppo di studio e Intervento sulle Malattie Sociali

 

A lato degli interventi si realizzano ricerche e raccolta di materiali scientifici di riferimento, si organizzano convegni di studio e per la formazione di operatori, si partecipa ai convegni ed ai meeting nazionali ed internazionali, si diffondono materiali e pubblicazioni.

Comunità aperta significa che ogni iniziativa è presa nello stesso ambiente dove i partecipanti devono vivere. I partecipanti al P.C.A., grazie alle terapie praticate autonomamente dai medici e dagli operatori del progetto, sono in grado di discontinuare l'abuso delle droghe senza bisogno di essere reclusi o sottoposti a pratiche contrarie al senso comune e alla loro dignità personale. Ogni risultato è valido se ottenuto in presenza della possibilità potenziale di continuare nella pratica tossicomanica. La verifica che il partecipante ha cessato le attività di strada avviene mentre egli potrebbe continuare le sue abituali frequentazioni ed abitudini.

Cessato l'abuso di sostanze inizia il faticoso processo di recupero della salute con uno screeneng diagnostico accurato e l'effettuazione delle terapie specifiche. Tali terapie si praticano direttamente o per riferimento alle sedi adatte. Il percorso di reintegrazione nell'ambito familiare, sociale, lavorativo e di formazione viene favorito con attività specifiche nella sede, se non si determina autonomamente per effetto della cessazione delle pratiche da strada.Attualmente il PCA è un'esperienza unica in Italia dove si attuano terapie specifiche per la tossicodipendenza da eroina, da non confondersi con le iniziative per la riduzione del danno, utilizzando metadone al di fuori dei servizi pubblici da parte di operatori medici non inseriti nel Ser.T. né convenzionati con il SSN, in attuazione della normativa vigente dopo il Referendum dell'Aprile 1993 che riconosce ad ogni esercente la professione medica la facoltà di assistere soggetti tossicodipendenti anche praticando le terapie sostitutive. 

 

USA - Obesità, cibo spazzatura agisce come sostanza stupefacente sul cervello

Non ditelo al sottosegretario Carlo Giovanardi, o correremo il rischio che anche le patatine fritte finiscano nelle Tabelle delle sostanze proibite. Ebbene sì, dopo la cioccolata, si è scoperto che anche il cibo-spazzatura ricco di calorie e zuccheri puo' creare dipendenza. Per i ricercatori che descrivono il fenomeno per la prima volta sulla rivista Nature Neuroscience e' una forma di dipendenza del tutto confrontabile a quella da fumo e droga. I comportamenti e i meccanismi cerebrali che si attivano sono stati osservati nei ratti, ma sono un'ottima base per comprendere, nell'uomo, meccanismi legati all'obesita'. La ricerca e' americana e dimostra come il consumo eccessivo di cibi supercalorici puo' scatenare nel cervello meccanismi analoghi a quelli attivati da altre forme di dipendenza. Gli autori della ricerca, Paul Johnson e Paul Kenny, dell'Istituto Scripps a Jupiter (Florida), lo hanno dimostrato trasformando ratti di laboratorio in consumatori compulsivi di cibi-spazzatura. Hanno osservato cosi' che, come nella dipendenza da fumo e droga, anche in quella dal cibo-spazzatura si indebolisce l'attivazione dei circuiti cerebrali della ricompensa, che in condizioni normali scattano immediatamente quando si vive un'esperienza piacevole. Oltre alla loro dieta usuale, a base di cibi leggeri e sani, ai ratti sono stati offerti stuzzichini appetitosi a base di bacon, salsicce, dolci e cioccolato. Gli animali hanno piu' che gradito l'integrazione, cominciando ad assumere molte calorie e a prendere peso. In poco tempo e' precipitata la loro sensibilita' alla ricompensa, proprio come avviene in chi e' dipendente da droghe. E come in questi casi, il ritorno alla normalita' non e' stato semplice ne' rapido: solo dopo due settimane dalla scomparsa degli stuzzichini dalla loro dieta nel cervello dei ratti si e' ripristinato il meccanismo della ricompensa. I ricercatori hanno poi voluto capire che cosa accade quando, nei ratti come nell'uomo, la dipendenza impedisce di interrompere l'assunzione di una sostanza anche quando e' chiaro che questa e' pericolosa per la salute. Hanno cosi' associato il consumo dei cibi ipercalorici alla comparsa di un segnale luminoso e a un dolore ad una zampa: non appena si accendeva la luce i ratti normali rinunciavano volentieri allo stuzzichino pur di non provare dolore, mentre i ratti obesi e dipendenti continuavano a mangiare.

 

Aduc Droghe

Giovanardi: fumo cannabis aumenta rischi ricovero ospedale

Roma, 29 mar. (Apcom) - Il Dipartimento politiche antidroga guidato dal sottosegretario Carlo Giovanardi lancia l'allarme: "Il fumo di cannabis aumenta il rischio di ricovero ospedalierio". Il dipartimento definisce "particolarmente allarmanti" gli ultimi dati provenienti dai pronto soccorso, in relazione alla comparsa del Tch (principio attivo della cannabis) a più alta percentuale e di cannabinoidi sintetici, i più dannosi per la salute. Già nella relazione al Parlamento - spiega il Dipartimento in una nota - era emerso tra tutti, il dato sull'impiego delle principali sostanze d'abuso evidenziandone un forte incremento. E - avverte il dipartimento - a conferma della pericolosità dell'uso della cannabis, anche l'Australia, ha deciso di intraprendere un'azione di prevenzione più determinata, dopo che uno studio sulla popolazione ha rilevato una crescita del consumo quotidiano con un costante aumento di ricovero in ospedale per problemi cannabis correlati.

"Un aumento, che testimonia come ancora oggi, non si è compreso appieno la pericolosità dell'uso di tale sostanza", sottolinea il dipartimento antidroga, ribadendo: "Proprio la cannabis è in grado di produrre gravi effetti dannosi soprattutto per il cervello degli adolescenti arrecando gravi patologie psichiche come la schizofrenia, alterazioni importanti della memoria, della capacità di apprendimento della motivazione ad affrontare e risolvere i problemi della capacità di autocontrollo e di giudizio, nonché compromettere le funzioni necessarie per la guida sicura degli autoveicoli e delle moto". "Per questo - conclude la nota - il Dipartimento continuerà ad utilizzare tutti gli strumenti utili per contrastare la promozione e la diffusione di tutte le droghe".

 

notizie.virgilio.it

«Droga sul lavoro, aziende assenti»

SICUREZZA. Il primo appuntamento dei seminari tecnici promossi dalla Scuola edile con l'intervento degli esperti dell'Asl Nel 2009, in 150 inviati al Sert su circa 3mila controlli effettuati L'allarme: «Il fenomeno rimane in buona parte sommerso»

 

Stando alla normativa codificata, il datore di lavoro ha fra i diversi compiti assegnati anche promuovere la salute dei propri dipendenti. Un dovere che rimane al momento sulla carta, come dimostra l'applicazione della normativa sul consumo di alcol e stupefacenti: aziende bresciane poco sensibili e rischio maggiore di infortuni e dipendenze.Se ne è parlato nel primo appuntamento dei Seminari Tecnici del Sabato promossi dalla Scuole edile bresciana, con l'intervento degli esperti del servizio Prevenzione e Sicurezza negli Ambienti di Lavoro-Psal dell'Asl di Brescia.La legge su stupefacenti e alcol parte da lontano, dal dpr 309/90, ma le prescrizioni sui controlli sono diventate attuative solo nel 2008 per gli stupefacenti e 2006 per l'alcol: per gli stupefacenti sono previsti test specifici da effettuare una volta all'anno su chi svolge determinate mansioni a rischio per gli altri, come quelle di guida (camion, bus, ecc.), di manovra gru e macchine a movimento terra nel settore edile. Questi test sono collegati all'idoneità al lavoro e se si risulta positivi anche per un'assunzione saltuaria scatta l'avvio a un percorso nei Sert. «Su circa 3 mila controlli effettuati nel bresciano nel 2009 circa 150 lavoratori sono stati inviati al Sert», osserva Domenica Sottini, responsabile dello Psal Dgd 1 distretto di Brescia: un 5 per cento dei lavoratori che non deve trarre in inganno, «perché ciò che osserviamo è solo la punta di un iceberg, e il fenomeno rimane in buona parte sommerso», spiega la responsabile. La normativa sull'alcol è invece meno vincolante e prevede valutazioni alcolemiche per tutte le mansioni nei cantieri edili, ma risultare positivi non è direttamente correlato all'idoneità alla mansione, mentre ulteriori accertamenti scattano se c'è il sospetto di alcoldipendenza.«L'APPLICAZIONE di queste normative è ancora a macchia di leopardo, la legge più stringente e chiara è quella sugli stupefacenti, applicata da quasi tutte le aziende di trasporti, mentre gli edili sono un po' in ritardo – dice Sottini -. Il problema è che la normativa viene applicata in modo formale, tutto si riduce all'esecuzione del test, trascurando il punto più importante che è la promozione della salute e di stili di vita più sani».«La sensibilità delle aziende è bassissima, soprattutto nell'edilizia, dove i consumi dei lavoratori non sono considerati un problema, e dove le attività di formazione e promozione della salute vengono percepite come una spesa, di tempo e di soldi», aggiunge Paola Paglierini dello Psal DGD 4 del distretto di Palazzolo.Gli attori su cui agire sono in primis il medico aziendale e il datore di lavoro, oltre al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza e al responsabile del servizio prevenzione e protezione. «La percezione che si ha visitando le diverse realtà produttive è che l'utilizzo delle sostanze stupefacenti sia più diffuso nel settore metalmeccanico, nei servizi e nel terziario, dove i ritmi lavorativi sono più intensi e dinamici, mentre nel settore edile il problema di gran lunga prioritario resta l'alcol, e non accenna a diminuire perché bere non viene percepito dai lavoratori come comportamento a rischio», spiega Paglierini.PIÙ CHE L'IMMAGINE del muratore che assume cocaina per migliorare le proprie prestazioni, quindi, il volto più vero del fenomeno rimane quello del muratore che fin dallo spuntino del mattino consuma alcolici, senza rendersi conto della pericolosità. E dire che avere lavoratori in salute, fanno notare gli esperti, andrebbe a tutto vantaggio dell'azienda in termini di efficienza e produttività. Lisa Cesco

 

Brescia Oggi

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