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ADUC: Guida in stato d'ebbrezza, è possibile la continuazione

 La sentenza del GUP presso il Tribunale di Forlì, che ha riconosciuto l'applicabilità dell'istituto della continuazione tra i reati, relativamente a due fatti di guida in stato di ebbrezza commessi a distanza di un anno l'uno dall'altro, attese le medesime circostanze di fatto, la violazione della medesima disposizione di legge ed il presunto ristretto lasso di tempo intercorso tra i fatti-reato, merita alcune riflessioni. Il provvedimenti in commento, infatti, si pone al di fuori dell’insegnamento ormai costante della giurisprudenza di legittimità. E’, infatti, notorio il prevalente orientamento giurisprudenziale e dottrinale che può essere utilmente sintetizzato dalla pronunzia della Sez. IV della Suprema Corte di Cassazione del 25 Novembre 2004, n. 1285 (rv. 230715)[1], la quale ha affermato che “La continuazione può essere ravvisata tra contravvenzioni solo se l'elemento soggettivo ad esse comune sia il dolo e non la colpa, atteso che la richiesta unicità del disegno criminoso è di natura intellettiva, e consiste nella ideazione contemporanea di più azioni antigiuridiche programmate nelle loro linee essenziali”. Prima, quindi, di affrontare direttamente il fulcro della questione, cioè il tema della compatibilità – o meno - del reato di guida in stato di ebbrezza con l’istituto della continuazione, si deve notare che il richiamato indirizzo del giudice di legittimità propone – illico et immediate – una palese distinzione all’interno della categoria dei reati contravvenzionali, con specifico riguardo all’elemento psicologico che giunga a connotare e contraddistinguere la condotta. Si tratta di una chiara evoluzione ermeneutica dello spettro interpretativo dell’art. 42 comma 4 del codice panale, il quale recita “..Nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa”. Stando, infatti, ad una lettura rigorosa del testo codicistico, la disposizione in parola veniva interpretata come previsione legislativa che imponesse l’esclusione di qualsiasi forma di indagine in ordine alla tipologia ed alla qualificazione dell’elemento soggettivo. Si affermava, infatti, con riferimento alla norma in parola, che il reato contravvenzionale presupponesse, per la sua perfezione, la sussistenza di una presunzione, quantomeno, di colpa- Tale concetto veniva sintetizzato ed esemplificato, in giurisprudenza, dalla sentenza del Tribunale di Milano, 17 Giugno 2000[2] “….L'elemento psicologico nelle contravvenzioni è costituito almeno dalla colpa. La buona fede esclude la colpa e consiste in una ignoranza scusabile della legge penale. Elementi positivi dell'errore incolpevole sono un quadro normativo equivoco, una giurisprudenza oscillante, un comportamento della p.a. tale da generare una presunzione di legittimità della condotta”. E’ questa, un’impostazione che si riconnette e ricollega direttamente al dettato della Relazione sul Progetto definitivo del codice (penale), ove si legge che “..pur senza escludere che le contravvenzioni possono riconnettersi a dolo od a colpa, dichiara irrilevante ogni indagine sulla natura dell’elemento psicologico ai fini dell’esistenza del reato.” Questa interpretazione autentica della norma, la quale individua una presunzione iuris tantum (che ammette cioè la prova contraria)[3], non è stata accolta in modo pacifico in dottrina, sulla scorta sia dell’osservazione che non è possibile una volta ”presunto il dolo, è presunta la colpa”[4], che di una più articolata esegesi dell’art. 42 co. 4°, disposizione che, per essere correttamente applicata, non può prescindere, sul piano interpretativo, dal collegamento sistematico con il co. 2° dello stesso articolo[5]. Quest’ultima argomentazione considera, poi, che la differenza che connota il rapporto fra delitto e contravvenzione non risiede tanto nella offensività delle singole condotte (si chè la contravvenzione attenga per definizione ai delicti minores) o nella ricordata irrilevanza dello scrutinio dell’elemento psicologico, (si chè nelle contravvenzioni viga, comunque, al riguardo una presunzione iuris tantum), quanto piuttosto nella circostanza che nelle contravvenzioni vige pari ed uguale dignità fra i due elementi psicologici (dolo e colpa), mentre per i delitti la regola di imputazione soggettiva è il dolo; la colpa e la preterintenzione, invece, costituiscono espresse deroghe di carattere eccezionale.[6] Si deve, peraltro, osservare (come sottolineato in nota 6) che la struttura di talun illecito contravvenzionale può apparire talmente spiccata e delineata, da escludere ogni sorta di dubbio in ordine al tipo di elemento psicologico che necessariamente sottenda allo stesso, sì da inserire il reato, ictu oculi, o nella categoria dolosa od in quella colposa. Si tratta, a parere di chi scrive, di ipotesi che si propongono, però, come eccezioni, indubbiamente importanti e non sottovalutabili ,ma pur sempre eccezioni. Esse possono legittimare e suscitare, indubbiamente, la possibilità di una specifica valutazione ad hoc, la quale possa portare al risultato di qualificare la reiterazione delle condotte illecite, qualora espressione di un disegno criminose unitario, sussumibili nell’istituto della continuazione. Esse, peraltro, (ed è ciò che maggiormente importa) non appaiono, comunque, idonee a provocare una sostanziale modifica della regola generale, che è orientata nel senso di escludere l’applicazione dell’istituto al delitto colposo[7] ed alla contravvenzione non espressamente dolosa. Il problema dell’applicabilità dell’istituto della continuazione alle contravvenzioni, così posto, non pare, però, risolvibile, prima di avere considerato altri fattori che dispiegano rilevante importanza sistematica. In primo luogo va osservato che il cd. reato continuato, previsto dall’art. 81 cpv c.p., postula testualmente l’esecuzione di “un medesimo disegno criminoso”. Con tale formula, infatti, il legislatore ha inteso definire un unico, quanto articolato e complesso scopo che anima l’ideazione dell’agente. Esso si traduce, quindi, in un fine di natura criminosa realmente perseguito, cui le singole volizioni (originariamente tra loro autonome) aderiscono ed al raggiungimento del quale si armonizzano, perdendo la loro individualità.  In dottrina, dunque, non pare esservi dubbio in ordina alla circostanza che il programma criminoso vada, pertanto, identificato con lo scopo[8]- Al programma infatti «è connaturato che l'ideazione avvenga in vista di uno o più scopi: cioè in vista della realizzazione di un risultato o di più risultati concreti, la prospettazione dei quali muove l'azione. Se così non è l'idea stessa di programma diventa priva di senso». Il rapporto di strumentalità fra lo scopo e le singole azioni criminose viene sottolineato anche da LEONE[9], il quale qualifica il disegno criminoso «in un fine unico, inizialmente concepito, che si realizza via via nelle singole azioni delittuose. Ciascuna di queste è presidiata da una volizione; ma ciascuna volizione si ricollega all'ideazione complessiva. Il disegno criminoso, pertanto, va configurato come la centrale direttiva delle singole volizioni in quanto conferisce a queste il loro contenuto». Le singole azioni, ancorchè dilatate in un ragionevole arco temporale, ancorchè  non immediatamente collegate tra loro, devono, pur potendo risultare eterogenee, presentare il carattere della compatibilità. Esse, cioè, nella loro ontologica diversità, devono apparire poste tra loro in inequivoca relazione di natura finalistica, sì da permettere il perfezionamento del programma inizialmente ipotizzato. In secondo luogo, va rilevato l’importanza che una parte della dottrina riconosce ed attribuisce all'elemento teleologico dell'unitarietà del fine[10], posto che l’indirizzo a raggiungere lo scopo unitario, fa sì che ogni singola azione, che postula una volizione e che si esplicita in autonomo comportamento illecito, finisca per perdere la propria individualità. In terzo luogo, si osserva che l’assoluta indifferenza, che la Relazione al codice pare propugnare, in relazione all’indagine in ordine all’elemento psicologico, non inficia minimamente la circostanza che l’azione o l’omissione debba essere commessa dall’autore con coscienza e volontà. Il principio – contenuto nel co. 1° dell’art. 42 c.p. – implica che i due canoni psicologici primari, costituiti dalla coscienza e dalla volontà dell’agente, incidano direttamente sull’aspetto di esternazione naturalistica dell’azione o dell’omissione, senza, però, potere venire confusi con il dolo, la colpa o la preterintenzione. Vale a dire che la coscienza – intesa quale consapevolezza e capacità del singolo di intendere il proprio comportamento – e la volontà – intesa quale intenzione del singolo di assumere un particolare modo di essere – rilevano esclusivamente su di un piano, quello dell’esistenza del fatto, che appare del tutto differente e ubicato in posizione inferiore rispetto a quello occupato dall’elemento psicologico[11]. Essi, pur costituendo un espressione della sfera psichica dell’agente, costituiscono fattori che si segnalano per un carattere di cd. “neutralità” rispetto al dolo ed alla colpa. In assenza di questi requisiti, la condotta, dunque, non può esplicare effetti tali da renderla penalmente rilevante. Essa, infatti, si limita ad introdurre le condizioni di fatto (materiali o psicologiche) per verificare, poi, la sussistenza quanto meno della colpa. ** ** ** Venendo al caso di specie ed utilizzando le premesse svolte, va osservato che: 1)  Il reato di guida in stato di ebbrezza di cui all’art. 186 CdS, fatta eccezione per la previsione del co. 7°[12] (la quale pare non prestarsi a dubbi in ordine al proprio carattere doloso, atteso che non pare ipotizzabile un rifiuto colposo, ma, al più, un’impossibilità fisico o psichica del singolo a sottoporsi alla verifica) non pare costituire ipotesi di contravvenzione dolosa. 2) Lo stato di ebbrezza alcolica, laddove tale condizione non sia stato il risultato di una predisposizione del soggetto, sciente, deliberata e diretta in maniera strumentale a condurre un veicolo in stato alterazione[13], consegue usualmente ad un atteggiamento di imprudenza da parte della persona. L’imprudenza è, come noto, uno dei requisiti che vengono usualmente valorizzati per la sussistenza della colpa, ergo, di norma, lo stato di ebbrezza presenta un carattere colposo. Altre volte, invece, può trattarsi di accidentalità, che seppur non scriminante, e ricomprendibile nel concetto di imperizia, non giunge a travalicare i limiti della colpa. 3) Va, quindi, rilevato che l’essenza del reato in parola – sul piano precettivo e materiale – si perfeziona in presenza di una attività di conduzione di un veicolo, da parte di una persona che versi nella necessaria condizione personale di alterazione sopradescritta. Vale a dire, che l’aspetto saliente, ai fini della classificazione della natura della contravvenzione prevista dall’art. 186 co. 1 e 2 Cds, concerne esclusivamente la condotta presupposta (l’assunzione di sostanze alcoliche). Essa, indubbiamente, costituisce il fattore qualificante e specifico di illiceità del reato in esame. La successiva azione posta in essere dal soggetto in stato di ebbrezza e consistente nel porsi alla conduzione del veicolo, non rileva (né può rilevare) ai fini dell’individuazione di un elemento psicologico diverso dalla colpa o prevalente su di essa. A conferma di tale assunto, va, infatti, notato in punto di fatto, che la maggior parte di coloro che vengano incriminati per il reato in parola, non sono affatto consapevoli di versare in re illicita. Costoro, infatti, non sono consapevoli (in assenza di manifestazioni sintomatiche evidenti) di avere assunto alcool in misura da superare la soglia minima di punibilità. Se manca in loro tale consapevolezza, come si può sostenere seriamente che essi abbiano dolosamente violato la norma, deliberando il comportamento penalmente rilevante? Nell’ipotesi in cui una persona – che non presenta ictu oculi indici che possano indurre a ritenere lo stato di ebbrezza – venga sottoposta, a campione, ad un alcool test con esito positivo, infatti, non si potrebbe mai pervenire alla conclusione che essa si sia posta al volante con la deliberata e specifica intenzione di commettere il reato di cui all’art. 186 CdS, poiché – con un giudizio ex ante – apparirebbe del tutto carente la prova del dolo. CONCLUSIONI Le premesse svolte portano ad una unica plausibile soluzione che si pone in senso opposto alla decisione del GUP presso il Tribunale di Forlì. Militano a confutazione della stessa: a)      il dimostrato carattere eminentemente colposo della contravvenzione contestata all’imputato. Come già detto ci troviamo dinanzi a comportamenti che sono caratterizzati da profili di eventualità ed accidentalità, profili inconciliabili con il concetto di dolo contenuto nell’art. 43 co. 1 c.p.[14]; b)      l’impossibilità di potere sussumere, con carattere teleologico, in un più ampio programma generale di carattere criminale, una serie di violazioni del tipo di quella oggetto del processo. Il disegno criminoso, di cui all’art. 81 cpv c.p., non pare potersi reggere efficacemente sulla base di condotte, che paiono prive di quel requisito necessario consistente in una preventiva e reiterabile volizione criminosa, che presuppone, inoltre, una rappresentazione della complessiva condotta illecita[15]. In un contesto di fatto e di diritto del tipo di quello descritto, pare, inoltre, assai difficile poter sostenere l’esistenza della programmazione una serie determinata di episodi di guida in stato di ebbrezza, posto che, in tale caso, il soggetto dovrebbe dimostrare la non occasionalità del fatto occorso, prova che si reputa particolarmente difficoltosa. Al di là della valutazione di carattere teorico sin qui affrontata, va rilevato, inoltre, che il lasso temporale che si frapponeva fra i due episodi distanziandoli (un anno) è stato ritenuto dalla prevalente giurisprudenza elemento sfavorevole[16]    avv. Carlo Alberto Zaina  [1] CED Cassazione, 2005, Riv. Pen., 2006, 1, 138. La fattispecie era relativa al concorso tra la guida in stato di ebbrezza e il rifiuto di consentire agi organi della Polizia stradale l'accertamento dello stato di alterazione e la Corte ha confermato la sentenza del Giudice di pace che aveva escluso l'ipotesi di continuazione definendo la guida in stato di ebbrezza causata da imprudenza e negligenza. Ora questo specifico tema – compatibilità fra le due condotte – non sarebbe più risolvibile nel senso prospettato dalla sentenza, atteso il riconoscimento del diverso bene giuridico tutelato dalle due norme e, quindi, l’ammissibilità del concorso fra le specifiche ipotesi. [2] Foro Ambrosiano, 2001, 99 nota di IANNUCCELLI [3] Tesi confermata da Autori come PANNAIN, BATTAGLINI e MAGGIORE (in ARDIZZONE Codice Penale Ipertestuale UTET, TORINO, 2007) ed anche da B. Alimena, Del concorso di reati e di pene, in E. Pessina (a cura di) Enciclopedia del diritto penale italiano, V, Milano, 1903, 407-408, il quale riconosce che "assai difficilmente possa incontrare un reato continuato colposo. Esso dovrebbe verificarsi quando, con una sola intenzione colposa, si compissero più azioni ognuna delle quali esaurisse gli estremi di un reato. Evidentemente, il problema potrebbe nascere, sol quando i primi effetti lesivi non fossero noti al continuatore". [4] Così ANTOLISEI in MANUALE DI DIRITTO PENALE UTET Torino [5] ARDIZZONE Codice Penale Ipertestuale cit. [6] Così in dottrina MANTOVANI in Diritto Penale, Cedam, 1992 pagg 359 ss. Va osservato, inoltre, che  il principio in base al quale le contravvenzioni possono essere sia dolose che colpose non esclude che talune contravvenzioni presentino caratteri specificamente dolosi (es. molestia o disturbo alle persone ex art.660 c.p ; abuso della credulità popolare:art. 661 c.p.) o specificamente colposi (es. rovina di edificio o di altra costruzione di cui all’art. 676, se in questo caso si ravvisasse il dolo si verterebbe in ambito di delitto). [7] Per vero qualche eccezione può presentarsi anche in materia di delitto colposo come affermato da. MANZINI, Trattato di diritto penale italiano, II, ed. 5ª, aggiornata da P. NUVOLONE - G.D. PISAPIA, Torino, 1985, 737, il quale pur escludendo l’applicabilità della continuazione in ambiti di delitti colposi, ammette la possibilità di una deroga "ove l'evento causato dal primo di questi fosse rimasto ignoto al reo, la continuazione di delitto colposo potrebbe verificarsi". Viene, così, proposto l’esempio del cuoco di trattoria che adoperasse in più riprese un arnese di rame male stagnato, ripetendo lo stesso fatto colposo, e così cagionasse l'avvelenamento di più avventori. [8] M. GALLO, Appunti di diritto penale. Le forme di manifestazione del reato, III, Torino, 2003, 256 [9] Voce Reato continuato, in Noviss. dig. it., XIV, Torino, 1970, 972 [10] Per MANTOVANI, op. cit., 479, "non basta la mera unitarietà della rappresentazione o della deliberazione già per il fatto che non consente di distinguere, psicologicamente il reato continuato e il concorso di reati dolosi, quando entrambi siano posti in essere con condotte simultanee e immediatamente successive. In ambedue i casi, infatti, si ha la rappresentazione e la deliberazione, ab initio, dell'intera pluralità dei fatti criminosi". [11] Anche se un antica giurisprudenza operava una commistione fra dolo e colpa – da un lato – coscienza e volontà – dall’altro – giungendo a sostenere che questi due ultimi elementi fossero già di per sé soli sufficienti ad integrare nelle contravvenzioni l’elemento psicologico (Cfr. Cass. Sez. I 10 Luglio 1967). [12] Salvo che il fatto costituisca più grave reato, in caso di rifiuto dell'accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5, il conducente è punito con le pene di cui al comma 2, lettera c). La condanna per il reato di cui al periodo che precede comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalità e procedure previste dal comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea alla violazione. Con l'ordinanza con la quale è disposta la sospensione della patente, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8. Se il fatto è commesso da soggetto già condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, è sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo I, sezione II, del titolo VI. [13] In proposito si può affermare che una siffatta ipotesi pare del tutto eccezionale oppure mero esempio di scuola, come potrebbe avvenire nel caso di una persona che si ubriachi sulla base di una scommessa che presupponga che egli guidi un veicolo in stato di alterazione senza commettere incidenti o senza essere oggetto di controllo. [14] Il delitto: è doloso [c.p. 133], o secondo l'intenzione, quando l'evento dannoso o pericoloso, che è il risultato dell'azione od omissione e da cui la legge fa dipendere l'esistenza del delitto, è dall'agente preveduto e voluto come conseguenza della propria azione od omissione [15] Zagrebelsky premette che "l'atteggiamento psichico in cui il disegno criminoso si sostanzia è quello della rappresentazione e coesiste con la rappresentazione e volizione che costituiscono il dolo proprio di ciascuna violazione" e conclude nel senso che "la nozione dei disegno criminoso delineata nel testo esclude la sua configurabilità nel caso di reati colposi". [16] V. ex plurimis App. Milano Sez. II, 10-04-2006, M.F. "Non può essere riconosciuta la continuazione tra il delitto accertato con sentenza definitiva e quello per il quale si procede se quest'ultimo risulta commesso ad oltre un anno di distanza dal primo. Il notevole lasso temporale intercorso, infatti, rende del tutto improbabile che i fatti siano stati commessi in esecuzione di un'unica programmazione criminosa così a lungo protrattasi". (conf. App. Napoli Sez. III, 30-03-2005, A.G. e altri) ADUC - Articolo di Carlo Alberto Zaina

 

Scoperto gene che fa amare alcol ai giovani

(ANSA)ROMA - I giovani si avvicinano allo 'sballo del week end' a base di alcolici sempre più in tenera età, ma alcuni sono più inclini di altri a sviluppare problemi con l'alcol e a provare piacere dal bere. Il tutto a causa di un gene, 'A118G': i giovani con A118G sul Dna, infatti, sono più inclini a bere e traggono più piacere dal farlo. Lo rivela uno studio diretto da Robert Miranda della Brown University a Rhode island e pubblicato sulla rivista Alcoholism: Clinical & Experimental Research.

Il gene implicato è OPRM1, che produce il recettore degli oppiodi, importante per la risposta del cervello all'alcol: OPRM1 può presentarsi sul Dna di ognuno di noi in due forme ('allelì) diverse. Lo studio dimostra che una di queste due forme, l'allele A118G, è legata alla maggiore propensione per l'alcol in età adolescenziale e quindi al maggior rischio di sviluppare problemi con gli alcolici. Secondo i ricercatori la spiegazione è che A118G renda bere più piacevole e quindi, di fatto, favorisca l'abitudine e l'insorgenza di problemi con l'alcol.

L'alcol tra gli adolescenti è un problema sociale sempre più diffuso. Se l'influenza dei coetanei è cruciale per approcciarsi agli alcolici per la prima volta, spiega Miranda, sono poi anche fattori genetici individuali che faranno la differenza nel tipo di rapporto che il giovane instaurerà con l'alcol. Per andare a caccia di un gene implicato gli esperti hanno coinvolto nello studio un gruppo di quasi 200 giovani con età media di 15 anni ed esaminato il loro Dna per vedere quale allele del gene OPRM1 possedevano.

L'interesse è ricaduto sul gene OPRM1 perché è stato legato in precedenti studi all'alcolismo in età adulta. E' emerso che i giovani che portano nel proprio Dna la forma A118G del gene sono più inclini a sviluppare problemi con l'alcol. Inoltre la ricerca ha anche svelato che l'allele A118G é associato a sensazioni di piacere più forti scatenate dall'alcol. "E' interessante - spiega Miranda - che i giovani portatori di A118G sono poi anche coloro che dichiarano di bere alcolici per i loro effetti piacevoli piuttosto che per altri motivi". In altre parole, conclude, A118G è associato a maggior rischio di problemi con l'alcol in giovane età perché aumenta la sensibilità dei giovani agli effetti appaganti e piacevoli del bere.

ASCOLI: Halloween con il 'Disco-pullman', per la sicurezza dei giovani

 

Per la notte di Halloween l’Assessorato allo Sport e alla Gioventù lancia il “Disco-pullman” per vivere in sicurezza la movida notturna legata alla notte delle streghe.

 

“Abbiamo pensato, insieme alla Provincia e al Comune di San Benedetto – dice l’assessore allo Sport e alla Gioventù, Massimiliano Brugni – a questo servizio di pullman gratuiti, per assicurare ai giovani ascolani una notte in discoteca in piena tranquillità e sicurezza nella notte del 31 ottobre prossimo ed anche un modo per far giungere ai ragazzi una corretta informazioni sui pericoli del sabato notte”.

 

L’iniziativa, che verrà presentata giovedì 29 ottobre, alle ore 12.15 nel corso di una conferenza stampa presso la sala Massy del palazzo dei Capitani del Popolo, dall’assessore Brugni, dal vice Presidente della Provincia e assessore alle Politiche Giovanili, Pasqualino Piunti, e dal sindaco Guido Castelli, prevede un servizio di pullman gratuito il 31 ottobre per portare i ragazzi ascolani in discoteca a San Benedetto e ritorno. Nei pullman ai ragazzi verrà consegnato materiale informativo sui danni derivanti dall’assunzione di sostanze stupefacenti e sull’abuso di alcolici.

 

“E’ il primo passo – prosegue l’assessore Brugni – di un progetto più ampio di mobilità sicura per i giovani che vede coinvolti oltre al Comune di Ascoli quello di San Benedetto e la Provincia. L’iniziativa prederà il via ai primi di dicembre trasportando, gratuitamente, i giovani da Ascoli a San Benedetto e ritorno”.

 

fonte: vivereitalia

 

Rivista alternativa cerca un "critico di marijuana"

http://organicjar.com/wp-content/uploads/2009/07/marijuana-100x100.jpgPer molti, potrebbe essere il lavoro che sognavano da una vita. La rivista Westword, di Denver, nel Colorado, sta cercando un critico di marijuana. Attenzione: niente fumate gratuite. Chi verrà scelto dovrà scrivere delle recensioni soltanto dei posti dove viene venduta. "Non la assaggerà, perché non possiamo certo permettergli di essere sempre sotto l'effetto della droga leggera", dicono i responsabili della rivista.

In tutto, hanno risposto all'annuncio in 120, dai 20 ai 50 anni di età. Le selezioni sono chiuse, e si è già arrivati ad individuare una rosa di 20 persone. Una delle condizioni per potervi partecipare, era quella di avere una malattia che giustificasse l'utilizzo di questa droga per fini terapeutici. Il nuovo critico, che pubblicherà le sue valutazioni on-line, avrà il compito di consigliare ai lettori dove acquistare il "fumo".

Lo stato del Colorado è uno dei 14 Stati americani nei quali è possibile fumare marijuana per scopi medici. Viene usata per alleviare il dolore collegato a patologie croniche. Soltanto a Denver, i punti vendita autorizzati di spinelli sono un centinaio. Tra i candidati c'era qualcuno così lieto di fare un lavoro del genere, che si è offerto di farlo gratis. Proposta rifiutata: "Paghiamo poco, ma facciamo le cose in regola".

 

www.asylumitalia.it

 

Perché in Italia il rapporto Onu sull’oppio è divenuto clandestino?

Solo il notiziario droghe dell’Associazione Diritti e Utenti dei Consumatori (ADUC) si è accorto della pubblicazione dell’ennesimo rapporto dell'Ufficio ONU contro la Droga e il Crimine (UNODC), incentrato su “Tossicodipendenza, Criminalità e Insurrezione” in Afghanistan. Nessuna agenzia di stampa né tantomeno il solerte direttore dell’UNODC hanno pensato bene di presentarlo a Roma dove si discute della necessità e urgenza di convocare una conferenza internazionale per la pacificazione del paese asiatico. Perché non si vogliono far conoscere i fallimenti delle politiche di eradicazione delle colture che costano ingenti risorse umane e finanziarie mentre il fenomeno potrebbe essere incanalato nella produzione legale di oppiacei per la cura del dolore andando a incontrare la domanda reale di analgesici per miliardi di poveri? Secondo l’Onu infatti, il traffico di eroina oggi frutta ai Talebani molto più che quando erano al potere. Dieci anni fa i Talebani ricavavano intorno ai $75-100 milioni l'anno, tassando la coltivazione di oppio. Oggi ricavano in media $125 milioni annualmente, solamente tassando la coltivazione e il commercio di oppio senza contare il pizzo imposto ai laboratori che raffinano l'oppio in eroina, l'importazione dei precursori chimici ecc. Nel documento, pubblicato il 21 ottobre scorso, si esaminano le conseguenze devastanti che le 900 tonnellate di oppio e le quasi 400 tonnellate di eroina esportate dall'Afganistan ogni anno comportano per la sicurezza e la salute pubblica dei paesi situati lungo le narco-rotte balcaniche ed euro-asiatiche, fino all'Unione Europea, Russia, India e Cina. Il rapporto spiega inoltre in che modo lo stupefacente più letale al mondo ha costruito un mercato che vale 65 miliardi di dollari, avvelena 15 milioni di tossicodipendenti, causa 100.000 morti all'anno, diffonde HIV/AIDS ad un tasso senza precedenti e, l'elemento più serio che mai, finanzia mafie, ribelli e terroristi. Con insospettate conseguenze in termini di traffico. L'oppio afgano che si riesce a sequestrare è poco: solo il 20% dell'eroina trafficata nel mondo e' confiscata (rispetto al 42% della cocaina esportata dai paesi Andini.) Non solo, i sequestri si fanno meno frequenti man mano che la droga si incammina verso l'Occidente. Mentre l'Iran intercetta il 20% degli oppiacei che l'attraversano, e il Pakistan il 17%, l'Asia Centrale ne intercetta solo il 5% e la Russia un magro 4%. Va anche peggio in paesi dell'Europa sud-orientale, membri dell'UE (Bulgaria, Grecia e Romania) che intercettano meno del 2% dell'oppio nazionale. La certificazione dei fallimenti del proibizionismo da parte delle Nazioni unite dovrebbe essere al centro del ballottaggio per le presidenziali afgane, perché tutto questo silenzio?

TRICK OR BEAT 2 // 30-31 ottobre 2009

 

TRICK OR BEAT 230-31 ottobre, start 23.00 till morning 

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F.A.F (Florence Art Factory), OsmannoroVia Righi 30 [due isolati dall’IKEA] autobus 30 fermata “casa rossa”

<br />Ingresso: 8/5 euro + tessera ACSI(costo tessera 7 euro con consumazione omaggio)Info: info@switchproject.net - www.switchproject.net - 346 8577597

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E' l'innovativo evento targato SWITCH – creative social network che raccoglie il beat piu' veloce e piu' spezzato delle ultime tendenze dell'elettronica londinese ed europea: d&b, graim, dubstep, jungle e trip hop.  Alla sua seconda edizione Trick or beat - il party di Halloween di SWITCH, supera se stesso: due giorni di ospiti internazionali circondati dalle migliori crew nostrane. Ancora una volta con un biglietto d’ingresso davvero popolare e con un programma che va avanti fino alle prime luci del mattino. Una line up esplosiva che vede ospite il 30 ottobre al F.A.F dell’Osmannoro (Sesto Fiorentino) DJ ZINC, leggenda londinese del panorama jungle e drum’n'bass e fondatore della Bingo Beats, la label piu’ prestigiosa della scena d’n'b.  Come dj e producer ZINC spazia tra l’hard core e l’house senza dimenticare le sue radici rave, attraverso raggae, hip hop e hard step rivisitato. In questa occasione l’artista d’oltremanica sara' supportato da una schiera di artisti locali di tutto rispetto e che rispondono al nome di SLESH, CKRONO e GADA (THE BANGERS). Per la notte di Halloween saranno invece ben due gli ospiti internazionali che saliranno sul palco del F.A.F. Dalla terra di Albione giunge TOMB CREW, giovane collettivo che ha ormai conquistato una fama di livello mondiale grazie ad un mix innovativo di sonorita' heavy bass, nel quale trovano spazio dalla dubstep al grime passando per l'old skool fino all'electro house. Ma l’ospite piu' atteso per il 31 e' sicuramente l’australiano DUB FX,  street performer e producer di caratura internazionale. Il suo live di beat box - capacita' e pratica di imitare tutti i suoni di una batteria e di altri strumenti con l'uso della voce -  e' a dir poco travolgente: con i suoi loop, la sua pedaliera e la sua splendida voce crea un intricato e originalissimo sound che spazia dall’hip hop al dub step, passando per ritmi reggae e soul. A completare il calendario della notte delle streghe arriva da Torino MC VICTOR al quale seguiranno gli ormai resident NUMA CREW

Hollywood tossica: Il reality del dr. Pinsky

Come si fa a capire che un fenomeno si è diffuso in ogni parte della società? Quando diventa materia da reality. È accaduto con la chirurgia estetica, adesso accade con il recupero da uso di sostanze. Chi se lo può permettere si fa ricoverare in centri simili a hotel di lusso, dove, oltre a medici e psicologi, si può godere delle attenzioni di personal trainer, chef, istruttori yoga, truccatori, parrucchieri, stilisti. Chi, oltreché ricco, è famoso, si fa anche filmare.

Negli Usa lo show Celebrity Rehab, girato al Pasadena Recovery Center, è alla terza stagione. Finora si sono sottoposti al programma detox+telecamera, tra gli altri, Daniel Baldwin, Brigitte Nielsen, la tenutaria d’alto bordo Heidi Fleiss e l’attore Tom Sizemore.

Guru è Drew Pinsky, specialista nelle dipendenze nonché autore e condut- conduttore

radio e tv. Il successo dello show non deve stupire: oltre 4,6 milioni di americani usano ogni giorno cocaina, eroina, marijuana, crack, alcol più oppiacei da farmacia, soprattutto Vicodin, Dexadrin, Demerol, Xanax, Percocet e Oxicon, Oxicontin.

Sono passati 70 anni da quando i medici Bob Smith e Billy Wilson iniziarono il primo programma 12 passi. Creati per gli alcolisti, si sono dimostrati efficaci anche per le altre dipendenze, o per disturbi comportamentali. Nel 1982 Betty Ford, ex First Lady ed ex dipendente dagli oppiacei, fondò il Betty Ford Center, forse il primo associato alle celebrità. Che ora, però, sembrano preferire il reality.

Ovvero: come liberarsi dalla dipendenza, essere pagati e riconquistare la fama. Segno

dei tempi.

Celebrity Rehab with Dr. Drew è il reality numero uno nel panorama dei cable network.

Drew Pinsky, direttore medico del Department of Chemical Dependency Services del Southern California’s Las Encinas Ho- Hospital, nonché star del programma, Loveline Loveline, offre una visione completa e veritiera - astinenza, violenza, vomito, fobie, crolli mentali - delle dipendenze, con trattamento e, si spera, guarigione.

Ambientata nel Rehab Center di Pasadena, la stagione 2010 vede protagonisti

Mackenzie Phillips (figlia di due membri dei The Mamas & the Papas), Heidi Fleiss, Dennis Rodman, la top model Lisa D’Amato, Mike Starr degli Alice in Chains e l’attore Tom Sizemore.

Il rehab è un movimento nazionale. Cos’è successo? «Colpa degli anni ’60 e ’70. Droga e alcol erano visti come la soluzione a tutto. Invece, ci hanno rovinati. L’assuefazione

è, oggi, il problema più grande. Il 70 per cento delle visite mediche, anche psichiatriche, ha questa origine. Le ragioni, oltre all’inesorabile distruzione del sistema familiare,

sono i traumi infantili, in particolare sessuali».

Ossia: il dipendente è stato abusato da bambino?

«Nel 90 per cento dei traumi infantili, c’è un abuso sessuale. Saliamo a 100 quando si parla di trascuratezza. Terrore e senso di pericolo distruggono la capacità di autoregolazione

del cervello. Quando sei costretto a diventare autonomo a otto anni, da adulto avrai sentimenti e re reazioni aliene dalla normalità. Lo vediamo in Britney Spears o in Tom Cruise. Britney si circonda di persone per mantenere vivo il concetto della propria identità. Nel caso di Cruise, l’avvicinamento a Scientology è dovuto a una severa trascuratezza infantile, forse a un abuso: sei vuoto, privo di amore e all’improvviso trovi una famiglia che ti accoglie a braccia aperte».

Che le celebrity siano più pazze di noi?

«Certamente. Narcisismo, ricchezza e rigetto delle relazioni azzerano la voglia di famiglia o di comunità. Vanno poi aggiunte la mancanza di cultura e, allo stesso tempo, la presunzione. I personaggi famosi non possono cambiare perché in genere credono di non avere nulla da imparare».

La celebrity-culture contribuisce al fenomeno?

«Non può creare malattie mentali, ma di certo le peggiora. Chiunque sia famoso, per cinque minuti al Grande Fratello o per 20 anni di carriera ai massimi livelli, condivide lo stesso livello di narcisismo. L’unica differenza è che le star si possono permettere di più».

Come si convince un addict a cambiare?

«Non solo lo si deve convincere a cambiare, ma anche a rompere il ciclo dell’assuefazione. La volontà da sola non basta: un tossicodipendente obbedisce a meccanismi neurobiologici precisi, che lo controllano completamente. Ho visto modifiche radicali nei pazienti solo quando sono quasi morti, o, guardandosi allo specchio, hanno provato un disgusto totale. Oppure, specialmente le donne, se perdono un figlio».

Una volta dipendenti, lo si è per sempre?

«Quando il meccanismo cerebrale è stato messo in movimento, rimane acceso per la vita. Non vuol dire che si è ancora dipendenti, ma il richiamo della sostanza rimane forte.

Ecco perché consiglio sempre di cambiare radicalmente vita, amici, amori,

luoghi».

Fra tanti fallimenti, chi ce l’ha fatta?

«Robert Downey Jr., un caso di assuefazione serissimo, potenzialmente mortale, con seri problemi derivanti dall’infanzia. Non l’ho mai curato, ma abbiamo parlato tanto. Quando era in rehab, in piena sobrietà, fu una sua domanda a farmi capire che era sulla strada giusta: “Devo ritornare a fare l’attore?”. Aveva capito tutto. Clinicamente la risposta sarebbe stata “No”, perché è imperativo abbandonare l’ambiente che ha causato l’assuefazione, e che è responsabile del 95 per cento delle ricadute».

La prossima minaccia?

«L’abuso farmaceutico di oppiacei, già diffuso. È un’assuefazione completa, specialmente

a livello psicologico, visto che comincia legalmente. Ci attende una generazione di ragazzi dipendenti, che hanno visto i genitori prendere un Valium e “stare meglio”».

 

 

L’Italia è tossica

L’Italia è tossica, lo dice il Cnr, il Consiglio nazionale delle ricerche.

Dopo i giornali e i preti di strada, anche i ricercatori si stanno accorgendo di che cosa abbiamo sotto casa (e forse anche dentro): “Se nel 2001 gli italiani che avevano fatto uso di cocaina almeno una volta nel corso dell’anno erano poco più

di 400mila, si stima che nel 2008 tale numero sia cresciuto fino a raggiungere il 2,2%, circa un milione di persone». Se l’indagine è recente, il proibizionismo è antico: e chi propugna la “politica della paura” non perde tempo a leggere i dati. Certo, non sorprende sapere che tra i forti bevitori di alcolici il consumo di cocaina sia quindici volte più diffuso che nella popolazione media. Ma che il 99% dei cocainomani si sia messo tranquillamente alla guida della sua auto, e più volte, un po’ preoccupa. Il 68% degli “esagerati” è rimasto coinvolto in incidenti stradali, il 55 in incidenti domestici, il 38 ha avuto problemi giudiziari, il 30 per cento esperienze sessuali di cui si è pentito. La droga si trova “easy”: in strada e nei parchi l’acquistano i maschi, nei bar e in discoteca si rifornisce il 40% delle donne. Un 2%, più rilassato, l’acquista su Internet. Così il Cnr. Una domanda noir s’impone ai politici del centrodestra (tanto non rispondono): siete sicuri che la vostra strategia antidroga sia vincente come ci spiegate dalla tv? E davvero le strade sono più sicure da quando avete piazzato l’esercito?

Pietro Colaprico

 

Spagna- L'uso precoce di cannabis porta all'insuccesso scolastico

 

Il legame tra cannabis e insuccesso scolastico si chiarisce sempre meglio. La sostanza incide su due aree del cervello (ippocampo e amigdala) che sono collegate alla memoria, alla concentrazione e alla capacità d'associare i concetti. Così, la quota dei ripetenti è quasi doppia in coloro che consumano abitualmente la sostanza rispetto a chi non la usa: il 36% contro il 20%. Questo dato e la sua spiegazione sono tra le novità della guida Cannabis II, presentata dalla delegata governativa per il Plan Nacional sobre Drogas, Carmela Moya. Con cio' non si chiude il cerchio né si risolve al 100% il quesito su cosa venga prima -il consumo di droghe o la difficoltà scolastica- ma si poggia su una base biologica che permette d'affermare come in alcuni casi la sostanza preceda l'insuccesso. Il caso estremo di questo legame lo si nota nei figli di donne che hanno assunto cannabis in gravidanza o durante l'allattamento. Anche in loro è stata rilevata una diminuzione di capacità quali la memoria o la pianificazione di un lavoro, ha spiegato Amparo Sanchez del Comitato clinico del Piano nazionale antidroghe. L'insistenza sugli effetti della cannabis negli adolescenti è giustificata dai dati. Malgrado il calo del consumo registrato dal 2004, un minorenne su cinque dai 14 ai 18 anni assume abitualmente cannabis, e il 2,2% (40.000 ragazzi e ragazze) sono "consumatori problematici", dice Sanchez. Ossia, hanno avuto problemi d'intossicazione acuta (attacchi d'ansia, psicosi) o a lungo termine, come appunto l'insuccesso scolastico. Sanchez ha anche citato studi internazionali, secondo cui solo il 2% delle persone che hanno iniziato da giovanissimi (l'età d'inizio in Spagna è a 14,6 anni) consegue un titolo universitario, mentre tra chi non fa uso di nessuna sostanza si arriva al 38%. Di fronte a queste cifre, uno degli obiettivi della commissione è quello di smontare il luogo comune dell'innocuità della cannabis, soprattutto tra i giovani. Ma qui i dati sono contraddittori. Sebbene sia aumentata la quota delle persone coscienti che l'uso abituale fa male (lo dice l'88,3%), sono ancora più numerosi coloro per i quali fumare un pacchetto di sigarette al giorno è peggio (88,8%). Nel 2004 le quote erano rispettivamente l'83,7% e l'80,3%. La percentuale di alunni ripetenti è particolarmente alta tra chi, oltre alla cannabis, fa uso di alcol e tabacco. L'aspetto del policonsumo è stato illustrato dalla delegata Moya, che ha parlato di cannabis anche in termini di "porta d'entrata" per altre droghe illegali. Ha chiarito: al di là della genetica che predispone alla dipendenza, cio' che lega la cannabis a cocaina ed  eroina è il fatto d'essere tutte gestite dal mercato illegale. La guida Cannabis II dedica anche 4 delle sue 80 pagine ai "possibili usi terapeutici dei cannabinoidi". ADUCDROGHE

LA DIPENDENZA DAL CELLULARE

http://static.sftcdn.net/it/scrn/21000/21534/2t_Spruce_Draw_thumb.jpg(Da:Benessere.com) Come la televisione ed il computer, anche il telefonino rappresenta uno strumento tecnologico di crescente utilizzo che, come dimostrano recenti e numerosi studi, è anche un oggetto verso il quale si può sviluppare una vera e propria forma di dipendenza. Con la crescita del numero e dei modelli di cellulari, nonché dei servizi offerti attraverso il telefonino, si assiste infatti all’incremento di casi di quella che, in alcuni paesi, è già diventata una “malattia sociale” e che è stata definita “telefonino-dipendenza”, “cellularomania” o “cellulare-addiction”. Dal telefono al telefonino: cambiamenti socio-psicologici della comunicazione telefonica.

La nascita e lo sviluppo del mercato della telefonia mobile ha avviato profonde trasformazioni sociali, attribuendo nuove funzioni psicologiche al telefonino rispetto a quelle assolte dal telefono tradizionale. La tendenza di questo moderno e trasportabile strumento di comunicazione telefonica a diventare nel giro di poco tempo alla portata di tutti, indipendentemente dall’età o dallo status socio-economico, insieme allo sviluppo di crescenti ed innumerevoli caratteristiche tecniche, implicano delle riflessioni relative alle principali funzioni sociali e psicologiche che il telefonino attualmente assolve.

Inizialmente, infatti, il cellulare era uno strumento essenziale, alla portata di pochi, il cui possesso assolveva alla funzione di rendere costantemente rintracciabili in tempo reale un numero privilegiato di utenti “socialmente impegnati ed importanti”.

Ben presto il cellulare ha cominciato a rispondere e ad alimentare il bisogno comune di essere vicini, superando i confini dello spazio e del tempo, trasformando profondamente le possibilità delle relazioni quotidiane, favorendo la possibilità di aumentare le occasioni di intimità e, talvolta, anche quelle di violazione della libertà e degli spazi personali.

Così, di pari passo alla moltiplicazione delle funzioni tecniche di un telefonino si sono trasformate anche le sue funzioni sociali e psicologiche: il cellulare oggi è uno strumento che accompagna ogni momento della giornata e che aiuta ad organizzare ed a gestire ogni momento della vita, dal lavoro (con le agende, le sveglie, le rubriche, l’orologio) ai momenti di svago (con i giochi, le fotocamere, le videocamere).

Conseguentemente all’evoluzione del mondo della telefonia mobile oggi, oltre alla generica e tradizionale funzione di comunicazione, il telefonino rappresenta uno strumento che riveste almeno tre importanti funzioni psicologiche relative sia alla sfera individuale, che a quella relazionale.

 

Una delle principali funzioni psicologiche del cellulare è quella di regolare la distanza nella comunicazione e nelle relazioni . Attraverso il telefonino, infatti, ci si può avvicinare o allontanare dagli altri: ci si può proteggere dai rischi dell’impatto emotivo diretto, trovando una risposta alle proprie insicurezze relazionali, alla paura del rifiuto ed ai sentimenti di insicurezza; ma ci si può altresì mantenere vicini e presenti costantemente alle persone a cui si è legati affettivamente, gestendo l’ansia da separazione e la distanza, costruendo un “ponte telefonico” che attraversa infiniti spazi in pochissimo tempo. Gli adolescenti sono più spesso esempio dell’utilizzo del telefonino come strumento di difesa per affrontare le insicurezze nella comunicazione, sia nella fase di iniziale di conoscenza che in quelle di trasformazione e gestione delle relazioni. I genitori invece, sempre più spesso sostenitori del precoce possesso del telefonino da parte dei bambini e ragazzi, trovano nel telefonino una risposta al proprio bisogno di restare costantemente presenti nella vita dei propri figli, adoperando il cellulare come ciò che è stato definito un “guinzaglio tematico” (Carlini R., Cozzolino G.).

Un rischio della estremizzazione della telefonino-mediazione delle relazioni è che il cellulare, piuttosto che diventare uno strumento di sostegno per affrontare le difficoltà di confronto con gli altri, diventi uno strumento per gestire abitualmente le relazioni. In tal modo è possibile che la “comunicazione telefonica” diventi un sostituto della “comunicazione reale” , che lo strumento tecnico prenda il sopravvento e finisca per sostituirsi alla realtà, creando e alimentando una equazione “comunicazione telefonica = comunicazione reale”.

Un altro rischio intimamente connesso al precedente è la possibilità che il contatto-distacco finisca per far idealizzare il referente delle comunicazioni telefoniche o via sms , sulla base di meccanismi di proiezione di desideri che possono innescarsi facilmente su comunicazioni fatte di brevi conversazioni o di pochi caratteri. È altrettanto possibile che con l’abuso di comunicazione via cellulare si finisca per vivere relazioni esclusivamente legate alla sfera mentale-emotiva , che alimentano una frammentazione e un disconoscimento del corpo come irrinunciabile mezzo di contatto nelle relazioni interpersonali.

Infine, esiste il rischio che la facilità a prendere le distanze, quanto quella ad avvicinarsi, acceleri eccessivamente alcuni processi di distacco emotivo che prima avevano tempi più “umani” rispetto a quelli tecnologici offerti dal telefono mobile, nel corso dei quali gli irrinunciabili scambi faccia-a-faccia potevano portare a riflessioni importanti, oggi talvolta impossibili.

 

Un’altra importante moderna funzione psicologica del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per gestire la solitudine e l’isolamento , assumendo quasi il ruolo di “antidepressivo o ansiolitico multimediale”, nei confronti del quale diviene ben presto facile diventare dipendenti. In questo senso il telefonino diventa il simbolo della “presenza dell’altro”, che è un’entità sempre a portata di mano. Da ciò nasce conseguentemente un estremo investimento affettivo del telefonino che può trasformarlo in una specie di oggetto-feticcio ed il suo possesso può essere ribaltato verso la dimensione dell’“essere posseduti”, in cui spegnere il cellulare diventa quasi come diventare trasparenti e incapaci di entrare in altro modo in relazione. In tal modo, gli altri e la realtà, mantenuti costantemente presenti, non sono conseguentemente mai vissuti come assenti; ciò genera una mancanza della possibilità di sperimentare la dimensione del lutto e la sua possibile elaborazione , una esperienza centrale per la differenziazione tra “mondo interno” e “mondo esterno” che, soprattutto fra i giovani, può rendere confusi e persino “fusi”, con possibili conseguenze negative sulla capacità di mentalizzazione e di interiorizzare l’altro attraverso la rappresentazione fantastica della realtà. Si rischia altresì di trovare con difficoltà una separazione tra “pubblico” e “privato”, tra “intimo” e “condiviso” , una distinzione che è invece un aspetto fondamentale per la costruzione della propria identità attraverso la possibilità di stabilire dei confini che sono la base delle capacità di entrare in contatto.

Una terza funzione ormai crescente del cellulare è quella di rappresentare un mezzo per vivere e dominare la realtà , con le sue innumerevoli possibilità tecniche in grado di regalare l’idea di poter essere presente e capace di “fermare il tempo”, con una o più immagini, un’illusione di potere che può essere spinta fino alla sensazione estrema di onnipotenza.

I rischi dell’abuso di queste funzioni sono maggiori nei ragazzi, in quanto l’età evolutiva è il momento dell’apprendimento delle modalità di contatto sociale reale e delle capacità di controllo degli impulsi e delle emozioni. La comunicazione attraverso il telefonino, infatti, potrebbe finire per divenire l’unica capacità di mettersi in relazione e contemporaneamente la sua perpetua possibilità di contatto non stimola né la capacità di controllare il rinvio della soddisfazione dei bisogni che si concretizza nell’attesa, né la conseguente creatività che si sviluppa nell’attesa. In tal modo, il pensiero lascia sempre più spazio all’azione, al prezzo dell’incapacità crescente di reggere la lontananza e il distacco, perdendo di vista che essi non sono esclusivamente pesi da alleviare, ma anche spazi che è possibile colmare coltivando quelle importanti dimensioni psicologiche rappresentate dalla fantasia e dalle immagini interiori. Inoltre, l’abuso della possibilità di superare le barriere spazio-temporali sembra rendere sempre di più approssimativi, ossia incapaci di prendere decisioni e impegni precisi, in virtù della possibilità di rinviare le scelte e gli appuntamenti a momenti successivi di contatto.

Le importanti possibilità di risposta a bisogni psicologici da parte del telefonino sottolineano come l’uso del cellulare si può muovere lungo il continuum “elemento risorsa – fattore di rischio”, in modo simile a molti altri strumenti multimediali.

La dipendenza da telefonino: un fenomeno complesso

Secondo i crescenti studi condotti in tutto il mondo sull’argomento, il “keichu”, come è stato definito in Cina il fenomeno sociale della dipendenza dal cellulare, è un problema che colpisce principalmente i giovani. L’uso quotidiano e comune del telefonino rende spesso difficile tracciare un confine diagnostico tra “comportamento normale” e “comportamento aberrante”. Per questa ragione, per l’individuazione di tale problematica è importante osservare tanto gli aspetti quantitativi quanto quelli qualitativi del rapporto con il cellulare. Dal punto di vista quantitativo , generalmente si parla di “cellularomania” quando il traffico telefonico quotidiano di un individuo, costituito da chiamate e sms sia in entrata che in uscita, ammonta all’incirca a 300 contatti. Tuttavia, il problema quantitativo potrebbe anche essere manifestato in termini di lunghe conversazioni con poche persone o ancora l’utilizzo eccessivo potrebbe essere legato all’abuso di altre funzioni presenti nel cellulare.

Inoltre, al di là della quantità di comunicazioni o del tempo passato al cellulare, si può ipotizzare una “dipendenza da telefonino” quando una persona presenta alcuni dei seguenti atteggiamenti-spia:

 

  • dedica la maggior parte del proprio tempo ad attività connesse all’utilizzo del telefonino (telefonate, sms, giochi, consultazioni, uso di foto-videocamere, ecc.), svolte in modo esclusivo o in concomitanza con altre attività;
  • manifesta senso di stordimento, mal di testa, vertigini, dolori al viso o all’orecchio o altri sintomi fisici che possono essere collegati all’abuso del telefonino;
  • manifesta un atteggiamento di estrema affettività verso l’oggetto telefonico che si evidenzia principalmente con la resistenza ad allontanarsi da esso anche per poco tempo;
  • mostra un utilizzo del telefonino non giustificato da necessità, bensì come strumento per soddisfare bisogni di ordine affettivo-relazionale e come principale mezzo per comunicare con gli altri rispetto ad altre forme di comunicazione;
  • tende ad entrare in ansia o perfino in panico, o comunque a sperimentare stati emotivi spiacevoli, se il telefonino è scarico o se non funziona;
  • utilizza il telefonino come mezzo di protezione e di intermediazione per entrare in rapporto con altri con i quali altrimenti non si riuscirebbe a comunicare in modo diretto;
  • propende ad utilizzare il cellulare come strumento di controllo nelle relazioni sentimentali e affettive;
  • è incapace di mantenere dei momenti di assenza di contatto e di comunicazione con qualcuno;
  • tende a giustificare l’incapacità a staccarsi dal telefonino con l’uso di alibi (es. ragioni di sicurezza);
  • tende ad utilizzare il telefonino per tenere sotto controllo alcune paure o insicurezze (paura della solitudine, fobie specifiche, crisi d’ansia, ecc.);
  • tende ad usare più telefonini, spesso linee separate in base all’utenza (es. lavoro/amici);
  • ha l’abitudine di mantenere il telefono acceso anche di notte e di effettuare eventuali risvegli notturni per controllare l’arrivo di short message o di chiamate.

 

Come tutte le cosiddette “nuove dipendenze”, anche la “cellularomania” tende a innestarsi ed a manifestarsi soprattutto in relazione agli aspetti più fragili della persona. Se, ad esempio, la persona ha dei problemi di autostima il telefonino, rispondendo al bisogno di compensare tale problema, tenderà ad essere utilizzato come strumento per affrontarlo. Allo stesso modo avviene per le persone con predisposizione alle dipendenze nei confronti delle persone, in cui esso diviene strumento per gestire i bisogni emotivi. Spesso la dipendenza dal telefonino si associa ad altre tradizionali o moderne dipendenze che sono secondarie alla cellularomania, quali ad esempio la sindrome da shopping, la dipendenza affettiva e la videomania. Queste ultime possono essere considerate conseguenza della “cellular addiction” quando si manifestano in relazione ad essa, ossia rispettivamente con acquisti compulsivi nel settore della telefonia (telefonini, accessori e offerte telefoniche), con l’uso del cellulare per assecondare comportamenti di dipendenza affettiva (controllo e continuo contatto) e con l’abuso di videogiochi presenti tra le funzioni del telefonino stesso.

Dipendenza da sms

Il sistema dei messaggini telefonici ha trovato ben presto grande diffusione in relazione alle possibilità di conciliare un mezzo di comunicazione economico, scritto (e quindi conservabile) e indiretto quanto una lettera. Prima, infatti, chi non riusciva ad esprimere qualcosa verbalmente, poteva farlo attraverso una cartolina o con una lettera. Oggi ciò è possibile attraverso una e-mail o, più velocemente e più alla portata di tutti, attraverso un sms. Ben presto la necessità di esprimere tanto attraverso uno short message ha portato allo sviluppo di un linguaggio sintetico, fatto di abbreviazioni e codici che è indubbiamente più diffuso tra i giovani e che rappresenta il vero rischio della dipendenza da sms, soprattutto in età evolutiva. Il linguaggio sintetico infatti rischia di prendere il sopravvento tra le funzioni cognitive ed emotive in via di sviluppo, predisponendo alla strutturazione di una forma di pensiero eccessivamente sintetico.

L'intervento sulla dipendenza da cellulare: prevenire è importante quanto curare

Il rapporto con il cellulare è potenzialmente rischioso per tutti, perché spesso solo parzialmente controllabile, dal momento che si possono gestire soprattutto le chiamate effettuate e meno quelle ricevute. È per questo che la prevenzione di questa forma di dipendenza è importante quanto l’intervento su di essa nella sua forma più acuta. Esiste infatti la possibilità che, in un periodo particolarmente difficile della vita il telefonino diventi un oggetto su cui canalizzare uno stato di disagio (affettivo, relazionale, ecc.). Pertanto, è importante allenarsi ad un rapporto equilibrato con il cellulare, limitato nel tempo e capace di autocontrollarsi, concedendosi talvolta qualche pausa dalla sua presenza rassicurante.

 

dott.ssa Monaco

 

 

ALCUNI RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

 

  • AAVV (2005) Nell’era del T.V.T.B. (ti voglio tanto bene). In Benefit, 32, 132 - 136.
  • Di Gregorio L. (2003). Psicopatologia del cellulare. Dipendenza e possesso del telefonin o, Franco Angeli, Milano.
  • Guerreschi C. (2005). New addictions. Le nuove dipendenz e, Edizioni San Paolo, Milano.
  • Lacohèe H., Wakeford N., Pearson I. (2003). A social history of teh mobile telephone with a view of its future . In Technology journal, 21, 203-211.
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