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Novità

Alcool. Giovanardi: chi non vuole chiusura anticipata locali notturni è schiavo delle lobby

(Aduc Droghe)Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in una nota afferma: "Nel 2009, in Italia, negli incidenti stradali sono stati registrati un milione di feriti, tra cui 150.000 invalidi permanenti gravi (oltre 9 punti percentuali), 20.000 invalidi permanenti gravissimi (paraplegici, pazienti in stati vegetativi, ecc.) e 4.731 morti. Nelle prime 16 settimane dell'anno, nelle cosiddette stragi del sabato sera, c'e' stato un aumento della mortalita' del 27%, purtroppo, in controtendenza con i dati dello scorso anno che vedevano un calo della mortalita' del 24%. Considero scandaloso che PD e IDV abbiamo chiesto al Senato l'accantonamento dell'emendamento che prevedeva finalmente un qualche limite, valido su tutto il territorio nazionale, relativo alla chiusura dei locali notturni (alle ore 4) e alla vendita e somministrazione di alcolici (stop alle 3 per tutti). E' altrettanto negativo che si aprano varchi alla giusta severita' del ritiro della patente per chi guidando dopo aver abusato dell'alcol o sotto l'effetto di stupefacenti mette a rischio la propria e l'altrui incolumita'. La prossima settimana in Aula al Senato questi nodi dovranno essere sciolti secondo la linea chiesta con forza dall'opinione pubblica, senza soggiacere alle pressioni delle solite lobbies organizzate che nei giorni scorsi (vedi caso confesercenti) si sono attivate per contrastare l'introduzione di ogni regola di buonsenso".

Cocaina: ecco il vaccino contro la dipendenza

Isola il cervello dai segnali di piacere chimico ed evita così il consumo ripetuto

Uno studio della University School of Medicine a New Haven, pubblicato da "Archives of General Psychiatry"

 

(Matteo Clerici, Newsfood.com)Un vaccino contro la voglia di assumere cocaina, capace di eliminare le sensazioni di piacere derivate dall'assunzione della droga e quindi il desiderio di averne altra.

Questo è il risultato di uno studio dell'University School of Medicine a New Haven, diretto dalla dottoressa Bridget Martell e pubblicato da "Archives of General Psychiatry".

I medici hanno lavorato con 115 volontari, tutti affetti da dipendenza da cocaina, dividendoli in due gruppi. Al gruppo di controllo è stato somministrato un placebo, mentre gli altri sono stati vaccinati.

 

 

Alla fine delle 24 settimane d'osservazione, i ricercatori hanno notato come i soggetti vaccinati mostrassero un aumento degli anticorpi specifici contro la droga ed una diminuzione della quantità di stupefacenti nell'organismo.

 

Continua a leggere l'articolo su Newsfood.com

I risultati del proibizionismo

Fuoriluogo.it

 

Statistiche 2009 sul consumo di sostanze in Europa:


OPPIACEI: Italia 0.79% – Portogallo 0.43% – Paesi Bassi 0.31 – Rep. Ceca 0.13%
COCAINA: Italia 2.2% - Portogallo 0.6% – Paesi Bassi 0.6% – Rep. Ceca 0.2%
CANNABIS: Italia 14.6% – Rep. Ceca 9.3% – Paesi Bassi 5.4% – Portogallo 3.6%
AMFETAMINE: Rep. Ceca 0.7% – Italia 0.6% – Paesi Bassi 0.3% – Portogallo 0.2%
ECSTASY: Rep. Ceca 3.5% – Paesi Bassi 1.2% – Italia 0.7% – Portogallo 0.4%

In Olanda, e più recentemente in Portogallo e in Repubblica Ceca, vi sono politiche di tolleranza/legalizzazione del consumo di sostanze stupefacenti, in particolare leggere.

I dati UNODC, riletti da medicina moksha, via Carmagnola Sativa (FB).

Cocaina: l’identikit del consumatore tipo

(Tantasalute.it)Una vera e propria fotografia di quello che è il cocainomane tipo, un identikit tracciato dall’Osservatorio epidemiologico metropolitano dipendenze patologiche dell’Ausl e dalla Federazione italiana comunita’ terapeutiche nel corso del Convegno ‘Moda, merce, marginalita’, malattia: i paradigmi delle dipendenze’.

 

Secondo questa “fotografia” ci riferiamo ad un soggetto di sesso maschile di età compresa fra 35 e 40 anni che ha un reddito medio alto e pari scolarità di norma professionista o artigiano. Il quadro che ne è derivato non è soltanto a fini statistici, semmai volto a delineare l’ambiente che incide sul tossicodipendente e constatare come sia cambiato l’universo droga, almeno per questo tipo di droghe e il relativo consumo.

 
Una prospettiva, ha spiegato Raimondo Maria Pavarin, direttore dell’osservatorio, ‘e’ quella di uscire dalla vecchia prevenzione eroinocentrica’. Perche’ il fenomeno e’ molto variegato: un consumatore su quattro - ha raccontato - fa uso di cocaina, ma anche di altre droghe, per fini prestazionali. ‘Per rendere di piu’ nel lavoro, nello studio, nel sesso. Sottovalutando le conseguenze: i comportamenti alla guida, ad esempio o i problemi cardiocircolatori’.

 
E a proposito di ambiente circostante si è visto che il consumatore di cocaina di norma assume droga otto volte su dieci con altri consumatori, tre volte e mezzo invece assume la sostanza durante il corso della settimana ed inoltre, Il 17% spende per la droga meno del 10% del proprio stipendio, il 12% piu’ del 90%. In aumento, poi, quelle persone che passano, per risparmiare, dalla cocaina all’eroina.


Dipendenze e cervello. Studio del Dpa

(Aduc Droghe) Uno studio per spiegare il comportamento delle persone tossicodipendenti nell'assunzione delle droghe e per osservare gli effetti delle sostanze stupefacenti sul cervello. E' 'Brainsearch', un progetto attivato dal Dipartimento Politiche Antidroga (DPA) e avviato presso comunita' terapeutiche e Ser.T., che utilizza la tecnica del neuroimaging. "Lo studio e l'approfondimento di queste tematiche da parte degli operatori dei dipartimenti delle dipendenze e delle comunita' - si legge in una nota del DPA - consentira' a questi ultimi di acquisire informazioni importantissime sui meccanismi fisiopatologici della tossicodipendenza e realizzare, quindi, percorsi diagnostici mirati e piu' efficaci". Il progetto di ricerca si articola in due fasi: la definizione e lo studio delle aree del cervello coinvolte nell'attivazione del desiderio (craving) e nel controllo volontario di quest'ultimo (resisting); l'osservazione e quantificazione dei cambiamenti morfo-strutturali, metabolici e vascolari del cervello degli assuntori di sostanze. Un approfondimento di tali aspetti, orientato alle neuroscienze, puo' essere dunque d'aiuto agli operatori sanitari nel loto quotidiano rapporto con i pazienti, osserva il DPA. "Sapere cosa succede durante lo scatenamento del carving e quali funzioni cerebrali vengano coinvolte e danneggiate - prosegue la nota - aumenta il grado di autocoscienza del paziente e del terapeuta", permettendo "una piu' corretta ed efficace gestione del problema".

Sfefano Cucchi: le ferite sugli occhi sono state inferte

Stefano Cucchi è stato probabilmente picchiato in carcere. Negli atti del processo appena resi noti non si parla infatti di “lesioni spontanee” in merito alle echimosi sugli occhi del ragazzo, bensì di “ferite inferte”.

 

Newnotizie.it

Droga 3.0

I nonni dicono: “Tutte le generazioni hanno avuto le loro droghe”. Già dicendo la parola “droga”, tuttavia, hanno in testa qualcosa di diverso dai loro figli e dai loro nipoti. Droghe veramente “nuove”, forse, non esistono ma cambia il loro significato. Chi ha più di cinquant’anni, quando pensa alla prevenzione, immagina di prevenire l’uso di droghe illecite. Vive in un mondo generazionale in cui, normalmente, la droga illecita è un male assoluto mentre alcol e tabacco sono tollerati. E’ un mondo ben definito dove ci si può appellare ai valori educativi della scuola e della famiglia, dove lo spacciatore è sicuramente un nemico ed è chiaro, per principio, chi sono i buoni ed i cattivi. Si comporta di conseguenza quando è chiamato a costruire norme e regole. Chi ha trenta o quarant’anni pensa diversamente. Fa dei distinguo: ci sono droghe e droghe. Pensa di “prevenire la tossicodipendenza” perché è nella dipendenza, più che nell’uso di droga, che intravede il pericolo. Mette cannabis, alcol e sigarette quasi sullo stesso piano. Se il figlio si fa le canne … non va bene ma, in fondo, vuol dire che è diventato grande. Se l’insegnante o il Prefetto lo chiama perché, forse, il figlio usa qualcosa … prima lo difende, poi si vedrà. Per molti la “lotta alla droga” o la “guerra alla droga” sono ormai prodotti vintage: qualcosa di concluso alla fine del secolo scorso, quando il mercato passava dalla vendita al dettaglio alla “grande distribuzione”. Risultato: oggi si trova tutto, dappertutto, al costo che il consumatore si può permettere. Un mondo parallelo dove la droga diventa un possibile “doping” della vita quotidiana utile, più che altro, per aumentare le prestazioni nel lavoro, nel divertimento, nel sesso. Ma si tratta di un mondo già superato che invecchierà con le generazioni che lo stanno vivendo. Veniamo ai ragazzi di oggi, i “nativi digitali”. Cresciuti nell’era di Internet, nei primi anni di vita vengono addestrati al consumismo e sfruttati come generatori di consumi per gli adulti. Sembrano simili ai genitori, pure loro allevati, almeno in parte, dalla televisione. Non è così. Appena raggiunta l’età di una minima indipendenza psicofisica sono connessi ad Internet. Diventano terminali di una convergenza multimediale che, senza alcun filtro tradizionale alla comunicazione trasmessa e ricevuta, è uno dei luoghi più importanti per la loro formazione, socializzazione e creazione di opinioni e stili di vita. I “nativi digitali” escono dai tradizionali e rassicuranti canoni dettati dai format televisivi per ricostruire da soli cultura, linguaggio e regole di interazione sociale. La piazza è il social network; l’appartenenza è a tribù transculturali e transnazionali in continuo dinamico cambiamento. Sempre meno controllati dai classici format di consumo dettati da una televisione, di cui sono orfani, diventano, con scelte nuove, capaci di condizionare i mercati tradizionali costruendo nuovi concetti di consumo e di prodotto. E’ un mondo nuovo dove la droga = devianza, emarginazione, ribellione, suicidio è lontana nel tempo, collocata da qualche parte, in un passato remoto o in un presente parallelo che non li riguarda. Anche la droga “doping della vita quotidiana”, quella che serve sempre e comunque per fornire prestazioni a comando, per loro, sta diventando anacronistica. La vedranno invecchiare con le generazioni che li precedono in cui, comunque, l’uso di droghe è sempre più tollerato socialmente. I “nativi digitali” sono già in una terza fase concettuale: la droga 3.0. E’ una droga che, indipendentemente dalla specifica sostanza, non emargina e non è prestazionale diventando, invece, un mezzo per costruire “isole di piacere”. Da soli o in compagnia ci si altera anche profondamente e, poi, si torna al quotidiano: non più “doping” ma “narco-benessere”. Una sostanza vale l’altra per raggiungere lo scopo: questione di gusti, di momenti e di mode che non si ripetono sempre uguali. Anche l’alcol può essere usato come una droga. E’ un andamento che potrebbe spaventare i tradizionali mercati delle droghe “classiche” di origine naturale la cui crescita sta già gradualmente rallentando. La loro speranza?  Forse l’eroina: una sostanza che, anche se fumata e non iniettata, potrebbe ricreare un parco di clienti sicuro e stabile perché formato da nuovi tossicodipendenti. Il prossimo campo di battaglia tra mercati tradizionali ed emergenti delle droghe, comunque, si collocherà primariamente, nella Rete. Le droghe di origine naturale dovranno reggere la concorrenza delle droghe sintetiche e non sarà facile, considerando la lunga pipe-line  tra produzione e consumo che caratterizza le prime, rispetto alle seconde. Produttori e distributori cercheranno di ri-condizionare le opinioni e le scelte dei consumatori anche con strategie di marketing virale innovative e adatte ai nuovi media. Sarà una partita che si giocherà indisturbata se i “nativi digitali” continueranno ad avere famiglie che, pur rievocando gli antichi richiami ai valori simbolici della lotta alla droga (o alla dipendenza), continueranno a vivere, in altri mondi, paralleli sempre più virtuali e lontani. La droga 3.0 non è, nei significati e nelle intenzioni, “quella di una volta” ma potrebbe produrre danni anche peggiori delle “versioni” precedenti. 

Riccardo C. Gatti 13.12.09

 

http://www.droga.net/fuoco/droga%203.0.htm

Dipendenze per 4 milioni, ma non alcool e droghe

(Aduc Droghe) Quasi 4 milioni di italiani malati di sesso, gioco e lavoro. E come se non bastasse, uno studente su 3 e' dipendente dal telefonino. E' quanto emerge dai dati forniti dalla S.I.I.Pa.C, la Societa' italiana intervento patologie compulsive, che si occupa di guarire gli italiani da queste nuove 'addictions'. Si tratta di vere dipendenze, alla stregua di quelle piu' classiche da droga e alcol. Il lavoro e il sesso sono quelle piu' diffuse tra gli italiani (il 6%), ma la dipendenza che si cura di piu' e' quella dal gioco (ne e' colpita il 3% della popolazione). In questo caso, spiega la psicologa Florinda Maione, responsabile della sede S.I.I.Pa.C di Roma, tra le vittime ci sono anche giovanissimi, anziani e donne. Ma come gioco non si intende solo quello d'azzardo. "Si va dal gioco on line - spiega Maione - che e' piu' alla portata dei giovani, che giocano riuscendo facilmente a tenere all'oscuro i genitori, al 'gratta e vinci' che e' vietato ai minori ma questo si dice troppo poco". I giovanissimi, tra l'altro, non esitano a fare scommesse in denaro. Le donne, spiega ancora Maione, "puntano piu' su giochi come il lotto, il bingo e le slot machine". Il risultato e' sempre lo stesso: "Un danno economico - sottolinea la psicologa - ma anche una vita rovinata: il gioco, cosi' come il sesso, influisce al punto da far perdere gli affetti e anche il lavoro". Altra dipendenza 'calda', e' quella chiamata 'sex addiction': ad avere questo problema, quindi, non sono solo i vip famosi da Tiger Woods a Michael Douglas (entrambi sono stati ricoverati in cliniche ad hoc), ma anche persone normalissime. L'esperta spiega: "Da una ricerca fatta da un'equipe di sessuologi su un campione d'eta' compreso tra i 20 e i 45 anni, il 6% e' risultato dipendente dal sesso. In questo caso e' la persona malata che si rivolge a noi - racconta - perche' ha un forte danno economico, considerando le cifre spese per prostitute e trans. Ma anche perche' queste persone sono cosi' ossessionate dal sesso da non riuscire a dedicarsi ad altro: cosi' perdono la moglie e anche il lavoro; e' esattamente come per la dipendenza dalla droga. Nel caso della dipendenza dal gioco invece - prosegue la psicologa - sono i familiari a cercare un aiuto". La S.I.I.Pa.C di Roma, spiega ancora Maione, nel caso della dipendenza da sesso "si preoccupa solo di fare i primi colloqui, ma poi li inviamo nella comunita' che ha sede a Bolzano: li' il centro e' sempre pieno. Il programma prevede 3 mesi di astinenza e giornate impegnate ora per ora". Stesse percentuali per la dipendenza dal lavoro, una patologia piu' maschile: "In Italia e' colpito il 6% e le categorie piu' a rischio sono i manager e i giornalisti. A livello mondiale - ricorda la psicologa - l'8% e' risultato patologico e la graduatoria vede Usa al primo posto, a seguire Giappone e Israele". Tra le nuove dipendenze patologiche, spicca quella dal telefonino: ad essere colpito e' il 34,6% della popolazione studentesca nella fascia d'eta' compresa tra i 14 e i 21 anni. "Una nostra ricerca - sottolinea Maione - condotta su 424 studenti mostra un dato allarmante che dice che il 34,6% degli studenti non puo' fare a meno del cellulare". Cosa significa? "Significa comportamenti compulsivi - risponde l'esperta - c'e' chi non spegne mai il telefonino e manda 300 sms al giorno. Solo il 5,8% utilizza il cellulare in maniera corretta cioe' per fare telefonate quando serve e spegnendolo all'occorrenza". Infine, c'e' una dipendenza tutta femminile, quella dai 'sentimenti d'amore': "Una ricerca effettuata su 475 donne tra i 18 e i 60 anni mostra che il 2,5% delle donne soffre di comportamenti compulsivi: fa telefonate di controllo al partner o ruba la password per leggere le mail. Di fatto, fa in modo che alla fine accada cio' che temono, il tradimento o l'abbandono da parte dell'uomo".

Boom for Real! Jean-Michel!

Basquiat compirebbe 50 anni. Lo festeggiano una mostra a Basilea, un film, gli amici famosi e le affettuose amanti. Che spiegano di quando lui, genio già milionario, non riusciva a far fermare un taxi 

di Anna Lombardi, DRepubblica

 

Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente, New York, 1984 

A New York, lui nero, non riuscì  mai a fermare un taxi. Oggi, nell’era Obama, viene celebrato da una grande mostra-evento e da un film applaudito al Sundance. Quest’anno Jean-Michel Basquiat avrebbe compiuto 50 anni, come ricordano la grande retrospettiva che l’8 maggio si apre alla fondazione Beyeler di Basilea e il film Jean-Michel Basquiat, the radiant child, costruito attorno a una lunga intervista che l’amica Tamra Davis realizzò nel 1986. «Un’opera che finalmente cancella tante menzogne», commenta Annina Nosei, la gallerista che per prima credette in lui. «Nei suoi quadri vidi New York com’era allora, sporca, diroccata, violenta. Ma anche immagini di denuncia sociale immediatamente poetiche». Nel 1981 fu lei, l’italiana trapiantata a New York, a ospitare non solo la prima personale di Basquiat, a Prince Street, ma anche l’artista stesso, all’epoca senza dimora, nel seminterrato della galleria. «Dissero che lo rinchiusi per farlo lavorare, mi accusarono perfino di rifornirlo di droga. Ma nel documentario è lui stesso a smentire queste orribili dicerie: “Se fossi stato bianco, i mesi passati nel mio primo studio, messo a disposizione da Annina, li avrebbero semplicemente definiti una residenza d’artista”».  Ma chi era davvero Basquiat? Uno, dieci, cento Jean- Michael. L’artista maledetto trasformato in eroe pop dal film di Julian Schnabel. Il poeta senza casa che iniziò firmando Samo© (SAMe Old shit) i suoi versi urbani, e poi espose con Andy Warhol nella galleria vip di Tony Shafrazi. Il pittore che lavorava indossando abiti griffati e si presentava alle inaugurazioni imbrattato di colore. Il musicista d’avanguardia che suonava con John Lurie e Vincent Gallo, il donnaiolo che andava a letto con Madonna, il compagno di strada di Keith Haring che una copertina del New York Times Magazine rese famoso come un divo… Fino all’eroinomane che a 27 anni perdeva i denti e dipingeva ossessivamente quei teschi tratti da un libro ricevuto da bambino, Grey’s Anatomy. «Racconteremo Basquiat attraverso la sua arte», dice Dieter Buchhart, il curatore della mostra di Basilea. «Esporremo più di cento opere, da quelle che esplorano il rapporto con l’identità nera, Famous Negro Athletes o Irony of Negro Policeman, fino agli ultimi lavori, con titoli inquietanti come Riding with Death». Sarà la mostra a svelare il suo mistero? Suzanne Mallouk, la coetanea che con Basquiat ebbe una tormentata storia d’amore conclusa da un catartico rogo dei suoi quadri, oggi è un’affermata psicologa con studio di fronte a Central Park, dove si occupa, guardacaso di dipendenze. «Jean-Michel era figlio di immigrati. Il padre, colto ma severo, apparteneva alla buona borghesia haitiana. La madre era portoricana. Lui non si riconobbe mai in un’identità culturale specifica: non si sentiva afroamericano. Però era l’unico artista nero di quella che allora chiamavamo the scene, la scena culturale underground. Quando arrivò il successo, molti criticarono come un vezzo il fatto che girasse in Cadillac con l’autista.

Ma la verità è che perfino all’apice della fama, perfino vestito con abiti da migliaia di dollari, doveva nascondersi mentre io fermavo il taxi per sperare di salirci. Sentì sempre lo sguardo razzista, lui che detestava essere considerato un artista nero e non semplicemente un artista. Ne ho parlato molto anche con Jennifer Goode e Kelle Inman, che furono le altre sue fidanzate importanti. No, all’epoca non eravamo amiche: ci siamo ritrovate su Facebook. L’esperienza unica avuta con lui ci unisce, come una sorta di parentela». Era dunque questo il motivo della sua leggendaria rabbia? E che dire dei dispetti ai danni dei collezionisti? Ricorda Kenny Scharf, l’artista che con Keith Haring fu a lungo compagno di strada di Jean-Michel Basquiat: «Lo imploravano di vendergli un disegno mentre lui li sbeffeggiava dalla finestra del suo studio, tirando loro addosso qualunque cosa gli capitasse fra le mani, dal caffè al colore. E quelli alzavano ancora l’offerta». «Alcuni collezionisti erano davvero insolenti», ricorda Nosei. «Consideravano le sue opere, e non solo le sue, alla stregua di trofei culturali da appendere sul camino. D’altronde, una volta portai Mick Jagger a vedere i suoi lavori. Basquiat era eccitatissimo, ma il leader dei Rolling Stones gli preferì un lavoro più classico di Carlo Maria Mariani». «Detestava i ricconi che arrivavano in studio commentando il suo lavoro con aggettivi come “primitivo”, “selvaggio”, “africano”», rincara la dose Fab 5 Freddy, il graffitista nero che, alla fine degli anni 70, decorava con gli spray i vagoni della metropolitana 5. Pioniere dell’hip hop, Fab nel 1979 presentò Basquiat a Debbie Harry, la cantante dei Blondie, che fu la prima a comprargli un lavoro per 200 dollari, e poi li volle entrambi in Rapture, il primo video rap ad andare in onda su Mtv. Oggi Freddy è tornato a dipingere e, nel suo studio a West Broadway, lavora a una serie di ritratti di pugili e lap dancer di colore, impreziositi da cristalli Swarovsky che, con certosina pazienza, tre assistenti appuntano su tela. «Era dura essere gli unici neri sulla scena. Non ci facevano entrare nei locali fin quando i nostri amici non uscivano gridando: Hey, questo è Basquiat, questo è Fab 5… Sono famosi!. A Jean-Michel piaceva la musica, e suonava con un gruppo d’avanguardia, i Grey. Amava il jazz: una volta dovevamo andare a un concerto di Miles Davis, e lui non si fece vedere. Alla fine del concerto io andai a stringere la mano a Miles e, quando glielo raccontai, Jean-Michel andò su tutte le furie: Fuck!. Ma era anche molto generoso. Con i primi guadagni invitò una dozzina di amici al John’s, un ristorante italiano sull’Undicesima. Alla fine strappò la tovaglia, ci scarabocchiò sopra e regalò a ciascuno un disegno. Fino a pochi giorni prima contavamo i centesimi per una birra e poi, boom! Jean-Michel era famoso».

Gia, boom. «Boom for real», ricorda Mallouk, «era la sua frase preferita da quando, per il suo gruppo, realizzò un loop di voci registrate in tv. Una era quella di un homeless scivolato sul ghiaccio che diceva “Fell on my ass, boom, for real!”, sono scivolato sul mio culo e boom, davvero. Da allora, quando qualcosa gli piaceva diceva così: “Boom!”». Anche il suo fu un vero boom: la meteora di un personaggio che la morte trasformò nell’icona di un’epoca. Merito anche del solito Andy Warhol. «Jean- Michel lo amava come un padre» racconta la sua ex, «ma credo che Andy, invece, avesse una cotta per lui: cercava sempre di vederlo da solo, mentre Jean-Michel voleva che tutti lo vedessero con Warhol». Per il mercato dell’arte, drogato dagli eccessi di Wall Street, Basquiat fu la gallina dalle uova d’oro. «Il successo», disse Keith Haring in un’intervista poco dopo la sua morte, «era diventato ingestibile: l’essere all’altezza della fama di enfant prodige, di ribelle, di celebrità, finì per travolgerlo». E se fosse sopravvissuto? Mallouk è certa di una sola cosa: Basquiat avrebbe gioito vedendo diventare Barack Obama presidente. «E credo che anche lui, con la sua ostinazione nel voler essere accettato, abbia contribuito a disegnare un’America capace di eleggere un nero alla Casa Bianca».

Europol, allarme per 24 nuove droghe "Numero record mai raggiunto prima"

(repubblica.it) Chimiche, psicoattive, "spice" ma soprattutto sintetiche. L'Osservatorio europeo passa in rassegna le nuove sostanze stupefacenti in commercio nel 2009, tutte individuate nel Nord d'Europa. Per allargare il mercato si escogitano nuove formule, e online l'Mda si spaccia per "concime" di GIULIA CERINO

Europol, allarme per 24 nuove droghe "Numero record mai<br />
raggiunto prima"

UN NUMERO record mai raggiunto prima. Sono ventiquattro le nuove sostanze stupefacenti apparse sul mercato nel solo 2009. Pasticche coloratissime o polveri cristalline. Chimiche, psicoattive o "spice". Tutte diverse ma rigorosamente sintetiche. Nove si fumano perché, anche se appartengono a quattro gruppi chimici differenti, sono composte da cannabinoidi. Le altre si assumono per bocca, come l'ecstasy. Le ultime due droghe, invece, sono a base di sostanze farmacologiche, quelle contenute nei classici medicinali. Denunciati dal sistema d'allerta dell'Unione europea, i nomi delle sostanze sono stati ufficialmente notificati nel 2009 all'Europol e appena pubblicati nel rapporto annuale dell'Osservatorio europeo delle droghe e dei tossicodipendenti (Oedt). Una rassegna, questa, che rivela numeri da capogiro: le sostanze stupefacenti individuate nel 2009 sono il doppio di quelle notificate nel 2008. L'allarme "chimico" è scattato soprattutto nel Nord Europa, dove le nuove droghe sintetiche vengono prodotte in maggiori quantità. In testa alla classifica la Danimarca e la Germania. Ad Oslo si compra e si vende il Metamfepramone, l'Etaqualone, il Ppp e il Tma-6. A Berlino va forte l'Odt, il Jwh-250 e tre tipologie di Cp 47. Segue la Finlandia "invasa" dall'3-Fma e dalla Pregabalin. In coda la Gran Bretagna, Paese in cui il commercio si "limita" all'Hu-210 e al'JWH-398. Agli ultimi posti, il Belgio, la Svezia e la Lituania. Disponibili in rete, queste bombe chimiche sono spesso smerciate come "legal high", vale a dire alternativa "legale" alla cocaina e all'ectasy. E anche le tecniche di marketing si rinnovano facendo spazio a nuove e ingannevoli strategie. Confezionate in barattoli con su scritto "Non per uso umano", le polverine bianche passano per "concime per piante", "sali da bagno" o  "materiali chimici di ricerca". Un modo, questo, per eludere i controlli della Polizia postale e abbattere le frontiere tra Paesi, allargando il commercio. Dalla Cina all'Italia.

 

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Cronico e recidivante chi ?

Ci sono concetti che, indipendentemente dal loro fondamento, possono essere di ostacolo per il trattamento delle dipendenze. Poniamoci una domanda: siamo proprio sicuri che la tossicodipendenza sia UNA malattia cronica e recidivante? Il mondo tecnico-scientifico, basandosi sull’evidenza sembrerebbe proprio rispondere di si al punto che difficilmente si esprime con una prognosi diversa quando, ad esempio, prende in cura un eroinomane. La stessa espressione che unisce il concetto di cronico e, quindi, proprio di una malattia che dura a lungo, con quello di recidivante, che presume ricadute, sembra lasciare … senza speranze.

Mi pare opportuno, tra l’altro, notare come, mentre cercavo le definizione di recidiva, per meglio argomentare questo articolo, ho trovato associate sul Sabatini Coletti due definizioni: 

recidiva [re-ci-dì-va] s.f.

·                     1 dir. Circostanza aggravante che consiste nella ripetizione di un reato per il quale si è già stati condannati

·                     2 med. Riacutizzazione di una malattia che era già in via di guarigione o ricomparsa di una malattia da cui si era già stati colpiti in precedenza SIN ricaduta

Ora, poiché assumere droghe è un illecito, diventa difficile non collegare i concetti di cronicità e recidiva non solo alla difficoltà di guarigione da una patologia, ma alla reiterazione di un illecito per cui la “condanna” e lo stigma sociale sono applicati automaticamente in concomitanza alla diagnosi.

Di conseguenza chi è diagnosticato tossicodipendente riceve automaticamente uno stigma e cioè un marchio indelebile che non è applicato ad altre forme patologiche. Per gli eroinomani, ad esempio, l’utilizzo di farmaci sostitutivi, si giustifica “scientificamente” non solo per l’effetto dello specifico farmaco sulla salute del soggetto ma anche sulla riduzione del comportamento illecito. La riduzione del comportamento illecito diventa, così, uno degli indici di successo di una terapia. Allo stesso modo viene valutata la “ritenzione in trattamento”. Poiché la patologia è per definizione cronica e recidivante e collegata a comportamenti illeciti, quanto più dura il trattamento … quanto meglio è.

Resta il fatto che l’atteggiamento sociale nei confronti degli eroinomani, per anni, è stato una atteggiamento di …condanna, da una parte e di etichettamento dall’altra e che i Servizi per le tossicodipendenze sono stati pensati originariamente come Servizi per eroinomani.

E’ interessante notare come oggi, essendo cambiato il mercato delle droghe assieme agli atteggiamenti di consumo delle stesse da parte della popolazione generale, l’espressione “tossicodipendente” (e lo stigma che ne deriva), difficilmente è applicato a chi usa sostanze lecite come alcol e tabacco (per cui si usano i termini di alcolista e tabagista) mentre rimane ambiguamente associato solo ai casi più gravi di uso di cannabis, cocaina, metamfetamine e ad altre droghe. Per queste sostanze, il cui uso in determinati ambiti è diventato socialmente tollerato, o, addirittura integrato, il concetto di possibile dipendenza, infatti, è messo in discussione oppure “attenuato” come dipendenza “parziale” (psicologica ma non fisica).  

La mia sensazione complessiva, pertanto, è che la definizione di tossicodipendenza, comprendente  quasi automaticamente il concetto di “cronico e recidivante”, sia stata istituzionalmente applicata con “maggiore intensità” soprattutto a chi la derivava da un comportamento illecito e, per questo, ritenuto deviante e con “minore intensità”  a chi, invece, aveva a che fare con consumi leciti e controllati fiscalmente dallo Stato con una situazione intermedia riservata all’uso di sostanze illecite in contesti di integrazione e tolleranza sociale. Il tutto potrebbe rimanere una mera constatazione sociologica o di costume se non avesse delle ripercussioni dirette sul sistema di cura ed anche sui processi preventivi. Per questi ultimi, infatti, l’ambiguità di intenti è evidente sin dal primo momento quando si parla di “prevenzione delle tossicodipendenze” quasi fosse solo la tossicodipendenza, e non altro, l’oggetto possibile e necessario della prevenzione di settore.

Ritornando alla cura, l’applicazione della diagnosi di tossicodipendenza, così come è intesa oggi, condiziona di per sé l’atteggiamento clinico terapeutico e l’organizzazione dei sistemi di intervento dedicati, dando per scontata una “cronicità” che, unita al concetto di recidività, può diventare, di fatto, una dichiarazione aprioristica di impossibilità di guarigione. Ciò è limitativo e condizionante in negativo.  Mantiene vivo un approccio al paziente che sembra più orientato a contenerlo e, forse, a proteggerlo istituzionalmente, più che a curarlo. Rende difficile, se non impossibile, l’intervento dedicato ad una categoria sempre più ampia ed in rapida crescita di persone che hanno problemi connessi all’uso di droghe, lecite ed illecite, (inquadrabili anche in diagnosi di dipendenza per singole sostanze) ma che non hanno alcuna intenzione di accettare una situazione di marginalità, di devianza o di cronicità e l’inclusione in programmi terapeutici indefiniti nei loro obiettivi specifici, nei loro risultati e nella loro durata.

Concludendo: sono convinto che un giorno anche gli attuali criteri diagnostici verranno rivisti e ci si accorgerà che l’abuso di sostanze e la dipendenza non si diversificano solo per i sintomi diagnosticabili e per il tipo di effetti collegabili alla droga assunta ma anche per gli intendimenti ed i significati che culturalmente e singolarmente vengono attribuiti ai sintomi ed agli effetti delle sostanze (compresi quelli negativi). Verrà, probabilmente, accettato un concetto di “diagnosi dinamica” di dipendenza per differenziarlo da quello attuale vincolato alla staticità ciclica connessa alla cronicità, alla recidiva ed al poco valore dato alla stadiazione (staging) della patologia ed alle sue implicazioni ri-abilitative.

Saranno proprio i pazienti che cercando atteggiamenti e risposte diverse dalla clinica e dal sistema di intervento e rifiutando la risposta indefinita, inglobante e rassicurante di poter rimanere in un ambito protetto (eventualmente anche farmacologicamente) per un tempo indefinito, provocheranno il cambiamento degli attuali modelli operativi del sistema di intervento, mettendone in discussione il significato. E’ una rivoluzione che è già cominciata. Sarà un bene per tutti anche se, purtroppo, incontrerà una serie di ostacoli in chi continuerà a voler credere che droga e tossicodipendenza siano sempre, e per tutti, “quelle di una volta”, che la clinica di questo settore debba avere inevitabilmente a che fare con il controllo sociale e che ogni investimento ulteriore sia inutile, proprio per la definizione di tossicodipendenza come patologia cronica e recidivante. 

 Riccardo C. Gatti 19.10.09 

 

http://www.droga.net/fuoco/Cronico%20e%20recidivante.htm

Basta con la SIAE!

a oggi, un hard disk nuovo costerà 30€ in più. Perché? Il Ministro Sandro Bondi ha firmato un decreto che estende il balzello SIAE dai CD a tutti i supporti digitali.

La SIAE è da tempo un parassita della società e della cultura italiane: è l'ora di farla finita.

Facciamo appello ai consumatori, perché quando possibile rinuncino all'acquisto di prodotti sui quali la SIAE fa la cresta:

  • Rivolgetevi a rivenditori online esteri (Ebay e altri) per l'acquisto di hardware
  • Scaricate illegalmente la musica. Se ritenete che compensare gli artisti sia doveroso, fatelo direttamente con donazioni.
  • Fotocopiate i libri di studio in copisterie che "chiudono un occhio".

Facciamo appello a gli autori di buon senso: musicisti, scrittori, artisti di ogni genere, perché cancellino oggi la loro iscrizione a un'organizzazione corporativa che senza alcuna base di rappresentanza riscuote ogni anno tasse per centinaia di milioni di euro, limitando così la ricerca culturale e l'innovazione tecnologica in Italia.

Facciamo appello alle forze politiche perché promuovano l'abolizione dell'ente inutile SIAE, o una sua radicale riorganizzazione.

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