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Novità

Droga 3.0

I nonni dicono: “Tutte le generazioni hanno avuto le loro droghe”. Già dicendo la parola “droga”, tuttavia, hanno in testa qualcosa di diverso dai loro figli e dai loro nipoti. Droghe veramente “nuove”, forse, non esistono ma cambia il loro significato. Chi ha più di cinquant’anni, quando pensa alla prevenzione, immagina di prevenire l’uso di droghe illecite. Vive in un mondo generazionale in cui, normalmente, la droga illecita è un male assoluto mentre alcol e tabacco sono tollerati. E’ un mondo ben definito dove ci si può appellare ai valori educativi della scuola e della famiglia, dove lo spacciatore è sicuramente un nemico ed è chiaro, per principio, chi sono i buoni ed i cattivi. Si comporta di conseguenza quando è chiamato a costruire norme e regole. Chi ha trenta o quarant’anni pensa diversamente. Fa dei distinguo: ci sono droghe e droghe. Pensa di “prevenire la tossicodipendenza” perché è nella dipendenza, più che nell’uso di droga, che intravede il pericolo. Mette cannabis, alcol e sigarette quasi sullo stesso piano. Se il figlio si fa le canne … non va bene ma, in fondo, vuol dire che è diventato grande. Se l’insegnante o il Prefetto lo chiama perché, forse, il figlio usa qualcosa … prima lo difende, poi si vedrà. Per molti la “lotta alla droga” o la “guerra alla droga” sono ormai prodotti vintage: qualcosa di concluso alla fine del secolo scorso, quando il mercato passava dalla vendita al dettaglio alla “grande distribuzione”. Risultato: oggi si trova tutto, dappertutto, al costo che il consumatore si può permettere. Un mondo parallelo dove la droga diventa un possibile “doping” della vita quotidiana utile, più che altro, per aumentare le prestazioni nel lavoro, nel divertimento, nel sesso. Ma si tratta di un mondo già superato che invecchierà con le generazioni che lo stanno vivendo. Veniamo ai ragazzi di oggi, i “nativi digitali”. Cresciuti nell’era di Internet, nei primi anni di vita vengono addestrati al consumismo e sfruttati come generatori di consumi per gli adulti. Sembrano simili ai genitori, pure loro allevati, almeno in parte, dalla televisione. Non è così. Appena raggiunta l’età di una minima indipendenza psicofisica sono connessi ad Internet. Diventano terminali di una convergenza multimediale che, senza alcun filtro tradizionale alla comunicazione trasmessa e ricevuta, è uno dei luoghi più importanti per la loro formazione, socializzazione e creazione di opinioni e stili di vita. I “nativi digitali” escono dai tradizionali e rassicuranti canoni dettati dai format televisivi per ricostruire da soli cultura, linguaggio e regole di interazione sociale. La piazza è il social network; l’appartenenza è a tribù transculturali e transnazionali in continuo dinamico cambiamento. Sempre meno controllati dai classici format di consumo dettati da una televisione, di cui sono orfani, diventano, con scelte nuove, capaci di condizionare i mercati tradizionali costruendo nuovi concetti di consumo e di prodotto. E’ un mondo nuovo dove la droga = devianza, emarginazione, ribellione, suicidio è lontana nel tempo, collocata da qualche parte, in un passato remoto o in un presente parallelo che non li riguarda. Anche la droga “doping della vita quotidiana”, quella che serve sempre e comunque per fornire prestazioni a comando, per loro, sta diventando anacronistica. La vedranno invecchiare con le generazioni che li precedono in cui, comunque, l’uso di droghe è sempre più tollerato socialmente. I “nativi digitali” sono già in una terza fase concettuale: la droga 3.0. E’ una droga che, indipendentemente dalla specifica sostanza, non emargina e non è prestazionale diventando, invece, un mezzo per costruire “isole di piacere”. Da soli o in compagnia ci si altera anche profondamente e, poi, si torna al quotidiano: non più “doping” ma “narco-benessere”. Una sostanza vale l’altra per raggiungere lo scopo: questione di gusti, di momenti e di mode che non si ripetono sempre uguali. Anche l’alcol può essere usato come una droga. E’ un andamento che potrebbe spaventare i tradizionali mercati delle droghe “classiche” di origine naturale la cui crescita sta già gradualmente rallentando. La loro speranza?  Forse l’eroina: una sostanza che, anche se fumata e non iniettata, potrebbe ricreare un parco di clienti sicuro e stabile perché formato da nuovi tossicodipendenti. Il prossimo campo di battaglia tra mercati tradizionali ed emergenti delle droghe, comunque, si collocherà primariamente, nella Rete. Le droghe di origine naturale dovranno reggere la concorrenza delle droghe sintetiche e non sarà facile, considerando la lunga pipe-line  tra produzione e consumo che caratterizza le prime, rispetto alle seconde. Produttori e distributori cercheranno di ri-condizionare le opinioni e le scelte dei consumatori anche con strategie di marketing virale innovative e adatte ai nuovi media. Sarà una partita che si giocherà indisturbata se i “nativi digitali” continueranno ad avere famiglie che, pur rievocando gli antichi richiami ai valori simbolici della lotta alla droga (o alla dipendenza), continueranno a vivere, in altri mondi, paralleli sempre più virtuali e lontani. La droga 3.0 non è, nei significati e nelle intenzioni, “quella di una volta” ma potrebbe produrre danni anche peggiori delle “versioni” precedenti. 

Riccardo C. Gatti 13.12.09

 

http://www.droga.net/fuoco/droga%203.0.htm

Dipendenze per 4 milioni, ma non alcool e droghe

(Aduc Droghe) Quasi 4 milioni di italiani malati di sesso, gioco e lavoro. E come se non bastasse, uno studente su 3 e' dipendente dal telefonino. E' quanto emerge dai dati forniti dalla S.I.I.Pa.C, la Societa' italiana intervento patologie compulsive, che si occupa di guarire gli italiani da queste nuove 'addictions'. Si tratta di vere dipendenze, alla stregua di quelle piu' classiche da droga e alcol. Il lavoro e il sesso sono quelle piu' diffuse tra gli italiani (il 6%), ma la dipendenza che si cura di piu' e' quella dal gioco (ne e' colpita il 3% della popolazione). In questo caso, spiega la psicologa Florinda Maione, responsabile della sede S.I.I.Pa.C di Roma, tra le vittime ci sono anche giovanissimi, anziani e donne. Ma come gioco non si intende solo quello d'azzardo. "Si va dal gioco on line - spiega Maione - che e' piu' alla portata dei giovani, che giocano riuscendo facilmente a tenere all'oscuro i genitori, al 'gratta e vinci' che e' vietato ai minori ma questo si dice troppo poco". I giovanissimi, tra l'altro, non esitano a fare scommesse in denaro. Le donne, spiega ancora Maione, "puntano piu' su giochi come il lotto, il bingo e le slot machine". Il risultato e' sempre lo stesso: "Un danno economico - sottolinea la psicologa - ma anche una vita rovinata: il gioco, cosi' come il sesso, influisce al punto da far perdere gli affetti e anche il lavoro". Altra dipendenza 'calda', e' quella chiamata 'sex addiction': ad avere questo problema, quindi, non sono solo i vip famosi da Tiger Woods a Michael Douglas (entrambi sono stati ricoverati in cliniche ad hoc), ma anche persone normalissime. L'esperta spiega: "Da una ricerca fatta da un'equipe di sessuologi su un campione d'eta' compreso tra i 20 e i 45 anni, il 6% e' risultato dipendente dal sesso. In questo caso e' la persona malata che si rivolge a noi - racconta - perche' ha un forte danno economico, considerando le cifre spese per prostitute e trans. Ma anche perche' queste persone sono cosi' ossessionate dal sesso da non riuscire a dedicarsi ad altro: cosi' perdono la moglie e anche il lavoro; e' esattamente come per la dipendenza dalla droga. Nel caso della dipendenza dal gioco invece - prosegue la psicologa - sono i familiari a cercare un aiuto". La S.I.I.Pa.C di Roma, spiega ancora Maione, nel caso della dipendenza da sesso "si preoccupa solo di fare i primi colloqui, ma poi li inviamo nella comunita' che ha sede a Bolzano: li' il centro e' sempre pieno. Il programma prevede 3 mesi di astinenza e giornate impegnate ora per ora". Stesse percentuali per la dipendenza dal lavoro, una patologia piu' maschile: "In Italia e' colpito il 6% e le categorie piu' a rischio sono i manager e i giornalisti. A livello mondiale - ricorda la psicologa - l'8% e' risultato patologico e la graduatoria vede Usa al primo posto, a seguire Giappone e Israele". Tra le nuove dipendenze patologiche, spicca quella dal telefonino: ad essere colpito e' il 34,6% della popolazione studentesca nella fascia d'eta' compresa tra i 14 e i 21 anni. "Una nostra ricerca - sottolinea Maione - condotta su 424 studenti mostra un dato allarmante che dice che il 34,6% degli studenti non puo' fare a meno del cellulare". Cosa significa? "Significa comportamenti compulsivi - risponde l'esperta - c'e' chi non spegne mai il telefonino e manda 300 sms al giorno. Solo il 5,8% utilizza il cellulare in maniera corretta cioe' per fare telefonate quando serve e spegnendolo all'occorrenza". Infine, c'e' una dipendenza tutta femminile, quella dai 'sentimenti d'amore': "Una ricerca effettuata su 475 donne tra i 18 e i 60 anni mostra che il 2,5% delle donne soffre di comportamenti compulsivi: fa telefonate di controllo al partner o ruba la password per leggere le mail. Di fatto, fa in modo che alla fine accada cio' che temono, il tradimento o l'abbandono da parte dell'uomo".

Boom for Real! Jean-Michel!

Basquiat compirebbe 50 anni. Lo festeggiano una mostra a Basilea, un film, gli amici famosi e le affettuose amanti. Che spiegano di quando lui, genio già milionario, non riusciva a far fermare un taxi 

di Anna Lombardi, DRepubblica

 

Andy Warhol, Jean-Michel Basquiat e Francesco Clemente, New York, 1984 

A New York, lui nero, non riuscì  mai a fermare un taxi. Oggi, nell’era Obama, viene celebrato da una grande mostra-evento e da un film applaudito al Sundance. Quest’anno Jean-Michel Basquiat avrebbe compiuto 50 anni, come ricordano la grande retrospettiva che l’8 maggio si apre alla fondazione Beyeler di Basilea e il film Jean-Michel Basquiat, the radiant child, costruito attorno a una lunga intervista che l’amica Tamra Davis realizzò nel 1986. «Un’opera che finalmente cancella tante menzogne», commenta Annina Nosei, la gallerista che per prima credette in lui. «Nei suoi quadri vidi New York com’era allora, sporca, diroccata, violenta. Ma anche immagini di denuncia sociale immediatamente poetiche». Nel 1981 fu lei, l’italiana trapiantata a New York, a ospitare non solo la prima personale di Basquiat, a Prince Street, ma anche l’artista stesso, all’epoca senza dimora, nel seminterrato della galleria. «Dissero che lo rinchiusi per farlo lavorare, mi accusarono perfino di rifornirlo di droga. Ma nel documentario è lui stesso a smentire queste orribili dicerie: “Se fossi stato bianco, i mesi passati nel mio primo studio, messo a disposizione da Annina, li avrebbero semplicemente definiti una residenza d’artista”».  Ma chi era davvero Basquiat? Uno, dieci, cento Jean- Michael. L’artista maledetto trasformato in eroe pop dal film di Julian Schnabel. Il poeta senza casa che iniziò firmando Samo© (SAMe Old shit) i suoi versi urbani, e poi espose con Andy Warhol nella galleria vip di Tony Shafrazi. Il pittore che lavorava indossando abiti griffati e si presentava alle inaugurazioni imbrattato di colore. Il musicista d’avanguardia che suonava con John Lurie e Vincent Gallo, il donnaiolo che andava a letto con Madonna, il compagno di strada di Keith Haring che una copertina del New York Times Magazine rese famoso come un divo… Fino all’eroinomane che a 27 anni perdeva i denti e dipingeva ossessivamente quei teschi tratti da un libro ricevuto da bambino, Grey’s Anatomy. «Racconteremo Basquiat attraverso la sua arte», dice Dieter Buchhart, il curatore della mostra di Basilea. «Esporremo più di cento opere, da quelle che esplorano il rapporto con l’identità nera, Famous Negro Athletes o Irony of Negro Policeman, fino agli ultimi lavori, con titoli inquietanti come Riding with Death». Sarà la mostra a svelare il suo mistero? Suzanne Mallouk, la coetanea che con Basquiat ebbe una tormentata storia d’amore conclusa da un catartico rogo dei suoi quadri, oggi è un’affermata psicologa con studio di fronte a Central Park, dove si occupa, guardacaso di dipendenze. «Jean-Michel era figlio di immigrati. Il padre, colto ma severo, apparteneva alla buona borghesia haitiana. La madre era portoricana. Lui non si riconobbe mai in un’identità culturale specifica: non si sentiva afroamericano. Però era l’unico artista nero di quella che allora chiamavamo the scene, la scena culturale underground. Quando arrivò il successo, molti criticarono come un vezzo il fatto che girasse in Cadillac con l’autista.

Ma la verità è che perfino all’apice della fama, perfino vestito con abiti da migliaia di dollari, doveva nascondersi mentre io fermavo il taxi per sperare di salirci. Sentì sempre lo sguardo razzista, lui che detestava essere considerato un artista nero e non semplicemente un artista. Ne ho parlato molto anche con Jennifer Goode e Kelle Inman, che furono le altre sue fidanzate importanti. No, all’epoca non eravamo amiche: ci siamo ritrovate su Facebook. L’esperienza unica avuta con lui ci unisce, come una sorta di parentela». Era dunque questo il motivo della sua leggendaria rabbia? E che dire dei dispetti ai danni dei collezionisti? Ricorda Kenny Scharf, l’artista che con Keith Haring fu a lungo compagno di strada di Jean-Michel Basquiat: «Lo imploravano di vendergli un disegno mentre lui li sbeffeggiava dalla finestra del suo studio, tirando loro addosso qualunque cosa gli capitasse fra le mani, dal caffè al colore. E quelli alzavano ancora l’offerta». «Alcuni collezionisti erano davvero insolenti», ricorda Nosei. «Consideravano le sue opere, e non solo le sue, alla stregua di trofei culturali da appendere sul camino. D’altronde, una volta portai Mick Jagger a vedere i suoi lavori. Basquiat era eccitatissimo, ma il leader dei Rolling Stones gli preferì un lavoro più classico di Carlo Maria Mariani». «Detestava i ricconi che arrivavano in studio commentando il suo lavoro con aggettivi come “primitivo”, “selvaggio”, “africano”», rincara la dose Fab 5 Freddy, il graffitista nero che, alla fine degli anni 70, decorava con gli spray i vagoni della metropolitana 5. Pioniere dell’hip hop, Fab nel 1979 presentò Basquiat a Debbie Harry, la cantante dei Blondie, che fu la prima a comprargli un lavoro per 200 dollari, e poi li volle entrambi in Rapture, il primo video rap ad andare in onda su Mtv. Oggi Freddy è tornato a dipingere e, nel suo studio a West Broadway, lavora a una serie di ritratti di pugili e lap dancer di colore, impreziositi da cristalli Swarovsky che, con certosina pazienza, tre assistenti appuntano su tela. «Era dura essere gli unici neri sulla scena. Non ci facevano entrare nei locali fin quando i nostri amici non uscivano gridando: Hey, questo è Basquiat, questo è Fab 5… Sono famosi!. A Jean-Michel piaceva la musica, e suonava con un gruppo d’avanguardia, i Grey. Amava il jazz: una volta dovevamo andare a un concerto di Miles Davis, e lui non si fece vedere. Alla fine del concerto io andai a stringere la mano a Miles e, quando glielo raccontai, Jean-Michel andò su tutte le furie: Fuck!. Ma era anche molto generoso. Con i primi guadagni invitò una dozzina di amici al John’s, un ristorante italiano sull’Undicesima. Alla fine strappò la tovaglia, ci scarabocchiò sopra e regalò a ciascuno un disegno. Fino a pochi giorni prima contavamo i centesimi per una birra e poi, boom! Jean-Michel era famoso».

Gia, boom. «Boom for real», ricorda Mallouk, «era la sua frase preferita da quando, per il suo gruppo, realizzò un loop di voci registrate in tv. Una era quella di un homeless scivolato sul ghiaccio che diceva “Fell on my ass, boom, for real!”, sono scivolato sul mio culo e boom, davvero. Da allora, quando qualcosa gli piaceva diceva così: “Boom!”». Anche il suo fu un vero boom: la meteora di un personaggio che la morte trasformò nell’icona di un’epoca. Merito anche del solito Andy Warhol. «Jean- Michel lo amava come un padre» racconta la sua ex, «ma credo che Andy, invece, avesse una cotta per lui: cercava sempre di vederlo da solo, mentre Jean-Michel voleva che tutti lo vedessero con Warhol». Per il mercato dell’arte, drogato dagli eccessi di Wall Street, Basquiat fu la gallina dalle uova d’oro. «Il successo», disse Keith Haring in un’intervista poco dopo la sua morte, «era diventato ingestibile: l’essere all’altezza della fama di enfant prodige, di ribelle, di celebrità, finì per travolgerlo». E se fosse sopravvissuto? Mallouk è certa di una sola cosa: Basquiat avrebbe gioito vedendo diventare Barack Obama presidente. «E credo che anche lui, con la sua ostinazione nel voler essere accettato, abbia contribuito a disegnare un’America capace di eleggere un nero alla Casa Bianca».

Europol, allarme per 24 nuove droghe "Numero record mai raggiunto prima"

(repubblica.it) Chimiche, psicoattive, "spice" ma soprattutto sintetiche. L'Osservatorio europeo passa in rassegna le nuove sostanze stupefacenti in commercio nel 2009, tutte individuate nel Nord d'Europa. Per allargare il mercato si escogitano nuove formule, e online l'Mda si spaccia per "concime" di GIULIA CERINO

Europol, allarme per 24 nuove droghe "Numero record mai<br />
raggiunto prima"

UN NUMERO record mai raggiunto prima. Sono ventiquattro le nuove sostanze stupefacenti apparse sul mercato nel solo 2009. Pasticche coloratissime o polveri cristalline. Chimiche, psicoattive o "spice". Tutte diverse ma rigorosamente sintetiche. Nove si fumano perché, anche se appartengono a quattro gruppi chimici differenti, sono composte da cannabinoidi. Le altre si assumono per bocca, come l'ecstasy. Le ultime due droghe, invece, sono a base di sostanze farmacologiche, quelle contenute nei classici medicinali. Denunciati dal sistema d'allerta dell'Unione europea, i nomi delle sostanze sono stati ufficialmente notificati nel 2009 all'Europol e appena pubblicati nel rapporto annuale dell'Osservatorio europeo delle droghe e dei tossicodipendenti (Oedt). Una rassegna, questa, che rivela numeri da capogiro: le sostanze stupefacenti individuate nel 2009 sono il doppio di quelle notificate nel 2008. L'allarme "chimico" è scattato soprattutto nel Nord Europa, dove le nuove droghe sintetiche vengono prodotte in maggiori quantità. In testa alla classifica la Danimarca e la Germania. Ad Oslo si compra e si vende il Metamfepramone, l'Etaqualone, il Ppp e il Tma-6. A Berlino va forte l'Odt, il Jwh-250 e tre tipologie di Cp 47. Segue la Finlandia "invasa" dall'3-Fma e dalla Pregabalin. In coda la Gran Bretagna, Paese in cui il commercio si "limita" all'Hu-210 e al'JWH-398. Agli ultimi posti, il Belgio, la Svezia e la Lituania. Disponibili in rete, queste bombe chimiche sono spesso smerciate come "legal high", vale a dire alternativa "legale" alla cocaina e all'ectasy. E anche le tecniche di marketing si rinnovano facendo spazio a nuove e ingannevoli strategie. Confezionate in barattoli con su scritto "Non per uso umano", le polverine bianche passano per "concime per piante", "sali da bagno" o  "materiali chimici di ricerca". Un modo, questo, per eludere i controlli della Polizia postale e abbattere le frontiere tra Paesi, allargando il commercio. Dalla Cina all'Italia.

 

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Cronico e recidivante chi ?

Ci sono concetti che, indipendentemente dal loro fondamento, possono essere di ostacolo per il trattamento delle dipendenze. Poniamoci una domanda: siamo proprio sicuri che la tossicodipendenza sia UNA malattia cronica e recidivante? Il mondo tecnico-scientifico, basandosi sull’evidenza sembrerebbe proprio rispondere di si al punto che difficilmente si esprime con una prognosi diversa quando, ad esempio, prende in cura un eroinomane. La stessa espressione che unisce il concetto di cronico e, quindi, proprio di una malattia che dura a lungo, con quello di recidivante, che presume ricadute, sembra lasciare … senza speranze.

Mi pare opportuno, tra l’altro, notare come, mentre cercavo le definizione di recidiva, per meglio argomentare questo articolo, ho trovato associate sul Sabatini Coletti due definizioni: 

recidiva [re-ci-dì-va] s.f.

·                     1 dir. Circostanza aggravante che consiste nella ripetizione di un reato per il quale si è già stati condannati

·                     2 med. Riacutizzazione di una malattia che era già in via di guarigione o ricomparsa di una malattia da cui si era già stati colpiti in precedenza SIN ricaduta

Ora, poiché assumere droghe è un illecito, diventa difficile non collegare i concetti di cronicità e recidiva non solo alla difficoltà di guarigione da una patologia, ma alla reiterazione di un illecito per cui la “condanna” e lo stigma sociale sono applicati automaticamente in concomitanza alla diagnosi.

Di conseguenza chi è diagnosticato tossicodipendente riceve automaticamente uno stigma e cioè un marchio indelebile che non è applicato ad altre forme patologiche. Per gli eroinomani, ad esempio, l’utilizzo di farmaci sostitutivi, si giustifica “scientificamente” non solo per l’effetto dello specifico farmaco sulla salute del soggetto ma anche sulla riduzione del comportamento illecito. La riduzione del comportamento illecito diventa, così, uno degli indici di successo di una terapia. Allo stesso modo viene valutata la “ritenzione in trattamento”. Poiché la patologia è per definizione cronica e recidivante e collegata a comportamenti illeciti, quanto più dura il trattamento … quanto meglio è.

Resta il fatto che l’atteggiamento sociale nei confronti degli eroinomani, per anni, è stato una atteggiamento di …condanna, da una parte e di etichettamento dall’altra e che i Servizi per le tossicodipendenze sono stati pensati originariamente come Servizi per eroinomani.

E’ interessante notare come oggi, essendo cambiato il mercato delle droghe assieme agli atteggiamenti di consumo delle stesse da parte della popolazione generale, l’espressione “tossicodipendente” (e lo stigma che ne deriva), difficilmente è applicato a chi usa sostanze lecite come alcol e tabacco (per cui si usano i termini di alcolista e tabagista) mentre rimane ambiguamente associato solo ai casi più gravi di uso di cannabis, cocaina, metamfetamine e ad altre droghe. Per queste sostanze, il cui uso in determinati ambiti è diventato socialmente tollerato, o, addirittura integrato, il concetto di possibile dipendenza, infatti, è messo in discussione oppure “attenuato” come dipendenza “parziale” (psicologica ma non fisica).  

La mia sensazione complessiva, pertanto, è che la definizione di tossicodipendenza, comprendente  quasi automaticamente il concetto di “cronico e recidivante”, sia stata istituzionalmente applicata con “maggiore intensità” soprattutto a chi la derivava da un comportamento illecito e, per questo, ritenuto deviante e con “minore intensità”  a chi, invece, aveva a che fare con consumi leciti e controllati fiscalmente dallo Stato con una situazione intermedia riservata all’uso di sostanze illecite in contesti di integrazione e tolleranza sociale. Il tutto potrebbe rimanere una mera constatazione sociologica o di costume se non avesse delle ripercussioni dirette sul sistema di cura ed anche sui processi preventivi. Per questi ultimi, infatti, l’ambiguità di intenti è evidente sin dal primo momento quando si parla di “prevenzione delle tossicodipendenze” quasi fosse solo la tossicodipendenza, e non altro, l’oggetto possibile e necessario della prevenzione di settore.

Ritornando alla cura, l’applicazione della diagnosi di tossicodipendenza, così come è intesa oggi, condiziona di per sé l’atteggiamento clinico terapeutico e l’organizzazione dei sistemi di intervento dedicati, dando per scontata una “cronicità” che, unita al concetto di recidività, può diventare, di fatto, una dichiarazione aprioristica di impossibilità di guarigione. Ciò è limitativo e condizionante in negativo.  Mantiene vivo un approccio al paziente che sembra più orientato a contenerlo e, forse, a proteggerlo istituzionalmente, più che a curarlo. Rende difficile, se non impossibile, l’intervento dedicato ad una categoria sempre più ampia ed in rapida crescita di persone che hanno problemi connessi all’uso di droghe, lecite ed illecite, (inquadrabili anche in diagnosi di dipendenza per singole sostanze) ma che non hanno alcuna intenzione di accettare una situazione di marginalità, di devianza o di cronicità e l’inclusione in programmi terapeutici indefiniti nei loro obiettivi specifici, nei loro risultati e nella loro durata.

Concludendo: sono convinto che un giorno anche gli attuali criteri diagnostici verranno rivisti e ci si accorgerà che l’abuso di sostanze e la dipendenza non si diversificano solo per i sintomi diagnosticabili e per il tipo di effetti collegabili alla droga assunta ma anche per gli intendimenti ed i significati che culturalmente e singolarmente vengono attribuiti ai sintomi ed agli effetti delle sostanze (compresi quelli negativi). Verrà, probabilmente, accettato un concetto di “diagnosi dinamica” di dipendenza per differenziarlo da quello attuale vincolato alla staticità ciclica connessa alla cronicità, alla recidiva ed al poco valore dato alla stadiazione (staging) della patologia ed alle sue implicazioni ri-abilitative.

Saranno proprio i pazienti che cercando atteggiamenti e risposte diverse dalla clinica e dal sistema di intervento e rifiutando la risposta indefinita, inglobante e rassicurante di poter rimanere in un ambito protetto (eventualmente anche farmacologicamente) per un tempo indefinito, provocheranno il cambiamento degli attuali modelli operativi del sistema di intervento, mettendone in discussione il significato. E’ una rivoluzione che è già cominciata. Sarà un bene per tutti anche se, purtroppo, incontrerà una serie di ostacoli in chi continuerà a voler credere che droga e tossicodipendenza siano sempre, e per tutti, “quelle di una volta”, che la clinica di questo settore debba avere inevitabilmente a che fare con il controllo sociale e che ogni investimento ulteriore sia inutile, proprio per la definizione di tossicodipendenza come patologia cronica e recidivante. 

 Riccardo C. Gatti 19.10.09 

 

http://www.droga.net/fuoco/Cronico%20e%20recidivante.htm

Basta con la SIAE!

a oggi, un hard disk nuovo costerà 30€ in più. Perché? Il Ministro Sandro Bondi ha firmato un decreto che estende il balzello SIAE dai CD a tutti i supporti digitali.

La SIAE è da tempo un parassita della società e della cultura italiane: è l'ora di farla finita.

Facciamo appello ai consumatori, perché quando possibile rinuncino all'acquisto di prodotti sui quali la SIAE fa la cresta:

  • Rivolgetevi a rivenditori online esteri (Ebay e altri) per l'acquisto di hardware
  • Scaricate illegalmente la musica. Se ritenete che compensare gli artisti sia doveroso, fatelo direttamente con donazioni.
  • Fotocopiate i libri di studio in copisterie che "chiudono un occhio".

Facciamo appello a gli autori di buon senso: musicisti, scrittori, artisti di ogni genere, perché cancellino oggi la loro iscrizione a un'organizzazione corporativa che senza alcuna base di rappresentanza riscuote ogni anno tasse per centinaia di milioni di euro, limitando così la ricerca culturale e l'innovazione tecnologica in Italia.

Facciamo appello alle forze politiche perché promuovano l'abolizione dell'ente inutile SIAE, o una sua radicale riorganizzazione.

Istat: cresce consumo di alcol fuori pasto

Pur rimanendo stabile il consumo di alcol, cambiano le abitudini degli italiani, che iniziano a preferirlo fuori dai pasti, assomigliando sempre di più ai nord europei

 

(newnotizie.it) In base ai dati dell’ISTAT su uso e abuso di alcol nel 2009, riguardanti un monitoraggio della popolazione italiana dopo gli undici anni, gli italiani avrebbero cambiato i tempi e le modalità di consumo di alcolici.

I dati vengono resi noti proprio in concomitanza con una ricerca italiana, presentata giorni fa all’Annual Meeting della American Association for Cancer Research, in base alla quale si è accertato il triplice legame tra l’elevato consumo di alcol, il rischio di tumori e l’invecchiamento, a causa dell’accorciamento dei telomeri, parti terminali dei cromosomi, responsabili della vita delle cellule.

 

Pur continuando a rimanere stabile l’assimilazione, inalterata nel corso degli ultimi dieci anni, cambiano le abitudini, che si fanno cattive come quelle dei nord europei: si esagera a bere fuori dai pasti e gli anziani sono più a rischio dei giovani.

Coloro che hanno superato i 65 anni infatti, sono i più esposti a causa dell’avanzare dell’età e della capacità dell’organismo di assimilare alcol. In totale sono 3 milioni e 17mila, gli anziani che esagerano con l’alcol, soprattutto vino a pranzo e cena.

Per quanto riguarda i giovani invece, questi dimostrano una pericolosa inclinazione verso il bere fuori pasto, a causa principalmente della nuova moda del “binge drinking“, non va inoltre dimenticato in questa statistica, il genere femminile, che sembra il più attratto dalla nuova abitudine dell’aperitivo.

Tra le donne infatti, il bere fuori pasto è aumentato del 23,6 per cento nell’arco di dieci anni,  a differenza dell’aumento negli uomini cresciuto solo fino al 6,2 per cento.

Inoltre cambiano i gusti: i giovani oltre al vino ed alla birra iniziano ad apprezzare molto anche aperitivi, amari e superalcolici, aumentati rispettivamente del 18,5 per cento tra 14-17 anni, del 12,3 per cento tra 18-24 anni e del 1,9 per cento tra 25-44 anni.

Va però detto che in Europa siamo tra i meno trasgressivi, l’Eurobarometro infatti ci informa che, l’Italia risulta uno dei paesi con minor numero di bevitori, di cui il 60 per cento beve sotto la media europea quantificabile in un 76 per cento, meglio di noi fa solo il Portogallo.

Se tra gli adulti sono diminuiti coloro che consumano giornalmente alcolici, si legge ancora nei dati Istat, crescono però i bevitori occasionali. E’ elevata inoltre la percentuale di giovani di età compresa tra 11 e 15 anni, che ammette di aver consumato una o più bevande alcoliche almeno una volta l’anno.

Giulia Di Trinca

Dhea, steroidi, cocaina ed Epo, il doping imperversa nello sport

http://periodicoitaliano.info//wp-content/uploads/doping-150x150.jpg(Periodico italiano) Ancora Epo, ancora doping ed ancora squalifiche. Questa volta però non si parla solo di ciclismo ma anche di atletica e baseball, sport in cui il doping imperversa da molti anni.

LASHAWN MERRITT 44”06 per mettersi al collo una medaglia d’oro a Berlino. Il velocista LaShawn Merritt, campione olimpico e del mondo dei 400 metri, è stato trovato positivo al dhea, uno steroide anabolizzante. I controlli incriminati sono ben tre, e per l’atleta è scattata immediatamente la sospensione temporanea, in attesa delle controanalisi. La carriera di Merritt, statunitense classe ‘86, era in continua ascesa e vantava già l’oro olimpico di Pechino nei 400m e 4×400 m, l’oro ai mondiali di Berlino e numerose altre vittorie di prestigio che l’avevano eletto a dominatore assoluto della specialità.

EDINSON VOLQUEZ Nel Baseball ci vuole forza fisica, muscoli potenti, insomma pane per i denti degli steroidi. Il businnes statunitense di questo sport è molto elevato, ma non troppo per nascondere tutti gli scandali. Edinson Volquez, lanciatore dominicano dei Cincinnati Reds, è infatti stato sospeso per ben 50 partite, dopo essere risultato positivo agli steroidi anabolizzanti. “Io non farò appello contro tale decisione – ha dichiarato Volquez – e so che devo accettare la responsabilità per questo errore, però voglio assicurare tutti che si tratta di un incidente isolato”. Parole che suonano come un’ammissione di colpa.

THOMAS FREI Quando si parla di doping, il ciclismo vuole sempre essere protagonista. E’ notizia di quest’oggi infatti, che Thomas Frei, atleta portacolori della BMC, è risultato positivo all’Epo. Dopo i casi di Alessandro Ballan e Mauro Santambrogio quindi, altre grane per la formazione del campione del mondo Cadel Evans. Ora la prassi prevede l’attesa delle analisi sul campione B, poi l’Uci, nel caso la positività venisse confermata, prenderà provvedimenti.

 

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NEW ADDICTIONS - LA POLITICA DELLA REGIONE TOSCANA

(retecedro.net) Si chiamano “dipendenze senza sostanza”, colpiscono soprattutto adolescenti e giovani, e sono le nuove droghe che vengono dal mondo del web e dei videogiochi.La diffusione e l’utilizzo del computer fra i ragazzi si attesta in Italia all’89,4%. Su cento ragazzi, 81 navigano abitualmente e 1 ragazzo su 10 spende soprattutto per acquistare videogiochi. Nel nostro Paese si contano all’incirca 10.000 casi di epilessia, il 3% dei quali causato dall’abuso di videogiochi, con una incidenza del 10% fra i ragazzi dai 7 ai 19 anni. I dettagli grafici sempre più definiti e ricercati dei nuovi giochi con le loro storie avvincenti trasportano il giocatore ad un tale livello di coinvolgimento da trasformarsi molto spesso in una vera a propria dipendenza da video. Ma il fenomeno emergente sembra essere la dipendenza da Internet.Volendo stimare il fenomeno in Italia, è possibile affermare che sul totale degli utilizzatori del web (circa 14 milioni), un milione e mezzo sono affetti da Iad Internet addiction disorder e circa tre milioni sono a rischio.Fra i principali effetti negativi della rete provocati da un uso distorto troviamo, oltre al gioco d’azzardo on line, le chat ad oltranza e l’eccessiva e distorta immedesimazione in giochi di ruolo che portano talvolta a veri e propri disturbi della personalità.Accanto alle nuove dipendenze, rimangono poi quelle “classiche”, droga, alcol, fumo, gioco d’azzardo, sempre più diffuse e invalidanti anche nel nostro Paese soprattutto fra i più giovani.I dati del Rapporto sulle tossicodipendenze in Italia evidenziano un incremento nel consumo di sostanze illegali e una riduzione della consapevolezza rispetto alla pericolosità delle droghe, in particolare tra i giovani. Anche in Toscana la situazione non è da sottovalutare e tutte le principali forme di dipendenza risultano in netto aumento, con l’unica nota positiva che un sempre maggior numero di persone in difficoltà si rivolge alle strutture pubbliche.La Regione Toscana intende raccogliere in un’unica legge le molte e diverse norme che regolano il settore con aggiornamenti in particolare in materia di organizzazione dei servizi pubblici e privati e di assistenza agli stranieri. A livello operativo, si prevede inoltre la realizzazione di nuovi centri finalizzati alla diagnosi, cura e recupero di abuso e dipendenza da nuove droghe (come cocaina, amfetamine, ecstasy ed altri psicostimolanti), di abuso di sostanze assunte a scopo di doping, e delle cosiddette dipendenze senza sostanze, quali il gioco d’azzardo patologico, le dipendenze da Internet e da videogiochi.Garantire un valido sostegno ai familiari ed attivare iniziative di informazione e sensibilizzazione dell’opinione pubblica saranno i compiti principali dei nuovi centri che lavoreranno in stretto contatto tra loro e con le strutture universitarie impegnate in attività di ricerca ed in eventuali sperimentazioni farmacologiche. Inoltre, la RegioneToscana e il CEART (il Coordinamento degli Enti Ausiliari della Regione Toscana) nel 2009 hanno formalizzato attraverso un protocollo d'intesa l’ impegno assunto in materia di prevenzione, cura e reinserimento sociale e lavorativo delle persone con problemi di dipendenze. Il protocollo prevede: rafforzamento del livello di integrazione tra servizi pubblici e privato sociale, maggiore attenzione all'evoluzione del consumo e dei tipi di dipendenze, necessità di individuare nuovi progetti e azioni di prevenzione, cura e contrasto, aggiornamento del sistema tariffario per i servizi residenziali e semi-residenziali. I cambiamenti in atto su questo versante, con l'affermarsi e l'emergere di dipendenze cosiddette 'nuove', ha reso necessario aggiornare l'impegno e consolidare il sistema integrato tra servizi pubblici e quelli del privato sociale. Il protocollo prevede un impegno congiunto per intensificare la formazione del personale degli enti ausiliari, lo sviluppo di attività di ricerca e l'adozione di progetti per rispondere all'evoluzione dei comportamenti, anche per quanto riguarda il trattamento, un'azione congiunta per definire proposte legislative nazionali sfruttando esperienze realizzate a livello territoriale. La Regione Toscana può contare su 41 Ser.t Servizi per le Tossicodipendenze, 40 equipe alcologiche (1 in ambito ospedaliero presso l'Azienda Ospedaliero Univesitaria di Careggi), 27 Centri Antifumo e 63 comunità terapeutiche sparse su tutto il territorio. Complessivamente sono 800 gli operatori presenti nei servizi pubblici.I Servizi pubblici per le tossicodipendenze realizzano gli interventi di prevenzione primaria, che hanno come target principale la popolazione giovanile, e con le istituzioni pubbliche (Comuni, Province, scuole, prefetture, questure, istituti penitenziari) e private (Enti ausiliari, cooperative sociali, volontariato, gruppi di mutuo-auto-aiuto) coinvolte nelle tematiche delle dipendenze. I Sert garantiscono un servizio di consulenza e assistenza specialistica, medica e psicologica, per ogni problema legato all'uso di alcool, tabacco, farmaci, droghe, nonché assistenza e consulenza per le problematiche cliniche-psicologiche correlate. Lo stesso vale per le nuove forme di dipendenza quali gioco d'azzardo, dipendenze da videogiochi, internet etc.Su http://www.regione.toscana.it/sociale/dipendenze è scaricabile il Testo del PROTOCOLLO D'INTESAPer avere informazioni sui servizi a disposizione chiamare il numero verde 800.39.40.88 oppure consultare il sito del Servizio Sanitario della Toscana alla pagina http://www.salute.toscana.it/cura/dipendenze.shtml 

Potenziale utilizzo della cannabis contro la dipendenza da droghe pesanti

Potenziale utilizzo della cannabis contro la dipendenza da droghe pesanti

La "teoria del passaggio", "gateway drug theory" in inglese, è un'ipotesi secondo la quale l'uso delle così dette "droghe leggere", coma la cannabis, in questo senso definite "sostanze di passaggio", porterebbe al rischio dell'utilizzo futuro di "droghe pesanti", ovvero di sostanze più pericolose come eroina e cocaina.In verità la teoria non poggia su di alcuna base scientifica inerente l'aspetto biologico, botanico, psicotropo o culturale delle piante e sostanze considerate "droghe" illegali; non è mai stata scoperta nessuna intrinseca proprietà nella cannabis che possa mettere in relazione la medesima o il suo consumo con sostanze di altra natura.Ad esempio, il governo americano sostiene che più di quattro americani su dieci abbiano fatto uso di cannabis, ma meno del due per cento hanno mai provato l'eroina.E in verità nuove ricerche starebbero ad indicare che per molte persone la cannabis potrebbe essere un potente 'farmaco d'uscita' per ridurre o cessare l'uso di alcool, oppiacei o altri stupefacenti.Uno studio pubblicato nel 2010 sull'Harm Reduction Journal dimostra che gli adulti iscritti ai programmi di trattamento per l'abuso di sostanze che utilizzano cannabis reagirebbero alle cure meglio od altrettanto rispetto ai non consumatori.Un'indagine pubblicata nel 2009 sull'Harm Reduction Journal ha permesso di constatare che il 40 per cento degli intervistati ha fatto uso di cannabis come sostituto dell'alcool, e che il 26 per cento ha utilizzato la pianta come sostituto di droghe pesanti.Uno studio del 2009 apparso sull'American Journal on Addictions riporta che l'uso moderato di cannabis comporta una migliore risposta al trattamento con naltrexone tra i consumatori di oppiacei in stato di disintossicazione in un programma ospedaliero di New York.Uno studio preclinico del 2009 pubblicato su Neuropsychopharmacology dimostra che la somministrazione orale di THC può essere utile nel trattamento della dipendenza da oppiacei.Sulla base  di questi e altri elementi di prova, studiosi dell'Harborside Health Center di Oakland, California, stanno sperimentando la cannabis nella lotta alla dipendenza da eroina, sigarette, alcool e altre sostanze, fra cui anche l'ossicodone.

 

http://moksha.splinder.com/post/22618479/potenziale-utilizzo-della-canna...

Studio USA: allucinogeni per la cura dell'ansia (in inglese)

Psychedelic trips aid anxiety treatments in study By MALCOLM RITTER, AP Science Writer Malcolm Ritter, Ap Science Writer – Fri Apr 23, 9:40 am ET 

NEW YORK – The big white pill was brought to her in an earthenware chalice. She'd already held hands with her two therapists and expressed her wishes for what it would help her do.

She swallowed it, lay on the couch with her eyes covered, and waited. And then it came.

"The world was made up of jewels and I was in a dome," she recalled. Surrounded by brilliant, kaleidoscopic colors, she saw the dome open up to admit "this most incredible luminescence that made everything even more beautiful."

Tears trickled down her face as she saw "how beautiful the world could actually be."

That's how Nicky Edlich, 67, began her first-ever trip on a psychedelic drug last year.

She says it has greatly helped her psychotherapeutic treatment for anxiety from her advanced ovarian cancer.

And for researchers, it was another small step toward showing that hallucinogenic drugs, famous but condemned in the 1960s, can one day help doctors treat conditions like cancer anxiety and post-traumatic stress disorder.

The New York University study Edlich participated in is among a handful now going on in the United States and elsewhere with drugs like LSD, MDMA (Ecstasy) and psilocybin, the main ingredient of "magic mushrooms." The work follows lines of research choked off four decades ago by the war on drugs. The research is still preliminary. But at least it's there.

"There is now more psychedelic research taking place in the world than at any time in the last 40 years," said Rick Doblin, executive director of the Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies, which funds some of the work. "We're at the end of the beginning of the renaissance."

He said that more than 1,200 people attended a conference in California last weekend on psychedelic science.

But doing the research is not easy, Doblin and others say, with government funders still leery and drug companies not interested in the compounds they can't patent. That pretty much leaves private donors.

"There's still a lot of resistance to it," said David Nichols, a Purdue University professor of medicinal chemistry and president of the Heffter Institute, which is supporting the NYU study. "The whole hippie thing in the 60s" and media coverage at the time "has kind of left a bad taste in the mouth of the public at large.

"When you tell people you're treating people with psychedelics, the first thing that comes to mind is Day-Glo art and tie-dyed shirts."

Nothing like that was in evidence the other day when Edlich revisited the room at NYU where she'd taken psilocybin. Landscape photos and abstract art hung on the walls, flowers and a bowl of fruit adorned a table near the window. At the foot of the couch lay an Oriental rug.

"The whole idea was to create a living room-like setting" that would be relaxing, said study leader Dr. Stephen Ross.

Edlich, whose cancer forced her to retire from teaching French at a private school, had plenty of reason to seek help through the NYU project. Several recurrences of her ovarian cancer had provoked fears about suffering and dying and how her death would affect her family. She felt "profound sadness that my life was going to be cut short." And she faced existential questions: Why live? What does it all mean? How can I go on?

"These things were in my head and I wanted them to take a back seat to living in the moment," she said. So when she heard NYU researchers speak about the project at her cancer support group, she was interested.

Psilocybin has been shown to invoke powerful spiritual experiences during the four to six hours it affects the brain. A study published in 2008, in fact, found that even 14 months after healthy volunteers had taken a single dose, most said they were still feeling and behaving better because of the experience. They also said the drug had produced one of the five most spiritually significant experiences they'd ever had.

Experts emphasize people shouldn't try psilocybin on their own because it can be harmful, sometimes causing bouts of anxiety and paranoia.

The NYU study is testing whether that drug experience can help with the nine months of psychotherapy each participant also gets.

The therapy seeks to help patients live fuller, richer lives with the time they have left.

Each study participant gets two drug-dose experiences, but only one of those involves psilocybin; the other is a placebo dose of niacin, which makes the face flush.

The homey NYU room where Edlich had been getting psychotherapy was the setting for her drug experiences. She had brought along photos of her son, grandchildren and partner. She met with two therapists she'd come to trust, knowing they would stay with her through her hours under the influence.

Taking the drug followed a ritual, including the chalice and the hand-holding, because ritual has been part of psilocybin's successful use for centuries by traditional cultures, said Ross, the lead researcher.

After swallowing the white pill, Edlich perused an art book for about a half-hour while waiting for the psilocybin to take effect. Then she lay on the couch with headphones and listened to music with eyeshades over her eyes.

After her vision of the brilliantly colored dome, Edlich went on to two more experiences involving parts of her life. She won't describe those much, even to friends. They "brought me profound sadness and profound grief" but also transformed her understanding of what was important to her in the areas of relationships and trusting, she says.

She sat up and talked with her psychotherapists about what had gone on. And after nine hours in that room, she went home and wrote 30 pages in a diary about what had happened. And she thought about it for weeks afterward.

Did the drug experience help?

It let her view the issues she was working on through a different lens, she said.

"I think it made me more aware of what was so important and what was making me either sad or depressed. I think it was revelatory."

All three people in the study so far felt better, with less general anxiety and fear of death, and greater acceptance of the dying process, Ross said. No major side effects have appeared. The project plans to enroll a total of 32 people.

Ross' work follows up on a small study at the University of California, Los Angeles; results haven't been published yet, but they too are encouraging, according to experts familiar with it.

Yet another study of psilocybin for cancer anxiety, at Johns Hopkins University, has treated 11 out of a planned 44 participants so far. Chief investigator Roland Griffiths said he suspected the results would fall in line with the UCLA work.

In interviews, some psychiatrists who work with cancer patients reacted coolly to the prospects of using psilocybin.

"I'm kind of curious about it," said Dr. Susan Block of the Dana-Farber Cancer Institute in Boston. She said it's an open question how helpful the drug experiences could be, and "I don't think it's ever going to be a widely used treatment."

Ross, meanwhile, thinks patients might benefit from more than one dose of the drug during the psychotherapy. The study permits only one dose, but all three participants asked for a second, he said.

Edlich said her single dose "brought me to a deeper place in my mind, that I would never have gone to ... I feel a second session would even take me to more important places.

"I would do it a second time in a New York minute."

 

Fonte: Yahoo news

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