Informazioni, esperienze e notizie sulle sostanze psicoattive. Pubblica anche tu.
Domande agli Operatori
Novità
Italia. Tribunale: esame urine non basta per condannare conducente
Le analisi delle urine non sono sufficienti a dimostrare quando sono state assunte le droghe. Per questo motivo, un genovese e' stato assolto dall'accusa di guida sotto effetto di stupefacenti. Il giovane era stato fermato un anno fa, dopo un tamponamento in via Gramsci. Sul posto era intervenuta la Polizia municipale che aveva notato un comportamento strano. Il genovese, secondo quanto riferito dagli agenti, era agitato e irrequieto. I militari decisero di mandarlo all'ospedale Galliera, per sottoporlo alle analisi delle urine. Le analisi risultarono positive ed il giovane venne condannato tramite decreto penale al ritiro della patente e a una multa di 5 mila euro. Il genovese decise di opporsi al decreto e durante il processo, tramite la consulenza del dottore Luigi Carlo Bottaro, dimostro' che le analisi delle urine non riescono ad indicare quando effettivamente siano state assunte le droghe. Notiziario Aduc
Raul Bova e i funghi
RAUL BOVA: "A BALI CHE ESPERIENZA CON I FUNGHI ALLUCINOGENI..."
“Guardi, è molto facile sniffare, fare il personaggio maledetto e, che ne so, andare con tutte le donne che capita. Ma collezionare storie di sesso, cosa che gratifica molto l’ego maschile, non porta lontano. Porta al fatto che, dopo qualche anno, ti ritroverai solo sul divano senza nessuno da abbracciare. Il sesso è una gran cosa ma la vita non è solo sesso: è amore, affetto, costruzione di un mondo privato e sereno. Io il mio ego l'ho sacrificato volentieri, perché credo nelle storie durature”. Un Raoul Bova impegnatissimo quello intervistato da 'Vanity Fair', finita la sua parentesi americana (“Dopo l'esperienza della serie tv "What About Brian" ho capito che insistere e poi trovarsi a fare la parodia dell'italiano non mi interessava. Certo, siamo tutti un po’ vittime del mito di Hollywood ma è un errore. Ci tornerò, se ci saranno le occasioni giuste. E poi non c'è solo l'America”) è di nuovo sul grande schermo con il film “Sbirri”, una docu–fiction in cui l’attore, che interpreta un giornalista, si “infiltra” tra i poliziotti della squadra antidroga: “All’inizio, io stesso ero scettico e aspettavo di vedere qualche loro passo falso. Ma poi ho capito. Quando arrestano il piccolo spacciatore e consumatore, sono i poliziotti i primi a rendersi conto che questi sono dei disperati, spesso gli ultimi anelli della catena di un sistema più grande di loro. Non c'è bisogno di usare le maniere forti. C’è bisogno di educazione, per combattere la droga” LA FESTA A BALI - Un mondo, quello dello sballo che l’attore in fondo conosce, ma da cui si è sempre tenuto alla larga: “Ne ho viste di tutti i colori, a feste e cene, nell'ambiente. Sui set, no: un attore "fatto" non rende. Ma, a parte una piccola debolezza per il vino, non sono attratto da nessuna sostanza che faccia perdere il controllo. Tantissimi anni fa, durante una vacanza a Bali, mi sono trovato a una festa dove cucinavano con dei funghi allucinogeni. Io mi ero tenuto a debita distanza ma poi, a un certo punto, ho sentito un calore pazzesco al braccio e ho pensato: "Ecco, mi hanno fregato, chissà che ho preso, che cosa mi sta succedendo, che paura". Poi, mi sono accorto che la manica della mia camicia stava prendendo fuoco da una candela ...”. COPPIA "CINEMATOGRAFICA" - Con la moglie, Chiara Giordano, “condivide” due figli e la vita professionale: “Chiara ha una grande cultura cinematografica, eccellenti intuizioni, tra cui questa di “Sbirri”, che è merito suo. Siamo diversi, lei è milanese, ha frequentato la scuola tedesca, è molto precisa, io magari sono più superficiale e accomodante. Per questo ci siamo divisi i compiti in modo netto, lei si occupa della parte operativa, io faccio solo l'attore”, e hanno smesso di portare il lavoro a casa: “Abbiamo smesso. Perchè era sempre fonte di incomprensioni. Lavorare insieme è un rischio, consuma la coppia, ti porta a litigare su cose per le quali altrimenti non litirigheresti”. Come fonte di incomprensione è cercare di comprare l’attenzione dei figli: “A me capita, è capitato. Io faccio un lavoro che mi porta a stare lontano, anche lontanissimo e per lunghi periodi. E’ un lavoro privilegiato ma, agli occhi di un bambino, un'assenza è un'assenza. Il problema vero è che quando rientriamo a casa, spesso, noi uomini ci sentiamo degli estranei all'interno della nostra famiglia. Allora, cerchiamo di "comprare" l'attenzione dei figli rompendo delle regole che la madre ha faticosamente instaurato mentre tu non c'eri. Questo può portare a tensioni pazzesche”, ma la cosa più importante è non perdere mai il contatto con la realtà: “Ci sono dei momenti in cui ti senti un supereroe: gli altri te lo fanno credere. Ma si fa in fretta a capire che e tutto molto aleatorio. Pero io ho un enorme rispetto per i fan, sono stato fan anch’io. Una volta, una decina d'anni fa, avevo appena finito di girare “Ultimo”, conobbi un cantante italiano, famoso, che mi piaceva molto. Gli dissi che le sue canzoni mi avevano ispirato, che avevo una grande ammirazione per la sua musica. mi disse: "Non ho tempo" e si giro dall'altra parte. Ci sono rimasto di merda. Da quel momento, ho giurato a me stesso che per i miei fan, non avrò mai una giornata storta. Ogni autografo che non firmi è un sogno che uccidi”.
http://www.leggonline.it/articolo.php?id=17546
Alcolismo e dipendenza nei luoghi di lavoro
Alcol e droga potrebbero essere responsabili del 47% degli infortuni di lavoro. Un approfondimento sulla normativa italiana, le criticità e le opportunità offerte in merito alla prevenzione e alla diffusione di gruppi di auto-aiuto
Sul Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia di gennaio/marzo 2008 è apparso un approfondimento che affronta il problema dell’alcolismo e della tossicodipendenza nei luoghi di lavoro affrontando le criticità della normativa italiana e le opportunità che si possono trarre dal nuovo quadro normativo.
Stiamo parlando di “Alcolismo e tossicodipendenza in ambiente lavorativo”, scritto da G.Vittadini (U.O. Riabilitazione Alcologica, Fondazione “S. Maugeri”, Clinica del Lavoro e della Riabilitazione, IRCCS, Istituto Scientifico di Pavia) e A. Lanfranco (Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro, Università degli Studi di Pavia). Questo documento ricorda che l’alcolismo e la tossicodipendenza “costituiscono da sempre un problema importante ma poco conosciuto e considerato in ambito lavorativo”, benché tali comportamenti rappresentino “una delle principali cause di infortunio professionale” e siano responsabili “dell’emarginazione di numerosi soggetti dal mondo del lavoro”.Riguardo ai dati sul consumo di sostanze psicotrope, il documento ricorda che una delle fonti più attendibili, il National Household on Drug Abuse, “calcola in circa l’8% l’uso di droghe illecite ed in circa il 4,5% l’abuso alcolico nei cittadini americani di età compresa fra i 18 ed i 65 anni, ovvero nella popolazione lavorativa”.È dunque evidente come questo consumo si ripercuota anche nell’ambito lavorativo. In Italia alcune norme di legge, come il DPR 309/90 e la Legge Quadro 125/2001, con i successivi decreti attuativi, “hanno affrontato la questione, evidenziandone l’estrema complessità, tanto che permangono, ancora oggi, diversi nodi da sciogliere dal punto di vista organizzativo e medico-legale”.Nel marzo 2006 veniva pubblicato il provvedimento di individuazione delle attività lavorative per cui era fatto divieto di utilizzo di bevande alcoliche e nell’ottobre 2007 l’elenco delle attività lavorative che ricadevano sotto la potestà del DPR n. 309, “facendo carico, in entrambi i casi, della sorveglianza i Medici Competenti (quindi le aziende) in prima istanza e, in seconda battuta, i Servizi di Medicina del Lavoro ed i SER.D delle varie ASL”.Rispetto a questi elenchi e seguendo quanto indicato in passato dal lavoro di Chiaravalli e coll. (“Alcol e lavoro: un commento etico-deontologico-giuridico della recente normativa”, Med Lav 2007), è possibile affermare che: - “non è chiaro da cosa derivi la decisione di effettuare controlli solo su alcune categorie e non su altre”; - “poco o nulla i riferimenti legislativi esplicitano in termini di procedure, tempistiche e modalità di esecuzione degli accertamenti, nonché sui criteri di valutazione dei medesimi con la conseguente formulazione di un giudizio di idoneità o non idoneità alla mansione”; - “poco o nulla viene detto sul comportamento da tenere di fronte ad un rifiuto del lavoratore a sottoporsi ai test”.Il documento continua ricordando che “negli ultimi decenni l’attenzione della Medicina e della Psicologia del Lavoro si è progressivamente incentrata sul rapporto tra attività professionale e vita privata del lavoratore, prendendo inevitabilmente in considerazione il problema dell’abuso di sostanze psicoattive”.Ad esempio nei Paesi anglosassoni sono stati avviati “programmi di assistenza ai lavoratori a tutto campo, gli EAPs (Employee Assistance Programs), nell’ambito dei quali uno dei servizi preminenti è costituito dal supporto a soggetti alcolisti e tossicodipendenti”.Tornando tuttavia all’Italia, la normativa nazionale, malgrado le “complicazioni sia di tipo organizzativo sia di tipo legale”, dovrebbe portare alcuni benefici innegabili ma modesti. Il più immediato e non meno importante sarà quello di “costringere lavoratori, datori di lavoro, medici e psicologi del lavoro ad ammettere che il problema esiste e non è marginale”.Non dimentichiamo, tra l’altro, che l’uso di sostanze psicoattive “è, probabilmente, uno dei maggiori responsabili” degli infortuni sul lavoro.Anzi secondo alcuni studi alcol e droga sarebbero responsabili addirittura del 47% degli infortuni (Bernstein M, Mahoney J., “Management perspectives on alcoholism. The employer’s stake in alcoholism treatment”, Occup Med 1989).In questa situazione dalle indicazioni normative si potrebbe “ottenere molto di più, a patto che si parta da alcuni presupposti”.Presupposto principale è la constatazione che la nostra società è una società con “tendenze all’iperconsumo”, al “soddisfacimento immediato anche dei desideri più banali, dietro il quale non si scorge nessun giudizio critico, elaborazione simbolica, significato”. È una società tossicofilica, una società in cui è in corso un dibattito in merito all’uso di alcuni farmaci “per migliorare, almeno per un certo lasso di tempo, la memoria e la concentrazione anche di individui sani”. Miglioramento che alcuni “sostengono trattarsi di una nuova forma di doping, mentre altri ritengono non solo ammissibile ma addirittura auspicabile”.Insomma “ci si trova a combattere la droga in modo meccanico, con i test biochimici, in una realtà (quella lavorativa) che basa la sua filosofia di vita” su un comportamento “drogato”.Le restrizioni ed i controlli indicate dalla legge aprono tuttavia la via a due grandi opportunità: l’uso di una prevenzione mirata e la diffusione dei gruppi di auto-mutuo aiuto.Insomma, conclude l’intervento, “l’onesto ma contorto e, a volte, contraddittorio labirinto delle nuove normative potrebbe forse diventare l’opportunità per un più interessante ripensamento di un problema antico ma sempre più attuale”.Ricordiamo infine che recentemente la Regione Lombardia ha diramato le prime "indicazioni operative in ordine all’applicazione delle procedure per gli accertamenti sanitari di assenza di tossicodipendenza o di assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope in lavoratori addetti a mansioni che comportano particolari rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute di terzi", secondo quanto definito nel Provvedimento 30 ottobre 2007 e nell’Accordo Stato-Regioni-Provincie autonome 18 settembre 2008. “Alcolismo e tossicodipendenza in ambiente lavorativo”, G.Vittadini (U.O. Riabilitazione Alcologica, Fondazione “S. Maugeri”, Clinica del Lavoro e della Riabilitazione, IRCCS, Istituto Scientifico di Pavia) e A. Lanfranco (Scuola di Specializzazione in Medicina del lavoro, Università degli Studi di Pavia), sul Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia, VOLUME XXX - N. 1/Suppl.A – Psicologia, A39-A43 (formato PDF, 76 kB).
di Tiziano Menduto
Fonte: Punto Sicuro
Gli effetti dannosi dell’ecstasy: nuova rassegna sistematica
Quali sono gli effetti dannosi a scapito della salute derivante dall’uso di ecstasy? Un’aggiornata rassegna sistematica della letteratura medica sugli effetti dell’uso ricreazionale di ecstasy evidenzia l’insorgere di significativi deficit delle funzioni neuro cognitive, in particolare la memoria verbale immediata e differita, e un’aumentata manifestazione di sintomi psicopatologici. I risultati degli studi esaminati, categorizzati in tre diversi livelli di significatività, rivelano come gli utilizzatori di ecstasy presentino deficit significativi nei processi di attenzione, memoria, velocità psicomotoria, nelle funzioni esecutive. L’uso di ecstasy influirebbe inoltre sulla memoria verbale, rendendo difficoltosa la rievocazione immediata o differita nel tempo di vocaboli. Compiti sperimentali finalizzati a valutare la memoria visiva e verbale, la working memory, i processi di attenzione, le funzioni esecutive, l’organizzazione percettiva, i livelli di depressione, di ansia e di impulsività, dimostrano che i rendimenti dei consumatori di ecstasy sono significativamente peggiori di quelli del gruppo di controllo, ma anche dei consumatori di altre sostanze illegali. Inoltre non emergono differenze significative rispetto ai deficit che colpiscono i consumatori di ecstasy rispetto agli ex-consumatori. Studi retrospettivi basati sui dati dei pronto soccorso restituiscono un tasso di mortalità che oscilla tra lo 0-2% per ricoveri correlati all’uso di ecstasy. Le principali sintomatologie riscontrate causa di morte sono l’ipertermia e l’iponatremia, anche se i decessi a seguito d’assunzione sono rari e isolati. Il programma Health Technology Assessment (HTA), parte dell’Istituto Nazionale di Ricerca per la salute pubblica del Regno Unito, valuta l’impatto, l’efficacia e i costi dell’impiego di tecnologie in ambito sanitario per la promozione della salute, la prevenzione e il trattamento delle malattie, la riabilitazione e l’assistenza nel lungo periodo. Staff Dronet, http://sardegna.dronet.org/comunicazioni/res_news.php?id=1685
Giovani e "sballo": ricerca a Parma
Caterina Zanirato La droga è sempre esistita. Ma se negli anni '70 i giovani usavano sostanze stupefacenti per un ideale «sovversivo», politicamente contro il sistema, oggi lo fanno per puro divertimento. Ma soprattutto senza vergogna e senza sensi di colpa: nessuno teme più di essere giudicato per aver fumato una canna o aver fatto un tiro di coca. Anzi, ormai è diventato un comportamento socialmente approvato. Lo studio condotto da Simone Bertacca, psichiatra responsabile del centro studi Farmatossico dipendenze di Parma, e Giovanni Michelini, dottorando al dipartimento di Psicologia dell’Università di Parma, ha dimostrato proprio questo: su 1.292 ragazzi intervistati nelle scuole superiori parmigiane, nessuno ha dichiarato di sentirsi in colpa per aver fatto uso di sostanze che alterano il comportamento. I risultati emersi parlano da sé: alcol, sigarette e droga sono molto diffusi. Il contatto, in media, avviene tra i 14 e i 15 anni. «In genere l’abuso di queste sostanze dura per circa 10 anni - spiega Bertacca -. Poi, attorno ai 25, si abbandona questa “abitudine”. Sottovalutando però i danni permanenti ». I ragazzi ascoltati hanno dai 15 ai 22 anni, sono in maggioranza femmine e vivono in famiglia. «L'80% beve alcolici, il 50% fuma, il 50% fuma cannabis, l’11% ha tirato di cocaina, il 4% ha fatto uso di ecstasy e l’1% di eroina - spiega Michelini -. L’età di inizio si è abbassata: va dai 14 ai 16 anni. Non c'è molta differenza tra uomini e donne: solo sugli spinelli i ragazzi sono i maggiori consumatori, per il 56% dei casi. L’alcol viene usato anche in famiglia, soprattutto vino o birra: il 20% beve in casa. In genere, durante la settimana sono tranquilli, mentre “abusano” nel weekend: il 18% dei giovani ha dichiarato di sbronzarsi almeno una volta al mese, il 9% più volte a settimana». Lo studio chiedeva ai giovani, sia a chi usa sostanze sia a chi non le usa, di associare a ogni sostanza una sensazione: solo all’ecstasy è stata associata l’emozione di “paura”, mentre per tutte le altre, anche l’eroina, gli aggettivi scelti erano tutti positivi. I più diffusi sono stati “euforia”, “allegria”, “relax”, “eccitazione”. «Nessuno ha barrato la casella “vergogna” - spiega Michelini -. E nessuno ha dichiarato che smettendo l’assunzione di una di queste sostanze aumenterebbe la stima che la società nutre in lui». Scarsa percezione di rischio anche nei rapporti sessuali: «Il primo rapporto lo hanno a 15 anni - spiega Michelini -. Il 40% ha rapporti occasionali, il 30% ha rapporti non protetti e solo il 20% avverte il rischio di contrarre malattie».
Fonte: Gazzetta di Parma
Droga e sicurezza, a Vancouver un patto con la città
Vancouver, città canadese della Columbia britannica, ha scelto negli ultimi anni di implementare in maniera decisa le politiche di riduzione del danno. Il modello Vancouver si presenta come un insieme di interventi integrati e di azioni innovative che, dopo una fase di sperimentazione, sono entrate a regime per completare il sistema di presa in carico. Se ne è discusso di recente a Bologna in un seminario organizzato dalla Regione Emilia-Romagna, dall'Ausl di Forlì e da Itaca Italia: l'esperienza canadese è stata illustrata da Michael Krausz, docente di psichiatria, epidemiologia e salute pubblica all'Università della British Columbia, trasferitosi da Amburgo a Vancouver, dove è responsabile delle strategie di riduzione del danno.
Vancouver è una città «giovane», con una forte dinamica multiculturale e con problemi di uso di droghe piuttosto rilevanti. Fra questi, sono da ricordare un diffuso uso di stimolanti; una presenza notevole di consumo per via endovenosa con fenomeni di «scene di droga all'aperto» (open scenes); un coinvolgimento piuttosto esteso dei natives (i gruppi etnici originari), una presenza crescente di homeless e di persone senza mezzi di sopravvivenza. Una situazione critica, quindi, nella quale il consumo di oppiacei è ancora molto importante: da qui la scelta di creare una rete di bassa soglia, favorita dagli ampi spazi di autonomia amministrativa di cui gode il governo locale, pur se con una disponibilità finanziaria piuttosto limitata.
Il sistema di interventi coinvolge diversi attori istituzionali (autorità cittadine, forze dell'ordine, istituzioni sanitarie e sociali ) che hanno stilato un «patto con la città»: con la promessa, peraltro mantenuta, alla cittadinanza di ridurre i rischi per la salute pubblica. In questo contesto, le forze locali di polizia basano il loro intervento su un'alta dose di pragmatismo e, invece di concentrarsi sul contrasto al consumo, sono molto impegnate contro il narcotraffico e lo spaccio grande e medio.
La gamma di interventi include molte azioni tipiche e conosciute, quali: lo scambio di siringhe, l'offerta di prestazioni sociali, la tutela della salute fisica dei consumatori e altri interventi di carattere psicologico e sociale per chi vuole intraprendere un percorso di cura.
A Vancouver è attiva anche una sperimentazione di prescrizione medicalmente assistita di eroina, che Krausz ed il suo gruppo hanno mutuato dalle esperienze (soprattutto tedesche, ma anche svizzere, britanniche, spagnole e olandesi): i trattamenti con eroina sono diretti ad un gruppo limitato di consumatori di oppiacei con precise caratteristiche. Inoltre, è stata aperta da più di tre anni una «stanza del consumo» (SIS, Safe Injecting Site), che garantisce minori rischi nell'uso iniettivo ai soggetti che la frequentano. Diverse centinaia di consumatori transitano per i locali della SIS, che ha ormai superato la fase della sperimentazione e, grazie ai risultati positivi, è entrata ormai a regime. La «stanza del consumo» di Vancouver è l'unica nel suo genere in tutto il continente americano.
Dall'esperienza canadese, si ricava l'importanza - sottolineata da Krausz - di un sistema che si adatti alle esigenze dei consumatori e che sia capace di dare risposte valide iniziando dalle problematiche di base (le emergenze ed i rischi legati al consumo), per passare poi ai bisogni medici, a quelli sociali (alloggio, lavoro), a quelli in campo psichiatrico. Il tutto con uno sforzo costante di inclusione verso istituzioni e competenze professionali diverse: ospedali, medici di base, servizi sociali.
C'è da chiedersi come sia stato possibile attivare servizi come le SIS o i trattamenti con eroina in presenza dei vincoli legislativi. La legge canadese permette comunque le eccezioni legate alla ricerca ed alla sperimentazione e il tutto è stato condotto senza eccessivo rumore. Quanto alle risorse, anche a Vancouver i fondi scarseggiano: l'opzione è perciò di spendere bene ciò che si ha a disposizione.
In Italia perfino il termine riduzione del danno è oggetto di censura, come si è visto alla conferenza di Trieste: proprio per questo le occasioni di scambio con esperienze internazionali si rivelano preziose, mentre è auspicabile che cresca un forte coordinamento degli interventi a livello nazionale.
di Maurizio Coletti
http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/argomenti/numero/20090408/pagina/...
Nelle scuole un ragazzo su dieci usa psicofarmaci
ROMA Ragazzi di vetro. Che chiedono aiuto agli psicofarmaci in una corsa ossessiva al faidate. Per placare l’angoscia, dovuta spesso ai risultati scolastici scadenti, o perché, moderni alchimisti, hanno imparato a mescolare le sostanze all’alcol e alle droghe e a trovare un fugace divertimento che li faccia sentire per qualche ora «al massimo» e competitivi. Il rapporto annuale Espad (European School Project on Alcool and Other Drugs), progetto europeo di indagini sull’uso di alcol, droga e sostanze psicoattive nelle scuole, curato per la parte italiana dall’Istituto di fisiologia clinica del Cnr di Pisa, ha misurato la portata del fenomeno. In Italia, un adolescente su dieci utilizza impropriamente psicofarmaci. La ricerca ha indagato nel dettaglio le abitudini dei ragazzi tra i 15 e 16 anni in 35 Paesi europei. «Lo studio - spiega Sabrina Molinaro, ricercatrice dell’Istituto - indaga non solo l’uso di psicofarmaci, ma anche quello di sostanze illegali e alcol. Ma mentre i numeri riferiti a droghe e alcol si mantengono più o meno costanti, stupisce e allarma l’aumento del ricorso senza ricetta a sostanze psicoattive: dal 6 per cento del 2003 al 10 per cento di oggi». La media europea è invece attestata sul 6 per cento. C’è poi anche una leggera crescita, dell’1 per cento, degli studenti che riferiscono di consumare alcol insieme con questi medicinali. «In particolare - precisa la dottoressa Molinaro - emerge che a fare uso di psicofarmaci sono più le ragazze (13 per cento) rispetto ai ragazzi (7 per cento)». Quali prodotti preferiscono? E dove riescono a procurarseli? Spesso nell’armadietto di casa, visto che il consumo di queste sostanze in Italia è in crescita. Ma anche attraverso internet. «La cosa che stupisce - continua la dottoressa Molinaro - è che i giovani dichiarano di sapere a che cosa servano i farmaci e cercano prodotti per l’insonnia, per regolare l'umore (antidepressivi), per l'iperattività (inclusi vari anfetaminici). L'8 per cento degli studenti dice di averne fatto uso una volta negli ultimi dodici mesi, il 4 per cento almeno una volta negli ultimi 30 giorni e ben l’1 per cento ammette di averne consumati almeno 20 volte nell'ultimo mese». Una generazione di insonni e depressi? «Non sempre i farmaci vengono usati secondo prescrizione. Spesso sono assunti per scopi ludici, per avere effetti particolari». I dati del rapporto del Cnr confermano che il consumo di psicofarmaci tra i ragazzi è più frequente quando c’è un rapporto conflittuale con genitori e insegnanti, oppure quando gli studenti hanno un rendimento scolastico insufficiente. Che cosa rischia la loro salute? Enrico Malizia, professore di farmacologia all’Università La Sapienza di Roma, mette l’accento sulla potenziale gravità della situazione: «Il cervello di organismi in via di sviluppo, come può essere quello di un quindicenne, non è ancora formato: il danno tossicologico acuto sul sistema nervoso centrale è certo, inoltre questo tipo di molecole rischia di dare dipendenza». Emilia Costa, professore emerito di psichiatria dello stesso ateneo e primario di psicofarmacologia, aggiunge: «E’ davvero un dato sconvolgente. Questo significa che il dieci per cento dei nostri giovani ha problemi irrisolti e che prova un senso di inadeguatezza nei confronti delle difficoltà della vita. Dobbiamo indagare nel profondo. Questi ragazzi si sentono già anziani e hanno bisogno di supporti artificiali dall’esterno che li sorreggano». «Giù le Mani dai Bambini», il più rappresentativo comitato italiano per la farmacovigilanza pediatrica, punta il dito contro le istituzioni di controllo sanitario. «Da tempo - dichiara il portavoce Luca Poma - monitoriamo con crescente preoccupazione la situazione dell’uso e abuso di psicofarmaci in Italia, ma per Istituto Superiore di Sanità e l’Agenzia Italiana del Farmaco era tutto sotto controllo. I dati dimostrano che sbagliavano nel ridimensionare un fenomeno che invece risulta in espansione».
DANIELA DANIELE, La Stampa
Cannabis. Preside rinviato a giudizio per aver detto che non fa male.
Notiziario Aduc. Il preside di un liceo e' stato rinviato a giudizio dal tribunale di Trani per istigazione all'uso di stupefacenti: aveva detto ad una classe del quinto anno che non vi sono prove scientifiche sulla nocivita' della cannabis e sul fatto che crei dipendenza anche a lungo termine. I fatti descritti dall'accusa spiegano che il preside avrebbe espresso parere favorevole alla legalizzazione della cannabis. Il tutto mentre i carabinieri stavano facendo una lezione sui cosiddetti effetti devastanti della marijuana. Siamo alla follia censoria, contro la liberta' di insegnamento, di espressione e di informazione. Non potrebbe essere diversamente, visto che la politica e l'informazione sulle droghe e' lasciata quasi esclusivamente in mano a militari e poliziotti, piuttosto che a scienziati e medici. Quello che ha detto il preside lo difendiamo e se questa follia censoria fosse applicata alla lettera, anche siti Internet come il nostro, dove facciamo informazione quotidiana sulle droghe, dovrebbero essere denunciati per "istigazione al consumo": chiediamo, e da anni ci adoperiamo, per la legalizzazione della marijuana, ritenendo che la proibizione provochi maggiori danni di quanto le sostanze possano mai infliggere. Gli unici effetti nocivi individuati dagli oltre 17mila studi sulla marijuana, riguardano la salute neuropsichiatrica degli adolescenti, ma anche in questo caso non e' scientificamente dimostrato quanto la sostanza sia causa oppure solo fattore scatenante di una patologia gia' esistente. Ricordiamo anche che tabacco e alcool -sostanze legali- creano maggiore dipendenza della marijuana e producono nel mondo circa 4 milioni di vittime ogni anno, mentre non si registrano decessi per cannabis. Cio' che e' stato scientificamente e statisticamente dimostrato, e' che militari e poliziotti non dovrebbero fare informazione sugli stupefacenti nelle scuole, perche' provocano risultati contrari a quelli auspicati. Un enorme programma statunitense basato proprio sulle lezioni di poliziotti (il D.A.R.E.), non solo non ha dato risultati positivi nelle migliaia di scuole dove e' stato attuato, ma addirittura ha spinto i soggetti piu' curiosi e vulnerabili a provare droghe nuove. Insomma, da denunciare per istigazione al consumo sono i carabinieri e i poliziotti che vanno a pontificare nelle scuole e quei politici che ce li mandano.
Thc e Tumori
Amsterdam il paradiso in trincea
La stagione degli omicidi politici non ha sepolto la tolleranza:
l'Olanda difende il suo sogno
di MARIO BAUDINO
I coffee-shop sono ancora là, simbolo dell’Olanda antiproibizionista. Sembrava fosse suonata l’ora della fine, ma si è trovato un compromesso: hanno chiuso i battenti quelli posti in un certo raggio (alcune centinaia di metri) dalle scuole, e mentre andava in vigore, come in tutta Europa, il divieto di fumare nei locali pubblici, qui l’hanno interpretato alla lettera, come divieto di tabacco. Il risultato è che nei mille baretti tra i canali si consuma solo marijuana purissima, e se qualcuno si sente male - capita soprattutto ai turisti - viene fatto accomodare su uno sgabello in strada, con un bibita dolce per alzare gli zuccheri. Nessuno ci fa caso. I coffee-shop non sono certo un problema. «Siamo una trincea della tolleranza», scherza Margriet de Moor, di cui Neri Pozza, dopo Sonata a Kreutzer, ha appena pubblicato Mareggiata, un romanzo di amori e turbamenti ambientato nel 1953, quando coste e isole vennero squassate da una terribile inondazione.
«Vivere sei metri sotto il mare - aggiunge - cambia molto la prospettiva con cui si guarda alle cose». La De Moor, scrittrice di successo, tradotta in più di 20 Paesi, non è la sola a pensare che nei «Paesi Bassi», appunto, le priorità nel campo delle inquietudini siano diverse. Anche il più noto autore olandese, Cees Nooteboom, che si divide fra Amsterdam e la Spagna, è da tempo convinto che gli episodi di violenza come l’assassinio del leader populista Pim Fortuyn (nel maggio 2002) e quello del regista Theo Van Gogh (novembre 2004) restino fatti isolati. In un caso la mano omicida era olandese, nell’altro si trattava di due fanatici islamici. «Ma da allora non è più successo nulla di nulla», commenta tra una bevuta e l’altra nell’affollatissimo pub degli scrittori, sulla piazzetta dello Spui dove si affacciano le grandi librerie e l’Università.
Non sono chiacchiere da bar: qui gli intellettuali sono molto ascoltati, molto letti, persino coccolati: su una popolazione di 15 milioni di abitanti, molti di loro riescono a vendere tra le 60 e le 100 mila copie, che è tantissimo. E poi, spesso per il tramite del successo in Germania, dilagano per il mondo. Veglia su di loro la Nlpvf, Fondazione per la «produzione e traduzione» della cultura olandese, che non manca un festival o una fiera, da Abu Dhabi alla Cina, e con un budget annuo di 3 milioni e mezzo riesce a «spingere» da 220 a 240 titoli all’anno. L’Olanda è piccola e sovraffollata, l’orizzonte è il mondo. «La nostra cultura, non dimentichiamolo, è mercantile - dice ancora la De Moor - il che significa pragmatismo e affidabilità». E viaggi. «E accoglienza: il porto di Amsterdam nel ’600 era aperto a tutti, la città lo è ancora. Sostanzialmente senza problemi».
La lezione di Fortuyn è anzi servita, perché dopo la sua morte è diventato «politicamente corretto» affrontare argomenti che prima facevano scandalo. «È finita l’epoca dell’accoglienza indiscriminata, ma non dell’accoglienza. È vero, non si parla che di musulmani, e chi vive nei quartieri poveri si confronta direttamente con loro come in tutta Europa, tant’è che Geert Wilders, il nuovo leader populista, ha un consenso crescente. Possiamo chiederci che cosa succederà nel futuro. Gli olandesi restano però un popolo pragmatico e ragionevole». Margriet de Moor ha un solo rimpianto. Sente molto la mancanza di Ayaan Hirsi Ali, la giovane donna somala autrice di Non sottomessa (Einaudi), dell’autobiografia Infedele e del romanzo apologo Se Dio non vuole (entrambi tradotti da Rizzoli), oltre che sceneggiatrice del film di Theo Van Gogh, quello che gli costò la vita. Era deputata al parlamento, ma venne privata della cittadinanza perché quando aveva cercato rifugio in Olanda aveva dato informazioni inesatte sulla sua condizione di profuga. «Con la sua battaglia contro l’Islam patriarcale poteva essere la Martin Lutero dei musulmani europei. Non è stata cacciata, ha scelto l’America. Pensava di avere più possibilità oltre Oceano». Forse perché sei metri sotto il mare sono troppi? «No, a noi vanno benissimo: anzi, sono una trincea».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200903articoli/42380...
sequestro all’aeroporto, il corriere della droga è della Lega Nord
La coppia era arrivata giovedì scorso all'aeroporto di Agno con un volo proveniente da Zurigo. Il piccolo scalo luganese è molto apprezzato dai viaggiatori per la brevità dei tempi di imbarco e sbarco. Il parcheggio poi è a due passi e Lugano a una manciata di chilometri. Velocità di imbarco e sbarco però non sono sinonimo di mancanza di controlli doganali.
La droga in vaschette di carne - La coppia di italiani provenienti dal Brasile, tra i 40 e i 50 anni, sono infatti incappati in un controllo, effettuato dalle guardie di confine. Otto i chili di cocaina scovati dagli agenti. La droga era nascosta in vaschette di carne, ricoperte di carta stagnola. Carne che, a quanto pare, doveva servire per il churrasco, metodo di cottura in uso nell’America Latina.
La destinazione della droga - Ad occuparsi del caso è Nicola Respini. Le indagini del procuratore pubblico sono agli inizi. Respini deve, innanzitutto, capire se la coppia aveva scelto destinazione Agno come punto di passaggio per tornare in Italia con la droga, speranzosi in minori controlli nella frontiera italo-svizzera, o se lo scalo ticinese fosse invece il punto di arrivo della polvere bianca, da smerciare nel mercato degli stupefacenti ticinese. Cocaina che, come ha affermato il commissario capo dell’antidroga Armando Scano a LaRegioneTicino, sul mercato si sarebbe trasformata in 200mila dosi.
Dalla Magistratura si apprende che l'aspetto riguardante la destinazione della droga è ancora al vaglio degli inquirenti. Dai primi interrogatori sarebbe emerso che la coppia, apparentemente non ha e non ha mai avuto legami di nessun genere con il Ticino. Dagli elementi raccolti finora, la donna, che ha ammesso di avere già effettuato altri trasporti di droga, ha dichiarato agli inquirenti di non essere mai passata per Agno. Secondo gli accertamenti effettuati dalle autorità, non risulterebbe che la coppia sarebbe transitata allo scalo luganese prima di giovedì scorso.
La donna è leghista - Dalla Magistratura viene confermata l'informazione in nostro possesso secondo cui la donna sarebbe un'esponente della Lega Nord. La signora infatti fa parte dell'organizzazione amministrativa del Movimento del Carroccio e ricopre la funzione di segretaria. L'uomo invece non avrebbe nessun legame con la politica.
http://www.tio.ch/aa_pagine_comuni/articolo_interna.asp?idarticolo=45331...


