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Novità

Con Libera contro la mafia

 

libera1“Qui c’è la sede della grande finanza, qui c’è la borsa della cocaina, qui si stabiliscono i prezzi quotidiani dello spaccio della droga in Europa, ma qui ci sono stati anche gli anticorpi, una magistratura forte e forze di polizia che hanno sempre fatto la loro parte”. Così Don Luigi Ciotti ha risposto alla domanda sul perché è stata organizzata a Milano la 15^ edizione della Giornata in ricordo delle vittime della mafia, promossa da Libera.

Nessuno ci può togliere il 21 marzo”. Dal palco, in piazza Duomo a Milano il presidente di Libera (Don Ciotti) non lascia spazio a interpretazioni. Erano 150mila a condividere le sue parole, spazzando via le polemiche della politica e le divisioni.

Una manifestazione forte, peccato che a promuoverla debba essere un prete e i familiari di tutti coloro che in quella battaglia senza fine hanno dato tutto. Emozionante quando dal palco sono stati letti i nomi di chi ha pagato con la vita l’impegno contro la mafia.

Da 15 anni Libera festeggia il 21 marzo il giorno della memoria e dell’impegno e, nonostante qualche resistenza da parte di una minoranza politica (all’interno della maggioranza), si sta cercando di farla diventare “giornata nazionale”.

“Siamo venuti a Milano per Giorgio Ambrosoli, da questa terra è partito il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma questa città piange i morti di via Palestro, Carlo, Stefano, Sergio, Alessandro, vigili del fuoco e Mussafir, un marocchino che dormiva su una panchina, cercava futuro e ha trovato la morte. Poi ci sono sindacalisti, siamo venuti ad abbracciare questi amici, così come il magistrato Galli ucciso da prima linea”, ha poi aggiunto.

Tra i tanti partecipanti anche Antonio Ingroia, pm antimafia, procuratore aggiunto a Palermo, che su quelle stragi e la verità ancora da scrivere, aggiunge: “ La verità si raggiunge se c’è un impegno collettivo da parte del paese e la magistratura da sola non può farcela, altrimenti resteranno stragi impunite e con pochi colpevoli”.

Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.

“Molto importanti le politiche sociali, creare opportunità e non lasciare soli i cittadini e le famiglie con realtà crude e senza prospettiva”. Un passaggio fondamentale sottolineato da Don Ciotti, ed evidente anche per tutti coloro che hanno letto il famoso libro di Saviano “Gomorra”. Un dovere preciso che il nostro stato e le nostre istituzioni devono sopra ogni altra priorità garantire a tutti i cittadini, italiani e non, per creare un sistema di civiltà e progresso. In un paese ormai definito da molti “depresso”, troppo finto ottimismo e difficoltà reali continuano a tenere alti i muri tra le fasce di età e soprattutto tra legalità e illegalità. Per non parlare dei recenti scontri di Rosarno.

Spesso da ambo le parti della barricata, tra stato e anti-stato ci sono persone comuni, “soldati”, che si fronteggiano spinti dalle stesse motivazioni: avere una possibilità di vita migliore. Un confronto forse “grottesco”, ma ognuno difende la sua “azienda” e il suo “datore di lavoro” se questo gli permette di vivere meglio. Un meglio da soppesare e comprendere, i compromessi con la propria dignità hanno un prezzo e la legalità è la via per migliorare la società, ma se l’unica via d’uscita alla miseria fosse l’illegalità, quanti di noi si sentirebbero in grado di affermare che resterebbero nella legalità e vivrebbero senza poter mandare i figli a scuola, senza una casa, senza la possibilità di pagare bollette o medicine, senza un mezzo per spostarsi.

Spezzare la miseria grazie alla quale le mafie reclutano la loro manodopera, questa è la battaglia più importante e a cui deve essere data importanza massima, soprattutto in questi momenti di crisi e difficoltà.

Era il 1990 due mesi dopo il funerale del giovanissimo giudice Rosario Livatino (ucciso dalla mafia), Paolo Borsellino fece un intervento infuocato e commovente, criticando duramente la politica che troppo spesso attaccava la magistratura vanamente e senza ragione (…). Un discorso teso a rilanciare la sua grande battaglia: sconfiggere la mafia con una giustizia in grado di funzionare e capace di tutelare i magistrati troppo spesso sovraesposti. Per sconfiggere l’illegalità, secondo il giudice poi morto nell’attentato di via d’Amelio del 1992, lo Stato Italiano doveva stanziare ogni anno il 3 per cento del bilancio nazionale nella lotta alla criminalità organizzata, “i Giudici continueranno a lavorare ed a sovraesporsi, ed in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino, come tanti altri. I politici appariranno ai funerali proclamando unità d’intenti per risolvere i problemi e dopo pochi mesi saremo sempre punto e d’accapo” questa la frase profetica con cui Borsellino concluse quell’intervista.

Quando non si ha il coraggio e l’onestà di ascoltare chi di mafia ne capisce il prezzo da pagare è alto, ma nessuno ha ancora alzato bandiera bianca, anzi. Il problema semmai è che lo Stato in questi ultimi 20 anni, da quel 1990, non ha fatto nulla per aumentare il budget fino ad avvicinarsi a quel 3 per cento, ma si è sempre più allontanata da quella previsione proveniente da fonte certa e indiscutibile. Oggi molte auto della polizia non hanno benzina per circolare, qualcosa non va come dovrebbe, è evidente. Ma Libera continua a crescere, la guerra è ancora aperta.

Alessandro Cascia

da periodicoitaliano.info

Afghanistan, la Nato e l’oppio

inviatospeciale - Il New York Times denuncia: non si distruggono i campi di papavero.

L’autorevole quotidiano statunitense ha affermato che le truppe della Nato hanno scelto di difendere il narcotraffico pur di guadagnare il consenso della popolazione e che stanno “chiudendo un occhio” sui campi di papavero da oppio pronti per il raccolto attorno alla roccaforte talebana di Marjah, dove la coltivazione del fiore è l’unica risorsa economica e produce da sola oltre il 50 per cento dell’oppio mondiale.

Un ufficiale della Nato avrebbe detto al New York Times che le truppe al comando del generale Stanley McChrystal hanno l’ordine di non distruggere i campi. “Marjah è un caso speciale – ha detto al Nyt il comandante Jeffrey Eggers, membro del gruppo di consulenza strategica del generale McChrystal – Noi non calpestiamo i mezzi di sostentamento di coloro che stiamo cercando di battere”.

I comandi afghani sono contrari a questa impostazione e molti esponenti del governo afghano sostengono che i campi dovrebbero essere bruciati perchè sarebbe l’unico segnale per convincere i produttori a cambiare atteggiamento nei confronti dei talebani.

“Sono i talebani quelli che traggono profitto dall’oppio – ha detto al New York Times Zulmai Afzali, portavoce del Ministero Antinarcotici – In questo modo finanziamo il nostro nemico”.

Secondo un racconto fatto da un coltivatore alla Reuters, Mohammad Hanif, i marines si sono presentati alla sua fattoria offrendo l’acquisto del prossimo raccolto e di trasformare le coltivazioni nei suoi campi usando semenze fornite dal governo afghano. !Sono felice per questo programma – ha detto Hanif – perchè mi ridà i soldi per i danni”. Ed un suo vicino, Mohammad Gul, ha aggiunto: “Pensiamo che sia un buon programma, perchè non abbiamo più nulla e dobbiamo sfamare i nostri figli. Se il governo distrugge tutto, non resta nulla per noi. Così invece è un’altra cosa”.

Tuttavia, queste dichiarazioni potrebbero essere ‘di comodo’. Apparati governativi, signori della guerra e traffico di droga rappresentanno in Afghanistan un intreccio indissolubile, cementato da diffuse forme di corruzione.

Quello che è certo è che negli anni il narcotraffico è stato un affare colossale che ha portato nel Paese enormi cifre di denaro e difficilmente qualcuno rinuncerà ai profitti. Per questo non stupisce la decisione ’strategica’ del comando Nato.

C’è solo da chiedersi quanto della ricca posta in gioco sia ‘dedicata’ alle forze che sostengono il governo del presidente Hamid Karzai o ai suoi alleati.

 

Sniffano concime, morti due giovani

Gb, è allarme per la nuova droga

(www.tgcom.mediaset.it) Due giovani inglesi sarebbero morti per avere sniffato del concime. La sostanza sotto accusa si chiama mephedrone ed è diventata ultimamente la quarta droga più "popolare" tra i giovanissimi in Gran Bretagna. La sostanza viene venduta legalmente. Ma sale la pressione perché venga messa al bando dopo il tragico fatto di lunedì notte a Scunthorpe: sembra proprio che sia il mephedrone all'origine della morte di due giovanissimi britannici.

Il mephedrone è un concime utilizzato per le piante, e sarebbe alla causa della morte, l'altra notte, di Louis Wainwright, 18 anni, e Nicolas Smith, 19: la tragedia è avvenuta in una cittadina dell'Inghilterra nord-orientale. Si tratta di una sostanza venduta legalmente anche negli Usa, conosciuta come meow meow, Bubbles, Mmc, Mcat.

Secondo la polizia, che ha arrestato un 17enne, un 20enne e un 26enne, i decessi sono dunque collegati all'uso di questo concime "allucinogeno". L'ispettore capo della polizia Mark Oliver ha rivolto un appello a tutti coloro che pensano di aver assunto la droga, a recarsi "immediatamente" in ospedale per sottoporsi a controlli.

I presidi delle scuole si sono mobilitati chiedendo il divieto assoluto, e adesso l'allarme è arrivato anche nei palazzi della politica. I conservatori hanno subito avviato una campagna chiedendo di proibire la vendita del mephedrone. Il consigliere del governo sulle nuove droghe, Les Iversen, ha detto però che la velocità con cui il mephedrone si è diffuso tra i giovani e "molto inquietante".

Droga, autolesionismo e divise. Quelle analogie tra morti bianche

L'Unità - Gente che dà di matto. Ragazzi impastati di droga e chissà che altro. Teste calde. Persone da ricondurre alla ragione, con le buone o con le cattive. Costi quel che costi, evidentemente. C’è un filo rosso sangue che lega Giuseppe Uva alle le altre morti bianche successe in Italia negli ultimi anni. Federico Aldrovandi a Ferrara, Riccardo Rasman a Trieste, Aldo Bianzino in Umbria, Stefano Cucchi a Roma, le principali. Ci sono analogie, coincidenze e circostanze che si ripetono nel tempo e a distanza di chilometri. E ci sono le costanti, forze dell’ordine e singoli cittadini che alla fine diventano cadaveri in cerca di pace e verità. C’è una versione ufficiale che al primo punto, sempre, narra di una notte brava di qualcuno in preda alle escandescenze. Dava testate ai lampioni Federico in via Ippodromo, era su di giri Riccardo nel suo appartamento, scalciava Stefano in caserma. E si picchiava Giuseppe Uva, l’autolesionismo messo a verbale con puntuale cadenza e singolare analogia. E poi la droga, quella maledetta compagna di sballo che per le forze dell’ordine, in tutti questi casi, ha costretto ad usare le maniere forti per neutralizzare la «resistenza al pubblico ufficiale», come da manuale di polizia. Questo finché non si viene a scoprire, dalle analisi tossicologiche e dalle perizie mediche, che in realtà nessuno di quei ragazzi che hanno passato l’ultima alba della loro vita in una caserma, o in un letto d’ospedale dopo la caserma, aveva in corpo nemmeno un pizzico di sballo chimico. E poi i vestiti, il sangue, le chiazze che vanno e vengono, le macchie che si lavano e quelle che restano. Il giubbino intriso di rosso di Federico, gli abiti di Stefano, i pantaloni di Giuseppe sporchi in modo evidente sul retro, come racconta la sorella Lucia, chiedendosi come mai uno che si dà le botte da solo possa perdere sangue dal retto. E i suoi slip mai restituiti, come sono spariti altri indumenti tra una stanza di una caserma, un’infermeria o un pronto soccorso. Ma anche i dottori, i medici, che in queste storie a sfondo cupo non riescono mai a cancellare sospetti e dubbi sul loro giuramento a Ippocrate, per essere gentili. I medici che hanno curato, si fa per dire, Stefano Cucchi durante la sua agonia al Pertini, ora che sappiamo della sua morte per disidratazione. O i dottori che hanno somministrato tranquillanti a Giuseppe Uva, pare Tavor, En e Solfaren, quando Pino era ormai un corpo bisognoso di ben altro che di dormire e rilassarsi, come raccontano le foto scattate al suo cadavere all’obitorio. C’è, anche, un’ultima cosa che torna sempre. C’è che tutte le morti bianche sono state morti in solitudine, senza testimoni che non fossero le forze dell’ordine. Tutte a parte quella di Giuseppe Uva, portato in caserma insieme ad un amico che non ha preso le botte, ma ha visto e sentito.

A Mosca le notti da 'sballo' della gioventù dorata

 

(notizie.virgilio.it) Mosca, 22 mar. (Apcom-Nuova Europa) - Giovani, carini e un bel po' drogati. Hanno vestiti firmati, pagati dal papà. Un bolide da far ruggire sulle strade di Mosca. La migliore educazione garantita nelle prestigiose università della capitale. Venuti su convinti che una mazzetta risolve tutto e alla fine conta soltanto stordirsi la notte, tra la musica che incalza e la 'striscia' che inizia a fare il suo effetto. Un raid dell'antidroga russa ha dimostrato poche sere fa quanta cocaina scorra nel sangue dei rampolli della Mosca bene. Un vero fiume di droga e alcool per quella "gioventù dorata" già ampiamente descritta, ma il cui 'sballo' non era mai stato 'misurato' prima.

Tutto in una notte: il Servizio Federale per il controllo dei Narcotici tra il 19-20 marzo ha battuto sette locali - dal City al We Are Family Hotel Disco - dove in questo momento lo spaccio di sostanze stupefacenti e psicotrope è in piena crescita. Risultato: tre clienti su dieci erano in stato di ebbrezza da narcotici. Sequestrati farmaci anti-stupefacenti e sostanze psicotrope, compresa la cocaina, hashish, marijuana, droghe sintetiche. Un centinaio di persone sono state arrestate. Tra loro, studenti di Accademie di elite, come la Plekhanov, l'Università dell'Amicizia tra i Popoli e i corsi accademici statali di Medicina e Ingegneria.

La Russia arriva a cinque milioni di tossicodipendenti. Metà di loro assumono derivati dell'oppio, che proviene dall'Afghanistan. E la fauna che utilizza droghe nelle discoteche e nei night club della capitale, non è composta solo da studenti. Principalmente sono persone tra i 20 e i 30 anni. Tra gli arrestati nel raid della scorsa notte c'era pure un amministratore delegato di un'impresa edile, un impiegato di banca, un personal trainer, un ingegnere, un ispettore delle tasse, altri professionisti e cittadini stranieri.

 

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Fregato dallo spacciatore, coltiva la Marijuana sbagliata: assolto dal giudice

 

newnotizie.it - Una storia che avrebbe potuto sfociare in guai seri per un  28enne residente a Mozzo, in provincia di Bergamo, si è trasformata in una specie di barzelletta, in cui l’unico ad aver subìto qualche danno è l’orgoglio dello stesso ragazzo. Nell’estate del 2008, su segnalazione dei vicini che avevano notato una pianta molto particolare prendere sempre più forma in casa dell’aspirante “giardiniere”, i carabinieri di Curno, paese limitrofo, sporgono denuncia ai danni del 28 enne.

La pianta in questione era una canapa sativa, ottima per farci delle corde, ma inutile se da essa si vuole ricavare ” l’erba”. Per questa infatti è necessaria la canapa indica. Sicuramente il giovane bergamasco sarà rimasto molto stupito, quando  lo stesso perito assunto dal gup Alberto Viti, ha dichiarato che in quella pianta non c’era nulla di irregolare, nemmeno potenzialmente.

Da qui, l’avvocato difensore ha chiesto la piena assoluzione perchè “il fatto non sussiste“, in accordo addirittura con il pm accusatore. Il giudice ha accolto la richiesta, estendendo il provvedimento di assoluzione anche all’altra parte della causa, per la quale il pm aveva (stavolta) chiesto una condanna di 6 mesi, per aver trovato diverse foglie essicate di marijuana, base naturale dello spinello. Il principio attivo (thc) , cuore della sostanza stupefacente era però in quantità talmente basse da non avere rilevanza penale.

La fortuna del giovane bergamasco non è sicuramente da tutti;

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3 leggende urbane e 8 storie vere sull'LSD

 a questo link (in inglese): http://ow.ly/1pBsN

 

Sempre più donne si interessano di vino. Gli uomini le trovano sexy

Asylum Italia

 

Agli uomini piacciono le donne enologhe e le donne si appassionano alla scienza del vino. Non sappiamo quale sia di preciso il nesso causa-effetto tra questi due fenomeni, ma è quanto emerge da un sondaggio di www.winenews.it e Vinitaly, che ha coinvolto 1.789 enonauti (amanti di vino & web). Insomma, vedere una donna armeggiare con un bel calice di nettare di Bacco attizzerebbe il 91% dei maschietti eno-appassionati italiani che hanno risposto al sondaggio. E, dall'altra parte, l'interesse dell'universo femminile per l'enologia è in continua crescita - il 74% delle donne che ha risposto ha frequentato corsi di degustazione, il 49% acquista spesso guide e riviste sul vino, il 73% consulta quotidianamente siti e blog specializzati. Ci viene da pensare che, proponendo il sondaggio agli amanti dei funghi e del web, risulterebbe che le donne mostrano un crescente interesse per la micologia e che gli uomini trovano molto sexy una donna con un porcino tra le braccia. Ma forse due bicchieri di vino possono davvero dare alle donne... una marcia in più.

Web 2.0 e social network-mania: i rischi sono alti

di Carolina Saporiti, su il Tamarindo

Social network. È questa una delle parole più usate nel 2009. Tutto sembra ormai succedere in rete o meglio sulle pagine degli utenti dei vari Facebook, MySpace, Twitter & Co. Se non hai un profilo web, per molti, non sei nessuno. Da due anni a questa parte il fenomeno non riguarda più solo i giovani, ma anche gli adulti. 40 e 50enni che, incuriositi, si sono lanciati nel mondo virtuale e che ora sembrano non poterne fare a meno.

Ma per fare cosa? La domanda sembra banale visto l’elevato numero di persone che credono che i social network siano delle macchine infernali che tengono occupate ore della giornata senza portare a nulla, se non a una percezione distorta della realtà. Ma esplorando questo mondo le cose sembrano diverse. Il web 2.0 di cui tanto si parla, ossia quello in cui gli utenti possono non solo consultare pagine, ma anche contribuire e creare nuovi contenuti, raccoglie siti di interazione di ogni genere: esistono business social network per le aziende (linkedin.com e plaxo.com), quelli per commemorare i defunti (funeras.it) ed è ora comparsa la versione italiana della prima azienda web 2.0 (xing.it) che conta già oltre 7 milioni di utenti nel mondo che lo utilizzano in 16 lingue diverse. Quindi social network non solo come passatempo senza scopo se non quello di cercare e aggiungere nuovi “amici”, ma anche opportunità di lavoro e di scambio di opinioni. Così il numero di utenti continua a crescere: facebook conta 700.000 nuove iscrizioni al giorno nel mondo tanto da aver raggiunto nel novembre 2009 i 350 milioni di registrazioni.

Nulla da dire sull’uso delle nuove tecnologie e dei nuovi media, anche nel caso di semplice svago, ma dubbi e allarmi sorgono quando dall’uso si passa all’abuso, sempre più frequente anche in Italia. E ancora una volta il problema non riguarda solo i cosiddetti nativi digitali ma tutti gli utenti internet, anche gli over 50. Gli esperti però mettono in guardia: navigare in rete per più di 3 ore al giorno,  non a scopo lavorativo, porterebbe ad avere una percezione distorta della realtà, confondendola con quella virtuale. Così alcuni utenti “illuminati” nell’ultimo anno si sono cancellati da questi siti perché, più che interessante, la partecipazione diventava assillante, dovendo continuamente controllare gli aggiornamenti dei propri contatti.

La comunicazione mediata di tipo testuale -come la definisce Luca Chitarro, in un articolo comparso su Nova100- è pericolosa anche perché totalmente priva delle informazioni che si raccolgono normalmente nella comunicazione faccia a faccia, ciò significa che nelle relazioni interpersonali che si instaurano sul web occorre maggiore attenzione e consapevolezza. Recentemente un adolescente si è suicidato dopo un conto alla rovescia fatto pubblicamente sulla bacheca della sua pagina. Subito dopo il funerale sono comparsi migliaia di messaggi dispiaciuti, ma fino a un attimo prima nessuno se ne era preoccupato.

Il fatto di poter trovare di tutto sul web e di aver reso fruibile a chiunque qualsiasi tipo di informazione è senz’altro uno degli aspetti più rivoluzionari di internet, ma allo stesso tempo nasconde dei rischi altrettanto grandi. E la cronaca degli ultimi mesi regala casi esemplificativi. Su facebook qualche mese fa circa 7 mila utenti hanno giocato a fare i camorristi. Sullo stesso social network è comparso un gruppo contro i giudici Falcone e Borsellino. Sia questo, che l’applicazione sono stati fatti chiudere appena diffusa la notizia della loro presenza, ma il numero degli iscritti raccolti in pochi giorni indica come sulla rete, grazie anche all’anonimato, ci si faccia influenzare facilmente e facilmente si ceda alla violenza e alla volgarità perché, si spera, percepita solo virtualmente.

 

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Umbria, i teenager si indebitano per il gioco d’azzardo

Sale la febbre da videopoker e scommesse tra i ragazzi tra i 15 e i 19 anni, vittime anche di usurai. Sarebbero circa 16 mila i baby-giocatori. Allarme lanciato dalla Fondazione Umbria contro l’usura

PERUGIA - In Umbria è allarme dipendenza da gioco d’azzardo tra i minori. Sarebbero circa 16 mila nella regione i baby-giocatori tra i 15 e i 19 anni che hanno giocato d’azzardo almeno una volta, con una percentuale del 58% tra gli uomini ed il 33% tra le donne. Sono dati diffusi da una ricerca dell’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr che, comparando i numeri  regionali a quelli nazionali, fa salire al 63% la media dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni che in Umbria hanno provato slot machine e videopoker, contro una media nazionale del 46 per cento. Numeri allarmanti che si intrecciano con un’altra e più grave emergenza, l’usura sui minori. E’ Alberto Bellocchi, presidente della Fondazione Umbria contro l’usura  e procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minorenni di Perugia, a sollevare il velo su un fenomeno ancora in gran parte sommerso e poco esplorato.   “Le somme per cui i ragazzi s’indebitano per videopoker e scommesse vanno dai 300 ai 600 euro – afferma Bellocchi - ma possono portare i giovanissimi scommettitori a diventare oggetto di ricatto, anche da parte di adulti, frequentatori di locali dove si gioca ai videopoker o si scommette. All’inizio i prestiti riguardano cifre basse, ma con un tasso di interesse giornaliero anche del 10 per cento. Vale a dire del 3.500 per cento su base annua”. “Quando le giocate diventano frequenti e s’inizia a perdere c’è sempre qualcuno disposto a prestare i soldi- continua Bellocchi - il ricatto, ad esempio, per i minorenni può essere quello di sdebitarsi spacciando la droga per conto dei creditori. Infatti, non mancano le famiglie che si sono trovate in condizioni di disagio a causa dei debiti di un figlio”.   Ma il gioco compulsivo, pur essendo un fenomeno ormai inquadrato a livello statistico, non lo è altrettanto a livello epidemiologico. Stando sempre alla ricerca del Cnr, infatti, in Umbria tra i circa 30 mila giovani dipendenti da gioco d’azzardo, scommesse e videopoker, solo 30 nel 2009 sono stati in terapia nell’unica struttura regionale che ha avviato un percorso riabilitativo ad hoc per il gioco compulsivo: si tratta del Dipartimento Dipendenze della Asl 3 Foligno-Spoleto che, da progetto pilota, si candida ad essere capofila di una serie di servizi analoghi sull’intero territorio regionale. La Direzione regionale Sanità e Servizi sociali, infatti,  negli ultimi mesi ha spinto sull’acceleratore per costituire in ogni Asl un centro specializzato nella “ludodipendenza”. “In Umbria esiste una fascia giovanile da tenere sotto stretta osservazione – dichiara Angela Bravi, della sezione Salute mentale e dipendenze della Direzione regionale Sanità, commentando i dati diffusi dall’Istituto di Fisiologia clinica del Cnr. Allarme condiviso da Sonia Biscontini, psichiatra e direttore del Dipartimento Dipendenze della Asl 3 Foligno-Spoleto che raccomanda “di non lasciare mai soli i ragazzi per ore davanti al pc o a navigare liberamente in rete”. (mtm) 

 

Fonte: Redattore Sociale

Droga e alcol L’impegno di una società che deve educare

Il Giornale - Genova. Secondo i dati 2008 dell'Osservatorio Epidemiologico regionale per le tossicodipendenze sono circa 64 mila le persone in Liguria che hanno provato almeno una volta la cocaina e più di 300 mila quelle che hanno fatto uso di cannabis: la fascia di maggior consumo rimane quella tra i 15 e i 34 anni. Per non parlare degli alcolici: secondo la rivista medica The Lancet, nel 2009 le morti per consumo da alcol rappresentano il 52% di tutti i decessi nella fascia di età tra i 15 e i 54 anni. Un allarme che l'associazione Lighthouse Genova 12 ha raccolto e al quale ha dedicato il convegno «Per una società educante» ospitato dal liceo Andrea D'Oria: «L'associazione nasce con l'intento di dialogare con le istituzioni - spiega il presidente di Lhg12, Paolo Martinelli - I nostri obiettivi sono quelli di creare gruppi di lavoro concreto proprio per facilitare la cooperazione. Il primo sarà dedicato alla figura dell'amministratore di sostegno. Il tutto a titolo gratuito». Sulla stessa lunghezza d'onda i medici Giorgio Schiappacasse e Gianni Testino, che sottolineano l'importanza di inserire le associazioni nel percorso clinico di un paziente, dandogli la possibilità di sentirsi 'persona' e di reinserirsi nel contesto sociale. Applausi anche a Don Nicolò Anselmi: «L'adulto ha un ruolo determinante, è chiamato a dare il buon esempio e deve essere sostenuto nelle sue funzioni educative. Ma purtroppo quella dimensione famigliare di quartiere si è venuta a perdere, mettendo in difficoltà le famiglie che sono abbandonate al loro ruolo educativo senza nessun aiuto. Bisogna arrivare al concetto di società educante, nel quale tutti sono responsabili».

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