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Novità

Cannabis Cafè in USA

14/11/09- E' stato aperto ieri a Portland, nell'Oregon, il primo "Cannabis Cafè" americano. Il locale, che prima ospitava un Rumpspankers club erotico per adulti, dalle 10 alle 22 serve cibo e marijuana a scopo terapeutico, nel senso che per poterla ordinare bisogna esibire un official medical marijuana card. Praticamente un test per l'Amministrazione Obama che solo un mese fa ha deciso di non far perseguire coloro che fanno uso di marijuana a scopo terapeutico. Il procuratore generale Eric Holder ha annunciato che le autorità non avrebbero più punito gli utenti autorizzati in 13 Stati. Nel solo stato dell'Oregon sono 23.000 i pazienti autorizzati ad usare la marijuana per curare malattie come il diabete, la sclerosi multipla, la sindrome di Tourette,  l'Alzheimer o per curare il dolore cronico grave. Il proprietario del Cafe Cannabis, Eric Solomon, dice: i clienti-membri pagano 25 dollari al mese avendo così il diritto a 100 visite per cannabis-caffè o per fumare marijuana (non si può venderla se è a scopo terapeutico). Il suo locale serve il cibo e marijuana ma non ha licenza per alcolici. Parla Madeline Martinez, direttore esecutivo di NORML Oregon: "I nostri piani vanno al di là di servire cibo e marijuana. Speriamo di organizzare lezioni, seminari, anche un Cannabis Community College per aiutare le persone a conoscere altri usi della marijuana." Alcuni residenti del quartiere Woodlawn dove è situato il Cannabis Cafè sperano che la liberazione potrebbe  essere buona per gli affari. In Europa i pot cafes, noti come "coffee shops", sono popolari nella città olandese di Amsterdam, dove il possesso di piccole quantità di marijuana è legale.

 

http://blogazione.blogspot.com/2009/11/cannabis-cafe-legalizza-uso-di.html

L’EVOLUZIONE DEI CONSUMI DI CANNABIS

 

Segnalo questo blog dove si discute (tra le altre cose) di sostanze e società: http://www.voicepopuli.it

Qui sotto un post.

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Prima di ricorrere ai dati un aspetto su cui occorre riflettere è che cosa si debba intendere con l’espressione aumento del consumo, ossia se debba intendersi solamente come aumento del numero dei consumatori, o anche come aumento del volume di consumo, sia in termini di quantità di droga consumata, sia in termini di persistenza dell’uso. Se si considera solo il primo aspetto, si porta a considerare solo parzialmente il consumo di droghe. Il 2 Giugno del 2006, il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo su di uno studio effettuato dall’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, sulla diffusione di droga nella città di Milano, basandosi sull’analisi delle acque dell’impianto di depurazione di Nosedo. Hanno effettuato un test scientifico, chiamato il test della benzoilecgonina, che è un metabolita della cocaina,  autore del processo di trasformazione della sostanza nell’organismo, esaminando quanta percentuale di questo metabolita è presente nelle acque del fiume Po. Dalle sostanze infatti eliminate dall’organismo, si calcola in pratica la concentrazione di stupefacenti presenti nelle acque; calcolo che viene effettuato attraverso una serie di formule matematiche molto raffinate che permette di arrivare ai quantitativi di droga consumata e alle dosi giornaliere. Il risultato è che per la ricerca il 4% dei 15-34enni assumono ogni giorno almeno una dose di cocaina da 200 milligrammi, e secondo l’analisi ci sono 10000 giovani consumatori che assumono cocaina tutti i giorni.

Ciò non è attendibile sotto il profilo delle dinamiche dei consumi, in quanto non consente di spiegare che tipo di cambiamento sia in corso, in quanto non si può dire se la quantità utilizzata dai consumatori sia distribuita nell’arco di tutta la settimana o in un unico giorno. Se si prendesse per vera l’equazione matematica, non si capirebbe che i consumi da persona a persona variano in maniera incalcolabile, sia a seconda del principio attivo, sia per quel che concerne la quantità e la frequenza di dose consumata durante una giornata o nell’arco di una settimana.

 

Del resto pare evidente che se, per assurdo, dovesse aumentare soltanto il numero di consumatori e rimanesse costante il volume complessivo di droga consumata, forse sarebbe paradossalmente auspicabile che il numero di consumatori aumentasse fino a coinvolgere l’intera popolazione: la quantità pro capite risulterebbe talmente irrisoria da non essere considerata più nemmeno un problema. Aspetto che risulta particolarmente importante proprio nella comunicazione mediatica, dove si dà molta importanza esclusivamente al consumo lifetime, sparando cifre che non possano far riflettere su chi è veramente un consumatore occasionale e chi è un consumatore esperto.

Offrendo slogan come “nella fascia di età dai 15 ai 34 anni oltre 10000 giovani fanno uso di cocaina quotidianamente” non si dà un quadro preciso delle dinamiche dei consumi, facendo un enorme calderone in cui ci si basa sui liquami presenti nelle acque dei fiumi.

Si pensi ad esempio, ad uno slogan ricorrente negli ultimi tempi sui quotidiani italiani: “un giovane su due ha provato la Cannabis”. Quale significato assume questo slogan? Vale a dire: consente di conoscere l’intensità e la frequenza del consumo di Cannabis dei “giovani consumatori”? Ovviamente no, perché nella categoria lifetime rientra anche quel consumatore che magari ha provato la Cannabis quell’unica volta nella vita.

Ho tenuto quindi conto di determinati parametri nell’analizzare il consumo di droghe, per cercare di spiegare in maniera più precisa l’evoluzione dei consumi.

Il rischio che principalmente si ricollega al consumo di droghe, consiste nel fatto che si ritiene che l’iniziazione al consumo, possa condurre automaticamente alla ripetizione del consumo ed eventualmente ad un consumo pesante. Partendo dal presupposto che tutti i consumatori analizzati fumano Cannabis, si è riscontrato che la differenza tra il consumo degli ultimi tre mesi e il consumo degli ultimi dodici mesi è praticamente identico, rimanendo costante per tutti gli intervistati. 9 di questi fumano Cannabis quasi tutti i giorni, 7 fumano almeno tre volte alla settimana, 3 fumano tutti i giorni e il resto del campione si divide tra chi assume Cannabis almeno una volta alla settimana o almeno una volta al mese. Per 20 consumatori quindi la frequenza tra l’ultimo anno e gli ultimi mesi è rimasta costante, non ci sono state variazioni di sorta se non minime, ma mediamente il consumo di Cannabis rimane stabile.

World Drug Report 2009. Cambiano i pattern di uso di droga a livello globale e le politiche di risposta al traffico di droghe illecite

Il rapporto World Drug Report 2009 dell’Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine (UNODC), oltre a presentare le statistiche aggiornate sulla produzione, traffico e uso dei principali tipi di droga, pone un’enfasi speciale sulla relazione esistente fra i meccanismi di controllo e il mercato nero criminale.

Dalla prefazione del Direttore Esecutivo dell’Ufficio dell’ONU nel World Drug Report 2009, emerge la volontà di cambiamento nell’approccio verso l’uso di droghe illecite, che continua a essere diffuso in tutto il mondo e a porre seri problemi di salute pubblica.

Nelle prime pagine del rapporto, l’italiano Antonio Costa riconosce che il controllo esercitato fino ad ora sul mercato e sull’uso della droga non sta funzionando. Tale controllo ha infatti generato un mercato nero di dimensioni macroeconomiche, inserito in dinamiche di corruzione, violenza e crimine organizzato, che non può essere disconosciuto.

Il Direttore di UNODC mette però in guardia sulle possibili generalizzazioni della problematica e la ricerca di soluzioni semplicistiche. La possibilità della legalizzazione del mercato delle droghe viene definita un “errore storico”, alla base del quale vi è il fatto che le droghe rappresentano un serio pericolo per la salute pubblica, e legalizzarne il mercato potrebbe porre il rischio di un’epidemia della tossicodipendenza.

Secondo Costa, “le società non dovrebbero scegliere fra la protezione della salute pubblica e quella della sicurezza, ma possono e devono perseguire entrambi”. La soluzione proposta dal Rapporto è quindi quella di un miglioramento del policy mix, con un passaggio dei meccanismi di controllo attuati dalle forze dell’ordine dagli utilizzatori ai trafficanti di droga accentuando le politiche repressive nei confronti dei trafficanti, rispetto al controllo sugli utilizzatori, e incrementando gli investimenti nei servizi di trattamento e prevenzione: la tossicodipendenza viene quindi riconosciuta come un problema di salute, e viene sottolineato come l’arresto e incarceramento degli utilizzatori di droga si mostri raramente efficace nel promuovere la loro riabilitazione. Si suggerisce inoltre di porre maggiore attenzione sulla problematica delle grandi città, dove si concentra la maggior parte del traffico illecito di droghe, aumentando investimenti sulle infrastrutture e sulle persone, in particolare i giovani. Infine, si richiama l’attenzione dei Governi verso la ratifica e la messa in atto della Convenzione delle Nazioni Unite contro il Crimine Organizzato (TOC) e della Convenzione contro la Corruzione, e dei relativi protocolli contro il traffico di esseri umani, armi e migranti.

Per quanto l’approccio proposto da UNODC sia innovativo e abbia le potenzialità di tradursi in un miglioramento del controllo della tossicodipendenza, tradurre in un reale cambiamento di politica le raccomandazioni del Rapporto sarà comunque un processo difficile da realizzare, in un mondo in cui le politiche antidroga sembrano continuare a concentrarsi su approcci di tipo repressivo. Per quanto riguarda l’Italia, ad esempio, con l’approvazione nel 2006 della legge 49/96, anche conosciuta come legge Fini/Giovanardi[1], si è optato per un inasprimento delle sanzioni relative alle condotte di produzione, traffico, detenzione illecita ed uso di sostanze stupefacenti, e per la contestuale abolizione di ogni distinzione tra droghe leggere , quali la cannabis, e droghe pesanti, quali eroina o cocaina.

Si è scelto di punire non solo la detenzione e cessione ma anche il consumo di sostanze stupefacenti, ed è improbabile un cambiamento di politica a breve termine, in linea con quanto proposto da UNODC.

Quanto ai contenuti del rapporto, il risultato dell’analisi dei trend globali nella produzione, traffico e uso di droga ha messo in luce una stabilizzazione, e in alcuni casi una riduzione nel mercato degli oppiacei, cocaina e cannabis, ma un preoccupante aumento nella diffusione delle droghe sintetiche, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

UNODC stima che fra 172 e 250 milioni di persone abbiano fatto uso di droghe illegali almeno una volta nel 2007. Fra questi, il numero di “problematic drug users” (coloro che consumano la maggior parte di queste droghe ogni anno e che sono a rischio di dipendenza) oscillava nel 2007 fra i 18 e 38 milioni di persone di età compresa fra i 15 e i 64 anni.

L’uso problematico dei diversi tipi di droghe, stimato dal rapporto sulla base del numero di persone in trattamento per dipendenza, ha una variazione regionale piuttosto chiara (vedi Figura 1). In Africa e Oceania la maggior parte delle persone che hanno ricorso a un trattamento per dipendenza da droghe l’ha fatto per l’uso di cannabis. Dagli anni 90, i derivati della cannabis stanno occupando un ruolo crescente nella dipendenza da droghe anche in Europa e Sud America.

Per quanto riguarda gli oppiacei, questi hanno rappresentato la causa principale di dipendenza in Asia ed Europa, mentre la cocaina ha un ruolo prominente rispetto alle altre droghe in Nord e Sud America. Gli stimolanti sono responsabili di dipendenza principalmente in Asia, Nord America e Oceania, e il loro peso sta aumentando anche in Sud America.

 

Annalisa Rosso

 

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Binge eating e dipendenza da droghe, possibile relazione?

    Fonte: Proceedings of the National Academy of Sciences, invia articolo. DRONET Ricerca compulsiva, difficoltà a smettere, gratificazione e ricaduta: i meccanismi che caratterizzano la dipendenza da sostanze si ripropongono anche in chi soffre di disturbi alimentari, soprattutto se sottoposto a regime alimentare ipocalorico. Cibo come droga? Un team di ricercatori della Boston University Medical School guidato da Pietro Cottone, in collaborazione con importanti centri di ricerca internazionali (Scripps Research Institute, Università di Roma La Sapienza, National Institute on Drug Abuse e il National Institute on Alcohol Abuse e Alcoholism) sta analizzando i meccanismi che accomunano la dipendenza da cibo e quella da droghe. L’attenzione è rivolta in particolare alla ricerca compulsiva di cibo (binge eating) e di alimenti appetitosi grassi e calorici, molto efficaci in termini di ricompensa e piacere. Lo studio, pubblicato sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences, è stato condotto su animali da laboratorio, ratti sottoposti ciclicamente a diversi regimi dietetici. Gli animali per cinque giorni potevano mangiare mangime tradizionale, mentre per due giorni avevano accesso a cibo molto appetitoso (high palatable) costituito da grassi, zuccheri, cioccolata. Un secondo gruppo di animali, nutrito con cibo per roditori, è stato usato come gruppo di controllo. I ricercatori hanno osservato che, in presenza di cibo standard, gli animali a cui era stato precedentemente somministrato cibo appetitoso non mangiavano molto e presentavano segnali di stress. Aumentava inoltre l’espressione del gene CRF (fattore di rilascio della corticotropina) nell’amigdala, una zona del cervello coinvolta nelle situazioni di paura, ansia e stress. Ripristinando l’accesso al cibo appetitoso, i livelli del CRF nel cervello degli animali tornavano alla normalità. I risultati dello studio dimostrerebbero quindi che la privazione da cibo appetitoso e gratificante durante la dieta potrebbe risultare difficoltosa proprio a causa di meccanismi simili a quelli dell’astinenza da droghe. Ansia e stress procurati dallo stato di privazione indurrebbero facilmente alla ricaduta e alla ricerca compulsiva della sostanza gratificante.

Grasso lancia l'allarme sulla marijuana caucasica

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso lancia un allarme sui rischi che, specie i giovani, corrono nell'assunzione di droga perche' 'e' in arrivo la marijuana caucasica geneticamente modificata dai narcotrafficanti per ampliare il principio attivo drogante che ha effetti nuovi e pericolosi: bisognerebbe controllare questa sostanza intervenendo ai rave party dove piu' elevato e' il rischio della sua messa in circolazione tra molte persone'.Grasso - che ha parlato a margine di un seminario del Csm dedicato alle indagini sul narcotraffico, riservato ai magistrati e in corso nella sala congressi dell'hotel Ergife - ha aggiunto che lo stesso allarme riguarda anche le foglie di coca, anche esse geneticamente modificate.Grasso ha riferito che esperti delle tossicodipendenze hanno avuto modo 'di visitare in Russia persone che avevano fatto uso di marijuana caucasica constatandone gli effetti deleteri'.Grasso ha poi sottolineato che 'grazie alla genetica biologica non e' calato il quantitativo dei principi droganti attivi contenuti nelle coltivazioni dei narcotrafficanti in Colombia che riescono ad ottenere dai sei agli otto raccolti di coca l'anno, mentre prima ne facevano solo due. Con la genetica biologica le piante vengono posizionate a soli due metri di distanza l'una dall'altra anziche' ad otto metri e cosi' le superfici coltivate rendono piu' di prima e viene ampiamente compensata la perdita del 15% dei campi, che la lotta alla droga e' riuscita a destinare ad altre coltivazioni'.

Contenuto Redazionale NUOVO DOCUMENTO: Le attuali tendenze delle sostanze

 

http://www.drugs-forum.com/forum/image.php?u=9614&dateline=1155053521Segnaliamo che nella sezione "Sostanze scaricabili" è disponibile una ricerca sulle sostanze attualmente in circolazione nel mercato europeo - a cura di Jugendberatung Streetwork di Zurigo.

L'indagine contiene informazioni riguardo la forma, contenuto, composizione e rischi delle le sostanze inaspettate attualmente in circolazione.

Per accedere al pdf clicca QUI.

 

analisi noir di Piero Colaprico

Sembra, incredibile, ma dopo anni che i g i o r n a l i s t i ne parlano anche i politici si sono accorti che la cocaina impesta I'ltalia.

Ci sono parlamentari che si sottopongono al test, per dire quanto sono lontani dalle "polveri". Altri che lo rifiutano per principio. E altri ancora che fanno finta di niente. La stessa cosa, però accadrebbe in un qualsiasi condominio. Gli spacciatori-consumatori raccontano che pippa la mamma che va a prendere il bambino all'asilo ma anche il chirurgo del pronto soccorso, il pescivendolo che deve alzarsi presto e il buttafuori della discoteca che va a letto tardi. E tutti fingono un'indifferenza pericolosa e patetica. mentre ormai nelle strade i ragazzini, con soli dieci euro, possono fare il “colpo", e cioè dare una sniffata a un quartino di grammo . L’anticrimine dice che lo spaccio in città è come un sacchetto di plastica bucato e pieno d'acqua. Se prendi un'organizzazione di trafficanti chiudi un buchino, ma l'acqua (la droga) continua a uscire da tutte le parti. Non è che questo stato di cose va bene a tutti? Va bene al tossico, allo spacciatore e anche al politico: finge di stringere le viti, ma nel frattempo se la vuole, la trova. E se non la vuole, foraggia le comunità di recupero "amiche". E se non aiuta le comunità, non scontenta nessuno. E così, in percentuale, a Milano si consuma più droga che a Londra. Meno tasse per tutti? Macche, più coca e più felicità chimica per chiunque, questo pare il vero slogan degli anni Duemila.

 

 

Alcol al volante: giovani sempre più responsabili

Cresce la stima per il "guidatore designato", ma che altro serve?

 

Si torna a parlare di guida in stato d'ebbrezza, ma stavolta per una buona notizia. I giovani, che sono proprio le principali vittime di questo triste fenomeno, stanno diventando sempre più responsabili al volante. Un numero crescente di ragazzi (tra i 22 e i 28 anni) è convinto che la figura del "guidatore designato", ovvero di colui che uscendo la sera con gli amici non beve per riaccompagnarli a casa in piena sicurezza, sia molto utile per combattere il triste fenomeno delle stragi del sabato sera. Sono i dati di "Stasera Guido Io 2009", il tour itinerante nato dalla collaborazione tra la Fondazione ANIA per la Sicurezza Stradale, Automobile Club d’Italia e Diageo che da tre anni replica durante l'estate per sensibilizzare l’opinione pubblica verso i rischi che comporta la guida associata al consumo dell’alcol. La campagna, che si è chiusa oggi con lo svolgimento dei corsi di guida sicura presso l'Autodromo di Vallelunga (Roma) per i 50 vincitori di un concorso messo in palio da "Stasera Guido Io 2009", è terminata con la pubblicazione dei risultati di un sondaggio realizzato dall’Istituto Eurisko. L’indagine è stata condotta tra l’11 e il 31 luglio 2009 su un campione di giovani guidatori e consumatori di bevande alcoliche, esposti alla campagna, ed ha evidenziato che l’84% degli intervistati è favorevole all’adozione della pratica del guidatore designato (mentre l'anno scorso lo era solo il 73%). Il 67% ha manifestato l’esigenza di un’intensificazione dei controlli da parte delle forze dell’ordine sulle strade e fuori dai locali e il 58% ha dichiarato di ritenere giusto (34%) o addirittura troppo alto (24%) il limite di concentrazione di alcol nel sangue previsto dalla legge per chi guida sulle strade italiane, dimostrandosi in alcuni casi favorevole alla "tolleranza zero". Questo trend è confermato dalla riduzione della percentuale di giovani che ritengono troppo basso il tasso alcolemico di 0,5 g/litro per poter condurre un veicolo (dal 67% dei pareri contrari registrati nel 2008 al 42% del 2009). La stragrande maggioranza crede inoltre che vietare la somministrazione di bevande alcoliche dopo le 2 di notte sia una pratica inutile ("perché chi vuole bere trova comunque degli escamotage", hanno detto molti ragazzi) e anche chiudere i locali entro una certa ora non contribuirebbe ad abbassare l'incidentalità stradale. Meglio allora che, come si fa in molti paesi del Nord Europa, "stasera guido io".

 

 

 

da http://www.omniauto.it/

Puro aroma di Cannabis

Dall’Olanda agli Stati Uniti: legislazione e business del consumo legale di marijuanadi Adriano FerraratoNel 1457 ad Istanbul, sotto il dominio ottomano, venne aperta la prima caffetteria conosciuta nella storia. La funzione del negozio era quella di intrattenere e socializzare gli avventori mentre consumavano del tè o del caffè e potevano dedicarsi alle letture dei testi sacri del Corano. Poco più di quarant’anni dopo alla Mecca furono costruiti altri locali di questo tipo, con l’intento di aprire al loro interno dibattiti di discussione politica tra la clientela.In Europa la prima apparizione delle caffetterie è stata a Venezia, nel 1645, mentre è del 1650 l’apertura della prima coffee house londinese. Con il passare dei secoli, le caffetterie hanno svolto diversi ruoli legati alla società, sia come luoghi di aggregazione politica o di discriminazione sociale (riservate alla nobiltà). Attualmente la connotazione più diffusa è quella di tipo letterario e culturale: gli appassionati di una vecchia e famosa serie televisiva, “Dawson’s Creek” , ricorderanno il personaggio di Josephine Potter mentre si reca in una coffee house per assistere alla presentazione di un libro.In Olanda però le cose hanno assunto un percorso diverso: siamo negli anni settanta ed è il periodo della moda Hippie, dedita all’amore libero e soprattutto al gratuito e libertino consumo di cannabis.E’ ad Amsterdam che allora sorge il “Mellow Yellow”, il primo coffee shop dove si poteva fumare liberamente erba in quantità tollerabili. Un fenomeno che è proseguito poi negli anni Ottanta, quando questo nuovo tipo di business ha preso largamente piede.Il problema di questi locali in Olanda dove il consumo di marijuana è previsto e accettato, è sempre stato all’ordine del giorno soprattutto a causa della pressione dei paesi internazionali impegnati nella più vasta guerra contro la diffusione della droga nel mondo. A seguito delle continue richieste delle comunità internazionale, in Olanda venne introdotto l’ “Hit Teams”, uno staff speciale impegnato nei controlli dei coffee shop,per rilevare anomalie e abusi di esercizio nella vendita di stupefacenti, con il potere di multare o revocare le licenze ai negozianti e far chiudere i locali. L’effetto è stato devastante perché dagli anni Novanta ad oggi, la metà di questi ha chiuso i battenti.In Olanda il consumo di droghe leggere è prerogativa soprattutto dei molti turisti che frequentano i Paesi Bassi, in particolar modo i ragazzi, tra cui anche italiani, che colgono l’occasione di una vacanza per fumare liberamente lontano dalla propria casa. Non è un caso che proprio di recente, per evitare questa fuga in terra straniera per l’utilizzo di cannabis, il governo abbia deciso di limitare l’accesso ai coffee shop solamente ai cittadini olandesi. Un provvedimento che farà molto discutere e che ha già creato problemi con il vicino “cliente” dello Stato del Belgio.Se però all’occhio di tutti sembra che i bei tempi siano finiti e che la liberalizzazione della droga leggera resti più un mito che una possibilità concreta, in realtà i coffee shop continueranno ad esistere. E non solo in Olanda. In Oregon infatti ha appena aperto il primo coffee shop autorizzato alla vendita di marijuana negli Stati Uniti. L’erba potrà essere venduta solo a scopo terapeutico e dietro prescrizione su ricetta medica. Anche se il locale avrà accesso riservato (in particolare al gruppo Nomi, che si batte per la legalizzazione delle droghe leggere) si tratta del primo luogo in suolo americano a mettere a disposizione la sostanza. Bisognerà ora vedere quanti certificati medici falsi utilizzeranno gli avventori quando si presenteranno ai battenti del locale.

 

da http://www.wakeupnews.eu/public/wordpress/?p=4852

e http://psiconautica.forumfree.it

Canapa terapeutica: perchè gli ordini dei medici italiani continuano a tacere?

“La presa di posizione ormai unanime del mondo medico-scientifico negli Usa è accompagnata anche da una depenalizzazione de facto a livello federale voluta dall’Amministrazione Obama. E proprio in questi giorni per la prima volta uno Stato sta per tassare la vendita di canapa ad uso terapeutico“.

 

Perchè gli ordini dei medici non hanno ancora preso posizione sull’uso terapeutico della canapa? E’ ormai scientificamente dimostrato che la sostanza ha efficacia terapeutica e antidolorifica contro molte malattie, dall’Aids alla sclerosi multipla. Decine di migliaia di pazienti potrebbero beneficiare di questa sostanza, ma lo stigma derivante dall’attuale legislazione proibizionista sembra prevalere sulla scienza. E i medici, con rare e straordinarie eccezioni, tacciono.

Uno studio pubblicato sul British Columbia Mental Health and Addictions Journal, indica la canapa come meno pericolosa per la salute di alcool e tabacco.

Per fortuna non esistono solo le associazioni italiane di medici. Negli Stati Uniti, le due associazioni mediche più rappresentative (la conservatrice American Medical Association e l’American College of Physicians) hanno chiesto al Governo di legalizzare e promuovere la cannabis a fini terapeutici, vista la mole di dati scientifici che ne prova l’efficacia.

La più rappresentativa delle associazioni mediche statali, la California Medical Association, ha addirittura approvato una risoluzione in cui definisce il proibizionismo sulla canapa una ‘politica sanitaria fallimentare’, per le conseguenze che la repressione ha sulla salute dei cittadini. Inoltre, numerose associazioni mediche non hanno mai temuto di schierarsi apertamente per la legalizzazione della canapa terapeutica, offrendo decisivi contributi in campagne referendarie vinte ormai in oltre dieci Stati.

La presa di posizione ormai unanime del mondo medico-scientifico negli Usa è accompagnata anche da una depenalizzazione de facto a livello federale voluta dall’Amministrazione Obama.

Di fronte a tutto questo, il silenzio del mondo medico-scientifico italiano è sempre più imbarazzante, e per migliaia di pazienti questo significa continuare a soffrire inutilmente. Ma gli ordini dei medici servono solo a difendere gli interessi corporativi? Oppure dovrebbero anche servire a migliorare la qualità della vita dei pazienti? 

 

(fonte: italiachiamaitalia.net)

(L)ucy in the (S)ky with (D)iamonds

 

San Francisco, marijuana tarapeutica ricette facili anche per gli under 18

 

OAS_RICH('Left'); San Francisco, marijuana tarapeutica ricette facili anche per gli under 18

Pubblicità di cure con la marijuana a San Francisco

SAN FRANCISCO - C'è una cosa che colpisce più delle altre camminando per le strade di San Francisco, e non è l'eccentricità degli abitanti, a quella ci si abitua in maniera quasi osmotica. Colpiscono certi cartelloni pubblicitari giganti, che campeggiano nelle strade del centro, nei sotterranei della metropolitana e vicino ai caselli della free-way che dalla Napa Valley porta alla city attraverso il Golden Gate Bridge: "Medical Marijuana Free Gift - 4 grams for all new patients with first time purchase", con la classica immagine della foglia verde a sette punte. Ma non siamo negli Stati Uniti, patria del proibizionismo? Non proprio: questa è la California e "Frisco", oltre ad aver dato i natali alla beat generation, dal 1996 permette a chi soffre di malattie con dolore cronico di coltivare in casa piante di marijuana. Nel 2003 la legislazione è stata perfezionata ed è stato approvato uno statuto ad hoc che regola il possesso e l'uso della pianta, sempre e solo a fini terapeutici. Il risultato è che nel giro di sei anni l'erba è diventata uno dei principali strumenti di cura per chi soffre di malattie da dolore persistente, e persino di diabete (di cui soffre circa un americano si quattro). Ottenere una ricetta medica a quanto pare è talmente facile che si tratta quasi di una legalizzazione de facto, e non è tutto: lo stato californiano vuole spingersi ancora più oltre e varare una legalizzazione tout court. E non tanto per motivi ideologici. La depenalizzazione farebbe infatti risparmiare sui costi legati all'incriminazione e all'incarcerazione, generando introiti fiscali. Proprio ciò di cui c'è bisogno in un momento così difficile per l'economia.

In questi giorni la città della west coast è dunque scossa da una polemica che si consuma a suon di editoriali sui principali giornali americani: a preoccupare è soprattutto il fatto che anche i ragazzini di 14 anni potranno far uso, legalmente, di marijuana, dato che la nuova legge permetterà ai medici di prescrivere cure a base di erba anche agli under 18. Sbigottimento comprensibile, se si pensa che negli Usa vige il divieto di bere alcolici fino a 21 anni, ma in contrasto con il principio secondo cui un paziente è sempre un paziente, indipendentemente dall'età. Persino il New York Times ha lanciato l'allarme, precisando che in origine questo tipo di cura era stata prevista per dare sollievo a chi soffre di Aids e cancro, e che questa nuova facilità di prescrizione sarebbe in realtà una deriva dovuta alla cattiva interpretazione della legge. I medici californiani si difendono riportando il testo letterale delle "Guidelines for the security and non-diversion of marijuana gown for medical use", dell'agosto 2008, che prevede la possibilità di prescrivere l'uso della pianta "per tutte quelle patologie rispetto alle quali la pianta possa provocare sollievo". In altre parole, una marea. Tanto che oggi come oggi a San Francisco e nella Bay Area con la marijuana si curano disturbi di tutti i tipi, compresi quelli di natura psichiatrica come la l'iperattività e la mancanza di attenzione, fino alla comunissima insonnia. Per le prescrizioni esistono dei centri ad hoc, veri e propri studi medici specializzati nel diagnosticare e prescrivere la giusta cura a base di foglie, che possono essere fumate, bevute in tisana o impastate nei biscotti. Il paziente entra nello studio, mostra la ricetta medica e sceglie le foglie che più fanno al caso suo. I medici abilitati si dividono per ora in due categorie, quelli contrari a staccare ricette a favore dei teenagers e quelli che invece ritengono che non ci sia nulla di male. La paura, rispetto al comportamento degli ultimi, è che l'uso porti all'abuso e successivamente all'"addiction". La prescrizione di marijuana a fini terapeutici è tuttavia così comune solo a San Francisco e nella Bay Area, meno frequente a Los Angeles e guardata con sospetto nel resto del Paese. Ad oggi già 14 dei 50 stati americani utilizzano la marijuana per scopi terapeuti, ma le Procure federali possano perseguire penalmente i coltivatori e gli spacciatori, mentre in California questo divieto non esiste. Il quartiere di San Francisco che più pullula di centri per la prescrizione e distribuzione è Mission, e c'è una clinica in particolare, la MediThrive (www.medithrive.com), che sul sito permette di compiere tour virtuali e prendere appuntamento per una visita di controllo. La terra del proibizionismo ospita dunque uno Stato dove la legge dice che la marijuana fa bene, e mentre il sito della American Marijuana Foundation (americanmarijuana.org) pubblica studi che dimostrano la sua efficacia nel combattere il cancro, il Presidente Usa Barack Obama si dichiara sì propenso all'uso per fini terapeutici, ma al tempo stesso chiede all'Fbi e alla Dea (l'antidroga american) di continuare lo lotta contro i consumatori e gli spacciatori.

copyright sara ficocelli, repubblica.it

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