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Novità

alcolismo e giovani - statistiche

 STATISTICHE

Mentre da  una parte ultimamente si nota una stabilizzazione del consumo medio pro-capite per la popolazione adulta, dall’altra si assiste ad un preoccupante incremento dell’uso o dell’abuso di bevande alcoliche fra i giovani. In Italia solo il 26% dei ragazzi tra i 15 e i 24 anni dichiara di non avere bevuto negli ultimi tre mesi, ciò significa che il 74 % ha bevuto ALMENO una volta alcolici o superalcolici.

Il 60% dei giovani consumatori beve prevalentemente birra e il 40 % vino. Gli aperitivi e i digestivi sono assunti dal 34% e i superalcolici (per lo più sotto forma di cocktail) dal 21% dei ragazzi in età tra i 15 e i 24 anni.

Le caratteristiche principali dei giovani a rischio rispetto all’utilizzo di alcolici sono: l’iperattivismo, la paura della quotidianità e della noia il che orienta la loro vita verso l’avventura, l’imprevisto, l’iperstimolazione  e le condotte trasgressive a tutti i costi.

Tutti i dati rilevati fino ad ora evidenziano l’aumento del consumo di alcol al crescere dell’età e in particolare un salto significativo dopo i 18 anni, il che evidenzia una correlazione positiva con l’aumentare della capacità economica, l’ingresso nel mondo del lavoro e la maggior possibilità di  occasioni di incontro sociale. Un dato particolarmente preoccupante è che se si confrontano i consumi dei ragazzi tra i 18  e i 24 anni con quelli della popolazione adulta si può notare come i primi mostrino una frequenza più episodica, ma un consumo generalmente più elevato, con forti bevute che si prolungano magari per intere nottate.

Vale a tal punto la pena di citare il cosiddetto paradosso di Kreitmann ed altri. Questo autore ha rilevato che i cosiddetti heavy drinkers (letteralmente bevitori pesanti, quindi gli alcoldipendenti)  costituiscono un onere per la collettività di gran lunga inferiore a quello dei bevitori occasionali o moderati. Gli effetti negativi degli incidenti stradali, ad esempio,  determinati da un abuso accessuale    costituiscono quindi un costo sociale più rilevante di quello dovuto ai comportamenti di abuso cronico. Tale considerazione porta ad una logica  conclusione: i  giovani che, più frequentemente rispetto alla popolazione adulta, adottano appunto una  modalità di bere accessuale sono più a rischio rispetto alla possibilità di subire danni correlati.  

un articolo su cui riflettere

da "altrestorie," un estratto del libro Eroina di Blumir, ovvero cosa c'era dietro al boom di eroina degli anni '70

 

Chiedo scusa per eventuali errori, ma il testo sotto tratto da "Eroina" di G.Blumir l'ho passato sul web scannerizzando delle pessime fotocopie. Purtroppo in rete non si trova contenuto del libro e manco in libreria. Anzi se qualcuno ne avesse una copia sarei interessato all'acquisto. Per lo stesso motivo troverete dei puntini quando il testo originale era assolutamente illeggibile. Si tratta però solo di qualche rigo alla fine di qualche pagina. L'impianto complessivo della discussione è comunque comprensibile.
Ho ritenuto pubblicarlo lo stesso in quanto ritengo il testo di Blumir fondamentale per chi vuole approfondire il fenomeno e le sue implicazioni
by pummarulella 05

 

 Roma, 1970. - 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L'eroina, a Roma, è sconosciuta.Roma, 21 marzo 1970. - I1 Nucleo Antidroga dei Carabinieri, diretto dal capitano Giancarlo Servolini, del SID, irrompe in un "barcone" sul Tevere: 90 arresti. Motivo: la droga. "2.000 giovani si drogavano sul barcone" spara "Il Tempo," quotidiano romano in cui la cronaca era diretta da Franz D'Asaro, attuale direttore dell'organo dell'MSI... In realtà la storia del "Barcone" era una truffa: i carabinieri avevano dichiarato ai giornali di aver reperito nel "Barcone" mezzo chilo di hascisc, siringhe, eccitanti, e decine di giovani in stato confusionale; in realtà, come risulta dagli atti dell'istruttoria, il corpo di reato era mezzo grammo di hascisc "trovato" in un cestino della spazzatura, e "nessun giovane fu incriminato per­ché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti.

Com'è arrivata l'eroina In Italia: dal noan all'anfetamina

 

Roma, 1970. - 560 tossicomani al di sotto dei 25 anni. Nessun eroinomane. L'eroina, a Roma, è sconosciuta.Roma, 21 marzo 1970. - I1 Nucleo Antidroga dei Carabinieri, diretto dal capitano Giancarlo Servolini, del SID, irrompe in un "barcone" sul Tevere: 90 arresti. Motivo: la droga. "2.000 giovani si drogavano sul barcone" spara "Il Tempo," quotidiano romano in cui la cronaca era diretta da Franz D'Asaro, attuale direttore dell'organo dell'MSI, "Il Secolo d'Italia." È lo scandalo dell'anno: in sei mesi escono sui giornali nazionali, oltre diecimila articoli sulla "droga," un quantitativo pari al totale de­gli articoli usciti nei sette anni precedenti.Roma, novembre 1975. - Gli eroinomani sono migliaia: lo ammette anche il centro Antidroga del Comune ("Panorama," 27 novembre 1975, p. 63)Che cosa è successo tra il '70 e il '75, a Roma e in Italia? Il '75 è l'anno dei primi morti di eroina: l'opinione pubblica è traumatizzata. Ma l'eroina non è arrivata misteriosamente, a caso, tutto d'un tratto. Le tre notizie che abbiamo riportato sono legate a filo doppio.Nel 1970, l'equipe di ricercatori presso il Centro per le tossicosi da farmaci stupefacenti e psicotropi ha avuto modo di accostare un vasto campione di giovani tossicomani romani: 142. Il Centro aveva note garanzie di riservatezza e vi si rivolgevano senza problemi tutti i tossicomani dei ceti medi e inferiori (gli alto-superiori hanno la possibilità di usare strutture specializzate private).Tutti questi ragazzi (meno di 25 anni) usavano "droga pesante": non oppio e morfina, ma anfetamine, barbiturici e ipnotici non barbiturici; tutti erano "tossicomani": avevano un livello notevole di dipendenza fisica ed erano pesantemente coinvolti nell'esperieza, spesso travolti da essa. Gli stati mentali in cui una persona viene portata da dosi "pesanti" di anfetamina e barbiturici (o ipnotici non-barbiturici, come il metaqualone) sono fortemente confusionali; molto raramente un individuo, anche molto "allenato" riesce a controllare l'esperienza o a mantenersi lucido. Nei barbiturici e negli ipnotici, gioca il meccanismo farmacologico: la differenza con gli analgesici narcotici come la morfina è proprio la perdita di coscienza, o la riduzione di coscienza: L'anfetamina, che a basse dosi, quando non si è ancora instaurata la dipendenza, è uno stimolante cerebrale forte ma non eccezionale, ad alte dosi (e per giunta endovena), è una bomba in­controllabile.Perché, "cercando droga," questi giovani trovavano anfetamina e barbiturici? Ci vuole un passo indietro, al periodo '65-'67. In quell'epoca, un numero enorme di giovanissimi (decine di migliaia) si familiarizza con lo psi­cofarmaco; nelle farmacie si trova di tutto; in casa, le madri cominciano a usare tranquillanti. Quando nasce lo "yé-yé," il piacere proibito della maggior parte dei ragazzi è la sigaretta (di tabacco) e il whisky; cinque anni prima, in Francia, migliaia di giovani già si "divertivano" con le anfetamine. E anche gli "yé-yé," con molto ritardo, scoprono che il whisky è "piú buono" con la pasticca. Noan, Valium, Ansiolin, non sono stimolanti, ma con un bicchiere di whisky fanno un certo effetto, fanno sentire diversi; per i ragazzi, lo stato normale, il comportamento normale è una "rottura." Nessuno pensa a drogarsi, alla droga: gli psicofarmaci sono solo "pasticche," siringhe non se ne vedono. Nasce un linguaggio, un gergo. I prodotti preferiti sono i prodotti in quel momento lanciati dall'industria farmaceutica: non perché i ragazzi sono sensibili in modo particolare ai contenuti della pubblicità, ma perché vanno in farmacia e chiedono specialità che hanno sentito nominare. Oltre al cocktail tranquillanti-alcool, vanno a fiumi il Revonal (della Bracco) e gli altri sonniferi a base di metaqualone; i barbiturici dell’industria sono famosissimi così , psicotonici, ricostituenti, ecc.; l'uso è comune anche per motivi di "produttività" (studio e lavoro) e la gente si abitua a familiarizzarsi col farmaco.Per l'anfetamina, valgono molti discorsi che si fanno sulle droghe e che non si attagliano, per esempio all'eroi­na; il mito della droga che quando si comincia non si può piú smettere ha una parte di verità per l'anfetamina: grosse dosi di anfetamina provocano una tale confusione mentale e depressione, che chi "ritorna" dall'esperienza non è molto in grado di scegliere lucidamente; e, per eliminare la depressione, prende un'altra dose abbondante. Quando nel '67 e nel '68, comincia, soprattutto fra gli studenti e fra i primi gruppi di controcultura, a girare l'hascisc, ci si aspetterebbe una vasta diffusione fra le decine di migliaia di giovani consumatori di pasticche, se non altro per motivi banali, come provare una droga nuova. Ma non si fanno i conti con la logica di mercato: la diffusione artigianale dell'hascisc (giovani che vengono da Istanbul o dal Marocco) non conta su protezioni mafiose o di polizia; e incontra subito una dura repressione, con pesanti condanne in Tribunale, soprattutto a Roma e Milano nel '68 (oltre duecento arresti). La domanda di massa di droga nel mercato viene soddisfatta solo dalle farmacie: si crea una separazione di fatto fra giovani proletari e giovani della nuova sinistra che "fumano"; il rapporto è troppo rischioso, e i giovani proletari vengono "avviati" dalla logica del mercato alla farmacia. La Wellcome, rappresentante italiana della gigantesca Wellcome inglese, vede arrivare la Metedrina (Methedrine Wellcome), un'anfetamina pura, all'8 % del sub fatturato.Con la formula "anfetamina alle masse" e hascisc ai pochi, non c'è da stupirsi se nel '70 soltanto a Roma si contano 560 tossicomani. Ma il momento determinante nello sviluppo del modello delle tossicomanie, in Italia, è il "Barcone."In seguito alla clamorosa operazione dei carabinieri romani, si scatena un'eccezionale repressione di massa: nel '70, gli arresti hanno un boom e superano le 100 unità (cfr. M. Rusconi e G. Blumir, La droga e il sistema, Feltrinelli, Milano 1972, pp. 209-226); perquisizioni e retate arrivano dappertutto, come nella villa di Praiano (Salerno) ……………e restano in carcere piú di un anno tranne Carol, che muore al manicomio criminale di Pozzuoli. Il giudice istruttore Verasani aveva rifiutato le cure (Carol era malata di diabete) con la seguente motivazione: "questi drogati dicono di essere malati perché vogliono la droga." Il fatto, famosissimo, rende l'idea del clima incredibile della repressione post-"Barcone": retate di trenta-quaranta persone a volta; titoloni sulle prime pagine dei giornali.

Nasce in Italia la "psicosi" droga: per decine di milioni di italiani la droga diventa un "male oscuro," per centinaia di migliaia di giovani, una tentazione proibita.Solo tre anni dopo, l'opinione pubblica viene a sapere, da un dossier di controinformazione di Stampa Alternativa (La droga nera) che la storia del "Barcone" era una truffa: i carabinieri avevano dichiarato ai giornali di aver reperito nel "Barcone" mezzo chilo di hascisc, siringhe, eccitanti, e decine di giovani in stato confusionale; in realtà, come risulta dagli atti dell'istruttoria, il corpo di reato era mezzo grammo di hascisc "trovato" in un cestino della spazzatura, e "nessun giovane fu incriminato per­ché agli esami medici nessuno risultò aver consumato stupefacenti." La colossale montatura, del "Tempo" e del SID, aveva scopi politici precisi: tenere le decine di migliaia di studenti medi, in un periodo particolarmente combattivo, sotto il mirino della repressione, coi poliziotti davanti alle scuole, e genitori, comitati e presidi mobilitati in funzione antidroga; e, sul versante droga, determinare il modello di sviluppo del mercato. I carabinieri costituiscono Nuclei Antidroga in tutta Italia; lavorano gomito a gomito col Narcotic Bureau; intrattengono rapporti continui con l'Ambasciata americana, diretta dal filogolpista, ambasciatore Graham Martin, amico del generale Miceli (a cui ha fatto versare 500 milioni, secondo il Rap­porto Pike del Senato USA); e inviano uomini in USA ai corsi specializzati nelle tecniche di infiltrazione; il capitano del Nucleo, Servolini, è stato numerose volte presentato come fascista e non ha mai smentito: per esempio, nella controinchiesta La strage di stato e su "Notizie Radicali"; secondo "Lotta Continua," avrebbe protetto la spedizione delle guardie forestali contro la RAI-TV nella notte del golpe di Borghese (cfr. "Lotta Continua," 4 ottobre 1975, p. 2); la caserma di Servolini sta a pochi metri dalla RAI; il famoso proclama agli italiani di Borghese cominciava ricordando un'Italia ridotta a "popolo di drogati, devastata dagli stupefacenti e dal comunismo." Siamo nel periodo d'oro del generale Miceli e dei suoi rapporti privilegiati con i politici e con l'ambasciata americana.La grande paura della droga scatenata dal caso "Barcone," provoca degli effetti scientificamente prevedibili: interessa alla droga, artificiosamente, centinaia di migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla curiosità; è il concetto, teorizzato in America di "scare"; "nella storia della droga in America - dice Victor Pawlak, Direttore della “Do It Now Foundation” - abbiamo visto che i grandi boom dell'uso di certe sostanze sono stati provocati da qualche campagna di stampa che ha fatto detonare un panico di massa nella popolazione adulta e una curiosità artificiale nella popolazione giovane." Successe cosí per la colla degli aeroplanini: all'inizio degli anni '70 alcuni giornali americani spararono sulle prime pagine la notizia che un certo numero di ragazzini usava la colla come droga inalante; un anno dopo, i "drogati" di colla, erano passati da poche centinaia a centinaia di migliaia in tutto il paese.L'effetto del "Barcone" in Italia, fu il "boom" clamoroso dell'uso di anfetamina: non le pasticche dei ragazzi "yé-yé," ma le iniezioni endovena. Nel 1970, i tossicomani negli Ospedali Psichiatrici milanesi, sono meno di dieci; nel '71, trentuno; nel '72, centoquaranta; sono quasi tutti casi di anfetamina e tutti casi di "bucomani," abituati a iniettarsi i farmaci; il "boom" dell'anfetamina coincide con il "boom" del buco, con l'inizio della "cultura del buco": esattamente il modello corrispondente alle immagini droga sparate dai giornali: il capellone con la siringa. Le migliaia di giovani sprovveduti, attirati dalla droga, trovano, a bassissimo prezzo e in libera vendita, l'anfetamina: e trovano alla luce del sole e non disturbati dalla polizia, gruppi di tossicomani pronti a insegnargli la tecnica dell'iniezione e fargli le iniezioni direttamente. Non trovano invece la droga leggera, perché i prezzi cominciano a essere alti (anche piú di 2-3.000 il grammo), la qualità scadente e la reperibilità scarsa. Numerosi ragazzi cominciano la loro esperienza-droga dall'anfetamina in vena. È il massacro. Dopo due anni, i casi di psicosi cronica sono migliaia. I quartieri centrali come Brera e Campo dei Fiori, ritrovo di compagni del movimento, ma già tartassati dalla repressione, diventano teatro dei guai deliranti dell'anfetamina; si inserisce il mercato grigio, che specula sulle difficoltà di alcuni tossicomani cronici, guardati male dai farmacisti, e fa circolare l'anfetamina a prezzo maggiorato. "Vi siete mai chiesti dove sono finiti alcuni vostri vecchi amici - sí, di quelli magri - quelli con gli occhi fuori dalle orbite - quelli matti - alcuni sono morti. Vi ricordate il `Polacco' e Peter, ovvero 40 pastiglie in due." "Se mi sputtano è perché vedo i miei migliori amici che stanno male" scrive "Sballo," un ragazzo molto "dentro" alla Metedrina (Droga e sistema, cit., p. 121), proprio in quel periodo, a Brera.Nella primavera del '72 l'anfetamina è una piaga di massa. oggi i ricercatori sanno che la rapidità e la violenza con cui è cresciuto il fenomeno sono una conseguenza diretta della campagna politica nata a Roma nel marzo '70: la dottoressa Maria Grazia Cogliati, dell'equipe psichiatrica, dell'Ospedale Psichiatrico di Gorizia, diretta dal prof. Dr.  Franco Basaglia, ha dedicato una lunga, lucida e sconcertante analisi a tre annate del quotidiano "Il Tempo" (1968-1970), compreso il caso "Barcone." Il lavoro, capillare e massiccio, dei "giornalisti d'assalto," funziona su un doppio livello: a) Influenzare direttamente la burocrazia statale, i carabinieri e le forze di polizia sensibilizzandoli ancora di piú alla repressione dura con­tro i capelloni e i drogati e fornendo loro una copertura politica. b) Influenzare l'opinione pubblica, a livello di massa, imponendo anche in Italia il mito della marijuana come droga assassina: criminalizzando tutti i capelloni come sospetti consumatori: l'effetto sul pubblico è profondo, perché "Il Tempo" funziona da direttore d'orchestra in tutta la campagna e le sue veline vengono riprese da tutta la catena dei giornali di Monti e anche dalla stampa nazionale: il risultato è "un atteggiamento basato sulla paura, sul disprezzo e sull'intolleranza." Si crea il tossicomane, perché chiunque inizia con le droghe nocive viene sbattuto in un vicolo cieco, "impossibilitato a trovare un lavoro o un alloggio o una solidarietà." Rendendo la vita impossibile a capelloni, freackettoni nelle piazze o nelle case e respinti e visti come drogati dalla gente, costringe una parte di loro a darsi alla droga pesante (Analisi del comportamento comunicativo di un giornale romano, in Esperienze di una ricerca sulle tossi­comanie giovanili in Italia, a cura di L. Cancrini, Mondadori, Milano 1973, pp. 194-230).L'alleanza opinione pubblica-polizia è fondamentale per rendere possibile e credibile la repressione dei giovani proletari e delle droghe leggere; in società dove la gente è piú informata sulla nocività delle varie droghe, sui modi efficaci di affrontare un eventuale problema di tossicomania, si crea automaticamente una rete di protezione, dalla famiglia  agli  amici, intorno a chi usa droghe illegali; in Italia, il caso tipico dopo il '70, è quello del genitore che denuncia il figlio alla polizia e che chiede ai carabinieri di salvarlo dalla droga. È un risultato eccellente, voluto: la trasformazione della famiglia in una rete capillare di spionaggio gratuito per la polizia. Una pacchia: solo a loro spese, naturalmente, i genitori sprovveduti, che hanno chiesto "aiuto" ai carabinieri, scopriranno che ciò vuol dire mandare in galera il loro figlio per due anni e trasformarlo in un rottame.

Un' equipe dell'Istituto Superiore di Sociologia di Milano, coordinata dal professor Guido Martinotti, ha analizzato, valendosi di tecniche di elaborazione elettronica, tutti gli articoli sulla droga apparsi su sei quotidiani significativi ("Corriere della Sera," "Giorno," "L'Unità," "La Notte," "La Stampa," "L'Avvenire"); ecco come vengono caratterizzati, nella maggioranza dei casi, i consumatori di droghe leggere arrestati dalla polizia: devianti, squallidi,» «disumani, violenti," "sprovveduti," (C. Caraccia, C. Costa, G. Martinotti, La stampa quotidiana e la droga, in Droga e società italiana, Indagine del Centro Nazionale di Prevenzione e difesa sociale, Giuffré, Milano 1974). Nella ricerca condotta per l'Amministrazione provinciale di Milano, gli psicologi Quadrio e colleghi hanno rilevato statisticamente che nel '73, la stragrande maggioranza della popolazione aveva accettato le idee reazionarie diffuse dalla stampa: il 50,8 % , riteneva che individui particolarmente attirati dalla droga  fossero gli omosessuali; tra i problemi ritenuti "attualmente preoccupanti" in Italia, il 70.1 % dei giovani credeva che le droghe hanno solo effetti negativi," il 38,4 % riteneva che "tutte le droghe sono egualmente dannose," il 23,9 % in­dicava l'hascisc fra le droghe giudicate piú dannose, il 33,2 % rispondeva "sí" alla domanda "le darebbe fastidio se un drogato venisse ad abitare nel suo quartiere," il 45,1 % rispondeva "sí" alla domanda "le darebbe fastidio se un drogato venisse ad abitare nel suo caseggiato?" e addirittura un 82 % di sí per "se volesse imparentarsi con la sua famiglia?" (A. Quadrio, B. Barbero Avanzini, F. Dogana, 141. Sacchi, Il problema della droga nella società contem­poranea. Indagine sulla opinione pubblica milanese, in Droga e società italiana, cit.).Grazie al "Tempo" e ai carabinieri del SID, chi fuma qualche sigaretta di marijuana è visto dalla gente peggio di un lebbroso.  Sono masse "predestinate" all'eroina.

I primi morti. L'anfetamina è una droga pesanteIl primissimo è Gianni Favero, 20 anni, di Mestre, assassinato dalla Squadra Narcotici di Milano e dal carcere milanese di San Vittore: i funzionari della questura lo arrestano con un paio d'etti di hascisc in seguito a una spiata. È la solita storia: i poliziotti di Milano e Roma sono dei precursori del clima post-barcone degli anni '70; il capo della Mobile milanese, il dottor Beneforti, si scatena contro i compagni che portano un po' d'hascisc da ; Istanbul, e intanto, invece che alla lotta contro gli evasori fiscali o i truffatori alla Felice Riva, sì dedica allo spionaggio telefonico, insieme a Tom Ponzi (fatti per cui finirà in galera nel '73, nel corso dell'istruttoria sulle intercettazioni). Il ragazzo arrestato questa volta è un consumatore di anfetamina: in carcere non lo curano e muore dopo pochi mesi per nefrite.La seconda è Carol Berger, senza nessuna malattia di droga: assassinata da un giudice istruttore di Salerno, che le nega le cure (vedi paragrafo precedente).I primi morti "diretti" sono del '72: e sono quattro; Fiorella Nicolato, a Vicenza, in febbraio, uccisa da un barbiturico in associazione (lo Strofosedan); Pietro Lagomaggiore in marzo, a Milano: anfetamine; Elisa Toso, 16 anni, in settembre, a Trino Vercellese: anfetamine; Patrizia Paolucci, a Milano in dicembre: anfetamine. Sono solo i morti apparsi sui quotidiani nazionali: poi ci sono gli altri, quelli che muoiono come cani, in una toilette o in una soffitta, per una dose fatale di anfetamina; quelli di cui parla "Sballo," non registrati dai medici o dalla stampa: l'anfetamina non è una droga.Dall’anfetamina alla morfinaIl 17 maggio 1972, il ministro della Sanità del governo Andreotti, il democristiano Athos Valsecchi (incriminato nel '74 per lo scandalo del petrolio) inserisce nell'elenco degli stupefacenti le anfetamine: ben 34 anni dopo la Svezia e dopo una polemica di venti anni delle Nazioni Unite contro lo stato italiano.Il provvedimento arriva all'improvviso, quando i consumatori di anfetamina endovena sono in tutta Italia almeno diecimila, e i tossicomani non meno di cinquemila. Il lancio pubblicitario della nuova legge è notevole (prima pagina sui giornali); in parte è un provvedimento-truffa, perché vengono messe fuorilegge soltanto un terzo delle anfetamine, che le case ritirano dal commercio. Restano in circolazione dozzine di specialità, dal Preludin Compositum della Boehringer al Magriz della Pierrel al Magrene della Ravasini, al Tenuate della multinazionale Richardson and Merrell. Sono prodotti a fatturato altissimo per­ché usati da centinaia di migliaia di persone, in mag­gioranza donne, come dimagranti.Gli effetti sul mercato della proibizione delle anfetamine sono clamorosi; nell'autunno del '72, arriva, a Roma, la morfina. Prezzi bassi, ottima qualità: è cloridato di morfina della Mercks, un'industria tedesca che si è sbarazzata di enormi scorte (diverse tonnellate) di morfina in pasticche, con un sistema originale. Le organizzazioni…….. …(c’è un salto nella pagina , ma a memoria le pasticche dovrebbero essere quelle delle scorte per i soldati americani in Vietnam,dove la guerra nel frattempo è finita e quelle scorte sono inutilizzabili) ……e medicinali; e acquistano le pastiglie (che la Mercks non saprebbe come usare perché ne è stato proibito il commercio). Milioni di pasticche finiscono a Peshawar, nel Pakistan, e vengono rivendute al mercato nero agli europei di passaggio: 30 lire a pasticca.Molti freak europei in viaggio verso l'India comciano a bucarsi con questa morfina; la voce si sparge, e nell'autunno del '72, Roma, ai concerti pop, a Campo de' Fiori e in numerosi quartieri, è inondata di morfina."Sono uscito di carcere nell'inverno '72, dopo un anno e quattro mesi. Mi avevano dato la libertà provvisoria con la legge Valpreda. Mi aveva arrestato il capitano Servolini dei carabinieri antidroga, per una pastiglia di LSD, nascosta in una biro: l'hanno trovata per una soffiata." Comincia cosí il racconto di Roberto Canale, uno delle centinaia di ragazzi e compagni romani, arrestati nel '70 dal Nucleo antidroga."Quando sono uscito, Roma non era piú la stessa: Trastevere completamente rovinata, Campo de' Fiori piena di spie, di mafiosi [...]. Quando sono entrato in carcere, a Roma c'era qualche bucomane: sballati che si facevano l'anfetamina; oppio o morfina nei giri di Trastevere e Campo de’ Fiori non se ne vedevano quasi mai. Adesso, arrivo sulla piazza e vedo dei ragazzi che vendono pastiglie di morfina davanti a tutti, come se fossero sigarette di contrabbando. 'Ma non avete paura?' Alcuni li conoscevo, erano ragazzi delle borgate. Si misero a ridere. "A te ne diamo gratis, prendila, è molto buona.""Credevo che fossero gentili perché erano vecchi amici e io ero appena uscito di prigione: mi sbagliavo. Facevano così, quasi con tutti: gratis o per 200-300 lire.`Il memoriale di Roberto Canale, in possesso di Stampa Alternativa e pubblicato in esclusiva in stralci da "Paese Sera" (Sono un drogato, ecco la mia storia), un paginone del 24 aprile '75, e l`Espresso" (Cosí funziona l'industria della morfina, 27 aprile 1975), è il documento fondamentale per capire la storia dell'eroina in Italia. Gli spacciatori di morfina non erano grossi boss mafiosi o professionisti: ma ragazzotti di periferia entrati in un'impresa più grande di loro. Nella parte inedita del memoriale, Roberto spiega di aver conosciuto in carcere parecchi ragazzi tossicomani e amici di tossicomani: tutti, quando venivano fermati ……………… e facevano questo discorso: “……. vi lasciamo stare; altrimenti, due anni al gabbio (prigione) non ve li toglie nessuno.”  Il ricatto scattava anche quando i ragazzi venivano fermati senza droga. "A quella ci pensiamo noi" diceva Servolini, 'i giudici tra la nostra parola e la vostra credono a noi.' [...].Alcuni tossicomani finivano nei guai per aver fatto delle ricette false: se i carabinieri fermavano un tossicomane, Servolini gli faceva lo stesso discorso; però con una promessa in piú: “Se lavori per noi ti diamo morfina gratis.”. Dopo che ho cominciato a bucarmi, ho visto anch'io qualche volta questa morfina: era diversa da quella del Pakistan (logico: Servolini non poteva arrivare al punto di consegnare ai ragazzi droga uguale a quella che veniva venduta sul mercato dagli spacciatori, il gioco sarebbe stato troppo scoperto), e si diceva che veniva dai Laboratori farmaceutici che la forniscono in dotazione esclusiva all'esercito. La chiamavano  Palfium.         Del Palfium abbiamo già parlato. Fu  lanciato dall’industria  belga alla fine degli anni ’50 come l'analgesico del secolo che non dà assuefazione, in realtà era una specie di morfina sintetica con le stesse proprietà tossiche; i laboratori sono quelli dell'Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze  (autorizzato a produrre sostanze stupefacenti dal ministero della Sanità: aut. 1/860) che lavora esclusivamente  per le Forze Armate: i Carabinieri ricevono i medicinali direttamente da loro.Nel '73, tra la morfina del Bangla Desh e quella dell'esercito, Roma è inondata di droga pesante. Le pasticche vengono soprannominate "Peshawar," i clienti cominciano ad arrivare anche da altre città, Milano, Bologna, Firenze.La morfina fa strage fra i tossicomani da anfetamina, già abituati alle iniezioni, e contenti di passare a una tossicomania apparentemente più tranquilla dei continui deliri dell`anfe": le prime centinaia, migliaia, di reclute,  sono ex anfetaminici.Gli spacciatori sono una trentina, ma lavorano parecchio, in una decina di "piazze," dal centro, Campo de' Fiori, a zone come piazza Quadrata (il Piper), piazza Bologna, la Balduina, Monteverde, a zone di periferia come Boccea o Montesacro. I piú importanti sono una decina e non hanno difficoltà ad andare e tornare dal Pakistan ……………..informatori dei Carabinieri del Nucleo Antidroga, vendevano sotto gli occhi dei carabinieri in borghese," accusa il memoriale Canale. Il Nucleo non ha mai smentito: e non ha reagito nemmeno alla clamorosa denuncia contro il suo titolare (capitano Mazzotta) per "corruzione e spaccio di eroina" presentata il 2 luglio 1975 da Stampa Alternativa alla Procura della Repubblica di Roma, in base al memoriale ed a un voluminoso dossier.D'altra parte, già nel '73, il "Corriere della Sera" aveva pubblicato in prima pagina una clamorosa (quanto involontaria) rivelazione dell'ambasciata americana, racchiusa in un libretto ad uso e consumo esclusivo dei turisti americani, per metterli in guardia contro le leggi italiane, in cui si affermava testualmente: "I giovani americani non sanno che in Italia gli spacciatori di droga sono anche spie del Nucleo Antidroga e vengono ricompensati in cambio di informazioni dettagliate sugli acquirenti/consumatori (Alfonso Madeo, La droga trabocchetto per i turisti a Roma, "Corriere della Sera," 23 maggio 1973). Una chiara accusa di protezione e connivenza, anche questa mai smentita, anzi, in seguito alla quale il gran capo dell'Antidroga, il capitano Servolini, venne subito dopo destituito dalle sue funzioni e trasferito.Gli spacciatori agiscono indisturbati; mentre continuano al solito ritmo gli arresti per hascisc, non un solo arresto viene effettuato per detenzione o spacciò di morfina tra il ,'72 e l'estate del '73." Dal febbraio 1973, il Centro Antidroga del Comune di Roma comincia a ricevere i primi casi di intossicazione da morfina: nel settembre 1974, è possibile fare i conti. Sono passati dal centro, -160 giovani: tutti consumatori abituali di oppiacei; nel 1970, su 142 tossicomani trattati  dal Centro per le "tossicosi da stupefacenti e psicotropi gestito dall'equipe di Cancrini (e ora chiuso), nessuno era morfinomane o eroinomane, tutti erano farmacodipendenti da psicofarmaci (cfr. L. Cancrini, M. Malagoli Togliatti, G. Meucci; Droga: chi, come, perché, Sansoni, Firenze 1972, pp. 53-54). La situazione si è completamente ribaltata: l'escalation dall'anfetamina alla morfina è documentata in modo evidente.Il neuropsichiatria  dottor Riccardo Zerbetto, dell'equipe del Centro Antidroga, segnala un 36 % di ex consumatori di anfetamine, piú di un terzo del totale (in L'impiego del metadone nel trattamento della morfinodipendenza, in "Rassegna di studi psichiatrici," vol. LXIII, fasc. 6, novembre-dicembre 1974, p. 875).Dalla morfina all'eroina. L'inverno dell'eroina: '74 - ‘75.Quando le scorte pakistane di morfina della Mercks finiscono, il giro cambia: è il momento dell'eroina, che ad Amsterdam ('74) si trova anche a 10.000 lire al grammo.  Tutti i morfinomani passano senza difficoltà all'eroi­na: l'inverno 74/75 segna la diffusione di massa.Ormai a Livorno, quelli del giro bucano quasi tutti. L'eroina si è fatta viva già da un pezzo, da parecchi mesi (prima era un fatto sporadico) con regolarità. Costa 10.000 lire a busta e i ragazzi incastrati la rimediano con furtarelli o vendendo altra `"ero". Per quanto riguarda l'hascisc, il discorso è quello che si fa in moltissime città: per periodi relativamente lunghi sparisce del tutto e appare la roba pesante; e dopo un po' l'erba ricompare ancora, ma a prezzi assurdi: per 5.000 lire ti danno un `joint' (sigarettone a base di hascisc, N.d.R), un 'joint' e mezzo. Arresti, per il fumo, ce ne sono sempre. Per l'eroina, uno o due: chi ce l'aveva per venderla, è subito uscito; l'altro, un ragazzo di 18 anni preso nel giro, è ancora dentro," scrive all'inizio della primavera una studentessa di Livorno."A Genova ( da sempre una buona piazza per l'acquisto di droghe leggere provenienti dal porto) circa tre ' mesi fa quei figli di puttana mafiosi hanno fatto sparire quasi completamente la "merda" (è la parola di gergo ' per l'hascisc, dall’inglese shit )" scrive un compagno anarchico. "All'inizio l'hanno distribuita anche gratis o comunque a un prezzo bassissimo. Adesso sono passati a 90.000 lire il grammo; per quanto riguarda la `merda,' i prezzi prima dell'inverno erano questi: marocco: 60.000 all'etto; libano rosso: 80.000; pakistano nero: 90.000. I prezzi delle stecchette partivano da un minimo di 1.500-2.000 al grammo. Adesso i prezzi sono cambiati ed è difficilissimo trovare della roba che non  sia una fregatura: marocco: 90.000; libano ancora di più; per le strade il nero va addirittura a 270.000, 250-300.000.

 

L'operazione eroina si basa su tre fattori:

Senza nessun problema, sparita la  morfina, sostituirla con l'eroina; anche se i prezzi sono piú alti, i morfinomani non hanno scelta; é l'eroina è anche farmacologicamente un sostituto adatto.b Là manovra di mercato: i mafiosi dell'eroina con­trollano una quota del mercato della droga leggera; non hanno -nessuna difficoltà 'a fingere una carestia- della merce o  ad alzare artificiosamente il prezzo; contemporaneamente, immettendo sul mercato eroina a basso prezzo o semi-gratuita, si compie  un'operazione promozionale verso, i  "neofiti", della droga, le migliaia di ragazzi, che, stimolati dai meccanismi che abbiamo descritto in pre­cedenza, si avvicinano al mercato nero per "provare" la droga,nella misura in cui in cui, come documentano le indagini  di Quadrio e della sua equipe di psicologi, questi ragazzi ignorano i pericoli dell'eroina, o hanno un'immagine confusa della droga in generale, non esistono resistenze specifiche all'uso di eroina. Inoltre, la migliore pubblicità è quella del prezzo. basso: ciò è particolarmente vero per i giovani operai, proletari e sottoproletari. Nell'inverno '74-71 nelle grandi città operaie come Torino  e Milano quello del prezzo è il fattore chiave con cui vengono agganciati i giovani operai.c) Chi controlla il racket dell'eroina ha la necessità per potere alterare i prezzi del mercato delle droghe leggere, o per poter limitare drasticamente la disponibilità di hascisc, di influire sulle quote di mercato dell'hascisc controllate da altri, non legati al racket. L'unico modo di influire su queste quote sono gli arresti e i sequestri, che non possono, per evidenti motivi, essere operati direttamente dai trafficanti. Tuttavia 'il trimestre novembre/ gennaio segna un "boom" clamoroso negli arresti per droghe leggere: oltre 2.000 in tutta Italia. I "fumatori" vengono arrestati a dozzine alla volta, compreso piccole città come Monza, dove il 16 dicembre (cfr. "Il Giorno") vengono arrestati dodici ragazzi di Lissone, Macherio, Sovico: di cui 8 operai e 1 meccanico; l'epidemia coinvolge molte regioni e città dove per anni gli arresti sono stati rarissimi o inesistenti: l'Umbria ..(Spoleto, Foligno, Terni, Perugia), la Calabria Trieste ……………); i centri minori della Lombardia (Bergamo, Treviglio), la Puglia (Bari, Mola), la Sicilia (Catania, Palermo); nelle grandi città (Torino, Firenze, Bologna, Roma, Mi­lano, Genova) c'è un'intensificazione delle retate soprattutto a Milano si cerca di colpire le quote piú vistose dell’importazione: il 26 gennaio i carabinieri sequestrano 41 kg di olio di hashish, il cui valore è dieci volte superiore all'hashish semplice (stimato in mezzo miliardo). Le operazioni nel Nord Italia sono promosse dal Nucleo Antidroga dei carabinieri di Milano, diretto dal capitano Guarnotta, braccio destro di Servolini nel caso del "Barcone" sul Tevere (e autore in proprio della fa­mosa provocazione contro Re Nudo: 67 arresti in un circolo privato); al centro fra Roma-Umbria-Firenze-Napoli, dal Nucleo Antidroga dei Carabinieri di Roma.I Nuclei Antidroga ritornano a farla da protagonisti nell’operazione eroina:soltanto col loro aiuto i trafficanti di eroina possono controllare le quote di mercato (droghe leggere) non in mano loro: l’operazione “ inverno dell’eroina” , con ritiro delle droghe leggere e massicce immissioni di eroina a basso prezzo funziona e riesce perché i 2000 e passa arresti e gli importanti sequestri delle medie e grosse importazioni hanno bloccato il mercato dell’hashish dando via libera ai trafficanti di eroina.

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La Redazione

sentenza tribunale cagliari

Tribunale Cagliari: non e' reato coltivale cannabis per uso personale
 
 La coltivazione di marijuana per uso personale non va considerata reato ma e' equiparabile alla detenzione e pertanto e' un semplice illecito amministrativo.
Lo ha ribadito il giudice monocratico di Cagliari stamane nel processo che vedeva imputato un giovane dell'hinterland del capoluogo a suo tempo arrestato perche' aveva in casa due piantine di canapa indiana. Il giovane, difeso dall'avvocato Giovanni Battista Gallus, e' stato assolto dall'accusa di coltivazione di droga. Il legale dell'imputato si e' rifatto alla giurisprudenza della Cassazione che nel maggio scorso ha distinto la coltivazione estensiva, e quindi per lo smercio, da quella pura e semplice, e dunque per uso personale. Una sentenza analoga era stata emessa, sempre a Cagliari, nel giugno scorso. Inoltre il Tribunale del Riesame di Cagliari nel 2000 aveva emesso un provvedimento dello stesso tenore giuridico.
"Le sentenza del tribunale di Cagliari, del tribunale di Bologna, che arrivano dopo il pronunciamento della Corte di Cassazione, che ha equiparato l'autocoltivazione domestica al consumo personale, fanno finalmente giustizia dopo anni di persecuzione penale contro persone che non hanno mai commesso reati verso terzi ne tantomeno alimentato il narcotraffico". Lo sostiene, in una nota, il responsabile tossicodipendenze del Prc, Francesco Piobbichi.

Psyco boom

Aumentano i consumi di medicine per combattere ansia e depressione, attacchi di panico e disturbi alimentari. Al ritmo dell'8 per cento l'anno. E si abbassa l'età di chi cerca nelle pillole il rimedio contro le difficoltà della vita. Con molti rischi.

Agli italiani piacciono sempre di più. E aumentano i consumi: nel 2006, l'aumento delle prescrizioni di antidepressivi ha superato dell'8 per cento i già alti livelli del 2005, per un totale di 650 milioni di euro.

 

Eppure, almeno in Italia, il marketing stravince sulla cautela. Ed è riuscito, negli ultimi anni, a catturare pazienti sempre più giovani: il depresso-tipo, insomma, non è più l'anziano o la donna in menopausa o la persona di mezza età, comunque qualcuno che fa i conti con le pene del tramonto della vita. No, proprio il contrario: oggi a impasticcarsi è sempre più spesso il giovane che sta impostando la sua attività lavorativa, che è sul punto di realizzare progetti, di sposarsi o fare figli……….

trovato in giro...

Mille
 

Spesso si sente dire che i soldati fanno uso di sostanze psicoattive in battaglia. C'è nessuno che ne sa qualcosa su questo argomento?
Ad esempio, avevo sentito parlare delle 'Pillole Goering' che la Luftwaffe (si scrive così? :p) dava ai propri piloti per aumentare le prestazioni ed eliminare paure ed incertezze. Erano pillole composte da vari tipi di amfetamine. Esistevano realmente?
Oh ad esempio i Berseker vichinghi, usavano l'amanita muscaria in combattimento o sono solo leggende?
Faccio tutte queste domande perchè sull'argomento non ne so nulla, ma sono molto curioso visto che quando si parla di guerra si tende a parlare di altre cose ma non di queste. Se qualcuno ne sa qualcosa su Droga e Guerra (parlo anche di guerre antiche) sarei molto felice se postasse qualche informazione.

CIAO

wittmann
 

Tutto vero!!! e' dalla notte dei tempi che l'uomo utilizza metodi piu' o meno ortodossi per vincere la paura del campo di battaglia,droghe ,alcool,tutto quello che poteva limitare l'effetto del naturale spirito di autoconservazione che alberga in ognuno di noi.Durante la 1Gm una battuta in voga nell'esercito italiano sottolineava come il miglior alleato dell'esercito italiano fosse il fiasco di vino/grappa,in un libro credo 1 anno sul Pasubio si descrive un assalto notturno delle sturmtruppen austriache completamente ubriache.gli inglesi distribuirono anfetamine ai loro uomini cosi come gli americani e i nazi,i russi vodka e NKVD (metodo forse piu' efficace) se ti ritiravi venivi ucciso.In Vietnam erano molto diffusi oppiacei e cannabis fra gli americani,anche oggi le truppe aerotrasporate USa hanno in dotazione una pasticca detta stop&Go a base anfetaminica.

tabaccai

in pratica io ho avuto un' esperienza con il tabacco perchè pensavo che comunque baciare una fumatrice è come leccare un posacenere, e allora lei l'avevo mollata ma poi ho iniziato a fumare anche io e ora si è dinuovo assieme e si fumerà tre pacchetti in due ogni santo giorno. per me il tabacco è la peggio sostanza, anche perchè comunque ho sentito che ci mettono di tutto nelle sigarette fuorchè il tabacco. Io sono vittima dei tabaccai.

multinazionali del tabacco

(da: "le dieci peggiori corporation")

 

BAT: CONTRABBANDIERI DI MORTE

Uno dei metodi più efficaci per ridurre il fumo è quello di aumentare il prezzo delle sigarette.

È per tale motivo che l’Organizzazione Mondiale della Sanità e le autorità sanitarie considerano l’istituzione di un’elevata tassazione sulle sigarette come la più importante misura di controllo del tabacco che una nazione possa applicare.

È per questo motivo che le industrie del tabacco odiano le imposte dirette sui loro prodotti...e appare chiaro dall’evidenza pubblicata quest’anno che è questo il motivo per cui l’industria del tabacco ha promosso e gestito il contrabbando di sigarette su larga scala, a livello mondiale.

Sulla base di quanto emerso da documenti aziendali interni, scovati dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ - Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi), da un progetto del Center for Public Integrity (Centro per la Pubblica Integrità), e dal lavoro del British Group Action on Smoking and Health (ASH UK - Gruppo d’Azione Britannico su Fumo e Salute), la British American Tobacco (BAT) ha portato avanti per decenni un progetto mondiale di contrabbando, con sforzi massicci concentrati in America Latina e Asia.

La BAT, proprietaria della compagnia statunitense Brown & Williamson, è la seconda multinazionale del tabacco dopo la Philip Morris.

I documenti in questione, fanno parte del dossier di milioni di documenti pubblicati durante il contenzioso tra gli Stati Uniti e le aziende produttrici di tabacco.

Come riassunto nella testimonianza resa da Clive Bates di ASH UK all’Health Select Committee (Comitato Scelto per la Salute) della British House of Commons (è il parlamento del Regno Unito n.d.t.), la BAT ha intrapreso un vasto progetto per promuovere il contrabbando di sigarette nel mondo.

Tra le strategie chiave delle aziende sono state elencate:

• L’adozione di un approccio alla pianificazione degli affari e degli obiettivi di vendita che tratta le varie vie del contrabbando come canali di distribuzione "quasi normali", sotto lo stesso controllo operato per i canali legittimi;

• Lo stabilire deliberatamente relazioni d’affari con gli intermediari che riforniscono i contrabbandieri in via diretta o indiretta, e prendere la direzione di queste "aziende" in modo da ricavare guadagni dai mercati illegali;

• La costruzione di magazzini e l’incarico a personale del settore marketing in prossimità di frontiere con scarsi controlli doganali;

• Il servirsi di piccoli mercati legali o duty-free per giustificare campagne pubblicitarie che hanno come fine ultimo lo stimolo della domanda per le sigarette in vendita su mercati illegali (queste sono note come "operazioni ombrello");

• L’organizzazione di complicati movimenti delle merci attraverso diverse giurisdizioni o molteplici livelli all’interno di un’elaborata catena di distribuzione, al fine di generare difficoltà di tracciamento dei prodotti.

Il contrabbando non è un crimine privo di vittime, sottolinea Bates.

"I prezzi inferiori aumentano la domanda e migliorano la posizione competitiva del marchio, stimolando la domanda generale - con effetti d’urto sull’impatto sanitario, dovuti all’aumento del tabagismo."

Il risultato finale, continua Bates, "è l’aumento del tabagismo con conseguente aumento di malattie, specialmente nei paesi in via di sviluppo, tra i poveri, tra i bambini e tra gli adolescenti."

Il documento della BAT dimostra un alto livello di consapevolezza e coinvolgimento nelle operazioni di contrabbando, in cui ci si riferisce alle sigarette contrabbandate con eufemismi quali DNP (duty not paid - dogana non pagata) e GT (general trade - commercio generico).

Ecco alcuni estratti di questi documenti interni:

• "Souza Cruz mi informa che il presidente delle industrie BAT ha appoggiato l’approccio per il quale il Gruppo Operativo brasiliano aumenti la propria quota di mercato argentino via DNP."

• Dal piano quinquennale BAT per il 1994-1998: "una priorità chiave per BAT è garantire che gli obiettivi e le prestazioni dell’intero sistema del Gruppo ricevano la necessaria priorità grazie all’efficace gestione di tale giro d’affari [DNP]."

• In Cina, l’azienda ha vegliato a "studiare alternative nelle vie di esportazione e nella clientela, atte a favorire la penetrazione di marchi provenenti dal Regno Unito all’interno delle province settentrionali e centrali."

• In Colombia, una nota riportava che "i prodotti DNP dovrebbero essere lanciati due settimane dopo il lancio dei prodotti DP (dogana pagata)."

Al momento di rispondere alle accuse fondate sui propri documenti interni, la BAT è stata aggressivamente evasiva.

"Non abbiamo intenzione di rispondere a domande o reagire a dichiarazioni evidentemente basate su documenti altamente frammentati o fuori contesto, riguardanti argomenti che sono affrontati in modo più adeguato- ed in molti casi lo sono con la nostra piena cooperazione - dai governi e dalle autorità doganali del mondo," è quanto dichiarato dall’azienda in una risposta al Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi.

L’azienda ha ammesso di essere a conoscenza del fatto che alcuni dei suoi prodotti "sono manipolati al di fuori dei canali ufficiali," ma ha aggiunto che "non è possibile controllare l’intera catena di distribuzione, sino al cliente finale."

Costretto a comparire di fronte al comitato parlamentare britannico assieme a Clive Bates e a Duncan Campbell (un reporter iscritto all’ICIJ nonché giornalista del Guardian), il presidente della BAT Martin Broughton ha definito il comitato parlamentare una "corte fantoccio".

Ha strappato la copia di una nota interna che si riferiva al contrabbando, ed ha negato di aver letto una lunga serie di articoli scritti sul Guardian in merito all’indagine dell’ ICIJ.

Portogallo. Studio: ecstasy attacca centraline energetiche dei neuroni

Un gruppo di scienziati portoghesi ha scoperto in che modo l'ecstasy, una delle droghe piu' usate dai giovani, riesce a distruggere le cellule del cervello attaccando le centraline energetiche dei neuroni.
Lo studio condotto su animali e pubblicato sull'ultimo numero della rivista Journal of Neuroscience, e' stato condotto da Felix Dias Carvalho, tossicologo dell'universita' di Porto.
Il meccanismo molecolare con il quale si esplica l'azione dell'ecstasy nel cervello sarebbe il seguente: la consumazione dell'MDMA (principio attivo dell'ecstasy) avrebbe l'effetto di accelerare il processo di invecchiamento dei neuroni che potrebbe portate anche a malattie neurogenerative come l'Alzheimer.
L'anello che sembrava mancate di questo meccanismo molecolare e' ora piu' chiaro: il derivato dell'anfetamina agisce direttamente sui mitocondri contenuti nei neuroni ( gli organelli che costituiscono il motore che fornisce l'energia alle cellule); in particolare l'MDMA danneggia i mitocondri attraverso l'azione deleteria verso una sostanza chiamata monoamina ossidasi B. Il risultato e' il malfunzionamento delle centraline energetiche della cellula nervosa fino ad un loro arresto.
La ricerca, secondo gli studiosi, potrebbe aprire la strada verso la messa a punto di sostanze protettive nei confronti dei neuroni danneggiati.

peyote contro alcolismo - scusate è in inglese...xò è interessante

Discover Magazine. Science, Technology and The Future

Peyote is a hallucinogen considered sacred medicine by members of the Native American Church. It was formally legalized for church members in 1994 as an amendment to the American Indian Religious Freedom Act. Buttons harvested from peyote cacti are purchased from licensed dealers in southern Texas.

Even with several tablespoons of peyote in me, by 3 in the morning I'm fading. For almost six hours I have been sitting in a tepee in the Navajo Nation, the largest Indian reservation in the United States, with 20 Navajo men, women, and children. They belong to the Native American Church, which has 250,000 members nationwide. Everyone except the four children has eaten the ground-up tops, or buttons, of peyote, Lophophora williamsii. U.S. law classifies the squat cactus and its primary active ingredient, mescaline, as Schedule 1 substances, illegal to sell, possess, or ingest. The law exempts members of the Native American Church, who revere peyote as a sacred medicine.
    A barrel-chested man wearing a checked shirt and cowboy boots stands over the cedarwood fire and murmurs a prayer in Diné, the Navajo language. As this roadman, or leader of the service, sprinkles sage on the coals, my eyelids close. I smell the sage and hear it hiss, and I see the roiling geometric patterns, called form constants, generated by compounds such as mescaline. Then the balding white man on my right nudges me and tells me to keep my eyes open. The Navajo might be offended, he whispers, if they think I have fallen asleep. Later, he shakes his head when I lean on an elbow to relieve the ache in my back. Too casual, he says.
    My guide to the etiquette of peyote ceremonies is John Halpern, a 34-year-old psychiatrist from Harvard Medical School. For five years he has been coming here to the Navajo Nation—27,000 square miles of sage-speckled desert stretching from northern Arizona into New Mexico and Utah—to carry out a study of peyote. Funded by the National Institute on Drug Abuse, the study probes members of the Native American Church for deficits in memory and other cognitive functions. Halpern has brought me here to help me understand him and his mission, which is to provoke a reconsideration of the pros and cons of hallucinogenic drugs, commonly referred to as psychedelics.
    Coined in 1956 from the Greek roots for "mind revealing," the term psychedelic refers to a broad range of drugs that include peyote, LSD, and psilocybin, the primary active ingredient in so-called magic mushrooms. Three decades ago the federal government shut down most research on psychedelics, and The Journal of the American Medical Association warned that they can cause permanent "personality deterioration," even in previously healthy users. Halpern says this blanket indictment is "alarmist" but agrees that there are documented dangers associated with the recreational use of the drugs. When ingested recklessly in large doses, psychedelics can generate harrowing short-term experiences, and they can precipitate long-term psychopathology in those predisposed to mental illness. Nonetheless, more than 20 million Americans have tried a psychedelic at least once, and 1.3 million are users of the drugs, by far the most popular of which is now MDMA, or Ecstasy. Halpern undertook his peyote research in part to test persistent fears that those who repeatedly use psychedelics run a high risk of brain damage.
    While recognizing that psychedelics are toxic substances that should not be treated lightly, Halpern thinks some of the drug compounds could have beneficial uses. "There are medicines here," he says, that could prove to be "fundamentally valuable." He hopes the mind-revealing power of psychedelics can be harnessed to help alleviate the pain and suffering caused by two deadly diseases that have long been notoriously resistant to treatment: alcoholism and addiction. More than 12 million Americans abuse alcohol, and another 1 million abuse cocaine or heroin.
    Halpern's conviction that psychedelics might help alcoholics and addicts is based both on research by others and on his personal observations of members of the Native American Church. Although Indians in central and northern Mexico, peyote's natural habitat, have ingested it for spiritual purposes for thousands of years, only in the last century did this practice spread to tribes throughout North America in the form of rituals of the Native American Church.
    All the subjects of Halpern's research are Navajo, who account for roughly 10 percent of the church's membership and hold key leadership positions. Even though tribal leaders have banned alcohol from their reservation, alcoholism is still rampant. For the Navajo and other tribes, rates of alcoholism are estimated to be more than twice the national average. Those in the Native American Church say their medicine helps keep them sober and healthy in body and mind, and Halpern suspects they are right.
    He first took peyote himself five years ago, shortly after presenting his research plan to leaders of the Native American Church. "It would have been supremely insulting to them if I didn't try it. So I tried it." Halpern also hoped that firsthand experience would help him understand how peyote ceremonies might benefit church members. He checked beforehand with the U.S. Drug Enforcement Agency, which told him that it would not object to peyote use by non-Indians for serious scientific, educational, or journalistic purposes. Halpern has participated in five services in all, including the one we both attend, and these experiences have imbued him with respect for the Indians and their faith. When I expressed curiosity about the ceremonies, he said the best way to appreciate them is to participate in one. He warned me that the ceremonies are in no way recreational or fun, and our session in Arizona bears that out.
    Like most Native American Church services, this one has been called for a specific purpose—in this case, to help a wife and husband burdened with medical and financial problems, all too common on the reservation. Except for Halpern and me, everyone is a friend or relative of this couple; some have traveled hundreds of miles to be here. The meeting lasts for 10 hours with only a single 10-minute break, and it unfolds in a rhythm of rituals: smoking tobacco rolled in corn husks; singing hymns in Diné or other Native American languages to the pounding of a deerskin drum; eating peyote and drinking peyote tea passed around in bowls, three times in all.
    There is a spellbinding beauty in the incantations of the roadman, in the sparks spiraling up from the bed of coals toward the tepee's soot-blackened roof, in the stoic expression of the elder who adds cedar logs to the fire and rakes the coals into a half circle. But none of the worshippers seems lost in blissful aesthetic reveries. Far from it. For much of the night, the mood is solemn, even anguished. Two people vomit, including the wife. Both she and her husband sob as they confess their fears and yearnings. So do others as they listen, offer prayers, or divulge their own troubles—usually in Diné, but occasionally in English.
    The power of these ceremonies, Halpern tells me later, is only partly pharmacological. After all, worshippers usually eat just a few tablespoons of peyote, which amounts to less than 100 milligrams of mescaline—enough to induce a stimulant effect but not full-fledged visions. Peyote, Halpern speculates, serves primarily as an amplifier of emotions aroused by the ceremony's religious and communal elements. He cannot prove this conjecture yet, nor can he say how or if the putative benefits of these sessions might be achieved by non-Indians in more conventional psychotherapeutic settings. "A lot more work needs to be done to answer such questions," he says.
    His creeping baldness notwithstanding, Halpern looks younger than his age. He can be brash too. During our weekend in Navajo country—where we visit a substance-abuse clinic and meet a Native American Church leader as well as attend the peyote session—he exults in displaying his knowledge of psychedelic chemistry and his talent for mimicry. A nightclub owner once said his impressions were good enough for a stage act, he boasts. (Actually he is good, especially at obscure sitcom characters like Colonel Klink's irritable commander in Hogan's Heroes: "Kleenk, you EE-dee-ot!")
    Halpern says he does have "an abrasive, sarcastic side." But he also has an earnest, idealistic side that comes to the fore when he talks about his upbringing. Raised in a Jewish home in an affluent New York suburb, he was never particularly religious, but he inherited a passion for healing from his psychiatrist father and psychologist mother. They convinced him that "medicine is the highest profession you can have, because it's such a privilege to work with human beings and to heal them."
    He traces his interest in psychedelics to the early 1990s. Interning at a psychiatric hospital in Brooklyn, New York, he became frustrated that he could not offer better treatments for alcoholic or drug-addicted patients. During a weekend at his parents' home, he vented to a visiting family friend, Chunial Roy, an Indian-born psychiatrist who had settled in western Canada. Roy recalled that in the 1950s, he did a survey of alcoholism among Indians in British Columbia and found low rates among members of the Native American Church. Roy added that psychedelics such as LSD had once been considered promising treatments for addiction and other disorders.
    "I was so fascinated that I did all this research," says Halpern, who had never taken psychedelics and knew little of their history. He learned that LSD, mescaline, and psilocybin, initially viewed as mimickers of the symptoms of mental illness, came to be seen as potential treatments. From 1950 to the mid-1960s, journals published more than 1,000 papers describing the treatment with psychedelics of 40,000 patients afflicted with alcoholism and various other disorders.
    One early advocate of psychedelic therapy was William Wilson, known more familiarly as Bill W., who founded Alcoholics Anonymous in 1935. After observing alcoholics undergoing LSD treatment and taking the drug himself in 1956, Wilson became convinced that it might benefit alcoholics by triggering religious experiences like the one that had helped him stop drinking. The studies that instilled these hopes in Wilson and others were largely anecdotal, lacking controls, or flawed; they were nonetheless suggestive enough, Halpern thought, to merit follow-up investigations.
    After Halpern began his residency training at Harvard Medical School in 1996, he found a mentor: Harrison G. Pope Jr., a professor of psychiatry who had investigated marijuana and other psychotropic drugs. Halpern and Pope have coauthored several papers, notably one that considers whether hallucinogens cause permanent neurocognitive damage, as some early critics claimed. "At present," they wrote, "the literature tentatively suggests that there are few, if any, long-term neuropsychological deficits attributable to hallucinogen use." They contended that most studies linking psychedelics to neurocognitive toxicity examined too few subjects and did not control adequately for pre-existing mental illness or for consumption of other, more toxic substances, such as amphetamines and alcohol.
    It was to help resolve this lingering controversy that Halpern and Pope decided to examine the Native American Church, which offered a large population that consumes a psychedelic substance while avoiding other drugs and alcohol. Halpern and Pope won grants for their project not only from the National Institute on Drug Abuse but also from Harvard Medical School and two private foundations that support research on psychedelics: the Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies and the Heffter Research Institute (named after the German chemist who isolated mescaline from peyote and discovered its psychoactive properties in the late 1800s).
    Obtaining the cooperation of Native American Church officials turned out to be more difficult. Many disliked the idea of having their faith scrutinized by a scientist, especially a white one. After Halpern gave his pitch to one church gathering, a tribal elder harangued the crowd in Navajo for 20 minutes. Finally he turned to Halpern and, angrily evoking the specter of Christopher Columbus, exclaimed: "1492!" Another difficult moment came during his first peyote session. The roadman kept insisting that Halpern take more peyote, until finally he vomited. Halpern felt that the roadman's implicit message was, "You want to learn about peyote? I'll teach you about peyote."
    Halpern persisted, coming to meetings bearing gifts of sweet grass and flat cedar, aromatic herbs prized by Indians. "I was trying to show I took the trouble to learn something about their culture." He trolled for volunteers for his research by putting up ads in Laundromats and handing out flyers at a flea market in Gallup, New Mexico. (The $100 promised to those who completed the study helped too.)
    One church leader who persuaded others in the flock to trust Halpern was Victor J. Clyde, vice president of the Native American Church of North America and an elected state judge. During our trip to the Navajo Nation, Halpern and I visited Clyde in Lukachukai, Arizona, where he lives with his wife and three children. Clyde is compact and broad-shouldered, and he speaks with the tough self-assurance of a former prosecutor.

John Halpern, a research psychiatrist at Harvard, says he suspects that psychedelic compounds such as LSD, psilocybin, and mescaline stimulate "a center in the brain that is involved in spirituality."

    When I asked what the Native American Church stands to gain from Halpern's work, Clyde replied that scientific evidence of peyote's safety should protect church members. Just last year, the Pentagon cited concerns about "flashbacks"—recurrences of a psychedelic's effects long after it has vanished from the body—in barring servicemen in the Native American Church from sensitive nuclear assignments. Didn't Clyde ever worry that Halpern's research might turn up harmful effects? Clyde eyed me momentarily before responding to my question. If peyote was harmful, he said firmly, his people would have noticed by now.
    Clyde's belief that peyote does not harm church members has been corroborated by Halpern's research. He estimates that he spoke to 1,000 Navajo before finding 210 who met his criteria. The subjects fall into three categories: Roughly one-third have taken peyote at least 100 times but have minimal exposure to other drugs or alcohol; one-third are not church members and have consumed little or no alcohol or drugs; and one-third are former alcoholics who have been sober for at least three months.
    Halpern and several research assistants administered a battery of tests—of memory, IQ, reading ability, and other cognitive skills—to the three groups. According to preliminary data that he has presented at conferences, church members show no deficits compared with sober nonmembers and score significantly better than the former alcoholics. Church members also report no flashbacks. With his coauthor Pope, Halpern plans to publish his full results in a peer-reviewed journal this summer, after presenting them to church leaders and Navajo health officials.
    Halpern is already anticipating objections to his research—for example, that its significance applies only to one substance used by one ethnic group. "You could in one sense say mescaline is not the same as all these other compounds," he says. His study nonetheless indicates that psychedelics as a class may not "burn out" the brain. "If we find this group of people that, with these special conditions, aren't having problems, that does have some relevance for the population at large."
    Halpern also realizes that he may be accused of going native, of becoming so close to his subjects that his objectivity has been compromised. To reduce the risk of bias, he and Pope designed the study to be blind; those who scored the tests given to the Navajo did not know to which group each subject belonged. Moreover, Halpern did not participate in peyote ceremonies with any of his research subjects.
    Perhaps the biggest weakness of his and Pope's research, Halpern acknowledges, is that its design precluded testing to see whether peyote reduces the risk of alcoholism. Halpern would like to see that issue addressed in a follow-up study. An ideal partner for a trial could be the Na'nizhoozhi Center, a substance-abuse clinic in Gallup whose clientele is almost entirely Native American. The center, founded a decade ago, offers conventional therapies and self-help programs, such as Alcoholics Anonymous, as well as various traditional Indian healing ceremonies. These take place in a yard behind the clinic that is large enough for several of the octagonal log cabins known as hogans, sweat lodges, and a tepee for Native American Church sessions. Although peyote is not given to patients during on-site church sessions, staff members encourage some clients to participate in regular peyote ceremonies once they leave the clinic.
    The clinic's records indicate that those who participate in Indian healing ceremonies fare better than those who have participated in Alcoholics Anonymous. Halpern hopes that someday the clinic, perhaps with his help, will rigorously compare the relapse rates of patients who participate in peyote ceremonies versus other treatments. Ideally, to distinguish the effects of peyote per se from those of the ceremony and of church membership, one group of alcoholics could receive peyote in a non-religious setting; another group could receive a placebo.
    Halpern would never recommend such a protocol, however, because it would violate precepts of the Native American Church. "Peyote taken the wrong way, they believe, is harmful," he explains. Out of respect for the church, Halpern would never advocate testing peyote's effects on non-Indians, either. In this respect, he acknowledges, his affection for church members does influence his role as a researcher.
    But there are many other compounds that can be explored as potential treatments for non-Indians. In a 1996 paper, Halpern reviewed scores of studies of the treatment of substance abuse with psychedelics and found tentative evidence that they reduce addicts' craving during a post-trip "afterglow" lasting a month or two. This effect might be at least partially biochemical; LSD, mescaline, and psilocybin are known to modulate neurotransmitters such as serotonin and dopamine, which play a crucial role in the regulation of pleasure.
    One possible candidate for psychedelic therapy would be dimethyltryptamine, or DMT, the only psychedelic known to occur naturally in trace amounts in human blood and brain tissue. DMT is the primary active ingredient of ayahuasca, a tea made from two Amazonian plants. Like peyote, ayahuasca has been used for centuries by Indians and now serves as a legal sacrament for several Brazilian churches. Recent studies of Brazilian ayahuasca drinkers by Charles Grob, a psychiatrist at the Harbor-UCLA Medical Center, and others suggest that ayahuasca has no adverse neurocognitive effects. An advantage of DMT, Halpern says, is that when injected its effects last less than an hour, and so it could be incorporated into relatively short therapeutic sessions.
    Halpern already has research experience with DMT. In 1994 he spent six weeks helping Rick Strassman, a psychiatrist at the University of New Mexico, inject DMT into volunteers to measure the drug's physiological effects. That study showed that DMT is not necessarily benign. Twenty-five of Strassman's 60 subjects underwent what Strassman defined as "adverse effects," ranging from hallucinations of terrifying "aliens" to, in one case, a dangerous spike in blood pressure. Strassman's concerns about these reactions contributed to his decision to end his study early.
    An even more controversial candidate for clinical testing is 3,4-methylenedioxymethamphetamine, more commonly known as MDMA or Ecstasy. MDMA is sometimes called an empathogen rather than a psychedelic, because its most striking effects are amplified feelings of empathy and diminished anxiety. Advocates contend that MDMA has therapeutic potential, and several researchers around the world are now administering the drug to patients with post-traumatic stress and other disorders.
    Critics point out that MDMA has rapidly become a drug of abuse, with almost 800,000 Americans believed to be users. The drug has been linked to fatal overdoses and brain damage; just last fall, a paper in Science reported that only a few doses of MDMA caused neuropathy in monkeys. To help resolve questions about MDMA's safety, Halpern and Pope have begun a study of young Midwesterners who claim to take MDMA while shunning other drugs and alcohol.
    All drugs pose certain risks, Halpern says. The question is whether the risks are outweighed by the potential benefits for a population. For example, the benefits of giving MDMA to terminal cancer patients to help them cope with their anxiety might outweigh the risks posed to their health. In the same way, DMT or some other psychedelic might be worth giving to alcoholics and addicts who have failed to respond to other treatments.
    Halpern also hopes to conduct a brain-imaging study to test his hypothesis that psychedelics reduce craving in addicts by affecting their serotonin and dopamine systems. "It sounds reductionistic," he says, "but a picture can be worth a thousand words." An ideal collaborator would be Franz Vollenweider, a psychiatrist at the University of Zurich, who with positron-emission tomography has measured neural changes induced in healthy volunteers by psilocybin and MDMA.
    Some psychedelic effects have already been explained in relatively straightforward neural terms. For example, human brain-imaging tests and experiments on animals have shown that mescaline, LSD, and other psychedelics boost the random discharge of neurons in the visual cortex. This neural excitation is thought to induce form constants, the dynamic patterns I saw when I closed my eyes under the influence of peyote, which are also generated by migraines, epileptic seizures, and other brain disorders. But the effects of hallucinogens will never be reducible to neurochemistry alone, Halpern emphasizes. Decades of research have confirmed the importance of "set and setting"—the prior expectations of users and the context of their experience. The same compound can evoke psychotic paranoia, psychological insight, or blissful communion, depending on whether it is consumed as a party drug in a nightclub, a medicine in a psychiatrist's office, or a sacrament in a tepee. In the same way, psychedelic treatments may produce different outcomes depending on the setting.
    The long-term challenge for researchers, Halpern says, is to determine which settings can exploit the therapeutic potential of hallucinogens while reducing the risk of adverse reactions. In the 1950s and 1960s, psychedelic therapy usually involved a single patient and therapist. In many cases, Halpern believes, psychedelic therapy might work best for couples, families, and friends. "If you take it by yourself, you may have important insights," he says, "but you've lost this other opportunity to learn and grow."

Peyote ceremonies on Navajo Nation lands typically take place in a tepee on a Saturday night and are followed by a communal morning feast.

    People might also respond to settings and rituals designed to evoke religious sentiments. Recently various scientists, notably Harold Koenig at Duke University, have reported finding correlations between religiosity—as reflected by church attendance and other measures—and resistance to depression. Ideally, Halpern says, therapists should be able to choose among many different settings to best serve a patient's needs. One of his favorite proverbs is, "Many paths, one mountain."
    Halpern believes he has benefited from his peyote sessions, albeit in ways difficult to quantify or even describe. Borrowing the term for a compound that boosts the effect of a neurotransmitter, he speculates that peyote serves as a "humility agonist," counteracting his arrogance by instilling awe and reverence in him. He acknowledges, however, that these emotions might be less a function of the peyote than of the ceremony of the Native American Church.
    Reverence is certainly evident in Halpern's bearing throughout the session we attend together. Although plagued by chronic back pain, he sits straight-backed for hour after hour on the $5 cushion he purchased earlier that day at Wal-Mart. He intently watches every ritual, listens to every song. When the roadman asks everyone to pray for the husband and wife who are the meeting's focus, Halpern chimes in loudly.
    Especially early on, the ceremony seems impenetrably foreign, but its meaning becomes more apparent as the night progresses. At one point the roadman, after offering a long prayer in Diné, turns to the husband and wife and says in English: "You must make more time in your lives for those who care about you." The rituals, I realize, are just expressions of gratitude for earth, fire, food, and other primordial elements of existence. After each of us sips from a bowl of water passed around the tepee, the roadman carefully pours some water on the dirt floor. Halpern says in my ear, "Think what water means to these desert people."
    As dawn approaches, the mood throughout the tepee brightens. Everyone smiles as the husband and wife embrace and as their two children, who have been sleeping since midnight, wake up blinking and yawning. The wife, coming back into the tepee after fetching a platter of sweet rolls, jokes and laughs with a friend. As we drink coffee and eat the rolls, she thanks us for having sat through this long night with her and her family. "Thank you for letting us join you," Halpern replies, beaming at her, "and may you and your family enjoy good health."
    Driving out of the Navajo Nation that afternoon, Halpern seems exhilarated, although he has not slept for 36 hours. He howls along with a CD of Native American Church chants and does imitations of Bill Clinton and several Star Trek characters. Outside Shiprock, New Mexico, his expression turns grim as we pass a policeman giving a sobriety test to a wobbly young man. Neither peyote nor any other medicine, Halpern realizes, can cure all those afflicted with alcoholism or addiction. "We don't have magic pills," he says drily. If his research on psychedelics yields therapies that can benefit just 10 or 15 percent of the millions struggling with these disorders, he will be more than satisfied. "I'm trying very slowly," he says, "to put all the pieces in place."

Experiments with People

John Halpern's peyote study is part of a revival of psychedelic research. At least a half dozen prominent researchers are exploring the potential of using hallucinogens, including:

Francisco Moreno, a psychiatrist at the University of Arizona College of Medicine in Tucson, administers psilocybin, the primary active ingredient of hallucinogenic mushrooms such as Psilocybe semilanceata, to 10 patients as an experimental treatment for obsessive-compulsive disorder.

Pedro Sopelana Rodriguez, a psychiatrist at the Psychiatric Hospital of Madrid in Spain, gives MDMA, or Ecstasy, to 29 women suffering from post-traumatic stress disorder caused by sexual abuse.

Evgeny Krupitsky, a psychiatrist at the St. Petersburg Scientific Research Center of Addictions and Psychopharmacology in Russia, treats alcoholics and heroin addicts with ketamine, an anesthetic that at sub-anesthetic doses produces out-of-body experiences. Krupitsky has reported positive results in his clinic and at the Yale/West Haven VA Medical Center in Connecticut.

Deborah Mash, a neurologist at the University of Miami School of Medicine who also works at a clinic in St. Kitts, West Indies, treats opiate and cocaine addicts with ibogaine, an extract of the West African shrub Tabernanthe iboga.

Charles Grob, a psychiatrist at the Harbor-UCLA Medical Center in Torrance, California, plans to offer psilocybin to late-stage cancer patients as an experimental treatment for pain, anxiety, and depression.

israele depenalizza sostanze

Israele. Capo polizia: niente arresto per piccole quantita' di stupefacenti

Desta animate polemiche in Israele l'ordine ufficiale impartito dal capo della polizia Dudy Cohen agli agenti, ovvero mostrare tolleranza d'ora in poi verso i piccoli consumatori di stupefacenti, per dedicare piuttosto le loro energie ad una lotta senza quartiere contro i grandi importatori e trafficanti di droga.

Un portavoce della polizia ha spiegato che si tratta invece del tentativo di utilizzare in modo piu' incisivo le limitate risorse della polizia.
I piccoli consumatori di stupefacenti, e' emerso, richiedono infatti una mole di lavoro notevole, che spesso non si concretizza nemmeno in atti di accusa nei loro confronti. Nel solo 2006 la polizia ha aperto oltre 16 mila pratiche, la piu' banale delle quali ha richiesto comunque una intera giornata lavorativa di un agente.

E' stata stilata cosi' una tabella che sintetizza i limiti di tolleranza della polizia. Le quantita' massime ammesse per sfuggire all'arresto sono 15 grammi di marijuana, 15 grammi di hascisc, 2 grammi di oppio, 3 cartine di Lsd, 3 pastiglie di ecstasy, 0,3 grammi di cocaina e 0,3 grammi di eroina.
Piu' che soddisfatto da questi sviluppi e' Boaz Wechtel, leader della lista politica 'Foglia verde' che per due volte si e' candidato (invano) alla Knesset nell'intento di legalizzare l'uso della 'cannabis'. 'La caccia della polizia ai consumatori di 'cannabis' costa ogni anno ha stimato - 300 milioni di shekel', pari ad oltre 50 milioni di euro. 'Questa cifra puo' essere adesso meglio utilizzata per educare i giovani a stare alla larga dalle droghe davvero pericolose'.

Contenuto Redazionale Fumo: Lo Studio, Sigarette Fatte a Mano Piu' Cancerogene

Roma, 5 set. (Adnkronos Salute) - Sigarette fatte a mano più pericolose di quelle confezionate nel classico pacchetto. Chi se le prepara, tende a fumare meno e ad aspirare meno tabacco. Infatti le bionde fai da te sono spesso un 'compromesso' per chi vuole smettere, ma non ci riesce. Uno studio norvegese lancia ora un capo d'accusa pesante: per i consumatori di queste sigarette il rischio di tumore del polmone è maggiore rispetto agli altri fumatori. La ricerca, presentata alla Conferenza mondiale del carcinoma polmonare in corso a Seul, è stata condotta da un'equipe del Sorlandet Hospital in Novergia, uno dei Paesi dove è ancora forte il consumo di solo tabacco. Totalizza, infatti, il 33% delle vendite di questa categoria di prodotti. Ebbene, secondo i ricercatori, le sigarette rollate a mano sono più cancerogene. Oltre l'80% dei pazienti con tumore del polmone - sulle 333 persone arruolate nello studio - fumava questo tipo di bionde. Il tabacco è meno pressato, ma le sigarette fai da te sono più ricche di nicotina e catrame perché prive di filtro. Secondo uno specialista della statunitense Johns Hopkins University, Jonathan Samet, risultati simili sono già stati evidenziati fra le donne ispaniche negli Usa sudoccidentali: l'incidenza di tumori è elevata fra quelle che fumano sigarette rollate da loro.

Fonte: http://it.notizie.yahoo.com/adnkxml/20070905/thl-fumo-lo-studio-sigarett...

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