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Novità

Dylan Dog 1

Per i 'viaggi' meglio il treno

assolto gestore di mariuana.it

Assoluzione mariuana.it.
 
Assoluzione di Matteo Filli, gestore del sito Mariuana.it. 

Chiedere la legalizzazione della marijuana o vendere prodotti legali alla canapa non costituisce reato.

meglio di 1000 ricerche pseudosociologiche...FRANGETTA RAVE

Dopo l'affresco delle città italiane, continua la saga di Frangetta.

in questo video segnalato da numerosi award, e apprezzato

dalla comunità/community dei ravers, un interessante affresco della nostra generazione.

 

Buona Visione

 

http://it.youtube.com/watch?v=OQf88MXn8V8

studi sulla keta

I ricercatori del National Institute of Mental Health studiano
gli effetti sulla depressione del farmaco usato come anestetico

in Usa sperimentano la ketamina

ROMA - La sostanza è già nota, con i suoi pregi e i suoi molti difetti, ora i ricercatori americani del National Institute of Mental Health la sperimentano come rimedio rapido contro le forme più gravi di depressione. La ketamina fu scoperta nel 1962 e da allora utilizzata come anestetico, soprattutto dai veterinari. A dosaggi inferiori a quelli necessari per l'anestesia produce effetti psichedelici, che inducono una sensazione di dissociazione tra mente e corpo e, almeno secondo gli scienziati dell'istituto americano, è in grado di alleviare in meno di due ore i sintomi della depressione.

La ricerca americana, riportata sugli Archives of general Psychiatry, è stata condotta su 18 pazienti, affetti da depressione resistente ai trattamenti e sottoposti in precedenza a sei diverse terapie che non avevano dato risultati. Dopo aver assunto una singola dose di ketamina, il 71 per cento dei pazienti ha manifestato miglioramenti apprezzabili dopo appena due ore e il 29 per cento addirittura l'azzeramento dei sintomi entro un giorno dall'iniezione. Nel 35 per cento dei casi i benefici del trattamento si sono osservati anche nei sette giorni successivi all'assunzione della ketamina, mentre coloro ai quali era stato somministrato un placebo non hanno avuto alcun miglioramento.

Ad entusiasmare i ricercatori è la velocità di azione della ketamina, poiché gli antidepressivi classici hanno bisogno in media di un periodo da quattro a sei settimane di trattamento perché si possano apprezzare dei risultati. "Le implicazioni che derivano dal riuscire a trattare più rapidamente la depressione maggiore sarebbero enormi" ha commentato il direttore del National Institute of Mental Health, Elias Zerhouni. "Questi risultati dimostrano l'importanza di sviluppare nuove classi di anti-depressivi, che non siano semplicemente variazioni dei farmaci già esistenti".

Lo studio americano è tuttavia solo in fase preliminare e difficilmente la ketamina potrebbe diventare un antidepressivo di uso comune. La ketamina è classificata infatti tra le sostanze stupefacenti, produce immediata euforia, ma poiché rende insensibili al dolore spesso chi ne abusa rischia di ferirsi senza rendersene conto.

vino-caffè

Al giorno d'oggi si cade facile nell'uso di eccitanti (caffeina in primis), di cui faccio un uso spropositato.
Questo mi porta, soprattutto quando arriva la sera, ad assumere tranquillanti erboristici per contrastare tutti questi caffè.

Le varie camomilla, melissa valeriana fanno però poco.
Ho provato ad alternare droghe più forti (diazepam ovvero EN e Tavor) ma mi hanno dato sonnolenza e addormentamenti durante il giorno.

E' secondo me un percorso di tossicodipendenza tipico, parallelamente a quello del classico "mi drogo perché mi piace", un fenomeno borghese e quindi non condannato di alternanza dcalmanti/depressivi--->eccitanti/stimolanti (tipici: vino/birra e caffè; diazepam e caffé, o nei casi più gravi, diazepam e cocaina) per poter gestire le varie fasi del giorno in cui la società ti "ordina" di dormire oppure produrre, in continua sequenza.

Ti svegli rincoglionito? Devi prendere un caffè, non puoi aspettare che il corpo si svegli da solo. Ti senti troppo sveglio la sera per via dei caffé? Devi prendere qualcosa per controbilanciare, altrimenti dormi poco e il giorno dopo non combini niente. Sei stressato? Una bella cena è la giusta scusa per drogarti col vino (la mattina dopo, doppio caffè). Si finisce per diventare schiavi di un'alternanza di eccitanti - calmanti per potersi adattare ai ritmi della vita moderna.

aulin

L'allarme dei medici internisti italiani dopo il ritiro del farmaco in Irlanda

«Molti casi di danni al fegato da nimesulide»
Dibattito sul farmaco con il principio attivo dell'Aulin: «Non è un medicinale innocuo». Federfarma: «Usato male con ricette ripetibili»

ROMA - La nimesulide, principio attivo di molti antinfiammatori come l'Aulin, sale sul banco degli imputati anche in Italia dopo essere stato ritirato in Irlanda per segnalazioni di gravi danni al fegato. Dal convegno dei medici internisti italiani arriva l'allarme: «Per molto tempo la nimesulide ha goduto della fama di un farmaco non molto rischioso, ma ogni anno, noi medici internisti, osserviamo un numero abbastanza preoccupante di pazienti che subiscono danni epatici e dell'apparato gastroenterico causati proprio da questa molecola». E' quanto affermato da Giovanni Mathieu, presidente della Federazione delle associazioni dei dirigenti ospedalieri internisti, commentando la decisione dell'Agenzia del farmaco irlandese, di sospendere la vendita dei farmaci a base di nimesulide. «Come ogni farmaco - precisa Mathieu - la nimesulide va valutata all'interno di un rapporto rischio-beneficio. Purtroppo, infatti, come ogni farmaco, anche la nimesulide presenta aree di rischio».
Sotto accusa la facilità con cui è possibile acquistare questo farmaco, commercializzato in Italia dal 1985 con successo (nel 2002 nel nostro Paese si registrava il più alto consumo di questa specialità rispetto al resto dell'Europa). «La nimesulide viene considerata una molecola di facile uso - spiega il presidente - quasi fosse un farmaco da banco, ma è tutt'altro che un medicinale innocuo».

articolo su FORBES

Usa. Studio: la proibizione della marijuana costa ai contribuenti 42 miliardi di dollari ogni anno in tasse
Quentin Hardy - Tratto dalla rivista Forbes online del 1 ottobre 2007

La marijuana "made in Usa" costituisce un business annuale da 113 miliardi di dollari, e costa ai contribuenti 41,8 miliardi di dollari ogni anno in spese destinate alle autorita' di polizia e giudiziarie e tasse mancate.
Lo studio, "Tasse perdute e altri costi delle leggi sulla marijuana", di Jon Gettman, sostiene che la vendita di marijuana riguardi soprattutto adolescenti e giovani adulti. I dati rivelano anche che l'industria e' sostenuta da pochi consumatori pesanti.
Lo studio si basa su diverse fonti tra cui indagini governative, ricerche private e anche la rivista "High Times" per determinare che circa 25 milioni di americani consumano complessivamente circa 13 tonnellate di marijuana ogni anno. Il numero di consumatori, ed il prezzo della marijuana, sono cambiati di poco negli ultimi anni, nonostante gli sforzi continui del Governo con interdizioni e incarcerazioni, spiega lo studio.
Basandosi sui dati governativi secondo cui il 28,7% circa del prodotto interno lordo finisce in tasse destinate ai governi federale, statali e locali, i 113 miliardi di dollari potrebbero fruttare 31 miliardi in tasse. Prendendo per scontato che i reati legati alla marijuana, il 5,54% di tutti gli arresti, richiedono altrettanta percentuale del budget da 193 miliardi di euro destinati alle spese della giustizia penali, Gettman calcola l'ipotetico risparmio annuale in 10,7 miliardi di dollari.
Gettman, che detiene un Ph.D. della George Mason University ed ha pubblicato numerosi studi sul business della marijuana, sostiene che lo studio offre una buona idea di cio' che costa mantenere la sostanza illegale. "I dati reali si trovano probabilmente in mezzo a tutti gli studi pubblicati sull'argomento", dice. "Sarebbe interessante capire cosa potrebbe fare il Governo con altri 42 miliardi di dollari di budget."
Il rapporto completo e' disponibile sul sito della rivista The Bulletin of Cannabis Reform, l'organizzazione a cui appartiene Gettman.
Ma lontano dai numeri da prima pagina, un esame piu' approfondito dello studio di Gettman offre un paio di sorprese interessanti. La quantita' annuale di marijuana consumata, 14 tonnellate, significa un consumo personale equivalente a circa 1,5 - 1,7 canne al giorno della lunghezza e circonferenza impiegata nelle indagini governative (85x25 millimetri). Ma la gran parte dei consumatori non si fa cosi' tante canne.
Dei 25 milioni di consumatori annuali, circa 12,8 milioni sopra i 18 anni consuma marijuana ogni mese, ed il 23% di questi fuma tre o piu' canne al giorno. Sotto questo aspetto, la marijuana appare molto simile al mercato dell'alcool, che si basa sul 20% dei consumatori per oltre meta' del consumo.
Inoltre, lo studio di Gettman sostiene che il 54,8% dei ragazzi fra i 12 ed i 17 anni ed il 52,8% degli adulti sopra i 35 anni sostiene che ottenere marijuana sarebbe facile. La percentuale sale pero' di 20 punti per gli adulti fra i 18 ed i 34 anni.
Per quanto riguarda la vendita, comunque, i numeri sono piu' bassi. Secondo un'indagine del Governo citata nel rapporto, il 3,2% dei ragazzi fra i 12 ed i 17 anni ha venduto sostanze illegali, mentre per gli adulti fra 18 e 24 anni di eta' la percentuale sale a 6. Nuovamente scende al 2,3% per le persone fra i 25 ed i 34 anni, e a 0,7% per gli adulti sopra i 35 anni. Mentre questi numeri riguardano la vendita di qualsiasi droga, e non solo marijuana, Gettman sostiene che la legalizzazione della marijuana porterebbe alla bancarotta molti spacciatori.

danni fisici della cocaina

Danni fisici arrecati dalla cocaina

Sniffare contempla dei rischi legati al danneggiamento dei tessuti interni e dei capillari del naso. Questo, oltre a comportare una sensibile diminuzione della capacità olfattiva, può causare ulteriori problemi del setto nasale (frequenti perdite di sangue, ulcere, etc..).
Fumare espone le prime vie respiratorie ed i polmoni al contatto con vapori caldissimi (oltre che con le sostanze contenute nel 'taglio') con conseguenti danni ai tessuti. A lungo andare questi danni possono ripercuotersi negativamente sulla funzionalità polmonare in maniera anche seria (asma, maggiore esposizione a patologie delle prime vie respiratorie, difficoltà respiratorie, etc...).
Le iniezioni causano danni alla pelle e alle vene (ulcere, ascessi, collassi dei vasi sanguigni, etc...) e, se le condizioni igieniche non sono soddisfacenti, possono portare anche ad infezioni gravi (tetano, setticemie, endocarditi).

muccioli elogia il regime birmano - risposta di yates moretti

Myanmar. Politiche antidroga sono strumento di controllo e repressione

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Pietro Yates Moretti

 

San Patrignano, da sempre un campione della politica repressiva sulle droghe, ha ieri elogiato la dittatura del Myanmar per i risultati ottenuti contro il traffico di droga.
A parte il cattivo gusto di elogiare le politiche di repressione sulla droga di un regime totalitario che proprio in questi giorni ha puntato le armi sui propri cittadini, e' forse il caso di ricordare quali sono i metodi e risultati della Junta birmana:
- arresto di giovani donne che hanno denunciato violenze sessuali dei soldati;
- sospetti narcotrafficanti torturati e uccisi senza processo dagli agenti antinarcotici;
- il Governo lascia che alcuni capi del narcotraffico continuino a produrre oppio in cambio di un loro aiuto a reprimere la resistenza;
- eradicazione selettiva, ovvero eradicazione esclusiva dei coltivatori nelle zone in cui operano organizzazioni antigovernative;
- campi di oppio espropriati a contadini ora coltivati da ex ufficiali dell'esercito;
- su 22 cittadine dichiarate "liberate da oppio" da Governo e Unodc (l'agenzia Onu sulle droghe), almeno 11 continuano a coltivarlo;
- se una citta' viene liberata dall'oppio, le altre vicine cominciano a produrre lontano dagli occhi dell'Unodc;
- esodo di massa di contadini dalle aree che rientrano nel progetto delle Nazioni Unite sulle colture alternative a causa dell'imposizione di tasse troppo alte (The Transnational Institute). Secondo l'Onu ed il Governo Usa, sarebbero un milioni i rifugiati nei Paesi limitrofi e all'interno del Paese;
- il Myanmar ha il piu' alto numero di bambini soldati al mondo (Rapporto Onu);
- I bambini soldato partono dall'eta' di 11 anni (Human Rights Watch);
- Il 20 percento dell'esercito e' composto di minori (Coalition to Stop the Use of Child Soldiers);
- Governo e' coinvolto nel traffico di esseri umani (Dipartimento di Stato Usa, 2006);
- oltre mille prigionieri politici;
- uso militare della violenza sessuale su donne e bambini come strumento di repressione;
- produzione di stato di metanfetamine;
- per tre anni consecutivi, la Casa Bianca giudica gli sforzi antidroga della dittatura di Burma "dimostrabilmente falliti", e definisce il Paese uno dei maggiori centri del narcotraffico al mondo;
- lo stesso programma dell'Unodc che oggi finanzia le colture alternative in Myanmar, ha finanziato per anni la dittatura talebana in Afghanistan (oggi il primo produttore di oppio al mondo);
- servizi segreti militari coinvolti nel narcotraffico;
Questi sono solo alcuni dei "successi" della giunta militare, che ogni hanno celebra con un grande falo' di sostanze sequestrate e parate militari il suo (falso) impegno contro il narcotraffico.
Noi temiamo che la politica antidroga birmana, finanziata dalle Nazioni Unite come gia' quella dell'Afghanistan, sia un altro prezioso strumento di controllo e repressione di un brutale regime ai danni dei suoi cittadini. Tutt'altro che da elogiare.

messico

Messico. Legalizzare le droghe per motivi di sanita' pubblica

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Guillermo Jaramillo Torres
 
Ultimamente e' stato trattato a piu' riprese il tema della legalizzazione delle droghe, che a sua volta ha innescato delle reazioni in vari settori della societa'. Da un lato, ci sono i conservatori che considerano la legalizzazione delle droghe un atto immorale e irresponsabile, giacche', sostengono, esistono altri tipi d'alternativa per ridurre il consumo di droghe. Dall'altro, ci sono coloro che vorrebbero sradicare il problema situandolo in un contesto diverso dalla proibizione, per favorire il loro acquisto legale; in questo modo le sostanze stupefacenti avrebbero una minore attrazione sui consumatori, e in piu', vendita e prezzo dei prodotti sarebbero regolati per legge. Anche le reazioni nella comunita' giuridica sono variegate; alcuni ritengono che sarebbe un buon mezzo per controllare il consumo, mentre altri vanno al di la' della semplice legislazione, immaginando i possibili effetti ad ampio raggio. E' il caso di James Graham, che intravede la possibilita' del narcoturismo. "Direi che (le droghe) dovrebbero essere legali. Tuttavia, esiste un problema geografico. Se diventano legali solo in Messico, c'e' il rischio del narcoturismo. Quindi bisognerebbe pensare a un meccanismo che riesca a conciliare la legalizzazione delle droghe nel paese senza cadere nella trappola del problema menzionato", spiega il presidente del Club de Arbitraje de Monterrey. I precedenti insegnano che se in Messico si dovessero legalizzare consumo e vendita di certe sostanze, i paesi vicini, ma anche paesi di altri continenti, potrebbero avere interesse a sfruttare i benefici derivanti dalla legalizzazione. L'altro quesito e' se la legalizzazione porti a una riduzione dei consumi e della delinquenza. Ancora prima, ritiene Graham Weydert, la priorita' del governo messicano dovrebbe essere la sanita' pubblica, giacche' le nuove sostanze, come le droghe sintetiche, colpiscono piu' in fretta il sistema di contrasto, in quanto produrle costa poco.
"La diminuzione del consumo e della delinquenza non dovrebbe essere la priorita', bensi' la sanita' pubblica. Mi spiego. Il Messico, come molti altri paesi oggi non ha problemi con le droghe tradizionali quali cocaina o marjiuana. Oggi quello che si vende sono le droghe sintetiche, per esempio i cristalli. La differenza dal punto di vista della Sanita' pubblica e' che queste nuove droghe sono molto piu' nocive di quelle tradizionali. Una volta compreso questo, bisogna sottolineare che le droghe sintetiche costano molto meno e sono piu' facili da produrre, cio' che incrementa sia la delinquenza sia il consumo". Inoltre, la legalizzazione dovrebbe essere accompagnata da un reale programma di prevenzione, poiche', spiega il professore, essa non e' una soluzione se non viene accompagnata da metodi alternativi per indirizzare tutti sulla buona via. "Solo la legalizzazione con un vero programma di prevenzione potrebbe permettere di limitare il rischio sanitario. Agli scettici, bastera' ricordare che in dieci anni gli americani hanno moltiplicato di 400% il loro bilancio per la repressione ma, nello stesso tempo, la dipendenza e' aumentata del 500%", informa Graham. Si sa che in alcuni paesi europei certe droghe sono permesse; alla domanda se si possa parlare di legalizzazione, Graham risponde che ci sono due termini per indicare questo fatto, depenalizzazione e legalizzazione, e che la prima e' piu' attraente per fini politici. "C'e' dibattito su depenalizzazione e legalizzazione. Per me e' lo stesso. La differenza e' semantica. Oggi sembra che la depenalizzazione si venda meglio politicamente della legalizzazione". Riguardo al fatto se nei paesi "legalizzatori" ci sia un tasso di delinquenza piu' basso, Graham spiega che le cifre non devono essere il criterio dell'efficacia del metodo, ma se le droghe sono tollerabili in certe quantita', cio' che non impedisce che continui ad imporsi il problema principale: la delinquenza. "Non ci sono cifre che servono, poiche' in nessun paese le droghe sono tutte legali. Esiste tolleranza per esempio verso la marjiuana, che normalmente non da' luogo alla criminalita'. Rispetto a cocaina ed eroina, e' legale solo l'uso personale, come in Messico. Pertanto, la delinquenza principale resta, narcotraffico, vendita, eccetera..."
Circa il tipo di persone competenti a legiferare in materia, come potrebbero essere medici, psicologi, avvocati, Graham concorda che questi tre rami della scienza formerebbero un buon gruppo di lavoro, poiche' si tratta di un problema di sanita' pubblica e di prevenzione. Ancora sono da conoscere le opinioni dei "nostri legislatori" al riguardo; essi dovrebbero ascoltare le opinioni sia della comunita' giuridica, sia della comunita' medica e scientifica.

Tratto da un articolo apparso sul quotidiano El Porverir del 20 settembre 2006; trad. di Rosa a Marca

Contenuto Redazionale Pornodipendenza

Recentemente mi sono imbattuto, mentre cazzeggiavo con sguardo spento in libreria, in un libro che ha catturato la mia attenzione : "Io, pornodipedente" di Vincenzo Punzi, della Costa e Nolan (ovviamente vedere "porno" in un titolo risveglia sempre l'attenzione). Collegandomi al bell'articolo precedente (purtroppo anonimo) - e quindi ad un'idea di dipendenza in generale- volevo segnalare il fenomeno della pornodipendenza che, pare, sia in rapida diffusione (per una intro generale http://it.wikipedia.org/wiki/Pornodipendenza)  

 

Cos'è esattamente? Cito dal gruppo yahoo Noallapornodipendenza (gestito dallo stesso Punzi): "La dipendenza dalla pornografia non è una compensazione ad una carenza di attività sessuale. Il pornodipendente è solo nella sua disperazione, nella sua vergogna, nella sua mancanza di autostima. E quando finalmente riesci ad interrompere con l’eiaculazione o con l'orgasmo quel gioco al massacro, hai il crollo verticale di quella tensione. E ti dici che assolutamente quella è l’ultima volta, che ora hai capito, che da domani cambierà. E domani ricominci, esattamente nello stesso modo."

 

Oppure come dice marco, autore anche lui di una confessione (da  http://news2000.libero.it/speciali/sp78/pg2.html)

Come avvenivano i tuoi contatti, quante ore stavi al computer?
Si tratta di stare ore e ore davanti al monitor a guardare foto e filmini pornografici stimolando continuamente il tuo pene. Alla fine, quando non ne puoi più, quando il tuo istinto di conservazione ti fa sentire che non puoi continuare ancora, che rischi l'obnubilamento, che non puoi continuare a violentare te stesso, eiaculi e finalmente esci da quello stato folle di costrizione. La tensione precipita verticalmente e tu ti domandi immediatamente come tutto questo possa essere avvenuto, proprio a te. E senti che in ogni caso questa è stata l'ultima volta e che mai e poi mai lo rifarai. Ma poi, dopo un'ora o un giorno ricominci, con ossessione, con disperazione.

 

Ne approfitto per fare una riflessione: allargando lo sguardo dalle sole sostanze è immaginabile considerare il problema "dipendenza" come un fenomeno a sè che assume caratteristiche particolari nei nostri tempi. Ovvero  la dipendenza patologica da comportamenti, usi e consumi -inteso nel senso più generale possibile- che si diffonde e che ha in sè, nel gesto del dipendere, la sua giustificazione e significato prima ancora che nelle caratteristiche reali del prodotto consumato. Ovviamente il "contenuto" da cui si dipende ha il suo peso, poichè è nel rapporto tra esso e l'individuo, sui significati e le sensazioni che vi si instaurano, che si sviluppa una  dipendenza. E ovviamente suppongo ci siano vari livelli di dipendenza (ognuno dipende, ma pochi in maniera patologica o compulsiva) e varie tipologie di cui alcune saranno gravi altre meno (dalle sostanze, al gioco d'azzardo fino ad un innocuo shopping compulsivo). Non so se ha senso, ma potrebbe essere uno spunto interessante.

sulle dipendenze

In aumento i consumatori "normali"

Sono anche giovani "normali" e di "buona famiglia", che utilizzano contemporaneamente più sostanze, legali e illegali, in diverse combinazioni. Un variegato mix di alcol, eroina, cocaina e droghe leggere.

Una popolazione assai differenziata, che ha obbligato il Servizio tossicodipendenze a rimodulare l'approccio alle patologie e ad aumentare il ventaglio delle offerte. Non senza dimenticare anche una nuova progenie di utenti, che si rivolgono alla sanità pubblica per dipendenze patologiche quali i disturbi alimentari e il gioco d'azzardo patologico.

"Il minimo comun denominatore di tutti questi tipi di utenza - chiarisce Mosti - è proprio l'aspetto patologico del problema. Cercare quella particolare sensazione di leggerezza che può dare un bicchiere di vino, sfidare la sorte per provare un sottile piacere come nel gioco dei dadi o nella lotteria, ricorrere a sostanze che in qualche modo agiscono sulla mente, sono comportamenti antichi come l'uomo. E' una delle prime possibilità che ha appreso: alterare il proprio stato di coscienza per migliorare la capacità di adattarsi all'ambiente oppure per raggiungere dimensioni spirituali più profonde o, più semplicemente, per alleviare il dolore o per provare piacere. Questi comportamenti fanno parte della consuetudine per moltissimi di noi. La maggior parte della popolazione sperimenta l'uso di sostanze psicoattive (legali o illegali non ha qui nessuna rilevanza) per i motivi prima considerati, esponendosi certamente a qualche rischio per la propria salute, ma non diventando mai tossicodipendente, alcolista o giocatore d'azzardo".

"Recenti studi - continua - hanno ulteriormente confermato come su cento persone che adottano tali comportamenti, una percentuale variabile da 10 a 20 presenta quella che chiamiamo "vulnerabilità" nei confronti della dipendenza patologica. In altre parole, questi soggetti - per caratteristiche biologiche, psicologiche e per le particolari condizioni in cui si sono trovate a vivere ( famiglia, gruppi amicali, contesto sociale ed economico?.) - sono portate più di altre a sviluppare una vera e propria "malattia da dipendenza"".

Il nucleo di questa patologia è il seguente: il "malato di dipendenza" non è più in grado da solo di controllare un comportamento (sia esso quello di assumere una determinata sostanza oppure giocare d'azzardo o, più recentemente, navigare su internet). "Si badi bene, non è più- una volta sviluppata la malattia- questione di volontà. Nonostante la persona sia cosciente dei danni che si provoca o provoca ad altri "è più forte di lui". Chiunque sia un incallito fumatore sa perfettamente di che cosa stiamo parlando: non è certo la coscienza delle migliaia di morti e milioni di malati un elemento sufficiente a far smettere di fumare!

"Frequentemente il partner di una persona alcolista ci dice:" Se solo riuscisse a bere un bicchiere in compagnia come fanno tutti". Ma il problema sta proprio lì: se ci riuscisse non farebbe parte di quel 10-20 per cento di consumatori di sostanze che si ammala di dipendenza. Quindi è chiaro che uso, abuso e dipendenza sono concetti differenti, che segnalano situazioni differenti e necessitano di diversi approcci".

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