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Novità

Tristezza ingiustificata

Salve

ho 18 anni e fumo canne dai 14, con frequenza crescente finchè dai 16 è diventata quotidiana. Ricordo che le prime esperienze furono una novità intrigante, un'ilarità sorprendente che riempiva un pomeriggio che dedicavamo a quello. Col tempo ho iniziato a fumare sempre più spesso, a scuola, in giro anche perchè non avevamo niente di meglio da fare. Dopo i 16 però è diventato un must, per le serate dovevamo procurarci l'erba e se un pomeriggio non fumavo mi sembrava sprecato. Se avevo il fumo uscivo, se no potevo anche starmene a casa a dormire. Fatto sta che senza rendermi conto avevo intrinseco il meccanismo del fumare in compagnia, alla fine più fumavo meglio era, e se non trovavo niente piuttosto facevamo un cylum di fumo pacco (chissà quanto taglio avrò introdotto nei polmoni) che quello non manca mai.Ricordo anche che, agli inizi inizi, pensavo che comunque fumare tutti i giorni non era una gran cosa, anche perchè avevo ben presente la differenza fra fatto e lucido. Col tempo ero più spesso fatto che lucido, me ne sbattevo e fumavo anche prima di interrogazioni e verifiche (senza tral'altro condizionare di tanto la prestazione), le canne erano il passatempo e anche gli amici si riducevano alla cerchia dei fumatori. Questa storia credo sia molto comune fra i ragazzi, ma vedo che a rendersene conto sono davvero pochi, soprattutto a quest'età. Fatto sta che ultimamente fumare le canne mi rendeva più chiuso, stavo lì a sfattonare per i cazzi miei e non pensavo a socializzare, parlare, anche perchè il meccanismo di fumare era diventato un'abitudine molto difficile da trasgredire, unita alle molte leggende che le canne non fanno male ecc. Nonostante mi rendessi conto di essere un ebete ambulante (esagero ma per rendere l'idea anche dell'incazzatura con me stesso) fumavo, anche prechè era l'unica cosa che sapevo fare e che ero abituato a fare nel tempo libero e non. Un po' perchè di natura sono un ragazzo timido e introverso, e le canne non facevano che aumentare q 

Smettere prima che sia troppo tardi?

Ciao a tutti, ho 18 anni e sono un fumatore di cannabis da quando ne ho 13, da poco ho deciso di smettere con la maria dato che ho riscontrato un indebollimento della memoria, confusione etc. e ciò non mi garba.A marzo ho assunto del MdMa in cristalli, per la precisione solo 150mg metà "dose", in discoteca e che dire: FANTASTICO, era tutto stupendo, ballare, parlare con la gente, fare casino, quel amore che provi verso tutti, anzi più che amore sembra un amicizia incrollabile, fraternità, l'ho subito amata, mi permetteva di fare ciò che volevo quando lo volevo e come lo volevo, ero chi veramente desideravo essere da molto tempo. A effetto finito mal di reni, stanchezza generale ma niente di più, ho ripetuto la cosa a giugno, stesso discorso, percepivo la musica come la cosa più divina che ci fosse, amavo tutti, ci provavo con le ragazze, parlavo con tutto ciò che respirava, ero INVINCIBILE! A effetto finito ho avuto dei fastidiossisimi crampi alle braccia e alle gambe ma poi niente di più( andavo a pisciare molto spesso sentendone un bisogno irrefrenabile) c'è da dire che ne ho assunta di più del normale in quanto la sera prima mi ero fatto un 0.2 poi il giorno dopo in disco un 0.3.La volta seguente la presi in giro per la città, una quantità irrisoria, 0.3 in tre persone, e qui niente da dire, effetti quasi nulli, tranne per la voglia di mordere qualcosa per un fastidio ai denti.L'ultima volta l'ho presa ad agosto, ed è stata la più magica, 0.5 o anche di più, 0.2 in bottiglia e l'altra( una dose, 0.3-0.4) sulla lingua a "liscio", che dire qui è stato stupendo, ero molto socievole, parlavo ridevo facevo casino, insomma tutte le emozioni di marzo amplificate per 50 però, qui ho avuto anche delle allucinazioni, la notte prima non avevo dormito ed in disco arrivai distrutto, presa la M cominciai a ballare e a fare tutto ciò che si fa sotto questa sostanza, chi l'ha provata sa che è difficile spiegare bene come ci si sente, sei in pace, in amore con tutti, fai tutto quello che vuoi fare, hai LE PALLE DI FARE TUTTO. 

Ritornando alle allucinazioni beh erano strane, sembrava che mi addormentavo in piedi, la realtà però continuava nel mentre tenevo gli occhi chiusi( è una mia ipotesi, non so se avevo gli occhi aperti o chiusi) avevo la costante certezza di avere una sigaretta in mano quando non era così, dopo che guardavo la mano vedevo la sigaretta pian piano dissolversi per poi tentare di metterla in tasca anche se non avevo nessuna sigaretta in mano, insomma anche dopo aver controllato di non avere niente in mano la certezza di avercela rimaneva, poi ho preso una ragazza per il top mentre passava accanto a me spaventandola, il punto è che non lo feci apposta, io non mi ricordo neanche di aver visto questa ragazza, io "vedevo" "sognavo" una cosa e nel mentre cercavo di afferrare quella cosa ho preso la ragazza, non l'ho fatto apposta, non sapevo neanche che lei fosse lì.Comunque per non dilungarmi troppo, dato che ho già scritto un fottio, volevo chiedervi che fare, insomma un consiglio, io vedo L'MdMa come una cosa bellissima, che mi fa sentire benissimo, che mi fa fare tutto(parlare con gli sconosciuti, fare il panico etc), insomma per me è stupenda, adesso però un mio amico ha smesso con tutto(sigarette, maria ed M) e mi ha messo in crisi, insieme a lui già volevamo smettere con la maria però con l'M non so che fare, dato che non me la faccio tutti i giorni penso che faccia meno male di maria,sigarette ed alcol( anche perché con l'alcol sono finito in ospedale in coma etilico a 14 anni), l'M la prenderei una volta ogni 2 mesi inevece la maria la fumo tutti i giorni quasi, cosa mi consigliate? L'Md è un demone sotto la maschera angelica? Mi sapreste dare dei motivi validi per smettere(secondo voi ovviamente :)) , per favore niente critiche etc. Mi affido a voi ragazzi/e, consigliatemi :) 

"Come gli psichedelici mi hanno salvato la vita"

La giornalista della CNN Amber Lyon racconta come grazie a psichedelici come LSD, DMT e funghi psilocibinici ha superato ansia e PTSD.

comunità San Patrignano contro Veronesi

San Patrignano contro Veronesi

Mer, 20/08/2014 - 14:38

I danni da spinello ci sono e non sono da sottovalutare. Non mentiamo alle famiglie e ai nostri figli

È con sempre maggiore sgomento e preoccupazione che rispondiamo all’intervento di Umberto Veronesi sulle pagine del settimanale Oggi. Come il famoso oncologo possa scrivere sulle pagine di una rivista rivolta principalmente alle famiglie che i “danni da spinello” sono praticamente inesistenti è ai limiti del comprensibile. Veronesi non solo lancia un messaggio di pericolosa superficialità alle famiglie italiane, ma allo stesso tempo ignora deliberatamente le evidenze emerse da numerose ricerche scientifiche. Tra le ultime, in ordine di tempo, quella pubblicata dal “Journal of Neuroscience” e realizzata dalla scuola di medicina della Northwestern University, il Massachusetts General Hospital e l'Harvard Medical School. Chiarissimi i risultati, che hanno mostrato una correlazione diretta tra il numero di volte che gli utenti hanno fumato e le anomalie nel cervello, in particolare nelle aree legate alla motivazione e all'emozione. Evidenze a cui Veronesi, il più famoso oncologo italiano che però non si è mai occupato di neuroscienze, tossicologia e psichiatria, dovrebbe perlomeno rispondere con ricerche scientifiche altrettanto chiare.

Le canne, tanto più è alto il thc, instupidiscono gli adolescenti, li allontanano dai loro interessi, fanno calare il rendimento scolastico e pregiudicano il futuro. Dire alle famiglie e ai ragazzi che fumare la marjuana non è pericoloso denuncia un livello di irresponsabilità inquietante da parte degli adulti. Non solo è falso, non solo gli si sta facendo credere che non ci saranno conseguenze, ma si sta lanciando un messaggio di pieno permissivismo nei confronti della cultura dello sballo. Tanto più pervasivo se a farlo è un ex ministro della Salute, così come alcuni esponenti del mondo dei media e della politica. Opporsi a questo messaggio, per noi Comunità, come per tantissime famiglie, è sempre più difficile. Come si può educare ed evitare ai figli di farsi del male, se buona parte della società e le stesse istituzione sdoganano una cultura del “tutto è lecito”?

Basta dunque parlare di liberalizzazione come unica risposta realista alla diffusione della cannabis. Se questa cultura dilaga è proprio per il lassismo e la superficialità dimostrata dagli adulti e da chi dovrebbe educare le future generazioni. Basta anche parlare di riduzione dei danni. Chi ama i propri figli non vuole per loro il male minore, vuole il meglio. Ed il meglio è una vita fatta di passioni, interessi, motivazione. Non di annebbiamento, sballo e fuga dalla realtà. Parliamo di programmi educativi concreti rivolti agli adolescenti, parliamo di come ridare fiducia a intere generazioni che non credono più in nulla. Parliamo di educazione, di regole, di punti di riferimento e di come fornire esempi costruttivi. O più semplicemente, senza troppa fatica, diciamolo chiaramente: le risposte trovatele nel fumarvi una canna, nell’alcol, nel gioco d’azzardo, nel sesso sfrenato.

D’altra parte continuare a parlare di legalizzazione come panacea di tutti i mali è del tutto irrealistico, come dimostrato dall’esperienza del Colorado, dove a sette mesi dalla legalizzazione il risultato è un aumento della domanda, della criminalità legata allo spaccio e una valutazione degli introiti statali in discesa da 134 milioni a 30.

In conclusione, invitiamo il Professor Veronesi a un confronto con noi e i nostri ragazzi.
DAL SITO SAN PATRIGNANO.ORG

Monaci buddisti e psichedelici

Il medico psichiatra Rick Strassmann sui monaci buddisti che hanno usato e usano psichedelici nel loro percorso spirituale.

SMETTO PER RICOMINCIARE ...

SMETTO PER RICOMINCIARE Cari fumatori e care fumatrici, buongiorno ! Ho 43 anni, fumo quotidianamente da quando ne avevo...16/17...Devo premettere che adoro fumare, negli ultimi anni preferisco fumare la sera, da solo, 1/2 canne non forti e il fine settimana qualcosa di più. Ogni attività ludica è da sempre accompagnata da una fumata, solo o con amici, ma il tutto, da anni, è stata la normalità. Quest'estate sono andato in vacanza all'estero per due settimane e non mi sono portato via nulla (cerco di prendere ferie anche da me stesso, oltre che dal lavoro...).Al rientro, gli anni scorsi, non vedevo l'ora di arrivare a casa per farmi una bella e sontuosa canna...questa volta...ho "provato" a non farlo...ho provato a stare senza... Perché? Per diversi motivi, forse ognuno ha i suoi, per me era diventato imbarazzante non aver più memoria, alle volte facevo fatica addirittura a trovare le parole giuste per esprimermi e questo mi pesava e volevo scoprire se effettivamente l'accumulo di thc potesse esserne la causa. Oltre alla memoria, da tempo immemorabile, non ricordavo o perlomeno, non avevo consapevolezza di sognare, mi addormentavo come un piombo, dopo l'ultima cannetta, senza percepire e godere della notte e dei sogni.  Direte:" ma che cazzata...e chi se ne frega...". Può darsi, ma per me, non godere anche della notte mi dava l'impressione di essere espropriato di 1/3 della mia vita e sapete, a 43 anni...ci si pensa. Ho scritto questo commento per cercare di farvi partecipi del mio "inconsapevole" approccio allo smettere di farmi le canne in quanto penso di aver trovato, almeno per me, una chiave importante. Ci sono sicuramente dei motivi per i quali uno/una decide di smettere, memoria, recupero dei sogni (per me ma non solo...)...ma anche risparmiare soldi, fare più cose, fare cose che non si sono mai fatte perché non includevano il "rito" della canna, frequentare persone e situazioni, essere stufi dell'ansia della ricerca del fumo, essere stufi di dover frequentare o solo contattare i pusher, farsela addosso alla guida con la paura di essere beccati dagli sbirri, ecc...ecc... Questi motivi possono essere considerati "un nuovo piacere", nel senso che sono privazioni delle quali le canne mi hanno obbligato, sono obblighi ai quali devo rispondere, sono modifiche ai miei desideri in cambio di una "bolla nel cervello". Perciò cerco di lavorare sulla memoria, cerco di ricordarmi ad esempio i nomi dei miei ex compagni di classe, cerco di "fissarmi" scritte che leggo o targhe per poi ricordarmele dopo qualche ora o giorno, mi si aprono mondi legati al mio passato che pensavo dimenticati per sempre, facce, nomi, sensazioni addormentate e archiviate, eppoi i sogni...ragazzi...che meraviglia, che trip, che invenzione pazzesca, alla mattina, alle volte, mi sento stanco talmente sono stato presente dentro i miei sogni, alle volte riassaporo durante la veglia i colori, le sensazioni dei sogni vissuti e tutto...gratis, autoprodotto, completamente indipendente, libero e fantastico. Se volete smettere, provate anche voi ad aggrapparvi a queste nuove libertà acquisite, godete di tutto ciò, riassaggiate ciò che non era più a vostra disposizione e poi decidete. La bellezza di tutto ciò è che...Se voglio posso fumare e se voglio posso sognare !!!Se voglio posso fumare e se voglio posso ricordare !!! Personalmente, visto che più di metà della mia vita l'ho dedicata a fumare e cercare di essere fumato, ora posso permettermi di occuparmi d'altro (utlimamente poi o non mi faceva nulla o collassavo per aver esagerato nella ricerca dell'effetto...), se capiterà non avrò problemi a fumare, magari in compagnia recuperando quelle sensazioni piacevoli dell'illarità incontrollabile, ma vi assicuro, ora non le cerco, ora sono curioso di capire "cosa ci guadagno" a non fumare, voglio capire se ho perso qualcosa, voglio capire, se la mia indefessa e inaffondabile consapevolezza che "la cannabis non comporta dipendenza" sia effettivamente vera, per il momento è così, ma solo la vera sperimentazione mi può confermare questa convinzione. Ragazzi e non solo, vi auguro di trovare una strada autonoma, libera e soprattutto piacevole sia si tratti di smettere che di fumare, solo dentro voi stessi conoscete la spesso "inconfessabile" verità, che è tutta vostra e privata. Un caloroso saluto uno di voi

Cannabis, l'appello di Umberto Veronesi accende il dibattito

La proposta di liberalizzare le droghe leggere lanciata dal grande scienziato dalle colonne del nostro giornale è stata accolta da critiche e consensi. Tra le voci contrarie, quelle della comunità di San Patrignano e di due docenti universitarie di tossicologia forense. Ma il radicale Cappato replica: "Alcool e tabacco sono più dannosi".

si Emanuele Coen. L'ESPRESSO

L'educazione è fatta anche di regole, quindi di divieti. A nostro avviso è giusto che lo Stato ponga dei paletti precisi senza abdicare al suo ruolo, abbandonando le famiglie sul fronte educativo». È forte e chiaro il no della Comunità di San Patrignano all’appello per la legalizzazione della marijuanalanciato l’8 agosto su “L’Espresso” da Umberto Veronesi.


L’articolo del grande scienziato, da decenni impegnato contro il proibizionismo, rinfocola le polemiche intorno alla liberalizzazione delle droghe leggere in Italia, mentre negli Stati Uniti continua a far discutere la clamorosa campagna intrapresa a fine luglio dal “New York Times” a favore della marijuana libera per chi ha almeno 21 anni, forte del sondaggio del Pew Research Center secondo cui il 54 per cento dei cittadini americani è favorevole. Tema in realtà molto controverso, anche negli Stati Uniti: se è vero, infatti, che a gennaio di quest’anno il Colorado e subito dopo lo Stato di Washington hanno autorizzato il consumo di cannabis ad uso “ricreativo”, la Casa Bianca ha duramente criticato la svolta antiproibizionista del quotidiano della Grande Mela.

 


Quanto all’Italia, uno dei cardini della tesi di Veronesi, che nell’appello sul nostro giornale sottolinea di essere «in quanto medico e padre oppositore convinto di tutte le droghe», è che bisogna passare da un’attività indiretta (vietare) a una diretta (educare).

«Lo Stato certamente può fare di più in merito alla prevenzione, ma non si ingannino le persone dicendo che in Italia questa attività non può essere effettuata a causa del proibizionismo», ribatteAntonio Boschini, responsabile terapeutico dell’organizzazione fondata nel 1978 da Vincenzo Muccioli, posizione condivisa dal comitato sociale che guida la comunità.

«I proibizionisti si buttano a capofitto nell’invocazione dello Stato come soggetto deputato a dare il buon esempio, o a non dare il cattivo messaggio della tolleranza nei confronti delle droghe: sempre di alcune, visto che l’alcol è pubblicizzato in ogni dove», replica Marco Cappato, capogruppo dei Radicali-federalisti europei al Comune di Milano, che da anni si batte per la legalizzazione della marijuana e delle altre droghe: «Questo modo di ragionare percorre la stessa strada che ha sempre portato allo Stato etico e al totalitarismo: la consegna alle istituzioni politiche, attraverso divieti e forze dell’ordine, della difesa del bene e della virtù».

Contro l’appello di Veronesi hanno preso carta e pennaanche due scienziate: Elisabetta Bertol, ordinario di Tossicologia Forense all’Università di Firenze, e Donata Favretto, professore associato nella stessa disciplina all’ateneo di Padova, rispettivamente presidente e membro dell’Associazione scientifica Gruppo tossicologi forensi italiani. «Vogliamo liberalizzare totalmente la cannabis e le altre droghe? Decidiamo in tal modo di rischiare la vita o far salire i nostri figli su un treno, un pullman o una nave (ogni riferimento è voluto) condotti da personale che liberamente può essersi fatto una canna o un tiro di cocaina», scrivono le due docenti: «Ci vuole pensare il professor Veronesi alla ricaduta di questa totale “liberalizzazione” sulla sicurezza stradale? Gli effetti “piacevoli” di una “fumatina” di marijuana durano fino a due ore circa, ma gli effetti avversi, comportamentali e fisiologici, permangono fino a tre-cinque ore dopo l’uso».

Un argomento, quello della pericolosità della cannabis, che invece secondo gli antiproibizionisti non regge il confronto con altre sostanze. «Alcol e tabacco sono droghe più dannose da ogni punto di vista e secondo ogni parametro medico-scientifico», ribatte Cappato: «Ma sono liberalizzate senza che nessuno ne proponga seriamente la proibizione, al di fuori di regole ragionevoli e necessarie per impedire il consumo passivo e per disincentivare l’abuso, in particolare da parte dei minori. La guida in stato di ebbrezza da cannabis sarebbe certamente sanzionata anche in caso di legalizzazione, dunque non è un argomento. La realtà è che ogni prodotto che ingeriamo - alimento, bevanda, medicina, sostanza stupefacente - necessita di regole per consentire scelte libere, consapevoli e responsabili a seconda dei rischi. Se oggi esistono alcuni tipi di cannabis più potenti rispetto al passato, dipende dal fatto di aver lasciato alla criminalità organizzata il monopolio della produzione: se non verrà legalizzata, tra dieci anni la cannabis sarà ancora più potente».

Summer School 2014 Verso un modello operativo per l’autoregolazione dei consumi

Nuovi trend e nuovi modi di guardare ai consumi, nuove risposte della rete dei servizi

Firenze, 4, 5, 6 settembre 2014
Centro Studi CISL, via della Piazzola 71

Anche quest’anno la Summer School si avvarrà di un contributo a livello europeo, con la presenza di Adam Winstock (Global Drug Survey, UK), fondatore di Drugs Meter, un servizio on line che offre ai consumatori la possibilità di ricevere un feed back sul loro modello di consumo.

E’ ormai senso comune che i trend dei consumi di droghe si stiano rapidamente modificando: si tratti dell’entrata in campo di nuove sostanze, soprattutto stimolanti – le Nuove sostanze psicoattive (NSP) su cui l’Europa concentra oggi la sua attenzione; oppure dell’affermarsi di nuove modalità d’uso come nel caso degli oppiacei; oppure ancora di uso abbinato di sostanze legali e illegali relativo a specifici rituali e setting d’uso (impropriamente appiattito dietro la dizione “policonsumo”). Ancora più importante è il mutamento della percezione sociale circa la pluralità dei modelli di consumo e la variabilità delle traiettorie d’uso, di cui il consumo problematico/dipendente rappresenta solo una fetta (minoritaria). Su questa percezione ha influito la ricerca nei setting naturali, che ha evidenziato le capacità dei consumatori di apprendere e applicare regole informali (i cosiddetti “controlli sociali”) miranti a modulare/ porre confini ai consumi, al fine di preservare gli impegni di vita quotidiana e le relazioni significative.

Il mutamento di panorama richiede da un lato una valutazione pragmatica dell’adeguatezza/inadeguatezza delle risposte dell’intera rete e dei modelli operativi dominanti; dall’altro, chiama all’innovazione nel campo dei modelli operativi.

Negli ultimi anni è stato compiuto a livello italiano ed europeo uno sforzo di connettere i risultati della ricerca nei setting naturali, volta a cogliere il punto di vista dei consumatori e a studiare i meccanismi sociali di controllo, con l’elaborazione di un nuovo modello operativo da introdurre nei servizi. Un passaggio di questa elaborazione è avvenuto anche qui in Italia, attraverso il progetto toscanoNuovi modelli operativi per giovani consumatori “invisibili” di Forum Droghe e CTCAe il successivo ampliamento al progetto europeo NADPI – Innovative cocaine and poly-drug abuse prevention programme, di TNI, IDPC, Forum Droghe, De Diogenis Association.

Ciò ha permesso non solo una riflessione condivisa in ambito scientifico europeo, ma anche la costruzione di linee guida per un nuovo modello operativo finalizzato al supporto dei meccanismi “naturali” di controllo dei consumatori. Il percorso di ricerca si è snodato attraverso tappe quali: il confronto fra la prospettiva dei consumatori e quella dei servizi dipendenze; la rilettura critica dei modelli operativi presenti sia negli interventi più “informali” di Rdd che nei servizi più “formali”, come i Sert; l’esame di detti modelli alla ricerca di convergenze/dissonanze con principi e costrutti convalidati dalla ricerca psicologica e ormai consolidati nelle pratiche di altri settori sociosanitari (come i concetti di self efficacy e self control, il ruolo delle aspettative e credenze dell’utente, la formulazione degli obiettivi e la declinazione di “alleanza terapeutica”); l’inquadramento del nuovo modello di autoregolazione all’interno delle più recenti elaborazioni in tema di promozione della salute; l’articolazione del nuovo modello operativo rispetto ai differenti livelli di intensità dei consumi, alle differenti fasi nell’evoluzione dei consumi, ai differenti contesti di vita in cui si inserisce l’uso di droghe.

Circa la cornice storica e teorica in cui si inserisce il modello di autoregolazione, esso si rifà con evidenza alla Riduzione del danno (Rdd), che sin dal suo esordio negli anni Ottanta ha enfatizzato la centralità delle competenze e delle strategie dei consumatori nel ridurre i danni correlati al consumo di sostanze. Questo approccio significativamente proattivo della Rdd, centrato sulle potenzialità di autoregolazione dei consumatori più che sui loro deficit, è andato tuttavia sbiadendo nel tempo – e soprattutto in Italia – a favore di un approccio “patologico” (e patologizzante), così finendo per sottrarre all’approccio di Rdd uno dei suoi maggiori punti di forza: il consumatore come soggetto attivo, titolare di apprendimento e cambiamento. In altri termini, la Riduzione del danno è stata confinata in una serie di pratiche e interventi specifici, perdendo la potenzialità di “approccio” al problema droga, come tale in grado di influenzare l’insieme delle politiche e l’insieme delle pratiche nell’intera rete dei servizi. Il nuovo modello di autoregolazione si inserisce nel solco della Rdd, contribuendo a rilanciarlo come “approccio” dell’intero sistema sociosanitario, ben oltre gli interventi di “prevenzione secondaria”.

Il percorso formativo della Summer School 2014, per il quale sono stati richiesti crediti ECMper la professioni sanitarie, intende offrire ai corsisti l’opportunità di rivedere criticamente i modelli operativi esistenti alla luce dei nuovi trend; di conoscere e inquadrare teoricamente la proposta di un nuovo modello operativo di Rdd finalizzato al sostegno dell’autoregolazione e del controllo dei consumi; di ricevere strumenti per l’operatività nei diversi setting di lavoro, compreso il lavoro via web.

 

così abbiamo fatto pace con il cibo

 Padre e figlia sono in vacanza al mare, è estate. Durante l’anno la figlia è spesso ai fornelli, orari e gravosi impegni scolastici permettendo. Così in queste vacanze i due hanno deciso che ci si prende una pausa sia dalla cucina che dallo studio. Per cui battono la riviera in cerca di squisitezze gastronomiche, senza preclusioni di genere: sagre popolari, ristoranti stellati, umili e veraci trattorie sono mete alla pari. Hanno un consigliere, Pilade, il titolare della simpatica palestra dove i due vanno al mattino. Un conoscitore enogastronomico della costa e dell’entroterra di tutto rispetto.

Le cose non sono sempre andate così. Pochi anni prima la ragazza, che oggi è maggiorenne, era caduta in quel dedalo molto intricato che è l’anoressia adolescenziale femminile. I genitori, come usualmente accade, si erano trovati con lei nello stesso spaesamento. Era una situazione di intenso dolore in cui i genitori ben presto, di fronte al costante perdere peso della figlia, non avevano saputo più cosa fare. Alla progressiva rinuncia al cibo rispondevano perlopiù con una progressiva insistenza a farla mangiare. Se la ragazza reagisce a questa insistenza mangiando ancora meno, ecco che un circolo vizioso ha preso il comando delle relazioni familiari, un circolo vizioso da cui sembra impossibile uscire. Paradossalmente, come oggi la ragazza vede con chiarezza, l’unica che sapeva bene cosa fare era proprio lei: mangiare sempre meno, fino a non mangiare più. In una situazione dove tutto era fuori controllo, l’unica che sembrava controllare qualcosa, cioè il cibo, era la ragazza.

Dal suo punto di vista la preoccupazione e l’ansia dei genitori in un primo momento erano esagerazioni ingiustificate. Quando in seguito si era resa conto che invece erano giustificate dal proprio stato fisico, aveva però sentito che ormai il suo comportamento si era consolidato in qualcosa che non poteva più essere cambiato.

Da questo punto di stallo non sembrava possibile muoversi in nessuna direzione. Oggi la ragazza dice che a un certo punto aveva deciso di uscire da quella situazione senza tuttavia sapere come farlo, ma che già questa decisione era stata l’inizio della soluzione. Ribadisce che, senza una decisione presa in prima persona, tutti i tentativi che altri possono fare risultano privi di forza. Solo in seguito a questo passo la ragazza è stata in grado di chiedere e ricevere aiuto, solo da questo momento in poi gli interventi terapeutici del medico nutrizionista e della psicologa, e persino quello della psicologa di sostegno ai genitori, sono diventati operativi. Lo smarrimento e la rete di colpevolizzazioni e autocolpevolizzazioni in cui tutto il nucleo familiare era caduto veniva a poco a poco sostituito da un senso di collaborazione di fronte al problema.

La via d’uscita dal dedalo è stata complicata, ha avuto accelerazioni e momenti di arresto, è costata fatica e impegno, come una battaglia che ha alti e bassi. Ma di quale battaglia si parla? Chi l’ha vissuta, chi ne è stato testimone, quale vittoria ha riportato, di quale successo è stato testimone? Può sembrare paradossale, parlando di una battaglia, ma la descrizione e la spiegazione più calzanti riguardo a questo percorso accidentato mi sembra che possano stare in un libro che è fondamentalmente un libro di pace. L’autore è il medico e psicoterapeuta Lorenzo Bracco e il libro si intitola Anoressia. I veri colpevoli. Pubblicato nel 2012 da BookSprint Edizioni, ha vinto il Premio Cesare Pavese 2013 Medici Scrittori Saggistica ed è recentemente stato tradotto in America.

Ciascun familiare della ragazza che oggi sta viaggiando per la costa in vacanza vi si è ritrovato, in una collocazione non conflittuale rispetto agli altri. La ragazza soprattutto.

L’autore, mentre riconosce la multifattorialità delle cause che concorrono all’insorgere dell’anoressia nelle adolescenti e quindi ribadisce come diversi percorsi terapeutici possano essere risolutivi, si concentra sui traumi avvenuti molto precocemente nello sviluppo della persona, quando era ancora nel grembo della mamma e/o avvenuti durante la nascita. In particolare, se in seguito a un evento traumatico il sangue del feto e quello della mamma vengono in contatto e se la mamma e il feto non hanno lo stesso gruppo sanguigno e i due gruppi sanguigni non sono compatibili, scatta un allarme biologico tra la mamma e la creatura che porta in sé. Secondo questa lettura, le future difficoltà della ragazza quando sarà adolescente nei confronti della mamma e viceversa si basano su questo allarme biologico.

Spiegata in questo modo, la differenza fra la mamma e la figlia diventa un semplice fatto di cui nessuno ha colpa alcuna e un’adeguata terapia del trauma originario può ricondurla a essere una ricchezza e non un conflitto, come normalmente è quando non sia scattato l’allarme biologico dovuto al contatto di due gruppi sanguigni incompatibili.

Oltre alle argomentazioni scientifiche e alle ipotesi terapeutiche che contiene, come ad esempio la possibilità di interventi preventivi sull’anoressia adolescenziale femminile, il libro ha un’anima rasserenante e vitale.

Per tornare alla domanda su quale battaglia la ragazza abbia combattuto e della curiosa circostanza che proprio in un racconto di pace questa battaglia è vista con tale chiarezza che la ragazza leggendolo si è subito ritrovata (e, si può dire, accolta), il dato più evidente è che qui si parla di una battaglia che non è combattuta contro qualcuno o qualcosa, ma al contrario è combattuta per qualcosa: la ragazza si batte in mezzo a mille difficoltà perché è alla ricerca della propria identità.

I familiari così possono vedere la ragazza in una prospettiva che è di crescita e di evoluzione, per quanto doloroso e complicato sia oggi crescere ed evolvere, e non di blocco, di stallo, di paralisi.

A questo riguardo la ragazza ribadisce, e chi le sta vicino può testimoniare come sia vero, che quel momento in cui aveva preso la decisione di uscire dal dedalo anche se non sapeva come farlo è stato un momento di passaggio, come fosse una cruna stretta stretta.

È stata una tappa nella sua ricerca, come lo è stata per i suoi familiari. Ora dice che così l’ha vissuta lei, che nel libro ha trovato bene espressa e chiarita questa sua storia. Ha trovato che ci sono spiegazioni a comportamenti, sensazioni e emozioni che possono altrimenti apparire privi di logica e così aumentare il disorientamento. Che ci siano al contrario delle ragioni, dei perché, è invece molto rasserenante. Ci tiene ad aggiungere che si tratta di un percorso personale, anzi personalissimo, ed è certa che ciascuna ragazza in quelle circostanze trova le proprie vie, che sono, o forse addirittura devono essere, differenti da quelle di ciascun’altra.

Ora, nel racconto della ragazza così come nel racconto del libro di Lorenzo Bracco si trova la stessa convinzione che le differenze sono una ricchezza. E questo, sebbene spesso appaia come molto difficile da raggiungere, ha tutto l’aspetto di essere un buon punto di arrivo.

Evelina e Dario Voltolini 

La Lettura lettura.corriere.it/cosi-abbiamo-fatto-pace-con-il-cibo/

Cannabis, da consumatori a produttori. Così l’Italia sta diventando leader europeo

Raphael Zanotti, La Stampa
Su un fronte gli ulivi, sull'altro piantagioni di mais, infine un muro di balle di fieno alto tre metri. Protetta da sguardi indiscreti, la piantagione di cannabis di Salvatore Li Bassi, allevatore di 56 anni di Calatafimi Segesta, cresceva rigogliosa: un ettaro e mezzo coltivato con cura, 15.000 piante di cannabis, valore sul mercato 35 milioni di euro. Quando i carabinieri di Alcamo si sono presentati alla sua porta, Li Bassi ha mosso il suo baffone guardando un punto morto e ha detto: «Pensavo fossero piante aromatiche». Arrestato. 

La foresta di canapa indiana di Salvatore Li Bassi è solo l’ultima delle piantagioni che si moltiplicano nel Sud, dove avviene il 71% dei sequestri. Ma c’è da star sicuri, ce ne saranno altri. 

A Tor De’ Cenci (vicino a Roma), il 14 agosto, un elicottero del reparto operativo aeronavale della Finanza di Civitavecchia individua dall’alto un altro campo abusivo: mezzo ettaro, 170 chili di marijuana biologica. Il 28enne romano che la coltivava l’aveva pensata bene: ricavata tra i rovi, collegata a una cisterna d’acqua nascosta nelle vegetazione. Per evitare di essere scoperto, si era scavato un tunnel tra i rovi e raggiungeva la sua piantagione con il passo del leopardo, pancia a terra. 

E un anno fa, nelle campagne dell’Ogliastra in Sardegna, la polizia si è trovata di fronte a uno scenario colombiano: una piantagione da 1100 piante con tre postazioni per vedette armate dotate di elettricità e materasso. 

In Italia, la cannabis, si è sempre coltivata, ma mai con piantagioni di queste estensioni. Qualcosa è cambiato. Lo dicono i dati dell’Unodc, l’agenzia dell’Onu sulla droga e il crimine. L’Italia nel 2012 è stato il primo Paese al mondo per sequestri: 4.122.617 di piante. Più degli Stati Uniti, che seguono. E dire che solo due anni prima erano state 71.988, cinquantasette volte di meno. 

Non è più economia di sussistenza. I piccoli spacciatori che si mettevano in proprio e producevano per la ristretta cerchia dei propri clienti cominciano a entrare in conflitto con la criminalità organizzata. Nel Napoletano anche la Camorra ha deciso di investire nell’«oro verde», che offre scarso rischio e grandi guadagni. Agricoltori e allevatori del golfo di Castellamare, Casola e Monti Lattari ricevono i propri semi direttamente dai capibastone. E coltivano. 

Sono le leggi del mercato. Le grandi piantagioni dell’Est europeo, dell’Ucraina e dell’Urss, dell’Afghanistan e del Pakistan si sono da tempo riconvertite all’oppio, più remunerativo. Il prezzo è salito, ma la domanda resta alta. E così è iniziata l’autoproduzione. I sequestri di piante hanno superato così quelli di erba essiccata, che a sua volta ha superato le resine nordafricane. Oggi un grammo di erba nostrana costa 7 euro e mezzo, l’hashish marocchino viaggia invece sugli 8-9 euro. E così è possibile trovare, in pieno centro di Roma, accanto alla stazione Casilina, la più grande serra di cannabis mai scoperta: una galleria di un chilometro per 5000 metri quadri di piante coltivate. 

L’area di produzione resta il Sud. «Qui ci sono le condizioni climatiche, ci sono grandi aree scarsamente abitate e a coltivare bisogna essere capaci - spiega il colonnello Giuseppe Campobasso, comandante del Gruppo operativo antidroga della Finanza di Palermo -. Il sistema migliore è ancora quello di individuare le piantagioni dall’alto». Ma i sistemi si fanno più sofisticati: finti campi di granturco per nascondere le piantagioni, serre custodite da cani, sistemi di irrigazione a goccia per evitarne l’individuazione. A Esino Lario, nel Lecchese, l’11 agosto i carabinieri hanno trovato 130 piante in un bosco, su terreno demaniale. Come i narcos colombiani che per sfuggire ai diserbanti degli aerei governativi, si rifugiano nel fitto della foresta amazzonica. Ma questa è l’Italia. 

 

Veronesi, danni marijuana praticamente inesistenti

 Milano, (AdnKronos Salute) - "La marijuana non fa male" e "i danni da 'spinello' sono praticamente inesistenti". Parola dell'oncologo Umberto Veronesi, da sempre a favore della liberalizzazione delle cosiddette 'droghe leggere', che interviene così sul tema sul numero del settimanale 'Oggi' in edicola domani.

"La marijuana fa male? Come ministro della Salute, quando ricoprii l'incarico anni or sono, mi posi anch'io questa domanda - ricorda il direttore scientifico dell'Istituto europeo di oncologia di Milano - E me la posi anche come medico e soprattutto come padre di famiglia. Ebbene, la commissione scientifica che avevo nominato concluse che i cosiddetti 'danni da spinello' sono praticamente inesistenti. Dopo quella, altre commissioni scientifiche giunsero alle stesse conclusioni. E oggi perfino l'Organizzazione mondiale della sanità ha invitato i governi a depenalizzare l'uso personale di marijuana, consapevole su dati scientifici che l'uso di spinelli non fa male".

Nella sua rubrica lo scienziato definisce "infondata anche la credenza che la marijuana dia dipendenza e apra la strada all'uso delle droghe pesanti, come cocaina e morfina. Liberalizzare lo spinello non è malinteso permissivismo, ma una posizione realistica che punta alla riduzione del danno. Risulta che metà dei nostri giovani e molti adulti fanno uso di marijuana. Ha senso criminalizzarli?".

Ansia paranoia e paura

Salve a tutti sono un ragazzo di 19 anni, ho fatto uso regolare di gannabis per due mesi , ho smesso dopo un attacco di panico e per una settimana sono stato male quindi decisi di fumare di nuovo ma sono stato ancora piu male e continua cosi da 38 giorni in questi giorni sono stato anche bene ma non sono piú io mi sento malissimo. Ho tantissima paura di avere qualche psicosi e ho paura di impazzire

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