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Novità

cefalea a grappolo --- GRAZIE

Ciao a tutti, scrivo solo per ringraziare. Per dire GRAZIE a chi ha pubblicato qui un articolo sulla cura della cefalea a grappolo tramite psichedelici.

Afflitta da oltre dieci anni da questo disturbo terribile (pensate che tra noi malati di "cluster headache" si hanno tra i più alti tassi di suicidio al mondo, tanto è insopportabile a volte il dolore) e altretanto afflitta da cure palliative anche costose e sempre scarsamente efficace, cercando per caso su google trovai l'articolo.

Mi sembrava incredibile che potessi guarire con funghi o LSD ma dissi perché no....a questo punto.

Allora su consiglio di un tipo conosciuto sempre tramite forum di malati di cefalea (nel frattempo avevo scoperto che erano diversi quelli che si curavano così!!! ovviamente violando la legge di questo paese di m.....) andai a un "rave party" e comprai questo famoso LSD ovverosia dei pezzettini di cartoncino inbevuti con lo stesso composto.

Bene. Se la domanda è se ebbi delle "visioni" alla steve jobs si ovviamente ebbi anche strani effetti onirici  e nella visione (con caledoscopi, ecc.) per alcune ore. Ma quello che conta è che per la prima volta LA BESTIA SE NE ANDO'. IL GRAPPOLO SCOMPARVE.

GUARITA. era da non credere.

inoltre ebbi un attacco successivo solo dopo molto tempo rispetto al solito e anche allora con mezzo di quel cartoncino. ANDO VIA.

 

successivamente con altri malati mi sono organizzata per comprare spore di funghi via internet, così non violiamo la legge (anche se poi la coltivazione per uso personale anche se medico non è legale).

 

chi ha sofferto di questa afflizione SA cosa vuol dire il CLUSTER. è pazzesco che ci spillino soldi con l'ossigeno, coi corticosteroidi, quando con queste cose NATURALI (l'lsd non è naturale ma cmq ho letto che viene dalla segale, e in ogni caso sono passata ai funghi) si cura TUTTO.

la mia vita è cambiata completamente da quando ho letto quell'articolo. in meglio. anzi possiamo dire: SONO RINATA. QUINDI GRAZIE.

Marijuana, una cura semplice ed efficace

Sclerosi multipla, lesioni neurologiche, cancro e Aids. Si moltiplicano le applicazioni cliniche della cannabis. Il parere di un esperto

Che la cannabis possedesse utili proprietà farmacologiche era noto da tempo alla comunità scientifica internazionale. Negli ultimi anni sempre di più sono i Paesi che, tramite leggi meno restrittive, hanno reso possibile l’accesso ai trattamenti terapeutici a base di farmaci derivati dai cannabinoidi, semplificando le procedure burocratiche per la loro prescrizione, finanche decriminalizzando il possesso di cannabis per uso personale e la sua coltivazione. Possono beneficiarne pazienti affetti da gravi patologie disabilitanti per controllare il dolore (sclerosi multipla, danni ai nervi, lesioni spinali, dolore neurogenico) e pazienti terminali affetti da cancro o Aids, per la stimolazione dell’appetito. Non trattandosi di una cura ma di un trattamento palliativo, spetta esclusivamente al medico valutare per quali patologie ed in quale momento della terapia il paziente possa trarrne un effettivo beneficio clinico.

Già dal 2007 è previsto in Italia l’uso terapeutico della cannabis. Ma dal 2014 un nuovo decreto legge ha reso l’accesso ai farmaci cannabinoidi più semplice, snellendo il lunghissimo iter burocratico. La prescrizione e somministrazione può essere fatta direttamente dai medici di base, con trattamento anche domiciliare. E i costi? Non sono a carico del paziente, ma del Sistema sanitario regionale. Grazie a una legge regionale adottata da Sicilia, Abruzzo, Puglia, Toscana, Liguria, Veneto, Lombardia e Piemonte che, a differenza del passato, il governo ha deciso di non ostacolare con l’intento specifico di tutelare il diritto alle cure per tutti i pazienti, pur ribadendo che vanno prescritti esclusivamente «quando altri farmaci disponibili si siano dimostrati inefficaci o inadeguati al bisogno terapeutico del paziente».

Per ridurre i costi legati all’importazione dei farmaci cannabinoidi è stato approvato un progetto pilota di produzione in Italia, presso lo Stabilimento farmaceutico militare toscano. I medicinali a base di cannabis come il Bedrocan, Bediol, Bedrobinol e Bedica, caratterizzati da differenti percentuali dei due principali principi farmacologicamente attivi della cannabis - il tetraidrocannabinolo (Thc) e il cannabidiolo (Cbd) - somministrabili mediante vaporizzazione o tisane, vengono al momento prodotti esclusivamente dall’olandese Bedrocan Bv, unica autorizzata alla produzione dal ministero della Salute olandese, che li esporta in altri paesi europei. Dai Paesi Bassi, dove il possesso e l’uso personale di cannabis, catalogata come droga leggera, è decriminalizzato, proviene anche la più lunga esperienza nel suo utilizzo medico. Dal 2003 le farmacie olandesi vendono medicinali a base di cannabis, prodotti secondo rigidi criteri internazionali di qualità.

La cannabis è coltivata in condizioni controllate, secondo le norme di buona pratica in agricoltura, e non contiene pesticidi, metalli pesanti, batteri, muffe o altri patogeni. Il suo impiego medico è tuttavia iniziato già a partire dagli anni settanta con modalità non controllate dal ministero della Salute, in quanto la cannabis ad uso ricreativo era già facilmente reperibile presso i coffee shops fin dal 1976. Recenti studi hanno dimostrato che la cannabis venduta presso i coffee shops non è di qualità farmaceutica, è spesso contaminata da patogeni e costituisce, pertanto, un serio rischio per la salute se impropriamente assunta per uso medico, specialmente in pazienti affetti da patologie croniche debilitanti, Aids o patologie tumorali, in cui le difese immunitarie sono seriamente compromesse.

Il Sativex, altro medicinale cannabinoide approvato in 17 paesi europei ed utilizzato in 9 di questi, tra cui l’Italia dal 2013, è una miscela in parti uguali di Thc e cannabidiolo in forma di spray orale ad un dosaggio standardizzato e riproducibile. Pur essendo stato sviluppato e prodotto dall’azienda britannica GW Pharmaceuticals, e sia disponibile per la prescrizione in alcune aree del paese, in Inghilterra l’uso medicinale della cannabis non è legale ed il Sativex viene raramente consigliato dai medici di base, in conformità ad una politica repressiva nei confronti della marijuana.

Differente la situazione in Germania dove, grazie ad una sentenza della Corte amministrativa federale, dal 2005 i farmaci cannabinoidi sono reperibili presso tutte le farmacie. A differenza dell’Italia, i pazienti tedeschi devono però provvedere ai costi di acquisto, per importi che possono raggiungere anche i 1000 euro al mese; situazione che sostanzialmente limita l’accesso al trattamento. Per garantire a tutti il diritto di accesso alle cure, tuttavia, la Corte Amministrativa di Colonia ha stabilito lo scorso anno che i pazienti non in grado di sostenere le spese per il trattamento medicinale con cannabis possono coltivare da soli le piantine di marijuana. Questo non significa una liberalizzazione della coltivazione della cannabis, che resta tuttora illegale.

Il maggiore processo di decriminalizzazione in questi anni è avvenuto in Spagna, dove la coltivazione per uso personale è legale sia per scopi ricreativi che medici. La Catalogna ha promosso programmi terapeutici a base di cannabis medicinale dal 2005 e sta mirando alla sua legalizzazione soprattutto allo scopo di tenere a freno il proliferare dei “cannabis clubs”, associazioni no profit per il consumo indoor che hanno reso negli ultimi tempi Barcellona la nuova Amsterdam per il turismo della droga.

Tra gli altri paesi europei anche la Francia, la Romania e la Repubblica Ceca hanno regolamentato con specifiche leggi l’uso terapeutico di questi farmaci. Le politiche volte a favorire la legalizzazione della cannabis medicinale hanno indubbi benefici non solo per i pazienti che hanno un accesso più libero ad un trattamento palliativo scientificamente provato, ma alla lunga avranno un risvolto positivo anche nella lotta al mercato nero delle droghe leggere.

Le criticità da tenere in considerazione rimangono, tuttavia, tante, soprattutto se si guarda all’esperienza americana dove la marjuana è stata legalizzata in 23 stati e nel distretto di Columbia per uso terapeutico o persino a scopo ricreativo (Washington, Colorado, Oregon e Alaska). Negli Usa infatti, l’uso a scopo terapeutico di preparazioni di cannabis ha creato un mercato senza freni incoraggiandone di fatto l’abuso. In Europa, invece, la politica della tolleranza adottata dai Paesi Bassi sembra non aver favorito, dagli anni Ottanta ad oggi, un aumento del consumo delle droghe leggere da parte dei giovani, consumo che resta notevolmente inferiore rispetto a quello di altri paesi europei, Italia inclusa. Qualunque sia il modello adottato, è comunque necessaria l’istituzione di un adeguato sistema di monitoraggio per la verifica dell’esatta applicazione delle norme di legge e per la registrazione delle eventuali criticità.

In Italia il via libera alla cannabis per uso medico non significa libera coltivazione né libero consumo attraverso il fumo di preparazioni vegetali. Sono invece disponibili per i pazienti, sulla base di un opportuno piano terapeutico redatto dal medico, specifiche formulazioni farmaceutiche ad un dosaggio standardizzato e riproducibile, che assicurano l’efficacia terapeutica e tutelano dal rischio di effetti collaterali, prevalentemente di tipo psicotico. L’assunzione degli stessi principi attivi attraverso il fumo determina invece l’assunzione di dosaggi non riproducibili né prevedibili, in quanto dipendenti da diverse variabili individuali ed ambientali e non comporta alcun vantaggio terapeutico, ma si associa anzi ad una progressiva perdita delle capacità cognitive e, negli adolescenti, ad un’aumentata predisposizione all’insorgenza di malattie psichiatriche anche molto gravi, quali la schizofrenia. Resta quindi fondamentale definire normative e limiti che consentano di mantenere ben distinto l’impiego medico dall’ abuso a scopo ricreativo.

Per chi, come noi, studia da anni l’efficacia terapeutica di farmaci basati su cannabinoidi ed endocannabinoidi in patologie neoplastiche, neurologiche, metaboliche e infiammatorie, le nuove legislazioni aprono la strada verso un enorme avanzamento delle conoscenze nel settore. Sebbene con il decreto legge del ministero della Salute la cannabis sia ritornata da pochi mesi “droga leggera”, non più equiparata cioè ad oppio e derivati (eroina), cocaina, amfetamine ed allucinogeni, in Italia la demonizzazione dei cannabinoidi, associati nel pensiero comune a sostanze stupefacenti, ha rafforzato pregiudizi e diffidenze, con enorme svantaggio per tutti coloro che potrebbero trarre un beneficio clinicamente dimostrabile. È imprescindibile che l’impiego della cannabis ad uso medico venga riconosciuto dall’opinione pubblica come uno strumento terapeutico efficace, sicuro, conveniente per il Sistema sanitario nazionale; un presidio in grado di garantire pari opportunità di cura per tutti i pazienti.

Maurizio Bifulco è presidente della Facoltà di Farmacia e Medicina dell’università di Salerno

espresso.repubblica.it/visioni/scienze/2015/02/01/news/marijuana-una-cura-semplice-ed-efficace-1.197660

Il manuale di supporto psichedelico in download gratuito

Il manuale, sviluppato a partire dall'esperienza degli operatori sociali di KosmiCare, associazione no profit per la riduzione del danno e la tutela degli utilizzatori di sostanze psichedeliche attiva in festival a grande partecipazione come il Boom o il Burning man, è ora un e-book (in inglese) in download gratuito: http://psychsitter.com/

Emergenza droga in Vaticano: intercettati 14 profilattici pieni di cocaina liquida

 Il 19 gennaio scorso sono stati intercettati all'aeroporto di Lipsia 14 profillatici pieni di cocaina liquida e destinati all'ufficio postale della Santa Sede.

 

340 grammi per 40mila euro di valore. Una bella somma. Sia la polizia tedesca che l'Interpol in Vaticano speravano che il destinatario di questo insolito pacchetto sarebbe andato a ritirarlo, ma nulla. Non si presentò nessuno. Forse fu avvertito per tempo.

Al via dell'anno giudiziario in Vaticano, Gian Piero Milano, il promotore della giustizia della Santa Sede, è ripartito proprio da qui e ha ricordato, come scrive Il fatto, "l'impegno della Gendarmeria nel 2014 relativo al monitoraggio del traffico di droga da Stati esteri verso lo Stato vaticano".

Così, Milano ha invocato "protocolli comuni e uniformi parametri informativi" in materia di rogatorie e ha indicato una possibile apertura verso le intercettazioni come "strumento di indagine imprescindibile".

La rivoluzione di Papa Francesco continua. E passa da una maggior trasparenza e legalità all'interno del Vaticano.

www.ilgiornale.it/news/cronache/emergenza-droga-vaticano-intercettati-14-profilattici-pieni-1088406.html

Verona, Serpelloni licenziato dalla Ulss: fu uomo di Giovanardi a Palazzo Chigi

Fino al 2014 a capo del dipartimento Politiche antidroga della presidenza del Consiglio, dove era stato chiamato dall'ex sottosegretario a Droga e famiglia, il dirigente non è più responsabile del Sert dell'unità sanitaria veronese: allontanato "per giusta causa".

Licenziato in tronco. Come non accade praticamente mai nella pubblica amministrazione. E il suo è pure un nome di quelli che contano. Giovanni Serpelloni da ieri non è più responsabile del dipartimento Dipendenze dell’Ulss di Verona, ovvero l’Unità locale socio sanitaria chiamata altrove Asl. Il provvedimento disciplinare, preso “per giusta causa” dal direttore generale Maria Giuseppina Bonavina, non va a colpire un dirigente qualunque. Serpelloni è stato infatti a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi dal 2008 fino all’anno scorso. Chiamato a Roma da Carlo Giovanardi, ex sottosegretario a Droga e famiglia, in passato è stato al centro di polemiche perché da responsabile del dipartimento ha fatto da spalla alle politiche proibizionistiche inaugurate dalla Fini-Giovanardi. Dopo che lo scorso aprile non è stato riconfermato nel suo ruolo dal governo Renzi, Serpelloni è tornato da dove era venuto, a Verona. Ha ripreso la sua posizione al vertice del Sert, fino al licenziamento di ieri, che arriva in seguito a un’intricata vicenda sulla proprietà intellettuale di un software. E segue analoghi provvedimenti presi contro altri due medici, entrambi storici collaboratori di Serpelloni, uno dei quali è stato lasciato a casa dopo le indagini che hanno portato la Guardia di Finanza a ispezionare nei mesi scorsi gli uffici dell’Ulss per alcune collaborazioni attivate dal servizio Dipendenze.

 Il software conteso

Al centro del caso Serpelloni c’è un software, chiamato Mfp, sviluppato nel corso degli anni all’Ulss di Verona, ma utilizzato anche in altre aziende sanitarie pergestire i dati sui consumatori di stupefacenti. Serpelloni e i suoi collaboratori ne hanno rivendicato i diritti intellettuali, scontrandosi con la direzione generale dell’Ulss. La vicenda a luglio aveva già portato alla sospensione di sei medici, tra cui Serpelloni, che aveva poi convertito la sospensione dal servizio per due mesi e mezzo in una sanzione da 23mila euro. Nelle settimane successive il conflitto non si è per nulla placato, visto che Serpelloni e alcuni colleghi, con l’appoggio del Codacons, hanno presentato un ricorso al Tar per lesione dei diritti degli autori e un esposto in procura contro i provvedimenti disciplinari. E proprio quanto riportato nella querela è stato causa del licenziamento di ieri, visto che, secondo la direzione generale, ha consentito di venire a conoscenza di irregolarità commesse contro l’amministrazione. Serpelloni definisce il provvedimento “un atto del tutto illegittimo, adottato con chiaro abuso di potere“. Dall’Ulss fanno sapere che i licenziamenti sono arrivati dopo quattro mesi di verifiche, il cui esito ha portato alla “risoluzione del rapporto di lavoro per giusta causa”.

Le indagini della Guardia di finanza
Il licenziamento di Serpelloni, come detto, non è l’unico che ha colpito il dipartimento Dipendenze veronese. Tre giorni fa è stato cacciato il dirigente medico Oliviero Bosco, mentre è di novembre l’allontanamento di Maurizio Gomma, che aveva diretto il Sert negli anni in cui Serpelloni era a capo del dipartimento Politiche antidroga di Palazzo Chigi. Se il licenziamento di Bosco è anch’esso legato all’esposto presentato insieme al Codacons, quello di Gomma è scaturito da una serie di verifiche effettuate dalla Guardia di Finanza su mandato della procura, che secondo i vertici dell’Ulss hanno portato alla luce anomalie amministrative. In particolare sotto accusa è finita una convenzione con l’associazione European institute for health promotion di Verona, il cui comitato scientifico è costituito, tra gli altri, da Bosco e Gomma, oltre che da Bruno Genetti, consulente del dipartimento politiche antidroga e socio di Explora, una società che ha collaborato in alcuni progetti voluti da Serpelloni nel periodo romano. È questo un periodo in cui Serpelloni poteva contare per le politiche antidroga su finanziamenti da svariati milioni di euro. Almeno 52 milioni tra il 2010 e il 2013, secondo quanto dichiarato da lui stesso nel curriculum, molti dei quali investiti in progetti il cui coordinamento operativo era affidato proprio alla Ulss di Verona. Con lo svolgimento di alcuni servizi finito ‘in appaltato’ anche allo European institute for health promotion.

www.ilfattoquotidiano.it/2015/01/31/verona-serpelloni-licenziato-dalla-ulss-fu-uomo-giovanardi-palazzo-chigi/1387197/

Legalizzazione cannabis. L'America Latina di fronte alla tentazione

 E' un piccolo seme, piantato dall'Uruguay alla fine del 2013: la legalizzazione della cannabis comincia a fare il suo cammino in America Latina, anche se, in questa regione alle prese col narcotraffico, alcuni Paesi rifiutano sempre di parlarne.
“Qualcuno deve cominciare in America del Sud”, aveva detto il presidente uruguayano, José Mujica, dando il via alla sua audace idea.
Un anno dopo la legge che ha fatto del Paese l'unico al Mondo a regolamentare la produzione della marijuana, la sua vendita in farmacia non e' stata ancora avviata.
Ma, secondo il Consiglio nazionale delle Droghe (JND), il Paese di 3,3 milioni di abitanti ha gia' 1.300 persone iscritte come autoproduttori e sei club fin a 45 consumatori l'uno.
I suoi vicini sono incuriositi: “Siccome l'Uruguay l'ha fatto e non ha subito gravi conseguenze negative in termini di relazioni internazionali, sanzioni o rifiuto a livello domestico, questa e' diventata un'opzione da prendere in considerazione da parte degli altri Paesi”, dice John Walsh, analisti del “think tank” Ufficio di Washington sull'America Latina.
“Il caso dell'Uruguay ha ispirato numerosi Paesi per cominciare almeno a fare qualche passo in questa direzione”, rincara Pien Metaal, esperto del centro studi Transnational Institute di Amsterdam.
“Non si puo' piu' tornare indietro. Il genio e' uscito dalla bottiglia e non ci sono piu' mezzi per farlo rientrare”, fa maliziosamente notare.
A fine ottobre, il Cile e' diventato il primo della regione a coltivare per fini terapeutici la cannabis, che li' continua ad essere considerata una droga pesante. Un progetto di legge vorrebbe depenalizzarne l'uso per motivi personali.
In Colombia, il Parlamento sta dibattendo un progetto che ne consente l'uso medico, con il sostegno del presidente di centro-destra Juan Manuel Santos.
In Argentina, un progetto di legge difeso dal segretario generale della presidenza, Anibal Fernandez, vorrebbe depenalizzare la coltivazione per uso personale, ma il Governo rimane contrario. C'e' anche un progetto per la depenalizzazione del consumo e il suo uso terapeutico.
In diversi Paesi della regione, il possesso di droga per uso personale non e' di fatto sanzionato.
L'esempio degli Stati Uniti
Promotore e sostenitore finanziariamente della “guerra contro la droga” (termine ereditato dal presidente Richard Nixon) sul continente, il Paese si e' confrontato nel proprio seno con iniziative piu' dolci.
“Gia' quattro Stati hanno regolamentato la cannabis per uso ricreativo (Washington, Colorado, Alaska, Oregon) e 23 l'hanno legalizzata a fini medici", sottolinea Pien Metaal.
“Questo non rende credibili gli Usa nel momento in cui dettano ai Paesi dell'America Latina, come lo hanno fatto in questi ultimi decenni, le loro politiche in materia di droghe”.
Dopo aver promosso il proibizionismo, “e' ormai il momento che gli Usa diano dimostrazione di coerenza coi Paesi della regione e smettano di promuovere cio' che non possono applicare a casa loro”, dice il cileno Eduardo Vergara, direttore del centro di analisi Asuntos del Sur.
Ma bisogna ricordare che “la regione rimane divisa” e alcuni Paesi latinoamericani frenano ancora.
“La legalizzazione non e' oggi in agenda” ha dichiarato di recente il ministro brasiliano della giustizia, Josè Eduardo Cardozo, malgrado il deposito di una legge in questo senso.
Stessa posizione in Nicaragua, Panama, Messico, Costa Rica, Venezuela e Peru'.
Alcune voci comunque difendono la legalizzazione, come gli ex-presidenti brasiliano Fernando Henrique Cardoso e messicano Vicente Fox.
E la domanda di un nuovo approccio cresce nella regione, prima produttrice mondiale di cocaina, vittima della violenza legata al narcotraffico.
Il “tutto repressione” e' in secca, dice il presidente colombiano. Una “sconfitta completa” per il suo omologo dell'Equador, Rafael Correa. Sotto l'impulso della Colombia, del Messico e del Guatemala, l'ONU terra' una sessione speciale nel 2016 in materia.
Ma mentre in Usa la legalizzazione della cannabis e' sostenuta da uno slancio popolare, qui il cambiamento avra' bisogno di piu' tempo.
L'opinione pubblica e' scettica in America Latina: essa non e' soddisfatta della guerra contro le droghe, ma tende a vedere la legalizzazione come permissiva e disfattista”, spiega John Walsh, ricordando che questo e' notoriamente il caso dell'Uruguay.

(articolo di Katell ABIVEN, diffuso dall'Agenzia stampa France Press – AFP il 31/01/2015)

Internet: la rovina della nostra vita

Internet rovina le nostre comunicazioni e abilità sociali, ma non per il trito e ritrito motivo che ci allontana dall'esterno,ma perchè danneggia il nostro cervello; in che senso ciò? Per il fatto che quando noi scriviamo qualcosa in chat e la risposta è un semplice "ok" noi dobbiamo interpretare quell'ok, indovinare l'umore del nostro interlocutore, in una parola entrare nella sua testa. La persona dall'altra parte può essere felice, triste, scazzata, indifferente o fingere. Bisogna vedere se non sta cercando di costruirsi un'immagine e stia lottando con la sua parte reale per affermarla. Se ad esempio una bella ragazza scrive mille smile noi pensiamo che quella ragazza se lo possa permettere poichè è bella, solare, popolare, in una parola una vincente. Di conseguenza una brutta, cupa, emarginata ragazza scriverà in modo logorroico e tutt'altro che sbrigativo, poichè cerca disperatamente contatti sociali. Ma che succede nel momento in cui scrivessimo ad una che rientra in quest'ultima categoria e la stessa ci rispondesse come quelle della prima? Il nostro cervello ha già incassato un primo colpo. Ora di reazione, non conoscendo la verità (dato che non la conosce del tutto nemmeno la suddetta brutta ragazza poichè ok alcune potranno mantenere ancora una dose di lucidità che le fa vedere e le rende coscienti e consapevoli della loro recita, ma altre potranno essere ad uno stadio ancora successivo nel quale non accettano la loro realtà [e qui si potrebbe aprire una parentesi religiosa dell'essere umano al centro del mondo, ma meglio sorvolare] ed il desiderio di essere vincenti le impone l'ultimatum del: o vincente o morta. Ecco che Ed ecco che la nostra autostima ha appena ricevuto l'impatto di un camion. Vedendoci risposti in modo sbrigativo, ci penseremo tutti nella seconda categoria. Ora pensate a quante persone sono su internet, pensate questi traumi tutti insieme che si scontrano. Ma la parte peggiore è che come noi interpretiamo i comportamenti delle persone via internet, l'abitudine la portiamo con noi anche nei rapporti reali, e ci chiederemo, faremo mille paranoie su come una persona si comporta con noi. Della serie "sarà davvero così? Ho interpretato bene ciò che voleva dirmi? STARA' RECITANDO e VOLENDO SEMBRARE QUALCUN ALTRO? Su internet la recita riesce divinamente poichè sono messaggi, scritte. Prima bene o male ci si guardava negli occhi, ci si leggeva la pelle, i movimenti...Un mondo di insicuri, irreali, incapaci. Questo è ciò che internet, volontariamente o meno, ci sta facendo diventare, anche e soprattutto nella realtà.

Il preside dice no: "I cani antidroga non entrano a scuola"

 
 
 

 "I cani antidroga non entrano a scuola"

Ludovico Arte  Ludovico Arte è da tre anni preside dell’istituto tecnico per il turismo Marco Polo di Firenze. Negli ultimi tempi si è opposto a interventi con i cani antidroga nel suo istituto, lanciando l’allarme sulle possibili ripercussioni psicologiche degli studenti sottoposti al controllo. Insieme a un ristretto numero di colleghi, sta portando avanti una campagna di sensibilizzazione per valutare un approccio meno repressivo per combattere l’uso di droghe leggere degli adolescenti.

I controlli nelle scuole si concludono spesso con sequestri di hashish e marijuana. Ci sono poi inchieste da cui emerge il consumo di sostante stupefacenti tra i giovanissimi. Allora perché opporsi ai cani antidroga nelle classi?
«Perché i cani a scuola sono un fatto innaturale, è un modo sbagliato di affrontare la questione. È chiaro che il consumo di droghe e lo spaccio sono intollerabili, ma non si può usare solo la repressione e in particolare non nelle classi, luoghi di formazione ed educazione. In certi casi i controlli finiscono per mettere a disagio e umiliare lo studente, che subisce il controllo davanti a tutti gli altri compagni. Può essere un trauma devastante»

La maggior parte dei dirigenti delle altre scuole fiorentine la pensa diversamente. Sono loro a chiedere di intervenire.
«Esistono due fronti, è inutile negarlo. Da una parte chi come me chiede un uso limitato della forza e punta sulla prevenzione, dall’altra i presidi che preferiscono usare il pugno di ferro. Credo che uno dei problemi maggiori sia proprio la mancanza di comunicazione tra questi due blocchi, quando invece servirebbe un punto di equilibrio per cercare un percorso condiviso in nome del benessere degli studenti. Senza una vera discussione finiscono per crearsi incomprensioni, tra colleghi ma anche con le stesse forze dell’ordine. È accaduto alcuni mesi fa, quando mi hanno chiesto di far entrare i cani antidroga. C’è stato un confronto per alcuni aspetti anche duro».

Ha alzato le barricate.
«Ho solo fatto presente che se avessero deciso di fare comunque il controllo avrei chiamato i giornali, per dire che si trattava di un intervento contro la mia volontà. Ma nessuno alla fine ha voluto forzare la mano. Apprezzo la sensibilità della gran parte dei poliziotti e carabinieri che si occupano di droga tra i giovani, so quale impegno e professionalità richieda un lavoro simile. Ma è chiaro che un intervento diretto nella scuola, sotto gli occhi degli altri studenti, è un’altra cosa. Si perde di vista l’obiettivo principale, la prevenzione. Noi abbiamo ottocento studenti, e ben cinque psicologi che ascoltano le loro preoccupazioni e anche quelle dei genitori. Forse conviene investire di più proprio su questo versante».

Ma, in passato, anche il Marco Polo è finito al centro di controlli.
«In realtà è proprio l’esperienza diretta che mi spinge a chiedere azioni meno invasive. Un anno fa gli investigatori si nascosero fuori dalla scuola all’ora di ricreazione per verificare l’esistenza di un giro di spaccio. Appena visto il passaggio di droga, fermarono due studenti e li misero a terra, davanti a centinaia di compagni. Sono situazioni che non aiutano il recupero di un giovane, e che rischiano di alimentare quella diffidenza che purtroppo molti ragazzi hanno per le forze dell’ordine. In questo caso, i due hanno entrambi lasciato la scuola a fine anno, non so quanto questo abbia influito ma l’esperienza non ha di certo aiutato».

Cosa suggerisce?
«Mi rifaccio a un altro episodio accaduto di recente. Una studentessa che era stata sospettata sempre di spaccio. Quando gli investigatori mi hanno avvisato, ho chiesto di evitare di fermarla a scuola e di aspettare che la chiamassi in presidenza. Nel mio ufficio hanno potuto controllare la sua borsa, senza provocarle alcun trauma e senza trovare niente di niente. Così però si è potuto combinare le esigenze investigative alla tutela del percorso di crescita. Perché, ripeto, un ragazzo che usa stupefacenti non deve essere solo punito ma al tempo stesso ricevere aiuto. E in ogni caso va rispettato».

Repubblica.it firenze.repubblica.it/cronaca/2015/01/27/news/il_preside_dice_no_i_cani_antidroga_non_entrano_a_scuola-105937251/

Osservatorio Firenze. Droga a scuola e test. Hanno ragione gli studenti!

  

Avevamo letto nei giorni scorsi le opinioni dell'ex-assessore comunale Giovanni Gozzini che aveva perorato di sottoporre gli studenti degli istituti superiori a test anti-droga. Non ci avevamo fatto caso piu' di tanto. Anche perche', a fronte di una sua proclamata accondiscendenza per una cultura di legalita' e di depenalizzazione in materia di droghe, abbiamo pensato che probabilmente avrebbe dovuto approfondire un po' meglio la questione; in particolare sull'aspetto che con questi test forse avrebbe dato una mano ad alcuni problemi di coscienza e cultura dei genitori e dei dirigenti scolastici, ma non avrebbe certo aiutato gli studenti.
Oggi il quotidiano “La Nazione” ritorna con decisione sulla materia. Ne parla l'ex-assessore, oggi senatrice, Rosa Maria Di Giorgi, che si dice d'accordo con Gozzini (“i risultati dei test devono essere segreti”, sostiene la parlamentare). E, per fortuna di chi vuole informarsi, ne parlano anche alcuni studenti; tutti contrari, in linea di massima contro l'invasione del loro corpo e della loro testa.
Chi ha ragione? Gli studenti!. Perche' vogliono esser liberi di decidere di farsi le canne? Anche. Ma, per l'appunto: DECIDERE! Non necessariamente FARSI! Ed e' qui dove i pro-test sembrano eludere se stessi e il ruolo istituzionale che rivestono. Il fatto che questi studenti abbiano meno di 18 anni (quindi ufficialmente alle dipendenze di Stato e famiglia) non vuol dire che possono e devono essere considerati come animali da laboratorio. Certo, i nostri pro-test parlano di analisi volontarie, di risultati segreti e gestiti da scuole e famiglie. Ma fino a che punto e perche'? Forse non esistono i “ricatti” delle famiglie e delle scuole pur nell'ipotesi della segretezza? Negarlo e' far finta di essere in un film dove c'e' un ministero della Cultura giovanile, e dove lo stesso e' affidato a quell'Andrea Muccioli (il padre Vincenzo si rivoltera' nella tomba) di San Patrignano.
Il risultato di questa ipotetica scelta sarebbe piu' disastroso della realta' attuale. I ragazzi che vogliono, continuerebbero a farsi gli spinelli, con una molto possibile crescita di numero vista l'innegabile attrazione di qualunque giovane -e non solo- per il “proibito”. E in un contesto di maggiore pericolo di sicurezza individuale e pubblica. Gli spacciatori si farebbero piu' furbi e farebbero piu' affari. Tutti in attesa del prossimo ex-assessore con chissa' qualche altra proposta per cercare di calmare le proprie difficolta' paterne, o del prossimo politico che, non facendo nulla in merito, sosterra' qualunque cosa gli si proporra'.
Il problema esiste. E' ovvio. Ma non e' quello degli studenti a scuola. Questi ultimi sono solo lo specchio della societa' in cui vivono. Perche' non ci dovrebbe essere spaccio e consumo di droghe a scuola, visto che nel mondo “esterno” c'e' spaccio e consumo ovunque e che la droga proibita e' il maggior business della malavita, contro cui i cittadini-genitori di questi studenti -politici o meno che siano- fanno quasi nulla o poco, comunque inefficace?
Ecco perche' hanno ragione gi studenti intervistati dal quotidiano La Nazione. Quando chiedono di essere lasciati in pace perche' non sono altro che una componente di questa societa' dove la droga e' libera per scelta delle istituzioni. E chiedono solo maggiore informazione per cercare di ridurre un danno di cui loro non sono responsabili. Noi di Aduc -e non solo- crediamo che “maggiore informazione” sarebbe possibile e piu' efficace in un contesto di legalita' (vedi le campagne anti-tabacco, per esempio), ma questa nostra opinione e' interessante o siamo come quelli che qualcuno considera incoscienti solo perche' studenti con meno di 18 anni? Salvo poi, che a 18 anni e 1 giorno dovrebbero avere consapevolezza e cognizione di causa/effetto di cio' che prima era demandato ai loro tutori famigliari ed istituzionali?

Vincenzo Donvito, Aduc Droghe

La più probabile causa della dipendenza è stata scoperta – e non è ciò che credete

Sono ormai passati cent’anni da quando le droghe sono state proibite per la prima volta – e nel corso di questo lungo secolo di guerra alla droga, i nostri insegnanti e i governi ci hanno raccontato una storia sulla dipendenza. Una storia tanto radicata nelle nostre menti che la diamo per assodata. Pare ovvia. Sembra palesemente vera. Lo credevo anch’io, fino a quando tre anni e mezzo fa non mi sono imbarcato in un viaggio di 30mila miglia per lavorare al mio nuovo libro, Chasing The Scream: The First And Last Days of the War on Drugs, alla scoperta di ciò che c’è veramente dietro alla guerra alla droga. Ciò che ho imparato lungo la mia strada è che quasi tutto ciò che c’è stato raccontato sulla dipendenza è sbagliato – e che di storia ne esiste un’altra, molto diversa, che aspetta ancora d’esser raccontata, se solo saremo disposti ad ascoltarla.

Se faremo nostra questa nuova storia ci toccherà cambiare non solo la guerra alla droga. Dovremo cambiare noi stessi.

Ciò che ho imparato l’ho appreso da un mucchio di persone straordinariamente diverse che ho incontrato lungo i miei viaggi. Dagli amici ancora vivi di Billie Holiday, da cui ho scoperto che il fondatore della guerra alla droga l’aveva perseguitata, contribuendo alla sua morte. Da un dottore ebreo portato di nascosto via dal ghetto di Budapest quand’era piccolo, per poi scoprire da adulto i segreti della dipendenza. Da un trafficante transessuale di crack a Brooklyn, concepito quando la madre, dipendente dal crack, fu stuprata dal padre, un agente della polizia di New York. Da un uomo che è stato relegato in fondo a un pozzo per due anni da una dittatura dedita alla tortura, per poi riemergerne e finire un giorno col venire eletto presidente dell’Uruguay, segnando così gli ultimi giorni della guerra alla droga.

Avevo un motivo piuttosto personale per andare alla ricerca di tutte queste risposte. Uno dei miei primi ricordi da piccolo è stato quella di provare a svegliare un mio parente, senza riuscirci. Da allora mi sono rigirato in testa uno dei misteri essenziali della dipendenza – cos’è che fa sì che ci sia gente che diventa tanto ossessionata da una droga, o da un determinato comportamento, da non riuscire più a fermarsi? Come si può fare per aiutare quella gente a tornare da noi? Crescendo, un altro dei miei parenti più stretti sviluppò una dipendenza da cocaina, e io iniziai un rapporto con una persona dipendente dall’eroina. In un certo senso la dipendenza per me era di casa.

Se tempo fa mi aveste chiesto quale fosse l’origine della dipendenza dalla droga, vi avrei guardato come degli idioti, e vi avrei detto: “Beh, la droga, no?”. Non era difficile da capire. Ero convinto di averlo esperito in prima persona. Siamo tutti in grado di spiegarlo. Supponiamo che voi e me, insieme ai prossimi venti passanti, stabilissimo di somministrarci per venti giorni di fila una droga veramente potente. Siccome queste droghe sono dotate di forti ganci chimici, se il ventunesimo giorno poi smettessimo, i nostri corpi finirebbero per bramare quella sostanza. Una bramosia feroce. Saremmo dunque diventati dipendenti da essa. Ecco che cosa significa ‘dipendenza’.

La teoria è stata in parte codificata grazie agli esperimenti compiuti sui topi – entrati nella psiche collettiva americana negli anni ’80 grazie a una nota campagna pubblicitaria di Partnership for a Drug-Free America. Potreste ricordarla. L’esperimento è piuttosto semplice. Mettete un topo in gabbia, da solo, con due bottiglie d’acqua. Una contiene solo acqua. L’altra anche eroina o cocaina. Quasi ogni singola volta in cui l’esperimento viene ripetuto, il topo finirà ossessionato dall’acqua drogata, e tornerà a chiederne ancora fino al momento in cui morirà.

La pubblicità lo spiegava così: “C’è solo una droga in grado d’indurre tanta dipendenza, e nove topi di laboratorio su dieci ne faranno uso. Ancora. E ancora. Fino alla morte. Si chiama cocaina. E a voi può fare lo stesso”.

Tuttavia negli anni ’70 un docente di psicologia a Vancouver di nome Bruce Alexander notò qualcosa di strano in questo esperimento. Il topo viene messo in una gabbia da solo. Non ha altro da fare che somministrarsi la droga. Che succederebbe allora, si chiese, se lo impostassimo diversamente? Così il professor Alexander costruì un ‘parco topi’. Una gabbia di lusso all’interno della quale i topi avrebbero avuto a disposizione delle palline colorate, il miglior cibo per roditori, delle gallerie nelle quali zampettare e tanti amici: tutto ciò a cui un topo metropolitano avrebbe potuto aspirare. Che cosa sarebbe accaduto in quel caso, si chiedeva Alexander?

Nel ‘parco topi’ tutti ovviamente finivano per assaggiare l’acqua di entrambe le bottiglie, non sapendo che cosa ci fosse dentro. Ma ciò che successe in seguito fu sorprendente.

Ai topi che facevano una bella vita l’acqua drogata non piaceva. Perlopiù la evitavano, consumandone meno di un quarto rispetto ai topi isolati. Nessuno di loro morì. E mentre tutti i topi tenuti soli e infelici ne facevano uso pesante, ciò non accadeva ad alcuno di quelli immersi in un ambiente felice.

All’inizio pensai che si trattasse soltanto di una stranezza dei topi, finchè non scoprii che – nello stesso periodo dell’esperimento del ‘parco topi’ – c’era stato il suo equivalente umano. Si chiamava guerra in Vietnam. La rivista Time scriveva che fra i soldati americani l’uso di eroina era “comune quanto quello della gomma da masticare”, e che ce n’erano delle prove concrete: stando a una ricerca pubblicata negli Archives of General Psychiatry circa il 20 per cento dei soldati americani in quel Paese erano diventati dipendenti dall’eroina. In tanti se ne sentirono comprensibilmente terrorizzati; convinti che alla fine della guerra in patria sarebbe rientrato un enorme numero di tossicodipendenti.

La verità è che circa il 95 per cento dei soldati che avevano sviluppato quella dipendenza – stando alla medesima ricerca – in seguito semplicemente non si drogarono più. In pochi furono costretti alla riabilitazione. Il fatto è che erano passati da una gabbia terrificante a una piacevole, per cui smisero di anelare alla droga.

Il professor Alexander ritiene che questa scoperta contesti in modo profondo sia il punto di vista destrorso, per cui la dipendenza non è che una questione ‘immorale’ generata dagli eccessi dell’edonismo festaiolo, sia quello liberal per cui la dipendenza è quel male che attecchisce all’interno di un cervello alterato dalle sostanze chimiche. Anzi, argomenta, la dipendenza è una forma d’adattamento. Non sei tu. È la tua gabbia.

Dopo la prima fase del ‘parco topi’ il professor Alexander portò avanti il test. Tornò a ripetere gli esperimenti originari, quelli in cui i topi venivano lasciati da soli e facevano compulsivamente uso della droga. Lasciò che ne facessero uso per cinquantasette giorni – una quantità di tempo sufficiente ad agganciarli. Poi li portò fuori dall’isolamento, collocandoli all’interno del ‘parco topi’. Voleva capire se, una volta sviluppata una dipendenza, il cervello risultasse talmente alterato da non potersi più riprendere. Se le droghe in effetti s’impossessavano di te. Ciò che accadde risultò – ancora una volta – stupefacente. I topi mostravano qualche problema d’astinenza, ma smettevano presto di farne uso intensivo, tornando a vivere una vita normale. La gabbia buona li aveva salvati (i riferimenti precisi a tutte le ricerche a cui faccio riferimento sono nel libro).

Quando per la prima volta incappai in tutto questo rimasi perplesso. Che senso aveva? Questa nuova teoria criticava in maniera talmente radicale ciò che ci era stato detto che sembrava non potesse esser vera. Ma più scienziati intervistavo, più consultavo le loro ricerche, più scoprivo cose che non sembravano aver alcun senso – a meno che non si prendesse in considerazione questo nuovo approccio.

Ecco l’esempio di un esperimento che si sta conducendo, e che un giorno potrebbe riguardarvi direttamente. Se oggi v’investissero e subiste una frattura al bacino, vi verrebbe probabilmente somministrata la diamorfina, nome medico dell’eroina. Nell’ospedale in cui vi troverete ci sarà tanta altra gente a cui viene somministrata l’eroina per lunghi periodi, per attenuarne il dolore. L’eroina che vi darà il medico sarà molto più pura e potente di quella adoperata dai tossici per strada, costretti a comprarla da spacciatori che la tagliano. Ragion per cui, se la vecchia teoria della dipendenza fosse valida – sono le droghe a causarla, perché fanno sì che il tuo corpo ne senta il bisogno – la conseguenza sarebbe ovvia. Un mucchio di gente dovrebbe lasciare l’ospedale per finire alla ricerca di una dose per strada, assecondando la dipendenza che avrebbero sviluppato.

Ma ecco la cosa strana: questo praticamente non succede mai. Come il medico canadese Gabor Mate mi ha spiegato per la prima volta, coloro che ne fanno uso medico poi semplicemente smettono, pur essendo stata loro somministrata per mesi. La medesima droga, fruita per la medesima quantità di tempo, trasforma chi ne fa uso per strada in tossici disperati, lasciando immutati i pazienti d’ospedale.

Se siete ancora convinti – come anch’io un tempo – che la dipendenza sia causata dai ganci chimici, la cosa non avrà alcun senso. Ma se credete alla teoria di Bruce Alexander, tutto torna. Il tossico per strada è un po’ come i topi della prima gabbia, isolato, solo, con un’unica fonte di consolazione a portata di mano. Il paziente d’ospedale è come il topo della seconda gabbia. Si prepara a tornare a casa, a una vita in cui sarà circondato dalla gente che ama. La droga è la stessa, l’ambiente però è diverso.

Questo ci fornisce un’intuizione che va ben oltre il bisogno di comprendere i tossicodipendenti. Il professor Peter Cohen sostiene che gli esseri umani abbiano una profonda necessità di formare legami ed entrare in contatto gli uni con gli altri. È così che ci gratifichiamo. Se non siamo in grado di entrare in contatto con gli altri, entreremo in contatto con qualsiasi altra cosa – il suono di una roulette che gira, o l’ago di una siringa. Lui è convinto che dovremmo smettere del tutto di parlare di ‘dipendenza’, e chiamarla piuttosto ‘legame’. Un eroinomane si lega all’eroina perché non è stato in grado di legare in modo altrettanto forte con nient’altro.

Ragion per cui il contrario della dipendenza non è la sobrietà. Ma il contatto umano.

Quando ho saputo tutto questo, ho scoperto di aver cominciato a convincermene, ma non sono comunque riuscito a liberarmi da un dubbio assillante. Tutti questi scienziati sono forse convinti che i ganci chimici non facciano alcuna differenza? Così me l’hanno spiegato – puoi diventare dipendente dal gioco d’azzardo, e nessuno penserà mai che t’inietti un mazzo di carte in vena. Per cui potrai avere il massimo della dipendenza, e nessun gancio chimico. Ho partecipato a un incontro dei giocatori d’azzardo anonimi di Las Vegas (col permesso di tutti i partecipanti, che sapevano di essere osservati) e mi sembravano chiaramente dipendenti, tanto quanto qualsiasi altro cocainomane o eroinomane io abbia mai incontrato. Eppure di ganci chimici sul tavolo da gioco non ce ne sono.

Di certo, però, ribattevo, le sostanze chimiche lo dovranno svolgere un qualche ruolo. Salta fuori che esiste un esperimento in grado di rispondere in termini molto precisi a questa domanda. L’ho scoperto leggendo il libro The Cult of Pharmacology, di Richard DeGrandpre.

Tutti concordano sul fatto che il fumo della sigaretta sia uno dei più grandi generatori di dipendenza. I ganci chimici del tabacco derivano da una droga al suo interno chiamata nicotina. Quando nei primi anni ’90 sono stati sviluppati i cerotti alla nicotina ci fu un grande ottimismo – i fumatori di sigaretta avrebbero potuto godersi tutti gli amati ganci chimici senza le sporche (e letali) controindicazioni del fumo. Sarebbero stati liberi.

Ma la Direzione generale della sanità ha scoperto che appena il 17,7 per cento dei fumatori di sigarette sono in grado di mettere adoperando i cerotti alla nicotina. Ora, non è proprio roba da nulla. Se le sostanze chimiche rappresentano il 17,7 per cento della dipendenza, come si è dimostrato, si parla comunque di milioni di vite rovinate in tutto il mondo. Ciò che però si scopre, ancora una volta, è che la storia che ci è stata insegnata sui ganci chimici come Causa della Dipendenza, per quanto vera, non è che un frammento all’interno di un mosaico più vasto.

Le implicazioni per l’ormai centenaria guerra alla droga sono notevoli. Quest’enorme crociata – che come ho avuto modo di osservare uccide gente dai centri commerciali messicani alle strade di Liverpool – si fonda sulla convinzione che sia necessario eliminare fisicamente una vasta quantità di sostanze chimiche perchè s’impossessano dei cervelli della gente e ne causano la dipendenza. Ma se non sono le droghe a portare alla dipendenza – se anzi a causarla è quel senso di scollegamento dagli altri – tutto questo non ha alcun senso.

Ironicamente la guerra alla droga non fa che alimentare i macro fattori che portano alla dipendenza. Ad esempio mi sono recato in una prigione in Arizona – ‘Tent City’ – dove per punirli per l’uso di droga i detenuti vengono costretti per settimane e settimane all’interno di minuscole celle d’isolamento in pietra (le chiamano ‘il Buco’). Cioè quanto di più vicino si possa arrivare a ricreare per gli uomini le gabbie che garantivano la dipendenza letale dei topi. E quando poi quei detenuti ne fuoriescono, la fedina penale impedirà loro di essere assunti – garantendone per sempre l’isolamento. L’ho visto accadere in diversi casi a persone che ho incontrato in giro per il mondo.

Esiste un’alternativa. Si può costruire un sistema concepito per aiutare i tossicomani a rientrare in contatto col mondo – lasciandosi la dipendenza alle spalle.

Non è teoria. Succede davvero. L’ho visto coi miei occhi. Quasi quindici anni fa il Portogallo aveva una delle situazioni peggiori di tutta Europa quanto a diffusione degli stupefacenti, con l’1 per cento della popolazione dipendente da eroina. Avevano provato con la guerra alla droga, e il problema non faceva che peggiorare. Così decisero di fare qualcosa di drasticamente diverso. Stabilirono di depenalizzare tutti gli stupefacenti, rinvestendo il denaro che prima spendevano per arresto e detenzione del tossicomane, e adoperandolo invece per rimetterlo in comunicazione – coi propri sentimenti e con la società più ampia. Il passo determinante è quello di assicurargli un’abitazione stabile e un posto di lavoro sociale così da offrirgli uno scopo nella vita, e una ragione per alzarsi dal letto. Li osservavo mentre venivano aiutati all’interno di ambulatori ricchi di calore umano e accoglienti, per imparare a tornare in contatto coi propri sentimenti, dopo anni di trauma e di silenzioso stordimento dovuto alle droghe.

Uno degli esempi di cui sono venuto a conoscenza è un gruppo di tossicodipendenti a cui è stato offerto un prestito per mettere in piedi una piccola azienda di traslochi. D’un tratto erano diventati un gruppo, legarono tutti fra loro, e con la società, e si fecero responsabili della cura dell’altro.

I primi risultati stanno arrivando. Una ricerca indipendente del British Journal of Criminology ha scoperto che dal momento della sua totale depenalizzazione le dipendenze sono crollate, e l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Lasciatemelo ripetere: l’uso di stupefacenti da iniezione è diminuito del 50 per cento. Il risultato della depenalizzazione è stato un successo talmente chiaro che in pochi in Portogallo aspirano a tornare al vecchio sistema. Il primo oppositore della depenalizzazione, nel 2000, era stato Joao Figueira, il più importante poliziotto antidroga del Paese. All’epoca lanciava quel genere di avvertimenti che ci si aspetterebbe dal Daily Mail o da Fox News. Ma quando poi ci siamo incontrati a Lisbona, mi ha spiegato come le sue previsioni non si siano avverate, e come oggi lui speri che tutto il mondo segua l’esempio del Portogallo.

Tutto ciò non riguarda solo i tossicodipendenti a cui voglio bene. Riguarda tutti noi, perché ci costringe a pensare a noi stessi in maniera diversa. Gli esseri umani sono animali sociali. Abbiamo bisogno legare, di entrare in contatto e di amare. La frase più saggia del ventesimo secolo appartiene a E.M. Forster: “Mettetevi in contatto”. Ma noi abbiamo creato un ambiente e una cultura che ci isolano da ogni forma di connessione, o che ce ne offrono solo la parodia generata da internet. La crescita delle dipendenze è il sintomo di un male profondo del modo in cui viviamo – volgendo costantemente lo sguardo all’ennesimo gadget luccicante da acquistare, piuttosto che agli esseri umani intorno a noi.

Lo scrittore George Monbiot l’ha chiamata “l’epoca della solitudine“. Abbiamo creato società umane all’interno delle quali isolarsi da ogni legame è più facile che mai prima d’ora. Bruce Alexander – l’ideatore del ‘parco topi’ – mi ha spiegato come per troppo tempo non abbiamo fatto altro che parlare della riabilitazione dell’individuo dalla dipendenza. Ciò di cui abbiamo bisogno di parlare oggi è la riabilitazione sociale – un modo per riabilitare noi tutti, insieme, dal male dell’isolamento che ci sta avvolgendo come una spessa coltre di nebbia.

Ma queste nuove scoperte non rappresentano esclusivamente una sfida politica. Non sono solo le nostre menti che c’impongono di cambiare. Ma i nostri cuori.

Amare un tossicodipendente è davvero dura. Quando guardavo alle persone dipendenti a cui volevo bene, una volta avevo sempre la tentazione di seguire i consigli di reality show come Intervention – intimando a chi aveva una dipendenza di mettersi in riga, o allontanandolo. Il messaggio era che un tossicodipendente che non è in grado di smettere dovrebbe essere rifiutato. È la logica della guerra alla droga, interiorizzata nel privato. E invece, come ho avuto modo di capire, ciò non fa che peggiorare la loro condizione – e potresti finire per perdere del tutto la persona. Quando sono tornato a casa ero determinato a tenermi stretto più che mai le persone dipendenti che facevano parte della mia vita – facendo loro capire che il mio amore per loro è incondizionato, cioè indipendente dal fatto che smettano o che non ci riescano.

Quando sono tornato dal mio lungo viaggio ho guardato in faccia il mio ex-ragazzo, in crisi d’astinenza, che tremava sul letto degli ospiti, e ho pensato a lui in maniera diversa. Da un secolo intoniamo canti di guerra contro i tossicodipendenti. Asciugandogli la fronte mi è venuto in mente che forse quello che avremmo dovuto fare in tutto questo tempo sarebbe stato cantargli delle canzoni d’amore.

Questo blog è stato pubblicato originariamente su Huffington Post United States ed è stato tradotto dall’inglese all’italiano da Stefano Pitrelli.

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