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i rom sono eroinomani?

Risposta: 

I rom possono diventare eroinomani nella misura in cui il loro tessuto
socio-familiare tende a incrinarsi e il contesto sociale circostante solleciti
taluni comportamenti.
Nelle culture rom il ruolo della famiglia, sia in senso stretto che allargato, è
centrale e, per questa ragione, la sua coesione è il bastione difensivo principale
contro ogni forma di pericolo. Nel momento in cui questa coesione cede, le maglie
familiari ovviamente si allargano e di conseguenza i rischi aumentano. Considerando
poi che la maggioranza dei rom vive attualmente in Italia in condizioni
socio-sanitarie critiche (campi, etc)...
In conclusione, per rispondere adeguatamente al quesito posto, direi che i rom
possono arrivare a "farsi" quanto altri individui o gruppi etnici o nazionali che si
ritrovano a vivere come cittadini di scarto.

bossi

+ che preoccuparsi di cosa usano, preoccupiamoci di quello che rubano

più che

più che preoccuparsi di quello che rubano preoccupiamoci di come li facciamo vivere

fini

è obbligo nostro fornirgli casa e lavoro, quando non ce l'abbiamo per noi?

.

i bretoni sono oppiomani?

i croati sono cocainomani?

importante

i ceceni sono psiconauti amanitinici

-.-

ma perchè gli operatori non cestinano domande così idiote?
emmedee

«L’invenzione della paura».

Adriano Prosperi, «La Repubblica», 27 Luglio 2008.
Proviamo a dare all’emergenza italiana i volti dei due bambini morti di stenti nella traversata del Canale di Sicilia. Non conosciamo quei volti e non li vedremo mai più. Ma è quello lo specchio dove gli italiani debbono imparare a guardare le loro paure. Nelle categorie inventate dalla legislazione della paura non ci sono gli esseri umani nella loro concretezza. Vi si parla di clandestini, di saturazione. Queste parole, oltre ad essere astrazioni create per veicolare sensazioni di pericolo e di minaccia, hanno una storia che bisognerebbe raccontare.
Le stesse parole si diffusero nella Francia della seconda metà degli anni Trenta, mentre il regime nazista procedeva alla sistematica spoliazione ed emarginazione della minoranza ebraica che precedette la messa in opera dello sterminio. In Francia una propaganda fondata su quelle parole diffuse e rese incontrollata la psicosi dell’invasione di immigrati ebrei. Si ebbe allora la mobilitazione di associazioni professionali terrorizzate dallo spettro del “troppo pieno” per la temuta concorrenza di una minoranza intellettualmente qualificata. Ne risultò esaltato un filone di antisemitismo ben radicato nella tradizione francese.
E ci furono molte vite umane che fecero le spese di quei timori diffusi tra gente molto per bene: uomini, donne e bambini respinti, reclusi nei campi, costretti a cercare scampo verso gli Stati Uniti o alla frontiera dei Pirenei. Fu qui, per esempio, che si spense l´intelligenza di Walter Benjamin costretto al suicidio.
Oggi le promesse di altre vite e di altre intelligenze si spezzano nel breve tratto di mare del Canale di Sicilia. E minaccia di smarrirsi qui qualcosa che ha fatto parte del patrimonio storico del popolo italiano: il sentimento di fratellanza verso gli emigranti, i poveri, i dannati della terra. Quel sentimento aveva radici nell’esperienza delle comuni ragioni di vita che possono scoprire, al di sopra delle frontiere e delle differenze di lingua e di religione, solo coloro che sono costretti a farsi strada nel mondo, in mezzo all’ostilità delle burocrazie statali, allo sfruttamento di nuovi padroni e alla diffidenza generale.
Oggi in Italia le cose vanno in direzione opposta. C’è come una sindrome di insicurezza che sta diventando una malattia nazionale. E c’è una politica della paura. Una maggioranza politica vittoriosa per aver cavalcato la sindrome della minaccia dell’ “extracomunitario” – termine che condensa in una parola il rifiuto e la condanna di chi “viene da fuori”, è povero, cerca lavoro – si sente oggi costretta a dimostrare di saper mantenere le promesse. Le cose che fa sono sconnesse, sussultorie, frettolose. Per questo risultano spesso controproducenti se misurate sulla base dell’efficacia nel risolvere i problemi. Ma tali non appaiono forse agli occhi di chi assiste all’invenzione quotidiana di nuovi espedienti e immagina che l’agitazione della scena politica e le creazioni verbali che vi si affacciano siano dei fatti capaci di risolvere i problemi e di ridarci la sicurezza perduta.
Non abbiamo ancora chiuso la fase dominata dalla guerra decretata a quel pericolo pubblico che sono notoriamente i bambini Rom, e già si è aperta la nuova fase delle misure di sicurezza che connotano l’immigrazione clandestina come un potenziale reato.
Se i due bambini morti nel Canale di Sicilia fossero arrivati vivi in Italia sarebbero vissuti fra di noi come membri di una specie umana diversa, soggetti a norme penali speciali. Eppure la legge non può che essere generale, valida erga omnes. La legge è uguale per tutti: questa frase si legge ancora nei nostri tribunali. Oggi questo principio generale ha cessato di esistere. Leggi speciali e tribunali speciali ne abbiamo conosciuti nella storia italiana recente: sono stati frutti avvelenati di un regime che ha goduto certamente di largo consenso ma di cui abbiamo pagato le colpe a carissimo prezzo. Il che non impedisce che si torni a elaborare e varare leggi speciali, col risultato di incrinare il principio della nostra Costituzione erede in questo della affermazione che fu rivoluzionaria nel ‘700 e passò poi in tutte le costituzioni liberali e democratiche: il riconoscimento dei diritti fondamentali di ogni essere umano in quanto tale, senza alcuna distinzione. E non va taciuto il fatto che a quei diritti il pontefice regnante della Chiesa cattolica, parlando davanti all’assemblea delle Nazioni Unite, ha riconosciuto un fondamento religioso universale.
Un diritto di quei due bambini era intanto quello di vivere. Invece sono morti, in mezzo al mare, davanti alle coste di un paese che aveva appena scoperto di essere in stato di emergenza. Un paese che si sentiva minacciato da loro.

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