"I calli di Benedetta", mia amica ora morta di aids, è parte del mio libro che dovrebbe uscire a breve. Vi seguo da un pò e ho visto questo spazio che utilizzerò condividendo quanto è capitato a me nel 1982. Saluti, Matteo. I calli di Benedetta Non so che anno fosse, quando un giorno accadde un fatto che oggi ricordo ancora e con buona memoria e vivido ricordo, e non perché fosse più truculento di altri, ma perché era gelido come il vento della Siberia. E anche se sono passati tanti anni, lo scriverò al presente, cercando di non tradire le sensazioni, i brividi, le occhiate furtive di quel giorno privo di compassione e vissuto con una mia amica, molto speciale, una donna che sapeva leggere il linguaggio del non detto per pura incapacità. Emergendo dagli abissi come un cadavere gonfio di un annegato di droga, Benedetta è alle prese con i suoi fiumi che fluttuano plasma corporeo. E’ in una rovinosa e disperata ricerca di uno straccio di vena. Le braccia di Benedetta, molto più grande d’età di me, sono un cimitero di cicatrici: tagli, fori, orecchini, piercing, calli, buchi, tentati suicidi, tatuaggi. Febbricitante s’infila la spada e comincia il rituale ululato, poi il risucchio per vedere se l’ago aveva centrato la vena oppure no. Benedetta sta da far schifo, un’astinenza pronta ad esplodere in gabbia, per di più suda e trema dal dolore. E’ seduta su di una sedia in cucina. Assisto in silenzio, strafatto per conto mio e steso sul divano con gli occhi a fessura e la tv accesa con il volume al minimo, per cui non le dedico alcuna attenzione. L’astinenza la costringe a scoreggiare forte e assumere piegamenti nel volto che la sua dolce femminilità non avrebbe voluto conoscere. Spiegazione dovuta ai più: quando si è in down forte, come quello di Benedetta e hai la roba pronta nella spada già calda, l’emozione ti prende così forte allo stomaco che rischi di cagarti addosso senza dedicare al fatto molta attenzione, per cui continui a praticare l’iniezione ignorando completamente l’evacuazione solido-corporale).Benedetta tira su il primo risucchio e dalla cannula della Terumo esce il primo fiotto di sangue. Ma la spada, come un gancio che si stacca dalla propria presa, esce dalla vena. Benedetta torna con l’ago a farsi spazio dentro il braccio alla ricerca di una vena persa. Con quella spada rimestola come avesse in mano un cucchiaio e girasse del minestrone in un tegame. “Cazzo Matteo… aiutami!!! Non vedi che son fuori vena?! Dammi una mano... fa qualcosa, per la miseria! Qua si sta seccando tutto! Eddai… sto andando giù di testa!!! Aiutami, cazzo... aiutami!!! Mi scoppia la testa. Mi tremano le mani e non riesco a centrare la vena. La roba mi si raggruma tutta col sangue...”. Più che pompargli l’avambraccio, cosa potevo fare? Le presi il braccio e strinsi forte per riuscire a vedere meglio dov’erano quelle cazzo di vene. Schizzò violentemente un fiotto di sangue sulle pareti e una piccola parte sulla pasta rimasta da mangiare per cena. Figurati se quel fatto, in quell’istante, importava a Benedetta. Non se n'era neanche accorta. Eccola di nuovo che torna alla carica. Inizia a forarsi in una mano, niente da fare. Poi riprova in una gamba. Niente da fare. Le vene erano massacrate e seccate. Nella furia di pizzicare un rigagnolo di sangue, mi butto e provo anch’io nella ricerca di quel rosso che ti fa capire di essere ad un passo dalla felicità malata, ma ridotto com’ero e beccare la vena, era come iscrivere uno che soffre di vertigini ad un corso di paracadutismo. Le vene sono tutte otturate a forza di darci dentro negli anni con furioso sdegno verso sé stessi. “No, no, no, no... sto perdendo la mia pera. Non ci posso credere, mezzo grammo buttato via, noooooo!!!! Si sta solidificando tutto. Ummfff...”. L’angoscia è davvero spessa e tormentosa: “Come cazzo faccio, non becco la vena, non becco la vena. Non la becco!!!”. Paranoia full immersion. Non beccare la vena significa non sentire il flash, l’impatto che l’eroina ti offre appena saluta il tuo sangue, cioè la parte migliore della storia, quella che ti stravolge e ti lancia per un periodo di tempo imprecisato nel regno dell’ovatta e degli abbandoni globali. “Ma porca la puttana vacca, troia. Ma vaffanculo!!! Come faccio con ‘sta roba, non becco la vena. Iaaaaahhhhhhhh...” urlò Benedetta nel tentativo di farsi sta cazzo di pera, mentre adesso fruga con l’ago nel crocevia della mano sinistra. Inizia a emettere rumori strani, più strani degli altri. Dallo suo stomaco partono gorgoglii in continuazione, come i rutti e le scoregge si succedono una dietro l’altra. Ormai è al decimo buco che si pratica nella pelle zigzagata e la paranoia è salita fino al tetto e continua a montare. Sale, sale, sale fino a picchi insostenibili. L’astinenza gli sta soffiando addosso tutta la sua inquietante presenza e in mano ha l’arma che potrebbe spegnere tutte le sue angosce in un sol secondo, ma niente da fare. Intanto il liquido rosso nell’ago sta cominciando a coagularsi per davvero. Benedetta lo sa, e questo la manda, come fosse in una giostra di Disneyland, in uno stato d’indescrivibile disfacimento psicofisico. Buca, buca, buca, buca. Buca, buca, buca la carne rosa, Benedetta. Buca e fruga, fruga e buca, cerca, buca e fruga una vena che non trovi. Presto. Gli tremano le mani. Tira su lo stantuffo per vedere se è in vena. Niente, nella spada solo aria. Ci riprova... ancora... poi ancora. Buca, fruga e stramazza. Benedetta mi guarda con uno sguardo mai visto prima, a metà strada tra il terrore e l’impotenza. Decisa come pochi essere umani al mondo, tira su la maglietta per iniettarsela nel Deltoide, il muscolo dell’avambraccio, almeno, l’effetto della roba le verrà su, parzialmente, venti minuti dopo e senza risucchio, che è tutt'altra roba. Un esempio: è come per un alcolista mangiarsi una caramella al liquore oppure tracannarsi con infamia un bicchiere ricolmo di Vodka. Benedetta becca il muscolo, fa pressione sullo stantuffo e strak!!!, il plasma ormai denso ottura l’ago e il sangue, stavolta, mi macchia in vari punti la camicia azzurra, la faccia e le mani. Benedetta urla dalla disperazione e fugge non so dove. Io rimango a casa (sua) da solo, lessato come una patata. Mi metto a sedere nel suo divano e piano piano mi allungo fino a stendermi. Apro gli occhi e mi trovo di fronte sua madre che mi chiede chi ero e cosa facevo in casa sua. In realtà mi conosceva e sapeva già di sua figlia e di me. Sapeva che ci facevamo al ritmo della mattanza, che eravamo quanto non si può dire, che avevamo fatto qualche colpettino assieme (furti, scippi, situazioni strane come trovarsi con un avvocato di Bologna danaroso in un divano galattico in un attico a far maialate di ogni tipo per poi farci sganciare una cospicua parcella finale). Sapeva tutto sua madre, bella donna e dall’aspetto giovanile, nonostante gli anni. Le rispondo con numerose ammaccature di sintassi nonché grammaticali: “Quando c’ero, lei c’era. Benedetta... Benedetta... Benedetta... dove ti stai trovando? Vuoi fuori con me, suuu. Non vedi... la mamma?!”. E la madre: “Ascolta bello: ho già troppi casini con mia figlia e il resto della mia vita. Se Benedetta fosse qui me ne sarei già accorta. Ma qui non c’è. Si può sapere dov’è?”. Rispondo: “Signora... niente storie, cioè... non le sto facendo le menate. Per davvero... non so dov’è la sua bambina. Sarei il primo a saperlo volere”. Mi cacciò di casa come un appestato. M’incamminai verso il fiume Ronco, dove c’era un bar che ci radunava un po’ tutti. Inizio a parlare con qualcuno, senza neppure sapere chi fosse. Non ero lì con la testa. Il pensiero era tutto per Benedetta. Dov’era? Come stava? Avrà trovato altra roba? Sarà riuscita a trovarsi uno straccio di vena da mettere in contatto eroina e sangue? Urlerà adesso? Come e quanto urlerà Benedetta? E infine, ma senza vittimismo o disperazione, perché tutto questo Benedetta? Dolce dolcemente, a un passo, dall’infinito abisso, d’amore parlasti al mio senso corroso, al mio intelletto tarlato, al mio urlar rugginoso, al mio cuore intristito, al mio voler putrefatto: dolce ti avvicinasti e dolcemente fosti Madre, sorella e sposa Enzo Fabiani, poeta da “La sposa vivente”
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