State attenti: la nave è in mano al cuoco di bordo e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani.
Soren Kierkegaard, filosofo, da “Stadi sul cammino della vita”
Sempre relativo al libro, capitolo ottavo...
Consorzi umani a perdere
Lo chiamavamo il viale di Faenza perché era una grossa arteria centrale con numerosi bar e negozi ai lati che fende, tutt’ora, netta la città. Il viale di Faenza, assieme ai porticati della basilica di San Francesco di Ravenna (altro luogo deputato allo spaccio di cose impure), erano spazi che più si addiceva ai volti lascivi e trasandati dei suoi ospiti. Per come lo ricordo, struttura, conformazione, portici, fontane da dove attingere l’acqua per farsi, panchine in ferro battuto e scomodissime dove sfumare e vanificare ore e ore di obnubilata esaltazione o deperimento artificiale dei sensi, bar frequentati da delinquenti divorati dentro dal gioco d’azzardo con la pistola in macchina e il colpo in canna, biscazzieri e protettori, alberi e praticello dove nascondersi per comprare e/o vendere poltiglia tailandese, rappresentava il luogo di quegli anni e, nella sua dimensione generale, composta da esseri umani e architetture urbanistiche, incarnava l’essenza di tutto il nostro disfacimento esteriore e spirituale. Il viale era il sito cittadino dove avevamo scelto di abbandonarci e cercare un’esistenza diversa che non fosse altro che la nostra personale e collettiva solitudine autodistruttiva. Il fatto è che noi non sapevamo nulla di questo processo di annientamento che avevamo intrapreso in tutte le sue modalità e aberrazioni possibili. Per questo, a cavallo degli anni ‘70-’80, prese vita un consorzio umano a perdere in un viale anonimo, chiuso a tutto il mondo, plumbeo e sommerso nello smog e nei reticolati di fili elettrici che ci passavano sopra alla testa. Troppo ingabbiati, esasperatamente intrappolati alle nostre funzioni, il tempo passava con la stessa cadenza che dava al nostro vivere ogni volta che la morte chiedeva il conto ad un'amica. Iniziamo la lista più triste della mia vita con Merdina (morto di Aids). Un tossico che dalla furia di evadere il destino di morire si era fatto abbracciare molto presto dai tentacoli di Medusa. Considerato da tutti noi una sorta di veterano, in quanto nella tanto favoleggiata Amsterdam, Merdina, era di casa e questo bastava ad accreditargli di diritto il nostro rispetto di pischelli che, oltre a Ravenna, Bologna e la “generosa” Verona, non eravamo stati capaci di sconfinare. Rappresentava un totem. Una sintesi perfetta dell’incomprensione totale col mondo pur vivendoci fin nei suoi spazi famigerati e irrisolvibili. Eleonora (morta, non so come) aveva le braccia più massacrate che abbia mai visto. Un calvario di piste punzecchiato da aghi sempre irti e spuntati per il troppo uso e consumo. Sandro, soprannominato Pinco (morto di Cirrosi) era carico di metadone. Daniele (Aids) in balìa della feccia del pianeta a forza di prenderlo nel culo e in bocca per comprarsi la polvere, era alla ricerca di un limone per prepararsi all’arrivo del ‘tipo’. Vladimiro (non so dove sia ora) strafatto e con la bocca semiaperta e gli occhi chiusi steso su una panchina in ferro. Erio (Aids) con un rivolo di sangue che perdeva fisso dal callo che si era formato sul braccio destro. Manuela (Aids) boccheggiava qualche sorsata d’acqua alla fontana da dove con le siringhe attingevamo l’h2o per poter vivere l’ennesimo inganno. Radicchio (morto non so di cosa, anche se non ci vuole la fantasia di Balzac per immaginarlo) in completa astinenza a chiedere in giro per Faenza qualche spicciolo per raggiungere lo scopo di tutti. Gabriele (Aids) già bollito dal mattino, era alle prese con due ragazzotti alle prime armi, belli belli per fargli un pacco, cioè vendergli del muro grattato per eroina. Il Lupo (di cui ho perso traccia) che parlava da solo o per meglio scrivere, discettava con la sua pazzia da acido Lisergico schizzato via nel mondo di Pippo a causa di una fatale e micidiale Micropunta berlinese. Stefania (si è disintossicata e ora sta bene) appena reduce da una pera colossale con il volto incredulo a tutta quella gratificazione chimica. Roberto (morto di Cirrosi), immerso in una nuova epifania dell’orrore perché aveva racimolato, non so come, più di tre grammi di roba. Eugenio (ucciso da un tossico con più di dieci coltellate) arrivava con la sua Lambretta, pronto anche lui come tutti a comprarsi la quantità sufficiente per sbattere la scimmia quotidiana affinché rimanesse delle dimensioni di Cita e non prendesse quelle di King Kong. Barbara (morta non so di cosa, ma vale la stessa osservazione fatta per Radicchio poco sopra) bella come poche, spulciava nella borsa, tirando fuori da essa del materiale strano che non si addiceva ad una ragazza di diciassette anni. Pippi (anche di lui ho perso traccia) aveva appena affogato la sua timidezza siderale (il tossico più timido e dolce del mondo) in un liquido dal colore marrone. Vanni (mentre scrivo mi dicono che è stato terminale-Aids, ma adesso si è ripreso) dal ciuffo biondo e libero, lanciato come una freccia in quella dimensione oppressiva e vuota di colore e forma dei barbiturici. Spumino (di cui non so nulla) lo si vedeva arrivare in lontananza e ciondolare un po’ qua e un po’ la, sbattendo il muso contro numerosi lampioni. Jackie (morto di Aids) era in uno stato pietoso di astinenza: occhi come due orbite spaziali protesi verso l’esterno, un sudore da congela nonostante fosse estate piena, dita vibranti come le mani di un malato di Parkinson, pieghe che rendevano il volto uno straccio stropicciato e uno sguardo intriso di disperazione. La gente passava di lì, gettava qualche curiosa occhiata per scrutare cosa facessero quegli strani ragazzi. Era l’inizio degli anni ottanta e i tossici d’allora, molto più appariscenti di quelli di oggi, stavano lì in quella gabbia di vetro senza confini alla mercé degli sguardi altrui. Denti marci, deliri pesanti, braccia tumefatte a forza di spingere con l’ago, calli color giallastro sulle vene per formare una sorta di fessura-flebo permanente sempre aperta e pronta per l’uso, stitichezze di settimane a causa del limone per sciogliere caccoli di brown sugar, emicranie alla testa e febbri fino a 40 gradi a causa dei tagli che gli spacciatori usavano per aumentare le quantità d’eroina. Un esempio di gioventù che non voleva essere quello che praticava, una generazione di sconfitti senza aver mai gareggiato. Sconfitti nei sentimenti e nella tenacia di architettare qualcosa di valido, capaci solo di alzarsi dal letto con il pensiero fisso di racimolare qualche decina di migliaia di lire per affondare ulteriormente nella fanghiglia dove ognuno di noi si ritrovava. Un carosello di volti macchiati e rughe che disegnavano le nostre facce bizzarre e destini beffardi, quando non erano crudeli. Nella sua innocente rabbia, il Lando, (morto, si dice di Aids e temo che sia vero) era uno dei figli più rappresentativi di questa parte mondo oggi scomparso e deviato. Una sera ci sconvolse fino al panico a tutto tondo, al sottoscritto e William Cippolletti, quest’ultimo un mezzo gangster gentiluomo dalla chioma bionda e lunga, età avanzata, un certo giro di amici importanti legati al mondo dello spettacolo e tante cazzate varie, molte delle quali lo stesso Cippolletti pompava a dismisura, quando non erano inventate del tutto. Eravamo nel viale di Faenza, quando l’orologio del centro suonava le otto di sera, aspettando tutti la stessa cosa. Il tipo con la roba ci lascia a cuocere in una sfibrante attesa. Quelle sono state le attese più interminabili che mi siano mai successe di vivere (a confronto, stare sotto il sole per due ore e mezzo sull’autostrada in agosto con una sete da arsura e senza alcun liquido in cui affogarsi, era un’attesa da invidiare). Una fauna umana semplicemente senza bussola. Una mandria di tossicomani sempre più mangiucchiati dagli innumerevoli down, secondo dopo secondo, istante dopo istante, singhiozzo dopo singhiozzo. Fisici secchi e logorati, attraversati da brividi, ossa rotte e l’armamentario sempre pronto in qualche tasca di giacconi pesanti, perché i tossici, si sa, hanno sempre freddo. L’armamentario era composto da spade quasi sempre usate e da più persone, un coccio di barattolo di cola o un tubetto di Saridon dove poter sciogliere la dose di calma piatta e partire per un viaggio di pace della durata di qualche ora per ripiombare poi in una dimensione che con la sfera dell’umano ha poco da spartire. C’erano anche gli sprovveduti, i più, a cui si doveva prestare tutto questo genere di cose. Roberta aveva appena finito di scopare con un muratore, una marchetta: “Ogni tanto ci vado - raccontava -. Lo conosco bene ed è gentile, anzi timido e so in quale cantiere lavora. Scopiamo sul posto. C’è da guadagnare parecchio lì” dice rivolgendosi a Paola con un volume di voce che l’avrebbe sentita chiunque fosse stato a pochi metri di distanza da lei. “Adesso poi - riprende - si sono aggiunti altri suoi due amici che hanno portato un materasso, così abbiamo anche un posto dove stenderci. Oggi me li sono scopati tutti e tre per cento mila lire”. Paola parlava con molta naturalezza di quanto combinava con i muratori, talvolta anche cinquantenni. Ma tutti i discorsi che stavamo facendo, improvvisamente saltarono e le occhiate cambiarono direzione quando con l’arrivo del pusher scattò un’agitazione mista ad eccitazione generale. “Ecco, ecco... Marco! Vai, è arrivato... C’è Marco... c’è Marco, c’è Marco”. “Ma dov’è?”. “La, in fondo, sta arrivando con Loretta”, “Dove? Dov’è?”. Un’insana inquietudine aveva acceso i motori delle nostre anime. Pareva fosse arrivato il messia e non penso sia errato riflettere che l’eroina, per la psiche deturpata di un tossicodipendente, abbia significati e valenze anche spirituali. “Allora Marco... tutto a posto? Ce n’è per tutti?” si fa avanti uno di noi. Marco fa un cenno con la testa invitandoci a seguirlo. Lui, su una vecchia Ami 8 rossa con la sua ragazza davanti a far strada a tutti noi. Una carovana di disperati in fila sulla via Emilia diretti verso la campagna per trovare un posto tranquillo dove poter contrattare. In macchina con me e Cippolletti sale il Lando, senza neppure che ce ne rendessimo conto. E’ la fine e non lo sapevamo. Il Lando esordisce nel suo stile: “Cazzo, non c’ho una lira e sono in down. Che ne dite se gli porto via la roba a quello là? Ci state? Facciamo a metà dopo? Me lo mangio quello lì. E’ un pischello da ridere. Lo so... lo so!!! Lo conosco, sono stato in galera con lui e quando volevo mi faceva sempre il té. Ed era il suo”. Ammesso - e concesso - che quello di rubare la roba ai pusher di turno fosse uno degli sport più praticati nel pianeta dei tossicomani, bisogna far presente, tuttavia, che a quel punto avremmo dovuto non tanto temere solo lo spacciatore, bensì i tossici in branco e in braccio ad un esercito di scimmie in attesa di comprare da Marco il proprio desiderio di sollievo. Fu allora, mentre Marco stava rovistando il suo sacchettino per dispensare grammi a destra e a sinistra che il Lando, strafatto di psicofarmaci e barbiturici e bevuto di Neuroni, tirò fuori un coltello mai visto. Una lama lunga quanto non s’era vista neanche nei film tipo “Lo squalo” di Spilbierg. Davvero, mai visto un “ferro” del genere. Incredibile per le sue fattezze. Aveva l’aspetto di quelli che vengono usati durante le pesche subacquee di profondità, dalle parti dei Caraibi. Da una parte oltre trenta centimetri di lunghezza, la lama alta tre dita, la punta smussata in modo da scannare anche uno Gnù africano e sul dorso aveva la classica dentatura per strappare i brandelli di carne che gli capitavano nello squarcio. Un “ferro” luccicante come la pazzia del suo proprietario. Panico nelle vene. Sudore nel sangue. Io e Cippolletti, oltre che sentire i primi vagiti di una nuova astinenza, cercammo in tutti i modi di dissuadere il Lando dai suoi intenti, anche se sembrava che non ci sentisse neppure, tale era il livello di ebollizione nelle sue meningi: “Adesso io scendo - ci riferisce il Lando biascicando ogni lettera che usciva a fatica da una bocca dalle labbra tutte screpolate e rattoppate -. Voi mi aspettate là, verso quel casolare abbandonato. Poi io gli punto il coltello sotto la gola e mi faccio dare tutta la roba che ha addosso. Corro forte quando mi ci metto, non mi prenderà nessuno”. “Ma cosa cazzo dici!!! Cazzo stai dicendo? Ti sei definitivamente alleggerito del cervello? Non vedi la gente che sta male e sta aspettando come noi? Li avresti tutti contro, diventerebbe un gioco al massacro. Un’Apocalypse Now senza precedenti e devastante. Stanno tutti male e certuni più di te. Se gli porti via la roba poi ce li hai tutti contro. Lando, lascia stare, non fare cazzate e lascia perdere e soprattutto metti via quel coltello. Ti daremo uno schizzo della nostra. E’ buona la roba di Marco, anche con un quartino riuscirai a sentirla bene” cercò di convincerlo Cippolletti argomentando l’impossibile. Quando un tossico in preda all’astinenza e la testa persa in un ragionamento tutto suo decide di compiere un’azione, logica o illogica non fa differenza, fino a quando non l’ha portata a termine non c’è verso di dissuaderlo dai suoi malsani intenti. Infatti il Lando non ne voleva sapere e mentre stava per aprire lo sportello per scendere e rapinare il pusher, sempre William, non so con quale coraggio gli urlò: “Lando, noi una pera te la offriamo, non so cosa potremmo fare di più e tu capisci quello che dico, anche se adesso sei cotto come poche altre volte. Quello che ti voglio dire, Lando del cazzo, fai quel cazzo che vuoi però a noi lasciaci fuori dalle tue rapine, dalle tue storie, dalle tue seghe schizofreniche. Lasciaci perdere!!! Okay!!! Non coinvolgerci in queste storiaccia di merda!!! Io voglio vivere ancora un altro po’ se mi è permesso e se non ti dispiace”. Poi tirò violentemente il Lando dentro la macchina. Io, seduto sul sedile posteriore, ero terrorizzato dalla paranoia che se la prendesse con Cippolletti. Intanto Marco, il pushers, vendeva tranquillo l’eroina, ignaro del pericolo che stava correndo. Con quel coltellaccio impugnato nella mano sinistra, due occhi rossi come imbevuti nel cloroformio, una rabbia in corpo da far esplodere un’intera città, il Lando iniziò a piangere. Intervenni anch’io. “Ascolta un pò... Adesso scendo io, compro un pezzo e ci facciamo tutti e tre gli stessi c.c. d’insulina. Non sarà un perone, però basterà per calmarci un po’”. Fece cenno con la testa che ci stava, mentre piangeva con le lacrime di un bambino. Io e Cippolletti ci guardammo negli occhi come se una prima pera ce la fossimo già fatta. Scesi dalla vettura lasciando William in compagnia del Lando, davvero furioso, affinché controllasse ogni sua mossa. “Ora metti via quel ferro” gli dico mentre mi avvio verso il pusher per fare la spesa. Tornai dopo l’acquisto, avvenuto in mezzo a un campo nascosto da una serie di alberi, che il Lando piangeva ancora. Niente di trascendentale, per carità. Però, ancora ad una notevole distanza di tempo (poco più di ventiquattro anni circa) da quell’episodio e da quel pianto, io non so come interpretare quell’angoscia. Certo, sarebbe molto più facile e sbrigativo liquidarlo come un pianto dovuto ad uno stato confusionale, ad un miscuglio di sostanze portentoso, vicino allo shock anafilattico. In realtà credo che in quelle lacrime navigasse una bufera di vento che sommergeva anche il vaso di Pandora, pronto non ad aprirsi, ma a scoppiare, dilaniarsi e spargere tutti i tormenti di un giovane che aveva congelato la propria esistenza e l’aveva messa sotto formalina. Sul Lando l’imperfezione aveva vinto e lui pareva non facesse più resistenze all’imperfezione. Tornammo sul viale della cancellazione, tutti e tre cotti. Quel viale tornava ad essere, ciclicamente, il ritrovo di strani mostri. Un punto di confine tra l’ingloriosa umanità degli esseri umani e la nostra indifferenza verso tutto ciò che ci ruotava attorno. Gli sguardi, dopo la pera collettiva, erano ancora più ebeti e fissavano più intensamente il nulla, nostro unico panorama. Ognuno, nel nulla, aveva trovato conforto, aveva staccato la luce per un po’, il tempo di non pensare a niente per qualche oretta. Volti chinati a osservare ossessioni che li rendevano tanto liberi quanto lontani dal mondo e da se stessi. Era la fase post-pera quotidiana, quando, chi più chi meno, aveva in circolo nel corpo una quantità di sostanze agognate fino a poco prima. Solitamente, tutto ciò, avveniva intorno alle cinque del pomeriggio, ci si arrendeva su quelle panchine e si passava quattro o cinque ore in attesa di pischelli da bidonare o, se volete, fargli un pacco portandogli via quel pochissimo che avevano. Si procedeva per inerzia, come se il vivere fosse un dovere o un automatismo e il nostro corpo rivelava la sua esistenza solo grazie all’ombra che lo seguiva. Eravamo tutti presi da una pazza sete di consumarsi, pronti a rovinarsi gli affetti per uno schizzo di roba, depredare tutto ciò che ci era stato donato, giocarsi la reputazione e la fiducia di tutti, isolarsi fino all’autismo, disimparare ciò che di giusto avevamo capito. Allora il pallore spento della vita non vissuta lo vedi in faccia, gli conti le rughe e sprofondi, senza saperlo, nel suo territorio. Perché la metastasi si è già allargata. Eppure, nonostante ciò non eravamo in colpa, mi sembra di poter dire oggi. La colpa sottende la consapevolezza di cui, come ho già scritto, il tossico ne è quasi sfornito. Nella sua abissale solitudine non si accorge del nulla che lo accerchia, che lo attanaglia e frantuma ogni sua opera, non solo propria, ma anche quelle dell’uomo nella storia. Nulla ha più senso, ne dentro ne fuori di se.
Ogni persona vale più di ogni suo errore
Commenti
... cazzo amico, sono qui in "astinenza" reduce da una nottata balorda e ... mi ritrovo a piangere dopo aver letto tutto d'un fiato il tuo racconto di ordinaria quotidiana follia, follia che mi accomuna e che accomuna tanti, troppi quasi una intera generazione .... o forse piu
Aggiungi un Commento