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IL PROIBIZIONISMO SULLE DROGHE: 100 ANNI DI FALLIMENTI

di Mario Braconi

Nel giugno del 1998, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite tenne una sessione speciale dedicata alla lotta contro la produzione illegale, la vendita, la domanda, il traffico e la distribuzione dei narcotici e delle sostanze psicotrope: in quell’occasione, i rappresentanti dei Paesi membri firmarono una dichiarazione con la quale impegnavano formalmente i rispettivi governi a conseguire l’ambizioso traguardo di un mondo “libero dalla droga” entro il 2008. L’11 marzo è stata convocata a Vienna la Commissione delle Nazioni Unite sui Narcotici (United Nations Commission on Narcotic Drugs), con l’obiettivo di valutare i risultati conseguiti in dieci anni di politiche anti-droga e per discutere gli obiettivi del prossimo decennio.
“Eliminare o ridurre sensibilmente la produzione e la distribuzione di sostanze nel giro di dieci anni”: quanto fosse ridicolo questo obiettivo si vede dalle statistiche sul fenomeno “guerra alla droga” nel mondo. Negli Stati Uniti, uno dei paladini della “tolleranza zero” sugli stupefacenti, ogni anno si spendono 40 miliardi di dollari per tentare di contrastare l’offerta di narcotici; 1,5 milioni di persone vengono arrestate e mezzo milione detenute per reati connessi al traffico o al consumo di droga; se un nero americano su cinque si ritrova prima o poi dietro le sbarre, lo si deve alle leggi proibizioniste via via più severe.

Victor Ivanov, capo del servizio anti-narcotici russo, in un convegno tenutosi poco prima della riunione ONU di Vienna, ha dichiarato che il suo Paese è diventato il leader assoluto nel traffico degli oppiacei e il numero uno nel consumo di eroina: secondo il Ministro della Sanità russo, infatti, nel suo Paese si contano circa due milioni e mezzo di tossicodipendenti su una popolazione di 140 milioni di persone.

La situazione in Messico è talmente preoccupante da costituire una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, preoccupato di trovarsi un “narco-stato” come vicino di casa. Da quando ha assunto l’incarico nel dicembre del 2006, il presidente messicano Felipe Calderòn ha ingaggiato una vera e propria guerra contro le gang di trafficanti, scatenando loro addosso, oltre alla polizia, ben 45.000 militari. Poiché le bande criminali messicane sono equipaggiate con lanciarazzi, granate, armi automatiche e fucili in grado di perforare lamiere corazzate, più che di un’operazione di polizia, si tratta di una vera e propria guerra, nella quale, in poco più di due anni hanno perduto la vita circa 10.000 persone, di cui 6.268 nel 2008 (nel 2009 ne sono già morte 1.000 per la stessa ragione). Il tentativo di controllare l’offerta genera un fiorente mercato clandestino, il quale a sua volta crea un humus favorevole alla corruzione: il caso più clamoroso si è verificato a novembre, quando Noe Ramírez, capo dell’Antidroga messicano, è stato arrestato con l’accusa di ricevere una “commissione” di 450.000 dollari al mese dal Cartello di Sinaloa in cambio della fornitura di informazioni riservate. Quello di Ramirez è forse il caso più eclatante, ma non l’unico: almeno altri sei alti funzionari dell’Antidroga messicano, sembra, sono stati messi a libro paga dai cartelli della droga.
La Colombia, campione mondiale di esportazione di “neve”, è stato il teatro di uno dei progetti di contrasto alla droga più fallimentari della storia. Il cosiddetto Plan Colombia nasce nel 1999 come un programma governativo finalizzato a dimezzare, in sei anni, la produzione di droghe illegali (principalmente cocaina) e a migliorare la sicurezza nel Paese strappando ai gruppi armati criminali il controllo del territorio. Il Piano ottenne un entusiastico supporto da parte degli Stati Uniti, che dal 2000 al 2006 vi hanno profuso 6 miliardi di dollari in aiuti militari. César Gaviria, ex presidente della Colombia e condirettore della Commissione Latino-Americana sulla Droghe e la Democrazia, boccia l’esperimento: “Le politiche proibizioniste basate sulla distruzione delle colture, sulla proibizione e sulla criminalizzazione non hanno condotto ai risultati sperati.” Sulla medesima lunghezza d’onda un recente rapporto dello US GAO (General Accounting Office, braccio investigativo del Congresso USA), pur sottolineando il dimezzamento della produzione di oppio e di eroina e il maggior livello di sicurezza conseguito nel paese (minor numero di omicidi e di rapimenti. Nonostante si siano sottoposti a fumigazione 1,15 milioni di ettari quadrati di piantagioni di coca, la produzione del suo famoso derivato è aumentata del 27%. Inoltre, il governo colombiano di Alvaro Uribe si è avvalso della collaborazione di personaggi quali Mario Montoya, noto alle cronache anche per essere la “mente” dietro la liberazione di Ingrid Bétancourt. A Montoya e ad altri 27 militari colombiani (tra cui tre generali) viene contestata (per lo meno) una grave negligenza nel controllare i propri soldati, a quanto pare, resisi responsabili delle uccisioni extragiudiziali di centinaia di persone innocenti (ma c’è chi dice che le vittime civili di questa sporca ed inutile guerra potrebbe essere addirittura un migliaio). La scoperta di 11 cadaveri in una fossa comune al confine con il Venezuela ha fatto sorgere il dubbio che fosse invalsa la pratica di assassinare civili, sostenendo in seguito che si trattava di vittime delle milizie marxiste o addirittura di guerriglieri - in quest’ultimo caso, le uccisioni sarebbero servite a “gonfiare” le statistiche sul numero dei nemici uccisi. Inoltre, Diego Fernando Murillo, capo di una milizia paramilitare colombiana, arrestato a New York, ha recentemente testimoniato che nel 2002 i suoi uomini sono entrati nello slum Comuna 13 (nei pressi di Medellin), controllato dalle milizie marxiste, al fianco delle truppe regolari ai comandi del generale Montoya.
Insomma, è difficile, per non dire temerario, credere ad Antonio Maria Costa, Direttore Esecutivo dell’Ufficio delle Nazioni Unite per la Droga e il Crimine (United Nations Office on Drugs and Crime o UNODC) quando, nel comunicato stampa in cui si annuncia l’apertura dei lavori di Vienna, dichiara: “Il problema della droga nel mondo è stato contenuto, ma non risolto.” Sembra invece che le politiche di contrasto alla droga orientate all’offerta siano state, come sostiene il settimanale The Economist, “illiberali, assassine ed inutili”; inoltre esse hanno contribuito alla creazione di “stati falliti” (si pensi alla Guinea Bissau, il paese attraverso cui i cartelli latino-americani adesso fanno transitare un quantitativo di cocaina del valore di dieci volte il suo prodotto interno lordo: destinazione, Europa).

Non a caso l’organizzazione umanitaria HRW (Human Rights Watch), poco prima della riunione di Vienna, ha presentato un documento nel quale evidenzia i danni che la “guerra alla droga” ha prodotto, senza peraltro riuscire minimamente a reprimerne il consumo: pena di morte per reati di droga, incarcerazione di tossicodipendenti, abusi e violenze da parte di poliziotti e militari, privazioni di trattamenti per la riduzione del danno in carcere.
Secondo il periodico inglese, il fallimento delle politiche di controllo dell’offerta di stupefacenti dovrebbe spingere i politici a modificare il proprio atteggiamento, considerando il problema non più dal punto di vista dell’ordine pubblico ma da quello della salute pubblica: ci si dovrebbe insomma concentrare più sulle politiche di riduzione del danno che su quelle di repressione ed incarcerazione. Una liberalizzazione delle droghe porterebbe a notevoli benefici: non solo strapperebbe alle mafie gli extraprofitti derivanti dalla distribuzione di un prodotto proibito, ma consentirebbe agli stati di ricevere importanti flussi di denaro in tasse, che potrebbero essere usati per informare in modo completo gli utilizzatori sui rischi che corrono consumando stupefacenti e per alleviare il dramma della dipendenza.
Resta il tema degli effetti che la liberalizzazione avrebbe sul tasso di consumo. In effetti, non sembrerebbe esistere una relazione diretta tra livelli di proibizione e utilizzo di sostanze; al contrario, può essere interessante notare che Gran Bretagna e Stati Uniti, tra gli stati più rigorosi nella lotta contro la droga, registrano tassi di consumo tra i più elevati in tutte le categorie di droghe (oppiacei, cocaina, cannabis ed amfetamine). E’ però difficile escludere con certezza che la disponibilità libera di droghe più sicure e meno costose potrebbe avere come effetto (almeno inizialmente) un aumento del loro utilizzo.
La legalizzazione delle droghe costituirebbe un rischio, certo, ma non mancano le ragioni per fare un tentativo; innanzitutto, perché uno stato non dovrebbe impedire i cosiddetti delitti senza vittima (assunzione di stupefacenti, pornografia ecc…); e poi perché esso potrebbe informare i cittadini sui rischi e tentare di orientarli, attraverso la modulazione delle tasse, verso le sostanze meno dannose. Nonostante le insistenze di medici, avvocati e ONG “dissidenti”, orientati verso la liberalizzazione delle droghe, UNODC, forse anche per l’ovvio motivo che intende perpetuare la sua stessa esistenza, sembra non voler abbandonare il suo credo proibizionista: “I delitti e la corruzione associate al narcotraffico forniscono evidenza a una minoranza rumorosa pro-droga per sostenere che la cura è peggiore della malattia” ha detto Antonio Maria Costa. Sembra dunque che siamo destinati ad altri dieci anni di fallimenti e di inutili morti.

 

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