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L’alcool etilico o etanolo è il risultato della fermentazione di zuccheri semplici, o di altri procedimenti chimici (distillazione). Ogni bevanda alcolica ha una sua gradazione (cioè percentuale d’alcool) diversa che per legge deve essere indicata sul contenitore.

Alcolici e superalcolici sono consumati frequentemente da giovani e adulti; sono legali e per questo nell’immaginario collettivo non vengono considerati come “droghe”. In realtà, l’alcool è una sostanza che agisce sul Sistema Nervoso Centrale.

Le bevande alcoliche sono usate per disinibirsi, superare gli imbarazzi, sentirsi più carichi, avere più coraggio con l’altro sesso, divertirsi con gli amici.

L’effetto dipende dalla quantità di alcolici assunti, dalla loro gradazione e dalla capacità di...

La viticoltura appare nelle montagne tra il mar Nero e il mar Caspio (attuale Armenia) intorno al 6000 avanti Cristo. La produzione di birra emerge invece tra i sumeri intorno al 3000 avanti Cristo. Il primo report scritto sugli alcolici è una tavoletta cuneiforme risalente al 2200 avanti cristo. Intorno al 1500 avanti Cristo si hanno le prime produzioni di vino nella zona dell'Egeo. Seicento anni più tardi, intorno al 900 avanti Cristo, gli assiri producono già vino su larga scala. Il vino si diffonde in mesopotamia ed Europa mediterranea.

Dioniso di...

L’alcol è la sostanza psicotropa maggiormente diffusa nel nostro paese. In particolare l’uso di vino durante i pasti è retaggio di una antica tradizione culturale, legata anche alla cultura cattolica nella quale il vino assume un’importanza evidente.

Ad utilizzare l’alcol almeno una volta l’anno è oltre il 70%* della popolazione, ovvero oltre 36 milioni di persone. La differenza di genere è particolarmente forte, poiché a consumare alcol sono l’82% dei maschi e il 59% delle donne. Ad essere correlato con l...

I più votati, alcol

“Hai alzato il gomito? La macchina la guido io”

Gira per la città con il suo mini-scooter pieghevole pronta ad accompagnare a casa chi ha bevuto troppo e non è in grado di guidare. Basta una chiamata sul suo cellulare e lei arriva in poco tempo fuori dalla discoteca, dal pub o dal ristorante di turno, chiude il suo motorino, lo infila nel bagagliaio della macchina, si mette alla guida e ti porta a casa sano e salvo, con la patente ancora in tasca e gli stessi punti d’inizio serata.

Ha 40 anni e si chiama Carlotta Fabietti. Vive a Torino e fino a dieci anni fa lavorava in una libreria vicino a Porta Susa. Ora ha cambiato mestiere importando un’idea che in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti e in Australia già da tempo ha avuto successo. All’estero li chiamano gli “scooter man”, ma in Italia, a parte qualche esperimento fatto l’estate scorsa tra Rimini e Riccione, ancora non esistono. Finora, però, perché Carlotta ha avuto la bella idea di avviare il servizio di accompagnamento a domicilio per chi ha alzato troppo il gomito o per chi, per i motivi più diversi, di mettersi alla guida proprio non se la sente, anche in Italia. E c'è da scommettere che a breve, con gli incidenti stradali del weekend sempre in prima pagina e le norme sulla guida in stato di ebbrezza sempre più aspre, sarà imitata. Ha iniziato da sola, mettendoci impegno e risorse e lavorando soprattutto per suoi conoscenti. Dopo aver guadagnato la fiducia di altri clienti, con la buona parola e la pubblicità dei gestori delle discoteche e dei proprietari dei ristoranti, ha deciso di aprire la ditta "YoYo" (su e giù per la città) e di assumere altri quattro scooter man.

Guidare da ubriachi o da brilli, oltre che pericoloso, è ormai una sfida con la sorte: sempre più posti di blocco ed etilometri sono sistemati nelle città, vicino ai locali e alle zone di movida notturna, soprattutto durante i weekend, con le pattuglie della polizia stradale pronte a tagliare punti e a sospendere patenti. E allora perché rischiare? "Basta chiamare il numero verde gratuito della Yo Yo e in pochi minuti arriverà un autista pronto a guidare la tua auto", recita lo slogan dell'azienda. Ci sono i casi di persone sole che devono partire e, ad esempio, non vogliono lasciare la macchina all'aeroporto o alla stazione, o persone anziane che vogliono andare a fare la spesa con la loro macchina, ma sono troppo stanche per guidare. La "YoYo" vuole soddisfare anche simili esigenze.

Basta chiamare un taxi, penserà qualcuno. Invece non conviene. Il servizio di Yo Yo, attivo sette giorni su sette 24 ore su 24, è decisamente più conveniente. 15 euro all'ora il costo del servizio di giorno ( il tempo per attraversare una grande città da un estremo all'altro). Otto euro per la chiamata più 2 euro a chilometro di notte, prezzo non basso, ma di solito le chiamate notturne servono ad evitare incidenti o sequestri di patenti. Spendere qualche euro in più e svegliarsi la mattina senza aver fatto danni, con la patente ancora in tasca e la macchina parcheggiata sotto casa, non c'è dubbio che convenga.

di Daniele Cimò

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Contenuto Redazionale Giovani ed alcol: un fumetto sul tema

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Un fumetto sulle tematiche dell’uso dell’alcol, questo il progetto ideato dal Gruppo di lavoro “Giovani ed alcol”, coordinato dalla Prefettura di Lucca, con la collaborazione del settore junior di Lucca Comics and Games, al fine di sensibilizzare i giovani sui pericoli derivanti dall’uso delle sostanze psicoattive.

Gli studenti delle scuole partecipanti al progetto, hanno creato, con l’aiuto degli esperti del tavolo di lavoro, dei disegnatori e degli sceneggiatori dei Comics,  strisce umoristiche dedicate alle tematiche indicate.

Le vignette sono pubblicate nel blog Comics da bere, un sito creato per consentire ai giovani di alimentare le pagine web con il preciso scopo di realizzare una realtà creativa ed uno spaccato d’analisi quotidiano al fine di informare, inventare e dialogare con i lori coetanei e non.

Inoltre, in occasione della mostra del fumetto  Lucca Comics and Games 2010 è stato bandito un concorso, aperto a tutti, che mette in palio tavole autografate realizzate in esclusiva per il progetto”Giovani ed Alcol” dai disegnatori professionisti, Fabio Civitelli, Mario Santucci, Tuono Pettinato e Andrea Valente.

Per partecipare al concorso basta inviare una striscia umoristica sul tema all’indirizzo di posta elettronica giovaniedalcol@gmail.com, entro il 31 gennaio 2011.

I primi classificati vinceranno le tavole in palio e le migliori strisce saranno pubblicate sul blog Comics da Bere.

Tutte le informazioni su http://giovaniedalcol.wordpress.com/

Il Gruppo promotore dell’iniziativa, che opera nell’ambito de Forum Prevenzione Dipendenze, è costituito da rappresentanti della Prefettura, della Provincia, della Polizia Stradale, dell’Arma dei Carabinieri, dell’Ufficio Scolastico Provinciale, dell’ASL 2 di Lucca, dell’ ASL 12 di Viareggio, del C.O.N.I., dell’ ACAT – Lucca, del Cesdop, del Cesvot e del Ce.I.S.

 

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Il dopo-sbronza dura più a lungo del previsto

"Le capacita' del cervello vanno di pari passo con il tasso alcolico, e non con le percezioni personali degli effetti del bere"

 

Newsfood - E' bene diffidare di chi, dopo aver assunto molto alcolici, dice di poter assumere la guida di un veicolo.

Il dopo-sbronza ha infatti un effetto ingannevole: il soggetto ha la percezione di essere sobrio, ma in realtà gli effetti della bevanda sono ancora attivi.

Lo sostiene una ricerca della Brown University, diretta dal dottor Peter Snyder e pubblicata su "Experimental and Clinical Psychopharmacology".

L'equipe del dottor Snyder ha reclutato alcuni volontari per un test pratico. Nella prima fase i soggetti hanno modificato il tasso alcolico bevendo: dallo 0 allo 0,1% e poi di nuovo a zero. Durante il periodo d'influenza dei liquori, i soggetti hanno compiuto esperimenti mirati al computer, manifestando inoltre gli effetti percepiti delle bevute. Gli esercizi sono stati poi ripetuti a quando la sbornia era passata

 

Continua a leggere su Newsfood.com

 

Fonte: "Perception of alcohol intoxication shows acute tolerance while executive functions remain impaired." By Cromer, Jennifer R.; Cromer, Jason A.; Maruff, Paul; Snyder, Peter J. Experimental and Clinical Psychopharmacology, Vol 18(4), Aug 2010, 329-339. doi: 10.1037/a0019591

Matteo Clerici

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LEGAME TRA SBORNIE ADOLESCENTI E INFANZIA DIFFICILE

(AGI) - Washington, 5 lug. - Il consumo problematico di alcolici negli adolescenti potrebbe essere associato a un'infanzia difficile. Almeno questo e' quanto emerso da uno studio africano pubblicato sulla rivista 'Child and Adolescent Psychiatry and Mental Health'. I ricercatori hanno analizzato l'associazione tra esperienze infantili spiacevoli e ubriachezza in 9.189 adolescenti di eta' compresa tra i 12 e i 19 anni che vivono in Burkina Faso, Ghana, Malawi e Uganda. "In generale il 9 per cento degli adolescenti - ha detto Caroline Kabiru che ha coordinato il gruppo di ricerca dell'African Population and Health Research Center - ha riferito di aver bevuto nei 12 mesi precedenti alla ricerca". Ebbene, dai risultati e' emerso che i ragazzi che da piccoli hanno vissuto in famiglie povere che avevano difficolta' a offrire almeno una sicurezza alimentare e che sono stati maltrattati hanno avuto piu' problemi con l'alcol. A conclusioni simili sono arrivati alcuni studi precedenti effettuati in altri Paesi del mondo. Per questo i ricercatori sono convinti che aiutare i bambini ad avere infanzie meno problematiche significa ridurre il numero di adolescenti che hanno problemi di abuso di alcol. -

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Perchè i giovani bevono? Uno studio inglese

In Inghilterra cresce la preoccupazione riguardo l'abuso di alcool tra i giovanissimi. Sconcertano in particolare le conseguenze che tale comportamento produce tra gli adolescenti britannici. Negli anni il numero di violenze, infortuni e abusi sessuali è andato aumentando, in parallelo ai ricoveri ospedalieri per specifiche patologie alcooliche e alla mortalità nella fascia 25-35 anni. Inoltre, è importante l'incidenza negativa sulla performance scolastica generale. La ricerca dell'Università John Moores di Liverpool parte da un dato noto: il primo consumo avviene ad 11 anni, mentre a 15 bere è già normalità. Gli studenti di Sefton, un quartiere di Liverpool, appartenenti alla fascia età 14 – 16 anni, sono stati dunque invitati alla compilazione di un questionario. Ne è emerso che il 91.3% degli intervistati ha già consumato alcoolici in differenti occasioni, con amici (circa 70%) o parenti (22%), oppure ad un party (62,4%). Le principali ragioni di tale comportamento sono la migliore integrazione sociale - per celebrare l'evento con amici 78%, per far festa 59,5%, per divertimento 57%. Nonostante questa pratica sia confinata al fine settimana o ad eventi speciali, il consumo è molto elevato, più di 5 bicchieri in un unica occasione (binge drinking). A quei livelli di alcool è difficile immaginare integrazione sociale o divertimento. Infatti le conseguenze maggiormente riportate dagli intervistati sono episodi di violenza (48,6%). Per ostacolare questo fenomeno dilagante servirebbe quindi un cambiamento radicale dei modelli di riferimento proposti dai media, concludono i ricercatori, attraverso una ridefinizione della pubblicità sugli alcoolici e nei comportamento degli adulti.

 

www.dronet.org

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PERDERE IL CONTROLLO DELL’ALCOL: QUANDO UNA DROGA VECCHIA DIVENTA NUOVA

Per quanto possa sembrare un’affermazione provocatoria, l’alcol è una droga.
La provocatorietà risiede nel fatto che nel nostro immaginario il concetto di “droga” è connotato in maniera assolutamente negativa, mentre quello di alcol no: i due termini accostati danno origine ad una specie di ossimoro concettuale.

Come mai?

Semplice: l’alcol è una sostanza stupefacente utilizzata da così tanto tempo (si parla di millenni), talmente radicata nella nostra cultura e nel nostro stile di vita, che si può effettivamente parlare di droga culturalmente controllata: una sostanza il cui uso è, per la maggior parte dei consumatori, regolato a livello inconscio, mediante abitudini e automatismi che permettono a chiunque di stabilire quasi automaticamente se in una data situazione è lecito bere, come e quanto. Al concetto di “alcol” , inoltre, l’immaginario collettivo associa concetti e significati positivi: la festa, il brindisi, la convivialità, il cibo.

Per convincersi di questo radicamento, basta fare un piccolo esperimento. Andate da un bambino di 10 anni, e chiedetegli informazioni generiche su, ad esempio, quando secondo lui si possono bere alcolici e quando no, che effetto fanno, e via dicendo. Probabilmente la sua preparazione riguardo alle abitudini del bere vi stupirà, considerando che tutto quello che sa l’ha imparato semplicemente osservando il mondo degli adulti.

Per noi bere è normale. In Italia il vino è un sacramento laico e religioso. E questo, intendiamoci, al contrario di quanto spesso si sente dire da chi è (giustamente) preoccupato dei rischi connessi al bere, non è necessariamente un male. Anzi, rappresenta un fattore protettivo: è proprio grazie alla sacralità e alla ritualità (laiche) che noi non abbiamo fatto la fine degli indiani d’America o degli aborigeni australiani, decimati (anche) dall’introduzione dell’alcol da parte dei coloni occidentali, che esportarono la “droga” senza preoccuparsi di diffondere anche le modalità d’assunzione e le strategie di protezione (forse proprio perchè le davano assolutamente per scontate). La storiografia e l’antropologia dimostrano che ogni cultura e società ha una “droga” elettiva, la cui pericolosità è tenuta sotto controllo mediante ritualismi (religiosi o laici), convenzioni, abitudini, che permettono di godere solo degli effetti benefici e di limitare i possibili danni.

Per questo sappiamo tutti benissimo (senza che nessuno ce l’abbia mai direttamente insegnato) che bere al mattino “non si fa”, che invece si può tranquillamente durante i pasti, e persino che si deve in determinate circostanze “rituali” (impossibile non bere nemmeno un goccio a un matrimonio!). In Occidente, anche chi è astemio ritiene normale che gli altri bevano (e, all’interno della cultura giovanile, il consumo di alcune sostanze illecite si sta normalizzando in maniera analoga).

Qualcosa sta però cambiando, anzi probabilmente è già cambiato. L’aumento dei casi di alcolismo, l’abbassamento dell’età di iniziazione al bere, le stragi sulle strade, sembrano indicare che stiamo progressivamente perdendo il controllo sulla nostra “sostanza elettiva”. Il fenomeno del binge drinking(il bere grandi quantità di alcol in poco tempo con il solo scopo di ubriacarsi), abitudine maturata inizialmente tra i giovani statunitensi e poi diffusasi a partire dal Nord Europa, ha già preso piede da anni anche in Italia, non solo tra i ragazzi, portando gravi conseguenze soprattutto se si associa al consumo contemporaneo di altre sostanze.

Sembrerebbe che l’atto di bere alcolici si stia spogliando progressivamente dei suoi significati sociali “tradizionali” (o di alcuni di essi, probabilmente i più profondi), perdendo di conseguenza quei fattori protettivi che ne garantivano un uso controllato e (relativamente) privo di rischi.

Sulle modalità e le cause di questo genere di mutamento (che riguarda la trasformazione delle abitudini sociali in genere, non solo rispetto alle sostanze stupefacenti) occorre ancora indagare.

Si possono però mettere sul tavolo alcuni elementi, che senz’altro in qualche modo giocano il loro ruolo: ognuno sarà libero di sistemarli come crede, individuarne altri, e trarre le proprie conclusioni.

Cominciamo dal più ovvio: il predominio della cultura consumistica, da cui nessuno è immune.
Non occorre essere marxisti radicali o integralisti religiosi per rendersi conto che il nostro è un mondo caratterizzato dal uno stile di consumo bulimico e frenetico, e dalla mercificazione delle prassi e dei comportamenti, oltre che degli oggetti: il consumo oggi riguarda ogni aspetto dell’esistenza, e deve essere immediato e costante.
O il bicchiere è pieno, o è vuoto: quando è vuoto lo si riempie.
Ciò che conta è l’obbiettivo, non il percorso: allora il bere non è più una scusa e una modalità per stare assieme, per raggiungere lentamente e progressivamente uno stato di piacevole ebbrezza che stimoli la socializzazione, ma è un mezzo (come un altro) utile a raggiungere subito lo sballo, senza inutili e frustranti attese (la stessa cosa si può sostenere in merito allo scenario contemporaneo del consumo di droghe lecite o illecite in genere, definito da molti osservatori come un supermarket in cui le droghe vengono consumate senza distinzioni e soluzioni di continuità).

Questa società impone costantemente modelli-limite. Chiede esplicitamente o implicitamente di raggiungere il massimo nel più breve tempo possibile e in ogni circostanza: dalla cura dei problemi intestinali alla rasatura della barba, dal lavoro al divertimento. Sempre, comunque. La moderazione è una via di mezzo priva di attrattiva. Intere campagne pubblicitarie vengono impostate sull’idea di dover sempre, costantemente, superare i propri limiti. L’eccesso non è l’eccezione, ma la regola, e l’obbiettivo.

Infine, andrebbero osservate meglio alcune implicazioni della globalizzazione. Questo processo strutturale ha la conseguenza di rendere immediatamente disponibili e fruibili messaggi, simboli, stili, comportamenti e merci (di qualunque genere) che necessiterebbero di essere sedimentati culturalmente prima di venire accolti e maneggiati senza rischiare conseguenze imprevedibili. Questo si rileva facilmente prendendo di nuovo in considerazione la scena contemporanea del consumo di droghe: oggi vengono spesso “importate” sostanze psicotrope provenienti dalle zone più remote del pianeta, e utilizzate da culture e società diversissime dalla nostra (l’ayahuasca è esempio recente, meno recente è quello della salvia divinorum), avvolte in aloni affascinanti e misteriosi, ma prive delle necessarie “istruzioni” per maneggiarle con sicurezza, e soprattutto avulse dal contesto culturale e sociale che ne garantisce l’uso controllato (rischiando di far fare a noi la fine degli aborigeni). Ugualmente e contemporaneamente alle altre sostanze, vengono importati stili di consumo, atteggiamenti e comportamenti che sempre più raramente vengono filtrati dalla propria cultura di origine, e vengono invece spesso replicati pedissequamente.

In questo scenario, l’alcol diventa una droga come un’altra, perdendo le sue specificità, e avendo però il vantaggio decisivo di essere legale, quindi immediatamente disponibile per lo sballo.

Benchè siano frequenti le preoccupazioni in merito al fatto che il nostro sistema di sviluppo mette a repentaglio le tradizioni e le culture locali, a nessuno viene in mente che tale distruzione può avere ripercussioni quali appunto quella della “perdita di controllo” sull’uso di una sostanza tradizionalmente controllata. Perchè questo è quello che sta accadendo: l’alcol sta diventando una droga “nuova” e “sconosciuta”, sopratutto nella cultura giovanile, le barriere e i paletti che ne governavano l’uso stanno saltando, e la società non sa più come affrontare un fenomeno che fino a ieri era perfettamente normale. Questo sta già provocando notevoli conseguenze sociali e sanitarie, e le misure messe in atto sull’onda dell’emergenza risultano palliativi inadatti ad affrontare una questione ben più profonda.

 

http://grattaevinci.wordpress.com/perdere-il-controllo-dellalcol-quando-una-droga-vecchia-diventa-nuova/

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La vita sobria. Quando gli scrittori si danno all'alcol

un estratto dal racconto Sogni andati a male di Alessandro Turati. Il racconto fa parte della raccolta La vita sobria (Neo.Edizioni, 2014, 160 pp, 13 Eu), a cura di Graziano Dell’Anna. Dieci tra gli scrittori più interessanti della scena italiana si danno all’alcol. Storie allegre o malinconiche, disperate o grottesche, tutte accomunate dallo sforzo di aprire una breccia nella sobrietà della vita.

Ho comprato una bici, un cane e una mela. La bici è bianca, il cane marrone e la mela rossa. Esco la mattina con la bici, la mela e il cane a prendere il giornale. Abitando in un palazzo di otto piani accanto ad altri palazzi di otto, scendo le scale con la bici in spalla fischiettando come se non facessi fatica, invece faccio fatica e a volte lascio fischiare il cane.

A ogni modo, tutte le mattine, anzi no, solo la domenica mattina, esco con la bici, la mela e il cane a prendere il giornale. Pedalo, mangio la mela e non saluto nessuno. Neanche mi piacciono la mela, la bici e il giornale. Mangio, pedalo, compro il giornale, il cane piscia e torno a casa e faccio la doccia. Il cane fa la cacca. «Non potevi farla in strada?» gli chiedo. Non mi risponde. È marrone e non mi dà retta. Prendo un sasso e gli spacco il cranio per finta: alzo la pietra e simulo il suono. Non si spaventa neppure. Tengo sempre un masso in salotto per questo gioco, anche se è un gioco che non riesce mai, non diverte nessuno e la presenza del sasso infastidisce il padrone di casa quando viene a riscuotere l’affitto.

Poi esco la sera solo col cane. Vado nel parchetto sotto casa, quello al centro di sei palazzi di otto piani che formano un esagono, e mi siedo sempre sulla stessa panchina (quella con varie incisioni tra cui la mia preferita dice: Anche le suore, allontanandosi di spalle, sculettano). Il cane corre e io lo guardo come si guardano i cani correre: con gli occhi. Mentre lo osservo mi viene sete e vorrei bere degli alcolici, quelle bevande che mortificano i genitali ma alimentano fantasie. Invece non bevo, ho smesso: ho avuto dei problemi allo stomaco e con dei vigili permalosi seppur vestiti con colori sgargianti.

Sono stato un alcolizzato che non ha mai bevuto niente di particolare: sempre e solo vino marcio e birre marce. Il mio bere si basava semplicemente sulla quantità. E nei periodi migliori neppure mangiavo.

Fortunatamente la mia vicina di casa esce a sua volta col cane, un piccolo dalmata che la fa sembrare più bella, invece è meno bella. Appena li vedo in lontananza, faccio spazio sulla panchina spostandomi dal centro. Lei arriva, si siede e lascia andare il fiato, come se l’avesse trattenuto tutta la giornata. Poi parliamo di vesciche perché lei lavora presso un’impresa che si occupa di trattamenti di filati, dice che le rocche le escono dalle orbite. Ascolto volentieri i suoi discorsi, tant’è che considero il dalmata molto fortunato, un cane che potrebbe imparare molto. Poi lo guardo in faccia e mi sa che non capisce un granché: sembra una mosca concentrata sul movimento delle proprie zampe.

La mia vicina ha trentacinque anni, io cinque in meno. Sia io che lei abbiamo difficoltà economiche e, seppur lei di più, si può dire che siamo dei pezzenti, che nessuno ha svoltato.
Nella mia vita ho avuto solo un’occasione per svoltare, sarei potuto diventare un grafico pubblicitario ma ho sbagliato il colloquio. Il boss sembrava interessato finché non ho aperto bocca, mi guardava dall’alto in basso come se avesse già deciso di sottomettermi, di ordinarmi le cose per otto ore al giorno. Mi ha detto: «Lei ha un curriculum impeccabile, certo, ma non c’è niente di speciale. Cosa sa fare di creativo?»
«Se metto una mano su un foglio di carta e ripasso la forma con una biro, rimane la sagoma».
E non è servito a niente fare complimenti alla moglie e alla figlia ritratte in una foto sulla scrivania, tantomeno ai gattini grigi anonimi che tenevano in braccio.
«Sono morti tutti e due» mi ha detto, riorganizzando delle carte.
«Saranno sicuramente nel paradiso dei gatti».
«È ancora qui?»
Ciononostante, ho aspettato la sua chiamata per un paio di settimane giochicchiando nervosamente con dei bastoncini cotonati per la pulizia delle orecchie: avevo i padiglioni più puliti d’Italia. Peccato, mi sarebbe piaciuto lavorare nella Svizzera italiana, guadagnare molto, comprare crostate, ammiccare quotidianamente in dogana.

È con quelle orecchie splendide che tre anni fa ho conosciuto la mia vicina di casa di cui sopra, Stefania Ternan: creatura simile a una clessidra (dato che stringe e stringe la cintura finché non le manca il fiato), con occhi felini, naso come se non l’avesse e gambe tatuate.
È una brutta storia, d’accordo, e alla fine io e la mia vicina non facciamo mai l’amore. Mangiamo insieme, quello sì, compriamo il sushi e discutiamo a vanvera seduti in terra nel suo salotto posando il riso e il pesce su un tavolo particolarmente basso (non ha le gambe, solo il ripiano, mi ricorda mia nonna).

«Hai letto Siddharta?» mi chiede.
«No, ho letto Dersu Uzala» rispondo.
Poi parla solo lei e vedo il cibo all’interno della sua bocca impastarsi di saliva. Questo mi ricorda mio padre che beveva direttamente dalla bottiglia senza aver finito di masticare, così io, quando avevo sete, ingoiavo anche le sue briciole.

Alessandro Turati

www.mentelocale.it/61495-vita-sobria-quando-scrittori-si-danno-alcol/

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VINITALY, DEBUTTA LO SPUMANTE SENZA ALCOL PER ASTEMI, BIMBI E DONNE INCINTA

 

SPUMANTE


Informacittadini - Si chiama “Isabella Ice” ed è il primo spumante a zero gradi. Buono per i bimbi, consigliato alle donne in gravidanza “Isabella Ice alcool free” debutterà anche al Vinitaly a Verona.
Fatto solo con

uva Glera - quella del Prosecco Doc per intenderci - coltivata nell’azienda agricola “Iris Vigneti” a Santa Maria di Piave in provincia di Treviso con un procedimento tutto naturale è già un brevetto internazionale. Innovativo ma rispettoso della tradizione è il frutto di  una intuizione singolare, quella della titolare della cantina, Isabella Spagnolo che esplorando i nuovi mercati negli Emirati Arabi, ha intercettato qui la richiesta di un prodotto di qualità che non contrasti con i principi coranici. Dalla vendemmia, lavorando fianco a fianco e applicando normali tecnologie ai  processi, si è arrivati al primo risultato innovativo: un succo d’uva, microfiltrato, tras

parente, spumantizzato utilizzando l’anidride carbonica proveniente dalla produzione di Prosecco DOC, che versato in un calice è un perfetto “vino” a bollicine senza grado alcolico, piacevole e innocente anche per i bambini”.
Capace di attrarre l’attenzione di personalità del mondo economico, della cultura, dello sport e della moda, i brindisi con un calice di “Isabella Ice”  contribuiscono in maniera concreta alla campagna contro l’abuso di sostanze alcoliche.

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I picchiatori dei carabinieri non tornavano da un rave ma da una discoteca

Dopo il massacro dei carabinieri il popolo 
del rave si ribella: “Non è solo sballo e droga”

Nonostante i protagonisti del pestaggio non stessero tornando da un rave ma da una discoteca, il caso riporta d'attualità questo tipo di feste che nell'accezione comune richiamano solo all'abuso di droghe. Un fenomeno che, almeno nelle origini, al contrario voleva coniugare musica elettronica e culture giovanili, danza e protesta politica.

Il caso di cronaca avvenuto durante il ponte pasquale a Sorano, in provincia di Grosseto, ha riacceso i riflettori sul fenomeno dei rave party. Poco importa la scoperta che i giovani protagonisti del pestaggio non stessero tornando da un rave, ma da una serata brava in discoteca. Ecco i fatti. Due carabinieri sono stati pestati brutalmente da quattro ragazzi poco distante dal luogo di una di quelle feste. La colpa dei due militari? Avere fatto l’alcool test al guidatore della macchina e comunicargli che, visti i risultati, la patente gli sarebbe stata sequestrata. Tanto è bastato per far scattare la violenza contro i due agenti che sono stati pestati con pugni, calci e una spranga di ferro. I due feriti si trovano ricoverati in gravi condizioni: uno è in coma farmacologico per le percosse subite, l’altro rischia di perdere un occhio. Mentre per i quattro ragazzi (fra cui un solo maggiorenne) è stato confermato il fermo di polizia e le accuse nei loro confronti sono gravi, a partire dal duplice tentato omicidio. Al momento non sono ancora disponibili i referti tossicologici in modo da appurare se il branco abbia agito, oltre che sotto l’effetto dell’alcool, anche sotto l’effetto di qualche droga.Assieme alla condanna per l’episodio, a finire sotto accusa sono state anche questo tipo di feste che, è bene ricordarlo, sono per definizione illegali o, come dice il popolo dei rave, free e cioè libere. A cominciare dal presidente della Regione Toscana Enrico Rossi che ha chiesto un intervento del Parlamento per “consentire ai sindaci di esercitare la loro attività di controllo”. Peccato però che i quattro protagonisti del “pestaggio di pasquetta” non stessero tornando dal rave, ma da una discoteca. E che all’origine della violenza bovina non ci fossero i contestatissimi party ma una notte di sballo nei locali fiorentini à la page. Come riportano le cronache, il branco stava andando e non tornando dalla festa illegale nella città toscana.Anche se il collegamento diretto fra il rave e l’episodio di cronaca è venuto clamorosamente a mancare, quanto accaduto a Sorano ha colpito ed è stato condannato dalla stessa comunità che frequenta e organizza questo genere di eventi. Il loro timore adesso è che la repressione contro i rave da parte delle forze di sicurezza si faccia ancora più massiccia.“I rave party sono sempre stati nell’occhio del ciclone per le loro caratteristiche di libertà e di divertimento non convenzionale – dice un organizzatore di party che non vuole rivelare il suo nome – ma è scorretto associare ai party gli episodi spiacevoli come quello di Grosseto”. Un’opinione condivisa anche da un operatore del Lab 57, un’organizzazione che si occupa di “riduzione del danno” durante le feste: “Quello che è accaduto a Sorano poteva tranquillamente accadere all’uscita di una discoteca o a qualunque altro luogo di aggregazione giovanile. Il problema della violenza cieca non riguarda i rave, piuttosto ha a che vedere con i modelli culturali della società nel suo complesso”. Non è facile entrare in contatto con i protagonisti di quel mondo, i pochi disponibili a parlare lo fanno solo sotto anonimato. “E’ perché le nostre feste sono illegali e siamo sempre sotto la lente della polizia. Anche se non facciamo niente di male”.Insomma il popolo dei party non ci sta a essere associato a quanto accaduto durante la nottata di follia di Grosseto. Eppure il connubio rave-droga-violenza per molti è un dato di fatto. “Non mi stupisce affatto questo tipo di atteggiamento – dice un dj molto famoso nel circuito delle feste – E’ perché siamo un movimento underground, che la gente conosce poco e che i giornalisti declinano con stereotipi del tipo ‘raver drogato e violento’”.Ma che cosa sono esattamente i rave party? “E un movimento che si colloca fra musica e contestazione politica che arriva in Italia dall’Inghilterra nei primi anni novanta”, dice Michele, ex dj della Tekno Mobil Squad, una delle crew più famose in Italia. “Quando organizziamo un rave party, di solito occupiamo uno stabile industriale di una qualche periferia urbana. Creiamo una Taz, una zona temporaneamente autonoma che utilizziamo per il tempo della festa e poi la restituiamo alla città”.L’origine del fenomeno coniugava la musica tecno, le culture giovanili e la protesta politica. Peccato che negli anni questi aspetti siano andati scemando tutto a vantaggio di una cultura dello sballo che di politico ha ben poco. “E’ vero – continua il dj – Ciò che era nato come un movimento underground, quindi per definizione poco diffuso e limitato ad un numero ridotto di persone, è stato gradualmente trasformato in un movimento di massa. La ‘tempesta’ di articoli che dipingevano il rave come un mercato della droga, un ritrovo di spacciatori, ha fatto sì che fosse sempre più frequentato dalle persone interessate esclusivamente a questi aspetti. Questa pubblicità negativa ha favorito l’accesso di un pubblico sbagliato”. Un circolo vizioso che si è andato autoalimentasi e quando si parla di rave, si pensa allo spaccio, al consumo e alle morti per overdose o mix fatali di sostanze. “E’ fuorviante pensare che i rave siano l’unico posto in cui la gente può sballare – attacca l’operatore di Lab 57 – In discoteca succede molto di peggio dove chi consuma droga lo fa in un ambiente poco sicuro per se stesso e per gli altri”.Il Lab 57 è un’organizzazione vicina al mondo dei rave party che si occupa di riduzione del danno. “Quando viene organizzata una festa – racconta l’esponente di Lab 57 – noi contattiamo gli organizzatori e allestiamo una zona di decompressione, al riparo dalla musica assordante, in cui distribuiamo bevande analcoliche e materiale informativo sulle varie sostanze. C’è anche un equipe pronta a intervenire in caso di abuso di qualche sostanza. Questa è quella che noi chiamiamo riduzione del danno”.Anche nel rave di Soriano era presente un’unità come la vostra? “Sì – risponde l’operatore – ma è ovvio che unità di quel tipo, che lavorano con pochissimi fondi, non riesca a intercettare le centinaia di persone che partecipano alle feste”. Dai gabinetti delle sale da ballo milanesi frequentate da veline e calciatori alle atmosfere fumose dei rave party, il binomio festa uguale sballo è sempre più presente. Con buona pace dei pionieri dei rave che pensavano di far passare un messaggio di protesta politica attraverso le casse che sparavano acid house, tecno trance o drum ‘n bass. Il problema è il consumo, non il tipo di festa, commerciale o underground, legale o illegale che sia.

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SER.T - Progetto in collaborazione con ASL di Prato, comune di Poggio a Caiano e Consulta per le politiche giovanili

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http://www.usl4.toscana.it/

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Belluno. In coma etilico a 21 anni: gli amici lo abbandonano su una panchina

IlGazzettino.it - Ha passato la notte alla fermata dell'autobus: era in ipotermia Il sindaco: «Quei falsi amici sono potenziali assassini»

di Stefania Mattea

BELLUNO (27 settembre) - L'alcolismo giovanile in provincia di Belluno è un vero dramma. Proprio ieri l'ennesimo caso, questa volta a Pieve di Cadore. È trascorso poco più di un anno dalla vicenda del quattordicenne agordino ricoverato in coma etilico, e già un altro ragazzo rischia la vita per colpa dell’alcol. Un ventunenne di Auronzo è stato trovato ieri mattina dalla polizia municipale, avvolto in una coperta di lana e coricato sulla panchina della fermata degli autobus in piazza XX Settembre, proprio in centro del paese. Immediata la chiamata al 118 e il ricovero in ospedale. Addosso il giovane aveva solo una maglietta. Era arrivato a Pieve di Cadore per trascorrere una serata in compagnia di undici amici, all’insegna dell’alcol-party. Tutti assieme, dunque, avevano consumato alcolici in grande quantità in tre bar del centro. Ma proprio quelli che lui riteneva «suoi amici» lo hanno abbandonato nel momento del bisogno, senza neanche allertare i soccorsi. «Sembrava morto» - raccontano i vigili intervenuti sul posto - «Era in coma etilico e in ipotermia. Fortunatamente ha ripreso conoscenza ed è uscito dall'ospedale già nella mattinata». L'intervento di una persona del posto, che lo ha avvolto nella coperta, è stato provvidenziale, perchè nonostante sia settembre le temperature notturne registrate in questi giorni sono abbastanza basse. Tanto spavento anche tra gli amministratori locali per un episodio che poteva trasformarsi in tragedia. Dure la parole del sindaco del paese, Maria Antonia Ciotti: «Questi falsi amici sono dei potenziali assassini. Abbandonare un ragazzo visibilmente alterato e in coma etilico su una panchina è un segnale allarmante. Evidenzia una completa mancanza di etica e un'ingiustificabile indifferenza. Anche i gestori dei locali che servono alcolici a persone sbronze hanno una responsabilità». La prima cittadina, scossa e preoccupata per l'accaduto, lancia anche un appello: «L'alcolismo giovanile è una piaga che si sta facendo sempre più grave. Per questo invito le famiglie a vigilare maggiormente sugli adolescenti. Mi auspico che dopo questa vicenda, conclusasi per fortuna senza tragiche conseguenze, non se ne ripetano altre. Da parte mia convocherò al più presto gli esercenti di Pieve di Cadore. Quando un giovane è ubriaco, anche se è maggiorenne, non gli si deve vendere alcol».

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Oltre il Muro

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