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Religione della droga

Hirst

Che le sostanze stupefacenti siano spesso protagoniste della religiosità umana è ben noto: Noi, da bravi occidentali, ci distinguiamo sia nella consueta tendenza feticista ad identificare il mezzo con la meta che nell' abilità nel cercare "il trucco", o per meglio dire la carne e la sostanza pratica della spiritualità. Proprio non riusciamo a glissare sulle "COSE", insomma. Lo mette ben in evidenza Damien Hirst col suo ultimo lavoro.

Per chi voglia dargli un' occhiata:
http://jericho.blogs.com/photos/damien_hirst_new_religion/index.html

Da www.eschaton.it: "...Il concetto di New Religion può essere letto nei due sensi: la medicina come religione e la religione come medicina. Il primo confronto dice qualcosa sull’utopia positivista della modernità, farmacologica o eugenetica, della quale l’artista è testimone. Il secondo si configura come originale (e imprevista) chiave di lettura sul cristianesimo e sulla religione in generale..."

* * *

Allego il saggio tratto da www.eschaton.it qua sotto:

"La Farmacia dell’Immortalità. Riflessioni sull’opera di Damien Hirst."

per Alessio

1.

Tiene tutta in una sorta di altare portatile la recente serie di opere di Damien Hirst Overrated-Artists , New Religion (2005). Un parallelepipedo, dimensioni 79 x 110 x 160 centimetri, dal quale escono un teschio in argento, una croce di pillole, un sacro cuore trafitto da aghi e lame, un’ostia di paracetamolo in marmo, una farfalla sotto vetro e decine di serigrafie. Escono dunque, per miracolo o semplice intervento umano, e distribuendosi in quattro sale formano l’allestimento.
Chest

New Religion è il titolo della mostra (tenutasi a Londra e Venezia), del catalogo, della serie e della singola opera che custodisce la serie. L’opera contenitore, prodotta in tredici esemplari, permetterebbe dunque tredici esposizioni identiche e simultanee, in diverse parti del globo, pronte in scatola da allestire. Musei e gallerie potranno limitarsi ad acquistare o affittare il pacchetto, tutto compreso, prêt-à-porter. Buone notizie anche per i collezionisti, poiché le singole opere della serie sono ancora più numerose: venticinque teschi, cinquanta ostie, centinaia di ogni serigrafia. Lo stesso allestimento veneziano fa coesistere a coppie il teschio, la croce, il cuore e l’ostia, provocando un notevole effetto di straniamento. Come una Zecca impazzita, il secondo artista vivente più quotato al mondo si diverte a produrre opere multiple, abbassa i prezzi, vende su grande scala.

Se c’è un artista che non si fa intimorire dalla riproducibilità tecnica è proprio Damien Hirst. Della perdita dell’aura – l’alone metafisico che distingue l’originale dalle sue copie, del quale Benjamin raccontava la perdita nei primi anni del Novecento – parrebbe non importargli davvero nulla. Nel 2004, Charles Saatchi Art-Scene-in-Dubai Feb-08 volle vendere The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991), il celebre squalo conservato sotto formaldeide, e poiché il cadavere andava deteriorandosi, con squisito candore Hirst propose di sostituirlo. Così, dentro la stessa teca di vetro, in una nuova soluzione chimica, nuota ora un nuovo squalo morto, battezzato con il nome del suo predecessore. Per otto milioni di sterline venne venduta una riproduzione dell’opera: ma questa riproduzione è in effetti l’opera stessa. Nessuno si è più chiesto che fine abbia fatto lo squalo precedente, né come siano stati fisicamente smaltiti quei cinque metri di pesce putrefatto.

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La sostituzione è stata effettuata con il pretesto che in sostanza l’opera sarebbe restata la medesima, proprietaria della stessa aura dietro il cangiare della materia, platonicamente identica oltre il divenire dei fenomeni. Si tratta però di due squali distinti, localizzati in spazi differenti: come potrebbero essere la stessa cosa?

In questo paradosso coesistono una poetica, una strategia economica e una teologia – un intreccio che in New Religion sarà ancora più esplicito. In questione si trova, per così dire, l’ontologia dell’oggetto artistico. Lungi dall’essere una questione anodina, o un vago gioco intellettuale, questa ontologia determina il valore di mercato del secondo squalo, e il decadere del primo dallo status di opera d’arte. È proprio l’identità sostanziale tra i due oggetti apparentemente distinti il canale di trasferimento del valore dall’uno all’altro. L’artista autenticò la consustanzialità dei due squali con le seguenti parole: «It’s the same piece.» Formalmente, un atto linguistico dotato di forza illocutoria: come il verdetto di un tribunale, la nomina di un ministro, o la consacrazione eucaristica effettuata dal sacerdote.

In effetti, la sostituzione dello squalo è misteriosa esattamente quanto la presenza di Cristo nell’Eucaristia. Si potrebbe persino tacciare di una certa superstiziosa dabbenaggine il compratore, che ha seriamente creduto di acquistare l’opera originale. Gli viene in soccorso appunto la teologia, dato che questo scollamento della sostanza dalla materia sensibile coincide con la teologia sacramentale stabilita dal Concilio di Trento, in particolare nella sessione 13 del 1551. Qui la consacrazione del pane e del vino durante la messa implica la trasformazione, invisibile ma verissima, in corpo e sangue di Cristo. Nello stesso modo, rivendicando l’originalità del secondo squalo, Damien Hirst lo stava effettivamente transustanziando.

«It’s the same piece» non è una formulazione granché diversa da «Hoc est corpus meum». Di certo è altrettanto incredibile. Da un punto di vista logico, l’artista stava mentendo, perché il primo squalo e il secondo non coincidono. Più realisticamente, si deve ammettere che Hirst, il compratore e il venditore dell’opera fossero concordi nel riferirsi a un modello ontologico locale. I contraenti accettavano per serissimo gioco gli assiomi fondamentali di un mondo artificiale, un Iperuranio popolato dalle opere d’arte in sé. L’inspiegabile transazione riguardava la proprietà di una sostanza immateriale, e non meno sostanza in quanto immateriale.

Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, l’aura non è dunque scomparsa, ma si è nascosta altrove. Ciò che permane («sub-stantia») dietro le metamorfosi, le falsificazioni, i restauri, le copie – è semplicemente il concetto. L’artista può così riprodurre all’infinito le sue opere senza timore di dissolverne la sostanza: così come l’indefinita ripetizione del sacrificio sacramentale di Cristo durante il rito cattolico non diluisce il valore del sacrificio storico, ma addirittura s’identifica ad esso, nello stesso modo la moltiplicazione delle istanze dell’opera d’arte non ne prosciuga il concetto. Damien Hirst ha avuto modo di dichiararlo, in occasione della sostituzione dello squalo: l’opera d’arte non è nient’altro che il concetto. I musei sono le caverne dove se ne proietta l’ombra. Le centinaia di copie di una serigrafia sottolineano l’inconsistenza dell’oggetto materiale, puro feticcio e strumento di ritorno economico.
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Hirst può essere detto artista concettuale in virtù di una certa strategia economica; ed è questa strategia economica, nello stesso tempo, la sua poetica. Hirst è artista concettuale perché produce (e vende) concetti. Concetti, la cui incarnazione materiale è in fin dei conti accidentale. Concetti, il cui valore economico è infinitamente frammentabile. Per questo motivo, non soltanto le opere di New Religion sono state prodotte in più copie, ma inoltre escono dalla scatola con allegato un elementare sistema di fruizione: un pugno di frasi del comunicato stampa sul rapporto tra medicina e religione. New Religion è innanzitutto – in origine ovvero in sostanza – un’idea. Resta dunque da stabilire se sia una buona idea.

2.

Se misurassimo il valore dell’opera d’arte con i medesimi criteri con i quali si giudicano le teorie scientifiche, dovremmo premiare lo sforzo mimetico capace di maggiore potenza predittiva. Una metafora può dimostrarsi straordinariamente esatta, e questo ben oltre i limiti della realtà circoscritta che il suo artefice intendeva rappresentare.

Quando Damien Hirst vagheggia un cortocircuito tra medicina e religione cristiana, verosimilmente non coglie fino in fondo quanto il concetto sia fecondo. Le interpretazioni che l’artista ha dato di New Religion si arrestano all’idea della medicina come religione moderna o postmoderna, illusione che contrasta l’incubo della morte; ma l’opera non si fa circoscrivere in questa esegesi parziale. L’elementare modello eretto da Hirst dimostra un’effettiva capacità di rappresentare la sotterranea e antichissima convergenza tra medicina e religione. L’intuizione artistica ricostruisce in un semplice gesto del pensiero una moltitudine di fatti empirici, e addirittura esce corroborata dal confronto con la millenaria tradizione letteraria del cristianesimo.

Il concetto di New Religion può essere letto nei due sensi: la medicina come religione e la religione come medicina. Il primo confronto dice qualcosa sull’utopia positivista della modernità, farmacologica o eugenetica, della quale l’artista è testimone. Il secondo si configura come originale (e imprevista) chiave di lettura sul cristianesimo e sulla religione in generale. Questi due confronti, o queste due declinazioni dello stesso confronto, non si svolgono nella dimensione superficiale della somiglianza, ma assai più profondamente. Con una mossa che vorrebbe essere radicale o provocatoria, Hirst sta semplicemente ricucendo un legame che era stato rotto. Provocazione davvero sui generis, che riattualizza il messaggio evangelico! Ma com’è noto agli artisti come agli apostoli, non c’è scandalo più grande della verità.
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L’incontro tra medicina e cristologia, tra farmacia e immortalità, non è un’invenzione di Damien Hirst. Il fatto che l’artista l’abbia ricostruito a ritroso, seguendo altre strade e altre suggestioni, è senza dubbio sorprendente. Più che di coincidenza sarebbe il caso di evocare un termine di sapore romantico: intuizione. D’intuizione è doveroso parlare, e non di banale motto di spirito, di fronte alla grande pastiglia di paracetamolo in marmo scolpito intitolata The Eucharist. Alla somiglianza superficiale degli elementi rappresentati (il primo nella figura, il secondo nel nome) si aggiunge l’eco di un’antica formulazione di Sant’Ignazio di Antiochia, martire del secondo secolo, primo successore di Pietro alla carica di vescovo di Antiochia.

«Pharmakon»: così veniva definito il pane eucaristico da Ignazio nella sua lettera agli Efesini. Il vescovo siriaco usava questo termine medico nella convinzione che l’Eucaristia fosse un antidoto alla morte, un farmaco d’immortalità. Ma con il termine pharmakon si usava definire non soltanto una medicina (o una droga, o un veleno) ma inoltre la vittima umana, l’homo sacer il cui sacrificio guariva la comunità negli antichi culti pagani. Dalla lingua greca Ignazio raccoglie un doppio senso e gli dà uno statuto di verità: l’ambiguità semantica non è qui un imprevisto o una semplice figura, ma un’immagine della realtà duale del pharmakon: Cristo sacrificato e pane che guarisce. Il concetto di New Religion sta tutto in questo gioco di parole.

Il vangelo di San Marco già garantiva il potere medicinale della fede cristiana, ove si assicura che coloro che avranno creduto «anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male». All’inizio del terzo secolo Ippolito ribadirà che ricevendo l’Eucaristia si diventa immune a qualsiasi veleno mortale. Viceversa, nella descrizione dei misteri pagani da parte di autori cristiani, ad esempio negli scritti di Firmico Materno, si trova un riferimento ai loro beveraggi misteriosi come veleni mortali. Non solo di morte e d’immortalità spirituale si tratta, non soltanto di figura retorica: poiché l’adesione alla dottrina cristiana determina un’immortalità precisamente materiale. Pertanto, l’avvelenamento metaforico dello spirito si ripercuote effettivamente sulla carne, e il rimedio metaforico è un rimedio reale.

Ciò che entro la storia si presenta come immagine (il pharmakon guarisce l’anima invece del corpo), oltre la storia si mostra come vero alla lettera: il pharmakon salva effettivamente il corpo. La medicina metaforica è dunque una medicina in senso proprio; la medicina delle medicine, la panacea universale. La figura medicinale è l’impalcatura della soteriologia cristiana, e prima ancora che all’Eucaristia la si trova riferita a Gesù Cristo medesimo – che può essere definito il «principio attivo» del pharmakon. San Giovanni, che pure è l’unico tra gli evangelisti a non riferire alcunché sull’istituzione dell’anamnesi eucaristica durante l’ultima cena, in un paio di passi lascia che Cristo si descriva come cibo spirituale che dona l’immortalità.
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L’efficacia farmacologica del pasto eucaristico viene evocata in diverse testimonianze cristiane dell’antichità. A partire dal decimo secolo i miracoli eucaristici riguarderanno massicciamente la presenza reale (ostie sanguinanti e via dicendo), mentre i miracoli dell’epoca patristica sono alquanto differenti, e, se confrontati a quelli medievali o moderni, persino poco miracolosi. L’eucaristia addirittura, come ogni medicina che si rispetti, presenta controindicazioni: mal di testa, allucinazioni, nausea. Cipriano di Cartagine nel terzo secolo racconta di una bambina che rimette l’ostia consacrata, perché il suo stomaco sarebbe stato in precedenza profanato dall’involontaria ingestione di cibo da una libagione di apostati. Chissà se prima di concepire The Eucharist Damien Hirst aveva consultato il libretto del paracetamolo, per cogliere una così segreta somiglianza.

3.

Anticamente, sacerdoti e medici erano una sola cosa. Le norme d’igiene prescritte nel Levitico e nel Talmud stabiliscono una distinzione teologica tra puro e impuro che trova un frequente riscontro nella medicina moderna; e nei templi greci sopravvisse fino al terzo secolo la medicina sacra degli Asclepiadi. La separazione tra medicina e religione nasce da un malinteso; dalla erronea convinzione che la religione appartenga alla sfera privata, che si tratti di un conforto della psiche, laddove la medicina conforterebbe il corpo. C’è in verità una dimensione corporea – addirittura biopolitica – della religione. Troppo spesso i cristiani dimenticano che ciò che è stato loro promesso non è la salvezza dello spirito, ma la risurrezione nella carne. E troppo spesso dimenticano che questo effetto risulta da una procedura rigorosamente alimentare che va sotto il nome di comunione. La salvezza va assunta per via orale, e questo per ragioni che in passato poterono essere scientificamente plausibili, almeno sul piano figurale.
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La comunione (in greco koinônia) ha senza dubbio anche un carattere simbolico e una funzione sociale. Il termine greco si usava solitamente nel senso di società o comunità, e in questo senso lo usa ad esempio Aristotele quando definisce la «koinônia politike» – ovvero la «societas civilis», tema fondamentale della tradizione politica occidentale. Ma il senso più profondo della koinônia, dal quale deriva anche il senso politico, è la partecipazione ontologica. La comunione è in questo caso la condivisione di uno stesso elemento (in Platone, di una certa sostanza) da parte di più individui. Non c’è koinônia senza la condivisione di qualche cosa, carattere o forma. Questo possesso condiviso rende in qualche modo somiglianti i membri della comunità, o piuttosto li accomuna nella somiglianza.

C’è una parola in greco, per definire quella tessera posseduta dai diversi membri di una setta, che testimoniava della loro appartenenza, ed è «symbolon». Simbolo era già la circoncisione prescritta dal Signore agli ebrei, operazione ad un tempo rituale e medica (previene fimosi, infezioni balano-prepuziali e tumori). Anche l’Eucaristia ha potuto essere definita un simbolo, un simbolo che il fedele accoglie e nasconde nel proprio corpo, nella propria carne e nel proprio sangue. Una segnatura chimica, che renderà riconoscibile il cristiano nel giorno del Giudizio. Una mutazione genetica che subito prende a trasformare la carne mortale in carne gloriosa, a marinare il corpo in una sorta di formaldeide spirituale.

Scorre qualcosa di simile nel sangue di ogni cristiano. È proprio una somiglianza tra i credenti e di ogni credente con Cristo a costituire la comunità cristiana. La dimensione politica della koinônia si lega dunque intrinsecamente a quella ontologica; e questa a sua volta si manifesta in una dimensione fisiologica che annuncia la dimensione soteriologica. Al di là delle millenarie e ingannevoli dispute su realismo o figuralismo nel rito eucaristico, sulla lettera e sullo spirito della promessa d’immortalità, il processo nutrizionale è stato parte integrante della dottrina cristiana della salvezza. In effetti la comunione con Cristo avviene appunto per assimilazione del suo corpo e del suo sangue: si tratta propriamente di «unione con il suo sangue» (scrive Ignazio ai cristiani di Filadelfia), come una trasfusione del sacrosanto sangue. L’immortalità corporea che consegue si configura come compimento meta-fisiologico della carne.
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Per San Paolo, la partecipazione alla vita comunitaria della Chiesa, ovvero ai suoi riti, tra i quali innanzitutto la «Cena del Signore», garantisce la salvezza in Cristo. Ma è nel momento alimentare – quando l’organismo giunge a condividere il corpo e il sangue di Cristo – che ogni cosa converge. Scrive l’apostolo ai Corinzi: «Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo?». Questo detto così citato è raramente compreso nella sua particolare sintassi, nella sua etimologia, nel suo senso profondo.

I cristiani e Cristo sono in comunione per via del calice e del pane, che a loro volta sono in comunione con il sangue e il corpo di Cristo. Cristo e i cristiani – o meglio, Cristo e la Chiesa – si assomigliano perché in essi scorre lo stesso sangue. Si tratta di una assimilazione del sangue nel sangue in senso materiale, proprio del paradigma della medicina coeva. Oltre tre secoli prima di Cristo, Ippocrate aveva stabilito un collegamento tra l’assunzione di vino e la produzione di sangue (prescrivendolo alle donne mestruate), e meno arditamente Galeno, nel secondo secolo dopo Cristo, produrrà varie teorie sul rapporto tra nutrimento ed effetti sull’organismo. È in questo contesto epistemico che vanno collocati i riferimenti alimentari di Paolo e Giovanni, le metafore farmacologiche di Ignazio e Ippolito, e tutta la chimica della salvezza dei cristiani antichi.

Di questi riscontri testuali, Damien Hirst non ha palesato alcuna consapevolezza. New Religion non è nata dalla lettura dei Padri della Chiesa o dallo studio della teologia cattolica. Se l’artista ha potuto costruire un parallelo tanto azzeccato, di tutta evidenza ha saputo trarlo altrove. Non dalla storia, bensì sedimentato nella contemporaneità, ancora visibile sulla superficie del presente. Ha generato un concetto – la sua opera d’arte – e questo concetto si è mostrato produttivo. Dal confronto empirico con la storia della dottrina cristiana non è stato falsificato. Di certo questo concetto, rinchiuso in un altare portatile e in un pugno di opere seriali e kitsch, non ha terminato di suggerire riflessioni sul rapporto tra medicina e religione, metafisica e società, arte e verità.

La New Religion è una secolarizzazione dell’aspirazione cristiana all’immortalità. Ed è dunque logico che all’artista sia bastato traslitterare le antiche promesse e le antiche leggende in un alfabeto di pillole. Dalle enciclopediche serigrafie che raccontano gli episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento con flaconi e capsule e pastiglie e formule, sembrerebbero ancora da decifrare enigmatici rapporti farmaco-teologici, sebbene Hirst abbia ammesso (candidamente, come sempre) che nella maggior parte dei casi l’accostamento risulta casuale. Si evita così, fortunatamente, un gioco che avrebbe finito per essere didascalico e presto noioso. Addirittura le quattordici stazioni della croce (che già ispirarono ad Alfred Jarry una surreale corsa in bicicletta) intitolano quattordici serigrafie che evocano episodi biblici non direttamente legati alla Passione, se non per accostamento tipologico – in piena tradizione patristica.
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Resta il concetto, enorme e vaghissimo, semplicissimo: medicina e religione possono essere, sono state e presto saranno una sola e unica cosa. I due sistemi sono reciprocamente traducibili; e dove non arriva la farmacia si spinge la biotecnologia, come nel progetto raeliano dell’immortalità per clonazione. L’immortalità, alla fine, è tutto ciò che l’uomo ha sempre sognato. E se non bastassero la fede cristiana e quella positivista, ci si potrà perlomeno accontentare dell’arte. Come Damien Hirst, con le sue opere prodotte in centinaia di copie, inflazione calcolata che ovunque effonde il suo marchio, unico tipo impresso su centinaia o migliaia di antitipi. Come il nostro amico squalo, morto e imbalsamato, putrefatto e sostituito: sostanzialmente eterno –

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Il Superenalotto, dove non vince mai nessuno, non è la stessa cosa

Freud e Biancaneve avevano ragione. E aveva ragione anche Gafyn Llawgoch, il pensatore anarchico gallese: «Per comprendere un’epoca bisogna interpretare i suoi sogni. Un popolo felice spera di migliorare la propria condizione, un popolo infelice vuole cancellarla».

In sintesi - e per attenersi alla formulazione dei primi due - «i sogni son desideri di felicità».

Ma per misurare i nostri, di sogni, la strada migliore è capire come scommettiamo.

 

Nel 2009 in Italia hanno giocato 42 milioni di persone. Praticamente tutti.

Per avere i numeri vincenti un milione e 300mila (di cui 100mila minorenni) si è rivolto ad astrologi e stregoni. Ricevitorie e sale gioco sono oltre 16mila, più degli uffici postali. Una forma di tassazione volontaria grazie a cui lo Stato ha incassato 9 miliardi di euro, come per lo scudo fiscale.

Sarebbe più onesto inventarsi una lotteria sull’Irpef.

A parte la mafia, il gioco è la quarta industria dopo Fiat, Telecom, Enel e Ifim. Il risultato è che, ormai, per entrare in una tabaccheria ci vuole il machete. In ogni anfratto si ammassa una folla che

allunga schedine, gratta Gratta&vinci e dà gomitate perfino ai disperati compari incatenati alle slot machine.

Vent’anni fa era tutto diverso. Se nel 1990 si avevano tre occasioni di gioco a settimana, oggi (senza contare il gioco online) sono quindici. Esistevano soltanto Totocalcio e Lotto. Il primo si

giocava il sabato, 1 X 2, perché le partite erano di domenica. Si vinceva abbastanza spesso, con il 12 e con il 13, ma mai cifre mostruose, un miliardo faceva notizia. Al Lotto, invece, si giocavano i numeri sognati. Poi, una sera a settimana, c’era l’estrazione in tv - noiosa, bulgara, poetica - che culminava

nel mantra «Napoli, secondo estratto».

La miriade di giochi germinati dalla liberalizzazione degli anni 90 e dalla Finanziaria 2007 può essere suddivisa in tre tipologie: slot machine, “Win for li- life” e Superenalotto. Esprimono sogni diversi, ma tutti ugualmente rivelatori. Le prime sono la scossa ritmata ai neuroni che fa svanire l’oggetto del desiderio (la vincita) per sospendere il tempo e trovare la sintesi tra brivido della roulette e raffica dello zapping.

Per questo, incatenati alle macchinette, ci sono soprattutto gli anziani, quelli che attendono la morte. O i tossici. E a volte di notte capita - a me è capitato - di dare un euro a uno che ti aiuta a fare

benzina, immaginare che vada a farselo e incontrarlo mezz’ora dopo che se lo gioca alle macchinette. “Win for life”, al capo opposto, promette una rendita di 4mila euro al mese per vent’anni (presto ne faranno un format tv). Esprime l’aspirazione rétro del «Se potessi avere mille lire al mese», il sogno

resuscitato del posto fisso, di diventare tutti rentier e ritirarsi dalla lotta per la sopravvivenza. Infine, c’è il Superenalotto dove non vince mai nessuno, ma che permette a ognuno di sperare in vincite abnormi, non per comprarsi la casa, mettersi in proprio o togliere la zia dall’ospizio, ma per trasformarsi all’istante in un oligarca russo.

lSogni che esprimono, tutti, una volontà di annichilimento assoluta, in cui svanisce l’abilità di indovinare o intuire, e ci si abbandona al dio Culo, l’unica entità ancora onnipotente.

Gafyn Llawgoch osservava preoccupato l’esplodere delle scommesse alle corse dei cani tra i minatori

di Cardiff. Nulla in confronto a oggi.

In Manifesto per un mondo che non c’è (1926) scriveva: «Respiro ovunque, intorno a me, l’alito dell’autodistruzione. Come scrive il mio amico poeta, Junichiro Kawasaki: “L’uomo che vuole volare è

un uomo che vuole morire”».

Giocomo Papi, Repubblica

 

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Arte e droga

La droga come mezzo per allentare i freni inibitori e liberare la creatività dalle pastoie del razionalismo: è forse per questo che nel mondo dell'arte la cultura della droga ha avuto molti profeti, molti teorici, e molti praticanti.

Senza cadere necessariamente nel mito dell'artista maledetto e nello stereotipo del "genio e sregolatezza", è luogo comune che il binomio droga-creatività abbia un suo ruolo di una certa rilevanza nella produzione artistica di ogni tipo, arte visiva, musica, letteratura e che gli artisti non abbiano particolari preclusioni mentali o aprioristici tabù sull'uso di droghe leggere, come l'alcol, o veri e propri stupefacenti. Ovviamente ciò non significa che ne consumino, anche se in molte epoche alcune categorie di artisti hanno fatto ampio uso di droghe: per esempio la marijuana era molto diffusa nella Lousiana e in particolare nella New Orleans degli anni '20, quando nei circoli e nei ghetti della gente di colore stava nascendo il jazz, ma hanno fatto uso di cannabis, traendone impulso ispirativo per le loro opere, anche personaggi colti e famosi come Charles Baudelaire, Theophile Gautier, artista poliedrico e visionario cui Baudelaire dedicò "Les Fleur du mal", il pittore Fernand Boissard ed anche Kant e Balzac (Gautier ha lasciato un lucido racconto della sua esperienza). L'assunzione di una droga come l'LSD per esempio ha in genere la prerogativa di potenziare le capacità percettive del soggetto, amplificando le sensazioni, permettendogli di compiere esperienze interiori più profonde di quelle normali e facendogli quindi acquisire delle "conoscenze", seppure anomale ed innaturali, che arricchiranno le sue capacità espressive, confluendo nel prodotto artistico. "Ma - dice Fausto Petrella,"Follia e creativita'", 1999 - l'attività artistica poi richiede un momento di formalizzazione. Quindi, se uno è confuso, più che porcherie non riesce a fare, dal punto di vista strettamente artistico. Non è che la confusione sia un buon sistema. Quindi bisogna che l'io che dipinge guardi, con tutta la sua capacità costruttiva, all'esperienza fatta ........ La creatività implica un certo grado di lucidità dell'io. Qualcuno ha parlato di un io regredito, cioè di una regressione a servizio dell'io. Cioè occorre che l'io sia in grado di maneggiare la sua regressione. Se ne è sommerso, ovviamente non riesce a produrre gran che." Anche Theophile Gautier, come pure Baudelaire, esprime perplessità verso l'utilizzo di droghe per potenziare le capacità creative, a favore di una cretività autonoma e cosciente. Alla fine dell' '800, la droga più diffusa, che costituisce un alone di perdizione suggestivo ed affascinate per ogni artista che voglia essere tale, è l'assenzio molto diffuso ed abusato, a cui si fanno risalire molte morti soprattutto in Francia. E' la droga dei bohemiens, a basso costo, di facile reperibilità, è un po' lo status simbol dell'artista romantico ed incompreso dalla società, trasgressivo ed oppositivo verso i valori borghesi, è la droga di Degas, di Manet, che dipingono celebri quadri dedicati ai bevitori d'assenzio, come faranno anche Toulouse Lautrec, Van Gogh, Picasso, Gauguin, è la droga di moda che diventa una vera e propria piaga sociale non solo circoscritta all'ambiente artistico, finché nel 1915 l'uso dell'assenzio viene proibito per legge. All'interno del mondo dell'arte la cultura della droga ha avuto molti profeti, molti teorici, e molti praticanti: muore di droga Amedeo Modigliani, già minato dall'alcol e dalla tisi, come altri artisti della Scuola di Parigi, circolano droghe tra gli artisti della beat generation, che si riconosce in droga, alcool, sesso, musica jazz, per la quale l’uso dell’alcool e della droga permette esperienze di coscienza vicine al buddismo zen, tra gli artisti dell'Espressionismo astratto, tra quelli dell'America degli anni '60, pervasa dalla filosofia hippy dei figli dei fiori ma anche dalla marijuana e dagli allucinogeni, tra gli aderenti all'Arte Psichedelica che non hanno remore nell'ammettere uso di droga, nell'entourage della Factory di Andy Warhol , dove muore di droga a 27 anni Jean Michel Basquiat, e muore di droga Frank O'Hara, uno dei primi fan di Jackson Pollock, curatore artistico al Museum of Mordern Art, compagno del pittore Larry Rivers. Oggi Damien Hirst, uno tra i più trasgressivi artisti moderni, si racconta senza pudori, parlando anche del suo rapporto con la droga in un "Manuale per giovani artisti" ("L’arte raccontata da Damien Hirst", di Damien Hirst e Gordon Burn). Non essendo questo il luogo in cui fare del moralismo, si può rilevare come la droga, nel campo dell'arte, funzioni analogamente ad alcune forme di malattia mentale (per esempio la schizofrenia), permettendo, attraverso l'allentamento dei freni inibitori, di attuare legami e correlazioni tra idee anche lontane tra loro, rafforzando quindi la capacità creativa ed immaginifica del soggetto, creando il pensiero "allusivo", inteso come capacità di unire in un unico concetto contenuti distanti per qualsiasi individuo "normale", superando per questa via le contraddizioni rilevabili dal pensiero razionale

Vilma Torselli, Le guide di Dada.Net

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Ma al nord drogarsi serve soprattutto per sopravvivere

il manifesto del 31 Agosto 2008
DIPENDENZE
Ma al nord drogarsi serve soprattutto per sopravvivere
Nei cantieri come negli uffici aumenta l'uso di sostanze stupefacenti
Marco Dotti

Il fatto che il nord sia diventato - e non da ora - una sorta di centrale di smistamento e riciclaggio a cielo aperto per soldi sporchi, ex funzionari socialisti, droghe vecchie o nuove e rifiuti tossici, non è un mistero per nessuno. Salvo poi accorgersi, quando davvero si prova a guardare dentro la fantomatica «parte produttiva» del paese, che le cose non sono né così semplici come la vulgata bipartisan vorrebbe far credere, né così felici come ci si potrebbe aspettare da un contesto sociale ed economico dove Pil, consumi e reddito pro capite - dati alla mano - sono quasi il doppio rispetto a quelli del resto d'Italia.
Che al nord le cose "funzionino" sarebbe invece comprovato - stando alle parole della chiassosa minoranza di «giovani imprenditori» che, dal loft del Pd ai consigli di amministrazione delle aziende municipalizzate, si levano all'unisono - dall'efficienza dei protocolli ospedalieri, da vecchie strade e nuove autostrade intasate ma esistenti, dai cartelli delle «Grandi Opere» che da anni fanno bella mostra di sé noncuranti degli scempi e delle devastazioni che si apprestano a provocare, dalle file di capannoni vuoti finanziati dalla Tremonti bis, e soprattutto dalla piccola e media impresa che prospera, paga le tasse, sfrutta ma in fin dei conti "produce". Sono in molti a ripeterlo, incuranti della retorica e della malafede: è a questa parte del paese che ci si deve uniformare per qualità del lavoro, trasparenza della pubblica amministrazione e, soprattutto, efficienza dei servizi, poco importa se malgestiti da cooperative bianche o peggio ancora da privati. Eppure basterebbe guardare di tanto in tanto in basso o viverci, in questo nord tanto etereo e indistinto che rischia di essere confinato alla vuota geografia mentale dei nuovi Metternich di Pdl e Pd giosamente uniti, per comprendere che le cose non funzionano per nulla. Basterebbe osservarlo da vicino per capire che in queste, come in altre regioni «produttive» d'Europa, non sempre la disperazione si colora di nero, ma assume le tinte caleidoscopiche e sgargianti dell'indebitamento al consumo, dell'edonismo spicciolo e di una tossicomania dilagante che ha trasformato il fenomeno «droga» in un vero e proprio rischio sociale, non solo e non tanto per il «consumatore», ma soprattutto per chi anche casualmente gli si trova accanto, per strada o sul posto di lavoro.
Statistiche, in questo campo, è difficile e forse anche inutile farne ma stando a neppure troppo recenti proiezioni delle polizie locali, nel bresciano su dieci persone che si apprestano a mettersi al volante, almeno sette sono o sono state nelle precendenti ventiquattro ore sotto effetto di sostanze psicotrope, cocaina in testa. Il dato è interessante, ma ancora una volta si corre il rischio di considerare il fenomeno come una patologia in seno al sistema e non come una deriva patologica del sistema stesso. La tendenza delle autorità, in casi simili, è quella di incrementare oggi i controlli sulle strade con il Rapiscan o altri strumenti, provando domani a introdurli nelle scuole e, se non troppo controproducente per le alte dirigenze, anche negli uffici pubblici e in quelli di selezione del personale.
Senza bisogno di dati, affidandosi a un più sicuro livello empirico, sono però in molti e non solo nel bresciano, a chiedersi tutte le mattine mentre escono di casa per recarsi al lavoro, da chi e come dovranno guardarsi le spalle e se riusciranno a riportare a casa la pelle (non è ancora chiaro, ad esempio, quanti fra i numerosissimi infortuni sul lavoro specie nell'edilizia lombarda abbiano come concausa le disattenzioni di colleghi, disattenzioni frutto di alterazione da alcool o altre sostanze). L'uso di «dopanti» è diventato un fenomeno endemico e strutturale, un adattamento artificiale agli altrettanto artificiali ritmi produttivi e di vita imposti dalla flessibilità dei nuovi modelli imprenditoriali e dalla conseguente riorganizzazione sul piano del lavoro. Resta quanto meno da chiedersi - al di là della oramai invecchiata contrapposizione tra repressione e «riduzione del danno» - che ne sarebbe di città come Brescia, Treviso o Milano, dei loro uffici, delle loro piccole imprese e dei loro tanto decantati modelli se all'improvviso si bloccassero il traffico o il consumo di droghe di ogni sorta. In un suo libro ingiustamente passato sotto silenzio, No drugs, no future. Le droghe nell'età dell'ansia sociale, pubblicato da Feltrinelli nel 2004, il sociologo Günter Amendt offriva una prima, per nulla paradossale, risposta al problema.
Il sistema socioeconomico nel suo insieme, sosteneva Amendt, semplicemente si bloccherebbe. Schiere di lavoratori indefessi e di manager inflessibili, chirurghi insonni e manovali stakanovisti, autisti e direttori di banca si ritroverebbero alle prese con una congerie di problemi esistenziali e, probabilmente, aumenterebbero drasticamente le prescrizioni mediche di ansiolitici e antidepressivi e si arriverebbe al collasso della spesa sanitaria. Per quanto drammatica, la previsione di Amendt non fa una piega. Da un lato, lo Stato non può, per naturale vocazione altrimenti imploderebbe, aprire troppo le magli dei divieti e autorizzare deliberatamente il consumo, dall'altro senza questa forma di automedicazione e di autoprescrizione che alimenta il mercato informale quasi nessuno nel paradiso del nord saprebbe più reggere l'urto di un sistema di lavoro che, non solo nei ritmi diretti ma anche in quelli indiretti imposti alla vita familiare e coniugale, si presenterebbe col suo vero volto. Non guardare quel volto, almeno per ora, sembra convenire un po' a tutti.

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Contenuto Redazionale Il gioco d’azzardo tra normalità e patologia nella società italiana degli ultimi anni

“La società favorisce la dipendenza dal gioco con due meccanismi: la proliferazione dello stress, del vuoto, della noia, la tendenza alla immediata soddisfazione con gli appositi strumenti” , Fernandez, 1996

Il gioco d’azzardo legale sta assumendo negli ultimi anni in Italia delle dimensioni che definire enormi non è sufficiente a quantificarne l’entità e sta provocando dei danni umani e sociali molto gravi. Per dare un’idea qualche numero.
Nel 2006 sono stati spesi nel gioco d’azzardo (legale: quello illegale è fuori da queste cifre!) 30 miliardi di euro. Per il 2007 erano stati previsti 40 miliardi e ne sono stati spesi 42. 42 miliardi sono una cifra corrispondente a 2 finanziarie! Per il 2008 si prevede una spesa di 50 miliardi. Il gioco d’azzardo è frequentato da moltissimi italiani. Tra essi si contano 700.000 “giocatori patologici”: 700.000 tragedie, 700.000 famiglie rovinate. Cosa viene fatto per prevenire tutto questo? Al contrario come contribuiscono i mass media alla creazione di questo dramma?

Introduzione
Il gioco è sempre stato presente nella storia dell’uomo e abbiamo tutti i motivi, penso, per considerarlo un fatto non solo normale, ma anche necessario.
Quali sono i principali meccanismi del gioco?
O meglio come potremmo suddividere i giochi?

Agon (abilità): gli scacchi, gli sport, ecc
Imitazione: i giochi che abbiamo fatto da bambini quando giocavamo ai cow-boys e gli indiani, che facciamo ora come i giochi di ruolo on line o dal vivo.
Vertigine: il lancio dal ponte con l’elastico, il volo sportivo, il parapendio, ecc
L’azzardo
Misti

L’azzardo o alea (alea = dadi)
Definizione del gioco d’azzardo:
si tratta di una attività di gioco in cui il giocatore non ha alcuna possibilità di influire sul risultato del gioco ed in cui vengono investiti dei beni di vario genere.
Ma siamo proprio convinti che il giocatore non ha “alcuna possibilità di influire sul risultato”? Crediamo ai numeri che ci danno in sogno i parenti dall’aldilà? Perché giochiamo i numeri ritardatari al lotto? Come gettiamo i dadi? Facciamo riti scaramantici?
Qualche esempio di gioco d’azzardo:
lotto, totocalcio, scommesse sportive, sale corse, vari giochi di carte, casinò, casinò on line, slot machine, tombola, bingo, borsa on line, bische clandestine, lotterie, gratta e vinci.
Questo elenco contiene, senza distinzione giochi molto diversi. Questi giochi antichi e moderni, manuali ed elettronici, più o meno possono dare dipendenza.

La dipendenza
Ma definiamo prima la questione della dipendenza.
Un gran numero di persone gioca e lo fa senza perdere il controllo, senza mettere in gioco delle quantità dei suoi beni “eccessiva” rispetto alle sue possibilià economiche.
Questi li possiamo definire “giocatori sociali”.
Una parte dei giocatori, che potremmo definire “problematici”, gioca in maniera regolare ed impegna nel gioco una quantità di soldi piuttosto consistente.
La terza categoria è quella dei “giocatori patologici”: essi vengono descritti dal DSM IV (il teso considerato internazionalmente quello di riferimento nel campo della psichiatria) come quelli che presentano:
A) persistente e ricorrente comportamento di gioco d’azzardo maladattativo come rappresentato da almeno 5 di questi punti:
1) è eccessivamente assorbito dal gioco d’azzardo
2) ha bisogno di giocare d’azzardo con quantità crescenti di denaro per raggiungere l’eccitazione desiderata
3) ha ripetutamente tentato senza successo di controllare, ridurre o interrompere il gioco d’azzardo
4) è irrequieto o irritabile quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo
5) gioca d’azzardo per sfuggire problemi o per alleviare un umore disforico
6) dopo aver perso al gioco, spesso torna un altro giorno per giocare ancora rincorrendo la proprie perdite
7) mente ai membri della famiglia, al terapeuta o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nel gioco d’azzardo
8) ha commesso azioni illegali come falsificazione, frode o furto o appropriazione indebita per finanziare il gioco d’azzardo
9) ha messo a repentaglio o perso una relazione significativa, il lavoro oppure opportunità scolastiche o di carriera per il gioco d’azzardo
10) fa affidamento su altri per reperire il denaro per una situazione finanziaria disperata provocata dal gioco d’azzardo
B) Il comportamento di gioco d’azzardo non è meglio attribuibile ad un episodio maniacale.
Naturalmente la quantità di soldi “significativa” va proporzionata alle condizioni della singola persona. Per una persona che guadagna 1500 euro al mese un impegno di cifre dell’ordine di 500-1000 euro o più, non abbiamo alcuna difficoltà a definirlo eccessivo e potremmo riscontrare quindi i parametri per definire questa persona un giocatore patologico.
Ma se questa persona si chiama Bill Gates le valutazioni probabilmente sono diverse.
Quando ascoltiamo le esperienze di un giocatore patologico riscontriamo tutti i segni che si possono riscontrare nella dipendenza dalle droghe.
Infatti:
- il giocatore, in certi momenti, più o meno frequenti, della sua giornata, prova un desiderio incoercibile di giocare di durata più o meno lunga (craving) e a dispetto di qualsiasi ragionamento;
- il giocatore può accusare una vera e propria sindrome d’astinenza in particolare quando ha a disposizione dei soldi: accusa dei veri e propri sintomi fisici (sudorazione, tachicardia),oltre che psichici se non gioca;
- il giocatore per avere delle sensazioni soddisfacenti deve giocare cifre sempre più grandi;
- allo scopo di procurarsi i soldi per il gioco il giocatore patologico è in grado di compiere delle azioni che per altri scopi non metterebbe mai in atto e che smette immediatamente di compiere quando riesce a vincere la dipendenza;
Però il giocatore “non ruba” lui “prende in prestito” (ad esempio i soldi della cassa della banca in cui lavora) per restituire ciò che ha preso dopo la vincita che “sicuramente” farà.
- il giocatore riceve delle forti sensazioni psichiche dal gioco;
- il giocatore è danneggiato dal gioco più o meno ed in vari modi;
In altre parole abbiamo parlato di psicoattività, tossicità, dipendenza e tolleranza:
le caratteristiche che definiscono una droga.

Le varietà di gioco ed il rischio della patologia
Vediamo ora quali sono le caratteristiche dei vari giochi che li rendono più o meno causa di gioco patologico. Il gap, come abbiamo già detto, è un fenomeno in grande aumento e tale aumento si identifica in gran parte con la crescente diffusione dei giochi moderni.

Più a rischio Meno a rischio
Velocità Lentezza
Diffusione Limitazione
(nel tempo e nello spazio)
Solitudine Socialità
Manualità Tecnologia
Contestualizzazione Decontestualizzazione
Ritualità Consumo
Alta soglia Bassa soglia
Complessità Semplicità

In pratica questa distinzione in due categorie corrisponde anche alla suddivisione tra giochi tradizionali e moderni.

Disponibilità e diffusione della patologia
Più alta è la disponibilità e più è alto il rischio della dipendenza. Un indice molto semplice di questa affermazione lo ricaviamo vedendo quali sono i giochi che più facilmente provocano gioco patologico a Firenze. Pochi sono gli abitanti della nostra città che sono incappati in gap da casinò o da bische clandestine. Molti gli altri: sale corse, scommesse, giochi elettronici, casinò on line, gratta e vinci. Cosa vuol dire disponibilità?
- diffusione nello spazio: tanti punti di gioco ovunque
- vicinanza e familiarità: il negozio sotto casa, il bar dove prendo il caffè, il tabacchi dove compro le sigarette, il circolo dove incontro gli amici, la mia abitazione, attraverso il telefonino: una pubblicità declamava che lo potevi fare anche al cesso!
- facilità del contatto: nessun biglietto d’ingresso, nessuna esibizione di documenti (e l’età?). Bastano poche monetine per cominciare a giocare. Alcuni casinò on line ti regalano 500 euro per iniziare a giocare. Ma la riscossione della vincita è molto complicata.
- soldi elettronici (carte elettroniche di vario genere) e a credito:
provocano una minore sensazione dell’entità della cifra che si sta giocando.Il poter giocare a debito tramite una carta o una semplice telefonata al gestore: il pagamento posticipato ha lo stesso effetto: pagare dopo è come non pagare, (ma i debiti di gioco non hanno valore legale e non si può esigere, per vie legali, la restituzione: le finanziarie conoscono bene questa Legge e quindi “non sanno” che la richiesta di un prestito è per giocare. (I giocatori però i debiti di gioco li pagano, se no, chi li farebbe più giocare?).
- legalità: il grande imbroglio: “Legalizziamo i giochi legali così evitiamo a tanti di frequentare ambienti delinquenziali per giocare; facciamo il gioco sicuro”: il risultato invece è stato di far avvicinare al gioco e al gap persone che mai si sognerebbero sognate di andare in una bisca o di fare 300 chilometri per andare in un casinò
- disponibilità nel tempo: esercizi commerciali con ampio orario di apertura quotidiana fino al gioco on line (24 ore su 24), breve intervallo tra una giocata e l’altra, grande numero di giocate in un breve lasso di tempo (una partita a tombola dura mezz’ora, il bingo 1 minuto, all’ippodromo si possono giocare 7-8 in un pomeriggio, in sala corse molte di più in pochissimo tempo.
La stessa cosa possiamo dire per il totocalcio e le scommesse sulle partite.
- semplicità del gioco: giocare è facilissimo, non c’è niente da imparare.
Il gioco d’azzardo è illegale a meno che non sia gestito, direttamente o indirettamente dallo stato, allora diventa legale.

Il pensiero magico
Veniamo ora ad un altro tema: il pensiero magico o erroneo.
Esso è quasi sempre alla base del gap.
E’ la caratteristica che lo distingue di più dalla dipendenza da droghe.
Come possiamo definirlo? Pensiero delirante in una mente “sana”. Il pensiero magico è un dato assolutamente normale in tutti noi. Nel gap ed in altre dipendenze assume una forza talmente intensa da essere causa di vero e proprio craving (desiderio incoercibile) e passaggio e mantenimento dell’azione (il gioco eccessivo) a dispetto di qualsiasi argomentazione logica sia propria che proveniente dall’esterno.
Facciamo qualche esempio:
“proprio oggi che ho fretta tutti i semafori ce l’hanno con me: succede sempre così”
“quando faccio un esame mi metto sempre quella camicia: magari è una stupidaggine, ma… non si sa mai”
“sono una persona fortunata”
“sono una persona sfortunata”
Questi sono tutti pensieri che spesso possono accompagnare la nostra vita e che in genere non hanno delle conseguenze negative. A volte sì. Ma non addentriamoci in questo argomento perché ci porterebbe molto lontano.
“Oggi devo giocare, perché sento che è la giornata giusta”
“non è possibile che a me non capiti, prima o poi farò il colpo della mia vita e da quel momento non giocherò più”
“quella maledetta macchinetta è tutto il giorno che la osservo e non ha mai pagato, ora deve pagare”
“gioco i soldi della bolletta della luce così vinco e pago la luce ma anche quel debito”
“non posso confessare a mia moglie il guaio che ho fatto: giocando pagherò i debiti e così lei non saprà mai niente”
“è uscito il 27, io ho giocato il 28: ci sono andato vicino”
“io mi intendo di cavalli”
Pensiamo ai numeri al lotto: quelli ritardatari non hanno più possibilità di uscire, ma il “pensiero magico ce lo fa credere.
Pensiamo ai dadi: come li lanciamo se vogliamo che escano i 6, come li lanciamo se vogliamo che escano i numeri bassi?
Quale combinazione è più facile che esca? 5 3 3 1 4 o 6 6 6 6 6? Verrebbe da pensare che delle due sia più facile che esca la prima, ma il realtà hanno la stessa probabilità.
Spesso il passaggio da un gioco sociale ad un gioco patologico avviene in seguito ad una grossa vincita: in alcune persone una vincita può far scattare l’idea che vincere sia facile ed indurlo verso la perdita del controllo proprio in conseguenza dell’ossessività di questo pensiero.

Pensiero magico e informazione
Il pensiero magico viene alimentato dai mass media. In buona ed in cattiva fede.
Perché ci danno la notizia di un numero ritardatario? Questa è una “non notizia” perfetta. I numeri del lotto hanno sempre la stessa possibilità di “uscire”: quelli ritardatari non sono favoriti, eppure sono avvenuti dei suicidi di persone che si sono giocate la casa 1 a 18!
Perché ci danno la notizia di una vincita di 1 milione di euro al gratta e vinci. Perché? Anche questa è una “non notizia”: infatti, se tra i gratta e vinci hanno stampato anche quello da 1 milione di euro è ovvio che prima o poi qualcuno lo gratterà! Perché non ci danno invece la notizia di tutti quelli che si stanno rovinando a furia di “grattare”.
E poi c’è la pubblicità. Abbiamo trovato un esempio molto significativo su un giornale locale: “trovi le news per scegliere la scommessa vincente”, che significa: “Puoi essere bravo a scommettere” = pensiero magico. E la pubblicità che recita:
“Ti piace vincere facile?”? E’ stata denunciata all’Autorità anti-trust come pubblicità ingannevole.

La realtà
Invece la regola è che tutti i giocatori sistematici non possono fare altro che perdere. E’ una questione matematica e commerciale. Vince solo il gestore del gioco.
Del totale dei soldi giocati solo una parte finisce nelle vincite: una parte più o meno grande viene incamerata dal gestore per le spese e i guadagni. Una parte la incamera lo stato sotto forma di tasse.
La roulette sembra un gioco equo. Ma cosa fa sì che non lo sia? Lo zero. Su un numero di giocate non elevato questo non è evidente, ma su un numero alto di giocate influisce e provoca il guadagno del casinò e la perdita del giocatore.

Un piccolo esempio: chi gioca un “gratta e vinci” e vince una cifra corrispondente al prezzo di un altro “gratta e vinci” finisce sempre per comprarne un altro e così in ogni caso perde. Le vincite più grosse sono ben calcolate dal gestore ed alimentano il pensiero magico.

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Contenuto Redazionale Giovani e disagio Giovani e disagio Giovani e disagio

Ho appena letto il libro di Galimberti (l'ospite inquietante, feltrinelli) e, visto che tratta di temi connessi a quelli toccati da questo sito vorrei fare delle considerazioni. Non vorrei concentrarmi tanto sulla tesi centrale del libro (l'invasione barbarica del nichilismo nei nostri orizzonti di vita) -che trovo relativamente condivisbile- ma dire due cose limitatamente al rapporto tra giovani e sostanze,  in particolare su due luoghi comuni che sono presenti in quasi tutte le discussioni sul tema:

Sono queste:

-i giovani provano disagio

- le droghe sono la risposta falsa a questo disagio, perchè non producono una soddisfazione durevole/autentica/ecc...

 

Sul primo punto: è vero, i giovani provano disagio. Come i meno giovani, i grandi, gli anziani, i medi, e tutte le altre coorti d'età. I giovani provano disagio perchè la vita è un'esperienza faticosa e sgradevole, perchè ad un certo punto finisce e non se ne capisce il motivo, perchè, per dirla alla kundera, einmal ist keinmal. Insomma la vita è un'esperienza tragica. Davanti alla sua tragicità tutti sono a disagio. Non ha senso fare dei giovani una categoria specifica identificando la sua specificità in un disagio che tutti provano: l'andare avanti nonostante la presa d'atto drammatica che la vita è -presa in sè e per sè- insensata. Se questo  avviene è perchè le risposte dei giovani sono così "originali" da non essere riconosciute dai "grandi" che li guardano sbigottiti e non riconoscendo le loro strategie li bollano come pieni di disagio.

 

Secondo punto: le droghe sono una risposta al disagio della vita. Forse è  vero, quanto meno sono una delle strategie possibili. Così come lo sono, a vari livelli, lo spegnimento del cervello di fronte ai telequiz, la ricerca ossessiva di cose inutili su internet, l'uso inconsulto di farmaci, i piccoli rituali quotidiani e altro ancora. Come le altre cose che ho elencato non sono neanche una risposta particolarmente creativa (e non creatrice). Ma non è nemmeno una scelta disarticolata. La cosa che mi sembra assurda è che siccome non se ne capisce l'orizzonte di senso, o semplicemente perchè "fa male", si dice anche che è una scelta insensata. Negli universi simbolici, nella rete di relazioni e di pratiche in cui le sostanze vengono consumate esse spesso sono non solo  una scelta sensata ma anche coerente con l'universo di significati in cui chi la fa è immerso, spesso significativa.

Il processo funziona così: si individua una categoria di "altri": i giovani. Poi li si guarda da fuori e si dice: non capiscono nulla, perchè non sanno cercare il vero piacere che offre la vita. Ma si misura questo piacere con i canoni degli osservatori, e non degli osservati. Anzi è la densità di senso a rendere la droga così esplosiva, è il fatto che facilmente diventa medium di significati, valori, simboli a renderla dannatamente pervasiva.

 

Poi si può pensare delle sostanze quello che si vuole, si possono odiare e metterne in luce tutti i lati negativi sia sul piano psicologico che sanitario che sociale; e si può lottare perchè questa esplosione si fermi o si formi un approccio ad esse che non produca danni. Ma si parta dall'accettare che sono una risposta -non so se al disagio della vita- articolata, dotata e anzi carica di senso, e non un errore di giovani che in un momento di tristezza si sono fatti traviare.

 

Non sono un esperto, e non so quanto questo discorso possa valere per tutte le sostanze -quindi invito anche a cercare di farmi cambiare opinione o ad ampliarla- semplicemente riporto quanto mi pare di avere osservato tra amici e coetanei.

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Rototom, la banalità quotidiana della politica

cippitelli-ico2.pngClaudio Cippitelli scrive dell'esilio del Rototom per la rubrica settimanale di Fuoriluogo su il Manifesto del 18 agosto 2010. Il programma di Rototom 2010, dal 21 al 28 agosto a Benicàssim, on line sul sito ufficiale del Rototom.

Fonte: Il Manifesto, di Claudio Cippitelli 18/08/2010

La società del rischio: Risikogesellschaft. Così titola un saggio di Ulrich Beck, sociologo e scrittore tedesco, uno dei maggiori intellettuali europei. Sul rischio, e il ruolo che assume nella nostra società, hanno riflettuto e scritto i maggiori esponenti della sociologia occidentale, da Luhmann a Goffman, da Giddens a Le Breton, da Rifkin a Bauman, oltre, appunto, Beck.  A guardare dal nostro Paese, si tratta di riflessioni superflue,  condotte da gente oziosa: sociologismi. A guardare dal nostro Paese, piuttosto che attardarsi in analisi, ricerche e sperimentazioni,  pare che tutto si possa interpretare e risolvere attraverso le categorie del bene e del male, del comportamento virtuoso e del peccato.  Quando si parla di giovani, aggregazioni giovanili, consumi giovanili, tutto ciò appare assolutamente  evidente. 
Estate 2009. Come riporta varesenews.it, le persone che hanno perso la vita in montagna dal 6 giugno al 23 agosto 2009  sono  state trentuno (31).  Una strage. Non risultano dichiarazioni di esponenti di governo in merito, tantomeno (per fortuna) posti di blocco sui sentieri che conducono alle Tre Cime di Lavaredo o sulle ferrate delle alte vie degli alpini. Nella stessa estate del 2009, come ogni estate da tempo, in Friuli si è tenuto il festival internazionale di cultura reggae Rototom Sunsplash. Nessun morto, nessun ferito, niente risse, nessun malore: musica, socializzazione, felicità. Quest’anno tale evento, definito dall’Unesco come “emblematico del decennio internazionale per una cultura di pace e non violenza”,  non si terrà in Italia bensì in Spagna, a Benicàssim, per evitare che “ragazzi possano rischiare la vita” come ha recentemente affermato il sottosegretario Carlo Giovanardi. È davvero così?
Le motivazioni che spingono a cancellare un appuntamento, desiderato da decine di migliaia di ragazze e ragazzi, risiedono nel nobile e adulto sentimento di evitare giovani morti, anche laddove di morti non ce ne sono mai stati?  Max Weber diceva  che esiste una distinzione qualitativa “tra agire guidato dall’assunzione del rischio, che trascende la banalità della vita quotidiana, e agire guidato dall’eliminazione del rischio, che appartiene alla banalità quotidiana”.  E come non pensare, davanti a divieti come quello che ha colpito il  Rototom,  che siamo di fronte ad un riflesso banale della politica, una scorciatoia del pensiero che spinge a nascondere, spostare, negare o vietare quello che non si conosce, non si comprende, non si condivide. Una banalità pericolosa, che distingue tra i rischi  che è opportuno correre (magari per farsi largo nella società, chi non risica non rosica, magari rischiando sulla pelle e sui risparmi di altri) e rischi, veri o presunti, rispetto ai quali i liberali nostrani dimostrano la provvisorietà delle loro convinzioni.  Una banalità che si nutre di approssimazione e falsità, sino ad utilizzare un evento drammatico, la tragedia di Duisburg  (come  noto motivata proprio dalla scarsa attenzione rispetto ai rischi da parte delle autorità)   per aggredire ogni aggregazione musicale giovanile, in particolare quelle autorganizzate e fuori dalle logiche commerciali. Il rischio va assunto dice Weber, in quanto, come ci ricorda Bauman, è una caratteristica costante dell’azione umana. E più le società sono libere e orientate al futuro, più esperiscono la capacità di assumere il rischio: sono i governi illiberali che, in nome della sicurezza, trasformano la società in una caserma e il dibattito in un ordine del giorno. Il compito degli adulti, e dei governi, non è quello di impedire la vita, e il rischio che in essa è insito:  compito degli adulti è quello che Il giovane Holden desidera per sé, ossia prendere al volo i ragazzi che rischiano di cadere nel burrone mentre fanno una partita in un immenso campo di segale. Ma l’assunzione del rischio, come anche del coraggio, non sembra appartenere  allo spirito del tempo; anzi, può capitare che ministri e sottosegretari, per non correre il rischio di farsi fischiare da una piazza che attende da trent’anni di conoscere i mandanti di una bomba alla stazione, facciano, con sicurezza, una pessima figura.

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Contenuto Redazionale INTERVISTA


Segnaliamo che l'intervista "Procedure da adottare negli accertamenti sanitari di assenza di tossicodipendenza in lavoratori addetti a mansioni pericolose verso terzi" al Dr. F. Ruffa è disponibile adesso anche in PDF nella sezione "sostanze scaricabili" oltre che nella versione già pubblicata.

dr. Francesco Ruffa - Medico Chirurgo, referente per l’ASL 10 del Centro di consulenza tossicologica per lavoratori
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Giovanardi, peccato che non mi drogo

Giulia Innocenzi, IlFattoquotidiano  - Peccato che non mi drogo. Peccato, perché sarebbe stato fantastico fare il test antidroga per “conduttori, giornalisti e presentatori”, auspicato dal sottosegretario Giovanardi, sotto uso di sostanze stupefacenti.Chi prende soldi dalla tv pubblica deve fare il test“: in quel gruppetto ci sono anch’io. E allora sai che bello assistere alla scena dell’”allenatore” Giovanardi che dice: tu risulti positivo, vai subito in panchina! Sì, all’intervista rilasciata ad A ha detto proprio “in panchina”. “Altrimenti qualcuno mi dovrà spiegare – ha detto – perché un tennista che si droga non può più giocare e un conduttore può ancora condurre“. Glielo spiego subito. Per giocare esistono delle regole: se queste non si rispettano, si è qualificati. Le regole esistono per mettere i giocatori alla pari, e per far sì che la competizione si basi esclusivamente sulle qualità del giocatore stesso. Ora, se un tennista si droga – ossia se fa uso di doping – parte avvantaggiato rispetto agli altri sfidanti, e quindi sta truccando la competizione. E’ per questo che nello sport i giocatori non posso drogarsi – doparsi. A questo punto chiedo io a Giovanardi di spiegarmi una cosuccia: che rapporto c’è fra la droga, un conduttore/giornalista e le regole del gioco? Perché “l’allenatore” Giovanardi, dall’alto della sua morale, pretende di poter entrare nella vita privata di un uomo che prende i soldi della tv pubblica, e decidere per lui cosa è permesso e cosa è vietato? Forse che chi fa uso di cocaina ha più possibilità di ottenere una fetta di audience maggiore rispetto ai suoi concorrenti? O forse quello che si fa troppe canne risulterebbe addormentato agli occhi del pubblico pronto a cambiare canale? Ma scusate, il metro di giudizio di una persona sul lavoro non è come adempie ai suoi obblighi contrattuali – e nel caso di un conduttore, se fa un programma apprezzato dal pubblico, eticamente accettabile e nel rispetto di una corretta informazione? Fossi in Giovanardi, mi preoccuperei piuttosto di quella tv pubblica che manda 5 serate di Miss Italia sulla rete ammiraglia, telegiornali che omettono informazioni e conduttori tv che anziché questionare il potere lo servono, a danno dei cittadini. Che peccato che non mi drogo. Sarebbe stato bello essere espulsa dalla Rai in qualità di pericolosa utilizzatrice di sostanze stupefacenti, cattivo modello per i telespettatori e oltraggio alla quiete pubblica. Insomma: una criminale in piena regola.

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Contenuto Redazionale Live streaming

Giovedì 27 maggio segui in diretta live la conferenza conclusiva Nuovi comportamenti di consumo: prevenzione e riduzione dei rischi dal Centro internazionale “Loris Malaguzzi” di Reggio Emilia.

Clicca qui per il live streaming e informazioni.

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A Bolzano è nata la prima clinica per sesso-dipendenti

 Non sarà facile ammettere di essere un sex-addicted e quindi aver bisogno di un soggiorno in questa particolarissima casa di cura di Bolzano che costa 500 euro per un ricovero di tre giorni, meglio con la famiglia se è al corrente della dipendenza. Il direttore della struttura sanitaria, il dottor Cesare Guerreschi, dichiara che i pazienti della clinica da lui diretta non sono dei maniaci del sesso, che sono diversi dagli erotomani o dalle ninfomani che hanno bisogno di farlo tanto, ma al limite anche con un compagno solo; i sesso-dipendenti si autodistruggono con l’affettività perché fanno sesso in un modo sfrenato, disordinato, ovunque, con chiunque e senza protezioni; che arrivano all'esibizionismo, alla prostituzione, alle molestie sessuali sui posti di lavoro. Prosegue affermando che la guarigione, ma non per tutti, si ha dopo almeno sei mesi, o anche anni di cura, con una terapia farmacologica associata a colloqui con psicoterapeuti. Il dottor Guerreschi fornisce poi l'identikit del paziente medio: "Il 70% dei sesso-compulsivi sono maschi, tra i trenta e i quaranta anni, benestanti e abitanti nel Nordest, il loro calvario inizia come con l'alcol o la droga e non dipende da incubi o traumi infantili. Negli Stati Uniti la dipendenza da sesso si cura ormai da trenta anni.

 

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Test dipendenze

I test qui riportati sono tratti dal sito http://www.nienteansia.it; ovviamente non hanno alcun valore diagnostico reale.

 

Dipendenza sessuale: http://www.nienteansia.it/test/test-dipendenza-sessuale.html

 

Dipendenza da Internet: http://www.nienteansia.it/test/test-dipendenza-da-internet.html

 

Dipendenza da sigarette: http://www.nienteansia.it/test/test-dipendenza-da-sigarette.html

 

Altri test psicologici: http://www.nienteansia.it/test/

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