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I più votati, altro

USA - Smog provoca piu' infarti che non alcool, caffe', droghe, etc.. Studio

 

  Notiziario Aduc - L'inquinamento atmosferico provoca la stessa quantita' di attacchi di cuore rispetto ad altri fattori di rischio come l'esercizio fisico, il consumo di alcol e di caffe'. Ma anche la rabbia, le emozioni positive, l'attivita' sessuale, la cocaina o l'uso di marijuana e le infezioni respiratorie possono scatenare infarti in diversa misura. E' quanto rivela uno studio che appare online su 'The Lancet' di questa settimana, a firma di esperti della Hasselt University di Diepenbeek e dell'Universita' Cattolica di Lovanio, in Belgio.
Gli autori hanno combinato i dati di 36 ricerche precedenti condotte su persone con un eta' media che andava da 44 a 72 anni, a seconda dell'argomento indagato. Hanno poi calcolato il rischio relativo di infarto legato a ogni singolo fattore e la frazione di popolazione attribuibile (Paf) a ciascuno di essi, cioe' la percentuale di attacchi di cuore totali causata dal singolo fattore.
Dai risultati e' emerso che lo smog aumenta il rischio di innescare un attacco di cuore del 5%, mentre la cocaina innalza il pericolo di ben 23 volte, il caffe' di 1,5 volte e l'alcol di 3 volte. Tuttavia, poiche' l'intera popolazione e' esposta all'inquinamento atmosferico, mentre solo una piccola parte (lo 0,02%) utilizza cocaina, gli esperti hanno concluso che lo smog provoca attacchi di cuore molto piu' della droga.
La piu' alta Paf e' risultata quella riconducibile all'esposizione al traffico (tempo trascorso sulla strada o sui trasporti pubblici, elementi che espongono al rischio di infarto, 7,4%), seguita da quella dello sforzo fisico (6,2%), dell'alcol (5%), del caffe' (5%), dello smog (4,8%), delle emozioni negative (3,9%), della rabbia (3%), di pasti pesanti (2,7%), delle emozioni positive (2,4 %), dell'attivita' sessuale (2,2%), del consumo di cocaina (0,9%), del fumo di marijuana (0,8%) e delle infezioni respiratorie (0,6%). Gli esperti sottolineano: "Dei fattori studiati, la cocaina e' quella che e' maggiormente in grado di provocare un infarto, ma il traffico 'vanta' la maggiore fetta di popolazione esposta. La Paf, in sintesi, ci da' una misura di quanto gli infarti potrebbero essere evitati se quel fattore di rischio non fosse piu' presente".

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I “danni da droga”: quanto è scientifico questo concetto?

FUORILUOGO Nel novembre 2010, il farmacologo David Nutt ha pubblicato una scala del danno delle droghe che vede l’alcol in cima. Ma – si chiede il sociologo Peter Cohen- è valido il metro del “danno” con cui si misurano e si classificano le droghe?

 

Recentemente David Nutt, Leslie King e Lawrence Philips hanno pubblicato su The Lancet[1] un articolo sulla possibilità di classificare, per ognuno dei venti tipi di droga disponibili nel Regno Unito, i danni derivati. Il processo di classificazione descritto nell’articolo si fonda sul giudizio fornito da un numero imprecisato di esperti in materia di droga, che utilizzano sedici criteri di valutazione, impostati su una scala di valori da zero a cento. In base a tale valutazione, la sostanza più pericolosa è l’alcol con un punteggio di 72 (su cento), seguita da eroina (punteggio di 55), crack cocaina (punteggio di 54) e metanfetamine (punteggio di 33). In questa classifica una droga, come l’estasi, che vent’anni fa veniva percepita come estremamente pericolosa e persino neurotossica riceve una valutazione di non più di 9 punti.

fonte: the lancet

L’assunto che le droghe causino danni è dato talmente per scontato che in pochi arrivano a pensare di interrogarsi da dove proviene questa conoscenza. Infatti, non è facile dirlo, visto che molti consumatori delle droghe classificate non sono in effetti destinati a patire alcun danno. È come frequentare il traffico urbano più congestionato: alcuni ne usciranno feriti o persino uccisi, ma la maggior parte dei guidatori non soffrirà alcun danno o conseguenza negativa.

Vorrei qui fare delle osservazioni sulla classificazione dei rischi derivanti dalle droghe che è proposta in Nutt et al., sulla scorta di una particolare valutazione operata da esperti. La questione è naturalmente se i danni possano essere valutati e classificati in modo efficace da esperti, senza che sia stata precedentemente data una definizione precisa e quantificabile di danno o degli indici di rischio. La mia risposta a questa domanda è “no” e quanto segue illustrerà perché.

Per cominciare, desidero dire che il tentativo fatto da parte di Nutt et al. di mettere in discussione le classificazioni attuali, così come sono espresse nella legislazione, è utile e lodevole. Siamo lontani dal dimenticare le ragioni per cui, ad un certo punto, la cannabis e l’oppio sono stati dichiarati illegali. I rischi che si attribuiscono a queste sostanze sono diversi, in paesi diversi, così come è varia la severità delle conseguenze legali derivanti dall’essere colti a farne uso. A complicare le cose ulteriormente, c’è il fatto che le opinioni sui danni e le conseguenze pratiche sono destinati a cambiare nel tempo[2]. Tuttavia sia cannabis che oppio sono proibite a livello globale dalle Convenzioni sulle Droghe delle Nazioni Unite e dalla maggior parte delle legislazioni nazionali, elaborate sulla scia di queste Convenzioni. È legittimo mettere in discussione, come si fa in Nutt et al., i danni ipotizzati e la varietà di conseguenze legali per il consumo di droga, visto che sono basati su una definizione di danni della droga lontana da ogni rigore scientifico e, in effetti, da ogni razionalità. Perciò le mie osservazioni qui non mirano a mettere in discussione le classificazioni esistenti, ma piuttosto a “migliorarle” per mezzo di un sistema di classificazione a questionario, analogo a quello proposto in Nutt et al..

Nutt è di professione uno psicofarmacologo e, come altri del suo campo, tende ad attribuire danni intrinseci ai composti di droga quando sono impiegati per il consumo. L’autore del presente articolo è invece un sociologo e, nel valutare i possibili rischi legati al consumo di droga, è, per definizione, portato a considerare l’interazione tra il consumatore di droga, la composizione chimica di essa e il contesto culturale di consumo. Le droghe, a differenza dei veleni, sono consumate dalle persone anche senza alcuna conseguenza dannosa. La questione è in quali circostanze individuali o sociali e a quali dosaggi le droghe possano diventare socialmente pericolose, fisicamente dannose e persino letali, come lo sono i veleni.

Una questione diversa, ma connessa a questa, è poi come si possa riconoscere se un particolare danno è causato da una droga. Una  guidatrice che ha una concentrazione di 1,2 per mille di alcol nel sangue e non è capace di guidare un’auto in sicurezza verrà definita pericolosa a causa del proprio consumo di alcol. In un caso come questo non c’è ragione di mettere in discussione la validità di tale conclusione. Il consumo di alti dosaggi di alcol è non solo direttamente associato ad un particolare comportamento di guida, ma il livello di alcol nel sangue può anche essere quantificato con precisi strumenti di misurazione. Ciascun guidatore può essere osservato, misurato ed inserito in un database. Test a campione nel traffico dimostreranno che molti guidatori hanno un quantitativo di alcol nel sangue pari a zero. In piani di indagine sul traffico ben strutturati e ripetuti un numero sufficiente di volte, è possibile stabilire un indice di probabilità di guida in stato di ubriachezza e del livello di tasso alcolico a seconda della particolare area e del particolare giorno della settimana (per esempio nell’area urbana di Londra il sabato sera).

Effettuare le stesse misurazioni a Liverpool, o nella frisone Heerenveen o nella toscana Volterra potrebbe dare risultati molto diversi e non solo per il sabato sera. Quindi, persino nel caso di un rischio quantificabile con precisione e indiscutibile, l’interazione tra guida in stato d’ebbrezza e circostanze locali, giorno della settimana e particolare cultura di consumo renderà impossibili generalizzazioni sovralocali  sui “danni derivanti dalla guida in stato d’ebbrezza”. Questo significa che un certo danno non può mai essere attribuito esclusivamente ad una droga, ma al massimo ad una droga entro un certo contesto e non entro un altro.

In Nutt et al. si impiega un criterio chiamato “letalità specifica di una droga”. Non si propone però come questo criterio si debba definire o misurare. Probabilmente servirebbero un sacco di dati estremamente precisi per fare una stima di tale criterio. Come sappiamo, nel caso delle morti legate alla droga (uno degli indicatori usati dall’ EMCDDA di Lisbona), la misurazione è difficile e, ancora di più, fare paragoni tra un paese e l’altro. In Nutt et al., tra i criteri proposti per valutare i danni, si menziona una serie di danni come “la debilitazione delle funzioni indotta dalla droga” o “la perdita di relazioni”. Tali danni devono essere stimati, ancora e ancora in ogni caso in cui si suppone che il danno esista, ma spesso non si può contare su una chiara quantificazione o su strumenti di misura. Perciò sono molti difficili le stime di danni che siano generalizzabili per un vasto numero di consumatori – anzi sono perfino, oserei dire, impossibili.
Non passerò in rassegna tutti i criteri proposti da Nutt et al. nella loro pubblicazione sul Lancet. Tuttavia, una volta chiarite le difficoltà circa i “criteri” e la loro misurazione, osserviamo come Nutt et al. hanno cercato di superarle. Essi hanno scavalcato tutte le difficoltà pratiche di quantificazione e hanno semplicemente chiesto ad un numero di esperti di dare un punteggio alle droghe in base ai sedici criteri impiegati nel progetto. La procedura di punteggio,  la sua preparazione e la successiva elaborazione dei punteggi  danno luogo, in Nutt et al., ad una “scala percentuale” calcolata per danno e per droga. Questo metodo suscita in me molte perplessità, ma non è questo il dubbio principale che ho circa questo sistema di punteggio. Se quello che ho osservato qui sulle difficoltà di definire e misurare “i danni della droga” è anche minimamente corretto, come ci si può aspettare che un gruppo di esperti siano capaci di assegnare punteggi a questi danni? È sufficiente affidarci alle loro conoscenze ed esperienze, sempre limitate, che questi hanno sulle droghe e sui danni associati?

Otterremmo forse gli stessi punteggi se interrogassimo esperti altamente qualificati di un centro Cristiano d’assistenza per la droga di Dordrecht vicino a Rotterdam e quelli degli istituti pubblici operanti sul territorio urbano di Amsterdam o Madrid? Otterremmo un punteggio attendibile, mischiando insieme i giudizi di esperti provenienti da ideologie ed esperienze diverse? Dovremmo includere esperti provenienti dall’estero o quelli che lavorano con gli studenti universitari? O piuttosto i detenuti? Come costruire un panel di esperti che possa valutare i danni di una droga su una scala da uno a cento in maniera all’incirca simile a un altro panel?

In breve, anche se ci avvaliamo di un panel di dieci o quindici esperti, come potremmo essere sicuri che i loro punteggi calcolati e combinati siano indicativi del vero danno di una droga, in mancanza di alcuna misura quantitativa del danno da droga come validazione?

E’ pensabile che se chiedessimo ad un panel di esperti di dare punteggi sulla base di  criteri ben definiti al fine di classificare questi danni, potremmo ottenere risultati differenti ogni volta che organizziamo un panel? E anche nel caso in cui ottenessimo punteggi e classifiche simili nei vari panel, cosa ci assicurerebbe che tali classificazioni siano basate su “conoscenze” valide? Non potrebbe forse darsi che pericoli associati con i tipi di consumatore e i modelli di consumo più evidenti produrrebbero classifiche  condivise da panel diversi? Ma, se esaminassimo queste associazioni di danni in altri gruppi di consumatori ed per altri modelli di consumo, i danni sparirebbero o cambierebbero?[3]

In apparenza è possibile interrogare la gente e gli esperti e ottenere la loro percezione sui danni della droga al meglio delle loro conoscenze. Ma il risultato sarebbe solo l’esito di un panel e nulla di più.
Lo stesso naturalmente vale anche per altri danni. Milioni di persone praticano l’immersione subacquea e esistono esperti in questo campo. Ma le loro conoscenze su rischi e danni dell’immersione rimangono limitati. Solo attraverso campioni ampi e ben costruiti di persone che praticano l’immersione subacquea e una precisa misurazione di un ben definito danno si potrebbero avere stime sicure dei rischi dell’immersione e della loro prevalenza.

Che fare allora?
A mio avviso la percezione dei danni legati alle droghe è affetta da così tante limitazioni di affidabilità e validità, che è impossibile al presente avere una stima seria del danno per ogni droga. A parer mio non è nemmeno valido associare i danni alle droghe soltanto. Le droghe sono consumate da essere umani, in condizioni individuali sociali e legali varie, a livelli di purezza e dosaggio vari. Qualsiasi siano gli “effetti” delle droghe, dannosi o meno, essi non possono essere valutati e nemmeno discussi, senza unire la droga ad un particolare consumatore o cultura del consumatore.

Le droghe di per sé non esistono nel loro pieno significato.
Senza un accordo preliminare su un insieme di variabili circa le caratteristiche del consumatore, il contesto culturale e la purezza e il dosaggio della droga, perfino una  misura, di “danno della droga” minimamente standardizzato, non può essere stabilita. Senza questo accordo preliminare, una valutazione seria del danno da droga è un’illusione. Analogamente, se così non fosse, perché allora l’OECD avrebbe discusso per anni su come creare una misurazione standardizzata della “disoccupazione” e su come quantificare le sue componenti?. Molto probabilmente la scala del danno elaborata da Nutt et al., che vede la sostanza più largamente diffusa (l’alcol) al primo posto, seguita da quella meno diffusa (l’eroina) al secondo, è il riflesso di percezioni diffuse tra gli esperti. Ma le percezioni diffuse cambiano continuamente nel corso del tempo. Nemmeno l’uso delle più sofisticate tecniche statistiche per elaborare le percezioni combinate degli esperti potrà superare il fatto che queste sono niente di più che percezioni.

Note.

[1] The Lancet online, November 1: David Nutt, Leslie A King, Lawrence D.Philips, “Drug harms in the UK: a multicriteria decision analysis.” Vai alla presentazione su fuoriluogo.it.

[2] Cohen, Peter (2008), The culture of the ban on cannabis: Is it political laziness and lack of interest that keep this farcical blunder afloat?, Relazione presentata al Convegno “Cannabis-growing in the Low Countries”, University of Ghent, 3 e 4 Dicembre 2007. http://www.cedro-uva.org/lib/cohen.cannabisverbod.en.htm

[3] Una rassegna, recente e decisamente spettacolare, sulla qualità delle percezioni sulla droga (o sarebbe meglio dire sui preconcetti) da parte degli esperti, si trova nei primi due capitoli di Craig Reinarman e Harry Levine (ed.) (1997), Crack in America. Demon Drugs and Social Justice, University of California Press.

(Traduzione di Ornella Rossi)

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Rave party, droghe e polizia morale all'italiana

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 and Share Articolo di Pym 10 luglio 2010 9:14  

Contro i rave party clandestini arriva la polizia morale all'italiana. Saranno monitorati siti Internet e messaggini sui cellulari per individuare e scoraggiare i ritrovi "clandestini". Ovviamente è inutile spiegare ai promotori di questa iniziativa stile Teheran che, se volessero evitare i malori e decessi per overdose, basterebbe mettere a disposizione operatori sanitari per informare i partecipanti sui rischi da consumo di droghe, controllare le sostanze che circolano in quei raduni e assistere immediatamente chi si sente male. Se invece di reprimere, si garantisse la possibiltà di svolgere il rave party in sicurezza senza il timore di finire in carcere, probabilmente nessuno sentirebbe il bisogno di organizzarli e parteciparvi in clandestinità. Sinceramente, se le mie figlie finissero a un rave, preferirei di gran lunga che lo facessero sotto gli occhi vigili di medici, piuttosto che nella clandestinità tipica e inestirpabile del regime proibizionista sulle droghe. Di seguito la notizia riportata sul sito DrogheNews a proposito del progetto "Rave Party Prevention": Il Dipartimento Politiche Antidroga ha realizzato il progetto “Rave Party Prevention”, in collaborazione con la Polizia delle Comunicazioni, il Sistema di Nazionale di Allerta Precoce e la Direzione Centrale per i Servizi Antidroga (DCSA) del Ministero dell’Interno, con l’obiettivo di individuare tempestivamente questi raduni, soprattutto quelli clandestini che si svolgono nel nostro Paese. Particolari controlli saranno svolti sulle comunicazioni relative ai luoghi, agli orari e alle modalità di svolgimento degli eventi che avvengono via web o tramite sms e mms. Per questo, è stata interessata la Polizia delle Comunicazioni che, una volta venuta a conoscenza del rave imminente, ne darà comunicazione alle autorità territoriali e alle Forze dell’Ordine competenti. Queste ultime interverranno presso gli organizzatori che, qualora non siano disposti a rispettare le norme di sicurezza e le legge vigenti, saranno messi in condizioni di non poter realizzare l’evento. Nel caso in cui, invece, non sia possibile impedire lo svolgimento del rave, le autorità si attiveranno per prevenire il rischio di overdose e, al termine, procederanno al sequestro delle attrezzature e all’individuazione dei responsabili, procedendo nei loro confronti secondo quanto previsto dalla legge. Un ulteriore obiettivo che il DPA si propone di raggiungere attraverso questo progetto è quello di studiare proposte per una nuova regolamentazione di tali eventi.

 

http://droghe.aduc.it/articolo/rave+party+droghe+polizia+morale+all+italiana_17840.php

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Regno Unito: i due teenager inglesi non morirono per il mephedrone. Ma la sostanza resta vietata

 

mephedrone foto di Guardian.co.ukInSostanza.it - I quotidiani britannici lo scrissero chiaramente: Louis Wainwright, 18 anni, e Nicholas Smith, 19, erano morti per aver assunto il mephedrone. Nel marzo scorso questo caso mediatico aprì una interessante caccia al decesso per la sostanza (allora ancora legale e "colpevolmente" venduta su internet) che portò all'identificazione della droga "killer" come causa di ben 34 morti nel solo Regno Unito.

Al termine dei test tossicologici, arrivati - in modo altrettanto curioso - solo a distanza di tre mesi é stato appurato che i due ragazzi non sono morti per "alta assunzione" di mephedrone, ma bensì per un mix letale di alcool (ancora legale) e metadone (oppioide sintetico utilizzato nei trattamenti di scalaggio dell'eroina).

Il professore di neuroscienze dell'Università di Oxford, Colin Blakemore, raggiunto dal Times per commentare la notizia, ha definito i risultati del test tossicologico sui due giovani come una "scioccante e salutare lezione per i giornalisti da tabloid e i politici pieni di pregiudizi".

A sostegno della sua tesi abbiamo la progressiva emersione di un'informazione altrettanto inquietante. Nel giro di due giorni sono emersi i dati relativi alle altre 34 persone che la stampa, la polizia e i politici inglesi avevano dichiarato "uccisi dal mephedrone". Ebbene solo uno dei 34 decessi, quello di Stirling Smith, 46 anni di salute cagionevole (Timesonline.co.uk - 28 maggio 2010), é legato alla sostanza nei termini, non trascurabili, di un ripetuto iniettarsela, in poco tempo, in vena.

Eric Carlin, uno degli autorevoli scienziati del Advisory Council on the Misuse of Drugs (ACMD) che sono stati progressivamente allontanati per il loro carattere eccessivamente "indipendente", ha dichiarato alla BBC Radio che la decisione di bandire la sostanza dovrebbe essere "rivisitata" alla luce dei risultati tossicologici e che "queste due persone morirono senza che ciò abbia a che vedere con il mephedrone enfatizza unicamente il fatto che siamo stati sottoposti a molta pressione per rendere illegale questa sostanza e questi casi erano evidentemente citati come esempio del fatto che ciò fosse necessario".

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Obama e le droghe, il cambiamento c’è

 

Grazia Zuffa commenta i provvedimenti del 2009 del Presidente Obama su droghe e HIV

 

Nonostante gli avvoltoi e altri uccelli del malaugurio, per il presidente Obama il 2009 si chiude con successo. Dopo la vittoria epocale per la sanità, ha vinto un’altra battaglia, forse altrettanto importante e di sicuro non meno controversa – seppur fuori dai riflettori mediatici: dopo ventuno anni, il Senato ha tolto definitivamente il divieto al finanziamento federale dello scambio siringhe per i consumatori di droga per via iniettiva; due giorni fa, lo stesso Obama, annunciando la fine del divieto di ingresso nel paese alle persone con Aids – anch’esso in vigore da venti anni- ha detto che il suo paese vuole diventare un leader mondiale nella lotta all’Hiv. Per avere un’idea della portata storica del voto al Senato: vent’anni fa l’infezione Hiv si stava diffondendo in maniera esponenziale tramite gli aghi infetti e  già si sapeva che distribuire siringhe sterili era la sola forma efficace di prevenzione. Da qui negli anni ottanta è partita nel Nord Europa la cosiddetta riduzione del danno, per dare priorità alla tutela della vita sulla “lotta alla droga”. Negli stessi anni, l’America reaganiana della war on drugs imboccava la via opposta e metteva al bando lo scambio siringhe. Le centinaia di migliaia di persone infettate sono da annoverare fra le vittime della “guerra alla droga”: vittime di tutto il mondo, non solo americane, perché gli Stati Uniti hanno usato la loro influenza per imporre la linea “dura” a livello mondiale, con pesanti pressioni anche sulle Nazioni Unite. Perfino l’ultimo documento  Onu di indirizzo delle politiche globali, approvato a Vienna agli inizi del 2009, non reca traccia del termine “riduzione del danno”, grazie all’opposizione  determinante dei rappresentanti americani. E’ stata l’ultima imboscata perpetrata da un manipolo di  burocrati “giapponesi”, nelle more del passaggio di consegne all’amministrazione Obama. Due mesi dopo, lo zar fresco di nomina, Gill Kerlikowske, in un’intervista allo Wall Street Journal, decretava la fine della war on drugs: “Hai voglia a spiegare alla gente che la guerra alla droga è una guerra al prodotto e non alle persone – ragionava lo zar - le persone la vivono come una guerra contro di loro. Ma in questo paese non facciamo guerra alle persone”. C’è dello understatement nelle sue parole: la guerra alla droga è “vissuta” come una guerra alle persone perché è una guerra alle persone. Come ben sanno quei contadini sudamericani costretti ad abbandonare i campi bombardati dai pesticidi (che notoriamente non distinguono fra piante ed esseri viventi, fra coltivazioni legali e illegali); così come lo sanno le centinaia di migliaia di consumatori, di marijuana soprattutto, che ogni anno entrano nelle prigioni statunitensi per il solo fatto di usare droga. Eppure la svolta simbolica c’è stata e il cambiamento è venuto di conseguenza, a tutti i livelli. Dopo trentacinque anni, lo stato di New York ha eliminato le famigerate Rockfeller drug laws che imponevano lunghe carcerazioni anche per i reati minori di droga. Subito dopo si è avverata un’altra promessa elettorale di Obama. Il dipartimento di Giustizia ha posto fine ai raid della polizia federale contro i medici e i pazienti che usano la canapa ad uso medico negli stati dove questo è consentito. Infine, il regalo di fine d’anno col via libera alla prevenzione dell’Aids. Adesso, l’Amministrazione sta lavorando per superare la disparità di trattamento penale fra i reati per il crack e quelli per la cocaina. Le norme più dure per il crack non hanno alcuna giustificazione se non quella di colpire la minoranza afroamericana, dove il crack è più diffuso. Le droghe devono diventare un problema di salute pubblica, non solo di giustizia penale: questa la sintesi del new deal americano per le droghe. Una linea di (prudente) riforma che la maggioranza dei paesi europei ha imboccato da tempo. Così come l’assistenza sanitaria per tutti, introdotta con tanta fatica da Obama, è stata in Europa la prima pietra del welfare, molto tempo fa. Per l’America liberista e puritana, ambedue le riforme sono oggi un approdo storico. L’influsso sul resto del mondo comincia a farsi sentire. In agosto, il vicino Messico ha depenalizzato l’uso personale di droga e lo stesso hanno decretato per la marijuana i giudici della Corte Suprema in Argentina. Per la politica delle droghe, il 2009 di Obama ha gettato i semi della pace.

 

Fonte: fuoriluogo, Il Manifesto

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Alcol e tabacco nocivi come l'eroina

 

L'Istituto nazionale olandese per la sanità pubblica e l'ambiente (RIVM) ha eseguito una valutazione del rischio sugli effetti nocivi di 17 droghe legali e illegali. La valutazione è stata effettuata da una giuria di 19 esperti che hanno basato il loro giudizio sulle proprie conoscenze scientifiche e sulle informazioni derivate dalla letteratura. La valutazione si concentra sulla tossicità, il potenziale di dipendenza e i danni sociali e individuali a livelli di popolazione. Nell'immagine, le barre di colore rosa indicano i danni fisici, quelle arancio i danni sociali per il consumatore e quelle verdi i danni per la società. Le più importanti conclusioni tratte dalla valutazione sono le seguenti. In primo luogo, alcol, tabacco, eroina e crack hanno un punteggio relativamente alto sulla scala del danno totale, mentre funghi magici, LSD e khat un punteggio relativamente basso. In secondo luogo, la valutazione del gruppo di esperti olandese corrisponde anche con i precedenti risultati di esperti inglesi come pure al precedente parere del Dutch Coordination point Assessment Monitoring new drugs (CAM). In terzo luogo, acool e tabacco sono stati giudicati dagli esperti più dannosi di molte delle droghe illegali incluse nella valutazione, con l'eccezione di eroina e crack. Questo rappresenta il danno totale a livello individuale e di popolazione. Infine, per quanto riguarda i danni totali a livello individuale, cannabis ed ecstasy sono stati valutati dagli esperti come moderatamente nocivi. Lo studio è notevole, visto che la politica olandese in materia di droghe ha fatto una inversione a U negli ultimi 7 anni. I funghi magici sono stati banditi nel dicembre scorso. Questo studio dimostra però che i funghi magici sono molto meno dannosi anche del tabacco.

 

http://www.azarius.net/news/287/Alcohol_and_tobacco_just_as_harmful_as_h...

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Droga e scuola, il giorno dopo. Per i ragazzi "lezione interessante"

La rabbia dei genitori, il preside della scuola all´attacco della Asl, il Sert che prende le distanze e parla di impostazione didattica antica. Mentre le polemiche per le lezioni sulla droga degli addetti della cooperativa Cat al liceo scientifico Rodolico infuriano, gli unici a non vedere niente di strano in quello che è successo lunedì scorso sembrano gli alunni quindicenni che hanno partecipato agli incontri sugli stupefacenti. Hanno avuto davanti a sé degli educatori e si sono fidati del loro metodo, giudicato da molti sbagliato per quel contesto.

«E´ stata un´esperienza positiva costruttiva ed utile». «Ci hanno parlato delle droghe ma hanno detto di non prenderle». Niccolò, Viola, Giuseppe, Clarissa sono alcuni dei ragazzi delle seconde classi che lunedì hanno assistito alla lezione improntata più sulla riduzione del danno che sulla prevenzione. «L´impostazione di quelle lezioni è vecchia, noi percorriamo un´altra strada», dicono dal Sert.

«Hanno analizzato le varie sostanze - racconta Clarissa - Sono partiti chiedendoci quali conoscevamo e poi hanno descritto gli effetti sull´organismo e i danni provocati dall´assunzione. Non ci hanno mai detto come assumerle o ottenerle. Poi hanno raccontato il loro lavoro, di come fanno a soccorrere chi sta male, magari ai rave. Anche in questo caso non ci hanno detto di andare noi ad aiutare le persone in difficoltà. E´ stato interessante. Io ho pure preso appunti. E poi i volantini che hanno lasciato alla mia classe avevano il logo di Comune e Regione». C´è chi ammette che qualche genitore ha protestato «ma sono pochi».

Via del Podestà al Galluzzo, succursale del Rodolico, ieri mattina. Tutti gli studenti difendono il lavoro degli addetti della cooperativa. Il loro modo di affrontare il problema e pure gli opuscoli informativi consegnati a buona parte degli alunni avevano invece messo sull´allarme alcuni genitori, che hanno chiesto un incontro con i responsabili dell´istituto. Loro, i quindicenni che si sono sentiti raccontare gli effetti delle sostanze stupefacenti, delle interazioni che hanno se mischiate o prese con l´alcool, da operatori esperti di riduzione del danno abituati a lavorare su persone già in parte introdotte alla droga, ieri erano stupiti dalle polemiche che si sono sollevate.

La lezione è piaciuta a molti. Viola la definisce «un´esperienza positiva, costruttiva e utile». Lo ha detto anche al preside Alfonso Bajo, che ieri mattina si è presentato nelle due classi per farsi raccontare la vicenda descritta ieri da Repubblica. Più tardi, verso le 13, una ventina di ragazzi delle sezioni A e B sedevano in un´aula dell´istituto. Hanno parlato di genitori entusiasti per l´iniziativa, hanno spiegato che i volantini sulle droghe, quelli con dentro i consigli per prenderle senza farsi troppo male, non sono stati consegnati. Almeno non a tutti. Alcune madri degli alunni hanno notato che solo in una delle due sezioni sono stati dati gli opuscoli su tutte le droghe.

Ancora ieri dal Sert spiegavano che il metodo usato al Rodolico non è quello normalmente seguito dall´azienda sanitaria. «Chiedere ai giovani quali sostanze conoscono e poi descrivere gli effetti negativi - ha commentato la direttrice del Sert Paola Trotta - è un approccio piuttosto antico. La prevenzione si fa centrando l´attenzione sulle relazioni tra i ragazzi, sulle loro capacità di stabilire rapporti con gli altri». Ciò non toglie che ai ragazzi possa piacere il metodo educativo considerato meno efficace dall´azienda sanitaria, cioè quello che sarebbe stato utilizzato lunedì scorso. «Noi percorriamo un´altra strada - insiste il direttore sanitario Asl Luigi Tosi - Quella cooperativa lavora per progetti dedicati a soggetti ad alto rischio».

(16 gennaio 2009)
 
Riporto anche i commenti lasciati dai lettori di repubblica, che sono interessanti:
 

Finiamola con le barzellette perbeniste. Chi ha impostato l'approccio alle sostanze come pare abbiano fatto questi operatori ha fatto benissimo. Le droghe sono un pilastro fondante dell'osannata economia di mercato; vogliamo capirlo una volta per tutte? Dal momento che nessuno -tantomeno l...
Inviato da pasqualepaoli il 16 gennaio 2009 alle 09:40

  • 0/5

vorrei dire alla mamma che si scandalizza se ai figli dicono che sniffare cocaina è diverso da farsi una canna se ha presente la differenza farmacologica tra le sostanze, e soprattutto se non pensa che sono proprio le falsità e la disinformazione fatta dalle istituzioni su questi argom...
 

  • 4.43/5

Tendenzialmente i genitori sanno poco o niente dei figli adolescenti. E tendenzialmente un approccio del tipo "non fate uso di droghe" convince solo chi è già convinto. Mi piacerebbe sapere come questi genitori parlano delle droghe ai propri figli. Questo sì
 

  • 3.91/5

Non ero presente all'incontro, dunque non posso dare giudizi. Tuttavia a volte penso che molti genitori tendano a vedere i propri figli come eterni pargoli, lontani da sesso droga e alcool. Purtroppo le statistiche parlano chiaro: consumo di alcool e droga in ascesa e grande ignoranza in materi...

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Natale: svelato il mistero di Santa Claus

babbo-natale-fungo-web.jpgNon ci sono elfi o palazzi di ghiaccio nel passato di Babbo Natale, ma solo una brutta storia di droga, e precisamente di alcuni funghi allucinogeni. Sì, perché le radici del simbolo pagano del Natale non si snodano tra romantiche leggende e poetici misteri, ma si basano su precisi studi botanici, quelli del dott. Ian Darwin Edwards, che ha dimostrato che Santa Claus non è altro che una visione provocata da sostanze allucinogene.
Secondi gli studi del ricercatore la  tribù lappone dei Sami era solita nutrire le renne, di cui erano esperti allevatori, con l’amanita muscaria, un fungo velenoso caratteristico per il cappello rosso vermiglio cosparso di verruche bianche, ma più che altro famoso per le sue notevoli capacità stupefacenti. Il motivo di scegliere tale dieta era rintracciabile nel fatto che le renne, grazie ad uno migliore sistema linfatico, riuscivano a separare le componenti tossiche da quelle narcotiche, espellendo queste ultime attraverso le urine, che i Sami raccoglievano e poi assumevano in occasioni speciali quali i festeggiamenti per la fine della notte artica.
Ed è in queste pratiche, a detta di Edwards, che nasce il mito di Babbo Natale: gli allevatori, presumibilmente in preda ad un trip, erano sinceramente convinti di vedere cose che in realtà non accadevano, come il volo delle renne, magari anche trainanti slitte con a bordo persone. Dopodichè è stato il macrosistema dei miti pagani a sovrascrivere sugli eventi l’immagine collettiva che tutti noi abbiamo di Babbo Natale oggi, ovvero di quell’uomo bonaccione e rubicondo che distribuisce doni dalla troika condotta da Rudolph.
Sebbene esistano diverse versioni dei fatti, come quella del “padre” dell’LSD Albert Hofmann, che parlava del rito di bere l’urina non specificando però da chi questa fosse filtrata, la tesi del dott. Edwards non è stata né smentita né confermata dalla comunità scientifica, forse troppo impegnata a risolvere altri problemi come ad esempio l’AIDS o i tumori.
A questo punto sarebbe ben altra la questione di cui dibattere, ovvero se il rossore del naso di Rudolph fosse causato da un numero eccessivo di inspirazioni di una polvere che, anch’essa guardata sotto l’effetto di un fungo, potrebbe tranquillamente essere confusa con la candida neve.
 

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permanenza sostanze

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Caso Cucchi: non è successo nulla. Concita De Gregorio. Repubblica

QUINDI non è stato nessuno. Quindi, come dice sua madre guardandoti diritto negli occhi, "visto che non è successo niente stasera torniamo a casa e lo troviamo vivo che ci aspetta".

Perché la questione è molto semplice, ed è tutta qui. Non c'è da ripercorrere le indagini, sostituirsi a chi le ha fatte, commentare la sentenza provare a indovinarne le ragioni. Meno, molto meno. Quello che rende la storia di Stefano Cucchi la storia di tutti è nelle semplicissime parole di sua madre: c'era un giovane uomo di 31 anni e non c'è più, era nelle mani dei custodi della Legge lo hanno ammazzato ma non è stato nessuno dunque non è successo niente. 

Vada a casa signora, ci dispiace. Suo figlio è morto mentre era nelle strutture dello Stato, una caserma poi un'altra, una cella di sicurezza poi un'altra, un ospedale poi un altro. È stato picchiato, è vero. Aveva le vertebre rotte gli occhi tumefatti: lo sappiamo, le perizie lo confermano, non potremmo d'altra parte certo negarlo. Le sue foto avete deciso un giorno di renderle pubbliche e da allora le vediamo ogni volta, anche oggi qui, ingigantite, in tribunale. Un ragazzo picchiato a morte. Ma chi sia stato, tra le decine e decine di carabinieri e agenti, pubblici ufficiali e dirigenti, medici infermieri e portantini che in quei sei giorni hanno disposto del suo corpo noi non lo sappiamo. Dalle carte non risulta. Nessuno, diremmo. Anzi lo diciamo: nessuno. 

Dunque vada a casa, è andata così. Dimentichi, si dia pace. Questo è un esercizio più facile per chi voglia provare a mettersi nei panni: nessuna madre, né padre, né sorella può dimenticare né darsi pace del fatto che un figlio debole, infragilito dalla droga come migliaia di ragazzi sono, ma deciso a uscirne, un figlio amato, smarrito, accudito possa essere arrestato una sera al parco con 20 grammi di hashish, portato in caserma e restituito cadavere una settimana dopo. È anche difficile sopportare in aula l'esultanza e il giubilo dei medici e degli infermieri assolti, perché comunque quel ragazzo stava male, è morto che pesava 37 chili e quando è entrato ne pesava venti di più. Sembra impossibile poter perdere 20 chili in sei giorni ma se non mangi e non bevi perché pretendi un legale che non ti danno, se hai un problema al cuore e vomiti per le botte forse succede, di fatto è successo e qualcuno deve aiutarti a restare in vita. Uno a caso, dei cento che sono passati davanti ai tuoi occhi in quei giorni e hanno richiuso la cella. È difficile per un padre leggere il comunicato di polizia Sap che con soddisfazione dice "se uno conduce una vita dissoluta ne paga le conseguenze senza che altri, medici o poliziotti, paghino per colpe non proprie". Perché, ricorda sommessamente Giovanni Cucchi, "ho rispetto per tutti, ma vorrei precisare che chi ha perso il figlio siamo noi". 

Delle immagini di ieri, sentenza di assoluzione, restano le grida di esultanza degli imputati le lacrime dei familiari e i volti chiusi dei magistrati tra cui molte donne, volti rigidi. Dicono, da palazzo di giustizia, che le prove fossero "scivolose", le perizie e le consulenze decine, tutte contraddittorie. Dev'essere stato difficile anche per i magistrati, è lecito e necessario supporre, prendere una decisione così. Ci si augura che sia stato un rovello terribile, una via per qualche ragione patita e obbligata. Perché altrimenti diventa difficilissimo per ciascuno di noi continuare ad esercitare con scrupolo e dovizia la strada impopolare e impervia, ma giusta, della responsabilità individuale e personale. Quella che se non paghi una multa ti pignorano casa, ed è giusto, se dimentichi una scadenza sei fuori dalle graduatorie, ed è giusto, se commetti un'imprudenza o violi una norma sei sottoposto a giudizio, ed è naturalmente giusto. 

Bisogna però essere certissimi, ma proprio certissimi, che non esista un'omertà di Stato per cui se è chi veste una divisa o ricopre un pubblico ufficio, a violare le norme, nessuno saprà mai come sono andate le cose perché si coprono fra loro nascondendo le carte e le colpe. Bisogna essere sicuri che se sono io ad ammazzare di botte una persona inerme prendo l'ergastolo e che se lo fa un esponente dello Stato in nome del diritto prende l'ergastolo lo stesso. Perché altrimenti, se così non è, viene meno in un luogo remoto e profondissimo il senso del rispetto delle regole e le conseguenze non si possono neppure immaginare. Altrimenti vale la legge del più forte e non si sa domani in quale terra di nessuno ci potremmo svegliare, tutti e ciascuno di noi, in quale selva che ci conduce dove. Disorienta e mina le fondamenta del vivere in comunità, una sentenza così. Servirebbe un gesto forte e simbolico, comprensibile a tutti. Ci sono giorni che chiamano all'appello l'umanità e l'intelligenza di chi, sovrano, incarna le istituzioni. Questo è uno.

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il dibattito sulla relazione annuale al Parlamento 2010 sulle droghe

il thread del forum psiconautica.forumfree.it con articoli relativi al dibattito sulla relazione al Parlamento

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consumatori di droghe

Tra i consumatori di droghe ci sono tre categorie.

Nella prima ci sono rare figure superomistiche e faustiane come Ernst Junger (Nelle Tempeste d'Acciaio) o William Burroughs (Pasto Nudo) che per tutta la loro esistenza assumono avidamente di tutto, controllano perfettamente quello che fanno e vivono una vita intensa e creativa fino a 103 anni (Junger) o a 83 (Burroughs).Nella seconda c'è una minoranza che ha sviluppato dipendenza, assume sostanze non per creare capolavori letterari o scalare le vette del pensiero ma semplicemente per ripristinare la normalità e riesce così in qualche modo, faticosamente, a bilanciarsi.

Nella terza, infine, c'è una maggioranza di poveracci che sono troppo deboli per stabilizzarsi e entrano in circoli viziosi di autodistruzione accelerata.

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