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DROGA E FILOSOFIA
Per quanto possa sembrare ostica questa discussione filosofica intorno alle droghe, l' ho trovata illuminante. Perchè analizza e spiega meglio di tanti presunti esperti il fenomeno droga e le sue implicazioni psicologiche.g.g.Umberto Galimberti: Viaggio nella droga Il tossico parla in greco antico (“la Repubblica”, 9 agosto 2007)Il consumo della droga è in continuo aumento. I danni, anche se non immediatamente avvertiti, sono spaventosi. Una voluttà nichilista sembra pervadere la nostra società, soprattutto nella sua fascia giovanile, senza che adeguati rimedi appaiano disponibili e soprattutto efficaci. Siccome sono persuaso che l’uso ormai così diffuso della droga non dipenda tanto da un disagio “esistenziale” quanto “culturale”, in questa serie di articoli vorrei affrontare il problema della droga con gli strumenti che la nostra cultura, anche se appare ormai esangue, sembra ancora in grado di offrire. Incominciamo col dire che, non solo nel caso della droga, ma in generale, “il piacere è negativo e il desiderio è insaziabile”. Questa formula, che ogni tossicomane conosce, riproduce esattamente quanto la filosofia dell’Occidente ha pensato intorno al piacere e al desiderio. Già Platone, indagando la natura del desiderio, ne ha colto l’essenza nell’“insaziabilità”, perché il desiderio è “mancanza”, è “vuoto”, da pensare non come uno stato stabile contrario al pieno, ma come uno stato insaturabile che si svuota man mano che cerchiamo di riempirlo, come la “giara bucata”, per stare alle immagini di Platone, o come il “piviere”che è quell’uccello che mangia e nello stesso tempo evacua. Iniettarsi eroina si dice in italiano “bucarsi”. Il corpo si fa “abisso” che etimologicamente significa “senza fondo”. Allo stesso modo in francese “essere alcolizzato” si dice “bere come un buco (boire comme un trou)”. Tossici e alcolizzati parlano in greco antico e descrivono la loro incapacità di “contenere” con immagini platoniche. La tossicomania sembra infatti incarnare alla lettera la teoria platonica del desiderio che fa della mancanza non il motore della ricerca della felicità, ma quella “belva dispotica e indomabile che spinge ad aggrapparsi ad essa senza poter più tendere ad altro”. Sotto questa forma il desiderio ci fa provare un dolore insopportabile eppure irresistibile, e il piacere che ne segue è cessazione di questa pena, anestesia, piacere negativo, come dopo la prima dose, quando quella successiva non porta voluttà, ma evita la caduta nella sofferenza, perchè fa cessare il dolore fisico e fa da sedativo al male di vivere di cui non ci si prende più cura. “Cura” in tedesco si dice Sorge, e Freud, dopo aver fatto uso per diverso tempo di cocaina, chiama la droga Sorgenbrecher, ciò che consente di “scacciare i pensieri”, di non “prendersi cura” e, come lui stesso scrive, “il più antico rimedio contro il disagio della civiltà”. Così dicendo, Freud, dopo aver indicato con tanta precisione la malattia chiamata “uomo”, include il ricorso alle droghe in una prospettiva culturale, e in proposito scrive: “Gli effetti prodotti dagli inebrianti nella lotta per conquistare la felicità e per difendersi dalla miseria vengono considerati talmente benefici che gli individui e i popoli hanno loro riservato un posto ben preciso nella loro economia libidica. Con l’aiuto dello scacciapensieri (Sorgenbrecher) sappiamo dunque di poterci sempre sottrarre alla pressione della realtà e trovare riparo in un mondo nostro, che ci offre condizioni sensitive migliori. E’ noto che proprio questa caratteristica degli inebrianti ne costituisce in pari tempo il pericolo e la dannosità. Per colpa loro in talune circostanze si sciupano inutilmente grandi ammontari di energia che potrebbero essere utilizzati per il miglioramento della sorte umana”. Come per Aristotele, anche per Freud, infatti, il piacere è il primo principio della vita psichica, nonché il movente più forte dell’azione umana, ma sia Aristotele sia Freud distinguono il piacere “immediato” dell’infanzia, dal piacere adulto che nasce dal “differimento” del godimento, spostato su oggetti compatibili con il mondo, con gli altri e soprattutto con l’autoconservazione. Qui cade la differenza instaurata da Freud tra il principio di piacere (infantile) e principio di realtà (adulto) che non è negazione del piacere, ma suo “differimento”, perché non tralascia la cura di uomini e cose, ma cerca il piacere attraverso questa cura, fattore essenziale di ogni vicenda umana. Quindi congedo dalla “non-curanza”, per abituarci a “prenderci cura” dei nostri piaceri, non nella forma “an-estetica” della soddisfazione immediata come fanno i bambini, ma in quella “estetica” nell’accezione greca dell’“aisthesis” o sensazione, che percorre la gamma che dal “sensibile” giunge al “bello”. Il tratto “anestetico” non è tipico solo delle droghe, ma anche degli psicofarmaci per il loro valore anestetizzante e quindi “nichilistico”. In questo modo la differenza tra droghe e farmaci sfuma, perché la neurofarmacologia ci invita a pensare che esiste una corrispondenza qualitativa tra i composti chimici che assumiamo e quelli che fisiologicamente agiscono sulle cellule cerebrali per regolare le nostre gioie e i nostri dolori. Così la neurofarmacologia razionalizza i comportamenti tossicomani e, a sua insaputa, contribuisce alla loro sdrammatizzazione, perché riconosce l’intenzione ragionevole del gesto medico o autoterapeutico che consiste nel modificare la sensibilità del corpo. In questo modo, come scrive lo psichiatra Edward Khantzian: “Il tossicomane non appare più come un immaturo che regredisce e si comporta in modo irrazionale, bensì come un adulto che individua un disagio, sceglie un rimedio specifico, si cura e si limita ad anticipare il medico con un prodotto il cui unico difetto è di essere inadeguato in quanto mal dosato”. Dello stesso avviso è il neuropsichiatria Peter Kramer per il quale: “Il paziente anedonico, così chiamato per la sua incapacità di provar piacere, che assume il prozac e il cocainomane che assume la droga tentano entrambi di compensare la loro mancanza di capacità edoniche. La finalità del loro gesto è identica”. Entrambi, infatti, vengono a compensare un’incapacità di felicità, non attraverso un coinvolgimento nel mondo, ma attraverso un godimento appetitivo e consumatorio della vita, che Platone rubrica tra le esperienze “miste e impure”, caratterizzate cioè dall’insaziabilità del desiderio e dalla negatività del piacere. La “macchina del nulla” che avvia questo circolo vizioso inabissa il tempo in un’ossessione volta alla ricerca del prodotto che promette la liberazione da ogni “cura”, innescando quella meccanica della ripetizione, che Freud chiama “coazione a ripetere”, dove l’insaziabilità della pulsione si scontra con l’inadeguatezza dell’oggetto e quindi con l’impossibilità del godimento. A questo punto il desiderio che, come ci ricorda Platone, è fatto di “mancanza” e di “nulla”, chiede che si aumenti la dose, per cui in un certo senso latossicomania riprodurrebbe, come nessun’altra cosa, il perfetto funzionamento del desiderio, che non cerca il piacere nel mondo, ma l’estinzione rapida e immediata di quella “mancanza” che è la sua struttura costitutiva. Nessuno infatti desidera ciò che ha, ma solo ciò che non ha. Il nulla è l’anima del desiderio che, nella sua versione anestetica, rende l’appetito irresistibile e il piacere insoddisfacente. Sulla natura “insaziabile” del desiderio, i tossicomani sono d’accordo. Lo sanno anche se non hanno letto Platone. E’la droga ad averglielo insegnato. E a proprie spese hanno imparato che “ci si droga per essere assuefatti” come scrive William Burroughs ne La scimmia nella schiena, e che darsi alla droga è un “full time job, un lavoro a tempo pieno” come dice Mark Renton in Trainspotting. Ma siccome il tempo è la nostra vita, e la nostra vita siamo noi, la tossicomania, come rimedio al dolore, invoca per sé un altro rimedio. Platone contro l’insaziabilità del desiderio consigliava il pensiero, Freud invitava a piegarsi al principio di realtà, nel senso che per godere bisogna fare uno sforzo. E allora contro la voluttà degli “scacciapensieri” o Sorgenbrecher, come li chiama Freud, che sono tanto le droghe quanto i farmaci così agognati dal nostro cervello che sembra ce la metta tutta per diventare cronicamente desiderante, l’antropologa Giulia Sissa consiglia: “Mettiamoci a sedurre uomini, conquistare donne, guadagnare denaro, scrivere un libro. Passiamo attraverso le persone e le cose. Dopotutto - ed è appunto il "dopo" che conta - si gode di più”. Un modo per dire: “non ripudiamo il nostro desiderio”, ma per evitare che, dall’abisso della negatività che lo costituisce, il desiderio si faccia insaziabile e cerchi nella droga o nel farmaco quel piacere negativo che consiste nel riempire la “giara bucata”, facciamolo passare attraverso le persone e le cose. Il piacere, infatti, va assecondato, non negato. Si tratta solo di indicargli la via come l’auriga di cui parla Platone la indica al cavallo indomito. E questo va raccomandato soprattutto alle campagne pubblicitarie che, con le loro minacce e le loro raccomandazioni tautologiche del tipo “just say no (dì di no e basta)”, mancano di efficacia perché, trascurando la natura del desiderio e la qualità del piacere, dicono cose in cui sono del tutto trascurati gli incanti della vita. E ognuno sa che, senza incanti, la vita non ha più voglia di vivere. (1-continua) Con l'eroina la vita è nulla (“la Repubblica”, 14 agosto 2007)Dovevamo aspettare Irvine Welsh, l’autore del romanzo Trainspotting, per apprendere che l’eroina, considerata una droga "sporca", anestetizza tutti i dolori, e che una delle cause della sua diffusione è dovuta al fatto che l’informazione, mentre terrorizza i giovani illustrando le drammatiche conseguenze connesse all’assunzione della sostanza, trascura di dire che l’eroina procura anche uno sconfinato piacere (1). E così si confina il problema della droga nel recinto ristretto del piacere-dispiacere come si fa con il tabacco e con l’alcol, sottintendendo che, se la questione è tutta lì, per uscirne basta la forza di volontà. Ma la questione non è tutta lì, anzi non è proprio lì. Alla base dell’assunzione di eroina, ma forse di tutte le droghe, anche del tabacco e dell’alcol, c’è da considerare se la vita offre un margine di senso sufficiente per giustificare tutta la fatica che si fa per vivere. Se questo senso non si dà, se non c’è neppure la prospettiva di poterlo reperire, se i giorni si succedono solo per distribuire insensatezza e dosi massicce di insignificanza, allora si va alla ricerca di qualche anestetico capace di renderci insensibili alla vita. A differenza del piacere sessuale che è intenso, attivo e produttivo, il piacere dell’eroina è "anestetico". Chi lo cerca non vuol sentire di più, ma sentire di meno, non vuole partecipare più intensamente alla vita, ma prendervi parte il meno possibile. Come i martiri, come gli eremiti che dicono no al mondo perché nel mondo non scorgono alcun senso e alcuna traccia di salvezza, così gli eroinomani si sottraggono alla vita quotidiana perché la successione dei giorni diffonde solo quella noia senza speranza che ispessisce l’aria che si respira fino al soffocamento. Di qui la ricerca spasmodica per tutto ciò che può anestetizzare. L’anestesia concessa da "quella belva dispotica e indomabile", come vuole l’immagine di Platone, spinge ad aggrapparsi ad essa senza poter più tendere ad altro. E allora torna qui in mente la dialettica hegeliana servo-signore, nonché la metafora heideggeriana del pendio, in tedesco Hang, da cui hangen, essere appeso, e anhangen, dipendere. Torna il concetto lacaniano di manque, la mancanza come molla del desiderio (2), e la teoria freudiana del piacere narcotico come piacere affascinante perché doppiamente negativo: fa cessare il dolore fisico e fa da sedativo al male di vivere. Sulla traccia dell’etica aristotelica, Freud ipotizza che il nostro cervello sia fatto per godere dell’inerzia e della noncuranza, assecondando le quali, non ci si cura di nient’altro se non di quell’oggetto che pensiamo possa dispensarci da ogni cura. Tale è l’oggetto tossico, nevrotico, onirico, in presenza del quale la pulsione si fa insistente, implacabile e coatta, dove il desiderio, come vuole il nichilismo denunciato da Platone e da Aristotele, è sempre vivo perché insoddisfatto, e insoddisfatto perché il piacere che cerca è negativo, è l’uscire dalla pena dell’insaziabilità del desiderio. Per questo la droga che anestetizza ha un successo da far invidia al sistema moderno delle merci, dal momento che nessun bene di consumo può competere con essa in termini di soddisfazione e di piacere anestetizzante. Qui filosofia e psicoanalisi convengono nel dirci che quando la voluttà tende all’anestesia (e tutte le droghe, anche quelle euforizzanti che i nostri giovani consumano ogni sabato sera nelle discoteche, sono paradossalmente anestetiche perché anestetizzano dal prendersi cura degli altri e del mondo), l’appetito si fa divorante, ma il prodotto con cui si tenta di placarlo si rivela di volta in volta sempre più insoddisfacente. Per questo, il piacere dell’anestesia è il più sottile dei piaceri, forse il più insidioso, senz’altro il più diffuso. Lo incontriamo ogni volta che accendiamo una sigaretta per attutire noia o stress, piccoli indizi della fatica di vivere, ogni volta che ci affidiamo all’alcol per liberare quanto siamo costretti abitualmente a reprimere. Tutto ciò avviene quando si è detto sì alla vita e ci si vuol solo sostenere per mantenere la promessa. Quando invece alla vita si è detto no, senza neppure bisogno di dirlo, perché è la vita stessa a non essere mai sorta come una passione, allora si cerca un piacere anestetico più forte, che vuol dire cercare un modo qualsiasi per non esserci. I recettori che l’eroina impregna fanno già da sé il lavoro anestetico, ma se questo non basta, perché la vita nella sua insensatezza oltrepassa i limiti di sopportazione previsti dalla nostra fisiologia, non resta che aiutare i nostri recettori a renderci più insensibili a tutto ciò che non si ha più voglia di sentire, né di vedere, né di sopportare. E questo perché? Perché, spiega Freud, accanto alla "pulsione di vita", c’è in noi anche una "pulsione di morte" che sempre la fiancheggia, come sua ombra. Non solo nel caso dei tossicomani ma, come possiamo constatare se appena prestiamo un minimo di attenzione alla nostra esistenza, in ciascuno di noi. E’ questo un pensiero difficile da pensare, soprattutto nella nostra cultura dove, come scrive Jean Baudrillard: “Parlare di morte fa ridere di un riso forzato e osceno. Parlare di sesso non provoca più nemmeno questa reazione: il sesso è legale, solo la morte è pornografica”. Esorcizzata, messa fuori dal circuito dei nostri pensieri e delle nostre conversazioni, la "pulsione di morte" finisce con l’essere attestata ed evidenziata proprio dai tossicomani che la praticano come esercizio quotidiano. Infatti, come scrive Giovanni Jervis nel suo Manuale critico di psichiatria (Feltrinelli): “Nel comportamento dei tossicomani è possibile constatare con particolare chiarezza l’esistenza di un problema psicologico che costituisce uno degli enigmi fondamentali della psichiatria: la tendenza a tornare a ripetere molte volte schemi di comportamento chiaramente fallimentari. In termini un po’ tecnici, si può sostenere l’ipotesi che i tossicomani, come altri, abbiano la tendenza a metastoricizzare una situazione di scacco, e di crisi, ritualizzandola attraverso la ripetizione. Ma in molti casi, soprattutto di alcolisti e di eroinomani, la tossicomania diventa, da un certo punto in poi, volontà di morte: cioè in pratica un progressivo suicidio”. A questo punto il problema non è quello di far sapere ai giovani che, per evitare terribili conseguenze, bisogna saper rinunciare al piacere che l’eroina indubbiamente offre, perché chi prende a bucarsi, non ha in vista quel piacere, ma proprio quelle terribili conseguenze a cui desidera arrivare anestetizzato. Il no alla vita non è ciò che si trova alla fine di un percorso intrapreso per la ricerca del piacere, ma è ciò che si trova all’inizio del percorso, ciò che da subito ci si propone di raggiungere nel modo più anestetizzato possibile. Questa è la ragione per cui quanti si fanno ripulire i recettori dai farmaci si trovano, a lavaggio avvenuto, davanti alla stessa insensata biografia del cui peso avevano cercato di liberarsi con l’anestetico. Ma questa è anche la ragione per cui quando la comunità terapeutica ha disintossicato il drogato con il calore della comunicazione non può che riconsegnarlo al mondo esterno, dove quel calore si raggela e il bisogno dell’anestesia ritorna più urgente, soprattutto quando, in assenza di qualsiasi progetto, la propria vita non si configura come "storia", ma come pura successione di "momenti", scanditi dalla sofferenza dell’astinenza che, spasmodica, chiede di essere placata con la periodicità delle assunzioni. La disintossicazione farmaceutica e la disintossicazione comunitaria, l’una con la chimica l’altra con il calore della comunità, alla fine restituiscono l’individuo alla sua esistenza nuda e cruda, da cui un giorno quell’ individuo si era allontanato perché la vita non aveva "fatto presa". E dove la vita non fa presa non c’è chimica né comunità che tenga, c’è solo la voglia di non vivere come puro quantitativo biologico. E se la biologia segue la sua legge o costringe a vivere quella vita in terza persona scandita dai ritmi dell’organismo, allora non resta che il piacere dell’anestesia, quel sì alla vita, purché in nostra assenza, che è il sì di ogni esistenza traghettata dalla droga. I lettori di Trainspotting, e quanti sono accorsi a vederne la versione cinematografica, non si lascino ingannare. Sia il libro sia il film dicono che la droga è anche piacere, e chiunque è libero di cercare il piacer suo e di preferire una vita breve ma piacevole a una lunga ma insignificante. Non è vero! Il piacere della droga non è la scelta di una maggiore intensità della vita al prezzo della sua brevità, è la scelta dell’astinenza dalla vita, perché questa, una volta apparsa in tutta la sua insignificanza, prosegua pure il tracciato della sua insensatezza, ma risparmiando almeno il dolore. A questo tende il piacere dell’eroina, ossia il piacere dell’anestesia, a null’altro (3) (2- continua) Il dramma ecstasy (“la Repubblica”, 18 agosto 2007)Se l’eroina è una droga "sporca", che dire di quella droga cosiddetta "pulita", come molti giovani ritengono sia l’ecstasy, la più famosa delle cosiddette "nuove droghe", che poi tanto "nuova" non è?L’ecstasy, infatti, o MDMA come si chiama in chimica, venne brevettata nel 1913 dalla compagnia tedesca Merk come pillola dimagrante con delle comiche descrizioni dei suoi effetti collaterali, ma non fu commercializzata. Ritornò in auge nel 1953 quando l’esercito americano provò una serie di droghe perusi militari. Messa sul mercato nel 1977, la MDMA vi rimase come droga terapeutica fino al 1985, quando la Dea, l’agenzia federale antidroga americana, la rubricò nella tabella 1, la più restrittiva. Da allora l’ecstasy, in un primo tempo battezzata empaty per la sua capacità di favorire la comunicazione, fu lavorata in laboratori clandestini e distribuita attraverso la rete degli spacciatori. Ricavo queste informazioni dal libro di Nicholas Saunders, E come Ecstasy (Feltrinelli). Un contributo a quella lotta al buio in cui brancolano troppi genitori che ogni sabato sera si apprestano a passare la loro nottata d’ansia per quei loro figli, poco appariscenti e abbastanza integrati, che spendono il loro tempo libero in quei santuari dove un’altra trinità ha preso il posto di quella religiosa, e che, al pari di questa, ha il suo cerimoniale in quella "techno-scena" composta da techno-sound, techno-droga e techno-party. L’ecstasy è la techno-droga, la seconda componente di questa trinità. Sempre in questo libro leggo questo dialogo. Dice la ragazza: “Non puoi mettere l’amore in una pillola”. E il ragazzo risponde: “Non sto dicendo questo. Non penso che l’ecstasy crei un’esperienza d’amore. Penso che faccia qualcosa di molto più umile e specifico. Elimina la paura. E tolta quella, l’amore viene da sé”. Se guardiamo le cose da questo punto di vista è più istruttivo conoscere non solo i pericoli connessi all’uso di questa droga, ma anche i piaceri da essa indotti. Perché solo la conoscenza dei piaceri assicurati, o anche solo promessi, può gettar luce sulla qualità del disagio che porta al suo consumo. Gli effetti piacevoli dell’ecstasy possono sostanzialmente essere ridotti a due: il sollievo della tensione muscolare e, come riferiva il dialogo tra i due giovani, il dissolversi delle paure. Il primo effetto, quello fisico, consente ai giovani del sabato sera di ballare per trentasei ore senza avvertire la fatica. Questo non significa che il corpo non si stanchi e che la fatica non si paghi, semplicemente non se ne ha la sensazione. Tutto ciò non è una gran bella cosa, perché le soglie di dolore o di affaticamento sono lì ad avvertirci che non possiamo fare del nostro corpo ciò che vogliamo, e che i deliri di onnipotenza, anche se piacevoli, non cessano di essere deliri che, a effetto concluso, presentano il conto. Più interessante è l’effetto psicologico che si traduce nel dissolvimento delle paure, sia nei confronti dei nuclei profondi della propria personalità (al punto che alcuni psicoterapeuti americani tra il 1977 e il 1985, gli anni d’oro dell’ecstasy in America, ne avevano sperimentato l’uso per un più rapido rapporto con il proprio inconscio), sia nei confronti degli altri a cui ci si relaziona in modo più disinibito e affettuoso. Per quanto concerne il rapporto con gli altri, si ha una maggiore apertura e capacità di interazione, dovuta allo scioglimento delle barriere difensive e a una diminuzione della paura e dell’aggressività. Quest’ultimo tratto riduce nei maschi la possibilità di rapporti sessuali, ma questo rassicura le ragazze che possono celebrare il loro narcisismo senza il timore di essere aggredite, perché il clima che si crea è quello di un appassionato innamoramento o di una insolita sensibilità verso il partner, sempre meno specifico in termini di compagno di vita o incontro occasionale, di omosessuale o eterosessuale. Tra gli effetti spiacevoli vanno ricordati: sul versante fisico il surriscaldamento con la possibilità, peraltro non frequente, di morire per collasso da calore, per cui l’ecstasy è cinque volte più tossico in condizioni affollate che in isolamento; sul versante psicologico il possibile scatenamento di attacchi epilettici o di attacchi psicotici, più frequenti in personalità già predisposte. Dalla qualità dei piaceri attesi o comunque promessi sembra che i consumatori di ecstasy, e qui siamo al punto, siano alla ricerca di una riduzione delle barriere che nella nostra cultura rendono così difficile la comunicazione: artificiale in pubblico e noiosa e ripetitiva nel privato. Hanno scelto come strada la chimica, e come effetto la sua azione sul proprio cervello e quindi sul proprio corpo. Dell’anima non si fidano, con le sue possibilità non hanno consuetudine, troppi sono stati i tentativi che hanno avuto insuccesso. E allora quel che nella nostra cultura non si riesce più a far con l’anima, lo si fa con la chimica, pur di riuscire a raggiungere quello scopo che è la comunicazione e il contatto, al di là di tutte le barriere che ci costringono nel recinto stretto della nostra solitudine di massa. Si tratta di quella solitudine che i giovani, tra i 15 e i 25 anni, quando massima è la forza biologica, emotiva e intellettuale, soffrono più degli adulti, perché vivono parcheggiati in quella terra di nessuno dove la famiglia non svolge più alcuna funzione e la società alcun richiamo, dove il tempo è vuoto, l’identità non trova alcun riscontro, il senso di sé si smarrisce, l’autostima deperisce. E allora chiedono alla chimica di precisare la loro passione che non sa se avere legami con il cuore o con il sesso, per celebrare l’eccesso della vita nei riti del sabato sera, con sonno diurno per smaltire, oltre agli effetti di una notte che di "estasi" aveva solo il nome, le conseguenze distruttive di quell’energia giovanile che le nostre società efficienti ed avanzate non sanno come utilizzare. Vivono di notte i nostri giovani, perché di giorno nessuno li riconosce, nessuno ha bisogno di loro. E loro lo sanno e non vogliono sbattere ogni giorno la faccia contro il misconoscimento della loro esistenza. Per coloro invece che già sono inseriti nel mondo del lavoro, l’ecstasy rappresenta una liberazione dall’oppressione dei ruoli, delle funzioni, dell’estetica, della distanza e della freddezza, che negli usi e costumi degli occidentali si chiama "correttezza". Una parola elegante cresciuta nel giardino della non-comunicazione, dove il contatto è formalizzato, la parola stereotipata, lo sguardo impersonale, il tutto all’insegna della non-confidenza, che garantisce a ciascuno di noi di ritirarsi dai rapporti senza offendere nessuno. Una sorta di "liberazione in vita (jivanmuktiviveka)" come si legge nel commento ai Veda di Vidyaranya, capo del centro monastico sankariano di Srnegevi dove morì probabilmente nel 1386. Pur nella radicale differenza degli scenari c’è un punto in comune tra la via della liberazione indicata dalla meditazione orientale e quella freneticamente cercata dai consumatori di chimica occidentale: la "soppressione della mente" perché, scrive Vidyaranya: “La prosperità della mente è una rovina, la rovina della mente è grande prosperità. Fino a che la mente non è stata vinta esercitandosi a mantenere saldamente l’attenzione su una sola realtà, nel cuore si levano le predisposizioni, demoni di mezzanotte. La mente, infatti, è il mezzo della ruota dell’illusione, vincendo la quale, si raggiunge l’assenza di paura (abhaya), l’estinzione del dolore, la conoscenza di sé, come anche la pace imperitura”. Dunque le stesse cose che i nostri giovani cercano con l’ecstasy, ma la via da essi percorsa rischia di sollevare quelli che per la meditazione orientale sono i "demoni di mezzanotte", proprio quelle predisposizioni che non danno, ma tolgono la pace. Per raggiungere la pace, scrive ancora Vidyaranya: “Vi sono due tipi di controllo: metodico e violento. Il controllo violento delle facoltà sensoriali e di azione avviene tramite il controllo delle loro sedi fisiche. è questa la via che non porta alla vera quiete, e perciò è seguita solo dagli sciocchi che si adoperano a vincere la mente con la violenza, che è come legare un grosso elefante impazzito con filamenti di loto”. Non possiamo seguire le vie orientali perché siamo occidentali, e se è delirio di onnipotenza sconfinare con l’ecstasy oltre i limiti del proprio io, non lo è da meno sconfinare in Oriente con l’anima gravida d’Occidente. Ma se non possiamo seguire la via indicata dall’Oriente evitiamo almeno di seguire quella sconsigliata, quella dei "demoni di mezzanotte" e di credere che la chimica possa farci raggiungere a fine settimana, su nostro comando, qualcosa che assomigli a quello che in Oriente chiamano Brahman-Nirvana. Coloro infatti che si nutrono di ecstasy, anche se animati dal desiderio di sottrarsi agli aspetti invivibili della cultura dell’Occidente, a loro insaputa non fanno che confermare a livelli elementari quello che è il tratto tipico di questa cultura, ossia la volontà di potenza che nulla vuole se non che il mondo desiderato accada a nostro comando. (3 - continua) Coca, regina dell’illusione (“la Repubblica”, 27 agosto 2007) Qual è il bisogno sotteso all´uso sempre più diffuso di cocaina e, in sua mancanza, al ricorso a psicofarmaci più o meno stimolanti? Abbiamo così bisogno di tono, di prontezza di prestazioni al massimo dell´efficienza che non ci facciano sentire la stanchezza, lo sforzo, la fatica? Oppure siamo così depressi che, in mancanza di quella sostanza o dei suoi sostituti, non sapremmo essere all´altezza di quanto gli altri da noi si attendono o noi stessi pretendiamo da noi? E infine di che genere è quella depressione, per sollevarsi dalla quale e trovare spunto per una qualche iniziativa, spinge senza esitazione tanti giovani e non all´uso frequente e spesso incontrollato di questa sostanza? Sappiamo che le sofferenze dell´anima non sono patologie fisse come quelle del corpo, perché subiscono l´influenza dell´atmosfera del tempo e il clima che si diffonde. Fu così che a partire dagli anni Settanta, la depressione divenne la forma della sofferenza psichica per eccellenza, che ha liquidato d´un colpo le forme "nevrotiche" che hanno caratterizzato il Novecento, riducendo di molto le chances della psicoanalisi nata e cresciuta come cura della nevrosi. La nevrosi, infatti, è un "conflitto" tra il desiderio che vuole infrangere la norma e la norma che tende a inibire il desiderio. Come conflitto, la nevrosi trova il suo spazio espressivo nelle "società della disciplina" che si alimentano della contrapposizione tra il "permesso" e il "proibito", una macchina che i più adulti fra noi conoscono perché regolava l´individualità fino a tutti gli anni Cinquanta e Sessanta. Poi, a partire dal Sessantotto la contrapposizione tra il permesso e il proibito tramonta, per far spazio a una contrapposizione ben più lacerante che è quella tra il "possibile" e l´"impossibile". Che significa tutto questo agli effetti della cocaina e degli psicofarmaci eccitanti a cui si ricorre come a un rimedio? Significa che nel rapporto tra individuo e società, la misura dell´individuo ideale non è più data dalla docilità e dall´obbedienza disciplinare, ma dall´iniziativa, dal progetto, dalla motivazione, dai risultati che si è in grado di ottenere nella massima espressione di sé. L´individuo non è più regolato da un ordine esterno, da una conformità alla legge, la cui infrazione genera sensi di colpa, ma deve fare appello alle sue risorse interne, alle sue competenze mentali, alle sue prestazioni oggettive, per raggiungere quei risultati a partire dai quali verrà valutato. In questo modo, dagli anni Settanta in poi, la depressione ha cambiato radicalmente forma: non più il "conflitto nevrotico tra norma e trasgressione", con conseguente senso di colpa, ma, in uno scenario sociale dove non c´è più norma perché tutto è possibile, il nucleo depressivo origina da un "senso di insufficienza" per ciò che si potrebbe fare e non si è in grado di fare, o non si riesce a fare secondo le attese altrui, a partire dalle quali, ciascuno misura il valore di se stesso.Questo mutamento strutturale della psiche collettiva, così ben segnalato dal sociologo francese Alain Ehrenberg in La fatica di essere se stessi, ha fatto sì che i sintomi classici della depressione, quali la tristezza, il dolore morale, il senso di colpa, passassero in secondo piano rispetto all´ansia, all´insonnia, all´inibizione, alla perdita di iniziativa, in un contesto sociale dove "realizzare iniziative" è assunto come criterio unico e decisivo per misurare e sigillare il valore di una persona. Di qui il ricorso alla cocaina e agli psicofarmaci stimolanti per attutire l´ansia parossistica, oppure la perdita più o meno estesa di iniziativa, l´inibizione all´azione, il senso di fallimento e di scacco, fattori questi che entrano in implacabile collisione con i paradigmi di efficienza e di successo che la società odierna considera essenziali per riconoscere dignità e significanza esistenziale a ciascuno di noi. E quando l´orizzonte di riferimento non è più in ordine a ciò che è "permesso", ma in ordine a ciò che è "possibile", la domanda che si pone alle soglie del vissuto depressivo non è più: "Ho il diritto di compiere quest´azione?", ma "Sono in grado di compiere quest´azione?". Di qui il ricorso massiccio alla cocaina e agli psicofarmaci "tonificanti". Possiamo scorgere l´origine dell´odierna depressione in due cambiamenti di tendenza registrati negli ultimi trent´anni della nostra storia circa il modo di concepire l´individuo e le possibilità della sua azione. Il primo cambiamento s´è registrato verso la fine degli anni Sessanta, quando la parola d´ordine dell´intero continente giovanile era: "emancipazione" all´insegna del "tutto è possibile", per cui: la famiglia è una camera a gas, la scuola una caserma, il lavoro, e il suo rovescio il consumismo, un ´alienazione, e la legge uno strumento di sopraffazione di cui ci si deve liberare ("vietato vietare") Su questa cultura preparata dal Sessantotto, ma che il Sessantotto aveva pensato in termini "sociali", si impianta, per uno strano gioco di confluenza degli opposti, la stessa logica di importazione americana, giocata però a livello "individuale", dove ancora una volta tutto è possibile, ma in termini di iniziativa, di performance spinta, di efficienza, di successo al di là di ogni limite, anzi con il concetto di limite spinto all´infinito, per cui oggi siamo a chiederci: qual è il limite tra un ritocco di chirurgia estetica e la trasformazione in androide di Michael Jackson, tra un´abile gestione dei propri umori attraverso farmaci psicotropi e la trasformazione in robot chimici o in veri e propri drogati, tra le strategie di seduzione troppo spinte e l´abuso sessuale, tra il diritto alla salute e al prolungamento della vita e la manipolazione genetica? E questo solo per fare degli esempi che dimostrano come le frontiere della persona e quelle tra le persone determinano un tale stato d´allarme da non sapere più chi è chi. Come scrive Augustin Jeanneau in Les risques d´un´époque: “La liberazione sessuale ha sostituito la preoccupazione di sbagliare con la preoccupazione di essere normali”. Espressione sintomatica del cambiamento, non dissimile da quella segnalata da Vidiadhar S. Naipaul in Alla curva del fiume: “Non potevo più rassegnarmi al destino. Il mio destino non era di essere buono, secondo la nostra tradizione, ma di fare fortuna. Ma in che modo? Che cosa avevo da offrire? L´inquietudine cominciava a mangiarmi dentro”. E allora psicofarmaci, e se vogliamo anche un certo piacere: droga. Tra l´odierna depressione e la dipendenza da cocaina c´è infatti un parallelismo che approda a una sorta di complementarietà. E questo perché sia la depressione sia la tossicodipendenza, per differenti che possano apparire, esprimono la patologia di un individuo che non è mai sufficientemente se stesso, mai sufficientemente colmo di identità, mai sufficientemente attivo, perché troppo indeciso, troppo titubante, troppo ansioso, per cui depressione e tossicodipendenza sono come il diritto e il rovescio di una medesima "patologia dell´insufficienza". Il vissuto di insufficienza, causa prima della depressione odierna, attiva la dipendenza da cocaina per le promesse di onnipotenza che prospetta, lasciando intravedere la possibilità di infrangere la barriera che ci separa da quella meta agognata dove "tutto è possibile", "tutto è permesso". In questo modo si radicalizza la figura dell´individuo sovrano, che paga naturalmente il conto con la schiavitù della dipendenza, che è poi il prezzo della libertà illimitata che l´individuo si assegna. Alimentando l´immaginario di poter maneggiare illimitatamente la propria psiche, senza i rischi di tossicità delle droghe "sporche", la cocaina sopprime i sintomi della depressione, che è un arresto nella corsa sfrenata a cui siamo chiamati e, accelerando la corsa, ci rende perfettamente omogenei alle richieste sociali. Mettendo a tacere il sintomo, vietando che lo si ascolti, la cocaina induce il soggetto a superare se stesso, senza essere mai se stesso, ma solo una risposta agli altri, alle esigenze efficientistiche e afinalistiche della nostra società, con conseguente inaridimento della vita interiore, desertificazione della vita emozionale, omogeneizzazione alle norme di socializzazione richieste dalla nostra società, a cui fanno più comodo robot automatizzati e automi impersonali, che soggetti capaci di essere se stessi e di riflettere sulle contraddizioni, sulle ferite della vita e sulla fatica di vivere. Nel 1887, un anno prima di scendere nel buio della follia, Nietzsche annunciava profeticamente “l 'avvento dell´individuo sovrano, uguale soltanto a se stesso, riscattato dall´eticità dei costumi”. Oggi, a cento anni dalla morte di Nietzsche, possiamo dire che l´emancipazione ci ha forse affrancato dai drammi del senso di colpa e dallo spirito d´obbedienza, ma ci ha innegabilmente condannato al parossismo della prestazione, dell´iniziativa e dell´azione, nella più assoluta incapacità di essere se stessi al di là delle richieste sociali di efficienza, iniziativa, rapidità di decisione e di azione, di cui non è dato scorgere il limite.(4. Continua)da una serie di articoli su Repubblica.Scarica il file in pdfNote (1). Niente di più vero. Nessuna campagna di prevenzione potrà mai funzionare se non basta su informazioni vere. L'eroina da un piacere sconfinato. Anestetizza qualunque dolore. Euforizza. Se ci si limite a dire che fa male e basta, non bisogna prenderla sarà sempre un messaggio fallimentare. Vale ugualmente per la marijuana. la cancellazione della distinzione con le droghe pesanti, innesca un circuito fallimentare perchè chi la conosce, o chi la prova, presto si rende conto che non ci sono danni apprezzabili, magari concludendo che forse il fatto che le droghe pesanti fanno male è un altro falso. (2). per chi fosse interessato il concetto di mancanza è trattato diffusamente nel libro "Il destino del tossicomane" di Claude Olivenstein (3) Sono solo parzialmente d'accordo. Forse c'è da discutere se davvero la droga permette una vita più intensa. Ma le esperienze fatte con o attraverso le droghe spesso non si vivono in mille vite. Ed il piacere provato, soprattutto nelle prime assunzioni è irripetibile. E quando l'alternativa è la non vita offerta dalla nostra cultura, dalla nostra società, a che serve spegnersi lentamente in una tale non vita? Se come ammette anche Galimberti la nostra società nevrotica e nevrotizzante ci consegna una vita senza piacere, mortale ma che comunque da un senso alla non vita?
http://www.altrestorie.org/news.php?extend.1872.5
il dibattito sulla relazione annuale al Parlamento 2010 sulle droghe
il thread del forum psiconautica.forumfree.it con articoli relativi al dibattito sulla relazione al Parlamento
consumatori di droghe
Tra i consumatori di droghe ci sono tre categorie.
Nella prima ci sono rare figure superomistiche e faustiane come Ernst Junger (Nelle Tempeste d'Acciaio) o William Burroughs (Pasto Nudo) che per tutta la loro esistenza assumono avidamente di tutto, controllano perfettamente quello che fanno e vivono una vita intensa e creativa fino a 103 anni (Junger) o a 83 (Burroughs).Nella seconda c'è una minoranza che ha sviluppato dipendenza, assume sostanze non per creare capolavori letterari o scalare le vette del pensiero ma semplicemente per ripristinare la normalità e riesce così in qualche modo, faticosamente, a bilanciarsi.
Nella terza, infine, c'è una maggioranza di poveracci che sono troppo deboli per stabilizzarsi e entrano in circoli viziosi di autodistruzione accelerata.
Parola di Nobel: "Legalizziamo l'uso delle droghe"
di Luca Landò
L'Unità- "Sa che le dico? Che la guerra contro le droghe è fallita ma nessuno lo ammette. Eppure basterebbe mettere i numeri in fila per capire che in 35 anni di onorate battaglie si è speso troppo, ottenuto niente e, cosa peggiore, ingrassato i conti delle organizzazioni criminali. Le sembra un buon risultato?".Domanda inutile, perché il professor Becker, Gary Becker, premio Nobel per l’Economia nel 1992, non perde tempo e riparte all’attacco. «C’è solo un modo per ridurre il consumo di droghe: legalizzarle».È dal 2001 che il professore emerito all’Università di Chicago ripete con ostinazione il proprio mantra antiproibizionista. La prima volta lo fece con un articolo su Business Week, tono pacato ma contenuto esplosivo, perché a lanciare il tema della legalizzazione non era l’ultimo degli hippy ma l’allievo di Milton Friedman. Nel 2006 entrò nei dettagli pubblicando uno studio sul Journal of Political Economy, rivista accademica per addetti ai lavori. E lì, insieme a Kevin Murhpy e Michael Grossman dimostrò con la forza dei numeri che le sue tesi avevano un fondamento economico.«Ogni anno gli Stati Uniti destinano 40 miliardi di dollari per combattere la diffusione delle droghe. Se a tutto questo aggiungiamo i costi per la società e lo Stato - poliziotti, tribunali, carceri - il costo arriva a 100 miliardi di dollari ogni anno. È una cifra enorme. Di fronte alla quale è bene porsi una domanda: esiste un modo meno costoso e più efficace per ridurre il consumo di droghe? Il nostro studio, quello del 2006, suggeriva un’altra strada: legalizzare le droghe e applicare una tassa sul consumo. Il ragionamento è semplice: la guerra alle droghe, aumentando il rischio di chi le produce e le commercia, ha fatto lievitare il prezzo delle sostanze vendute, tanto che il prezzo alla vendita è in genere il 200% rispetto a quello effettivo. Ebbene, con una tassa del 200% su un prodotto legalmente venduto, quello stesso ricavo finirebbe nelle casse dello Stato anziché nelle tasche delle mafie. Così, invece di spendere soldi per contrastare inutilmente i produttori illegali, si avrebbero fondi a sufficienza, ad esempio, per finanziare campagne di informazione sui pericoli legati all’uso delle droghe».
Lei contesta i risultati della cosiddetta guerra alle droghe, eppure l’Onu, lo scorso giugno ha pubblicato un rapporto in cui si spiega che l’uso di eroina, cocaina e marijuana, in alcuni mercati, inizia a calare."È il minimo che potesse accadere, visto quello che si spende in tutto il mondo. Ma è una impostazione sbagliata. Il concetto di “guerra alle droghe” venne lanciato per la prima volta da Nixon negli anni Settanta e ribadito da tutti i presidenti, nessuno escluso. Se i risultati di cui parla l’Onu fossero legati a un’attività di uno o due anni li potrei apprezzare. Trattandosi di una guerra di 35 anni si tratta di un fallimento. Non solo, ma trattandosi di mercati illegali, le stime che circolano sono del tutto teoriche: come si fa sapere la reale produzione mondiale di droga? O il consumo? Sono numeri difficili da dimostrare. E non dimentichiamo che quando un tipo di droga cala, quasi sempre ne spunta un’altra. Quelle sintetiche, ad esempio».
In effetti l’Onu parla proprio di un aumento di queste ultime, soprattutto nel Terzo mondo.«Restiamo su quelle “classiche”, l’oppio ad esempio: un aspetto di cui si parla poco è che la produzione e il commercio di droga è la fonte principale di finanziamento dei talebani e di Al Qaeda. Ora, ha senso mandare truppe in Afghanistan e, nel contempo, consentire alle forze che si intende combattere di continuare a ricevere finanziamenti? Se le droghe venissero legalizzate, quegli introiti verrebbero meno».
Alberto Maria Costa, il direttore dell’Ufficio Onu contro la Droga e il Crimine, dice che anche in presenza di un mercato legale vi sarebbe sempre un mercato parallelo controllato dal crimine.«Prendiamo l’alcol. Negli Stati Uniti è stato illegale per quattordici anni, fino a quando il presidente Roosevelt, nel 1933, decise di legalizzarne la produzione e l’utilizzo. Bene, prima di allora whisky, gin e quant’altro erano tutti controllati da organizzazioni criminali. Al Capone, per intenderci, era un trafficante di droga. E quella droga si chiamava alcol. Con la legalizzazione nacquero distillerie legali, distributori legali, rivenditori legali. In un attimo si mandò all’aria l’intero business del crimine. Lo stesso può accadere con le droghe vere e proprie. È possibile che continui a esistere una sorta di mercato nero per alcune sostanze, ma si tratterà di piccole nicchie all’interno di un mercato tutto alla luce del sole».
Ma lei esclude ogni tipo di divieto?«Niente affatto. Tanto per cominciare vieterei la vendita ai minori, proprio come avviene negli Stati Uniti per i liquori. Un’altra limitazione, proprio come per le bevande alcoliche, è legata alla guida: punizioni severe per chi si mette al volante sotto l’effetto di droghe mettendo a rischio la vita degli altri. E visto che parliamo di regole e restrizioni ne aggiungerei un’altra: trattandosi di prodotti legali, i produttori dovranno essere sottoposti a controlli di qualità come avviene per il settore alimentare o farmacologico. Questo eviterebbe la circolazione di sostanze tagliate e pericolose come oggi invece avviene».
Chi si oppone alle sue proposte sostiene che la liberalizzazione provocherebbe un aumento dell’uso, non una diminuzione.«Dipende dal livello di tassa che viene applicato: se è adeguatamente alta, la domanda non cresce affatto. Anzi, trattandosi di un bene legale, viene meno quel richiamo del proibito che è una spinta, almeno tra i giovani, a far uso di droghe».
Per i minorenni però questo richiamo continuerebbe ad esserci.«Già, ma sarebbe un divieto limitato all’età. E tutti prima o poi diventiamo adulti. L’importante è non diventare dei fuorilegge. La guerra alla droga produce devastanti effetti collaterali. Proprio in Italia avete avuto il caso di quel ragazzo pestato a morte dopo essere stato trovato con 30 grammi di hashish: è la conferma che con la guerra alle droghe si entra in una visione violenta del problema. Da noi, come da voi, le carceri scoppiano perché vengono riempite con persone che hanno avuto a che fare con la droga. E non importa quanto siano state seriamente coinvolte. Quando sei in guerra, anche le ombre diventano nemici».
Lo dica francamente: è davvero convinto che si possa legalizzare l’uso delle droghe?«Non subito e non ovunque. Ma la strada è quella. Guardi il Messico, lo scorso agosto ha approvato una legge che permette l’uso di hashish, marijuana e persino Lsd. Non è una proposta: è una legge. E qualcosa di simile è accaduto in Argentina».
E negli Stati Uniti?«Non siamo ancora pronti, ma qualcosa si sta muovendo. La discussone al momento riguarda solo l’uso di marijuana per scopi terapeutici, ma è già qualcosa. Non mi illudo che tutto cambi all’improvviso. Ci vuole tempo, ma sono fiducioso. L’unica droga di cui abbiamo realmente bisogno è l’uso della ragione. Quando la provi, non smetti più».
14 novembre 2009
DELIRIO POLIZIESCO: ragazzi multati per aver raccolto i rifiuti
INCREDIBILE!! RAVE fuori Bologna: ragazzi multati per aver raccolto i rifiuti. Ma chi è più sballato!?
*
Non è uno scherzo purtroppo, questa volta la follia proibizionista ha perso anche l'ultimo barlume di senno, basta leggere il Resto del Carlino del 29 settembre.
http://ilrestodelcarlino.ilsole24ore.com/imola/cronaca/locale/2009/09/29/238155-musica_droga_monti_rave_finisce_male.shtml
Sabato scorso in una ex cava a Monte del Verro, nel comune di Casalfiumanese, a 50 km da Bologna, si è svolto un rave party techno che coinvolto oltre 2000 persone, iniziato a mezzanotte e finito a mezzogiorno con l'arrivo improvviso di un elicottero della Polizia che ha sorvolato più volte a bassissima quota l'area del free party dove ancora c'erano oltre 1000 persone sollevando pericolosi vortici di polvere e scardinando parte delle verande, tende e teloni, compreso il nostro materiale informativo.
L'unità mobile del *Lab57-Alchemica* era presente al free party sin dalle prime fasi con la funzione di punto informativo e di assistenza per eventuali problemi sanitari minori monitorando la situazione con i suoi 13 anni di esperienza in questi contesti.
Il dialogo con gli organizzatori ha permesso di razionalizzare il parcheggio e garantire sempre una via d'uscita libera per eventuali chiamate al 118, che comunque non si è mai reso necessario nonostante la presenza di oltre 2000 persone, piuttosto giovani.
Due e tre malori leggeri risolti sul posto con un po' di riposo e due morsi di cane di lieve entità.
Non sembra quindi ci fosse tutta questa emergenza per richiedere l'impiego di un elicottero, il più costoso mezzo a disposizione delle forze dell'ordine che tanto lamentano carenze e tagli di risorse di questi tempi.
Oltre tutto, alle 11.30 un fuoristrada dei carabinieri era arrivato senza intoppi seguendo la strada sterrata avvertendo i giovani vicini al primo sound system dell' arrivo di elicotteri, celerini e camionette che erano già stati dislocati nella vicina Imola per la gara motociclistica di superbike, dicendo che il questore di Bologna aveva già dato l'ordine di sgomberare l'area.
Ai carabinieri i ragazzi hanno risposto che comunque si era deciso di smontare tutto intorno alle 14, come già si era verificato 2 mesi fa nello stesso posto, ma visti i cattivi presagi hanno assicurato che da lì a una mezzora la musica sarebbe finita.
Dopo neppure 20 minuti dopo arriva l'elicottero blu della polizia che volteggia sempre più basso e minaccioso creando panico e intralciando di fatto lo smontaggio delle attrezzature. Insomma dopo 10 minuti la musica era finita e nel giro di 40 minuti la maggior parte del lavoro di smontaggio era finita, compresa una accurata pulizia dell'area non proprio piccola.
L'elicottero è passato inspiegabilmente altre 3 4 volte creando ansia e rabbia per la polvere e per i rifiuti appena raccolti che volavano ovunque, mentre ai carabinieri ancora lì presenti si faceva notare che il fuggi fuggi generale causato dall'elicottero metteva a rischio l'incolumità di tutti quei giovani che dovevano per forza mettersi al volante subito senza aspettare che i fumi dell' alcool o di altre sostanze si attenuassero, il maresciallo ha risposto alzando le spalle dicendo che non dipendeva da loro.
In ogni caso tutta l'area è stata sgomberata in tempo per la gara di superbike!!! Missione compiuta?
Evidentemente no, perchè al magro bottino di sostanze dell'immancabile posto di blocco in uscita ( 2 arresti su oltre 2000 persone...) le lungimiranti forze dell' ordine hanno sequestrato tutti i sound system per manifestazione non autorizzata ( sigh!!) e multato 3 ragazzi per *TRASPORTO ABUSIVO DI RIFIUTI*, roba da candid camera...!!!
Innanzitutto immaginiamo che tutti i bravi motociclisti che utilizzano l'adiacente pista da cross chiedano SEMPRE l' autorizzazione nonostante il frastuono dei loro bolidi... inoltre il sequestro dei sound system non può che essere temporaneo in quanto nessun danno è stato fatto sull'area della ex cava, a parte *pulirla* naturalmente!!
Gravissima infrazione che cade proprio durante i giorni dell' iniziativa Puliamo il Mondo <http://sondaggi.legambiente.org/index.php?sid=51912%E2%8C%A9=it> che *Legambiente* ha organizzato in tutta in Italia http://www.puliamoilmondo.it/2009/
Speriamo davvero che tutti i volontari ambientalisti che hanno lavorato in questi giorni abbiano ricevuto un trattamento migliore.
Noi tutti capiamo che il ministero dell'interno, in questi giorni, stia pressando sui questori per impedire ad ogni costo questi diabolici rave party, ma dove è finito il buon senso? ma che intervento educativo potrà mai essere fare una multa del genere dopo che a tempo di record gli organizzatori avevano smontato tutto e pulito ovunque?!
Noi non stiamo dicendo che nei free party vada tutto sempre bene, altrimenti non faremmo il nostro lavoro, purtroppo per lo più volontario, anzi insistiamo sempre di più per convincere gli organizzatori a pensare prima di tutto alla sicurezza dei luoghi e delle persone che verranno alle loro feste auto organizzate, in cui ci deve essere sempre un unità mobile esperta di pratiche di riduzione dei rischi. Non a caso ogni volta che questi eventi sono assistiti in qualche modo da equipe esperte, non succede nulla di grave.
I pochi tragici decessi avvenuti nei rave party, 2-3 ogni anno, potevano essere evitati con la presenza di personale esperto.
Se statistiche alla mano si contano tristemente i morti di ogni fine settimana di ritorno da pub, osterie, ristoranti, discoteche, festival legali, partite di calcio, ecc.. si può tranquillamente dire che un rave party è il posto più sicuro dove mandare i vostri figli!!!
Invece la colpevole ignoranza dei media e lo scandalismo da rotocalchi non fanno altro che fare pessima pubblicità ai free party richiamando giovanissimi inesperti alla ricerca dello sballo proibito, la droga.
Questo di Sky ne è un esempio, dove questa escort della cronaca, fingendosi una raver, è riuscita ad arrivare al free party di Cornaredo e fare il suo bel capolavoro di compitino per 30 denari o giù di lì, dando appuntamento il 26 settembre a Bologna, appunto... pubblicità progresso, non c'è che dire
http://tg24.sky.it/tg24/cronaca/2009/09/23/rave_party_cornaredo_milano_diskonnected_free_party_19_settembre_2009_inchiesta_foto.html
per chi, soprattutto giornalisti che vogliano saperne di più di questi famigerati RAVE, consigliamo il reportage che un vero giornalista e scrittore, Vanni Santoni,
http://www.slipperypond.co.uk/archivi/post334
http://fest-antifa.net/libri/gli-interessi-in-comune
ha fatto sul Teknival 2007 a Pinerolo, il più partecipato di sempre in Italia, 40000 persone, nessun problema sanitario, dove il sindaco fece arrivare acqua potabile a volontà, bagni chimici e cassonetti per i rifiuti.
Altrochè multe per *TRASPORTO ABUSIVO DI RIFIUTI,** *mentre tonnellate di rifiuti tossici vengono affondate in mari, fiumi e boschi....
...come in quelle stesse ore ha urlato il presidente delle banane:
*VERGOGNA VERGOGNA VERGOGNA!!!*
*Lab57-Alchemica
*Bologna
http://lab57.indivia.net/
http://www.livello57.org/index.php?option=com_content&view=article&id=60&Itemid=58 <http://www.livello57.org/index.php?option=com_content&view=article&id=60&Itemid=58>
La suprema corte di Bombay abolisce la pena di morte per i reati di droga
Fuoriluogo - In india è stata presa una decisione senza precedenti, la suprema Corte di Bombay, infatti, ha abolito la pena di morte per coloro che hanno commesso reati legati alla droga, diventando la prima Corte al mondo a prendere questa decisione.
Annunciando la decisione in video conferenza, i giudici hanno dichiarato incostituzionale l’art. 31A del 1985 relativo alla legge sulle droghe e le sostanze psicoattive, che imponeva la pena di morte già dalla seconda condanna per traffico di stupefacenti.
E’ tuttavia necessario sottolineare come la Corte, di fatto, si sia trattenuta dall’abolire la legge, limitandosi invece ad attenuarla, conferendo di fatto ai tribunali la possibilità, ma non più l’obbligo di imporre la pena di morte ad una persona condannata per la seconda volta per droga secondo le quantità specificate nell’articolo 31A.
Tale importante decisione ha un effetto immediato in termini di parziale sospensione della pena per Ghulam Mohammed Malik, un uomo del Kashmiri condannato a morte nel Febbraio 2008 a Bombay dalla Corte Speciale NDPS (dedicata ai reati relativi a stupefacenti e sostanze pscicoattive) per reiterazione del reato di contrabbando di charas (resina di canapa). Malik, infatti, era stato condannato a morte senza tener conto delle circostanze individuali e dei fattori mitiganti proprio a causa della natura obbligatoria della pena relativa all’articolo 31 A.
Decisiva per questo cambio di rotta epocale è stata una petizione presentata dalla rete indiana per la riduzione del danno (IHRN), costituita da un’insieme di ONG che operano nel campo delle politiche sulla droga, che denunciava come arbitraria, eccessiva e sproporzionata al reato la pena capitale obbligatoria per lo spaccio di droga.
La Suprema Corte vi ha, infatti, risposto con questa decisione storica che Anand Grover, colui che ha guidato la campagna dell’IHRN, ha commentato definendola un importante passo avanti per le politiche sugli stupefacenti e per le campagne contro la pena di morte.
Egli ha, tuttavia, aggiunto che la decisione presa dalla Corte Suprema sarà soggetta ad un’attenta analisi con l’obiettivo di valutare se la completa abolizione della pena di morte, come fatto dalla Corte per l’articolo 303 del codice penale indiano, non sarebbe stata più appropriata.
In tutto il mondo, ancora 32 paesi impongono la pena capitale per reati legati agli stupefacenti e alle sostanze psicotrope; di questi, ben 13 Paesi (tra cui l’India fino ad oggi) prevedono l’obbligatorietà della condanna a morte per questo genere di reati.
In paesi come l’Iran e la Cina i reati di droga costituiscono la stragrande maggioranza delle persone giustiziate. Solo nel maggio dello scorso anno, la Corte d’appello di Singapore ha confermato la condanna a morte obbligatoria inflitta ad un giovane malese per possesso di eroina.
Luca Sansone, presidente IHRN, ha accolto la notizia della decisione della Corte Suprema indiana come uno sviluppo positivo, importante segnale di come i tribunali abbiano cominciato a riconoscere i principi della riduzione del danno e dei diritti umani in materia di droga.
Anche Linee Rick, direttore esecutivo della International Harm Reductione e autore di La pena di morte per reati di droga: una violazione del diritto internazionale dei diritti umani, ha dichiarato che la decisione della Corte va a confermare a livello nazionale quello che da anni è stato sottolineato da enti internazionali per i diritti umani e creerà un precedente positivo per le autorità giudiziarie della regione, che è oppressa da terribili leggi sulla droga.
Cocaina quotidiana. Continuiamo a farci male. Quanti don Riccardo ci vorranno ancora?
Vincenzo Donvito, Notiziario Aduc -
Le notizie di episodi piu' o meno criminali correlate a produzione, traffico, spaccio e consumo di sostanze illecite, fanno parte del quotidiano. Tant'e' che spesso non ci si fa attenzione piu' di tanto. Eppure sono storie gravi quanto quelle di chi nel mondo muore ancora di fame, ma se abbiamo fatto l'abitudine a queste ultime, figuriamoci a quelle sulle droghe illecite.
Questo per dire che non ci stupisce piu' di tanto quello che sta emergendo dalla vita del sacerdote ligure don Riccardo che, per adescare sessualmente i ragazzini, usava anche la cocaina. Non ci interessa l'aspetto chierico in se' della vicenda (che la Chiesa romana si risolva da se' i problemi sulla sessualita' dei propri sacerdoti), anche perche' non vediamo orde di sacerdoti drogati e “allupati” che minacciano la nostra societa'; non piu' di tanto rispetto ad un trend delinquenziale in merito che vede ben altri numeri (basti pensare alle violenze in famiglia su donne e bambini). Certamente la notizia fa piu' scandalo di quella di un qualunque zio non-chierico che costringe a rapporti sessuali la nipotina dodicenne, ma noi abbiamo la tendenza a non socializzare i problemi interni della comunita' cattolica romana, crediamo che gli italiani, per quanto talvolta vittime di questi problemi, pensino ad altro e, soprattutto -per chi li frequenta- ai tanti preti che fanno del bene nel sociale.
La nostra assenza di stupore nasce dalla considerazione che gia' da tempo denunciamo la presenza delle droghe illegali nel tessuto piu' intimo della nostra quotidianita'. Non le droghe in se', sul cui uso e utilita' individuale non sindachiamo, ma le droghe illegali. Quindi, nello specifico, non la cocaina in se', ma la cocaina illegale che, in quanto tale, e' nociva piu' di una qualunque dose eccessiva assunta da un qualunque desideroso di sballo. Un contesto di “proibito” che porta i potenziali assuntori ad essere piu' attratti: per esempio, il nostro don Riccardo che -facciamo solo un'ipotesi di scuola- attratto dalla trasgressione rispetto al proprio voto, cosa di meglio per soddisfare la propria sessualita' nascosta se non usando cio' che e' altrettanto “peccaminoso” e proibito come la droga, che per acquistarla ti devi ingegnare ed entrare in contatto con l'altrettanto peccaminoso mondo della delinquenza? Un mix di trasgressione che, visto il chierico contesto, non puo' che essere peccaminoso.
Una quotidianita' che porta chi ama gli eccessi ad essere ancor piu' eccessivo ed a giustificare l'esistenza di mercati clandestini in mano alla delinquenza organizzata per soddisfare una domanda che altrimenti imploderebbe.
E questo e' solo l'esempio di don Riccardo. Quanti giovanissimi si rivolgono al pusher per comprarsi lo spinello e, tentati dall'offerta del delinquente che vuole guadagnare di piu' e farsi clienti piu' redditizi, cedono alla prova del crack o dell'ecstasy o della cocaina?
Il nostro sistema, di fronte a questa realta', continua a ideologicamente dissertare sul fatto che bisogna impedire la domanda agendo sulle coscienze dei singoli. Continuano a vietare, e consumi e delinquenza sono piu' diffusi e in crescita, provocando sempre piu' male ai singoli, alla societa' e all'economia.
Il fatto che questo rapporto tra vita quotidiana e delinquenza sia arrivato a tangere anche i chierici, che in quanto ad indottrinamento non reggono nessun paragone rispetto ai “sermoni” del nostro Dpa (Dipartimento antidroghe del Governo) nelle scuole e nella loro pubblicistica, dovrebbe far riflettere piu' di uno tra coloro che, in buona fede, e' preoccupato per la salute e il civismo dei piu'.
Non e' che se le droghe fossero legali, se di loro si conoscesse di piu' e con piu' certezze, se per la loro presenza non si dovesse dare spazio a delinquenti e mafie, ci si farebbe tutti meno male? Quanti don Riccardo ci vorranno ancora?
La società dell’Homo Abusus
ENJOINT.com - “Est modus in rebus”, dicevano gli Antichi (e i professori, e i genitori, e i preti, e tutte le autorità): c’è sempre una misura nel fare le cose. Gli eccessi e le esagerazioni sono cioè sbagliati, vanno evitati e condannati. A me questa frase, e il concetto che voleva esprimere, hanno sempre dato un profondo fastidio. Ho sempre pensato, da quand’ero ragazzo, che fosse vero esattamente il contrario: è agli estremi, è sul margine che balena l’intelligenza. In mezzo c’è soltanto la mediocrità, pensavo. Meglio smodati che ammodo.
La gran parte dei giovani la pensa ancora così, e probabilmente fa bene. Nella formazione di una personalità la trasgressione, la provocazione, l’oltrepassamento del limite consentito sono fattori fondamentali. Ma l’esagerazione è un’altra cosa. L’esagerazione è un fatto meramente quantitativo, non qualitativo.
Il formaggio non diventa più gustoso se ne mangio cinque chili, ne la ventiseiesima canna della giornata è più piacevole della prima. Anzi. L’esagerazione è una forma di insoddisfazione nevrotica, che ha molto a che fare con un’idea di possesso persino cannibalico del mondo che ci circonda, e molto poco con il senso di libertà che ogni sana trasgressione porta con se. Dal punto di vista del mercato, l’esagerazione è una
manna dal cielo, ossessivamente stimolata dalla pubblicità, dai modelli culturali, dal mainstream mediatico.
Se non esagerassimo (nel consumo di cibo, di energia, di mode, di carta igienica o di telefilm), l’intera economia andrebbe gambe all’aria. Dal punto di vista spirituale, invece, esagerare è il contrario di essere: significa infatti uscire da se, perennemente insoddisfatti, preda di ogni pulsione (o di ogni campagna pubblicitaria). Il materialismo non consiste nell’esaltazione del piacere dei beni materiali: noi siamo materia, condividiamo gli stessi atomi di un iPod, e non si capisce perchè non dovremmo godere dell’unica cosa che ci fa godere: la materia.
Il materialismo è invece quel movimento che schiaccia il consumatore sulla merce, lo costringe a consumarla senza fine e, dunque, senza mai trarne un vero godimento, e in questo modo attiva il circuito dell’abuso. Il materialismo da un lato non si preoccupa delle conseguenze, ne del futuro (chissenefrega, dunque, se il pianeta lentamente si spegne); dall’altro però invoca continuamente il futuro, anzi ne è l’araldo battagliero: domani ci sarà una nuova merce, un nuovo prodotto, una nuova moda da sperimentare e consumare, ma subito e in fretta, perchè dopodomani altre indispensabili meraviglie arriveranno sul mercato. L’uso responsabile è il contrario dell’abuso. Non può essere definito da nessuna legge o regolamento (Dio ci scampi!), ma può essere insegnato e imparato.
L’uso responsabile è la regola generale cui una società di uomini liberi dovrebbe attenersi: di tutto un po’, con curiosità, se e fino a che se ne ha voglia, senza morirne. Dovrebbe valere per ogni azione o gesto o sostanza o situazione, per l’eroina come per il cattolicesimo, per il sesso come per il petrolio. Staremmo tutti molto meglio, c’è da scommetterci.
Fabrizio Rondolino
Pubblicato su Dolce Vita n°28 – Maggio/Giugno 2010
Contenuto Redazionale Intervista - Procedure da adottare negli accertamenti sanitari
I controlli sono a spese del lavoratore o del datore di lavoro? E le eventuali controanalisi?
Lucarelli Racconta
In onda ieri la prima puntata del nuovo programma di Carlo Lucarrelli, su rai tre.
Nelle mani dello Stato (6 dicembre 2010)
Sono tanti i momenti e i luoghi in cui, a torto o a ragione, colpevole o innocente, un cittadino può ritrovarsi totalmente nelle mani dello Stato, anche in una democrazia. In caserma o in questura perché arrestato o fermato, detenuto in carcere perché in attesa di giudizio o condannato, in infermeria, nei reparti penitenziari degli ospedali, o negli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari perché deve essere curato. Oppure nei CIE, centri di identificazione ed espulsione, perché straniero e non in regola con leggi e documenti. Ci sono leggi, procedure, controlli, uffici e persone che regolano questa tutela. La maggior parte delle volte le garanzie funzionano. Ma altre volte no. Come nel caso di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva o del giovanissimo Federico Aldrovandi. Tutti e tre morti violentemente mentre si trovavano in una situazione particolare: nelle mani dello Stato.
Link al riassunto della puntata sul sito della RAI
Con Libera contro la mafia
“Qui c’è la sede della grande finanza, qui c’è la borsa della cocaina, qui si stabiliscono i prezzi quotidiani dello spaccio della droga in Europa, ma qui ci sono stati anche gli anticorpi, una magistratura forte e forze di polizia che hanno sempre fatto la loro parte”. Così Don Luigi Ciotti ha risposto alla domanda sul perché è stata organizzata a Milano la 15^ edizione della Giornata in ricordo delle vittime della mafia, promossa da Libera.
“Nessuno ci può togliere il 21 marzo”. Dal palco, in piazza Duomo a Milano il presidente di Libera (Don Ciotti) non lascia spazio a interpretazioni. Erano 150mila a condividere le sue parole, spazzando via le polemiche della politica e le divisioni.
Una manifestazione forte, peccato che a promuoverla debba essere un prete e i familiari di tutti coloro che in quella battaglia senza fine hanno dato tutto. Emozionante quando dal palco sono stati letti i nomi di chi ha pagato con la vita l’impegno contro la mafia.
Da 15 anni Libera festeggia il 21 marzo il giorno della memoria e dell’impegno e, nonostante qualche resistenza da parte di una minoranza politica (all’interno della maggioranza), si sta cercando di farla diventare “giornata nazionale”.
“Siamo venuti a Milano per Giorgio Ambrosoli, da questa terra è partito il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma questa città piange i morti di via Palestro, Carlo, Stefano, Sergio, Alessandro, vigili del fuoco e Mussafir, un marocchino che dormiva su una panchina, cercava futuro e ha trovato la morte. Poi ci sono sindacalisti, siamo venuti ad abbracciare questi amici, così come il magistrato Galli ucciso da prima linea”, ha poi aggiunto.
Tra i tanti partecipanti anche Antonio Ingroia, pm antimafia, procuratore aggiunto a Palermo, che su quelle stragi e la verità ancora da scrivere, aggiunge: “ La verità si raggiunge se c’è un impegno collettivo da parte del paese e la magistratura da sola non può farcela, altrimenti resteranno stragi impunite e con pochi colpevoli”.
Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.
“Molto importanti le politiche sociali, creare opportunità e non lasciare soli i cittadini e le famiglie con realtà crude e senza prospettiva”. Un passaggio fondamentale sottolineato da Don Ciotti, ed evidente anche per tutti coloro che hanno letto il famoso libro di Saviano “Gomorra”. Un dovere preciso che il nostro stato e le nostre istituzioni devono sopra ogni altra priorità garantire a tutti i cittadini, italiani e non, per creare un sistema di civiltà e progresso. In un paese ormai definito da molti “depresso”, troppo finto ottimismo e difficoltà reali continuano a tenere alti i muri tra le fasce di età e soprattutto tra legalità e illegalità. Per non parlare dei recenti scontri di Rosarno.
Spesso da ambo le parti della barricata, tra stato e anti-stato ci sono persone comuni, “soldati”, che si fronteggiano spinti dalle stesse motivazioni: avere una possibilità di vita migliore. Un confronto forse “grottesco”, ma ognuno difende la sua “azienda” e il suo “datore di lavoro” se questo gli permette di vivere meglio. Un meglio da soppesare e comprendere, i compromessi con la propria dignità hanno un prezzo e la legalità è la via per migliorare la società, ma se l’unica via d’uscita alla miseria fosse l’illegalità, quanti di noi si sentirebbero in grado di affermare che resterebbero nella legalità e vivrebbero senza poter mandare i figli a scuola, senza una casa, senza la possibilità di pagare bollette o medicine, senza un mezzo per spostarsi.
Spezzare la miseria grazie alla quale le mafie reclutano la loro manodopera, questa è la battaglia più importante e a cui deve essere data importanza massima, soprattutto in questi momenti di crisi e difficoltà.
Era il 1990 due mesi dopo il funerale del giovanissimo giudice Rosario Livatino (ucciso dalla mafia), Paolo Borsellino fece un intervento infuocato e commovente, criticando duramente la politica che troppo spesso attaccava la magistratura vanamente e senza ragione (…). Un discorso teso a rilanciare la sua grande battaglia: sconfiggere la mafia con una giustizia in grado di funzionare e capace di tutelare i magistrati troppo spesso sovraesposti. Per sconfiggere l’illegalità, secondo il giudice poi morto nell’attentato di via d’Amelio del 1992, lo Stato Italiano doveva stanziare ogni anno il 3 per cento del bilancio nazionale nella lotta alla criminalità organizzata, “i Giudici continueranno a lavorare ed a sovraesporsi, ed in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino, come tanti altri. I politici appariranno ai funerali proclamando unità d’intenti per risolvere i problemi e dopo pochi mesi saremo sempre punto e d’accapo” questa la frase profetica con cui Borsellino concluse quell’intervista.
Quando non si ha il coraggio e l’onestà di ascoltare chi di mafia ne capisce il prezzo da pagare è alto, ma nessuno ha ancora alzato bandiera bianca, anzi. Il problema semmai è che lo Stato in questi ultimi 20 anni, da quel 1990, non ha fatto nulla per aumentare il budget fino ad avvicinarsi a quel 3 per cento, ma si è sempre più allontanata da quella previsione proveniente da fonte certa e indiscutibile. Oggi molte auto della polizia non hanno benzina per circolare, qualcosa non va come dovrebbe, è evidente. Ma Libera continua a crescere, la guerra è ancora aperta.
Alessandro Cascia


