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Roy the toxic boy, by Tim Burton
Roy, the toxic boy
Chi di noi lo conobbe - i suoi amici -lo chiamavano Roy.
Per gli altri eral'orribile bambino Tossico.
Amava l'ammoniaca
e l'amianto e tanto
il fumo delle sigarette:ne aspirava anche sette,
per lui era ossigeno
tutto ciò che per gli altri
era cancerogeno.
Il giocattolo che preferivaera una bomboletta che agitava da seduto
e spruzzava da qui a lì,
finchè il giorno
non era scaduto.
Accoccolato in autorimessanella brina mattutinasi attaccava contento
ad ogni tubo di scappamento.
L’unica volta
che pianse, il bambino Tossico fu per una goccia di arsenico scivolata nell’iride.
Ma ci fu anche un dì
In cui il suo corpo si irrigidì:l’avevano messo in giardino
perché prendesse aria buona.
E l’ultimo respiro della sua breve vita
Fu malsano e disperato.
Chi mai avrebbe pensato
Che si poteva morire così:
di mattina per una boccata d’aria fina?
Mentre l’anima di Roy,
il bambino Tossico, abbandonò
il suo corpo, gli amici
nella sera mormorarono una preghiera.
E l’anima come un fazzoletto
di vela vagò verso il cielo
E salendo e salendo
Allargò, dio buono, il buco
dell’ozono.
Tim Burton
"Mi chiamo Keith Richards e suonerò fino a che campo.."

Keith Richards
BERLINO - C'è un medico americano che giura di averlo sentito parlare in modo nitido e veloce per tutta la serata, al tavolo del night club. Per poi tornare, appena salito sul palco, all'inconfondibile biascichio ereditato dagli anni della droga e dell'alcol. La parlata di Keith Richards, a Hollywood, ormai è slang di moda. Quello strascicar di vocaboli è entrato perfino nell'immaginario cinematografico dopo che Johnny Depp ci ha costruito il suo pirata dei Caraibi, Jack Sparrow. È un'etichetta, un marchio. Un boss della Disney, si racconta, visionò i primi provini di Depp e si mise a urlare: "Che cos'è questa roba? È pazzo, è ubriaco, è gay?". "È semplicemente Keith Richards", avrebbe ammesso pubblicamente l'attore, grande fan del musicista border line.
Richards, sessantacinque anni a dicembre, ha abbracciato il look corsaro da un trentennio. Camicia bianca e gilet nero, fascia azzurra in testa, come i bracciali di stoffa, quando lo incontriamo ci regala la sua ricetta di stile: "È tutto originale. Un po' di Robert Louis Stevenson, un po' di Barbanera e un pizzico di me". Tra la pioggia di amuleti, spicca la figura del teschio. C'è quello d'argento su un anello, da cui non si separa mai. "Ha un significato particolare nella mia vita. Io li attiro, i teschi. E mi sono anche rotto il mio". Ride e gli occhi bistrati affondano nella corteccia del viso. Ride, anche se si riferisce a un incidente piuttosto grave, accaduto due anni fa.
Scalando una palma alle Isole Figi, è caduto ed è finito in sala operatoria: intervento a cranio aperto per un grumo al cervello. Poche settimane dopo, però, era sul set del terzo Pirati dei Carabi - Ai confini del mondo" a interpretare il papà di Depp. "Conosco Johnny da tanti anni", racconta, "è un grande amico di mio figlio. Per un po' non sapevo chi fosse, a parte uno dei bravi ragazzi che frequenta Marlon. Poi ci siamo conosciuti meglio e lui mi ha detto che dovevamo fare qualcosa insieme. Gli ho risposto: "Procurami un lavoro". Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in un film della Disney. La vita è strana, lo penso da sempre". Sull'esperienza da attore Richards ha molte certezze: "Ho detto la mia battuta, "il codice è la legge", e bum, buona la prima. Recitare mi piace: non avete ancora visto il mio re Lear. Devo trovarmi un agente".
Più recentemente, sui set del cinema c'è finito esercitando la sua professione principale: chitarrista della più antica rock band in vita. Keith Richards ha recitato se stesso nel documentario Shine a Light di Martin Scorsese. "Quando mi hanno riferito la proposta ho detto: un altro film sui Rolling Stones? Voglio dire, ce ne sono già di buoni, Simpathy for the Devil, Gimme Shelter, Cocksucker Blues? Poi ho saputo che lo avrebbe firmato Scorsese e ho chiesto: quando si comincia?". L'affinità tra gli Stones e Scorsese è di vecchissima data, ricorda Richards: "Marty ha la peculiarità di saper vedere le cose in profondità e per qualche strano motivo con noi ha sempre avuto un rapporto simbiotico. Ad esempio Mean Streets, che ho rivisto di recente. Il film poggia tutto sulla colonna sonora, a sua volta costruita sulle nostre canzoni".
La pellicola preferita da Keith Richards nella cinematografia dell'italoamericano è Toro Scatenato: "Fantastico. È la mia riserva continua di citazioni e battute. "Quella notte mi levai l'accappatoio e cascò il mondo, avevo scordato i pantaloncini", è una delle grandi battute del film. Gran parte dei tecnici dei Rolling Stones è italoamericana e il tour va via con una citazione continua della filmografia di Scorsese".
In realtà degli Stones il vero appassionato di cinema è Mick Jagger, che ha fondato la sua casa di produzione e che già progetta un film con Scorsese sulla storia dell'industria cinematografica, le sue banditesche origini. "Mick pensa di essere l'uomo di cinema dei Rolling, ma non lo è. L'ho visto rotolare sullo schermo diverse volte, negli anni? Non lo fare, Mick, non lo fare? Ma lui nel tempo libero, alla fine, fa quello che vuole", concede acidamente Richards. Il dualismo tra lui e il frontman dei Rolling è iniziato insieme al loro sodalizio.
Avevano diciassette anni ed erano sul treno che dalle rispettive scuole londinesi li riportava a casa, a Dartford, nel Kent. I due si erano annusati, guardando il mucchio di vinili sottobraccio dell'altro. "Vidi quei dischi e pensai: The Best of Muddy Waters, questo dev'essere un tipo a posto. Mettiamo su un gruppo".
C'è alchimia creativa e scontro caratteriale tra i due, una costante nella storia del gruppo. Mick, l'organizzatore, il ragioniere che veniva dalla School of Economics. Keith, studente d'arte, il pubblicitario, l'esteta e compositore. "Mick già ordinava dall'America i dischi della Chess Records, la casa discografica del rock'n'roll, mentre noi aspettavamo che venissero pubblicati in Inghilterra. Era molto organizzato".
Nel 67 furono arrestati per droga insieme, nella casa di campagna di Richards, a Redland, nel Sussex. Ma nei decenni Jagger si è costruito un'immagine da manager salutista mentre il chitarrista ha continuato a tuffarsi nell'eroina e nella cocaina. Uno è stato recuperato dall'establishment e fatto baronetto dalla Regina, l'altro ha preferito alimentare l'aura maledetta: "Quando ti disintossichi per la decima volta sai già che puoi farcela e non è più così terribile".
Durante una delle sue pause tossiche dal gruppo, Jagger prese il sopravvento organizzativo, incombenza che non ha mollato più. I loro litigi sono entrati, come le canzoni composte insieme, nella storia del rock. Celeberrima la volta in cui Charlie Watts, ad Amsterdam, prese per il collo Jagger che lo aveva appena definito "il mio batterista" e lo lanciò su un tavolo colmo di salmone affumicato. "Jagger scivolava verso la finestra aperta, lo avrei lasciato cadere volentieri, lo ripescai solo perché indossava la mia giacca da matrimonio", racconta il perfido Richards.
Con gli anni il rapporto tra i due si è incattivito. Le tensioni si sono riaccese soprattutto dopo la lunga convivenza imposta dal tour Bigger Band, nel 2006.
All'inizio di Shine a Light si vede Jagger preparare la scaletta. "È lui quello che deve andare a cantare. Se dice: "Stasera non ce la faccio a fare questa canzone, ho la voce rauca", per noi va bene. Puoi cambiare l'ordine delle canzoni, ma poi devi andare con il tuo frontman. Sul palco Charlie Watts e io non facciamo che girare come una rete di sicurezza. Quando Mick attacca a trotterellare lontano, verso il pubblico, quando prende un ritmo sbagliato, inizia a cantare in una scala musicale cinese, allora con Charlie ci guardiamo: "Riprendilo, riprendilo?". È un problema, riesce a rovinare qualunque canzone. Ma ogni tanto nella vita bisogna pur lavorare".
I disaccordi con Jagger hanno quasi provocato la fine del gruppo. "Ci stavamo per sciogliere, è vero. Ma - e qui la voce si fa ancora più lenta - lui, Mick, ha fatto quel che gli era stato detto di fare. È stato saggio". Ha pure indossato una maglietta con su scritto: "Chi cazzo è Mick Jagger?". Chiosa placido Keith: "Perché no?". Negli ultimi tempi anche il leader si è messo in testa di rendergli la pariglia. Uscita la notizia di un'autobiografia che Richards scriverà con l'aiuto dello scrittore, suo amico trentennale, James Fox (l'editore sborserà al musicista 7,3 milioni di dollari) e che sarà pubblicata nel 2010, il frontman ha commentato: "Per scrivere le proprie memorie bisognerebbe ricordarsele". Si torna ai periodi poco lucidi del chitarrista Richards. A Mick, però, si sa, manca la cattiveria del collega, ansioso di provocare e di alimentare la sua leggenda di pirata.
A proposito del critico svedese che ha stroncato l'ultimo album dei Rolling Stones dice, definendolo "l'uomo di Goteborg": "Devo avergli fottuto la moglie, o qualcosa del genere. Ce l'ha con me per qualche motivo. Queste cose non mi danno fastidio, per niente. La prossima volta che vado in Svezia manderò un gruppo di ragazzi a spezzargli le gambe".
Sbruffone con le donne, come da etichetta, Richards innaffia la sua leggenda: "È vero che stare sul palco è un po' come fare sesso. E quando non ho una bella bambola, nel letto mi porto la mia chitarra". Ma anche il pirata del rock è invecchiato. L'uomo che un tempo girava con rotoli di soldi, pistola e coltelli nelle tasche, che è stato per decenni sulla lista dei "pronti a morire" ed è sopravvissuto grazie a una fisicità taurina, oggi è un signore che posa accanto a valigie firmate e nel tempo libero va a pesca o porta "il cane a pisciare e le ragazze a scuola". Se gli chiedi conto della sortita sulla sniffata delle ceneri paterne, ti fissa negli occhi e risponde: "Bella domanda, passiamo oltre?".
Ti racconta, invece, quanto sia faticosa la tournée a sessantacinque anni: "Finiti i concerti, ci vogliono quattro mesi per riprendermi. Continuo a svegliarmi il mattino con l'adrenalina da palco e penso: "Ma oggi devo suonare? Devo volare? Dove sono?"". La macchina Rolling Stones è un ingranaggio inarrestabile: "Non andiamo avanti solo per i soldi, la nostra è una sfida: nessuno è riuscito a tenere una band per così tanto tempo. Sul palco, a volte, mi ritrovo a suonare sollevato un palmo da terra".
In Shine a Light c'è una scena in cui, dopo un duetto con Buddy Guy, Richards gli regala la sua chitarra. "Non sono uno che sfascia gli strumenti, né li do via. Ma Buddy se l'era meritato, era arrivato caldissimo sul palco, è stato straordinario", dice. "La mia posizione è che io sono un musicista, uno che scrive canzoni, un menestrello se vuoi. E la cosa importante di questo gioco è passare il testimone agli altri. Tutto quel che ho imparato lo devo ad altri. È una lunga tradizione che appartiene alla storia della musica. Sulla tomba mi piacerebbe avere inciso: "È trapassato, ma l'ha passato"".
Dentro il petto del senescente pirata batte il cuore di un musicista vivo e scalciante: "Sono gli altri, e non noi, a chiedersi quando smetteremo. L'altra sera ho incontrato Chuck Berry, ha ottant'anni passati e suona ancora. Per me è lo Shakespeare del rock'n'roll e sembra eterno. Anch'io continuerò a suonare finché sono vivo, finché posso. Semplicemente sul palco, anche su una sedia a
La Taurina
L'idea di scrivere un articolo sulla taurina nasce dopo aver sorseggiato una famosissima bibita energizzante, per intenderci quella "che ti mette le ali…"; leggendo l'etichetta vedo che tra tante vitamine ed una discreta dose di caffeina (32 mg/100 ml è questo il vero effetto eccitante!), cè anche la Taurina; decido allora di fare una bella ricerca scientifica (e non pubblicitaria) per conoscere meglio questo ingrediente miracoloso. La taurina (o acido 2-aminoetanosulfonico NH2 - CH2 - CH2 - SO3 ) scoperta nel lontano 1827 è considerato un amminoacido anche se non possiede il caratteristico gruppo carbossilico(COOH) ma il gruppo SO3H. La taurina è il più abbondante aa libero presente nel cervello e nel cuore. Gioca un ruolo importante nelle normali funzioni di cervello, cuore, colecisti, occhi e sistema vascolare. La Taurina è un importante componente degli acidi biliari e possiamo identificarla come un "detergente del colesterolo".
prosegue in: http://psiconautica.forumfree.net/?t=14408604
L'attitudine alla musica? È una questione di geni
Individuata una variante nel Dna L'attitudine alla musica?È una questione di geni Studio finlandese: la maggiore o minore propensione all'ascolto potrebbe essere scritta nel patrimonio genetico
Individuata una variante nel Dna
L'attitudine alla musica?È una questione di geni
Studio finlandese: la maggiore o minore propensione all'ascolto potrebbe essere scritta nel patrimonio genetico
(Fotogramma) MILANO - Esiste un’attitudine alla musica, inscritta nei nostri geni? Irma Järvelä e i colleghi del Dipartimento di genetica e biologia molecolare dell’Università di Helsinki sono convinti che sia così. Da diversi anni stanno perciò esplorando le basi biologiche della propensione umana all’ascolto della musica e la loro attenzione si è focalizzata su una variante del recettore del vasopressore arginina (AVPR1A). L’arginina è considerato un aminoacido essenziale, perché ricopre un ruolo fondamentale nel mantenimento dell'omeostasi e delle funzioni dell'organismo. Nello studio pubblicato sul Journal of Human Genetics, al quale ha collaborato la Sibelius Academy, i ricercatori hanno analizzato 31 famiglie finlandesi per un totale di 437 membri di età compresa fra gli 8 e i 93 anni. Alcuni di questi erano musicisti professionisti o amatoriali, altri non avevano alcuna educazione musicale.
ATTITUDINE - Attraverso dei questionari gli scienziati hanno anche calcolato le ore quotidiane spese nell’ascolto attivo e in quello casuale. È stata valutata l’attitudine musicale di tutti i partecipanti, con tre test specifici, ed è stato raccolto un campione di sangue per l’analisi del Dna. In media i partecipanti spendevano 4,6 ore in ascolto attivo e 7,3 in ascolto passivo. Järvelä e colleghi hanno trovato un’associazione fra una variante del recettore del vasopressore arginina (AVPR1A) con la propensione individuale all’ascolto della musica. In altre parole, questa variante era presente nel Dna dei membri delle famiglie che hanno ottenuto un punteggio maggiore nella "misurazione" della loro attitudine musicale. In precedenza altri studi avevano evidenziato una correlazione della stessa variante genica con l’attitudine musicale, altri ancora avevano notato una correlazione con i comportamenti sociali e l’attaccamento negli uomini e in altre specie. AVPR1A inoltra sembra influenzare le vocalizzazioni negli uccelli, aumentandole, e l’allevamento della prole nelle lucertole e nei pesci. Secondo i ricercatori finlandesi, i risultati dello studio suggeriscono una base biologica per l’ascolto musicale e offrono prove a sostegno di un ruolo del suono e della musica nella comunicazione sociale.
DOPAMINA - «Il lavoro è interessante - dice Carlo Alberto Redi, genetista dell'Università di Pavia -, perché cerca di gettare una certa luce sul rapporto tra natura e cultura nell’uomo, ovvero quanto vi sia di innato e quanto di acquisito in noi. Ma occorre andarci cauti con le conclusioni. Ad oggi, tutti questi studi si sono rivelati molto carenti dal punto di vista dell’impianto sperimentale. Di geneticamente provato, nell’ascolto della musica c’è soltanto il meccanismo del piacere». Il riferimento è allo studio pubblicato nel gennaio scorso su Nature Neuroscience dal Neurological Institute and Hospital - The Neuro della McGill University di Montreal e il Centre for Interdisciplinary Research in Music, Media, and Technology (CIRMMT). Per la prima volta, si è dimostrato che una sequenza di note sapientemente arrangiata non si limita a toccare l’animo, ma anche il cervello: l'ascolto di musica ritenuta piacevole si accompagnerebbe infatti al rilascio di dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore da anni noto agli scienziati per il ruolo fondamentale che svolge nell'induzione e nel mantenimento di comportamenti che sono necessari per l'organismo, come mangiare o accoppiarsi. Questo stesso neurotrasmettitore è inoltre il responsabile anche di comportamenti di dipendenza, come nel caso delle droghe.
FATTORI GENETICI - Ebbene nello studio si è dimostrato che la dopamina veniva rilasciata non solo durante l’ascolto diretto, ma anche con la semplice anticipazione del brano musicale. «Nella tesi portata avanti nell'articolo dei ricercatori di Helsinki - aggiunge Michele Biasutti, compositore e psicologo dell’Università di Padova - c’è la presunzione di fondo che i fattori genetici siano predominanti rispetto a quelli ambientali. Occorre invece tenere presente l'interazione tra natura e ambiente. Il patrimonio genetico può dare delle dotazioni di base che devono essere però coltivate e sviluppate, se no non servono a niente. Sono moltissime le persone che hanno grandissime capacità di base, come per esempio l'orecchio assoluto, ma non sono poi riuscite a coltivarle nella vita. Programmi educativi mirati sui processi cognitivi possono ottenere dei risultati apprezzabilissimi anche con persone scarsamente dotate dal punto di vista genetico, ma con caratteristiche come la costanza nello studio».
Ruggiero Corcella 03 marzo 2011
http://www.corriere.it/salute/11_marzo_03/geni-attitudine-musica-corcella_e222aa54-458e-11e0-be93-d37b38d5ef64.shtml
Contenuto Redazionale STEADYCAM CHIUDE..?!
Sostanze.info fa proprio e rilancia l'appello che gli operatori (e colleghi) del progetto Steadycam stanno da giorni pubblicando sulla rete
"Da alcuni mesi il nostro staff sta vivendo una situazione di sofferenza e disagio acuto fino ad oggi mai esplicitata per scelta. Crediamo sia venuto il momento di uscire allo scoperto e socializzare con tutti voi, che siete cresciuti in numero costante e considerevole con il trascorrere di questi dieci anni di attività, lo stato delle cose.
Steadycam, riconosciuto come esperienza rilevante a carattere regionale dal 2003 (Assessorato alla Cultura), lo è diventato dal 2008 anche per l'Assessorato alla Salute, ambito dal quale proviene la quota principale del contributo economico che ci permette di erogare i nostri servizi (Fondo Nazionale per la lotta alla droga).
All'inizio di ogni anno si predispone un progetto che, per prassi consolidata e accordi verbali, viene approvato con Determinazione Regionale nel secondo semestre (nel 2009 ciò è avvenuto a novembre). Questo significa che l'Azienda Sanitaria CN2 e la cooperativa sociale, che gestiscono il progetto, si trovano a dover anticipare preventivamente il budget dell'annualità in corso.
Per farla breve, alla data odierna la comunicazione di approvazione e accreditamento per il 2010 (non è un refuso) non ci è ancora pervenuta, così come alcuna comunicazione ufficiale in merito alla nota inviata in Assessorato nel mese di dicembre. Quando leggerete queste righe alcuni di noi staranno cercando di avere qualche delucidazione in merito dall'Assessore Ferrero. Questi i fatti.
A prescindere dagli esiti del breve colloquio, ottenuto grazie all'interessamento dell'Assessore albese Alberto Cirio, vi preannunciamo che è nostra intenzione chiedervi, nei prossimi giorni, alcune segnalazioni di solidarietà, sempre che riteniate che il nostro servizio sia stato per voi di utilità.
Ci rivolgiamo in particolare:
- agli oltre 200 Servizi, piemontesi ed extraregionali, che nel 2010 hanno usufruito delle consulenze gratuite;
- a tutti gli operatori che hanno partecipato ai nostri corsi di formazione;
- agli Enti con cui abbiamo progettato e gestito interventi;
- a tutti coloro che nei dieci anni trascorsi ci hanno seguito e letto settimanalmente.
Purtroppo non possiamo chiedere un supporto agli oltre 30.000 audiovisivi archiviati: sono per tutti un patrimonio incredibile che rischia di essere vanificato, così come il lavoro profuso dai quattro colleghi della cooperativa, il cui futuro ci auguriamo non sia appeso a valutazioni affrettate.
La Redazione di Steadycam
Cosa c’è nella sentenza su Giampaolo Ganzer
- Sono state pubblicate le motivazioni della condanna in primo grado del generale del ROS
- Giampaolo Ganzer è stato condannato a quattordici anni per traffico internazionale di droga
IlPost - Sono state pubblicate oggi le motivazioni della sentenza di condanna ai danni del generale del ROS Giampaolo Ganzer. L’acronimo ROS sta per Raggruppamento operativo speciale, in pratica l’unità investigativa dei Carabinieri. Ganzer lo scorso luglio era stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per traffico internazionale di sostanze stupefacenti.
Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero comprato carichi di droga da trafficanti sudamericani o libanesi mai denunciati, avrebbero fatto arrivare in Italia le sostanze stupefacenti per poi arrestare i singoli corrieri allo scopo di ottenere facili avanzamenti di carriera. I soldi frutto della vendita della droga non sarebbero stati sequestrati, i rapporti sulle operazioni sarebbero stati falsificati. I fatti risalirebbero all’inizio degli anni Novanta. La difesa di Ganzer sostiene invece che quelle operazioni sotto copertura servivano per individuare e arrestare chi spacciava e trafficava droga sul territorio nazionale.
Stando alle motivazioni della sentenza depositate dai giudici del tribunale di Milano, “il generale Gianpaolo Ganzer non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l’assoluta impunità. Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge”. Prosegue così la sintesi di Repubblica.
Secondo i giudici dell’ottava sezione penale di Milano, presieduta da Luigi Caiazzo, il generale “non ha minimamente esitato (…) a dar corso” a operazioni antidroga “basate su un metodo di lavoro assolutamente contrario alla legge, ripromettendosi dalle stesse risultati d’immagine straordinari per se stesso e per il suo reparto”. Il comandante dei Ros inoltre “ha tradito, per interesse personale, tutti i suoi doveri, e fra gli altri quello di rispettare e far rispettare le leggi dello Stato”.
Le motivazioni si spingono oltre la descrizione dei presunti reati, e descrivono la “preoccupante personalità” di Ganzer, che lo renderebbe capace “di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione”. Nel corso del processo, poi, Ganzer per “sfuggire alle gravissime responsabilità” avrebbe “preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti”.
La sentenza di condanna ai danni di Ganzer è considerata piuttosto controversa, per almeno due ordini di ragioni. Il primo è rappresentato dalle molteplici testimonianze che descrivono il generale Ganzer come un onesto servitore dello Stato, colpevole forse di avere utilizzato metodi di indagine eccessivamente aggressivi e spregiudicati ma non di aver messo in piedi un sistema per truffare lo Stato e fare un favore ai narcotrafficanti. Scriveva così, lo scorso luglio, Carlo Bonini su Repubblica.
Un’investigazione «speciale» e «segreta», che lavora senza guanti, che sa essere molto redditizia nei risultati, perché invasiva nelle tecniche di ascolto e pedinamento, aggressiva, spiccia e persuasiva con i confidenti. Soprattutto, dove i rapporti di forza tra polizia giudiziaria e magistratura sono capovolti, con la prima a dettare tempi e canovaccio dell´indagine. E la seconda chiamata a dare veste giuridica a un risultato comunque raggiunto.
Il secondo si deve al fatto che, contrariamente a quanto chiesto dai pubblici ministeri, la sentenza di condanna ai danni di Ganzer riguarda alcuni episodi di traffico internazionale di stupefacenti. I giudici, infatti, non hanno riconosciuto il reato di associazione a delinquere. Per questa ragione l’accusa ha comunicato che ricorrerà in appello, consapevole che in assenza del riconoscimento dell’esistenza di un metodo, di un sistema, la lettura dei reati eventualmente commessi dal generale Ganzer diventa ben più problematica. Scriveva così, sempre lo scorso luglio, il Foglio: uno dei quotidiani che più si è battuto in questi mesi per l’innocenza di Ganzer.
Qui una certa contraddizione si riscontra nella stessa sentenza, perché secondo logica, un gruppo di militari non si mette a spacciare droga se non per realizzare un piano, che può essere un’operazione sotto copertura nella quale magari si è superato qualche limite, e allora la condanna a 14 anni è un’enormità, o può essere un’operazione con finalità illegali, e in questo caso non si comprende come si possa realizzare senza un’intesa tra gli interessati.
Arrestato Byron Moreno
Calcio.exite.it - L'ex arbitro ecuadoregno Byron Moreno è stato arrestato all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York mentre cercava di entrare negli Stati Uniti con 6 chili di eroina nascosti nelle mutande.
Byron Moreno fu spiacevole protagonista nell'eliminazione degli azzurri ai mondiali nippocoreani del 2002: l'ottavo di finale contro la Corea del Sud costellato da innumerevoli errori, tutti a scapito della squadra allora guidata dal Trap.
Il rigore inesistente (sbagliato)concesso ai padroni di casa, l'espulsione di Totti, il gol di Tommasi annullato, le tantissime situazioni, più o meno dubbie, risolte sistematicamente in favore dei sudcoreani, diedero la sensazione di una gara indirizzata.
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Love Parade, strage figlia della droga. Bufera su Giovanardi
Affariitaliani.it - Ci risiamo. L'ineffabile sottosegretario Giovanardi non ha dubbi: per lui la strage di Duisburg non è figlia del caos e dell'improvvisazione delle autorità locali, com'è ampiamente dimostrato dai fatti. Sarebbe invece effetto della droga: e pertanto ogni raduno giovanile che non veda intonare canti da Azione Cattolica o "Meno male che Silvio c'è" non si configura se non come un pericoloso covo di sovversivi drogati, e va vietato rigorosamente, perché questi poveri giovani non sono in grado di realizzare che vanno salvati da se stessi. In Italia Giovanardi c'è riuscito: ha creato uno strumento (la legge sulle tossicodipendenze che porta il suo nome) che gli ha permesso di censurare la più grande esperienza italiana di pensiero e di cultura reggae, il Rototom Sunsplash, che l'UNESCO ha riconosciuto e patrocinato come Evento Emblematico del Decennio Internazionale per una Cultura di Pace e Non Violenza. Dietro l'ombrello di questa legge ottusamente repressiva si cela la volontà di colpire i giovani, le loro culture, e ogni forma di pensiero alternativa alla dittatura telecratica che - quella sì - "spaccia" il denaro come unico valore e la diversità come qualcosa di cui aver paura. In Italia questo non si può fare; non sono serviti gli appelli raccolti tra migliaia di cittadini e decine di intellettuali e personaggi di spicco del mondo della musica, della cultura e dell'informazione come Altan, Beppe Grillo, don Luigi Ciotti, Dario Vergassola, Moni Ovadia, Bunny Wailer, Ash Amin, Axel Klein, Neffa, Subsonica, Almamegretta, Vinicio Capossela, Giuliano Giuliani, Beppino Englaro, Laura Balbo, Sandro Ruotolo, Vauro, Linton Kwesi Johnson; Luigi Manconi, Ignazio Marino ed Elisa. Rototom Sunsplash ha scelto di continuare in Spagna e Giovanardi se ne rallegra: "vadano pure all'estero, noi non possiamo autorizzare eventi dove i ragazzi possono rischiare la vita. Questi raduni spesso non sono appuntamenti per ascoltare musica e divertirsi, ma diventano veicoli per distribuire altro" dice. Sì, sono veicoli per distribuire emozioni, sogni, idee e conoscenza, per condividere l'idea che un altro mondo è possibile in un'atmosfera di pacifismo, tolleranza e multiculturalità. Ma questo a Giovanardi dà fastidio e ogni occasione è buona per ribadirlo: anche lo sciacallaggio su 20 poveri ragazzi vittime della disorganizzazione e delle mancanze degli apparati di sicurezza. L'equivalenza tra Love Parade e Rototom Sunsplash è assurda e Giovanardi lo sa. Al Sunsplash non è mai accaduto assolutamente nulla in 16 anni. Nessuno s'è mai fatto male e l'area in cui la manifestazione si svolgeva era così ampia (25 ettari) che qualsiasi potenziale emergenza connessa con la presenza di 150 mila persone (in un clima di civiltà e armonia esemplare) sarebbe stata comunque affrontabile con vie di fuga e piani di evacuazione studiati con cura. A Duisburg invece la polizia stessa ha convogliato centinaia di migliaia di ragazzi in un tunnel senza uscita che, con buona pace di Giovanardi, non è il tunnel della droga ma quello dell'ottusità, dell'improvvisazione, dell'incapacità. E sono queste le cose che mettono a rischio le vite dei nostri giovani …Giovanardi non a caso parla di questo mentre le cronache proporrebbero a un sottosegretario governativo ben altri argomenti su cui esercitare la propria azione di governo: arresti per attività estensiva e documentata di traffico di cocaina nelle discoteche della Milano-bene, giri di coca ed escort nelle varie cricche che stanno spuntando qua e là tra politici e imprenditori, persino la condanna per traffico di droga a 14 anni in primo grado del generale che era a comando del Reparto Operativo Speciale dei Carabinieri. Su tutte queste cose Giovanardi cos'ha da dire? Se il suo bersaglio fosse la droga, dovrebbe essere durissimo. Invece tace: il suo obiettivo non è combattere la droga, ma le palestre di libero pensiero che non riesce ad asservire come Rototom Sunsplash, che anche in esilio continua la sua battaglia di libertà.
Ass Culturale Rototom
rave party:. Musica tekno come generatrice di rituali estatici
Sito dui Rave: http://leojeffry.wordpress.com/
DROGAONLINE
I NUOVI PADRI
"DALL´AUTORITÀ ALL´AFFETTO COSÌ È CAMBIATO UN SIMBOLO" ,
"L´importante è che non venga meno la funzione educativa del legame familiare" "Ogni paternità è adottiva. Lo racconta anche Eastwood in Million Dollar Baby"
"Papi": è così che gli adolescenti di oggi chiamano il proprio genitore, con un nomignolo che suona come un sinonimo dello svuotamento di autorità della figura paterna. Per dirla meglio, con Massimo Recalcati: «La figura del padre ridotta a "papi", invece di sostenere il valore virtuoso del limite, ne autorizza la sua più totale dissoluzione. E riflette la tendenza di fondo della famiglia ipermoderna: entrambi i genitori sono più preoccupati di farsi amare dai loro figli che di educarli. Più ansiosi di proteggerli dai fallimenti che di sopportarne il conflitto, e dunque meno capaci di rappresentare ancora la differenza generazionale». Recalcati è uno psicoanalista, e lacaniano per giunta, eppure il suo Uomo senza inconscio ha venduto più di diecimila copie. Un successo dovuto alla capacità di raccontare i disagi della nostra civiltà senza un eccesso di tecnicismi scolastici.
Oggi esce il suo nuovo libro sulla paternità nell´epoca ipermoderna, sull´evaporazione del padre, secondo l´espressione coniata da Lacan già alla fine degli anni Sessanta. È un tema che incide sui cambiamenti della cultura occidentale, venendo a mancare il principio fondativo della famiglia e del corpo sociale – oltre a investire profondamente la condizione esistenziale di ciascuno. Già l´interrogativo del titolo allude a un vuoto difficilmente colmabile: Cosa resta del padre? (Cortina, pagg. 190, euro 14).
Cosa resta dell´uomo che assicurava l´ordine del mondo e della vita dei suoi figli?
«Certamente non l´ideale del Padre, il pater familias, il padre come erede in terra della potenza trascendente di Dio, e nemmeno il padre edipico celebrato da Freud come perno della realtà psichica. Non possiamo più ricorrere all´autorità simbolica del padre, che ormai si è dissolta: lo dicono gli psicoanalisti, i sociologi, i filosofi della politica... Si tratta allora di pensare al padre come "resto", non più Ideale normativo ma atto singolare e irripetibile, antagonista all´insegnamento esemplare, all´intenzione pedagogica. Quel che resta del padre ha la dimensione di una testimonianza etica, è l´incarnazione della possibilità di vivere ancora animati da passioni, vocazioni, progetti creativi. Seppure senza il ricorso alla fede nella parola dogmatica o attraverso sermoni morali».
Il padre è un uomo che sa ancora trasmettere il sentimento della speranza?
«È un uomo che dice "sì!" a ciò che esiste, senza sprofondare nell´abisso di un puro godimento distruttivo, senza rendere la vita equivalente alla volontà di morire o impazzire. La verità che può trasmettere è necessariamente indebolita, perché non vanta modelli esemplari o universali: la sua testimonianza infatti buca ogni esemplarità e ogni universalità, risultando eccentrica e anarchica nei confronti di qualunque retorica educativa. Quel che conta – e resta a un figlio – è come, nella buia notte di un mondo senza Dio, un padre mantenga acceso il fuoco della vita, non la manifestazione di una pura negazione repressiva, ma piuttosto la donazione della fiducia nell´avvenire».
In un rapporto che rimane del tutto asimmetrico?
«Assolutamente. Le farò un esempio molto semplice: l´insulto di un padre rivolto a un figlio può avere un effetto indelebile che il contrario non comporta in alcun modo... Quando Freud gli attribuiva il saper "tenere gli occhi chiusi", intendeva sottolineare il carattere "umanizzato" della Legge che rappresenta. Non ascoltare una parola insolente o non vedere un gesto osceno, a volte può essere la condizione per proseguire la partita... È il doppio compito della funzione paterna: introdurre un "no!" che sia davvero un "no!", e al tempo stesso saper incarnare un desiderio vitale e capace di realizzazione».
Famiglie monoparentali, ultracinquantenni che diventano mamme senza un compagno, coppie gay con figli, single con diritto all´adozione... C´era una volta lo schema edipico – sintetizzando: il padre "interdice" il godimento incestuoso e "separa" la madre dal figlio. Ma il mondo non sarà davvero "nuovo" e certi modelli ormai inservibili?
«Lo schema edipico continua ad avere il suo valore, se però si abbandona il teatrino familiare. Intesa come legame "naturale", la famiglia composta da una coppia eterosessuale e dai loro figli non è più il nucleo immobile dei legami sociali. Esistono organizzazioni sociali e culturali sempre più complesse, l´importante è che non venga meno la funzione educativa del legame familiare che vuol dire umanizzare la vita, iscriverla in un´appartenenza, farla partecipare a una cultura di gruppo, darle una casa e cioè una radice, una disponibilità alla cura e alla presenza... Se non si può più trasmettere il vero senso della vita, è però ancora possibile mostrare di dare un senso alla vita».
Oltre a Freud e soprattutto Lacan, lei ricorre alla letteratura con Philip Roth (Patrimonio) e Cormac McCharty (La strada). E poi a quel cinema di Clint Eastwood che rompe appunto "l´ordine del sangue". Prendiamo Million Dollar Baby...
«Intanto ogni paternità, come amava ripetere Françoise Dolto, è sempre adottiva, è sempre un´adozione simbolica che trascende il sangue e la biologia... "Io voglio lei!". "Sarò il tuo allenatore!": Frankie riconosce il desiderio di Maggie di diventare un pugile professionista, di avere lui e non altri come allenatore, risponde alla sua domanda facendo eccezione alla propria etica ("Io non alleno ragazze!") e al funzionamento della sua palestra, frequentata solo da uomini. In questo modo l´atto della paternità si produce come rottura di un ordine universale: l´ordine della morale normativa, del sangue e della genealogia, l´ordine dei dogmi. Frankie accoglie Maggie, non l´abbandona come "una causa persa", alla fine sarà il suo infermiere, la sua luce, il suo padre amato».
Ma a cosa è legata oggi la funzione del padre?
«Se non può più essere legata al sangue, al sesso, alla biologia, alla discendenza genealogica, allora aveva forse ragione papa Luciani a sconvolgere secoli di teologia dicendo che Dio è anche madre».


