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I più votati, altro

Cocaina quotidiana. Continuiamo a farci male. Quanti don Riccardo ci vorranno ancora?

Vincenzo Donvito, Notiziario Aduc - Le notizie di episodi piu' o meno criminali correlate a produzione, traffico, spaccio e consumo di sostanze illecite, fanno parte del quotidiano. Tant'e' che spesso non ci si fa attenzione piu' di tanto. Eppure sono storie gravi quanto quelle di chi nel mondo muore ancora di fame, ma se abbiamo fatto l'abitudine a queste ultime, figuriamoci a quelle sulle droghe illecite.
Questo per dire che non ci stupisce piu' di tanto quello che sta emergendo dalla vita del sacerdote ligure don Riccardo che, per adescare sessualmente i ragazzini, usava anche la cocaina. Non ci interessa l'aspetto chierico in se' della vicenda (che la Chiesa romana si risolva da se' i problemi sulla sessualita' dei propri sacerdoti), anche perche' non vediamo orde di sacerdoti drogati e “allupati” che minacciano la nostra societa'; non piu' di tanto rispetto ad un trend delinquenziale in merito che vede ben altri numeri (basti pensare alle violenze in famiglia su donne e bambini). Certamente la notizia fa piu' scandalo di quella di un qualunque zio non-chierico che costringe a rapporti sessuali la nipotina dodicenne, ma noi abbiamo la tendenza a non socializzare i problemi interni della comunita' cattolica romana, crediamo che gli italiani, per quanto talvolta vittime di questi problemi, pensino ad altro e, soprattutto -per chi li frequenta- ai tanti preti che fanno del bene nel sociale.
La nostra assenza di stupore nasce dalla considerazione che gia' da tempo denunciamo la presenza delle droghe illegali nel tessuto piu' intimo della nostra quotidianita'. Non le droghe in se', sul cui uso e utilita' individuale non sindachiamo, ma le droghe illegali. Quindi, nello specifico, non la cocaina in se', ma la cocaina illegale che, in quanto tale, e' nociva piu' di una qualunque dose eccessiva assunta da un qualunque desideroso di sballo. Un contesto di “proibito” che porta i potenziali assuntori ad essere piu' attratti: per esempio, il nostro don Riccardo che -facciamo solo un'ipotesi di scuola- attratto dalla trasgressione rispetto al proprio voto, cosa di meglio per soddisfare la propria sessualita' nascosta se non usando cio' che e' altrettanto “peccaminoso” e proibito come la droga, che per acquistarla ti devi ingegnare ed entrare in contatto con l'altrettanto peccaminoso mondo della delinquenza? Un mix di trasgressione che, visto il chierico contesto, non puo' che essere peccaminoso.
Una quotidianita' che porta chi ama gli eccessi ad essere ancor piu' eccessivo ed a giustificare l'esistenza di mercati clandestini in mano alla delinquenza organizzata per soddisfare una domanda che altrimenti imploderebbe.
E questo e' solo l'esempio di don Riccardo. Quanti giovanissimi si rivolgono al pusher per comprarsi lo spinello e, tentati dall'offerta del delinquente che vuole guadagnare di piu' e farsi clienti piu' redditizi, cedono alla prova del crack o dell'ecstasy o della cocaina?
Il nostro sistema, di fronte a questa realta', continua a ideologicamente dissertare sul fatto che bisogna impedire la domanda agendo sulle coscienze dei singoli. Continuano a vietare, e consumi e delinquenza sono piu' diffusi e in crescita, provocando sempre piu' male ai singoli, alla societa' e all'economia.
Il fatto che questo rapporto tra vita quotidiana e delinquenza sia arrivato a tangere anche i chierici, che in quanto ad indottrinamento non reggono nessun paragone rispetto ai “sermoni” del nostro Dpa (Dipartimento antidroghe del Governo) nelle scuole e nella loro pubblicistica, dovrebbe far riflettere piu' di uno tra coloro che, in buona fede, e' preoccupato per la salute e il civismo dei piu'.
Non e' che se le droghe fossero legali, se di loro si conoscesse di piu' e con piu' certezze, se per la loro presenza non si dovesse dare spazio a delinquenti e mafie, ci si farebbe tutti meno male? Quanti don Riccardo ci vorranno ancora?

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La società dell’Homo Abusus

 

ENJOINT.com - “Est modus in rebus”, dicevano gli Antichi (e i professori, e i genitori, e i preti, e tutte le autorità): c’è sempre una misura nel fare le cose. Gli eccessi e le esagerazioni sono cioè sbagliati, vanno evitati e condannati. A me questa frase, e il concetto che voleva esprimere, hanno sempre dato un profondo fastidio. Ho sempre pensato, da quand’ero ragazzo, che fosse vero esattamente il contrario: è agli estremi, è sul margine che balena l’intelligenza. In mezzo c’è soltanto la mediocrità, pensavo. Meglio smodati che ammodo.

 

La gran parte dei giovani la pensa ancora così, e probabilmente fa bene. Nella formazione di una personalità la trasgressione, la provocazione, l’oltrepassamento del limite consentito sono fattori fondamentali. Ma l’esagerazione è un’altra cosa. L’esagerazione è un fatto meramente quantitativo, non qualitativo.

Il formaggio non diventa più gustoso se ne mangio cinque chili, ne la ventiseiesima canna della giornata è più piacevole della prima. Anzi. L’esagerazione è una forma di insoddisfazione nevrotica, che ha molto a che fare con un’idea di possesso persino cannibalico del mondo che ci circonda, e molto poco con il senso di libertà che ogni sana trasgressione porta con se. Dal punto di vista del mercato, l’esagerazione è una
manna dal cielo, ossessivamente stimolata dalla pubblicità, dai modelli culturali, dal mainstream mediatico.

Se non esagerassimo (nel consumo di cibo, di energia, di mode, di carta igienica o di telefilm), l’intera economia andrebbe gambe all’aria. Dal punto di vista spirituale, invece, esagerare è il contrario di essere: significa infatti uscire da se, perennemente insoddisfatti, preda di ogni pulsione (o di ogni campagna pubblicitaria). Il materialismo non consiste nell’esaltazione del piacere dei beni materiali: noi siamo materia, condividiamo gli stessi atomi di un iPod, e non si capisce perchè non dovremmo godere dell’unica cosa che ci fa godere: la materia.

Il materialismo è invece quel movimento che schiaccia il consumatore sulla merce, lo costringe a consumarla senza fine e, dunque, senza mai trarne un vero godimento, e in questo modo attiva il circuito dell’abuso. Il materialismo da un lato non si preoccupa delle conseguenze, ne del futuro (chissenefrega, dunque, se il pianeta lentamente si spegne); dall’altro però invoca continuamente il futuro, anzi ne è l’araldo battagliero: domani ci sarà una nuova merce, un nuovo prodotto, una nuova moda da sperimentare e consumare, ma subito e in fretta, perchè dopodomani altre indispensabili meraviglie arriveranno sul mercato. L’uso responsabile è il contrario dell’abuso. Non può essere definito da nessuna legge o regolamento (Dio ci scampi!), ma può essere insegnato e imparato.

L’uso responsabile è la regola generale cui una società di uomini liberi dovrebbe attenersi: di tutto un po’, con curiosità, se e fino a che se ne ha voglia, senza morirne. Dovrebbe valere per ogni azione o gesto o sostanza o situazione, per l’eroina come per il cattolicesimo, per il sesso come per il petrolio. Staremmo tutti molto meglio, c’è da scommetterci.

Fabrizio Rondolino

Pubblicato su Dolce Vita n°28 – Maggio/Giugno 2010

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Contenuto Redazionale Intervista - Procedure da adottare negli accertamenti sanitari

  Proponiamo un'altra delle interviste  ad operatori che si occupano dell'applicazione delle attuali leggi sui consumi di sostanze Oggi incontriamo il dr. Francesco Ruffa - Medico Chirurgo, referente per l’ASL 10 del Centro di consulenza tossicologica per lavoratori, specialista in Tossicologia medica, convenzionato con l’ASL 10 Firenze come Tossicologo nel Dipartimento Dipendenze. L'intervista verte sulle “Procedure da adottare negli accertamenti sanitari di assenza di tossicodipendenza in lavoratori addetti a mansioni pericolose verso terzi”. Come sempre sottolineaiamo che la realtà di cui si parla è quella di Firenze, quindi le modalità di applicazione della legge possono variare nel resto d'Italia.
Come si svolgono gli accertamenti a Firenze e a chi vengono fatti?
 
Con il Provvedimento n. 99/CU del 30/10/2007 e successiva Conferenza permanente Stato-Regioni del settembre 2008 è stato sancito un accordo per le “Procedure da adottare negli accertamenti sanitari di assenza di tossicodipendenza o di assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope in lavoratori addetti a mansioni che comportano particolari rischi per la sicurezza, l’incolumità e la salute di terzi”. Tale accordo demandava alle Regioni, e quindi alle ASL ed ai vari Dipartimenti per le Dipendenze, l’organizzazione di centri per lo svolgimento delle procedure suddette.
L’ASL 10 dell’area fiorentina, con delibera del Direttore generale del dicembre 2008, ha istituito un centro unico di consulenza tossicologica per i lavoratori rientranti nelle categorie dettate dal suddetto provvedimento, a cui si accede mediante prenotazione al Centro Unico Prenotazione (CUP) su invito del Medico Competente, che attualmente ha sede presso Villa Basilewsky, e svolge la propria attività tutti i venerdì dalle 15 alle 17. L’attività è svolta da medici specialisti tossicologi.
L’ASL 10 di Firenze ha correttamente individuato un percorso ben definito per gli accertamenti di II livello per tali lavoratori ribadendo che non è possibile considerare tossicodipendente un lavoratore che sia stato trovato positivo ad accertamenti tossicologici, almeno fino a quando accertamenti più fitti (di II livello) non dimostrino un uso problematico di sostanze. Per questo motivo ha volutamente differenziato il percorso di indagini dei lavoratori che attualmente viene svolto fuori dell’ambito dei SerT, con ciò preservando sia l’inquadramento del lavoratore da un punto di vista clinico (diverso, in questo contesto di accertamenti, dal paziente in cura presso la struttura sert), sia il suo diritto alla riservatezza nell’esecuzione di tali accertamenti.
Con il suddetto Provvedimento si è voluto precisare un principio: il consumo di sostanze stupefacenti (qualunque sostanza in grado di alterare lo stato di coscienza, a breve e/o a lungo termine), indipendentemente dalle ripercussioni sullo stato di salute, è pericoloso, soprattutto per lavoratori appartenenti a certe categorie contrattuali e che svolgono determinate mansioni, elencate in apposito elenco allegato al Provvedimento citato, in quanto comporta il rischio di arrecare danni allo stesso lavoratore e/o a terzi. Chiunque, quindi, desideri intraprendere uno dei lavori elencati, o si trovi già a svolgerlo, è obbligato a sottoporsi, almeno una volta l’anno, su richiesta del Medico Competente in accordo con il datore di lavoro, nel rispetto della riservatezza ma con preavviso minimo, ad uno screening tossicologico per l’accertamento di assenza di uso di sostanze
 
Qual è l’iter di accertamento?
Il lavoratore che svolge una mansione a rischio, nei casi stabiliti dalla legge e cioè: prima di essere affidato alla mansione (quindi anche prima di essere assunto); quando ci sia un ragionevole dubbio di assunzione di sostanze che comprometta la capacità lavorativa (su segnalazione del datore di lavoro o suo delegato al Medico Competente); dopo un incidente (infortunio sul lavoro avvenuto alla guida di veicoli a motore); e comunque periodicamente almeno una volta l’anno, viene invitato a sottoporsi ad uno screening detto di I livello che consiste in una visita medica e prelievo di un campione urinario in cui verranno ricercate le sostanze elencate in un’apposita tabella (metaboliti degli oppiacei, della cocaina, dei derivati della cannabis, delle amfetamine e derivati, metadone). Segue uno screening di II livello per tutti coloro che sono risultati positivi allo screening di I livello e che viene svolto nel Centro di consulenza tossicologica per lavoratori.
 
Chi chiede l’accertamento: l’azienda o il datore di lavoro/azienda?
 
Il datore di lavoro trasmette al medico competente l’elenco dei lavoratori da sottoporre a screening e concorda con lui, nel pieno rispetto della riservatezza, il numero di lavoratori da visitare in una determinata giornata stabilita dal medico, con comunicazione ai lavoratori al massimo un giorno prima dell’analisi
 
Dove e come vengono fatti gli accertamenti?
 
Gli accertamenti di I livello vengono svolti direttamente nell’azienda, se i locali lo permettono, oppure in idoneo luogo a prelevare un campione di urine che sarà poi inviato al laboratorio di riferimento per le analisi tossicologiche
 
Se al primo controllo si è positivi, cosa succede?
 
Se allo screening di I livello risulta positività per uno o più metaboliti delle sostanze contenute nella tabella di riferimento, il medico competente comunica al lavoratore tale positività; gli comunica inoltre la inidoneità alla mansione svolta, lo allontana dalla mansione stessa e lo invia al centro consulenza tossicologica per lavoratori per effettuare lo screening di II livello. Il datore di lavoro, per legge, deve comunque assicurare al lavoratore il mantenimento del posto di lavoro ed impiegarlo in una mansione che non comporti rischi, come dettato dal decreto in oggetto.
L’iter di II livello prevede una visita specialistica e l’effettuazione “a sorpresa” di tre controlli delle urine nell’arco di un mese. Se risultati negativi allo screening di II livello il lavoratore rimane allontanato dalla mansione svolta per un periodo di sei mesi nel quali sarà sottoposto dal medico competente ad accertamenti cautelativi, cioè dei controlli urinari a sorpresa. Se in tale periodo i controlli risulteranno ancora negativi, allora sarà considerato nuovamente idoneo allo svolgimento della mansione precedente. Se però gli accertamenti di II livello saranno positivi il lavoratore sarà invitato a presentarsi al SerT di competenza territoriale, cioè quello di residenza o domicilio sanitario, per effettuare un programma terapeutico di recupero. Il recupero può essere certificato al medico competente dal SerT solo dopo che sia passato un periodo di almeno 12 mesi di controlli urinari regolari e sempre negativi alla ricerca di metaboliti delle sostanze stupefacenti (definizione espressa dall’Organizzazione mondiale della Sanità) e solo dopo questo periodo potrà riprendere la mansione svolta in precedenza. Ciò significa che la positività allo screening di I livello allontana il lavoratore dalla mansione svolta per un periodo di almeno 8-9 mesi mentre la positività anche al II livello allontana il lavoratore dalla propria mansione per almeno 15-17 mesi, periodi durante i quali non tutte le aziende hanno mansioni diverse a cui assegnare il lavoratore ed avviene, purtroppo spesso, che il lavoratore rimanga quanto meno senza stipendio.

I controlli sono a spese del lavoratore o del datore di lavoro? E le eventuali controanalisi?
 
Le controanalisi possono essere richieste anche al primo accertamento?
 
Tutti i controlli tossicologici e clinici effettuati sono a carico del datore di lavoro.
Eventuali contestazioni, e richiesta di controanalisi, sono invece a carico del lavoratore.
Le contro-analisi possono essere richieste dal lavoratore in qualunque step, compresi gli accertamenti di I livello
 
Gli accertamenti si fanno anche per l’assunzione?
 
Il decreto indica l’effettuazione dello screening di I livello per qualunque lavoratore che svolga mansioni considerate a rischio o si appresti ad essere inserito in tali mansioni. Ciò significa che tali screening non possono essere effettuati pre-assunzione (non possono essere motivo di selezione all’assunzione) ma dopo essere stati assunti e prima di essere assegnati alla mansione. Naturalmente se positivi allo screening di I livello, in questi casi non si può iniziare a svolgere la mansione fino a che non si vena resi di nuovo idonei allo svolgimento della stessa d a parte del medico
 
Chi stabilisce quali sono le categorie a rischio? Sono quelle presenti nel D.Lgs. 81/2008, “sull’accertamento di assenza di tossicodipendenza nei lavoratori” o se ne possono individuare altre?
 
Le categorie a rischio sono espressamente dettate e classificate in apposita tabella allegata al decreto e non se ne possono individuare altre, arbitrariamente, a meno che il medico competente non ritenga che una data mansione svolta da un lavoratore in un determinato momento e contesto possa essere motivo di rischio per se e/o per altri individui (per es.: secondo condizioni di salute, stagionalità per alcuni tipi di lavoro all’aperto, ecc.)
 
E' possibile estendere le modalità locali ad altre province toscane o ad altre parti d’ Italia?
 
Purtroppo no. Ogni ASL ed ogni dipartimento dipendenze ha il preciso dovere di stabilire e strutturare delle procedure che indichino l’iter da seguire per ottemperare al dettato di legge espresso nel decreto in questione; a tale proposito ogni ASL si organizza secondo proprie possibilità, metodo di lavoro, personale, laboratori, ecc., per cui le modalità di un’ASL non sono assimilabili a quelle di altre ASL.
Le modalità qui espresse riguardano l’iter di accertamenti stabiliti per l’ASL 10 di Firenze e decise dal Direttore Generale con apposita delibera del 2008.
 
E' possibile avere qualche dato locale ed anche regionale/nazionale dall’applicazione dell’accordo stato/regioni?
 
Gli accertamenti di I e II livello indicati dal presente decreto sono svolti in ogni regione ma sono iniziati con tempi e modalità diverse a seconda della capacità/possibilità di organizzazione di ognuna di esse (in alcune regioni non si è ancora riusciti ad iniziarne l’effettuazione per ritardo nell’organizzazione). Ciò ha determinato una certa difficoltà nella raccolta di dati che possano essere rappresentativi della realtà italiana, o anche regionale, dell’uso di sostanze stupefacenti nello svolgimento di alcune mansioni lavorative (quelle ritenute a rischio). Inoltre, dove, come in toscana, si è dato inizio all’attuazione del decreto già da un anno- un anno e mezzo, ancora non si è riusciti, per ovvi motivi, a completare l’iter di accertamento (almeno una volta l’anno) in tutti i lavoratori candidati ad essere screenati e quindi non ci sono dati definitivi riguardanti il primo anno di attività. Comunque, dai dati in nostro possesso, e che riguardano gli accertamenti di II livello, possiamo concludere, dopo 10 mesi di attività del centro di consulenza tossicologica, che circa il 20% dei lavoratori che vengono inviati allo screening di II livello risulta positivo e quindi presenta una qualche problematica nel consumo di sostanze stupefacenti (che va dal consumo frequente alla vera e propria tossicodipendenza), dato che indica che un’importante quota di lavoratori, pur svolgendo delle mansioni a rischio per la propria ed altrui incolumità, consuma sostanze stupefacenti, con ciò aumentando le possibilità di incorrere in episodi traumatici sul lavoro. Né può essere valida la giustificazione a volte addotta dell’uso di sostanze comunque al di fuori dell’orario e del posto di lavoro: l’effetto di possibile alterazione dello stato di coscienza dura per tutto il tempo di durata dell’azione della sostanza assunta e non può essere discriminato il momento di maggiore o minore influenza della stessa sulla capacità di mantenere uno stato di vigilanza idoneo allo svolgimento di alcune attività. Infine, il principio su cui si basa il decreto in questione, per quanto possa essere rivisto e reso più vicino al concetto di prevenzione che di sanzione, è sacrosanto ed esprime un concetto assolutamente condivisibile: chi svolge determinati lavori (a contatto con strumentazioni particolari o con il pubblico – vedi nel settore trasporti) deve (dovrebbe) anche condurre uno stile di vita che preservi dalla possibilità di incorrere in incidenti, a volte drammatici, per cause comunque “evitabili” quali il consumo di sostanze stupefacenti. A ciò serve l’attuazione della procedura di accertamenti in atto: a scongiurare il mantenimento di comportamenti ritenuti (anche dalle statistiche) rischiosi per sé e per altri individui.
 
 
Di seguito alcune domande che con più frequenza ci vengono inviate e su cui il dr. Ruffa ha accettato di dare una consulenza.
 
1. Positività al primo controllo, sospensione dalla mansione a rischio e spostamento ad altra mansione in attesa del secondo livello di controlli, ma se la mia ditta non ha altre mansioni su cui spostarmi che succede?
R: ti lascia a casa senza stipendio (non si dovrebbe, ma questo è – purtroppo - ciò che accade nella realtà).
 
2. Fatto primo test urine....risultato positivo...da quello che ho capito ora faranno la sospensione dal lavoro di autista e quindi ulteriori accertamenti con conseguente sert....ma per quanto riguarda la patente...cosa succede?
R: Nulla. Questi accertamenti non riguardano il mantenimento e/o sospensione della patente ma solo la capacità di svolgere determinate mansioni.
 
3. Posso consumare queste sostanze largamente fuori dall'orario dal mio lavoro di autista mezzi pesanti quali autobus di linea?,e se si, allora un eventuale test del capello(come controllo periodico o a anche a seguito di un incidente)potrebbe essere discutibile?Non è un po’ persecutorio utilizzare accertamenti che “vedono” consumi di tre/quattro mesi prima?
R: L’effetto delle sostanze non si esaurisce con il tempo di effetto “acuto” ma permane anche a distanza di tempo; quindi può essere indagato anche dopo diversi giorni. L’esame del capello mette in evidenza un comportamento di assunzione di sostanze, che è vietato in lavoratori che svolgono determinate mansioni a rischio.
 
4. Se e la prima volta che ti trovano positivo alla cocaina al test delle urine al lavoro ti fanno l'esame del capello?
R: Dipende dall’organizzazione della procedura aziendale dove si è residenti. Alcune ASL hanno optato per l’esame del capello, altre per controlli urinari. Comunque sarà invitato ad effettuare screening di II livello.
 
5. Tra qualche giorno dovrei effettuare delle visite mediche per l'assunzione ad un lavoro in cui i dipendenti vengono sottoposti a test tossicologici, questi vengono effettuati solo una volta assunti o potrebbero essere effettuati anche prima dell'assunzione?
R: La legge stabilisce che vengano effettuati dopo l’assunzione e prima di essere adibiti alla mansione a rischio.
 
6. Volevo chiedere se c'è un periodo di tempo preciso entro il quale il datore di lavoro deve comunicarti l'esito delle analisi di primo livello. Preciso che ho effettuato il test di screening il 17/09 ed ancora non ho saputo niente, nel caso fossi risultato positivo me lo avrebbero già comunicato per sollevarmi dalla guida del muletto oppure non ci sono dei tempi prestabiliti?
R: I tempi purtroppo dipendono dai vari laboratori
 
7. Faccio uso di 1 past 100mg gardenale, e 2carbamazepina al giorno essendo mulettista ho fatto il prelievo del sangue al cdc di novara,ho spiegato il mio problema al dottor P……. facendogli leggere le carte mediche,liquidandomi dicendo che facendo uso di fenobarbitale non ero idoneo alla guida del muletto.non faccio uso di droghe ,non bevo non fumo,visto che mi ha detto che sta applicando la normativa sui carrellisti per constatare se si fa uso droghe,mi chiedo se ho possibilita' di ritornare a fare il mio lavoro e eventualmente andare per vie legali?molte grazie.
R: Il medico competente può svolgere, al di fuori di qualsiasi legge, gli esami ritenuti idonei all’accertamento della capacità del lavoratore allo svolgimento di un determinato lavoro, quando ritenga che ci siano giustificati motivi o anche solo sospetti che la capacità del lavoratore a mantenere la giusta vigilanza possa essere compromessa dall’uso di droghe e/o farmaci con effetti di riduzione delle capacità di guida. Il fenobarbitale non è incluso nell’elenco delle sostanze da indagare allo screening di I livello secondo il decreto degli accertamenti di assenza di tossicodipendenza in lavoratori con mansioni a rischio, però è un farmaco con effetti di riduzione della capacità di guida. E’ doveroso per il medico accertare, caso per caso, quale sia l’influenza della terapia effettuata con fenobarbitale sullo svolgimento del proprio lavoro. Ciò non esclude la possibilità, se ritenuto opportuno dal medico, di allontanare temporaneamente il lavoratore dalla mansione svolta. Tutto questo iter, però, non è incluso nell’effettuazione degli screening di I e II livello dettati dal decreto in questione. Se la motivazione del medico è stata questa, il lavoratore si può opporre perché il decreto non discrimina lavoratori in terapia con farmaci che non rientrano nella tabella acclusa.
 
8. Un datore di lavoro puo' sottoporre un suo dipendete ad analisi tossicologiche anche se la tipologia di lavoro non è elencata nel provvedimento del 30 ottobre 2007? (ad es. segretaria, ragioniera, centralinista).? E se il datore di lavoro fosse un' agenzia del lavoro?
R: Assolutamente no!!
 
9. Ho effettuato le analisi per lavoro due volte nel 2009..volevo sapere ogni quanto si ripetono le analisi?
R: Per decreto, almeno una volta l’anno. Ciò significa che se il medico competente, o il datore di lavoro o chi per lui, avesse dei ragionevoli sospetti circa l’uso di sostanze da parte di un lavoratore con mansioni a rischio, potrebbe sottoporlo allo screening di accertamento anche più volte l’anno.
 
10. Sono in malattia adesso cosa prevede la legge nel mio caso me le faranno rifare in un altro momento o le ho saltate?
R: L’impossibilità di un lavoratore ad effettuare gli accertamenti previsti dalla legge, se certificata per stato di malattia, sposta le date a quando possibile
 
11.Autista di autobus pubblico uso efedrina tutti i giorni e devo fare il test previsto per il lavoro secondo Voi risulto positivo? Ed in generale se esiste una “lista” di sostanze ammesse
R: Esiste solo una lista di sostanze vietate.
 
12. Sono dipendente a tempo determinato (tramite famosa agenzia interinale) presso un magazzino, con mansioni di operaio-magazziniere ed uso il carrello elevatore. non sono in possesso del "patentino per uso muletto". puo' il datore di lavoro,visto che non sono un suo diretto dipendente ma dell'agenzia, obbligarmi a fare il test tossicologico? se dal datore, o a random, dal m.c. vengo mandato a fare il test e mi rifiuto, possono non rinnovarmi il contratto lavorativo (attualmente il contratto è a cadenza mensile)? cos'altro succede? vengono informati il sert? ed eventualmente forze dell'ordine? il mio rifiuto influirà anche sulla patente?
R: Tutti i lavoratori che svolgono mansioni a rischio possono esser indagati, anche quelli a tempo determinato, anche quelli non direttamente assunti. Il datore di lavoro comunica l’elenco dei lavoratori che svolgono mansioni a rischio ed il medico competente effettua esami urine a sorpresa con avviso al lavoratore non oltre un giorno. Il lavoratore che rifiuta tale controllo viene allontanato dalla mansione svolta. Non vengono informati né il sert, né le forza dell’ordine, né ci saranno influenze negative sulla patente.
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Lucarelli Racconta

In onda ieri la prima puntata del nuovo programma di Carlo Lucarrelli, su rai tre.

Nelle mani dello Stato (6 dicembre 2010)
Sono tanti i momenti e i luoghi in cui, a torto o a ragione, colpevole o innocente, un cittadino può ritrovarsi totalmente nelle mani dello Stato, anche in una democrazia. In caserma o in questura perché arrestato o fermato, detenuto in carcere perché in attesa di giudizio o condannato, in infermeria, nei reparti penitenziari degli ospedali, o negli OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari perché deve essere curato. Oppure nei CIE, centri di identificazione ed espulsione, perché straniero e non in regola con leggi e documenti. Ci sono leggi, procedure, controlli, uffici e persone che regolano questa tutela. La maggior parte delle volte le garanzie funzionano. Ma altre volte no. Come nel caso di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva o del giovanissimo Federico Aldrovandi. Tutti e tre morti violentemente mentre si trovavano in una situazione particolare: nelle mani dello Stato.


Link al riassunto della puntata sul sito della RAI

 

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Con Libera contro la mafia

 

libera1“Qui c’è la sede della grande finanza, qui c’è la borsa della cocaina, qui si stabiliscono i prezzi quotidiani dello spaccio della droga in Europa, ma qui ci sono stati anche gli anticorpi, una magistratura forte e forze di polizia che hanno sempre fatto la loro parte”. Così Don Luigi Ciotti ha risposto alla domanda sul perché è stata organizzata a Milano la 15^ edizione della Giornata in ricordo delle vittime della mafia, promossa da Libera.

Nessuno ci può togliere il 21 marzo”. Dal palco, in piazza Duomo a Milano il presidente di Libera (Don Ciotti) non lascia spazio a interpretazioni. Erano 150mila a condividere le sue parole, spazzando via le polemiche della politica e le divisioni.

Una manifestazione forte, peccato che a promuoverla debba essere un prete e i familiari di tutti coloro che in quella battaglia senza fine hanno dato tutto. Emozionante quando dal palco sono stati letti i nomi di chi ha pagato con la vita l’impegno contro la mafia.

Da 15 anni Libera festeggia il 21 marzo il giorno della memoria e dell’impegno e, nonostante qualche resistenza da parte di una minoranza politica (all’interno della maggioranza), si sta cercando di farla diventare “giornata nazionale”.

“Siamo venuti a Milano per Giorgio Ambrosoli, da questa terra è partito il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma questa città piange i morti di via Palestro, Carlo, Stefano, Sergio, Alessandro, vigili del fuoco e Mussafir, un marocchino che dormiva su una panchina, cercava futuro e ha trovato la morte. Poi ci sono sindacalisti, siamo venuti ad abbracciare questi amici, così come il magistrato Galli ucciso da prima linea”, ha poi aggiunto.

Tra i tanti partecipanti anche Antonio Ingroia, pm antimafia, procuratore aggiunto a Palermo, che su quelle stragi e la verità ancora da scrivere, aggiunge: “ La verità si raggiunge se c’è un impegno collettivo da parte del paese e la magistratura da sola non può farcela, altrimenti resteranno stragi impunite e con pochi colpevoli”.

Libera è un coordinamento di oltre 1500 associazioni, gruppi, scuole, realtà di base, territorialmente impegnate per costruire sinergie politico-culturali e organizzative capaci di diffondere la cultura della legalità.

“Molto importanti le politiche sociali, creare opportunità e non lasciare soli i cittadini e le famiglie con realtà crude e senza prospettiva”. Un passaggio fondamentale sottolineato da Don Ciotti, ed evidente anche per tutti coloro che hanno letto il famoso libro di Saviano “Gomorra”. Un dovere preciso che il nostro stato e le nostre istituzioni devono sopra ogni altra priorità garantire a tutti i cittadini, italiani e non, per creare un sistema di civiltà e progresso. In un paese ormai definito da molti “depresso”, troppo finto ottimismo e difficoltà reali continuano a tenere alti i muri tra le fasce di età e soprattutto tra legalità e illegalità. Per non parlare dei recenti scontri di Rosarno.

Spesso da ambo le parti della barricata, tra stato e anti-stato ci sono persone comuni, “soldati”, che si fronteggiano spinti dalle stesse motivazioni: avere una possibilità di vita migliore. Un confronto forse “grottesco”, ma ognuno difende la sua “azienda” e il suo “datore di lavoro” se questo gli permette di vivere meglio. Un meglio da soppesare e comprendere, i compromessi con la propria dignità hanno un prezzo e la legalità è la via per migliorare la società, ma se l’unica via d’uscita alla miseria fosse l’illegalità, quanti di noi si sentirebbero in grado di affermare che resterebbero nella legalità e vivrebbero senza poter mandare i figli a scuola, senza una casa, senza la possibilità di pagare bollette o medicine, senza un mezzo per spostarsi.

Spezzare la miseria grazie alla quale le mafie reclutano la loro manodopera, questa è la battaglia più importante e a cui deve essere data importanza massima, soprattutto in questi momenti di crisi e difficoltà.

Era il 1990 due mesi dopo il funerale del giovanissimo giudice Rosario Livatino (ucciso dalla mafia), Paolo Borsellino fece un intervento infuocato e commovente, criticando duramente la politica che troppo spesso attaccava la magistratura vanamente e senza ragione (…). Un discorso teso a rilanciare la sua grande battaglia: sconfiggere la mafia con una giustizia in grado di funzionare e capace di tutelare i magistrati troppo spesso sovraesposti. Per sconfiggere l’illegalità, secondo il giudice poi morto nell’attentato di via d’Amelio del 1992, lo Stato Italiano doveva stanziare ogni anno il 3 per cento del bilancio nazionale nella lotta alla criminalità organizzata, “i Giudici continueranno a lavorare ed a sovraesporsi, ed in alcuni casi a fare la fine di Rosario Livatino, come tanti altri. I politici appariranno ai funerali proclamando unità d’intenti per risolvere i problemi e dopo pochi mesi saremo sempre punto e d’accapo” questa la frase profetica con cui Borsellino concluse quell’intervista.

Quando non si ha il coraggio e l’onestà di ascoltare chi di mafia ne capisce il prezzo da pagare è alto, ma nessuno ha ancora alzato bandiera bianca, anzi. Il problema semmai è che lo Stato in questi ultimi 20 anni, da quel 1990, non ha fatto nulla per aumentare il budget fino ad avvicinarsi a quel 3 per cento, ma si è sempre più allontanata da quella previsione proveniente da fonte certa e indiscutibile. Oggi molte auto della polizia non hanno benzina per circolare, qualcosa non va come dovrebbe, è evidente. Ma Libera continua a crescere, la guerra è ancora aperta.

Alessandro Cascia

da periodicoitaliano.info

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Roy the toxic boy, by Tim Burton

Roy, the toxic boy

Chi di noi lo conobbe - i suoi amici -lo chiamavano Roy.

Per gli altri eral'orribile bambino Tossico.

Amava l'ammoniaca

e l'amianto e tanto

il fumo delle sigarette:ne aspirava anche sette,

per lui era ossigeno

tutto ciò che per gli altri

era cancerogeno.

Il giocattolo che preferivaera una bomboletta che agitava da seduto

e spruzzava da qui a lì,

finchè il giorno

non era scaduto.

Accoccolato in autorimessanella brina mattutinasi attaccava contento

ad ogni tubo di scappamento.

L’unica volta

che pianse, il bambino Tossico fu per una goccia di arsenico scivolata nell’iride.

Ma ci fu anche un dì

In cui il suo corpo si irrigidì:l’avevano messo in giardino

perché prendesse aria buona.

E l’ultimo respiro della sua breve vita

Fu malsano e disperato.

Chi mai avrebbe pensato

Che si poteva morire così:

di mattina per una boccata d’aria fina?

Mentre l’anima di Roy,

il bambino Tossico, abbandonò

il suo corpo, gli amici

nella sera mormorarono una preghiera.

E l’anima come un fazzoletto

di vela vagò verso il cielo

E salendo e salendo

Allargò, dio buono, il buco

dell’ozono.

Tim Burton

 

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"Mi chiamo Keith Richards e suonerò fino a che campo.."

<b>"Mi chiamo Keith Richards<br/>e suonerò fino a che campo.."</b>

Keith Richards

BERLINO - C'è un medico americano che giura di averlo sentito parlare in modo nitido e veloce per tutta la serata, al tavolo del night club. Per poi tornare, appena salito sul palco, all'inconfondibile biascichio ereditato dagli anni della droga e dell'alcol. La parlata di Keith Richards, a Hollywood, ormai è slang di moda. Quello strascicar di vocaboli è entrato perfino nell'immaginario cinematografico dopo che Johnny Depp ci ha costruito il suo pirata dei Caraibi, Jack Sparrow. È un'etichetta, un marchio. Un boss della Disney, si racconta, visionò i primi provini di Depp e si mise a urlare: "Che cos'è questa roba? È pazzo, è ubriaco, è gay?". "È semplicemente Keith Richards", avrebbe ammesso pubblicamente l'attore, grande fan del musicista border line.

Richards, sessantacinque anni a dicembre, ha abbracciato il look corsaro da un trentennio. Camicia bianca e gilet nero, fascia azzurra in testa, come i bracciali di stoffa, quando lo incontriamo ci regala la sua ricetta di stile: "È tutto originale. Un po' di Robert Louis Stevenson, un po' di Barbanera e un pizzico di me". Tra la pioggia di amuleti, spicca la figura del teschio. C'è quello d'argento su un anello, da cui non si separa mai. "Ha un significato particolare nella mia vita. Io li attiro, i teschi. E mi sono anche rotto il mio". Ride e gli occhi bistrati affondano nella corteccia del viso. Ride, anche se si riferisce a un incidente piuttosto grave, accaduto due anni fa.

Scalando una palma alle Isole Figi, è caduto ed è finito in sala operatoria: intervento a cranio aperto per un grumo al cervello. Poche settimane dopo, però, era sul set del terzo Pirati dei Carabi - Ai confini del mondo" a interpretare il papà di Depp. "Conosco Johnny da tanti anni", racconta, "è un grande amico di mio figlio. Per un po' non sapevo chi fosse, a parte uno dei bravi ragazzi che frequenta Marlon. Poi ci siamo conosciuti meglio e lui mi ha detto che dovevamo fare qualcosa insieme. Gli ho risposto: "Procurami un lavoro". Non avrei mai immaginato di ritrovarmi in un film della Disney. La vita è strana, lo penso da sempre". Sull'esperienza da attore Richards ha molte certezze: "Ho detto la mia battuta, "il codice è la legge", e bum, buona la prima. Recitare mi piace: non avete ancora visto il mio re Lear. Devo trovarmi un agente".

Più recentemente, sui set del cinema c'è finito esercitando la sua professione principale: chitarrista della più antica rock band in vita. Keith Richards ha recitato se stesso nel documentario Shine a Light di Martin Scorsese. "Quando mi hanno riferito la proposta ho detto: un altro film sui Rolling Stones? Voglio dire, ce ne sono già di buoni, Simpathy for the Devil, Gimme Shelter, Cocksucker Blues? Poi ho saputo che lo avrebbe firmato Scorsese e ho chiesto: quando si comincia?". L'affinità tra gli Stones e Scorsese è di vecchissima data, ricorda Richards: "Marty ha la peculiarità di saper vedere le cose in profondità e per qualche strano motivo con noi ha sempre avuto un rapporto simbiotico. Ad esempio Mean Streets, che ho rivisto di recente. Il film poggia tutto sulla colonna sonora, a sua volta costruita sulle nostre canzoni".

La pellicola preferita da Keith Richards nella cinematografia dell'italoamericano è Toro Scatenato: "Fantastico. È la mia riserva continua di citazioni e battute. "Quella notte mi levai l'accappatoio e cascò il mondo, avevo scordato i pantaloncini", è una delle grandi battute del film. Gran parte dei tecnici dei Rolling Stones è italoamericana e il tour va via con una citazione continua della filmografia di Scorsese".
In realtà degli Stones il vero appassionato di cinema è Mick Jagger, che ha fondato la sua casa di produzione e che già progetta un film con Scorsese sulla storia dell'industria cinematografica, le sue banditesche origini. "Mick pensa di essere l'uomo di cinema dei Rolling, ma non lo è. L'ho visto rotolare sullo schermo diverse volte, negli anni? Non lo fare, Mick, non lo fare? Ma lui nel tempo libero, alla fine, fa quello che vuole", concede acidamente Richards. Il dualismo tra lui e il frontman dei Rolling è iniziato insieme al loro sodalizio.

Avevano diciassette anni ed erano sul treno che dalle rispettive scuole londinesi li riportava a casa, a Dartford, nel Kent. I due si erano annusati, guardando il mucchio di vinili sottobraccio dell'altro. "Vidi quei dischi e pensai: The Best of Muddy Waters, questo dev'essere un tipo a posto. Mettiamo su un gruppo".
C'è alchimia creativa e scontro caratteriale tra i due, una costante nella storia del gruppo. Mick, l'organizzatore, il ragioniere che veniva dalla School of Economics. Keith, studente d'arte, il pubblicitario, l'esteta e compositore. "Mick già ordinava dall'America i dischi della Chess Records, la casa discografica del rock'n'roll, mentre noi aspettavamo che venissero pubblicati in Inghilterra. Era molto organizzato".

Nel 67 furono arrestati per droga insieme, nella casa di campagna di Richards, a Redland, nel Sussex. Ma nei decenni Jagger si è costruito un'immagine da manager salutista mentre il chitarrista ha continuato a tuffarsi nell'eroina e nella cocaina. Uno è stato recuperato dall'establishment e fatto baronetto dalla Regina, l'altro ha preferito alimentare l'aura maledetta: "Quando ti disintossichi per la decima volta sai già che puoi farcela e non è più così terribile".
Durante una delle sue pause tossiche dal gruppo, Jagger prese il sopravvento organizzativo, incombenza che non ha mollato più. I loro litigi sono entrati, come le canzoni composte insieme, nella storia del rock. Celeberrima la volta in cui Charlie Watts, ad Amsterdam, prese per il collo Jagger che lo aveva appena definito "il mio batterista" e lo lanciò su un tavolo colmo di salmone affumicato. "Jagger scivolava verso la finestra aperta, lo avrei lasciato cadere volentieri, lo ripescai solo perché indossava la mia giacca da matrimonio", racconta il perfido Richards.
Con gli anni il rapporto tra i due si è incattivito. Le tensioni si sono riaccese soprattutto dopo la lunga convivenza imposta dal tour Bigger Band, nel 2006.

All'inizio di Shine a Light si vede Jagger preparare la scaletta. "È lui quello che deve andare a cantare. Se dice: "Stasera non ce la faccio a fare questa canzone, ho la voce rauca", per noi va bene. Puoi cambiare l'ordine delle canzoni, ma poi devi andare con il tuo frontman. Sul palco Charlie Watts e io non facciamo che girare come una rete di sicurezza. Quando Mick attacca a trotterellare lontano, verso il pubblico, quando prende un ritmo sbagliato, inizia a cantare in una scala musicale cinese, allora con Charlie ci guardiamo: "Riprendilo, riprendilo?". È un problema, riesce a rovinare qualunque canzone. Ma ogni tanto nella vita bisogna pur lavorare".

I disaccordi con Jagger hanno quasi provocato la fine del gruppo. "Ci stavamo per sciogliere, è vero. Ma - e qui la voce si fa ancora più lenta - lui, Mick, ha fatto quel che gli era stato detto di fare. È stato saggio". Ha pure indossato una maglietta con su scritto: "Chi cazzo è Mick Jagger?". Chiosa placido Keith: "Perché no?". Negli ultimi tempi anche il leader si è messo in testa di rendergli la pariglia. Uscita la notizia di un'autobiografia che Richards scriverà con l'aiuto dello scrittore, suo amico trentennale, James Fox (l'editore sborserà al musicista 7,3 milioni di dollari) e che sarà pubblicata nel 2010, il frontman ha commentato: "Per scrivere le proprie memorie bisognerebbe ricordarsele". Si torna ai periodi poco lucidi del chitarrista Richards. A Mick, però, si sa, manca la cattiveria del collega, ansioso di provocare e di alimentare la sua leggenda di pirata.

A proposito del critico svedese che ha stroncato l'ultimo album dei Rolling Stones dice, definendolo "l'uomo di Goteborg": "Devo avergli fottuto la moglie, o qualcosa del genere. Ce l'ha con me per qualche motivo. Queste cose non mi danno fastidio, per niente. La prossima volta che vado in Svezia manderò un gruppo di ragazzi a spezzargli le gambe".

Sbruffone con le donne, come da etichetta, Richards innaffia la sua leggenda: "È vero che stare sul palco è un po' come fare sesso. E quando non ho una bella bambola, nel letto mi porto la mia chitarra". Ma anche il pirata del rock è invecchiato. L'uomo che un tempo girava con rotoli di soldi, pistola e coltelli nelle tasche, che è stato per decenni sulla lista dei "pronti a morire" ed è sopravvissuto grazie a una fisicità taurina, oggi è un signore che posa accanto a valigie firmate e nel tempo libero va a pesca o porta "il cane a pisciare e le ragazze a scuola". Se gli chiedi conto della sortita sulla sniffata delle ceneri paterne, ti fissa negli occhi e risponde: "Bella domanda, passiamo oltre?".

Ti racconta, invece, quanto sia faticosa la tournée a sessantacinque anni: "Finiti i concerti, ci vogliono quattro mesi per riprendermi. Continuo a svegliarmi il mattino con l'adrenalina da palco e penso: "Ma oggi devo suonare? Devo volare? Dove sono?"". La macchina Rolling Stones è un ingranaggio inarrestabile: "Non andiamo avanti solo per i soldi, la nostra è una sfida: nessuno è riuscito a tenere una band per così tanto tempo. Sul palco, a volte, mi ritrovo a suonare sollevato un palmo da terra".

In Shine a Light c'è una scena in cui, dopo un duetto con Buddy Guy, Richards gli regala la sua chitarra. "Non sono uno che sfascia gli strumenti, né li do via. Ma Buddy se l'era meritato, era arrivato caldissimo sul palco, è stato straordinario", dice. "La mia posizione è che io sono un musicista, uno che scrive canzoni, un menestrello se vuoi. E la cosa importante di questo gioco è passare il testimone agli altri. Tutto quel che ho imparato lo devo ad altri. È una lunga tradizione che appartiene alla storia della musica. Sulla tomba mi piacerebbe avere inciso: "È trapassato, ma l'ha passato"".

Dentro il petto del senescente pirata batte il cuore di un musicista vivo e scalciante: "Sono gli altri, e non noi, a chiedersi quando smetteremo. L'altra sera ho incontrato Chuck Berry, ha ottant'anni passati e suona ancora. Per me è lo Shakespeare del rock'n'roll e sembra eterno. Anch'io continuerò a suonare finché sono vivo, finché posso. Semplicemente sul palco, anche su una sedia a

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La Taurina

L'idea di scrivere un articolo sulla taurina nasce dopo aver sorseggiato una famosissima bibita energizzante, per intenderci quella "che ti mette le ali…"; leggendo l'etichetta vedo che tra tante vitamine ed una discreta dose di caffeina (32 mg/100 ml è questo il vero effetto eccitante!), cè anche la Taurina; decido allora di fare una bella ricerca scientifica (e non pubblicitaria) per conoscere meglio questo ingrediente miracoloso. La taurina (o acido 2-aminoetanosulfonico NH2 - CH2 - CH2 - SO3 ) scoperta nel lontano 1827 è considerato un amminoacido anche se non possiede il caratteristico gruppo carbossilico(COOH) ma il gruppo SO3H. La taurina è il più abbondante aa libero presente nel cervello e nel cuore. Gioca un ruolo importante nelle normali funzioni di cervello, cuore, colecisti, occhi e sistema vascolare. La Taurina è un importante componente degli acidi biliari e possiamo identificarla come un "detergente del colesterolo".

prosegue in: http://psiconautica.forumfree.net/?t=14408604

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L'attitudine alla musica? È una questione di geni

Individuata una variante nel Dna L'attitudine alla musica?È una questione di geni Studio finlandese: la maggiore o minore propensione all'ascolto potrebbe essere scritta nel patrimonio genetico

Individuata una variante nel Dna

L'attitudine alla musica?È una questione di geni

Studio finlandese: la maggiore o minore propensione all'ascolto potrebbe essere scritta nel patrimonio genetico

(Fotogramma) (Fotogramma) MILANO - Esiste un’attitudine alla musica, inscritta nei nostri geni? Irma Järvelä e i colleghi del Dipartimento di genetica e biologia molecolare dell’Università di Helsinki sono convinti che sia così. Da diversi anni stanno perciò esplorando le basi biologiche della propensione umana all’ascolto della musica e la loro attenzione si è focalizzata su una variante del recettore del vasopressore arginina (AVPR1A). L’arginina è considerato un aminoacido essenziale, perché ricopre un ruolo fondamentale nel mantenimento dell'omeostasi e delle funzioni dell'organismo. Nello studio pubblicato sul Journal of Human Genetics, al quale ha collaborato la Sibelius Academy, i ricercatori hanno analizzato 31 famiglie finlandesi per un totale di 437 membri di età compresa fra gli 8 e i 93 anni. Alcuni di questi erano musicisti professionisti o amatoriali, altri non avevano alcuna educazione musicale.

ATTITUDINE - Attraverso dei questionari gli scienziati hanno anche calcolato le ore quotidiane spese nell’ascolto attivo e in quello casuale. È stata valutata l’attitudine musicale di tutti i partecipanti, con tre test specifici, ed è stato raccolto un campione di sangue per l’analisi del Dna. In media i partecipanti spendevano 4,6 ore in ascolto attivo e 7,3 in ascolto passivo. Järvelä e colleghi hanno trovato un’associazione fra una variante del recettore del vasopressore arginina (AVPR1A) con la propensione individuale all’ascolto della musica. In altre parole, questa variante era presente nel Dna dei membri delle famiglie che hanno ottenuto un punteggio maggiore nella "misurazione" della loro attitudine musicale. In precedenza altri studi avevano evidenziato una correlazione della stessa variante genica con l’attitudine musicale, altri ancora avevano notato una correlazione con i comportamenti sociali e l’attaccamento negli uomini e in altre specie. AVPR1A inoltra sembra influenzare le vocalizzazioni negli uccelli, aumentandole, e l’allevamento della prole nelle lucertole e nei pesci. Secondo i ricercatori finlandesi, i risultati dello studio suggeriscono una base biologica per l’ascolto musicale e offrono prove a sostegno di un ruolo del suono e della musica nella comunicazione sociale.

DOPAMINA - «Il lavoro è interessante - dice Carlo Alberto Redi, genetista dell'Università di Pavia -, perché cerca di gettare una certa luce sul rapporto tra natura e cultura nell’uomo, ovvero quanto vi sia di innato e quanto di acquisito in noi. Ma occorre andarci cauti con le conclusioni. Ad oggi, tutti questi studi si sono rivelati molto carenti dal punto di vista dell’impianto sperimentale. Di geneticamente provato, nell’ascolto della musica c’è soltanto il meccanismo del piacere». Il riferimento è allo studio pubblicato nel gennaio scorso su Nature Neuroscience dal Neurological Institute and Hospital - The Neuro della McGill University di Montreal e il Centre for Interdisciplinary Research in Music, Media, and Technology (CIRMMT). Per la prima volta, si è dimostrato che una sequenza di note sapientemente arrangiata non si limita a toccare l’animo, ma anche il cervello: l'ascolto di musica ritenuta piacevole si accompagnerebbe infatti al rilascio di dopamina. La dopamina è un neurotrasmettitore da anni noto agli scienziati per il ruolo fondamentale che svolge nell'induzione e nel mantenimento di comportamenti che sono necessari per l'organismo, come mangiare o accoppiarsi. Questo stesso neurotrasmettitore è inoltre il responsabile anche di comportamenti di dipendenza, come nel caso delle droghe.

FATTORI GENETICI - Ebbene nello studio si è dimostrato che la dopamina veniva rilasciata non solo durante l’ascolto diretto, ma anche con la semplice anticipazione del brano musicale. «Nella tesi portata avanti nell'articolo dei ricercatori di Helsinki - aggiunge Michele Biasutti, compositore e psicologo dell’Università di Padova - c’è la presunzione di fondo che i fattori genetici siano predominanti rispetto a quelli ambientali. Occorre invece tenere presente l'interazione tra natura e ambiente. Il patrimonio genetico può dare delle dotazioni di base che devono essere però coltivate e sviluppate, se no non servono a niente. Sono moltissime le persone che hanno grandissime capacità di base, come per esempio l'orecchio assoluto, ma non sono poi riuscite a coltivarle nella vita. Programmi educativi mirati sui processi cognitivi possono ottenere dei risultati apprezzabilissimi anche con persone scarsamente dotate dal punto di vista genetico, ma con caratteristiche come la costanza nello studio».

 

 

Ruggiero Corcella 03 marzo 2011

 

http://www.corriere.it/salute/11_marzo_03/geni-attitudine-musica-corcella_e222aa54-458e-11e0-be93-d37b38d5ef64.shtml

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Contenuto Redazionale STEADYCAM CHIUDE..?!

Sostanze.info fa proprio e rilancia l'appello che gli operatori (e colleghi) del progetto Steadycam stanno da giorni pubblicando sulla rete

www.progettosteadycam.it/

"Da alcuni mesi il nostro staff sta vivendo una situazione di sofferenza e disagio acuto fino ad oggi mai esplicitata per scelta. Crediamo sia venuto il momento di uscire allo scoperto e socializzare con tutti voi, che siete cresciuti in numero costante e considerevole con il trascorrere di questi dieci anni di attività, lo stato delle cose.

Steadycam, riconosciuto come esperienza rilevante a carattere regionale dal 2003 (Assessorato alla Cultura), lo è diventato dal 2008 anche per l'Assessorato alla Salute, ambito dal quale proviene la quota principale del contributo economico che ci permette di erogare i nostri servizi (Fondo Nazionale per la lotta alla droga).

All'inizio di ogni anno si predispone un progetto che, per prassi consolidata e accordi verbali, viene approvato con Determinazione Regionale nel secondo semestre (nel 2009 ciò è avvenuto a novembre). Questo significa che l'Azienda Sanitaria CN2 e la cooperativa sociale, che gestiscono il progetto, si trovano a dover anticipare preventivamente il budget dell'annualità in corso.

Per farla breve, alla data odierna la comunicazione di approvazione e accreditamento per il 2010 (non è un refuso) non ci è ancora pervenuta, così come alcuna comunicazione ufficiale in merito alla nota inviata in Assessorato nel mese di dicembre. Quando leggerete queste righe alcuni di noi staranno cercando di avere qualche delucidazione in merito dall'Assessore Ferrero. Questi i fatti.

A prescindere dagli esiti del breve colloquio, ottenuto grazie all'interessamento dell'Assessore albese Alberto Cirio, vi preannunciamo che è nostra intenzione chiedervi, nei prossimi giorni, alcune segnalazioni di solidarietà, sempre che riteniate che il nostro servizio sia stato per voi di utilità.

Ci rivolgiamo in particolare:

- agli oltre 200 Servizi, piemontesi ed extraregionali, che nel 2010 hanno usufruito delle consulenze gratuite;

- a tutti gli operatori che hanno partecipato ai nostri corsi di formazione;

- agli Enti con cui abbiamo progettato e gestito interventi;

- a tutti coloro che nei dieci anni trascorsi ci hanno seguito e letto settimanalmente.

Purtroppo non possiamo chiedere un supporto agli oltre 30.000 audiovisivi archiviati: sono per tutti un patrimonio incredibile che rischia di essere vanificato, così come il lavoro profuso dai quattro colleghi della cooperativa, il cui futuro ci auguriamo non sia appeso a valutazioni affrettate.

 

                                                                                La Redazione di Steadycam

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Cosa c’è nella sentenza su Giampaolo Ganzer

  • Sono state pubblicate le motivazioni della condanna in primo grado del generale del ROS
  • Giampaolo Ganzer è stato condannato a quattordici anni per traffico internazionale di droga

 

IlPost - Sono state pubblicate oggi le motivazioni della sentenza di condanna ai danni del generale del ROS Giampaolo Ganzer. L’acronimo ROS sta per Raggruppamento operativo speciale, in pratica l’unità investigativa dei Carabinieri. Ganzer lo scorso luglio era stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione e all’interdizione dai pubblici uffici per traffico internazionale di sostanze stupefacenti.

Secondo l’accusa, gli imputati avrebbero comprato carichi di droga da trafficanti sudamericani o libanesi mai denunciati, avrebbero fatto arrivare in Italia le sostanze stupefacenti per poi arrestare i singoli corrieri allo scopo di ottenere facili avanzamenti di carriera. I soldi frutto della vendita della droga non sarebbero stati sequestrati, i rapporti sulle operazioni sarebbero stati falsificati. I fatti risalirebbero all’inizio degli anni Novanta. La difesa di Ganzer sostiene invece che quelle operazioni sotto copertura servivano per individuare e arrestare chi spacciava e trafficava droga sul territorio nazionale.

Stando alle motivazioni della sentenza depositate dai giudici del tribunale di Milano, “il generale Gianpaolo Ganzer non si è fatto scrupolo di accordarsi con pericolosissimi trafficanti ai quali ha dato la possibilità di vendere in Italia decine di chili di droga garantendo loro l’assoluta impunità. Ganzer ha tradito per interesse lo Stato e tutti i suoi doveri tra cui quello di rispettare e fare rispettare la legge”. Prosegue così la sintesi di Repubblica.

Secondo i giudici dell’ottava sezione penale di Milano, presieduta da Luigi Caiazzo, il generale “non ha minimamente esitato (…) a dar corso” a operazioni antidroga “basate su un metodo di lavoro assolutamente contrario alla legge, ripromettendosi dalle stesse risultati d’immagine straordinari per se stesso e per il suo reparto”. Il comandante dei Ros inoltre “ha tradito, per interesse personale, tutti i suoi doveri, e fra gli altri quello di rispettare e far rispettare le leggi dello Stato”.

Le motivazioni si spingono oltre la descrizione dei presunti reati, e descrivono la “preoccupante personalità” di Ganzer, che lo renderebbe capace “di commettere anche gravissimi reati per raggiungere gli obiettivi ai quali è spinto dalla sua smisurata ambizione”. Nel corso del processo, poi, Ganzer per “sfuggire alle gravissime responsabilità” avrebbe “preferito vestire i panni di un distratto burocrate che firmava gli atti che gli venivano sottoposti”.

La sentenza di condanna ai danni di Ganzer è considerata piuttosto controversa, per almeno due ordini di ragioni. Il primo è rappresentato dalle molteplici testimonianze che descrivono il generale Ganzer come un onesto servitore dello Stato, colpevole forse di avere utilizzato metodi di indagine eccessivamente aggressivi e spregiudicati ma non di aver messo in piedi un sistema per truffare lo Stato e fare un favore ai narcotrafficanti. Scriveva così, lo scorso luglio, Carlo Bonini su Repubblica.

Un’investigazione «speciale» e «segreta», che lavora senza guanti, che sa essere molto redditizia nei risultati, perché invasiva nelle tecniche di ascolto e pedinamento, aggressiva, spiccia e persuasiva con i confidenti. Soprattutto, dove i rapporti di forza tra polizia giudiziaria e magistratura sono capovolti, con la prima a dettare tempi e canovaccio dell´indagine. E la seconda chiamata a dare veste giuridica a un risultato comunque raggiunto.

Il secondo si deve al fatto che, contrariamente a quanto chiesto dai pubblici ministeri, la sentenza di condanna ai danni di Ganzer riguarda alcuni episodi di traffico internazionale di stupefacenti. I giudici, infatti, non hanno riconosciuto il reato di associazione a delinquere. Per questa ragione l’accusa ha comunicato che ricorrerà in appello, consapevole che in assenza del riconoscimento dell’esistenza di un metodo, di un sistema, la lettura dei reati eventualmente commessi dal generale Ganzer diventa ben più problematica. Scriveva così, sempre lo scorso luglio, il Foglio: uno dei quotidiani che più si è battuto in questi mesi per l’innocenza di Ganzer.

Qui una certa contraddizione si riscontra nella stessa sentenza, perché secondo logica, un gruppo di militari non si mette a spacciare droga se non per realizzare un piano, che può essere un’operazione sotto copertura nella quale magari si è superato qualche limite, e allora la condanna a 14 anni è un’enormità, o può essere un’operazione con finalità illegali, e in questo caso non si comprende come si possa realizzare senza un’intesa tra gli interessati.

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Arrestato Byron Moreno

http://www.zerozero.pt/img/arbitros/97/697_byron_moreno.pngCalcio.exite.it - L'ex arbitro ecuadoregno Byron Moreno è stato arrestato all'aeroporto John Fitzgerald Kennedy di New York mentre cercava di entrare negli Stati Uniti con 6 chili di eroina nascosti nelle mutande.

Byron Moreno fu spiacevole protagonista nell'eliminazione degli azzurri ai mondiali nippocoreani del 2002: l'ottavo di finale contro la Corea del Sud costellato da innumerevoli errori, tutti a scapito della squadra allora guidata dal Trap.

Il rigore inesistente (sbagliato)concesso ai padroni di casa, l'espulsione di Totti, il gol di Tommasi annullato, le tantissime situazioni, più o meno dubbie, risolte sistematicamente in favore dei sudcoreani, diedero la sensazione di una gara indirizzata.

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