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I più votati, psicofarmaci

Classifica LANCET sui danni delle droghe (la tabella tradotta è tratta Focus)

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Libro su giovani e sostanze

 

   A proposito del tema giovani e sostanze, segnalo l'uscita di questo libro

  Vanni Santoni, Gli interessi in comune, Feltrinelli

(qui l'indirizzo Ibs http://www.ibs.it/code/9788807017629/santoni-vanni/interessi-comune.html)

  Riporto anche una recensione dal blog   http://insipienzaastrale.blogspot.com

Gente che si droga. Ragazzi, anzi, ragazzi che si drogano. Parecchio. Ragazzi della provincia di Firenze (d’Italia?) che, dal novantacinque al 2006, più o meno, si drogano. Se non si drogano scompaiono. Se non si drogano non succede nulla. Se non si drogano non sta insieme niente.
Non è che vogliono buttare la vita nel cesso, è che proprio non sanno che farci.
Aprire con un manifesto deridendolo per tutto il romanzo (un romanzo pure generazionale nel suo non cercare di esserlo). Volendo tracciare una linea che va da Tondelli, passa per le scritture giovanili dei primi anni novanta… no, non si può fare. Allora Yates (Richard). Quella fermezza che non concede troppo ai localismi (e, nonostante l’oggetto, ai provincialismi) senza diventare pesantezza. Leggerezza.
Malinconia a pacchi. 

ilpaura

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FARMACI ricerche truccate. Parametri cambiati. Malattie inventate o drammatizzate.

Il diktat dell’industria è trasformare tutti in pazienti.

di Daniela Condorelli 

La multa per i danni  causati da un farmaco nocivo? “Corrisponde a meno di quanto l’azienda guadagna nel periodo in cui il prodotto rimane sul mercato prima che se ne scoprano gli effetti collaterali”. La critica confessione viene da Shahram Anari, un informatore scientifico pentito; la si trova su Youtube, insieme ad altri simili (http://pharmedout.org). 

Il comparto farmaceutico vale 400 miliardi di dollari. Che qualche farmaco uccida è un incidente di percorso. Ma gli incidenti sono sempre di più. Tanto che la Food and Drug Administration (FDA), l’ente americano che regola i medicinali, ha pensato di mettere in rete una lista di sorvegliati speciali (www.fda.gov), da tenere d’occhio, per accorgersi tempestivamente di nuovi effetti collaterali e prendere provvedimenti. 

Provvedimenti a volte drastici, com’è accaduto per la cerivastatina della Bayer (Lipobay): è stata ritirata dal mercato perché causava importanti danni muscolari. Un altro caso riguarda alcuni antinfiammatori (Vioxx della Merck e Bextra della Pfizer), che per proteggere lo stomaco danneggiavano il cuore. Fino all’infarto. Sono migliaia le cause in corso legate ai danni del Vioxx, mentre resta nelle farmacie il celecoxib (Celebrex, sempre Pfizer), della stessa famiglia, con l’indicazione sull’aumento dei rischi cardiocircolatori. 

Una class action, cioè una causa collettiva intentata da migliaia di persone, è in corso contro la Eli Lilly per lo Zyprexa, usato contro la schizofrenia e ritenuto colpevole di causare diabete, ictus e obesità (http://www.lawyersandsettlements.com/search.html?keywords=zyprexa). 

“Da questi eventi dovremmo trarre una lezione”, afferma Nicola Magrini, responsabile del Centro per la Valutazione dell’efficacia dell’assistenza sanitaria di Modena. “Perché usare un’analgesico come il Vioxx per mesi a fronte di un rischio anche basso di infarto? O perché, come è accaduto per cerivastatina, aumentare le dosi o accontentarsi di studi di registrazione limitati per tipo di popolazione e tempo di esposizione? 

Il problema non è solamente nella fretta di commercializzare il prodotto. A volte, non tutte le informazioni vengono date subito. Un report apparso sul New England Journal of Medicine rivela che la differenza fra placebo e alcuni antidepressivi come Prozac e Paxil è minima. Secondo la prestigiosa rivista inglese, un terzo degli studi non era stato pubblicato. Un’altra doccia fredda, dopo l’allarme sull’aumento dei suicidi dei giovani collegato all’assunzione di questi farmaci. 

E a proposito di aumentati istinti suicidi, è sotto stretta sorveglianza lo Champix della Pfizer; usato da oltre cinque milioni di pazienti per smettere di fumare, dovrà essere venduto con maggiori avvertimenti in merito agli effetti collaterali (www.aifa.it). 

Anche l’acclamato vaccino contro il papillomavirus (Gardasil della Merck) è strettamente  monitorato dall’ Emea (www.emea.europa.eu), l’ente europeo che si occupa dei medicinali,

dopo che sono stati segnalati alcuni decessi successivi alla somministrazione. Un’analisi dei casi si trova sul numero dello scorso 9 settembre della rivista dell’associazione  medica canadese (www.cmaj.ca). 

Altro tema: a volte i benefici dei prodotti non sono del tutto chiari. All’inizio del 2008 lo studio Enhance sull’ezetimibe (Merck e Schering Plough), farmaco per abbassare il colesterolo, ha rilevato che non rallenta l’accumulo di placche nelle arterie. Prima di parlare di fallimento, però, occorrono altri studi. Anche perché si tratta di medicinali che sul mercato statunitense, hanno fatto guadagnare ai produttori cinque miliardi di dollari. 

Quante volte è stata annunciata la scoperta del secolo, per fare marcia indietro dopo pochi anni? Viene da chiedersi come sia possibile che gli enti responsabili diano il via libera a prodotti che poi si rivelano inutili o persino nocivi. Tra le possibili risposte ci sono i trial truccati perché sponsorizzati dalla sola industria, e le azioni di lobby su politici, medici e persino associazioni di pazienti. A rivelarlo è Marcia Angeli, per anni direttore del New England Journal of Medicine, che ha appena pubblicato su Jama, la rivista della American Medical Association, un  articolo dal titolo eloquente: Industry Sponsored Clinical Research, ovvero “la ricerca clinica sponsorizzata dall’industria”. Già nel suo illuminante Farma & Co. (Il Saggiatore), Angeli aveva denunciato alcuni trucchi per pilotare i risultati degli studi: comparare i nuovi farmaci con placebo invece che con altri già sul mercato; scegliere campioni selezionati, per esempio arruolando solo giovani anche se i farmaci sono destinati agli anziani. Oppure presentare solo i risultati favorevoli. “E’ quanto avvenuto per l’antinfiammatorio rofecoxib della Merck”, segnala Angeli su Jama. 

Com’è possibile tutto questo? Da uno studio del Center for Public Integrity risulta che le industrie del farmaco hanno speso, dal gennaio 2005 al giugno 2006, quasi 182 milioni di dollari  in attività di lobby per influenzare la legiferazione degli Stati Uniti. Per esempio per proteggere i brevetti o per vietare l’importazione di prodotti meno costosi dal Canada. Oltre cento milioni dal 1998 al 2006 sarebbero stati dati dalle case farmaceutiche a sostegno alle campagne federali (www.publicintegrity.org/rx/report.aspx?aid=823). 

Il problema maggiore del sistema di sorveglianza sulla sicurezza dei farmaci è che le aziende  sono spesso responsabili della raccolta, valutazione e divulgazione dei dati sul proprio prodotto. Inoltre dal ’92  le case farmaceutiche pagano una tassa per finanziare l’ FdA: 825 milioni di dollari tra il 1993 e il 2001. Nello stesso periodo, il tempo medio di approvazione dei farmaci è passato da 27 a 14 mesi. 

A volte i farmaci dannosi sono anche superflui. E’ il disease mongering, letteralmente “commercializzazione delle malattie”. Ovvero creare il fabbisogno, inventando e vendendo patologie; trasformare i sani in malati per ampliare il mercato. Sono le accuse rivolte a Big Pharma nella coraggiosa inchiesta di Ray Moynihan e Alan Cassels, “Farmaci che ammalano e case farmaceutiche che ci trasformano in pazienti” (Nuovi Mondi Media). Già nel 2002 il British Medical Journal aveva identificato alcune malattie “spinte” dalla case farmaceutiche: dalla depressione alla patologizzazione della menopausa, dal colon irritabile all’osteoporosi, dal deficit di attenzione nei bambini alla disfunzione erettile. 

L’ultima sarà la fibromialgia? E quanto si chiede il New York Times di fronte alla pubblicità del primo farmaco approvato, il Lyrica della Pfizer. Secondo l’azienda la fibromialgia, un inspiegabile dolore diffuso, colpisce dieci milioni di americani, ma c’è chi ne mette addirittura in dubbio l’esistenza. Eppure, da quando il prodotto è stato approvato per questa indicazione, le vendite sono aumentate del 50 per cento, raggiungendo 1,8 milioni di dollari nel 2007. 

Le patologie si creano anche abbassando le soglie d’intervento sui fattori di rischio, come pressione e colesterolo. Basta modificare le linee guida. E’ il caso dell’ipertensione: in passato era degna di essere trattata solo se i livelli erano superiori a 160 per massima e 90 per la minima. Ora sono stati abbassati a 140/90 (Journal of Hypertension). Secondo Nature, però, che ha esaminato oltre 200 linee guida, almeno un terzo degli autori e fino al 70 per cento degli esperti incaricati della stesura dei documenti hanno conflitti d’interesse. Lo riferisce nel suo “Malati di farmaci” (Editori Riuniti), Mauro Di Leo, internista al reparto di medicina d’Urgenza del Policlinico Gemelli di Roma. 

Trasformare i sani in pazienti è una questione di marketing, cui l’industria dedica gran parte delle risorse. A gennaio i ricercatori canadesi Marc-Andrè Gagnon e Joel Lexchin hanno confermato, dalle pagine di Public Library of Sciences-Medicine (http://medicine.plosjournals.org) che le case farmaceutiche spendono il doppio in marketing e pubblicità rispetto a quanto non facciano per ricerca e sviluppo: 57,5 miliardi di dollari contro 31,5 nel 2004. Quattrini usati in gran parte per medicalizzare il ricco e sano Occidente a discapito del povero e malato Sud del mondo. Verrebbe da stare alla larga dalle farmacie. Ma non si può negare il valore della penicillina o del cortisone, degli antibiotici o degli antitumorali. Dell’insulina, degli anticoagulanti, dei vaccini, della morfina. 

I farmaci veri, quelli che servono, ci sono. Sono però pochi quelli di nuova registrazione, se si pensa che, in media, solo il 14 per cento dei prodotti approvati dal 1998 al 2002 porta un reale progresso terapeutico. Dei 113 farmaci approvati nel 2004sol o25 erano migliori rispetto ai precedenti (www.fda.gov/cder/rdmt/pstable.htm). Ma il modo per identificare i medicinali davvero utili c’è. Passa per l’informazione indipendente (alcuni siti italiani: www.nograziepagoio.it, www.agenziafarmaco.it, www.farmacovigilanza.org, www.dialogosuifarmaci.it, www.ricercaepratica.it, www.informazionisuifarmaci.it, www.saperidoc.it, www.ceveas.it).  

Spesso si tratta dei prodotti più consolidati, sul mercato da tempo, vagliati ormai da anni su un’ampia popolazione. Più il farmaco è datato, infatti, maggiori sono le probabilità che la documentazione sulla sicurezza sia migliore. Come per la cara vecchia aspirina. 

Il suggerimento è di fare al medico domande precise: dosaggio, effetti collaterali, interazioni con altri farmaci o cibi, durata della cura. C’è la prova che quello sia il farmaco migliore? E’ uscita su riviste accreditate? I benefici giustificano gli effetti collaterali? Sul portale www.partecipasalute.it si trovano altri spunti. Infine, in Inventori di malattie di Jorg Blech (Lindau) c’è un bel test per riconoscere una sindrome immaginaria. Se la malattia è inventata non ha senso rischiare gli effetti collaterali. Le medicine non sono caramelle.

 

 

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Guerra a Scientology

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ritalin

Ritalin: per saperne di più sull’anfetamina per bambini

 

 

Dall’8 marzo è legale in Italia il Ritalin, ovvero metilfenidato (MPH): un analogo delle amfetamine, ed è commercializzato per il trattamento del disturbo da deficit dell'attenzione e iperattività (Adhd) in bambini e in adulti. Il metilfenidato, come tutte le altre anfetamine, è uno stimolante del sistema nervoso centrale. E’ stato brevettato nel 1954 dalla Ciba Pharmaceutical Company (poi Novartis) come farmaco per il trattamento di depressione, sindrome da affaticamento cronico e narcolessia. A partire dagli anni ‘60, viene impiegato per il trattamento dei bambini affetti da Adhd.

Oggi il metilfenidato è il farmaco più prescritto al mondo per il trattamento dell'Adhd. Stime indicano che più del 75% del metilfenidato utilizzato viene prescritto a bambini sotto i 12 anni. L'incidenza di Adhd nella popolazione è stimata intorno al 4%, la prescrizione di Ritalin negli Stati Uniti intorno al 1.5%. Effettuando però una distinzione per fasce d'età si evidenzia che, in alcune zone degli Stati Uniti, il 10-12% dei bambini tra i 6 e i 12 anni è in terapia con Ritalin. Il che significa un business di centinaia di milioni di confezioni l’anno.

Una considerevole parte della comunità scientifica critica l'uso del metilfenidato nei bambini, considerando del tutto inopportuno il trattamento dei bambini troppo vivaci con simili sostanze (le anfetamine danno infatti dipendenza e tolleranza, e quando usate con continuità hanno effetti dannosi sul sistema nervoso centrale e su quello circolatorio). Dipendenza Le anfetamine, e quindi anche il Ritalin, danno dipendenza. Sottoponendo a tale terapia un bambino, lo si rende di fatto un tossicodipendente. Alcuni ipotizzano che la prescrizione di amfetamine predisponga i bambini anche all’ abuso e all’uso cronico di altre sostanze nell'adolescenza. L’esposizione alle sostanze, tipica dell’adolescenza, ma nella maggior parte dei casi occasionale e legata a contesti di socialità, avrebbe una possibilità molto più alta di trasformarsi in dipendenza in chi da piccolo ha subito trattamenti prolungati col Ritalin.

Secondo uno studio del Brookhaven Laboratory di New York, il Ritalin ha effetti sul cervello addirittura più potenti di quelli della cocaina. Usando il brain imaging (tecnica usata per registrare immagini che si ipotizza rappresentino fedelmente le variazioni dell’attività neurale regionale), gli scienziati hanno scoperto che in forma di pillole, il Ritalin - preso da quattro milioni di bambini negli Stati Uniti - satura e stressa i neurotrasmettitori che sono responsabili dell’“euforia” più della cocaina inalata o iniettata. E’ evidente che questo espone i bambini, ancora più indifesi degli adulti, a rischi psichici simili a quelli che corre un tossicodipendente abituale. Effetti a lungo temine Poiché l'uso prolungato del metilfenidato era raro prima degli anni '90, gli effetti neurologici a lungo termine non sono stati ancora indagati approfonditamente.

Studi effettuati sull’uso cronico di anfetamine suggeriscono però che possa esistere un rischio effettivo a carico del sistema dopaminergico. Alcuni studi hanno inoltre messo in mostra un rallentamento della crescita in bambini trattati con metilfenidato. Sono stati segnalati circa 160 casi di morte improvvisa da attribuirsi all'assunzione di metilfenidato. In Italia A seguito di queste polemiche, in Italia si è attivato un consorzio nazionale di farmacovigilanza dal nome “Giù le Mani dai Bambini”che protesta contro la somministrazione indiscriminata di psicofarmaci – il metilfenidato in particolare - a bambini ed adolescenti.

Questo comitato raggruppa circa cento realtà del terzo settore - incluse associazioni professionali, nonché singoli pediatri, psicologi, psichiatri, pedagogisti - ed ha espresso le proprie tesi scientifiche con un documento di consenso di respiro nazionale ("Consensus") lanciato a Torino dall'Ospedale San Giovanni Battista Molinette nel maggio 2005, documento che riassume le tesi scientifiche del comitato - contrarie alla somministrazione del farmaco - e che ha ottenuto circa 200.000 sottoscrizioni di “addetti ai lavori”, tra individuali e collettive.

Secondo “Giù le mani dai Bambini,” al di là dei rischi farmacologici (la FdA, l'organismo sanitario di vigilanza USA, ha registrato negli ultimi dieci anni 2.993 differenti reazioni avverse a questo farmaco, moltiplicate per centinaia di migliaia di casi), il problema è anche educativo: dal momento che il trattamento di questa “sindrome” consiste principalmente nella somministrazione di uno specifico psicofarmaco, sotto il profilo educativo il bambino viene “avviato” a risolvere i problemi della sua vita con una pastiglia. L’ Osservatorio italiano per la salute mentale mette in dubbio l’esistenza stessa dell’Adhd, che è troppo vaga per poter essere definita “malattia,” e avverte sui rischi, sottolineando come vi siano “126 casi documentati di reazioni cardiovascolari avverse che hanno portato alla morte del bambino trattato”.

Uso illecito Negli Stati Uniti, le autorità hanno espresso inoltre preoccupazione per la facilità con cui le confezioni di metilfenidato regolarmente acquistato possano essere dirottate sul mercato illecito, dal momento che costituiscono un sostituto delle anfetamine, facilmente reperibile. Secondo la Dea, “l'aumento dell'impiego terapeutico di questa sostanza ha creato un aumento parallelo del suo abuso tra adolescenti e giovani, mediante assunzione per via nasale. I ragazzi hanno poche o nessuna difficoltà ad ottenere il metilfenidato dagli amici e compagni di classe cui è regolarmente prescritto”. Alcuni studenti abusano di Ritalin con la convinzione – infondata - di aumentare le proprie prestazioni scolastiche, prima di esami e lavori particolari. Alcuni utilizzano il metilfenidato per combattere i sintomi negativi del consumo di alcool: le anfetamine permettono infatti di godere degli effetti euforizzanti dell’alcool senza “sentirsi ubriachi.” Le conseguenze di questa assunzione concomitante di uno stimolante (ritalin) e di un depressore (alcool) sono molto rischiose. Sono documentati anche casi di uso di Ritalin come anoressizante.

 

Allarme Ritalin. Il contestatissimo farmaco è legale in Italia, disponibile sotto prescrizione medica, dall’ 8 marzo. I “bambini vivaci” sono i potenziali destinatari di questo farmaco, commercializzato sotto il nome di Ritalin, ma anche come Ritalina, Concerta (capsule a rilascio prolungato), Metadate, Methylin e Rubifen.

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Tossica per tutta la vita?

 Una volta che si diventa tossici si ha l'etichetta per tutta la vita. Una volta che ci passi,è finità, vieni schedato,discriminato,rovinato dalle stesse figure quali anche i medici che dovrebbero porti un aiuto.

e invece quando al loro computer leggono "esenzione 14 per tossicodipendenza" ecc ecc..basta,l'aiuto che ti dovevano te lo puoi scordare. anzi sei fortunato se non ti combinano qualche danno.

questo è ciò che è successo a me. Sono Micaela,per gli amici Mika o Miki,è indifferente =). ho 23 anni e ho fatto uso di eroina per un anno e mezzo, per via endovenosa..mi bucavo. In media al giorno meno di 2 grammi non mi facevo,perchè non mi bastavano. i finesettimana erano peggio,senza patente e assieme a qualche " amico" di turno si pigliava la macchina e via a Padova o Mestre o Vicenza alla ricerca di 10 gr.che duravano forse 2 giorni. 

ogni giorno era la stessa storia,mi lasciavo mezzo grammo per la prima pera della mattina per essere sicura di arrivare a combinarne prima di arrivare in astinenza. e girovagavo per la città a cercare la prossima dose,quando mi andava bene la trovavo e niente asti, quando andava male mi chiudevo in camera e prendevo il Minias (sempre via endovena) .

quando proprio non trovavo nulla provavo a fumare maria o fumo,fino a rincoglionirmi del tutto,ma cmq i dolori non sparivano.

un anno e poco più fa mi sono iscritta al Ser.T e dopo molti sforzi ora sono pulita da Maggio 2010.

il 25 Novembre 2010 mi dovevo operare per un banale intervento ad una ghiandola che si era infiammata provocandomi 11 ascessi in 3 anni, la dovevo asportare.

entrata in sala operatoria,mi danno prima il valium,che mi fa ben poco,dopo penso mi abbiano dato della morfina credo,visto che l'effetto sembrava quello di una pera, in due dosaggi, dopo di che mi mettono la mascherina e bam,mi addormento. mi risveglio ancora in sala operatoria, lucida, dopo una ventina di minuti.

solo al pm scopro che non hanno fatto l'intervento che era stato programmato ma hanno solo pulito intorno a questa ghiandola e creato un foro poi suturato in modo che rimanga aperto per drenare. sono incazzata,so cosa mi hanno fatto e so che non dovevano farlo,ma cmq spero vada tutto bene.

dopo 2 settimane ho dolori fortissimi e la ghiandola è di nuovo gonfia e esce di nuovo del liquido,vado al pronto soccorso e mi dicono che 2 punti di sutura hanno fatto infezione. il perchè? perchè i medici hanno suturato sopra a delle lesioni.

delle lesioni che avrebbero dovuto riconoscere subito e repentinamente visto la gravità..erano dei condilomi provocati da un infezione da HPV, che non mi è mai stata diagnosticata e grazie alla loro bravata,ora è presente anche a livello di cervice e utero. rischio grosso,un cancro all'utero, se tale infezione si evolverà. e per di più, grazie sempre alla cazzata che mi hanno fatto,le lesioni si sono infiltrate all'interno del foro che mi hanno fatto e si sono propagate fino alla ghiandola che dovevo già togliere,facendo si che ora stia marcendo dentro il mio corpo e non solo devo asportarla (nb doveva già essere stato fatto il 25/11/2010 e oggi è il 25/1/2011) ma ora mi asporteranno gran parte del grande labbro e in più non sono sicura di riuscire più ad avere una vita sessuale normale nè tantomeno in un futuro a poter pensare di diventare madre.

tutto per la mia etichetta 14 .

grazie per avermi dato la possibilità di sfogarmi..spero che leggendo questa esperienza chi è ancora in tempo ci pensi non 2,ma 10 000 volte prima di fare quello che ho fatto io!

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Le balle di giovanardi sul consumo di droga in Italia

il rapporto dell'Osservatorio europeo droghe del 2010 mostra l'ennesimo fallimento della legge fini-giovanardi:Prevalenza del consumo di cannabis nella popolazione generale: sintesi dei datiPaesi con la prevalenza più alta 15-64 anni Ultimo annoRepubblica ceca (15,2 %)Italia (14,3 %)Spagna (10,1 %)Francia (8,6 %)Prevalenza del consumo di cocaina nella popolazione generale: sintesi dei datiPaesi con la prevalenza più alta 15-64 anni Ultimo annoSpagna (3,1 %)Regno Unito (3,0 %)Italia (2,1 %)Irlanda (1,7 %)per gli oppiacei non è riportata la tabellail dipartimento politiche antidroga ha pensato bene di pubblicare su youtube questo video trionfale di giovanardi...e se gli fate notare che il senatore sta facendo solo disinformazione, il commento viene rimosso

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xanax

xanax
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Contenuto Redazionale "Nuovi comportamenti di consumo"

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Area di Ricerca 2: CONSIGLI PER LA BUONA NOTTE

Sono da oggi disponibili i documenti relativi all'Area di Ricerca 2 del convegno Nuovi comportamenti di consumo - prevenzione e riduzione dei rischi (Reggio Emilia, 26-27 Maggio 2010) in formato pdf nella sezione Sostanze Scaricabili.

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Contenuto Redazionale Live streaming

Giovedì 27 maggio segui in diretta live la conferenza conclusiva Nuovi comportamenti di consumo: prevenzione e riduzione dei rischi dal Centro internazionale “Loris Malaguzzi” di Reggio Emilia.

Clicca qui per il live streaming e informazioni.

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Adhd, in Italia circa 2 mila bambini e ragazzi trattati con psicofarmaci

I dati del Registro italiano: la durata media dei trattamenti con Ritalin o Strattera è di 15 mesi: rispetto all'estero, numeri contenuti e diagnosi appropriate. Segnalati effetti collaterali "ma non a livelli allarmanti". Le prescrizioni sono arrivate solo in seconda battuta, dopo la psicoterapia

 

Superabile.it - ROMA - Sono poco più di 2 mila i bambini e gli adolescenti tra i 6 e i 18 anni trattati in Italia con Ritalin e Strattera, i due psicofarmaci commercializzati nel nostro paese per il trattamento dell'Adhd, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività. I dati sono stati raccolti in tre anni di attività del Registro italiano dell'Adhd dell'Istituto superiore di sanità, lo strumento di farmacovigilanza che ha monitorato le prescrizioni due farmaci.

Secondo i dati raccolti dal registro - che sono stati presentati a Roma nell'ambito del convegno "Le molte facce dell'Adhd", organizzato da Aifa onlus in collaborazione con Adhd Europe, in media i trattamenti farmacologici hanno avuto la durata di 15 mesi, e dalle rilevazioni risulta che la terapia farmacologica è stata prescritta in seconda battuta, quando cioè è risultato evidente che la psicoterapia da sola non era sufficiente. Dopo un primo periodo in cui è stato prescritto di più lo Strattera, in seguito i due farmaci sono stati prescritti indicativamente nella stessa quantità.

Un punto di criticità è stato individuato nella mancanza di formulazioni a rilascio prolungato dei farmaci in questione, utili per diminuire il numero delle somministrazioni durante il giorno. Altro aspetto critico è l'uso ‘off-label' dei due psicofarmaci quando i soggetti trattati superano i 18 anni d'età: "I due farmaci, al contrario di quanto avviene in altri paesi, sono prescrivibili sono fino ai 18 anni - spiega Pietro Panei, dell'Istituto superiore di sanità - ma in alcuni casi in cui sarebbe stato utile prolungare l'assunzione, si è visto il ricorso ad escamotage". Un altro problema evidenziato è che i trattamenti non farmacologici non sono ovunque accessibili: a livello geografico ci sono grandi differenze nell'offerta di servizi di assistenza psicologica. Inoltre il registro ha rilevato alcune segnalazioni di effetti collaterali causati dai due psicofarmaci, "ma non in quantità tali da costituire motivo di allarme", precisa Panei. Inoltre dall'analisi risulta che "le diagnosi sono state effettuate accuratamente e perciò le terapie farmacologiche somministrate sono state ritenute appropriate".

Confrontando invece il numero di bambini e adolescenti trattati con altri paesi, risulta che il dato italiano non è particolarmente elevato "non solo se ci paragoniamo a paesi come gli Stati Uniti, dove in pratica si può parlare di prescrizione selvaggia, ma nemmeno se pensiamo ad altri stati europei che applicano controlli stretti, come la Francia, in cui invece le prescrizioni risultano circa 11-12mila". Panei inoltre sottolinea che i circa 2000 casi trattati farmacologicamente, risultano i casi più gravi, "quelli per cui non si poteva fare a meno di ricorrere al farmaco". (Gina Pavone)

(26 febbraio 2011)

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Una pillola al giorno (forse non fa così bene)

Dweb.repubblica.it - DENUNCIA MADE IN U.S.A. Farmaci dannosi, patologie inesistenti, fondi destinati al marketing anziché alla ricerca. Il libro-inchiesta di Melody Petersen ci apre gli occhi di Daniela Condorelli

La pasticca è di quelle amare. Secondo Melody Petersen, pluripremiata giornalista del New York Times, non solo i farmaci sono inutili nella maggior parte dei casi, ma spesso anche dannosi. Talvolta mortali. Appena pubblicato dal coraggioso editore Nuovi Mondi, Dacci oggi le nostre medicine quotidiane è un saggio-denuncia che apre gli occhi a chi crede che non ci sia nulla di male ad autorizzare le case farmaceutiche a pubblicizzare i prodotti. Petersen analizza in dettaglio ciò che scienza medica e farmaceutica sono diventate negli ultimi decenni. E invoca un cambiamento di rotta. Le medicine possono salvare vite, ma solo se sono quelle giuste al momento giusto. Com'è cambiata l'industria del farmaco negli ultimi 25 anni? Chi decide come orientare la ricerca? "Prima di tutto: il modello di business dell'industria farmaceutica è stato completamente stravolto. Le compagnie che un tempo focalizzavano gli sforzi sulla ricerca di nuovi medicinali salvavita, ora investono in marketing e promozione. Addirittura, parecchie hanno messo uomini di marketing a capo dei laboratori. Nel 2000 la Novartis assunse il responsabile marketing della Pepsi Thomas Ebeling, affidandogli la gestione totale dell'azienda. E mentre le assunzioni nel marketing crescevano del 59 per cento, quelle dei ricercatori calavano del 2. Sono i responsabili commerciali a indirizzare la ricerca, per ideare prodotti campioni di vendite. Ecco perché abbiamo un'infinità di medicine per condizioni croniche come il diabete, l'ipertensione e la depressione, che affliggono pazienti di nazioni opulente, e poco e nulla contro le malattie rare. I progetti considerati poco redditizi sono stati accantonati. Le case farmaceutiche si sono trasformate in imperi commerciali, capaci di vendere antidepressivi come il Paxil, antidolorifici come il Celebrex o anticolesterolo come il Lipitor con gli stessi metodi usati da Coca Cola o Procter & Gamble. Per ogni dollaro speso in ricerca (di cui 70 centesimi vengono usati per finalità che esulano dall'innovazione), due dollari sono destinati alla promozione. L'obiettivo è mettere a punto farmaci-fotocopia, paragonabili a quelli già esistenti, costruiti per aggirare la scadenza dei brevetti". Si direbbe che il marketing funzioni. Il consumo di medicinali è salito alle stelle, soprattutto in America, ma anche in Europa. "L'impiego di farmaci per cui è necessaria una ricetta è aumentato in tutto il mondo occidentale. Nel 2008 gli americani hanno speso 230 miliardi di dollari in medicinali da prescrizione, circa sei volte i 40 miliardi spesi nel 1990 e più del prodotto interno lordo di Perù e Argentina messi insieme. Anche più di quanto abbiano speso in benzina o nei fast food, e addirittura il doppio di quanto destinato all'educazione superiore. Gli imbonitori hanno imparato a venderci speranze e sogni: una pillola per ogni desiderio. E sono in pochi a rendersi conto di quanto sia pericoloso". È possibile quantificare il rischio e mettere in guardia i consumatori? "Oltre centomila americani muoiono ogni anno per gli effetti collaterali di medicinali inutili: più del doppio che negli incidenti stradali. Sono decessi che non suscitano scalpore, che avvengono quasi senza lasciare traccia, ma fanno dell'assunzione di farmaci una delle prime cause di morte. Uno dei maggiori problemi consiste nel fatto che i medici non sono allenati a individuare gli effetti collaterali. Un esempio: se un prodotto dà perdita di memoria, il medico che l'ha prescritto è più portato a diagnosticare una demenza senile e dare un altro farmaco piuttosto che togliere quello che ha causato il problema. Si innesta così un circolo vizioso: molte prescrizioni creano nuovi problemi di salute, a loro volta trattabili con altri farmaci. Chi ha l'artrite prende antidolorifici che alzano la pressione. Alla visita successiva si vedrà prescrivere un farmaco antipertensione". A volte la pasticca viene immessa sul mercato prima ancora che esista la condizione che dovrebbe trattare. "Le case farmaceutiche sanno come convincerci di essere malati. Una volta ho sentito un dirigente farmaceutico raccontare di avere inventato la sindrome della vescica iperattiva: ne soffrirebbero tutti coloro che hanno bisogno di andare in bagno nove o più volte al giorno. Insomma: basta bere molta acqua per sentirsi definire malato! Le aziende hanno anche ampliato la definizione di molte patologie. Trent'anni fa erano in pochi ad avere una diagnosi di depressione, ora un americano su dieci prende un antidepressivo. Ben pochi avevano sentito parlare di attacchi di panico prima che Upjohn cominciasse a promuovere una medicina chiamata Xanax. E ancor meno sapevano che eccessive preoccupazioni potevano causare il "disturbo da ansia generalizzata", finché una nota multinazionale non ha annunciato che una pillola ne avrebbe alleviato i sintomi. E ancora: nel 2000 milioni di donne furono messe in guardia contro il "disturbo disforico premestruale". I media cominciarono a occuparsene non appena Eli Lilly lanciò sul mercato il Prozac in un nuovo formato di color rosa e lavanda, con il nome di Sarafem". Questo è tanto più vero in Usa, dove la pubblicità diretta ai consumatori dei farmaci da prescrizione è lecita. In Europa non è così, anche se ci sono correnti che vorrebbero autorizzarla. Con quali rischi? "Le pubblicità sono molto pericolose. I canali televisivi Usa sono affollati di messaggi sui farmaci che ne esagerano i benefici: mostrano persone felici che passeggiano in spiaggia o ballano a una festa, convincendoci che la vita sarà migliore se prendiamo la pillola pubblicizzata. Lo scopo di ogni pubblicità è lasciare un senso di insoddisfazione ripetto alla propria esistenza, offrire un'alternativa migliore a ciò che si è. "Torna a essere te stesso", recita lo slogan di un prodotto per il colon irritabile. "Resta in gioco", è il claim di uno per la disfunzione erettile. E le strategie si moltiplicano quando si tratta di catturare l'attenzione di bambini e adolescenti. I pubblicitari creano personaggi di cartoni animati e animali di peluche come il bulldog Bix per sponsorizzare un antibiotico, o il cucciolo Max per promuovere un ormone della crescita; regalano suonerie personalizzate da scaricare dai siti di pillole anticoncezionali. La Pfizer ha reclutato Elmo, popolare protagonista di Sesame Street: in un video, il pupazzo va dal dottore per farsi curare l'otite e gli viene consigliato lo Zithromax. Così passa il messaggio - falso - che, per curare l'otite, ci vuole sempre l'antibiotico. Il risultato è che i bambini Usa costituiscono la fetta di mercato in maggior crescita e che i loro genitori spendono di più per curarli con psicofarmaci che con antibiotici o medicine per l'asma. Tra gli adolescenti, poi, l'abuso di medicinali sta aumentando a ritmi vertiginosi. La pubblicità inganna i pazienti, persino quando un farmaco ha dimostrato di essere letale. Volete davvero che questo capiti anche in Europa?". Cosa succede se un prodotto ha dimostrato di essere pericoloso? "La maggior parte delle case farmaceutiche ha nascosto effetti collaterali importanti. Difficile ammettere che un prodotto che sta vendendo per miliardi di dollari possa uccidere. Succede così che l'antidolorifico Vioxx venga assunto da milioni di persone prima che il suo produttore riveli che può raddoppiare il rischio di attacco cardiaco. Sono morti 50mila americani prima che fosse ritirato dal mercato. La casa farmaceutica era a conoscenza del problema, ma ha continuato a promuovere il suo campione di incassi. Nel 2000 Merck ha reso ancora più aggressiva la campagna promozionale del Vioxx, spendendo 160 milioni di dollari per pubblicizzarlo. In un solo anno l'azienda ha organizzato 7.600 tra cene, conferenze ed eventi per parlare del suo nuovo antidolorifico alla classe medica. Ha persino istruito i rappresentanti su come rispondere a imbarazzanti domande dei medici, e mettendo a punto una Guida al superamento degli ostacoli. Nel programma di formazione della forza vendite, esisteva un esercizio dal titolo: "Vioxx: come schivare il colpo", in cui l'informatore imparava ad aggirare le domande inerenti gli effetti collaterali. E questo perché la multa da pagare per un farmaco che può uccidere è irrisoria rispetto al guadagno ottenuto continuando a venderlo per qualche mese in più". Come possiamo difenderci? "Cosa fareste se sapeste che una certa medicina ha prodotto qualche effetto benefico solo sul 40 per cento dei pazienti, e che lo stesso risultato si ottiene prendendo una compressa di zucchero? Il discorso è valido per un gran numero di farmaci venduti a milioni di persone. Uno dei problemi maggiori è l'immenso ammontare di soldi e regali che le case farmaceutiche elargiscono ai medici. Sia in America sia in Italia. La maggior parte di ciò che un medico sa su un farmaco, lo viene a sapere dal produttore. Quindi, conosce ben poco gli effetti collaterali. Scegliete il medico con attenzione. Osservate ciò che accade nella sala d'attesa per capire quanto sia ben disposto verso i rappresentanti dell'industria. Nel suo studio ci sono opuscoli e poster pubblicitari? Come pazienti dobbiamo essere molto cauti, e non aver paura di fare domande. Quali sono gli effetti collaterali di questa medicina? Ne ho davvero bisogno? Non c'è un modo per risolvere i miei problemi di salute senza l'uso di un farmaco? Nonostante il 15 per cento dei decessi nei paesi occidentali sia dovuto alla sedentarietà o a una dieta sbagliata, si fa ben poco per incoraggiare stili di vita più salutari. Infine, votate per quei politici che promettono di cambiare il sistema per riaffermare la centralità del paziente. La posta in gioco è troppo alta". La sindrome italiana Anche gli italiani hanno la loro medicina quotidiana, come documentato da Malati di farmaci ( (Edizioni per la decrescita felice, Gruppo GEI), scritto da Mauro Di Leo, medico del pronto soccorso del Policlinico Gemelli di Roma. Il saggio offre una serie di indicazioni: quali medicinali evitare e perché, quali è possibile sostituire con stili di vita e regimi alimentari più sani, come non lasciarsi influenzare da una propaganda che ci vuole tutti malati. Di Leo, che fa parte del gruppo che non accetta alcunché dalle case farmaceutiche (www.nograziepagoio.it), entra nel dettaglio dei farmaci generici e dell'eccesso di ospedalizzazione, per terminare con un elenco dei prodotti potenzialmente pericolosi. "Malati di farmaci significa malati di profitto", spiega l'autore. "Quello racchiuso in una pillola, i cui effetti indesiderati, talvolta, possono essere maggiori del beneficio". E continua con esempi eloquenti: "Per contrastare l'ipertensione lieve e moderata basterebbero una dieta povera di grassi animali e soprattutto un'attività fisica costante. Lo stesso vale per il diabete, l'asma, l'artrosi, la colite spastica, l'aumento del colesterolo". Sale il ricorso alle medicine anche in Italia: "Nei primi nove mesi del 2008, la spesa per i soli farmaci rimborsabili dal Sistema Sanitario è stata di circa 9,5 milioni di euro, con un incremento annuo del 5-6 per cento. A questa si deve aggiungere un ulteriore 30 per cento per i farmaci che non vengono rimborsati. Eppure, secondo Silvio Garattini, direttore dell'Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, solo cento farmaci su 8.500 sono efficaci. "Esistono per esempio ben sei statine per ridurre il colesterolo, tutte fotocopia l'una dell'altra, mentre ne basterebbe una. E dei 487 nuovi farmaci lanciati sul mercato americano dal 1998 al 2003, il 78 per cento non ha apportato miglioramenti e il 68 per cento non conteneva nuove formulazioni". Non è solo una questione di spreco, ma di rischi: il prestigioso New Scientist scrive che l'80 per cento delle procedure usate dall'industria farmaceutica per verificare l'efficacia e la sicurezza dei prodotti non sono state testate in modo appropriato. Tant'è che i farmaci ritirati dal commercio dopo essere stati giudicati pericolosi sono quasi 30 all'anno. "La maggior parte della ricerca è finanziata dall'industria farmaceutica", dice Di Leo. "In Italia, gli investimenti pubblici e privati costituiscono un misero 1,1 per cento del Pil, mentre la Svezia punta al 4 per cento. Le università italiane compaiono agli ultimi posti nelle graduatorie di qualità stilate ogni anno dalla Shanghai Jiao Tong University. Nel 2008 la prima facoltà di Medicina, quella di Milano, era solo al 47 posto".

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