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Tabacco è il termine con cui si fa riferimento ad un genere di piante a foglia corta appartenente alla famiglia delle Solanacee originarie del continente americano. Tuttavia il nome tabacco viene comunemente utilizzato riferendosi alle foglie raccolte ed essiccate di queste piante, con lo scopo di fumarle.

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo approda sulla spiaggia di San Salvador. Gli indigeni gli offrono frutti, lance di legno e foglie di tabacco.

Nel 1518 Juan de Grijalva osserva l'usanza di fumare sigari da parte dei nativi dello Yucatan. Il primo testo che menziona il tabacco è la "Historia general y natural de las Indias," di Gonzalo Fernandez de Oviedo y Valdes. Nel 1556 Andre Thevet porta per la prima volta il tabacco in Francia dal Brasile. Nel 1559 viene coniato il termine "nicotina," per definire il tabacco stesso, in onore di Jean Nicot,...

I consumi di tabacco in Italia hanno conosciuto un inarrestabile incremento nel periodo che va dal 1900 al 1985 quando, per la prima volta, si è verificata una significativa riduzione delle vendite: il consumo pro capite annuale è passato da 1,82 Kg/persona nel 1985  a 1,62 nel 1990*.

I fumatori oggi sono il 26,2% della popolazione adulta, e si tratta del minimo storico da oltre mezzo secolo. In 5 anni, dal 2002 al 2006, i fumatori sono 2,5 milioni in meno. Di contro decresce l’età con cui si viene a contatto con questa sostanza e circa il 20% ha...

I più votati, tabacco

Fumo cronico e implicazioni per il cervello

Dronet - La rassegna scientifica condotta dal prof. Durazzo del Dipartimento di Radiologia e Biomedica (biomedical imaging) dell’Università della California è incentrata sul fumo cronico di sigaretta e sulle implicazioni per la neurocognizione e la neurobiologia cerebrale. Si tratta di una raccolta di ciò che è stato scritto sul tema per quel gruppo di pazienti per i quali non erano stati richiesti trattamenti sanitari associati all’uso di sostanze, né alla presenza di problemi psichiatrici. Particolare attenzione è stata dedicata a quegli studi che si erano incentrati soprattutto sulle conseguenze neurocognitive e neurobiologiche associate al fumo cronico. Gli effetti riscontrati sembrano portare a carenze nelle funzioni esecutive, nella flessibilità cognitiva e nelle abilità intellettuali in generale, comprese la velocità dell’apprendimento e la capacità di memorizzare informazioni o procedimenti. Il fumo cronico sembra quindi collegato ad un’atrofia cerebrale e a una serie di anomalie strutturali e biochimiche nelle regioni frontali, del nucleo subcorticale e della materia bianca del cervello. Inoltre, sembrerebbe associabile ad alcune forme di malattie neurodegenerative. Tuttavia la letteratura scientifica manca di studi che analizzano nello stessa coorte in esame, fattori neurocognitivi, neurobiologici e genetici, contemporaneamente, così come l’analisi di fattori confondenti quali particolari condizioni biomediche o psichiatriche. Questo comporta che, secondo la rassegna californiana, non sarebbe sufficiente una spiegazione univoca sui meccanismi che portano alle anomalie cerebrali e ulteriori studi sono richiesti per approfondire i singoli aspetti della dipendenza cronica nel corso del tempo.

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Contenuto Redazionale Le Iene - la storia del cesso di mr. Orange

Un nostro piccolo omaggio al maestro Quentin che in questi giorni è a Venezia come presidente della giuria del festival del cinema.

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Internet e le droghe, storia a doppio binario

Drugs & the Internet are inextricably and symbiotically entwined. Indeed, the very origins of the Internet are bound up with the exuberant experimentation with psychedelic drugs that took place in Silicon Valley from the 1960s onwards. The use of both psychedelic drugs and the Internet can be conceptualized as attempts to augment human capacity, as technologies through which minds can be opened and society reformed.

As testament to the significance of psychedelic drug use amongst many of the Silicon Valley pioneers, Steve Jobs, co-founder of Apple Computers, maintains that taking LSD was one of the two or three most important things he has ever done. Jobs is far from being alone in attesting that LSD can help human thought processing, particularly in tackling the challenges of computing: ‘Experienced and intelligent trippers are often characterized by a fluid sense of perception, and a sensitivity to … “The pattern that connects” – just the kind of mental gymnastics that come in handy when you’re crafting the giddy complexities of information space’ (Davis, 1998: 170). The Internet is a system with the hippies’ fingerprints all over it, with the psychedelicized counterculture’s scorn for centralized authority providing the philosophical foundations of the leaderless Internet.

Just as drugs have helped to propagate computers, so computers have helped to promulgate drugs. Indeed, no sooner had ARPAnet – the precursor to the Internet – been invented, than it was co-opted in the service of drug commerce by Stanford students with their MIT counterparts: ‘Before Amazon, before eBay, the seminal act of e-commerce was a drug deal. The students used the network to quietly arrange the sale of an undetermined amount of marijuana’ (Markoff, 2005: 109). This trade was the first of many, as the Internet is a medium through which ‘white’, ‘grey’ and ‘black’ drug markets flourish, with the boundaries between these markets shifting and amorphous, fluid and arbitrary.

The ‘white’ market in psychoactive substances that are legally available in the West – alcohol and tobacco – turns grey, as the restrictions on their advertisement, such as marketeering targeted at the young, seemingly dissolve online. When it comes to taking advantage of the advertising opportunities presented by new media, the alcohol industry is no slouch: this is a world, after all, where alcopops have Facebook entries, along with signed-up friends.

There also exists a burgeoning grey market in drugs sold through online pharmacies, a smattering of which are legitimate, whilst the rest operate without the bother of genuine prescriptions, those magic pieces of paper that transubstantiate the molecule from drug to medicine. The Internet creates a global village, leaving people free to obtain ‘prescription’ medicines from countries with markedly different drug laws. Cyberpharmacists are drug dealers for the Internet age, supplying pharmaceutical, recreational and ‘lifestyle’ drugs.

The driver behind this latter, the lifestyle drug market, seems to be a reluctance to accept not having the sexual prowess of the most virile person on the planet, not being as happy as the most joyous individual, nor as thin as Cheryl from Girls Aloud. Thus, drugs developed for impotence transmogrify into pills for sexual enhancement, Prozac is swallowed by people hoping for a smoother come down from Ecstasy, whilst Ritalin is diverted to become an appetite suppressant. Paradoxically, potentially lethal growth hormones are sold as the fountain of youth, the key to longevity. Whilst Google acts as an ‘external memory prosthesis’ (Pesce as quoted in Sirius, 2006: 218), drugs that enhance our memories, developed to tackle Alzheimers, bleed into enhancing cognition in the healthy: ‘[P]sychoactive drugs can be revisioned as simply another technology for change, as citizens of the postmodern world reject one of life’s “givens” after another’ (Lenson, 1995: 187). Interestingly, the drug-taking here is often more about conformity than it is rebellion.

Probably the most dangerous aspect of the online pharmaceutical trade is the understandable yet insidious assumption – the result of a life-time’s indoctrination with false distinctions – that prescription drugs (even when purchased off-label) are inherently safer than street drugs: in reality, of course, ‘the risk for overdose and dependence derives from the potency of the drug, the mindset of the person using it, and the environment in which they are ingesting – not the source of the drug or its brand name’ (Harvard Law School, 2006: 13).

So-called ‘legal highs’ are also ostensibly a branch of the online ‘white’ market in drugs, though they, too, have a tendency to morph into the ‘grey’. The substances sold as ‘legal highs’ are unregulated by default rather than design, through an inability of the would-be prohibitionists to keep up with the countless psychoactive substances, whether ‘natural’, ’synthesized’, or somewhere in between. Even discounting human intervention, the planet pushes out psychedelics in a plethora of different forms, too multitudinous to be swept under the purview of prohibition.

Plants previously ingested by indigenous tribes in remote locations are being gathered up by the long tentacles of the Internet, delivered globally in vacuum-packed parcels. Illustrative of this phenomenon is ayahuasca, a brew traditionally used in shamanic rituals along the Amazon, made from combining two plants: whilst the primary psychoactive constituent – DMT – is a Class A drug in the UK, the relevant plants themselves are not covered by the Misuse of Drugs Act and are widely sold through online ‘legal high’ shops.

What are the consequences of these vines having been rent from the ritual, of the fact that anyone with Internet access can now become their own shaman? Despite ayahuasca losing its meaning as a ‘diagnostic tool and force for healing’ as it travels out of the Amazon along the web, it still does not fit easily into established Occidental paradigms of drug use; indeed, the radical shifts in world-view frequently precipitated by drinking the brew pose ‘a challenge to modern Western drug policies and laws, which are premised on a rationalist/positivist ontology that constructs the psychoactive substances essentially as chemicals and their effects as simply mechanistic’ (Tupper, 2008: 300).

Experience has shown that clamping down on one type of ‘legal high’ achieves little save to stimulate interest in replacements. As has been poetically pointed out, ‘our law is a machine law, a gridwork, clockwork law, and it is obviously unable to contain the fluidity of the organic’ (Wilson, 1996).

It is not just organic substances that the law seems unable to contain: ‘Advances in technology that enable tiny changes to be made to the molecular structure of substances … have blurred the distinction between licit and illicit manufacture’ (INCB, 2009: 10). This has led to the creation of an online ‘grey’ market in euphemistically named ‘research chemicals’, hallucinogenic analogues that skate the perimeters of legality, due to their similarities to (but essential differences from) regulated substances. As the US Drug Enforcement Agency have commented, ‘the formulation of analogues is like a drug dealer’s magic trick meant to fool law enforcement’ (DEA, 2004).

Meant to, and, indeed, sometimes doing exactly that, with some such websites serving thousands of customers and clandestine chemists racking up fortunes over prolonged periods before being discovered. As with organic substances, would-be prohibitors can be conceptualised as doing little more than chasing their tails here: tweaking the chemical compound – with the aid of computers – produces a drug different enough to evade the regulations, and on it goes, ad infinitum. Alongside being fruitless, this rigmarole of prohibition is potentially dangerous: it results in people using novel substances about which little is known.

There is also a thriving online market that is more incontrovertibly ‘black’. Drug forums transform into street corners, and you can even access a helpful ‘crack dealer locator service’ online: ‘the fluidity of cyberspace is ideally suited for illicit drug transactions’ (Stetina et al, 2008) and ‘the new trade is thriving … filling up the stash boxes of users who want the same convenience buying their weed that they have purchasing books and CDs at Amazon’ (Goldberg, 1999). Indeed, an interesting cyber-twist in the tale is that – just as with Amazon – the Internet fosters communities of users who rate drug dealers and their performance online. Will the sheer force of consumer demand, in combination with the ‘unpoliceability’ of the Internet, be the unmaking of global prohibition?

Perhaps, but it is arguably the use of the web as an information source that may offer the greatest challenge to the paradigm of prohibition. There is a plethora of incredibly diverse drug information websites, showing the many what only the few used to know: namely, that portals to the psychedelic state are ubiquitous, found in the most unlikely to the most mundane of places. All it takes is the click of a mouse to find directions to the best sites for fungi-foraging, advice regarding which ornamental cacti to chow down on from the local garden centre, and instructions on how to extract psychedelic milk from toads. Drug prohibitionists could no more seal these egresses than harvest the moon.

One of the most respected online drug information sources – particularly amongst psychedelic drug users – is Erowid: this site is the first port of call for most psychonauts before they embark on an adventure with a new substance.  Erowid is famous for its ‘trip reports’: information imparted horizontally from fellow travelers with direct experience is accorded far greater weight than the (often moralistic) dry pronouncements on drug effects handed down vertically from on-high. A participatory culture, where users generate their own content, is creating a collective intelligence about drugs, far superior to the propaganda of yesteryear. It is unsurprising that an approach to imparting knowledge that presents people with as full a picture as possible, letting them balance pleasures against risks, has greater successes. The human survival instinct is strong: by definition, hedonists truly love life and want to continue living it.

Drugs themselves are reconstituted online. To illustrate, rather than being viewed as a menace to society, drugs might be constructed as religious sacraments or as therapeutics. In this latter category, the work of the Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS) is paramount: on their website psychedelic drugs are (re)configured as psychotherapeutic tools. MAPS sponsor MDMA assisted psychotherapy in the treatment of post traumatic stress disorder in, for instance, victims of sexual trauma, with promising results. This offers an alternative construction of MDMA, alongside liquifying the boundaries between controlled drugs and therapeutics.

Further, the essential contributions that psychedelics can make more broadly in society are regularly detailed in MAPS’s online journal. A recent such missive had the relationship between psychedelics and ecology as its overarching theme: ‘The essence of the mystical experience is a sense of unity woven within the multiplicity … This common bond can generate respect and appreciation for the environment, for caretaking and wonder’ (Doblin, 2009: 2). Given the looming ecological crisis, there is a strong argument that anything which helps reveal humanity’s essential inner-connectedness with our environment should be embraced rather than sanctioned.

As well as acting as a conduit for information, the Internet provides a sense of community that can be difficult to find offline, particularly for those involved in relatively obscure psychedelic drug use and/or domiciled in remote locations. Whilst old-style communities could be experienced as stifling, virtual commune-ities of like-minded souls with shared ideals can form. This virtual haven has many names, one of which is the entheosphere, a mind-space concerned with entheogens, psychedelic drugs that are ingested with a view to consciousness expansion, to spiritual enlightenment.

Immediately a shift in language is apparent, reflecting the fact that the entheosphere allows for alternative discourses on drugs and the meanings ascribed to them. In being given a voice, drug-takers have exposed the fallacy that they are not sufficiently drug aware, that, if they only knew the facts, they would stop. Rather, many know exactly what it is that they are getting themselves into; in short, the decision to expand one’s consciousness is likely to be a conscious choice.

In this alternative discourse … ‘[d]rugs can take one closer to truth, can reveal, through hedonistic self-exploration, the real, authentic self, buried beneath capitalism and social convention’ (Moore, 2007: 357). Drug-takers can construct their own identities, after many years of being silenced whilst others weaved negative depictions around them. What is revealed is that psychedelic culture is about so much more than the drugs, which are best understood as catalysts to alternative states of consciousness: the insights, life-style changes, art-works and music generated by such ontological shifts create an entire way of life, both within and beyond the entheosphere.

To conclude, the Internet is a bottom-up technology, heralding a new way of doing things, and a new world, where top-down systems of regulation – such as prohibition – are losing their power. Birthed as a military technology, will the Internet bring an end to the ‘War on (Some People who use Some) Drugs’? This possibility has not gone unnoticed, with the United Nations Office on Drugs and Crime, referring to the Internet as a ‘weapon of mass destruction’ (UNODC, 2009: 3). Whilst this organization still clings to the belief that this time-bomb can be defused by smothering it with cyber controls, an alternative reading sees the Internet as the death knell of global prohibition. The Internet is as beautifully and anarchically impossible to govern as psychedelic drug use itself, with both throwing up similar questions about the acceptable reach of State control and concomitant restrictions on cognitive liberty:

‘[The] notion of cognitive liberty … says that you own your own body, you own your own brain, you have freedom of thought – so why don’t we have the legal right to use psychedelics? These are the same issues that are occurring in technology. What represents our freedom? What represents what the government is allowed to regulate, and for what reason?’ (Herbert as quoted in Reiman, 2008: 19-20).

The dismantlement of global prohibition is likely to be just one of many breakthroughs precipitated by this technology, with the possibility that it may even have implications for human evolution itself. Just as psychedelic philosopher Terence McKenna saw plant-based hallucinogens as having been pivotal in the development of anthropoid awareness in the past, so the Internet looks set to generate exponential expansions of human consciousness in the future. Consciousness can be envisioned as an emergent property of neurons chattering, the Internet as an emergent property of our collective consciousness, and global consciousness as an emergent property of the Internet. The Internet is engendering global consciousness through bringing us together as a swarm of humans: just as bees use ‘waggle dances’ to communicate information, so the human swarm has the Internet via which to share memes and dreams. The need for a global consciousness has never been greater than in our current (changing) climate.

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Trascrizione di un discorso di Charlotte Walsh; fonti:

DEA (2004) ‘DEA Announces Arrests of Website Operators Selling Illegal Designer Drugs’, News Release, 22nd July, URL (consulted June 2009): http://www.usdoj.gov/dea/pubs/pressrel/ pr072204.html.

Davis, E. (1998) Techgnosis. New York: Three Rivers Press.

Doblin, R. (2009) ‘From the Desk of Rick Doblin PhD’ MAPS Bulletin XIX(1): 2.

Goldberg, M. (1999) ‘World. Wide. Weed.’ Metro, July 22nd, URL (consulted June 2009): http://www.metroactive.com/papers/metro/07.22.99/cover/ marijuana-9929.html.

Harvard Law School (2006) The Internet and Adolescent Non-Medical Use of Prescription Drugs, URL (consulted June, 2009): http://www.law.harvard.edu/programs/criminal-justice/kinsnida.pdf.

INCB (2009a) Report of the International Narcotics Control Board for 2008. New York: United Nations.

Lenson, D. (1995) On Drugs. Minnesota: University of Minnesota Press.

Markoff, J. (2005) What the Dormouse Said: How the Sixties Counterculture Shaped the Personal Computer Industry. London: Penguin Books.

Moore, D. (2007) ‘Erasing Pleasure from Public Discourse on Illicit Drugs: On the Creation and Reproduction of an Absence’ International Journal of Drug Policy 19(5): 353-358.

Reiman, L. (2008) ‘An Interview with Kevin Herbert’ MAPS Bulletin XVIII(1) 19-21.

Sirius, R. U. (2006) True Mutations. California: Pollinator Press.

Stetina, B. U., Jagsch, R., Schramel, C., Maman, T. L., and Kryspin-Exner, I. (2008) ‘Exploring Hidden Populations: Recreational Drug Users’ Cyberpsychology: Journal of Psychosocial Research on Cyberspace 2(1): article 1, URL (consulted June 2009):  http://cyberpsychology.eu/view.php?cisloclanku=2008060201&article=1.

Tupper, K. (2008) ‘The Globalization of Ayahuasca: Harm Reduction or Benefit Maximization?’ International Journal of Drug Policy 19: 297-303.

UNODC (2009) World Drug Report 2009. New York: United Nations.

Wilson, P. (1996) ‘Cybernetics and Entheogenics: From Cyberspace to Neurospace’, paper presented at ‘Next Five Minutes’ Conference, Amsterdam, January, URL (consulted June 2009): http:// www.hermetic.com/bey/pw-neurospc.html.12

 

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Sigaretta elettronica promossa dai cardiologi europei

Se ne è dibattuto a lungo, portando ad esempio gli studi più disparati. Ora  una risposta che arriva direttamente dai maggiori cardiologi europei tenta di mettere il punto sulla questione: la sigaretta elettronica non causa danni al cuore.  Può essere quindi considerato a tutti gli effetti uno strumento volto a combattere il tabagismo e tutte le conseguenze che esso comporta.

Forse non sarà “l’arma” risolutiva del problema, ma può aiutare i fumatori a lasciare da parte il tabacco. E’ stato stimato che solo in questo secolo tale abitudine porterà alla morte di almeno un miliardo di persone.  Già da qualche anno la sigaretta elettronica si trova in commercio con buoni risultati di vendita. Non si è stati molto certi per lungo tempo se effettivamente fosse efficace nella lotta alla dipendenza da nicotina e se fosse assolutamente priva di rischi. Presso il congresso dell’European Society of Cardiology apertosi ieri a Monaco di Baviera è arrivato il via libera grazie ad uno studio condotto dall’Onassis Cardiac Surgery Center greco. Il coordinatore della ricerca, Konstantinos Farsalinos, ha preso in considerazione i dati derivanti da 20 fumatori volontari sani e 22 volontari non fumatori di età compresa tra i 25 ed i 45 anni.

Gli scienziati hanno misurato la funzionalità cardiaca a tutti i partecipanti, sia prima che dopo aver fumato una sigaretta normale nel caso dei fumatori ed una sigaretta elettronica nei restanti. I dati sono stati molto chiari in tal senso: il primo gruppo ha mostrato un significativo aumento della frequenza cardiaca e della pressione arteriorsa sia massima che minima, mentre la sigaretta elettronica produceva solo un incremento lieve della pressione minima. Allo stesso modo, sottoposti ad una ecocardiografia, i volontari del primo gruppo presentava “alterazioni significative” dei parametri regolanti la funzionalità del cuore, mentre coloro che fumavano la sigaretta elettronica non mostravano alcun effetto, nonostante la piccola dose di nicotina contenuta nella stessa per aiutare le persone ad allontanarsi dal vizio del fumo.

Sebbene serviranno altri studi per considerare la sigaretta elettronica efficace incontrovertibilmente nella lotta al tabagismo, è palese che questo strumento possa essere una valida alternativa per coloro che intendono smettere di fumare.

www.medicinalive.com/dipendenze/sigaretta-elettronica-promossa-cardiologi-europei/

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Fumo: un'epidemia da 90.000 morti all'anno in italia

In tutto il mondo il tabacco fa più vittime di Aids, incidenti stradali,
omicidi e suicidi messi insieme. In Italia 90mila persone muoiono ogni anno
di tumore, infarto ed enfisema polmonare dovuti alle esalazioni di
sigaretta. Ma perché non si fa prevenzione?

Negli ultimi dieci anni ha fatto più vittime di tutte le guerre dell'ultimo
secolo e ogni anno provoca in tutto il mondo più morti di Aids, tubercolosi,
incidenti stradali, omicidi e suicidi messi insieme. L'epidemia del terzo
millennio si chiama tabacco e solo in Italia è responsabile di 90mila
decessi l'anno per tumori, malattie cardiovascolari, bronchiti croniche,
enfisemi polmonari. I dati sul fumo e sulle sue conseguenze sono stati
diffusi nel corso di un convegno organizzato dalla Società italiana di
tabaccologia, nell'ambito della Giornata mondiale senza tabacco celebrata il
31 maggio. In tutto il mondo gli uomini fumatori rappresentano il 47 per
cento della popolazione, le donne fumatrici il 12 per cento (con un
consistente aumento soprattutto nei Paesi in via di sviluppo). Ogni anno le
vittime del tabacco sono complessivamente 3 milioni e 500mila, di cui
600mila per cancro da fumo passivo. Cifre destinate purtroppo a salire:
secondo le previsioni, infatti, nel 2020 il numero dei morti sarà aumentato
almeno dell'8,9 per cento. In Italia gli amanti del tabacco sono 14 milioni,
ma negli ultimi anni i consumi hanno fatto registrare un lieve calo.

"In generale - spiega Giacomo Mangiaracina, presidente della Società
italiana di tabaccologia - nel nostro Paese esiste una progressiva riduzione
dell'abitudine al fumo. Questo è incoraggiante, perché vuol dire che c'è una
maggiore consapevolezza di quanto danno faccia il tabacco. La diminuzione
dei maschi fumatori avviene già dagli anni Cinquanta, mentre le donne sono
state in aumento fino a uno-due anni fa. Adesso anche per loro si registra
una lieve diminuzione". Ma in quali fasce di popolazione è più frequente il
vizio del fumo? "Sembra che un alto livello di scolarità e un buon reddito
siano deterrenti in relazione all'abitudine al fumo - continua
Mangiaracina -, ma questo avviene soprattutto per gli uomini. Per le donne è
tutto il contrario: più sono istruite e più fumano. Qui entrano in gioco
elementi di carattere sociologico: il fumo diventa un modo di imporsi, un
mezzo di affermazione del proprio status sociale. Nei maschi, invece, c'è
stato un ritorno del sigaro. Anche qui perché viene associato
all'acquisizione di uno status sociale importante. Purtroppo, nonostante la
maggiore informazione sui danni del tabagismo, siamo ancora vittime di
questi stereotipi".

Sigarette killer Le preoccupanti cifre sui danni alla salute autorizzano i
medici a parlare di una vera e propria epidemia da tabacco. Basti pensare
che in tutto il mondo le persone morte in guerra negli ultimi cento anni
sono solo un terzo delle vittime da fumo degli ultimi dieci anni: 1 milione
contro 3 milioni l'anno. In Europa il numero di decessi annuali ha raggiunto
quota 800mila e solo di recente le istituzioni comunitarie hanno cambiato
atteggiamento nei confronti del tabacco: nel 1993 l'Unione europea ha
stanziato 130 milioni di Ecu per finanziare le industrie del settore, mentre
dal 1995 al 1997 25 milioni di Ecu sono andati alla ricerca sui danni da
fumo. Sigarette e sigari continuano comunque a essere più letali di virus
come Aids e tubercolosi, e più di incidenti stradali, omicidi, suicidi. In
Italia 90mila persone muoiono ogni anno a causa del fumo, per tumori,
malattie respiratorie e cardiovascolari. Niente a che vedere con le 30mila
vittime dell'alcol o le 10mila dell'eroina. "E nonostante questa
sproporzione - denuncia Giacomo Mangiaracina - per combattere l'eroina si
stanziano 600 miliardi l'anno, mentre la lotta al tabacco non dispone ancora
di un fondo nazionale".

La povertà di finanziamenti, per, non impedisce a medici e associazioni di
proseguire la dura battaglia contro il fumo. Attualmente la Società italiana
di tabaccologia, la terza Clinica ginecologica e l'Istituto di puericultura
dell'università La Sapienza di Roma sono impegnate in una grande opera di
prevenzione del tabagismo rivolta in particolare alle donne in gravidanza e
ai ragazzi delle scuole medie inferiori. "Multimedia 1" - questo il nome del
progetto - prevede una campagna di informazione per genitori, insegnanti e
ragazzi (anche attraverso i siti Internet www.nonfumatori.it e
www.tuttiliberi.it), un intervento diretto nelle scuole attraverso psicologi
e operatori sanitari opportunamente formati e infine il servizio "Gravidanza
senza fumo" attivo presso il policlinico Umberto I di Roma. Pance a rischio
Le donne in attesa, infatti, sono naturalmente tra i soggetti più a rischio
tabacco. Fumare durante la gravidanza accresce il rischio di parti
prematuri, nascite sottopeso e addirittura aborti. Se la futura mamma fuma,
il feto riceve elevate quantità di sostanze tossiche che possono
comprometterne la crescita futura.

Ma quante sono le donne in attesa che non rinunciano alla sigaretta? Spiega
Domenico Enea, responsabile del Centro Policlinico senza fumo: "Le donne che
durante la gravidanza non modificano completamente i loro comportamenti e
continuano a fumare sono il 10-13 per cento. La maggior parte di loro
diminuisce il numero di sigarette, il 25-30 per cento smette completamente.
La preoccupazione maggiore, per, riguarda le donne che smettono di fumare
durante la gravidanza e dopo aver partorito riprendono. Paradossalmente
sarebbe meglio fumare in gravidanza e dopo smettere per sempre, perché in
questo modo si tutela la salute del bambino in età evolutiva". I dati dicono
infatti che i quattro milioni di bambini al di sotto dei 14 anni esposti con
frequenza al fumo hanno nel corso della loro vita una maggiore sensibilità a
malattie dell'apparato respiratorio, come bronchiti e polmoniti. Non solo:
nei bambini con meno di diciotto mesi si registrano più di 100mila casi
all'anno di crisi asmatiche dovute proprio al fumo passivo. Ma esiste anche
un altro motivo per non fumare in presenza dei bambini.

Le statistiche dimostrano una forte correlazione tra il tabagismo dei
genitori e l'iniziazione al fumo dei giovani tra i 14 e i 24 anni: nel 38,6
per cento dei casi, infatti, i ragazzi che cominciano a fumare lo hanno
visto fare a entrambi i genitori. La legge che non c'è Ci che manca ancora
nel nostro Paese è una vera educazione al rispetto della salute. Basti
pensare che la legge che vieta il fumo negli uffici e nei locali pubblici
esiste dal 1975, ma sino a oggi è rimasta inapplicata. E anche la nuova
normativa proposta dal ministro della Sanità uscente, Umberto Veronesi
(quella che prevedeva il divieto di fumo in tutti gli ambienti chiusi, con
multe da 50 a 300mila lire per i trasgressori), è stata clamorosamente
bocciata dal parlamento, che negli ultimi giorni della legislatura ha
preferito approvare altri provvedimenti. Una battuta d'arresto che per
sembra andare contro gli umori dell'opinione pubblica. Un sondaggio della
Doxa rivela infatti che l'85 per cento degli italiani è favorevole alla
separazione dei fumatori dai non fumatori negli uffici, nei locali pubblici
e nei ristoranti.

E a chi dice che allestire aree riservate al fumo o dotare tutti i locali di
un sistema di areazione ad hoc costerebbe ai gestori una fortuna, medici e
associazioni replicano con i dati: studi internazionali dimostrano in modo
inequivocabile che all'estero i gestori dei locali, dei ristoranti e degli
alberghi che hanno attuato norme "smoke free" o hanno allestito sale per non
fumatori hanno registrato un incremento dei profitti. La spesa verrebbe così
subito ammortizzata. Infine, per sfatare il luogo comune dello Stato che
lotta contro il tabagismo, ma allo stesso tempo guadagna vendendo le
sigarette, si ricordi che il monopolio statale sta scomparendo. Le attività
produttive degli ex Monopoli sono infatti gestite dall'Ente tabacchi, che ha
cominciato la strada della privatizzazione. Laura D'Alessandro

http://forum.alfemminile.com/forum/stoptab...-in-italia.html

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Farmacisti antifumo in campo a Milano aperti cinque centri per chi vuole smettere

L'iniziativa del Comune e dell'Istituto nazionale tumori conta su professionisti e psicologiil servizio è gratuito e inizia con un test che misura la dipendenza e la volontà di smettere

Farmacisti antifumo a Milano, dove si registra il record italiano di minorenni con la sigaretta in mano (20 su 100, contro la media nazionale di 12 su 100). Dieci professionisti, addestrati dall'Istituto nazionale tumori, gestiscono dei mini-centri ricavati in cinque farmacie comunali, con il supporto di una psicologa dell'ambulatorio antifumo dell'Irccs di via Venezian che sarà presente, a supporto dei farmacisti e dei tabagisti intenzionati a smettere, per tre ore a settimana in ciascun esercizio.Il test per misurare la dipendenza

 

Il servizio - promosso dall'assessorato alla Salute del Comune di Milano, dall'Int (che ospita da anni un centro antifumo da mille visite l'anno) e da cinque farmacie comunali del gruppo Admenta - è gratuito, spiegano i promotori. Accedere agli spazi, in cui si presterà un sostegno di primo livello, è facile. Il tabagista tentato dalla voglia di liberarsi dal vizio può entrare nella farmacia sotto casa e cominciare il percorso con alcuni test necessari per misurare la propria dipendenza. Il primo passo è quello di soffiare dentro una macchinetta che misura il monossido di carbonio presente nell'aria espirata, un test che permette all'esperto di capire quante sigarette aspira realmente il fumatore. L'identikit viene completato con dei questionari sulla dipendenza dal tabacco e sul grado di motivazione che supporta la scelta di dire addio al fumo."Si inizia a compilare una vera e propria cartella clinica - spiega Roberto Boffi, responsabile del Centro danni da fumo dell'Int - e si studia con il fumatore un percorso su misura per arrivare al traguardo della disassuefazione. Si tratta di un intervento scientificamente valido. I farmacisti sono stati formati all'Int e sono in contatto continuo con gli esperti dell'istituto, dalla psicologa alla dietologa. Spesso il tabagista è solo nella sua guerra personale contro il vizio. Noi professionisti antifumo vogliamo aiutarlo e stargli vicino". Milano è la prima città a offrire questo servizio. I centri hanno aperto i battenti nelle farmacie comunali numero 19 di piazza Prealpi 3, numero 48 di viale Abruzzi 4, numero 25 di via Forze Armate 44, numero 80 di piazza Zavattari 4, numero 81 di via Chiarelli 10.

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Sigarette: non esiste la «modica quantità»

Alterazioni genetiche anche con pochi tiri e con il fumo passivo. L’unico livello sicuro è l’esposizione zero

http://www.protcivscorze.it/emergenze/segnaletica/images/divieto-02.gifIlCorrieredellasera, salute - Milano - Cattive notizie per chi crede nell’innocenza della sigaretta occasionale: anche un tiro di tanto arreca danni potenzialmente seri al Dna delle cellule nelle vie respiratorie. Lo stesso vale per il fumo di seconda mano. Dunque, l’unico livello sicuro di esposizione al fumo di sigaretta è zero.

LO STUDIO – Il fumo, anche alle più basse concentrazioni rilevabili, ha effetti diretti sul funzionamento dei geni che regolano l’attività delle cellule di gola, bronchi, polmoni. E’ la conclusione del lavoro di un gruppo di ricercatori americani afferenti alla Cornell University e al Presbyterian Hospital/Weill Cornell Medical Center di New York. Esaminando 121 persone, fra non fumatori, fumatori moderati e forti fumatori, gli studiosi hanno rilevato che alcuni geni, particolarmente sensibili al fumo di tabacco, mostravano funzioni alterate anche in chi fumava poco. «L’effetto genetico è molto più lieve rispetto ai fumatori regolari, ma ciò non significa che non ci siano conseguenze sulla salute - scrivono gli autori sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine -. Le funzioni alterate di quei geni altro non sono se non i primi segni di “malattia biologica” nel polmone o nell’individuo».

COME IL CANARINO IN MINIERA - I ricercatori hanno confrontando i livelli di nicotina e di un suo metabolita, la cotinina, nelle urine di partecipanti, e hanno sequenziato l’intero genoma di ciascun partecipante a caccia di geni alterati. Nessun livello di nicotina o cotinina appariva slegato da una qualche anomalia genetica. Ronald Crystal, primo autore della ricerca, ha paragonato questi cambiamenti genetici al «canarino in una miniera di carbone», poiché come l’animaletto che serviva ai minatori nelle gallerie per rilevare eventuali gas pericolosi, avvertono della presenza di malattie potenzialmente letali. «Ma il canarino cinguetta per i pazienti poco esposti e strilla per i fumatori abituali» conclude Crystal, augurandosi che queste informazioni vadano a sostegno dei divieti di fumo nei luoghi pubblici, dove i non fumatori e i lavoratori delle aziende dove si fuma, sono a rischio di future malattie respiratorie, fra cui i tumori del polmone e la Bpco (broncopneumopatia cronica ostruttiva).

Donatella Barus

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Adolescenti ansiosi più vulnerabili di fronte alla nicotina

Dronet - Quali sono i fattori che da giovani possono determinare la dipendenza da nicotina in età adulta? Secondo i ricercatori australiani, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Addiction, i più esposti al rischio sarebbero i ragazzi che presentano sintomi di ansia e depressione. Una ricerca condotta su un campione di oltre 1900 studenti infatti, dimostra che sarebbero proprio loro a registrare un aumento delle possibilità di cadere nel vizio del fumo rispetto a ragazzi che non hanno mai sofferto di depressione né di ansia. Lo studio si è basato su una serie di interviste effettuate nello stato di Vittoria in Australia, ripetute per oltre 10 anni, dal ‘92 al 2003, a distanza di sei mesi l’una dall’altra. Per rilevare l’esistenza di sintomi depressivi è stato usato il metodo del Clinical Interview Schedule, un questionario realizzato appositamente per delineare la frequenza, la rilevanza e la persistenza dei sintomi comunemente riscontrati nella depressione e nell’ansia. La classificazione degli adolescenti come fumatori invece è stata effettuata a seconda della quantità di sigarette consumate: nessuna, meno di una al giorno, oppure 6-7 al giorno. I risultati hanno dimostrato che, tra fumatori moderati di circa 24 anni, coloro che non avevano mai sofferto di depressione in età adolescenziale non sviluppavano alcuna dipendenza dalla nicotina, mentre coloro che avevano avuto forti problemi di ansia o depressione, avevano quasi il triplo delle possibilità di sviluppare una dipendenza da nicotina. Gli autori raccomandano l’intervento su questa vulnerabile fascia di età con campagne mirate anche in considerazione del fatto che le sigarette non migliorano l’ansia e la depressione come molti adolescenti credono.

 

Fonte: Addiction

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FRANCIA - Fumo, l'esperto: quello passivo non è nocivo

(aduc droghe) I danni causati dal fumo passivo sono 'inesistenti': lo sostiene il pneumologo francese Philippe Even per il quale 'in tutti questi anni si e' creata una paura basata sul nulla'. In un'intervista al quotidiano Le Parisien - in occasione della Giornata mondiale senza tabacco - il dottor Even, presidente dell'Istituto di ricerca Necker, si definisce 'un pioniere della lotta anti-fumo' ma per lui il divieto di accendere la sigaretta nei luoghi pubblici come forma di tutela dal fumo passivo 'non ha fondamento': il 40% degli studi scientifici dimostrano che 'il fumo passivo non e' per nulla nocivo alla salute'. Gli altri studi mettono invece in evidenza come il fumo passivo aumenti il rischio di cancro da 0,02 a 0,15 volte mentre per chi fuma il rischio e' fino al 20 volte superiore. 'Il danno alla salute provocato dal fumo passivo e' dunque irrisorio. In pratica o e' inesistente o e' estremamente debole'.

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Fumo: scienziati Usa, quello passivo provoca fegato grasso

Roma, 14 set. (Adnkronos Salute) - Il fumo passivo non provoca solo i disturbi tipici di quello 'volontario'. Un team di scienziati dell'università dell California a Riverside (Usa) ha scoperto che causa anche un disturbo epatico conosciuto come 'fegato grasso', sempre più comune persino nelle persone che non bevono alcol e caratterizzato dall'accumulo eccessivo di lipidi nell'organo.

 

Gli esperti americani - riporta la rivista 'Journal of Hepatology' - sostengono che questa condizione inizia a crearsi nelle cellule del fegato di topi esposti al fumo di sigaretta 'di seconda mano' per un anno. Per verificarlo, si sono concentrati sullo studio di due proteine regolatrici del metabolismo lipidico, che si trovano anche nelle cellule umane. Si tratta della Srebp (Sterol Regulatory Element-binding Protein) e della Ampk (Adenosine Monophosphate Kinase): la prima stimola la sintesi dei grassi nel fegato, mentre la seconda 'accende' e 'spegne' la Srebp.

 

Ebbene, il fumo passivo sembra inibire l'attività dell'Ampk che, di conseguenza, causa un aumento dell'attività della Srebp. E quando questa proteina lavora di più, vengono sintetizzati più grassi acidi del dovuto. La conclusione è che il fumo che viene respirato involontariamente può provocare il fegato grasso, ma anche che queste due sostanze potrebbero essere la base di partenza per elaborare nuove terapie farmacologiche contro il disturbo epatico.

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Italia. Rischio ictus per giovani, consumano troppe droghe legali (sigarette e alcolici)

 Bevono in modo esagerato e fumano senza considerare i rischi che corrono. I giovani italiani sono sempre piu' vittime di alcolici e sigarette, principali fattori di rischio di tante patologie, tra cui l'ictus. A dimostrarlo e' uno studio-screening effettuato su 728 studenti dell'universita' Sapienza di Roma. I dati dell'indagine sono stati presentati oggi al policlinico capitolino Umberto I, durante un convegno organizzato da Alice (Associazione per la lotta all'ictus cerebrale) giovani. Dallo screening emerge come i giovani si sentano al sicuro, non si curino dei principali fattori di rischio ictus, considerando questa come una malattia che colpisce soltanto. Il 28% degli intervistati ha infatti ammesso di consumare alcolici in maniera eccessiva, mentre uno su due ha confessato di fumare quasi meta' pacchetto di sigarette al giorno. Dati allarmanti secondo gli esperti intervenuti all'incontro. Se alcuni fattori di rischio ictus non sono modificabili (sesso, eta', ereditarieta'), ce ne sono infatti altri su cui si puo' intervenire. Sigarette e alcolici in cima alla lista. Ma anche alimentazione e droga non sono aspetti da trascurare. Il dato piu' allarmante che emerge dallo screening riguarda i fumatori. Per le donne con il vizio e che assumono anche contraccettivi orali (23% degli intervistati), infatti, aumenta di 5,5 volte il rischio di eventi cardiovascolari. "I dati emersi da quest'indagine - sottolinea Arturo Consoli, coordinatore nazionale di Alice Giovani - ci dicono che i rischi esistono anche per le persone giovani e solo la conoscenza e un comportamento responsabile possono ridimensionare il fenomeno. La nostra associazione - conclude - deve proseguire con entusiasmo nella prospettiva di migliorare la conoscenza di questa fascia d'eta' nei confronti di questo problema".

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La vera droga: sono 80mila i decessi da tabacco ogni anno

Sono 11,2 milioni i fumatori in Italia, 6,5 milioni di uomini e 4,7 milioni di donne. Un esercito in calo dell'1,5% nel 2008 rispetto all'anno precedente. A rilevarlo e' un'indagine dell'istituto di ricerche statistiche Doxa che, su incarico dell'Istituto superiore di sanita' e in collaborazione con l'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, ha misurato la prevalenza dei fumatori sulla popolazione dai 15 anni in su'.

Nel Belpaese, secondo quanto emerso dalla ricerca presentata ieri a Milano, continuano le defezioni: i tabagisti 'pentiti' sono ormai piu' di 9 milioni e a tradire 'le bionde' sono soprattutto gli over 45. La tendenza e' questa da cinquant'anni e anche le donne, dopo il picco di fumatrici registrato negli anni '90, si stanno allineando.  Ma non basta. "I morti per malattie da fumo restano 80mila l'anno, un morto ogni sei secondi. Come se sparisse un'intera citta' di provincia", osserva Silvio Garattini, presidente del Mario Negri di Milano. Il farmacologo incalza: "Di fronte a una simile strage, mi chiedo come mai non si assista a una mobilitazione da parte del Governo".

La prima sigaretta, osserva Piergiorgio Zuccaro, direttore dell'Osservatorio Fumo, alcol e droga dell'Istituto superiore di sanita', "gli adolescenti italiani la accendono in media a 17,4 anni".  E per questo motivo gli esperti indicano come critica la fascia d'eta' che va dai 15 ai 17 anni. Una fase in cui il 45% dei fumatori ed ex fumatori colloca il proprio esordio da tabagista. E c'e' anche chi ha bruciato le tappe: il 17% dei fumatori che confessa di aver avuto un primo contatto con il fumo gia' prima dei 15 anni. In totale circa un milione e mezzo di ragazzi di eta' compresa fra i 15 e i 24 anni consuma ogni giorno un pacchetto da dieci bionde. "Un formato che, non a caso, chiediamo da tempo di abolire", ribadisce Zuccaro.    

Oggi il maggior numero di fumatori, circa il 26,4%, ha tra i 25 e i 44 anni. Mentre i piu' affezionati alle 'bionde' sono i meridionali (25,2% di fumatori contro il 19,1% registrato nel Nord Italia). Quasi la meta' dei tabagisti, rivela ancora l'indagine, consuma meno di 15 sigarette al giorno. I forti fumatori, quelli da 25 sigarette e piu', sono soprattutto uomini, il doppio rispetto a quanti se ne contano fra le donne (l'11,2% contro il 5,7%).

Non sono pochi neanche coloro che piu' volte hanno tentato di dire addio al fumo: nell'ultimo anno piu' di 560mila tabagisti (lo 0,9% in piu' rispetto al 2007). E fra gli italiani che non hanno ancora sconfitto il vizio c'e' anche chi ci ha almeno provato: il 20,7% ha smesso solo per qualche giorno, il 24,8% addirittura per qualche mese. Ma senza successo. Anche se il pensiero di una vita senza fumo ha sfiorato il 10,7% degli irriducibili del tabacco.

Quanto alle misure per ridurre il consumo di sigarette nel Paese, gli esperti non hanno dubbi: bisogna continuare sulla strada tracciata dall'ex ministro della Salute Girolamo Sirchia. "E bisognerebbe insistere anche sulla necessita' di aumentare a cinque euro il prezzo dei pacchetti di sigarette. C'e' un buon 8,7% che, a fronte di un aumento di spesa, dichiara che abbandonerebbe il vizio del fumo".

Per Franca Ferrari, direttore ricerche qualitative dell'Istituto Doxa, e' anche una questione di cattivi esempi. La studiosa ha curato un focus sui bambini di quarta e quinta elementare e di prima media, e ha sottolineato la necessita' di una comunicazione piu' sofisticata nei loro confronti. A partire dalla Giornata mondiale senza tabacco che quest'anno l'Organizzazione modiale della sanita' ha voluto dedicare proprio ai giovani.

L'Oms ha deciso di lanciare un messaggio chiaro: i giovani si proteggono con iniziative governative finalizzate alla proibizione diretta e indiretta di attivita' promozionali da parte dell'industria del tabacco. "I ragazzi di oggi sono piu' preparati ma anche piu' recettivi. A generare confusione sono gli adulti con le loro contraddizioni".

 

Dal notiziario ADUC

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