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CHI CURA I CURANTI? Forlì 27 e 28 gennaio

 


 
Drugs, Drink, Depression.
Ovvero farmaci, droghe, alcol, depressione: chi esercita la professione medica è maggiormente interessato da una o più delle 3D.
Alcuni dati.
Università degli studi di Modena e Reggio Emilia, progetto “Medico cura te stesso”:
il 30% di medici con più di 50 anni ha una sindrome da burn out; le categorie a rischio: anestesisti, chirurghi, medici del pronto soccorso, ginecologi.
In tutto il mondo il tasso dei suicidi tra i medici è doppio rispetto a quello della popolazione generale tra i maschi e 4 volte tra le donne.
 
Il 99% dei medici in difficoltà non vuole o non sa a chi rivolgersi. Il 45% si autocura e resta al lavoro.
La quasi totalità di chi usa droghe (cocaina e alcol) cerca di conciliare abuso e attività lavorativa.
A San Paolo del Brasile il Consiglio regionale di medicina ha promosso un’indagine sul “Profilo del medico con tossicodipendenza”. Sintesi su 206 medici Tossicodipendenti analizzati: uomini, sposati, età media 39 anni, 20% con problemi con la giustizia, 30% ha perso il lavoro, il 21% ha problemi di depressione.
Le sostanze più usate: alcol, cocaina, anfetamine, calmanti, oppiacei.
Come per i pazienti, anche per i medici in esame c’è la convinzione di poter governare la propria tossicodipendenza.
 
Ipotesi sulle pratiche suicidarie tra i medici secondo il British Medical Journal:
La disponibilità di droghe/veleni, lo stress professionale, l’infelicità familiare, la solitudine, l’ambivalenza odio-amore per la morte, severe malattie fisiche.
 
Perché i medici depressi non si sottopongono al trattamento? Perché temono che se ammettono di essere affetti da un disturbo mentale perderanno credibilità professionale e rischieranno di mettere in pericolo il loro posto di lavoro.
Si calcola che un medico su dieci, durante la vita professionale, possa andare incontro ad episodi di sofferenza psichica o a condotte di abuso/dipendenza. Tali problematiche influenzano ovviamente l’attività lavorativa, portando ad episodi di malpractice, a negligenze ed errori.
Patologie che influenzano pesantemente la vita quotidiana, sia a livello familiare sia a livello professionale, nel luogo di lavoro e nelle relazioni con i pazienti. Consapevole del pregiudizio e della stigmatizzazione che riguardano tali patologie, il medico tende sostanzialmente a negarle o a cercare di occultarle il più possibile. Questo atteggiamento, che sostanzialmente si traduce in una estrema riluttanza a chiedere aiuto, comporta inevitabilmente un peggioramento della prognosi. Va inoltre considerato con attenzione il fatto che quando un medico rinuncia a cercare soluzioni efficaci ad un suo problema, questa condotta supera l’ambito strettamente personale e diventa un comportamento che riguarda il benessere pubblico e di una comunità, per le conseguenze che possono determinarsi sulla salute dei pazienti.
I medici, inoltre, sono una delle categorie più trascurate dal nostro sistema di cura: questo dipende dalle abitudini a chiedere pareri a colleghi piuttosto che a farsi seguire regolarmente, dalla negazione della patologia, dal particolare rapporto terapeuta paziente che si instaura quando entrambi sono medici, e così
via.
 
Queste considerazioni sulla professione medica, hanno spinto la Regione Emilia-Romagna a predisporre un primo incontro per valutare la fattibilità di un progetto che offra percorsi terapeutici, per le problematiche
indicate, ai professionisti che, a vario titolo, sono coinvolti in processi di cura:
medici, psicologi, farmacisti, educatori professionali, infermieri, assistenti sociali.
Il progetto ha lo scopo si superare le barriere che attualmente impediscono ai professionisti della salute di “concepirsi come pazienti”, per facilitare l’accesso ad un sistema di cura qualificato in caso di patologie psichiatriche o comportamenti di addiction.
 
A Forlì nei due giorni del convegno è stata presentata un’esperienza spagnola: il Progetto Galatea, i cui operatori da oltre dieci anni gestiscono una clinica che offre percorsi terapeutici altamente specializzati ai medici spagnoli con queste tipo di problemi.
Nel modello spagnolo, il paziente viene identificato con uno pseudonimo e in nessun momento il suo nome viene a conoscenza dei curanti o di altri colleghi.
Solo il direttore del programma e la persona addetta all’accoglienza conoscono il vero nome del paziente.
Il progetto ha anche una consulenza medico-legale.
Il paziente è successivamente visitato dallo psichiatra del progetto e, a seguire, dallo psicologo che imposterà la psicoterapia individuale o di gruppo.
In caso di necessità è prevista, anche per il paziente, la possibilità di una consulenza legale.
 
 
Il PAIMM si occupa dei medici che soffrono di disturbi mentali o dipendenze da alcool e/o ad altre droghe, compresi gli psicofarmaci.
Il programma esiste perché questi medici ammalati nascondono le loro malattie, non cercano l'aiuto, non accedono al sistema sanitario come il resto della popolazione, e possono compromettere facilmente la salute dei loro pazienti.
 
Tutto questo avviene nel progetto spagnolo ma è realmente fattibile anche in Italia?
Le due giornate di discussione, non sono state un Convegno nel senso tradizionale del termine ma una discussione sulla fattibilità, i problemi aperti, gli eventuali snodi critici, il reale fabbisogno e quanto altro possa essere utile al fine di comprendere maggiormente il problema e i percorsi di cura opportuni.
 
Si ringrazia il dr. C. Renzetti per averci fornito i dati riportati nell’articolo.
 
 
 
 
 

 

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