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Farmaci e psicoterapia

Fino a qualche anno fa gli ansiolitici erano ai primi posti fra i farmaci più venduti, venivano prescritti con facilità e assunti a dir poco con disinvoltura. Ora si usano molto meno. «Oggi i farmaci di prima scelta sono gli antidepressivi serotoninergici: ne esistono molti, con caratteristiche diverse e per ogni paziente il medico può scegliere il più adatto — spiega Liliana Dell'Osso, di cui sta per essere pubblicata una sintesi che fa il punto sulle terapie più efficaci nei disturbi d'ansia —. Si tratta di farmaci efficaci, e più maneggevoli rispetto alle benzodiazepine, i classici ansiolitici. In alcuni casi possono dare «tolleranza», ovvero la necessità di aumentare le dosi per avere lo stesso effetto, o perfino dipendenza. Si possono usare in alcune fasi della terapia, ma non a lungo termine. Per di più spesso non sono risolutive, ad esempio in caso di attacchi di panico: attenuano ma non eliminano le crisi di panico, per cui il paziente continuerà a vivere nell'ansia che possano capitargli di nuovo e non guarirà». Purtroppo, molti ansiosi patologici ricorrono al fai da te, scegliendo l'ansiolitico più a portata di mano, l'alcol: «L’alcol rilassa, perciò molti lo considerano una panacea per superare momenti difficili — interviene Laura Bellodi del San Raffaele —. Ma è una bomba a orologeria. Sono tanti gli alcolisti che hanno iniziato a bere per curare da soli un disturbo d'ansia e poi non sono riusciti più a fermarsi». Il primo passo per un trattamento adeguato è chiedere aiuto: oggi i pazienti lo fanno più spesso rispetto al passato, ma in alcuni casi, ad esempio in coloro che soffrono di fobia sociale, è la malattia stessa a rendere difficile rivolgersi al medico. L'unico, peraltro, che può fare la diagnosi. «I test fai da te sono sconsigliabili, i pazienti hanno ossessioni e difficoltà che possono perfino essere acuite da domande non mediate da un professionista, che sa come porgerle e interpretarle» sottolinea a questo proposito Liliana Dell’Osso. Il medico, anche quello di medicina generale, può capire di che disturbo si tratta e soprattutto se dipende da un problema organico. «Esistono infatti malattie, come il decadimento cognitivo nell'anziano e alcune patologie endocrine o della tiroide, che possono presentarsi con i sintomi di un disturbo d'ansia» avverte Bellodi. «Una volta certi della diagnosi, — prosegue la specialista — spesso è utile associare agli antidepressivi una terapia cognitivo-comportamentale. È fondamentale chiedere che tipo di psicoterapia sarà impostata, perché nei disturbi d'ansia la classica psicanalisi, ad esempio, non è molto utile». «Quel che conta, infatti, — spiega Laura Bellodi — non è indagare la personalità, ma fornire al paziente gli strumenti cognitivi e "pratici" per tornare in una logica di comportamenti sani, che non siano dettati dall'ansia. Una psicoterapia ben fatta garantisce risultati in breve tempo: entro sei, otto mesi si deve vedere un cambiamento, altrimenti vuol dire che quella psicoterapia non è quella giusta». Ma qual è il disturbo più difficile da affrontare? «Di certo il disturbo ossessivo-compulsivo — risponde Bellodi, che presiede il comitato scientifico dell'Associazione Fuori dalla Rete per aiutare i pazienti ossessivo-compulsivi —. Ha caratteristiche un po' diverse dagli altri e si è anche ipotizzata una reale compromissione di alcune strutture cerebrali. Tuttora non riusciamo a risolvere quattro casi su dieci. Ma in tutti gli altri disturbi le cure sono quasi sempre risolutive: purtroppo, non tutti i pazienti l'hanno ancora capito. E questo è forse l'equivoco peggiore sui disturbi d'ansia». Elena Meli, corriere.it

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