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Locali pubblici, bar e ristoranti. Il divieto di fumo non è un obbligo

di Adele Sarno, repubblica.it salute Il Consiglio di Stato ha confermato una sentenza del Tar: la multa per chi fuma resta ma il gestore del locale non è tenuto a far rispettare la norma. La legge Sirchia piace a nove italiani su dieci. Gli esperti avvertono: "Fumo in crescita soprattutto  tra i giovani, i baby-smoker la vera emergenza"   Il divieto di fumo resta, ma i titolari dei bar non sono obbligati a farlo rispettare. Una disposizione del Consiglio di Stato ha creato confusione, annullando una circolare in cui si leggeva che erano proprio i gestori degli esercizi a dover imporre la norma antifumo nel proprio locale. Come è possibile?  Nell’agosto del 2005 una sentenza del Tar del Lazio aveva dato ragione a un esercente che era stato sanzionato per aver omesso di far rispettare il divieto. Il tribunale amministrativo aveva annullato la circolare del ministero della Salute nella parte in cui si imponeva ai gestori ‘l’obbligo di richiamare i trasgressori all’osservanza del divieto di fumare’. Oggi il Consiglio di stato ha confermato quella sentenza, annullando così una disposizione attuativa della Legge antifumo. A quasi cinque anni dall’entrata in vigore della Legge Sirchia, che impone il divieto di fumare nei locali pubblici, cambia qualcosa. La multa per chi fuma resta, ma il delatore deve essere un cliente che, infastidito dalla presenza della sigaretta accesa, segnali la trasgressione ai vigili urbani. «Non si temono contraccolpi – chiarisce Piergiorgio Zuccaro, direttore dell’Osservatorio Fumo, Alcol e Droga dell’Iss – il divieto viene rispettato da tutti e perfino otto fumatori su dieci si sono detti favorevoli alla norma, che non è in discussione. Insomma è un vizio di forma che non impone ai gestori di pagare per una trasgressione di cui non sono responsabili. Non è detto però che la situazione resti invariata. Dal ministero della Salute si potrebbe optare per una nuova legge».NOVE ITALIANI SU DIECI SODDISFATTI DELLA LEGGE SIRCHIAAttualmente nel nostro Paese fuma il 25,4% delle persone con più di 15 anni. Tradotto in cifre significa che 13 milioni di italiani hanno un pacchetto di sigarette e l’accendino sempre a portata di mano. Eppure secondo un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), condotta in collaborazione con la Doxa, l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri e la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, nove persone su dieci sono contente della legge antifumo, mentre i fumatori soddisfatti sono otto su dieci.   «Questo ci fa ben sperare – continua Zuccaro – nonostante non diminuisca il numero di chi fuma, è importante che gli amanti delle bionde cerchino di evitare di imporre il fumo passivo a chi non ha il vizio». IL PROBLEMA? I BABY SMOKERIl 2009 ha fatto registrare un aumento dei fumatori e la crescita è più marcata tra le donne e nelle fasce giovanili. L’età media di iniziazione è pari a 18 anni ma con il passare del tempo si è abbassata sempre di più. Mentre i fumatori di 65 anni e oltre hanno dichiarato di aver provato la prima sigaretta a 20 anni, quelli di oggi ammettono di avere acceso una sigaretta a 16. «La presenza dei baby-smoker è la vera emergenza – continua Zuccaro – si deve insistere ed evitare di vendere le sigarette ai minorenni. Bisogna eliminare ciò che costa poco dal mercato: via le sigarette da 10, mettiamo le immagini sui pacchetti, così come raccomanda l’Oms. Sono tutte iniziative che non costano nulla allo Stato e che ricadono sui conti dell’industria del tabacco».Non dimentichiamo i danni che i fumo provoca. «È un veleno costante per il nostro organismo – continua Zuccaro - migliaia di morti per cancro sono dovute al fumo di tabacco. Nel tabagista il carcinoma polmonare ha una frequenza di 20 volte superiore che non tra i non fumatori e circa il 90% di tutte le patologie cancerose polmonari riguarda i fumatori di sigarette. Le probabilità di ammalarsi di questa patologia aumentano di 10/15 volte fumando 20 sigarette al giorno e di 5 volte già con 10 sigarette».IMPARARE A SMETTEREGarantire l’accesso gratuito ai centri di disassuefazione per i più giovani, introdurre i trattamenti per smettere di fumare nei Lea, sostenere quegli interventi mirati alla rimborsabilità dei farmaci efficaci, aumentare il coinvolgimento della classe medica e soprattutto destinare maggiori risorse economiche a sostegno di interventi per la lotta al tabagismo. «Sono tutti interventi fondamentali – conclude l’esperto – per limitare l’abitudine al fumo. Un vizio che costa 80mila vite all’anno solo in Italia».

 

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