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"In quegli occhi ho rivisto Pantani"

All'ultimo campionato del mondo a Mendrisio, l'incontro del nostro Eugenio Capodacqua con Franck Vandenbroucke, morto lunedì in Senegal per cause ancora misteriosedi EUGENIO CAPODACQUA, repubblica.it "In quegli occhi ho rivisto Pantani"ROMA - A Mendrisio, ultima edizione dei mondiali di ciclismo, era lì a due passi, diligentemente in fila al self service della sala stampa. Bello, elegante, sorridente, che quasi non sembrava quello che aveva già da anni sulle spalle la terribile "scimmia". La realtà spesso inganna e mai come questa volta ha tratto in inganno chi ha avuto occasione di vedere e parlare con Franck Vandenbroucke. Uno dei più grandi talenti inespressi del ciclismo belga e mondiale è stato trovato morto in un albergo del Senegal e le cause della sua morte sono ancora sconosciute. Secondo i "media" belgi si tratterebbe di embolia polmonare, ma tutto è ancora nebuloso. Una persona del suo entourage ha dato l'annuncio nella tarda serata di ieri: "Franck è stato trovato morto in una camera di albergo in Senegal, dove era in vacanza. Le circostanze del decesso non sono note". Accanto al corpo senza vita di Frank Vandenbroucke sono stati trovati tranquillanti ed insulina: i medicinali erano sul comodino. Frank Vandenbroucke aveva 34 anni, la stessa età di Marco Pantani, il popolare "Pirata" del ciclismo nostrano, finito miseramente in uno squallido residence di Cesenatico a causa di una overdose di cocaina. Talento e disperazione per entrambi. Forza e qualità fisiche da vendere sui pedali; fragilità e debolezza assoluta come carattere. Entrambi erano dentro la terribile spirale della droga. Amavano entrambi il ciclismo, ma in modo diverso. Per Franck era probabilmente il miglior momento di evasione dal peso della quotidianità. Per Pantani un modo per affermarsi di cui probabilmente avvertiva il peso. Di Franck si erano perse le tracce da tempo, sommerso dai problemi di doping prima e droga poi, quando fu sorpreso nel lombardo a correre una gara di cicloamatori sotto falso nome. Accadeva tre anni fa e sembra un secolo. Fu quell'episodio che convinse Palmiro Masciarelli, ex gregario di lusso ai tempi di Moser e oggi alla guida dell'Acqua & Sapone Mokambo, a prendersene cura. Lo chiamò a casa sua, lo trattò come un figlio, lo mise accanto ai suoi figli (tutti corridori). Ma non servì a nulla. Un brutto giorno fu chiamato al telefono: Franck aveva tentato il suicidio. Per l'ennesima volta. Era il 2005 l'anno drammatico della separazione dalla moglie Sabrina e dalla figlia. "Sono andato a cercare la bottiglia di vino più cara della mia cantina, un Chateau Petrus 1961, ed ho brindato alla mia vita. Avevo chiesto consiglio ad un medico: con l'insulina volevo farla finita", aveva scritto nella sua autobiografia, pubblicata un anno fa. Nel 2004 fu salvato dalla madre; si era messo a letto con la maglia iridata, un obiettivo che aveva nel cuore e che probabilmente avrebbe raggiunto se non fosse stato travolto dalle tempeste del suo carattere debole e vulnerabile. La classe c'era tutta: nel 1999 a Verona finì 7° nonostante avesse i polsi fratturati! Vincitore della Parigi-Bruxelles a soli 21 anni e della mitica Liegi-Bastogne-Liegi nel 1999 a 24 (oltre ad altre 53 gare), aveva conosciuta una rapida ascesa prima di essere bloccato da casi di doping e poi da problemi esistenziali. Lo stesso anno della "Liegi" era stato sospeso dalla sua squadra, la Cofidis, per il coinvolgimento nella vicenda del dottor Saiz, il tristemente noto "Dottor Mabuse". Poi fu sospeso sei mesi per uso di prodotti dopanti. Una triste altalena fra gloria e disonore. E in mezzo, l'immancabile depressione. In Belgio lo ritenevano l'erede del grande Eddy Merckx. Poi era piombato nella più nera crisi autodistruttiva. A Mendrisio, compagno di colazione, aveva ammesso di sentirsi meglio. Ma gli occhi avevano quel languido sottofondo di chi sa di non dire tutta la verità. Lo stesso atteggiamento dolce e disperato di Pantani in quell'albergo del Piemonte al Giro 2003, l'ultimo della sua carriera ciclistica, quando fissò il sottoscritto e il collega Leonardo Coen con sguardo disperato. Fu un attimo, una palese richiesta di comunicare, di uscire di prigionia. Anche di fronte a chi ne aveva dipinto con pari energia la gloria e i tormenti di sport e di vita. Ma non ci fu tempo per andare avanti, fu portato via dai suoi, travolto ancora una volta dal quotidiano. Con Franck era diverso. Più aperto e sociale in superficie, il talento belga recentemente era alla ricerca di una squadra per la prossima stagione. Aveva detto di voler tornare alle gare, voleva tornare a vincere. Sapeva di averne le qualità. La corsa lo aiutava a vivere. A Mendrisio, dove aveva seguito i mondiali come consulente del giornale Het Newsblad, aveva chiesto all'italiano Aldo Sassi, l'allenatore di Ivan Basso e dell'iridato Cadel Evans, di rimetterlo in forma. "Franck è in buona forma fisica e si sente bene anche mentalmente" aveva detto Sassi alla Gazzetta dello sport. "A 34 anni, non sarà semplice trovare una nuova squadra perché tutti penseranno che i vecchi demoni risorgeranno con me" aveva risposto Franck Vandenbroucke. "Vado presto in vacanza in Senegal. Entro la fine di ottobre, spero di inserirmi in una nuova formazione"."Sapevamo che Frank non stava bene - ha detto all'Equipe, Jean Luc Vandenbroucke, lo zio ex corridore e direttore sportivo - era soggetto ad alti e bassi di umore. Temevo un tale epilogo, ma non ho ancora particolari per quanto riguarda la causa della morte".

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