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Generalmente la cocaina si trova sotto forma di polvere bianca, cristallina e inodore, dal sapore amaro. Non è mai pura, è sempre tagliata con altre sostanze: una dose presenta mediamente non più del 50-60% di cocaina, per cui gli effetti e la tossicità (sempre maggiore nelle droghe spacciate) variano a seconda delle sostanze di taglio. Vista la facilità di tagliare una semplice polvere bianca, esistono report di casi in cui la presenza effettiva di cocaina non andava oltre il 10%.

Gli effetti della cocaina sono molto soggettivi, variano secondo la purezza della dose, dallo stato psico-fisico della persona e dal contesto. Sono condizionati inoltre dalla modalità di assunzione, dalla velocità d’assorbimento della sostanza. La cocaina, agendo come stimolante del Sistema Nervoso Centrale, determina principalmente un aumento della lucidità mentale, una riduzione della sensazione di fatica, una diminuzione dell’appetito ed ha spesso un’azione complessiva di tipo euforizzante. Sensazione di benessere, aumento di sicurezza e di fiducia...

I metodi di datazione applicati su reperti archeologici scoperti nelle Ande centrali, testimoniano come l'uomo abbia cominciato a masticare le foglie di coca, da cui si estrae la cocaina, in epoche precedenti al 2500 a.C. La pianta della coca ha avuto un'importanza enorme per tutte le civiltà andine. Ciò è testimoniato dal fatto che essa era protagonista principale di tutti i moltissimi miti d'origine con i quali si raccontavano le vicende leggendarie della fondazione delle varie civiltà andine. La coca costituiva inoltre la pianta per...

La cocaina sta conoscendo una peculiare quanto rapida diffusione. Nel nostro paese rispetto al 2001, secondo le stime del Ministero*, il numero di coloro che ne hanno fatto uso nell’ultimo anno è raddoppiato, raggiungendo il 6,7% della popolazione, con la concentrazione più elevata nella fascia 25-34 anni di età. Il fare uso di cocaina ha perso un po’ di quell’alone distintivo che ne faceva un esclusivo divertissment d’elite, una sostanza da ricchi, penetrando nella vita di migliaia di persone, in fasce di popolazione spesso non “...

Novità cocaina

Ictus, una patologia in crescita fra le donne.

Spesso per l'effetto combinato di fumo e pillola contraccettiva, ma anche chi utilizza droghe è poiù espsoto: cocaina, eroina, amfetamina, ecstasy e perfino l’hashish accrescono la probabilità di ictus, spesso perché provocano sbalzi di pressione molto pericolosi per le arterie cerebrali

Anziano, maschio. Nell’immaginario collettivo è questo il ritratto del paziente colpito da ictus. Invece non è così, al contrario: negli anziani grazie a una migliore prevenzione il numero di casi sta pian piano calando, mentre è in crescita fra i giovani e le donne e, stando alle statistiche, al di sotto dei 55 anni l’incidenza di ictus è pari a 60 vittime ogni 100mila abitanti. Il problema, insomma, non è più una rarità prima della vecchiaia e la colpa è in parte dello stile di vita, nettamente peggiorato: fumo, sedentarietà e diete scorrette hanno aumentato il numero dei giovani adulti con fattori di rischio per l’ictus come sovrappeso, colesterolo e pressione alta. Ma non è solo questo, come spiega Giuseppe Micieli, direttore del Dipartimento di Neurologia d’Urgenza dell’Istituto Neurologico Mondino di Pavia: «I traumi a testa e collo, ad esempio, aumentano il pericolo di ictus soprattutto nei giovani provocando la cosiddetta “dissecazione” delle arterie: il vaso si “stira”, il rivestimento interno si scolla dalla parete e chiude il lume. Può accadere in seguito a incidenti stradali, traumi durante la pratica di uno sport, perfino dopo manipolazioni cervicali troppo intense per la chiropratica. Anche l’esercizio fisico eccessivo può incrementare il rischio, così come l’uso di droghe».

«Cocaina, eroina, amfetamina, ecstasy e perfino l’hashish accrescono la probabilità di ictus, spesso perché provocano sbalzi di pressione molto pericolosi per le arterie cerebrali - conferma Carlo Gandolfo, neurologo dell’Università di Genova -. L’ictus si manifesta perfino nei bambini: sono casi per fortuna rari, associati in genere a malattie genetiche o cardiopatie congenite, che però arrivano tardi dal medico proprio perché non ci si immagina che l’ictus possa riguardare un bimbo». Lo stesso vale per le donne, che si sentono erroneamente al sicuro da questa malattia: a scorrere i numeri pare vero il contrario, perché l’ictus uccide due volte di più rispetto al tumore al seno, temutissimo da tutte. «Quattro donne su dieci non sono preoccupate dalla possibilità di andare incontro a un ictus, eppure hanno una probabilità di svilupparlo più alta degli uomini per numerosi motivi - spiega Antonia Nucera, neurologa della Stroke Unit dell’Ospedale Sant’Andrea di La Spezia e rappresentante italiana della World Stroke Organization -. Le giovani fumatrici, ad esempio, sono ad alto rischio perché nel sesso femminile il metabolismo della nicotina è più veloce e le sigarette hanno effetti particolarmente nocivi sui vasi sanguigni e la pressione, tanto che nella donna una sigaretta fa danni quanto cinque nell’uomo. Se a questo si aggiunge l’uso della pillola contraccettiva, che aumenta sensibilmente la probabilità di formazione di trombi, il pericolo cresce ulteriormente e si impenna fino a 30 volte se a tutto ciò si somma l’emicrania con aura, un altro fattore di rischio per l’ictus soprattutto prima della menopausa».

 

 

 

Pericolosa anche l’ipertensione in gravidanza, che andrebbe evitata in ogni modo; chi ne ha sofferto dovrebbe poi essere monitorata attentamente negli anni successivi, perché la pressione alta è il fattore di rischio più rilevante per gli eventi cerebrovascolari. Passata l’età fertile la probabilità di ictus sale ancora perché viene meno l’effetto protettivo degli estrogeni sul sistema cardiovascolare e la pressione dopo i 50 anni cresce più nelle donne che negli uomini. «Con la menopausa aumenta anche il rischio di obesità e di accumulo di grasso viscerale, la cosiddetta “pancetta”: il girovita dovrebbe rimanere al di sotto degli 80 centimetri e comunque mai superare gli 88, oltre la probabilità di ictus diventa molto alta - spiega Nucera -. Man mano che l’età aumenta, poi, è sempre più comune la fibrillazione atriale, un’aritmia che favorisce l’ictus e che in alcune provoca palpitazioni, ma a volte è del tutto asintomatica: sarebbe perciò opportuno valutarne l’eventuale presenza con uno screening dopo i 70-75 anni, come consigliano le nuove linee guida per la prevenzione dell’ictus nelle donne appena pubblicate sulla rivista Stroke. Una prima idea tuttavia si può avere tuttavia anche da sole, rilevando la pulsazione del sangue al polso: un battito irregolare si può “sentire” anche se non si è un medico».

Le donne, poi, sono a rischio pure perché trascurano i segnali dell’ictus, spesso un po’ diversi rispetto a quelli “classici”: sottovalutano i mal di testa anche se forti e improvvisi, non badano a disturbi di coscienza, trascurano le palpitazioni indice di fibrillazione atriale. Così arrivano tardi alle cure mediche, in condizioni peggiori rispetto agli uomini, finendo per avere esiti più gravi. «E sono colpite dalla depressione post-ictus ancora più dei maschi: spesso sono sole, non accettano facilmente di non essere più autonome e perdono la motivazione a curarsi. Alle donne vittime di ictus serve perciò un’attenzione “speciale” e quasi sempre anche un supporto psicologico», conclude la neurologa.

www.corriere.it/salute/cardiologia/14_febbraio_28/ictus-patologia-crescita-le-donne-66146842-a07d-11e3-b6e1-915c31041614.shtml

“El Chapo” ammette di avere ucciso “due o tremila persone”

 Mille persone. E’ questo il margine di errore nella macabra conta dei morti di “El Chapo“, al secolo Joaquin Guzman, re dei narcos messicani arrestato sabato 22 febbraio dopo tredici anni di latitanza. Il capo del Cartello Sinaloa ammette di avere sulla coscienza 2 o 3 mila persone.

Sono i primi dettagli, riportati da alcuni media messicani, che emergono dopo la cattura da parte della Marina messicana di “El Chapo” (il Tarchiato), preso all’hotel Miramar di Mazaplan, località di mare nello stato di Sinaloa. Alcune fonti raccontano che al momento dell’arresto il boss si trovava con la moglie, l’ex miss Emma Coronel e le figlie gemelle. Gli agenti hanno raccontato che il l’uomo, come un perfetto padrino siciliano, ha avuto un comportamento “tranquillo e rispettoso”. Secondo alcuni media la moglie Emma Coronel, 24 anni, non è stata arrestata per mancanza di prove. Il capo del cartello di Sinoloa e la Coronel si sono conosciuti otto anni fa, precisano i media locali, ricordando che la donna proviene da una famiglia di trafficanti.

Il Cartello di Sinaloa è tra i più coinvolti nella guerra della droga che ha insanguinato il Messico negli ultimi anni. Il suo regno era esteso negli Stati Uniti, in Canada, in Australia e in Europa. L’organizzazione creata da “El Chapo” è stata la prima con una struttura criminale-imprenditoriale e la prima a gestire direttamente la raccolta, il traffico e la distribuzione della cocaina, della metanfetamina e della marijuana che dal Sud e dal Centro America inonda i mercati Nord Americani. “El Chapo” è stato il primo a soppiantare il primato dei narcos colombiani, accumulando, in dieci anni, un patrimonio che si aggira intorno al miliardo di dollari. Anche per questo era considerato la primula rossa che si è aggiudicato la vetta della lista dei criminali più ricercati dalla Dea americana. Tredici anni di latitanza: da quando nel 2001 riuscì ad evadere dal carcere di massima sicurezza di Puente Grande – dove viveva come un nababbo – nascosto in un furgone della biancheria sporca ed evitare la condanna a 20 anni; fino allo scorso sabato, quando la sua carriera è finita, ammanettato tra due agenti della Marina. Uno squarcio di tempo che ha fatto lievitare sulla sua testa una taglia di cinque milioni di dollari. Una cifra che potrebbe aver fatto gola a qualcuno.

Intanto i suoi legali hanno chiesto a un tribunale un’ingiunzione contro un’eventuale richiesta di estradizione negli Stati Uniti. Lunedì 24 febbraio Guzman è stato accusato formalmente di violazione delle leggi sul traffico di droga in Messico e prima di valutare eventuali richieste di estradizione le autorità messicane dovranno decidere se rinnovare altre accuse contro di lui. Il portavoce del dipartimento della Giustizia Usa, Peter Carr, ha detto che l’eventuale estradizione di El Chapo “sarà l’oggetto di ulteriori discussioni tra gli Stati Uniti e il Messico”.

www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/25/droga-el-chapo-ammette-di-avere-ucciso-due-o-tremila-persone/894113/

il principale importatore di cocaina negli USA

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Non è semplice uscirne

Ciao,

nn sò gestirmi sono piena di buoni principi ma poi ricado sempree nei soliti errori.

Vengo da una famiglia dove, mio padre è un narcisista compulsivo, mio fratello un maniaco depressivo grazie a loro mia madre una poverta vittima che se l'è sempre rifatta con me.

Pensavo di essermi salvata mentre in realtà circa 15 anni fà per gioco ho provato la coca,

per i primin 5 anni anni io ed il mio ex marito ne avremo usata la bellezze di 5 gr in 5 anni....

il problema sorge quando mi sono separata dove ho toccato il fondo ho finito tutti i soldi rubavo nei negozi di mio padre per fumarla. Un fidanzato che mi picchiava quando era in calo... morale sono dovuta tornare a casa di mia madre, subendomi a capo basso tutte le offese le botte di lei e dio mio fratello da li sono ripartita mi sono ripresa un appartamento mi sono rifatta la mia vita lontana da loro ma nn riesco a liberarmi da questo fidanzato che mi prosciuga nn mi da niente ma io lo tengo li nn so a far cosa poi visto che nn mi da niente.....

Come posso fare a mandarlo via che atteggiamento devo avere?!?!

Grazie

 

 

 

 

 

Scorsese: sesso, droga e blue chips. Wall Street è come animal house

 Spassosissimo, farsesco, esorbitante. The wolf of Wall Street è una promessa ampiamente mantenuta. Nuovo capitolo di una trilogia ideale che comprende Quei bravi ragazzi e Casinò, il nuovo arrivato è una commedia degli eccessi che, degli altri due, condivide il respiro da ritratto corale, la struttura bipartita “ascesa/caduta” dell’eroe e la voce narrante che ci guida nei meccanismi della truffa nonché in 3 ore di cinema sommamente gustose. Ma qui la mafia lascia il posto alla finanza e gli anni Ottanta soppiantano i Sessanta-Settanta col risultato che la parabola epocale diventa assai meno tragica e molto più ridicola. Ovvero, con la bulimia di Jordan Belfort (Oscar subito a Di Caprio) e il suo desiderio di toccar tette a caso, sniffare qualsiasi cosa, impazzire di gioia per aver trovato sonniferi fuori commercio e fare una montagna di soldi da – letteralmente – buttare nel bidone, abbiamo aspirato anche tutti i significati. Siamo al potlach terminale. Alla devastazione di un senso che sia uno, se non la ripetuta messa in scena del nulla chiamato denaro, o sogno americano, ovvero l’unico modo assoluto, inconfutabile, di stare al mondo.  

I personaggi di questo strepitoso film sembrano usciti da Porky’s più che dal cinema di Oliver Stone.Come i protagonisti di Quei bravi ragazzi e Casinò non vengono dai piani alti della società, altrimenti sarebbero American Psycho. Sono gli outsiders che si vogliono divertire, vivere alla grande, voglio essere sballati, scopare e guadagnare milioni per case faraoniche o diamanti enormi da regalare a fidanzate-mogli cornificate con qualsiasi prostituta passi in ufficio. Che è un postribolo in cui si torna uomini delle caverne e si lavora pochissimo ma in compenso si organizzano feste con nani volanti, mignotte e majorette. Perché siamo a cavallo dei Novanta, quando la ricchezza immateriale era esplosa e alla fine – per dirla con la battuta più semplice e folgorante di Di Caprio che parla a noi, ovvero ai posteri – se non l’avete vissuto “mi dispiace per voi: siete stati sfigati”. In un questa girandola colorata, piena di toni diversi e tutti perfettamente al loro posto – la sequenza del Lemmon 714 non sfigurerebbe in Una notte da leoni – Scorsese racconta la fame senza oggetto, l’accumulazione inesauribile, la grande abbuffata il cui unico vero scopo è poter affermare “Voi tornate a casa in metro dalle vostre brutte e inutili mogli, mentre io sul mio yacht mi faccio leccare il caviale sulle palle”.

Ritmo a catinelle, carrellate con musica generosamente dispiegata, un Di Caprio stratosferico, mitragliate di idee e dettagli che fanno la differenza. C’è una scena fatta di bicchieri. Bicchieri da cui, in ralenti, tracima whiskey su tavoli da biliardo, su pillole bianche, bicchieri che cadono da parapetti in lussuose ville vomitando liquidi che non riescono a contenere. Ci sono momenti programmatici, come l’incontro al ristorante con Matthew McConaughey, primo mentore del nostro verso la perdizione del dollaro, che per discorsi, gestualità e assurdità resta un totem per l’intero film. C’è il gusto di piazzare pure una scena catastrofista in mare aperto in cui, avendo paura di morire, l’unica premura di Di Caprio è rischiare ancor di più la vita per cercare droga e non crepare sobrio (e c’è qualcosa di Tarantino). Teatro surreale, palcoscenico di autodistruzione dove le donne sono figa e il rapporto conviviale tra maschi una roba che in confronto John Belushi era una novellina, The wolf of Wall Street non ha bisogno di esibire una morale. Che Jordan Belfort sia uno che rapina il prossimo è evidente. Che sia un tossicomane del denaro ce lo dice subito lui. È mosso da pulsione marcia, è una canaglia, ma è anche abile ed è ne seguiamo le gesta. Come i mafiosi e i gangster tanto cari al regista.

Però qui Scorsese è libero da tragicità incombenti, dall’eroina killer di Sharon Stone e dai sentimenti ancora vivi di De Niro, dalla trasgressione mal tollerata di Ray Liotta e dalla morale seppur violenta di Brooklyn. Col risultato che The wolf of Wall Street sembra a tratti la versione classica e composta dell’incubo Spring breakers di Harmony Korine.

www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/25/scorsese-sesso-droga-e-blue-chips-wall-street-e-come-animal-house/856889/

Cocaina. Nuove cure contro dipendenza

Ricercatori americani hanno identificato un nuovo meccanismo molecolare con cui la cocaina altera i circuiti di ricompensa del cervello e provoca cosi' la dipendenza. I risultati dei loro studi sono stati pubblicati on line sui 'Proceedings of the National Academy of Sciences'. Eric Nestler e i colleghi del Mount Sinai Hospital hanno condotto un trial preclinico che rivela come un enzima e un gene influenzino il circuito di ricompensa chiave nel cervello, agendo in particolare sul nucleo accumbens. In un modello murino, il team ha scoperto che la somministrazione di cocaina aumenta i livelli dell'enzima chiamato Parp-1, che a sua volta provoca influenza anche i geni nel nucleo accumbens, contribuendo a creare la dipendenza dalla droga. E' la prima volta che il Parp-1 viene collegato con la dipendenza da cocaina: finora era studiato come trattamento del cancro. "Questa scoperta fornisce nuovi indizi per lo sviluppo di farmaci anti-dipendenza", assicura Nestler, che con il suo team di ricerca sta usando l'enzima Parp per identificare altre proteine regolate dalla cocaina. Successivamente, i ricercatori hanno anche identificato quali geni sono alterati attraverso i cambiamenti epigenetici indotti da Parp-1. C'e' ad esempio il 'Sidekick-1', mai studiato fino a oggi nel cervello ne' in relazione all'esposizione a cocaina. Utilizzando un sistema di trasferimento genico virale per sovraesprimere il Sidekick-1 nel nucleo accumbens, gli investigatori hanno verificato che questo aumenta non solo gli effetti gratificanti della cocaina, ma ha anche indotto cambiamenti nella morfologia e nelle connessioni sinaptiche dei neuroni in questa regione del cervello, legata alla ricompensa. La ricerca apre dunque a una nuova direzione per il trattamento della dipendenza da cocaina, urgentemente necessaria considerando che i soli dati del Us National Institute of Drug Abuse rivelano che quasi 1,4 milioni di americani soddisfano i criteri per essere definiti dipendenti da questa sostanza stupefacente.
 

fonte: ADUC DROGHE

Pakistan. La devastazione dell'eroina sulla rotta dei trafficanti. E la cocaina...

 

 Tra due camion su una vecchia ferrovia abbandonata di Karachi, costellata di rifiuti incandescenti, alcuni adolescenti “si fanno” sotto gli occhi stanchi di bambini che stanno andando a scuola. Punto di smistamento dell'eroina afghana, il Pakistan e' diventato dipendente a questo oppiaceo nel bel mezzo di una epidemia di Aids. E la situazione non fa che aggravarsi con la produzione record di oppio di quest'anno (5.500 tonnellate), ingrediente base dell'eroina, nei campi afghani proprio prima del ritiro delle forze Onu previsto per il 2014. L'Afghanistan produce il 90% dell'oppio mondiale. E circa la meta' della produzione transita attraverso il Pakistan prima di essere esportata clandestinamente in Europa o Asia, nascosta essenzialmente in grandi container che partono da Karachi, porto tentacolare di 20 milioni di abitanti sul mar d'Arabia.
Ma la droga non solo passa attraverso il Pakistan: una parte ci resta e aggrava le ferite già aperte della miseria. Il Paese, 180 milioni di anime, conta ormai piu' di un milione di consumatori di eroina, la meta' dei quali la assume per via endovenosa. “A Karachi trovate tutta la droga che volete”, dice Shahzad Ali, con lo sguardo da folle e la mano sinistra gonfia per le continue iniezioni. Come altri, cammina barcollante sulla vecchia ferrovia del quartiere Musa Colony dove dei giovani abitualmente “si fanno” vicino a monticelli di immondizia ancora fumante che altri disgraziati selezionano in cerca di tutto cio' che potrebbe essere consumato o rivenduto. Seduto dietro la finestra della sua clinica mobile, Mohammad Imran distribuisce, per conto dell'ONG Pakistan Society, delle siringhe nuove ai drogati. Ex-ricercatore tra i rifiuti e rivenditore, ha fatto anche lui il medesimo percorso durante gli ultimi anni, travestito da donna, prima di smettere. “Io sento cio' che loro sentono, io comprendo i loro problemi”, dice con un soffio di voce questo cinquantenne testimone della crescita dell'eroina nei quartier sfavoriti dove una dose costa oggi solo 50/100 rupie (35/50 centesimi di euro), una piccolissima parte di quanto costa in Occidente. “Il Pakistan, Paese di transito, e' diventato nel corso del tempo un consumatore”, conferma Cesar Guedes, capo dell'agenzia Onu di lotta contro la droga (Unodc) in Pakistan. “I trafficanti sono pagati in contanti e poco”, spiega. 
Scambi di siringhe e Aids, un cocktail tossico
Se Imran si e' bucato per venti anni, oltre a battere il marciapiede, non si e' mai contagiato con l'Aids, e per questo ringrazia il cielo. Il virus non ha fatto altrettanto con Tarek Abbas, eroinomane con le guance scavate, un respiro rauco come granulare, a guisa di voce. Diagnosticato come sieropositivo da due anni, oggi conduce la sua vita come un fardello tra le strade di Karachi. “La mia famiglia mi ha abbandonato, le persone non vogliono piu' sedersi con me... vorrei semplicemente suicidarmi, ma e' 'haram', un peccato per l'Islam”,  confida. Tarek non e' solo. Nel “Paese dei puri”, circa il 30% degli eroinomani per via endovenosa e' sieropositivo, una delle percentuali piu' alte al mondo, rispetto all'11% del 2005. Per tentare di far fronte alla crisi, alcune ONG distribuiscono siringhe nuove nei quartieri poveri di Karachi. “All'inizio le persone dicevano che promuovevamo la droga, ma poi hanno compreso che gli eroinomani trovano sempre un modo per avere la loro dose fissa”, spiega la dottoressa Maria Atif, piccola donna luminosa col viso circondato dal velo che lavora con la Pakistan Society. Alcuni eroinomani passano ogni giorno nei loro uffici per rifornirsi di siringhe e preservativi, lavarsi, bere del té e concedersi una pausa salutare prima di ributtarsi nei meandri di una citta' in preda a tutti i traffici che fanno guadagnare una sanguinante guerra di bande.
Eroina contro cocaina, il “new deal”
All'ombra di questa situazione di crisi, Karachi e' diventata, nel corso degli ultimi anni, il teatro di un nuovo crocevia tra l'eroina afghana destinata ad Europa ed Asia, e la cocaina importata dall'America del sud. Nel 2010, le autorita' pakistane hanno sequestrato per la prima volta della cocaina, ben 226 chili, che ha dato fiato alle voci di una collaborazione tra i cartelli latino-americani e i baroni pakistani della droga, come i talebani che si finanziano in parte con questo traffico. Eroina e cocaina arrivano in sacchi grossi e si incrociano nel porto di Karachi. “Si tratta di un baratto?”, si domanda Akbar Khan Hoti, capo dell'unita' antidroga del ministero dell'Interno. Nel primo porto del Pakistan, le dogane locali dispongono di un solo cane da sniffo per la droga, secondo quanto dicono alcune fonti interne, e mancano incredibilmente degli scanner giganti in grado di filtrare il contenuto dei 3.000 container che vi transitano quotidianamente.
Dall'inizio dell'anno, “piu' di una tonnellata di cocaina”, secondo Hoti, e' stata sequestrata nel porto di Karachi, indice di una crescente domanda per la polvere bianca nel “Paese dei puri”. Ed ogni fine settimana, tra i ricchi di Karachi, alcuni giovani pakistani fiutano delle linee di coca durante alcune feste d'élite o degli incontri in piccoli gruppi. “La cocaina e' definitivamente di moda, soprattutto presso i giovani di 25/35 anni, che cercano evasione. Non hanno altro da fare”, assicura Hussain (nome di fantasia, ndr), un giovane quadro tornato da qualche anno in Pakistan dopo aver studiato all'estero. “Da qualche anno, il consumo di cocaina e di anfetamine ha il vento in poppa presso i ricchi”, conferma un alto responsabile pakistano della lotta antidroga. A piu' di 10.000 rupie al grammo (70 euro), l'equivalente di un mese di salario minimo, i miraggi della cocaina restano inaccessibili a chi cammina a piedi nudi, dimostrazione della netta separazione tra classi sociali in un Paese a livelli feudali dove ognuno scappa dalle proprie opposte realta', che si incrociano senza mai toccarsi.

(articolo di Guillaume Lavallée del 15/12/2013, per l'agenzia France Press - Afp)

Roma. Polemica sulla campagna contro la droga di Act

 Sul manifesto lo slogan "molto meglio lo zucchero della cocaina", riferimeno allo zucchero a velo del pandoro. Il sindaco: "L'agenzia è in via di chiusura". E i lavoratori protestano

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È un vero e proprio polverone, è il caso di dirlo, quello scoppiato sulla campagna natalizia contro la droga, lanciata dall'Act, Agenzia Capitolina sulle Tossicodipendenze. Il manifesto allude provocatoriamente alla somiglianza fra lo zucchero a velo del pandoro e la cocaina, con il protagonista della scena davanti a un tavolo cosparso di polvere bianca che, compiaciuto, sceglie il primo al grido di "Molto Meglio". Una campagna forte, non c'è dubbio, che però ha diviso la rete andando a scatenare le ire dello staff della comunicazione del Campidoglio ma soprattutto degli antiproibizionisti di sinistra. Questi ultimi sui social network hanno chiesto spiegazioni al sindaco. A un follower indignato su Twitter, il primo cittadino ha risposto prendendo le distanze: "Il manifesto non mi piace per niente ed è stato realizzata autonomamente dall'Act”. Stessa linea del capogruppo di Sel, Gianluca Peciola: “Con questa campagna di pessimo gusto punta chiaramente al suo scioglimento”.

Ed è proprio quest’ultimo il punto che ha scatenato le più forti polemiche. Il primo cittadino, infatti, ha chiuso il suo tweet affermando che l'organismo diretto da Massimo Canu è "un'agenzia in via di chiusura". Affermazione, questa, che ha scatenato ulteriori polemiche fra centrodestra e centrosinistra, da sempre ideologicamente divise sul tema della lotta alla droga. Ma soprattutto ha messo in allarme circa 180 lavoratori, alcuni dei quali oggi pomeriggio hanno effettuato un blitz in Consiglio comunale: “Vogliamo lavorare con Marino, contro la droga. Non può trattarci in questa maniera. No alla droga, sì al lavoro”.

www.iltempo.it/roma-capitale/2013/12/19/polemica-sulla-campagna-contro-la-droga-di-act-1.1200494

Milano, più cocaina e meno cannabis: allarme anche per i baby consumatori

 
di Marta Abbà - Duemila dosi di cocaina in più, giornaliere, nella sola Milano, dal 2011 a 2012, ma crolla la cannabis, di quasi 10mila dosi quotidiane, mentre l’eroina resta stabile attorno alle 1200. 
 


Leggo.it
- È l’andamento del consumo di sostanze stupefacenti nel capoluogo emerso dall’elaborazione dei dati sulle acque reflue i cui risultati sono stati presentati in occasione del convegno «L’Italia primo paese europeo a dotarsi di una strategia smart drugs», all’istituto Mario Negri di Milano.
Mentre in 12 mesi la cocaina sale dalle 11mila alle 13mila dosi consumate al giorno e la cannabis scende dalle 62mila alle 53.200, Milano mostra più di tutto il resto d’Italia una propensione al consumo di ecstasy e di ketamina.


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Contenuto Redazionale Don Armando Zappolini: "Ci risiamo, Serpelloni, anche senza Giovanardi, dà un'altra volta i numeri"

"Non tutti condividono l'atteggiamento punitivo del Governo, non tutti si mettono in riga!!

ROMA - “il Governo dà i numeri”. E’ l’accusa mossa a Giovanni Serpelloni, capo dipartimento politiche anti droghe, da Don Armando Zappolini, presidente del Cnca (Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza), all’indomani delle critiche mosse dal Dipartimento nei confronti della regione Toscana, giudicata in ritardo sulle politiche di prevenzione e accusata di essere la regione italiana con il più alto numero di mortalità femminile per tossicodipendenza. Secondo Zappolini, “Serpelloni ha dato un’altra volta i numeri”. Dati falsati dunque, almeno secondo quanto detto da Zappolini, che aggiunge: “Ricordiamo i dati stupefacenti in cui annunciava, insieme a un sorridente Carlo Giovanardi, un crollo del consumo di droghe nel nostro Paese di cui nessuno tranne lui si è mai accorto”. 
“Ora il bersaglio è la regione Toscana – conclude Zappolini - e in particolare Arcangelo Alfano, che è anche il coordinatore del gruppo tecnico sulle dipendenze nella Conferenza Stato-Regioni. Serpelloni se ne faccia una ragione: non tutti condividono l'approccio duramente punitivo, avallato dal suo Dipartimento, che ha riempito le carceri di tossicodipendenti; non tutti si mettono in riga quando il suo Dipartimento fa e disfa. Alfano è uno di questi e per la sua indipendenza e competenza il Cnca gli rinnova la sua stima e il suo apprezzamento".

Contenuto Redazionale Serpelloni replica alle critiche della regione: “Nessuna predilezione in base all’orientamento politico delle istituzioni”

FIRENZE – “La Toscana ha sempre rifiutato di partecipare a qualsiasi nostro progetto”. E’ quanto afferma Giovanni Serpelloni, capo dipartimento politiche anti droga, all’indomani della diatriba tra le due istituzioni in merito alla prevenzione sulle droghe. 
“Su un totale di 221 progetti nazionali attivati e coordinati dal Dpa – spiega Serpelloni - partecipano ben 20 regioni ai coordinamenti o ai progetti nazionali, tranne la Toscana che si è autoesclusa”.
Serpelloni precisa che “non c'è, né c'è mai stata, alcuna predilezione a sviluppare collaborazioni in base all'orientamento politico ma solo sulla base della disponibilità dimostrata dalle singole regioni in relazione esclusivamente  alle loro libere scelte e priorità”. E poi, in riferimento ad alcune critiche mosse dalla Toscana, Serpelloni aggiunge: “Accusare di parzialità politica il Dpa perché porta in evidenza, peraltro in sede tecnica e su dati forniti dalla stessa regione, problematiche rilevanti su cui discutere e riflettere ci sembra un paradosso”.
Inoltre Serpelloni conferma che “i dati di mortalità” per uso di droga “dimostrano che il fenomeno è in crescita in questa regione. Purtroppo uno degli incrementi dei decessi più elevati in Italia dall'anno scorso si è rilevato proprio in Toscana”. 

Contenuto Redazionale La replica della regione: “Dati falsi. Il Governo ci attacca perché siamo di sinistra”

 FIRENZE –  Secondo la regione, “la Toscana viene presa di mira dal Governo perché è una regione di centro sinistra e i rapporti tra il Dipartimento e le regioni sono buoni soltanto laddove governa il centro destra”. Quanto ai dati diramati, “sono numeri che vengono rielaborati a piacimento dal dipartimento” e non “è vero che la Toscana è maglia nera in Italia”. Nello specifico, “non ci risulta – spiegano dalla regione – che in Toscana la mortalità femminile per droga è più alta che altrove”. Per quanto riguarda i test Hiv, “i Sert li propongono sempre ma spesso e volentieri sono gli stessi tossicodipendenti che sono restii a farsi fare i test, e preferiscono magari farli nei reparti di malattie infettive”.

Il Dipartimento politiche anti droga nel corso di un convegno aveva attaccato la Toscana. Secondo Serpelloni “la Toscana  è maglia nera d’Italia in materia di lotta alla droga e non partecipa da ormai cinque anni ai tavoli di coordinamento nazionale, dove invece sono presenti quasi tutte le altre regioni”.

Per avvalorare questa tesi, il dipartimento governativo ha presentato una serie di dati che evidenziano il presunto ritardo della Toscana. Innanzitutto i dati relativi al consumo di sostanze stupefacenti in base alle analisi delle acque reflue, secondo cui Firenze è la prima città in Italia per consumo di cocaina. 

Oltre a questi dati, già presentati nel maggio scorso, secondo il dipartimento anti droga “in Toscana c’è un problema di scarsa esecuzione del test Hiv nella popolazione tossicodipendente” visto che “la percentuale degli utenti che non sono stati sottoposti a test Hiv ammonta in Toscana presenta all’86,6% di tossicodipendenti afferenti ai servizi, a fronte di una media nazionale del 69,5%”.
Inoltre, sempre secondo il dipartimento antidroga, in Toscana si registrano più casi mortali di intossicazione acuta: la Toscana registra un tasso di mortalità medio dell’1,6 per 100.000 residenti e quindi superiore alla media nazionale che risulta essere dell’1,0/100.000 abitanti. Da segnalare che per le donne si registra il tasso più alto nazionale di mortalità per intossicazione acuta da sostanze stupefacenti  con un valore di 0,7 (x 100.000. ab.) a fronte di una media nazionale del sesso femminile di 0,2 (x 100.000. ab.).

 

 

 

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