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Novità

Mostra sulla canapa al Parlamento Europeo

Comunicato stampa di presentazione mostra

Al Parlamento Europeo una mostra sulla Canapa, la pianta più utile e più perseguitata.
Dal 18 al 21 febbraio, durante la Sessione plenaria di Strasburgo, si terrà al Parlamento europeo una mostra sulla canapa, la sua storia, i suoi mille usi e i suoi impieghi industriali. L'esibizione è promossa dal deputato europeo radicale Marco Cappato e vuole sottolineare le innumerevoli proprietà della canapa, forse la più utile tra le piante e insieme la più perseguitata.

La mostra è dedicata alla memoria di Plinio De Toffol, esponente bellunese del Partito Radicale, più volte candidato alle elezioni amministrative e politiche, morto nel 2002 a 48 anni dopo essere stato condannato ad un anno e sette mesi di reclusione per aver coltivato canapa. Plinio De Toffol non aveva fumato, venduto o ceduto cannabis, ma è stato condannato al carcere senza condizionale, per aver coltivato una pianta che fa paura. Come su di lui, militante nonviolento e antiproibizionista, la persecuzione si abbatte oggi sull'intera filiera produttiva della canapa, di cui l'Italia era secondo produttore mondiale ancora agli inizi del ‘900. L'ignoranza, il pregiudizio e le politiche proibizioniste degli ultimi decenni hanno criminalizzato, con la scusa della lotta alla droga, interi settori industriali: dalla canapa si ricavano tessuti, carta, vernici, olio, cosmetici, prodotti alimentari, medicinali. Attività legali che però vengono trattate con sospetto, restrizioni e intolleranza. Anche al Parlamento europeo la mostra si è dovuta confrontare con la stessa cultura sospettosa, timorosa e censoria che ha prodotto limitazioni e divieti. L'immagine della foglia di canapa non potrà essere esposta né riprodotta su alcun documento, in quanto "controversa". Tra il materiale in mostra ci saranno opere d'arte prodotte con canapa, articoli cosmetici, degustazione di tofu e birra di canapa, tessuti, musiche, materiale informativo sulle politiche antiproibizioniste radicali.

 

Corriere della Sera
Una mostra sull'utilizzo industriale della cannabis, in programma il 21 febbraio prossimo nell'Europarlamento di Strasburgo, ha messo in apprensione i vertici del parlamento europeo. L'hanno infatti organizzata i radicali, notoriamente antiproibizionisti sulle droghe leggere. L'eurodeputato radicale Marco Cappato che cura la mostra, è stato così ammonito con una lettera ufficiale dei questori dell'Assemblea comunitaria a «non sollevare alcun elemento di natura controversa». Vanno poi rispettate varie limitazioni, inconsuete negli eventi promozionali organizzati di continuo dalle lobby più potenti nelle due sedi dell'Europarlamento. La mostra è intitolata «Storia, cultura e prospettive dell'utilizzo industriale della canapa in Europa». I radicali ricordano che l'Italia era la seconda produttrice mondiale prima che le campagne antidroga relegassero questa pianta nel «limbo delle sostanze proibite». Vogliono dimostrare «le grandi potenzialità economiche ed ambientali della canapa, superando i luoghi comuni più diffusi». I questori sembrano preoccupati soprattutto delle degustazioni di birra alla cannabis e dell'offerta gratuita di varie applicazioni della pianta. Si sono cautelati imponendo di non esporre foto o poster perfino di una semplice foglia di qualsiasi esemplare dell'intera famiglia delle cannabaceae. Nessun oggetto a base di cannabis potrà essere dato al pubblico. Ma non si escludono sorprese e polemiche.

 

Espresso

ll radicale Cappato porta all'Europarlamento una mostra sugli usi legali della canapa C'è e si usa, ma proprio non si può vedere quella fogliolina d'erba a cinque punte, almeno non nel Parlamento europeo. Eppure con la canapa indiana si producono creme, isolanti, carta e fibre tessili, vernici e colori, dolci e birra: tutti prodotti regolarmente in commercio.
E tutti prodotti che dal 18 al 21 febbraio riempiranno l'Europarlamento, portati a Strasburgo dal radicale Marco Cappato per un'esposizione che promette polemiche. Ci saranno i derivati della canapa, ma non la sua immagine-simbolo. "Non sono permessi elementi controversi", si legge nella lettera inviata a Cappato dal Questore Szaboles Fazakas, per cui non sono ammessi "poster, foto e loghi della famiglia dei cannabinoidi" e non si potrà "offrire o regalare alcunché": né birra, né dolci e nemmeno l'isolante per la bioedilizia. E dire che si tratta di prodotti a norma di legge, con un contenuto di Thc, di principio attivo, inferiore allo 0,2 per cento: non val proprio la pena fumarseli. "La mostra è sugli usi legali della canapa, una pianta utilissima, vittima del protezionismo contro il suo principio attivo", dice Cappato.

   
 

L'orologio delle droghe (USA)

Come butta oggi in USA riguardo alle droghe? Guardatelo qua in tempo reale: http://www.drugsense.org/wodclock.htm

Quel che si definisce un massacro.

Turchia. Centinaia di siti internet oscurati anche per 'incitazione' all'uso di droghe

Da novembre in Turchia sono stati oscurati quasi 300 siti internet, 294 per la precisione. Il dato è stato reso noto dalla divisione internet del dipartimento di Telecomunicazioni. La maggior parte è stata oscurata perché insultava Mustafa Kemal Ataturk, fondatore dello Stato moderno turco.

La decisione di oscurare questi siti, fra cui You Tube, è arrivata dopo aver ricevuto oltre 4.000 segnalazioni da privati cittadini, che denunciavano insulti al padre della Patria e contenuti osceni dei siti. Gli articoli del codice penale che vengono infranti più di frequente e che quindi determinano la chiusura di questi siti sono,a parte l'offesa ad Ataturk, il 226 -che punisce l'oscenità- il 227, contro l'incitazione alla prostituzione e il 190, incitazione all'uso di droga.
 

ecstasy data

Sito con i risultati delle analisi su migliaia di compresse di ecstasy (o presunta tale)

Psicofarmaci fuori dalle aule, arriva la 'Scuola Protetta'

da www.diregiovani.it

BOLOGNA - Ascoltare i bambini e i loro disagi, prima di "medicalizzare" i loro problemi, magari ricorrendo all'uso di psicofarmaci. E ancora: ottenere informazioni sicure, redatte da esperti, su cosa sia la famosa Adhd, la sindrome da iperattività e deficit dell'attenzione (e quanti minori ne soffrono davvero), e su come ottenere l'attenzione dei bambini vivaci, in classe come in famiglia. Il tutto gratuitamente e on line, scaricando schede e documenti. Nasce con questi obiettivi il progetto "Scuola Protetta" (con un sito dedicato: www.scuolaprotetta.it ) presentato a Bologna da "Giù le mani dai bambini", la campagna di farmacovigilanza pediatrica che ha sollevato il 'caso Ritalin' nel capoluogo emiliano (sedicenti psicologi propagandavano il ricorso facile allo psicofarmaco per curare l'Adhd e segnalazioni di casi analoghi sono state fatte anche per altre città italiane).

Insieme a Giù le mani dai bambini, hanno lavorato al progetto Cgd (Coordinamento genitori democratici), Age (Associazione genitori) ed Agesc, i sindacati Cisl scuola e Cgil e il Movimento studenti cattolici. Attraverso il portale, nasce dunque un nuovo supporto tecnico e informativo per le scuole e i genitori che ne vogliano far uso. Perché "la scuola non deve essere l'anticamera dell'Asl", spiega Luca Poma, il portavoce di Giù le mani dai bambini, ma piuttosto bisogna "ritrovare il ruolo di educatrice e formatrice, insieme alla famiglia, dell'istituzione scolastica".

Dal sito internet www.scuolaprotetta.it , quindi, si possono scaricare i contenuti del "Kit Scuola Protetta", ovvero le dispense del percorso formativo proposto a genitori e insegnanti. Una sorta di corso in e-learning (c'è anche una linea telefonica dedicata) con esperti on line che rispondono alle domande di insegnanti e genitori sulle difficoltà e i disagi dei bambini. E le scuole protette saranno facilmente identificabili, grazie ai loghi disponibili per chi utilizza il portale.

Religione della droga

Hirst

Che le sostanze stupefacenti siano spesso protagoniste della religiosità umana è ben noto: Noi, da bravi occidentali, ci distinguiamo sia nella consueta tendenza feticista ad identificare il mezzo con la meta che nell' abilità nel cercare "il trucco", o per meglio dire la carne e la sostanza pratica della spiritualità. Proprio non riusciamo a glissare sulle "COSE", insomma. Lo mette ben in evidenza Damien Hirst col suo ultimo lavoro.

Per chi voglia dargli un' occhiata:
http://jericho.blogs.com/photos/damien_hirst_new_religion/index.html

Da www.eschaton.it: "...Il concetto di New Religion può essere letto nei due sensi: la medicina come religione e la religione come medicina. Il primo confronto dice qualcosa sull’utopia positivista della modernità, farmacologica o eugenetica, della quale l’artista è testimone. Il secondo si configura come originale (e imprevista) chiave di lettura sul cristianesimo e sulla religione in generale..."

* * *

Allego il saggio tratto da www.eschaton.it qua sotto:

"La Farmacia dell’Immortalità. Riflessioni sull’opera di Damien Hirst."

per Alessio

1.

Tiene tutta in una sorta di altare portatile la recente serie di opere di Damien Hirst Overrated-Artists , New Religion (2005). Un parallelepipedo, dimensioni 79 x 110 x 160 centimetri, dal quale escono un teschio in argento, una croce di pillole, un sacro cuore trafitto da aghi e lame, un’ostia di paracetamolo in marmo, una farfalla sotto vetro e decine di serigrafie. Escono dunque, per miracolo o semplice intervento umano, e distribuendosi in quattro sale formano l’allestimento.
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New Religion è il titolo della mostra (tenutasi a Londra e Venezia), del catalogo, della serie e della singola opera che custodisce la serie. L’opera contenitore, prodotta in tredici esemplari, permetterebbe dunque tredici esposizioni identiche e simultanee, in diverse parti del globo, pronte in scatola da allestire. Musei e gallerie potranno limitarsi ad acquistare o affittare il pacchetto, tutto compreso, prêt-à-porter. Buone notizie anche per i collezionisti, poiché le singole opere della serie sono ancora più numerose: venticinque teschi, cinquanta ostie, centinaia di ogni serigrafia. Lo stesso allestimento veneziano fa coesistere a coppie il teschio, la croce, il cuore e l’ostia, provocando un notevole effetto di straniamento. Come una Zecca impazzita, il secondo artista vivente più quotato al mondo si diverte a produrre opere multiple, abbassa i prezzi, vende su grande scala.

Se c’è un artista che non si fa intimorire dalla riproducibilità tecnica è proprio Damien Hirst. Della perdita dell’aura – l’alone metafisico che distingue l’originale dalle sue copie, del quale Benjamin raccontava la perdita nei primi anni del Novecento – parrebbe non importargli davvero nulla. Nel 2004, Charles Saatchi Art-Scene-in-Dubai Feb-08 volle vendere The Physical Impossibility of Death in the Mind of Someone Living (1991), il celebre squalo conservato sotto formaldeide, e poiché il cadavere andava deteriorandosi, con squisito candore Hirst propose di sostituirlo. Così, dentro la stessa teca di vetro, in una nuova soluzione chimica, nuota ora un nuovo squalo morto, battezzato con il nome del suo predecessore. Per otto milioni di sterline venne venduta una riproduzione dell’opera: ma questa riproduzione è in effetti l’opera stessa. Nessuno si è più chiesto che fine abbia fatto lo squalo precedente, né come siano stati fisicamente smaltiti quei cinque metri di pesce putrefatto.

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La sostituzione è stata effettuata con il pretesto che in sostanza l’opera sarebbe restata la medesima, proprietaria della stessa aura dietro il cangiare della materia, platonicamente identica oltre il divenire dei fenomeni. Si tratta però di due squali distinti, localizzati in spazi differenti: come potrebbero essere la stessa cosa?

In questo paradosso coesistono una poetica, una strategia economica e una teologia – un intreccio che in New Religion sarà ancora più esplicito. In questione si trova, per così dire, l’ontologia dell’oggetto artistico. Lungi dall’essere una questione anodina, o un vago gioco intellettuale, questa ontologia determina il valore di mercato del secondo squalo, e il decadere del primo dallo status di opera d’arte. È proprio l’identità sostanziale tra i due oggetti apparentemente distinti il canale di trasferimento del valore dall’uno all’altro. L’artista autenticò la consustanzialità dei due squali con le seguenti parole: «It’s the same piece.» Formalmente, un atto linguistico dotato di forza illocutoria: come il verdetto di un tribunale, la nomina di un ministro, o la consacrazione eucaristica effettuata dal sacerdote.

In effetti, la sostituzione dello squalo è misteriosa esattamente quanto la presenza di Cristo nell’Eucaristia. Si potrebbe persino tacciare di una certa superstiziosa dabbenaggine il compratore, che ha seriamente creduto di acquistare l’opera originale. Gli viene in soccorso appunto la teologia, dato che questo scollamento della sostanza dalla materia sensibile coincide con la teologia sacramentale stabilita dal Concilio di Trento, in particolare nella sessione 13 del 1551. Qui la consacrazione del pane e del vino durante la messa implica la trasformazione, invisibile ma verissima, in corpo e sangue di Cristo. Nello stesso modo, rivendicando l’originalità del secondo squalo, Damien Hirst lo stava effettivamente transustanziando.

«It’s the same piece» non è una formulazione granché diversa da «Hoc est corpus meum». Di certo è altrettanto incredibile. Da un punto di vista logico, l’artista stava mentendo, perché il primo squalo e il secondo non coincidono. Più realisticamente, si deve ammettere che Hirst, il compratore e il venditore dell’opera fossero concordi nel riferirsi a un modello ontologico locale. I contraenti accettavano per serissimo gioco gli assiomi fondamentali di un mondo artificiale, un Iperuranio popolato dalle opere d’arte in sé. L’inspiegabile transazione riguardava la proprietà di una sostanza immateriale, e non meno sostanza in quanto immateriale.

Nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte, l’aura non è dunque scomparsa, ma si è nascosta altrove. Ciò che permane («sub-stantia») dietro le metamorfosi, le falsificazioni, i restauri, le copie – è semplicemente il concetto. L’artista può così riprodurre all’infinito le sue opere senza timore di dissolverne la sostanza: così come l’indefinita ripetizione del sacrificio sacramentale di Cristo durante il rito cattolico non diluisce il valore del sacrificio storico, ma addirittura s’identifica ad esso, nello stesso modo la moltiplicazione delle istanze dell’opera d’arte non ne prosciuga il concetto. Damien Hirst ha avuto modo di dichiararlo, in occasione della sostituzione dello squalo: l’opera d’arte non è nient’altro che il concetto. I musei sono le caverne dove se ne proietta l’ombra. Le centinaia di copie di una serigrafia sottolineano l’inconsistenza dell’oggetto materiale, puro feticcio e strumento di ritorno economico.
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Hirst può essere detto artista concettuale in virtù di una certa strategia economica; ed è questa strategia economica, nello stesso tempo, la sua poetica. Hirst è artista concettuale perché produce (e vende) concetti. Concetti, la cui incarnazione materiale è in fin dei conti accidentale. Concetti, il cui valore economico è infinitamente frammentabile. Per questo motivo, non soltanto le opere di New Religion sono state prodotte in più copie, ma inoltre escono dalla scatola con allegato un elementare sistema di fruizione: un pugno di frasi del comunicato stampa sul rapporto tra medicina e religione. New Religion è innanzitutto – in origine ovvero in sostanza – un’idea. Resta dunque da stabilire se sia una buona idea.

2.

Se misurassimo il valore dell’opera d’arte con i medesimi criteri con i quali si giudicano le teorie scientifiche, dovremmo premiare lo sforzo mimetico capace di maggiore potenza predittiva. Una metafora può dimostrarsi straordinariamente esatta, e questo ben oltre i limiti della realtà circoscritta che il suo artefice intendeva rappresentare.

Quando Damien Hirst vagheggia un cortocircuito tra medicina e religione cristiana, verosimilmente non coglie fino in fondo quanto il concetto sia fecondo. Le interpretazioni che l’artista ha dato di New Religion si arrestano all’idea della medicina come religione moderna o postmoderna, illusione che contrasta l’incubo della morte; ma l’opera non si fa circoscrivere in questa esegesi parziale. L’elementare modello eretto da Hirst dimostra un’effettiva capacità di rappresentare la sotterranea e antichissima convergenza tra medicina e religione. L’intuizione artistica ricostruisce in un semplice gesto del pensiero una moltitudine di fatti empirici, e addirittura esce corroborata dal confronto con la millenaria tradizione letteraria del cristianesimo.

Il concetto di New Religion può essere letto nei due sensi: la medicina come religione e la religione come medicina. Il primo confronto dice qualcosa sull’utopia positivista della modernità, farmacologica o eugenetica, della quale l’artista è testimone. Il secondo si configura come originale (e imprevista) chiave di lettura sul cristianesimo e sulla religione in generale. Questi due confronti, o queste due declinazioni dello stesso confronto, non si svolgono nella dimensione superficiale della somiglianza, ma assai più profondamente. Con una mossa che vorrebbe essere radicale o provocatoria, Hirst sta semplicemente ricucendo un legame che era stato rotto. Provocazione davvero sui generis, che riattualizza il messaggio evangelico! Ma com’è noto agli artisti come agli apostoli, non c’è scandalo più grande della verità.
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L’incontro tra medicina e cristologia, tra farmacia e immortalità, non è un’invenzione di Damien Hirst. Il fatto che l’artista l’abbia ricostruito a ritroso, seguendo altre strade e altre suggestioni, è senza dubbio sorprendente. Più che di coincidenza sarebbe il caso di evocare un termine di sapore romantico: intuizione. D’intuizione è doveroso parlare, e non di banale motto di spirito, di fronte alla grande pastiglia di paracetamolo in marmo scolpito intitolata The Eucharist. Alla somiglianza superficiale degli elementi rappresentati (il primo nella figura, il secondo nel nome) si aggiunge l’eco di un’antica formulazione di Sant’Ignazio di Antiochia, martire del secondo secolo, primo successore di Pietro alla carica di vescovo di Antiochia.

«Pharmakon»: così veniva definito il pane eucaristico da Ignazio nella sua lettera agli Efesini. Il vescovo siriaco usava questo termine medico nella convinzione che l’Eucaristia fosse un antidoto alla morte, un farmaco d’immortalità. Ma con il termine pharmakon si usava definire non soltanto una medicina (o una droga, o un veleno) ma inoltre la vittima umana, l’homo sacer il cui sacrificio guariva la comunità negli antichi culti pagani. Dalla lingua greca Ignazio raccoglie un doppio senso e gli dà uno statuto di verità: l’ambiguità semantica non è qui un imprevisto o una semplice figura, ma un’immagine della realtà duale del pharmakon: Cristo sacrificato e pane che guarisce. Il concetto di New Religion sta tutto in questo gioco di parole.

Il vangelo di San Marco già garantiva il potere medicinale della fede cristiana, ove si assicura che coloro che avranno creduto «anche se berranno qualche veleno, non ne avranno alcun male». All’inizio del terzo secolo Ippolito ribadirà che ricevendo l’Eucaristia si diventa immune a qualsiasi veleno mortale. Viceversa, nella descrizione dei misteri pagani da parte di autori cristiani, ad esempio negli scritti di Firmico Materno, si trova un riferimento ai loro beveraggi misteriosi come veleni mortali. Non solo di morte e d’immortalità spirituale si tratta, non soltanto di figura retorica: poiché l’adesione alla dottrina cristiana determina un’immortalità precisamente materiale. Pertanto, l’avvelenamento metaforico dello spirito si ripercuote effettivamente sulla carne, e il rimedio metaforico è un rimedio reale.

Ciò che entro la storia si presenta come immagine (il pharmakon guarisce l’anima invece del corpo), oltre la storia si mostra come vero alla lettera: il pharmakon salva effettivamente il corpo. La medicina metaforica è dunque una medicina in senso proprio; la medicina delle medicine, la panacea universale. La figura medicinale è l’impalcatura della soteriologia cristiana, e prima ancora che all’Eucaristia la si trova riferita a Gesù Cristo medesimo – che può essere definito il «principio attivo» del pharmakon. San Giovanni, che pure è l’unico tra gli evangelisti a non riferire alcunché sull’istituzione dell’anamnesi eucaristica durante l’ultima cena, in un paio di passi lascia che Cristo si descriva come cibo spirituale che dona l’immortalità.
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L’efficacia farmacologica del pasto eucaristico viene evocata in diverse testimonianze cristiane dell’antichità. A partire dal decimo secolo i miracoli eucaristici riguarderanno massicciamente la presenza reale (ostie sanguinanti e via dicendo), mentre i miracoli dell’epoca patristica sono alquanto differenti, e, se confrontati a quelli medievali o moderni, persino poco miracolosi. L’eucaristia addirittura, come ogni medicina che si rispetti, presenta controindicazioni: mal di testa, allucinazioni, nausea. Cipriano di Cartagine nel terzo secolo racconta di una bambina che rimette l’ostia consacrata, perché il suo stomaco sarebbe stato in precedenza profanato dall’involontaria ingestione di cibo da una libagione di apostati. Chissà se prima di concepire The Eucharist Damien Hirst aveva consultato il libretto del paracetamolo, per cogliere una così segreta somiglianza.

3.

Anticamente, sacerdoti e medici erano una sola cosa. Le norme d’igiene prescritte nel Levitico e nel Talmud stabiliscono una distinzione teologica tra puro e impuro che trova un frequente riscontro nella medicina moderna; e nei templi greci sopravvisse fino al terzo secolo la medicina sacra degli Asclepiadi. La separazione tra medicina e religione nasce da un malinteso; dalla erronea convinzione che la religione appartenga alla sfera privata, che si tratti di un conforto della psiche, laddove la medicina conforterebbe il corpo. C’è in verità una dimensione corporea – addirittura biopolitica – della religione. Troppo spesso i cristiani dimenticano che ciò che è stato loro promesso non è la salvezza dello spirito, ma la risurrezione nella carne. E troppo spesso dimenticano che questo effetto risulta da una procedura rigorosamente alimentare che va sotto il nome di comunione. La salvezza va assunta per via orale, e questo per ragioni che in passato poterono essere scientificamente plausibili, almeno sul piano figurale.
Science23

La comunione (in greco koinônia) ha senza dubbio anche un carattere simbolico e una funzione sociale. Il termine greco si usava solitamente nel senso di società o comunità, e in questo senso lo usa ad esempio Aristotele quando definisce la «koinônia politike» – ovvero la «societas civilis», tema fondamentale della tradizione politica occidentale. Ma il senso più profondo della koinônia, dal quale deriva anche il senso politico, è la partecipazione ontologica. La comunione è in questo caso la condivisione di uno stesso elemento (in Platone, di una certa sostanza) da parte di più individui. Non c’è koinônia senza la condivisione di qualche cosa, carattere o forma. Questo possesso condiviso rende in qualche modo somiglianti i membri della comunità, o piuttosto li accomuna nella somiglianza.

C’è una parola in greco, per definire quella tessera posseduta dai diversi membri di una setta, che testimoniava della loro appartenenza, ed è «symbolon». Simbolo era già la circoncisione prescritta dal Signore agli ebrei, operazione ad un tempo rituale e medica (previene fimosi, infezioni balano-prepuziali e tumori). Anche l’Eucaristia ha potuto essere definita un simbolo, un simbolo che il fedele accoglie e nasconde nel proprio corpo, nella propria carne e nel proprio sangue. Una segnatura chimica, che renderà riconoscibile il cristiano nel giorno del Giudizio. Una mutazione genetica che subito prende a trasformare la carne mortale in carne gloriosa, a marinare il corpo in una sorta di formaldeide spirituale.

Scorre qualcosa di simile nel sangue di ogni cristiano. È proprio una somiglianza tra i credenti e di ogni credente con Cristo a costituire la comunità cristiana. La dimensione politica della koinônia si lega dunque intrinsecamente a quella ontologica; e questa a sua volta si manifesta in una dimensione fisiologica che annuncia la dimensione soteriologica. Al di là delle millenarie e ingannevoli dispute su realismo o figuralismo nel rito eucaristico, sulla lettera e sullo spirito della promessa d’immortalità, il processo nutrizionale è stato parte integrante della dottrina cristiana della salvezza. In effetti la comunione con Cristo avviene appunto per assimilazione del suo corpo e del suo sangue: si tratta propriamente di «unione con il suo sangue» (scrive Ignazio ai cristiani di Filadelfia), come una trasfusione del sacrosanto sangue. L’immortalità corporea che consegue si configura come compimento meta-fisiologico della carne.
Science22

Per San Paolo, la partecipazione alla vita comunitaria della Chiesa, ovvero ai suoi riti, tra i quali innanzitutto la «Cena del Signore», garantisce la salvezza in Cristo. Ma è nel momento alimentare – quando l’organismo giunge a condividere il corpo e il sangue di Cristo – che ogni cosa converge. Scrive l’apostolo ai Corinzi: «Il calice della benedizione, che noi benediciamo, non è forse la comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi rompiamo, non è forse la comunione con il corpo di Cristo?». Questo detto così citato è raramente compreso nella sua particolare sintassi, nella sua etimologia, nel suo senso profondo.

I cristiani e Cristo sono in comunione per via del calice e del pane, che a loro volta sono in comunione con il sangue e il corpo di Cristo. Cristo e i cristiani – o meglio, Cristo e la Chiesa – si assomigliano perché in essi scorre lo stesso sangue. Si tratta di una assimilazione del sangue nel sangue in senso materiale, proprio del paradigma della medicina coeva. Oltre tre secoli prima di Cristo, Ippocrate aveva stabilito un collegamento tra l’assunzione di vino e la produzione di sangue (prescrivendolo alle donne mestruate), e meno arditamente Galeno, nel secondo secolo dopo Cristo, produrrà varie teorie sul rapporto tra nutrimento ed effetti sull’organismo. È in questo contesto epistemico che vanno collocati i riferimenti alimentari di Paolo e Giovanni, le metafore farmacologiche di Ignazio e Ippolito, e tutta la chimica della salvezza dei cristiani antichi.

Di questi riscontri testuali, Damien Hirst non ha palesato alcuna consapevolezza. New Religion non è nata dalla lettura dei Padri della Chiesa o dallo studio della teologia cattolica. Se l’artista ha potuto costruire un parallelo tanto azzeccato, di tutta evidenza ha saputo trarlo altrove. Non dalla storia, bensì sedimentato nella contemporaneità, ancora visibile sulla superficie del presente. Ha generato un concetto – la sua opera d’arte – e questo concetto si è mostrato produttivo. Dal confronto empirico con la storia della dottrina cristiana non è stato falsificato. Di certo questo concetto, rinchiuso in un altare portatile e in un pugno di opere seriali e kitsch, non ha terminato di suggerire riflessioni sul rapporto tra medicina e religione, metafisica e società, arte e verità.

La New Religion è una secolarizzazione dell’aspirazione cristiana all’immortalità. Ed è dunque logico che all’artista sia bastato traslitterare le antiche promesse e le antiche leggende in un alfabeto di pillole. Dalle enciclopediche serigrafie che raccontano gli episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento con flaconi e capsule e pastiglie e formule, sembrerebbero ancora da decifrare enigmatici rapporti farmaco-teologici, sebbene Hirst abbia ammesso (candidamente, come sempre) che nella maggior parte dei casi l’accostamento risulta casuale. Si evita così, fortunatamente, un gioco che avrebbe finito per essere didascalico e presto noioso. Addirittura le quattordici stazioni della croce (che già ispirarono ad Alfred Jarry una surreale corsa in bicicletta) intitolano quattordici serigrafie che evocano episodi biblici non direttamente legati alla Passione, se non per accostamento tipologico – in piena tradizione patristica.
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Resta il concetto, enorme e vaghissimo, semplicissimo: medicina e religione possono essere, sono state e presto saranno una sola e unica cosa. I due sistemi sono reciprocamente traducibili; e dove non arriva la farmacia si spinge la biotecnologia, come nel progetto raeliano dell’immortalità per clonazione. L’immortalità, alla fine, è tutto ciò che l’uomo ha sempre sognato. E se non bastassero la fede cristiana e quella positivista, ci si potrà perlomeno accontentare dell’arte. Come Damien Hirst, con le sue opere prodotte in centinaia di copie, inflazione calcolata che ovunque effonde il suo marchio, unico tipo impresso su centinaia o migliaia di antitipi. Come il nostro amico squalo, morto e imbalsamato, putrefatto e sostituito: sostanzialmente eterno –

Argentina. Il Governo annuncia la depenalizzazione del consumo di droghe

Il Governo del presidente Cristina Fernandez de Kirchner ha comunicato che proporra' un cambiamento legislativo, per cui il consumatore di alcune droghe non sara' piu' considerato delinquente. Finora, sul piano teorico, l'Argentina ha praticato la tolleranza zero nei confronti della droga.

Ma le autorita' governative ritengono che questa politica abbia fallito poiche' equipara "il drogato al trafficante", ha spiegato il ministro della Giustizia, Anibal Fernandez. Secondo lui, e' piu' importante dare assistenza medica ai consumatori e perseguire il narcotraffico, anziche' usare le risorse dello Stato in processi penali contro i tossicodipendenti. E' un cambio notevole nell'atteggiamento dell'Argentina, che finora perseguiva la punizione del consumo ratificata dalla Convenzione Onu del 1989.
In Argentina esistono 440.000 cocainomani, secondo dati ufficiali. Le maggiori quantita' di coca in entrata dalla Bolivia e, soprattutto, dei componenti per produrla, ha causato un drammatico incremento dei consumi e l'introduzione del paco, che' e' la parte residuale della fabbricazione della cocaina. Il paco e' una droga a basso costo -meno di 20 centesimi di euro la dose- ed e' estremamante pericolosa sul piano della dipendenza e della salute. Ma e' anche molto diffuso il consumo di marijuana e di droghe sintetiche.
 

ketamina in medicina

esaustivo documento sulla ketamina cloridrato in medicina

STUPEFACENTE YEMEN

Almeno metà della popolazione è dipendente da una droga, il qat. Che all'inizio stimola il desiderio sessuale e dà un senso di benessere. Ma alla lunga provoca impotenza o, peggio, il cancro. Nonostante gli allarmi, uomini e donne masticano questa erba. Che fa prosperare una perversa economia (...)

Per leggere tutto l'articolo: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Stupefacente-Yemen/1993987&ref=hpsp

 

 

L'importanza delle differenze

L'importanza delle differenze

Filosofia della Droga

Una curiosa indagine filosofica sulla droga ed il piacere:

Chiunque, magari fuorviato dal titolo (Il piacere e il male. Sesso, droga e filosofia, Feltrinelli, pp. 186), si aspetti di trovare nel libro di Giulia Sissa un esame dei comportamenti deviati e delle moderne perversioni rimarrà probabilmente deluso. Fin dall'incipit, infatti, il saggio di Sissa chiarisce il senso dell'indagine svolta: siamo tutti e tutte coinvolti. Non solo i (le) tossicodipendenti, ma tutti noi, uomini e donne anche non soliti all'uso di droghe, o almeno non di quelle cosiddette "pesanti": la dipendenza da stupefacenti si àncora, infatti, alle strutture profonde della soggettività, e si realizza come tentativo di fornire una risposta a radicali esigenze umane. E perciò l'indagine sulle ragioni della dipedenza da droghe "pesanti" è significativa per tutti e tutte, nella misura in cui sa mettere in luce l'esigenza esistenziale a cui il consumo di droghe cerca di rispondere, pure se in modi dolorosi e destinati al fallimento.
Il libro, dunque, soffermandosi sul circoscritto fenomeno della tossicodipendenza, ha un'ambizione più ampia, quella di illustrare le meccaniche del desiderio e del piacere, lì messe in luce, e di usarle per riattraversare la riflessione che la filosofia ha dedicato a questi temi. Un modo felice - e questo è uno dei numerosi meriti del libro - di togliere dall'astrattezza della teoria il pensiero filosofico, facendolo interagire con un'esperienza diffusa e in qualche forma a tutti presente.
Piacere e desiderio, dunque: non a caso la filosofia se ne occupa da sempre, praticamente fin dalla sua nascita, scorgendovi di volta in volta ora una debolezza umana, ora una grande "opportunità", ora addirittura la connotazione più propria della condizione dell'essere umano, il suo "motore vitale".
In ogni caso, chiunque - filosofo o meno - si sia trovato a riflettere sulle meccaniche del desiderio ha sempre dovuto riconoscerne la forza spesso incontenibile, la tendenza a imporsi sopra qualsiasi ragionamento e decisione. E, parallelamente, nella ricerca del piacere viene più volte indicata la causa ultima di decisioni altrimenti inspiegabili, prese, in un certo senso, "contro" la propria volontà. Insomma, in questo ambito si aprono per ognuno e ognuna - certo non solo per tossicodipendenti e filosofi - questioni centrali e destinate a riproporsi più volte nell'esistenza. Ed è di questo che Giulia Sissa vuole parlare, e lo fa appunto avvicinando a interpretazioni filosofiche "classiche" (il testo ripercorre, nelle loro linee essenziali, le teorie del desiderio di Platone, Aristotele, Epicuro, degli stoici ma anche quella freudiana e quella di Lacan - scritti autobiografici di testimonianza sull'uso delle droghe (de Quincey, Baudelaire, Burroughs, Cristiana F.).
L'accostamento è promettente proprio a causa del carattere di questo oggetto di consumo: la sua fascinazione non dipende, come invece accade per gli altri beni voluttuari, da strategie pubblicitarie che più o meno sottilmente inducono a desiderare, ma pare insita nell'oggetto stesso, una sua qualità essenziale, in grado di alimentare, dice Baudelaire, "la sete che nasce dal liquore".
La tossicomania, sostiene dunque l'autrice, realizza, fornendone il modello concreto, una teoria del desiderio, facendo del manque "un buco nero in cui il godimento diviene inseparabile dalla pena più acuta". Una teoria la cui origine è rintracciabile agli albori del pensiero filosofico occidentale e precisamente in Platone, che fu il primo a collegare piacere negativo e desiderio insaziabile.
Significative al riguardo le analogie evidenziabili al livello del linguaggio: la stessa serie di metafore ricorre nelle platoniche descrizioni dell'anima e nelle narrazioni dei junkies. L'anima è una giara sfondata, un vaso infranto che, come il corpo di un drogato, si svuota mentre si versa il liquido. Il tossico è, in gergo, défoncé, sfondato, o, come diremmo in italiano, sballato.
Il desiderio di essere riempiti, colmati fino all'orlo è destinato a rimare frustrato, inesaudito, perché il piacere è negativo (in quanto si dà come interruzione di un dolore), e negativo due volte: in quanto cessazione di una condizione fisica e contemporaneamente sedativo del "male di vivere", che così difficilmente ci abbandona. Precisamente di ciò parla il Burroughs de La scimmia: "Ho provato quella straziante privazione che è il desiderio della droga e la gioia del sollievo quando le cellule assetate di droga la bevono dall'ago. Forse ogni piacere è sollievo".
La temporalità - come oserva acutamente Sissa - è questione fondamentale nei raconti dei tossicomani, perché in tutta evidenza l'uso di droghe rappresenta anche un tentativo di rapportarsi al tempo (non a caso: secondo Simone Weil il tempo è addirittura la preoccupazione degli esseri umani più profonda e tragica). La droga, direbbe Burroughs, non è un'euforia, ma un modo di vivere: "L'intossicato misura il tempo con la droga". Il consumo impone i propri tempi: a una data quantità di sostanza si associa una certa quantità di tempo, a scansioni regolari anche se sempre più ravvicinate.
Fino a divenire, come si dice in Trainspotting di Irvie Welsh, un full time job, un lavoro a tempo pieno. Il tentativo di dominare attraverso questa misura il tempo, dunque, è destinato a rovesciarsi nella più evidente schiavitù, fino a che "i giorni scivolano via infilati a una siringa con un lungo filo di sangue" (Burroughs).Ma nell'esperienza tossica anche un altro tentativo è votato al fallimento: la ricerca d'indipendenza dal mondo esterno - felice, al riguardo, la definizione freudiana della droga come Sorgenbrecher, scacciapensieri - naufraga contro lo scoglio dell'assuefazione che riduce la vita a un'unica estenuante preoccupazione.
Il significativo paradosso messo in luce dalle narrazioni dei tossicomani è che alla droga si arriva sempre "per caso", più guidati da un vuoto di desiderio che da un desiderio positivo (ancora Burroughs: "la droga trionfa per difetto"). Non è insomma un appetito che spinge, ma il bisogno di crearsene uno (che poi sarà insaziabile) - il che dice molto su come si tengano stretti ricerca di senso e desiderio, sempre che si sia disposti a concedere a un tale ordine di esperienze il carattere di un tentativo, per quanto disastroso, di "salvarsi la vita".
Giulia Sissa è decisa a concerderlo e ciò le permette non solo di far risaltare la Weltanschauung delle narrazioni autobiografiche, ma anche di illuminare la genesi di teorie come quella freudiana del piacere o quella della moderna neurofarmacologia, che molto devono all'esperienza delle droghe, che nel caso di Freud fu anche esperimento personale. Sissa è persuasa, e lo argomenta convincentemente, che in Freud la coincidenza - anche temporale - tra consumo di cocaina ed elaborazione della teoria del piacere sia tutt'altro che casuale, ricordando il paradigma elettrico dell'attività psichica, la concezione anestetica del godimento, la funzione analgesica della rimozione, il principio del Nirvana: formule buone a rendere in teoria ciò che l'esperienza insegna al tossicomane. Ma sappiamo anche che Freud - tossicomane sui generis, spinto al consumo dalla passione per gli studi neurologici più che da un vuoto di desiderio - paragonerà a più riprese nevrosi e intossicazione, convinto che in entrambe sia all'opera un desiderio divenuto insaziabile. Non è questa la strada dell'appettito "normale", non nevrotico, che riesce a venire a patti col principio di realtà. La salvezza sta nella capacità di posticipare (ancora di rapporto col tempo dunque si tratta), rinviare la soddisfazione del desiderio fino a quando sarà possibile esaudirlo. E' questa la via che a Sissa sembra l'unica percorribile, "il solo modo onesto di trattare con il desiderio", perché non ogni desiderio funziona come una tossicomania, ossia non è sempre insaziabile. E per condurre questa trattativa è necessario "schierarsi dalla parte delle cose", ossia confidare nella loro capacità di soddisfarci offrendoci un godimento positivo, e non semplicemente fornendoci rimedi a una mancanza.
Un invito da condividere, ma da riproporre entro un quadro di problemi forse meno alleggerito di quello sul quale il saggio si chiude. "Schierarsi dalla parte delle cose" se deve implicare un mutamento nel nostro rapporto con esse (tutte, droghe incluse), deve anche presupporre la capacità di stare di fronte al vuoto, al manque, di astenersi dal "consumo" delle cose, di interrompere un rituale che le sacrifica in nome di un vuoto che esse, per essenza, non possono colmare.

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