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Novità

gioco d'azzardo: problemi nel mondo

ZI07120905 - 09/12/2007
Permalink: http://www.zenit.org/article-12827?l=italian

I costi nascosti del gioco d'azzardo

Problemi sociali ed economici per i cittadini

 

Di Padre John Flynn, LC

ROMA, domenica, 9 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Nell'ultimo decennio, in molti Paesi, il gioco d'azzardo ha visto una grande diffusione. I Governi, attratti dall'idea di poter aumentare le proprie entrate, hanno ampiamente ignorato le proteste e le preoccupazioni relative all'impatto sociale derivante dal gioco d'azzardo.

Qualche segnale, sebbene flebile, di un'inversione di tendenza nella politica sul gioco d'azzardo esiste. La provincia canadese del New Brunswick ha annunciato di voler ridurre il numero dei videoterminali delle lotterie, secondo quanto riportato dal quotidiano Globe and Mail del 9 novembre.

Il premier della Provincia, Shawn Graham, ha affermato che tale riduzione fa parte di un programma diretto al contenimento dei costi sociali derivanti dai videoterminali. In totale saranno eliminati 650 terminali su 2650. La provincia ha anche annunciato di voler raddoppiare, portandoli a 1,5 milioni di dollari (1 milione di euro), gli stanziamenti destinati al trattamento della dipendenza e ai programmi per l'educazione e la sensibilizzazione del pubblico.

La provincia, tuttavia, ha anche annunciato l'intenzione di dare il via libera all'apertura di nuovi casinò, destinati ad attrarre nuovi soldi dei turisti del gioco.

Secondo un editoriale del Globe and Mail del 26 novembre, il New Brunswick, così come altre province, "è dipendente dalle entrate provenienti dal gioco d'azzardo".

L'editoriale commenta poi che anche il Dipartimento per la salute della provincia di Nova Scotia ha sollevato l'attenzione sui problemi generati dalla dipendenza dai videopoker. Secondo uno studio del 2005, il 70% del ricavato del gioco d'azzardo proviene dai videoterminali e la metà dei ricavati di questi ultimi proviene da giocatori con problemi. La Nova Scotia ha ridotto in seguito il numero dei videoterminali per il gioco d'azzardo.

Tendenza al suicidio

Poco prima della decisione del New Brunswick, uno studio aveva evidenziato il nesso fra il tasso di suicidio e la dipendenza dal gioco, secondo quanto riportato dal quotidiano National Post del 29 ottobre. I giocatori con problemi hanno una tendenza al suicidio quattro volte superiore rispetto al canadese medio, secondo uno studio pubblicato dal Canadian Journal of Psychiatry e basato su un sondaggio su 36.000 canadesi.

Il mese successivo, la stessa rivista ha pubblicato uno studio che documenta un aumento del 50% nelle visite d'urgenza di persone con problemi psicologici derivanti dal gioco nel Québec rispetto alla fine degli anni '90, quando il gioco d'azzardo si è diffuso.

Secondo uno studio pubblicato il 20 luglio dal CanWest News Service, le entrate nette delle lotterie, dei videoterminali e dei casinò, per le casse dello Stato, hanno raggiunto i 13,3 miliardi di dollari (9 miliardi di euro) nel 2006, rispetto ai 2,7 miliardi di dollari (1,8 miliardi di euro) del 1992. I dati sono contenuti in un recente rapporto di Statistics Canada, da cui risulta che, in media, ogni canadese spende 513 dollari (347 euro) nel gioco d'azzardo. In media, gli uomini spendono nel gioco tre volte tanto rispetto alle donne: 1396 dollari (945 euro) rispetto ai 434 dollari (294 euro) delle donne.

Segnali contrastanti in Inghilterra

Qualche mese fa, il Governo inglese ha fatto marcia indietro nel progetto di avviare ciò che era stato definito un "supercasinò". La Camera dei Lord ha votato contro la proposta, come riportato dal quotidiano Telegraph del 29 marzo, e poi il nuovo Governo guidato dal Primo Ministro Gordon Brown ha liquidato l'intera idea dei supercasinò, secondo il Telegraph del 12 luglio.

Successivamente, tuttavia, nel contesto del progetto di riforma della normativa sono state previste nuove opportunità per il gioco d'azzardo. Secondo quanto riferito dalla BBC il 1° settembre, il progetto di legge sul gioco d'azzardo consente la creazione di casinò regionali e maggiori ricavati dagli slot-machine. Anche l'attuale divieto di pubblicità radiotelevisiva del gioco d'azzardo dovrebbe essere eliminato.

Nel tentativo di placare i critici, il presidente della Commissione per il gioco d'azzardo Peter Dean ha spiegato che la legge mira a restringere la normativa del settore e tutelare maggiormente i giovani e i vulnerabili. Per esempio, circa 6000 videopoker presenti nei negozi, a cui i bambini possono avere accesso senza supervisione, saranno eliminati entro il 2009.

Secondo un articolo pubblicato sul quotidiano Guardian del 29 settembre, il patrimonio perso annualmente dai giocatori britannici supererà i 10 miliardi di sterline (13,8 miliardi di euro) nel 2008. Si tratta di un aumento del 50% in soli nove anni.

In base a uno studio pubblicato dalla società di revisione contabile PricewaterhouseCoopers, i ricavati del gioco d'azzardo in tutto il mondo dovrebbero raggiungere i 144 miliardi di dollari (98 miliardi di euro) nel 2011, riporta l'Associated Press il 21 giugno.

Gli incassi hanno raggiungo i 101,6 miliardi di dollari (69,3 miliardi di euro) nel 2006. Negli Stati Uniti si prevede una crescita del 6,7% l'anno, passando da 57,5 miliardi di dollari (39,2 miliardi di euro) a 79,6 miliardi (54,3 miliardi). Nella regione dell'Estremo Oriente si stima un aumento del 15,7% annuo, per passare da 14,6 miliardi di dollari (10 miliardi di euro) a 30,3 miliardi (20,6 miliardi), facendo della regione il secondo mercato del gioco d'azzardo più grande al mondo.

La proposta del Massachusetts

Parte della maggiore diffusione del gioco negli Stati Uniti avverrà nel Massachusetts, se il governatore Deval Patrick riuscirà nel suo intento di aprire tre casinò, in base alla motivazione secondo cui le maggiori entrate consentiranno di creare quei posti di lavoro necessari allacollettività, oltre ad assicurare notevoli entrate per lo Stato, secondo il Boston Globe del 18 settembre.

La decisione finale su questa proposta deve ancora essere presa dal Parlamento. Intanto gli oppositori si fanno sentire. Il Massachusetts Family Institute, un'organizzazione contraria al gioco d'azzardo, ha definito la proposta "un approccio miope e pericoloso alla crescita economica", secondo il Boston Globe.

"Deludente e motivo di grande preoccupazione", è il commento della Conferenza episcopale cattolica del Massachusetts, espresso in un comunicato stampa del 17 settembre. "Il Governo dovrebbe promuovere il bene comune cercando di salvaguardare l'interesse di tutti i cittadini", secondo i Vescovi. "Non è una ‘buona politica economica' quella di aumentare le entrate nel Commonwealth a danno dei propri cittadini".

Anche la validità delle motivazioni economiche a favore del gioco d'azzardo vengono poste in questione. I Governi degli Stati spesso sostengono che le maggiori entrate provenienti dal gioco consentono di migliorare l'istruzione pubblica la sanità e altri servizi essenziali, ma secondo uno studio pubblicato il 7 ottobre dal New York Times la maggior parte dei soldi provenienti dalle lotterie viene utilizzata semplicemente per mantenere lo stesso sistema dei giochi d'azzardo.

L'istruzione, per esempio, riceve solo una quantità minima dei suoi finanziamenti dalle lotterie, e la porzione destinata ai programmi di istruzione pubblica statale è peraltro in diminuzione.

Costi e benefici

Anche il Wall Street Journal ha posto in questione i benefici economici derivanti dal gioco d'azzardo, in un articolo pubblicato l'11 giugno. Dodici Stati attualmente hanno casinò propri, mentre nel 1987 erano solo in due. L'impatto di questi casinò è tutt'altro che pacifico. Spesso attingono ai ricavi di altre forme di intrattenimento e, secondo gli economisti citati nell'articolo, gli effetti sul mercato del lavoro potrebbero in realtà essere negativi, perché molti casinò moderni hanno bisogno di meno personale rispetto alle attività economiche che vanno a sostituire.

Dal gioco d'azzardo, inoltre, derivano notevoli costi. Uno di questi è legato all'aumento della criminalità. Il Wall Street Journal ha riferito di uno studio pubblicato lo scorso anno sul Review of Economics and Statistics da cui risulta che circa l'8% dei delitti commessi in Paesi in cui sono presenti casinò è legato all'attività del gioco. Considerando tutti i costi e i benefici derivanti dai casinò, lo studio conclude che il saldo in realtà consiste in un costo netto per la comunità locale.

Nonostante tali informazioni, i Governi continuano a lasciarsi tentare dai proventi delle scommesse. Un esempio recente è quello dello Stato australiano del New South Wales, che ha recentemente annunciato un'estensione del Keno, una variante delle lotterie.

Il Governo è incurabilmente dipendente dai proventi del gioco d'azzardo, secondo un editoriale pubblicato dal quotidiano Sydney Morning Herald il 20 settembre, dopo la misura presa da tale Stato australiano. Le scommesse nello Stato hanno raggiunto i 7 miliardi di dollari australiani (4,2miliardi di euro) l'anno, di cui più del 20% è destinato alle casse dello Stato.

"La nostra è un'epoca di dipendenze", e tra queste quelle del gioco d'azzardo, ha commentato il Vescovo ausiliario di Sydney Anthony Fisher alla Messa per la festa del Ringraziamento celebrata per il personale e i volontari del Matt Talbot Homeless Services.

Durante la funzione, che si è svolta il 17 novembre nella cripta della St. Mary's Cathedral di Sydney, ha affermato: "Noi siamo consapevoli dell'importanza di dover risvegliare un mondo intorpidito che rischia di perdere la sua anima a causa della sua dipendenza dal consumismo, dalla violenza, dalle ideologie, dall'autoindulgenza". Un torpore che, tuttavia, molti Governi tentano di mantenere, mentre cercano di arricchirsi sulla pelle dei giocatori.

crack babies

Cocaina prenatale, adolescenti iperattivi
Marco Malagutti

Si chiamano crack babies e sono i neonati con difetti congeniti nati da madri esposte in periodo prenatale alla cocaina. Un fenomeno in crescita. I dati parlano, infatti, di un aumento del consumo di cocaina in gravidanza, per lo meno negli Stati Uniti dove circa un milione di bambini, a partire dalla metà degli anni ’80, è nato da madri che consumavano cocaina durante la gravidanza. I numeri italiani sono, invece, scarsi e, con ogni probabilità, sottostimati. Ma anche alle nostre latitudini, benché la percentuale di uso di sostanze stimolanti in gravidanza sia inferiore a quella statunitense, il fenomeno sta registrando una crescita esponenziale. Al di là dei numeri quello che è certo è che l’abuso di cocaina in gravidanza è pericoloso per le madri e per il feto. La gravità dei problemi varia ma, va detto, spesso le donne in gravidanza che usano cocaina fanno ricorso anche ad altre droghe, alcol e tabacco per esempio, così risulta difficile stabilire quanto il problema derivi dal singolo stupefacente. Un articolo apparso sul Journal of Developmental and Behavioral Pediatrics, sostiene, dal canto suo, che la persistente esposizione a cocaina a livello uterino sia associata a un aumentato rischio di iperattività e altri problemi comportamentali negli adolescenti maschi nei primi anni di scuola.

Lo studio statunitense
Non si sa per certo se l’esposizione materna alla cocaina condizioni l’intelligenza del bambino, non sempre è semplice, infatti, tenere sotto controllo i piccoli esposti nel corso della loro infanzia. I risultati degli studi disponibili, poi, sono contrastanti. Alcuni sembrerebbero suggerire che l’esposizione alla droga prenatale non influisca sullo sviluppo intellettuale. Un dato incoraggiante ma fortemente contrastato da altre ricerche, secondo le quali la cocaina avrebbe effetti deleteri sullo sviluppo mentale del nascituro e in particolare sul quoziente intellettivo. Va in questa direzione lo studio statunitense secondo il quale i bambini le cui madri sono risultate positive alla cocaina al momento del parto, sono a rischio di problemi comportamentali. Verrebbero così confermati precedenti studi animali che avevano ipotizzato come il sesso del concepito potesse influenzare gli esiti dell’esposizione alla cocaina. I ricercatori hanno preso in esame 473 bambini dell’area di Detroit, di età compresa tra i 6 e i 7 anni, e hanno raccolto informazioni sul loro comportamento dagli insegnanti. Duecento di questi bambini erano stati esposti alla cocaina a livello uterino. Dai risultati è emerso come i maschi di questo gruppo abbiano evidenziato problemi comportamentali e psicomotori.

Ecco Gian Luigi Gessa

CAGLIARI - La Repubblica - LUCIANA SICA

 

Gli spinelli sono dannosi o innocui? E' giusto criminalizzare marijuana e hashish? Ne parliamo con Gian Luigi Gessa, responsabile del gruppo italiano sullo studio delle dipendenze.

 

I derivati della cannabis sono pericolosi solo per chi ha meno di quindici anni L'ultima ricerca dell'Eurispes è uno studio Scientificamente indecente

Per sapere se marijuana e hashish sono innocui come bere del vino rosso o se invece sono dannosi, e quanto fanno male e a chi, per conoscere quali sono gli effetti dei derivati della cannabis non bisognerebbe rivolgersi né a Fini né a Pannella, e neppure al più brillante degli opinionisti, ma alla gente che queste cose le studia e le sa. Gian Luigi Gessa è professore di Neuropsicofarmacologia all'università di Cagliari dove dirige il Dipartimento di neuroscienze dedicato a Bernard Brodie, suo maestro nel lungo periodo trascorso nei National Institutes of Health a Bethesda, gotha della più avanzata ricerca americana. E' lui il responsabile dell'unico gruppo italiano "di eccellenza" sullo studio delle dipendenze: da droghe, da farmaci, da cibo, anche da sesso.

 

Quanto a sostanze stupefacenti Gessa non è né di destra né di sinistra, non lo infiamma la diatriba tra proibizionisti e antiproibizionisti destinata a riaccendersi ora che i politici di governo sembrano decisi a una nuova campagna ideologica contro l'uso delle droghe, di tutte le droghe, a una politica demonizzante del servizio pubblico (dei Sert colpevoli di "ridurre il danno") e a favore, anche economico naturalmente, delle comunità (in crisi da anni). Un Dipartimento nazionale antidroga è stato allestito presso la presidenza del Consiglio, riunendo le competenze finora distribuite in più ministeri. Buona idea, ma per fare cosa? Più che un progetto, "linea dura contro i tossicodipendenti" sembra uno slogan forse un po' truce, però intanto la legge va cambiata e anche fumare uno spinello rischia di diventare un reato grave. Una scelta in controtendenza, visto che anche la Gran Bretagna ha appena depenalizzato l'uso delle droghe leggere.Tipo molto fascinoso, Gian Luigi Gessa si direbbe il classico "scienziato pazzo" con vistose bizzarrie non solo caratteriali. A quasi settant'anni, per dire, coltiva l'hobby del surf, ma "in segreto". Perché, racconta ridendo come un bambino, anni fa l'hanno recuperato al largo di Cagliari e i giornali locali avevano già in prima pagina il suo "coccodrillo", il mestissimo articolo confezionato per i personaggi illustri e un po' agé.

Quando invece parla di droghe, l'ilarità si traduce in una smorfia a metà tra il disgusto e la rassegnazione. "Se - dice - i politici capissero di che parlano, non ci sarebbero tutti i malintesi che ci sono sulle droghe. Una conoscenza scientifica del problema avrebbe un'importanza enorme, e invece le logiche che si seguono sono del tutto diverse: ideologiche, emotive, moraliste. Una volta, i "metadoneti" - favorevoli al metadone per gli eroinomani - erano fascisti. Ora invece sono diventati di sinistra. Ma le sembra una cosa seria?".A lei sembra serio, e realistico dire: basta con i farmaci sostitutivi, puntiamo invece sul recupero integrale dei drogati nelle comunità, senza più compromessi?"La scienza ha accertato che le tossicodipendenze sono una malattia cronica recidivante del cervello e vanno curate anche con i farmaci.

Da scienziato, voglio almeno un paio di cose: che chi pratica il recupero - il prete o il guaritore di turno - sappia di che parla e mi metta in condizioni di misurare quello che fa. Non può venirmi a dire: io ho salvato la persona x, perché il suo è un atto nobilissimo che gli farà magari guadagnare il Paradiso, ma a me interessa il gregge e non solo la pecorella smarrita e redenta. Voglio sapere quanti ne salva, e come lo ha fatto, e che succede quando finalmente li fa uscire dalla comunità.".Oggi si sente dire, anche da Girolamo Sirchia, ministro della Sanità: le droghe leggere sono pericolosissime quanto quelle pesanti, producono la stessa dipendenza. E' così? Davvero la marijuana rende schiavi come l'eroina?"La marijuana e l'hashish contengono una molecola dal nome impronunciabile, il tetraidrocannabinolo, corrispettivo della nicotina per il tabacco. Questa molecola in genere procura un senso di euforia e "dispercezioni" molto ben descritte da Baudelaire e tanti altri. Senz'altro agisce sul cervello e ne altera la normale attività, ma non produce danni fisici: l'accanimento con cui da sempre si cerca di dimostrarne la tossicità non ha portato finora a nulla. In altre parole, un fumatore di marijuana che ne abbia fatto uso anche per decenni in modo costante e smetta all'improvviso non avrà pregiudicato la sua salute fisica né presenterà quella che si definisce una sindrome di astinenza. Ma dire questo non basta".Soprattutto se a fumare erba sono ragazzini.

"Direi bambini, visto che a volte cominciano a dieci anni,
un segnale grave intanto per i loro genitori appena un po' distratti. Qui il discorso cambia molto. Nei preadolescenti e negli adolescenti, direi soprattutto sotto i quindici anni, in una fase evolutiva del cervello, le droghe leggere causano seri deficit cognitivi: nell'apprendimento come nei processi della memoria. Fumando a quell'età, non si accumulano crediti - direbbero gli americani - ma discrediti, insomma si perdono treni: se a quindici anni devo studiare matematica non posso fumare marijuana, questo è chiaro. E nello sport è lo stesso, perché le droghe leggere creano più di una difficoltà al controllo motorio, ai movimenti complessi, all'abilità manuale. E c'è ancora qualcos'altro.".Cosa, professore? "E' un dato scientificamente certo: chi comincia presto ad assumere droghe leggere, ne rimane agganciato, può diventare un fumatore abituale, da più volte al giorno.

 

Quello che noi chiamiamo un addicted, dal latino addictum che vuol dire appunto schiavo, un individuo il cui pensiero dominante è la droga. Intendiamoci, anche il fumatore di nicotina è un addicted, lui però lo scopre solo quando i tabaccai sono in sciopero.". E' giusto allora che i genitori siano molto allarmati? "Molto allarmati? Ma no. In America dicono "Sai, tuo figlio non fuma!", e il genitore di quel ragazzo si preoccupa, pensa: qui c'è qualcosa che non va. Io dico: nessun grave allarme, solo un po' di attenzione. E sopra i diciott'anni, non mi preoccuperei più di tanto". Ma la marijuana e l'hashish non producono comunque una qualche dipendenza psicologica? "Vede, la distinzione apparentemente semplice tra dipendenza fisica e psicologica è una faccenda molto complessa, apre un mondo, per decenni ha intrigato schiere di ricercatori. Quelli che parlano di dipendenza psicologica dicono: si tratta di una dipendenza sine materia, ma noi scienziati diciamo: in realtà non esiste dipendenza se non quella biologica.".Forse in modo un po' riduzionistico, non crede? "Nient'affatto: la dipendenza psicologica in realtà non sono che neuroni, famiglie di cellule nervose su cui si accaniscono le droghe, tutte le droghe, dalla marijuana all'eroina, dalla nicotina all'alcol.

Ma questi neuroni non sono lì, nel nostro cervello, per aspettare droga. Sono lì come sensori di stimoli fondamentali per la sopravvivenza della specie: a questi neuroni "parlano" gli stimoli amorosi oppure il cibo come il cioccolato oanche la voglia di ammazzare, qualcosa che la nostra coscienza non riconosce. Sono la sede di quella che Freud chiamava libido.". Che succede ai neuroni stimolati dalle droghe? "Che diventano "maleducati", abituati beatamente a stimoli artificiali imparano a eccitarsi solo quando vengono frustati dalle sostanze, altrimenti dormono.

E allora, anche nel caso delle droghe leggere, può esserci assenza di desiderio (anedonia), mancanza di ogni euforia (disforia), uno stato dell'umore complessivamente depresso.". Da una ricerca dell'Eurispes, condotta in collaborazione con la comunità di San Patrignano, si ricava che le droghe leggere sono un "ponte di passaggio" per quelle pesanti e, nel 23 per cento dei casi, provocano episodi psicotici. Lei che ne dice? "E' uno studio scientificamente indecente, questo è il mio commento. Chi fa uso di eroina ha anche fumato erba? Io dico di sì nel 99 per cento dei casi, ma questo che dimostra? E' come dire che il latte materno porta all'eroina, perché quelli che si bucano sono stati allattati dalla mamma. Solo dieci su mille fumatori "passeranno" alle droghe pesanti, anche perché il mercato nero non aiuta a tenere distinte le sostanze". E gli episodi psicotici?"Questa storia è proprio una balla. Se con le droghe leggere 23 persone su 100 avessero deliri e allucinazioni, nessuno fumerebbe, non crede? E invece fumano in tanti. La verità è un'altra, è che ci sono casi a rischio: alcuni hanno disturbi gravi, delle psicosi che le droghe leggere "slatentizzano", fanno affiorare in modo a volte dirompente. Questo è un problema serio, anche per gli adulti ovviamente, ma senza invertire cause ed effetti. Non si diventa schizofrenici con la marijuana, ma alcuni fumatori fanno la brutta scoperta di esserlo".

"Cocaina", arriva il docu-choc. E Gasparri chiede la sospensione dello spot

Repubblica.it

ROMA: Quando i politici invocano la censura televisiva preventiva, c'è da tenere dritte le antenne: vuol dire che quel programma coglie nel segno. La conferma viene da Maurizio Gasparri (An). RaiTre annuncia che domenica sera trasmetterà Cocaina, film in presa diretta di Roberto Burchielli e Mauro Parissone, e l'ex ministro chiede prontamente la sospensione dello spot ("vera e propria pubblicità per la cocaina") e il blocco del programma. 
Cocaina viene definito docu-choc. Vedendo in anteprima il film si ha in effetti la percezione di un nuovo modo di lavorare. "Vogliamo raccontare i macrofenomeni sociali, i conflitti, i temi su cui la gente si interroga", spiega Burchielli, che firma anche la regia: "Lo facciamo scrivendo le storie al contrario, demolendo i luoghi comuni". Così con "L'Italia si guarda allo specchio" (titolo provvisorio) il 9 dicembre si prenderà di petto il fenomeno dell'invasione della polvere bianca. 

GUARDA IL TRAILER: http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=15025&showtab=Copertina

L'Aids ed i giovani

(...) Un giovane su cinque crede che si possa guarire dall’Aids. E uno su quattro che esiste già un vaccino per l’Aids. Addirittura quasi un giovane su dieci ritiene che si possa riconoscere un sieropositivo dal suo aspetto fisico. E quasi un giovane su cinque è convinto che basti la pillola anticoncezionale per evitare il contagio. Sono alcuni degli sconcertanti risultati che emergono da un innovativo sondaggio attraverso un gioco on line “The Safe City”  http://www.thesafecity.it/ lanciato dall’Anlaids nazionale e dall’Anlaids del Lazio in collaborazione con le agenzie di comunicazione Art Attack Advertising e Xister. "Sono anni – dice Fernando Aiuti, presidente dell’Associazione Nazionale Lotta all’Aids- che lanciamo l’allarme sulla mancata presa di coscienza da parte dei giovani, ma anche degli adulti, dei  pericoli dell’Aids (...)  Dal sito: http://italiasalute.leonardo.it/news.asp?ID=7720 
        

tossicodipendenze e carcere

CARCERI: SAPPE, UN DETENUTO SU 4 E' TOSSICODIPENDENTE

Nelle carceri italiane un detenuto su 4 e' tossicodipendente, con una elevatissima percentuale nazionale media del 24 per cento (pari a 10.275 persone) sui circa 44 mila detenuti presenti alla data del 30 giugno scorso, quasi tutti eroinomani. E' quanto rileva il sindacato di polizia penitenziaria Sappe, osservando che tale percentuale supera il 30% dei presenti in Molise (63 detenuti) e Lombardia (2.220) e che sfiora addirittura il 40% nel Lazio e in Sardegna (rispettivamente 37,98% e 37,76% con 1.678 e 449 detenuti). Contenuta, anche per ragioni di oggettiva difficoltà di trasporto e contrabbando, la presenza di detenuti alcooldipendenti, pari a 897 per una percentuale nazionale media del 2% (sono Trentino Alto Adige e Sardegna le regioni d'Italia con la percentuale piu' alta in proporzione ai ristretti presenti, rispettivamente il 4,80% - 11 detenuti - e il 4,21% - 50 unita'-).

Moretti sulla fini-giovanardi

Il piano d'azione del Governo ed il bacio della morte
 
Pietro Yates Moretti
 
Quando un Governo vuole veramente fare, lo fa tramite decreto legge o ponendo la fiducia. Quando invece dovrebbe farlo ma non puo’, emana un disegno di legge e poi se ne dimentica. Quando proprio non ha alcuna intenzione di farlo, approva i piani d’azione.
La legge Fini-Giovanardi, una delle piu’ repressive nel mondo occidentale, e’ in vigore ormai da quasi due anni (infatti compiera’ il suo secondo compleanno il 30 dicembre prossimo). Fu approvata dal Governo Berlusconi all’interno di un decreto legge urgente sulla sicurezza alle Olimpiadi invernali di Torino. All’epoca il centro-sinistra promise battaglia per il modo con cui la legge fu approvata. Qualche mese dopo fu eletta una maggioranza ed un Governo che avevano fra i propri mandati elettorali anche quello di abrogare la Fini-Giovanardi.
Nonostante i continui e settimanali annunci del povero ministro della Solidarieta’ sociale –con delega sulle tossicodipendenze- Paolo Ferrero, su una imminente abrogazione della legge Fini-Giovanardi, questa e’ sempre li’, immodificata, perenne. E’ sopravvissuta anche alle dichiarazioni di intenti pronunciate al “seminario di Governo” a Caserta nello scorso gennaio.
Ora il Consiglio dei Ministri adotta un’altra strategia: il "piano d’azione". Non un decreto legge, neanche un disegno di legge, ma un documento per “cominciare a pensare a come modificare la Fini-Giovanardi”. Il tutto rigorosamente accompagnato dal bacio della morte: la duecentotreesima volta che Ferrero promette un imminente modifica di legge.
La delinquenza organizzata che gestisce il narcotraffico e gli spacciatori ringraziano. Mentre continuano ad essere intasate – e distratte da altri compiti piu' importanti per la nostra sicurezza - le forze dell'ordine che perseguono i giovani consumatori di spinelli, cosi' come sono strapiene le carceri di gente disperata che non si redimera' mai (anzi, il carcere e' scuola e master in delinquenza), cosi' come continuano ad essere trattate da delinquenti persone malate di tossicodipendenza. Ma evidentemente questa non e' " abbastanza emergenza."

bel video sul fumo da sigaretta

Un esperimento casalingo molto interessante.

Cocaina e alcol favoriscono comportamenti violenti

 

Cocaina e alcol favoriscono comportamenti violenti. Il consumo di cannabis, invece, non è associabile a comportamenti aggressivi. Tutto questo secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Addictive Behaviors, dedicata alle dipendenze.

I ricercatori del Centro studi sulle dipendenze dell'Universita' di Victoria hanno studiato la frequenza con cui coloro che commettono atti di violenza hanno in precedenza consumato cocaina, alcol e/o cannabis. Nella loro analisi, gli studiosi hanno tenuto conto anche del carattere individuale dei soggetti (covariabili come la tendenza alla irascibilita', alla violenza, al rischio, al non rispetto della legge).
I ricercatori sono giunti alla seguente conclusione: "Una volta prese in considerazioni le covariabili, il frequente uso di alcol e cocaina e' connesso in maniera significativa alla violenza; questo suggerisce un effetto farmacologico che potrebbe stimolare la violenza. La frequenza del consumo di cannabis, invece, non e' legato in maniera significativa alla violenza quando si prendono in considerazione le covariabili".
Lo studio conferma due indagini in cui si confuta ogni legame fra l'uso di cannabis ed il comportamento violento. La prima, condotta dal Senato canadese nel 2002, ha riscontrato che "l'uso della cannabis non induce i consumatori a commettere altre forme di reato. Il consumo di cannabis non aumenta l'aggressivita' ed il comportamento antisociale".
Il secondo studio, pubblicato dalla commissione del Governo britannico sull'abuso di droghe, riporta: "La cannabis differisce dall'alcol in maniera significativa. Essa non incentiva i comportamenti a rischio. Questo significa che la cannabis raramente contribuisce alla violenza verso altri o se' stessi, mentre il consumo di alcol e' un fattore importante negli episodi di autolesionismo, incidenti domestici e violenti".
Piu' recentemente, uno studio su un migliaio di ricoverati per traumi pubblicato sulla rivista scientifica Journal of TRAUMA Injury, Infection, and Critical Care ha rivelato che l'uso di cocaina è spesso associabile ad infortuni derivati da atti di violenza.

 

Italia all'ultimo posto in Europa in terapia contro il dolore

Secondo i dati più recenti, i malati italiani soffrono e a loro non viene data alcuna terapia per alleviare le sofferenze. Pensate che ogni anno la spesa pro capite in Italia per i maggiori oppioidi è pari a 0,52 euro: in Germania, ad esempio, è pari a 7,25 euro, e in Danimarca 7,14.
Nel 2005 in Italia si sono consumate 22 milioni di dosi di oppioidi, che servono per controllare il dolore di 60mila pazienti. Ma in Italia ogni anno muoiono di cancro oltre 150mila malati. E più del 70% di loro soffre dolori incoercibili.
Di conseguenza, in base al consumo di oppioidi nel 2005, si può affermare che ad ogni paziente italiano con dolori intollerabili è stata somministrata, in media, una dose di oppioide ogni tre mesi. Altro che giornaliera!
Una recente analisi dell'Organizzazione mondiale della sanità sottolinea come nel 2004 l'uso di morfina annuale pro capite in Italia era di 5,32 milligrammi, mentre in Austria era di 115,7.
Ancora oggi purtoppo l'uso dei farmaci oppiacei non è entrato nella cultura medica. Si pensa che equivalga a drogare i malati, e per questo i nostri medici se ne astengono da un uso razionale.
Ringraziamo dunque ancora una volta l'ideologia proibizionista, che impedisce o rende difficile persino ai malati curarsi con derivati dell'oppio e della cannabis.

Operazione Merida, mercenari "antidroga" alla conquista del Messico

di Valerio Di Paola (www.rivistaonline.com)

Mentre il Congresso degli Stati Uniti s'appresta a destinare un milione e mezzo di dollari alla lotta ai narcotrafficanti messicani, il Dallas Morning News rivela che l'Iniziative Merida, il piano antidroga del presidente Bush, prevede l'uso di "contrattisti privati": i mercenari delle corporations che hanno marciato sull'Iraq ora s'appresterebbero a varcare il reticolato di filo spinato a sud della California. I numeri degli eserciti privati a disposizione delle multinazionali della sicurezza fanno già paura: trentamila mercenari operativi in Iraq e contratti da cinquanta milioni di dollari, come quello della DynCorp per addestrare le reclute della nuova polizia irachena. Nel pantano iracheno meglio sparare per l'Halliburton che servire la patria: un soldato della Blackwater, la società che con i suoi elicotteri ha espugnato la roccaforte di Najaf, guadagna fino a duemila dollari al giorno.

"Il narcotraffico non lo ha creato il Messico, semplicemente ha risposto alla domanda del consumatore nordamericano", commenta Carlos Fuentes, uno dei massimi scrittori messicani: gli Stati Uniti devono combattere la droga a casa loro, dove sono i consumatori e dove risiedono coloro che dalla droga ricavano lauti guadagni. E in nessun caso, conclude, è accettabile la presenza di soldati stranieri sul territorio messicano, prezzolati dallo stato o dalle corporation. Il presidente Felipe Calderon, dopo essere uscito brillantemente dai disordini che hanno lasciato molti morti nelle strade delle regioni più povere del Messico, maneggia un'altra bomba che potrebbe costargli la presidenza e, a costo di incrinare il rapporto con l'amico Bush, s'affretta a dichiararsi contrario all'uso di mercenari statunitensi in terra messicana. Nessun soldato straniero, precisa, è autorizzato a mettere piede oltre il confine: Calderon sa bene che i Messicani sono abituati alle nefandezze degli Zetas, gruppi armati che sparano, rapinano e uccidono e s'affittano volentieri a narcotraficcanti e ricchi criminali, e non prenderebbero bene la presenza d'ulteriori uomini armati a cottimo in giro per il paese. Tuttavia né da Calderon né dalla Casa Bianca sono arrivate smentite ufficiali sui mercenari dell'Initiative Merida.

Nel frattempo l'Onu invita la Nato a fare di più contro l'oppio afgano, la cui produzione nel 2007 è salita del ventinove per cento: gli Stati Uniti rispondono che hanno troppo da fare con il Messico e la Colombia per occuparsene. Così, mentre uno dei paesi più militarizzati al mondo diventa la fabbrica mondiale dell'eroina, c'è chi ipotizza che la generosa offerta al Messico dell'Iniziative Merida nasconda il tentativo di ridisegnare gli equilibri geopolitici del continente latino. Qui chi controlla il flusso del fiume di droga verso nord ha molte carte in mano: ora si siederanno al tavolo anche i consiglieri d'amministrazione delle multinazionali della sicurezza, tradizionalmente vicini a Bush e ai Repubblicani.

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